Anonimo

La visione di Tantolo

(Visio Tungdali)

Edizione di riferimento

Antiche Leggende, Tradizioni che illustrano la Divina Commedia, precedute da alcune osservazioni di P. Villari, Pisa Tipografia Nistri 1865

Edizione elettronica in collaborazione con Liberliber

LA VISIONE DI TANTOLO [1]

CAPITULO I.

Incomincia la visione di Tantolo [2], lo quale fu a l’inferno,

in purgatorio e in paradiso; e nota quello che vide, audì e sentì.

In quella provincia de Ibernia si è una città c’ ha nome Coreta [3],ch’è in l’ultima parte, el fu uno nobile cavagliero, e ricco de avere e de possessioni et amici; et era forte giovene e molto bello e grazioso et aitante de la persona, e questo nobile cavagliere haveva nome Tantolo. Lui tenea compagni e donzelli et altra bella famiglia e belli destrieri, corseri e palafreni; e faceva molti belli conviti ad altrui, e per continuo apparecchiava ben in casa sua, et avea mastini, levrieri, sausi [4] e bracchi assai, et falconi, astori, sparveri: per che ’l diletto di questo cavagliere si era molto dato al cacciare [5]e a l’osellare. Et questo Tantolo molto ben giostrava e bagordava; de abracciare, correre e saltare niuno non lo poteva vincere, e de torniare era maestro: e de questa sua legiadria avea grande vanagloria, et non apprecciava nessuno. Questo Tantolo si era pieno di rei vizii e de mala dottrina, lussurioso, superbo, e impiva tutte le sue voluntade, non timendo l’omnipotente Dio, da cui descende tutte le grazie. Sempre despregiava li poveri de Dio e li suoi comandamenti; e se alcuno povero gli andava a dimandare caritate, lui sì li cacciava via e incitaveli li cani drieto, digando [6] che lui voleva inanzi dare el suo pane a li cani, che a li poveri; chè li suoi cani li davano diletto et utile; e minacciandoli forte che lui li faria [7] rompere l’ossa e bastonare con bastoni, se egli tornavano mai più. Mai questo Tantolo non andava in chiesia, nè diceva orazione, nè si raccomandava a Dio. Diceva che non sapeva ch’el fusse Dio, e ch’altro Dio non era, se non ad essere ricco e darsi bon tempo e piacere; e chi così poteva fare si era Dio, e che lui era Dio in questo mondo, e che altro mondo non era. Questo Tantolo apparecchiava ben ad altrui da mangiare, e per continuo forestieri aveva con seco a mangiare, e sempre teniva le porte aperte per essere laudato e nominato per quella cittade, e molto si laudava se medesimo, di quello che esso faceva, quando lui era in molta gente.

A Dio piacque de exterminare tanta mala vita quanta era in costui, cioè Tantolo, per questo modo. Uno cittadino di quella città molto ricco fece nozze per menare donna, e fece grande apparecchiamento, e fece invitare molta gente di quella città e d’altre terre; e questo Tantolo li fu invitato ancora lui a queste nozze. E quando fu il dì de la festa, tutte le persone invitate vennero al convito, e dieno racqua a le mani a tutti, e assentassi [8]; e portati li cibi sopra le mense con grande festa, questo cavagliere, ch’avea nome Tantolo, distese la mano a la scutella per tuorre del cibo; e avendo la mano in la scutella, cominciò a cridare molto forte: Oimè! oimè! oimè! Aiutateme ch’io mi moro. E subitamente l’anima se li partì dal corpo, e ’l corpo subitamente cadete [9] in terra; funno levate le tavole a gran pianti, e grande tristezza fu in quella città. Corseno li medici, maravigliandosi le gente; cercorono li polsi, e non trovaro in lui segno de vita, se non uno poco de caldo sotto la tetta [10] manca, e per questo caldo non volsero ch’el fusse sotterrato; e feceno apparecchiamento grande de cera e de vestimente.

Quando l’anima di costui fu fuora del suo corpo, e lei sì se ritrovava in uno grande prato, disse [11]: Stando mi in questo, e cognoscendo ben ch’io era abandonata dal corpo mio, e remordendomi la conscienzia de le offese fatte a Dio, volea tornare in lo mio corpo e non poteva ritornare; voleva andare fuora e non sapea, imperò che in ogni luoco temeva d’andare. In questo modo la misera anima stava. Io non sapea che mi dovesse fare, cognoscendo ch’io aveva meritato la morte eternale, per le grande offese fatte a Dio. E in questo modo la mia misera anima se revolgea, e non trovava remedio alcuno nè fidanza, se non la misericordia de Dio. E stando così una grande ora, piangendo e gemendo, e non sapendo che mi dovesse fare; subitamente io vidi venire una moltitudine de spiriti maligni: intanto che non solamente la casa dove era lo mio corpo, ma eziandio impitte tutte le vie e la piazza de la cittade, e non era luoco che de loro non fusse pieno. E poi ch’ebbeno circumdato la trista anima, sì cominciaro molto a turbarla e disconsolarla, e dicevano così: Cantiamo [12] a questa misera anima uno canto debile da morte, imperò che ella è figliola de la morte, e cibo de fuoco, che mai non se poterà extinguere, et è amica de le tenebre, et inimica de la luce. E revolgendosi inverso da lei, tuttiquanti stridevano con li denti sopra de essa, con grandissimo furore; e se squarciavano le guancie con le sue ongie medesime, e dicevano così: O misera anima, ecco lo populoche tu seguitasti, con lo quale ti conviene andare sempre, e stare in lo inferno; imperciò che tu sei stata nutricata de scandali, e madre de la discordia; imperò che tu sei stato superbo, avaro, invidioso, lussurioso, guloso, accidioso et ozioso et incredulo [13]. Dove è la tua forza? Dove è el tuo disordine? De queste e de l’altre cose impaurita e sbigottita la mia misera anima, non sapeva altro che fare, se non piangere derottamente; perchè io sì aspettava la morte da coloro che m’avevano cotanto minacciato. Ma Colui che non vuole la morte del peccatore, a cui solo appartiene de dare medicina, da poi la morte, cioè l’omnipotente Dio, al quale non è occulto alcuno iudicio, ordina e dispone bene tutte le cose; sì vole terminare la mia misera anima in questo modo.

CAPITULO II.

Come l’omnipotente Dio volse dare soccorso

a la mia trista anima per lo suo angelo.

Mandò [14] adunque l’Omnipotente Dio l’angelo suo contra demi così afflitto e desconsolato, e vedendolomi venire da longi, come una stella resplendente, sì lo guardava attentamente; sperando essere aiutato [15] da lui. L’angelo come giunse apresso de mi, sì me disse: Dio ti salvi, Tantolo. Vegiando l’anima questo resplendentissimo giovene sopra tutte le creature che mai vedessi, e udendose chiamare per nome, e salutare; tra per la paura e per lo gaudio de la visione de l’angelo, piangendo disse: Oimè! Signore e padre mio, li dolorosi de l’inferno me hanno intorniada; e condolendosi de la morte, sì m’hanno occupada e presa . E l’angolo sì rispose e disse: Ora mi chiami patre e signore, e quando m’avevi con ti sempre, mai non mi chiamasti, e de cotale moneta mai non mi pagasti; nè de tal nome non me rendesti mai onore, nè per ditto nè fatto. E l’anima respose e disse: Oimè! Signore mio, io non te vidi mai, e non udi mai la tua voce dolcissima, come te dovea rendere onore? E l’angelo disse: Da l’ora che tu nascesti al mondo, infino a questo dì e ora che l’anima ti si partì dal corpo, sempre io ti perseguitai, indugiandosi [16] a ben fare, e non volesti farlo, nè consentire al mio volere nè al mio consiglio. E destendendo la mano ad uno de quelli spiriti rei, quello che peggio mi facea, disse: Ecco colui, a’ cui consigli tu t’ hai tenuto, e la sua voluntade tu hai ademplita, e di me non ti curasti. Ma [17] imperciò che Dio si è pietoso, manda inanzi la misericordia che la iustizia; Esso non ti venne meno de la sua misericordia, e per ciò fia securo e alegro, imperò che tu porterai poche pene di quelle che tu portaresti, si la misericordia del tuo Creatore non t’ avesse sovegnuda. Adunque seguita me, acciò ch’io ti mostri. Teneti a mente, e reducete a memoria; imperò che tu dia [18] ritornare al tuo corpo. Udendo li demoni queste parole, e negando [19] ch’elli non potevano adempire ne l’anima, quello ch’elli avevano minacciado; sì cominciaro a parlare contra Dio, a la cui voluntade non potevano contrastare, e dicevano così: O Dio, come tu sei iniusto signore e crudele; per ciò che tu dai vita a chi ti piace, e dai la morte a chi tu voli, e non li rendi secondo l’opera sua; anzi salvi le anime che non son da salvare, e danni coloro che non sono da dannare. E poi si levonno l’uno contra l’altro, e davansi infra loro de fortissime piaghe [20], e lassaro grandissima puzza; e sì se partiro indignati con grande tristezza.

Poi che li funno partiti con grande cridore, l’angelo sì intrò inanzi a l’anima, e disse: Veni drieto. E l’anima rispose e disse: Oimè! Signore mio, se tu vai innanzi, e io seguiti drieto, questi mali spiriti [21] mi prenderanno e porteramme in lo foco eternale. E l’angelo disse: Non temere; però che Dio è più con noi che con loro. Se Dio è con noi, chi contra noi? A te non si approssimaranno; nè non consideri bene con li occhi toi la tribulazione de li peccatori; e tu porterai puoche pene de quelle le quale tu hai meritato, come io t’ho dicto di sopra. Poi disse: Andemo oltra.

CAPITULO III.

Come loro intronno in una longa via obscura,

in la quale non se vedeva se non lo splendore de l’Angelo.

Andando oltra costoro, funno intrati in una longa via, e non vedeano lume nè luce, altro che lo splendore de l’angelo. E andando per questa via, fummo giunti ad una valle molto terribile e tenebrosa, e coperta de caligine de morte: et era molto profundissima e piena de carboni affogadi; e di sopra era uno coperto de ferro fatto a modo de una gradela: el caldo de questo coperto era magiore de quello de’ carboni; ma la puzza che vi usciva era peggio che niuna altra pena. E sopra questa gradella sedeva grande moltitudine de’ demonij, che tormentavano grande quantità d’anime, le quale friggevano come fa el lardo ne la padella, ancora peggio; che così fretti colavano zoso per questa gradella, e cascavano zoso in questa valle piena de’ carboni accesi, e quelle anime se rafrescavano, e tormentavase in questo modo.

E quando questa anima vide tormentare queste anime così, fu tutta smarrida, e disse a l’angelo: O missere, pregoti che mi dichi s’el ti piace, che avevano coloro fatto, che sono iudicati a così fatte pene. E l’angelo disse: Questi sono omicidiali de patre e de madre e de’ fratelli: questa si è la pena deputata a loro et a quelli che consente; e da poi sono mandati a magiore pena ch’io te mostrarò. Allora l’anima, sentendosi incolpata, disse: Dime, missere, porterò io questa pena? Rispuose l’angelo e disse: Ben l’hai meritata, ma tu non la porterai; e avenga che tu non abbi morto padre nè madre, pur tu sei stato omicidiale d’altri; ma tu non sara’ punito a questa fiada. E guardati de questa ora inanzi, quando tu aerai tornato in lo tuo corpo; perchè tu saresti punito come costoro. E poi disse: Andiamo oltra, che noi avemo a fare grande viaggio. E caminando oltra, fumo giunti ad uno monte grandissimo, de grandi boschi e de obscura solitudine. In quella cava stretta, da l’una parte de la via del monte era fuoco de solfore puzolente e tenebroso; da l’altra parte era neve agiazata [22] con granello e vento orribile. Et era questo vento apparecchiato a premere le anime, pieno de tormentatori, sì che ’l non era alcuno passo securo, per coloro che passavano. E quelli tormentatori sì avevano in mano forche de ferro appontidi et affocadi, con tre denti revolti a modo de rampini, con li quali pigliavano l’anime che passavano, e tiravale in le ditte pene, e mettevale, con li forcadi ne le pene del foco e del solfore. E quando e’ li [23] aveano molta tormentati e revolti nel fuoco, le piava con le forche, e gittaveli mo in la neve, mo in la giaza. E quando l’anima vidde queste cose così terribile, cominciò ad avere grande paura, e disse a l’angelo: Dimmi, Signore mio, come farò da passare questa via ne la quale veggio apparecchiate tante insidie e tanti inimici, per tirarmi a quelle pene? Allora l’angelo mi rispose e disse: Non temere niente, viene drieto, et io intrarò inanzi. E l’anima el sequitoe, e funno passati oltra senza impedimento.

CAPITULO IV.

Come giunsero ad un’ altra valle profondissima, puzzolente et oscura.

Poi, andando noi oltra, giunsessimo ad una valle profundissima e puzzolente e tanto oscura, che ’l fondo non si potea vedere; ma ben si udiva el suono del fondo che faceva, lo quale era molto pieno d’anime, che lì dentro erano tormentate, e de le quale usciva uno grandissimo fumo de quello solfore, el quale avanzava tutte l’altre pene che l’anima avea vedute. E da uno monte a l’altro era in mezzo una tavola sopra questa valle, a modo d’uno ponte, et era longa ben mille passa. Alcuna anima che non fusse eletta a vita eterna, non potea passare. E qui dentro viddi cascare molte anime, che alcuno non ne scampava, se non uno prete, lo quale andava innanzi. E tutte l’anime che alora passava, portavano una palma in mano. Et era vestito d’una schiavina, e passava securo, senza paura e presto. Allora l’anima, vedendo la via stretta, e de sotto cognoscendo la morte sempiternale, disse a l’angelo: Dimmi, missere mio, chi mi liberarà da questa via mortale? Alora l’Angelo lo guardò con la faccia allegra, e dissegli: Non avere paura, perchè tu scamperai bene questo passo; ma dappo questo, tu vederai ben maggiore pena. E la menò di là dal ponte, sana e salva. Et alegrada l’anima, disse a l’ angelo: Io ti prego, Signore mio, s’ el ti piace, che tu mi dichi de quelle anime che hanno fatto questo ch’avemo veduto. E l’angelo rispose e disse: Questa valle è loco de li superbi, et el monte puzzolente è pena de li traditori e de l’insidiatori. Poi disse: Andiamo, che noi trovaremo unapena oltra queste, più desmesurata che non si pò dire.

Et andando poi, e faticandosi molto per un’ altra via; viddi molto da lunga [24] una bestia molto terribile da vedere, formada de grandezza che avanzava tutti li monti ch’elli avea veduto. Erano li occhi suoi affogadi, che pareano simile a lei; la bocca sua era larga, e tenevala sempre aperta, ne la [25] quale al mio parere [26] dovrebbe starvi ben nove milia omini armati. Et avea in quella bocca doi omini intraversadi, a modo de doe colonne grandissime: l’uno aveva el capo a li denti de sopra, e pendeva con li piedi a li denti de sotto; e l’altro stava al contrario, chè avea el capo a li denti de sotto; e stavano a modo de doe colonne in questa bocca. Quelli dividevano intriegi la [27] ditta bocca, de la qual usciva grandissima fiamma de fuoco, che mai non se poteva smorzare. E questa si pò dire la bocca de la morte; e de quella bocca usciva grande fiamma, la qual parea che andasse fino al cielo. In quella fiamma e bocca erano constrette intrare l’anime che se dovevano dannare, e de quella bocca usciva puzza che non se [28] poteva sostenire; e quasi se udiva el pianto e lamento grande de l’anime, che erano cruciate in lo ventre de la bestia. E non è maraviglia, conciosia cosa che molte migliara d’anime erano accese, dolendosi e lamentandosi de la pena grande che portavano; et era innanzi a la bestia grandissima moltitudine de’ demonij che constringevano le anime ad intrare in quella bocca; ma inanzi che le intrasseno l’aflligavano duramente.

Allora l’anima avendo vedute tutte queste pene, venne quasi tutta a meno per la paura, e piangendo disse a l’angelo: Io son tutta tolta giù del senno de questa cosa, che tu vedi [29]. Potressimo noi el nostro viaggio compire, che noi [30] passassimo questo tormento? Disse l’angelo: Non scamperà niuno, se non coloro che sono eletti a vita eterna. Questa bestia si ha nome Acheronte, la quale someglia tutti li avari; de la quale bestia dice tutta la Scrittura: Chi transgiutirà el fiume Giordano non intrarà nella bocca sua. Fu dui giganti al mondo, l’uno ebbe nome Feragudo, e l’altro Chinelaco. E poi disse: Tutte queste generazione de pene che tu hai vedute, sono molte grande; ma ancora te ne mostrarò de maggiore. E dicte queste parole, andassemo ultra, e fussemo pur apresso la bestia. E incontinente l’angelo disparve, et io rimasi solo sconfitto. Vedendo li demonij, ch’io era rimaso solo, mi corsero adosso, come cani rabiosi, e me flagellono duramente, e poi mi gittono in quella bestia a tormentarmi. Ma quanti son quelli tormenti e pene ch’io portai, fu fortissima penitenzia che da poi non feci io. Ma perchè mi studio d’abreviare l’istoria, non scrivo ogni cosa; ma per non essere negligente de questa materia, et a edificazione de li lettori scriverò de molte pene ch’io portai. Dico adunque così, ch’io sostenni de grandissime morsicadure de bestie crudele, come sono de’ cani rabbiosi, de orsi, leoni, serpenti, basalischi, vipere crudelissime, innumerabili scorpioni, e dure botte da innumerabili demonij; ardore e incendio de foco, e asprezza de freddo, e terribilissima puzza de solfore, calige, oscuritade, doglie, flusso de sangue e pianto in abondanzia, tribulazione e stridore de’ denti. E queste simigliante pene, vedute e provate, che sostenne la mia misera anima, che altro che piangere et accusarme me medesimo del peccato mio; e per la grandissima tristezza e desperazione, io me guastava la mia guarnazza.

E standomi così una grande ora, e cognoscendomi essere dannata [31] a la morte eternale per li mei peccati; subitamente, non sapendo in che modo, nè in che ordine, nè da cui, io me ritrovai posto de fuora di questa bestia. E cadendo in terra molto debile per una grande ora, apersi li occhi miei, e vidi apresso de me questo spirito de luce che mi avea guidato. Allora io presi conforto e disse a l’angelo: Dimore, amico mio e speranza conceduta a me da Dio indignamente, o lume de li occhi miei, bastone e sostegno [32] de la mia misera anima; perchè mi vo’ tu, mi misera, abandonare? Se Dio misericordioso non mi avesse mai fatto nessuno bene, se non questo, che lui mi t’ha dato in soccorso et in adiutorio; io non son degno de ciò, et io ringrazio la sua misericordia, ch’è stata più che la mia iniquità. Disse l’Angelo [33]:Rendendo lui a ciascuno secondo la sua fine, e secondo ch’io te dissi; io te conforto che te guardi sì, che quando tu sarai in tua bailìa, non facci più male; a ciò che tu non vegni a queste pene che tu hai vedute. Et poi disse: Andiamo oltra a queste altre pene.

CAPITULO V.

Come partendosi de qua, l’angelo e l’ anima trovaro de mirabile pene.

Levosse l’angelo per sequitare lo suo camino; ma l’anima non potea andare, perchè s’era tanto afflitta de’ tormenti che l’avea portada, che non potea andare drieto. Alora l’angelo toccolla e confortolla e fecela forte et indussela ad andare tosto, per compire loro viaggio. Et andando per longa via, vedessemo uno stagno d’acqua tempestosa, e molto largo; et essendo tempestosa [34], non guardando [35] coloro ch’erano dentro, guardai [36] insuso ad alto. In quello stagno era grandissima moltitudine d’anime, che urlavano fortemente, e non dimandavano altro che anime a devorare. Sopra questo lago era uno ponte longo doa milia passa, e largo uno passo; sì ch’ era più longo e più stretto che l’altro passato. E sopra questo ponte era una tavola confitta con chiodi, con le punte di sopra molto aguzze, li quali foravano [37] tutti li piedi de coloro che andavano suso; e nessuno potea passare, che tutte le bestie de questo lago non corresseno al ponte, per devorare tutte quelle anime; che cascavano qui dentro, che non potevano passare. E de le sue bocche usciva fuoco grandissimo, che pareva che fesse brusare tutto ’l mondo e quello lago. E guardando me da longi su il ponte, vidi venire una anima, che piangeva molto forte et amaramente, e redolevase e scusavase se medesima de’ peccati suoi, et aveva adosso uno fascio de manelle de grano, et era constretta de passare sopra questo ponte; e cotanto peso era, che la portava grandissime pene de’ piedi forati per li chiodi, et avea grande paura de cascare in lo lago bullente, unde le bestie crudele stavano con le bocche aperte per devorare l’anime. Alora io dissi a l’angelo: Oimè! Signor mio, s’el ti piace, voria sapere, perchè quella anima è constretta a passare sotto quel peso, che l’ha adosso, e quella anima specialmente porta quello peso e quelle pene. Rispose l’angelo e disse: Questa pena è debita a tutti coloro che tieno [38] le cose d’altrui, o poco o assai, e per qualunche modo illicito, se le hanno peccato adosso d’altrui; ma non sono però punite del puoco, se quello puoco non fusse sacrilegio. E disse l’angelo: Sacrilegio [39], dico, ciascuno che invola cosa de la chiesia, unde la sia; et è sacrilegio ciascuno, che tolle cosa sacrata de luoco sacrato, e questo è iudicato sacrilegio. E magiormente coloro che offendano, sottospecie de religiosità, alcuno o alcuna fiada, e per penitenza non se emendano, staranno a magiore pene. E poi disse: Andiamo tosto, che ’l ne conviene passare quello ponte. Et io rispose: Ben so che tu lo potrai passare secure, per la potenzia de Dio. Disse l’angelo: Io non passerò con te; ma tu solo lo passerai, senza de me; e non lo passerai per te solo, anzi ti conviene menare una vacca indomita, e redurmela de là dal ponte sana e salva. Allora io cominciai a piangere amaramente, e dissi: Perchè vole Dio darme questa pena? Ecco me misera, potrò io guardare questa vacca per così fatto periculo? conciocosa che se la misericordia de Dio non me soccorre, io non la poterò mai passare solo senza impaccio [40]. Allora l’Angelo disse: Ricordate che tu facesti robare una vacca ad uno tuo compadre [41]. Et io dissi: Oimè! Signore mio, non la rendi [42] io bene quella vacca, a colui de chi l’era? Disse l’angelo: Ben la rendesti, quando non la potesti più celare. Non porterai tanta pena, quanto meno era ’l mal volere, poniamo che non potesti far l’Opera; avenga che l’uno e l’altro sia peccato mortale. E ditte queste cose, l’angelo se levò, e mostrogli una grande vacca salvatica e disse: Ecco la vacca che tu dìe menare oltra.

Vedendomi ch’io non poteva scampare de la predicta pena, io piansi el peccato mio, e presi la vacca, e ligola [43], e studiai per ogni via ch’ io poti’, de menarla al ponte. Allora le bestie del lago corseno al ponte, per recevermi se io cadesse; et io volendo fare lo mio viaggio, la vacca non voleva andare al ponte, per che sopra [44] steno in parole. Ciascuno pensi, con quanta briga se può menare uno toro per una via piana; e poi poterae cognoscere, quanta io ebbi fatica e pena a guidare quella vacca al ponte. Poi ch’io l’ebbi condutta con molta fatica e con molto sudore, per fino a mezzo ’l ponte; quivi vidi venire a l’incontro quella anima, ch’io aveva veduto sul ponte con lo grano; e quando noi fussemo approssimadi, quella mi cominciò a pregare, ch’io mi cessasse in drieto e lassassela passare e compire lo suo viaggio. Et io pregava quella, che non mi desse impedimento a passare el ponte; perchè con grande fatica avea condutta la vacca infino là, e convenivali al tutto passare oltra el ponte, e tornare in drieto non potea. In questo modo stavamo fermi, e piangevamo l’uno e l’altro, e non se volevamo dare la via l’uno a l’altro; perchè non se potevamo volgere a drieto, senza grande periculo de cascare nel stagno; unde vedevano [45] tante bestie crudele, che aspettavano con la bocca aperta per devorarne, se cascassemo dentro. E così stando ambidoi suso questo ponte, e ritornando a noi medesimi, e piangendo li peccati nostri, por li quali noi avevamo meritati queste pene, e trovatosi in tanto periculo, e insanguinando el ponte de’ nostri piedi ch’erano tutti foradi; stando noi così, una grande ora adolorati, e non sapendosi consigliare nè andare, ricorsemo a la misericordia de Dio, che non ne dovesse in così fatto periculo abandonare, cognoscendosi avere meritato quelle pene per li nostri peccati. Allora subitamente, non sapendo per che modo nè per che ordine, ciascuno de noi se trovassemo avere passato el ponte, là dove noi dovevamo arrivare. Et io trovai in capo del ponte l’angelo mio, el [46] quale mi disse: Ben se’ tu venuto; de la vacca non ti curar ormai, lassala andare. Et io mostrai a l’angelo li piedi tutti sanguinati e guasti, e dissi: Io non poterò io mai più andare. E l’angelo me rispose e disse: Ricordati come li tuoi piedi erano veloci e correnti a spargere el sangue d’altrui; imperciò degnamente l’hai portata la correzione e penitenzia; seriano senza la misericordia de Dio, se lui non te avesse sovegnudo. E ditte queste parole, l’angelo mi toccò, e incontinente io fui guarito e cominciai a seguitarlo. Et dissi: Dove andemo noi? Rispuose l’angelo: El tormentatore ne aspetta molto terribile, che noi andiamo da lui, che ha nome Pestrino; et avenga che l’albergo sempre sia pieno, sempre desidera più ospiti per tormentarli.

CAPITULO V.

Come andando l’angelo et io, peri una via longa e stretta,

unde noi trovamo una albergo che se chiama Pestrino.

Andando noi [47] per una via molto stretta, longa, obscura e tenebrosa, vedemo una casa aperta tutta rotunda e grandissima, a modo d’uno monte, de la quale usciva una grande fiamma ardente, la quale ardeva ciascuno che se li approssimava [48] a mille passa. Ma io che avea in parte provato simiglianti tormenti, non attentava approssimarmi a lei; unde io dissi a l’angelo: Oimè! che farò io misera? Ecco che noi s’aprossimamo a la porta de la morte. Chi me liberarà da questa fiamma de fuoco? Mi conviene [49] in quella casa intrare dove è quella fiamma; et appressandomesi intorno, a modo de una moltitudine de iustizieri con diverse mainere [50] de ferro da amazzare, da scorticare, da fendere e da trarre l’interiora, e da mozzare le membre; et in mezzo de la fiamma, sotto li [51] mani de costoro, era grandi tormenti, et la moltitudine de l’anime, le quali sostenivano tutte queste generazione de’ tormenti. Et vedendomi che questa era maggior pena, che tutte l’altre ch’aveva veduto, dissi a l’angelo: Io ti prego, Signor mio, s’el ti piace, che tu me debi deliberare da questi tormenti e da tutti l’altri che seguitano drieto a questo. Rispose l’angelo e disse: Questo tormento è maggiore che tutti li altri, ch’avemo veduti; ma ancora te ne mostrarò de’ maggiori, e da questo non porai scampare; imperciò che in questo supplicio intrare te conviene, ch’elli t’aspetta come cani rabiati che tu vadi a loro. Et io cominciai tutta a tremare, per l’ambastio de la imaginazione de la pena, e veniva tutta meno, e, pregava l’angelo quanto io poteva umilmente, con grande fervore, ch’el me scampasse da le mane de costoro: e questo niente me gioava lo pregare, e davanti me disparve l’angelo.

Alora, vedendo li demonii ch’io era così sola, con molta furia e grande rabia tuttiquanti mi furono intorno, ricordandomi tutti gli miei peccati ch’io aveva fatto, dicte [52]  e pensati; e provandomi tutti li beneficia e grazie da Dio, che me aveva fatto, de le quale io era stato ingrato e descognoscente, e dicevano: Ecco coloro a chi tu hai servito et obedito sempre, e noi te meritaremo davantagio. Et allora me preseno con tutti quelli instrumenti de ferro; ciascuno con lo suo mi corse adosso, e finalmente tutto me menuciaro in pezzi; e così dissipata e guasta, mi gittaro nel fuoco de questa casa. E qua dentro si udiva pianto, tristezza e dolori, stridori de’ denti; dentro e de fuora era fuoco et incendio ardente. Qui era fame de cibo, ben non si può contare; e con tutto che la sua bocca sia piena, mai non si sazia quelli tormentatori; et avea dolori orribili in le parte vergognose del corpo, le quale parevano corrotte, che gittavano puzza e molti vermi. E qui ancora erano uccelli e bestie crudele; quelle [53] se apiccano dentro, in quella parte de omini e de femme, non solamente de mundane [54]; ma eziandio, e de maggior pena e dolori de tristezza e de vergogna, erano omini e femme d’abito e conversazione religiose [55]: nessuna schiatta, nessuno habito, nessuno stato era esempto de queste pene. E coloro ch’erano a mundo reputati in magiore stato, a nome de perfezione e de santa vita, quelli erano iudicati a magiore pene. Poi ch’io misera ebbe [56] sostenuto tutti questi tormenti, me ritornonno insieme [57], e cognoscetti ben che degnamente avea sostenuto queste pene per li miei peccati.

Piacque a la divina misericordia, ch’io tornasse fuora de queste pene, non sapendo el modo nè l’ordine come io vi ho ditto altre fiate. E stando ancora in tenebre e in umbra de morte, poco stando io viddi la luce de la vita che mi aveva guidato, et io piena de amaritudine e de tristezza dissi [58] a l’angelo: Oimè! Signor mio, perchè ho io portati tanti e tali tormenti? Chi è quello, adunque, che dicea li nostri savii, de la misericordia de Dio, ch’el n’era piena la terra, dove era la sua misericordia e la sua pietà? Rispose l’angelo: Figliol mio, questa gente simplice se inganna, per quella sentenzia. Avenga che Dio sia misericordioso, Ello [59] è ancora iusto; unde la sua iustizia renderà a ciascuno secondo le opere sue. La misericordia molte cose rimette e perdona, che degne de punizione, e tutti per suo merito, dritamente portano tutti questi tormenti. Allora renderai grazie a Dio, quando tu vederai che per misericordia Lui t’abbia perdonato li tuoi peccati. E se Dio perdonasse a tutti li peccatori, in che [60] si cognoscerave lo iusto? E se la iustizia non temesse la pena, che bisognerebbe che la gente per la confessione se pentisseno, se loro non temesse Dio? Adunque, Dio lo quale dispone e ordina bene tutte le cose, et ha sì temperata la iustizia con la misericordia, e la misericordia con la iustizia, che non è mai in Lui, l’uno senza l’altro; unde se Dio perdona misericordiosamente a’ peccatori, che non fanno penitenzia in lo tempo suo, vivendo con lo corpo, sostiene poi degnamente queste pene che tu hai vedute. Et avenga che dignamente sieno [61] tolte le consolazione corporale, e diène [62] de le tribulazione per la divina misericordia; sono poi renduti per la divina iustizia, quando esce del corpo: le consolazione tornano a l’anima, che non viene mai meno, come fanno li temporali. Et in questo lassasse la sua misericordia, che avanza la iustizia; però che alcuna bona operazione non se fa che da lui non venga ordinata, e non è alcuno al mondo, che sia libero de peccato, eziandio li fantolini, ch’hanno solamente uno dì, che latta del latte de la madre, porta pena del peccato originale, che non toccano l’ombre [63] de la morte. Allora io presi conforto, per le parole de l’angelo; veni a lui [64] e dissi: Signor mio, s’el te piace, dapoi [65] che tu hai parlato de iusti; perchè sono menati a l’inferno, d’appo’ [66] che non hanno meritato vedere le porte de la morte? Rispose l’angelo e disse: Questo si fa, acciò che li menati a vedere li tormenti, de’ quali essi sono liberati per la divina grazia, se accendevano [67]più forte in le laude de Dio. El contrario dico, de l’anima de li peccatori, li quali dignamente sono indicati a le pene eternale; e quelle son primamente menate a vedere la gloria de Dio e de li sui sancti; acciò che veduta la beatitudine, la quale spontaneamente e vilamente [68]abandonano e refutano: acciò che abiano maggiore dolore avere, e acquistare per magiore acrescimento de pene; perciò che non è sì grande tormento nè maggiore; come è a vedere il partire. [69] per sempre mai de la gloria de’ santi, e la compagnia de li angeli beati, e quella visione beata de la Divina Maiesta, ch’hanno perduto per la disobedienzia sua.

E ditte queste parole, quello sacerdote ch’io vidi passare el ponte securamente, fu menato a vedere le pene de’ peccatori; acciò che vedute quelle pene, se accendesse più fortemente ad amare colui che l’avea liberato da quelle pene, e che l’avea menato a vedere tutti [70] beni. Unde quello sacerdote fu trovato fidele servo e savio; acciò aveva corona de vita, la quale Dio promisse a coloro che l’amano [71]. E poi disse l’angelo: Perciò che ancora tu non hai vedute tutte le pene, che vison; farati prode, che noi andiamo a vedere quelle, che tu non hai vedute. Et io disse a l’angelo: Se voi possiti, andemo tosto a le pene; e poi tornaremo a la gloria.

CAPITULO VII.

Come l’angelo et io trovassemo una bestia ferocissima, suso uno logo de giazza [72].

Andando l’angelo et io oltra, trovassemo una bestia più desmisurata e più crudele; che mai avessi veduta in prima, la quale avea doi piedi, doe ale, el becco longissimo. El becco suo era di ferro, e per la bocca gittava fuoco, e mai non s’asmorzava, e sedeva sopra uno lago tutto appresso de giazza. E questa bestia sempre devorava tutte l’anime che possea trovare, e poi che le avea nel ventre suo, per li tormenti erano disfatte e tornate in niente; et portavale ne lo lago giaciate, e qui se renovavano da capo li tormenti. E tutte le anime de omini e de femine, che discendevano ne lo lago, s’ingravedavano, e aspettavano lo tempo che gli era dato al parturire. E dentro dal ventre erano morsegadi a modo de’ serpenti da la creatura; e per li dolori che sentivano l’anime misere, suso per le onde puzzolente de lo lago giazzato, poi venivano al tempo del parturire; e per li dolori che le sentivano, cridavano et impivano lo inferno de’ guai, e così parturivano li omini come le femine. E non solamente per li parte usate parturivano li serpenti; ma eziandio, dico, che ’l suo parturire era cossì per le braccia e per lo petto, uscendo per tutte le membre sue; e le bestie parturide avevano lo becco de ferro ardente, con lo [73] quale elli squarciavano li corpi unde essi uscivano. Et avevano quelle bestie in la sua coda, molti ponzoni acuti a modo de ami da pescare, con li quali etti pongivano le membre, unde loro uscivano; e volendo quelle bestie uscire fuora, e non possendo trarre le code, se revolgevano adosso a quelle anime con quelli becchi de ferro ardenti, e non cessavano da [74] ferire per la carne, fino a tanto che non le avea tutte smaccate [75] e consumate fino a l’ossa: e così gridavano tutte l’anime insieme fortissimamente. Del cridore de la giazza che ondezavano, del rodere de le bestie che volevano uscire fuora e non potevano uscire, era sì grande fatica e stridi, che andavano fino al cielo; intanto che se ne li demonii potesse essere pur una favilla de pietà, se moveravano a misericordia e compassione. E avevano le anime, in capo de tutti li dicti capi, de dodece generazione de bestie, le quale li rodevano la carne e li membri infino a le osse; et avevano le ongie a modo de aspedi sordi, li quali consumavano tutto ’l palato e tutto ’l casale, et ogni cosa infino al polmone. E in le parte vergognose de li omini e de le femine, erano appiccati [76] li serpenti, li quali squarciavano e rodevano tutte quelle parte, e se studiavano de tirare fuora tutti l’interiore de lo corpo.

Vedute tutte queste cose, io dissi a l’angelo: Pregoti, Signore mio, che tu mi dichi, che avevano fatte [77] queste anime, le quale me pareano essere senza compassione, maggiore che altre io [78] abbia vedute fino a qui. Rispose l’angelo: Sì come io ti dissi di sopra, coloro che sono in maggior Stato de santitate e apparizione, se quelli stradicono, che non responda le parole al fatto e al nome, seranno iudicati a più duri tormenti. E così seguita el contrario, che recevano maggiore merito e gloria, se loro non meritaranno questa pena per colpa. Questa è una pena de’ prelati e de’ canonici, de’ monachi, de’ chierici, de’ religiosi e religiose, e de tutti quelli che non fanno quello, per che le sono in stato de prelazione, o vero in abito de religione e de santitade; e perciò li loro membri sono circondati et impiagati de diverse piage, perchè non se gastigano, nè non se affrenano da le cose inlicite e vedate [79]. E’ cruciavano li loro membri contra li prossimi come serpenti, e perciò se li pascevano li serpenti, et ardea le loro carne e membre vergognose; perchè elli non si castigono, nè non si rafrenano da l’impeto e da le tentazione [80] de la concupiscenzia carnale, e perciò elli ne son punidi; unde loro diveneno [81] bestie crudele per accrescimento de pene. E dicoti che questa pena sopraditta tocca generabilmente [82] a tutti quelli che per qualunche modo, davano materia o casone [83] ad altrui de offenderli; e perciò tu non poi scampare da queste pene, perchè quando tu potesti fare bene, non lo volesti fare, e non te vergognasti de bruttarte disonestamente de questo peccato. Ditte queste parole, viddi venire li nemici furiosamente contra di me, e con grande impeto mi presero, e diemme a le bestie a devorare. Poi ch’io fui devorato, quella pena ch’io portai ne lo ventre de la bestia, e poi ne lo lago puzzolente, perciò che le fono [84] come le altre, non fa bisogno a dirle. Stando adunque mi’ dappo’ li ditti tormenti, gravida, mi trovai ne lo lago, aspettando io ditto, parturire de’ serpenti; venne subitamente lo spirito pietoso davanti a me, e parlomi dolcemente, e sì me consulò e disse: Confortate, amica mia carissima, però che tu non porterai questo crudelissimo parto, come fanno le altre anime. E toccome e umiliome, e fu’ guarita incontinente; e disseme che subitamente io lo sequitasse.

CAPITULO VIII.

Come l’angelo et io andassemo per una via longa,

che ne menò a Vulcano et ad altri diversi tormenti.

Andando noi per una via longa, io non vedea nè sapea dove io dovesse andare; perchè io non vedeva punto de luce, se non quanto era lo splendore de l’angelo. Et andando per lochi terribili e paurosi, era la via molto stretta e periculosa, da cadere in una valle profundissima, e sempre descendevamo in giù; quanto più descendevamo, tanto più avevamo speranza de tornare a la via de la vita. Allora io dissi a l’angelo: Signore mio, dapo’ che abbiamo noi veduto li mali, che non si ponno dire, nè pensare; ma ora io tremo in questa via, che ne mena a sì fatto periculo. Rispose l’angelo e disse: Questa via ne mena a la morte. Et io dissi: Conciosiacosa che questa via sia sì stretta e periculosa, e non ci passa persona se non noi; perchè adunque disse Fevangelista: Larga e longa è la via che ci mena a la morte, e molti ne va per quella? Rispose l’angelo e disse: Figliola mia, l’evangelista non intendeva de questa via; diceva de la delettazione de li deletti e consolatione, le quale altrui caperanno legendo [85], ma non cognoscendo; e non pensano, che per questa scienzia poi posseno venire in questa così stretta e longa via, e paurosa. Et ancora è peggiore el posto donde viene l’anima, ch’è la via.

Andando poi oltra [86] molto faticosamente, e longi, giunsemo a una valle ne la quale udissemo molti pianti e guai. Allora io, lo quale udi’ questi pianti, dissi: Signore mio, odi tu quelle voce e quello pianto? Rispose l’angelo: Sì che le odo e ben lo so. Et io li dissi: Come ha nome questo tormento? Rispose l’angelo e disse: Questo tormento ha nome Vulcano, per lo cui ingegno molti sono cascati e cascano e sono tormentati da lui. Et io dissi a l’angelo: Signore mio, debo sostenire questo tormento? Rispose l’angelo e disse: Sì. E ditte queste parole, andava inanti, et io lo sequitava. Et approssimandose, ne venne incontra il tormentatori con tenaie [87] affocate; e niente dicendo a l’angelo, me presero et gittome ne la fornace del fuoco ardente; e soffiando nel foco con li mantesi, affuocome e destrusseme come fa lo piombo nel fuoco, infino a tanto che quella moltitudine d’anime torna in niente. E quando sono così destrutte, che non pareno se non una cosa guasta, le revolgevano [88] e revoltavano, e facevano de vinti una massa, e de trenta una massa, e de cento un’altra massa: et ancora peggio, chè per questo non potevano morire, et aspettavano che li desseno la morte, e non la potevano avere nè trovare. Parlavano li fabri e dicevano: Non basta questo? E li fabri ch’erano ne l’altra casa [89], rispondevano e dicevano: Buttale de qua da noi, e vederemo come hai tu fatto tanto che basti. E così le gittavano ne l’altra fabrica, e coloro le recevevano in fassi e inforcadi [90], senza lassarle cadere in terra, e poi le ritornavano nel fuoco a destrugiere da capo, e poi su l’incugine li martirizavano [91]. E così quelle misere anime stavano in quella fabbrica, mo in quell’altra, et ardevano e destrugevansi, e tanto erano martirizade, che tornavano tutte in faville de fuoco et in fiamma: e per tutto questo non potevano morire.

Poi ch’io fui più volte tormentato, me apparve el mio advocato, come era usato, e trasseme de mezzo de l’anime e de le faville, e disseme: Come ti pare stare? Pareti così dolce le delizie de li diletti e consolazione del mondo, che tu per quelle voli portare tanti tormenti? Et io niente poteva rispondere, per li tormenti ch’io aveva portato, ch’era venuta meno. Allora l’angelo m’avea grande compassione, e me parlò dolcemente, e confortomi e disseme: Sta forte per quelle ch’hai portate infino a qui; ancora sono maggiore quelle che sequitano, da le quale serai liberato, se ’l piacerà a l’onnipotente Dio, che non vole la morte del peccatore; anzi vole che tu te penti e converti e torni a lui, e che tu vivi. Poi disse: Questi tormenti, che tu hai veduti infino a qui con quelle anime, aspettano lo iudicio de Dio; ma quelle che sono più de sotto, non sono iudicate, et ancora non sono state a l’inferno de sotto. E me toccò e me guarì e confortomi come era usato, e disse: Qui compisse lo viaggio, che noi avemo a fare.

CAPITULO IX.

Come, ragionando l’angelo et io, mi condusse a vedere l’inferno

e li soi gravi tormenti, e lassome in grande paura.

Andando noi rasonando insembre [92], eccote subitamente venire uno orrore et uno freddo smesurado, con una puzza grandissima, che non avevamo ancora sentuto la maggiore: erano ancora maggiore tenebre et oscuritate, ch’io avessi mai veduto nè provato. Allora mi venne sì grande ambastio, e sì grande tremore e tribulazione, che ’l mi pareva che tutta la terra si scorlasse fortemente; et io fu constretta dire a l’angelo: Oimè! Signore mio, chiegoti che m’aiuti [93], ch’io non mi posso sostenire in piedi come soleva. Et aspettando la risposta da l’angelo, io stava ferma, e non me potea movere per la grande paura ch’io avea: et in quello, l’angelo disparve da li occhi mei. Vedendomi [94]me misera, ch’io era a le più de sotto pene de le altre, ch’io avesse ancora veduto, e ch’io era privata del mio lume e del mio solazzo; io non potea fare altro, se non quasi desperarme de la misericordia de Dio, unde disse Salomone: Sapientia e scientia non è ne l’ inferno, dove io me approssimava. E non me sapea consigliare, perchè ’l m’era venuto meno el mio aiuto. Stando così una grande pezza in tanti periculi, udiva grande crida e guai et urli grandissimi, et udi’ uno trono terribile, che la nostra capacità nol poteria contare, e secondo che disseno: In la lingua sua, non lo poterai mai narrare. Et guardandomi dintorno, se io poteva vedere per alcuno modo, donde quelle cose venivano; vidi una fossa quadra, quasi come una cisterna profundissima molto, e de questa fossa usciva una fiamma de fuoco, a modo de una altissima colonna, e puzzolente con grande fumo; e destendevase fino al cielo, et in quella fiamma era grande moltitudine d’anime con molti demonij, le quale salivano come faville, come la fiamma, e tornavano in niente, e ricadevano con li demonij ne lo profundo de l’inferno.

Poi ch’io vidi questa grandissima maravigliar voleva ritornare in drieto, e non poteva levare gli piedi de terra; e reprovandomi più e più volte, non potendo più, piena di furore, ritornai a me medesma; e presi a dire [95], squarzandome la guancia con l’ongie mie, cridando: Guai a me, perchè non moro, e perchè non volsi credere a le Scritture, unde io veggio ch’ io son dannata. Udendo questo li demonij, ch’ erano su le fiamme, incontinente mi fonno intorno, con instrumenti de ferro, con li quali tiravano l’anime a’ tormenti; e quando m’aveno così intorniada, tuttiquanti dicevano ad una voce: O misera anima, tu hai provato fino qui poche pene; ma ancora tu vederai de maggiori tormenti, li quali se confanno a le tue opere. Ormai non porrai morire, e sempre starai in tormenti e non poterai mai sperare d’avere consolazione nè conforto nè aiuto nè misericordia. Apressati al ponte de la morte, e ne lo profundo de l’inferno serai appresentata senza indugia alcuna; e colui che te mena qui, t’ha ingannata, e non lo vederai mai più. Ora te libera, da le nostre mani, ora, adunque, dogliti dolente misera; piangi, lamentati, biastema chi, t’ha qui menata, e chi t’ha creata; piaccianti coloro che sempre piangono, e con loro eternalmente nel fuoco arderai, perchè ’l non è ormai alcuno che te possa liberare de le nostre mane. E poi dicevano insieme: Perchè induciamo noi? Pigliamola [96] e tiremola giuso, e mostreremoli li nostri alberghi, e diemola a devorare a Lucifero. Et menando quelli instrumenti, me minacciavano de la morte eternale; et erano questi spiriti negri come carboni, e li occhi suoi come lampade de fuoco, li denti avevano bianchi come neve, et avevano code a modo de scorpioni, et aveano l’ongie come de ferro, molto aguzze, et avevano ale a modo de voltore. Minacciando così costoro de tranne seco ne l’inferno, et andando cantando a lei che piangeva derottamente uno canto de morte; subitamente lo spirito dolce de luce, con vigore de fortezza cacciò via questi spiriti, e le tenebre; e poi dolcemente me confortò e disse: Alegrati, figliola mia, de la luce, e lauda e benedice Dio tuo creatore; perciò che tu averai misericordia e non iudicio. Viene, e vederai ancora più pene e maggiore. Andiamo, che io te mostrarò lo pessimo inimico et adversario de la umana generazione.

CAPITULO X.

Come l’Angelo mostrò Lucifero a l’anima.

Et andando inanzi l’angelo, giongessimo a le porte de l’inferno, e mi disse: Vieni con mi; ma fazzo te sapere, che lo lume che noi vedemo dentro, è deputato solamente a ciò, che tu possi ben videre ogni cosa; ma altramente non luce mai. Et appressandome, vidi lo profundo de l’inferno; et contemplando lì dentro, viddi tanti e tali tormenti, che mai non s’udì dire. La era gente che giacea; e se ’l fusse uno ch’ avesse cento capi e cento lingue in questo mondo, non poteria essere persona che lo potesse narrare. Ma, pensando che non seria utile a tacere queste cose, io dico certamente, ch’io viddi quello demonio principe de l’inferno, pessimo inimico de Dio, de [97] la umana natura, lo quale avanzava per grandezza, senza comparazione, tutte le bestie ch’i’ vidi mai denanzi, a la cui grandezza non sapea simigliare a questa alcuna ch’io avesse mai veduta iinanzi; ma in quello loco ch’io udi e viddi già scrivere ad altri [98]. Disse [99] adunque, che quella bestia era nigrissima come carbone, avea forma de corpo umano, dal capo infino a li piedi, salvo che l’avea cento mani, e erano longe cento palme, e ciascuna mano avea una grande coda [100], et aveva una orribile figura; l’ongie longe come lance da cavallo, et erano de ferro, e così erano quelle de’ piedi; et avea el becco molto longo e grosso, e la coda molto asperissima e longa, apparecchiata a nocere a l’anime con molti ponzoni acutissimi. E quegli [101] giaceva sopra una gradella de ferro, posta sopra le brase ardente, sotto le quale soffiava innumerabili demonij, con mantesi. Et intorno quello orribile, stava grande moltitudine d’anime e de demonij, che alcuna persona de questo mondo non lo poteria mai credere, che ’l mondo avesse mai perdute [102] tante anime. Era ancora quello inimico de Dio, ligato per tutte le membre, con catene de ferro molto allocate de fuoco; et stando così su li carboni, bene rostito, se volge suso uno lato e l’altro, e revolgendose, destende tutte le membre in quella moltitudine d’anime, che li stanno dintorno; e quando ha piene le mane, le stringe e spremisse in bocca, come se fa el vino de l’uva, quando ha grande sete. Et è sì grande la sua percossa de le mane, che ’l non è alcuna anima che li possa scampare, che ’l non abbia mozzo el capo, e li [103] mani, e li piedi; e allora quasi suspirando, soffia e sperge [104] tutte quelle anime in diverse parte del foco eternale [105]; et incontinente intrano in quello pozzo, dove era quella puzolente fiamma, la quale io te dissi di sopra. E poi retirando el fiato, ritornavene a se tutte quelle anime ch’avea sparte, suspirando; e cascavano con fumo e con solfore in bocca sua, e devoravale; e qualunche anima fusse campata da le sue mani, la percotea con la coda. E così quella mirabile bestia, percotendo altrui, era percossa e tormentata de altrui, et era ne li tormenti corozzada.

Et io vedendo queste cose così orribile, dissi a l’angelo: Signore mio, dime come ha nome quella bestia. Rispuose l’angelo e disse: Questa bestia che tu vedi, ha nome Lucifero, et è la prima creatura che creò Dio ne le delizie del paradiso; e se questo fusse disciolto, tutto ’l cielo con la terra conturbaria fino a l’inferno. E tutta questa moltitudine che gli è dintorno, sono parte de li angeli che lo seguitonno, e parte de le anime che sono già dannate, li quali sono stati servi fideli de Satanas, e non hanno speranza d’avere mai misericordia da Dio, e che non hanno fede in Dio; et imperò hanno meritato portare cotale pena con lo principe de l’inferno; perchè al Signore de la gloria, da chi viene tutti beni, non se volsero mai accostare, nè infatti nè in ditti. E questi son già iudicati, e molti altri n’aspettano, che prometteno in parole e non in fatti; e quelle cotale pene porteranno coloro che rinnegano Dio, e coloro che fanno l’opere, e nol negano, come fanno li falsi cristiani, omicidiali, assassini e discordi, impazatori de pace, falsarij e ingannatori, zugatori, ebrij, adulteri, roffiani, superbi, arroganti, vanagloriosi, invidiosi che non voleno perdonare le ofensione, e tutti coloro che amano sì li fioli e li parenti, o vero lo mondo, più che Dio; e che falsamente s’appropriano el nome de Dio, non cognoscendo da Dio tutti li beni; e quelli che non hanno umilità; e brevemente tutti coloro che morano senza vera contrizione, in colpa de peccato mortale, in primamente porteranno quelle pene ch’hai vedute fin qui; possa [106] da l’altro lato, essi saranno tormentati senza fine. Tutti questi tormenti sono de’ prelati e guidatori de’ populi, li quali vanno cercando o percazando [107] le signorie e grandi onori del mondo e beneficii; e per cupiditate o per potere fare danno ad altrui, e non per pura intenzione del nome de Dio o per salute de l’anime sue, che li fusseno cognosciute; et ancora coloro che percacciano [108] la prelazione per simonia o per lusenghe o per minacce o per qualunque modo illicito, o che elli non sieno degni, o che se reputano d’avere per sue bontade, e che non se recognoscano avere da Dio: coloro che indicano falsamente per odio o per amore o per doni, o per difetto di scienzia de non sapere decernere o iudicare el dritto dal torto, e ’l vero del falso, perchè loro lo dieno [109] sapere: et a chi vendeno el sacramento de la chiesia, e chi dice messa per pecunia o in peccato mortali o per vanagloria; e posseno schivare molti mali in loro subditi, che nol feceno o che lo lassano crescere, per non correggerli o per piacere altrui o per paura o per presenti o per negligenzia o per altra cagione; e quelli che promoveno li indigni o li insufficienti a prelazione, o vero ad ordine sacro retrageno coloro che erano degni, e che le rendite de la chiesia non spendeno in cose licite, el non le distribuisce a’ poveri de cui sono; e chi dà cagione di fare peccare altrui, e per loro malo exempio de vita, e per loro falsa dottrina, per questi e molti altri peccati; e per loro che se credono avere più senno e più bontà e più temperanza e più chiarità [110] e più timore de Dio e più umilità e più sufficienzie e più perfezione e più santità, che la communa gente. In queste e simigliante cose averà [111] offeso Dio, seranno più bravamente puniti, quanto seranno più altamiente meritati et onorati, se elli fusseno fideli nel suo officio commesso a loro. E perciò la santa scrittura disse: Li potenti et ingrati seranno fortemente tormentati.

Allora io dissi: Io vorria sapere perchè quella orribile figura se chiama principe, conciosiacosa che ello non po’ aiutare nè se nè altri? Rispuose l’angelo e disse: Quello non se chiama, per possanza nè per signoria che lui abbia; ma perchè ello tiene lo primo loco e magiore de l’inferno, e perciò ha maggiore pene che nessuno altro che sia; e avenga che tu abbi veduto grandissime pene avanti a questa, tuttavia son reputate niente, quando son menate a questa pena crudelissima, perchè non se ponno sostenire. Et io dissi così: Credo certamente; perchè pur a vedere questo loco, son tutta conturbata; ma la puzza che ne viene più mi agrava, e maggiore pena mi pare, che tutte l’altre che mi pare avere vedute e sentute fino qui. Unde io te prego, se ’l puoi fare, che tu debbi tosto torre de qui, e non me lassare morire e portare tante pene, che l’è sì grande l’abominazione, che non posso sostenire tanta puzza, quanta io vedo in queste pene. Molti miei amici e compagni, de la cui compagnia me delettava; ma per grandissimi dolori e paura ch’io ho pur a vederli, parme mille anni ch’io fia delongato e fuggito da elli; e son certo che se la divina pietà non mi soccorre, che li miei peccati son tanti, ch’io ho meritato, non meno de costoro, de portare queste pene che toccano a quelli, e de ciò ne ho grande paura. Allora l’angelo cominciò a dire: Ahi! anima mia ben avventurata, retorna al tuo reposo, perchè ’l Signore t’ha fatto molta grazia. Ormai non porterai più pena, se tu non farai più peccati. Hai veduto fino qui, lo cascare de li nemici de Dio; ma da qui avanti vederai la grazia e la gloria, la quale Dio dà a li suoi amici.

CAPITULO XI.

Come l’angelo cominciò a mdstrare a l’anima la gloria de Dio, e tirarla de pene [112].

Poi ch’io ebbi vedute tutte ’quelle pene, che sono ditte de sopra’, mi rivolsi al commendamento de l’angelo, e cominciai a seguitarlo. E . poi che fussemo andati un bon pezzo de via, tutta quella puzza ch’io avea sentita fu consumata, et andata via, e tutte le tenebre funno disfatte, et aparve la luce, e tutta la paura fu discacciata, e la securitate ritornata, et andata [113] via la tristezza, fu ripiena d’alegrezza. Allora, sentendo me così tutta mutata, me maravigliai molto, et disse a l’angelo: Pregoti, signore mio, che tu me dichi, che vegio che così tosto io mi sento mutata; unde io era cieca e mo veggio, io era trista e mo sono alegra, io era piena de puzza e mo non sento alcuno malo odore; io era tutta impaurita e mo mi sento tutta assecurata? L’angelo mi respose e disse: Figliola benditta [114], non ti maravigliare, chè questa è mutazione de la mano dritta de Dio, e per altra via ne conviene tornare a la nostra contrada; ma lauda e ringrazia Dio beneditto.

CAPITULO XII.

De la gloria del primo albergo, che mostrò l’angelo a l’anima,

e del suo re e del Purgatorio e del Paradiso.

Andando, noi vedessemo uno muro molto grande et alto, dentro de quello muro, de quella parte donde noi eramo venuti, era grande moltitudine de omini e de femine, che stavano al vento et a l’acque, et erano molto miseri et aveano gran fame; ma avevano Lume. Et allora io dissi a l’angelo: Dime, missere, che gente sono costoro che stanno a così fatto riposo? Rispose l’ angelo e dissemi: Questi sono rei, ma non troppo; ben vivèno [115] onestamente; ma de beni temporali non funno cognoscenti da Dio, de sovenire a’ poveri per suo amore; e perciò sosteneno freddo e fame, e da qui innanzi staranno a questo modo sempre.

Era qui dentro tanto splendore, che parea illuminato da molti soli; questa casa era larga e rotunda de molte colonne d’oro e de pietre preziose. Delettandome mi de vedere queste cose, e guardandome intorno, vidi una sedia d’oro ornata de gemme preziosi [116] et altri belli ornamenti, ne la quale io vidi sedere un re molto onorato, e vestito de’ più belle vestimente che mai fusse vedute. Standomi così, e maravigliandomi molto forte, ecco venire molta gente con doni e presenti, et offerirli a questo re mollo allegramente; e stando così una grande pezza innanzi a lo re, eccoti venire molti Sacerdoti; quelli [117] erano vestiti de preziose veste, come se gli andasseno a dire messa; et adornavano questa casa regale da ogni lato de maravigliosi ornamenti, e ponevano su per le tavole coppe d’oro e d’argento, e bussole [118] de olio; e così adornavano quella casa. Et io dissi a l’angelo: S’el non è più consolazione come [119] in questa, basteria quella gloria.

Questa gente s’inginocchiavano avanti al re e dicevano: Noi siamo l’opera de le tue mani, che ti dovemo ringraziare. Allora io dissi a l’angelo: Io me maraviglio molto de questo signore, ch’abbia tanti servi; però ch’io [120] cognosco tutta questa gente [121] e de costoro non è alcuno ch’io cognosca? Rispose l’angelo e disse. Non odi tu come cridano: Noi siamo l’opera de le tue mani? Questi son li peregrini ch’albergaveno in casa sua, e li poveri che li servano [122]; e perciò per le loro mane, si n’è retribuito maggiore merito senza fine. Et io dissi a l’angelo: Io vorria sapere, se questo re, che fu mio signore ne lo mondo, ave [123] mai pena nessuna da che ’l morì e venne in questa requie. Rispose l’angelo: Ne ha portato e porta ancora; aspetta un poco e vederai la sua persona. Et aspettando, subitamente fu oscurata la casa, e andò via tutta la gente, li quali tutti se contristavano. E lo re fu turbato, e piangendo, uscì fuora; et io seguitai, e vidi tutta quella gente spandere le mani verso il cielo, e devotissimamente pregavano Dio, e dicevano: Signore Dio, patre onnipotente, abbi misericordia del servo tuo, come tu sai che ’l fa mestiero. E riguardando, vide che lo re rimase ne lo fuoco, fino a lo umbeliculo, et da lì in su era vestito de cilicio molto aspero. E io dissi a l’angelo: Quanto tempo porterallo questa pena? E l’angelo mi rispose e disse: Lui porterà tre ore del dì, e vinti se riposcerà [124]. Et. io dissi: Perchè portelo queste pene, e non l’altre? E l’angelo mi rispose: Perciò stato nel fuoco, infino a l’umbelico, perchè maculò el sacramento del matrimonio legitimo; e perciò tienelo lo cilicio, perchè l’offese e uccise quello conte, avenga che lui ne fusse degno [125]. Ma ello non osservò li patti, e lo sacramento ch’era fatto infra elli doi; unde, fuori questi doi peccati, tutti l’altri li sono perdonati, avenga che ancora de questi lui se confessasse. Poi disse: Andemo più oltra in suso.

CAPITULO XIII.

Del secondo loco de gloria, che mostra l’angelo a l’anima in Paradiso

Andando noi più oltra, vedemo uno muro alto e bello e tutto resplendente, ma non li era porta; e non sapendo dove io dovesse intrare, subitamente fui menato dentro, e vidi -uno coro d’ angeli, che se alegravano e dicevano: Gloria fia a te, Padre, Figliolo e Spiritu Sancto. E costoro che cantavano, erano omini e femme, ch’erano senza alcuna macula; et erano tutti allegri e vestiti de preziose vestimente e candide, e sempre -perseverando ne le Lode de la santissima Trinitate, e le vestimente così candide e’ lucente come neve; et erano tutti quanti equali, ma ridevano del. canto dove. erano questi [126]. Dico certamente, che quello dulcissimo canto et odore avanzava tutti l’altri odori de le spezie del mondo. Qui non se facea mai notte, qui ogni tristezza era discacciata, tutte quante bolliva de l’amore de Dio. Vedute io tutte queste cose, dissi a l’Angelo: - Signore mio, se ’l ti piace, rimagnirò [127] in questa gloria. Disse l’angelo: Bene hai ditto [128]; avenga che queste paranno grande cose, ancora ne vederai de maggiore retribuzione de’ Santi. Et io dissi a l’angelo: De quelle [129] anime son queste donne? Rispose l’angelo: Le donne son coloro che vivano bene, e che non maculono la fede del santo matrimonio; sì che, amaestrando altrui, per esempio de vita e per correzione de dottrina, in lo timore de Dio; e danno del suo a li poveri et a le chiesie, secondo la loro facultate; a’ quali lo iudicio[130] dirà: Veniti, beneditti dal Padre mio, a possedere lo regno che v’ è apparecchiato dal principio del mondo fino a qui; perciò ch’io ebbi fame, e tu me desti da mangiare e da bere; era peregrino, e destime albergo; era nudo, e tu me copristi; era infirmo et in carcere, tu me visitasti. Questi sono quelli che meritano la beata vita del grande Signore, quelli per alcuno tempo sono consolati in cotale riposo. Grande è el sacramento del matrimonio, et chi ben lo serva, con quella conditione ditta de sopra, anderanno in questa requie, la quale è senza fine. E poi l’angelo mi disse: Ancora ne conviene andare più in suso, a vedere quelle cose che è lì suso. Et io dissi a l’angelo: Signore mio, se io trovo grazia ne gli occhi tuoi, pregoti che tu me lassi stare e rimanere in questa requie; perchè se tu voli, io non mi curo de montare più in alto; ma qui vorrebbe sempre stare, io non curo de meglio. Rispose l’angelo e disse: Avenga che tu non l’abbi meritato ancora, vederai maggiore cose.

Poi se movessimo et andassemo più oltra, senza recrescimento; passammo infra le sedie de’ Santi, e tutti li Santi s’inchinavano el capo, e salutavano con la faccia alegra, e me chiamavano per nome, e glorificavano Dio, che m’avea liberata da tante pene; e dicevano tutti quanti: Gloria sia a te [131], Signore de la gloria eternale, che non vale la morte del peccatore; ma che ’l se converta, che ’l viva. Et ancora; secondo la tua grande misericordia, t’hai dignato de liberare questa anima da le pene de l’inferno, e conducerla a la beata compagnia de l’angeli santi.

CAPITULO XIV.

De la gloria che vide l’anima, nel terzo loco ove l’Angelo la mena.

Poi ch’avessemo passate molte sedie de’ Santi, vedemo un altro muro, così alto come quello che aveva veduto innanzi. Et era d’oro purissimo e splendidissimo, ch’era maggiore diletto a vedere che tutta l’altra gloria di prima. E quando noi fummo dinanzi [132], come in quello dinanzi, e vedemmo molte sedie d’oro e di gemme preziose, et erano coperte de nobilissimo cendale [133], ne le quale sedeano omini e femme, vestiti de vestimenti candidi et adornati d’ogni bello ornamento; et eranvi posti libri d’oro con lettere d’oro, e cantavano al Signore, Alleluja, cum novo canto e dulce melodia; per sì fatto modo ch’io me dimenticai tutte le cose vedute innanzi, e stette ferma una grande pezza a contemplare quelle cose di grande dulcezza. Allora mi disse l’angelo: Questi sono quelli li quali, per alcuno tempo, pagarono el debito de la carne, de che fonno sciolti di ligame del matrimonio, e morti ne lo servizio de Dio e de’ Santi martiri, e crucifissero [134] loro medesimi con vigilie e con passione a complacenzia de Dio, e facendo sempre opere de iustizia e de misericordia; e però hanno meritata corona di triumfo.

CAPITULO XV.

Come l’ anima vidde molte castelle, trabacche e pauiglioni

di grande diletto e consolazione.

Guardandomi d’intorno, vidde molte castelle e paviglioni e trabacche, le quale érano de purpora, d’oro, d’argento e di seta maravigliosamente lavorate, e dentro da questi erano instruutenti da sonare, come è organi e citare, con suavissime melodie. E dissemi l’angelo: Questi paviglioni sono de sante et oneste femine, e de loro è questa requie, la quale è sottomessa a la santa obedienzia, che conservano [135] bene la sua promissione. Qui dentro santi prelati e rettori si rendono alegri e devoti, e quelli che son più contenti essere soggetti ad altrui che a prelati, e lassano le loro prosperità e voluntà, e consentano [136] ad altrui ne le cose licite; sì che veramente possedeno [137],come gli è stato profferto, e non cessano cantare laude al Donatore de tutti beni. Et io dissi a l’angelo: Signore mio, s’ el ti piace, lassame apressare, a vedere coloro che son dentro. Rispose l’angelo e disse: Piacerci che tu vedi et odi; ma non intrare dentro. Allora costoro [138] usano continuamente vedere la santa Trinità, e chi vi intra una volta, non esci [139] mai, s’el non fusse vergine ch’ avesse meritato, per purità de vita, essere congiunta [140] a li cori de li angeli. Appresentossi adunque l’angelo a me, e vedemo omipi e femine religiosi, li quali erano simigliante [141] a li angeli, e lucevano di molto splendore. Di costoro el suavissimo odore, el canto dulcissimo avanzava tutta la gloria ch’ io avea veduta innanzi; di costoro non era figura alcuna a levare la voce da le labre nè toccare instrumenti, cantando e’ sonando e ’l canto e l’omelia, secondo lo diletto de ciascuno. Li capilli loro erano resplendenti, de quelli pendevano, candele d’ oro purissimo, mesurate e composte a modo d’una tescitura [142], a li quali pendano [143] calici e coppe molto grande, in quantità d’angeli, li quasi, levavano e cantavano suave e dolce melodie.

CAPITULO XVI.

Come l’angelo mostrò a l’anima l’arbore, che representa la santa madre Chiesia.

Delettandomi vedere tanta gloria, e desiderando stare sempre nel loco preditto, l’angelo me disse primamente; et io, guardando, vidi uno arbore grandissimo e spazioso e verdigiando di fronde. Eranvi molti uccelletti su, e de diverse maniere, e pieno d’ogni generazione de frutti, e le fronde de diversi colori, li quali uccelli cantavano concordevolmente a modo d’organi. E sotto li rami de questo arbore erano molte anime, che stavano in camere d’ oro e di pietre preziose, e questi erano solliciti e ferventi a lodare a benedire Idio onnipotente, di tanti benefizii e grazie ricevute da lui; et aveano in capo per ciascuno, corone de maravigliose pietre preziose, et aveano in mano una verga d’oro. Et allora io dissi a l’angelo: Che arbore è questo, e che anime son quelle che vi son sotto? L’angelo rispose: Questo arbore scusa [144] la santa madre Chiesia, e lì sotto sono li dottori che, combattendo per divina dottrina, portarono martirio per essa, et edificarono et ordinarono le chiesie de’ beni soi, a l’onore de Dio; e però hanno quella gloria che mai non arà fine.

CAPITULO XVII.

Come l’angelo disse a l’anima, quando gli ebbe mostrata la gloria de Dio,

come la dovea tornare al corpo.

Andando noi più oltra, vedemmo uno muro, il quale era dissimigliante a l’altri primi, de tutti quelli ch’ io avea veduti: l’altezza sua era di pietre preziose, e de’ diversi colori, e pareva che questo muro avesse oro per calcina; le pietre preziose erano di robini e di simili colori. E questi cognoscendo costui [145], feceno grande festa, e con loro ebbeno ragionamento di conforto, la qual cosa ancora mi disse, che l’angelo gli avea ditto e scritto. Ma per abreviare le parole, ancora delettandomi, vedute queste cose, venne a me l’angelo ch’io l’aspettava, e parlomi dolcemente e dissemi: Hai tu veduto tutte queste cose? Et io dissi: Signor mio, lassami stare qui. Rispose l’angelo: Ti conviene al postutto tornare al tuo corpo. Redutti a memoria le cose che hai vedute, e sappile redirc a utilità della gente. E vedendo, ch’ io convenia andare, e tornare al corpo mio, con grande tristezza dissi: Signore mio, feci io tanto male ch’ io debbio lassare tanta gloria? Rispose l’angelo: In questa gloria non intra, se non vergini, li quali vetano gli corpi loro da ogni immundizia di carne; però tu non po’ stare quì; torna, adunque, al tuo corpo, donde uscisti, et vedi via di mutar vita. Lo nostro adiutorio, il nostro consiglio non ti verrà meno, io serò sempre con teco. E ditto questo, io mi rivolsi, e sentimi aggravata del peso de la carne, in uno solo movimento. Ragionando con l’angelo, mi senti’ rivestita del corpo.

Allora, essendo debile, aperse [146] li occhi miei del corpo, e suspirando, non dissi niente; ma guardando gli chierici ch’erano venuti per sepelirmi, dissi: Ah! Idio pietoso, maggiore è la tua misericordia, che la mia iniquità. Dapoi, io dimandai penitenzia, e fecemi dare el corpo de Cristo. Quando li chierici videno ch’ io levai il capo, loro e tutta la gente fugirono fuora de’ la chiesia, et io rimasi solo. E chiamando, loro pur s’assecurorno, e tolsi el sacramento ditto di sopra, e dissermi: Questo non è lo spirito, che va via e che non torna. Adunque, come è tornato costui? Si maravigliava la gente. E stando così, tutti poi me accompagnaro a casa; et stando così, molto’ era abandonato da le gente, e stando così, me obedivano tutti, e molti scriveano quello ch’io li dicea; avenga che ’l quarto io non potea scrivere [147], perchè tante furono le pene e diverse, che non potea nè sapea dirle, et simile de quella gloria.

Considerando me bene ogni cosa, fece vendere cavalli, vestimente, case, possessione et ogni altra mia cosa; e tutto per l’amore de Dio onnipotente, le fece distribuire. E rivestime di cilicio de sotto, e de bisello de sopra; e fecemi el segno de la santa croce, e partimi de la cittade, et andai al deserto. Et ivi trovai molti animali de diverse generazione, de li quali avea grande paura; ma quando essi me vedevano, tutti me davano via. E inanzi ch’ io mi partisse, scrisse tutto quello ch’avea veduto, e narrallo meglio ch’io potei, per ammaestrare altrui, et ad edificazione de l’anima, e ben fare, e guardarsi de’ peccati; acciò che non cademo in quelle orribile pene, e che noi meritiamo quelli infiniti beni, le parole de Dio, de le quale io era ignorante, imparai.

Dappo’ che partito fui de la città di Coreta [148], et andai al deserto de India, non mangiai mai più cosa cotta, se non erbe salvatiche, e stette in quel deserto anni xxxv, che mai non viddi figuraumana. Passando questo termine, piacque a Dio mandare lo suo angelo, ad annunciarmi che in capo del terzo dì, mi trarrebbe.de questo mondo, e reducerebbimi a li beni de vita eterna: assai alegrezza io ebbe. Poi vennero li angeli beneditti, et portommi a quelli infittiti beni, dove se sta per infinita secula seculorum. Amen.

Note

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[1] Edizione di Vicenza 1479, riscontrata colla veneta del 1532, e qualche volta con la lezione, che della stessa leggenda trovasi nelle Vite de’ SS. Padri. Milano 1490, e Venezia 1499.

[2] Il nome originale irlandese è Tundale, tradotto poi in Tundalus, Tondalus, Tundalo, Tantolo, e finalmente anche Tantalo.

[3] Vedi il testo latino.

[4] Forse invece di segugi, o invece di sauri dall’antico francese sor, plur. sors. Saurus, dice il Ducange, vox in falconaria venatione notissima, in qua falco saurus dicitur anniculus et primarum pennarum, quae coloris sunt, quem nostri sor dicebant.

[5] L’ edizione di Vicenza ed altre stamparono: caççare.

[6] Forma ancor viva nel dialetto bolognese: altre edizioni: dicendo.

[7] Così l’ edizione veneta del 1532, quella di Vicenza dice: farà.

[8] Per assentaronsi.

[9] Così l’edizione veneta 1532; l’edizione di Vicenza dice: caççete.

[10] La mammella.

[11] Il lettore osserverà che qualche volta è l’anima che parla, qualche volta, invece, Tantolo parla della sua anima. Il soggetto muta continuamente, anche in uno stesso periodo; e così pure il singolare si muta in plurale. Ciò si vedrà ancora nelle leggende che seguono: era uno dei caratteri di questa, che si può dir letteratura popolare.

[12] L’ediz. vic: cantìano

[13] L’ediz: vic: incendulo

[14] L’ ediz. vic: Andò

[15] L’ ediz. vic: altorada

[16] Altre ediz. hanno indugiandoti, forse per incitandoti.

[17] Così l’ediz. veneta 1532, l’ ediz. Vic: Mai.

[18] cioè, debba; l’ediz. ven: die.

[19] Così anche le altre ediz.; forse errore, invece di veggendo.

[20] Ediz. vic: piage.

[21] Ediz. veneta: pensieri.

[22] Ediz. vic: agiaçata.

[23] Ediz. vic: elli.

[24] Ediz. ven: da longi.

[25] Ediz. vic: la quale.

[26] padre. Vic.

[27] integri. Ven.

[28] le. Vic.

[29] che io vedo. Ven.

[30] che non passassimo. Ven.

[31] dannato. Ven.            -  -

[32] sostena. Vic.

[33] Queste due parole mandano nell’ ediz. vic.

[34] L’ediz. vic: acqua tempestosa, non guardando.

[35] cioè, non vedendo.

[36] guardare. Vic.           

[37] forzavano. Vic.

[38] teneneno. Ediz. de’ SS. PP. Ven. 1499.

[39] sacrilegio è ciascuno. Ven.

[40] sença impaço, ediz. Vic.

[41] compare, ediz. dei SS. PP. Ven. 1499.

[42] rendeti. ediz. Ven.

[43] ligaila, e studiava, ediz. Ven.

[44] soprastemo, ediz. Ven.

[45] vedemo, ediz. Ven.

[46] Così l’ediz. ven.; ma l’ediz. vic. e le altre dicono: a lo quale io disse.

[47] Ediz vic. costoro.

[48] approssima, Vic.

[49] Forse invece di: mi convenne.

[50] manare, Ven.

[51] le mani, Ven.

[52] ditto, Ven.

[53] quale, Ven.

[54] mondani, Vin.

[55] conversione, Ven.

[56] ebbi, Ven.

[57] cioè, radunarono le sparse membra.

[58] disse. Vic.  

[59] Egli, Ven.

[60] non se conoscerebbe, Ven

[61] te siedo, Ven.

[62] piene, Vic.

[63] ombra, Ven. Qui, come altrove, nella traduzione mancano delle parole. L’originale dice: Multi tamen liberantur a poenis, ut eos non tangat umbra mortis.

[64]  per la parola de l’angelo, e venni a lui, Ven.

[65] da capo, Vic.

[66] dopo che, Ven.

[67] se accendevo, Ven.

[68] vilanamente,

[69] el partito, Vic.

[70] tutti i beni, Ven.

[71] che la merita, Ven.

[72] giaçça; Vic.

[73] le quale, Vic.

[74] di, Ven.

[75] amazate, Ven.

[76] appicchiati, Vic.

[77] fatto, Ven.

[78] ch’io, Ven.

[79] Vietate.

[80] tentazioni, Ven.

[81] diventano, Yen.

[82] generalmente, Ven.

[83] cagione ad altri, Ven.

[84] furono.

[85] legiando, Vic.

[86] oltro costoro, Vic.

[87] tanie, Vic.

[88] se revolgono, Vic.

[89] ne l’altra rispondevano, Vic.

[90] in forcadi, Ven.

[91] le martierizavano, Ven.

[92] insieme, Ven.

[93] chiegoti, ch’io non mi posso, Vic.

[94] Vedendone, Vic.

[95] ardire, Ven.

[96] Pesemola, Vic.

[97] et de, Ven.

[98] Se questo passo, che manca nell’originale, non allude ad altre Visioni o Leggende, allude alla descrizione che Dante fa di Lucifero, Inf. xxxiv. 28.

Lo imperador del doloroso regno

Da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;

E più con un gigante io mi convegno,

Che i giganti non fan con le sue braccia.

[99] Così altre ediz., forse invece di dico.

[100] Per bene intendere questo passo, si riscontri il testo latino.

[101] quelli, Ven.

[102] produtte, Ven.

[103] le mani, Ven.

[104] sparge, Ven.

[105] infernale, Ven.

[106] Invece di poscia.

[107] procazando, Ven.

[108] procacciano, Ven.   

[109] Invece di, debbono.

[110] charità, Ven.

[111] Invece di, gnelli che averanno.

[112] Quì incomincia il Purgatorio, e la traduzione differisce sempre più dal testo.

[113] andava, Vic.

[114] benedetta, Ven.

[115] Invece di, vissero.

[116] preciose, Ven.          

[117] quali, Ven.

[118] bussole d’acoglio, Ven.

[119] come è in questa casa, basterìa, ec. Ven.

[120] che io lu cognosco, Ven.

[121] Qui v’’è errore. Forse dovrebbe dire: però ch’io lo cognosco, e tutta questa gente de costoro ec.

[122] serveno, Ven.

[123] invece di ebbe. L’ediz. di Milano 1490, SS. PP. dice: havea.

[124] riposerà, Ven.

[125] Qui riferisce sempre a quel re Tomarco, di cui si parla nell’originale latino.

[126] Il significato di queste parole sembra, che sia: - la gioia del canto e il candore delle vesti era uguale in tutti; - ma la traduzione è qui, come altrove, senza grammatica.

[127] rimanerò, Ven.

[128] Qui forse anderebbe aggiunto però, o ma.

[129] quale, Ven.

[130] iudice, Ven.

[131] Gloria sia te, Signore, Vic.

[132] inanzi, Ven.

[133] L’ediz. di Milano 1490, SS. PP. dice, zendale, cioè, zendado.

[134] crucifisso, Vic.

[135] conserveno, Ven.

[136] consenteno, ediz. milanese.

[137] possedono, Ven.

[138] coloro, Ven.

[139] esce, Ven.

[140] congiunto, Ven.

[141] simiglianti, Ven.

[142] tissitura, Vet).

[143] pendevano, Ven.

[144] Il testo latino: Haec arbor typus est.

[145] Qui e più basso ancora, il traduttore s’allontana assai dal testo.

[146] L’ediz. di Milano, persi, cioè apersi.

[147] narrare, Ven.           

[148] Corretta Ven.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 03 maggio 2009