Pasquale Villari

ANTICHE LEGGENDE E TRADIZIONI

CHE ILLUSTRANO LA DIVINA COMMEDIA

Edizione di riferimento:

Antiche Leggende, Tradizioni che illustrano la Divina Commedia, precedute da alcune osservazioni di P. Villari, Pisa Tipografia Nistri 1865

Edizione elettronica in collaborazione con Liberliber

Alla memoria di Luigi La Vista

morto per la Patria il 15 maggio 1848

DANTE

E

LA LETTERATURA IN ITALIA

Nel principio di questo secolo, si pubblicava a Roma la Visione d’un frate Alberico, monaco di Montecassino, e subito si vide accapigliarsi l’irrequieta moltitudine dei comentatori. Da un lato si voleva, in quella strana leggenda, trovar la prima idea del poema sacro; e dall’altro, si gridava allo scandalo contro chi poteva veder somiglianza tra le divine immagini del poeta, e i sogni puerili d’un frate ignorante. Ma questa battaglia cessò presto, e non si seppe mai chi aveva ottenuto la vittoria. Gli avversari sembravano stanchi d’aver tirato dei colpi in aria, senza risultato; il pubblico non capiva, perchè uno scritto così povero sollevasse tanto rumore; e per un pezzo non s’è udito più ragionar di frate Alberico. In questo mezzo, però, si trovava nelle letterature straniere un gran numero di simili leggende, che parevano avere colla Divina Commedia i medesimi rapporti. Storici ed eruditi, come Ozanam, Labitte, Wright e tanti altri, non esitarono punto a dire, che Dante ritrovò l’idea del suo poema in tutto il secolo; che la Francia, la Germania, tutta l’Europa avevano contribuito in qualche modo alla Divina Commedia.

Nè ciò bastava. Dopo avere studiato ed esaltato i poeti provenzali e le sue leggende, la Francia poneva in luce un numero prodigioso di poemi cavallereschi, di racconti e poesie liriche, nell’antica lingua dell’oil; li commentava ed illustrava con vasta dottrina. Non era contenta poi di dichiarare i suoi cento poeti del medio evo più antichi di tutti i nostri; ma voleva ancora negl’Italiani vedere dei seguaci ed imitatori degli antichi Francesi. L’ultimo volume della storia letteraria di Francia, scritto da uomini dottissimi, riassume le vaste e molteplici ricerche col dire: - è tempo che cessi finalmente il volgare pregiudizio, che noi stessi abbiamo cercato diffondere in Europa, dichiarandoci imitatori e seguaci dell’Italia. Egli è ormai evidente, che l’Italia non ha fatto che rimandarc.i, sotto forma più corretta, ciò che prima essa aveva copiato da noi. — Secondo queste nuove e dotte ricerche, l’Università di Parigi sarebbe stata, nel medio evo, il centro intellettuale dell’Europa, e la scuola dei nostri più grandi scrittori. Dante, Petrarca e Boccaccio avrebbero continuamente imitato, non solo i Provenzali, ma più ancora i poeti francesi; dalla Tavola Rotonda e dai Reali di Francia esino all’Ariosto, tutta la nostra poesia cavalleresca sarebbe presa di pianta dalla Francia. E queste idee vengono diffuse con l’apparato di sì vasta dottrina, e sotto l’ombra di così autorevoli nomi, che noi non possiamo più a lungo restare indifferenti sopra una quistione, che, a poco a poco, s’è estesa a considerare sotto nuovo aspetto, non solo le origini della Divina Commedia e della letteratura italiana; ma le origini ancora della nostra civiltà. Dobbiamo rinunziare, davvero, al titolo per tanti secoli goduto, d’esser quelli che incivilirono l’Europa? Che cosa è avvenuto di nuovo, per mutare così stranamente i giudizi degli uomini?

II.

È qualche tempo che assistiamo ad una serie di strane vicende nella storia della letteratura. Vediamo nuovi generi di componimenti avere un’improvvisa e rapida fortuna; altri cadere in subita dimenticanza, e quasi disprezzo. Il romanzo storico sorse ad un tratto, percorse l’Europa fra gli applausi de’ lettori, ed ora sembra volere scomparire affatto. La metafisica, con una moltitudine di nuovi sistemi, dominò in tutte quante le Università d’Europa, ed oggi è caduta in un singolare abbandono. I nuovi sistemi non sorgono, o sorgendo, vengono accolti con diffidenza generale. Invece, si raccolgono con una strana avidità canti, leggende, tradizioni, superstizioni e, quasi direi, anche i sogni del popolo. Si resta indifferenti alla voce dei poeti moderni, mentre gli avanzi d. un dialetto sconosciuto, d’una canzone del popolo, d’una superstizione di selvaggi, fanno fare ai dotti lunghi e penosi viaggi; vengono annunziati in tutte le accademie. Si potrà deplorare questo nuovo fanatismo; si potrà credere che esso aumenti di molte migliaia d inutili volumi, le nostre già troppo ingombre biblioteche: si potrà dire che questa è una nuova specie di crittogama letteraria; ma il fatto rimane pure innegabile, e merita una spiegazione.

Noi avevamo finora studiato le letterature, solo per pigliarle a guida e modello nell’arte. Ma le scienze e le lettere ci presentano ancora una delle tante evoluzioni dello spirito umano nella storia. Ed a noi importa di conoscerlo non solamente nell’ora della sua prosperità e grandezza; ma anche nei giorni, in cui la sua luce s’offusca, per meglio comprenderlo, quando poi lo vediamo risplendere di nuovo. Nella storia abbiamo imparato a conoscere e ritrovare noi stessi. V’è una grande relazione fra i giorni della nostra vita e i secoli dell’umanità, e non possiamo conoscere l’uomo, senza aver prima conosciuto il genere umano. Quindi importa assai, ci è anzi necessario raccogliere e ricomporre la catena non interrotta dei pensieri e delle azioni umane. Così ci siamo accorti d’un gran numero di vaste regioni, inesplorate nel mondo ideale della storia; e subito lo spirito umano si rivolse a percorrerle con insolito ardore, perchè ogni nuova scoperta in queste regioni, era una scoperta nuova che faceva in sè stesso. Allora la canzone del popolo e del selvaggio, i più oscuri dialetti acquistarono grande importanza: fu osservato che la lingua e la poesia del popolo sopravvivono non di rado a quella dei dotti, e trasmettono da una età all’altra le Tradizioni della vita intellettuale. E le classiche letterature non ci apparvero più come oasi di fiori, in un deserto d’arene; ma si riuniron fra loro, per mezzo d’un lavoro segreto, finora sconosciuto e disprezzato, e pure non mai interrotto dello spirito umano.

Se non che, ogni volta che uno di questi sotterranei passaggi viene alla luce, s’odono esagerazioni da un lato, proteste e lamenti dall’altro. Quando si conobbe che gli Dei, la lingua e i primi abitatori della Grecia eran venuti dall’India, sorse una gran lite fra coloro che volevano vedere una Grecia indiana, e coloro che la volevano isolata nel mondo, e quasi nata dal nulla. Ma quando la lite fu composta, allora si vide che la originalità greca, connettendosi al passato, rifulgeva di nuovo splendore. Non appena gli studi del medio evo hanno provato che, innanzi al sorgere della letteratura italiana, non era stato poi tutto avvolto nell’ignoranza e nelle tenebre; ecco che da un lato si pretende quasi togliere ogni vanto all’Italia, dall’altro v’è chi vorrebbe negare ogni valore a quelle ricerche. Ma la scienza continua il suo cammino, e le dispute cessano innanzi al vero, che si propaga.

III.

Ci sia permesso di riassumere brevemente la questione.

Il latino fu uno degli antichi dialetti italici, quello che in Roma parlarono i Patrizii. Salito a dignità di lingua letterata, per opera degli scrittori, insieme colle armi e le leggi romane, estese le sue conquiste nelle varie province, e dominò sui dialetti che vi si parlavano. Ben presto divenne la lingua ufficiale e la lingua degli scrittori, in quasi tutto l’impero. Ma l’impero cadde, e nel vorticoso turbine che seguiva, si confusero tutte le classi; andarono in fascio le leggi e le istituzioni; si spezzarono le tradizioni letterarie, e i vincoli grammaticali della lingua, che perdette subito il vigore, che l’aveva resa dominatrice. S’erano sollevati i popoli, e insieme coi popoli, parve che si sollevassero ancora i dialetti, quasi liberi anch’essi da un’antica oppressione. Nuove forme di dire si manifestarono per tutto, moltiplicandosi e mutando in una così rapida vicenda, da farle paragonare al vigoroso rigoglio delle vegetazioni tropicali. Quando i vincoli e le tradizioni sociali si spezzano, noi ritorniamo fanciulli, e siamo come i popoli primitivi, che rinnovano continuamente i loro linguaggi, dimostrando in ciò una fecondità, che il progresso della cultura sembra inaridire.

Il latino s’andò dunque rapidamente corrompendo, pei dialetti che i filtravano da ogni lato; e nasceva uno strano miscuglio che variava da provincia a provincia, mutava quasi d’anno in anno. Ma con questo strano miscuglio di latino diversamente corrotto, s’intendevano uomini d’assai lontane regioni; onde fu per qualche tempo, come una lingua universale, di cui ben presto s’impadroniva la religione cristiana, trovandola valido e potente sussidio a diffondere fra tutti i popoli la sua dottrina. In questo modo nacque la prima forma d’una letteratura medioevale, comune a tutta l’ Europa, e sparse i primi germi della cultura fra i barbari. In Germania, in Inghilterra ed in Francia, ben presto, alle primitive canzoni barbariche succedono cronache, leggende, omelie latine.

Ma il processo di decomposizione, cominciato una volta, continua sempre; le lingue moderne danno subito i primi segni della loro esistenza, e i popoli germanici, fatti cristiani, ritornano con nuovi canti nazionali a cantare le loro imprese. Noi siamo già al secondo periodo, nella storia letteraria del medio evo, quello su cui i moderni eruditi si sono principalmente affaticati. I primi sforzi, per uscire dalla più fitta barbarie, cominciano con Carlo Magno. L’apertura delle scuole, le nuove leggi, la costituzione del feudalismo precedono di poco la cavalleria e la gaia scienza, che danno origine alle due ben note letterature della Provenza e della Francia settentrionale.

IV.

La Provenza, ordinata a regime feudale, toccava da un lato l’Italia del nord; dall’altro si stendeva nella Spagna, dove già gli Arabi innalzavano le loro aeree e fantastiche moschee, narravano i loro meravigliosi racconti, cantavano in rima gli ardenti e passionati amori. E subito la poesia e la gaia scienza s’introdussero in quei castelli provenzali, dove il trovatore, accompagnato da giullari che cantavano le sue rime, andava rallegrando le brigate, col racconto di amori immaginarii e non mai sentiti, sospirando per una donna che forse non aveva conosciuta. Questo esercizio o passatempo poetico metteva in onore la bellezza, la gentilezza, ed il culto delle sacre muse. Spesso il trovatore era uno dei più potenti signori feudali, che non isdegnava accompagnar col liuto la storia de’ suoi amori, per cavare applausi da coloro che erano stati suoi compagni in guerra; e dalle belle che circondavano la sua mensa. Tutta la Provenza risuonava di questi armoniosi accenti.

Ma nel centro e nel settentrione della Francia, pigliavano proporzioni più vaste, la cavalleria e l’antica poesia francese. E furono l’una coll’altra così riunite, che molti credettero la cavalleria non essere altro, che un fantastico sogno di quei primi poeti. Ma fu, invece, una vera e propria istituzione del medio evo. Il cavaliero consacrava la spada alla religione ed alla sua dama. Una solenne e sacra funzione, che aveva luogo in chiesa, gli dava l’ambìto grado, dopo una educazione ed un tirocinio di parecchi anni. E dalla chiesa egli usciva, pieno di frenetica gioia: saltando, colla spada sguainata, sul suo impaziente destriero, si slanciava furiosamente in una vita piena d’avventure, di pericoli e d’amore. Così, fin d’allora, comincia a formarsi quell’indomabile valore, che troviamo più tardi in tutta quanta la storia nazionale della Francia. Ed in mezzo a questa varia e sfrenata società d’uomini che percorrono il mondo, senza altra legge, che la spada e l’onore cavalleresco, sorge una letteratura che ne ritrae la tumultuosa indole. La religione, le avventure, la guerra e l’amore esaltarono stranamente gli animi e le fantasie de’ nuovi poeti. L’impero di Carlo Magno, origine prima di questa società, colle sue conquiste e i prodi capitani e le guerre agl’infedeli e il viaggio a Roma, divenne il soggetto perenne di canti, che un poeta tramandava all’altro, perchè ognuno aggiungesse la sua pietra al comune edilizio. Ecco in qual modo s’andava formando un ciclo di poemi epici, in cui la fantasia e la verità storica s’intrecciano, si confondono, sono una sola e medesima cosa. Il passato ed il presente, riuniti e ricreati così nella fantastica canzone del poeta, formano un mondo ideale, in cui gli eroi si moltiplicano, si battono, ingigantiscono, scompaiono per nascere di nuovo. Ogni atto valoroso, di cui il poeta è testimone, diventa un episodio nuovo di eroi immaginarii, ed ogni cavaliere piglia a modello questi epici paladini.

V.

Ma intanto l’Europa va soggetta a molte commozioni politiche. Tre grandi uomini compariscono sulla scena nell’XI secolo. Gregorio VII stringe i vincoli della costituzione della Chiesa, e fa sentire nel mondo la forza di questa più gagliarda unità. Nuove conversioni e nuovi progressi fa la religione di Cristo: crescono i rapporti fra i suoi segnaci. Guglielmo il Conquistatore porta in Inghilterra la monarchia normanna; Roberto Guiscardo la porta nell’Italia meridionale. E coi Normanni si diffondono la lingua e la letteratura francese. Nuovi poeti e nuovi poemi sorgono allora per tutta l’Europa, moltiplicandosi in modo, che la storia ha dovuto dividerli in varii cicli, per poterli ordinare. Al ciclo di Carlo Magno, esclusivamente francese, s’unisce quello d’Arturo, che appartiene alla Francia ed all’Inghilterra. In questa è grandissimo il numero di coloro che scrivono francese, e i suoi eruditi sono spesso costretti a confessarci, che non v’è, quasi, nella loro letteratura, romanzo cavalleresco, di cui non bisogni cercare in Francia la prima sorgente. La Germania ebbe nei Niebelungen un poema nazionale; ma accolse in gran numero gli eroi romanzeschi della Francia, da cui imitò, tradusse, rifece tanti epici racconti. Gli eroi de’ suoi Minnesinger portano spesso nomi francesi, vengon da paesi di Francia, e qualche volta lo scrittore si scusa del non continuare la sua narrazione, dicendo: bisognerebbe assai ben tradurre dal francese. La Spagna ebbe un ciclo nazionale ne’ suoi poemi del Cid; ma volle pure imitare la Francia, la quale è, fuor d’ogni disputa, la sorgente prima dei mille eroici romanzi. La sua lingua, i suoi poemi e i suoi poeti son per tutto imitati e cercati. Gli eruditi francesi hanno di ciò dato amplissime prove, trovando perfino nella Svezia e Norvegia, gli avanzi della loro antica letteratura.

Sopravvengono poi le Crociate, e la Francia si trova a capo di quella guerra, in cui l’occidente, riunito in un solo pensiero, animato da un comune sentimento, si rovescia con ardore irrefrenabile sull’oriente. Si mescolano le razze, le idee, le lingue, le letterature, ed un nuovo vigore s’infonde nell’Europa. Ma ciò, che noi dobbiamo principalmente notare, si è la diffusione che ne segue della lingua francese e dei romanzi cavallereschi in oriente, cosa del resto facile a comprendersi. Nel 1204 l’esercito franco pigliava Costantinopoli, e molti principati feudali e francesi si stabilivano sulle coste della Grecia e dell’Asia Minore. Un cronista spagnuolo, che era stato in Morea nel principio del secolo xiv, non esita a dire, che ivi parlavan axi bell frances com dins en Paris. E certo, anche fra i Greci troviamo esempi d’imitazioni dei romanzi cavallereschi, fatte in francese o nella loro lingua nazionale.

VI.

Che cosa faceva l’Italia, mentre che la poesia cavalleresca e la lirica provenzale si diffondevano così largamente in tutta l’Europa? La cavalleria rimane fra noi, una pallida imitazione di costumi stranieri; e il feudalismo, appena si costituisce, viene aspramente combattuto dai comuni. Si continua a scrivere latino, e la lingua italiana non dà cenno di sorgere, quando il francese ed il provenzale vi hanno già tanti autori. La Francia ebbe le scuole comunali e parrocchiali assai prima di noi, decaduti dalla nostra primiera altezza ed un legato del Papa dovette sentirsi, nell’xi secolo, rinfacciare dai vescovi francesi: - Fra voi non v’è scienza alcuna; neppure il santo Padre s’occupa a studiare le cose che non comprende. - Sì, rispondeva il legato, noi non abbiamo preso a maestri nè Socrate nè Platone o Virgilio; perchè Gesù Cristo non scelse i suoi discepoli tra i filosofi. Noi ci travagliamo per la fede, non per la scienza. - Ed invero, trattavasi allora in Italia, di costituire la Chiesa e propagare la religione. I nostri missionari erano spinti su tutti i punti della terra dal Papato, che s’era costituito centro duna Chiesa universale, che diramava le sue fila in tutto il mondo conosciuto. I comuni gittavano le basi della loro libertà, ed uniti alla Chiesa, combattevano c0lle armi la prepotenza dei signori feudali e degl’Imperatori tedeschi.

Il vecchio sangue latino si rinnova in queste severe lotte, e rientra nella età virile, senza traversare la spensierata giovanezza della cavalleria e della gaia scienza. Quel mondo fantastico d’una mitologia poetica che, confondendo il reale e l’ideale, la storia e la finzione, era privo dello splendore degli Dei d’Omero e di Virgilio; non poteva soddisfare coloro, che da poco avevano cessato di scrivere il Corpus Juris. Sebbene caduti, ogni pietra delle loro città ricordava loro le vecchie glorie; e le lotte, che ora sostenevano, li avevano resi già troppo serii per pensare alla gaia scienza. Entrati a combattere colla realtà delle cose, non sapevano contentarsi neppure di quella poesia, in cui gli eroi si confondevano spesso l’uno nell’altro, nascevano qualche volta da una metafora ardita, e finivano svaporandosi in un perpetuo turbinio d’avventure impossibili, senza che alcuno chiedesse più notizia di loro. I frsncigeni poeti percorrevano i nostri comuni, cantando canzoni provenzali o romanzi cavallereschi, e scorgevano spesso sul volto dei loro uditori uno scettico sogghigno. La folla accorreva, il popolo ripeteva le strane avventure: spesso i magistrati del comune li allontanavano come gente importuna.

Gli studi però cominciavano tra noi a rinascere, prima della lingua italiana. Le Università italiane furono tra le più antiche d’Europa, e l’indirizzo che, sin dal principio, esse pigliarono, ci dimostra chiaro quale dovrà essere il carattere della nostra letteratura. Noi avemmo nella scolastica molti ingegni eminenti, come S. Anselmo e S. Tommaso, che in ogni città d Europa furono ascoltati quali maestri dai più valenti professori: ma i nostri studenti non si sarebbero affollati intorno a Pietro Abelardo, coll’ardore di quelli che pendevano dalle sue labbra nell’Università di Parigi, vero centro della teologia scolastica, per udirlo discutere intorno al Sic et Non, iniziando il dubbio scientifico. Erano tra noi affollate, invece, le cattedre di Bologna e Salerno, dove s’insegnava il diritto romano e la medicina, e dove perciò s’accorreva già da ogni parte d’Europa. Gl’Italiani non avevano perduto quel carattere pratico e positivo, che li aveva resi fondatori dell’impero romano, e davano segni manifesti di voler pigliare lo stesso cammino. Rotti alle astuzie della politica, alla pratica dei commerci, e alla conoscenza delle umane passioni, non si lasciavano troppo dominare nè dalle astruserie scolastiche, nè dagli artifizi provenzali, nè dagl’ incerti fantasmi della cavalleria. Ogni volta che uno di quei romanzi era trasportato fra noi, veniva imitato e trasformato in una prosa sbiadita e scolorata, che dimostrava chiaro l’indifferenza, con cui era accolto dalla immaginazione del popolo: e le battaglie dialettiche, se agitavano i chiostri, non commovevano la moltitudine degli studenti.

VII.

E intanto dalla Provenza, invece di canzoni amorose, arrivava un pietoso e terribile grido di dolore, di cui l’eco veniva ripercosso per tutte le valli italiane. Ivi s’era introdotta l’eresia degli Albigesi, intolleranti della pontificia autorità, e i trovatori avevano cominciato a punger severamente i costumi d’un clero già corrotto. Era uno dei primi segni di protesta, contro un’autorità creduta sinora infallibile e indomabile. Già Pietro Abelardo aveva sollevato in Parigi un’altra tempesta, ed il suo discepolo Arnaldo era venuto in Italia a perire sul rogo accesogli dal papa: opinioni filosofiche, avverse alla Chiesa, s’erano introdotte fra noi col nome d’Averroismo. I comuni italiani davano qualche segno minaccioso d’indipendenza, mostrando di credere santo l’amore della libertà e della patria, anche quando non era benedetto dal papa. Si richiedeva un esempio contro questi audaci pensieri, e saliva sulla sedia apostolica, un uomo capace di darlo.

Innocenzo III, degno di succedere a Gregorio VII, aveva una volontà di ferro, un’attività irrefrenabile, un’ambizione smisurata. Appena si sentì in capo il triregno, scrisse ai principi della terra in tuono minaccioso, quasi a suoi vassalli. Egli, che ebbe la poco invidiabile gloria di fondare la Inquisizione, fu ancora il promotore degli ordini religiosi di S. Francesco e di S. Domenico, uomini mirabilmente adatti allo scopo che si proponeva. Il primo doveva, coll’estasi della fede, e coll’abnegazione della carità, richiamare nel seno della Chiesa le anime smarrite. E intorno a S. Francesco d’Assisi, la leggenda, l’arte e l’amore cristiano poterono tessere una luminosa ghirlanda, che il credente adora e il filosofo ammira. S. Domenico, invece, doveva colle minacce e colla persecuzione spaventare coloro che s’ostinavano nel peccato. Ed anch’egli si dimostrò uguale al bisogno. La storia lo conosce come il più operoso promotore della sacrosanta Inquisizione, e la Provenza doveva ben presto sperimentare gli effetti del suo zelo religioso.

Il papa aveva ammonito e poi minacciato il Conte di Tolosa, che non voleva perseguitare i suoi propri sudditi. - «O uomo iniquo», diceva il S. Padre, «se io ti potessi strappare il cuore, ti mostrerei le iniquità che vi sono: ma esso è più duro della pietra. Se però non temi le pene dell’inferno, ti farò ben temere i pericoli, che ti minacciano in questa vita». Innocenzo infatti scioglieva dall’obbedienza i vassalli, e poi lo circondava di tanti pericoli, che il Conte dovette pure arrendersi agl’imperiosi voleri. S. Domenico percorreva le città, infiammando gli animi contro l’eresia, minacciando pene atroci in questo e nell’altro mondo, spingendosi in mezzo alle moltitudini sollevate contro di lui, con un coraggio che lo rendeva ammirabile ai suoi stessi nemici. E finalmente i più potenti signori di Provenza, circondati dai loro feudatari, da eserciti croce-segnati e fanatizzati dai predicatori, che avevano saputo eccitare le più feroci passioni, entravano nelle città, cominciando la strage degli Albigesi, al grido terribile: - ammazzateli tutti, chè il Signore riconoscerà i suoi. - S. Domenico esultava, e il papa benediceva, sicuri di contribuire al trionfo della fede di Cristo

Sventure intanto seguivano a sventure. La Provenza venne ben presto annessa alla Francia, la sua storia da questo momento finisce. La poesia fu soffocata nel sangue, la stessa lingua provenzale, a poco a poco, decadde in un dialetto. Quei castelli ridenti ed ameni, dove la voce del trovatore aveva, per la prima volta, invitato gli animi ai pensieri gentili, dove la gaia scienza aveva, in mezzo ad un secolo ancora selvaggio, sposato l’amore alla poesia, sollevando la dignità della donna; quei castelli furono, per opera del successore di Pietro, ridotti in un mucchio di rovine. I poeti fuggiron raminghi per l’Europa meridionale e vennero in Italia, mescolando lacrime alle loro canzoni, ed ispirando un odio implacabile contro quel clero, che aveva col ferro e col fuoco tolta a loro la patria. Furono accolti con benevolenza, e molti di essi cantarono canzoni di guerra per la patria italiana, e si batteron in terra straniera, per quella libertà che avevano irreparabilmente perduta. La loro presenza non fu senza peso, fra le molte cagioni, che affrettavano ora il nascere della poesia italiana.

VIII

Gl’Italiani avevano accumulata molta ricchezza e molta esperienza; il commercio e l’industria erano progrediti; le arti belle cominciavano a fiorire, e la nostra lingua ancora non era nata, quando già le altre avevano una letteratura. La grande somiglianza dei dialetti col latino, e la facilità con cui questo si mescolava con quelli, erano ancora un grande ostacolo. Ma ogni giorno diveniva più necessario avere una lingua nuova, per esprimere idee nuove: le Crociate avevano dato uno straordinario impulso; le Università raccoglievano dotti nazionali e stranieri, moltiplicavano le idee, ed il bisogno di scrivere e poetare in lingua volgare, veniva ormai generalmente sentito. E, cosa notevole, i primi tentativi di sollevare a dignità letteraria i molti dialetti, sembrano riuscire, per diverse vie, ma con singolare rapidità, a trovare quasi una lingua comune. Questo fece stillare il cervello ai nostri eruditi e filosofi, che sull’origine della lingua italiana scrissero eterni volumi, senza potersi fra loro accordare. Noi non vogliamo seguirli nelle sottili indagini; ma la somiglianza di quei risultati si spiega, osservando che i dialetti erano in quel tempo, assai più vicini fra loro, che non sono oggi, come vien provato da tutte le antiche carte; che il latino era la guida comune, quando si tentava sollevare e ripulire uno dei dialetti nazionali; e che a quest’opera si pose mano nelle città, dove si raccolsero i migliori ingegni d’Italia. Era, infatti, l’anima di tutta la nazione, che cercava il suo linguaggio, e quasi direi il suo corpo. Sembra che si tenti e ritenti più volte, in diversi punti, per trovare il terreno meglio adatto a fecondare la nuova pianta, che finalmente sorge rigogliosa e fiorente.

Varii documenti ci provano l’antichità di questi incerti tentativi; ma nella corte di Federico II, a Palermo, noi vediamo addirittura i primi segni della lingua e della letteratura volgare. Federico II, nato in Germania, educato in Italia, poco amico dei preti e del papa, era un re scettico e filosofo, amante del libero conversare, di grande ingegno, d’un gusto finissimo. Intorno a lui si raccolse il fiore dei dotti italiani; convennero poeti tedeschi, provenzali e normanni d’Inghilterra e di Francia: si vedevano scolastici della Università di Parigi, e prelati romani accanto a poeti arabi o filosofi musulmani coi loro turbanti, che ragionavano insieme cogli Albanesi e i Greci dell’isola. Federico stesso, il suo figlio, il suo segretario Piero delle Vigne eran poeti e, insieme con molti Italiani siculi o di terra ferma, accordavano la loro lira con quella dei poeti francesi o provenzali. Ma il dialetto siciliano non era quello, che doveva far nascere dal suo seno la lingua italiana, nè la corte di Federico II era il luogo più adatto a dar vita durevole alla poesìa d’un popolo libero. Essa, infatti, decadde rapidamente per le vicende politiche, e la poesia cercò subito un altro soggiorno. A Bologna v’erano 10,000 studenti d’ ogni parte del mondo, v’era una repubblica, e la musa di Guido Guinicelli raccolse intorno a sè varii poeti, che cercarono continuar l’opera di Piero delle Vigne e di Ciullo d’Alcamo. Altri tentativi s’erano fatti o si fecero altrove; ma Firenze s’era in modo apparecchiata a quest’opera, che tutti dovettero ben presto essere suoi imitatori.

Il dialetto fiorentino, che lo stesso Alighieri ci assicura essere stato alquanto diverso dalla lingua scritta, ne dicano quel che vogliono alcuni moderni filologi, era pur quello da cui essa naturalmente nasceva. Parlato da un popolo, divenuto già più culto e intelligente degli altri, esso era il più elegante, più splendido, più regolare, quello che meglio si prestasse a vestire il pensiero nazionale, a circondarlo di luce e di eleganza. Firenze non aveva la corte imperiale di Federico II, nè l’Università di Bologna; ma, passata attraverso una serie di rivoluzioni, di costituzioni e di arditi esperimenti politici, aveva educato alla politica ed alla conoscenza degli uomini tutte le classi de’ suoi cittadini. La istituzione delle Arti aveva suddiviso lo Stato in una serie di quasi piccole repubbliche, nelle quali ogni mercante o artefice imparava a discutere, a fermare statuti, a regolare ed amministrare interessi, che salivano spesso a molti milioni, ed erano sparsi su tutta la terra. Tra costoro, la città trovava sempre accorti politici, e ambasciatori che, senza esitare, si potevano presentare alle corti dei re e degl’imperatori, che sapevano a Roma giocare d’astuzia coi Cardinali e col S. Padre, il quale da qualche tempo mostrava di voler sempre tenere un artiglio fitto nel cuore della repubblica. I Fiorentini erano ancora sparsi su tutta la terra: le loro banche fiorivano a Parigi, a Londra, nella Germania, e sugli scali d’Oriente imprestavano danari ai principi più potenti; e, dovunque essi dimoravano, si destreggiavano negli affari con tale accortezza, che di continuo, in paesi stranieri, salivano a grandi onori. Un giorno Bonifazio VIII ricevette gli ambasciatori delle varie parti del mondo, e s’accorse con sorpresa, dalla loro pronunzia, che eran tutti fiorentini.

Questo piccolo municipio di mercanti, che riuscirono a distruggere nel seno della repubblica, ogni germe di feudale aristocrazia, dimostrava un singolare ardore nelle scienze e nelle lettere. La sua gioventù studiava in tutte le Università d’Italia e d’Europa; la istruzione elementare era diffusa nel popolo, conte nei più civili Stati moderni. Sotto il banco di gente, che era tutto il giorno a bottega, si trovavano spesso i romanzi francesi di Lancialotto del Lago e di Carlo Magno, insieme con Virgilio, e con le poesie provenzali di Sordello di Bertram dal Bornio. Spendevano qualunque somma, per avere nel loro fondaco una lucerna disegnata da Niccolò pisano, un Cristo dipinto da Cimabue, quando si trattava d’abbellir la città con nuovi monumenti, non v’era alcuna delle Arti, che avrebbe osato mettere limiti alla spesa. In mezzo a tali uomini nascevano la lingua e la letteratura italiana.

Ed in questo punto, bisogna fare una osservazione. La lingua italiana sorgeva tardi; ma da pertutto si manifestava con un carattere suo proprio, inalterabilmente lo stesso, diverso e, sarei per dire, contrario a quello delle altre lingue volgari. Il francese, il provenzale, il tedesco, l’inglese erano soggetti ancora ad una irresistibile e continuata mutazione: sembrava che non sapessero uscire dall’indole incerta e quasi tumultuosa de’ dialetti: passavano da una forma all’altra senza mai potersi arrestare, senza trovate nè una stabile tradizione letteraria nè una sicura grammatica. Quelle lingue, che allora si parlavano e scrivevano sono ora quasi affatto scomparse. Oggi si traducono, nei paesi dove furono scritti, i più antichi romanzi cavallereschi, le poesie provenzali, i Niebelungen, che furono lavori tedeschi di contemporanei di Dante, e le poesie del Chaucer, che imitava in inglese il nostro Boccaccio. La lingua italiana, invece, tarda più delle altre a formarsi, tenta più volte quasi timidamente il terreno; ma non appena comparisce, il suo carattere è già determinato, la sua grammatica è ferma, le. sue tradizioni sono immutabili. Noi parliamo oggi la lingua di Dante e del Boccaccio, e i più antichi monumenti della nostra letteratura non hanno bisogno d’essere tradotti. E questo fatto ha tale importanza, che le altre lingue son subito costrette d’imitare la ferma e sicura regolarità della nostra, dovendosi modificare talvolta a segno, che si trasformano compiutamente. Quell’indole che il genio italiano aveva dimostrato sempre nelle istituzioni e nelle scienze, esso dimostra ora nell’origine della nuova lingua, nella quale è già chiuso il germe della poesia. L’una e l’altra obbediscono sempre alle stesse leggi, sgorgano dalla medesima sorgente.

IX.

Ma ora si presentano coloro, i quali hanno detto, che noi dobbiamo moderare il nostro orgoglio nazionale; perchè nell’origine della sua letteratura, l’Italia ha ricevuto continuo aiuto dalla Francia. Negare i fatti che s’adducono, sarebbe una puerile meschinità; esaminiamoli, dunque, prima di giudicarli imparzialmente.

Nella corte normanna ed angioina di Napoli, la lingua francese era di grandissimo uso;nell’Italia settentrionale si scrisse in provenzale, assai prima che in italiano, e nel centro troviamo dai cronisti, che la frangicena loquela era assai comunemente intesa, e i frangiceni poeti vagavano, cantando per le città. Abbiamo una serie non piccola d’italiani che, come Sordello, tengono un posto onorato nella storia della letteratura provenzale. E se i lirici, che presero a modello i maestri della gaia scienza, furono così numerosi e così noti, che non occorre neppure nominarli; meno osservata, ma non meno generale è stata la imitazione francese. Da per tutto in Italia, non solo si traduceva dal francese, ma si scriveva in francese. Rusticiano da Pisa, a cui è attribuito un romanzo francese della Tavola Rotonda, in quella medesima lingua scrisse il Milione di Marco Polo, che l’autore gli dettò in prigione. Niccolò da Verona scrisse in francese un poema sulla passione, circa il 1300, altri se ne trovano fino al 1358. Brunetto Latini scrisse il suo Tesoro in francese, perchè egli lo giudicava plus delitable langage et plus commun que moult d’autres; nel Tesoretto aveva già promesso, che in un’opera di maggior mole, avrebbe preferito il francese all’italiano, per meglio esprimere la sua dottrina. Ed il suo francese è poi così corretto e grammaticale, da esser tenuto per modello, nella letteratura di quei tempi. Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, parlando di Parigi, s’esprime così:

Qui le scïenze con lor dojce suono

Per tutto, le divine e le mortali,

E dì e notte, udir cantar si pono.

Ivi egli fa parlare in versi provenzali uno dei personaggi. e vi pone anche 73 versi francesi, che da alcuni vennero preferiti agl’italiani dello stesso autore. L’Acerba di Cecco d’Ascoli, che parla con sì poco rispetto di Dante, è in qualche parte imitazione del poema l’Image du Monde. Aldobrandino da Siena, Niccolò Casola, Niccolò da Padova, ed un altro gran numero d’Italiani scrissero in francese. Il poema della Spagna e li Reali di Francia sono compilazioni di poemi francesi. Da Pulci e Boiardo sino all’Ariosto, che pretende d’avere avuto a guida Turpino, tutti gli eroi dei nostri poemi cavallereschi sono francesi, ed erano divenuti popolari, per la lettura dei poemi cavallereschi della Francia. I racconti della Tavola rotonda circolavano in Italia fino dal xii secolo. Goffredo da Viterbo ne piglia le favole del suo Panteon, e Arrigo da Settimello ci parla ne’ suoi versi latini di Arturo e Tristano. Gervasio di Tilbury, scrittore del xii secolo, viaggiando la Sicilia, trovò che la tradizione popolare faceva alloggiare nell’Etna il re Arturo. S. Francesco d’Assisi, paragonando la sua sacra milizia a quella della Tavola Rotonda, imitava il linguaggio del popolo. Nella Divina Commedia troviamo molte prove della popolarità, che godevano i romanzi francesi. Paolo e Francesca leggono il Lancilotto del Lago di Chrestien de Troyes. Uno de’ più bei posti del Paradiso (XVIII, 43) è serbato a Carlo Magno, a Orlando, a Guglielmo d’Orange, a Goffredo, a Rinoardo (Rainouart). Ed alle miniature, di cui così spesso erano ornati quei romanzi, il poeta non sa dare altro nome che un nome francese. Sordello, di cui parla con tanto affetto, scrisse ad un tempo in italiano, provenzale, ed anche francese, come si vede dai versi trovati in un manoscritto, sulla morte del patriarca d’Aquileia. Anche il Boccaccio accenna nel suo comento, alla notizia che Dante aveva dei romanzi franceschi. Invero, chiunque ha la più leggera pratica di manoscritti italiani de’ secoli xiii e xiv, si deve facilmente persuadere della gran diffusione del francese in Italia; le traduzioni da questa lingua erano numerosissime, e spesso la gente non letterata preferiva tradurre da essa, piuttosto che dal latino. Si direbbe quasi, guardando non solo all’ Italia, ma all’Europa tutta, che la letteratura della Francia teneva allora un posto simile a quello tenuto più tardi, nel secolo xviii.

Che se noi ci volgiamo a considerare da vicino tutti i nostri più celebrati scrittori del trecento, troveremo subito, che ebbero non pochi nè poco importanti relazioni con quel paese. Vediamo Giovanni Villani a Parigi presso Filippo il Bello, che sembra avere accompagnato ancora nelle guerre di Fiandra. Petrarca dimora in Firenze, di cui la sua famiglia era originaria, solo alcuni mesi della sua vita. Nato ad Arezzo, lo troviamo ad Avignone nella età di 7 anni. A 14 anni studiava il diritto a Montpellier. Studiò tre anni a Bologna, ove ci dicono alcuni che la giovane Novella suppliva allora nell’insegnamento, suo padre Giovanni d’Andrea. A 22 anni ritorna in Francia, e le più care memorie della sua vita sono a Valchiusa. In Francia egli trovò sempre benevola accoglienza:

Gallia, me voluit, proles generosa Philippi.

L’Università di Parigi sostenne a Boma l’onore della corona poetica dovuta ai suoi versi latini.

Boccaccio fu figlio d’una francese, nacque a Parigi il 1313, e sebbene venisse giovinetto appena a Certaldo, pure i continui viaggi che suo padre faceva in Francia per la mercatura, dovettero ricondurcelo più volte; il Decamerone è pieno delle sue reminiscenze personali a Parigi. Come le Cento Novelle antiche sono prese non di rado dai fabliaux, così i personaggi e i fatti del Decamerone rammentano più volte la letteratura e la storia francese. Il Baldelli ed il Tiraboschi prima che si potessero conoscere le grandi pubblicazioni fatte più tardi, avevano giù numerato 13 novelle di origine francese; ora molti dotti s’occupano a ricercare le origini del Decamerone nelle letterature straniere, ed ogni giorno ne trovan delle nuove. Il Filocopo prende il soggetto dal poema Flore e Blanchefleur, che tradotto in un gran numero di lingue, fu pubblicato nel 1312 in F rancia. come versione dallo spaguuolo, essendosi allora perduta ogni memoria della redazione originale, ritrovata più tardi. Il Filostrato sviluppa l’episodio di Troilo e Briseida nel poema della Guerra di Troja di Benoît de S. More. Nel Corbaccio sono nominati Orlando, Oliviero, Tristano; nellAmorosa visione, il re Arturo Perceval, Lancilotto, Ginevra, Isotta coi pari di Carlo Magno.

Se poi, invece del soggetto e delle reminiscenze storiche, ci facciamo a considerare la forma letteraria di quei trecentisti, che ci vengon dati come modello d’impeccabile purità nella lingua, noi restiamo sorpresi di trovarvi un così gran numero di gallicismi e di parole affatto provenzali. Chi non vuol prendersi la briga di riandare pazientemente questi antichi scrittori, basta che legga le opere filologiche del Nannucci, che guardi ad una collezione qualunque degli scrittori del Trecento, annodata con qualche criterio, e vedrà subito una messe abbondantissima di parole straniere. Vi troverà, non solo magione (maison) per casa [1], ma senza e san faglia (sans faille) per senza fallo [2]),  donna gente (gente dame) [3], dolzore (douceur) per dolcezza [4], mante (maintes) per molte [5] . Nel Tesoretto di B. Latini troviamo torno (tournée), triare (trier), zae (ça), concotisa (convoitise), ed altre parole affatto francesi. Guittone d’Arezzo dice: amico tradolce mio per mon très doux amis. Nel Villani troviamo semmana (semaine), agio per età (âge), infamato (enfamé), damaggio (dommage), a fusone (à foison), ridottare, ridottato (redouter, redouté), quittare (quitter) [6].

Questi esempi si potrebbero moltiplicare all’ infinito, specialmente se ai gallicismi si volessero unire le parole venute dal provenzale, come ad esempio, abbellire per piacere, traito per traditore, ciambra per camera, triera per tregua, cesmata per ornata, ploia per pioggia [7], miraglio per specchio [8], sobranzare per avanzare, superare [9], vengiare per vendicare [10], come anche dal provenzale ci venne la parola trovare (trouver) per poetare. Ma sarebbe inutile fermarsi ad allungare questa nota, quando ognuno può vedere nel Nannucci, un intiero volume di Voci e locuzioni italiane, derirate dalla lingua provenzale.

Ma ora, potrebbe il lettore giustamente chiederci: cosa prova quest’arida e lunga serie di citazioni? Dobbiamo noi dunque credere finalmente a coloro che vogliono far nascere la letteratura italiana dalla francese, e confessare che veramente non abbiam saputo fare altro, se non rimandare alla Francia, sotto altra forma, ciò che da essa avevamo prima ricevuto? Queste non sono le conclusioni, che noi vogliamo cavarne. Di certo, i fatti qui sopra citati portano alla irreparabile distruzione delle teorie di coloro, i quali vorrebbero una letteratura italiana indipendente, isolata dal resto del mondo, e temono che ogni contatto straniero possa inaridire affatto la vena della ispirazione e del gusto nazionale. Essi s’attaccavano, come ad ancora di salvezza; all’autorità degli scrittori del trecento; e la storia viene ora a provarci, con una evidenza indisputabile, che questi trecentisti avevano appunto quella tanto biasimata mania di leggere libri stranieri, e quel che è peggio libri francesi. Essi traducevano, imitavano, cadevano in quei gallicismi, che poi il genio della lingua ha giustamente respinti, come un corpo estraneo; e con tutto ciò, seppero fondare la letteratura più originale, più nazionale, quella che è divenuta il modello e la guida delle altre moderne. Lasciamo, dunque, che di questi fatti si preoccupino coloro solamente, che debbono temere per la esistenza delle loro teorie. Noi, fidenti nella forza immortale del genio della nazione, non possiamo temere di riconoscere i molteplici rapporti, che essa ha avuto colle altre; e seguiamo con fiducia il progresso della storia.

X.

E innanzi tutto, discorriamo senza reticenze. Che cosa sono queste tanto vantate lingue e letterature del medio evo? Per qual ragione furono nella Francia stessa così lungamente dimenticate; per qual ragione tutti gli sforzi prodigiosi degli eruditi, non sono riusciti a dare quella gloria, con cui sono sempre retribuite le opere dei grandi artisti, a nessuno di quei poemi, a nessuno di quei racconti? Facciamo parlare giudici competenti; ascoltiamo quello stesso Le Clerc, che, nella Storia letteraria di Francia, s’è fatto con molta dottrina sostenitore di giudizi, che sembrano assai poco favorevoli alla originalità della nostra letteratura. Ecco come egli ragiona della lingua e poesia francese: La lingua si trasformava senza posa, perchè niuno s’adopera a renderla corretta, regolare, e perchè, fra gli autori che meglio riuscirono a propagarla, niuno seppe determinarla e fermarla. Guai alle opere trascinate dall’onda delle eterne mutazioni! Non essendosi mai fatta una scelta severa, fra i capricci mutabili della lingua d’ogni giorno, essa muta presto e si rinnovella. Siccome non v’è legge, l’usanza regna sola, e non regna che un momento: si direbbe che molte lingue diverse si succedono. In questo modo, gl’ingegni più eletti potevano esser deviati dal lavorare intorno ad opere, che dovevano perire » [11]. Non fu dunque nè il caso, nè la colpa dei posteri, se quelle opere d’un giorno non vissero che un giorno. Ma ascoltiamo ancora un altro dotto archeologo francese. Édélstand du Méril, dopo aver notato, che quegli antichi poeti alteravano, coi loro sentimenti personali, le storie che pretendevano narrare, continua così: «Se un fatto colpiva l’immaginazione, per le difficoltà che si dovettero vincere, o le conseguenze che aveva prodotte, subito esso pigliava, nella bocca del popolo, proporzioni gigantesche. Non si discorre più di uomini ordinarii; ma di eroi, che la tradizione ingrandisce a piacere, con imprese impossibili. La realtà si nasconde sotto metafore, il cui vero significato s’altera assai presto; e si finisce così, col dare un valore storico a figure di rettorica. Negli ultimi anni dell’xi secolo, le antiche tradizioni nazionali, non ancora dimenticate, avevan pure subìto queste trasformazioni; ma quando, divenuto più generale e più vivo il gusto della poesia, ebbe così stranamente moltiplicato i poeti, che se ne poteron trovare fino a 1,500 nella stessa festa; allora ognuno emulava gli altri, con invenzioni più accette al suo pubblico. Come dei mendicanti spudorati, essi provocavano la limosina, sostituendo la novità delle avventure, all’interesse storico dei fatti [12]». E più oltre, ragionando della poesia lirica, ripete osservazioni simili, e conclude: e Se mai qualche povera immaginazione, smarrita in una tale letteratura, si fosse lasciata andare ad un lampo d’originalità inusitata: il suo pubblico sconcertato, perchè impotente a comprenderla, l’avrebbe richiamata subito all’usata volgarità, a la banalité.» [13]

Noi ora domandiamo ad ogni uomo di buon senso e di buona fade, se una letteratura, che viene così giudicata da’ suoi stessi ammiratori, possa in alcun modo paragonarsi alla letteratura italiana. I fatti, sin ad ora raccolti dagli eruditi francesi, ci provano solo l’esistenza d’una lingua per più secoli coltivata da centinaia di scrittori, senza che sia mai potuta uscire da quel tumultuoso e incerto e vario carattere, che è proprio dei dialetti, a segno tale, che essa viene rassomigliata da’ suoi stessi lodatori alla successione di molte lingue diverse. Quei fatti ci provano ancora l’esistenza d’ una specie di fantastica mitologia poetica, e d’una letteratura, che serba tatti quanti i caratteri incerti ed informi della lingua in cui s’ esprime. I giorni fecondi alla mitologia erano scomparsi per sempre con la Grecia e con Roma, le quali crearono un mondo poetico, che resta immortale nella storia dello spirito umano. Il Cristianesimo aveva, invece dato origine a nuovi affetti e idee nell’anima dell’uomo, che, acquistata una più chiara conoscenza di sè, sentiva, nel suo rinnovato spirito, scomparire gli Dei dell’Olimpo. Quindi ne dovette seguire, che fino a quando la sorgente della ispirazione non partì dalla nuova coscienza cristiana, la letteratura s’aggirò in una serie di vani o puerili tentativi. E ciò si vide chiaramente nei poeti provenzali e francesi, che caddero nell’esagerato e nel convenzionale, prima di toccare il vero, e non poterono mai uscire dal circolo vizioso, in cui si eran chiusi, e da cui solo l’Italia seppe cavarli. Orlando, Rinaldo e tutti i paladini di Carlo Magno e della Tavola rotonda debbono assai più a quei poeti, come Berni ed Ariosto, i quali con l’ironia dettero loro un ultimo addio, che non a tutti i più sinceri lodatori delle loro impossibili imprese, ai quali niuno darà mai la gloria, che pure accompagna sempre le opere dell’arte vera, in tutti i tempi.

XI.

Gl’Italiani, adunque, vengono innanzi assai cauti e guardinghi. Essi vanno a Parigi, leggono tutti i romanzi francesi, e tutti i poeti della gaia scienza; ma non s’attentano ancora a scrivere la propria lingua. Se non sono ancora sicuri del fatto loro, preferiscono usare il latino o le lingue straniere. Ma quando scrivono le prime poesie volgari, l’italiano è uscito per sempre dall’incertezza, ed ha preso già quel carattere che serberà per più di sei secoli. E l’arte mantiene il medesimo indirizzo, perchè le prime parole sono anche i primi poemi del genere umano. Le antichissime canzoni dei nostri scrittori ce li mostrano già pronti ad uscire per sempre dalle convenzioni della gaia scienza e dai fantasmi della cavalleria. Essi pigliano le loro ispirazioni dal cuore dell’uomo, e dalla realtà della vita. Così avviene, che non appena la musa italiana pone la mano sulla sua lira immortale, e ne cava i primi suoni; tutti quanti gli eroi della cavallerìa fuggono e si perdono nella nebbia, da cui erano nati. La nuova luce della letteratura che sorge illumina un mondo reale, ed i nostri poeti sembran dire agli stranieri: nella natura vi sono maraviglie più grandi di quelle, che voi avevate sognate colle vostre fantasie.

Esaminare, adunque, ricercare tutti gli elementi che dalla poesia straniera, dalle tradizioni, superstizioni e leggende filtrarono nella nostra poesia, è opera di certo utilissima, perchè ci pone in relazione con la storia di tutti i popoli; ma il carattere che costituisce l’arte italiana, e forma la sua gloria, sta tutto in quel nuovo slancio che la cava, d’un tratto e per sempre, fuori del mondo dei fantasmi, delle convenzioni e delle non interrotte allegorie, cavandone contemporaneamente tutta quanta l’Europa. Così l’Italia non ridonava alla Francia ciò che prima ne aveva ricevuto; ma le diveniva maestra, perchè le apriva un mondo nuovo.

Quando i moderni eruditi avranno finito le ricerche intorno al Decamerone; essi vi troveranno dei racconti arabi, indiani, e sopra tutto dei racconti presi dai fabliaux, che pure gli avevan presi da altri; ma non perciò sapranno ancora nulla intorno al suo valore intrinseco. Per qual ragione questi racconti mille volte ripetuti in tante letterature, e sempre dimenticati, ad un tratto divengono fra noi un monumento immortale d’arte e di poesia? Non possono di ciò esser cagione i racconti stessi, che furon sempre invenzione del popolo, che si tramandano da una nazione e da una generazione all’altra, che i poeti presero sempre, ovunque li trovarono e da chiunque li ebbero. Nè Shakspeare, nè Omero, nè Goethe inventarono i fatti che descrissero nelle loro poesie; e nulla toglie nè aggiunge ai drammi d’Otello e di Giulietta l’essere il soggetto preso dall’Italia. I poeti prendon dalla storia, dalla natura, dalla tradizione, ed in ciò sono tutti uguali. Ma il mondo appartiene veramente all’uomo di genio, solo a condizione che sappia farlo suo. Egli deve impadronirsi dei personaggi, che ritrova, tradurli quasi in sostanza propria, e cavarli dal suo seno, come creazione della sua fantasia, da cui essi aspettano quella realtà e quella vita, che può farli rimanere immortali nel mondo dell’arte. Per qual ragione quei personaggi incerti, fantastici ed astratti dei racconti francesi, che traversano come ombre tutto il medio evo, divengono ad un tratto personaggi reali nel Decamerone? In essi troviamo, con la più pura ed elegante favella, descritta la intricata e molteplice vicenda delle cose umane. Il maraviglioso e l’impossibile scompariscono, e ci viene invece riprodotto quel contrasto di capricciosa fortuna e d’umane passioni, che crea la mutabilità della nostra sorte. Il poeta ha una grande esperienza degli uomini, ed un continuo sogghigno sulle labbra; perchè egli vede, sotto la sua penna, un mondo di sogni e fantasmi trasformarsi nel mondo reale di uomini schiavi delle loro passioni e dei pregiudizi, che essi medesimi crearono. Quella tendenza, che noi osserviamo continuamente nel Boccaccio, di dar carattere storico ai suoi personaggi; determinare la nascita, la patria, la vita, il nome di uomini che vissero solo nella fantasia del popolo; ci prova chiaro il bisogno di realtà e di verità, che è in lui come in tutti quanti i nostri scrittori. E così la morta poesìa finalmente rinasce, per opera degl’Italiani, in Europa.

Le medesime osservazioni noi possiamo ripetere intorno al Petrarca. È inutile fermarsi a cercare nei suoi Trionfi il nome d’Arturo e di Orlando: una tale ricerca non farebbe altro, che persuaderci come quel mondo eroico, che aveva invaso tutto quanto il medio evo, siasi dileguato, lasciando appena una debole memoria di sè. Piuttosto noi possiamo nelle sue poesie scoprire delle relazioni colla lirica francese e provenzale. Quell’artifizio qualche volta troppo visibile nella rima e nei concetti meditati, in una forma troppo epigrammatica, o anche forzatamente allegorica; quelle lodi studiate alla sua donna, trovan di certo moltissimi riscontri nei poeti che lo precedettero. Ma chi avrà pazientemente osservato tutto ciò, conoscerà, nelle poesie del Petrarca, quella parte sola che non rivela alcuna delle sue grandi qualità. Ciò, che veramente costituisce la sua poesia, e lo cava fuori della schiera volgare dei rimatori, è la descrizione vera d’un affetto nobile e gentile; la viva rappresentazione di tutti i moti del cuore umano, dominato dall’amore, fatta da chi ne ha avuto una vera esperienza, e non scrive più per artificio rettorico. Con una lingua pura, come onda cristallina, con una ricchezza di colori, che spesso fan somigliar le sue odi ad un prato di fiori odorosi, egli rivela la realtà e la misteriosa grandezza d’una passione, che ridestò in lui i più nobili sentimenti dell’animo. Allora l’artifizio provenzale, che cantava donne spesso neppur vedute, e solo per rallegrare i convitati fra gli evviva degli ultimi bicchieri, è morto per sempre.

Ma Petrarca e Boccaccio vennero, quando la letteratura italiana era già formata per opera di Dante Alighieri; noi dunque dobbiamo venire al soggetto principale del nostro ragionamento.

XII.

Dante Alighieri nasceva nel 1265. La letteratura italiana faceva ancora vani tentativi, con poesie liriche, in cui la imitazione provenzale e francese era troppo visibile, ed il genio originale mancava o era soffocato fra le convenzioni e gli artiticii della gaia scienza. Questo giovane fiorentino, che era predestinato a rappresentare un secolo, entrava nella vita, inconsapevole del suo grande avvenire. Pieno d’un ardente amore per la libertà, egli doveva trovarsi in mezzo all’urto più violento delle passioni politiche, fra le quali la sua anima di ferro si temperò come una spada. Noi lo troviamo alla testa della repubblica, noi lo vediamo soldato combattente a Campaldino, e più tardi esule, che cerca col ferro aprirsi le porte della sua città. Ma prima che egli sapesse di dover essere un politico ed un poeta, che doveva descrivere fondo a tutto l’universo, lo troviamo nella sua più tenera età, costretto a sostenere una battaglia più dura di quella di Campaldino. Quando era ancora inconsapevole della vita, ed ignorava che cosa fosse questo amore, di cui tanto parlavano i poeti, vide una donna, che s’ impadronì violentemente del suo cuore. Non era questa una passione, che potesse ispirare versi da cantarsi fra i tornei e le allegre brigate. Tutto il suo studio era, invece, di nascondere al mondo il nuovo e terribile affetto, che lo sguardo di un indifferente poteva solo profanare. Egli cercava un’altra donna, sotto il cui nome coprire la vera passione che lo straziava. A lui pareva d’essere divenuto maggiore di sè, che un Dio più forte di lui si fosse impadronito della sua anima; eppure gli sembrava d’essere ridicolo al cospetto del volgo, che eragli divenuto odioso. Quando la sua Beatrice s’avvicinava, egli ci dice, che sentivasi mancare prima di vederla; e le donne ridevan di lui. Ma non v’era modo. Ella col volgere de’ suoi occhi penetrava nel suo animo, s’impadroniva de’ suoi pensieri, ed a lui sembrava che lo scopo della sua vita fosse tutto nel ricevere il saluto di lei. Supporre che in tale stato si potesse mettere ad imitare i provenzali, o qualunque poeta al mondo, sarebbe non aver nulla compreso del suo cuore. Egli era nella condizione, in cui la poesia non può ancora esser soggetto di arte, perchè è un fatto reale e misterioso, che nessuna parola può raggiungere. Pure, nell’impeto della passione, egli era entrato in una tempesta, nella quale tutte le potenze del suo spirito si moltiplicavano; e poteva veramente dire alla donna, che doveva rendere immortale col suo amore: più io ti do, e più io possiedo. Fra poco, infatti, la passione erompe impetuosa, e la poesia sgorga, già formata, dal suo animo, come una musica improvvisa, che egli non sa più contenere. Quale era questa poesia, quale era questo nuovo linguaggio, in cui doveva più tardi manifestarsi la vita, l’anima di tutto un popolo?

Poteva il poeta scegliere una lingua diversa da quella, con cui la sua donna lo aveva fatto conoscere a sè stesso, aveva nel suo cuore evocato la poesìa, e nell’ignoto giovanetto trovato il fondatore dell’arte moderna? Essa aveva sollevato l’animo suo ad un disprezzo profondo di tutto ciò, che era basso e volgare, ad uno sdegno superbo d’ogni convenzione, d’ogni artifizio. I retori e i pedanti, infesta genia, che anche allora vivea, egli avrebbe odiati, se la forza del suo affetto non lo avesse trascinato troppo lontano, per ricordarsi della loro esistenza. Dalle allegorie scolastiche non si potè sempre liberare: ma nel mentre i suoi contemporanei se ne valevano a nascondere il vuoto dei loro affetti, egli, invece, se ne servì a velare l’ardore della passione che lo consumava. E così anche allora, di sotto a quelle aride foglie, sorgeva rigogliosa la schietta poesia, come un fiore che diffonde per tutto i suoi profumi. Egli finalmente acquista la coscienza pienissima di sè, e ripete ad alta voce, che i suoi versi saranno immortali, perchè s’è lasciato guidare dall’amore stesso. V’è nella Divina Commedia un passo, che dobbiamo riportare; giacchè in esso il poeta, ripetendo ciò che aveva pur detto nella Vita Nuova, ci spiega, più chiaro ancora, la cagione per cui le sue liriche dureranno eterne. Egli incontra nel Purgatorio XXIV, 49-60) Bona-giunta da Lucca, amico di Guittone d’Arezzo e del notaio Jacopo da Lentino, tre rimatori della vecchia scuola. Bonagiunta gli dice:

Ma di’ s’ io veggio qui colui che fuore

Trasse le nuove rime, cominciando:

Donne ch’ avete intelletto d’amore?

Ed io a lui: Io mi son un che quando

Amore spira, noto, ed a quel modo

Che detta dentro, vo significando.

O frate, issa vegg’io, diss’ egli, il nodo

Che il Notaio e Guittone e me ritenne

Di qua dal dolce stil nuovo ch’ i’ odo.

Io veggio ben come le vostre penne

Diretro al dittator sen vanno strette,

Che delle nostre certo non avvenne.

Ed è strano veramente che, dopo queste sì esplicite dichiarazioni del poeta, i suoi comentatori s’affatichino tanto intorno alle allegorie, intorno a quei passi, nei quali esso, non seguendo la voce del suo cuore, ricadeva negli artifizi del secolo, e diveniva oscuro a noi e forse a sè stesso. Quando, infatti, nel Convito e nella Vita Nuova si pone a spiegarci il senso riposto delle sue liriche, la oscurità diviene assai maggiore. Le sottili distinzioni, i sofismi, a cui s’abbandona e nei quali si perde, ci provano che il comento è ricaduto in quella scolastica, da cui il poeta s’era liberato. Chiedere a lui un significato chiaro di ciò, che forse per lui stesso era incerto e confuso, è opera vana; bisogna piuttosto chiedere al secolo la spiegazione d’un’arte, o più veramente d’un artifizio, di cui lo scrittore stesso non è sempre chiaro abbastanza. Ma di ciò parleremo più basso.

Intanto Beatrice scomparisce dalla terra, ed il poeta allora non ha più ritegno. In un momento di eccessivo ed esaltato dolore, esso annunzia agli amici la morte di lei, come una pubblica calamità. Per lui s’era infatti dileguato il sublime ideale del suo genio. Il nome, l’età, i giorni, in cui ella nacque, in cui la vide, in cui morì, prendono un mistico significato; ed a poco a poco la morta giovinetta rinasce nel suo cuore, come un’ idea. Tutto ciò che seppe immaginare di nobile, di sovrumano, si chiamò per lui Beatrice. Essa si trasforma nella patria, nella teologia, diviene la guida luminosa de’ suoi anni più maturi, quando restato solo, si trova uomo ormai consapevote di sè, e s’apparecchia ad entrare in una serie di nuove lotte, che daranno materia ed ispirazione a nuovi canti. Colei, che aveva fatto nascere nel suo cuore il desiderio smisurato d’un grande avvenire, rimane per sempre come la sua seconda coscienza, l’anima della sua anima.

VIII.

Uno dei caratteri dell’uomo di genio è quello di presentarci, in tutte le vicende della sua vita, come lo sviluppo d’una stessa idea, mirando sempre ad un medesimo scopo. Ma quando veniamo a ragionare della vita politica dell’Alighieri, troviamo che molti storici ce la dipingono piena di contraddizioni. L’Alighieri, secondo essi, avrebbe obbedito più alla passione che alla ragione, e può essere più facilmente perdonato, che scusato. Dominato fieramente dagli odi di parte, egli perseguitò con eccessivo rigore i suoi nemici; nato Guelfo e salito al potere per opera dei Guelfi, si mutò in Ghibellino, quando lo esiliarono da Firenze. Nè contento di ciò, s’unisce con coloro che invitano lo straniero in Italia, e scrive un’ opera per giustificare. con una teoria politica il suo incostante spirito di parte. Ma quando noi consideriamo che, insieme con Dante, molti dei più illustri e sinceri patriotti di Firenze si mutarono di Guelfi in Ghibellini; saremo allora costretti a portare sulla condotta politica del nostro poeta un diverso giudizio; perchè essa non ci apparisce più, come la conseguenza di opinioni e ragioni personali, ma bensì d’un mutamento generale, che ha luogo nelle parti stesse, in cui eran divise la repubblica fiorentina e l’ Italia.

Il partito Guelfo era stato in origine il partito democratico e nazionale. Avverso ai Ghibellini, che erano sostenuti dall’Imperatore e dai signori feudali, esso combattè l’aristocrazia, il dominio straniero, e fu sostenitore delle libertà comunali in Italia. Il papa, in guerra continua coll’Imperatore, si trovò quindi protettore e capo naturale dei Guelfi, e sembrò amico della indipendenza dei comuni, i quali sorti in mezzo ad una società teocratica, obbedivano in sul principio ciecamente ai suoi voleri. Ma quando l’autorità dell’impero venne fiaccata, e il feudalismo crollava per ogni lato in Italia, le cose mutarono subito aspetto. I comuni, divenuti intolleranti d’ogni supremazia, osarono qualche volta chiudere le porte in faccia ai legati del papa, che voleva sempre soprastare. La società civile, acquistata coscienza della propria dignità, della sua autonomia, cercava per ogni dove liberarsi dal giogo teocratico. E da un altro lato, i papi impauriti da questi fatti minacciosi, dimostravano chiaramente e senza vergognarsene, che lo scopo della loro politica non era stato di fondare stabilmente le libertà comunali; ma sibbene crescere d’autorità, aprirsi una via ad estendere e dare più saldo fondamento al loro temporale dominio. Quindi una divisione doveva inevitabilmente nascere nel seno stesso del partito Guelfo, una parte del quale, infatti, dichiarandosi avversa al papa, cominciava già a combatterlo. Questa divisione cominciò ben presto a sorgere nel seno di varie repubbliche; ma in nessuna si vide così manifesta, come in Firenze, centro principale del Guelfismo. Distrutta ogni autorità goduta un tempo dalle antiche famiglie feudali, la democrazia trionfava pienamente. Ma la mercatura aveva pure accumulato grandi ricchezze nelle case d’alcuni Guelfi, che già mostravano di ereditare ancora quelle antiche passioni, che tanto sangue avevano fatto versare in Firenze. Alla nobiltà del sangue succedeva così una nobiltà del danaro, la quale con le stesse mire ambiziose, non potendosi appoggiare all’imperatore, s’appoggiava al papa, che la secondava per tener bassa la cresciuta audacia del popolo. Dante nacque nel tumulto più fitto di queste passioni, Guelfo e democratico, egli si mantenne fedele più assai ai principii, che al nome del suo partito. Giovane ancora, quando la divisione non era così manifesta, egli combatteva a Campaldino contro i Ghibellini d’Arezzo. Ma eletto dal popolo fra i Priori della repubblica, trovò la prepotenza dei ricchi già troppo manifesta. Capitanati dall’ambizioso Corso Donati, che era chiamato in Firenze il Barone, essi miravano apertamente a distruggere quegli Ordinamenti di Giustizia, coi quali Giano della Bella aveva trovato l’ultima forma della democrazia fiorentina. Dante allora non esitò a valersi d’un’autorità, che doveva durar due soli mesi, al fine di sventare le mire del partito avverso alla libertà; egli combattè quei ricchi, che volevano violare gli statuti, e si dichiarò avversario fierissimo di Corso Donati. Ed essi allora si volsero a Bonifacio VIII, la cui incerta politica, mirando solo a crescere il proprio dominio, venne subito in loro aiuto. Così Firenze si trovò divisa fra Neri, ricchi e prepotenti, che appoggiandosi al papa, pretesero d’essere i veri Guelfi, e i Bianchi, Guelfi anch’essi, ma democratici e pronti all’uopo a combattere il papa, per sostenere l’indipendenza della repubblica. E Dante non esitò punto a seguire l’intrapreso cammino. Non si spaventò d’essere chiamato Bianco e di combattere il papa; ma volle tenersi fedele agl’interessi della repubblica. Guido Cavalcanti, Dino Compagni, Villani e tutti i Guelfi più intelligenti e liberali seguirono la stessa via. La storia ci dimostra che le loro preoccupazioni non erano esagerate. Essi furono vinti, è vero, e la più parte andarono in esilio; ma nel tempo stesso, in cui uscivano i Bianchi dalla loro terra natale, v’entrava lo straniero Carlo di Valois, chiamatovi appunto dal papa. I gendarmi francesi passeggiarono da padroni le vie di Firenze, che andò parecchi giorni a sacco ed a fuoco, per opera dei Neri.

Quando l’Alighieri si vide costretto ad andare ramingo di terra in terra, a salire e scendere le altrui scale, quando fallirono i primi tentativi di rientrare colla forza in Firenze; egli si trovò ben presto in mezzo ad una società nuova, composta dagli avanzi di coloro; che avevano nei vari comuni combattuta una lotta simile alla sua, al pari di lui soccombendo; essi cercarono rannodarsi intorno alle antiche famiglie Ghibelline, per movere guerra al partito papale, e così a poco a poco gli esuli Guelfi si trovarono divenuti Ghibellini. Ora che la potenza imperiale non era più temibile, la vecchia aristocrazia quasi annullata, la politica del papa affatto mutata, si andava formando un nuovo partito, che sollevava la bandiera imperiale per minacciare il papa. Questo Ghibellinismo nuovo del secolo xiv si riannoda alle tradizioni classiche dell’impero romano; non ha nulla che fare col Ghibellinismo più antico degli amici di Federico Barbarossa. Siamo anzi nel tempo, in cui deve formarsi un partito nazionale e cattolico, ma fieramente avverso al dominio temporale dei papi; il partito a cui appartennero più tardi quasi tutti i nostri più grandi scrittori. Dante fu per qualche tempo l’anima e la mente di quegli esuli, fra i quali cercò di far nascere l’idea d’una patria comune, che doveva più tardi fare scomparire i Guelfi e i Ghibellini. Il libro de Monarchia è nel medesimo tempo il programma di questi esuli inquieti, e la prima pietra del partito nazionale. Molti critici lo giudicarono assai imperfettamente, quando, ne vollero fare un opuscolo di partita, o ne presentarono un’analisi, in cui, dando a tutte le idee la medesima importanza che vi dava l’autore, non distinsero in esso ciò, che egli prese sovente dal suo secolo e dalla scolastica, da ciò che egli dice di nuovo e di originale, e per cui acquista una vera, una grande importanza, come filosofo e come primo tra gli scrittori politici, che escono fuori del medio evo.

Le dottrine politiche del medio evo erano un ritratto fedele delle condizioni, in cui si trovava la società di quel tempo. La teocrazia dominava sullo Stato, la teologia sulla filosofia, l’autorità sulla ragione, e la Provvidenza guidava gli eventi della storia, senza che l’uomo vi potesse quasi contribuire in modo alcuno. - Gl’imperi cadono e gl’imperi sorgono, perchè Iddio allontana o avvicina la sua mano: - questa era tutta la filosofia della storia, nel medio evo. La civile comunanza era il funesto effetto della colpa, per cui l’uomo cadde dalla sua prima innocenza; bisognava dunque affrettarsi ad uscirne, per entrare nella vita spirituale della Città di Dio. S’era però assai presto sentita la necessità d’abbandonare questi sofismi, e noi vediamo infatti due tentativi. La scolastica riconosce già con S. Tommaso una legge naturale; razionale, diversa dalla legge divina; con essa si direbbe quasi, che la società poteva acquistare un fondamento proprio e indipendente. Ma in questa legge naturale il principio del diritto e della morale sono per modo identificati, che la Chiesa ripiglia sullo Stato e sul diritto la stessa autorità, che aveva sulla morale, la quale ha tutto il suo fondamento in quel foro interno della coscienza, dove la religione domina senza limiti. Il secondo e più audace tentativo vien fatto dagli scrittori ghibellini. Essi formolano la dottrina d’un’autorità imperiale, derivata direttamente da Dio, che la concesse prima al popolo romano, e la tramandò poi in eredità all’Imperatore germanico. In questa dottrina, la storia romana e la società pagana riacquistano tutta la loro importanza. L’uomo ha potuto pur fare nel mondo qualche cosa di grande, al di fuori della teocrazia, e un’autorità civile si pone in termini d’uguaglianza in presenza del papa e della Chiesa. Se non che, in questa dottrina, che fu chiamata delle due spade, la temporale e la spirituale, gli scrittori ghibellini, opponendo il dominio universale dell’imperatore a quello della Chiesa, che volevano limitare, dimenticavano la società stessa, e non sapevano dare un fondamento razionale allo Stato. L’autorità dell’Impero veniva da Roma, veniva da Dio; si ricorreva alla storia, si ricorreva a pigliare esempi dalla fisica, dall’astronomia, e non si pensò mai a vedere, se la società poteva in se stessa trovare un fondamento naturale e razionale, che ledesse una personalità indipendente dalla Chiesa e dall’Impero. Ciò era forse naturale, perchè questa assoluta indipendenza della società civile non accomodava nè agli scrittori Guelfi nè ai Ghibellini, che volevano ambedue, in diverso modo, tenerla infeudata. Noi li vediamo discutere e accapigliarsi intorno al paragone, che facevano allora della Chiesa e dell’Impero al sole e alla luna, a Giuda e Levi, a Saulle e Samuele, e simili.

La Monarchia di Dante ci presenta il ritratto fedele di tutta questa lotta. L’autore si perde nelle più sottili dispute della scuola, esaminando a parte a parte gli argomenti; ed esso combatte di continuo i sofismi politici con altri sofismi. Lo vediamo perdersi lungamente a provare, che il paragone del sole e della luna non è giusto, e così via discorrendo. Ma a noi non occorre fermarci in un tale esame; perchè l’Alighieri, in tutte queste sottili argomentazioni, rimane un aristotelico avviluppato ancora fra gl’ingombri delle dottrine scolastiche. Se non che di tanto in tanto egli manda dei lampi di luce, che ci fanno presentire il futuro della scienza, e danno al suo libro una grandissima importanza .

Lasciando dunque l’analisi minuta del suo libro a chi ha maggiore spazio al suo lavoro, facciamo a noi stessi quest’unica domanda: Che cosa v’è di nuovo e di originale nella Monarchia, che cosa ne costituisce la grande importanza? Ebbene, in mezzo al vasto apparato di scolastiche dottrine, che l’Alighieri piglia dal suo secolo, v’è il germe fecondo d’un principio nuovo, che posto in mezzo alle teoriche imperiali e papali le farà scomparire ambedue; come il sentimento d’una patria comune, gettato in mezzo ai partiti dallo stesso Alighieri, doveva fare scomparire Guelfi e Ghibellini.

Qual sostenitore dell’Impero, Dante ha rinunziato al concetto guelfo, che non voleva riconoscere tutta l’importanza della storia profana, e quindi il valore dell’umana volontà nei fatti della storia. Roma antica era per gli scrittori ghibellini una città terrena e pagana, ma protetta e benedetta da Dio; la virtù romana ammirabile, imitabile da ogni cristiano. L’Impero germanico aveva ereditato le tradizioni del romano, e doveva rinnovarle, secondo, la volontà espressa di Dio, da cui riteneva la spada temporale. Questo Impero, secondo l’Alighieri, deve essere universale e perenne; e chiunque contrasta la sua autorità, va contro i divini decreti. Ma la sua sede immutabile è l’Italia, è Roma; in mezzo al popolo predestinato, nella città eterna dei Consoli e dei Cesari, risplenderà di nuovo la gloria delle profanate tradizioni. E qui egli s’ abbandona ciecamente alla sua utopia. L’Impero deve lasciare a ciascuno Stato, antico o nuovo, principato o repubblica, i suoi statuti, le sue leggi. Esso sarà il regno della pace, della giustizia e della libertà; perchè il monarca universale non può estendere i confini della sua ambizione oltre quello che già possiede; non può desiderare altro che il bene de’ suoi sudditi. I governatori saran destinati ai governati, e non viceversa. E fin qui non abbiamo altro, che l’ utopia del fiero Ghibellino, il quale sentendo che con lui s’inizia una civilià nuova, e avendo nell’Italia dimenticato il municipio, sogna già la sua patria alla testa d’un mondo rinnovato [14].

In vero, questa unità generale fu diversamente, ma pur sempre cercata da tutti gli scrittori del medio evo, Guelfi o Ghibellini, i quali cominciavano e finivano sempre col ripetere, che la perfezione è nella unità, che vi deve essere un solo principe negli Stati, perchè un solo Dio governa il mondo; e volevano quindi un Monarca dei monarchi nel Papa o nell’Imperatore. Ma in tutto questo essi dimenticavano sempre la personalità, il valore della civile comunanza e dello Stato. Contro di ciò i fieri spiriti del repubblicano fiorentino reagivano fortemente, e noi siamo così condotti alla parte più originale della sua opera.

Diciamolo dunque in brevi parole: è ormai dalla storia provato, come il primo che abbia dato, nel medio evo, una vera definizione del diritto, ed abbia saputo vedere in esso il solo fondamento razionale della società e dello Stato, è appunto l’Alighieri. Questa osservazione fatta con grande acume dal Carmignani, venne riconfermata ancora da molti scrittori stranieri. Se non che il Carmignani professando circa le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, e sul dominio temporale dei papi, opinioni alquanto diverse da quelle di Dante, o non vide o non volle dir sempre tutta la grande importanza, e tutte le conseguenze, che quella definizione del diritto portava nel libro de Monarchia, col quale s’inizia veramente la nuova scienza politica, e si espone il fondamento, su cui riposano le società moderne.

Il diritto, dice dunque l’Alighieri è una relazione reale e personale degli uomini fra loro, o degli uomini verso le cose, relazione che osservata, la società si conserva, non osservata, la società si discioglie [15]. E traducendo questa definizione nel linguaggio moderno, avremo che il diritto, determinando queste relazioni determina ancora i limiti, in cui a ciascuno deve essere garantita e assicurata dallo Stato la propria libertà d’azione. Fra questi limiti, ognuno è assoluto padrone di sè: delle sue azioni non deve rispondere che a Dio ed alla sua coscienza. Ma ove ne uscisse, egli verrebbe a violare l’altrui libertà, porrebbe in pericolo l’esistenza sociale; onde lo Stato interviene, punisce, impedisce colla forza questa violazione. - Il diritto, domanda ora l’Alighieri a sè stesso, è il risultato d’una pura utilità sociale, ha un valore puramente umano e terreno? - No. risponde esso, la società è fatta, è voluta da Dio; e come le leggi della natura sono opera di Dio, così anche le leggi sociali; anzi il diritto e la giustizia sociale partono da Dio, sono la stessa volontà divina [16].

E qui osservava il Carmignani, la definizione dell’Alighieri ha due grandi pregi: con essa il diritto è chiaramente distinto dalla morale, ed ha un carattere tutto sociale; non è solo un fatto, ma un principio, che ha valore razionale, obiettivo. E da ciò sarà facile ad ognuno vedere tutte le conseguenze, che debbono derivarne nel libro de Monarchia. Lo Stato, la società hanno finalmente ritrovata la loro base e la loro indipendenza; la libertà è sacra, la società umana è ribenedetta, perchè voluta da Dio, e necessaria alla vita spirituale. Senza la Città terrena, la Città celeste diviene impossibile; giacchè solo nella civile comunanza, l’uomo può svolgere tutta la potenza del suo intelletto possibile, della sua anima. senza di che non può entrare nel regno celeste. Così le dottrine del medio evo son rovesciate fin dalle loro fondamenta, e la moderna scienza politica incomincia. Ma il nostro filosofo non è anche contento; egli ancora non s’arresta. Se il diritto è sacro ed inviolabile, se esso è distinto così chiaramente dalla morale e dalla religione; lo Stato deve, per necessaria conseguenza, essere distinto, diviso dalla Chiesa; l’imperatore è indipendente dal papa, il cui regno deve essere tutto e solo spirituale. Chi mai ha fatto un re del capo della Chiesa di Cristo? Costantino non poteva fare la pretesa donazione; il papa non poteva, non doveva accettarla. Roma appartiene all’Impero; il successore di Pietro deve rappresentare Cristo, che disse: date a Cesare quel che è di Cesare. - Ma il padre dei fedeli non è esso infallibile? - La sua infallibilità, risponde arditamente l’Alighieri, è limitata a ciò che egli fa come capo spirituale e religioso; allora tutti e lo stesso Imperatore debbono obbedirgli, come a padre; ma esso non può far male del bene, e bene del male; non può uscire dai suoi confini, per violare ciò che è la espressa volontà di Dio. E ciò fanno i papi, secondo l’Alighieri, non solo col dominio temporale, ma con le loro pretese sulla civile società; perchè esse sono la violazione di quel diritto, che è un principio sociale, inviolabile e sacro, perchè è la stessa volontà di Dio. Quindi il resistere al papa, in questi casi, è un obbedire a Dio.

Queste idee debbono dare al libro de Monarchia una importanza maggiore assai di quella, che vollero dargli molti de’ suoi più caldi ammiratori, facendone un opuscolo d’occasione, per servire ai mutabili fini dei loro partiti politici. Ma Dante, in alcuni momenti, s’era saputo levar troppo al disopra dei partiti, per lasciarsene dominare nelle sue speculazioni. In questi momenti noi dobbiamo sforzarci di misurare l’altezza del suo genio. Ed allora ci persuaderemo facilmente, che egli è davvero il primo iniziatore della scienza politica moderna. Che se al suo libro non fu resa da tutti la dovuta giustizia, ciò si deve attribuire, come osserva assai giustamente uno storico e filosofo tedesco, non solo allo spirito di parte che se ne è sempre voluto impadronire; ma anche al non avere l’Alighieri, nel suo tempo, trovato molti seguaci a queste sue speculazioni: al non avere potuto fondare una scuola. In patte egli precorse di troppo i suoi tempi, ed in parte ancora, bisogna pur dirlo, non seppe alle idee più originali nella Monarchia dare tutta la dovuta importanza, lasciandole troppo spesso affogate nei sillogismi della scolastica. Quindi il suo libre rimane come sforzo gigantesco d’un genio individuale, che vede l’ avvenire, ma ancora non s’è liberato affatto dagli errori del suo tempo, onde non riesce a trascinare seco i suoi contemporanei.

XIV.

Dante aveva dunque sostenuto le battaglie del suo cuore nella prima giovanezza; s’era più tardi mescolato nelle faccende politiche, e nelle feroci passioni dei partiti; aveva governato la repubblica, e l’aveva rappresentata nelle ambascerie. Mandato in esilio, aveva percorso l’Italia, conosciuto le corti e i principi, i cospiratori e i cortigiani, udendo in ogni città le tradizioni, di cui eran piene, ammirando gli splendidi monumenti che sorgevan per tutto Era stato a Parigi, nel centro una volta fiorente della scolastica e della letteratura cavalleresca, e vi aveva nella Università sostenuto dispute clamorose. Ma il paese donde erano stati chiamati dal papa coloro, che erano venuti a distruggere la libertà fiorentina, l’aveva fatto ritornare in patria con ardore più vivo per la politica. Mescolatosi con coloro, che sognavano di poter trovare in un Imperatore tedesco il futuro capo d’un’Italia ghibellina e anti-papale, se ne era fatto quasi il principale rappresentante. Fallita amaramente questa speranza, s’augurò di trovare il futuro Veltro d’Italia in Can Grande, in Uguccione. Ma le illusioni caddero tutte, una dopo l’altra; l’Italia lacerata dalle sue fazioni, piuttosto che comprendere la necessità di riunirsi, s’affrettava alla sua rovina. Così ogni giorno era un vuoto sempre maggiore nell’animo suo desolato, oppresso dall’esilio, dalla povertà dal doversi rinchiudere tutto in sè stesso. Se non che nel suo cuore v’era un segreto non confidato ancora a molti, e che pure diveniva per lui una sorgente d’inusitato conforto. Tutta la sua esperienza, tutte le memorie del passato, tutti i suoi studi ed affetti s’andavano raccogliendo in una sintesi nuova, la quale creava intorno a lui un mondo d’immagini, conversando con le quali dimenticava l’esilio e la povertà. Questo era l’apparecchio ed il primo germe della Divina Commedia; onde è che il miglior comento, il solo utile a far meglio comprendere il poema sacro, sarebbe un’analisi storica e ragionata dei vari elementi, che in esso trovansi raccolti, notando quel che il poeta aveva ricevuto dal suo tempo, per meglio intendere, in qual modo seppe servirsi di questi materiali. Questa sarebbe un’ardua impresa, che i limiti del nostro lavoro non ci consentono. Ma giacchè abbiamo, fin dal principio, accennato alle sacre leggende, ed alle tradizioni popolari che tanta parte hanno nel poema; ci sia permesso di dare un saggio delle ricerche fatte intorno ad esse, perchè serviranno a far meglio comprendere le altre già fatte, o che si potrebbero fare intorno alla Divina Commedia.

Le visioni dell’altro mondo cominciano cogli apostoli e coll’Apocalisse, e si diffondono per tutto l’Oriente. Quelle di Saturo, di Perpetua, di Carpo, di Cristina, rapiti in estasi a contemplare le pene dell’inferno o le glorie del paradiso, riempiono i primi secoli del Cristianesimo. Nel vi secolo dell’era volgare, esse cominciano a divenire un genere permanente e persistente nella sacra letteratura. Ne’ dialoghi di S. Gregorio Magno si parla d’un soldato, che fa un viaggio nell’altro mondo, dove trova un ponte, sul quale passano i buoni, mentre i cattivi, impotenti a passare, restano fra i tormenti. Questo ponte, che alcuni vogliono imprestato dalla teogonia persiana, che si ritrova anche nel Corano, resta come un soggetto obbligato in tutte le leggende posteriori. Molto popolare diviene la leggenda di Barlaam e Giosafatte, che ci parla del figlio d’un re indiano, condotto da un angelo nel Paradiso; e così pure il misterioso viaggio di tre monaci, che per veder dove il cielo e la terra si congiungono, percorrono l’India e arrivano alla porta del paradiso terrestre, dove essi trovano S. Macario, noto nelle leggende della Morte, e citato ancora da Dante (Par. XXII, 49): non potendo entrare, tornano a vivere nel loro convento. Tutte queste leggende orientali, insieme con molte altre, passano colle Crociate dall’Oriente in Occidente, dove mutano alquanto l’indole loro. In Oriente, infatti, predomina quasi unicamente la descrizione del paradiso, mentre fra di noi i popoli germanici fanno subito incominciare la descrizione dell’inferno.

Nell’ottavo secolo è già incominciata la descrizione delle valli infernali di ghiaccio e di fuoco; Beda è uno dei primi a parlarcene. Troviamo continuamente, che gli angeli e i demoni si disputano con una lunga e penosa lotta le anime dei trapassati; e così a poco a poco la leggenda s’arricchisce d’episodi e si sviluppa. Il fuoco, il ghiaccio, la bufera, le fucine diventano le pene inalterabili, e si cominciano a disporre con un certo ordine. Il purgatorio e l’inferno sono dapprima confusi. S’incontra un maraviglioso animale col corpo di quadrupede, colla testa d’uccello, il quale poi, nella Divina Commedia, si trasforma in Gerione. Si trovano per tutto i medesimi serpenti, le stesse valli, il ponte inevitabile, e dal fondo d’un pozzo infernale sorge sempre la gigantesca figura di Satana, che stritola le anime dei dannati, fra i suoi denti insanguinati. Finalmente il paradiso, il purgatorio e l’ inferno sono ben distinti e divisi. Questo lavoro però va innanzi lentamente. Nel ix secolo la leggenda prende un maraviglioso sviluppo, perchè nell’anno millesimo dell’era volgare s’aspettava la fine del mondo, e la credulità aveva largo campo a fantasticare. Ma il mondo non finisce, e la leggenda, per poco sospesa, riprende più rigogliosa il suo cammino nell’xi secolo. Se non che essa ha allora una forma più letteraria ed artistica, meno religiosa. È dipinta; scolpita, raccontata in verso ed in prosa, in latino e nelle lingue volgari; ma è assai più spesso narrazione di fatti avvenuti a Santi da gran tempo morti, che storia di visioni avute da contemporanei.

In questo periodo, l’Irlanda dimostra una singolare attività, producendo quelle che son forse le tre leggende più popolari del medio evo, e pigliano il nome appunto da tre Irlandesi: S. Brandano, S. Patrizio, e Tundalo. L’Irlanda era da antico una terra piena di silfi, di spiriti, di genii, di mostri leggendari e mitologici. Quando il Cattolicismo dall’Inghilterra fece passaggio nella verde Erinni, e pose nella razza celtica quelle radici profonde, di cui tante prove ci ha dato la storia; allora incominciarono subito le chiese, i chiostri, i martiri, l’eroismo e la superstizione religiosa; allora gli hobgoblins, gli spiriti, i genii aborigeni, e la leggenda pagana cedettero il luogo alla leggenda cristiana. Non di rado la più piccola occasione serviva a trasformare l’una nell’altra.

La leggenda latina di S. Brandano, pubblicata la prima volta dal Jubinal nel 1836, deve la sua origine ad un Santo irlandese del sesto secolo, e fu scritta nel secolo xi. Subito la troviamo tradotta in quasi tutte le lingue, divenuta una delle più popolari nel medio evo. Il Santo, adunque, abate d’un convento, riceve notizia d’un’isola fortunata, dove si trova il paradiso terrestre, e si pone in viaggio con alcuni de’ suoi frati. Navigano lungamente, con diversa fortuna, incontrando strane meraviglie. In una isola trovano uccelli bianchi, i quali con voce umana cantano i salmi di Davidde. Essi sono angeli caduti, che restarono indifferenti nella rivolta di Lucifero, e però la domenica si trovano ridotti a questo stato, in pena della loro indifferenza. S. Brandano arriva co’ suoi seguaci presso la porta dell’inferno, vede i diavoli, sente il rumore delle fucine e dei martelli; ma non entra a visitarlo. Più oltre incontra Giuda, che nei giorni di festa viene a riposarsi sopra un’isola, per sollievo concessogli dalla misericordia del Redentore, che egli aveva tradito. Finalmente arriva al paradiso terrestre, meraviglioso giardino, e poi fa ritorno al suo convento.

Questa leggenda si diffonde subito in tutta l’Europa, tradotta in tante lingue, che l’Ozanam maravigliavasi di non trovarla in italiano. Ma un codice magliabechiano del secolo xiv ce ne dà una redazione italiana assai notevole; perchè ci fa vedere in che modo i traduttori di queste leggende si credevano in diritto di aggiungervi discorsi lunghissimi, episodi, capitoli interi. E nel medesimo tempo ci dimostra quanto povera era, specialmente in Italia, la fantasia di coloro che si davano a questa specie di letteratura. La leggenda, per sè stessa arida assai, viene diffusa in una serie di scene ripetute senza varietà di sorta. Il Santo, in compagnia de’ suoi frati, percorre l’Oceano, incontrando un gran numero d’isole, nelle quali ripetono sempre le medesime operazioni: mangiano, bevono, si lavano i piedi, sentono la messa, dormono e ripartono. È singolare poi il vedere come i personaggi si confondono l’uno nell’altro, e così le isole fra loro, e così lo scrittore col suo eroe. Sembra che nè gli uomini nè le cose possano mai ritrovare la personalità loro. Si parte da un’isola, e si giunge in un’altra, che si comincia a descrivere; ma le scene si somigliano tanto, che l’autore si trova, a poco a poco, portato di nuovo nella prima isola, senza accorgersene. Incomincia S. Brandano a raccontare la sua storia; ma poi parla, invece, l’autore, e la storia è avvenuta a lui; e poi è di nuovo S. Brandano che parla, generando così la più strana confusione. Spesso riesce impossibile trovare il soggetto del periodo e del racconto; sembra di essere in quelle foreste indiane, nelle quali tutti i rami diventano tronchi, met-tono radici, e s’intrecciano per modo fra loro, che si forma un laberinto, nel quale deve perdersi chiunque si avanza. E dire che nel secolo xvi ancora molti rovinano le loro fortune, per andare alla ricerca di quest’isola fortunata; che essa trovasi menzionata nel trattato, con cui il Portogallo cede alla Castiglia le isole Canarie, presso cui credevasi esistesse la terra desiderata! Nel 1721 partiva l’ultimo legno, che ancora affidava a cercarla all’occidente delle Canarie.

Non meno notevole è l’altra leggenda irlandese, detta di S. Patrizio, che nel secolo fu uno dei più grandi propugnatori del Cattolicismo in Irlanda, dove fondò chiese e conventi. Nel secolo xii, la leggenda, cui il Santo ha dato poco più che il suo nome, si propaga in varie redazioni e varie lingue. Maria di Francia la tradusse in versi, e due redazioni in antico inglese ne furono non ha guari pubblicate, una delle quali è del secolo xiii; un manoscritto italiano del secolo xiv ne dà una discreta versione in prosa. L’origine di questa leggenda merita d’essere accennata. Nel sud della Contea di Donegal in Irlanda, trovasi un’isola famosa, in un lago chiamato prima Lough Fen, nome mutato poi in Lough Derg, o sia Lago Rosso. Il popolo racconta in questo modo la cagione del mutamento di nome. Una strega madre d’un gigante, insieme col figlio desolava l’Irlanda, infino a che un giorno il re ed il popolo si posero ad inseguirli. Il gigante fuggiva rapidamente colla madre in ispalla. Dopo un lungo cammino, s’avvide che non aveva più il corpo, ma lo scheletro della madre, e lo gettò in terra. Dallo scheletro nacque un terribile mostro, che entrato nel lago minacciava di nuovo distruggere l’Irlanda. Finalmente esso venne con l’aiuto di magiche arti ucciso, ed il suo sangue colorò in rosso quel lago; che perciò mutò nome. Il lago e l’isola, che esso contiene, erano stati sorgente d’un gran numero di strani racconti, fra i primi abitatori dell’Irlanda; e non appena ivi si diffuse il Cattolicismo, subito la leggenda cristiana successe alla pagana.

In quest’isola del Lago Rosso v’era una caverna, in cui si credeva che abitassero spiriti, perchè ognuno, che vi entrava, aveva spesso la visione di strani fantasmi. Accanto alla caverna fu subito costruita una chiesa dedicata a S. Patrizio, e poi un convento. Ivi un benedettino, per nome Henry of Saltrey, che fin dalla sua prima infanzia era stato assai superstizioso, compose in latino una leggenda intitolata: Il Cavaliero. Raccontava come un cavaliero, per nome Owayne Miles, era disceso nella caverna, già chiamata allora Pozzo di S. Patrizio, ed aveva in essa avuto la visione dell’altro mondo. La leggenda procedeva dando una minuta descrizione delle pene dell’Inferno, ed accennava qualche cosa dei gaudii del paradiso. Presto cominciarono i pellegrinaggi al misterioso Pozzo, che divenne sorgente di guadagno pei religiosi, che ne custodirono gelosamente le chiavi. La Torre di Londra contiene un documento, che porta i nomi d’un Lombardo e d’ un Ungherese, i quali discesero in esso nell’anno 1358. E spinto forse dalla stessa curiosità, il cronista francese Froissart, viaggiando l’Irlanda insieme con William Leslie, lo interrogava intorno alla verità di ciò che dicevasi su questo celebrato Pozzo di S. Patrizio. — La caverna v’è certo, rispose Leslie, perché vi sono stato io stesso, insieme con un altro cavaliere, e ci trattenemmo in essa un’intera notte, dal cadere al sorger del sole. Appena cominciammo a discendere le scale, un caldo vapore venne, a poco a poco, a farci perdere i sensi. Noi ci addormentammo, facendo insino all’indomani molti e diversi sogni. E qui il cronista francese tronca la sua relazione, dicendo: io non lo interrogai più oltre su questo soggetto, perché mi premeva troppo sapere da lui qualche cosa intorno ai costumi ed agli uomini del paese, in cui mi trovavo. Si vede chiaro che la superstizione cominciava a cessare, e che nella caverna v’erano esalazioni, che producevano quegli effetti, da cui l’ignoranza fece derivare la leggenda. Nel secolo xv la superstizione era quasi cessata, ed il Pozzo di S. Patrizio si ridusse ad una semplice sorgente di guadagno. Il vescovo che ne teneva le chiavi, le negava sdegnosamente ai poveri; il che persuase papa Alessandro Borgia a por termine agli scandali, ordinandone nell’anno 1479 la distruzione. Ma col tempo la superstizione rinacque, e gravi scrittori inglesi ci assicurano che, nella state, non meno di mille visitatori vanno ancora in pellegrinaggio al Pozzo di S. Patrizio, non senza vedersi il caso d’alcuno fra i più poveri, che venendo a piedi di lontane province, si muoia di stento. Nel 1844 si giudicava, che questa grotta desse al suo proprietario la rendita di due a trecento lire sterline annue.

Non meno popolare, e più notevole per la maggiore attinenza che ha colla Divina Commedia, è la leggenda di Tantolo, anch’essa irlandese, e drun’ori-gine pin antica ancora di quella di S. Patrizio. Tantolo è un cavaliere dato a fitti i piaceri, che un bel giorno nell’anno 1149, in un modo, che la leggenda diversamente racconta nelle varie redazioni, rimane privo dei sensi, ed è invece creduto morto. Un angelo intanto apparisce alla sua anima, e la trasporta nell’altro mondo a vedere le pene dell’inferno, che ci sono descritte assai minutamente. Troviamo molte scene, molte pene e molti personaggi, che hanno qual-che relazione con quelli, che ci vengono poi descritti da Dante. La descrizione di Lucifero, che ispira ed aspira le anime ridotte prima, sotto il martellare di fabbri infernali, in una pasta simile a ferro fuso, e poi in faville, e che pure non posson morire, ha qualche cosa di veramente dantesco. Un grosso animale col becco di ferro, col corpo di quadrupede ha somiglianza col Gerione di Dante. Altre simiglianze si potrebbero facilmente notare. Finita la descrizione dell’inferno e del purgatorio, che son confusi in uno nell’originale latino, e trovansi divisi nella traduzione italiana, si giunge alla porta del paradiso, di cui Tantolo intravvede appena qualche cosa, e poi riceve l’ordine di far note ai mortali le cose da lui osservate. Tornata l’anima al suo corpo, Tantolo dà tutto il suo ai poveri, e si pone a far penitenza. — Scritta in latino, questa leggenda venne tradotta in tedesco, in inglese, in olandese, ed è una di quelle che ebbero una maggior diffusione fra di noi; tradotta e stampata più volte in italiano, è ora divenuta rarissima. Trovasi riprodotta nelle più antiche edizioni italiane delle vite dei Santi Padri, ed è riportata in latino nello Speculum historiale del Bellovacense.

Anche la Visione eli S. Paolo è posta fra quelle che si vogliono conosciute da Dante, il quale è noto come parli della discesa del Vaso d’elezione in Inferno. Scritta in latino, prima della metà dell’xi secolo, da un Francese del nord, dette poi ad un monaco anglo-normanno, del secolo xiii, i1 tema d’un poemetto francese, che ebbe anch’esso una grandissima diffusione in Italia, trovandolo noi tradotto in prosa, e ricomposto in mille modi diversi nei manoscritti italiani dei secoli xiv e xv. Esso è però assai breve, e si limita, più che altro, ad un elenco delle pene infernali, menandoci, secondo il solito, fino alla porta del paradiso. Ma è inutile diffondersi ad estender troppo la notizia di queste descrizioni dell’altro mondo, delle quali tutto il medio evo è pieno, e gli scrittori eruditi ne dànno cataloghi minuti ed esatti. L’Aurea leggenda, che tesse una corolla poetica alla vita d’ogni Santo, ne riporta anch’essa un buon numero. Noi vogliamo notare piuttosto, come l’Italia, che in tutta la più antica letteratura del medio evo non ebbe gran parte, si dimostri povera ancora in questo periodo leggendario e quasi mitologico. Non solamente tutte le leggende sopra accennate sono di origine affatto straniera; ma per la massima parte deteriorano grandemente, non appena vengono nelle mani dei traduttori e raffazzonatori italiani, i quali volgono in una prosa snervata, scolorita e scorretta una poesia, che era rozza ed insulsa, ma pure non senza una certa selvaggia originalità. Ed è singolare soprattutto l’osservare come, percorrendo l’Italia, si trovi qualche leggenda di origine italiana solamente nel mezzogiorno, là dove Longobardi e Normanni riuscirono, distruggendo il regime municipale, a fondare una società feudale e monarchica simile a quelle che predominavano nel resto dEuropa, dando così anche alla cultura del popolo Un qualche somigliante indirizzo.

Tra queste la Visione di Frate Alberico, monaco di Montecassino, è la più nota, quella che fu occasione delle varie dispute sulla originalità della Divina Commedia. Alberico era nato nel principio del secolo xii, ed il codice originale cassinese, che contiene la sua narrazione è scritto fra gli anni 1139 e 1181 Egli ci narra come trovandosi, alla età di nove anni, nel castello de’ suoi avi xxxv chiamato dei Sette Frati, in Terra di Lavoro, cadde in uno sfinimento tale, che lo fece poi uscire de’ sensi. Ebbe allora la visione. Una colomba, accostatasi a lui, lo sollevò di terra, pigliandolo pei capelli. E subito dopo, in compagnia di S. Pietro, che gli fu guida, e di due angeli, cominciò il misterioso viaggio per l’inferno. Ivi troviamo le lacrime di sangue, i fiumi di pece ardente, i laghi di fuoco, le valli di gelo, i ponti da cui precipitano le anime de peccatori, i cappucci di piombo, che ne incurvano le teste, e il gran Verme che ispira ed aspira le anime dei dannati, ridotte in faville. Vediamo poi il caso strano di S. Pietro costretto a lasciare un momento Alberico, per dar retta ad un’anima, che picchia alle porte del Paradiso, di cui esso ha le chiavi. Il purgatorio e l’inferno sono ancora confusi; ma gli angioli e le anime dei beati sono distribuite negli astri, che Alberico percorre, accompagnato dalla sua guida. Questa gli parla a lungo della vita monastica, loda il fondatore de Benedettini, ed allude ad altri fatti e persone note ad Alberico. Percorrono insieme diverse regioni della terra, ove sono spettatori di nuovi tormenti e nuovi tormentati, che non si sa ben dire se sono descritti come fatti reali o allegorici. Strano è davvero, che un bambino di nove anni abbia potuto vedere e raccontare queste visioni, in cui si ragiona d’ogni sorta di peccati, e si narrano fatti alla sua innocenza sconvenienti. Comunque sia di ciò, la visione si propagò, e massime tra’ Benedettini; e trovasi riprodotta nell’antico affresco d’una chiesa di Fossa, diocesi d’Aquila. A Roma ve n’ è un manoscritto meno antico, su cui il Cancellieri condusse la sua edizione; e non è difficile, che ne corressero ancora versioni italiane, ma di straniere non ne abbiamo alcuna notizia [17]. Dante lesse probabilmente questa visione, come altre molte di quelle, che allora erano in giro, fra cui si possono anche citare quelle descritte nelle opere del calabrese abate Gioacchino morto nel 1202. Quest’uomo singolare, noto per le sue profezie, per le sue idee di riforma religiosa e d’avversione alla corruttela clericale, ci racconta d’essere stato rapito in ispirito e d’essersi dopo sei giorni trovato in mezzo a bestie feroci. Salvato da questo pericolo, vede un fiume di fuoco e di zolfo, nel quale cadono i colpevoli, mentre gl’innocenti riescono, secondo il solito, a passare il ponte, e vanno all’altra riva. Ivi esso vede un muro di bronzo, che serve di base ad un giardino mirabile, che è il paradiso terrestre. - Questi si possono chiamare frammenti o germi di visioni e leggende, ed in Italia se ne trova un gran numero. Gregorio VII ci racconta la visione d’un Santo, che trasportato nell’inferno, vide l’anima d’un ricco conte, che era stato pio e buono; ma si trovava ora sulla cima d’una scala, che sorgeva dal profondo abisso dell’inferno. Tutti gli antenati e tutti i successori di lui venivano a mettersi su questo medesimo scalino, respingendo al basso quelli che v’erano prima; tutti dovevano così discendere a lor volta nelle pene eterne dell’inferno, e ciò per avere uno dei più lontani progenitori della famiglia usurpato un benefizio della Chiesa di Metz. Qui è chiaro, che la leggenda è una vendetta ed un’astuzia del clero, il quale credeva di poter condannare un’anima che dichiarava onesta, onde spaventare i credenti, acciò non osassero toccare i privilegi della Chiesa, per timore di queste pene, che si tramandavano di generazione in generazione.

Ricordano Malespini ci parla del cavaliere Ugo di Brandeburgo, che andando a caccia, si smarrì in un bosco, dove trovò uomini neri, che lavoravano il ferro; e poi s’avvide che quegli uomini eran demoni, che, invece di ferro, percotevano e tormentavano anime ridotte in quello stato.

Ma la visione di frate Alberico è troppo nota, per doverci noi fermare a parlarne lungamente; e gli accenni che abbiamo fatti alle altre visioni italiane provano, come esse sono più che altro brani o frammenti, che non arrivano a svolgersi, ed a formare una vera e propria leggenda. Nell’Italia settentrionale e media, la riflessione, la cultura latina e la politica inaridivano, inceppavano il progresso di quella letteratura troppo leggendaria, popolare e superstiziosa. Noi perciò, prima d’abbandonare il soggetto, facciamo ritorno all’Italia meridionale, per discorrere del personaggio più importante che ivi abbia creato la leggenda. Questi è Virgilio mago, e merita d’essere conosciuto, non solamente perchè ha relazione con colui, che accompagna Dante nelle pene dell’inferno; ma per la sua grandissima importanza in tutta quanta la letteratura del medio evo, italiana o straniera.

XV.

La credenza nelle segrete relazioni d’alcuni uomini con potenze occulte e soprannaturali, collo spirito del male, col diavolo, è antica quanto il genere umano. Era comune in India, fu trasportata in Grecia ed in Roma, la troviamo fra gli Ebrei; lo stesso Mosè gareggia coi Maghi. Questa credenza si moltiplica nel medio evo, che prestò tanta fede alle scienze occulte, e dura fino a tutto il secolo xvi, rimanendo poi solamente nella plebe. Raimondo Lullo, Alberto Magno, Cornelio Agrippa, Paracelso, Cardano, ed anche un grandissimo numero di papi furono creduti avere segreti colloquii con queste potenze occulte. La storia leggendaria di tutti i paesi ci presenta il nome d’un uomo reale o immaginario, che personifica in sè queste credenze. Gl’Inglesi ebbero Merlino, i Boemi Zytho, i Francesi Roberto il diavolo di Normandia, i Polacchi Twardowykj, i Tedeschi Fausto, gl’Italiani Virgilio. E senza dubbio alcuno, i due ultimi sono i più notevoli fra tutti.

La leggenda di Fausto, studiata dai Tedeschi con quella diligenza, di cui essi soli sono capaci, è oramai divenuta assai chiara. Fausto è un personaggio storico, che viene quasi profetato prima di nascere. Molti fatti maravigliosi si cominciano a raccontare diversamente d’uomini diversi, senza che alcuno possa stabilmente raccoglierli tutti in sè. La leggenda sembra cercare il suo eroe, e non può ancora trovarlo. Finalmente nel secolo xvi, quando la Germania si ridestava a nuova vita, ed entrava colla Riforma nella cultura moderna, visse un uomo chiamato Fausto. Molti si sono ingannati, confondendolo coll’inventore delta stampa; ma egli non era altro che un abilissimo giocatore, il quale professava le scienze occulte, e percorreva la Germania, facendo credere al popolo ciò che voleva. Allora fu trovato l’eroe leggendario, e tutto ciò che s’era raccontato di Lullo, di Agrippa e di tanti altri, venne raccolto intorno all’accorto giocatore, che a sua insaputa diventava un eroe popolare e poetico. Trovato una volta il nucleo stabile e fermo della leggenda, essa s’arricchisce rapidamente, e percorrendo le varie province, raccoglie intorno a Fausto tutte le tradizioni diverse di coloro, che conversarono col diavolo o con altre occulte potenze. Quando essa è finalmente compiuta, ed il poema popolare è formato, e del personaggio prima profetato e cercato, poi trovato, si raccontano fatti così diversi, avvenuti in tempi, in regioni lontane, ad uomini disparati; allora viene l’erudizione a negare la sua storica esistenza. Infatti, non pochi vollero creder Fausto un mito, un personaggio poetico e popolare non mai esistito nella realtà. Ma egli era stato visto e conosciuto; nato nel Wurtemberg, aveva studiato magia a Cracovia; e v’è un libro che contiene le sue idee, intitolato: Faust’s Hollenzwang. Egli può dirsi l’ultimo rappresentante della magia, la quale dopo di lui si risolve nelle scienze naturali; l’ultimo di cui si dica e si creda veramente, che abbia conosciuto e trattato col diavolo su questa terra. Il Goethe col suo genio immortale s’è impadronito della leggenda, e trasformando il diavolo in un uomo, che è divenuto come la seconda coscienza di Fausto, il suo cattivo genio, ha potuto dare un profondo significato alla tradizione del popolo, ed al suo libro quel valore filosofico e poetico ad un tempo, che lo rende immortale [18].

Ma la tradizione di Virgilio è assai più difficile a deciferare, perchè il paese, dove la fantasia del popolo creò questo personaggio leggendario, è quello appunto che ha documenti meno antichi che ne parlino, quello dove gli eruditi si sono meno occupati a studiarlo. Fin dal xii secolo, alcuni dotti stranieri, che viaggiarono nell’Italia meridionale, raccontano d’avere ascoltato con maraviglia e senza incredulità i prodigi, che i Napoletani narravano di questo Virgilio mago, fra di loro celebratissimo. Il tedesco Konrad von Querfurt vescovo e cancelliere dell’imperatore Enrico VI, in una sua lettera scritta nel 1194 [19], racconta come Virgilio fosse tenuto autore di molti prodigi dai Napoletani, che lo riguardavano qual genio benefico alla loro città, di cui aveva costruito e reso inespugnabili le mura; secondo alcuni, anzi, egli era stato il fondatore della città, chiamata perciò da Corrado operosum opus Virgilii. Un altro antico relatore di queste favole, è l’inglese Gervasio di Tilbury, il quale ne’ suoi Olia imperialia, scritti circa il 1212 ascolta e racconta la stessa leggenda [20] . E finalmente Alessandro Neckam o Nequam 1157-1214, di Hereford in Inghilterra, fa il medesimo racconto [21]. Questi scrittori ne ascoltarono la narrazione, non solo dalla bocca del popolo, ma da persone culte e da prelati; essi medesimi vi prestarono fede e credettero d’avere coi propri occhi sperimentato alcuni di questi prodigi. Corrado di Querfurt cita fra le altre l’autorità del Cardinal di Napoli, che gli dette i più minuti ragguagli, le prove più convincenti, e gli fece vedere un libro da lui gelosamente custodito, nel quale erano copiate molte magiche sentenze di Virgilio. A questi possiamo aggiungere alcuni altri stranieri, che ne parlano meno distesamente. Il tedesco Wolfram von Escheurbach, che nel suo Parzival 1205-1210), lavoro imitato dal francese, accenna alle meraviglie operate da Virgilio in Napoli. Giovanni di Salisbury, inglese che viaggiava nell’Italia meridionale l’anno 1155, ci parla nel suo Policratieos d’uno dei prodigiosi talismani di Virgilio, una mosca miracolosa di metallo, che il mago aveva messa sulla porta Capuana di Napoli, come vedremo più oltre. Questo Inglese è uno dei più antichi testimoni dei prodigi operati da Virgilio. Nella cronaca dell’abate Telesino, che finisce verso il 1136, v’è però un altro accenno alla leggenda, dicendoci esso, che le mura di Napoli erano inespugnabili, che Virgilio aveva ottenuto dall’imperatore Augusto, il governo della città, dove avea composto il suo poema [22]. Tutti questi autori, dunque, ci portano sino al principio del secolo xii. La leggenda era già formata in Napoli, raccontata e creduta dal popolo e dalla gente colta. Virgilio era stato governatore della città, il genio benefico e protettore di essa, fondatore delle sue mura inespugnabili, e secondo altri fondatore della città stessa.

In ogni modo questa leggenda è di origine napoletana, come tutti gli scrittori riconoscono; ma questa origine ha pur dato occasione a molte dispute perchè ancora non si è potuto ritrovare la leggenda, nella sua forma primitiva. Forse la fede dei Napoletani in Virgilio era così universale, così cieca e superstiziosa, che il loro protettore non fu mai considerato come soggetto di poesia. Di certo tutto il medio evo riguardò Virgilio con occhio di particolare venerazione. La sua indole benevola, la gracile salute, la morte improvvisa, l’aspetto pallido e sofferente, i sogni avuti dalla sua madre prima che egli nascesse, il nome di Magius, che portava l’avo materno; tutto ciò lo fece riguardare con qualche superstizione dalla stessa antichità. S’aggiunse poi, nel medio evo, la descrizione, da lui fatta nel suo poema, dell’inferno, e più quei versi mirabili della quarta egloga, nei quali sembrò a tutti, che avesse profetato la venuta del Messia e della nuova religione. Per questa ragione qualche volta noi troviamo, nelle sacre cerimonie, il nome di Virgilio posto accanto a quello di S. Paolo, di cui la tradizione racconta che andò commosso a visitare la tomba del poeta. E nelle sacre rappresentazioni s’è trovato pure Virgilio venir dopo S. Giovanni ad annunziare la venuta di Gesù Cristo [23]. Costantino lo avea dichiarato profeta nel Concilio di Nicea, ed alcuni Santi Padri consigliarono pure la lettura delle sue opere. La leggenda cristiana ci racconta di due martiri, Secondiano e Veriano, convertiti alla fede dalla lettura appunto della quarta egloga di Virgilio. Queste opinioni per sè stesse lo costituivano, giù un personaggio leggendario; non deve dunque farci alcuna maraviglia, se fin dal quarto secolo Donato scrivendone la vita, alludesse alle occulte e soprannaturali potenze di Virgilio [24].

Ora, se tenuto conto di questo stato degli animi nel medio evo, noi consideriamo ancora che la città e i dintorni di Napoli son tutti pieni delle memorie di Virgilio, comprenderemo come ivi la leggenda trovasse una più stabile dimora. Le campagne fra Napoli e Pozzuoli si trovano tutte minutamente descritte nell’Eneide, che serve quasi di poetica guida al forestiero. Ivi fu la Sibilla Cumana, ivi l’entrata dell’inferno, ivi è presso il mare un delizioso seno, che il popolo chiama ancora La Scuola di Virgilio, ivi è la sua tomba.. Virgilio parla ne’ suoi versi della grande predilezione avuta per Napoli, ed a lui fecero dire:

Mantua me genuit, Calabri rapuere., tenet nunc

Parthenope, etc.

Morto a Brindisi, aveva infatti già espresso la volontà d’essere sepolto nei luoghi, che ispirarono le sue immortali poesie. Ed il popolo napoletano gli mostrò la sua riconoscenza, col far di lui il genio protettore della città.

Come Firenze era stata sotto la protezione del Dio Marte, cui era poi successo S. Giovanni, così ogni città italiana aveva al suo Dio o genio pagano sostituito un Santo cristiano. Ma Napoli si trovava d’avere un protettore pagano che l’antichità e i Cristiani tenevano in una uguale venerazione. Aiutato in questo modo da un doppio vantaggio, Virgilio divenne il costante e benefico protettore della repubblica napoletana, e la sua tomba ne fu come il palladio. Napoli era nell’xi secolo fiorente di commerci, di armi e di libertà; si reggeva con le leggi romane, e fu tra quelle repubbliche meridionali, che, gareggiando con Amalfi, precedettero il risorgimento di tutti gli altri municipi italiani. Quando vennero i Longobardi e sorsero i Ducati di Benevento, di Capua, ec.; quando vennero i Saraceni a fare le loro terribili scorrerie; quando vennero i Normanni, procedendo di conquista in conquista, l’orgoglio di tutti questi popoli guerrieri e conquistatori fiaccò sotto le mura della piccola repubblica di Napoli, che pel valore de’ suoi cittadini respingeva gli assalti, un dopo l’altro. Destavano questi fatti una singolare maraviglia ed ammirazione; onde il popolo diceva, e gli era creduto, che Virgilio aveva con arte magica costruito le sue mura, rendendole così inespugnabili. E nel furore della mischia, essi combattevano con fiducia, perchè l’ombra del benefico Virgilio accompagnava le loro bandiere.

Ma Ruggiero II conte di Sicilia e Duca di Puglia aveva ingrossato il suo esercito, sottomettendo saccheggiando le province vicine; aveva chiamato in suo aiuto le navi siciliane, ed unitele a quelle d’Amalfi, circondava ed assaltava per mare e per terra cosiffattamente la repubblica partenopea, che ormai non le poteva più bastare la protezione del suo Virgilio. Tuttavia essa non si perdette d’animo; ma fidando nel valore de’ suoi cittadini e nella giustizia della sua causa, s’apparecchiava ad una difesa eroica in modo, da renderla degna di quelle antiche repubbliche greche, da cui vantavasi d’avere avuta la sua origine. Amici e sostenitori non le mancarono. Roberto di Capua, privato de’ suoi Stati, era venuto a pigliar parte alla difesa dell’assediata città, ed insieme con Sergio capitano dei militi si trovò fra i capi della difficile impresa. Indussero i Pisani a portar loro aiuti, ed a combattere Amalfi; ma i Pisani furono disfatti dai Normanni. E allora Sergio restava solo a diriger la difesa, mentre il principe di Capua andava a cercare nuovi aiuti al Papa, ai Pisani, all’Imperatore. In Pisa egli arringava il popolo nella piazza, perchè sostenessero ruffiano baluardo delle libertà repubblicane nell’Italia meridionale. In questo mezzo Napoli era ridotta agli ultimi estremi: i fanciulli, le donne, i vecchi spiravano per le vie pubbliche nell’agonia della fame. « Ma Sergio » sono le parole d’uno,

che fu a parte di tali sofferenze, « e i suoi fidi, che invigilavano alla libertà della patria, e serbavano l’onestà degli antichi costumi, eran decisi piuttosto morire di fame, che piegare il collo al giogo del re odiato » [25]. Finalmente gli aiuti vennero; i Pisani, l’imperatore, il Papa liberarono la città dall’assedio; ma quando eran sul punto di sconfiggere i Normanni, venuti invece a discordia, abbandonarono di nuovo la città ad un nemico soverchiante. Non le restavano ora che trecento soldati, i vecchi, le donne e i bambini; gli altri erano tutti morti di fame o di ferro. l suo valoroso capitano Sergio, dopo avere per tanti anni eroicamente servito la patria, era anch’esso caduto nelle ultime battaglie. Fu quindi inevitabile arrendersi, e così l’anno 1137, Ruggiero ricevette nel castello dell’Uovo gli ultimi eroici difensori, i soli avanzati alla strage: essi ora venivano a prestare obbedienza. Ed il Re fu compreso di tanta reverenza, che mentre aveva sempre saccheggiato le’ città vinte, volle a Napoli lasciare quasi tutti i suoi privilegi municipali, e contro ogni aspettativa, per qualche tempo ancora, le concesse di continuare a reggersi colle antiche consuetudini e con le leggi romane. Cominciò poi a fare grandi opere di pubblica utilità, che vennero da’ suoi posteri continuate. In questo modo la città fu riparata, arricchita, ripulita, e l’aere corrotto dai cadaveri, dalle acque lasciate senza corso per tanto tempo, venne purificato; ma la libertà fu spenta in tutta l’Italia meridionale, e la bandiera repubblicana, che tanti allori doveva continuare a raccogliere nel settentrione d’Italia, era per sempre caduta nel mezzogiorno.

Che cosa era seguito di Virgilio Mago in tutto questo tempo? Che cosa disse di lui il popolo napoletano, che egli sembrava avere abbandonato? Racconta la leggenda, come al tempo di Ruggiero, circa il 1150, venne in Napoli uno straniero, da alcuni detto inglese, da altri francese, e portava lettere del Re, che gli concedevano d’andare a cercare le ossa di Virgilio nella tomba, che il popolo sembrava avere dimenticata. Egli trovava la tomba sulla china del monte di Posilipo, e dentro v’era il corpo di Virgilio col capo poggiato sopra un libro di magia. Lo straniero voleva portar seco le ossa ed il libro; ma il popolo sollevato e diretto dal capitano dei militi, non permise che tanta sventura incontrasse a Napoli, e ripigliò le ossa, ponendole in castel dell’Uovo, dove furono gelosamente custodite, come palladio della città: il libro però fu portato via. - È possibile che vi sieno stati davvero alcuni, che cercarono le ossa e la tomba di Virgilio; ma il racconto che ne fa la leggenda, e il modo con cui lo colorisce, fa credere invece che nella storia del protettore di Napoli essa voglia ancora raccontare, sotto velate forme, la storia della città stessa. Infatti i Normanni sono stranieri, cui si dava nome d’Inglesi e di Francesi, perchè abitavano le due contrade; essi vengono contro la repubblica, ma il popolo sollevato resiste in modo che, quando è costretto a cedere, sono a lui mantenuti alcuni degli antichi diritti e privilegi, con patti dichiarati nel Castello dell’Uovo, dove troviamo ad un tempo la prima dimora dei Normanni, e le ossa di Virgilio. Quando la Regia viene poi dagli Angioini portata in Castel Nuovo, ivi la leggenda porta ancora le ossa di Virgilio, quasi che dove è la sede del governo, ivi debba essere ancora il misterioso palladio della città.

E intanto, dal momento in cui cominciano le opere pubbliche dei Normanni, che furono poi dal celebre architetto Buono continuate, la leggenda s’arricchisce rapidamente, e tutti i prodigi, che d’allora in poi attribuisce a Virgilio, sono lavori d’architettura, d’abbellimento e bonificamento nella città di Napoli, e ne’ suoi dintorni. Così incomincia la nuova e più lunga serie delle sue opere maravigliose. Egli fonda i bagni di Pozzuoli, che guariscono da ogni malattia, in modo che i medici salernitani, ingelositi, cercano distruggerli o renderli inutili. Costruisce un macello, in cui la carne si mantien sempre fresca, o ritorna in buono stato, se v’è portata, quando era già corrotta. Egli è l’autore della famosa Grotta di Pozzuoli; fa un giardino incantato con ogni sorta d’erbe medicinali e miracolose: pone sulla montagna di Somma, che è prossima al Vesuvio, una statua con una tromba, la quale fa deviare il vento, che, secondo la leggenda, era causa delle eruzioni. Pone sopra una porta della città una mosca metallica, che libera Napoli dalla piaga delle mosche, e sopra un’altra porta una sanguisuga metallica pure, che respinge dalla città ogni sorta di serpenti e sanguisughe. Forma un cavallo di bronzo, che guarisce ogni infermità nei cavalli. Dalle ossa di Virgilio, conservate in Castel dell’Uovo, dipende la salvezza di Napoli. Ogni volta, che erano esposte all’aria, la natura si conturbava tutta, ed il mare s’apriva, quod nos vidimus et probavimus, dice il tedesco Corrado, il quale parla ancora di una maravigliosa boccetta da Virgilio costruita, che conteneva l’immagine della città e ne era anch’essa il palladio. Così finalmente la superstiziosa leggenda è compiuta, ed essa incomincia il suo viaggio per l’Italia e l’Europa, diversamente modificata, secondo il genio dei popoli che percorre, serbando però sempre in Napoli il suo primitivo carattere.

Il più antico documento napoletano conosciuto finora, che ci parlasse di Virgilio Mago, era la Cronica di Napoli attribuita erroneamente a Giovanni Villani [26], nella quale la leggenda del Mago e la storia primitiva della città sono quasi tra loro confuse. Si è lungamente disputato invano sul vero autore di questa Cronica, che giunge all’anno 1382 circa, ed è quindi più di due secoli posteriore ai primi testimoni stranieri, che discorrano particolarmente della leggenda. Fu osservato che i due primi libri della Cronica differiscono molto dal terzo, nel quale si vede qualche volta una forma assai più corretta, e sempre un carattere più storico. Ma tra i manoscritti della biblioteca nazionale di Napoli trovasi un codice del secolo xv, il quale contiene appunto una Cronica di Napoli, sulla quale una mano assai posteriore ha messo ancora il nome di Giovanni Villani, forse perchè, finita la Cronica napoletana, si continua, senza alcuna distinzione di capitoli o d’altro, a dare una lunga serie di brani di quella del fiorentino Villani. Se non che l’autore napoletano conclude il suo lavoro, col dire espressamente il suo nome, che è Bartolommeo Caracciolo, detto Carafa, Caraliere di Napoli [27]. Il suo libro, come dice esso medesimo, è una compilazione di altre cronache, e, narrata la storia primitiva e leggendaria di Napoli, va rapidissimamente fino all’anno 1380 circa. Sembra quindi evidente, che il supposto Villani o, come lo dicono, falso Villani abbia ricopiato e raffazzonato da questo codice, o da altro simile, facendo un sol libro della Cronica del Caracciolo e dei capitoli del Villani fiorentino, ponendovi ancora qualche cosa di più, quando è giunto a’ suoi tempi. Cosicchè per un lungo tratto, la somiglianza delle due Cronache è grandissima; anzi sembra che l’uno non faccia che copiare l’altro, con molte varianti, mentre andando innanzi, la differenza diviene sempre maggiore, e compariscono nel più recente lavoro capitoli affatto nuovi, alcuni dei quali sono presi di pianta dal cronista fiorentino; e ciò fu poi cagione del falso titolo, che dette occasione a molte e varie ipotesi.

Comunque sia di ciò, apparisce chiaro, che nella fine del secolo xiv, potevasi ancora scrivere la storia di Napoli insieme con quella di Virgilio Mago. Il dubbio era certo già cominciato, perchè noi troviamo che il Petrarca condotto da re Roberto alla tomba di Virgilio, e interrogato della sua opinione intorno alla leggenda, appena si potè trattenere dal ridere. Tuttavia sino al secolo xvii vi sono scrittori napoletani, che parlano ancora sul serio delle magie di Virgilio. Le Croniche di Montevergine, infatti, sebbene scritte nel 1649 dall’Abate Giordano di quel monastero, le raccontano come cosa creduta e credibile. Celano nelle sue antichità di Napoli già le deride; ma pur dalla sua narrazione apparisce, che la leggenda era ancora assai diffusa. A poco a poco essa scomparisce affatto, e si direbbe che S. Gennaro piglia il posto di Virgilio, per restare il solo protettore di Napoli. Certo s’ingannano molto quei Tedeschi, che hanno tante volte ripetuto, che oggi vivono insieme, nelle leggende popolari, il Santo ed il Mago. S. Gennaro invece è ora solo padrone del campo, ed il popolo napoletano ha dimenticato perfino la memoria del genio repubblicano, che una volta lo proteggeva. Si direbbe quasi, che alle ceneri gelosamente custodite in Castel dell’Uovo, alla boccetta maravigliosa, che conteneva il palladio della città, abbia la plebe sostituito la testa del Santo, la boccetta del sangue miracoloso che ogni anno si discioglie, e la pietra su cui esso fu decollato, e che ogni anno, alla medesima ora, suda sangue in Pozzuoli, dove erano una volta tante memorie superstiziose del Mago Virgilio. Ma non vogliamo con questi discorsi entrare in una materia estranea affatto al nostro soggetto.

Ed ora verrebbe una seconda parte nella storia di questa leggenda; ma noi possiamo appena fugacemente accennarla. l nostro Virgilio comincia nel principio del secolo xiii il suo viaggio per l’Europa; egli è il solo mago del medioevo, cui sia stata concessa una quasi nazionalità in tutti i popoli, fra i quali giunse, sebbene non abbia dimenticato mai la sua prima origine napoletana. Lo troviamo a Roma, autore della Salvatio Romae, un tempio con tante statue, quante erano le province dell’impero: ogni statua aveva un campanello, che sonava, quando la provincia era in rivoluzione. Beda ed altri scrittori dell’ottavo secolo avevano parlato di questa specie di palladio romano, che si trova ancora descritto nella leggenda: Mirabilia Urbis Romae; ma il Bellovacense nel suo Speculum Historiale (1250, e sull’autorità del monaco Elinando (1210) [28] lo attribuisce la prima volta a Virgilio. Elinando sembra avere ricevuto questa notizia dalla Storia dei Sette Savi [29], altra tradizione molto diffusa nel medio evo. Essa veniva dall’Oriente, e credesi che il monaco Giovanni (1179-1212) del chiostro d’Alta Silva, presso Nancy, sia stato il primo, che nella sua redazione v’abbia innestato la leggenda di Virgilio, il quale così apparisce noto in Francia sino dalla fine del xii secolo. Anche le Gesta Romanorum moralisata, del xiii secolo, ci parlano d’una maravigliosa statua di Virgilio [30]. D’allora in poi la leggenda si propaga per tutta l’Europa, raccogliendo intorno a sè racconti d’altri paesi, che poi ritornano in Italia, come importazione straniera. Nella Cronaca Mantovana d’Aliprandi (1414) [31] troviamo, infatti, la narrazione napoletana già alterata da questi stranieri elementi, che si moltiplicano poi all’infinito. - Una volta vediamo Virgilio innamorato d’una Romana, che fattolo entrare in una cesta per tirarlo nella sua camera, lo lascia sospeso ed esposto al ludibrio della moltitudine: il mago però si vendica contro la donna ingannatrice, che è costretta umiliarsi a lui. Altrove vediamo Virgilio viaggiare continuamente attraverso l’aria, in compagnia della figlia del Sultano di Babilonia, di cui s’ è fortemente innamorato. Queste novelle sono tutte forse d’origine orientale; ma altre vengono d’altre regioni. E così si forma finalmente il romanzo francese dei Faicts merveilleux de Virgile, che divenne tanto popolare nel secolo xvi. Già nell’antico poema, l’Image du Monde, trovasi in francese la leggenda di Virgilio, la quale tra il secolo xiii e il xiv, come abbiam notato, aveva percorso quasi tutta l’Europa. Ma in questo lungo viaggio il suo carattere s’è a poco a poco andato alterando. Non appena esce di Napoli, essa è subito più letteraria e meno popolare; luoghi, i fatti, a cui si riferisce, hanno maggiore incertezza e mutabilità, mentre in Napoli tutto era preciso e determinato: la grotta di Pozzuoli, il Castello dell’ Uovo, il Vesuvio hanno sempre una qualche memoria di Virgilio. Ed oltre a ciò, anche l’indole del personaggio stesso s’è mutata. Virgilio era a Napoli un genio benefico, alleato con spiriti benevoli; tutte le sue opere eran dirette al bene della prediletta città. Nel romanzo francese, nelle redazioni straniere incomincia, invece, la storia degli amori e degl’inganni: spiriti maligni vengono in suo aiuto; egli è alleato del diavolo, è parente di Fausto, è trascinato nella ridda infernale delle nordiche e fantastiche creazioni del medio evo. Egli non è più quello, non può la sua ombra più venire a consolare il soldato cristiano, che muore nell’agonia della fame, o nell’ardore della mischia, per difendere le patrie mura. Nè Fausto, nè S. Gennaro potrebbero stare accanto all’antico, benefico genio di Napoli [32].

XVI.

Ed ora se il lettore ha avuto la pazienza d’accompagnarci nell’arida e monotona esposizione di racconti puerili e senza immaginazione, potrà facilmente comprendere, che poco valore avessero tutte le discussioni intorno alla Originalità del poema. Il concetto d’un viaggio nell’altro mondo non era nè di frate Alberico, nè di Dante; si trovava in tutto il medio evo, apparteneva al Cristianesimo. I nostri pittori si sono, gli uni dopo gli altri, ispirati da esso a lasciarci alcuni dei più grandi capi lavori dell’arte italiana, senza che per ciò alcuno abbia mai preteso discutere intorno alla originalità loro. Gli affreschi dell’Orgagna e del Signorelli non tolsero nulla al Giudizio universale del Buonarroti, nella Cappella Sistina; egli potè ancora ispirarsi al sacro poema, e niuno ha mai osato fargliene carico. Si dovrà dunque discutere sul serio, se le visioni di S. Brandano o di frate Alberico diminuiscano. l’originalità della Divina Commedia? Ma allora perchè non toglie merito al poeta l’aver cantato i fatti della storia, l’avere imitato la natura? Noi lo abbiamo già detto: i grandi genii sono grandi conquistatori; essi divengon padroni del mondo che li circonda; possono pigliare dalla natura, dalla storia, dal presente e dal passato, purchè ci spingano nell’avvenire. Per misurare l’altezza del loro intelletto bisogna occuparsi meno di ciò che presero dal secolo, ed assai più di ciò che vi portarono di nuovo. Niuno certo vorrebbe credere d’aumentar pregio ai due più celebrati canti dell’Inferno, se riuscisse a provare che Francesca e il Conte Ugolino non furono personaggi storici, ma di sana pianta invenzioni del poeta. La storia ci fa, invece, meglio comprendere ed ammirare l’onnipotenza del genio di chi sapeva col suo spirito impadronirsi dei personaggi reali, farli suoi, evocarli dalla sua fantasia come proprie creazioni, nelle quali infondeva una vita immortale.

L’Alighieri, anzi, è forse il solo, nella storia di tutte le letterature, che dovette creare la lingua, la forma d’un’epopea nuova, ed una nuova arte. Egli non trovò, come Shakespeare, una letteratura già progredita; non trovò, come Omero, un popolo già poeta, ed una mitologia che era, per sè stessa, un’epopea mirabile. Trovò invece delle invenzioni fantastiche, incerte, nebbiose; dei personaggi leggendarii, che erano passati di generazione in generazione, da popolo a popolo, senza mai potere uscire dalla vuota astrazione. Ma non appena questi fantasmi s’avvicinano a lui, risplendono d’una luce infinita, che essi diffondono per l’Europa, come aurora boreale; vengono innanzi pieni di vita e vigore, pieni di realtà; sorgono ad un tratto come personaggi storici, innanzi all’intelletto e alla letteratura di tutti i popoli moderni. Se non che questa trasformazione non avvien sempre in ugual modo; e però ne segue, che anche nella Divina Commedia ci resta qualche avanzo o frammento di quella letteratura oscura, inconsapevole, incerta, che aveva preceduto il poeta, e che egli veniva a distruggere. Quindi, mentre esso è il più evidente di tutti i poeti, il più chiaro, il più inarrivabile dei pittori, colui appunto che ha creato la semplicità e l’evidenza dell’arte moderna; ci presenta ancora, di tratto in tratto, qualche oscurità, che nessun comentatore antico o moderno ha saputo far chiara. Boccaccio, da Buti, Bosone da Gubbio, Pietro Alighieri e tanti altri, che furon quasi contemporanei del poeta, sembrano incontrare le medesime difficoltà che incontriamo noi, e non riescon sempre a dissipare la folta nebbia che avvolge alcuni passi. Ma v’è ancora di più. Noi abbiamo già notato, che quando lo stesse Dante si pone a comentare le sue liriche, e cerca spiegarne il significato allegorico, la oscurità viene qualche volta piuttosto accresciuta che diminuita dal suo comento. Onde non è cosa affatto strana il supporre, che se egli ci avesse comentato il divino Poema, le nostre difficoltà non sarebbero per questo cessate affatto.

Si direbbe, che siccome il geologo, nell’esaminare i diversi strati d’un terreno, vi trova gli avanzi di piante e d’animali da lungo tempo scomparsi, e deve ricorrere alle leggi d’un’ altra flora e d’un’ altra fauna per spiegarli; così il critico della Divina Commedia, mentre esamina un’opera che fonda l’arte moderna, vi trova qualche avanzo d’una letteratura e d’una filosofia, che il genio di Dante stesso fece scomparire. E siccome egli ebbe una tale onnipotenza che pose ad un’infinita distanza da noi tutto ciò, che non distrusse in quella precedente poesia; così ne è seguito, che quando ci rammenta ancora quel passato, noi ci troviamo corne in un mondo sconosciuto. E più crescono le difficoltà, quando vogliamo spiegare quei passi, ricorrendo solo al genio di Dante ed all’arte sua. Noi pretendiamo allora di dare un senso chiaro e preciso alle allegorie del medio evo, mentre spesso un’incertezza vaga, confusa, indeterminata ed indeterminabile, era il loro carattere, come ce lo provano la stessa Vita .Vuoea ed ii Convito. Noi diamo maggiore importanza a quei brani del poema, che meno appartengono al genio dei poeta. Domandare a lui o a’ suoi contemporanei una spiegazione chiara, filosofica, quale richiederebbero le condizioni, in cui è oggi la nostra intelligenza, di quelle produzioni oscure ed inconsapevoli della mente umana, sarebbe come interrogare Omero sulla filosofia nascosta dentro quelle favole della greca mitologia, che egli cantava ne’ suoi poemi immortali. Quella filosofia, è vero, oggi ci è finalmente nota, mercè le ricerche infaticabili di tanti eruditi; ma noi abbiamo cominciato a studiare la Grecia da molti secoli; abbiamo perlustrato ogni angolo delle sue città, osservato ogni frammento delle sue rovine, ogni avanzo della sua letteratura. Questo ci ha finalmente reso familiare, fin dall’infanzia, la religione, la superstizione, la vita dei Greci; e s’è potuto da taluno affermare, che noi conosciamo la Grecia antica, meglio che non la conoscevano gli stessi Greci. I suoi eroi, le sue divinità si collegano colle prime reminiscenze della nostra infanzia; e noi leggiamo l’lliade e l’Odissea, come se fossero poemi che ricordassero i nostri fatti nazionali. Non è così del medio evo. La scolastica ci è di certo meno familiare della greca filosofia, e le costituzioni di Firenze e di Venezia meno note di quelle di Sparta o Atene; le lotte della Chiesa e dell’Impero sono per noi più oscure della guerra del Peloponneso. In vero non sarà mai possibile che letterature come quelle, che precedettero Dante, divengano soggetto di studio universale; ma la loro importanza per conoscere le origini della poesia italiana, e della civiltà moderna è però grandissima. E questo serva a spiegarci l’ardore qualche volta lodevole, qualche volta esagerato, ma sempre costante, col quale da alcuni anni i dotti s’affaticano a mettere in luce tradizioni, leggende, superstizioni e poesìe. che tanto spesso non hanno alcun pregio intrinseco, e che nessuno sforzo basterà mai a cavare dalla oscurità in cui erano sepolte, ed in cui ritorneranno, dopo che la storia avrà saputo cavarne le sue conclusioni.

Quando dunque ritroviamo nella Divina Commedia le tre fiere misteriose, e Gerione, Cerbero, Lucifero, la città di Dite, ec.; dobbiamo ricordarci che queste immagini si trovano a brani sparse in tutto il medio evo, sono frammenti di ciò che lo stesso Ozanam chiamava la mitologia cattolica. E Dante riguardava anch’esso questo mondo fantastico, come qualche cosa di allegorico, di misterioso, verso cui il suo sentimento religioso lo trascinava continuamente. Egli ne trovava per tutto la descrizione e la riproduzione: la canzone del popolo e i sermoni dei sacri oratori gliene parlavano, i vetri colorati e le sculture delle più celebri cattedrali glielo portavano innanzi; lo trovava riprodotto perfino nelle feste popolari della repubblica fiorentina. In quelle rappresentazioni, che furono la prima forma del teatro moderno, il palco scenico soleva allora essere diviso in tre ordini, che rappresentavano appunto i tre regni della vita oltramondana, ed in mezzo v’era sempre la gigantesca figura di Lucifero. Questa Commedia religiosa o divina, che dire si voglia, lo faceva assistere di nuovo al misterioso viaggio, nel quale egli ritrovava finalmente il soggetto del suo poema. Il quadro era grande quanto il suo genio, ed egli vi raccolse tutta la sua esperienza, tutte le sue idee. Vi gettò dentro la tradizione e la storia, la religione e la scolastica, la Chiesa e l’Impero, i Guelfi e i Ghibellini, tutta l’Italia, tutto il medio evo. Ma la poesìa non era anche cominciata. Questi fantasmi moltiplicati pure all’infinito potevan darci una enciclopedia mitologica del suo secolo, ma non l’arte moderna; perchè vi mancava ancora la vita. Se non che l’Alighieri diveniva a poco a poco come parte di questo mondo, che lentamente lo circondava. Le immagini, gli strani fantasmi si raccoglievano e stringevano intorno a lui; sembravano guardarlo e fissarlo, quasi avessero a rivelargli un misterioso segreto. Cominciava un intimo colloquio, una strana confidenza fra questo mondo creato inconsapevolmente dalla fantasia popolare, e l’anima del poeta, che si voleva rendere ragione di tutto. Questo mondo era pure uscito dall’anima umana, ed ora a lui sembrava che fosse uscito dalla sua immaginazione. E come per magico colpo, tutti quei fantasmi, tutti quei personaggi acquistavano ora un significato, un’esistenza reale, quasi una voce umana a lui nota, quanto la voce della sua coscienza. Egli udiva il rumore delle fucine infernali, le strida dei dannati, e s’esaltava nell impeto irresistibile della sua creazione, perchè trovava nel suo cuore il segreto per ispiegare quel simbolico regno. E pure egli esita ancora, egli non osa varcare la soglia delle segrete cose; quando, ecco s’avvicina l’ombra misteriosa di colui, sul cui volume era divenuto macro, l’ombra che era stata benefica protettrice degli eroici soldati repubblicani: il genio dell’arte e della libertà si presenta a lui sotto le amabili e nobili sembianze di Virgilio. Egli è mandato da Beatrice, la quale ha traversato l’infinito spazio de’ cieli, per venire in aiuto, di colui che amò, e lo aspetta, per essergli guida a contemplare la beatitudine del paradiso. Allora egli vince sè stesso, ed entra nel regno delle ombre.

Ma non è un’anima separata dal corpo, che s’incammina; non è un’ estasi o una visione la sua; egli s’avanza in corpo ed anima, è Dante Alighieri, l’indomito Ghibellino con tutte le sue passioni e le sue memorie, co’ suoi sdegni generosi, coll’impeto de’ suoi affetti. E quando si trova fra le ombre, queste sembran quasi ripigliar corpo, sentono il sangue scorrere nelle loro vene, si rianimano delle antiche passioni, tornan Guelfi e Ghibellini, e qualcuna, memore ancora della patria fiorentina, tenta d’abbracciare il poeta, dimenticando che non è più rivestita d’umana carne. Lo stesso Alighieri s’è talmente perduto nella sua ispirazione, che resta addolorato e sorpreso, quando volendo affettuosamente stringere il suo Casella, le braccia gli ritornano al seno. Il poeta percorre come suo proprio regno questo mondo, che è l’immagine di quello, che ha pur ora lasciato, è l’eco della sua coscienza, nella quale il suo secolo si trova spiegato a sè stesso. Qui non vi sono più dannati, che scontino le colpe di lontani progenitori, che avevano usurpato un benefizio ecclesiastico [33]. Qui non si trova perdonato il delitto di sangue, e punita senza remissione una decima non pagata [34]. No, questo mondo ha finalmente accettato anch’esso le leggi della ragione, obbedisce alla coscienza del poeta, dalla quale è stato evocato.

L’inferno dà un posto d’onore ad Omero, a Platone, ad Aristotele, e per questi pagani, pei quali la leggenda non aveva pietà, esso sospende i suoi tormenti. Catone pagano, suicida, ma eroe di libertà, è messo a guardia del purgatorio, ed egli è

Degno di tanta reverenza in vista,

Che più non dee a padre alcun figliuolo.

E nel paradiso, quando il poeta vede- l’aquila misteriosa, composta dalle luci sante dei beati insieme raccolti, Traiano è primo fra quelli che ne Circondano l’occhio, perchè

La vedovella consolò del figlio.

E la quinta fra queste luci, è un’altro pagano:

Chi crederebbe giù nel mondo errante,

Che Ilifeo Troiano in questo tondo

Fosse ’la quinta delle luci sante?

Ma Virgilio glia veva detto che Rifeo era morto per la patria, ed il paradiso si onorava di queste virtù. Il poeta, nell’inferno, è pieno d’irrefrenabile ira contro coloro, che si lasciaron vincere da passioni vigliacche, che ingannarono, mentirouo, simularono una falsa pietà, e li ricaccia sdegnosamente ne’ loro tormenti, quando osano avvicinarsi a lui. Ma egli è commosso sì che cade privo dei sensi, quando Francesca gli racconta la pietosa istoria de’ colpevoli amori, mentre che Paolo piange dirottamente. Egli vorrebbe saper consolare que’ due amanti, che rese immortali; egli non sa nascondere la sua compiacenza, quando s’avede che la bufera infernale non riuscirà a separarli. E quando si trova fra le scoperchiate tombe degli eretici, arriva al suo orecchio la voce d’un Toscano, che di mezzo ai tormenti gli chiede nuove della sua patria. E Virgilio, quasi impaziente, che Dante non abbia già riconosciuto colui, che solo difese Fiorenza a viso aperto, lo spinge fra le sepolture a lui:

Vedi là Farinata che s’è dritto,

Dalla cintola in su tutto il vedrai.

Esso, infatti, erge fieramente la sdegnosa fronte,

Come avesse lo inferno in gran dispitto.

E quasi le anime, che lo bruciano, non arrivino insino a lui, egli non fa un lamento solo de’ suoi tormenti; non ode il padre di Cavalcanti che, piangendo, chiede del proprio figlio nuove a Dante; ma ragionando dei partiti che lacerarono la repubblica fiorentina, si trasfonde siffattamente in quel discorso, che quando è costretto a confessare la disfatta de’ suoi amici, egli quasi battendo il pugno sulla tomba scoperchiata; osa dire:

Ciò mi tormenta più che questo letto.

La ferrea virtù del Ghibellino non è domata dalle pene infernali. Virgilio è tutto intento, quasi anch’egli fosse stato a parte di quelle lotte repubblicane. Il lettore dimentico d’avere innanzi a sè un libro, è trasportato nell’altro mondo, rapito da quella forza del genio, che distrugge il tempo e la spazio, che è l’essenza della poesia, ed innanzi alla quale la critica resta impotente a ragionare.

Il poeta procede così fino al paradiso, portando sempre con sè l’umana natura, e quasi comunicandola ai dannati ed ai beati del cielo. Ivi Beatrice lo guida, e mentre che egli, memore dell’antico affetto, pende dagli occhi di lei; ella lo conduce innanzi a Dio, accanto a cui siede e risplende d’una luce così viva che il rapito amante non sa più sostenerla. Rivolge allora l’affaticato sguardo in sè stesso, e si ritrova finalmente di nuovo sulla terra.

Dante Alighieri, adunque, aveva innanzi a sè trovato una lirica tutta artifizio e convenzioni, una lingua incerta ed ancora mal formata; ma sentito nel suo animo un affetto vero e sincero, vi si abbandonò pienamente, ed ascoltando la voce del suo cuore, potè creare la lirica moderna. Nato in mezzo ai partiti, pose tra i Guelfi ed i Ghibellini il concetto d’una patria comune; fra le teoriche degli scrittori imperiali e papali, il principio del diritto come fondamento dello Stato; e ridonava così alla società civile la sua indipendenza, ed agl’Italiani il sentimento di nazione. Volse lo sguardo a tutta la sapienza del suo secolo, e seppe conciliare nell’immortale poema la città di Dio con quella degli uomini. La vita terrena e la vita celeste non furono più in contraddizione; l’altro mondo gli apparve come una continuazione di questo, sottoposto alle medesime leggi. Portando nel cielo un elemento umano, ritrovava sulla terra un principio divino, e da questa nuova armonia nasceva l’arte moderna. E così per Dante la sorgente perenne della poesia è il cuore dell’uomo, in cui il Dio cristiano si rivela ai mortali; il principio della scienza è la ragione; la base della società è il diritto. Il medio evo allora è chiuso per sempre, la civiltà moderna è cominciata, ed egli ha saputo porre innanzi agli occhi de’ suoi connazionali quell’ideale, che fu per più di cinque secoli sospirato invano, e che essi ora finalmente possono festeggiare, festeggiando il poeta.

Pisa 1.° Maggio 1863.

P. VILLARI.

AVVERTENZA

Dobbiamo dire al lettore, in che modo furono raccolte le leggende e tradizioni, che pubblichiamo. La prima idea ci venne, trovando fra le carte da Alessandro Torri lasciate nella Scuola Normale di Pisa, varie copie della Visione di Tantolo, in diverse lingue, ed il disegno di stamparla sulle antiche e rare edizioni del Secolo xv, insieme con una versione inedita, fatta nel buon secolo, della leggenda di frate Alberico. Pensammo allora di raccogliere in un volume le principali leggende antiche, che si potevano trovare in italiano, e che avevano attinenza colla Divina Commedia. Cercammo nella Palatina e nella Magliabechiana di Firenze, e fra i MSS. dei Secoli xiv e xv, trovammo quelle di S. Patrizio, S. Paolo, S. Brandano. Ma quando eravamo per farle copiare, ci fu assicurato che il Prof. F. Selmi, ora provveditore degli studi a Torino, attendeva ad un lavoro simile al nostro, ed aveva già fatto copiare varie leggende. Sospendemmo allora ogni altra ricerca. Se non che, passando per Torino, il prof. Selmi ci disse di avere abbandonato quel lavoro, per attendere a scrivere una vita di Dante; ed ebbe la rara gentilezza, non solo di spronarci a continuare il nostro lavoro, ma di affidarci tutte le carte da lui raccolte. Se noi gliene fummo grati, è inutile dirlo. Fra questi fogli v’erano molte leggende, che noi non pubblichiamo, essendo anche il sig. Selmi d’accordo con noi sulla necessità di ristringersi solo alle più importanti. Rimessici al lavoro, trovammo in Firenze altri MSS., e nella biblioteca nazionale di Napoli ci fu dato rinvenire la Cronica del Caracciolo, che dà la leggenda di Virgilio, ed è il primo originale del falso Villani. Questo codice crediamo abbia una qualche importanza, per più ragioni che abbiamo accennate.

Noi ristampiamo la leggenda di Tantolo in latino ed in italiano, per la sua importanza al nostro scopo, e per la diversità delle due redazioni. Poniamo in luce le versioni italiane di S. Paolo, di S. Patrizio e di S. Brandano; ma quest’ultima non ci sapemmo decidere a darla intera, perchè il traduttore vi aggiunse un così gran numero di episodi e di capitoli poco significanti, che non credemmo possibile trovare lettori abbastanza pazienti, per leggerli tutti. Ne demmo quindi quella parte, in cui la leggenda si ritrova, e da cui si può anche avere un’idea delle giunte. Non abbiamo trovato la versione italiana di frate Alberico, e l’originale latino essendo stato già recentemente stampato due volte, abbiamo creduto inutile ripubblicarlo. Nella stampa ci siamo fedelmente attenuti ai testi antichi, seguendo per la ortografia le norme seguite generalmente ancora dalla Commissione dei testi di lingua. I codici di S. Patrizio e del Caracciolo sono del secolo xv, gli altri ci sembrano del xiv

 

Dobbiamo aggiungere che dai monaci di Montecassino, e da quelli della Cava avemmo ogni gentilezza ed ogni aiuto richiesto. I primi ci fecero conoscere le varianti, che passano fra il codice originale della visione d’Alberico, che si trova in Montecassino, e quello di Roma, che servì al Cancellieri ed agli editori di Padova; e di esse ci dettero copia. Alla Cava, osservando il prezioso codice, che ivi trovasi dello Speculum historiale del Bellovacense, chiedemmo la copia alcuni capitoli, e ci furono da quei Padri stessi copiati e mandati gentilmente a Pisa, insieme con molte notizie. Del resto, la cortesia e la dottrina dei monaci di Montecassino e della Cava non hanno bisogno delle nostre parole per esser note. A noi basta esprimer loro la nostra riconoscenza.

E finalmente sentiamo l’obbligo di dire che, nella brevità del tempo che ci stringeva, avemmo nel condurre la stampa di queste leggende, l’aiuto di due nostri colleghi, i professori Ferrucci e D’ Ancona, i quali con la loro perizia contribuirono a render corretta questa pubblicazione. Ad essi noi rendiamo i nostri più sinceri ringraziamenti.

Note

________________________

[1] Ciullo dAlcamo.

[2] Id. e B. Latini.             

[3] Guittone d’Arezzo.

[4] Ciullo d’Alcamo..

[5] Pier delle Vigne

[6] Vedi per altri esempi simili. Nannucci, Manuale ec. Perticari. Scrittori dei trecento.

[7] Dante, Par. XIV, 27.

[8] Pur. XXVII. 40:1.

[9] Par. XX, 97.

[10] Inf. IX, 5i., Par. VII, 54.

[11] Histoire Littéraire de la France, vol. XXIII. p. 598. Paris, 1862.

[12] Hédélstand Du Méril , Mélanges archéologiques et Littéraires. Paris 1880, p. 305.

Lo stesso autore osserva: cento testimonianze provano, che lo poesìe del medio evo eran fatte per essere più ascoltate che lette. Fra molti esempi cita il romanzo di Fregus, che termina con questi due versi

Ichi est la fin du romanch,

Pais et salús as escoutans.

[13] Ibid. p. 322.

[14] Osserviamo con piacere, che il sig. Francesco Lanzani, alunno della Scuola Nor-male di Pisa, ha pubblicato sulla Monarchia una pregevole tesi. Milano, 1864.

[15] Lib. II, par. V.

[16] Lib. II, par. II.

[17] Alessandro Torri, che s occupò molto di studi danteschi, aveva pensato di fare una ristampa della Visione di Tantolo, e nella sua corrispondenza, che si conserva nella Scuola Normale di Pisa, trovammo l’indice del volume da lui meditato. Ivi si parla ancora d’una traduzione fatta nel buon secolo della Visione d’Alberico, che egli voleva stampare in appendice a quella di Tantolo. A noi però non è riuscito trovarla, sebbene ne avessimo fatte molte ricerche in varie biblioteche.

Vogliamo qui notare, che la visione d’Alberico, pubblicata dal Cancellieri in Roma, 1844, sul codice romano, venne sul medesimo codice riscontrata e corretta dagli editori di tutte le opere di Dante, stampate a Padova dalla tipografia della Minerva. Tuttavia, -riscontrando le due edizioni col Codice originale cassinese del secolo xii. si trovano parecchie varianti. Diamo qui sotto quelle varianti, fra l’edizione del Cancellieri ed il Codice Cassinese, che non sono state corrette nella edizione di Padova. I primi numeri indicano la pagina, i secondi il verso nella edizione Cancellieri. Le parole in carattere corsivo mancano affatto o sono scorrette nelle due edizioni:

pag. 146, lin. 8  silentio tegere.   verum      |   pag. 146.  lin.      25   ita retulit.   quaedam

  "       "    "   9  quamquam indotto stylo       |     "        "       "         9    vocabatur    heloy

  "       "    "  14 In Campania igitur provin |     "     l52 da sotto   3    vides  ita   cruciari

                       cia quoddam castellum          |     "       "         "        9 captivis et tribulantibus

p.      162         lin.         9             animarum innumerabilis stabat

"        164         "              5             ita autem purgantur

"        166         "              4             quale sit 

"          "            da sotto               45           interea stante me ibi

"        168         "              4             ministris horridus hispidus

"        170         "              47           moechatus est eam in corde suo. quid

"        172         "              2             potestatem tuam trado

"        176         "              8             aptans magnumque serpentem

"        186         da sotto               14           quam ut superius dimittânt

"        188         "              47           corde suo diligunt

"        190         "              "             idem beatus apostolus cepit

"        190         "              43           quod seculares

"        194         "              2             spiritus vero angelici

"        204         lin.         40           cereum scilicet ad mensuram

"        "              "              15           stupefactus et exsensis fui

"        "          da sotto    8              statimque sensui meo ad integrum restitutus sum. Haec et alia quae viderat idem puer Albericus cunctis passim vitae suae curam gerentibus referebat, ac post relictis patre et matre, casinense monasterium petiit, quem Ven. Gerardus ejusdem coenobii Abbas gratantissime nimis suscipiens, sanctae conversionis habitum induit etc.

[18] Intorno alta leggenda di Fausto vedi la raccolta, intitolata: Doctor Johann Faust, von J. Scheible, Stuttgart, 1846.

[19] Leibnitii, Scriptores rerum Brunsvicensium, vol. II; p. 695.

[20] Leibnitii, Scriptores rerum. Brunsvicensium, vol. 1, p. 881.

[21] Walter Burley. De vita et moribus philosophorum et poetarum, Cap. 103.  L’autorità di questo Alessandro trovasi citata anche nel falso Villain, napoletano, e nella Cronaca del Caracciolo, di cui più basso parleremo.

[22] Muratori, Scriptores rerum italicarum, vol. V, p. 937-44. Questo cronista, che racconta fatti avvenuti al suo tempo, era già abate del convento benedettino di Salvatore nella città di Telesa, Terra di Lavoro, nel 1098.

[23] Vates Maro Gentilium, Do Christo testimonium. Mistero delle sette vergini del 1050.

[24] Il Roth nella sua erudita e bellissima memoria Uber den Zauberer Virgilius, pubblicata nella Germania di PFEIFFER, anno IV, fasc. 3, Vienna 1857, volendo sostenere che la leggenda di Virgilio sia nata verso il 1450, suppone che il passo di Donato, che ne parla, sia interpolato da qualche copista napoletano, e che nel xv secolo s’introducesse negli altri codici posteriori; E ciò egli convalida coll’osservare, che le edizioni di Donato son fatte sopra MSS. del secolo xv, e che nel solo MS. che si conosca del secolo x, a Berna, quel passo manca affatto. Ma oltre di che, ciò non esclude la possibilità di trovare altri MSS. più antichi del secolo xv, nei quali quel passo s’incontri, anche ammessa l’interpolazione, non per questo ne verrebbe provato, che la credenza in un Virgilio mago non sia assai più antica del xv secolo. Quanto sieno antiche le tradizioni intorno a Virgilio Mago, si può vedere dal saggio di E. Du Méril, Virgile l’enchanteur, nei suoi Mélanges archéologiques; Paris 1850, e dai moltissimi altri lavori pubblicati intorno a questa leggenda.

[25] « Interea ad tantam famis asperitatem civitas pervenit neapolitana, quod infantes multi, pueri, adolescentes, juvenes, senes etiam utriusque sexus per civitatis plateas et domos spiritum exhalabant. Sed magister militum et ejus fideles, qui libertati invigilabant civitatis, quique antiquorum suorum sequebantur honestatem, mori prius famis morte malebant, quam sub nefandi Regis potestate colla submittere ». Falconis Beneventani, Chronicon, in Muratori, Rerum italicar. Script. vol. V. p. 120.

[26] Questa Cronica fu stampata la prima volta nel secolo xv, senza data, e due volte nei secoli posteriori. Fu sempre attribuita al Villani, ed è perciò conosciuta ora sotto il nome di falso Villani.

[27] Il Muratori è il solo, che nella sua prefazione all’Aliprandi (Antiq. ital. vol. V), accenni a questa cronica, che egli credette essere l’originale del falso Villani, e la dice scritta circa il 1360. Sembra però che non l’abbia letta, perchè nel codice napoletano da noi trovato, essa parla d’un fatto avvenuto nel 1380. Il nostro codice porta in fondo la scritta: Hic liber scriptus et finitus est per manum notarii Petri de Aliberto, de Baronia Sancti Severi, sub anno Domini 1471 die 24 augusti, quartae indictionis, ad preces et rogatum magnifici viri domini Alexandri Mattiae de Salerno, militis in dicto anno, dignissimi viceprincipis dictae baroniae.  Il codice contiene, fino al foglio 20 inclusive, la Cronica di Napoli, che non è divisa in libri, ma solo in lxxi capitoli, l’ultimo dei quali finisce con queste parole: Le sopradicte breve informatiuni, tracta de diverse coroniche, la fa ad luy Signore re Luisi, lo vostro fidelissimo vassallo Bartholomieo Carazolo, dicto Carafa, cavaleri de Napoli. E poi si procede, senza altra distinzione, anzi continuano la stessa numerazione dei capitoli, a copiare dal Villani tutti quelli, nei quali esso parla de’ fatti generali d’Italia, e di Napoli in particolare.

[28] Il monaco Elinando scrisse una Cronica che finisce al 1240. Lo Speculum historiale del Bellovacense finisce all’anno 1251; l’autore fiorì sotto papa Innocenzo IV, e morì verso il 1264. La sua opera è divisa in quattro parti: Specchio istoriale, naturale, morale, dottrinale. La prima fu stampata più volte nel secolo xv. Nella R. Badia della Cava trovasi un bellissimo codice dello Speculum historiale in due volumi, in pergamena, del 1324. In esso (Lib. VII, Cap. LX) abbiamo letta la narrazione citata: De Commendatione Virgilii et gestis eius, Helynandus, lib. XXVI. Nei capitoli seguenti si parla delle opere di Virgilio, e si porta la IV egloga e l’autorità di S. Agostino in prova del potere soprannaturale di Virgilio.

[29] Questa leggenda è stata recentemente illustrata e pubblicata in italiano dal Prof. A. D’Ancona. Pisa 1861.

[30] Vedi il bellissimo lavoro del Roth, più sopra citato; esso merita per la vasta erudizione ogni encomio. Noi però non andiamo perfettamente d’accordo coll’autore, intorno all’origine della leggenda di Virgilio.

[31] Muratori, Antiq. Ital. vol. V.

[32] S. Gennaro moriva l’anno 305 D. C., e fino il 1337 non troviamo alcuna memoria del miracolo. Le Raccolte di riti della Chiesa metropolitana di Napoli descrivono sino a quell’anno le feste del Santo, parlano della sua testa portata in processione, e nulla dicono del sangue indurito, che si discioglie ora miracolosamente, in alcuni giorni dell’anno, quando le boccette che lo contengono vengono avvicinate alla testa del Santo, intorno a cui sono accesi moltissimi ceri.

Il primo che, secondo lo ricerche degli eruditi credenti, ci parli del miracolo è l’autore della vita di S. Pellegrino, libro scritto nella metà del secolo xv. ll miracolo adunque non era anche avvenuto l’anno 1337, era già cominciato l’anno 1450; ma niuno sa dirci nè il tempo preciso, ne il modo, nè perchè cominciasse. Strano davvero che un fatto di tal natura cominciasse inavvertito, e così tardi! Appena cominciato, la fede nelle opere magiche di Virgilio principia a cessare; il Caracciolo ed il falso Villani, che le descrissero appunto in quel lasso di tempo, e con tanta cura, già esprimono qualche dubbio religioso intorno alla possibilità di alcuna di esse.

La leggenda però continua a fiorire, specialmente per le memorie che la collegano a Pozzuoli. E allora noi vediamo ad un tratto venir fuori il secondo miracolo della pietra ove dicesi che il Santo fosse decollato, la quale trasuda sangue ogni anno, nel tempo stesso in cui l’altro miracolo segue in Napoli. E di questo secondo miracolo, assai posteriore, neppure si conosce l’origine. Si sa solo, che la chiesa, in cui trovasi la pietra miracolosa, fu dalla città di Napoli edificata per voto, dopo la peste del 1656.

Senza voler dar troppo peso ad una ipotesi, ravviciniamo i fatti e le date. La leggenda di S. Gennaro, a cui neppure il più fervente cattolico è obbligato di credere, ci sembra davvero che succeda a quella di Virgilio, e quasi ne prenda il posto. Nata in tempi di servitù, essa è meno antica, meno poetica e più grossolana.

[33] Come nella Visione raccontata da Gregorio VII.

[34] Come nella Visione di Tantolo.

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Ultimo aggiornamento: 02 maggio 2009