Giovanni Villani

NUOVA CRONICA

Edizione di riferimento

Nuova Cronica, di Giovanni Villani, edizione critica a cura di Giovanni Porta, 3 voll., Fondazione Pietro Bembo, Ugo Guanda Editore in Parma, 1991.

tomo terzo

LIBRO DODECIMO

I

Qui comincia il libro dodecimo, il quale, nel suo cominciamento faremo memoria

d’uno grande diluvio d’acqua che venne in Firenze e quasi in tutta Toscana.

Nelli anni di Cristo MCCCXXXIII, il dì di calen di novembre, essendo la città di Firenze in grande potenzia, e in felice e buono stato, più che fosse stata dalli anni MCCC in qua, piacque a Dio, come disse per la bocca di Cristo nel suo Evangelio: «Vigilate, che·nnon sapete il dìe né l’ora del iudicio Dio», il quale volle mandare sopra la nostra città; onde quello dì de la Tusanti cominciòe a piovere diversamente in Firenze ed intorno al paese e ne l’alpi e montagne, e così seguì al continuo IIII dì e IIII notti, crescendo la piova isformatamente e oltre a modo usato, che pareano aperte le cataratte del cielo, e con la detta pioggia continuando grandi e spessi e spaventevoli tuoni e baleni, e caggendo folgori assai; onde tutta gente vivea in grande paura, sonando al continuo per la città tutte le campane delle chiese, infino che non alzòe l’acqua; e in ciascuna casa bacini o paiuoli, con grandi strida gridandosi a Dio: «Misericordia, misericordia!» per le genti ch’erano in pericolo, fuggendo le genti di casa in casa e di tetto in tetto, faccendo ponti da casa a casa, ond’era sì grande il romore e ’l tumulto, ch’apena si potea udire il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume d’Arno crebbe in tanta abondanza d’acqua, che prima onde si muove scendendo de l’alpi con grande rovina ed empito, sì che sommerse molto del piano di Casentino, e poi tutto il piano d’Arezzo, del Valdarno di sopra, per modo che tutto il coperse e scorse d’acqua, e consumòe ogni sementa fatta, abbattendo e divellendo li alberi, e mettendosi inanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch’erano in Arno, e ogni edificio e casa presso a l’Arno che fosse non forte; onde periro molte genti. E poi scendendo nel nostro piano presso a Firenze, acozzandosi il fiume della Sieve con l’Arno, la qual era per simile modo isformata e grandissima, e avea allagato tutto il piano di Mugello, non pertanto che ogni fossato che mettea inn-Arno parea un fiume, per la quale cosa giuovedì a nona a dì IIII di novembre l’Arno giunse sì grosso a la città di Firenze, ch’elli coperse tutto il piano di San Salvi e di Bisarno fuori di suo corso, in altezza in più parti sopra i campi ove braccia VI e dove VIII e dove più di X braccia; e fue sì grande l’empito de l’acqua, non potendola lo spazio ove corre l’Arno per la città ricevere, e per cagione e difetto di molte pescaie fatte infra la città per le molina, onde l’Arno per le dette pescaie era alzato oltre l’antico letto di più di braccia VII; e però salì l’altezza de l’acqua alla porta de la Croce a Gorgo e a quella del Renaio per altezza di braccia VI e più; e ruppe e mise in terra l’antiporto de la detta porta, e ciascuna delle dette porte per forza ruppe e mise in terra. E nel primo sonno di quella notte ruppe il muro del Comune di sopra al Corso de’ Tintori incontro a la fronte del dormentorio de’ frati minori per ispazio di braccia CXXX; per la quale rottura venne l’Arno più a pieno ne la città, e addusse tanta abondanza d’acqua, che prima ruppe e guastò il luogo de’ frati minori, e poi tutta la città di qua da l’Arno; generalmente le rughe coperse molto, e allagò ove più e ove meno; ma più nel sesto di San Piero Scheraggio e porte San Piero e porte del Duomo, per lo modo che chi leggerà per lo tempo avenire potrà comprendere i termini fermi e notabili onde faremo menzione apresso. Nella chiesa e Duomo di San Giovanni salì l’acqua infino al piano di sopra de l’altare, più alto che mezze le colonne del profferito dinanzi a la porta. E in Santa Liperata infino a l’arcora de le volte vecchie di sotto al coro; e abbatté in terra la colonna co la croce del segno di san Zanobi ch’era ne la piazza. E al palagio del popolo ove stanno i priori salì il primo grado della scala ove s’entra, incontro a la via di Vacchereccia, ch’è quasi il più alto luogo di Firenze. E al palagio del Comune ove sta la podestà salì nella corte di sotto dove si tiene la ragione braccia VI. Alla Badia di Firenze, infino a piè de l’altare maggiore, e simile salì a Santa Croce al luogo de’ frati minori infino a piè de l’altare maggiore; e in Orto San Michele e in Mercato Nuovo salì braccia II; e in Mercato Vecchio braccia II, per tutta la terra. E Oltrarno salìo ne le rughe lungo l’Arno in grande altezza, spezialmente da San Niccolò, e in borgo Pidiglioso, e in borgo San Friano, e da Camaldoli, con grande disertamento delle povere e minute genti ch’abitavano in terreni. In piazza infino a la via traversa, e in via Maggio infino presso a San Felice. E il detto giuovidì ne l’ora del vespro la forza e empito de l’acqua del corso d’Arno ruppe la pescaia d’Ognesanti e gran parte del muro del Comune, ch’è a lo ’ncontro e dietro al borgo a San Friano, in due parti, per ispazio di braccia più di Vc. E la torre de la guardia, ch’era in capo del detto muro, per due folgori fu quasi tutta abattuta. E rotta la detta pescaia d’Ognesanti, incontanente rovinò e cadde il ponte alla Carraia, salvo due archi dal lato di qua. E incontanente apresso per simile modo cadde il ponte da Santa Trinita, salvo una pila e un arco verso la detta chiesa, e poi il ponte Vecchio è stipato per la preda de l’Arno di molto legname, sì che per istrettezza del corso l’Arno che v’è salì e valicò l’arcora del ponte, e per le case e botteghe che v’erano suso, e per soperchio dell’acqua l’abatté e rovinò tutto, che non vi rimase che due pile di mezzo. E al ponte Rubaconte l’Arno valicò l’arcora dal lato, e ruppe le sponde in parte, e intamolò in più luogora; e ruppe e mise in terra il palagio del castello Altafronte, e gran parte de le case del Comune sopr’Arno dal detto castello al ponte Vecchio. E cadde in Arno la statua di Mars, ch’era in sul pilastro a piè del detto ponte Vecchio di qua. E nota di Mars che li antichi diceano e lasciarono in iscritta che quando la statua di Mars cadesse o fosse mossa, la città di Firenze avrebbe gran pericolo o mutazione. E non sanza cagione fu detto, che per isperienza s’è provato, come in questa cronica farà menzione. E caduto Mars, e quante case avea dal ponte Vecchio a quello da la Carraia, e infino alla gora lungo l’Arno rovinato, e in borgo Sa·Iacopo, eziandio tutte le vie lung’Arno di qua e di là rovinaro, che a riguardare le dette rovine parea quasi uno caos; e simile rovinaro molte case male fondate per la città in più parti. E se non fosse che la notte vegnente rovinò del muro del Comune dal prato d’Ognesanti da braccia CCCCL per la forza dell’acqua, la quale rottura sfogò l’abondanza della raccolta acqua, onde la città era piena e tuttora crescea, di certo la città era in grande pericolo, e per montare l’acqua in tutte parti della città il doppio che non fece; ma rotto il detto muro, tutta l’acqua ch’era ne la città ricorse con grande foga a l’Arno, e fu venuta quasi meno e nella città fuori del corso d’Arno il venerdì ad ora di nona, lasciando la città e tutte le vie e case e botteghe terrene e volte sotterra, che molte n’avea in Firenze, piene d’acqua di puzzolente mota, che non si sgombrò in sei mesi; e quasi tutti i pozzi di Firenze guastò, e si convennero rifondare per lo calo del letto d’Arno. E seguendo il detto diluvio apresso la città verso ponente, tutto il piano di Legnaia, e d’Ertignano, e di Settimo, d’Ormannoro, Campi, Brozzi, Sammoro, Peretola, e Micciole infino a Signa, e del contado di Prato, coperse l’Arno diversamente in grande altezza, guastando i campi, vigne, menandone masserizie, e le case e molina e molte genti e quasi tutte le bestie; e poi passato Montelupo e Capraia, e per la giunta di più fiumi che di sotto a Firenze mettono in Arno, i quali ciascuno venne rabbiosamente rovinando tutti i loro ponti. Per simile modo e maggiormente coperse l’Arno e guastò il Valdarno di sotto, e Pontormo e Empoli e Santa Croce e Castelfranco, e gran parte de le mura di quelle terre rovinaro, e tutto il piano di San Miniato e di Fucecchio e Montetopoli e di Marti al Ponte ad Era. E giugnendo a Pisa sarebbe tutta sommersa, se non che l’Arno sboccò dal fosso Arnonico e dal borgo a le Capanne nello stagno; il quale stagno poi fece un grande e profondo canale infino in mare, che prima non v’era; e da l’altro lato di Pisa isgorgò ne li Osori e mise nel fiume del Serchio; ma con tutto ciò molto allagò di Pisa, e fecevi gran danno, e guastò tutto ’l piano di Valdiserchio e intorno a Pisa, ma poi vi lasciò tanto terreno, che alzò in più parti due braccia con grande utile del paese. Questo diluvio fece alla città e contado di Firenze infinito danno di persone intorno di IIIc, tra maschi e femine, piccioli e grandi, ch’al principio si credea di più di IIIm, e di bestiame grande quantità, di rovina de’ ponti e di case e molina e gualchiere in grande numero, che nel contado non rimase ponte sopra nullo fiume e fossato che non rovinasse; di perdita di mercatantie, panni lani di lanaiuoli per lo contado, e d’arnesi, e di masserizie, e del vino, che·nne menòe le botti piene, assai ne guastòe; e simile di grano e biade ch’erano per le case, sanza la perdita di quello ch’era seminato, e il guastamento e rovina delle terre e de’ campi; l’acqua coperse e guastò, i monti e piaggie ruppe e dilaniò, e menò via tutta la buona terra. Sì che a stimare a valuta di moneta il danno de’ Fiorentini, io che vidi queste cose per nullo numero le potrei né saprei adequare, né porrevi somma di stima; ma solo il Comune di Firenze sì peggiorò di rovina di ponti e mura di Comune e vie, che più di CLm di fiorini d’oro costaro a·rrifare. E questo pericolo non fu solamente in Firenze e nel distretto, con tutto che l’Arno per la sua disordinata abondanza d’acqua in quella peggio facesse, ma dovunque hae fiumi o fossati in Toscana e in Romagna, crebbono per modo che tutti i loro ponti ne menaro e usciro di loro termini, e massimamente il fiume del Tevero, e copersono le loro pianure d’intorno con grandissimo dannaggio del contado del Borgo a Sansipolcro, e di Castello, di Perugia, di Todi, d’Orbivieto, e di Roma; e il contado di Siena e d’Arezzo e la Maremma gravò molto. E nota che·nne’ dì che fue il detto diluvio e più dì appresso in Firenze ebbe grande difetto di farina e di pane per lo guasto delle molina e de’ forni; ma i Pistolesi, Pratesi, Colle, e Poggibonizzi, e l’altre terre del contado e d’intorno, soccorsono con grande abondanza di pane e di farina la città di Firenze, che venne a grande bisogno. Fecesi questione per li savi Fiorentini antichi, che allora viveano in buona memoria, qual era stato maggiore diluvio, o questo, o quello che fu gli anni Domini MCCLXVIIII. I più dissono che l’antico non fu quasi molto meno acqua, ma per l’alzamento fatto del letto d’Arno, per la mala provedenza del Comune di lasciare alzare le pescaie a coloro ch’aveano le molina inn-Arno, ch’era montato più di braccia VII da l’antico corso, la città fu più allagata e con maggiore damaggio che per l’antico diluvio; ma a cui Dio vuole male li toglie il senno. Per lo quale difetto avenuto delle pescaie incontanente fu fatto dicreto per lo Comune di Firenze che infra’ ponti nulla pescaia né molino fosse, né di sopra a Rubaconte per ispazio di IIm braccia, né di sotto a quello dalla Carraia per ispazio di IIIIm braccia, sotto gravi pene; e dato ordine, e chiamati oficiali a fare rifare i ponti e le mura cadute. Ma tornando al proposito a la quistione di sopra, crediamo che questo diluvio fosse troppo maggiore che l’antico, che solamente non fu tanto il crescimento per piova, come fue per terremuoto. Di certo che l’acqua chiara surgea d’abisso con grandi sampilli sopra più terreni; e questo vedemo in più parti, e eziandio in sulle montagne; e però più a pieno avemo messo in nota in questa cronica di questo disordinato diluvio a perpetua memoria, perch’è istata grande novità da notare, che dapoi che·lla città di Firenze fu distrutta per Totile Flagellum Dei, non ebbe sì grande aversità e damaggio come fu questo.

II

D’una grande questione fatta in Firenze,

se ’l detto diluvio venne per iudicio di Dio o per corso naturale.

In Firenze ebbe del detto diluvio grande ammirazione e tremore per tutte genti, dubitando non fosse iudicio di Dio per le nostre peccata, che poi che bassò il diluvio più dì apresso non finava di piovere con continui tuoni e baleni molto spaventevoli; per la qual cosa le più delle genti di Firenze ricorsono a la penitenzia e comunicazione, e fu bene fatto per apaciare l’ira di Dio. E di ciò fu fatta quistione a’ savi religiosi e maestri in teologia, e simile a’ filosofi in natura e a strolaghi, se ’l detto diluvio fosse venuto per corso di natura o per iudicio di Dio. Per li astrolaghi naturali fu risposto, ponendo inanzi la volontà di Dio, che gran parte della cagione fu per lo corso celesto e forti coniunzioni di pianete, assegnandone più ragioni, le quali in parte racconteremo in brieve e al grosso, per meglio fare intendere, in questo modo, cioè che a dì XIIII del maggio passato fu ecrissi, o vuoli oscurazione di grande parte del sole nel segno della fine del Tauro casa di Venus con caput Draconis; per la quale scurazione infino allora per savi religiosi e per mostramento d’astrolaghi fu sermonato in pergamo in Firenze, il quale noi udimo, che ciò significava grande secco nella presente state vegnente, e poi ne l’opposizione di quello eclissi grande soperchio d’acque, e tremuoti e grandi pericoli e mortalitade di genti e di bestie; amonendo le genti a penitenzia. E poi apresso a l’entrante di luglio fu congiunzione a grado di Saturno con Marte alla fine del segno de la Vergine, casa di Mercurio; il quale significa soperchio d’acque e sommersione per li due detti pianeti infortuni. Ma quello che dissono che gravò più, seguendo l’una congiunzione l’altra, sì fu che il dì del diluvio il sole si trovòe ne l’opposizione del suo eclissi a gradi XVIIII de lo Scorpione in congiunzione con cauda Draconis e con la stella che·ssi chiama Cuore de lo Scorpione, che sempre sono infortune e fanno grandi pericoli in mare e in terra; e Venus pianeta acquosa si trovò ne la fine del detto Scorpione, e per agiunta il sole in tale congiunzione si trovò assediato intra·lle due infortunate, cioè Saturno e Mars, congiunte insieme per sestile aspetto; Saturno nella Libra in sua esaltazione congiunta co·llui la luna, la qual è portatrice del tempo futuro; e a·llui venne con segni e ascendenti aquatichi stata nella sua congiunzione dinanzi, cioè ne la Libra medesima con Saturno e con Venus e Mercurio pianeti aquatichi; e l’ascendente de la sua congiunzione fu Tauro sua esaltazione e casa di Venus ov’era stato l’eclissi del sole, e nella sua opposizione di quello lunare dinanzi al diluvio fu il suo ascendente il Cancro sua casa, che significa abondanza d’acqua; e i detti pianeti aquatichi, Venus e Mercurio, erano in Iscorpione, segno aquatico e casa di Marte, e con cauda Dragone. E nel cominciamento e grande parte di quello lunare dinanzi al diluvio furo grandi piogge in Firenze e in molte parti, e questo fu segno del futuro diluvio. E da l’altra parte la pianeta di Mars a la venuta del diluvio si trovò nel segno del Sagittario in sua propietà caldo e secco, e che volontieri saetta, inviluppato nel detto segno co·Mercurio pianeto convertivole e reo co’ rei, freddo e umido e aquatico, e contra la complessione di Mars e del detto segno, il quale Mars combattendosi co’ raggi di Saturno, mandaro in terra le loro influenze, cioè soperchi di tuoni e di piove, e baleni con folgori, e sommersioni e tremuoti. E per agiunta al fatto, la pianeta di Iove, la qual è fortunata, dolce e buona, in quell’ora si trovòe nel segno de l’Aquario casa di Saturno, e con Saturno congiunta in trino aspetto, e con Mars in sestile aspetto, sì che la sua vertù fu vinta da li detti due infortuni, e con neente di podere; ma convenne ch’agiugnesse alla infortuna de’ rei per lo segno d’Aquario ov’era. E nota, lettore, e raccogli, se neente intenderai de la detta scienza, tu troverai al punto e giorno che venne il diluvio congiunte quasi tutte e sette le pianete del cielo insieme corporalmente, o per diversi aspetti e in case e termini di segni, da commuovere l’aria e’ cieli e gli elementi a darne le sopradette influenze. Domandati ancora i detti astrolaghi perché il detto diluvio avenne più a Firenze che a Pisa, ch’era in su l’Arno medesimo, e là giù dovea esere e fu più grosso, o ad altre terre di Toscana, fu risposto che prima ci fu la cagione de la mala provedenza de’ Fiorentini, come detto è, per l’altezze de le pescaie; l’altra secondo istorlomia, Saturno, il quale dà infortuna, e sumersione, e ruine, e diluvii ne la sua opposizione, era nel segno de la Libra, in sua esaltazione; la quale Libra s’atribuisce a la città di Pisa, e a l’opposito del segno de l’Ariete, il quale Ariete pare s’atribuisca a la città di Firenze, e l’ascendente de l’entrare del sole nell’Ariete nello detto anno fu segnore; la Libra e l’Ariete si trovò... di ponente col sole in cadimento; il quale (di cui l’Ariete è esaltazione) si trovò congiunto e assediato al tempo del diluvio in mala parte e infortuni, come detto è. E Mars, il quale è segnore del segno de l’Ariete, si trovò congiunto con Saturno e vinto da·llui per lo modo che di sopra è fatta menzione. E queste contrarietà e congiunzioni paiono cagione del soperchio diluvio e damaggio a la città di Firenze più che a Pisa. E basti quello che in questo avemo raccolto di più lunghe disposizioni de li astrolaghi sopra questa questione. Sopra la detta questione i savi religiosi e maestri in teologia rispuosono santamente e ragionevolmente, dicendo che·lle ragioni dette delli astrolaghi poteano in parte essere vere, ma non di necessità, se non in quanto piacesse a Dio; però che Idio è sopra ogni corso celesto, e elli il fa movere e regge e governa; e ’l corso di natura è apo Dio, quasi come al fabro è il martello, che con esso può foggiare diverse spezie di cose, come averà imaginato nella sua mente. Per simile modo e maggiormente il corso di natura e delli elementi, e eziandio le demonia, per lo comandamento di Dio sono flagella e martella a’ popoli per punire le peccata; e a la nostra fragile natura non è possibile d’antivedere l’abisso e etterno consiglio del predestino e prescienza de l’Altissimo, ma eziandio male si conoscono per noi l’opere sue fatte e a noi visibili. Ed acciò che di questa questione utile si tragga per li lettori, diciamo che Idio ha signoria di mandare e premettere i suoi iudicii al mondo, e secondo corso di natura, e quando a·llui piace sopra natura, e ancora contra natura, sì come omnipotente segnore de l’universo; e fallo a due fini, o per graziosa misericordia, o per aseguizione di iustizia. Ed acciò che per chi leggerà sia più chiaro e aperto ad intendere, di molte e lunghe ragioni e sottili allegagioni de’ detti savi ritrarremo al grosso e ricoglieremo, dicendo alquanti veri e chiari esempli e miracoli della sacra Scrittura sopra la detta materia; e cominceremo dal principio del Genesi, ove dice: «In principio creò Idio il cielo e la terra; et dixit, et fatta sunt etc.». Questo fue grazia e sopra natura a fare per la sua infinita potenzia il corso del cielo e di natura per una sola parola, che prima era neente; e chi ha podere di fare la cosa, pur materialmente parlando, la può disfare e mutare: maggiormente Idio può tutto fare, e alterare, disfare, e mutare. Apresso in quello medesimo Genesi, capitolo VIII, disse Idio a Noè: «Fa’ l’arca, ch’io voglio mandare il diluvio dell’acque sopra terra, perché muoiano tutte creature per le peccata delle genti etc.». E questo fue per la sua giustizia. Apresso si legge nel XXIII capitolo del detto Genesi delli angeli che vennero ad Abraam e a Lot, i quali per lo peccato contra natura distrussono le cinque città di Sogdoma e Gomorra e l’altre; e questa fue eseguizione di giustizia, e sopra corso di natura. E se pur X uomini giusti e sanza il detto peccato vi fossono trovati, disse Idio ad Abraam ch’avrebbe perdonato a li altri, tanta è la sua clemenzia e misericordia infinita. E nel XX capitolo del Genesi Idio anunziò ad Abraam, ch’avea C anni, e a Sarra sua moglie, ch’avea anni LXXXX ed era sterile, ch’ella conceperebbe Isaac padre d’Israel, e così fu; e ancora questo fu sopra natura, e per grazia di Dio, acciò che di quello nascesse il suo popolo e il suo unigenito figliuolo Gesù Cristo. E che leggiamo ancora nel libro de l’Esodo, cominciando al X capitolo, delle pestilenzie che Idio mandò sopra Faraone e il suo popolo d’Egitto per li prieghi di Moisè e d’Aron, e per la crudeltà che faceano al popolo di Dio; e alla fine per grazia al popolo Israel aperse il mare, ove passarono salvi, e Faraone colla cavalleria e popolo suo in quello mare la sommerse. E la detta grazia del popolo Israel, e le dette pestilenzie sopra Faraone, furo per operazioni e iudicio divino e sopra natura, e non per corso di stelle. Ancora al detto suo populo per grazia e sopra natura, e contra natura, Idio li nutricò XL anni nel deserto di manna, e con la guida della colonna de la nuvola e del fuoco. E parte di quello popolo per lo peccato de la ’nfedelità li consumò per ferro; e parte per lo peccato de la golosità li perseguitò colle trafitte de’ serpenti; e parte di loro per superbia e ribellazione l’inghiottì la terra; ciò fu Abi e Daviron e loro seguaci; e parte di loro per lo peccato d’usare il fare il sacrificio indegnamente, per fuoco li pulì e distrusse; e tutte queste pestilenzie furo sopra natura e per iudicio di Dio per le peccata del popolo. La grande città di Ninive era giudicata da Dio a pericolare per li loro peccati, e per li sermoni di Giona profeta mandato da Dio si corressero e tornaro a penitenzia, e ebbono grazia e misericordia da Dio; onde si manifesta chiaramente che Idio rimuove per li prieghi e penitenzia i suoi giudicii, e però maggiormente può e dee seguire il corso di natura il volere di Dio, e adoperare sopra natura come a·llui piace, però che la fece, com’è detto dinanzi. Che diremo della grazia e miracolo che Idio fece sopra natura e contra ’l corso di natura per li prieghi di Iosuè suo servo, e capitano e re del suo popolo, di fare tornare il sole braccia X adietro del suo corso? Nelli libri de’ Re intra gli altri miracoli, per lo peccato della vanagloria che commise Davit a fare numerare il suo popolo, molto del popolo di Dio per pestilenzia morire contra corso di loro natura. E quante diverse persecuzioni di battaglie si leggono in quelli libri de’ Re, e nelli altri libri, che Idio permise quando in pro e quando incontro al suo popolo per li loro peccati o meriti? Che Nabucdonosor distrusse la prima volta la città di Ierusalem, e tutti i Giudei menò in servaggio, quelli che scamparo di morte; e poi Nabucdonosor per li suoi peccati d’uomo fu bestia per VII anni, e poi per simile modo distrusse la seconda volta Ierusalem Antioco re; e tutto fu per li peccati de’ figliuoli Israel e per le loro abominazioni. E quando si riconobbono a Dio, con piccolo podere e cominciamento, Giuda Maccabeo il padre e’ fratelli feciono la vendetta, e distrussono il regno d’Antioco, e tutti i detti giudicii di Dio furo per li peccati, e sopra ogni corso di natura. E però disse Idio al suo popolo: «Io sono lo Idio Sabaot», cioè a dire, in latino, lo Idio de l’oste e delle battaglie, «e doe vinto e perduto a cui mi piace, secondo i meriti e peccati, e la vittoria delle battaglie è nella mia destra». E tutto questo è per la divina potenzia e sopra ’l corso d’ogni natura. Assai è detto sopra miracoli che sono sopra natura e contra natura che Idio fece nel vecchio Testamento. Del nuovo alquanto diremo. Può esere, o fu mai, o sarà maggiore grazia, che la divina potenzia degnò d’incarnare nella graziosa vergine Maria, ed esere Idio e uomo nato di vergine, e sofferire passione e morte, e ne la passione scurò tutto il sole nel mezzodì, e era la luna in suo opposito, che secondo corso di natura non potea scurare; ma fu sopra natura, perché il fattore de la natura sofferia pena. E così grande e sì fatto misterio fu sopra ogni potenzia naturale, e ciò piacque a l’Altissimo per osservare giustizia per lo peccato del primo uomo, e per fare grazia e misericordia per ricomperare l’umana generazione; e nullo verbo è impossibile a Dio. I miracoli che fece Gesù Cristo vangelizzando in terra, e poi i suo’ apostoli e li altri santi e martiri e vergini per lo suo nome, sono ancora tutto dì; i quali sono sopra ogni natura e corso celesto; sopra le quali dette vere ragioni e argomenti principalmente la soluzione della nostra questione [è] molto chiara. Che diremo de la rovina de la città di Ierusalem la terza volta, e per la persecuzione e scerramento de’ Giudei fatto per Tito e per Vespasiano imperadori di Roma, per la vendetta del peccato commesso della giusta e non giusta morte di Cristo figliuolo di Dio? Certo questo fue chiaro ed evidente iudicio di Dio, e non per corso di natura, che mai poi non ebbero i Giudei istato né ricetto di loro segnoria, e sono passati più di MCCC anni ch’è durato il loro esilio. Dell’altre molte persecuzioni, rovine, pestilenzie, diluvii, e battaglie, naufragi, avenute al tempo de’ Romani e de’ pagani per iudicio di Dio e pulimento de’ peccati oltre al corso di natura, prima e poi che venne Cristo, a raccontarle sarebbono infinite e confusione del nostro trattato; e simile poi al tempo de’ Cristiani per la venuta de’ Gotti, e Vandali, e Saracini, e di Lungobardi, de li Ungheri, de’ Teotonici, Spagnuoli, e Catalani, e Franceschi, e Guaschi, che sono venuti in Italia, e tutto dì vengono; delle quali pestilenzie assai chiaramente a’ buoni intenditori si possono comprendere per questa cronica, e per altri libri che di ciò fanno menzione, le quali tutte sono state e sono per lo giudicio di Dio per pulire li peccati. E però tornando al proposito della nostra questione e a sentenzia, e racogliendo i sopradetti esempli veri e chiari, tutte le pestilenzie e battaglie, rovine e diluvii, arsioni e persecuzioni, naufragii e esilii avengono al mondo per permissione de la divina giustizia per pulire i peccati, e quando per corso di natura, e quando sopra natura, come piace e dispone la divina potenzia. E nota ancora, lettore, che, la notte che cominciò il detto diluvio, uno santo eremita ch’era nel suo solitario romitoro di sopra a la badia di Valombrosa stando in orazione sentì e visibilmente udì un fracasso di demonia di sembianza di schiere di cavalieri armati, che cavalcassero a furore. E ciò sentendo il detto romito fecesi il segno della croce, e si fece al suo sportello, e vide la moltitudine de’ detti cavalieri terribili e neri; e scongiurando alcuno da la parte di Dio che·lli dicesse che ciò significava, e li disse: «Noi andiamo a somergere la città di Firenze per li loro peccati, se Idio il concederà». E questo io autore per saperne il vero ebbi da l’abate di Valombrosa, uomo religioso e degno di fede, che disaminando l’ebbe dal detto suo romito. E però non credano i Fiorentini che la presente pestilenzia, ond’è fatta questione, sia loro avenuto altro che per giudicio di Dio, bene che in parte il corso del sole s’accordasse a ciò per punire i nostri peccati, i quali sono soperchi e dispiacevoli a Dio, sì di superbia l’uno vicino coll’altro in volere segnoreggiare e tiranneggiare e rapire, e per la infinita avarizia e mali guadagni di Comune, di fare frodolenti mercatantie e usure, recati da tutte parti de l’ardente invidia l’uno fratello e vicino coll’altro; sì della vanagloria de le donne e disordinate spese e ornamenti; sì de la golosità nostra di mangiare e bere disordinato, che piùe vino si logora oggi in uno popolo di Firenze a taverne, che non soleano logorare li nostri antichi in tutta la città; sì per le disordinate lussurie delli uomini e delle donne; e sì per lo pessimo peccato della ingratitudine di non conoscere da Dio i nostri grandi beneficii e il nostro potente stato, soperchiando i vicini d’intorno. Ma è grande maraviglia come Dio ci sostiene (e forse parràe a molti ch’io dica troppo, e a me peccatore non sia lecito di dire), ma se non ci volemo ingannare noi Fiorentini, tutto è il vero; di quante battiture e discipline ci ha date Idio al nostro presente tempo, pur da li anni MCCC in qua, sanza le passate che scritte sono in questa cronica: prima la nostra divisione di parte bianca e nera; poi la venuta di meser Carlo di Francia, e ’l cacciamento che fece di parte bianca, e le sequele e rovina che furono per quella; poi il giudicio e pericolo del grande fuoco che fue nel MCCCIIII, e poi di più altri apresso stati nella città di Firenze per li tempi con grande damaggio di molti cittadini; apresso della venuta d’Arrigo di Luzimborgo imperadore nel MCCCXII, e il suo assedio a Firenze e guastamento del nostro contado, e conseguente la mortalità e corruzione che poi fu in cittade e in contado; appresso la sconfitta da Montecatino nel MCCCXV; apresso la persecuzione e guerra castruccina, e la sconfitta d’Altopascio nel MCCCXXV, e la sequela della sua rovina, e la sformata spesa fatta per lo Comune di Firenze per le dette guerre fornire; apresso il caro e la fame l’anno MCCCXXVIIII, e la venuta del Bavero si dicea imperadore; apresso la venuta del re Giovanni di Boemia, e poi il presente diluvio; ond’è nata la questione, che raccogliendo tutte l’altre dette aversitadi inn-una, non furono maggiori di questa. E però istimate, Fiorentini, che queste tante minacce di Dio e battiture non sono sanza cagione di soperchi peccati, e paiono a l’aversitadi li detti giudicii, che di nostri antichi. Ed io autore sono di questa sentenzia sopra questo diluvio: che per li oltraggiosi nostri peccati Idio mandò questo giudicio mediante il corso del cielo, e apresso la sua misericordia, però che poco duròe la rovina per non lasciarne al tutto perire, per li prieghi delle sante persone e religiose abitanti nella nostra città e d’intorno, e per le grandi limosine che·ssi fanno in Firenze. E però carissimi fratelli e cittadini, che al presente sono e che saranno, chi leggerà e intenderà, dee avere assai gran matera di correggersi e lasciare i vizii e’ peccati per lo tremore e minacce de la iustizia di Dio, per lo presente e per lo tempo a venire; e acciò che l’ira di Dio più non si spanda sopra noi, e che pazientemente e con forte animo sostegnamo l’aversità, riconoscendo Idio onnipotente, e ciò faccendo, e con vertù bene adoperando meritiamo misericordia e grazia da·llui, la quale fia dupplicata, e esaltazione e magnificenza de la nostra città. Di questo diluvio e sùbito avenimento a la nostra città di Firenze corse la fama e novella tra tutti i Cristiani, e ancora più grave e pericolosa che non fu, con tutto fosse quasi inestimabile. E vegnendo al cospetto della maestà del re Ruberto, amico, e per fede e devozione di noi segnore nostro, si dolfe di noi di tutto suo cuore, e come il padre fae al figliuolo, per suo sermone per lui dittato ci mandò amonendo e confortando, e il suo podere profferendo per la forma e modo che conterà il detto suo sermone, overo pistola; la quale in questa nostra opera ci pare degna di mettere in nota verbo a verbo a perpetua memoria, acciò che i nostri successori cittadini che verranno e leggeranno quella, sia manifesta la sua clemenza e sincero amore che ’l detto re portava al nostro Comune, e di ciò possano [trarre] uttilità di buoni e santi esempli e amunizioni e conforto, però che tutta è piena d’auttoritadi della divina scrittura, sì come quelli ch’è sommo filosofo e maestro, più che re che portasse corona già fa mille e più anni; e con tutto che in latino, come la mandòe, fosse più nobile e di più alti verbi e intendimenti per li belli latini di quella, ci parve di farla volgarizzare, acciò che seguisse la nostra materia volgare, e fosse utile a’ laici come a li alletterati.

III

Questa è la lettera e sermone che il re Ruberto

mandò a’ Fiorentini per cagione del detto diluvio.

Ai nobili e savi uomini priori dell’arti, e gonfaloniere di iustizia, consiglio e Comune della città di Firenze, amici diletti e devoti suoi, Ruberto per la grazia di Dio di Ierusalem e di Cecilia re, salute e amore sincero. Intendemo con amaritudine di tutto il cuore, e con piena compassione d’animo, lo piangevole caso e avenimento di molta trestizia, cioè il disaveduto e sùbito accidente, e molto dannoso cadimento, il quale per soprabondanza di piene d’acque, per divino consentimento in parte aperte le cataratte del cielo, venne nella vostra cittade; li quali casi né a·nnoi conviene altrimenti sporli, né da Voi altrementi imputarli, se non come la Scrittura divina dice, cotali cose a caso avenire. Non si conviene a·nnoi, il quale per la reale condizione la veritade hae a conservare, d’essere amico lusinghiere, né di riprendere la iustizia di Dio, dicendo che voi siate innocenti. La dottrina dell’Apostolo dice: «Se noi diremo che noi non abbiamo peccato, noi inganniamo noi medesimi, e non fia in noi veritade». Adunque li nostri peccati richeggiono che non solamente che noi incorriamo in questi pericoli, ma eziandio in maggiori. Noi dovemo apropiare il singulare diluvio alli particulari peccati, siccome lo universale diluvio fue mandato da Dio per li universali peccati, per li quali ogni carne avea abreviata la via sua de l’umana generazione. Noi conosciamo l’ordine di queste pestilenzie per la scrittura del Vangelio, però che poi la verità di Dio antimise la sconfitte date da li nemici, soggiunse li diluvii de le tempeste, per le quali parla santo Gregorio dicendo così sopra il Vangelio, dov’è scritto "Saranno segni nel sole e ne la luna etc.": «Noi sostenemo», dice santo Gregorio, «sanza cessamento, avegna che prima che Italia fosse conceduta ad essere fedita dal coltello de’ pagani, io vidi in cielo schiere di fuoco, e vidi colui medesimo splendiente di splendori al modo del balenare, il quale poi isparse il sangue umano. La confusione del mare e delle tempeste nonn-è solamente nuova levata, ma con ciò sia cosa che molti pericoli già anunziati e compiuti sieno, non è dubbio che non seguitino eziandio pochi, i quali restano a cotale imputazione, di passare a nostra corezzione, non a stravolgimento di disperazione». E noi crediamo intra queste cose non solamente la iustizia di Dio essere nutrice di costoro, ma crediamo la bontà divina essere sì come madre pietosamente correggente e in meglio commutante, dicente santo Agustino nel sermone del bassamento de la città di Roma: «Idio anzi il giudicio opera disciplina molte volte non eleggendo colui cui elli batta, non volendo trovare cui elli condanni». E egli medesimo dice sopra quello verso del salmo: «Sì come viene meno il fumo, vengono meno ellino; tutto ciò che di tribulazioni noi patiamo in questa vita, è battitura di Dio, il quale ne vuole correggere, acciò che nella fine non ne condanni». Imperciò santo Agustino medesimo nel predetto sermone delle tribolazioni e pressure del mondo dice: «Quante volte alcuna cosa di pressura e di tribulazioni noi sofferiamo, le tribulazioni sono insiememente nostre correzzioni». Ma in queste cose con molto studio è da guardarci, che noi alcuna cosa notabilmente non meritiamo de li nostri meriti, e che noi non ci maravigliamo, quasi s’elle non fossono cagioni di queste tribulazioni quelle cose che·nnoi dicemo; però che Agustino medesimo dice nel sermone dell’abassamento di Roma: «Maravigliansi li uomini; or si maravigliassono ellino solamente e non bestemiassero». Ancora è da schifare per queste cose il mormorare contra Dio, sì come la nostra niquitade biasimasse la divina dirittura, e sì come se le nostre inumerabili e grandissime colpe riprendessono la somma iustizia; sì come n’amonisce Agustino nel predetto sermone delle tribulazioni del mondo, dicendo: «O fratelli, nonn-è da mormorare, sì come alcuni di coloro mormorano». E l’Apostolo dice: «E’ furono vasi di serpenti». Or che cosa disusata sostiene ora l’umana generazione, la quale non patissono li nostri padri? Ancora c’è un’altra cosa: poco sarebbe riconoscere i peccati, se quello non si propone a schifare per inanzi quelli. In quello caso nonn·è da dubitare che colui che pregherà per perdonanza quella con orazioni impetri, e così acquisti la divina grazia, e schiferàe la rigidezza del iudicio, sì come per lo savio Salamone si dice: «Figliuolo, tu peccasti, or non vi arrogere più; ma priega de li passati peccati, ch’elli ti sieno dimessi». Noi leggiamo d’altre cittadi, le quali per li loro gravi peccati con ampia vendetta diceano esere disfatte, essere riserbate, e rivocata la sentenzia per penitenzia e per orazioni. Al tempo d’Arcadio Imperadore volendo Idio fare paura alla città di Gostantinopoli, e spaurendola per amendarla, revelòe a uno fedele uomo che quella città dovea perire per fuoco da cielo. Costui lo manifestòe al vescovo, e ’l vescovo il predicò al popolo. La città si convertìe in pianto di penitenzia, siccome già fece l’antica Ninive. Venne il dìe che Idio avea minacciato, e ecco di verso levante una nuvola con puzzo di solfo, e stette sopra la cittade, acciò che li uomini non pensassono che colui ch’avea così detto fosse per falsitade ingannato; e fuggendo li uomini a la chiesa, la nuvola cominciò a scemare, e a poco a poco si disfece, e il popolo fue fatto sicuro. Siccome Agostino nel detto sermone introduce: «Secondo questo Idio per bocca di profeta avea avanti detto che·lla ismisurata città di Ninive si dovea disfare; e troviamo che essa fue deliberata per asprezza di penitenzia, e per grido d’orazione, né da la penitenzia e d’adorare non siano di lungi le limosine loro salutevoli compagne, secondo il consiglio di Daniello dato a Nabocodonosor, che con elimosine ricomperasse le sue peccata, e ratemperasse la sentenzia di Dio contra lui pronunziata». Aguardiamo insieme dunque lo spaventevole giudicio, e pensiamo di cercare il remedio, ma schifiamo il rimanente che è da temere; per le quali cose non le nostre parole, ma quelle del Salvatore profferiamo in mezzo; e elli disse: «Or pensate voi che quelli XVIII sopra li quali cadde la torre in Siloe e uccisorli fossono colpevoli sanza tutti li altri abitanti in Ierusalemme? No, io dico a voi; ma se voi non farete penitenzia, simigliantemente perirete». Dove Tito dice: «Una torre è aguagliata a la cittade, acciò che·lla parte spaventi il tutto; quasi dica tutta la cittade poco poi fia occupata, se·lli abitanti perseverranno nella infedelitade». La qual cosa mostra Beda, dicendo: «Però ch’ellino non fecero penitenzia, nel quarantesimo anno de la passione di Cristo, li Romani, cominciando da Galilea ond’era cominciata la predicazione del Segnore, l’empia gente infino a le radici distrussero». Ma acciò che per quelle parole ch’avemo dette di sopra non siamo giudicato grave amico, e acciò che noi non inganniamo li meriti de le vostre virtudi, le quali ci confidiamo essere acetti ne la benignitade di Dio, atendendo a la divina Scrittura, la quale non pur riprende li presuntuosi per amaestrarli, ma adolcisce li aflitti, acciò che per remedio di consolazione li conforti spesse volte in suoi luoghi; queste cotali passioni e pressure confessiamo che vengono per provarci; però che in quello che Idio esamina si loda la vertude della pazienzia in noi. L’Apostolo testimoniò: «La sua pietosa provedenza non ci lascia tentare oltre la nostra possa, ma la contentazione fae frutto». Quale utilitade cerchiamo noi fedeli maggiore, che cotali miserie noi prendiamo efficace argomento de l’amore di Dio che ne apruova perché e al proponimento a voi santo e religioso cherico Iudit femenina per esemplo dirizza e manda la seguente parola: «E ora, o fratelli, però che voi che siete preti nel popolo di Dio, da voi dipende l’anima di coloro al vostro parlare, dirizziate li cuori loro, sì chè·ssi ricordino coloro che sono tentati che li nostri padri furono tentati, acciò che fossono provati s’elli adoravano veramente Idio suo: ricordare si debbono come ’l padre nostro Abraam fu tentato, e provato per molte tribulazioni fatto è amico di Dio; così fue Isaac, così Iacob, così Moisè, e tutti quelli che piacquero a Dio, per molte tribulazioni passarono fedeli». Onde e a Tobia disse l’angelo: «Però che tu eri caro a Dio, fue necessario che la tentazione ti provasse». Or crediamo noi e voi esere migliori e più inocenti che li nostri padri patriarchi, i quali per tante miserie di battiture o mandate o concedute da Dio trapassaro i santi? O desdegnamo, o maggiormente indegnamo noi degni membri di patire quelle cose le quali non ischifarono gli apostoli, nostro corpo la Chiesa, nostro capo Cristo, cioè il fuoco, il ferro, li martirii villani, noi quasi dischiattati, e come non apartenessimo loro, e come non partefici di loro fortuna, o forse più santi, con impazienzia portiamo cotali cose? Ma·sse per impazienzia ch’è in noi, elli ci pare troppo malagevole seguitare li padri di ciascuno testamento, almeno non disdegnamo per pazienzia le virtudi prendere esempli da l’infedeli prencipi e filosofi, li quali furono: come scrive Seneca, libro primo dell’ira, di Fabio, che prima vinse l’ira sua che Anibale; e Iulio Cesare nel libro della vita de’ Cesari; e d’Ottaviano Agusto nel Policrato libro terzo, capitolo XIIII; di Domiziano, sì come testimonia il bello parlatore Licinio; ed Antigone re, secondo Seneca, libro terzo dell’ira; e de la pazienzia de’ filosofi, cioè di Socrate libro terzo di Seneca de l’ira, e di Diogenes libro III dell’ira, anzi il fine, a ciò che non passi il manifesto od occulto lamentamento d’alcuno o d’alcuni, sì com’è contradio. Ancora per li mormoramenti de li credenti che dicono che questi tempi sono peggiori che gli antichi tempi e che Idio hae riserbato la indegnazione dell’ira sua infino ad ora e ch’elli hae serbati li presenti die a spandere quella, leggano overo odano li leggenti da Adam fatiche e sudore, spine, e triboli, diluvio, dicadimento; trapassarono tempi pieni di fatica, di fame e di guerre, e però sono scritte, a ciò che noi non mormoriamo del presente tempo contra Dio. Passò quel tempo appo li padri nostri, remotissimi molto da li nostri temporali, quando il capo dell’asino morto si vendéo altrettanto auro; quando lo sterco colombino si comperòe non poco argento; quando le femine patteggiaro insieme del manicare i loro fantolini. Or non avemo noi in orrore udire quelle cose? Tutte quelle cose leggiutole, spaventiamocene sì, che noi avemo maggiormente onde ci allegrare, che onde mormorare delli nostri tempi. Quando fue dunque bene a l’umana generazione? quando non paura? quando non dolore? quando certa felicitade? quando non vera felicitade? dove fia la vita sicura? Or non è questa terra quasi una grande nave portante uomini tempestanti, pericolanti, soggiacenti a tanti marosi, a tante tempeste, tementi il pericolare, sospirante in porto, ed è compensare la conoscente e grata ragione de la vostra considerazione, e il pensamento della diritta bilancia, quanto in ricchezze in morbidezze in potenzia, e, cittadini, Idio la vostra cittade nobilitòe, scampòe, e sopra tutte le vicine, anzi remote cittadi, sanza comparazione esaltò, sì ch’ella puote essere asomigliata ad adornato albore fronzuto e fiorito dilatante li rami suoi infino a termini del mondo. Per tanti e sì grandi benificii temporali non vi divieti l’aversitade di dire le vostre lingue col santo Iob: «Se noi riceviamo li beni da la mano del Signore, perché non sostenemo li mali?». Ancora queste aflizzioni alcuna volta salutevolemente ne sono mandate, e avegnonci a spirituale profitto, però che·sse alcuna volta non ne fossono mandate o permesse da Dio, noi ci crederemmo qui avere cittadi stabili e dimoranti, e poco cureremo di cercare de l’etterna, con san Piero dicendo: «Buono è a noi essere qui». Ma li mali che più ne priemono ci fanno passare a cielo, e intendere a la futura gloria. E se per aventura alcuno svergognato o arrogante presumisce di storcersi contro a l’opera de lo etterno artefice, intenda rispondere a·llui la bontade delle creature, la quale il fabricatore di tutte le cose dal principio raguardòe nelle sue creature. Se il fiume, il quale aministròe tanti dilettamenti e tante grandi uttilitadi dal cominciamento de la tua cittade, perché gravemente porti se una volta con disusato allagare ti fece alcuni danni?Ma diràe un altro calognatore, però che noi dicemo dinanzi che le tribulazioni ne sono amonimenti e correzzioni, dicono, a ciò ch’io diventi migliore sono puniti quelli, perch’io viva quelli muoiano, perch’io sia serbato quelli sono perduti. «None perciò», dice santo Giovanni Grisostimo, «ma sono puniti per li loro peccati propi, ma fassi di questo a quelli che veggono materia di salvarsi». Or forse si leveranno contro invidiosi, iudicando voi per lo partimento del detto cadimento essere i·maggiori peccati intrigati di loro, e per questo esere più odiosi a Dio? anzi si crederanno esser più giusti di voi, e meno colpevoli e più graziosi al giusto iudice?Questi di vero per quello medesimo errore antimetteranno per suoi meriti il re Salomone certamente pacifico, a cui fu riserbato lo edificare del tempio, e ne’ cui tempi sottorise la tranquillitade della pace, e il cui regno non cognobbe guerra, al suo padre David santissimo, a cui fue interdetto l’edificare di quello medesimo tempio, lo quale fue nomato da Dio uomo spanditore di sangue, il quale e sotto essere provocato da continui pericoli di guerre, e due volte da Dio manifestamente e piuvicamente fu corretto. In quello medesimo modo coloro che non sanno li santi libri diranno che·lli amici di Iob fossono più inocenti di lui, e antimetteranno loro nel riguiderdonamento; imperciò che noi non leggiamo ch’elli fossono esaminati da Dio nelle pestilenzie sì come Iob, però che di vero elli non erano auro o argento da provare ne la fornace del fuoco, né da riporre nel tesauro del sommo re, ma erano maggiormente paglia o letame, le quali messe in sul fuoco gettano puzzo spiacente a Dio e abominevole alli uomini. Or giudicheremo noi per simile cechitade che·lli marinari fossono migliori che Ionas il profeta, per lo quale si pruova che si levòe la tempesta, e però fue sommerso in mare e tranghiottito dal pesce, lo quale fue messaggio di Dio banditore di penitenzia, e figura di Cristo passuro, e li marinari furono pagani e adoratori d’idoli? Non maraviglia, se·lle grazie e prerogative di vertudi che noi dicemmo, Idio raguardò in voi, le quali elli esamini; e provate, guiderdoni e coroni voi, li quali siete conosciuti sempre essere stati in italia chiaro braccio della Chiesa e nobile fondamento di tutta la fede. Non si maraviglino dunque li rimproveranti invidiosi, se un poco inanzi con le promesse sentenzie della santa Scrittura noi mostriamo per la pruova delle vostre virtudi voi essere acetti a Dio, aprovati al suo beneplacimento. Se impertanto voi riconoscerete umilemente che per li vostri peccati voi incorreste nelli predetti danni, e comportateli con virtù di pazienza, con pagamenti per ciò di divote voci rendere grazie. Dice il sapientissimo re: «Figliuolo mio, non gittare la disciplina del Segnore, e non fallare quando da·llui se’ corretto; colui cui il Segnore ama, sì ’l gastiga, e come padre in figliuolo si compiace». La quale sentenzia non isdegna d’allegare l’Apostolo nelle sue pistole, dicendo: «Figliuolo mio, non mettere i·non calere la disciplina del Segnore, né ti sia fatica, quando da·llui sarai ripreso: colui cui il Segnore ama si ’l gastiga; elli batte chiunque elli riceve in figliuolo». Ecco adunque per le soprascritte cose avete chiaramente che per le pressure delle predette passioni si dimostrano in voi esere virtudi e meriti, e che non solamente voi siete ricevuti in amici da Dio, ma spezialmente da·llui siete in figliuoli adottati. A li figliuoli a’ quali s’impone la disciplina non solamente remunerazione si promette, ma·ssi serba loro certa ereditade. Appare dunque per la vertade della santa Scrittura che·lle virtudi e li meriti sono remunerati dal iustissimo re delli re, eziandio in alcuni di vero; ne’ quali publicamente, manifestamente eziandio, rilucono temporalmente, ad esemplo del mutamento de’ buoni, sì come è scritto del beato Iob, al quale furono restituiti dupplicati per li perduti beni; ma nelli altri più preziosi, e migliori sanza comparazione, si serba il meritamento nella futura gloria. Li predetti amonimenti, li quali noi stimiamo non esere alla vostra prudenzia tanto soperchi quanto necessarii, provedemo di mandare per debito di caritade alla vostra dilezzione, e ancora le compassioni a le quali ci condogliamo con tutte le interiora dell’amistade, e le consolazioni de’ veri libri vi soggiugnemo, a le quali d’abondante offeriamo d’agiugnere quelle consolazioni di fatto che noi fare possiamo, altre volte oferte; ma la promessa nostra lettera, pochi dìe poi che a·nnoi fue manifesto il sopradetto vostro caso, ordinammo di mandarvi, ma però che ’l presente di più persone contenea molto meno, ritenne quella più tostamente essere venuta, il mandare d’essa sospendemo. Ma ora piùe deliberatamente provedendo, e estimando in ogni caso che s’apartenea a vostra informazione e a vostra cautela, vi mandiamo; né alla vostra amistà rincresca di bene leggere la lunghezza della presente lettera, la quale non rincrebbe a noi di compilare intra tante e sì faticose sollicitudini.

Data a Napoli sotto il nostro secreto anello, di II di dicembre, seconda indizione, anni MCCCXXXIII.

IV

Ancora di certe novità che furono in Firenze per cagione del diluvio.

Il dìe apresso che fue cessato il diluvio, essendo rotti i sopradetti tre ponti in Firenze, e tutta la città aperta e schiusa lungo il fiume d’Arno, certi grandi di Firenze cercaro di fare novità contro a’ popolani, avisandosi di poterlo fare, però che sopra l’Arno non avea che uno ponte, e quello era in forza di grandi, e la città scompigliata e tutta schiusa, e le genti tutte isbigottite. Onde uno di casa i Rossi fedì uno de’ Magli loro vicino, per la qual cosa tutto il popolo fue sotto l’arme, e più dì si fece grande guardia in Firenze di dì e di notte; e alla fine i grandi e possenti e ricchi, che aveano a perdere, non aconsentiro alla follia de’ malvagi, e ancora il popolo aveano preso vigore e forza; onde non s’ardiro di cominciare novità; e ancora se l’avessono cominciata n’avrebbono avuto il peggiore. E pertanto si riposòe la città, e quello de’ Rossi che fece il malificio fue condennato. E fecesi incontanente fare per lo Comune certi ponticelli di legname sopra l’Arno, e uno grande sopra piatte e navi incatenate; ma al cominciamento, innanzi che i detti ponti fossono fatti, si passava l’Arno per navi. E avenne poi, a dì VI di dicembre essendo venuta una grande piova in Arno, si rivolse una nave ove avea da XXXII uomini, de’ quali annegaro XV uomini cittadini, e li altri per l’aiuto di Dio scamparo. Lasceremo alquanto de’ fatti di Firenze e del diluvio, ch’assai n’avemo detto, e diremo alquanto de’ fatti di Lombardia e della nostra lega. Ma nonn-è da lasciare di dire, che quando il legato ch’era a Bologna seppe l’aversità ch’era avenuta a’ Fiorentini ne fece grande allegrezza, dicendo che ciò era loro avenuto perch’erano stati contro a·llui e contro a santa Chiesa a Ferrara; e forse in parte disse il vero; ma non giudicava sé de’ suoi defetti e futuro avenimento, né credea che ’l suo iudicio e sentenzia di Dio gli fosse così da presso, come tosto leggendo si potrà trovare.

V

Come falliro le triegue, e ricominciossi guerra dalla lega al legato,

 e le terre che tenea il re Giovanni.

Nel detto anno, per calen gennaio, fallendo le triegue da la gente del re Giovanni e del legato a la nostra lega, si fece per li collegati uno parlamento a Lierci, per consigliare se fosse da seguire le triegue o ricominciare la guerra. Acordavansi i collegati al prolungare le triegue, salvo messer Mastino e ’l Comune di Firenze; e questo si fece per lo migliore per non lasciare prendere forza al legato e al re Giovanni; e ordinaro si rincominciasse la guerra, e confermarono in quello parlamento la divisa del conquisto per lo modo detto, cioè che ’l segnore di Milano avesse Cremona, e messer Mastino Parma, e que’ da Mantova Reggio, e’ marchesi Modona, e’ Fiorentini Lucca. Per la qual cosa que’ da Milano cavalcaro sopra la città di Piagenza; e quelli di Verona e di Mantova sopra Parma e Reggio; e’ marchesi da Ferrara sopra Modona; e la nostra gente ch’erano in Valdinievole corsono sopra Buggiano. E poi, a dì VIII di gennaio, quelli di Lucca corsono sopra Ficecchio e Santa Croce, e levaro grande preda di bestie grosse, e rincominciossi la guerra. E poi, a dì XXIII del mese di febbraio apresso, essendo cavalcati IIIIc cavalieri di quelli della lega di Lombardia sopra Parma e Reggio, furono sconfitti presso al castello di Correggio da quelli di Parma e da la gente del legato, e rimasevi preso Ettor de’ conti da Panago e più altri conostabili.

VI

Come il legato perdéo Argenta, e poco apresso fu cacciato di Bologna.

Nel detto anno, a dì VII di marzo, essendo i marchesi da Ferrara co·lloro oste stati a l’assedio della terra d’Argenta più mesi, nella quale era la gente della Chiesa e del legato, l’arcivescovo d’Ambruno mandato per lo papa in Lombardia, volle essere a parlamento co’ collegati di Lombardia a Peschiera, e in quello richiese per lo papa tre cose: che lega più non fosse, promettendo pace onorevole per li collegati; la seconda, che si levasse l’oste da Argenta; la terza che i marchesi dovessono liberare il conte d’Armignacca e li altri pregioni sanza costo. Fu risposto per messer Mastino per bocca d’uno delli ambasciadori di Firenze che·lla lega non si potea partire; ma in caso che Parma rimanesse libera alla Chiesa, si cesserebbe l’oste ordinata. Quella d’Argenta e de’ pregioni, fu risposto per li detti ambasciadori di Firenze che in quanto Ferrara rimanesse a’ marchesi per lo censo usato, e Argenta per uno piccolo censo, s’accorderebbono col legato cardinale. L’arcivescovo prese termine di rispondere, e partìsi e venne a Bologna al legato. In questa stanza Argenta essendo forte stretta dell’assedio, e non possendo essere soccorsi, fallendo loro la vittuaglia, s’arendero; però che, dapoi che·lla gente della Chiesa furo sconfitti a Ferrara, non ardiro di tenere campo contra la gente della lega, onde molto abassò la potenzia del legato. E avuta i marchesi la vittoria d’Argenta, pochi dì apresso cavalcaro in sul contado di Bologna col loro sforzo. Il legato del papa cardinale ch’era in Bologna mandòe al riparo quasi tutta sua cavalleria, e volea mandare fuori nella detta cavalcata i due quartieri del popolo di Bologna; e già erano armati in sulla piazza, con tutto che mal volontieri andavano, e male parea loro essere trattati. Onde avenne, come piacque a Dio, e di vero sanza ordine proveduta, uno messer Brandaligi de’ Goggiadini con... de’ Beccadelli, uomini poveri al bisogno del loro stato e vaghi di mutazioni e di novitadi, parendo loro male stare sotto la segnoria del legato, e veggendo abassato lo stato suo per la sconfitta da Ferrara e per la perdita d’Argenta, essendo saliti in sulla ringhiera del palazzo di Bologna colle spade ignude in mano, sì cominciaro a gridare: «Povolo, povolo, e muoia il legato, e chi è di Linguadoco!». Alle quali grida e romore il popolo armato fu scommosso seguendo il romore cominciato, si partiro di su la piazza iscorrendo per la terra: e combattero il palagio del grano e il vescovado, dove stavano il maliscalco e li altri officiali del legato; e in quelli misono fuoco, e rubaro e uccisono tutti li oltramontani che trovaro per la terra; e ciò fatto, assaliro e combattero il nuovo castello ov’era il legato, per uccidere lui e sua gente che v’erano fuggiti dentro, e misonvi l’assedio di dì e di notte; e questa rubellazione fu fatta a dì XVII del detto mese di marzo MCCCXXXIII. E nota che tutta questa rovina avenne al legato perch’era male co’ Fiorentini, che·sse fosse stato bene di loro, la sconfitta ch’ebbe a Ferrara la sua gente non avrebbe avuta, né perduta Argenta, né ’l popolo di Bologna li sarebbe rubellato per dotta de’ Fiorentini, né·lla Romagna; ma la disordinata cupidità di volere segnoria fa montare in superbia e in ingratitudine contro all’amico, spezialmente i cherici; e questo principalmente il fece cadere in questo errore, e di somma prosperità in poco di tempo cadere in grande pericolo e abassamento. Sentendosi la novella in Firenze, i Fiorentini la maggior parte ne furo lieti, e non crucciosi, per la lega che i·legato avea fatta col re Giovanni; ma per tema di sua persona e reverenza de la Chiesa vi mandaro incontanente IIII ambasciadori, de’ maggiori cittadini di Firenze, e co·lloro IIIc cavalieri di loro masnade e delle vicherie a piè di Mugello, per guarentire il legato e sua gente; e giunti a Bologna con molta fatica, e lusinghe e prieghi faccendo al popolo di Bologna per parte del Comune di Firenze, trassono del castello il legato e sua gente e suoi arnesi, il lunidì d’Alba, dì XXVIII di marzo, per la porta di fuori del castello, fasciato intorno con li detti ambasciadori e colla nostra gente armata; e con tutto questo fue in grande pericolo il legato di perder la vita, che lo sfrenato popolo di Bologna li vennero dietro isgridandolo con villane parole, e con armata mano per offendere e rubare lui e sua gente, insino al ponte a San Ruffello; e poi i loro contadini correndo alle strade infino a Leurignano in su l’alpe. E di certo, se ’l soccorso de’ Fiorentini non fosse stato, e il loro proveduto argomento, il legato rimanea morto e rubato con tutta sua gente. E partito lui di Bologna, il popolo a furore abattero e disfecero il castello, in modo che in pochi dì non vi rimase pietra sopra pietra, ch’era uno ricco e nobile lavorio. I Fiorentini condussono il legato in Firenze a dì XXVI di marzo, e fu ricevuto a grande onore e processione, e presentatoli per lo Comune IIm fiorini d’oro per ispese; no·lli volle ricevere, ringraziando molto il Comune del grande e onorevole servigio allui fatto, riconoscendo per loro la vita e lo stato. E di Firenze si partì a dì II d’aprile; e fue acompagnato per ambasciadori e gente d’arme da’ Fiorentini infino presso a Pisa; e di là n’andò a corte, e giunse a Vignone a dì XXVI d’aprile. E come fue dinanzi al papa e a’ cardinali in piuvico consistoro si dolfe de la fortuna a·llui incorsa, e vergogna e danno fattoli per li Bolognesi, dimandando vendetta per sé e per la Chiesa, lodandosi in palese del soccorso e onore ricevuto da’ Fiorentini; ma in segreto al papa disse che ogni disaventura si riputava avuta per la gente che’ Fiorentini mandaro al soccorso di Ferrara, onde la sua oste fue sconfitta. Per la qual cosa il papa non volle poi vedere né udire i Fiorentini, con tutto che prima avea cominciato a disamarli per la mala informazione fattali per lettere dal detto legato contro a Fiorentini sì per la ’mpresa della lega. E di certo se papa Giovanni fosse più lungamente vivuto, elli avrebbe adoperato ogni abassamento e damaggio di Fiorentini, e già l’avea ordito, però che sopra tutti i cardinali amava messer Beltramo dal Poggetto cardinale d’Ostia suo nepote, ma per li più si dicea piuvicamente ch’elli era suo figliuolo, e di molte cose il simigliava.

VII

Di novità ch’ebbe in Bologna dopo la cacciata de·legato.

Appresso la cacciata del legato di Bologna la terra rimase in grande scandalo tra’ cittadini, che ciascuno de’ maggiorenti volea essere segnore, e quelli cittadini ch’erano stati amici del legato v’erano sospetti. E se non fosse che i Fiorentini vi mandaro di presente CC cavalieri con due savi e grandi cittadini per ambasciadori e consiglieri dello stato della terra, e per guardia di quella, di certo i Bolognesi si sarebbono stracciati insieme, e datisi per loro discordia a meser Mastino della Scala, o a’ marchesi, o ad altri tiranni; e stettevi la detta gente de’ Fiorentini per due mesi, avendo dirizzata la terra in assai buono stato secondo la loro fortuna, con tutto ch’assai fossero pregni di male volontadi tra·lloro. Incontanente che li ambasciadori e’ cavalieri di Firenze si furono partiti di Bologna, partoriro le loro niquitadi; e i figliuoli di Romeo di Peppoli, e’ Goggiadini, e’ loro seguaci ch’aveano rubellata la terra al legato, a romore e a furore ne cacciarono i Sabatini, e’ Rodaldi, e’ Bovattieri, e parte de’ Beccadelli, e più altre case e famiglie de’ grandi e di popolo, e arsono loro le case, e tali disfeciono, e più confinati fecero ne la terra; onde tra cacciati e confinati n’uscirono più di MD cittadini; e ciò fue a dì di giugno MCCCXXXIIII. E se non fosse che’ Fiorentini vi rimandaro incontanente loro ambasciadori e cavalieri al riparo de la loro fortuna, Bologna era al tutto guasta e deserta, o venuta in mano di tiranno. E nota che questo giudicio di Dio non fue sanza cagione e giustizia, che con tutto che fosse giusta la cacciata del legato di Bologna per la sua superbia e tirannia, lo ingrato popolo di Bologna non l’avea a fare, sì per reverenza di santa Chiesa, e sì per l’utile che’ Bolognesi traevano della stanza del legato in Bologna, che tutti n’aricchiano; ma la parola di Dio non puote preterire, cioè: «Io ucciderò il nimico mio col nimico mio».

VIII

Come la lega di Lombardia ebbe Chermona,

ed altre novità ch’avennero per quella in Lombardia e in Toscana.

Nell’anno MCCCXXXIIII, del mese d’aprile, l’oste della lega di Lombardia co’ loro segnori, in quantità di IIIm cavalieri, furo sopra la città di Chermona. E poi in calen di maggio patteggiòe il segnore di Chermona di rendere la terra al segnore di Milano, com’erano le convenenze giurate della lega con certi patti e ordini, intra gli altri che·sse per lo re Giovanni, a cui s’erano dati, non fossero soccorsi con oste campale infino a mezzo luglio, darebbono la terra per lo modo patteggiato, e così feciono, però che ’l soccorso non fu fatto; però che il re Giovanni e ’l figliuolo erano partiti di Lombardia, e la sua gente non era possente a resistere a la forza della lega. Infra questo tempo, all’uscita di maggio, la detta oste venne sopra la città di Reggio e poi sopra Modana, e guastarle d’intorno. E poi volendo andare sopra la città di Parma e porrervi l’assedio, essendo già tra Reggio e Parma, avenne per ordine fatto, e ordinato infino in corte di papa per lo cardinale dal Poggetto in qua dietro legato in Lombardia, onde si spendea, e fatto era diposito di Lm fiorini d’oro per dare a’ conestaboli tedeschi della bassa Magna, i quali doveano prendere messer Mastino della Scala principalmente e li altri segnori, e cominciare la zuffa ne l’oste, com’era ordinato per fornire loro tradimento. La quale cosa fue revelata a messer Mastino per uno suo antico conestabole ch’era di quella giura; per la qual cosa il tradimento non venne fatto, e furonne alquanti presi e guasti, e partirsi de l’oste XXVII bandiere de’ detti Tedeschi, e andarne in Parma; onde l’oste fue tutta scerrata, e que’ tiranni e segnori si tornaro i·lloro terre con grande sospetto e paura di loro persone di non esere o presi o morti da’ loro soldati; e ciò fu a dì VII di giugno del detto anno. Per la detta cavalcata de la lega di Lombardia, com’era ordinato, messer Beltramone dal Balzo capitano di guerra de’ Fiorentini con VIIIc cavalieri cavalcò sopra ’l contado di Lucca, e guastò Buggiano e Pescia con intendimento d’andare infino a Lucca; e dovevavisi fermare l’oste, e crescervi gente a cavallo e a piede per li Fiorentini; e la lega di Lombardia ferma a Parma doveano mandare a la detta oste di Lucca inn-aiuto de’ Fiorentini Vc cavalieri. Ma le genti ordinano le cose, e Dio le dispone: che per la detta novità de’ Tedeschi fatta in Lombardia ogni ordine de l’assedio di Parma e di Lucca tornò in vano, e la nostra gente d’arme col capitano si tornò in Pistoia.

IX

Di certe reliquie sante che vennero in Firenze.

Nel detto anno, a dì XIII d’aprile, furo mandate in Firenze delle reliquie di santo Iacopo e di santo Alesso, e alquanto del drappo che vestì Cristo, per procaccio d’uno monaco fiorentino di Valombrosa di santa vita, il quale le procacciò in Roma da’ suo’ segnori. E venute in Firenze, furono ricevute a grande processione di cherici, e furonvi i priori e l’altre segnorie e molta buona gente di Firenze, e con grande devozione furono messe ne l’altare di Santo Giovanni.

X

Di novità che fuoro ne la città d’Orbivieto.

Nel detto anno, all’uscita d’aprile, battaglia cittadina si cominciò in Orbivieto, e fue morto Nepoleuccio de’ Monaldeschi che n’era segnore per Manno di meser Currado suo consorto; e corsa la terra, ne cacciaro fuori tutta la setta e seguaci del detto Napoleuccio, onde la detta città fu guasta e partita, e ’l detto Manno se ne fece segnore.

XI

Di certo fuoco che·ss’apprese in Firenze.

A dì X di giugno del detto anno, la mattina a la campana del giorno, s’apprese fuoco nel popolo di Santo Simone alla fine del Parlagio antico verso Santa Croce, e arsonvi II case e tre femine.

XII

Quando si cominciò a fondare il campanile di Santa Reparata e ’l ponte a la Carraia.

Nel detto, anno a dì XVIII di luglio, si cominciò a fondare il campanile nuovo di Santa Reparata, di costa a la faccia della chiesa in su la piazza di Santo Giovanni. E a ciò fare e benedicere la prima pietra fue il vescovo di Firenze con tutto il chericato e co’ segnori priori e l’altre segnorie co·molto popolo a grande processione; e fecesi il fondamento infino all’acqua tutto sodo; e soprastante e proveditore della detta opera di Santa Liperata fue fatto per lo Comune maestro Giotto nostro cittadino, il più sovrano maestro stato in dipintura che·ssi trovasse al suo tempo, e quelli che più trasse ogni figura e atti al naturale; e fulli dato salario dal Comune per remunerazione della sua vertù e bontà. Il quale maestro Giotto tornato da Milano, che ’l nostro Comune ve l’avea mandato al servigio del segnore di Milano, passò di questa vita a dì VIII di gennaio MCCCXXXVI, e fu seppellito per lo Comune a Santa Reparata con grande onore. E in questo tempo e istante si cominciò a fondare il nuovo ponte a la Carraia, il qual era caduto per lo diluvio, e fue compiuto di fare in calen di gennaio MCCCXXXVI, e costò più di XXVm di fiorini d’oro, e restrinsesi II pile al Vecchio; e fecionsi di nuovo le mura sopra la riva d’Arno da l’un lato e da l’altro, per adirizzare il corso del fiume, e per più bellezza e fortezza de la città.

XIII

Come messer Mastino ebbe il castello di Colornio in parmigiana.

Nel detto anno, del mese d’agosto, messer Mastino della Scala con la lega di Lombardia venne all’assedio del castello di Colornio in sul contado di Parma, e ’l Comune di Firenze vi mandò CCCL cavalieri, molto bella e buona gente, onde fu capitano Ugo delli Scali; sì che messer Mastino vi si trovò con IIIm cavalieri, e bisognavali bene, che’ Parmigiani con la cavalleria ch’avea loro lasciata il re Giovanni, con l’aiuto di Lucca e di Reggio e di Modana, si trovarono con più di IIm buoni cavalieri, i quali per più volte feciono punga per rompere l’oste e di combattere con messer Mastino; ma l’oste era sì forte di fossi e di steccati, che non ebbono podere, né messer Mastino non si volle mettere a battaglia campale. Per la quale cosa i Parmigiani non potero fornire Colornio, e quello abandonato, s’arendéo a messer Mastino a dì XXIIII di settembre del detto anno. La quale vittoria fu cagione a messere Mastino d’avere poco apresso la città di Parma, come inanzi faremo menzione.

XIV

Come i Fiorentini riebbono il castello d’Uzzano in Valdinievole.

Nel detto anno, a dì XII di settembre, per trattato di messer Beltramone dal Balzo capitano di guerra de’ Fiorentini, e per tradimento e costo di IIm fiorini d’oro, il castello d’Uzzano di sopra a Pescia in Valdinievole s’arendéo al Comune di Firenze; e ciò fatto, il detto messer Beltramone dal Balzo capitano di guerra de’ Fiorentini cavalcò con Vc cavalieri e popolo assai per due volte infino a le porti di Lucca, ardendo e guastando e levando gran preda con grave danno di Lucchesi. Ma ciò potea fare sicuramente per l’oste de la lega ch’era a Colornio in Lombardia, e la cavalleria di Lucca era a Parma, sì che·lla città di Lucca era isfornita di genti d’arme.

XV

Come il re Giovanni simulatamente donò la città di Lucca al re di Francia.

Nel detto anno, a dì XIII d’ottobre, essendo il re Giovanni a Parigi simulatamente e per favore de’ Lucchesi e a·lloro richesta donò al re Filippo di Francia tutte le ragioni ch’elli avea in Lucca e nel contado; e il detto re di Francia significò a tutti i mercatanti di Firenze ch’erano in Parigi, come a·llui apartenea la signoria di Lucca e ch’ellino scrivessono al nostro Comune che a la città di Lucca né al contado non si facesse guerra; ma però non si lasciò. E lo re Ruberto per sue lettere e ambasciadori de la detta impresa di Lucca molto si dolfe al re di Francia suo nipote, e pregandolo ch’elli lasciasse la detta impresa di Lucca, però che·lla signoria non era sua di ragione, e erali stata tolta per tradimento, e rubellata per Uguiccione da Faggiuola e poi per Castruccio Interminelli, per la qual cosa il re di Francia non vi mandò sua gente né ne prese possessione.

XVI

Come i Fiorentini per guardia della terra feciono in Firenze VII bargellini.

Nel detto anno, per calen novembre, coloro che reggeano la città di Firenze crearono uno nuovo oficio in Firenze; ciò furono VII capitani di guardia della città, ciascuno con XXV fanti armati, e in ogni sesto de la città ne stava uno, e nel sesto d’Oltrarno due; i quali guardavano la città di dì e di notte, di sbanditi e di zuffe e offensioni e di giuoco e d’arme, e fuoro chiamati bargelli. L’oficio de’ detti ebbe bello colore e buona mossa; ma quelli che reggeano la città il feciono più per loro guardia e francamento di loro stato, perché dubitavano ch’a la nuova reformazione de la lezione de’ priori, che·ssi dovea fare il gennaio apresso, non avesse contesa, perché certi popolani ch’erano degni d’essere al detto oficio per sette n’erano schiusi. Durò il detto uficio uno anno e non più, fornita la detta lezione; e poi ne surse un altro oficio di maggiore lieva, che·ssi chiamò conservatore, come inanzi al tempo faremo menzione.

XVII

Conta di guerra tra’ Catalani e’ Genovesi.

Nel detto anno i Genovesi co·lloro galee armate feciono grande danno a’ Catalani, che presono di loro quattro grandi cocche in Cipri, e altre quattro in Cicilia, e quattro galee in Sardigna, tutte cariche di ricco avere, e li uomini tutti misono alle spade o anegaro in mare, e VIc ne ’mpiccaro a uno colpo in Sardigna, la quale fue una grande crudeltà; ma non fu sanza merito in parte di giudicio di Dio alla loro città, come seguendo in questo assai tosto faremo menzione.

XVIII

Come i Turchi furo sconfitti in mare da galee de la Chiesa e del re di Francia.

Nel detto anno l’armata de la Chiesa di Roma e del re di Francia e’ Viniziani, in quantità di XXXII galee mandate in Grecia per difenderla da’ Turchi che tutta la correano e guastavano, iscontrandosi col navilio de’ Turchi ch’era infinito, combattero co·lloro. I Turchi fuggendo a terra, ne morirono più di Vm, e arsono di loro navilio CL legni grossi sanza i sottili e piccioli, e poi corsono tutte le loro marine e alquanto fra terra, levando gran preda di schiavi e di cose con grande danno di loro.

XIX

De la morte di papa Giovanni XXII.

Nel detto anno, a dì IIII di dicembre, morì papa Giovanni apo la città di Vignone in Proenza, ov’era la corte, d’infermità di flusso, che tutto il suo corpo si disolvette, e per quello si sapesse, morì convenevolmente assai ben disposto apo Dio, rivocando il suo oppinione mosso de la visione dell’anime de’ santi. E ciò fece, secondo si disse, più per infestamento del cardinale dal Poggetto suo nipote e degli altri suoi parenti, a ciò che non morisse con quella sospeccionosa fama, che da suo movimento, non credendo sì tosto morire, e elli morì il dì seguente. E a ciò che sia manifesto a chi per li tempi leggerà questa cronica, e non possa avere preso errore per quella oppinione, sì metteremo apresso verbo a verbo la detta dichiarazione fatta fedelmente volgarizzare, come avemo la copia dal nostro fratello che allora era in corte di Roma.«Giovanni vescovo, servo di servi di Dio, a perpetua memoria. Né sopra quelle cose che dell’anime purgate partite da’ corpi, se a la resurrezzione de’ corpi la divina essenzia con quella visione, la quale l’Apostolo chiama "fiaccole", vegghiamo, sì per noi come per molti altri, in nostra presenzia recitando e allegando la sacra Scrittura e li originali detti de’ santi, o per altro modo ragionando, spesse volte dette sono altrementi che per noi dette e intese fossono, e intendansi e dicansi, possano nelli orecchi de’ fedeli dubbio e oscurità generare; ecco la nostra intenzione la quale con la santa Chiesia cattolica intorno a queste cose abbiamo, e abbiamo avuto, per lo tenore delle presenti, come seguita: dichiariamo, confessiamo certamente e crediamo che l’anime purgate partite da’ corpi sono ne’ cieli de’ cieli e in paradiso con Cristo, e in compagnia delli angeli raunate, e veggiono Idio e la divina essenzia faccia a faccia chiaramente, in quanto lo stato e la condizione dell’anima partita dal corpo comporta. E se altre cose e quale o per altro modo intorno a questa materia per noi dette predicate, overo scritte fossono, per alcuno modo quelle cose abbiamo dette, predicate, overo scritte, recitando e disputando i detti della sacra Scrittura e de’ santi, e così vogliamo essere dette, predicate, e scritte. Anche se alcune altre cose sermocinando, disputando, domatriando, amaestrando, overo per alcuno altro modo dicemmo, e predicamo, o scrivemo intorno a le predette cose, overo altre cose che raguardano la fede cattolica, la sacra Scrittura, overo a’ buoni costumi, in quanto sono consone a la fede cattolica e a la determinazione de la Chiesa a la sacra Scrittura e a’ buoni costumi, la sponiamo; altrementi per altro modo quelle cose abbiamo avute, e vogliamo per non dette, predicate e scritte, e quelle revochiamo espressamente; e le predette tutte cose, e qualunque altre predette e scritte per noi di qualunque mai fatti in ogni luogo, e in qualunque luogo o in qualunque stato, che abbiamo, e abbiamo avuto da quinci adietro, e sommettiamo a la determinazione de la Chiesa e de’ nostri successori. Data a Vignone a dì III di dicembre, anno XVIIII del nostro pontificato». E poi anullò le reservazioni per lui fatte, che da la sua morte innanzi non avessono vigore.

XX

Del tesoro che·ssi trovò la Chiesa dopo la morte di papa Giovanni, e di sua vita e costumi.

Dissesi che l’eclissi del sole, che fue del mese di maggio l’anno dinanzi, significò la sua morte dovere esere quando il sole verrebbe a l’opposizione del suo mezzo corso; e così parve che fosse. De la morte del detto papa se ne fece in Firenze l’osequio a dì XVI di dicembre ne la chiesa di Santo Giovanni con grande e ricca luminaria, e grande solennità e celebrazione d’oficio per lo chericato e per tutti i cittadini. E nota che dopo la sua morte si trovò nel tesoro de la Chiesa a Vignone in monete d’oro coniate il valere e compito di XVIII milioni di fiorini d’oro e più; e il vasellamento, corone, croci, e mitre, e altri gioielli d’oro con pietre preziose lo stimo a larga valuta di sette milioni di fiorini d’oro, che ogni milione è mille migliaia di fiorini d’oro la valuta. E noi ne possiamo di ciò fare piena fede e testimonianza vera, che il nostro fratello carnale, uomo degno di fede, che allora era in corte mercatante di papa, che da’ tesorieri e da altri che fuoro deputati a contare e pesare il detto tesoro li fu detto e acertato, e in somma recato per farne relazione al collegio de’ cardinali per mettere in aventario, e così il trovaro. Il detto tesoro, la maggior parte, fu raunato per lo detto papa Giovanni per sua industria e sagacità, che infino l’anno MCCCXVIIII puose la reservazione di tutti i beneficii collegiati di Cristianità, e tutti li volea dare egli, dicendo il facea per levare le simonie. E di questo trasse e raunò infinito tesoro. E oltre a ciò e per la detta reservazione quasi mai non confermò elezzione di nullo parlato, ma promovea uno vescovo inn-uno arcivescovado vacato, e del vescovado del vescovo promosso promovea uno minore vescovo, e talora avenia bene sovente che d’una vacazione d’uno grande vescovado o arcivescovado o patriarcato facea sei o più promozioni; e simile d’altri benifici; onde grandi e molte provisioni di moneta tornavano a la camera del papa. Ma non si ricordava il buono uomo del Vangelio di Cristo, dicendo a’ suoi discepoli: «Il vostro tesoro sia in cielo, e non tesaurizzate in terra»; né del tesoro che Piero e li altri apostoli chiesero a Mattia, quando asortiro i·lloro collega in luogo di Iuda Scariotto. E questo basti, e forse è detto più ch’a·nnoi non si conviene, però che ’l detto tesoro dicea papa Giovanni raunava per fornire il santo passaggio d’oltremare; e forse avea quella intenzione. Molto tesoro consumò in Lombardia per abattere i tiranni, e mantenere grande il suo nepote, overo figliuolo, legato di Lombardia, come adietro è fatta menzione, e talora contro a’ Turchi. Allegravasi oltre modo d’uccisione e morte de’ nimici; molto amò il nostro Comune di Firenze mentre fumo favorevoli e aiutatori del detto suo legato; e più grazie al Comune e singolari cittadini fece, che X vescovadi diede al suo tempo a’ Fiorentini e molti altri benifici ecclesiastici; ma poi che ’l nostro Comune fue contro al detto legato, ne fu nimico, e cercava ogni nostro abassamento. Modesto fu e sobrio in suo vivere, e più amava vivande grosse che dilicate, e in sé propio poco spendea; quasi ogni notte si levava a dire l’uficio e istudiare; e le più mattine dicea la messa, e assai era latino di dare udienza, e tosto spediva. Piccolo fu di persona, prosperoso e collerico, e tosto si movea a ira. Savio in iscienza, e d’un aguto spirito, e magnanimo fu a le gran cose. Assai fece grandi e ricchi i suoi parenti, vivette da LXXXX anni, e seppellito fue in Vignone; ma poi i suoi parenti ne portaro o tutto o parte del suo corpo a Caorsa: e nel papato regnò anni XVIII e mesi. Lasciamo omai della materia, ch’assai avemo detto, e de’ suoi modi e costumi, e diremo della lezione di papa Benedetto che succedette appresso lui.

XXI

De la lezione di papa Benedetto XII.

Dopo la morte e sepoltura di papa Giovanni i cardinali, ch’erano allora XXIIII, e tutti ritrovandosi in Vignone, per lo siniscalco di Proenza del re Ruberto furo messi nel conclavi per bene guardati e distretti, a ciò che tosto facessono lezione di papa. E avendo tra·lloro tira e discordia della lezione, perché dell’una maggiore setta, della quale era capo il cardinale di Peragorgo, ciò era fratello del conte di Peragorgo, con séguito grande de’ cardinali caorsini e franceschi, e il cardinale de la Colonna, sì trattaro d’eleggere papa il cardinale fratello del conte di Comingio, uomo savio e valoroso e di buona vita: fuoro a·llui, e profersorli le loro voci, con patto ch’elli promettesse loro di non venire a Roma; la qual cosa non volle promettere, dicendo che inanzi rinunzierebbe il cardinalato ch’elli avea certo, che ’l papato ch’era in aventura. Per la qual cosa rimescolata la divisione de la lezione tra’ collegi quasi per gara, non credendo venisse fatto, misono a squittino quelli di loro collegio ch’era tenuto il più minimo de’ cardinali; ciò fu il cardinale Bianco di piccola nazione di tolosana, il quale era stato monaco e poi abate di Cestella, però uomo di buona vita. Sanza osservazione d’ordinato squittino, parve opera divina, che ciascuna setta di cardinali a·rrigatta li diedono le loro voci, e così fu eletto papa la vilia di santo Tomè apostolo dopo vespero, a dì XX di dicembre MCCCXXXIIII. E lui eletto papa, ciascuno s’amirò, e elli medesimo ch’era presente disse: «Avete eletto uno asino», o per grande umilità non conoscendosi degno, o profetizzando il suo stato, però che fue uomo di grosso intelletto quanto ne la pratica cortigiana, ma sofficiente assai in iscrittura. E poi si coronò papa a dì III di gennaio al luogo de’ frati predicatori a Vignone, e chiamossi papa Benedetto XII. E come fue eletto, diede commiato a tutti i prelati, salvo a’ cardinali, e donò al collegio de’ cardinali de la camera Cm fiorini d’oro per ispese.

XXII

Di certo diluvio d’acque che fu in Firenze e in Fiandra.

Nel detto anno, a dì V di dicembre, fu tanta piova, che ’l fiume d’Arno crebbe isformatamente per modo che, se le pescaie ch’erano nel fiume inanzi al grande diluvio fossono state in piede, gran parte de la città sarebbe allagata; ma per lo diluvio il letto d’Arno era abassato più di VI braccia; ma pur così ruppe e ne menòe uno ponte di legname fatto a grossi pali, il quale era fatto tra ’l ponte Vecchio e quello di Santa Trinita, e uno ponte di piatte grosse incatenato, ch’era fatto tra ’l ponte a Santa Trinita e quello da la Carraia, con danno assai. In Fiandra e in Olanda e Silanda in questo tempo fuoro tante soperchie piove, e gonfiamento del fiotto del mare, che tutte case e terre di quelle marine si disertaro.

XXIII

Come uno frate Venturino da Bergamo commosse molti Lombardi e Toscani a penitenzia.

Nel detto anno, per le feste della Nattività di Cristo, un frate Venturino da Bergamo dell’ordine de’ predicatori d’età di XXXV anni, di picciola nazione, per sue prediche recòe a penitenzia molti peccatori micidiali e rubatori, ed altri cattivi uomini de la sua città e di Lombardia. E per le sue efficaci prediche commosse ad andare a la quarentina a Roma e al perdono più di diecimila Lombardi gentili uomini e altri, i quali tutti vestiti quasi dell’abito di santo Domenico, cioè con cotta bianca e mantello cilestro o perso, e in sul mantello una colomba bianca intagliata con tre foglie d’ulivo in becco; e venieno per le città di Lombardia e di Toscana a schiere di XXV o XXX, e ogni brigata con sua croce innanzi gridando pace e misericordia; e giugnendo ne le cittadi si rassegnavano prima a la chiesa de’ frati predicatori, e in quella dinanzi a l’altare si spogliavano da la cintola in su, e si batteano un pezzo umilmente. E ne la nostra città di Firenze fu loro fatte grandi elimosine, che per le devote genti, uomini e donne, ogni dì erano messe tavole, e piena tutta la piazza vecchia di Santa Maria Novella, ove ne mangiavano per volta Vc o più ben serviti; e così durò XV dì continui, come passavano a Roma. Infra ’l detto tempo fue in Firenze il detto frate Venturino, e predicò più volte; e a le sue prediche traeva tutto ’l popolo di Firenze quasi come a uno profeta. Le dette sue prediche non erano però di sottili sermoni né di profonda scienzia, ma erano molto efficaci e d’una buona loquela e di sante parole, dicendole molto dubbiose e acentive a commuovere genti, quasi affermando e dicendo: «Quello ch’io vi dico sappia, e non altro; ché Dio così vuole». Andonne a Roma co’ detti pellegrini, e co·molti altri di Toscana che ’l seguiro, che fue innumerabile popolo con molta onestà e pazienzia. E poi da Roma andòe a Vignone al papa il detto frate Venturino per impetrare grazia di perdono a chi·ll’avea seguito. In corte, o per invidia o per altra sua presunzione, fu acusato al papa, e apostili più articoli di peccati e di resia, de’ quali fue disaminato, e fatta inquisizione, e fu trovato buono Cristiano e di santa vita; ma per la sua presunzione, e perché diceva che non era niuno degno papa se non stesse a Roma a la sedia di san Piero, e per tema ch’ebbe il papa che per le sue prediche non comovesse il popolo cristiano, sì·lli diè i confini a dimorare a Frisacca, una terra nelle montagne di Ricordana, e comandolli che non confessasse persona, né predicasse a popolo. E questi sono i meriti c’hanno le sante persone da’ prelati di santa Chiesa; overo che fue giusto per temperare la soperchia ambizione del frate, tutto ch’adoperasse con buona intenzione.

XXIV

Come i Ghibellini di Genova ne cacciaro i Guelfi e la segnoria del re Ruberto.

Nel detto anno, essendo ne la città di Genova tornati per pace fatta per lo re Ruberto tutti i Ghibellini, come adietro in alcuna parte facemmo menzione, e mandando a Genova il re uno meser Bolgro da Tollentino suo uficiale per ordinare la guardia della terra, e che ’l termine de la signoria del re si prolungasse, e essendovi per podestà per lo re messer Giannozzo Cavalcanti di Firenze, sombuglio e comozione nacque in Genova tra’ Guelfi e’ Ghibellini; perché a la maggiore parte de’ Genovesi ch’erano d’animo imperiale, e naturalmente sono altieri e disdegnosi, rincrescea la segnoria del re, e non volendo prolungare più la segnoria al re; per la quale dissensione cominciaro tra·lloro battaglia cittadina, e asserragliaro tutta la terra e imbarraro. Alla prima ebbono il migliore i Guelfi, ma poi si partiro tra·lloro; che i Salvatichi per cagione ch’ad uno di loro per lo sopradetto meser Bolgaro, quando fu podestà di Genova, per mandato del re Ruberto fece tagliare il capo a uno de’ maggiori della casa, perch’era gran pirrato e rubatore in mare, per lo quale sdegno s’accordaro co’ Ghibellini e co·lloro seguaci a torre la segnoria al re, accordati a ciò fare co li Orii e Spinoli. E avuto grande soccorso di genti da Saona e della riviera, per terra e per mare cresciuto loro podere, per forza di battaglia ne cacciaro i Guelfi e le segnorie del re, a dì XXVIII di febraio del detto anno, con gran vergogna del re Ruberto; e fune dato colpa a la podestà di troppa negligenzia. Cacciati i Guelfi di Genova, andarsene al Monaco, e poi col favore del re Ruberto armaro galee, e furono segnori del mare, rubando chi meno poteva di loro, e tenendo la città di Genova molto stretta. I Ghibellini che rimasono segnori in Genova feciono due capitani, uno di casa d’Oria e uno di casa Spinola. Per questa mutazione molto si sconciò il buono istato di Genova e di mercatantia, e male vi si tenea ragione, onde molto abassò il podere de’ Genovesi; e’ Guelfi medesimi che tennero co’ Ghibellini fuoro poi cacciati di Genova.

XXV

Come cominciò l’abassamento de’ Tarlati d’Arezzo,

e come fue tolto loro il Borgo a Sansipolcro.

Nell’anno di Cristo MCCCXXXV, essendo messer Piero Saccone de’ Tarlati d’Arezzo, fratello che fu del valente vescovo d’Arezzo, di cui adietro in più luogora avemo fatta menzione, co’ suoi fratelli e consorti segnori al tutto d’Arezzo, e de la Città di Castello, e del Borgo a Sansipolcro, e di tutte loro castella, e di quelle di Massa Tribara, dominando come tiranni infino nella Marca, e avendo disertato Nieri d’Uguiccione da Faggiuola, e i conti da Montefeltro, e quegli da Montedoglio, e la casa delli Ubertini, e il vescovo d’Arezzo delli Ubertini e’ figliuoli di Tano da Castello, e più altri baroncelli del paese, ghibellini e guelfi, per segnoreggiare tutto; e per loro presunzione, presa la città di Cagli, nella quale i Perugini cusavano alcuna ragione, e perché contro a’ Perugini teneano la Città di Castello, i Perugini co’ detti Ghibellini segretamente feciono lega e compagnia e con messer Guiglielmo segnore di Cortona, e dando a Nieri da Faggiuola di loro genti, e per trattato fatto con Ribaldo da Montedoglio cognato de’ Tarlati, che per loro tenea il Borgo a Sansipolcro, entròe il detto Nieri nel detto Borgo con CC cavalieri e Vc pedoni a dì VIII d’aprile del detto anno, e prese la terra, salvo la rocca, che·ssi tenne infino a dì XX d’aprile, nella quale era messere Uberto di Maso de’ Tarlati; e vegnendo gli Aretini co·lloro sforzo per soccorrella, i Perugini con tutta loro lega e forza vi fuoro più grossi e possenti, sì che al tutto rimasono segnori della terra e della rocca, la quale s’arendé loro, salve le persone. E questo fue il cominciamento de la loro rovina e abassamento.

XXVI

D’una rovina che fece parte della montagna di Falterona.

Nel detto anno, a dì XV di maggio, una falda de la montagna di Falterona da la parte che discende verso il Decomano in Mugello, per tremuoto e rovina scoscese più di quattro miglia infino a la villa si chiamava il Castagno, e quella con tutte le case, persone e bestie salvatiche e dimestiche e alberi sobissò, e assai di terreno intorno, gittando abondanza d’acqua ritenuta, oltre a l’usato modo torbida come acqua di lavatura di cenere; e gittò infinita quantità di serpi, e due serpenti con quattro piedi grandi com’uno cane, li quali l’uno vivo e l’altro morto fuoron presi a Decomano. La quale torbida acqua discese nel Decomano, e tinse il fiume della Sieve; e la Sieve tinse il fiume dell’Arno infino a Pisa; e durò così torbido per più di due mesi, per modo che dell’acqua d’Arno a neuno buono servigio si poteva operare, né’ cavalli ne voleano bere; e fue ora che i Fiorentini dubitaro forte di non poterlo mai gioire, né poterne lavare o purgare panni lini o lani, e che però l’arte della lana non se ne perdesse in Firenze; poi a poco a poco venne rischiarando, e tornando in suo stato.

XXVII

Di certi scontrazzi che fuoro tra·lla nostra gente e quella di Lucca.

Nel detto anno, a dì VI di giugno, avendo il capitano della guerra de’ Fiorentini, messer Beltramone dal Balzo, posto uno battifolle, overo bastita, tra Uzzano e Buggiano in Valdinievole per guerreggiare Buggiano e Pescia, tornando da quello la nostra gente in quantità di CL cavalieri, certi de’ nemici per ordine d’aguato uscirono loro adosso, e combattero, e fuoro rotti i nimici, e presine XXII cavalieri, e uno conestabole morto. Intanto, com’era ordinato per li nimici, vennero da Pescia a Buggiano CC cavalieri di quelli di Lucca e assalirono i nostri, che·ssi credeano avere vinto, e misolli in isconfitta, e rimasonvi de’ nostri IIII conestaboli presi e uno morto, con più cavalieri presi e morti.

XXVIII

Come i Perugini furo sconfitti da li Aretini.

Nel detto anno, a dì VIII di giugno, avendo i Perugini e i loro collegati presa grande baldanza sopra li Aretini per la rubellazione del Borgo a Sansipolcro, col segnore di Cortona in quantità di VIIIc cavalieri e Vm pedoni erano partiti di Cortona e intrati in sul contado d’Arezzo guastando la contrada di Valdichiana. Messer Piero Saccone segnore d’Arezzo uscito di Castiglione Aretino con Vc cavalieri di sue masnade e pedoni assai, venne arditamente contro a Perugini, i quali, veggendo li Aretini, si cominciarono a ricogliere verso Cortona male ordinati e peggio capitanati. Li Aretini, intra’ quali avea di buoni capitani di guerra, veggendo il loro male reggimento, assaliro vigorosamente i cavalieri di Perugia ch’erano ischierati in sulla strada alla guardia de’ guastatori, e dopo la prima afrontata alquanto ritenuta i cavalieri perugini furono rotti e sconfitti, e rimaservi de’ cavalieri pur de’ migliori cittadini e forestieri da C tra presi e morti, e più di CC pedoni, e seguendo la caccia infino a le porte di Cortona; e se non fosse il refugio della terra, pochi ne sarebbono scampati. E ciò fatto, li Aretini cavalcaro guastando e ardendo in sul contado di Perugia per V dì, e fuoro infino a le forche di Perugia presso a la città a due miglia; e per diligione de’ Perugini v’impiccarono de’ Perugini presi colla gatta, overo muscia, al lato, e colle lasche del lago infilzate pendenti dal braghiere dell’impiccati. Per la qual cosa i Perugini molto aontati, non feciono come genti isbigottiti né sconfitti; ma subitamente raunaro danari, e mandaro in Lombardia per M cavalieri tedeschi, i quali erano stati delle masinade del re Giovanni, molto buona gente, i quali erano di poco partiti di Parma, quando si rendé a messere Alberto e Mastino, e chiamavansi i cavalieri de la Colomba; però che s’erano ridotti a la badia de la Colomba in Lombardia e ne la contrada, vivendo di ratto e sanza soldo. E quelli soldati vennero a Perugia, co’ quali, co’ Perugini, e coll’aiuto de’ Fiorentini, che incontanente saputa la sconfitta mandarono a Perugia CL cavalieri colla ’nsegna del Comune di Firenze feciono apresso di gran cose contra li Aretini, come per lo inanzi leggendo si potrà trovare. E in questo tempo, a dì XV di giugno, passando per Firenze da CL balestrieri genovesi, i quali andavano ad Arezzo in servigio di messer Piero Saccone, che·lli mandavano i parenti della moglie ch’era de li Spinoli di Genova, andando al dilungo per la terra con bandiere levate, e colle sopransegne imperiali e ghibelline, i fanciulli e’ garzoni e popolo minuto di Firenze a grido li seguiro fuori della porta, e tutti li rubaro e presono e fediro, sicché non potero andare al servigio delli Aretini, e tornarsi a Genova; e convenne che i mercatanti di Firenze ch’aveano a fare in Genova mendassero loro il danno ricevuto. De la qual cosa, e de’ cavalieri che’ Fiorentini mandaro loro subitamente sanza richesta, i Perugini ebbono molto a grado da’ Fiorentini, che per lo sùbito avenimento della sconfitta erano molto sbigottiti; e per questo piccolo soccorso presono vigore e conforto per lo modo detto di sopra, e ’l consiglio de’ Perugini ordinòe di trovare moneta per via di gabelle al modo di Firenze, onde soldaro i detti M cavalieri.

XXIX

D’una armata che ’l re Ruberto fece sopra Cicilia.

Nel detto anno, a dì XIII di giugno, partiti del porto de la città di Napoli una armata di LX galee e più altri legni che il re Ruberto mandòe sopra l’isola di Cicilia con M cavalieri, onde fu capitano il conte Curiliano di Calavra e il conte di Chiermonte rubello di quello di Cicilia. E i Fiorentini li mandaro aiuto al re per quella armata C cavalieri; di più non potero servire il re per la gente de’ Fiorentini ch’era in Lombardia in servigio della lega, e sopra la città di Lucca e al servigio di Perugini, come adietro è detto. La detta armata stettono in su l’isola di Cicilia il luglio e l’agosto faccendo grande danno, ma nulla terra murata v’acquistaro, però che e’ parenti e’ fedeli del conte di Chiermonte non li rispuosono come aveano promesso; e chi disse che ’l detto conte non volle perché il re no·lli fece quello onore quando venne a·llui, come si credette, e per animo imperiale; e a ciò diamo fede, che tornata la detta armata a Napoli, il detto conte si partì dal re e andonne in Alamagna al Bavero, e poi tornò al servigio di messer Mastino della Scala, onde s’era mosso.

XXX

Come la città di Parma e di Reggio s’arendero a’ segnori della Scala,

e quello che di ciò seguitò.

Nel detto anno, avendo la lega di Lombardia co’ cavalieri di Firenze (e al continuo n’avea al loro servigio CCCCL) molto aflitta la città di Parma, dapoi ch’ebbono il castello di Colornio, come adietro facemo menzione, Orlando e messer Marsilio de’ Rossi di Parma, che teneano la segnoria della terra, trattato feciono con messer Azzo Visconti da Milano di darli Parma e Lucca; per la qual cosa messer Mastino e li altri segnori de la lega e’ Fiorentini si turbaro molto, e ordinaro parlamento... e tutti vi fuoro, e messer Azzo a Solcino, e molto isdegno si scoperse allora tra messer Azzo e messer Mastino, che messer Azzo pur volea seguire la ’mpresa. I Fiorentini temendo di Lucca, che non venisse a le mani di messer Azzo, e confidandosi più di messer Mastino per le impromesse fatte a·lloro di rendere loro Lucca, antipuosono con ogni opera e coll’aiuto delli altri allegati di levare messer Azzo dal suo proponimento, e di paciarlo con messer Mastino, e dopo molti trattati s’accozzaro insieme in sul fiume del Leglio, e rimisesi la questione nelli ambasciadori di Firenze, i quali accordaro che Parma fosse di messer Mastino, e la lega atasse a messer Azzo acquistare Piagenza e il borgo a San Donnino. E ciò fatto, e confermato per solenni strumenti, i Rossi di Parma, non aspettando soccorso dal re Giovanni, trattaro concordia con messer Mastino e con la lega, mosso prima il trattato per Ispinetta marchese, e poi seguito e tratto a fine per mano di messere Marsilio da Carrara di Padova loro zio; e in tutto si rimisono i·llui, e rendero la città di Parma a messer Mastino e a messer Alberto de la Scala con promesse di larghi e grandi patti, lasciando loro Pontriemoli e più castella in parmigiana, e promissione di lasciarli i maggiori cittadini di Parma, e che avessono dal Comune annualmente per loro provisione grande quantità di moneta, in quantità di Lm fiorini d’oro. E elli promisono a meser Mastino d’aoperare con effetto con messer Piero Rosso loro fratello, il quale tenea la città di Lucca per lo re Giovanni, di farliele rendere, acordandosene per certa quantità di moneta col detto re. E questi patti di Lucca, dicea messer Mastino, facea a petizione del Comune di Firenze, per osservare i patti della lega, e così ne scrisse al detto Comune di Firenze, e continuo dicea a li ambasciadori de’ Fiorentini ch’erano intorno di lui a Verona, e quando di ciò mancasse messer Piero Rosso, sarebbono di sua gente al servigio de’ Fiorentini atare acquistare Lucca Vc cavalieri e tutte queste promesse erano inganno. Ebbono la possessione della città di Parma i segnori della Scala di Verona a dì XXI di giugno il detto anno MCCCXXXV, e entròvi messer Alberto de la Scala con VIc cavalieri, però che messer Mastino per alcuno disagio di sua persona preso a Colornio se n’era ito a Verona; e al cominciamento quelli della Scala osservaro largamente i patti a’ Rossi di Parma infino che ebbono la possessione di Lucca. Essendo renduta la città di Parma a messer Mastino, poco apresso i segnori da Fogliano, che teneano la città di Reggio, per non avere adosso l’oste della lega, cercaro trattato con messer Mastino, e con certi patti rendero la città di Reggio a dì IIII di luglio del detto anno, a meser Mastino, il quale incontanente la rinvestì e diede a quelli da Gonzaga segnori di Mantova, com’era in patti de la lega, riconoscendola da·llui per omaggio, dandogline ogn’anno uno falcone pellegrino, il quale li doveano mandare a Verona.

XXXI

Come meser Azzo segnore di Milano ebbe a patti

la città di Piagenza e di Lodi, e’ marchesi Modana.

E poi per simile modo, a dì XXVII di luglio del detto anno, si rendé la città di Piagenza a meser Azzo segnore di Milano; ma poi li Scotti di Piagenza con certi altri la rubellaro a meser Azzo, e più tempo stettono in trattato col re Ruberto di darli la terra. Il re per sua lunghezza, overo per tema di fare sì grande impresa contra meser Azzo, no·lli soccorse, per la quale cosa sotto certi patti s’arendero a meser Azzo a dì XV di dicembre MCCCXXXV. E poi, a l’entrante di settembre MCCCXXXV, s’arendé la città di Lodi al detto meser Azzo; e così fu a ciascuno de’ collegati della lega di Lombardia osservati i patti del conquisto fatto, che a’ marchesi da Ferrara, dopo molto stento avutasi la città di Modana per meser Mastino, la diede loro a dì VIII di maggio MCCCXXXVI, salvo che al Comune di Firenze non furo atenute le convenenze de la città di Lucca, onde poi tra ’l Comune di Firenze e meser Mastino ne seguiro grandi novità, sì come apresso per li tempi faremo menzione. Lasceremo alquanto de’ fatti di Lombardia, e diremo di quelli di Firenze e d’altre parti che furono in que’ tempi.

XXXII

Come i Fiorentini presono in guardia il castello di Pietrasanta, e con vergogna i·lasciaro.

Nel detto anno, a dì VIIII di luglio, tegnendosi il castello di Pietrasanta del contado di Lucca per Niccolaio de’ Pogginghi, che·ll’avea avuto in pegno dal conestabole di Francia, al tempo che venne in Lucca col re Giovanni, per Xm fiorini d’oro che·lli avea prestati, non potendo di suo podere guardare la terra, la diede in guardia al Comune di Firenze, salvo si ritenne la rocca; i quali vi mandaro C cavalieri e IIIc pedoni, capitano meser Gerozzo de’ Bardi. Per la quale folle baldanza due dì apresso certi usciti di Lucca, in quantità di CC pedoni, presono il poggio della Pedona ch’è tra Pietrasanta e Camaiore, e quello intendeano d’aforzare; incontanente vi cavalcò meser Piero Rosso con le masinade di Lucca a cavallo e a piede, e quello poggio assediaro; e non essendo forniti di vittuaglia né soccorsi, s’arendero, e fuoro menati a Lucca presi; de’ quali caporali ne furo impiccati XVIII, intra’ quali ebbe due de’ Pogginghi. Ma poi l’aprile vegnente il detto Niccolao di Poggio rendé Pietrasanta a meser Mastino de la Scala, che tenea già Lucca, per XIm fiorini d’oro, mandandone fuori le masnade de’ Fiorentini; ma non compié l’anno apresso, che meser Mastino fece pigliare il detto Niccolao in Lucca, e opponendoli trattava co’ Fiorentini, e tolseli i detti danari e più; e così il traditore dal traditore fu tradito giustamente.

XXXIII

Di grande corruzzione di vaiuolo che fue in Firenze.

Nel detto anno e istate fue in Firenze una grande corruzzione di male di vaiuolo, che tutti i fanciulli di Firenze e del contado ne fuoro maculati diversamente; per la quale malatia più di IIm ne falliro per morte in Firenze tra maschi e femine. Dissesi per alcuni strolagi e naturali, che la congiunzione di Marte e di Saturno nel segno de la Libra, e il Giove a·lloro opposizione nell’Ariete, ne fu cagione.

XXXIV

Come si rubellò Grosseto a’ Sanesi, e poi il riebbono per danari.

Nel detto anno, a dì XXVIII di luglio, essendo Batino segnore di Grosseto per tirannia, sì come il più possente cittadino di quella, stato più tempo in Siena a’ confini e quasi in cortese pregione (però che i Sanesi li aveano tolto Grosseto tortevolemente e a inganno, e in Siena il teneano per paura) il detto Batino si partì celatamente di Siena, e rubellò Grosseto. Per la qual cosa a’ Sanesi surse assai guerra in picciol tempo, per la qual cosa i Sanesi incontanente feciono oste a Grosseto con molto dispendio e mortalità di loro gente per lo pestilenzioso luogo. E essendo ad oste infino a dì VIII di novembre, per certo falso trattato di que’ d’entro fu data a’ Sanesi una porta de la città, e rotto alquanto del muro; e intrato dentro il conte Marcovaldo de’ conti Guidi loro capitano di guerra con più di CCC uomini, com’era ordinato, fuoro rinchiusi e quasi tutti presi; e di grande aventura scampòe il conte. E raforzata l’oste de’ Sanesi, Batino essendo andato a Pisa per soccorso, da’ Pisani ebbe aiuto de’ cavalieri, e ancora per suoi danari soldò cavalieri, sì che menò i·Maremma Vc cavalieri, e francamente levò da oste i Sanesi e villanamente, che lasciaro tutto il loro campo e arnesi, e misonsi in fuga. E poi co’ detti cavalieri corse Batino tutte le terre de’ Sanesi di Maremma infino al bagno a Petriuolo, levando grandi prede; e ciò fu a dì XXVI di novembre del detto anno. Ma poi i Sanesi trattarono acordo col detto Batino, e promisonli Xm fiorini d’oro, e elli rendesse loro Grosseto, a dì XXVI di luglio MCCCXXXVI; ma rupporli dislealmente la ’mpromessa, che non li pagaro che·lla prima paga di Vm fiorini d’oro; e così fue ingannato il tiranno tirannescamente.

XXXV

Come i Sanesi per inganno presono la città di Massa, e ruppono pace a’ Pisani.

Ancora nel detto anno tegnendo i Fiorentini la guardia della città di Massa in Maremma per l’acordo fatto da’ Pisani a’ Sanesi per lo vescovo di Firenze, come adietro facemo menzione, l’anno MCCCXXXIII, e essendovi per podestà Teghia di meser Bindo de’ Bondelmonti e per capitano Zampaglione de’ Tornaquinci, la setta de’ cittadini ch’amavano i Sanesi, e per loro trattato, cominciarono il romore e battaglia nella città, e abarrarsi ne la terra; e la parte de’ Sanesi s’accostaro col detto Zampaglione loro capitano, e dissesi per corruzzione di moneta. Incontanente vi cavalcaro i Sanesi popolo e cavalieri, e entraro ne la terra da la parte di sopra ov’era la forza della loro setta. I Fiorentini vi mandaro allora il loro vescovo e altri ambasciadori per acquetare la terra, ma neente v’adoperaro per la forza de’ Sanesi ch’aveano presa gran parte de le fortezze de la città; e convenne per forza ch’al tutto fossono segnori de la terra, e cacciarne i caporali amici de’ Pisani; e ciò fu a dì XXIIII d’agosto del detto anno. Per la qual cosa i Pisani si turbaro molto contro a’ Sanesi, perch’aveano loro rotta pace, e però diedono i·loro soccorso de’ cavalieri a Batino di Grosseto contro a’ Sanesi, come detto avemo. Ma più si dolfono de’ Fiorentini, perché s’erano fidati di loro, e data in guardia la città di Massa, ed erano mallevadori della pace sotto pena di Xm marchi d’argento, con tutto che noi sapemo di vero che’ Fiorentini non ci usaro frode né inganno contra’ Pisani, ma falliro in negligenza di non mandare la forza de’ loro cavalieri al soccorso della podestà di Massa, e non puliro il capitano loro cittadino, il quale si disse che fu colpevole della rivoluzione della città.

XXXVI

Di certi fuochi appresi in Firenze.

Nel detto anno, a dì XXV d’agosto, s’aprese fuoco in Firenze da San Gilio, e arse una casa de’ tintori. E poi a dì XVII di settembre s’apprese nella piazza di San Giovanni verso il corso delli Adimari, e arsono V case.

XXXVII

Come i Perugini e’ loro collegati ebbono la Città di Castello.

Nel detto anno, sabato notte ultimo dì di settembre, il marchese di Valliana avendo tenuto segreto trattato con tre fratelli di Monterchi anticamente suoi fedeli, i quali erano a la guardia ne la Città di Castello sopra una porta, per raporto d’una loro madre, subitamente e di notte si partì dal Monte Sante Marie, e cavalcò co’ figliuoli di Tano da Castello, e con Nieri da Faggiuola, e con meser Branca da Castello, con Vc cavalieri de’ Perugini e pedoni assai; e anzi dì giunsono a le porte di Castello, che dovea loro esere data per li detti traditori: fu loro risposto. E quando meser Ridolfo Tarlati, ch’era in Castello segnore con C cavalieri, sentì i nemici, fue a l’arme per difendere la terra; e vegnendo a la porta ov’erano i traditori, li fu gittato da loro de la torre d’entro: incontanente sbigottito abarrò la via dinanzi per difensione; ma il marchese e’ suoi compagni e’ maestri di guerra incontanente feciono agirare la loro gente da l’altra parte della terra, faccendo vista con grande tumulto di grida e di sono di trombe e di nacchere d’assalire altra porta; e rimase con pochi a tagliare la detta porta. Que’ d’entro storditi per lo sùbito assalto, e male proveduti, corsono per la terra per paura a l’altre porte. Intanto fu tagliata e aperta quella ov’erano i traditori; e tagliato il ponte, e entrati dentro, e poi grande battaglie ebbono a le sbarre de la via, e per forza le vinsono, però che messer Ridolfo e’ figliuoli vedendo i nimici dentro si fuggiro con parte di sua gente ne la rocca; che se fosse stato fermo a la difesa, non perdea la terra. La città per li Tedeschi fue tutta corsa e rubata, e ’l castello de la rocca assediato dentro e di fuori; e per la troppa gente in quella rifuggiti, non essendo fornita al bisogno di vittuaglia, s’arrendero pregioni a dì V d’ottobre. E messer Ridolfo con due suoi figliuoli e li altri della rocca n’andaro presi a Perugia. E poco apresso i Perugini ebbono il forte castello di Citerna, e più altre della contrada. Avemo detto sì distesa questa presa di Castello perché fue d’aventuroso avenimento, e con bello accorgimento e prodezza di guerra. E nota che se questa vittoria non fosse avenuta a’ Perugini, elli erano per disertarsi de la guerra con li Aretini; però che già cominciava loro a rincrescere la grossa spesa de’ cavalieri soldati, sì come popolo e cittadini male proveduti a guerra, e poco mobolati di moneta comunemente.

XXXVIII

Come il re d’Inghilterra isconfisse li Scotti.

Nel detto anno, la state MCCCXXXV, il giovane Adoardo re d’Inghilterra con sua baronia ancora passò in Iscozia con Ruberto di Balliuolo, il quale n’avea fatto nuovo re, e contra Davit re nato di Ruberto di Brus, combattéo con lui e con li Scotti e sconfisseli. Ben vi rimase morto per soperchio affanno il conte di Cornovaglia, fratello carnale del re d’Inghilterra; e prese il re Adoardo quasi tutto il paese di Scozia, salvo le fortezze delle montagne, e de’ boschi e maresi. E ’l detto re Davit di Brus si tornò in Francia al re Filippo di Valos suo collegato, avendo quasi perduto il reame. Lasceremo alquanto delli strani, e torneremo a nostra materia de’ fatti di Firenze e delle pertinenze.

XXXIX

Come i Fiorentini criarono di nuovo l’uficio del conservadore, e quello ne seguì.

Nel detto anno, per calen di novembre, i Fiorentini che reggeano la città feciono u·nuovo reggimento di segnoria, il quale chiamaro il capitano della guardia e conservatore di pace e di stato de la città. E il primo fue meser Iacopo Gabrielli d’Agobbio; e il detto dì entrò in segnoria con L cavalieri e con C fanti a piè, con salario di Xm fiorini d’oro l’anno con grande arbitrio e balìa sopra li sbanditi; e sotto il suo titolo de la guardia stendea il suo uficio di ragione e di fatto a modo di bargello e sopra ogni altra signoria, e faccendo iustizia di sangue come li piacea, sanza ordine di statuti. E tornò a stare ne palagi che fuoro de’ figliuoli Petri dietro e di costa a la chiesa di San Piero Scheraggio, i quali in quelli tempi si comperarono per lo Comune di Firenze da’ creditori de la compagnia delli Scali fiorini VIIm d’oro. Questo uficio feciono e criarono quelli cittadini popolari che reggeano la terra per fortificare loro stato e per paura di non perderlo, quasi al modo dell’anno dinanzi aveano fatti i VII bargellini, come adietro facemo menzione. Il detto messere Iacopo stette in segnoria uno anno faccendo aspro uficio, e faccendosi molto temere a’ cittadini grandi e popolani; e li sbanditi quasi si cessaro tutti di città e di contado; però che prese Rosso figliuolo di Gherarduccio de’ Bondelmonti, il quale avea bando di contumace de la testa per certa riformagione, e non per istatuto né micidio per lui fatto, ma per una cavalcata ch’elli con certi avea fatta a Monte Alcino in servigio de’ Tolomei di Siena; e feceli tagliare il capo contro al volere de la maggiore parte de’ Fiorentini, però che non avea fatta offensione a nullo cittadino né in nostro distretto, ma per farsi temere: però che chi a uno offende molti minaccia. E poi più altri per simile modo giudicò a morte, e condannò quasi tutti i Comuni e popoli di contado per cagione di ritenere sbanditi a diritto e a torto, come li piacque. E così menando rigido e crudo il suo oficio, molte cose inlicite e di fatto fece in Firenze, a petizione di coloro che l’aveano chiamato e reggeano la città, e ancora per non licito guadagno. Poi compiuto l’anno se n’ando ad Agobbio ricco di molti danari. E in suo luogo ci venne in calen di novembre MCCCXXXVI, per uno anno apresso, messer Accorrimbono da Tolentino, uomo d’età di più di LXXV anni, il quale altra volta stato in Firenze per podestà fu buono rettore. Al cominciamento di suo uficio cominciò bene; ma poco appresso dilatando suo uficio, che l’avea di fatto, infino a’ piati minuti intese per guadagneria di sé e di sua corte. E infra ’l suo tempo, a dì XIII di luglio MCCCXXXVII, essendo a sindacato uno meser Niccola de la Serra d’Agobbio stato podestà di Firenze, e trovandosi in defetto, e per l’esecutore delli ordinamenti de la giustizia suo parente, il quale era del contado d’Agobbio, col favore del detto meser Accorrimbono e della nuova podestà, ch’era nipote del detto meser Accorrimbono, non lasciando a’ sindachi in ciò fare loro officio, gente minuta si commosse, e fue in parte la città a romore in su le piazze de le segnorie, perché non si facea iustizia de la podestà e di sua famiglia; e co’ sassi cacciati fuoro e fediti, e alquanti morti delle famiglie delle dette segnorie a·lloro gran difetto, spezialmente quella del detto meser Accorrimbono, onde tutta la città si comosse. E volendo il detto meser Accorrimbono fare iustizia in persone di certi che avea presi per lo detto romore, per paura del popolo minuto non ebbe l’ardire, e non l’avrebbe potuto fare per la furia del popolo; e convenne fosse condannata la podestà vecchia, e certi de’ detti che feciono il romore, in pecunia. Per la quale cosa e cagioni si fece decreto che infra X anni nullo rettore di Firenze potesse esser d’Agobbio o del contado. Conseguendo l’uno errore sopra l’altro, il detto meser Accorrimbono, a petizione di certi caporali che reggeano la città, per cagione di setta fece una inquisizione del mese di settembre contra meser Pino della Tosa, ch’era morto il giugno dinanzi, ch’elli e Feo di meser Odaldo de la Tosa e Maghinardo delli Ubaldini aveano tenuto trattato con meser Mastino de la Scala di tradire Firenze; e fune costretto e martoriato il figliuolo di meser Pino per farlo confessare ciò, ed altri gentili uomini di Firenze amici di messer Pino, per disfare la sua memoria e distruggere i suoi amici; e ciò fu fatto per invidia, e chi disse per operazione d’alcuno consorto del detto messer Pino. La qual cosa non fu né si trovò vero; e il detto Maghinardo se ne venne personalmente a scusare. Ben fu vero che messer Pino per mandato del re Ruberto, da cui tenea terra, cercò con meser Mastino concordia co·llui e col nostro Comune, dandone la città di Lucca libera. E per la detta cagione parendo al detto messer Accorrimbono avere male impreso, per sua ricoperta condannò parte de la casa di messer Pino a disfare, perché cominciò il trattato sanza parola de’ priori, e il detto Feo per contumacia; la qual cosa fu molto biasimata da più cittadini, però che messer Pino era stato il più suficiente e valoroso cavaliere di Firenze, e il più leale a parte guelfa, popolo e Comune. Ben fue un grande imprenditore di gran cose per avanzarsi; per la qual cosa il detto oficio di capitano di guardia e conservatore venne sì in orrore de’ cittadini di Firenze, che per nullo modo o procaccio di certi caporali che reggeano la città, non potero avere balìa di raffermare il detto messere Accorrimbono né altri in suo luogo; e venne meno il detto oficio, il qual’era arbitraro e di fatto, sanza ordine, legge o statuto osservare, per potere per lo detto oficio disfare e cacciare di Firenze cui fosse piaciuto a certi che reggeano la città, ch’aveano criato il detto uficio, e per tenere in tremore i cittadini. Avemo sì lungo fatta memoria di questo officio e de’ suoi processi per lasciarne esemplo a’ cittadini che saranno, a ciò che per bene de la nostra città non siano mai vaghi di fare uficiali arbitrari, che perché si criino sotto colore e titolo di bene di Comune, sempre mai fanno dolorosa uscita per le cittadi, e nascene tirannica segnoria.

XL

Come messer Mastino della Scala ebbe la città di Lucca.

Nel detto anno MCCCXXXV, in calen di novembre, dopo molti trattati fatti per Orlando Rosso con messer Mastino de’ fatti di Lucca, sempre con parole e promesse di farlo ad istanza de’ Fiorentini, tanto si menò il trattato, che messer Piero Rosso, il quale n’avea la possessione, non si potéo più difendere da’ fratelli, e mal volontieri andòe a Verona, e aconsentì di dare a messer Mastino la segnoria di Lucca. E così ebbe messere Mastino della Scala la posessione e la segnoria de la città di Lucca e del contado per mano d’Orlando e di messer Piero de’ Rossi di Parma, com’erano state fatte le convenenze quando renderono Parma, come dicemo adietro. E partissi messer Piero Rosso a dì XX di dicembre del detto anno de la città di Lucca, e andossene a Pontriemoli, che di patti rimase a’ Rossi con più altre castella in parmigiana per lo modo detto; e in Lucca rimase poi vicario per meser Mastino meser Giliberto tedesco con Vc cavalieri, e sempre dando meser Mastino falsa speranza a’ Fiorentini per sue lettere, e dicendolo e promettendolo e giurandolo a’ loro ambasciadori, ch’al continuo il seguivano per cagione di ciò, di rendere al Comune di Firenze la città e contado di Lucca com’erano i patti de la lega, quando avesse riformata la terra in buono stato; de la quale promessa fallì sì come fellone e traditore, e i Rossi di Parma tradì e disertò, come inanzi faremo menzione, sì come falso e disleale tiranno, che s’avea conceputo con disordinata e folle covidigia e malvagio consiglio che per la città di Lucca e per la sua forza avere la signoria di tutta Toscana, come inanzi per li suoi esordi e processi si potrà trovare; per lo quale tradimento nacquero diverse e maravigliose novità e mutazioni in Lombardia e in Toscana ordinate per li Fiorentini.

XLI

Come le terre del viscontado in Valdambra si diedono al Comune di Firenze.

Nel detto anno, essendo già la segnoria de’ Tarlati d’Arezzo molto abassata per la perdita del Borgo a Sansipolcro e per quella de la Città di Castello, come dicemo adietro, e per la forza de’ Perugini ch’era col loro ordine montata con l’aiuto de’ Fiorentini, che ispesso con le loro masnade correano insino in su le porte d’Arezzo, e aveano riposto il Monte San Savino, e di quello i Perugini faceano guerra al continuo, e più volte vi sconfissono di loro masnade; per la qual cosa quelli del viscontado, cioè il castello del Bucino in Valdambra, e quello di Cenina, Galatrone, Rondine, e la Torricella, i quali teneano i Tarlati, e di gran parte v’aveano su ragione per certe compere per loro fatte da certi de’ conti Guidi, temendo de la guerra, e conoscendo che li Aretini non li poteano difendere né soccorrere, si diedono al Comune di Firenze a dì II di novembre, faccendoli franchi per V anni, dando li detti castelli uno cero a la festa di san Giovanni ciascuno anno. Il quale fu un bello acquisto a Fiorentini, e un grande allargamento e aconcio di loro contado per quello che·nne seguìo apresso.

XLII

Come ne la città di Pisa ebbe battaglia, e furone cacciati certa parte.

Nel detto anno e tempo, essendo la città di Pisa in grande setta e divisione, che l’una parte era il conte Fazio con la maggiore parte de’ popolani che reggeano li ufici de la città, l’altra setta erano i non reggenti, ond’erano capo messer Benedetto e messer Ceo Maccaioni de’ Gualandi, e certi de’ Lanfranchi e più altri grandi, e Cola di Piero Bonconti e più altri popolani, i quali ordinarono cospirazione in Pisa per abattere il conte e i reggenti suoi seguaci, con trattato di messer Mastino de la Scala, che·lli aveano promessa la signoria di Pisa, e elli dovea loro mandare le sue forze de’ cavalieri da Lucca. La quale cospirazione partorì romore e battaglia cittadina, che a dì XI di novembre del detto anno i detti de’ Gualandi e’ loro seguaci con armata mano assalirono la podestà di Pisa e cacciarlo di Pisa e rubarlo, e arsono tutti li atti e scritture di Comune, e ruppono le pregioni e liberaro i presi. E poi ne la piazza di San Sisti tutto il dì combattero li anziani e il conte e il popolo di Pisa, ch’erano raunati armati in su la piazza de li anziani. E non potendo resistere al popolo si ridussero la sera al capo del ponte a la Spina a la porta de le Piagge, e quivi s’aforzaro con barre e serragli aspettando il loro soccorso da Lucca da messer Piero Rosso, il quale mandava loro CCCC cavalieri e popolo assai; e già erano presso del castello d’Asciano; sentendolo il conte e il popolo dubitando loro venuta afrettaro la battaglia la notte con fuoco mettendo e con molto saettamento, e promettendo a’ loro soldati tedeschi e italiani paga doppia; i quali gran parte scesi de’ cavalli manescamente combattero, e per forza d’arme la notte medesima cacciarono i rubelli de la città; che s’avessero indugiato il romore, o sostenuto la notte infino a la mattina che il loro soccorso da Lucca fosse giunto a Pisa, elli avrebbono vinta la città, e messer Mastino n’era segnore. Sentendosi la novella in Firenze, i Fiorentini mandaro incontanente CCC cavalieri di loro masnade a Montetopoli in servigio del conte e delli anziani di Pisa per soccorrella: per lo sùbito riparo non bisognaro, ringraziandone per loro ambasciadori molto i Fiorentini; con tutto che per la loro ingratitudine poco tempo il tennero a mente i Pisani, come per inanzi leggendo si troverà. Poi i Pisani a dì XV di dicembre fecero il conte Fazio loro capitano di guerra, e crebbono le masnade de’ soldati infino D e Vc a piè a la guardia de la terra, e isbanditi per ribelli i loro nemici, e disfecero i beni loro, i quali se n’andaro a Lucca; e aforzaro i Pisani di fossi e di steccati Quinzica e ’l borgo di San Marco, e la porta a le Piagge e il ponte a la Spina di ponti e catene, e tagliarono le vie di Lucca, e fecionvi bertesche e ponti e levatoi assai.

XLIII

Come il marchese Spinetta ebbe Serezzano.

Conseguendo messer Mastino de la Scala il suo proponimento d’avere la segnoria di Pisa a suo podere, sì ordinò con Ispinetta marchese Malespina e col vescovo di Luni suo cosorto di fare rubellare a’ Pisani la terra di Serezzano; e così fu fatto, che a dì IIII di dicembre del detto anno i detti vescovo e Spinetta, essendo per certi terrazzani di loro parte data una porta de la terra, v’entrarono con M fanti, e presero la segnoria sanza nullo contasto, onde i Pisani si tennero forte gravati da messer Mastino e da Spinetta, e entrato in grande sospetto e paura di loro usciti e di loro séguito, faccendo di dì e di notte guardare la città di Pisa con gente d’arme a cavallo e a piede.

XLIV

Del tradimento che messer Mastino de la Scala fece a’ Fiorentini de la città di Lucca.

Nel detto anno, per calen di dicembre, parendo a’ Fiorentini che messer Mastino e Alberto de la Scala li menassono per lunga di dare loro la signoria de la città di Lucca, com’era l’ordine e ’l patto de la lega, come adietro è fatta menzione; e tenendo in parole e in vana speranza certi ambasciadori e sindachi del Comune di Firenze, ch’al continuo li seguivano per la detta cagione, sì ordinaro di mandare a Verona, oltre a quelli, una solenne e grande ambasceria da sei de’ maggiori cittadini grandi e popolani di Firenze per sapere il fine di loro intendimento. I quali essendo a Verona co’ detti tiranni, e nel paese a più parlamenti co·lloro e con li altri caporali lombardi, con cui i Fiorentini aveano fatta la lega, dimandando la posessione di Lucca e che fossero attenuti i patti, i detti de la Scala con belle parole e false promesse menando per lunga di giornata in giornata i detti nostri ambasciadori, alla fine faccendo trattare ad Orlando Rosso di Parma, dimandando di Lucca grossa quantità di moneta, dicendo n’aveano speso, e convenia spendere al re Giovanni di Buemme per avere sua pace de la presa di Lucca. I detti ambasciadori scrivendolo a Firenze, i Fiorentini diliberaro che, dapoi che per altro modo non si potea avere Lucca, non lasciassono per numero di pecunia, rimettendola ne’ detti ambasciadori. I quali dopo lungo trattato di parole fuoro con dissimulata concordia da la parte di detti messer Mastino e messere Alberto di darne loro CCCLXm di fiorini d’oro, parte contanti e parte a certi termini, sicurandoli nella città di Vinegia a·lloro volontà. E nota, lettore, l’errore e fallo de’ Fiorentini, che nel MCCCXXVIIII potero avere Lucca da’ soldati del Cerruglio per LXXX fiorini d’oro, e poi nel MCCCXXX per patti de’ cittadini e di messer Gherardino Spinola per minore quantità, sì come adietro facemo menzione; e poi vi spesono e vollono spendere disordinata somma di moneta. Istimo che Idio nol permettesse per purgare i peccati e mali guadagni de’ Fiorentini e di Lucchesi, e eziandio de’ Lombardi. Torniamo a nostra materia: che quando fu data l’ordine, e trovati i danari e fatti i sindachi per li Fiorentini, il disleale Mastino e traditore per malvagio consiglio del marchese Spinetta e d’altri Ghibellini, ed eziandio con soduzzione del segnore di Milano e de li altri segnori lombardi per farli nimici del Comune di Firenze, però che parea loro che messer Mastino fosse apo loro troppo grande, mostrandoli con vana speranza che tenendo per sé Lucca avrebbe di leggere la città di Pisa per la loro divisione; e avea la città d’Arezzo a sua volontà, e con le sue forze leggere li era d’avere tosto la Romagna e Bologna per le divisioni e mutazioni di quelle, per la partita e cacciata de·legato; e ciò avuta, i Fiorentini non potrebbono resistere a le sue forze, ma li avrebbe come circundati e assediati; faccendoli vedere che per le divisioni di Firenze tra’ grandi e’ popolani e il popolo minuto per le soverchie gravezze, e i non reggenti de le signorie de li uffici della città, agevole gli era d’avere la città di Firenze a la sua segnoria, e poi tutta Toscana, e più a lunge; il traditore Mastino giovane d’età, e più di senno e fellonia, e trascotato e ambizioso per la felicità dove l’avea messo la fallace fortuna, fue desideroso come tiranno d’acquistare terra e segnoria, e di farsi re in Lombardia e in Toscana, non guardando a fede promessa e giurata a’ Fiorentini, né considerando che la potenzia di Dio è più che forza umana, mosse nuova questione a’ detti ambasciadori, dicendo: «Noi non vogliamo di Lucca danari, che n’avemo assai; ma volemo che’ Fiorentini, se vogliono Lucca, con le loro forze ci aiutino acquistare la città di Bologna, o almeno non li fossero incontro volendola acquistare, come ci promisono per li patti della lega, quando la segnoreggiava il legato». Sapendo ciò i Fiorentini, e avveggendosi però a tardi de la fellonesca intenzione del Mastino e de la non vera e sofistica dimanda di Bologna, che con le loro forze aveano sconfitta l’oste de·legato a Ferrara, per la qual cagione i Bolognesi aveano cacciato il legato e tornati a la lega de’ Fiorentini e Lombardi, come è detto adietro, deliberaro che innanzi si lasciasse Lucca, che si fosse contro a’ Bolognesi; e però mandaro che i detti ambasciadori, protestato e richesto di loro ragioni il Mastino, e’ si partissono; e così feciono, i quali tornaro in Firenze a dì XXIII di febraio del detto anno. E inanzi che fossero giunti in Firenze, o apena partiti da Verona, partorì il Mastino la sua prava intenzione; ciò fu, che a dì XIIII di febraio del detto anno le sue masnade ch’erano in Lucca, sanza richesta o isfidamento alcuno, corsono Valdinievole e ’l Valdarno di sotto, che teneano i Fiorentini, e levando grandi prede. E in quelli giorni simigliantemente le sue masnade ch’erano in Modana corsono in sul contado di Bologna.

XLV

De l’ordine che presono i Fiorentini al riparo del Mastino.

I Fiorentini, tornati i loro ambasciadori da Verona, e avedendosi com’erano stati gabbati e traditi villanamente dal Mastino, tutti di concordia ordinato VI de’ maggiori cittadini, uno per sesto, due de’ grandi e quattro popolani sopra la guerra col Mastino, e XIIII popolani a trovare moneta con grandissima balìa, ciascuno officio per termine d’uno anno; il quale ordine fue allora lo scampo di Firenze per l’eseguizioni che fecero i·lloro riparo e in guerreggiare i tiranni della Scala, sì come inanzi leggendo potrete trovare. Che il Mastino avea minacciato che innanzi il mezzo maggio prossimo verrebbe a vedere le porte di Firenze con IIIIm armadure a cavallo, per abattere l’orgoglio de’ Fiorentini; ed erali possibile, ch’elli era segnore di Verona, di Padova, di Vicenza, di Trevigi, di Brescia, di Feltro, di Civita Belluna, di Parma, di Modona, e di Lucca; e aveano di rendita l’anno di gabelle de le dette X cittadi e di loro castella più di VIIc migliaia di fiorini d’oro, che non ha re de’ Cristiani che·lli abbia se none il re di Francia, sanza l’altro loro séguito e amistà de’ Ghibellini, che mai non fuoro tiranni in Italia di tanta potenzia; onde a’ Fiorentini parea avere forte partito a le mani, ma come franchi e vertudiosi, quasi neuno discordante, recandosi ciascuno in sé la ’ngiuria del tradimento del Mastino, sì diliberaro di seguire magnificamente la ’mpresa. Onde poi i Fiorentini, come piacque a Dio, poco tempo appresso osteggiaro loro più volte infino a Verona villanamente, come inanzi leggendo si potrà trovare, faccendo di magnifiche imprese contra i detti tiranni. E in quelli medesimi giorni per li loro danari avrebbono fatto rubellare al Mastino la città di Modona, ed era già fornita per li soldati ch’erano in Modana, se non che i Bolognesi non vollono in servigio de’ marchesi da Ferrara loro amici, di cui per li patti de la lega dovea essere Modana. E poi i Fiorentini per loro ambasciadori si dolfono a tutti li altri collegati lombardi del tradimento de’ tiranni de la Scala, per loro scusa richeggendoli d’aiuto, e fecero nuova lega col re Ruberto, co’ Perugini, Sanesi e l’altre terre guelfe di Toscana, e co’ Bolognesi e co’ Guelfi di Romagna, con grandi ordini e aperti per riparare la loro potenzia. Lasceremo alquanto de la guerra cominciata col Mastino per dire d’altre novità state in questi tempi, ritornando poi a quelle; però che in ciò molto ne cresce grande matera e maravigliosa e quasi incredibile, come leggendo per inanzi il processo della detta guerra si potrà trovare.

XLVI

Come i Colligiani si diedono da capo a la guardia de’ Fiorentini e fecionvi la rocca.

Nel detto anno MCCCXXXV, all’uscita del mese di gennaio, compiuto o per compiere il primo termine che’ Colligiani s’erano dati a la guardia del Comune di Firenze, sì si diedono da capo per tre anni oltre al primo termine e ancora con più liberi patti; per la qual cosa i Fiorentini per volontà de’ Colligiani, e per essere più sicuri della guardia e con meno spesa, sì ordinaro e feciono fare in Colle alle spese de’ Colligiani una forte rocca al disopra della terra in su la piazza del Comune presso della pieve, con ali di mura e intrata per sé, e ordinaronvi uno castellano fiorentino con XL fanti al continuo a la guardia, de’ quali l’una metade de le spese pagavano i Fiorentini e l’altra i Colligiani.

XLVII

Come papa Benedetto determinò l’oppinione

di papa Giovanni suo anticessoro de la visione dell’anime beate.

Nel detto anno, essendo per papa Benedetto tenuti più consistori con suoi cardinali apo Vignone, e con molti maestri in divinità fatta per più tempo solenne esaminazione sopra l’oppinione di papa Giovanni de la visione dell’anime beate, se dopo il dì giudicio crescerebbe loro beatitudine o no, onde in qua dietro in più capitoli è fatta per noi memoria sopra la detta questione; e spezialmente per la dechiarazione che ultimamente avea fatta papa Giovanni a la sua fine; patendo al papa e agli altri maestri che in quella parte ove conchiuse che l’anime beate vedeano la divina essenzia faccia a faccia chiaramente, in quanto lo stato e la condizione de l’anima partita dal corpo comporta, non fosse perfettamente dichiarato, ma lasciato ancora in nube il detto oppinione, sì ’l volle dichiarare. E dì XXVIIII di gennaio per lo detto papa in piuvico consistoro fu determinata e dato fine e silenzio santamente a la detta questione, cioè che la gloria de’ beati è perfetta, e come i santi sono in vita etterna e veggono la beata speme de la Trinità; e che dopo il giudicio la detta gloria sarebbe istensiva ne l’anima e nel corpo, ma però non crescerebbe a l’anima sensivamente più che si fosse prima nell’anime beate. E sopra ciò fece decreto che chi altro credesse fosse eretico. Lasceremo de la detta materia, che assai n’è detto, e torneremo a nostri fatti di Firenze.

XLVIII

Come il Comune di Firenze ricominciò guerra a’ segnori d’Arezzo.

Nelli anni di Cristo MCCCXXXVI, a dì XIIII d’aprile, sentendo i Fiorentini che messer Piero Saccone de’ Tarlati segnore d’Arezzo tenea trattato con messer Mastino della Scala di fare con lui lega e compagnia, e di ricevere in Arezzo la sua gente e cavalleria per difendersi, e fare guerra a’ Fiorentini e a’ Perugini, e al continuo erano in Arezzo suoi ambasciadori, sì·ssi diliberò in Firenze di cominciare aperta guerra a la città d’Arezzo; e il detto dì si sbandiro le strade. Chi disse che i Fiorentini ruppono la pace alli Aretini fatta l’anno MCCCXVI per lo re Ruberto indebitamente, e non si convenia a la magnificenza del Comune di Firenze rompere pace a li Aretini, se prima per loro non fosse mossa guerra apertamente; e chi disse che non era rompimento di pace a l’offese fatte per loro a’ Fiorentini in dare sempre aiuto a Castruccio e a li altri nimici del Comune di Firenze, e al presente legarsi con messer Mastino fatto loro nemico, e datali la signoria d’Arezzo. Vedendo li Aretini che ’l Comune di Firenze volea cominciare loro apertamente guerra, per levarsi il furore d’adosso sì cercaro per più trattati d’avere concordia co’ Fiorentini e co’ Perugini; i quali trattati tornaro tutti in vano, però ch’erano con inganno; che’ signori d’Arezzo al continuo atendeano grossa gente da messer Mastino, e vennono infino a Forlì in Romagna più di VIIIc cavalieri; per la qual cagione i Fiorentini mandaro in Romagna di loro masnade VIc cavalieri, e con l’aiuto de’ Bolognesi e de li altri Guelfi romagnuoli fuoro più di XIIc di cavalieri; e tutta la detta state stettono in Romagna a la guardia de’ passi, per modo che la gente di messer Mastino per nullo modo potero passare ad Arezzo. E infra questo tempo i Fiorentini feciono cavalcata sopra la città d’Arezzo di VIIc cavalieri e popolo assai a dì III di luglio del detto anno. E i Perugini da l’altra parte col loro sforzo infino a le porte d’Arezzo, acozzandosi le dette due osti, faccendo grande guasto di biade, ed arsione di posessioni nel contado d’Arezzo e intorno a la città, dimorandovi ad oste sanza alcuno contasto infino a dì VIII d’agosto con gran danno de li Aretini. E in questo anno, il maggio passato, a petizione de’ Perugini e con la loro forza, i Guelfi di Spuleto cacciaro i Ghibellini della città di Spuleto.

XLIX

Come i Fiorentini feciono compagnia e lega col Comune di Vinegia, e l’ordine di quella.

Vedendo i savi uomini di Firenze che governavano la città, com’erano entrati in grande impresa per la guerra incominciata, e che s’apparecchiava maggiore, co’ tiranni de la Scala di Verona per lo fatto di Lucca, e considerando che per loro poco si potea fare guerra, se non da la parte di Lucca, sanza aiuto o compagnia di segnore o d’altro Comune di Lombardia per offendere il Mastino, e cessarsi la guerra da presso e recarla da lungi, più trattati cercato col segnore di Milano e con altri tiranni e grandi lombardi. E sentendo che ’l Comune di Vinegia avea grande questione e isdegno preso col Mastino di Verona per le saline da Chioggia a Padova, che per sua forza tenea occupate, e più altri divieti di mercatantie e cose aveano fatte contra loro libertà in padovana e in trevigiana, sì feciono cercare per trattato de’ nostri mercatanti usanti a Vinegia, di fare col detto Comune di Vinegia lega e compagnia contro a’ detti tiranni de la Scala. Il quale trattato con molte arti e lusinghe fatte a’ Viniziani per li Fiorentini per inducerli a·cciò, a’ detti Viniziani piacque; e poi secretamente mandati a Vinegia savi e discreti ambasciadori per lo Comune di Firenze, vi si diè compimento in Vinegia per la forma e capitoli specificati qui apresso.

L

La lega tra ’l Comune di Vinegia e di Firenze.

MCCCXXXVI, indizione IIII, a dì XXI di giugno, la lega tra ’l Comune di Vinegia e di Firenze fu fatta a Vinegia per li sindachi de’ detti Comuni con questi patti.

In prima fecero tra·lloro lega, compagnia e unità, la quale duri dal detto dì infino a la festa di san Michele di settembre che viene, e da la detta festa ad uno anno;

e che per li detti Comuni si soldino IIm cavalieri e IIm pedoni al presente, i quali steano a far guerra in trevigiana e veronese; e quando parrà a’ detti Comuni, se ne soldino maggiore quantità;

e che tutte le mende de’ cavalli e ogni spesa che occorresse si debbiano pagare comunemente;

e che per la detta guerra fare si debbia tenere uno capitano di guerra a comuni spese;

e che per lo Comune di Firenze si mandino uno o due cittadini a stare a Vinegia o dove bisognerà, e abbiano balìa con quelli che·ssi eleggeranno per lo Comune di Vinegia di crescere e menomare i detti soldati come a·lloro parrà, e a potere spendere per fare rubellare le terre che si tengono sotto la segnoria di quelli de la Scala;

e che sia licito al Comune di Vinegia e di Firenze possano tenere per fare la detta guerra due cittadini e sue bandiere, come a’ detti Comuni piacerà; e abbia il capitano de la guerra pieno arbitrio; e che per tempo di tre mesi, anzi la fine de la detta lega, si convengano insieme ambasciadori de’ detti Comuni a prolungare o non prolungare la lega predetta;

e che il Comune di Firenze faccia viva guerra a la città di Lucca; e s’ella s’avesse, facciano guerra a Parma;

e che i detti Comuni, o alcuno di quelli, non faranno pace, triegua, o terranno alcuno trattato con quelli de la Scala, se non fosse di coscienza e di volontà di ciascuno di detti Comuni.

Questi patti traemo de li atti del nostro Comune. E ferma la detta lega, fu piuvicata in Vinegia e in Firenze in uno medesimo dì, XV di luglio de la detta indizione, in pieni parlamenti con grande festa e allegrezza in ciascuna de le dette cittadi. E nota, lettore, che questa fue la più alta impresa che mai avesse fatta il Comune di Firenze, come si potrà trovare apresso; e ancora che ciò fue una grande maraviglia per più ragioni, a legarsi il Comune di Vinegia con quello di Firenze: prima, che non si truova che ’l Comune di Vinegia s’allegasse mai co·neuno Comune o segnore, per la loro grande eccellenza e signoria, se non a l’antico conquisto di Gostantinopoli e di Romania, e dall’altra parte i Viniziani naturalmente sono stati d’animo imperiale e Ghibellini, e’ Fiorentini d’animo di santa Chiesa e Guelfi; ancora, stati i Fiorentini contro a’ Viniziani in servigio de la Chiesa, quando fuoro sconfitti a Ferrara, com’è fatto menzione adietro, l’anno MCCC... Onde apertamente si manifesta che ciò fue permissione divina per abattere la superbia e tirannia di quelli de la Scala, i quali erano i più trascotati due fratelli, Alberto e Mastino, felli e dileggiati con ogni abominevole vizio che fossono in tutta Italia, montati per la fallace e ingannevole felicità mondana in poco tempo in sì alto soglio, e in sì alto stato e segnoria, non degna a·lloro né per senno né per meriti; onde s’adempié i·lloro le parole del santo Vangelio dette per lo santo Spirito per la bocca in persona de la nostra Donna: «Fecit potentiam in bracchio suo, dispersit superbos mente cordis sui, deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles»: per certo così avenne, come leggendo si potrà trovare.

E piuvicata la detta lega, i Viniziani fecero loro ordini sopra la detta guerra, come parve loro si convenisse; e’ Fiorentini elessono X savi cittadini mercatanti, e de le maggiori compagnie di Firenze, con piena balìa a trovare moneta e fornire la detta guerra; e asegnato loro CCLm di fiorini d’oro per anno sopra certe gabelle, radoppiandole gran parte. E per cagione che ’l nostro Comune in questo tempo, per le guerre e spese fatte per adietro, si trovò indebitate le gabelle e l’entrate del Comune per lo tempo a venire in più di Cm fiorini d’oro, e danari bisognavano maneschi per fornire la detta impresa; i detti X officiali sopra i fatti di Vinegia, col consiglio d’altri mercatanti savi e sottili a ciò fare, e intra’ quali altri noi fummo di quelli, si trovò modo che le compagnie e’ mercatanti di Firenze prendessono sopra loro lo ’ncarico di fornire di moneta per la detta impresa, infino a guerra finita, in questo modo: ch’elli ordinaro fra loro una taglia di Cm fiorini d’oro, il terzo prestare le dette compagnie a Comune, e le due parti stribuiti tra altre ricchezze e cittadini a prestare sopra le dette gabelle assegnate a certi termini inanzi, quali d’uno anno, e quali in più, come veniano i pagamenti de le dette gabelle; e chiunque prestasse sopr’esse al Comune, avesse di guiderdone libero e sanza tenimento di restituzione a ragione di XV per C l’anno; e chi non volesse credere al Comune sopra le dette gabelle, prendesse la sicurtà e iscritta libera da le dette compagnie e mercatanti, e avesse di guiderdone a ragione di otto per cento l’anno; e quelli che faceano la sicurtà per lo Comune sopra loro aveano de la detta scritta e promessa V per C; e qual uomo avea de la detta prestanza e non era mobolato, sì che non potea prestare né al Comune né la scritta de le compagnie, trovava chi prendea il debito sopra sé, avendo a ragione di XX per C; e così si civia ciascuno: per lo detto modo si fornì la spesa onoratamente per lo nostro Comune. E quando fuoro spesi i detti Cm fiorini d’oro de la prima taglia, si ricominciavano da capo per simile modo, mandando a Vinegia ciascuno mese, come bisognava per li soldi de’ cavalieri e pedoni che forniano la guerra. E a Vinegia dimoravano al continuo due savi e discreti cittadini a fornire le dette paghe, e provedere le condotte de’ soldati; e simile per lo Comune di Vinegia; e due altri ambasciadori, uno cavaliere e uno giudice, a stare continui in Vinegia col dogi e col suo consiglio a dare ordine a la guerra; e due altri cavalieri militanti stare per ciascuno di detti Comuni ne l’oste, col consiglio del capitano de la guerra. Questo in somma fue l’ordine del fornire de la guerra ordinata per la detta lega, e altro modo non ci avea. E questo per li savi fu molto comendato. E di presente, piuvicata la lega, v’andaro di Firenze M pedoni tutti soprasegnati di soprasberga bianca col segno di san Marco e del giglio vermiglio; e di Romagna v’andòe la nostra cavalleria, che v’era stata a la guardia del passo com’è detto adietro, che fuoro da VIc cavalieri, ond’era capitano messer Pino de la Tosa, e messer Gerozzo de’ Bardi: e in Vinegia se ne soldaro di presente per li detti Comuni MD tra Tedeschi e altri oltramontani, e pedoni assai, e miserli in su la trevigiana a cominciare la guerra. E di quelli giorni si rubellò a quelli de la Scala per quelli da Camino il castello d’Ovreggio, non essendovi ancora la nostra gente, né avendovi ordine d’oste o di capitano di guerra. Messer Alberto de la Scala di sùbito vi cavalcò da Trevigi con M cavalieri, e combattendo il racquistò con gran danno di coloro che·ll’aveano rubellato. Lasceremo alquanto de la guerra cominciata in Trivigiana, e diremo de’ fatti di Toscana conseguenti per la detta guerra.

LI

Come le masnade di messer Mastino ch’erano in Lucca cavalcaro in sul contado di Firenze.

Nel detto anno, a dì XXV di luglio, le masnade di messer Mastino ch’erano in Lucca, in quantità di IIIIc cavalieri e popolo assai, uscirono di notte di Buggiano e vennero subitamente a Cerreto Guidi in Greti, e quello sproveduto, combattero il borgo ed ebberlo, e feciono grande danno di preda e d’arsione di case e di biade sanza alcun contasto; però che ’l capitano e cavalleria de’ Fiorentini erano gran parte in Pistoia per cagione de la festa di santo Iacopo. E poi a dì V d’agosto seguente la gente di messer Mastino, in quantità di VIIIc cavalieri e molti pedoni, onde fue capitano e conducitore Ciupo delli Scolari rubello di Firenze, e uscì di Lucca e guadò Arno e guastò il borgo a Santa Fiore e altre villate di Sa·Miniato, e albergaro due notti a la villa di Martignano sotto San Miniato. La gente de’ Fiorentini, ch’erano in Empoli e ne le castella del Valdarno e di Valdinievole, li seguiro francamente; per la qual cosa i nemici temendo la stanza d’essere sorpresi, perché non erano venuti proveduti di vittuaglia, si partiro a dì VII d’agosto con isconcia levata, e passando per lo borgo di Santa Gonda per paura de’ Saminiatesi, scesi per comune a’ balzi e a le tagliate e isbarre fatte, non ardiro di mettervi fuoco; e molti ve ne rimasono, e li altri fuggendo sanza ordine in più parti si ricolsono, alquanti passando Guisciana, ma i più per lo contado di Pisa straccati, e molti per sete spasimaro e annegaro in Guisciana. E se la nostra cavalleria avesse più studiato il cavalcare, non ne campava uomo per la mala condotta. E per le dette cavalcate il paese di Valdarno e di Greti le terre non murate stavano in grande tremore; per la qual cosa il Comune di Firenze ordinò che subitamente fossero rifatte le mura d’Empoli e di Pontormo, che alquanto n’erano cadute per cagione del grande diluvio, e ordinaro che ’l borgo di Montelupo si compiesse di murare in su la riva d’Arno e del fiume di Pesa; e che fosse rifatto e murato il borgo di Cerreto Guidi; e così fu fatto in poco di tempo, faccendo loro alcuna franchigia e munità. E ordinossi in Firenze di fare grossa cavalcata a Lucca per vendetta di quella, e per oservare la promessa fatta per la lega de’ Viniziani, come faremo menzione nel seguente capitolo.

LII

Come i Rossi di Parma tornarono amici di Fiorentini,

e come messere Piero Rosso sconfisse il maliscalco di messer Mastino sotto al Cerruglio.

Come dinanzi promettemmo di dire di maravigliosi avenimenti e casi improvisi che avvengono per le guerre, intendiamo apresso narrare e seguire, però che per cagioni di quelle del nimico spesso si fa amico e dell’amico nimico. Prima avemo detto di messer Mastino, che di grande amico del nostro Comune fatto perverso nimico per li suoi vizii e falli e tradimenti fatti contro al nostro Comune dell’opera di Lucca, come adietro avemo detto, e così per converso diremo de’ Rossi di Parma, i quali in questi presenti tempi stati grandi aversari e nimici nostri, come adietro è fatta menzione, in picciolo tempo divenuti amici e confidentissimi. E però nelle cose del secolo, e spezialmente ne’ casi delle guerre, non si dee avere niuna stabile confidanza, però che per oltraggi ricevuti si fa spesso dell’amico nimico, e per bisogno o per servigi ricevuti, o isperanza di ricevere, si fa del nimico amico. Essendo in Pontriemoli messere Piero e messer Marsilio e Orlando de’ Rossi di Parma e’ loro consorti, i quali tanti onori e benifici fatti aveano a messer Mastino di darli la città di Parma e quella di Lucca, il detto mesere Mastino a petizione di quelli da Coreggia di Parma suoi cugini, istati nimici e aversari de’ detti Rossi, ma maggiormente siccome fanno sovente i tiranni, che promesse fatte non osservano se non a·lloro vantaggio, così a’ detti Rossi messere Mastino gli tradì e ingannò; che in piccolo tempo tolse e fece torre loro tutte fortezze e posessioni ch’aveano in Lombardia, e feceli assediare nel detto castello di Pontriemoli, ov’erano ridotti con tutte loro donne e famiglie. I quali Rossi veggendosi così trattati da meser Mastino, e dalle sue forze male si poteno riparare sanza altro aiuto, trattato feciono col Comune di Firenze d’essere di loro parte e lega contro al traditore Mastino, i quali dal nostro Comune, siccome mare ch’ogni fiume riceve, furono ricevuti e accettati graziosamente, dimettendo ogni ingiuria ricevuta da meser Piero Rosso, mentre tenne la città di Lucca; ma maggiormente ricordandosi i Fiorentini dell’antica amistà di mesere Ugolino Rosso stato nostro podestà, coll’oste del nostro Comune alla battaglia da Certomondo contro agli Aretini. Per la qual cosa il detto meser Piero personalmente venne in Firenze a dì XXIII d’agosto del detto anno, il quale da’ Fiorentini fu veduto e ricevuto onoratamente, e di presente fu fatto per li Fiorentini loro capitano di guerra. Il quale, come valente cavaliere, con quantità di DCCC cavalieri con certi masnadieri a piè de’ Fiorentini, a dì XXX del detto mese d’agosto bene aventurosamente cavalcò sopra la città di Lucca per guastare le vigne e per fare levare l’assedio da Pontriemoli. E il primo dì si puose a Capannole guastando intorno le sei miglia, e poi valicò Lucca e puosesi al ponte a San Quirico. E in quel luogo stette per III dì, correndo sanza alcuno riparo ciascuno giorno infino alle porte di Lucca. Le masnade di Lucca in quantità di DC cavalieri e pedoni assai, ond’era capitano il maliscalco di mesere Mastino, per savia maestria di guerra tutti uscirono di Lucca, e ridussonsi in sul Cerruglio per impedire la vittuaglia e·lla reddita alla nostra gente. Messer Piero per non esere sopreso tornò adietro schierato ordinatamente, e quando furono presso di sotto al Cerruglio al luogo dov’era il fosso ch’avea fatto meser Ramondo di Cardona quando colla nostra oste fu sconfitto ad Altopascio, come adietro facemmo menzione, quello per li nemici alquanto rimesso, e in su quello alla guardia posti VIII bandiere di cavalieri di meser Mastino con certo popolo per contendere il passo a mesere Piero, li nostri scorridori e feditori, in quantità di CL cavalieri, il detto passo combatterono, e per forza d’arme vinsono e sconfissono i nimici, cacciandogli infino al Cerruglio, e credendosi avere il castello contro a volontà di meser Piero, ch’al continuo facea gridare e sonare la ritratta per tema d’aguato. Ma nostri volonterosi di vincere, più che accorti di guerra, intra gli altri mesere Gherardo di Viriborgo tedesco, ch’aveva il pennone de’ feditori del nostro Comune, follemente entrò combattendo dentro alla porta del Cerruglio, onde da’ nimici, i quali erano proveduti e in posta d’aguato dentro e di fuori, fu abattuto e morto, e tutti i nostri, che co·llui erano saliti al Cerruglio furono morti e sconfitti, e presi conestaboli e altri assai. Il maliscalco di meser Mastino, avuta la detta vittoria, con grande audacia con tutta sua gente venne discendendo il poggio, tuttora cacciando i nostri. Messer Piero come savio e franco capitano, e niente sbigottito per la rotta de’ suoi, fece ischiera e capo grosso di sua gente, confortando i suoi e attendendo i nimici vigorosamente; i quali per lo vantaggio della scesa e per la vittoria avuta con grande empito percossono i nostri e assai gli ripinsono adietro; ma per buona capitaneria di meser Piero, e per la franca gente ch’era co·llui, sostennero combattendo vigorosamente, per modo che in poco d’ora la gente di meser Mastino furono messi inn-isconfitta, e rimasonne assai morti, e presi XIII conestaboli e cavalieri assai; il maliscalco di mesere Mastino colla sua insegna e più altre vennero in Firenze; la quale sconfitta fu a dì V di settembre MCCCXXXVI. E·cciò fatto, meser Piero, raccolta sua gente, infino a notte trombando dimorò colle torce accese sul campo, e·lla notte albergò a Gallena, e poi l’altro dì con grande onore tornò a Fucecchio. Avemo sì disteso questo capitolo, perché in sì poco di tempo d’una giornata di tanta gente furono tre sì fatti avenimenti di battaglie e di guerre recate a onorevole fine di vittoria per la valentria di meser Piero Rosso. E poi poco appresso meser Piero partito da Fucecchio, e venne in Firenze con poca gente subitamente, sanza volere alcuno triunfo da’ Fiorentini. E per richesta e mandato di Viniziani convenne ch’andasse a Vinegia per essere capitano e duca dell’oste della lega ch’era in trevigiana; e così n’andò a Vinegia all’uscita del mese di settembre, e di là fece di magnifiche cose in opera di guerra contro a meser Mastino, come inanzi leggendo si potrà trovare. E Orlando Rosso suo fratello rimase in Firenze per capitano di guerra de’ Fiorentini.

LIII

Di novità di Firenze, e come i Fiorentini tolsono a’ conti Guidi c

erte terre di Valdarno e di Chianti, e feciono Castello Santa Maria.

Nel detto anno, a dì XV d’agosto, la notte vegnente s’aprese il fuoco a casa Toschi al canto di Mercato Vecchio incontro alla chiesa di San Piero Bonconsiglio, e arsonvi IIII case basse con gran danno di pizzicagnoli ch’abitavano in quelle. E in calen di settembre del detto anno fu riposto e aforzato per li Fiorentini il castello di Laterino per contrario delli Aretini. E tornarvi incontanente ad abitare le genti di quello castello, ch’erano in tre borghi recati al piano di sotto, il quale aveva fatto disfare il vescovo d’Arezzo de’ Tarlati, come adietro fu fatta menzione. All’entrata del mese d’ottobre del detto anno si rubellò a Guido, figliuolo che·ffu del conte Ugo da Battifolle, il castello del Terraio in Valdarno, e tutti i borghi di Ganghereto, e·lle Conie, e·lle Cave, e Balbischio, e Moncione del Viscontado in Chianti, per male reggimento che ’l giovane facea a’ suoi fedeli d’opera di femmine, e ancora per sudducimento e conforto di certi grandi popolari di Firenze reggenti nimici de’ conti. E per simile modo si rubellò Viesca in Valdarno a’ figliuoli furono del conte Ruggieri da Doadola, volendosi dare le dette terre al Comune di Firenze, il quale le prese poco tempo poi apresso per certe ragioni vi cusava il Comune, come facemmo menzione in questo adietro, ove trattammo di ciò. Intanto i detti conti avendo col loro sforzo andati per raquistare le dette terre, non ebbono il podere; perché tutte le terre del Valdarno per comune l’andarono a·ssoccorrere per mandato del nostro Comune, fatto per rettori tacitamente; onde non potendo a·cciò contradiare, si compromisono in sei popolani di Firenze, i quali elessono i priori, e diedono la rocca di Ganghereta in guardia del Comune di Firenze; i quali sentenziarono a dì XXII di novembre che·lle dette terre fossono del Comune di Firenze, dando al sopradetto Guido delle sue ragioni fiorini VIIIm d’oro; e penogli avere infino a gran tempo apresso, e nogli ebbe poi interamente. E·cciò fu grande ingratitudine, con forza del popolo di Firenze, e poco si ricordarono de’ servigi fatti per li loro anticessori al Comune e popolo di Firenze e parte guelfa; che secondo giusto prezzo, alle ragioni v’avieno i conti, valeano più di fiorini XXm d’oro, con tutto fossono terre di giuridizione d’imperio, che male si potea vendere o comperare. Ma come si fosse, i detti conti e·lloro consorti ne rimasono mal contenti. Ma·cciò fece il popolo di Firenze, ricordandosi di quello che ’l conte Ugo avea aoperato a suo torto contro al Comune di Firenze, quando fu la sconfitta d’Altopascio, di riprendere le ville d’Ampinana in Mugello l’anno MCCCXXV. E poi apresso, di calen di settembre MCCCXXXVII, il Comune di Firenze ordinò e fece cominciare una terra in Valdarno infra quelle terre nel piano di Giuffrena i·lluogo propio del Comune di Firenze, e puosele nome Castello Santa Maria, faccendovi tornare dentro uomini di tutte le villate e terre d’intorno con certa franchigia e imunità, per torre a perpetua ogni giuridizione e fedeltà a’ detti conti. E poi, in calen di novembre MCCCXXXVIII, quelli della detta terra di Santa Maria andarono e presono la rocca di Ganghereto, ch’era data per gli conti a guardia del Comune di Firenze, e quella misono in puntelli e feciolla rovinare. Credesi fu con consentimento di certi rettori di Firenze, ed eravi alla guardia quelli di Monteguarchi, onde poi fu accusa fatta per quelli di Monteguarchi, e fue condannato il Comune della nuova terra a pagare a’ conti fiorini VIIIm d’oro per lo forfatto, rimanendo a·lloro la propietà delle terre de’ conti di quello aquisto, che valieno IIIIm fiorini e più. Lasceremo alquanto de’ fatti di Firenze, e diremo di quelli della nostra lega e di Viniziani, come operarono contro al Mastino.

LIV

Come l’oste de’ Viniziani e Fiorentini, ond’era capitano messere Piero Rosso,

si puosono a Bovolento.

Nel detto anno MCCCXXXVI, all’entrante d’ottobre i conti da Collalto in trevigiana si rubellarono da quelli della Scala, e dierono la Motta e altre loro castella al Comune di Vinegia; e alla Motta si fece ragunata e capo la gente della nostra lega e di Viniziani. In quelli giorni a dì XV d’ottobre, credendosi i Viniziani per trattato di moneta avere il castello di Mestri, furono ingannati e traditi dal castellano che v’era per mesere Mastino, credendo prendere de’ maggiori di Vinegia che v’andavano; ma non vi giunsono al termine dato; ma di loro masnade a piè vi rimasono presi più di CCL; onde i Viniziani rimasono molto aontati. Poi a dì XX d’ottobre si partirono dalla Motta messere Piero e mesere Marsilio Rossi capitani dell’oste nostra e de’ Viniziani con MD cavalieri e IIIm pedoni, vegnendo francamente per trevigiana ardendo e guastando il paese: e sanza alcuno contasto vennero infino alle porte di Trevigi, e di là vennero poi a Mestri e arsono tutti i borghi; e poi si misero a gran pericolo vegnendo in padovana per le molte fiumane e canali che aveano a passare, ond’erano tagliati i ponti; per la qual cagione si missono a grande affanno e rischio, abandonandosi alla fortuna come ardita e valentre gente. E come piacque a·dDio giunsono alla Pieve di Sacco in calen di novembre. La qual cosa apena si potea credere per meser Alberto e meser Mastino della Scala, ch’erano in Padova con più di IIIIm cavalieri, i quali uscirono fuori infino al ponte a..., e se fossono cavalcati inanzi, della nostra gente non iscampava uomo, che non fosse morto o preso; in tale luogo erano condotti, che inanzi non poteano andare né adietro tornare. Ma il senno e ardimento di mesere Marsilio Rosso colla grazia di Dio gli scampò, che incontanente mandò più lettere e messaggi nel campo di quelli della Scala a messere Mastino e conestaboli e baroni richeggendo di volere battaglia. Messere Mastino, che di natura era vile di mettersi a fortuna di battaglia, ancora dubitando de’ suoi medesimi per le molte lettere nel suo campo venute, e credendosi sanza mettersi a battaglia soprenderli tutti per istracca, e assediarli, tagliando loro i ponti inanzi e adietro per torre loro la vettuaglia; e ciò fatto, si tornò in Padova con tutta sua cavalleria. Ma a·ccui Iddio vuole male gli toglie il senno e·lla provedenza, e al suo nimico dà ardire e argomento. E così avenne nel nostro bene aventuroso oste: sanza indugio ispogliate d’ogni sustanze le villate di Pieve di Sacco e d’intorno. E di là si partirono con grande affanno, faccendo fare più ponti di graticci, e dove di legname, sopra più riviere e canali salvamente passarono. E a dì V di novembre arrivarono alla terra e villata di Bovolento presso di Padova a VII miglia, e in sul gran canale del fiume dell’Alice che va a Chioggia, per avere da Vinegia e da Chioggia continovo vittuaglia e libero cammino e andamento. Quello Bovolento chiusono e afforzarono di fossi e di steccati, e feciono molte case di legname per potere ivi vernare. La qual bastita e terra di Bovolento fu cagione dello abassamento di quelli della Scala, e·lla loro perdita della città di Padova, come inanzi leggendo si potrà trovare. Lasceremo alquanto di questa nostra guerra di Lombardia, e diremo d’una grande guerra si cominciò tra il re di Francia e quello d’Inghilterra.

LV

Di grande guerra che·ssi cominciò tra il re di Francia e quello d’Inghilterra.

Nel detto anno MCCCXXXVI si cominciò grande guerra intra Filippo di Valois re di Francia e Adoardo il terzo re d’Inghilterra, e·lle cagioni, tutte fossono assai di casi vecchi di loro padri e anticessori e di novelli, intra gli altri fu che il detto Adoardo il giovane re d’Inghilterra radomandò a·re di Francia la contea di Ginese in Aquitania detta Guascogna, la quale meser Carlo di Valois, padre che·ffu del detto re Filippo e fratello del re Filippo il Bello, avea tolto per forza e a inganno ad Adoardo secondo, padre del detto Adoardo il giovane, opponendo ch’era caduta per amenda a·re di Francia per fallimenti d’omaggi che ’l re d’lnghilterra dovea fare al re di Francia per la Guascogna. Ma maggiormente per la covidigia della casa di Francia per volere occupare e sottomettersi la duchea di Guascogna e torla alla casa d’Inghilterra, per la qual contea di Ginese infino al tempo di Carlo il giovane re di Francia avea promessa di rendere a quello d’Inghilterra. E poi non potendola riavere, s’acconciava Adoardo il giovane di lasciarla e di darla in duarda alla serocchia, maritandosi al figliuolo del detto re Filippo di Valois, il quale a·cciò non volle asentire, ma diegli per moglie la figliuola del re Giovanni di Buemia, onde crebbe lo sdegno. E maggiormente perché il detto re di Francia avea ritenuto Davit in qua adietro re di Scozia suo rubello, e datogli aiuto e favore di gente e di moneta alla guerra di Scozia contro al detto re Aduardo, per la qual cosa il detto re Aduardo, ritenne poi mesere Uberto d’Artese della casa di Francia rubello e nimico del detto re Filippo. Onde al re di Francia maggiormente monta lo sdegno diponendo il suo saramento e impromessa del santo passaggio d’oltremare, come adietro facemmo menzione, cominciando il re di Francia al detto re d’Inghilterra grande guerra in Guascogna, e faccendogli ricominciare guerra inn-Iscozia e in mare, faccendo venire galee di Genovesi al suo soldo, rubando ogni Inghilese e Guascone, e tutte maniere di gente ch’andassono o venissono d’Inghilterra. Della qual cosa fu molto ripreso e biasimato i·rre di Francia da tutti i Cristiani e dal papa e dalla Chiesa di Roma, lasciando sì grande e alta impresa promessa, come era il santo passaggio, per cominciare guerra a suo torto co’ suoi vicini cristiani. Per la qual cosa il papa rivocò e·lli levò tutto il sussidio delle decime di Cristianità a·llui concedute, salvo quelle del reame di Francia, le quali avea in sua balìa. Il valentre Aduardo però non isbigottito ma francamente imprese sua difesa, allegandosi poi col re d’Alamagna detto Bavero, il quale in questi tempi avea mandati suoi ambasciadori al papa per venire a misericordia e all’amenda della Chiesa, e per avere sua pace; già era ottitriata per la Chiesa, andando al conquisto d’oltremare, e quitando le terre della Chiesa, cioè Cicilia e ’l Regno e ’l Patrimonio, e·lla Marca, e·lla Romagna, e di grazia a Firenze tutto il suo distretto. Il re di Francia per sue lettere e ambasciadori al papa e a’ cardinali sturbò l’accordo, perché volea per lo fratello il reame d’Arli e di Vienna; per la qual cosa il Bavero indegnato s’allegò col re d’Inghilterra contro al re di Francia, col duca di Brabante suo cugino, e col conte d’Analdo, e co·messer Gian signore di Bielmonte e zio del conte, e col duca di Ghelleri e col marchese di Giulieri, tutti suoi cognati, il sire di Falcamonte, e più altri baroni della Magna, dimandando ancora Aduardo a Filippo di Valois il reame di Francia, il quale diceva dovea succedere a·llui per ragione del retaggio per la madre d’Aduardo, che·ffu figliuola del re Filippo il Bello re di Francia, del cui non rimase altra reda per linea reale. E così dovea egli succedere al reame, com’elli giudicò la terra d’Artese alla contessa figliuola del conte d’Artese, perché succedesse alla corona di Francia per retaggio delle figliuole della detta contessa maritate a’ reali, e tolsela al sopradetto messere Ruberto, che·ffu figliuolo del figliuolo del conte d’Artese, ciò fu mesere Filippo d’Artese, il qual era fratello della detta contessa; perché morì prima che ’l conte suo padre, ne disertò il re messer Ruberto suo figliuolo. Della quale richiesta il re di Francia forte dispettò, e crebbe lo sdegno e·lla guerra. Ma i·rre Aduardo poi apresso cominciò per mare e per terra con suoi allegati aspra guerra al re di Francia come inanzi leggendo si potrà trovare. Lasceremo alquanto de’ fatti d’oltremonti, e torneremo a’ processi della nostra guerra col Mastino di Verona.

LVI

Come messere Mastino tolse ’l castello di Pontriemoli a’ Rossi di Parma.

Nel detto anno, essendo il castello di Pontriemoli, che tenieno i Rossi di Parma, molto stretto d’assedio da quelli di Lucca e marchesi Malespini colla forza di mesere Mastino, Orlando Rosso colla cavalleria e masnada di Firenze in quantità di MCCC cavalieri e IIIm pedoni ond’era capitano... si partirono di Firenze a dì XVII di novembre, e cavalcarono sopra Lucca per soccorrere Pontriemoli e·llevare il detto assedio; ma·ffu tardi, che quelli ch’erano in Pontriemoli per molti difetti s’arrenderono a patti, salve le persone e loro cose; così tornò la detta cavalcata a Fucecchio a dì XXV di novembre, avendo fatto poco danno a’ Lucchesi. E·lle famiglie e donne de’ detti Rossi uscirono di Pontriemoli e vennero tutti a Firenze; i quali furono ricevuti graziosamente.

LVII

Come i Viniziani tolsono le saline di Padova a mesere Mastino della Scala.

In questo anno, essendo la nostra oste e di Viniziani, ch’era accampata alla bastita e nuova terra di Bovolento, cresciuta in quantità di più di IIIm cavalieri, quasi i più Todeschi al soldo de’ detti II comuni, e più di Vm pedoni, i Viniziani mandarono loro oste con grande navilio e barche imborbottate e molti difici da battaglia da Chioggia alle saline di Padova, le quali teneva meser Mastino, e avevavi su fatte due fortezze, ov’erano bastite, quasi come due castella di legname con molto guernimento e gente d’arme alla difesa. E sentendo ciò meser Mastino e messere Alberto ch’erano in Padova con più di IIIm cavalieri e popolo grandissimo, uscirono di Padova per venire alla difesa delle dette saline; messere Piero Rosso con tutta la nostra oste e de’ Viniziani gli si fece incontro schierato per combattere, e credettesi a·ccerto che·ssi combattesse, e per tre dì se ne fece in Firenze e in Vinegia solenni processioni con grandi obligazioni e prieghi a·dDio, che·cci desse la vittoria. Il Mastino non si volle recare a battaglia; onde i Viniziani, a cui toccava la detta causa delle saline, ed era la principale cagione della loro impresa, vigorosamente combatterono le dette bastite, e per forza l’ebbono a dì XXII di novembre del detto anno; onde abassò molto l’orgoglio del Mastino e de’ suoi. E poi a dì XVI di dicembre vegnente CCCC cavalieri di quelli di mesere Mastino ch’andavano a Monselici furono rotti e sconfitti da’ nostri, ch’erano usciti di Bovolento loro incontro.

LVIII

Ancora della detta guerra da·nnoi a mesere Mastino.

Nel detto anno, a dì XXVIIII di gennaio, messere Piero Rosso si partì da Bovolento con IIm cavalieri e gente a piè assai, e andò a Padova, e assalì la porta del borgo d’Ognesanti, ch’era in trattato d’avere il detto borgo per tenervi l’oste, e affocata la porta per entrarvi dentro, e parte di sua gente ve n’entrò. La gente di mesere Alberto, ch’era in Padova, furono accorti, e missono fuoco nel borgo; per la qual cosa veggendo mesere Piero che non potea aquistare, si partì e tornò a Bovolento. Ma poco apresso, a dì VII di febraio, il detto meser Piero si partì di notte dal campo di Bovolento con CCC cavalieri eletti e con alquanti pedoni, e ordinò che MCC cavalieri richesti il seguissono apresso, e giunse di notte meser Piero al borgo di San Marco di Padova; e quello, come ordinato era, li fu dato, ed entrovvi colla sua gente. Li MCC cavalieri e pedoni che venieno apresso fallirono la notte il cammino. E per soperchia freddura e fiumi e canali a passare non poterono giugnere a Padova; ma poi che furono molto ravvolti, si tornarono a Bovolento: alcuni dissono che per inganni furono traviati. Messere Piero essendo nel detto borgo infino a ora di nona, e non giugnendo la sua gente, dubitò della stanza; e bisognava che meser Alberto e sua gente avessono saputo il vero: meser Piero e sua compagnia erano tutti morti e presi, però che in Padova avea più di IIm cavalieri e popolo grandissimo. Il valente messer Piero veggendosi a tal partito, come savio e aveduto capitano, con tutta sua gente armata fece sembianti d’assalire la porta della città e quella combattere, e faccendo vista d’avere presso il suo soccorso della sua gente che gli era fallita. Messere Alberto temendo della città fece di quella chiudere le porti e·llevare i ponti. Messere Piero e sua gente si ritrasse e uscì del borgo, faccendo al fine di quello mettere, fuoco, acciò che’ nimici per quello nol potessono seguire, e con tutta sua gente si tornò la sera sano e salvo al campo di Bovolento. E nota che meser Piero andava sì spesso a Padova, però che al continuo era in trattato, con meser Marsilio da Carrara suo zio e co’ suoi consorti, i quali, come dicemmo adietro più tempo passato, per gara di loro vicini e cittadini aveano data la signoria di Padova a meser Cane della Scala; e Messere Alberto e Mastino gli trattavano male, e maggiormente per lo ’nganno e tradimento fatti a’ detti Rossi di Parma loro nipoti sotto loro confidanza, quando feceno rendere Parma, come adietro facemmo menzione. E poi a dì XX di febraio essendo partiti del campo da Bovolento da DL cavalieri, e cavalcato in sul padovano e·llevata grande preda, que’ di Padova in quantità di DCCC cavalieri si pararono loro dinanzi ad un passo e combatterli e’ nostri furon sconfitti, e rimasonvi tra morti e presi intorno di cento e più di mezza la preda. Per quella cagione a dì XXIII di febraio, meser Piero cavalcò con MD cavalieri fino alle porte di Padova, e prese un borgo e misevi fuoco, e arsonvi più di CCCC case. In questa cavalcata di meser Piero meser Mastino ordinò con ribaldi, e fece mettere fuoco nel campo da Bovolento, e arse bene il quarto, e tutta la camera dell’oste. E se non fosse il buono soccorso di quelli che v’erano rimasi a guardia, ardeva tutto; e così va ne’ casi di guerra per pulire i peccati de’ popoli. Tornato mesere Piero al campo, in pochi dì fu ristorato e rifatto l’arsione del detto campo, che i Viniziani di presente vi mandarono ogni guernimento che bisognava a·rraconcio della bastita. E pochi dì apresso all’entrata di marzo, si rubellò a mesere Mastino III ville, ciò furono Coldigrano in trevigiana, e Cittadella e Campo San Piero in padovana. Lasceremo alquanto della guerra del Mastino, e torneremo a’ nostri fatti di Toscana e d’altre parti.

LIX

Come sotto trattato d’accordo cogli Aretini vollono i Perugini pigliare Arezzo,

e poi ebbono Lucignano.

Nel detto anno, all’entrante del mese di febraio, non lasciando il nostro Comune per la grande impresa di Lombardia e di guerreggiare la città di Lucca e quella d’Arezzo, essendo la città d’Arezzo molto afritta da’ Perugini e da’ Fiorentini, però che da mesere Mastino non potieno avere soccorso perch’era assediato elli medesimo nella città di Padova, come detto è dinanzi; né d’altra parte da niuno Ghibellino d’Italia non poteano avere soccorso, e per loro male si poteano difendere da’ detti due Comuni; in più trattati d’accordo e di pace furono da·lloro a’ detti Comuni, ma più co’ Perugini, che·lli tenieno più stretti, ed avieno de’ loro prigioni. Alla fine i Perugini volieno sì larghi vantaggi e di castella e della signoria della città d’Arezzo, che i Tarlati che·nn’erano signori in nulla guisa si vollono accordare né fidare de’ Perugini, però che in que’ dì, stando nel detto trattato d’accordo co’ detti Perugini, i detti Perugini di notte con grande forza di gente a·ppiè e a cavallo vennero infino alle mura d’Arezzo. E per alcuno della terra fu loro insegnato d’entrare per la fogna, overo cateratta, della gora delle mulina che corre per Arezzo; e alcuni di loro v’entrarono. Ma·cciò sentito nella terra, corsono con arme a·rriparo, e uccisono quelli ch’erano passati dentro; onde i Perugini la mattina si partirono e tornarsi a·cCortona; e per questa cagione si ruppe il trattato dell’acordo dagli Aretini a’ Perugini. Ma de’ Fiorentini si volieno ben fidare i Tarlati d’Arezzo, e dar loro la guardia della terra, però che meser Piero Saccone e meser Tarlato erano nati per madre di casa i Frescobaldi di Firenze, e aveanvi più singulari amici e parenti, e da’ Fiorentini si tenieno meno gravati che da’ Perugini. E così per la detta cagione de’ Perugini si ruppe il trattato, e si ricominciò guerra contro agli Aretini, con tutto che nel segreto tuttora rimasono gli Aretini in trattato d’accordo co’ Fiorentini. E rotto il detto trattato co’ Perugini, quelli di Lucignano d’Arezzo, ch’erano molto oppressati da’ Perugini per le loro masnade, che stavano nel Monte San Savino, sì mandarono a Firenze loro ambasciadori e sindachi con pieno mandato per dare Lucignano al Comune di Firenze. I Fiorentini no·lli vollono prendere per non dispiacere a’ Perugini, né rompere i patti della lega; che intra gli altri patti era che ogni conquisto di terra o castella si facesse sopra il Comune d’Arezzo fosse a comune de’ detti II Comuni. Ancora v’era lo ’nfrascritto patto, che i collegati della detta lega durante la detta lega per sé né per altrui né possa né debbia fare pace o triegua overo altra composizione overo alcuno trattato tenere co’ nemici de’ detti allegati sanza espressa volontà e consentimento de’ detti collegati, bene ch’allora era già spirato il termine della detta lega; per la qual cosa i detti sindachi e ambasciadori di Lucignano se n’andarono poi a Perugia, e dieronsi liberi a·lloro: e’ Perugini li presono sanza farne nulla richesta al Comune di Firenze. E per simile modo il vescovo d’Arezzo, ch’era de’ detti collegati, si prese Montefocappio, un forte castello degli Aretini. Onde i Fiorentini sdegnarono molto, e seguirono apresso il trattato segreto co’ Tarlati d’Arezzo, e misero a seguizione, come diremo apresso nel seguente capitolo.

LX

Come i Fiorentini ebbono per patti la città d’Arezzo e ’l suo contado.

Nel detto anno, a dì VII di marzo MCCCXXXVI, si compié il trattato e accordo dal Comune di Firenze a’ signori Tarlati d’Arezzo in questo modo, ch’egli ebbono dal Comune di Firenze fiorini XXVm d’oro per la dazione della terra e rinunziagione della signoria di quella; e fiorini XIIIIm d’oro per la loro ragione e parte, che’ detti messere Piero e meser Tarlato aveano nel viscontado comperato per lo vescovo d’Arezzo loro fratello da’ conti Guidi, il quale, come dicemmo adietro, s’era renduto prima al Comune di Firenze, e fiorini IIImDCCC d’oro n’ebbe per patti Guido Alberti conte per la sua quarta parte del viscontado, e venderlo colla solennità si convenne al Comune di Firenze; che·ffu al Comune di Firenze uno nobile e bello aquisto, tutto fossero terre d’imperio. E oltre a·cciò il comune d’Arezzo ebbe inpresto dal Comune di Firenze fiorini XVIIIm per pagare le loro masnade a cavallo e a piè, ch’erano a pagare di presso a sei mesi; e e·lli diedono con solenni sindachi d’accordo quasi di tutti gli Aretini ch’erano inn Arezzo la signoria e guardia della città d’Arezzo e del contado al Comune e popolo di Firenze per tempo e termine di X anni a venire con mero e misto imperio, rimanendo a’ Tarlati tutte loro posessioni e castella, e lasciando i Tarlati ogni signoria, e rimanendo semprici cittadini d’Arezzo alla guardia del Comune di Firenze, faccendoli i Fiorentini cittadini e popolani di Firenze, e altri vantaggi per guardia di loro. E a dì X del detto marzo a ora di nona i Fiorentini ebbono la posessione della città d’Arezzo per lo modo diremo apresso. Che v’andarono a prenderla XII de’ maggiori cittadini di Firenze grandi e popolani con sindacato e pieno mandato, e i·lloro compagnia D cavalieri in arme, e IIIm e più pedoni del Valdarno di sopra. A’ quali gli Aretini, uomini e donne, piccoli e grandi, con solenne processione e grande allegrezza e buona voglia con rami d’ulivo in mano, gridando: «Pace, pace, e viva il Comune e popolo di Firenze!», vennono loro incontro presso a due miglia. E giunti alla città con grande onore e magnificenza furono ricevuti per meser Piero Saccone che·nn’era stato signore. Fu dato il gonfalone del popolo d’Arezzo e·lle chiavi delle porti al sindaco del Comune di Firenze con nobile diceria e grandi autorità, magnificando il popolo e Comune di Firenze. E poi i detti XII nostri cittadini riformarono la città di podestà per patti, i primi sei mesi meser Currado de’ Panciatichi di Pistoia del lato guelfo, e gli altri seguenti VI mesi meser Giovanni Panciatichi suo fratello. Dall’anno inanzi dovieno esere podestà fiorentini alla lezione del Comune di Firenze; e per simile modo rifermarono la città d’Arezzo di nuovi anziani cittadini d’Arezzo, quelli che a·lloro piacque, Guelfi e Ghibellini. E capitano di guardia e conservadore di pace fu Bonifazio de’ Peruzzi grande popolano, il primo per termine di VI mesi con XXV cavalieri e fanti; e poi per conseguente di sei in sei mesi il detto uficio, uno popolano guelfo di Firenze alla elezione del detto Comune di Firenze; e rifeciono popolo in Arezzo, e diedono i gonfaloni delle compagnie del popolo. Ed ebbono gli Aretini per lo Comune di Firenze perpetua pace, dimettendo e perdonando ogni ingiuria, interessi e danni ricevuti, l’uno Comune dall’altro, rimettendo i Guelfi in Arezzo, e ogni altro uscito che vi potesse tornare, cancellando ogni bando e levando ogni rapresaglia e divieto dall’uno Comune all’altro, e singulari persone e·lloro seguaci. E poi a dì X d’aprile vegnente mesere Piero Saccone venne in Firenze con certi de’ suoi consorti e altri buoni uomini d’Arezzo, con più di cento a cavallo. Da’ Fiorentini fu ricevuto onorevolemente come gran signore, e dimorò in Firenze VI dì; e alla fine ricevuti più corredi da’ priori, e dati continovo desinare e cene a’ cittadini, alla sua partita fece un corredo in Santa Croce molto nobile, ov’ebbe M o più buoni cittadini alla prima mensa, con IIII messe di pesce, molto onoratamente serviti da donzelli di Firenze, fornita tutta la corte di capoletti franceschi molto nobili. E in questa stanza, a dì XVI d’aprile, i marchesi del Monte Sante Marie co’ castellani e col favore e masnade di Perugini per tradimento presono il castello di Monterchi, salvo la rocca, che v’era uno de’ Tarlati. Per la qual cosa meser Piero e sua gente si partì di Firenze sùbito; ma il capitano della guardia d’Arezzo, sanza attesa, avuta la novella vi fece cavalcare CCCL cavalieri delle masnade di Firenze ch’erano in Arezzo, con popolo assai di volontà colle ’nsegne del Comune di Firenze, e venuti a Monterchi il dì di venerdì santo, trovarono i nimici accampati di fuori del castello e parte dentro; più prieghi furono fatti a’ detti marchesi e a’ castellani e a quelli conestaboli che v’erano per lo Comune di Perugia, che per amore del Comune di Firenze si dovessono partire e·llasciare il castello ch’era a·lloro guardia; dopo molte parole scusandosi non facieno contro al Comune di Firenze, ma contro a’ Tarlati loro nimici, e dilaiando per parole, attendendo la cavalleria di Perugia, che venia al soccorso, quelli che v’erano per lo Comune di Firenze ciò sentendo per loro spie, assalirono il campo de’ castellani e de’ marchesi ch’erano schierati in arme, e forte combattendo in poca d’ora gli sconfissono; e poi combattendo entrarono nella terra, e per forza d’arme la raquistaro con gran danno di castellani e di loro seguaci; e più sarebbe stato di morti, se non fosse la divozione del dì ch’era. Di questo raquisto di Monterchi i Tarlati e tutti gli Aretini si tennono molto contenti di Fiorentini, e presono di loro maggiore confidanza. E poco apresso i Fiorentini ordinarono in Firenze XII consiglieri popolani due per sesto di tre in tre mesi, con grande balìa co’ priori insieme a provedere al continuo sopra lo stato pacifico e guardia d’Arezzo. E di presente per ciò seguire ordinarono e feciono cominciare e compiere uno grande e forte castello al di sopra della piazza di Perci della città d’Arezzo, il quale costò più di XIIm fiorini d’oro pagati per li Fiorentini; e ordinarvi II castellani con C fanti alla guardia, e fornito tuttora per VI mesi di vittuaglia e d’arme e di guernimento grandissimo; e al continuo si teneva in Arezzo per li Fiorentini il meno CCC cavalieri di loro masnade alla guardia, e più come bisognava. Di questo castello parte degli Aretini ne furono contenti, spezialmente i Tarlati e’ loro seguaci, per sicurtà di loro, che disposti loro della signoria quasi tutto il popolo gli odiava, i Guelfi perch’erano loro nimici, e i Ghibellini perch’erano mal contenti, perch’aveano data la terra; ma al vero i più degli Aretini ne furono mal contenti. Ma poi vi feciono fare i Fiorentini in Arezzo un altro piccolo castello sopra la porta del piano che va a·lLaterino, per più sicura entrata, con corridoio di fuori grande tra ’l muro e parapetto per li cavalieri, e·ssu per le mura per li pedoni per correre dall’uno castello all’altro. In somma i Fiorentini misero inn-Arezzo in uno anno tra di questo e di dono più di Cm fiorini d’oro, sanza quelli vi si spesono poi, che·ffu un gran fatto, compensando la spesa di Lombardia e·ll’altre spese che facea il Comune di Firenze e a mantenere la guerra al continovo contro a·lLucca. Del detto aquisto della città d’Arezzo, tutto costasse a’ Fiorentini danari assai, n’agrandì e montò molto la magnificenza del Comune di Firenze, e da lungi di gran fama per tutti i Cristiani, che ’l sentirono, e d’apresso più onorati e dottati dalle comuni vicinanze. Il detto aquisto, tutto fosse mediante costo di moneta, e industria di certi nostri cittadini che ’l trattarono, che non ne valsono di peggio al modo usato di corrotti cittadini; ma di certo, se non fosse stato la nobile e alta impresa di Lombardia, e risistenza fatta contro a meser Mastino per lo Comune di Firenze e quello di Vinegia, non venia fatto, che i signori Tarlati non vi sarebbono mai aconsentiti; ma feciollo per la cagioni dette per non potere altro, perduta ogni speranza di soccorso. E nota che più di LX anni era stata retta la città d’Arezzo per parte ghibellina e imperiale, e quasi in guerra col Comune di Firenze.

LXI

Ancora delle sequele de’ fatti d’Arezzo da·nnoi a’ Perugini.

Dapoi che’ Fiorentini ebbono la città d’Arezzo per lo modo detto nel passato capitolo, i Perugini isdegnarono forte contro a Fiorentini, tegnendosi da·lloro ingannati e traditi per li patti, ch’avieno avuti insieme della lega fatta tra·lloro e col re Ruberto e co’ Bolognesi, e mandarne in Firenze loro ambasciadori a dolersi di ciò e in piuvico consiglio, ove fu loro risposto saviamente a tutti i loro capitoli, come per ragione e secondo i patti contro a·lloro non s’era fallito in niuno articolo, però che·lla lega non conteneva niente, che dandosi la città d’Arezzo a niuno de’ detti Comuni, l’uno all’altro fosse tenuto, o·ssi rompesse lega; e già era il termine della lega ispirato; mostrando ancora a’ Perugini come gli Aretini in niuna guisa si volieno accordare o fidare di Perugini per cagione delli loro collegati ghibellini, vescovo d’Arezzo, Pazzi, Ubertini, conti da Montefeltro, Nieri da Faggiuola, conti da Montedoglio, e’ figliuoli di Tano da Castello, e il signore di Cortona, e tutti i loro usciti, i quali erano nimici caporali de’ Tarlati. E se i Fiorentini non avessono preso Arezzo sanza indugio, come feciono, di certo potea riuscire in mal luogo per parte guelfa e per l’uno Comune e per l’altro. Ancora allegando come prima avieno fallito i Perugini e rotti i patti a’ Fiorentini, quando presono Lucignano d’Arezzo per lo modo detto per noi nel terzo capitolo innanzi a questo. Ma secondo buona e caritevole compagnia non era però del tutto licito di fare per Fiorentini, che come dice il Provenzale in sua gobola «Uomo saggio non dee faglia per l’altrui faglia». Ben dice la legge in alcuna parte: «Qui frangit fidem, fides frangatur eidem»; ma·cciò non basta alla magnificenza del nostro Comune. Ma come si fosse, o ragione o torto dell’uno Comune o dell’altro, o d’ambedue, i Perugini rimasono mal contenti. Alla fine dibattuta la quistione per ambasciadori dell’uno Comune e dell’altro, si trovò un mezzo d’accordo, che i Perugini avessono in Arezzo un giudice d’appellaggione in termine di V anni sotto titolo di conservadore di pace con salaro di D fiorini d’oro in sei mesi con sua famiglia. Questo uficio fu in nome più che in fatto, però ch’al tutto erano gli ufici e signoria d’Arezzo di Fiorentini. E dopo il termine di V anni dovessono rimanere a’ Perugini il castello d’Anghiari, e Foiano, e Lucignano, e Monte San Savino, ch’ellino s’aveano presi e si tenieno; e pace faccendo cogli Aretini, lasciando mesere Ridolfo Tarlati e i figliuoli e più altri prigioni d’Arezzo, ch’elli aveano in prigione in Perugia, presi nella Città di Castello quando l’ebbono, come contammo adietro. Lasceremo alquanto de’ fatti di Firenze e d’Arezzo e di Perugia, ch’assai n’è detto, e torneremo a nostra matera a seguire il processo della guerra di Lombardia contro a meser Mastino.

LXII

Come per ordine di mesere Mastino

volle esere morto mesere Piero Rosso a Bovolento per rompere l’oste nostra.

All’uscita del mese di marzo, cominciando l’anno MCCCXXXVII, essendo mesere Piero Rosso capitano dell’oste nostro e de’ Viniziani all’asedio di Padova a Bovolento, per trattato di Messer Mastino da certi conestaboli tedeschi ch’erano nell’oste, con séguito di mille cavalieri, volle esere tradito e morto; ma come piacque a·dDio, si scoperse il trattato, e non vegnendo loro fatto, si partirono e missono fuoco nel campo, e arsene gran parte; per la qual novità fu grande scompiglio alla nostra oste. Ma il valentre meser Piero per l’accidente occorso, poco ismosso dagli aguati della fortuna, non dubitando; ma a dì V d’aprile apresso con IIIm cavalieri cavalcò subitamente infino alle porte di Trevigi, e fece loro gran danno di preda e d’arsione, lasciando a guardia del campo a Bovolento M cavalieri. E nota che in quelli tempi all’asedio di Padova avea al soldo de’ Fiorentini e Viniziani Vm uomini a cavallo con barbute, sanza quelli da·ppiè ch’erano grande quantità, sanza l’oste che in que’ tempi il Comune di Firenze fece sopra la città di Lucca, come faremo menzione nel seguente capitolo; che considerato lo stato d’Italia, la città di Firenze mostrò con effetto gran potenza. In questi tempi, a dì XIIII di maggio, si rifermò la lega da·nnoi a’ Viniziani cogli altri Lombardi contro a meser Mastino; e·ll’avogaro di Trevigi per soperchi ricevuti si rubellò da meser Mastino col suo forte Castello Nuovo, e venne in persona a Vinegia per allegarsi coll’altra lega.

LXIII

Come i Fiorentini feciono oste sopra Lucca.

A dì XVI di maggio del detto anno MCCCXXXVII mesere Azzo da Coreggia, sentendosi in Lombardia che’ Fiorentini volieno fare oste a Lucca, venne per meser Mastino per suo vicaro in Lucca con CCC cavalieri alla guardia della città. I Fiorentini per la sua venuta, e per oservare i patti della lega, avendo ordinata oste sopra Lucca, e·lla lega di Lombardia sopra Verona, a dì XXX di maggio si diedono le ’nsegne, e mosse l’oste; e furono i Fiorentini co·lloro soldati DCCC cavalieri e popolo grandissimo, onde fu capitano Orlando de’ Rossi da Parma, uomo grosso e materiale, ma per amore di meser Piero e di mesere Marsilio Rossi, ch’erano in Lombardia al servigio de’ Fiorentini e Viniziani, li feciono quello onore. E di Bologna in servigio de’ Fiorentini furono CL cavalieri, e da meser Malatesta da Rimino C cavalieri, da Ravenna XXX, da Perugia C cavalieri, d’Arezzo meser Piero Saccone de’ Tarlati con LX cavalieri e con C fanti, e del Comune d’Arezzo CCC fanti, d’Orbivieto LX cavalieri, del re Ruberto CLXXX cavalieri, della Città di Castello XXXV cavalieri, da Cortona cento fanti; da Siena C cavalieri, ma non vollono andare in su quello di Lucca, istettono alla guardia di Sa·Miniato, però che non vollono esere alla lega. E poi, partita l’oste, soldarono i Fiorentini CCCXL cavalieri di quelli della compagnia della Colomba, ch’erano stati co’ Perugini, e mandarli nella detta oste; sicch’ella fu di IIm cavalieri e popolo assai; e guastarono Pescia e Buggiano e·ll’altre castella di Valdinievole, e andarono infino a Lucca e di là dal Serchio sanza contasto alcuno, faccendo gran guasto. Tornò la detta oste in Firenze a dì XXX di luglio male ordinata, però che fu sanza ordine e male capitanata.

LXIV

Come la forza della lega cavalcarono sopra la città di Verona, e partirsene con poco onore.

Tornando a nostra materia della guerra da·nnoi a meser Mastino, com’era dato l’ordine della lega, esendo la nostra propia oste sopra la città di Lucca, come detto avemo, mesere Marsilio Rosso, uomo di gran senno e valore, si partì dall’oste da Bovolento a dì VIIII di giugno del detto anno con IImCCCC cavalieri di nostri e de’ Viniziani, rimanendo al campo di Bovolento mesere Piero Rosso con MDC cavalieri e popolo assai; e andonne a Mantova meser Marsilio per cavalcare sopra Verona, e a dì XX del detto giugno vi giunse in Mantova messer Luchino Visconti di Melano cogli altri allegati di Lombardia, co’ marchesi da Esti, e con quelli da Gonzago di Mantova, in somma co’ nostri cavalieri e de’ Viniziani più di IIIIm, onde fu fatto capitano generale mesere Luchino detto; e di presente cavalcarono fin presso alla città di Verona. E meser Carlo figliuolo del re Giovanni, ch’era alla lega nostra de’ Lombardi contro a meser Mastino, venne di Chiarentana con suo sforzo. E in quelli giorni ebbe che·lli si arendero la città di Belluna e poi quella di Feltro, che·ssi tenieno per meser Mastino. Il tiranno mesere Mastino, veggendosi così accanato dalla forza della lega da tante parti, come disperato, ma però francamente, uscì di Verona con IIIm cavalieri e popolo grande, e richiese di battaglia meser Luchino e gli altri allegati. Mesere Luchino o per sua viltà, che così si disse, overo per tema di tradimento, overo che·ll’uno tiranno al tutto non vuole abattere l’altro, ma quale si fosse la cagione, veggendo che meser Mastino colle sue forze uscito a·ccampo per combattere, la notte a dì XXVII di giugno si sbarattò la nostra oste e della lega, e villanamente si dipartirono chi da una parte e chi da un’altra, onde messere Luchino fu molto spregiato. Messere Mastino avendo vinto quella punga prese vigore, e·llasciata fornita Verona, si partì con IImD cavalieri, e venne presso a Mantova a VII miglia sanza alcuno contasto. E poi sentendo che’ Padovani tenieno trattato con mesere Piero Rosso perché meser Marsilio Rosso e·lla sua cavalleria non potesse tornare al campo di Bovolento, subitamente si mosse il primo dì di luglio, e in due giorni fu posto in sul canale tra Bovolento e Chioggia, acciò che vettuaglia o altro fornimento non potesse venire da Vinegia né da Chioggia all’oste di Bovolento, e per impedire mesere Marsilio ch’era ivi presso colla sua gente e cavalleria a V miglia, e per la sùbita venuta di meser Mastino non potea andare più inanzi sanza grande pericolo di lui e di sua gente. E venia fatto a meser Mastino al tutto di rompere quella oste, se non fosse la provedenza di meser Piero Rosso ch’era all’oste a Bovolento, che sapiendo che meser Mastino era in parte ch’elli non potea aver acqua per la sua oste, se non di quella del canale, ordinò che tutta l’ordura dell’oste di Bovolento al continuo si gittasse nel canale; e oltre a·cciò in quella contrada ha molta erba, che·ssi chiama cicuta, donde del sugo si fa veleno; faceva cogliere a’ ribaldi, e tagliare, e pestare, e gittare per lo canale; per la qual cosa l’acqua del canale venea sì corrotta all’oste di mesere Mastino, che v’era presso a·ttre miglia, che uomini né bestie non ne potieno né ardivano di bere; e quale uomo o bestia ne beveano erano a pericolo di morte. Per la qual cosa convenne di nicissità che meser Mastino colla sua oste si levasse e partisse, e tornandosi a Verona a dì XIII di luglio. E il dì apresso messere Marsilio Rosso colla sua cavalleria passò e venne al campo di Bovolento. E nota, lettore, isvariate vicende e casi che·ffa la fortuna del secolo, spezialmente nelle guerre, che in pochi dì la guerra da·nnoi a meser Mastino fu inn-istretti partiti d’esere vinta e perduta per ciascuna parte, come fatto avemo menzione.

LXV

Come la città di Padova s’arrende a mesere Piero Rosso,

e fuvi preso mesere Alberto della Scala.

Partito meser Mastino e perduta la punga della sua impresa, e messere Marsilio Rosso colla sua cavalleria tornato al campo di Bovolento, come detto è, e·ll’oste nostra molto rinvigorita, incontanente mesere Piero con tutta l’oste si partì dal campo di Bovolento, ove tanto era dimorata, e puosonsi presso alle mura di Padova; a dì XXII del mese di luglio del detto anno i Padovani, a’ quali pareva male stare per la tirannia di quelli della Scala, spezialmente a meser Albertino da Carrara e a’ suoi ch’avieno data la terra a meser Mastino, ed elli in ogni cosa gli trattava come servi o ischiavi, ispezialmente il matto e scellerato mesere Alberto della Scala ch’era alla guardia di Padova, e sentendo partito meser Mastino colle sue forze, e·ll’oste nostra e di Viniziani così possente di costa alla città, dond’erano capitani i suoi parenti messere Piero e mesere Marsilio de’ Rossi, ordinarono di tradire e di pigliare meser Alberto della Scala con tutti i suoi consiglieri e caporali e conestaboli ch’erano in Padova; e così venne loro fatto, e·llevarono la città a romore. E quelli del campo con ordine fatta assalirono la terra da più parti: quelli da Carrara col popolo corsono a furore al palazzo e presono mesere Alberto e tutti i suoi seguaci, e apersono la porta verso il campo, e missono nella città meser Piero e meser Marsilio Rosso con tutta la cavalleria; i quali entrarono nella città con più di IIIIm cavalieri, sanza i pedoni, a dì III d’agosto MCCCXXXVII. E corsono la città sanza fare nullo male o ruberia, se nonne a’ soldati e gente v’erano con messere Alberto della Scala. E il detto mesere Alberto co’ caporali ch’erano co·llui ne furono mandati prigioni a Vinegia. E meser Albertino da Carrara fatto signore di Padova, e messo alla lega con CCCC cavalieri di taglia. Dell’aquisto di Padova si fece grande allegrezza in Vinegia e in Firenze e in tutte le terre guelfe di Toscana.

LXVI

Come morì il valentre capitano messere Piero Rosso,

e poco apresso messer Marsilio suo fratello.

Pella perdita di Padova e presura di mesere Alberto della Scala e de’ suoi seguaci e consiglieri molto abassò la potenza e·llo stato di meser Mastino e di suoi, e così ne montò la grandezza de’ Fiorentini e de’ Viniziani e delli altri collegati di Lombardia, e massimamente de’ Rossi di Parma, avendo fatta sì alta vendetta di meser Mastino e di messere Alberto della Scala, colla speranza della loro vittoria e stato di raquistare la signoria della loro città di Parma; e sarebbe loro venuto fatto assai tosto coll’aiuto e potenza di Fiorentini e Viniziani e degli altri della lega. Ma·lla fortuna fallace delle cose mondane le più volte dopo la grande allegrezza e vana filicità per lei mostrata è tosto con uscimenti miseri e dolorosi; e così avenne molto poco apresso, che tegnendosi per meser Mastino il forte e ben guernito castello di Monselici, di presente avuta Padova, meser Piero vi cavalcò con grande oste a·ccavallo e a piè, e a’ borghi di sotto faccendo dare continovi e solleciti assalti e battaglie da più parti, e quasi vinti per lui parte de’ fossi e delli steccati di quelli, aversi i borghi per forza di battaglia, meser Piero per dare più vigore di combattere alle sue genti smontò da·ccavallo, e a piè con più altri cavalieri, la quale capitaneria già non fu lodata, ma ripresa. Combattendo meser Piero l’antiporto, lanciata gli fu una corta lancia manesca, la quale il percosse alla giuntura delle corazze e ficcoglisi per lo fianco. Il valente capitano però non ismagato si trasse il troncone del fianco, e gittossi nel fosso di costa all’antiporto per passare alla terra, credendola avere vinta. Per la qual cosa l’acqua gli entrò per la piaga, e quella incrudelita per lo molto sangue perduto, il valentre e vertudioso duca spasimò, e per li suoi tratto del fosso e portato per lo canale in burchio così fedito a Padova, il quale passò di questa vita a dì VII d’agosto del detto anno MCCCXXXVII: della cui morte fu grandissimo danno a tutta quanta la lega, imperò che egli era il più sofficiente capitano e savio di guerra e prode di sua persona, che nullo altro ch’a·ssuo tempo fosse non che in Lombardia, ma in tutta Italia. Fu soppellito alla chiesa di San Francesco in Padova con grande corrotto, onorato il corpo suo, come a grande signore si convenia; in Firenze e in Vinegia avuta la novella se ne fece grande dolore. E poi fatto per sua anima l’esequio con grande solennità, messer Marsilio suo fratello per soperchio affanno per lui durato nell’aspre cavalcate, com’è detto adietro, innanzi che meser Piero fosse morto, era caduto malato in Padova, e colla giunta del dolore della morte di messer Piero s’accorò duramente l’animo, e come piacque a Dio, passò di questa vita a dì XIIII del detto mese d’agosto, e fu sopellito in Padova di costa al fratello a grande onore. Questo meser Marsilio era de’ più savi e valorosi cavalieri di Lombardia, e del migliore consiglio. E così in pochi dì quasi fu annullata la casa de’ Rossi di Parma, quand’erano per ricoverare loro stato. Lasceremo alquanto de’ fatti di Lombardia, e diremo d’altre novità che furono a que’ tempi.

LXVII

Di novità fatte in questi tempi in Firenze, e di grande dovizia fu di vittuaglia.

Ritornando alquanto adietro per seguire l’ordine del tempo nel nostro trattato, all’uscita di giugno del detto anno MCCCXXXVII nacquero in Firenze VI lioncini della lionessa vecchia e delle due giovani sue figliuole. La qual cosa secondo l’agurio delli antichi pagani fu segno di grande magnificenzia della nostra città di Firenze; e certo in questo tempo e poco apresso fu in grande colmo e potenzia, come leggendo poco apresso si potrà trovare. De’ detti piccoli lioni alquanto cresciuti il Comune di Firenze ne fece presenti a più Comuni e signori loro amici. E nel detto anno, a dì XXVIIII di luglio, si cominciò a fondare i pilastri della loggia d’Orto Sammichele di pietre conce, grossi e ben formati, ch’erano prima sottili, e di mattoni, mal fondati. Furonvi a·cciò cominciare i priori e podestà e capitano con tutto l’ordine delle signorie di Firenze con grande solennità; e ordinarono che di sopra fosse un grande e magnifico palazzo con due volte, ove si governasse e guardasse la provisione del grano ogn’anno per lo detto popolo. E·lla detta opera e fabrica si diè in guardia all’arte di porta Santa Maria, e diputossi al lavorio la gabella della piazza e mercato del grano e altre gabellette di piccole entrate a tale impresa, a volerla tosto compiere. E ordinossi che ciascuna arte di Firenze prendesse il suo pilastro, e in quello facesse fare la figura di quel santo in cui l’arte ha riverenza; e ogni anno per la festa del detto santo i consoli della detta arte facessono co’ suoi artefici offerta, e quella fosse della compagnia di Santa Maria d’Orto San Michele per dispensare a’ poveri di·dDio; che·ffu bello ordine e divoto e onorevole a tutta la città. In quel tempo la notte del dì XXX di luglio, che ’l dì era tornata l’oste da Lucca, s’aprese il fuoco Oltrarno in via IIII Leoni, e arsonvi III case con gran danno. E·lla notte medesima s’aprese nel monistero delle donne della Trinita in campo Corbolino, e arse il loro dormentoro. In questo anno in Firenze e d’intorno in Toscana fu grande dovizia e abondanza di vettuaglia, e in Firenze valse lo staio del grano al colmo soldi VIII di soldi LXII il fiorino dell’oro, che·ffu disordinata viltà al corso usato, e a interesso di coloro ch’avieno le posessioni, ed eziandio di lavoratori di quelle; ma poco tempo apresso ne fu vendetta di grande carestia, come inanzi faremo menzione.

LXVIII

Come in questo anno aparirono in cielo due stelle comete.

Nel detto anno, all’entrata di giugno, aparve in cielo la stella comata chiamata Ascone, con grande chioma, cominciandosi quasi a vista sotto la tramontana quasi nella regione del segno del Tauro, durando più di IIII mesi atraversando l’emisperio insino al mezzogiorno, e·llà ebbe fine. E poi apresso, inanzi che quella venisse meno, n’aparve un’altra nella regione del segno del Cancro chiamata Rosa, e durò da due mesi. Queste stelle comate non sono stelle fisse, benché stelle paiano co’ raggi, o chiome, o nubolose; ma dicono i filosofi e astrolagi che·cciò sono vapori secchi, e talori misti, che·ssi criano entro l’aria del fuoco sotto il cielo della luna per grandi congiunzioni de’ corpi celesti, ciò sono le pianete; e sonne di nove maniere, quale per la potenza di Saturno, e quale di Giove o di Marte, e così degli altri, e tali miste di due pianete o più. Ma quale si sieno, ciascuna è segno di futura novità al secolo, il più in male, e talora segno di morte di grandi re e signori, o tramutagioni di regni e di genti, e massimamente nel crimato del pianeto che·ll’ha criata, dove stende sua signoria; ma·lle più significano male, cioè fame e mortalità, e altri grandi accidenti e mutazioni di secoli; e queste pure significarono grandi cose e novità, come leggendo poco apresso si potrà vedere per buono intenditore e discreto.

LXIX

Di battaglie in mare tra’ Genovesi e Viniziani.

Nel detto anno e mese di giugno X galee degli usciti guelfi di Genova armate a Monaco trovandosi in Romania in corso con altre X galee del Comune di Vinegia si combatterono insieme, e·lle Viniziane furono sconfitte e prese la maggiore parte con grande loro dannaggio d’avere e di persone; ma però i Viniziani non s’ardirono di cominciare guerra scoperta co’ Genovesi d’entro o quelli di fuori.

LXX

Come la città di Bologna venne alla signoria di meser Taddeo di Peppoli loro cittadino.

Nel detto anno, a dì VII di luglio, essendo i Bolognesi in male ordine e peggiore disposizione tra·lloro di sette e di parti, dapoi che uscirono dalla signoria della Chiesa e del legato, volendo ciascuna casa di coloro che ’l cacciarono esere signori, i Peppoli co·lloro seguaci di popolo furono ad arme, e cacciarono di Bologna meser Brandalis Goggiadini, quelli propio che·ffu principale a cacciarne il legato e’ suoi consorti e seguaci. E poi apresso, a dì XXVIII d’agosto, messer Taddeo figliuolo che·ffu di Romeo de’ Peppoli coll’aiuto de’ marchesi da Ferrara suoi parenti si fece fare capitano di popolo e signore di Bologna. E poi conseguente a dì II di gennaio il papa apo Vignone fece aspri processi contro al detto meser Taddeo e contro al Comune di Bologna, perché non volieno ubidire la Chiesa, né amendare il danno fatto al legato, quando il cacciarono di Bologna. E poi apresso all’uscita del mese di marzo seguente si scoperse tradimento e congiura in Bologna, i quali avieno ordinato d’uccidere il capitano e torli la signoria; e di ciò era caporale Macerello de’ conti da Panago stretto parente del detto capitano, e di cui più si fidava, con suo séguito e d’alcuno di Ghisolieri e altri Bolognesi. Il quale trattato scoperto, alcuno ne fu preso e tagliato il capo. Ma quello Macerello con molti altri uscirono di Bologna rubelli. E meser Taddeo al tutto rimase signore, e fortificossi di stato e di gente d’arme, tenendo DCCC soldati alle spese del Comune, e allegossi co’ Fiorentini. E nota, lettore, se·lla comata, onde dinanzi facemmo menzione, ch’aparì nel segno del Tauro, il quale troviamo intra altre città e paesi essere attribuito alla città di Bologna, e mostrò assai tosto le sue infruenze di tanta mutazione di signoria alla città di Bologna. E come più adietro facemmo menzione, quando il legato cardinale ne fu cacciato, poco dinanzi scurò la luna nel segno del Tauro, e per alquanti intendenti di quella scienzia fu pronosticato dinanzi la mutazione di Bologna contro al legato, e noi fummo di quelli che·llo ’ntendemmo, con tutto che·ll’operazioni di lui e di sua gente e uficiali assai aparecchiarono l’opere e·lla matera alla costellazione, onde si sperava quella uscita. Assai avemo detto de’ fatti di Bologna, ma ènne paruto di nicistà, come di città vicina e amica di Firenze, considerando l’antica unione e libertà e stato e potenza del buono popolo di Bologna, tornato a’ nostri tempi per discordie e signoria tirannica di singulare cittadino, per dare asempro alla nostra città e popolo di Firenze a·ssapere i nostri cittadini guardare la libertà della nostra republica, e non cadere a tirannia di signore. Onde mi fa temere della nostra città di Firenze per le discordie e, male reggimento: e questo basti a’ buoni intenditori.

LXXI

Della morte del re Federigo di Cicilia, e di novità ne seguì all’isola.

Nel detto anno, a dì XXIIII di giugno, morì di suo male don Federigo re, che tenea l’isola di Cicilia: lasciò più figliuoli, ma il suo maggiore don Piero, cui egli a·ssua vita avea coronato re, come in adietro in alcuna parte si fece menzione, ed era quasi uno mentacatto; per la qual cosa dopo la morte del padre molte mutazioni ebbe l’isola, che ’l conte Francesco di Ventimiglia, de’ maggiori baroni dell’isola, per soperchi ricevuti dal detto Federigo prendendo parte contro a·llui per lo conte di Chiermonte suo cognato, si rubellò con tutte le sue castella, e cercò trattato col re Ruberto di Puglia, di cui di ragione era l’isola, e mandò a Napoli un suo figliuolo. Ma per suo poco senno, overo peccato, affrettandosi troppo inanzi ch’avesse soccorso del Regno, male glie n’avenne, che cavalcandogli adosso l’oste del re Piero, subitamente per iscontrazzo presono due suoi figliuoli, e per simile modo egli in persona con un altro suo figliuolo scontrandosi co’ nimici, combattendo furono morti. E così fu quasi distrutto quello lignaggio, e perderono tutte loro castella, che·nn’avea assai e forti; ma però l’isola rimase in grande tribolazione e sospetto, come inanzi faremo menzione. Lasceremo di ciò, e diremo alquanto della guerra dal re di Francia e quello d’Inghilterra.

LXXII

Come il re di Francia fece prendere l’Italiani, e piggiorò la sua moneta;

e come l’armata del re d’Inghilterra venne in Fiandra.

Nel detto anno MCCCXXXVII Filippo di Valos re di Francia, lasciato il suo buono proponimento giurato del santo passaggio d’oltremare, come adietro facemmo menzione, per seguire la guerra cominciata col re d’Inghilterra, per la sua avarizia cominciò a seguire male sopra male; che inn-una giornata, a dì X d’aprile, per tutto il suo reame subitamente fece prendere tutti l’Italiani, così i mercatanti e·lle compagnie di Firenze e d’altre parti come i prestatori a usura, e tutti gli fece rimedire, pognendo a ciascuno certa grande taglia di moneta, e convennela a ciascuno pagare. E fece fare nuova moneta d’oro, che·ssi chiamavano scudi, piggiorando la lega della buona moneta XXV per C, e·lle monete dell’argento all’avenante. E poi fece un’altra moneta d’oro, che chiamò leoni, e poi un’altra che chiamò padiglioni, piggiorando ciascuna e di lega e di corso, per modo che dove il nostro fiorino d’oro, ch’è ferma e leale moneta e di fine oro, valea alla buona moneta ch’era prima in Francia soldi X di parigini inanzi fosse gli anni MCCCXXXVIIII, valse il fiorino d’oro in Francia soldi XXIIII e mezzo di parigini e il quarto più a tornesi piccioli. E poi l’anno MCCCXL fece un’altra moneta nuova d’oro chiamata agnoli, e peggiorolla tanto, e così quella dell’argento, e’ piccioli, che ’l nostro fiorino d’oro valse a quella moneta soldi XXX di parigini. Lasceremo alquanto a dire delle corrotte monete del re di Francia, e seguiremo a nostra matera dell’ordine della detta guerra, cioè che poi del mese di luglio vegnente alla festa della Maddalena, com’era ordinato per la lega e giura fatta contro al re di Francia, il Bavero, che·ssi facea chiamare imperadore, venne a Colonia, che vi dovea esere il re d’Inghilterra, il quale per molto affare dell’isola e per la guerra ch’avea di Guascogna fallì la giornata. Fuvi il duca di Brabante, e quello di Ghelleri, e quello di Giulieri, e il conte d’Analdo, e altri signori allegati, e gli ambasciadori del re d’Inghilterra; e a quella asembrea si rifermò la lega, e gli ambasciadori d’Inghilterra per lo re promisono i gaggi e’ soldi alli Alamanni e agli altri allegati e·lla venuta del re in persona alla settembria. Per la qual cosa il detto Bavero e gli altri allegati mandarono disfidando il re di Francia, dicendo di venirlo a vedere insino alla città di Cambragio alla frontiera del reame di Francia, e di tenere campo in su·rreame, e combattere co·llui; del quale sfidamento il re di Francia prese grande sdegno e onta, e providesi di presente di tesoro e d’ordine di cavalieri e di gente d’arme per fornire la sua impresa guerra. E poi conseguente non potendo il re d’Inghilterra passare di qua da mare, come promesso avea alli allegati, per molti affari di là e perché venia il verno, volendo fornire la promessa di gaggi, sì mandò CCC cocche e CXX batti a remi armati; in sulla quale armata fu il vescovo Niccola, e il conte di Monte Aguto, e quello di Sofolco, e meser Gianni d’Arsi, signori di gran valore con molta altra buona gente d’arme, e con danari assai e con XIIm sacca di lana de lo re, istimandosi tra moneta e·lle lane DCm di fiorini d’oro e più; e arrivaro alla Suma in Fiandra all’entrante di novembre, e puosonsi all’isola di Gaggiante alla bocca del porto della Suma detto le Schiuse, e in sull’isola scesero parte di loro gente, e co’ Fiamminghi che v’erano per lo conte di Fiandra, il quale ubidia il re di Francia, si combatterono; e al principio furono morti dell’Inghilesi ch’erano scesi non proveduti, e in sull’isola del Gaggiante era il fratello bastardo del conte di Fiandra con gente d’arme alla difesa. Sentendo ciò la gente dello stuolo, isceserne in grande abondanza, e quanti Fiamminghi vi trovarono misono a morte; e presono il fratello del conte, e tutta l’isola misono a fuoco e a fiamma. E poi la detta armata non potendo porre alle Schiuse, perché i Fiaminghi ubidiano il conte loro e·rre di Francia, sì n’andarono a Dordette inn-Olanda, e·llà scaricaro, e vennero in Brabante, e tennero parlamento colli allegati, e diedono ordine alla guerra. Sentendo papa Benedetto e’ suoi cardinali la ’mpresa della sopradetta guerra, mandò due legati cardinali in Francia al re per mettere accordo da·llui a quello d’Inghilterra; e parlamentato co·llui assai a Parigi, n’andarono verso Inghilterra, e passarono il mare a dì XXVII di novembre; ma niente adoperaro. Lasceremo alquanto a dire di questa guerra, che assai tosto ce ne converrà dire maggiori cose, e torneremo a dire della nostra guerra col Mastino.

LXXIII

Come la città di Brescia si rubellò a mesere Mastino,

e·ssi diede alla nostra lega e altre castella.

Nel detto anno, all’entrante di settembre, s’arrendé alla nostra lega il castello di Mestri e quello delli Orci e quello di Canneto in bresciana. E poi a dì VIII d’ottobre per trattato della detta lega i Bresciani ch’erano sotto la tirannia di meser Mastino, e parea loro male stare, e veggendo che meser Mastino era molto abassato di suo stato e di podere, e perdute le dette castella, sì levarono la città a romore e rubellarono la parte detta la città vecchia di Brescia. In Brescia era per capitano per meser Mastino uno meser Bonetto con D cavalieri tedeschi, il quale si ridusse in parte della città nuova di verso Verona, e mandò per soccorso a meser Mastino. E’ cittadini con ordine fatta in quello medesimo dì che’ Bresciani levarono la città a romore, certi gentili uomini de’ più possenti di Brescia, i quali erano cortesemente istadichi a Verona, subitamente se ne partirono per diverse vie, e vennono a Brescia. Per la qual cosa i Bresciani veggendosi a quello punto, e temendo la venuta della forza di meser Mastino, sì mandarono per la nostra gente della lega; e di presente vi giunsono da MD cavalieri, com’era ordinato, e fu data loro la porta di San Gianni, ed entrarono nella città. E di presente misono fuoco nella porta di San Giustino per assalire nella città nuova la gente di mesere Mastino. Messere Bonetto e sua gente veggendosi a pericolo, dubitando di non esere sopresi dalla forza della nostra cavalleria ch’era nella città, si partì di Brescia per porta Torre Alta e andossene a Verona. E poi quelli della lega colla volontà e procaccio de’ Fiorentini ciechi, che·sse ne feciono capo, fu data la signoria di Brescia a meser Azzo Visconti signore di Milano, che·nn’era grande quistione tra’ Lombardi, che ciascuno di quelli signori la voleva. E certo i Fiorentini l’aveano a procacciare a messere Azzo, per amore che con Castruccio ci fu a sconfiggere ad Altopascio, e poi alle porte di Firenze. Messer Mastino veggendosi perduta Padova e presovi il fratello, e poi Brescia e più altre terre ch’elli tenea, come per noi è fatta menzione, e fallitoli e venuto meno suo tesoro, isbigottì molto, e mandò suoi ambasciadori a Vinegia per trattato di meser Alberto che v’era prigione, del mese di dicembre; e cercarono co’ Viniziani certo accordo sanza saputa dell’altra lega. Onde i Fiorentini e gli altri allegati presono grande sospetto. I Viniziani si scusaro che·cciò che facieno era a onore della lega, e però i Viniziani volieno e dimandavano tali patti e sì larghi, che meser Mastino no·lli volle oservare; e ricominciossi la guerra più aspra che prima, che apresso, all’entrante di marzo, la nostra gente cavalcaro sul veronese sanza trovare alcuno contasto, e passarono il fiume dell’Alice, e guastarono XVI grosse ville con gran danno del paese.

LXXIV

Di certe novità fatte in Firenze.

Nel detto anno MCCCXXXVII, essendosi pacificati insieme la casa di Malatesti da Rimino, i Fiorentini elessono per loro capitano di guerra meser Malatesta il giovane, uomo assai valoroso, e venne in Firenze molto onorevolemente a dì XIII d’ottobre, tegnendo molto onorata vita, sanza prendere parte o setta alcuna nella città, o farsi bargello, però che·cci amava per comune; ma al suo tempo non si fece né oste né cavalcata sopra Lucca, però ch’al continovo i Fiorentini stavano inn-isperanza d’averla per trattati, che’ Viniziani tenieno d’accordo con meser Alberto e con meser Mastino; la quale riuscì vana speranza per la dislealtà e tradimento de’ Viniziani, come per lo inanzi faremo menzione. In questo anno, a dì VIII di gennaio, meser Benedetto Maccaioni di Lanfranchi ribello di Pisa avendo segretamente soldati in Firenze CCC soldati a cavallo subitamente cavalcò in Maremma e di dì e di notte, che·lli dovea esere dato Castiglione della Pescaia, e fulli data una porta; ma·lla gente della terra subitamente furono alle difese, e cacciarline fuori. Della detta cavalcata si dolfono molto i Pisani de’ Fiorentini, ed ebbono gran paura di perdere Castiglione o Piombino. Il vero fu ch’alcuno de’ reggenti di Firenze seppono il detto trattato, e diedonvi aiuto e favore; ma i priori non ne sentirono niente; ma per tema di peggio i Pisani ne furono più cortesi contro a’ Fiorentini, che prima tutto dì cercavano gavillazioni in Pisa contro a’ nostri mercatanti per abattere la nostra franchigia per indirette soffisme. In questo tempo, a l’entrante di febraio, i Fiorentini ebbono in guardia dal vescovo d’Arezzo ch’era degli Ubertini, la forte rocca del suo castello di Civitella e Castiglione degli Ubertini in Valdarno e pacificaro il vescovo e’ suoi co’ Tarlati d’Arezzo per fortificamento della signoria presa per li Fiorentini della città d’Arezzo. E fecesi legge e decreto in Firenze a dì XIIII di marzo che nullo cittadino comperasse castello alcuno alle frontiere del distretto di Firenze. E·cciò si fece perché quelli della casa de’ Bardi per loro grande potenzia e ricchezza avieno in que’ tempi comperati il castello di Vernia e quello di Mangone da meser Benuccio Salimbeni da Siena, e quello del Pozzo da Decomano da’ conti, dubitando il popolo di Firenze non montassono ellino e gli altri grandi in potenzia e superbia per abassare il popolo, come feciono apresso non gran tempo, come si farà menzione. In quelli giorni s’aprese il fuoco nel popolo di San Brocolo nella casa alta de’ Riccomanni presso alla Badia, e arse tutta di mezzogiorno di sopra la volta, non potendo esere difesa. E dopo l’uficio di meser Malatesta, e lui partito, quelli che reggeano Firenze, feciono venire sotto titolo di capitano di guerra, overo per bargello, meser Iacopo Gabrielli d’Agobbio, il quale entrò in uficio in calen di febraio MCCCXXXVIII, e stette II anni con grande balìa; il quale per la sua asprezza fece in Firenze e nel contado di sconce cose e albitrare sanza ordine di ragione, onde nacquero novitadi sconce di città, come inanzi faremo menzione.

LXXV

Come nella città d’Orbivieto feciono popolo, e simile quella di Fabriano.

Alla fine del detto anno MCCCXXXVII, dì XXIIII di marzo, la città d’Orbivieto si levò a romore e inn-arme per soperchio di quelli della casa di Monaldeschi, che tirannescamente la signoreggiavano; e feciono popolo, e cacciarne i detti Monaldeschi e’ loro seguaci. E per simile modo si fece in que’ dì popolo nella città di Fabriano nella Marca, e cacciarne i loro tiranni e potenti che signoreggiavano la terra.

LXXVI

Come certa gente di Lucca furono sconfitti da’ marchesi Malespini guelfi.

L’anno MCCCXXXVIII, a dì XXVI di marzo, essendo cavalcati CC soldati a cavallo della città di Lucca e popolo a piè assai nella contrada di Lunigiana adosso a marchesi Malespini da Villafranca, da’ detti marchesi e loro genti furono sconfitti e ricevettonvi gran danno di prigioni e di morti la gente di meser Mastino, secondo la quantità di gente ch’erano, che pochi ne tornarono in Lucca. Lasceremo alquanto delle novità di Firenze e di Toscana e d’altre parti, e torneremo a dire sopra la guerra da·nnoi a meser Mastino, che·nne cresce matera.

LXXVII

Come la nostra oste di Lombardia andarono infino alle porte di Verona,

e corsonvi il palio, ed ebbono Montecchio.

Nel detto anno, rotto ogni trattato d’accordo da·nnoi e Viniziani con meser Mastino, la nostra gente intorno di IIIm cavalieri cavalcaro sopra la città di Verona a dì XVIII d’aprile, e per forza combattendo ebbono la terra di Soave presso a Verona, ch’era guernita per meser Mastino, e morìvi di sua gente più di CCCC uomini. E poi a dì XXI d’aprile si strinsono presso alle porte di Verona al gittare d’uno balestro, e’ nostri capitani dell’oste, che tuttora v’avea uno cavaliere di nobili e uno popolano di maggiori di Firenze, e simile di Vinegia, per dispetto e vergogna di meser Mastino feciono correre uno palio di sciamito dinanzi alla porta di Verona, mandando bando che ciascuno di Verona che volesse potesse sicuramente venire di fuori a vedere il giuoco e correre il palio; ma pochi n’uscirono. E partitosi l’oste nostra da Verona, a dì III di maggio s’arrendé a·lloro il grande e forte castello di Montecchio, il quale è·lla chiave tra Verona e Vincenza; e quello fornito di vettuaglia e di gente d’arme, la nostra oste si tornò al castello di Lungara, il quale era a quelle frontiere ben disposto a·ffare guerra al Mastino. E nota, lettore, come adopera la fortuna nel secolo, e maggiormente ne’ processi delle guerre, che poco tempo dinanzi messere Mastino ch’era in tanto stato e signoria, che signoreggiava Verona, Padova, Trevigi, Vincenza, Parma, Lucca, e·lla città di Feltro, e Civita Belluna, e molti grandi e forti castelli, e avea gran tesoro ragunato, e a’ suoi soldi al continovo tenea più di Vm cavalieri tedeschi alle spese delle dette otto città; ed era un grande e possente tiranno, il maggiore di tutta Italia o che fosse stato intra C anni; e poco dinanzi minacciati avea i Fiorentini di venirli a vedere infino alle porte di Firenze con Vm barbute di ferro, e fatta fare una ricchissima corona d’oro e di pietre preziose per coronarsi re di Toscana e di Lombardia; e poi intendea d’andare nel regno di Puglia e torlo per forza d’arme al re Ruberto; e sarebbegli venuto fatto, se non fosse il giudicio di Dio per aumiliare la sua superbia, e·lla potenza del Comune di Firenze e di quello di Vinegia, che ripugnaro e recaro a poca potenza e basso stato co·lloro operazione e danari, per lo modo che leggendo avete inteso; e ancora, come intenderete, il recarono a maggiore stremità, che convenne che ’ngaggiasse a usura la sua corona e tutti i suoi gioelli per avere danari per resistere alla sua guerra; però che per guardare le sue terre e tenute gli convenia in ciascuna mettere grossamente, salvo che di Lucca e di Verona, tiranneggiandole con grandi torzioni traeva alcuna cosa. E però nullo signore o tiranno o Comune si può fidare nella sua potenza, imperò ch’ogni potenza umana è vana e fallace. E·ll’onnipotente Iddio Sabaot dà vinto e perduto a·ccui gli piace secondo i meriti e i peccati. Lasceremo alquanto della guerra da·nnoi a meser Mastino per dire d’altre novità ocorse inn-Italia e oltremonti in questi tempi.

LXXVIII

Come il duca di’ Brabante co’ suoi allegati fece

grande oste sopra il vescovo di Legge, e fer pace.

Nel detto anno MCCCXXXVIII, a dì VIIII d’aprile, il duca di Brabante cogli altri allegati e giurati contro al re di Francia, e col figliuolo del Bavero, con VIIIm cavalieri e più di LXm pedoni brabanzoni e d’intorno al paese, quali tutti armati a corazze e barbute come cavalieri, andarono sopra il vescovo di Legge per la quistione che ’l duca avea co·llui per la terra di Mallina; e maggiormente perché il detto vescovo era in collega col re di Francia, per levarsi di mezzo loro paese, e i·rre di Francia non avesse podere e non potesse fare risistenza alla impresa loro della guerra incominciata. Il vescovo veggendosi sì sùbito assalire da tanta potenza, ed egli male proveduto al riparo della detta oste, e da·rre di Francia non avuto soccorso, s’accordò col duca e colli altri allegati, siccome seppono divisare, giurando loro di non essere più di collega col re di Francia.

LXXIX

D’una grande armata che il re Ruberto mandò sopra l’isola di Cicilia con poco aquisto.

Nel detto anno, sentendo il re Ruberto che·ll’isola di Cicilia era in mala disposizione per lo nuovo re Pietro, e per la rubellazione del conte Francesco di Ventimiglia e di suoi seguaci, ordinò una grande armata per passare in Cicilia; e partissi la detta armata di Napoli a dì V di maggio con LXX tra galee e uscieri, con MCC cavalieri, e di là arrivaro dì VII di maggio nella contrada di Tremole, ed ebbono di presente tre castella d’ivi intorno, e puosonsi ad assedio a Tremole. E poi a dì X di giugno si partì di Napoli la seconda armata con maggior navilio, con gran gente di baroni del Regno e Provenzali, onde furono capitani Carlo il duca di Durazzo nipote del re figliuolo di suo fratello, messer Gianni, e ’l conte Novello di quelli dal Balzo; e puosonsi al detto asedio di Tremole, ed ebbollo a patti all’uscita d’agosto, salvo la rocca, dopo molte battaglie date e fracasso di difici, e arsono la terra tutta. E rubellossi al re Piero il conte Ruggieri da Lentino con tutte le sue castella, ch’era uno de’ maggiori baroni dell’isola e di discendenti de’ principali baroni che rubellarono l’isola al re Carlo primo: e così si rivolge il secolo. La detta armata per infermità si partì e tornaro a Napoli con poco aquisto od onore; ch’essendo più di IImD cavalieri, potieno cavalcare tutta l’isola sanza contasto, ed e’ non si mossono mai da Tremole, onde infracidò l’oste; e corrotta, ingenerò pestilenza d’infermità e di mortalità.

LXXX

Come molte città del regno di Puglia ebbono discordia e divisione tra loro cittadini.

Nel detto anno si cominciò nel regno di Puglia, che signoreggiava il re Ruberto, una grande discordia e maladizione nella città di Sermona, e in quella dell’Aquila, e in Gaeta, e in Salerno, e in Barletta, che in ciascuna delle dette terre si criò parte, e combattendosi insieme; e·ll’una parte cacciò l’altra, e guastarsi quasi le dette terre, e d’intorno a quelle; e il paese per cagione delle dette discordie tutto s’empié di malandrini e di ladroni, rubando per tutto; e a queste discordie tenieno mano molti baroni del Regno, chi coll’una parte e chi coll’altra. E·lla maggiore fu quella di Barletta, e che più durò e con maggiori battaglie. Dell’una parte era capo casa Marra, e co·lloro il conte di Sanseverino e tutti i suoi seguaci; dell’altra la casa di Gatti, e co·lloro il conte di Minerbino, chiamato il Paladino, e co’ suoi seguaci, i quali feciono molto di male, e guastando la terra di Barletta e tutto il paese d’intorno. Delle quali discordie il re ne fu molto ripreso, e dovea esere a tanto savio signore come era, e di senno naturale e di scienzie; e per propia avarizia delle pene e composizioni di misfatti di suoi sudditi sofferia il guastamento del suo regno, possendolo correggere e salvare con alquanta giustizia. E niente si ricordava delle parole del savio re Salamone: «Diligite iustitiam, qui iudicatis terram». Bene che poi che·lle dette terre furono ben guaste, il re vi mandò le sue forze assediando Minerbino e ’l conte; e’ suoi fratelli vennono a Napoli alla misericordia del re, e tutti i loro beni piubicati alla corona, e venduti e barattati, ed ellino prigioni a Napoli; e furono diserti con male fine e disfatti. Questi conti di Minerbino furo stratti di vile nascimento, che furono figliuoli d’uno figliuolo di meser Gianni Pipino, il quale fu nato d’uno piccolo e vile notaiuolo di Barletta; ma per sua industria fu molto grande al tempo del re Carlo secondo, e guidava tutto il regno, guadagnando d’ogni cosa, e arricchì per modo che lasciò i suoi figliuoli conti; i quali poi per loro superbia e stracotanza, com’è detto, vennero tosto a mal fine. E nota che rade volte i sùbiti avenimenti di grande stato hanno tosto dolorosa fine, e ’l male aquistato non passa le più volte terza reda; e così avenne di costoro. Lasceremo de’ fatti del Regno e di Cicilia, e diremo alquanto de’ fatti di Firenze stati nel detto anno.

LXXXI

Come i Colligiani si diedono al Comune di Firenze,

e di novitadi di Firenze nel detto anno.

Nel detto anno MCCCXXXVIII, il dì di san Giovanni di giugno, cavalcando IIII bandiere da cento a·ccavallo di nostri soldati verso Buggiano per levare preda, messo loro aguato, furo sconfitti, e presi due conestaboli e·lla maggiore parte di loro gente. E nel detto anno, a dì XII di luglio, essendo i Colligiani in grande divisione tra·lloro, e per guastarsi la terra e cacciarne parte, di concordia diedono la signoria della terra e·lloro distretto alla guardia del Comune di Firenze per XV anni, chiamando al continovo podestà e capitano cittadini di Firenze, e·lla guardia della rocca a·lloro spese; e così s’aquetaro le loro discordie sotto il bastone del Comune e popolo di Firenze, rimanendo in pace e buono stato. E nel detto anno, a dì XV di dicembre, s’aprese il fuoco Oltrarno in via Quattro Paoni, e arsonvi II case. E poi a dì VII di febraio di mezzodì s’aprese il fuoco da casa i Cerretani dalla porta del vescovo, e arse il loro palagio con più di X case dall’una via e dall’altra con grande dannaggio, sanza potersi difendere. E nota che apunto in cinquanta anni s’aprese il fuoco e arse il detto palagio de’ Cerretani, come in questa adietro si troverrà, che·ffu grande maladizione a quella schiatta non sanza cagione.

LXXXII

Ancora della guerra da·nnoi a mesere Mastino.

Nel detto anno MCCCXXXVIII, tornata l’oste nostra e de’ Viniziani al castello di Lungara, come adietro facemmo menzione, messere Mastino con suo sforzo venne ad oste sopra il castello di Montecchio per raquistarlo, non sentendolo ben fornito per la sùbita ribellazione, e perché dubitava, tegnendosi Montecchio per la nostra gente, di perdere la città di Vincenza. La nostra gente, ch’era a Lungara, per soccorrere Montecchio e fornirlo si partiro di Lungara, IIm cavalieri e popolo e fornimento assai, a dì XV di giugno, e vegnendo colle schiere fatte per combattere con meser Mastino e colla sua gente, ch’era con MCC cavalieri, non attese la nostra gente e non volle venire alla battaglia, ma si levò da·ccampo con danno e con vergogna da quelli del castello, per la sùbita levata inanzi che·lla nostra gente vi s’apresasse, lasciando tutto il campo fornito; giugnendovi poi la nostra gente, forniro Montecchio riccamente. Come meser Mastino si partì colla sua gente da Montecchio, se ne venne diritto a Lungara a dì XVII di giugno, credendola avere per battaglia, avisandosi ch’ella fosse sguernita per la cavalcata fatta a Montecchio per li nostri. Ma dentro v’erano rimasi alla guardia D cavalieri de’ nostri e de’ Viniziani, i quali difesono la terra con danno d’alquanti di quelli di meser Mastino. E partito da Lungara, e·llui tornato a Verona con poco onore, rimandò parte della cavalleria che gli era rimasa alla guardia e guernigione delle sue terre, e con poca gente a cavallo si ritenne in Verona. E poi CCC cavalieri de’ nostri da Lungara cavalcarono infino a Verona alle porte sanza alcuno contasto, sì era asottigliata la potenzia del Mastino. E in questi tempi, a dì XVIIII d’agosto, s’arrendé a’ Padovani il castello di Monselici, salvo la rocca, la qual poi per difetto di vittuaglia s’arrendé a dì XXV di novembre apresso, salve le persone. E a dì XXVIIII di settembre del detto anno, avendo meser Mastino uno falso trattato d’eserli dato il castello di Montagnana, menato per Spinetta marchese e per due suoi famigliari, ch’erano al soldo nostro a Montagnana, i quali lo scopersono a meser Ubertino da Carrara, ed elli notificandolo alla nostra oste di Lungara che stessono aparecchiati al socorso di Montagnana, messer Mastino seguendo il suo trattato vi fece cavalcare Spinetta marchese con Vc cavalieri e MD pedoni. La nostra gente, ch’avieno ordinato lo ’nganno del trattato, in quantità di D cavalieri si partirono dal nostro campo di Lungara, e andarono di sùbito a Montagnana, e simile CC di quelli di Padova. Vegnendo la detta gente di meser Mastino a Montagnana, per aguato fatto per li nostri gli asalirono e missogli inn-isconfitta; ove rimasono annegati e morti ben CCC tra cavallo e a piè, e presi XXII conestaboli tra·ccavallo e a piè, e de’ migliori Italiani da XII che meser Mastino avesse a suo soldo, di quelli da Coreggia, e di quelli da Fogliano, e altri Lombardi e gentili uomini co·lloro e gente a cavallo e a piè presi assai, onde fu gran rotta allo stato di meser Mastino, nel suo dichinamento. Lasceremo alquanto de’ fatti della guerra da·nnoi al Mastino, che tosto vi torneremo a darvi fine, e torneremo alquanto adietro a dire della ’mpresa della guerra dal re di Francia a quello d’Inghilterra e suoi allegati e Fiamminghi.

LXXXIII

Come i Fiamminghi cacciaro il loro conte, e rubellarsi al re di Francia.

Essendo la contea di Fiandra in grande bollimento per la guerra cominciata dal re di Francia a·rre d’Inghilterra, e il duca di Brabante e gli altri allegati, che parte di Fiaminghi sarebbono stati contenti di rubellarsi al conte di Fiandra e al re di Francia, e parte ne tenieno col conte; per la qual cosa più discordie ebbono col conte loro signore, perché tenea col re di Francia, e cacciarlo di Fiandra alcuna volta alla cortese a modo di confini, e poi rimandavano per lui, come popolo ch’era in bacillare e in non fermo stato. Alla fine si levò in Guanto uno di vile mestiere, che facea e vendea il melichino, cioè cervogia fatta con mele, ch’avea nome Giacopo d’Artivello, e fecesi mastro della Comuna di Guanto. E questo fu l’anno MCCCXXXVII; e per suo bello parlare e franchezza montò in brieve tempo in tanto stato e signoria col favore della Comune di Guanto, che cacciò di Fiandra al tutto il conte e tutti i suoi seguaci, e così di Guanto e di Bruggia e d’Ipro e delle altre ville di Fiandra ch’amavano il conte; imperò che chiunque facea resistenza si partia di Guanto con VIm o più della Comuna, e venia contro a que’ cotali, a combatterli e cacciarli; e così in poco tempo fu al tutto signore di Fiandra. Ben si disse di vero che ’l vescovo di Niccola, ch’era in Brabante per lo re d’Inghilterra, col favore e consiglio di Brabanzoni e con molti danari di quelli del re d’Inghilterra spesi in Fiandra fece fare tutta quella rivoltura; onde poi apresso seguì grande favore al re d’Inghilterra, come inanzi leggendo si troverrà.

LXXXIV

Come ’l re d’Inghilterra passò in Brabante.

Essendo Fiandra quasi rubellata al re di Francia e al conte, come detto avemo, lo re Aduardo il giovane giunse ad Anguersa in Brabante con più di CCC navi e con molta baronia e gente d’arme di suo paese, e con molta lana e danari, e colla moglie e due sue figliuole; e·cciò fu a dì XXII di luglio gli anni MCCCXXXVIII, e in Anguersa fece sua stanza ferma infino all’uscita di settembre, bene che in questa stanza andasse colli allegati a più parlamenti a più ville del paese, intra·lli altri nella contea di Los a’ confini d’Alamagna colli ambasciadori del Bavero. E in quello parlamento si piuvicò con privilegi imperiali il re d’Inghilterra essere vicaro dello ’mperio, salvo in Italia; e poi ne venne a Borsella, e·llà fermò parentado col duca di Brabante; ciò fu la figliuola del duca al figliuolo maggiore del re d’Inghilterra. E allora il duca da capo giurò la lega e d’esere contro al re di Francia, e mandolli rinuziando ogni omaggio tenea da·llui nel reame di Francia, e mandollo sfidando infino a Parigi per uno franco e ardito cavaliere brabanzone, e bene parlante; e fornì bene la bisogna.

LXXXV

Come il re d’Inghilterra e’ suoi allegati vennero ad oste in su il reame di Francia.

E·cciò fatto, si mosse il re d’Inghilterra e il duca di Brabante da Borsella co·lloro oste, e andarne a Valenzina inn-Analdo; e ivi siccome vicario d’imperio fece richiedere il vescovo di Cambrai che dovesse rendere la città di Cambrai, ch’era dello imperio, il quale non vi comparì. Per la qual cosa, a dì XX di settembre, di Valenzina si mosse inanzi meser Gianni d’Analdo zio del conte con IIm cavalieri tra d’Analdo e Alamanni al soldo, e il sire di Falcamonte con D cavalieri, e puosonsi dinanzi alla città di Cambrai alla villa d’Apre. E bene che Cambrai sia terra d’imperio e tenela l’arcivescovo, il re di Francia l’avea guernita di sua gente, che v’era dentro il conestabole di Francia con IIIm armadure. Il re d’Inghilterra venne alla detta oste con sua gente con IImD cavalieri tra Inghilesi e altri suoi amici. Il duca di Brabante con IIIIm cavalieri, tra di Brabante e di Legge e Alamanni a soldo, e popolo di Brabante e d’Analdo per comune, grandissima quantità; e vennevi il conte, overo duca, di Ghelleri, per simile modo con IIm cavalieri, e quello di Giulieri con MD cavalieri. Tutta questa gente e·lla maggiore parte furono a’ gaggi o provisione del re d’Inghilterra. Vennevi il marchese di Brandiborgo figliuolo del Bavero con CC armadure sanza soldo; e più di MD cavalieri tedeschi il seguiro di volontà non richesti; sicché l’oste degli allegati fu più di XIIIIm di cavalieri e più di LXm a piè, armati a corazze e barbute la maggior parte; e di costa a Cambrai stette l’oste da VIIII giorni, e corsono infino a Doai guastando e rubando. E il sire di Falcamonte corse infino a Bapalma e a Ros in Vermandos, però che·rre di Francia era ancora a Compigno. E poi si partì di là la detta oste, e puosonsi al monte Sammartino presso a San Quentino a due leghe; poi a dì XIIII d’ottobre mutarono campo e passarono il fiume dell’Osa, e mutaro su per la riviera tre campi; e poi puosono campo a tre leghe presso alla Cina in Francia. E poi sentendo la venuta del re di Francia, si ritrassono adietro alla Capella, e poi vennero alla Samingheria in Tiracia. E di questi campi corsono infino presso appiè da·lLaona e d’Ares in Francia, faccendo infinito danno di ruberie e d’arsioni, però che ’l detto paese è molto pieno di ricche e buone ville e d’assai. E dal tempo che’ Romani si partirono del paese, anticamente quando il signoreggiarono, non aveano sentito che guerra si fosse.

LXXXVI

Come il re di Francia con sua oste venne contro al re d’Inghilterra.

Il re di Francia sentendo come il re Aduardo avea passato in Brabante, e il grande aparecchio del detto re che gli altri allegati ch’avieno fatto a Cambrai, incontanente si provide. E prima avendo richiesti tutti suoi baroni del reame, e il re di Navarra, suo cugino, e il re Giovanni di Buemia, e ’l conte di Savoia, e ’l Dalfino di Vienna, e ciascuno gli venne in aiuto con gente d’arme assai a·ccavallo e a piè. E sentendo ch’erano entrati nel reame i nimici, si partì di Parigi subitamente, però che non avisava che’ suoi nimici fossono arditi d’entrare in su·reame: e in questo prese fallo. E sanza attendere tutta sua oste, venne di presente a Compigno, e poi di là venne a Perona in Vermandos. E·llà si trovò tra della gente di suo reame e degli altri detti signori e amici con XXVm di buona gente d’arme a cavallo e popolo a piè infinito, e partissi da Perona, e puosesi a campo di costa al fiume dell’Osa, a petto all’oste di quello d’Inghilterra a una lega e mezzo, essendo intra·lle dette osti la riviera d’Osa; e così stettono afrontati più dì.

LXXXVII

Come l’oste del re di Francia e di quello d’Inghilterra s’affrontaro,

e poi si partiro da·ccampo sanza combattere.

Essendo i detti II eserciti così di presso, ch’erano tanta gente, e cavalli, e somieri, e carreggio, che·lla minore oste teneva più d’una e mezza lega, comprendendo tutto il paese, lo re d’Inghilterra e’ suoi allegati richiesono di battaglia il re di Francia, però che·lla stanza non facea più per loro, perch’avieno guasto e rubato tutto il paese, e·lla vittuaglia venia alla loro oste molto dalla lunge e con iscorta, e in que’ giorni valse il pane uno grosso tornese d’argento in quella oste. Lo re di Francia accettò la battaglia, e prese il gaggio; e ’l sabato, a dì XXIII d’ottobre MCCCXXXVIII, era la giornata. E ciascuna oste s’armò e schierò. E·rre d’Inghilterra venne con sua gente schierato nel luogo ordinato, e stette in sul campo infino a vespro. Il re di Francia e sua oste s’armò, ma però non si mosse con sua gente del campo, ma con inganno e maestria di guerra si credette vincere i nimici. E mandando a uno passo di riviera, onde all’oste del re d’Inghilterra venia la vittuaglia, da IIIm cavalieri e sergenti a piè e balestrieri assai per impedire il detto passo. Ma il re d’Inghilterra e’ suoi allegati prima s’erano di ciò proveduti, e guernito il detto passo; ma veggendosi inn-istremo luogo per la vittuaglia, e·cche il re di Francia non venia a battaglia, trombato e ritrombato, e poi si partirono del campo schierati, e andarsene ad Avenes in Tiraccia, e poi a Mabrugam inn-Analdo, e di là n’andarono a Borsella. E là fatto loro parlamento, ordinarono d’essere colle loro forze tornati in Brabante a primo tempo. E diedono congio a tutti gli Alamanni, i quali n’andarono tutti ricchi tra di gaggi del re d’Inghilterra, e·lle ruberie fatte sopra i Franceschi. Lo re di Francia si tornò sano e salvo, ma con poco onore, a Parigi. E per simile modo diè congio alle sue genti, e che fossono tornati a primo tempo. Avemo fatto sì lungo conto delle dette osti sanza battaglia, imperò che·ggià è lungo tempo non si asembrò tanta baronia di presso per combattere, quanto fu quella: che·ssi può dire di vero, che fosse il fiore e·lla forza della cavalleria di Cristiani. E di certo fu grazia e opera di Dio, bene che si puose in viltà del re di Francia e di Franceschi che battaglia non vi fu tra·lloro, né si spargesse tanto sangue cristiano. E·llo re Ruberto suo zio infino da Napoli al continovo per lettere e messaggi confortava il re di Francia che per lo migliore non si mettesse alla battaglia con Bramanzoni, e Tedeschi, e Fiamminghi, gente disperata e crudele, e per alcuno si disse che ’l re di Francia dubitò di tradimento, e però non si mise a battaglia; ma quale si fosse, provide il migliore e il più sicuro per lui. Lasceremo alquanto della guerra de’ detti II re, ch’assai tosto apresso ci converrà raccontare come feciono altressì grande assembramento o maggiore, e torneremo a nostra matera a dire degli avenimenti e fine della nostra guerra col Mastino, e dell’altre novità di Firenze e d’Italia e d’altri paesi in questi tempi.

LXXXVIII

Del male stato ch’ebbono la compagnia de’ Bardi e quella de’ Peruzzi

per la detta guerra, e tutta la nostra città di Firenze.

Nel tempo ch’era la detta guerra da·rre di Francia con quello d’Inghilterra sì erano mercatanti del re d’Inghilterra la compagnia di Bardi e quella di Peruzzi di Firenze, e a·lloro mani venia tutte sue rendite, e·llane e cose; ed ellino forniano tutte le sue spesarie, gaggi, e bisogne; e sopramontarono tanto le spese e bisogne del re, oltre alle rendite e cose ricevute per lui, che i Bardi si trovarono a ricevere da·rre, tornato dell’oste detta, tra di capitale e provisioni e riguardi fatti loro per lo re più di CLXXXm di marchi di sterlini; e’ Peruzzi più di CXXXVm di marchi, e ogni marco valea fiorini IIII e terzo d’oro, che montarono più di MCCCLXVm fiorini d’oro, che valeano un reame. Ben avea in questa somma assai quantità di provisioni fatte a·lloro per lo detto re per li tempi passati; ma come che si fosse, fu la loro gran follia per covidigia di guadagno o per raquistare il loro follemente prestato mettere così di grosso il loro e l’altrui inn-uno signore. E nota che i detti danari non erano la maggiore parte delle dette compagnie, anzi gli aveano inn-accomanda e in diposito di più cittadini e forestieri. E di ciò fu il grande pericolo a·lloro e alla nostra città, poco apresso come si troverrà leggendo. E·cche n’avenne che per cagione di ciò non potendo rispondere a cui dovieno dare in Inghilterra, e in Firenze, e in altre parti dove avieno a·ffare, e del tutto perderono la credenza, e fallirono di pagare, ispezialmente i Peruzzi, con tutto che non si cessassono per le loro grandi posessioni ch’avieno in Firenze e nel contado, e per loro grande potenzia e stato ch’avieno in Comune. Ma per questa difalta e per le spese del Comune in Lombardia molto mancò la potenzia e stato di mercatanti di Firenze; e però di tutto il Comune e·lla mercatantia e ogni arte n’abassò, e vennero in pessimo stato, come inanzi si farà menzione; però che fallite le dette due colonne, che per la loro potenzia, quando erano in buono stato, condivano colli loro traffichi gran parte del traffico della mercatantia di Cristiani, ed erano quasi uno alimento, onde ogn’altro mercatante ne fu sospetto e male creduto. E per le dette cagioni e per altre, come si dirà tosto, la nostra città di Firenze ricevette gran crollo e male stato universale non guari tempo apresso. E per agiunta del male stato delle dette compagnie il re di Francia faccendo pigliare in Parigi e per tutto il reame i loro compagni e cose e mercatantie, e di più Fiorentini per la detta cagione, e per li molti danari che ’l Comune avea presi per forza in presto da’ cittadini e spesi nella ’mpresa di Lombardia e di Lucca, onde poi de’ rimbalzi e del mancamento della credenza più altre minori compagnie di Firenze poco tempo apresso ne fallirono, come inanzi si farà menzione. Lasceremo di questa matera, e torneremo a seguire il trattato della guerra con messere Mastino.

LXXXIX

Come la nostra gente e de’ Viniziani entrarono ne’ borghi di Vincenza.

Tornando a nostra matera della guerra da·nnoi a mesere Mastino, le cui forze erano molto afiebolite, avenne che a dì XVI d’ottobre MCCCXXXVIII, sentendo meser Mastino che·lla città di Vincenza era molto stretta e stava male, sì mandava per loro soccorso e conforto CL cavalieri, i quali passando, dalla gente nostra ch’era in Montecchio furono assaliti e sconfitti, e presi cinque conestaboli e·lla maggiore parte di quelle masnade. E di presente, come era stato trattato, la nostra oste e cavalleria entraro ne’ tre borghi di Vincenza a dì XVIII d’ottobre del detto anno, e quasi tutta la terra aveno, se non la parte ch’era col castello; e quello poco tempo sarebbe potuto tenere, avendo perduto ogni speranza di soccorso.

XC

Come i Viniziani tradirono i Fiorentini e feciono pace con messer Mastino,

e convennela fare al nostro Comune.

Messer Mastino, veggendosi ch’era per perdere la città di Vincenza, e·sse quella fosse perduta, era assediato in Verona, fece segretamente trattare sua pace co’ Viniziani sanza saputa de’ Fiorentini, e spese per suoi ambasciadori grossamente in Vinegia a certi maggiorenti, ch’avieno stato e podere nel Comune, e rimissesi liberamente i·lloro, pregandoli che non volessono al tutto disfare; che·cciò faccendo, guastavano e abattevano parte d’imperio e ghibellina inn-Italia, i Viniziani sono per antico naturalmente stati. E per prendere loro vantaggio, col conforto di quelli cittadini che·nne guadagnavano, e ancora per priego de’ Pisani e di quelli Ghibellini che teneano Lucca, per loro ambasciadori segreti e lettere con grande stanzia pregando i Viniziani per Dio e per amore di parte non assentissero che’ Fiorentini avessero la città di Lucca, essi acordassono con meser Mastino. Per la qual cosa i Viniziani ingannarono e tradirono i Fiorentini e gli altri allegati, che avieno promesso e giurato di non far mai niuno acordo sanza la volontà di tutti gli allegati, e·cche i Fiorentini avessono libera la città di Lucca e ’l suo distretto; ma·cciò non oservarono, ma fecionsi l’accordo a·lloro volontà, e vollono ed ebbono la città di Trevigi a dì II di dicembre del detto anno, e Castello Franco e Basciano, e·cciò ch’era aquistato per la nostra gente e per la loro. E·cciò fatto mandarono loro ambasciadori a Firenze a dì XVIIII di dicembre, e diedono il partito a’ Fiorentini in pieno consiglio, che·sse noi volessimo la pace ch’ellino avieno fatta con messere Mastino, che ci farebbono confermare per la detta pace a meser Mastino e al Comune di Lucca le terre e castella che·nnoi avavamo di quelle di Lucca; ciò erano Fucecchio, Castello Franco, Santa Croce, Santa Maria a Monte, Montetopoli in Valdarno, e Montecatini, e Montesommano, e Montevettolino, e·lla Massa e il Cozzile e Uzzano in Valle di Nievole, e Avillano, e Sovrano, e Castello Vecchio in Valle di Lima, arogendo loro per la detta pace faccendo il castello di Pescia e quello di Buggiano e loro tenitori, e Altopascio. E se·cciò non volessono prendere, e’ s’aveano fatta la loro pace, e quella oserverebbono, o prendessino i Fiorentini il partito o non con messer Mastino. A’ Fiorentini del detto partito parve troppo male, però che’ Fiorentini si stimavano d’avere affare co’ Viniziani come co·lloro medesimi, e·cche per loro fosse osservata leale compagnia, però che fermamente si credieno i Fiorentini avere Lucca secondo i patti giurati per li Viniziani, e gli altri Lombardi della lega dovieno avere Parma. Per lo detto partito più consigli segreti si tennono in Firenze, o di prendere o di lasciare la detta pace; e fuvi il pro e ’l contro: che molti cittadini per lo sdegno del tradimento de’ Viniziani allegando ch’era pericolo della città fare pace col nimico tiranno, rimanendo vicino colla forza e riparo di Lucca, per dotta de’ suoi tradimenti non s’accordavano alla detta pace; e ch’era meglio a rimanere co·llui inn-iscoperta guerra, e più sicuro partito. Altri consigliarono che, considerando i molti danari ispesi per lo Comune nella detta guerra, onde il Comune era indebitato a’ suoi cittadini e altri di bene di CCCCLm di fiorini d’oro e più sopra le gabelle ed entrate del Comune, che·bbene per più di sei anni a venire erano asegnate, si prese per lo meno reo che·ssi mandassono solenni ambasciadori a Vinegia a pregare quello Comune che·cci oservassono i patti della lega giurati, o migliorassono i patti offerti a·lloro podere; o se meglio non potessono (e questo fu segreto commesso loro), che non si partissono da mercato per lo migliore del Comune nostro, acciò che per lo detto accordo il Comune prendesse lena e uscisse di debito, e avanzassonsi le dette castella, che sono nel cuore di Lucca, da potersi difendere e guerreggiare il tiranno se bisognasse. E questo partito si vinse a dì XI di gennaio. E andarono a Vinegia mesere Francesco di meser Pazzino de’ Pazzi, e mesere Alesso de’ Rinucci giudice, e Iacopo degli Alberti, e sindaco con pieno mandato. E in Vinegia istettono alquanti dì per prendere vantaggio co’ Viniziani. Ma i perfidi, stratti del sangue d’Antenore traditore della sua patria di Troia, seguendo il loro pertinace proponimento non si vollono smuovere, se non ch’arrosono Asciano e ’l Colle, ch’era sopra Buggiano, i quali, avendo noi Buggiano, no poteno tenere. E così si fermò la sforzata e non volontaria pace in Vinegia tra ’l Comune di Vinegia e di Firenze con meser Mastino a dì XXIIII di gennaio MCCCXXXVIII. E uscì di prigione meser Alberto della Scala e gli altri ch’erano presi co·llui in Vinegia. E fu la pena di Cm fiorini d’oro per osservare la detta pace sanza altra malleveria, possendo i Guelfi ribelli di Lucca tornare in Lucca e riavere i beni loro, salvo XXX caporali stare a’ confini. Per la qual pace pochi Guelfi s’asicurarono di tornare a Lucca. E poi tornati i nostri ambasciadori in Firenze, a dì VII di febraio del detto anno furono date le dette castella a’ Fiorentini. E poi a dì XI di febraio si bandì la pace, ma però che nullo andasse a Lucca sanza licenzia. Notate, e sievi a perpetua memoria a voi Fiorentini che questo leggerete, il villano tradimento fatto al nostro Comune per li Viniziani, essendo per noi tanto adoperato e con tanto ispendio, il quale troviamo che·ffu in XXXI e mezzo mesi più di DCm di fiorini d’oro, sempre adoperandosi per lo nostro Comune con fede e fervore per farli grandi, e abattere la superbia del loro vicino nimico tiranno; e oltre a·cciò per agiunta al loro fallire, avendo ellino ad avere di resto dal nostro Comune alla fine della guerra intorno di XXVm di fiorini d’oro, e meno, faccendo ragione, per risidui delle paghe di cavalieri nostri e d’arnesi mandati nell’oste prestati per loro, perché talora indugiava alquanto d’andare la moneta a Vinegia per le nostre paghe, e’ Viniziani n’adomandavano fiorini XXXVIm d’oro, avendo avanzato il quarto danaio di tutta la spesa fatta per loro nella detta guerra sopra i nostri e loro cavalieri e pedoni per gabelle gravi e imposte fatte per loro sopra·cciò ch’andava nell’oste; e non volieno isbattere la parte nostra del conquisto di Mestri e del ponte di Praga, ch’era e sono di grande entrata di passaggi; e volendo il nostro Comune contare co·lloro e pagarli di ciò, che restassono ad avere, e però vi mandarono ambasciadori e ragionieri, mai non ne vollono mostrare ragione, né commetterla inn-amici comuni fuori di Vinegia, se non «ego voleo, ego giubeo», cioè così vuole meser lo doge e il Comune di Vinegia. E sopra·cciò feciono rapresaglia sopra i Fiorentini con forti e aspre leggi, onde tutti i Fiorentini se ne partirono all’uscita di gennaio MCCCXXXVIIII. E simili leggi e più forti furono fatte per Fiorentini sopra i Viniziani, o sopra quale Fiorentino vi stesse o avesse a·ffare. Cotale fu la partita della disleale compagnia del Comune di Vinegia contro al nostro Comune di Firenze.

XCI

Del podere ed entrata ch’avea il Comune di Firenze in questi tempi.

Acciò che’ nostri discendenti possano comprendere lo stato ch’avea il nostro Comune di Firenze in questi tempi, e come si fornì lo spendio della detta guerra del Mastino, la quale volea il mese il meno XXVm di fiorini d’oro ch’andavano a Vinegia, sanza le spese oportune che bisognavano di qua al nostro Comune, che·lle più volte sanza quelli di Lombardia avea a soldo M cavalieri, sanza la guardia delle terre e castella si teneno, in brieve il narreremo apresso del podere del nostro Comune, l’entrata e così l’uscita, e messioni del Comune, dall’anno MCCCXXXVI al MCCCXXXVIII, che durò la guerra da·nnoi e meser Mastino. Il Comune di Firenze in questi tempi signoreggiava la città d’Arezzo e ’l suo contado, e Pistoia e ’l suo contado, Colle di Valdelsa e·lla sua corte, e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un castello, e tenea XVIIII castella murate del distretto e contado di Lucca, e del nostro contado e distretto XLVI castella forti e murate, sanza quelle de’ propii cittadini, e più terre e villate sanza mura, ch’erano grandissima quantità.

XCII

Entrata del Comune di Firenze.

Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha picciola entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi in que’ tempi per entrata di gabelle; e quando bisognava, come dicemmo adietro al cominciamento della guerra del Mastino, si civiva per prestanze e imposte a’ mercatanti e ricchezze e altri singulari, assegnandole con guidardoni sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte erano le gabelle levate per noi diligentemente de’ ligistri del Comune, che, come potrete vedere, montarono in questi tempi da CCCm di fiorini d’oro l’anno, talora più, talora meno, secondo i tempi; che sarebbe gran cosa a uno reame, e non n’ha più il re Ruberto d’entrata, né tanti d’assai quello di Cicilia né quello di Raona. Vendesi l’anno la gabella delle porti di mercatantie e vettuaglia e cose ch’entravano e uscieno della città fiorini LXXXXmCC; la gabella del vino si vendea a minuto, pagando il terzo, fiorini LVIIIImCCC. L’estimo de’ contadini, pagando l’anno, soldi X per libra di loro estimo si vende fiorini XXXmC d’oro; la gabella del sale, vendendo a’ cittadini, soldi XL di piccioli lo staio, e a’ contadini soldi XX, vendesi fiorini XIIIImCCCCL d’oro. Queste IIII gabelle erano diputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni de’ ribelli sbanditi e condannati valeano l’anno VIIm d’oro. La gabella sopra i prestatori a usura fiorini IIIm d’oro. I nobili del contado pagavano l’anno fiorini IIm d’oro. La gabella de’ contratti l’anno fiorini XIm d’oro. La gabella del macello delle bestie della città fiorini XVm d’oro; quella del macello del contado fiorini IIIImCCCC d’oro. La gabella delle pigioni l’anno fiorini IIIImCL d’oro. La gabella della farina e macinatura fiorini IIIImCCL d’oro. La gabella di cittadini che vanno di fuori in signoria valea l’anno fiorini IIImD d’oro. La gabella dell’acuse e scuse fiorini MCCCC d’oro. Il guadagno della moneta dell’oro valea l’anno, pagate le fatture, fiorini IImCCC d’oro. L’entrata del guadagno della moneta di quattrini e di piccioli, pagato l’ovraggio, fiorini MD d’oro. I beni propi del Comune e passaggi fiorini MDC d’oro. I mercati di città delle bestie vive fiorini IImCL d’oro. La gabella di segnare pesi e misure e paci e beni in pagamento l’anno fiorini DC d’oro. La spazzatura d’Orto Sa·Michele e prestare bigonce fiorini DCCL d’oro. La gabella delle pigioni di contado fiorini DL d’oro. La gabella de’ mercati di contado fiorini IIm d’oro. Le condannagioni che·ssi riscuotono si ragiona l’anno, e·lli più anni monta troppo più, fiorini XXm d’oro. L’entrata de’ difetti de’ soldati a cavallo e a·ppiè, non contando quelli ch’erano in Lombardia, fiorini VIIm d’oro. La gabella delli sporti delle case l’anno fiorini VmDL d’oro. La gabella delle trecche e trecconi fiorini CCCCL d’oro. La gabella del sodamento fiorini MCCC d’oro, cioè di portare arme di difensione, a soldi XX di piccioli per uno. L’entrata delle prigioni fiorini M d’oro. La gabella de’ messi fiorini C d’oro. La gabella de’ foderi del legname vien per Arno fiorini L d’oro. La gabella degli aprovatori de’ sodamenti si fanno al Comune fiorini... d’oro. La gabella de’ richiami a’ consoli a dell’arti, la parte del Comune, fiorini... d’oro. La gabella sopra le posessioni del contado fiorini... d’oro. La gabella delle zuffe a man vote fiorini... d’oro. La gabella da Firenzuola fiorini... d’oro. La gabella di coloro che non hanno casa in Firenze, e vale il loro da fiorini M in su, fiorini... d’oro. La gabella delle mulina, entrata e pescaie, fiorini... d’oro. Somma da fiorini CCCm, e più. O signori Fiorentini, come è mala provedenza acrescere l’entrata del Comune della sustanza e povertà de’ cittadini colle sforzate gabelle per fornire le folli imprese! Or non sapete voi che come è grande il mare è grande la tempesta, e come cresce l’entrata è aparecchiata la mala spesa? Temperate, carissimi, i disordinati disideri, e piacerete a·dDio, e non graverete il popolo innocente.

XCIII

Ispese del Comune di Firenze in que’ tempi.

Le spese ferme e di nicessità del Comune di Firenze per anno, e valea libre III soldi II il fiorino dell’oro. Il salaro del podestà e di sua famiglia l’anno libre XVmCCXL piccioli. Il salaro del capitano del popolo e sua famiglia l’anno libre VmDCCCLXXX piccioli. Il salaro dell’eseguitore degli ordini della giustizia contro a grandi per sé e sua famiglia libre IIIImDCCC piccioli. Il salaro del conservadore del popolo e sopra gli sbanditi, con L cavalieri e C fanti, fiorini VIIImCCCC d’oro: questo uficio nonn-è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice dell’appellagione sopra le ragioni del Comune libre MC di piccioli. L’uficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti libre M di piccioli. L’uficiale sopra la piazza d’Orto Sa·Michele della biada libre MCCC di piccioli. Li uficiali sopra la condotta de’ soldati e notai e messi libre M di piccioli. Li uficiali e notai e messi sopra i difetti de’ soldati libre CCL di piccioli. I camarlinghi della camera del Comune, e·lloro uficiali e massari, e·lloro notai e frati, che guardano gli atti del Comune, libre MCCCC di piccioli. Li uficiali sopra le rendite propie del Comune libre CC di piccioli. I soprastanti e guardie delle prigioni libre DCCC di piccioli. Le spese del mangiare e bere de’ signori priori e di loro famiglia costa l’anno libre IIImDC di piccioli. I salari de’ donzelli e servidori del Comune e campanai delle due torri, cioè quella de’ priori e della podestà, libre DL di piccioli. Il capitano con LX berrovieri che stanno al servigio e guardia de’ priori libre VmCC di piccioli. Il notaio forestiere sopra le riformagioni e suo compagno libre CCCCL di piccioli. Il cancelliere e dittatore delle lettere e suo compagno libre CCCCL piccioli. Per lo pasto de’ lioni, e torchi, e candele, e panelli per li priori libre IImCCCC di piccioli. Il notaio che ligistra nel palagio de’ priori i fatti del Comune libre C di piccioli. I messi che servono tutte le signorie, per loro salaro libre MD di piccioli. Trombadori e banditori del Comune, che sono i banditori VI e trombadori, naccheraio e sveglia, cenamelle e trombetta, X, tutti con trombe e trombette d’argento, per loro salaro l’anno libre M di piccioli. Per limosine a’ religiosi e spedali l’anno libre IIm piccioli. Secento guardie che guardano di notte alle poste per la città libre XmDCCC di piccioli. Il palio di sciamito che·ssi corre l’anno per san Giovanni, e quelli di panno per santo Bernaba e santa Reparata costano l’anno fiorini C d’oro. Per ispie e messi che vanno fuori per lo Comune libre MCC di piccioli. Per ambasciadori che vanno per lo Comune stimati l’anno più di fiorini Vm d’oro. Per castellani e guardie di rocche si tengono per lo Comune fiorini IIIIm d’oro. Per fornire la camera dell’armi e balestra e saettamento e pavesi fiorini MD d’oro. Somma l’opportune ispese sanza i soldati a·ccavallo e a piè da fiorini XLm d’oro o più l’anno. A’ soldati a·ccavallo e a piè non era né regola né numero fermo, ch’erano quando più e quando meno secondo i bisogni che occorrono al Comune. Ma al continovo si può ragionare, sanza quelli della guerra di Lombardia, e non faccendo oste, da DCC a M, e simile pedoni continui. E non facciamo conto delle spese delle mura e de’ ponti, e di Santa Reparata, e di più altri lavori di Comune, che non si può mettere numero ordinato.

XCIV

Ancora della grandezza e stato della città di Firenze.

Dapoi ch’avemo detto dell’entrata e spesa del Comune nostro di Firenze in questi tempi, ne pare si convenga di fare menzione dello stato e condizione di quella, dell’altre grandi cose della città; perché i nostri successori che verranno per li tempi s’avegghino del montare o bassare di stato o potenzia che facesse la nostra città, acciò che per li savi e valenti cittadini, che per li tempi saranno al governo di quella, per lo nostro ricordo e asempro di questa cronica procurino d’avanzarla inn-istato e podere. Trovamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa a XXVm d’uomini da portare arme da XV in LXX anni, cittadini, intra’ quali avea MD nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune. Avea allora in Firenze da LXV cavalieri di corredo. Ben troviamo che anzi che fosse fatto il secondo popolo, che regge al presente, erano i cavalieri più di CCL, che poi che ’l popolo fu, i grandi non ebbono lo stato e signoria sì grande come prima, e però pochi si facieno cavalieri. Istimavasi avere in Firenze da LXXXX di bocche tra uomini e femmine e fanciulli, per l’aviso del pane bisognavano al continuo alla città, come si potrà comprendere apresso; ragionandosi avere comunemente nella città da MD uomini forestieri, e viandanti e soldati, non contando nella somma di cittadini riligiosi e frati e religiose e rinchiuse, onde faremo menzione apresso. Ragionasi in questi tempi avere nel contado e distretto di Firenze da LXXXm uomini. Trovamo dal piovano che battezzava i fanciulli (imperò che per ogni maschio che battezzava in San Giovanni, per avere il novero, mettea una fava nera, e per ogni femmina una bianca) trovò ch’erano l’anno in questi tempi dalle VmD in VIm, avanzando le più volte il sesso mascolino da CCC in D per anno. Trovamo che’ fanciulli e fanciulle che stavano a leggere del continuo da VIIIm in Xm. I garzoni che stavano ad aprendere l’abbaco e algorisimo in VI scuole da M in MCC. E quelli che stavano ad aprendere gramatica e loica in IIII grandi scuole da DL in DC. Le chiese ch’erano allora in Firenze e ne’ soborghi, contando le badie e·lle chiese de’ frati e religiosi, trovamo CX, delle quali erano LVII paroccie con popolo, V badie con due priori con da LXXX monaci, XXIIII monisteri di monache con da D donne, X regole di frati con più di DCC frati, XXX spedali con più di mille letta per albergare poveri e infermi, e da CCL in CCC cappellani preti. Le botteghe dell’arte della lana erano CC e più, e faceano da LXXm in LXXXm di panni, di valuta di più di MCC migliaia di fiorini d’oro; che bene il terzo e più rimaneva nella terra per overaggio, sanza il guadagno de’ lanaiuoli; del detto ovraggio viveano più di XXXm persone. Ben trovamo che da XXX anni adietro erano CCC botteghe o circa, e faceano per anno più di Cm panni; ma erano più grossi della metà valuta, però ch’allora non ci venia né sapeano lavorare lana d’Inghilterra, com’hanno fatto poi. I fondachi dell’arte di Calimala di panni franceschi e oltramontani erano da XX, che faceano venire per anno più di Xm panni di valuta di più di CCCm di fiorini d’oro, che tutti si vendeano in Firenze sanza quelli che mandavano fuori. Banchi di cambiatori LXXX banchi. La moneta dell’oro battea per anno CCCLm di fiorini d’oro, talora CCCCm; e di danari da quattro più di XXm libre. Le botteghe di calzolai e zoccolai e pianellai erano da CCC. Il collegio di giudici da LXXX in C; e notari da DC; medici di fisica e di cirogia da LX; e botteghe di speziali allora da C. Mercatanti e merciai, grande numero, da non potere bene stimare per quelli ch’andavano fuori di Firenze a negoziare; e molti altri artefici di più mestieri, maestri di pietra e di legname. Fornora avea allora in Firenze CXLVI, e trovamo per la gabella della macinatura e per fornari ch’ogni dì bisognava alla città dentro CXL moggia di grano, onde si può stimare quello bisognava l’anno; non contando che·lla maggiore parte degli agiati e ricchi e nobili cittadini co·lloro famiglie più di IIII mesi, e tali più dell’anno, in villa in contado. Troviamo che intorno gli anni MCCLXXX ch’era la città in filice e buono stato, ne volea la settimana da DCCC moggia. Di vino trovamo per la gabella delle porte n’entrava l’anno da LVm di cogna, e inn abondanza talora più Xm cogna. Bisognava l’anno IIIIm tra buoi e vitelle; castroni, pecore LXm; capre e becchi XXm; porci XXXm. Entravano del mese di luglio per la porta a San Friano CCCC some di poponi per dì, che tutti si stribuivano nella cittade. In questi tempi avea in Firenze le ’nfrascritte signorie forestieri, che ciascuno tenea ragione, e aveano colla da tormentare, la podestà, il capitano del popolo, l’assecutore degli ordini della giustizia, il capitano della guardia, overo conservadore del popolo; tutte queste signorie avieno albitro di pulire reale e personale: il giudice della ragione e apellagione, il giudice sopra le gabelle, l’uficiale sopra la piazza e vittuaria, l’uficiale sopra gli ornamenti delle donne, quello della mercatantia, quello sopra l’arte della lana, gli uficiali ecresiastici, la corte del vescovo di Firenze e di quello di Fiesole, e dello inquisitore della eretica pravità. Altre degnità e magnificenza della nostra città di Firenze non sono da lasciare di mettere in memoria per dare aviso a quelli verranno dopo noi. Ell’era dentro bene albergata di molti belli palagi e case, e al continovo in questi tempi s’edificava, migliorando i lavori di farli agiati e ricchi, recando di fuori asempro d’ogni miglioramento e bellezza. Chiese cattedrali e di frati d’ogni regola, e monisteri magnifichi e ricchi; oltre a·cciò non era cittadino che non avesse posessione in contado, popolano o grande, che non avesse edificato od edificasse riccamente troppo maggiori edifici che in città; e ciascuno cittadino ci peccava in disordinate spese, onde erano tenuti matti. Ma·ssi magnifica cosa era a vedere, ch’uno forestiere non usato venendo di fuori, i più credeano per li ricchi difici d’intorno a tre miglia che tutto fosse della città al modo di Roma, sanza i ricchi palagi, torri e cortili, giardini murati più di lungi alla città, che inn-altre contrade sarebbono chiamati castella. In somma si stimava che intorno alla città VI miglia avea più d’abituri ricchi e nobili che recandoli insieme due Firenze non avrebbono tante: e basti assai avere detto de’ fatti di Firenze.

XCV

Di che progenia furono quelli della Scala di Verona.

Ancora ne pare che·ssi convenga, dapoi ch’assai avemo detto de’ fatti di Firenze, fare menzione del cominciamento di quelli della Scala di Verona, che tanto hanno fatta risonare Lombardia e Toscana di loro guerre e tirannie, come adietro è fatta menzione. Che pare che Idio permetta sovente di fare nascere di picciola progenia tiranni possenti per abattere l’orgoglio e superbia de’ popoli e di nobili per li loro peccati. Troviamo che al tempo del grande tiranno Azzolino di Romano, onde adietro facemmo menzione, il quale disertò quasi tutti i noboli della Marca Trevigiana, di Padova e di Verona, intorno fa da LXXXX anni, in Verona avea un vile uomo, chiamato Giacomo Fico; chi dice che questo Giacomo faceva le scale e vendeale, e da questo prencipio presono l’arme e ’l nome, e chi dice che fu mercatante di Montagnana; questi ebbe due figliuoli Mastino e Alberto. Quello Mastino era grande e forte della persona e azuffatore e giucatore, ma pro’, valoroso e savio nel suo mestiere. E alla prima fu capitano di ribaldi, seguendo Azzolino a piè nelle sue cavalcate. Poi per suo franco adoperare piacendo al tiranno, il fece capitano delle sue masnade a piè; poi gli venne in tanta grazia, che ’l fece quasi proveditore e dispensatore di tutte le sue masnade da·ccavallo e da·ppiè. E quando Azzolino fu morto, trovandosi in quello uficio col séguito di soldati si fece fare capitano di Verona, e poi si fece fare cavaliere sé e Alberto suo fratello, il quale fu savio, e valoroso, e da bene; e così per la fortuna montati inn-istato, che ’l Mastino era signore di Verona, e mesere Alberto podestà di Mantova, e il figliuolo del signore di Mantova mesere Botticella per mesere Mastino era podestà di Verona. Avenne che certi gentili uomini rimasi in Verona avendo inn-orrore e invidia della signoria e tirannia del Mastino, essendo di vile nascimento, e per forza e tirannia fatto loro signore, feciono congiura d’ucciderlo, e furono XXV; e ciascuno promise e giurò di fedirlo. E così aseguiro, che vegnendo un giorno al palagio del Comune sanz’arme a modo di signore, che non si prendea guardia, e giugnendo in sulla piazza, tutti i detti congiurati, colle coltella in mano ciascuno, il fedì e·ll’uccisono sanza contrario niuno, e nullo fu ardito di levarlo di terra. La podestà, meser Botticella, di presente il fece asapere a meser Alberto a Mantova, il quale tutta la notte apresso che l’ebbe saputo cavalcò segretamente, venne in Verona, ed entrò nel palagio, lasciando che tutta la cavalleria di Mantova il seguisse apresso; e così feciono. La podestà la mattina vegnente fece richiedere tutti i buoni uomini di Verona a consiglio, e quelli medesimi ch’avieno morto meser Mastino, propognendo che volea che·lla terra si rifermasse a reggimento comune e di popolo. E ragunato il consiglio, mesere Alberto uscì della camera disarmato e venne nel consiglio, e salì nella ringhiera, donde tutti quelli del consiglio s’amiraro. E meser Alberto con allegro viso cominciò disimulatamente a biasimare le tirannie e male opere del suo fratello, e lodava ciò che di lui era fatto, onde il consiglio erano tutti contenti; ma come seppe ch’erano venute le masnade da Mantova, com’era ordinato il tradimento per lui e per lo podestà, fece serrare il palagio e uscire fuori i fanti armati, e uccisono tutti coloro che aveano ucciso meser Mastino, e gittarli morti per le finestre del palazzo, e poi meser Alberto corse la terra e fecesene signore; e perseguì tutte le schiatte di coloro ch’avieno morto messere Mastino, e cacciolli di Verona. Questa fu la morte e vendetta del primo Mastino. Il detto meser Alberto ebbe più figliuoli, i quali fece tutti cavalieri essendo quasi garzoni. Rimasene dopo la sua morte tre in vita; messer Bartolomeo, questi regnò signore di Verona apresso al padre, non ebbe figliuolo. Il secondo fu meser Checchino, ch’anche regnò apresso. Il terzo fu messere Cane, che·ffu valente tiranno e signore da bene, di cui adietro facemmo menzione, e fu amico del nostro Comune; di costui non rimase figliuolo niuno madornale. Dopo lui regnarono i nipoti figliuoli di meser Checchino, ciò furono meser Alberto e messer Mastino, di cui lungamente avemo fatta menzione. E assai sia detto di quelli della Scala, tornando a nostra materia.

XCVI

Come i Romani feciono pace intra·lloro e popolo, e mandarono a Firenze per avere leggi.

Nel detto anno, in calen di novembre, i Romani per certe revelazioni di sante persone, e fu quasi spirazione divina, si convertirono a pace generale i noboli insieme e’ popolani, dimettendo per l’amore d’Iddio l’offensioni l’uno all’altro, che·ffu una mirabile cosa. E poi l’agosto vegnente feciono popolo, e mandarono loro ambasciadori a Fiorenza a pregare il nostro Comune, che mandassono loro gli ordini della giustizia, che·ssono sopra i grandi e possenti in difensione de’ popolani e meno possenti, e altri buoni ordini che·nnoi avemo. Il Comune di Firenze mandaro a Roma loro ambasciadori co’ detti ordini, i quali da’ Romani furono onoratamente ricevuti e graditi. E nota come si mutano le condizioni e·lli stati del secolo, che’ Romani che anticamente feciono la città di Fiorenza e diedolle le loro leggi, in questi nostri tempi mandaro per le leggi a’ Fiorentini.

XCVII

Di più battaglie e sconfitte che furono in uno giorno in sul contado di Milano.

Nel detto anno, essendo rimasi ne’ borghi di Vincenzia gran parte delle masnade da cavallo state in Lombardia al nostro servigio e di Viniziani, com’è detto adietro, dapoi che·ffu fatta la pace col Mastino e pagati cortesemente per li nostri Comuni, sì feciono una compagna, e furono bene IImD cavalieri; e non si vollono partire da Vincenza, se non avessono moneta da meser Mastino. Messer Loderigo Visconti, consorto di meser Azzo Visconti signore di Milano e suo ribello, andò a Vincenza con sua moneta, e col favore e moneta di meser Mastino, il quale per levarsi delle sue terre la detta gente stati suoi aversari, e per mandarli adosso a meser Azzo suo nimico, fece conducere al detto meser Loderigo la detta compagna. E all’entrante del mese di febraio gli condusse in su il milanese passando il fiume dell’Adda; e sopra quello di Melano stettono XII dì faccendo gran danno di ruberie, ma non d’arsione. Alla fine s’accamparo alla villa di Lignano presso di Milano a XII miglia. Sappiendosi la novella in Milano, ebbono grande turbazione, e uscirono di Milano, popolo e cavalieri, a dì XV di febraio, con ordine di loro strolago, promettendo loro di vincere i nimici, ma male provide la dolorosa vittoria che a·lloro ne seguì, della quale oste fu capitano meser Luchino Visconti zio di messer Azzo, però che ’l detto meser Azzo era gravato di gotte, e furo da IIIm cavalieri e Xm pedoni. Ed essendo una parte della gente di Milano da M cavalieri e IIIm pedoni nella villa d’Aro, e di quella poi andaro alla villa di Parobico, la detta schiera, ond’era capitano Giovannuolo Visconti e messere Giovanni dal Fiesco, e più di XX gentili uomini di Brescia; il maliscalco dell’oste tedesco, messere Luchino coll’altra gente s’acamparo nella villa da Nervia. Sentendo ciò meser Loderigo, sabato notte, a dì XVIIII di febraio, in sull’ora del mattutino colla sua gente cavalcò alla detta villa di Parobico, e di notte assalì i nimici, i quali accampati di fresco, e non proveduti per l’asalto della notte, ella detta villa schiusa, furono sconfitti in poca d’ora, e mortine grande quantità, ispezialmente di pedoni per la notte, e morivvi meser Giovanni dal Fiesco di Genova capitano di quella gente, e più altri Lombardi e Tedeschi. La domenica mattina, a dì XX del mese, avendo messere Loderigo avuta la vittoria detta mandò di sua gente da DCC cavalieri verso Milano a uno passo di fiume per torlo a’ Milanesi, i quali feciono grande danno al popolo che fuggieno a Milano per la detta sconfitta; e lasciò a Parobico CCCC cavalieri co’ prigioni e colla preda, e poi col rimanente di sua oste, ch’erano MD cavalieri, si tenne schierato a·ccampo di fuori della villa uno miglio. Messere Luchino sentendo la notte l’assalto fatto alla sua gente a Parobico, uscì di Nerviano e fece due schiere, elli con MCCCC cavalieri tedeschi, ed Ettorre da Panago con DCC italiani, tra’ quali avea CC cavalieri del Comune di Bologna al servigio di que’ di Milano, e venia per soccorrere la sua gente, e trovolli sconfitti. Ettorre entrò in Parobico, ove avea i detti CCCC cavalieri di quelli di meser Loderigo che guardavano la preda, e quelli assalirono, e dopo lunga battaglia Ettorre gli sconfisse. Messer Luchino s’affrontò con meser Loderigo la domenica in sull’ora di terza, e·ffu tra·lloro aspra battaglia che durò infino a nona passata. Alla fine fu scavalcato e fedito messer Luchino e preso, e rotta la sua gente e messi in caccia. In quest’ora sopravennero alla battaglia detta Ettorre da Panago co’ suoi Italiani, ch’avieno sconfitto i CCCC cavalieri che meser Loderigo avea lasciati in Parobico, e percossono sopra la gente di meser Loderigo, i quali credendosi avere vinto il campo erano sciarrati cacciando li sconfitti; per la qual cosa furono di presente rotti e sconfitti, e riscosso mesere Luchino e gli altri prima presi; e·ffu preso meser Loderigo e maggior parte di sua gente, e menati a Milano. E così fu rotta e morti e presi quasi tutta la detta infortunata compagna; che tornando meser Luchino verso Milano, per la via al sopradetto passo fu sconfitto Malerba tedesco capitano de’ detti DCC cavalieri che meser Loderigo avea mandati al passo verso Milano. Ma·lle dette vittorie del signore di Milano furono con grande dannaggio di sua gente, che·vvi morirono più di D uomini di cavallo, e più di IIIm a piede del popolo di Milano. Avenne fatto sì lungo conto per le svariate battaglie e rotte che furono tra·lle dette genti; che in una giornata furono fatte V sconfitte tra dall’una parte e dall’altra, che non fu mai inn-Italia; e di questo sapemo il vero da più genti di fede che vi furono presenti. Lasceremo di questa matera e torneremo a nostro conto.

XCVIII

Come messere Mastino venne a Lucca.

L’anno MCCCXXXVIIII, fatta la pace da·nnoi a meser Mastino, come adietro facemmo menzione, messer Mastino venne a Parma, e riformò la terra, e fecesene signori i suoi cugini figliuoli di meser... da Coreggia, volendo elli tuttora eserne sovrano; ma poco apresso la tolsono al tutto a·llui, come inanzi faremo assai tosto menzione. Poi a dì XI d’aprile venne a Lucca, e fece a’ Lucchesi una imposta di XXm fiorini d’oro, che·nn’avea gran bisogno. E poco stette in Lucca, che come l’ebbe riformata, vi lasciò per suo vicaro Guiglielmo Canaccio delli Scannabecchi di Bologna, antichi Ghibellini usciti di quella; e tornossi a Verona. Nella sua stanza a Lucca in Firenze n’ebbe gran sospetto per li suoi trattati e tradimenti, e fecesi grande guardia e in Firenze e nelle castella delle frontiere. Lasceremo alquanto de’ nostri fatti d’Italia, e diremo come il re di Spagna sconfisse grande oste di Saracini in Granata.

XCIX

Come i Saracini furono sconfitti dal re di Spagna in Granata.

Nel detto anno MCCCXXXVIIII, del mese di giugno, il figliuolo del re di Morocco saracino passò in Granata con molto navilio e con innumerabile gente di Mori detti Saracini per andare sopra il re di Spagna. Sentendo ciò il re di Spagna fece armare XXX galee e XII legni di corso e XX navi, overo cocche, per contastare il detto passaggio; ma fu a tardi, che i Mori del Garbo, che sono vicini al contro di Granata, presono tempo fatto, e passarono sanza contasto alcuno anzi venisse l’armata del re di Spagna. Poi venuto il re di Spagna, isceso in terra si puose ad assedio alla città di Linda. I Saracini vennono per comune alla ’ncontra de’ Cristiani per guarentire la terra. Il re di Spagna per maestria di guerra e per sottrarre i Saracini si levò dall’asedio a dì XXXI di luglio, faccendo sembiante di dubitare e di fuggire; e prima messi in aguato della migliore gente a cavallo e a piè ch’egli avesse in sua oste, i Saracini veggendo che’ Cristiani quasi si partieno a modo di rotta, gli seguiro sanza alcuno ordine in grandissima moltitudine; e passati gli aguati, i Cristiani percossono sopra loro, e in poca d’ora gli misono inn isconfitta, nella quale rimasono de’ Mori tra morti e presi più di XXm. E nota che come noi Cristiani solavamo tenere la Terrasanta in Soria, e chi v’andava o mandava o dava sussidio avea grande perdonanza da santa Chiesa, così i Saracini dell’universo infino in Arabia mantengono il reame di Granata in Ispagna, e al continovo vi mandano gente e moneta, e talora generali e grandi passaggi ad obrobbio della Chiesa di Roma e del re di Francia e degli altri Cristiani, avendo il reame di Granata tra·lle terre de’ Cristiani intorneata, ed essendo sì presso ov’è oggi la sedia apostolica, sanza avere a passare mare. E intendesi solo a tesorizzare sanza volerlo spendere al servigio della Cristianità e sostenere, ma nutricare le guerre dall’uno re de’ Cristiani all’altro; ma tale peccato non passerà guari impunito.

C

Di certi segni ch’aparvono in Firenze e altrove, onde poco apresso seguì assai di male.

Nell’anno MCCCXXXVIIII, a dì VII di luglio, tra·lla nona e ’l vespro scurò il sole nel segno del Cancro più che·lle due parti; ma perché fu dopo il merigge al dicrinare del sole non si mostrò di scurità come fosse notte, ma pure si vide assai tenebroso. E nota, secondo che scrivono gli antichi dottori di strologia, ogni scurazione del sole nel Cancro, che viene quasi de’ cento anni una volta, è di grande significazione di mali a venire al secolo; imperò che ’l Cancro è ascendente del mondo, e più significa dove è in quella parte dell’emisperio ove fa tenebre, cioè essendo il sole al merigge, che·nnoi volgarmente diciamo l’ora di nona; ma pure, come allora avenne, significò in Firenze e d’attorno fame e mortalità grande, come inanzi leggendo si troverrà. E per agiunta avenne in Firenze il primo dì d’agosto seguente grandi e disordinati truoni e baleni, gittando più folgori in città e in contado di Firenze; intra·ll’altre una ne cadde in sulla torre della porta della città contro a San Gallo, e abatté parte d’uno merlo, e poi percosse e arse dell’uscio della porta, e uccise uomini. E poi, a dì IIII di settembre, simile furono diversi truoni e folgori, e una ne percosse in sulla torre del palagio del popolo, e abatté parte d’uno merlo, e tutti furono segni di futuri mali alla nostra città, come tosto apresso seguirono; che il detto anno in sulla ricolta valse lo staio del grano soldi XX, e poi montò in soldi L, e inanzi che fosse l’altra ricolta; se non fosse la provedenza del Comune di farne venire per mare, il popolo moria di fame, e costò al Comune lo ’nteresso più di Lm fiorini d’oro, tutto che certi uficiali cittadini ne feciono baratteria assai con meser Iacopo Gabrielli insieme, ch’era capitano della guardia del popolo, overo tiranno de’ popolani reggenti, condannando gl’innocenti ingiustamente, perch’avieno grano per loro vivere e per loro famiglie, e·llasciando i possenti colle grandi endiche, onde seguì assai di male apresso. E·ffu il detto anno simile gran caro di vino, che di vendemmia valse il cogno del comunale vino fiorini VI d’oro, e ciascuna arte di Firenze fu in male stato per guadagnare.

CI

Come morì messer Azzo Visconti e·ffu fatto signore di Melano messer Luchino.

Nel detto anno, a dì XVI d’agosto, morì mesere Azzo Visconti signore di Milano, e ’l dì apresso furono fatti signori il vescovo di Noara meser Giovanni, che·ffu cardinale dell’antipapa, e meser Luchino suo fratello e figliuoli di meser Maffeo Visconti; ma a meser Luchino rimase la signoria. E poi a XXI mesi apresso s’accordò con papa Benedetto e colla Chiesa per lo misfatto d’esere stati coll’antipapa e favorato il Bavero per prezzo di Lm fiorini d’oro contanti, e poi ogn’anno Xm per censo. E per simile modo s’accordò meser Mastino della Scala colla Chiesa per Vm fiorini d’oro per anno. O Chiesa pecuniosa e vendereccia, come i tuoi pastori t’hanno disviata dal tuo buono e umile e povero e santo cominciamento di Cristo!

CII

Come la città di Genova e quella di Saona feciono popolo e chiamarono dogio.

Nel detto anno MCCCXXXVIIII, a dì XVIIII di settembre, quelli della città di Saona feciono popolo, e tolsono le due castella ch’erano nella terra a quelli di casa Doria e di Spinoli di Genova che·lle teneano, e cacciarline fuori. E poi tre dì apresso i cittadini di Genova si levaro a romore e dispuosono i capitani, ch’era l’uno delli Spinoli e·ll’altro Doria, e cacciarono della terra loro e’ loro consorti e altri possenti; e feciono popolo, e chiamarono dogio al modo di Viniziani uno Simone di Boccanegra de’ mediani del popolo. Questo dogio fu franco e valentre. E poi l’anno apresso, per cospirazione di certi grandi fatta contro a·llui, fece prendere e tagliare il capo a due delli Spinoli e a più altri loro seguaci. E·ffu aspro in giustizia, e spense i corsali di Genova e della riviera, tuttora ritenendo la sua signoria a parte ghibellina, e tenendo in mare più galee armate per lo Comune a guardia della riviera.

CIII

Di novità furono in Romagna, e poi pace tra·lloro.

Nel detto anno, del mese di settembre, essendo la gente del capitano di Furlì a oste sopra Calvoli, il capitano di Faenza colla forza di Bolognesi e d’altri di loro parte gli levarono d’assedio inn-isconfitta. E poi, l’ottobre apresso, per procaccio de’ Fiorentini fu trattato di pace tra’ signori e Comuni di Romagna. L’una parte erano quelli di Forlì e Cesena, e meser Malatesta da Rimino e que’ da Polenta di Ravenna, tutto fosson Guelfi co’ Ghibellini a·llega; e·ll’altra parte Faenza, Imola, i conti Guidi, e altri loro seguaci. E per sindachi e ambasciadori delle parti si rimisono nel Comune di Firenze. E in sul palagio de’ priori si diè sentenzia, e·ssi baciaro in bocca faccendo pace.

CIV

Come il marchese di Monferrato tolse la città d’Asti al re Ruberto.

Nel detto anno, a dì XXVI di settembre, il marchese di Monferrato tolse la città d’Asti, e fecela rubellare al re Ruberto, per cui si tenea, e furonne cacciati quelli dal Soliere di sua parte e’ Guelfi. E furonne signori i Gottineri e’ Ghibellini. E·lla cagione fu perché il re Ruberto per sua avarizia non pagava le sue masnade che vi tenea, onde al bisogno non feciono retta né difesa, ch’avieno pegno l’armi e cavalli. La qual perdita fu gran danno a·rre Ruberto per le sue terre di Piemonte e a tutta parte guelfa di Lombardia.

CV

D’accordo e lega fatta da’ Fiorentini a’ Perugini.

Nel detto anno, a dì VI di novembre, i Fiorentini feciono lega e compagnia co’ Perugini per lo nostro vescovo e altri ambasciadori di Perugia, e di nostri a Licignano di Valdambra, e quitarono i Perugini a’ Fiorentini ogni ragione dell’aquisto d’Arezzo, rimanendo a’ Perugini libero Licignano d’Arezzo e ’l Monte San Savino e altre castella d’Arezzo che si teneano.

CVI

Di certi ordini della lezione de’ priori di Firenze, i quali furono corretti per lo migliore.

A dì XXIII di dicembre del detto anno si fece parlamento in Firenze, ove si corresse l’ordine della elezzione di priori e di XII loro consiglieri e di gonfalonieri delle compagnie, i quali in prima com’erano eletti, erano i loro nomi iscritti in polizze, e messe in borse, e per sesti. A’ tempi, quando si traieno per detti ufici, si rimettieno in altre borse, infino che tutti n’erano tratti; e poi ricominciavano, sicché si può dire ch’erano a vita, ch’era sconcia cosa e disonesta a volere gli eletti signoreggiare la replubica sanza dare parte agli altri così o più degni di loro. E corressesi che come fossono tratti la prima volta si stracciasse la polizza del loro nome, e alla riformazione delli ufici si rimettano da capo allo squittino cogli altri insieme. E·ffu ben fatto per levare la superbia e tirannia a’ cittadini reggenti.

CVII

Come le città della Marca uccisono e cacciarono i loro tiranni e feciono popolo.

In questo anno, del mese di febraio, quasi tutte le terre della Marca d’Ancona feciono popolo, e uccisono Marcennaio che signoreggiava Fermo e meser Accorrimbono da Tolentino, e quello da Mattelica e il marchese; e i tiranni che quelli popoli non poterono uccidere cacciarono inn-esilio.

CVIII

Come la gente del re Ruberto presono l’isola di Lipari e sconfissono i Messinesi.

Nel detto anno, a dì XVII di novembre, avendo la gente del re Ruberto presa l’isoletta di Lipari in Cicilia e assediato il castello di quella e molto stretto, il conte di Chiermonte di Cicilia colla forza de’ Missinesi armò in Cicilia VIII galee e VII uscieri e XL legni con gente assai, e venne al soccorso di Lipari. E·ll’amiraglio del re Ruberto, ch’era messer Giufredi di Marzano conte di Squillace, maestrevolmente fece ritrarre suo oste dal castello e ridurre al suo navilio dall’una parte del golfo, e armò XVIII galee e VI uscieri e una cocca che v’avea, e diede luogo a’ Ciciliani, sicché forniro il castello con grande festa e gazzara. La mattina apresso volendosi partire il conte di Chiermonte per tornare a Messina, l’amiraglio del re Ruberto gli asalì, e·lla battaglia fu in mare aspra e dura. Alla fine i Ciciliani furono sconfitti e morti, e preso il conte di Chiermonte con molta buona gente di Messina, che pochi ne scamparo. E arrendessi il castello alle genti del re Ruberto. E tornando l’amiraglio a Napoli, essendo sopra l’isola d’Ischia, fortuna forte gli prese e menolli infino in Corsica, e rupponvi IIII galee feggendo a terra cariche di prigioni, che i più iscamparo. Lasceremo alquanto di fatti di Firenze e dell’altre novità d’Italia, e diremo della guerra dal re di Francia a quello d’Inghilterra e suoi allegati Fiamminghi e Bramanzoni e Anoieri.

CIX

Come si ricominciò la guerra dal re di Francia a quello d’Inghilterra e suoi allegati.

Nel detto anno, a dì VIIII di dicembre, i Fiaminghi e Brabanzoni colli Anoieri rifermaro lega insieme contro al re di Francia. E poi, a dì XXIII di gennaio, Aduardo terzo re d’Inghilterra venne d’Analdo a Guanto, e giurò alla detta lega, faccendosi nominare re di Francia per la redità della madre, portando inn-insegne e suggello l’arme di Francia e d’Inghilterra dimezzata. E poi, a dì XX di febraio, si partì di Bruggia, e andonne in Inghilterra, promettendo di tornare assai tosto con tutto suo isforzo. Partito il re d’Inghilterra, la gente di Francia ch’erano in Tornai corsono infino ad Odanardo in Fiandra all’entrante d’aprile MCCCXL, faccendo arsione e gran danno al paese. Per la qual cosa quelli di Bruggia e quelli di Guanto per comune cogli altri Fiaminghi vennero ad oste sopra Tornai, e stettonvi più dì guastandolo intorno V giorni. E in quelli giorni quelli d’Ipro col conte di Sofolco e con quello di Salisbiera e altra gente del re d’Inghilterra cavalcaro sopra Lilla, e per aguato furono sconfitti, e presi i detti conti. Per la qual cosa i Fiaminghi, ch’erano a oste sopra Tornai, se ne partirono isconciamente. E poi in quelli giorni, del mese d’aprile, il conte, e meser Gianni d’Analdo, e il signore di Falcamonte cavalcaro in su il reame di Francia infino a Rens, faccendo grande uccisione e incendi, levando gran preda sanza contasto alcuno. E poi, IIII di maggio, il conestabole di Francia con gente d’arme assai a cavallo e a piè venne sopra Valerzina inn-Analdo, e stettevi tre settimane faccendo al paese grandissimo danno. E così per guerra guerriata si consumaro gran parte di quelli paesi a danno di ciascuna parte.

CX

Come il re d’Inghilterra sconfisse in mare l’armata del re di Francia.

Li anni di Cristo MCCCXL, il dì di san Giovanni, a dì XXIIII di giugno, il buono Aduardo terzo re d’Inghilterra arrivò in Fiandra al porto della Suina con CXX cocche armate; ivi su IIm cavalieri gentili uomini e popolo infinito con molti arcieri inghilesi; e trovovvi l’armata del re di Francia, ch’erano da CC cocche con XXX tra galee di Genovesi e barche armate a remi, delle quali era amiraglio Barbavara da Portoveneri grande corsale, il quale avea fatto grande danno in mare sopra gl’Inghilesi e’ Guasconi e’ Fiaminghi e alle loro riviere, e presa l’isola del Gaggiante, ch’è alla ’ncontra della detta Suina, e rubata e arsa, e mortovi più di CCC Fiamminghi. Quelli di Bruggia come sentirono la venuta del re d’Inghilterra, sì·lli mandaro loro ambasciadori alle Schiuse, pregando per Dio e per loro amore che non si mettesse a battaglia contro l’armata del re di Francia, ch’erano altrettanti e più della sua, e più le galee genovesi; e ch’elli attendesse due giorni e riposasse sé e sua gente, e che di presente armerebbono C cocche di buona gente in suo aiuto, e potea avere sicura vittoria. Il valente re non volle attendere, ma fece armare i suoi cavalieri e sergenti, e partiti per le navi, oltre a’ marinai, e cominciò la battaglia francamente; la qual fu aspra e dura, durando tutto il giorno, che non si sapea chi avesse il migliore, infino alla notte. Il franco re con L cocche bene armate di sua baronia, e riposato e fresco, percosse la sera con piena marea e a piene vele sopra i nimici sparti e stanchi del combattere, e misseli in rotta e inn-isconfitta; e tutti furo tra presi e morti, che non ne scamparo se non due galee e XX barge, e·cciò fu perch’elli era di notte, e’ Fiaminghi v’erano tratti delle marine d’intorno, e co·lloro legni e barche, e chiusono le due bocche della Suina intra·ll’isola del Gaggiante, ch’è alla bocca del porto, alla terra ferma, sicché tutti rimasono rinchiusi siccome in una gabbia. E rimasonvi tra morti e annegati più di Xm uomini, e più d’altrettanti presi dell’armata del re di Francia. E tutto il suo navilio e armi e arnesi rimasono in preda agl’Inghilesi e a’ Fiaminghi.

CXI

Come parte di Fiaminghi furono sconfitti a Santo Mieri.

Per lo caldo della sopradetta vittoria que’ di Bruggia e d’Ipro con meser Ruberto d’Artese vennero sopra Santo Mieri, che dovea loro esere dato per trattato; erano da Xm a piè. In Santo Mieri era il duca di Borgogna e ’l conte d’Armignacca con MCC cavalieri. Que’ di Bruggia assalirono una porta, che dovea loro essere data, e quella già presa, que’ d’Ipro rimasi adietro male ordinati, il conte d’Armignacca uscì fuori colla cavalleria per un’altra porta, e assalì que’ d’Ipro, i quali non ressono, ma si misero in fuga; e poi sanza seguire la caccia asaliro que’ di Bruggia, i quali feciono alcuna retta, e morinne più di D; e veggendo in fuga que’ d’Ipro, e già era notte, si fuggiro al loro campo sanza séguito di nemici; e·lla notte per paura si fuggiro verso Casella, e·llasciarono tutto il loro campo, e·cciò fu a dì XXVIII di luglio.

CXII

Come il re d’Inghilterra co’ suoi allegati si puosono ad assedio alla città di Tornai,

e fu triegua da·lloro al re di Francia.

Lo re Aduardo, avuta la detta vittoria di mare, come dicemmo adietro, non istette ozioso; incontanente scese in terra con sua gente, e venne a Bruggia e poi a Guanto, e da’ Fiaminghi gli fu fatto onore, come a·lloro signore, faccendogli omaggio come a·rre di Francia. E·llà fece parlamento, dove fu il duca di Brabante e ’l conte d’Analdo e tutti gli allegati, e quivi ordinaro generale oste sopra la città di Tornai; e sanza indugio vi cavalcaro e acamparsi intorno il detto re d’Inghilterra, e il duca di Brabante, e il conte d’Analdo, e il duca di Giullieri, e quello di Ghelleri, e il conte di Los, e il sire di Falcamonte, con più baroni di Valdireno d’Alamagna in quantità di più di VIIIm cavalieri; e·lle ville di Fiandra, e di Brabante e d’Analdo per comuni con più di LXXXm d’uomini bene armati, i più a corazzine e barbute, e fecionvi IIII campi; né già per quella piccola rotta avuta a Santo Mieri non lasciaro, ma vigorosamente seguiro l’oste del re d’Inghilterra. I due campi furono di qua dal fiume dello Scalto, e due di là dal fiume, faccendo grandi e più ponti in sulla riviera da potere andare dall’una oste all’altra e potere avere spedita la vittuaglia e guernigione dell’oste. In Tornai era il conestabole di Francia con bene IIIIm cavalieri e Xm sergenti a piè, sanza i cittadini, ch’erano più di XVm; e tra quelli dentro e quelli di fuori ebbe molti assalti e pugnazzi e badalucchi a cavallo e a piè; ma per la molta gente ch’era nella città, e bestie, e non proveduta di vettuaglia a sofficienza, avea assai difetti. Onde i cittadini si cominciarono a dolere al conestabole, e che levasse loro l’assedio, o elli cercherebbono loro accordo. Il conestabole mandò per soccorso al re di Francia, mostrandogli come la terra era per perdersi. Il re Filippo di Valos vi venne al soccorso in persona con più di Xm cavalieri e popolo grandissimo, e acampossi presso alla città a una lega. Ma però l’oste del re d’Inghilterra e degli altri allegati non si mossono, ch’erano molto aforzati i campi loro, e signori del combattere e schifare la battaglia. I·rre di Francia non potendo combattere co’ nimici, né impedire la vittuaglia a’ loro campi, né fornire Tornai sanza grande pericolo, dubitò forte di perdere la terra. E incontanente cercò trattati d’accordo per mano del duca di Brabante con grosso spendio a’ caporali delle Comuni di Brabante, che non erano così costanti alla guerra come i Fiamminghi e li Anoieri. Il re d’Inghilterra non volea intendere trattato, conoscendo che·lla terra non si potea difendere né tenere per difetto di vittuaglia; e avendo la città di Tornai, ch’è·ssì forte e possente e acostata a Fiandra e Analdo e al Brabante e all’altre terre dello ’mperio, e·lla chiave del reame di Francia, avea per vinta la guerra; che·rre di Francia non avrebbe tenuta terra da Compigno i·llà. Ma i Brabanzoni sentendo il trattato che menava il loro duca, e per la corruzione della moneta del re di Francia, come dicemmo dinanzi, feciono punta falsa, e subitamente si levaro da campo e tornarono i·lloro paese. Il re d’Inghilterra e gli altri allegati veggendosi ingannato e fallito da’ Brabanzoni, e a·rre d’Inghilterra fallia moneta, che i suoi uficiali di là il ne tenieno a dieta e scarso, compié il trattato al meglio che potero, faccendo triegua fino alla san Giovanni all’avenire, rimettendosi della pace nel papa e·lla Chiesa di Roma. E se infra ’l termine non fosse fatto l’accordo, riporre la città di Tornai nello stato ch’allora era, che non vi si trovò da vivere per VIII giorni. E così si giuraro le triegue e·ll’accordo per li due re e gli altri allegati, e·llevarsi da oste a dì XXVI di settembre MCCCXL. Ma·llo re di Francia non tenne fede, ma come riebbe libero Tornai, il fece fornire per II anni; e poi andaro di triegue in triegue, e altre mutazioni di guerre, come ’nanzi per li tempi faremo menzione. Lo re d’Inghilterra ristette in Fiandra infino a mezzo novembre, che si partì dalle Schiuse, e andonne inn-Inghilterra. E incontanente fece prendere i suoi tesorieri e uficiali, che no·ll’aveano ben fornito di moneta, e tolse loro molti danari.

CXIII

Come l’armata del re d’Ispagna quasi perì per fortuna.

Nel detto anno, del mese d’aprile, mandando il re d’Ispagna sua armata di LXXX galee sopra i Saracini di Granata, che teneano monte Giobeltaro, acciò che no·llo potessono venire a fornire i Saracini di Setta, grande fortuna di mare li soprese; e·lli percossono a·tterra e ruppono XXIIII galee con grande danno de’ Cristiani. Lasceremo alquanto de’ fatti degli oltramontani, e torneremo alquanto adietro a raccontare delle novità state in questi tempi alla nostra città di Firenze e per l’altra Italia.

CXIV

Di grande mortalità e carestia che·ffu in Firenze e d’intorno, e d’una cometa ch’aparve.

In detto anno MCCCXL, all’uscita di marzo, aparve inn-aria una stella cometa in verso levante nel fine del segno del Virgo e cominciamento della Libra, i quali sono segni umani, e mostrano i beni sopra i corpi umani di grande ditreazione e morte, come diremo apresso; e durò la detta commeta pochi mali, ma assai ne seguiro di male significazioni sopra le genti, e spezialmente alla nostra città di Firenze. Che incontanente cominciò grande mortalità, che quale si ponea malato, quasi nullo ne scampava; e morinne più che il sesto di cittadini pure de’ migliori e più cari, maschi e femmine, che non rimase famiglia ch’alcuno non ne morisse, e dove due o·ttre e più; e durò quella pestilenza infino al verno vegnente. E più di XVm corpi tra maschi e femmine e fanciulli se ne sepellirono pure nella città, onde la città era tutta piena di pianto e di dolore, e non si intendea apena ad altro, ch’a sopellire morti. E però si fece ordine che come il morto fosse recato alla chiesa la gente si partisse; che prima stavan tanto che si facea l’asequio, e a tali la predica con solenni ufici a’ maggiorenti; e ordinossi che non andasse banditore per morti. In contado non fu sì grande la mortalità, ma pure ne morirono assai. Con essa pistolenza seguì la fame e il caro, agiunta a quello dell’anno passato; che con tutto lo scemo di morti valse lo staio del grano più di soldi XXX, e più sarebbe assai valuto, se non che ’l Comune ne fece provedenza di farne venire di pelago. Ancora aparì un altro nuovo segno; che a dì XVI di maggio del detto anno, di mezzogiorno, cadde in Firenze e d’intorno una gragnuola grossa e spessa, che coperse le tettora, le terre e·lle vie, alta come grande neve, e guastò quasi tutti i frutti. Per questa mortalità, a dì XVIII di giugno, per consiglio del vescovo e di riligiosi si fece in Firenze generale processione, ove furono quasi tutti i cittadini sani maschi e femmine col corpo di Cristo ch’è a Santo Ambruogio, e con esso s’andò per tutta la terra infino a ora di nona, con più di CL torchi accesi. E poi apresso agiunsono di mali segni, che·lla mattina di san Giovanni essendo uno grande e ricco cero in su uno carroccio fatto per li signori della moneta per offerere a san Giovanni, si stravolse sprovedutamente con tutto il carro, e cadde in su’ gradi della porta de’ priori, e tutto si spezzò; e bene fu segno dovea cadere la moneta de’ Fiorentini e rompere quelli che·lla guidavano, come seguì apresso poco tempo con gran danno de’ Fiorentini. Quella mattina in San Giovanni cadde uno palchetto, che v’era fatto di costa dal coro, dov’erano su tutti i cantori cherici ch’uficiavano, e molti se ne magagnaro delle persone. E poi s’agiunse male sopra male, che a dì XX di luglio apresso la notte seguente s’aprese uno gran fuoco in Parione, e valicò nella gran ruga da San Brancazio, ove si facea l’arte della lana, insino presso alla chiesa, ove arsono XLIIII case con gran danno di mercatantie, panni e lane, e maserizie, e di case e palazzi. I Fiorentini isbigottiti e impauriti per li detti segni e danni e·ll’arti e·lle mercatantie non istettono mai peggio per guadagnare; quelli che reggeano il Comune, per conforto di riligiosi per mostrare alcuna piatà, ordinarono che·ssi traessono certi sbanditi di bando, pagando al Comune certa gabella, e che’ beni de’ rubelli ch’erano in Comune fossono renduti alle vedove e a’ pupilli, a·ccui succedeano; ma non fu perfetta la grazia e misericordia, che dovesse piacere a·dDio, però che·ssi dovea ristituire il prezzo che in prima li avieno per ordini fatti ricomperare dal Comune alle dette vedove e popilli, e non si fece; onde non ristettono a tanto le nostre pestilenze, che per le nostre peccata ne seguirono assai apresso, come inanzi leggendo si troverranno, che avenne poi in più casi che i vivi ebbono astio de’ morti per le soperchie tribolazioni occorse alla nostra città. Lasceremo alquanto de’ fatti di Firenze, e diremo d’altre novità d’intorno, tornando assai tosto a seguire dell’aversità ch’avennono alla nostra città di Firenze

CXV

Come li Spuletani levaro da oste inn-sconfitta quelli di Rieti.

Nel detto anno, all’uscita di giugno, il conte di Triveti del regno di Puglia, essendo per lo re Ruberto vicaro nella città di Rieti, essendo posto ad oste sopra il castello di Luco co’ cittadini di Rieti insieme, li Spuletini co·lloro amistà vennero al soccorso di quello, e sconfissono il detto conte e quelli di Rieti, con gran dannaggio di presi e di morti.

CXVI

Come messere Attaviano de’ Belforti si fece signore di Volterra.

Nel detto anno, a dì VIII di settembre, nella città di Volterra si levò romore, e·ffu ad arme e battaglia cittadina. L’una parte era capo meser Attaviano di quelli di Belforte, che·sse ne volea fare signore; e dall’altra parte il vescovo suo nipote nato per femmina, con certi popolani che volieno vivere in libertà; ma·lla tirannia colla forza di forestieri invitati per meser Attaviano furono vincitori, e cacciarne il vescovo e suoi seguaci, i quali si ridussono in Berignone suo castello, e meser Attaviano si fece signore della città, e poi seguitandoli, onde seguì assai di male; e fece il detto meser Attaviano uccidere due fratelli del vescovo a tradimento avendoli sicurati, costrignendoli per avere il detto castello di Berignone ch’elli avea asediato; e ’l vescovo che v’era dentro soferse innanzi di vederli morire che rendere il castello.

CXVII

Come certe galee di Genovesi sconfissono i Turchi.

Nel detto anno XII galee di Genovesi ch’erano ite in Romania per loro mercatantia, ritrovandosi nel mare Maggiore di là da Gostantinopoli con CL o più legni tra grossi e piccoli armati di Turchi saracini, i Genovesi francamente l’assalirono e missogli inn-isconfitta faccendo di loro grande molesta d’ucciderli, ed annegarli in mare, dove ne rimaseno morti più di VIm, e guadagnarono i Genovesi molta roba e danari. In questo anno VI altre galee di Genovesi ch’andavano in Fiandra furono prese dall’armata dell’Inghilesi a Samavi in Brettagna, e perdervi il valere di CCm di fiorini d’oro; e così va della fortuna della guerra di mare.

CXVIII

Come in Firenze fu fatta una grande congiurazione, e·lla città fu a romore e ad arme.

Tornando a nostra matera in raccontando l’aversità occorse alla nostra città di Firenze in questi tempi per lo suo male reggimento, mi fa molto turbare la mente sperando peggio per l’avenire. Considerando che per segni del cielo, né per pistolenze di diluvio, né di mortalità, e di fame, i cittadini non pare che temano Iddio, né si riconoscano di loro difetti e peccati; ma al tutto abandonata per loro la santa carità umana e civile, e solo a baratterie e tirannia con grande avarizia reggere la republica. Onde mi fa temere forte del giudicio d’Iddio. E acciò che meglio si possano intendere le motive delle disensioni e delle novità occorse, e perché sia assempro a que’ che sono a venire, acciò che mettano consiglio e riparo a simili casi, sì il narreremo brievemente il difetto del male reggimento ch’allora era in Firenze, e quello ne seguì di male, bene che non sia però scusa di mali adoperanti contra il Comune. Per difetto di mali uficiali e reggenti la città di Firenze si reggea allora e poi un tempo per due per sesto di maggiori e più possenti popolani grassi. Questi non volieno a reggimento né pari né compagnoni, né all’uficio del priorato né agli altri conseguenti ufici mettere, se non cui a·lloro piacea, che facessono a·lloro volontà, schiudendo molti de’ più degni di loro per senno e per virtù, e non dando parte né a grandi né mezzani né minori, come si convenia a buono reggimento di Comune. E oltre a questo, non bastando loro la signoria del podestà, e quella del capitano del popolo, e quella dell’asecutore degli ordini della giustizia contro a’ grandi, ch’erano ancora di soperchio a buono reggimento comune, si criarono l’uficio del capitano della guardia; e a·cciò elessono e feciono ritornare in Firenze messer Iacopo Gabrielli d’Agobbio, uomo sùbito e crudele e carnefice, con C uomini a cavallo e CC a piè al soldo del Comune, ed elli con grosso salaro, acciò che facesse a senno de’ detti reggenti. Il quale a guisa di tiranno, o come esecutore di tiranni, procedea di fatto in civile e cherminale a sua volontà, come gli era posto in mano per li detti reggenti, sanza seguire leggi o statuti, onde molti innocenti condannò a·ttorto inn-avere e in persona, e tenea i cittadini grandi e piccoli in grande tremore, salvo i suoi reggenti, che col suo bastone faceano le loro vendette e talora l’offese e·lle baratterie; non ricordandoci noi Fiorentini ciechi, overo infignendoci di ricordare quello di male ch’avea operato il detto meser Iacopo al simile uficio l’anno MCCCXXXV, e poi mesere Accorrimbono: onde per loro difetto era fatto divieto X anni, e no·llo oservaro. Di questo inniquo uficio e reggimento erano mal contenti i più di cittadini, e massimamente i grandi e possenti; e però certi grandi cercaro cospirazione in città per abattere il detto mesere Iacopo, e suo uficio e suoi seguaci reggenti. E più tosto li fece muovere, che in que’ tempi fu condannato per lo detto mesere Iacopo mesere Piero de’ Bardi in libre VIm, perch’avea offeso un suo fedele da Vernia, non istrettuale di Firenze, onde gli parve ricevere torto. E meser Andrea de’ Bardi era costretto di rendere al Comune il suo castello di Mangone, ch’elli s’avea comperato. Questi Bardi erano di più possenti cittadini di Firenze d’avere e di persone; e di loro danari aveano comperato dalla figliuola d’Alberto conte Vernia e Mangone, e il castello dal Pozzo da’ conti da Porciano, onde il popolo di Firenze era male contenti, però che il Comune vi cusava suso ragione, come inn-adietro inn-alcuna parte facemmo menzione. Per lo detto sdegno e superbia di Bardi, e simile di Frescobaldi, per una condannagione fatta a meser Bardo Frescobaldi di libre IIImDCC per la pieve a San Vincenzo (dissero a·ttorto furono capo della detta congiura e cospirazione, con tutto ch’assai dinanzi fosse conceputo per lo male reggimento, come detto è adietro). Co’ detti Bardi teneno parte di Frescobaldi e di Rossi, e di più case di grandi, e d’alcuna possente di popolani di qua da Arno; e rispondea loro il conte Marcovaldo, e più suoi consorti da’ conti Guidi, i Tarlati d’Arezzo, i Pazzi di Valdarno, Ubertini, Ubaldini, Guazalotri da Prato, i Belforti di Volterra e più altri, e ciascuno dovea venire con gente a cavallo e a piè in gran quantità, e mandare la notte di Tutti Santi; e·lla mattina vegnente, come le genti fossero allo esequio de’ morti, levare il romore e correre la città, e uccidere mesere Iacopo Gabrielli e’ caporali de’ reggenti, e abattere l’uficio di priori e rifare in Firenze nuovo stato, e·cchi disse disfare il popolo. E sarebbe loro venuto fatto certamente per la loro forza e séguito, se non che ’l sopradetto meser Andrea de’ Bardi, o che·lli paresse mal fare, o per altra cagione o quistione con suoi consorti, manifestò la detta congiura a Iacopo degli Alberti suo cognato e di caporali reggenti. Incontanente il detto Iacopo il rivelò a’ priori e agli altri suoi compagni reggenti, essi guerniro d’armi e di gente, essendo la città in gran paura e sospetto, e ciascuna parte temea di cominciare. Ma acciò ch’a’ congiurati non giugnesse il loro sforzo, il dì d’Ognisanti nel MCCCXL, in sull’ora di vespro, i caporali de’ reggenti salirono in sul palagio de’ priori, e quasi per forza feciono sonare a stormo la campana del popolo, che alcuno di priori amici de’ Bardi la contesono assai, ciò fu meser Francesco Salvesi e Taldo Valori, l’uno priore e·ll’altro gonfaloniere per porta San Piero; onde molto furon ripresi di presunzione, e·cche sentissono il trattato. Come la campana cominciò a sonare, tutta la città fu commossa a romore, e ad arme a cavallo e a piè, in sulla piazza de’ priori co’ gonfaloni delle compagnie, gridando: «Viva il popolo e muoiano i traditori!». E incontanente feciono serrare le porte della città, acciò che gli amici e soccorso de’ congiurati non potessono entrare nella città, i quali i più erano in via e presso alla terra per entrare la notte con gran forza di gente. I congiurati veggendo scoperto il loro trattato e fallito il loro aiuto, che quasi nullo di loro congiurati di qua dall’Arno rispuose loro né·ssi scopersono per paura del popolo, e ’l popolo commosso a furore contro a’ congiurati, si tennero morti, e intesono solo al loro scampo e riparo, guardando i detti casati d’Oltrarno i capi de’ ponti, saettando e uccidendo chi di là volesse passare; e misono fuoco a capo di due ponti di legname, ch’allora v’erano, l’uno contra le case de’ Canigiani e·ll’altro di Frescobaldi; acciò che ’l popolo nogli assalisse, credendosi tenere il sesto d’Oltrarno tanto che ’l soccorso venisse. Ma·cciò venne loro fallito, che i popolani d’Oltrarno francamente gli ripugnaro, e tolsono loro i ponti coll’aiuto di popolani di qua dall’Arno, ch’andaro i·lloro aiuto per lo ponte alla Carraia. Messer Iacopo Gabrielli capitano si stava armato a·ccavallo in sulla piazza colla cavalleria, con gran paura e sospetto, sanza usare alcuno argomento o riparo di savio e valente capitano; istando fino alla notte quasi come stupefatto; onde molto fu biasimato. Ma il valente messer Maffeo da Ponte Carradi, allora nostro podestà, francamente con sua compagnia armato a cavallo passò il ponte Rubaconte con pericolo grande e rischiò di sua persona, e parlò a’ congiurati con savie parole e cortesi minacce, li condusse la notte sotto sua sicurtà e guardia a partirsi fuori della città per la porta da San Giorgio, sanza quasi romore d’uomini o spargimento di sangue, o incendio o ruberie, onde molto fu commendato, ch’ogni altro modo era con grande pericolo della cittade. E come furono partiti, il popolo s’aquetò, e l’altro di apresso fatta di loro condannagione si disarmaro i popolani, e ciascuno fece i suoi fatti come prima. Per sì fatto modo guarentì Idio la nostra città di grande pericolo, non guardando a’ nostri peccati e male reggimento di Comune; ma per non essere di tanto benificio grati a·dDio, la detta congiura ebbe apresso di male sequele a danno della nostra città, come inanzi si farà menzione.

CXIX

Chi furono i congiurati che furono condannati.

Partiti i detti congiurati, il dì apresso si tenne consiglio come si dovesse procedere contro a·lloro; per lo migliore del Comune si prese di non fare grande fascio, però ch’a troppi cittadini sarebbe toccato, che sentiro la detta congiura e·ss’aparecchiarono con arme e cavalli, ma non si mostrarono; ma solamente si procedesse contro a quelli caporali che si mostraro e furono in arme, i quali furono citati e richesti; e non comparendo subitamente furono condannati nell’avere e nelle persone, siccome ribelli e traditori del loro Comune. I quali furono la prima volta l’infrascritti: messere Piero di meser Gualterotto de’ Bardi e Bindo e Aghinolfo suoi fratelli, Andrea e Gualterotto di Filippozzo e Francesco loro nipote, messer Piero di Ciapi suo nipote, messer Gerozzo di meser Cecchino e meser Iacopo di meser Guido, mesere Simone di Gerozzo, ma non v’ebbe colpa di certo; Simone e Cipriano di Geri, e Bindo di Benghi, tutti della casa de’ Bardi; messer Iacopo priore di Sa·Iacopo, messer Albano, messer Agnolo Giramonte e Lapo suoi nipoti, messer Bardo Lamberti, Niccolò e Frescobaldo di Guido, Giovanni e Bartolo di mesere Fresco, Iacopo di Bindo e Geri di Bonaguida, Mangeri di meser Lapo, tutti di Frescobaldi; e Andrea Ubertelli, Giovanni di Nerli, ser Tomagno degli Angiolieri, capellano del detto priore, Salvestrino e Ruberto di Rossi, più de’ suoi consorti che vi tenieno mano, non si mostrarono; di qua dall’Arno non si mostrò alcuno. I loro palazzi e beni in città e in contado a·ffurore furono disfatti e guasti. E ordinossi con tutte le terre vicine guelfe e quelli della lega di Lombardia che non ritenessono i detti nuovi ribelli. E di ciò feciono il peggiore, per la qual cosa i detti n’andaro i più a Pisa, e il priore a corte di papa a procurare quanto poterono in detto e in fatto contro al Comune di Firenze. Per la detta diliberazione della nostra città per lo Comune a dì XXVI di novembre si fece una grande processione e offerta a San Giovanni per tutte l’arti, e s’ordinò ch’ogni anno per l’Ognisanti si facesse; e ordinossi di trarne di bando gli sbanditi per certa gabella per fortificare il popolo; che·ffu gran male a recare in città molti rei uomini e mafattori. Ma altro rimedio ci voleva per apaciare Iddio, a·llui la gratitudine e tra’ prossimi cittadini la carità, ma ad altro s’intese; e ordinossi che ogni popolano che potesse fosse armato di corazze e barbute alla fiamminga, e impuosone VIm, e molte balestra per fortificare il popolo. E del mese di gennaio seguente il Comune comperò Mangone da meser Andrea de’ Bardi VIImDCC fiorini d’oro, scontandone MDCC che ’l Comune v’avea spesi inn-acconcime inanzi si rendesse a messere Benuccio Salimbeni marito della detta contessa da Mangone. E il castello di Vernia s’arrendé al Comune di Firenze pagandone a meser Piero de’ Bardi, che v’era dentro asediato, fiorini IIIImDCCCLX d’oro. E fecesi dicreto per lo Comune che nullo cittadino potesse aquistare o tenere castello di fuori di nostro contado e distretto di lungi il meno per venti miglia. E del detto mese di gennaio furono condannati VIIII di conti Guidi ch’avieno tenuta mano alla sopradetta congiura; e furo quasi tutti i loro caporali, salvo il conte Simone e Guido suo nipote da Battifolle che non assentiro alla detta congiura. Di ciò furono ripresi molto da’ savi quelli che governavano la città, di condannare i nostri possenti vicini i conti Guidi, a recarline a scoperti nimici di quello peccato che non condannaro i nostri cittadini ch’erano colpevoli, come co·loro alla detta congiura; bene s’aparecchiarono in arme co·lloro fedeli per venire a Firenze. E poi più d’un anno apresso fu scoperto un altro trattato co’ detti nuovi ribelli, onde fu preso Schiatta de’ Frescobaldi, e tagliatogli il capo, e condannati Paniccia di Bernardo, e Iacopo di Frescobaldi, e Biordo di meser Vieri, e Giovanni Ricchi de’ Bardi, e Antonio degli Adimari, e Bindo di Pazzi, tutti come ribelli. Lasceremo alquanto de’ nostri fatti di Firenze, ch’assai ce n’è convenuto dire a questa volta, faccendo incidenzia per dire alquanto d’altre novità istate in questi tempi per l’universo; ma tosto vi torneremo a dire, ch’assai ci cresce materia a’ nostri fatti.

CXX

Come il re di Spagna sconfisse i Saracini in Granata.

Nel detto anno, in calen di novembre, furono sconfitti i Saracini di Setta e dell’altro paganesimo di Barberia e di Levante ch’erano passati di qua da·mmare, innumerabile quantità, al soccorso di quelli di Granata, per lo buono re di Spagna; e rimasene tra morti e presi più di XXm, con molto tesoro e arnesi di Saracini.

CXXI

Come arse Portoveneri.

Nel detto anno, il dì di calen di gennaio, s’aprese fuoco in Portoveneri nella riviera di Genova, e·ffu sì impetuoso, che non vi rimase ad ardere casa piccola o grande, salvo i due castelli, overo rocche, che v’hanno i Genovesi, con infinito danno d’avere e di persone, e non sanza giudicio di Dio, che quelli di Portoveneri erano tutti corsali, e pirati di mare, e ritenitori di corsali.

CXXII

Come in Firenze si feciono due capitani di guardia.

Nel detto anno, in calen di febraio, si partì di Firenze il tiranno, meser Iacopo de’ Gabrielli d’Agobbio, ricco delle sangui de’ Fiorentini ciechi, che più di XXXm fiorini d’oro si disse ne portò contanti. Ver’è che per la sua partita i savi rettori di Firenze corressono il loro errore del suo tirannico uficio, e scemaro le spese del Comune, overo le radoppiarono, che là dove prima avieno uno bargello per loro esecutore ne elessono due, l’uno a petizione del detto meser Iacopo e suo parente (ciò fu meser Currado della Bruta, capitano della guardia in città per arricchire la povertà di Marchigiani), l’altro a guardia in contado sopra gli sbanditi, meser Maffeo da Ponti Carradi di Brescia stato nostro podestà: questi n’era più degno per le sue virtù e operazioni; ma·ll’uno e·ll’altro uficio era d’oltraggio e a grande danno e spesa del Comune. Ma i reggenti cittadini per mantenere le loro tirannie, e tali di loro baratterie, come dicemmo adietro, gli sostenieno a tanto danno di Comune e gravezza di cittadini per essere temuti e grandi. Ma poco apresso Iddio ne mostrò giudicio assai aperto per le loro prave operazioni, a gran danno e vergogna e abasamento del nostro Comune, come inanzi faremo menzione. Ma gravami che non fu sopra le loro persone propie, com’erano degni i mali operanti, e come toccò ad alquanti di loro. Ma Iddio si riserba e non lascia nullo male impunito, bene non sia a tempi e piacere de’ disideranti; e spesso pulisce il popolo per li peccati de’ rettori, e non sanza giusto giudicio, però che il popolo è bene colpevole a sostenere le male operazioni di loro reggenti; e questo basti a tanto.

CXXIII

Come i Pugliesi e’ loro seguaci furono cacciati di Prato.

Nel detto anno, del mese di febraio, i Guazaliotri di Prato col caldo e favore di certi Fiorentini levarono a romore la terra di Prato per sospetto de’ Pugliesi e Rinaldeschi loro vicini, overo per rimanerne signori; e battaglia ebbe nella terra, e morivvi alquanti dell’una parte e dell’altra; alla fine i detti Pugliesi e Rinaldeschi co·lloro seguaci furono cacciati della terra, e molti altri fatti confinati, e’ Guazzalotri ne rimasono signori.

CXXIV

Come la città di Lucca volle essere tolta a messere Mastino da Verona.

Nel detto anno e mese di febraio meser Francesco Castracani delli Interminelli ordinò col favore di Pisani di torre la città a mesere Mastino con alcuno trattato d’entro, vegnendo di fuori con gente assai a cavallo e a piè. Guiglielmo Canacci vicario di meser Mastino scoperto il trattato prese il Ritrilla delli Uberti e XIII cittadini, che vi teneano mano, e corse e guarentì la terra, come piacque a·dDio per riserballa a’ Fiorentini per loro grande danno e vergogna, come in poco tempo apresso si potrà trovare. E poi il detto Guiglielmo fece oste in Carfagnana, e tolse più terre che tenea il detto meser Francesco Castracani.

CXXV

Come il castello di San Bavello s’arrendé a’ Fiorentini.

Nell’anno di Cristo MCCCXLI, a dì XV d’aprile, i Fiorentini avendo fatto porre oste al castello di San Bavello di Guido Alberti di conti Guidi, infino che fu condannato cogli altri conti, come dicemmo poco adietro, per cominciare l’esecuzioni delle loro condannagioni, essendo molto stretto, e non attendea soccorso, s’arrendé al Comune di Firenze salve le persone. Il quale feciono tutto diroccare per ricordo e vendetta contro al detto Guido: che più tempo dinanzi avendo il Comune di Firenze per sua lettera richesto e citato il detto Guido per alcuna cagione, per dispetto del nostro Comune nel detto San Bavello dinanzi a più suoi fedeli al messo del Comune fece mangiare la detta lettera con tutto il sugello, e poi accomiatandolo villanamente, dicendo per dispetto del Comune, se più vi tornasse, o egli o altri, gli farebbe impiccare per la gola; onde sentendosi in Firenze, grande sdegno ne venne quasi a tutti i cittadini.

CXXVI

D’uno fuoco s’aprese in Firenze.

Nel detto anno, la notte seguente di calen di maggio, s’aprese il fuoco in Terma in una casa ch’abitava Francesco di meser Rinieri Bondelmonti, e arsonvi IIII suoi fanciulli maschi con ciò ch’elli v’avea, non potendoli iscampare; onde fu una grande pietade; ma non sanza giudicio di Dio, che ’l detto Francesco aveva occupata la detta casa e tolta a una donna vedova cui era; ma il peccato fu delli innocenti figliuoli, che portarono la pena a’ loro corpi della colpa del padre.

CXXVII

Come mesere Azzo da Coreggia rubellò e tolse Parma a meser Mastino.

Nel detto anno, tornando da Napoli dal re Ruberto mesere Azzo da Coreggia di Parma, avendo trattato col re e colli ambasciadori di meser Luchino ch’erano a Napoli lega e compagnia, e di rubellare Parma a meser Mastino. Valicò per Firenze chiusamente, e poi ristette alla Scarperia in Mugello per VIII dì, tenendo trattato e ragionamento con certi nostri cittadini reggenti di torre e rubellare la città di Parma a meser Mastino suo nipote e benefattore per esserne al tutto signore; che meser Mastino l’avea tolta a’ Rossi e a Gran Quirico, e rimessi que’ da Coreggia suoi zii in Parma, tutto ne volesse esere signore e sovrano. I Fiorentini intesono al trattato e favorallo, isperando come Parma fosse tolta a meser Mastino di potere avere agevolmente la città di Lucca; il detto meser Azzo ci tradì poi, come si vedrà pe’ suoi processi. E com’elli fu in Lombardia diè compimento all’opera coll’aiuto di quelli da Gonzago signori di Mantova e di Reggio, e fatti nimici di quelli della Scala. E a dì XXII di maggio datali l’entrata di Parma da quelli di sua parte dentro, corse la terra, e con tradimento ne cacciò la gente di meser Mastino che di lui non si prendieno guardia, e fecesene signore. Per la qual mutazione di Parma si può dire fosse assediata la città di Lucca e quasi perduta per meser Mastino, che no·lla potea fornire sanza grande costo; onde i Fiorentini si mostrarono molti allegri; ma non sapeano il futuro che·nne dovea loro avenire. Messere Mastino veggendosi tolta Parma, la quale a·llui era la chiave e porta di potere entrare a sua posta in Toscana, e per quella forma mantenea la città di Lucca, veggendo che no·lla potea tenere sanza suo gran costo e pericolo, incontanente con savia e sagace pratica cercò di venderla e co’ Pisani e co’ Fiorentini, che a gara ciascuno ne volea esere signore, e con ciascuno tenea trattato. I Pisani per paura di non volere i Fiorentini vicini, e così di presso e colla forza di Lucca, temieno di loro stato, e cercarono in prima di torla a mezzo co’ Fiorentini; ma tutto era con frode e con vizio Pisanoro. Ancora sentendo questa cerca meser Luchino Visconti signore di Melano, che·ssi facea nimico di meser Mastino, proferse a’ Fiorentini, se·lla città di Lucca volessono asediare e torla a meser Mastino, di darne aiuto all’asedio M de’ suoi cavalieri fermi, e volerne da·lloro certa somma di moneta; ed era il meglio a·ffarlo per vendicarsi del tradimento del Mastino; e venia tosto fatto con poco affanno e spesa, a comparazione di quello ne seguì poi. Ma i Fiorentini, non fidandosi dell’antico nimico, non vi si vollono accordare, overo nol promisse il divino distino overo providenza. Ma i Fiorentini come grandi e·llarghi e sicuri mercatanti, e migliori d’altre mercatantie che di guerra, vollono fare a·lloro senno, e i Pisani il somigliante; onde fu e seguì molto male per l’uno Comune e per l’altro, ma più per li Fiorentini in questo anno medesimo e apresso, come assai tosto faremo menzione, spedite, prima di raccontare altre novità state d’intorno in questo tempo.

CXXVIII

Come il re Ruberto ebbe Melazzo in Cicilia per assedio.

Nel detto tempo, avendo il re Ruberto presa l’isola di Lipari in Cicilia, come adietro facemmo menzione, e veggendo per lo detto aquisto assai gli era possibile d’avere Melazzo che v’è alla ’ncontra, e quello avuto potere più strignere Messina, sì fece armare a Napoli XLV tra galee e uscieri, e più altro navilio grosso e minuto da portare foraggio e altro guernimento d’oste, con DC cavalieri e M pedoni oltre a’ marinieri. Col suo amiraglio partì di Napoli la detta armata a dì XI di giugno del detto anno, e per terra mandò il re in Calavra messer Ruggieri di Sanseverino con gente d’arme a cavallo e a piè per rinfrescare l’armata, come avesse presa terra. La quale armata giunse in Cicilia a dì XV di giugno, e bene aventurosamente si puosono all’asedio della terra di Melazzo per terra e per mare, chiudendola dal lato fra terra ove si ricoglie quasi a isola per ispazio d’uno migliaio, con grande fosso e isteccati con molte bertesche; e simile verso la terra di Melazzo con fosso e steccati, sicché non ne potea uscire né entrare persona, se non per furto, sanza gran pericolo. E il navilio era d’intorno alla guardia del porto e della piaggia. Melazzo era ben fornito e di gente d’arme e di vettuaglia per più d’uno anno, e poco curavano l’assedio; ma lo re Ruberto il fece continovare con molto affanno e spendio, e fece cominciare a far fare un grosso muro dentro al fosso e steccato detto dinanzi sì che il campo era molto forte. E veggendo don Piero signore dell’isola che·ll’asedio pure continovava, e a quelli di Melazzo venia fallendo la vittuaglia, tre volte vi venne con tutto lo sforzo di Ciciliani ad asalire il campo, e simile feciono que’ della terra dal lato d’entro; ma invano furono gli asalti, ma con gran danno de’ Ciciliani, per la fortezza del campo e rinfrescamento che facea fare al continuo il re Ruberto all’oste. Fallendo la vettuaglia alla terra per lo lungo assedio e per l’affanno del detto osteggiare, don Piero, che·ssi facea re di Cicilia, amalò e morìo. Per la qual cosa Melazzo s’arrendé all’amiraglio del re Ruberto a dì XV di settembre MCCCXLI, salvo l’avere e le persone, e di terrazzani e di forestieri. Il quale fu un bello aquisto al re Ruberto, tutto gli costasse più di Lm once d’oro; fece lasciare guernita la terra di gente d’arme e di vittuaglia.

CXXIX

Come messer Alberto della Scala andò sopra Mantova e tornonne in isconfitta.

Nel detto anno, a dì XI di giugno, messer Alberto della Scala venne ad oste sopra il mantovano con M cavalieri e MD pedoni di masnade sanza i paesani, per l’aiuto che quelli da Gonzago signori di Mantova aveano dato a messere Azzo da Coreggia, quando rubellò Parma a meser Mastino, mandando loro soccorso. A’ detti signori di Mantova, e coll’aiuto di quelli da Melano, furono loro alla ’ncontra con DCCC cavalieri e popolo assai, e ingaggiarsi di combattere. Alla fine meser Alberto rifiutò la battaglia, e partissi quasi inn-isconfitta, lasciando ciò ch’avea nel campo suo con gran danno e vergogna.

CXXX

Come i Fiorentini patteggiarono di comperare Lucca da meser Mastino,

e mandaro però loro stadichi a Ferrara.

Tornando a nostra matera, mi conviene raccontare della folle impresa fatta per lo nostro Comune di Firenze della città di Lucca, come cominciammo a narrare nella fine del terzo capitolo iscritto adietro. Avendo i caporali rettori di Firenze a mano il trattato con meser Mastino della Scala di comperare da·llui la città di Lucca e ’l suo distretto, ch’elli tenea libera e spedita, la quale, come dicemmo adietro, tenea bargagno co’ Pisani e col nostro Comune di darla a·cchi più glie ne desse, si criò in Firenze, del mese di luglio MCCCXLI, uno uficio di XX cittadini popolani a seguire il detto trattato con piena balìa di ciò fare, e di fare venire danari in Comune per ogni via e modo ch’a·lloro paresse, e fare guerra, e oste, e pace, e lega, e compagnia, come e con cui a·lloro piacesse, per termine di loro uficio d’uno anno, non possendo essere asindacati di cosa che facessono. La qual cosa fu confusione e pericolo del nostro Comune, come si mosterrà apresso per loro processi. I nomi de’ quali non ligisterremo in questo, però che non sono degni di memoria di loro virtù o buone operazioni per lo nostro Comune, ma del contrario, come inanzi per le loro operazioni si potrà vedere, acciò che’ nostri successori si guardino di dare le sformate balìe a’ nostri cittadini per lunghi tempi. Le quali per isperienza si manifesta per antico e per novello essere la morte e abassamento del nostro Comune, però che nulla fe’ o carità era rimasa ne’ cittadini, e spezialmente ne’ reggenti, a conservare la republica; ma ciascuno alla sua singularità o di suoi amici per diversi studi o modi. E però cominciò ad andare al dichino il nostro Comune al modo di Romani, quando intesono alle loro singularità e·llasciarono il bene comune. E non sanza cagione, quando de’ maggiori e de’ più possenti popolani di Firenze diputati al detto uficio ne furono capo ed esecutori. Bene ve n’ebbe alcuni tra·lloro innocenti, secondo si disse. Confermato il detto uficio per consigli, incontanente seguiro il trattato con meser Mastino, e per ingannare i Pisani overo noi medesimi, li si promisono e fermaro co’ suoi procuratori di dare CCLm di fiorini d’oro in certe paghe; avendo il nostro Comune debito a dare a’ cittadini per la guerra del Mastino più di CCCCm di fiorini d’oro; e potendola avere Lucca da’ Tedeschi dal Cerruglio l’anno MCCCXXVIIII, come dicemmo adietro, per LXXXm di fiorini d’oro, che·ffu savia provedenza, overo molto folle per lo nostro Comune; e più ancora, essendo in quistione e in bargagno co’ Pisani, e quasi come tutta guasta e assediata. E per osservare i patti a mesere Mastino a dì VIIII d’agosto del detto anno mandarono a Ferrara sotto la guardia de’ marchesi, siccome amici e mediatori dal nostro Comune, a meser Mastino L stadichi: II de’ detti XX in persona, e XVIII figliuoli o fratelli o nipoti degli altri XX, e XXX altri cittadini; de’ quali L stadichi v’ebbe VII cavalieri e X donzelli delle maggiori case di Firenze, e gli altri di maggiori e più ricchi popolani e mercatanti della nostra città. E noi autore di questa opera, tutto ch’a·nnoi non si confacesse e fosse contra nostra volontà, fummo del detto collegio e numero per lo sesto di porta San Piero, e istemmo in Ferrara due mesi e mezzo con più di CL cavalli al continovo, e ciascuno con famigliari vestiti d’assise, con grandi e onorate spese, sperando d’avere gran vittoria della detta impresa, e ricevendo grande onore da’ signori marchesi di conviti al continuo. E meser Mastino vi mandò uno suo figliuolo bastardo con LX stadichi gentili uomini di Verona e di Vincenza e del suo distretto, o loro figliuoli. Ma non comparivano in Ferrara apo i Fiorentini d’assai di nobiltà e d’orrevolezza. I detti XX, fatta la detta impresa, feciono al continovo molte disordinate spese, gravezze a’ singulari cittadini di prestanze e d’imposte per essere forniti di moneta; veggendosi venire in aspra guerra co’ Pisani per la detta compera di Lucca, e’ soldarono di nuovo gente da cavallo e da piè d’arme in grande quantità; e spendieno ogni mese più di XXXm fiorini d’oro. E richiesono d’aiuto i vicini e·lli amici. E nota, lettore, se meser Mastino seppe fare savia e alta vendetta della guerra e ingiuria ricevuta da’ Fiorentini per lo suo tenere di Lucca, vendendola loro per ingordo pregio, sì fatta medesima azione di Lucca assediata, e con aspra guerra co’ Pisani e cogli altri loro vicini e co’ Lombardi suoi nimici, come apresso faremo menzione, tornando alquanto adietro.

CXXXI

Come i Pisani si puosono ad assedio alla città di Lucca.

I Pisani sentendo al continuo il trattato che’ Fiorentini tenieno con messere Mastino d’avere la città di Lucca, ed ellino con meser Mastino non potendosi accordare, riserbando la fortuna a’ Fiorentini la mala derrata di Lucca colle sue sequele, nonn-istettono i Pisani oziosi, ma inanzi che’ Fiorentini compiessono la folle compera di Lucca, di più mesi si providono, e incontanente soldarono cavalieri, sicché da·lloro ebbono MCC cavalieri e CCC cavallate di cittadini. E·cciò potieno bene fare, che il loro Comune avea di mobile ragunati più di CLm di fiorini d’oro, e mandaro loro ambasciadori a Milano, e feciono lega e compagnia con meser Luchino Visconti signore di Milano e fatto nimico di meser Mastino. E nonn-è da dimenticare di mettere in nota uno crudele tradimento commesso per li Pisani per recarsi ad amico meser Luchino. Uno messere Francesco da Postierla di nobili di Milano, cui n’avea cacciato, il quale ito a·ccorte a lamentarsi al papa, e volendo tornare in Toscana, essendo amico al suo parere de’ Pisani, mandò a·lloro per navile che ’l levasse da Marsilia, e per sicurtà di suo salvocondotto il Comune di Pisa gli mandaro una loro galea armata passaggera, e lettera di salvocondotto, ove si ricolse. Arrivato a Pisa, com’era ordinato il tradimento con meser Luchino, incontanente il detto meser Francesco, uomo di grande autorità e valore, con due suoi figliuoli i Pisani mandaro legati a Milano; a·ccui meser Luchino fece tagliare la testa. E per tale vittima si fece la lega e compagnia da meser Luchino e Pisani, della quale per lo innormo peccato commesso per li Pisani poco apresso fu aperta vendetta fatta contro a’ Pisani, come si troverrà leggendo. Ma il detto messer Luchino oltre a·cciò volle promissione da·lloro di L mila fiorini d’oro in certi termini, e dierli XII stadichi i Pisani di figliuoli di loro conti e di migliori e di più cari cittadini per osservare i patti; e meser Luchino mandò loro M cavalieri colle sue insegne a soldo di Pisani, e capitano meser Giovanni Visconti suo nipote. E’ signori di Mantova e di Reggio mandaro loro CC cavalieri, e quelli da Coreggia di Parma CL cavalieri, e meser Albertino da Carrara di Padova CC cavalieri per contrari di meser Mastino; e feciono lega con tutti i conti Guidi salvo col conte Simone e ’l nipote, e cogli Ubaldini, e col signore di Furlì, e cogli altri Ghibellini di Romagna, e col dogio di Genova, che tutti diedono loro aiuto di cavalieri o di balestrieri; e tali colle loro forze mossono guerra e ruppono le strade a’ Fiorentini; e·cciò fu per procaccio e trattato di nostri nuovi ribelli. E ciò fatto per li Pisani, come seppono che i Fiorentini avieno fermo il patto con meser Mastino, e mandati gli stadichi, di presente a dì... d’agosto ebbono il castello del Cerruglio, quello di Montechiaro per IIIm fiorini d’oro ne spesono a’ masinadieri che·ll’aveano in guardia per meser Mastino; e guernirli di loro gente, per impedire gli andamenti de’ Fiorentini al soccorso di Lucca. E·cciò fatto, con tutta la loro cavalleria e popolo per comune subitamente a dì... d’agosto del detto anno vennero alla città di Lucca, e puosonvi l’assedio intorno intorno, e ’n poco tempo apresso l’affossaro e steccaro con bertesche dalla Guscianella, che va a Pontetetto, infino al fiume del Serchio, che·ffu per ispazio di più di VI miglia. E simile teneno il procinto della Guscianella insino al Serchio di sopra guernito di fortezze e di gente, ch’era altressì grande spazio o più. E poi apresso alla città feciono un altro fosso con isteccati, che·ffu una maravigliosa opera fatta in poco tempo, per modo che nullo potea entrare o uscire di Lucca sanza grande pericolo; e al continovo v’era per comune i due quartieri di Pisa a muta, e talora i tre quartieri, e così di loro molti contadini e balestrieri, assai genovesi; e bisognava bene, sì era lungo il procinto. E in mezzo di detti due procinti era accampata l’oste de’ Pisani e di Lombardi in tre siti e campi spianati dall’uno campo all’altro. E·cciò poterono fare liberamente e sanza contasto, perciò che’ Fiorentini per la ’mprovisa e sùbita impresa di Pisani non erano ancora aparecchiati al contasto e in Lucca non avea da CL cavalieri di meser Mastino e D pedoni di soldo, ond’era capitano Guiglielmo Canacci; e co·llui Frignano da Sesso, e Ciupo delli Scolari, e meser Bonetto tedesco, ch’avieno assai a·ffare pure di guardare la città. Ma il detto Guiglielmo Canacci al continuo proccurava Lucca per li Pisani. E partissi di Lucca e andò però a meser Mastino, e·llasciò la guardia agli altri detti capitani. Lasceremo alquanto di Pisani e del loro assedio di Lucca, e diremo tornando alquanto adietro quello che i Fiorentini feciono per la detta guerra mossa per li Pisani.

CXXXII

Come i Fiorentini si forniro essendo i Pisani all’assedio di Lucca,

e cavalcaro sopra quello di Pisa.

Sentendo i Fiorentini l’aparecchio d’oste che faceano i Pisani, inanzi che ponessono l’assedio alla città di Lucca incontanente crebbono la loro cavalleria, sicché egli ebbono IIm cavalieri a soldo loro, e mandaro per l’amistadi, per esser aparecchiati se’ Pisani movessono loro guerra. I Sanesi ne mandarono CC cavalieri il Comune, e C le case guelfe di Siena, e CC balestrieri, i Perugini CL cavalieri, quelli d’Agobbio con meser Iacopo Gabrielli con L cavalieri, il signore di Bologna CCC cavalieri, il marchese da Ferrara CC cavalieri, meser Mastino CCC cavalieri, e dalle terre guelfe di Romagna CL cavalieri, dal signore di Volterra il figliuolo con L cavalieri e CC pedoni, messere Tarlato d’Arezzo con L cavalieri e CC pedoni. Prato XXV cavalieri e CL pedoni, San Miniato CCC pedoni, San Gimignano e Colle ciascuno CL pedoni. Come i Fiorentini ebbono ragunata loro gente e amistadi elessono per capitano di guerra messer Maffeo da Ponte Carradi di Brescia, ch’era loro capitano di guardia. E questo fu il secondo gran fallo de’ Fiorentini apresso al primo della folle compera di Lucca che con tutto che meser Maffeo fosse un valente e buono cavaliere, non era sofficiente duca a guidare sì grande esercito. Che nella nostra cavalleria aveva L o più conestaboli di maggiore affare di lui; ma·ll’ambizione dell’uficio de’ XX e delli altri reggenti ebbono a schifo il savio consiglio del re Ruberto, ch’al tutto biasimava la ’mpresa di Lucca. E però non vollono per capitano niuno de’ reali suoi nipoti né altri grandi baroni, per guidare la ’mpresa più a·lloro senno. E ciò fatto, feciono cavalcare loro capitano colla sopradetta cavalleria e popolo grandissimo a Fucecchio e all’altre terre del Valdarno. E mandaro loro ambasciadori a Pisa a richiedere e protestare a’ Pisani che non si travagliassono della ’mpresa di Lucca, com’era ne’ patti della pace spressamente tra·lloro. I Pisani diedono loro infinte e false scuse, e di presente presono il Cerruglio e Montechiaro, e puosono l’assedio con tutta loro oste alla città di Lucca. E come dicemmo nel passato capitolo, i Fiorentini aveggendosi della impresa e tradimento di Pisani di presente feciono cavalcare la loro oste, ch’era nel Valdarno di sotto, in sul contado di Pisa, e furono IIImDC cavalieri e più di Xm pedoni di soldo. E di presente presono il Ponte ad Era e il fosso Arnonico, e guastarono e arsono tutto il borgo di Cascina, e·lla villa di San Sevino e di San Casciano, e infino al borgo delle Campane presso a Pisa a due miglia. E poi si rivolsono per la via che va in Valdera, e andaro fino a Ponte di Sacco, levando grandi prede e faccendo grandi arsioni sanza contasto alcuno, istando sopra il contado di Pisa per più dì; e più sarebbono stati, se non che grande fortuna di pioggia li sopprese; onde avendo arse e guaste le villate non vi potero dimorare né andare più inanzi, e tornarsi a Fucecchio e nell’altre castella di Valdarno. E nota che questo fu il terzo gran fallo della impresa di Lucca e mala capitaneria, e·cciò non si riprende dopo il fatto. Ch’assai si vide chiaro, e si disse inanzi per li savi e intendenti, ch’a volere levare l’assedio da Lucca e disertare i Pisani l’oste di Fiorentini si dovea porre al fosso Arnonico ch’era bene albergato, e quello aforzare verso Pisa di fossi e steccati e aforzare il Ponte ad Era, e fare un piccolo battifolle a piè di Marti o in su Castello del Bosco, e in quelli lasciare guardia e guernigione di gente d’arme per avere ispedito il cammino e·lla vittuaglia. E poi al continovo fare grosse cavalcate in Valdera, e a Vada, e a Porto Pisano, e Livorno, e infino alle porte di Pisa intorno intorno, faccendo ponte di legname sopra l’Arno; e potieno di continovo cavalcare i·loro Piemonte e ’n Valdiserchio, e ’mpedire la vettuaglia ch’andava da Pisa all’oste di Lucca onde convenia per nicistà si levasse l’oste da Lucca. E·cciò sentimmo poi da’ Pisani, che di questo istavano continovo in gran paura; e convenia per forza venissono a battaglia co’ Fiorentini, e·lla battaglia era a lezione e con vantaggio dell’oste de’ Fiorentini. Ma il distino ordinato da Dio per punire le peccata non può preterire, ch’accieca l’animo de’ popoli e di loro duchi e rettori in non lasciare prendere il migliore partito. E così avenne al nostro Comune.

CXXXIII

Come i Fiorentini compiuto il mercato della città di Lucca

con meser Mastino presono la posessione essendo asediata.

Infra·lla detta stanza il Mastino non dormia, ma sagacemente prese suo tempo e mandò suoi ambasciadori a Firenze, richiesono e protestarono il Comune che prendesse la posessione della città di Lucca e delle castella che tenea; e se·cciò non facessono, s’accorderebbe co’ Pisani e darebbela a·lloro. E per alzare la sua mercatantia e fare la sua vendetta di Fiorentini, come dicemmo adietro, al continovo stava in bargagno co’ Pisani per trattato di Guiglielmo Canacci, ribello di Bologna, stato per suo capitano in Lucca. Sopra·cciò si tennono in Firenze più consigli, e per li più savi si consigliava per lo migliore che·lla ’mpresa si lasciasse, e guerreggiassesi sopra il contado di Pisa, e com’era gran follia a prendere la posessione di terra assediata; e che molto pericolo e spesa ne potea venire, e potiesi lasciare ragionevolemente coll’onore del Comune; però che ’l primo patto era che per lo prezzo detto di CCLm di fiorini d’oro meser Mastino dovea dare la città e·lle castella libere e spedite. Ma·ll’ambizione dell’uficio de’ XX e de’ loro seguaci, ch’aveano fatta la prima impresa, vinse contra il savio e buono consiglio, ma pur volerla, dicendo che lasciarla troppo era gran vergogna e abassamento del Comune di Firenze; questo fu il quarto gran fallo sopra fallo fatto per l’uficio di XX. E incontanente mandaro due altri dell’uficio de’ XX e altri ambasciadori con quelli di meser Mastino al marchese da Ferrara, ch’era mediatore per migliorare i patti. E giunti a Ferrara tosto s’acordò la bisogna, scemando della prima somma LXXm di fiorini d’oro per l’asedio di Lucca e perdita del Cerruglio e di Montechiaro, sicché rimase il patto a CLXXXm di fiorini d’oro: i Cm pagare infra uno anno, avendo XXVII nuovi stadichi per sicurtà di ciò, e·lli LXXXm fiorini in cinque anni apresso, ogni anno XVIm fiorini d’oro, mallevadori di ciò il marchese e ’l signore di Bologna, e tenere meser Mastino al suo soldo D cavalieri infino che fosse levato l’assedio di Lucca. Che ’nanzi che messere Mastino si fosse partito da mercato l’avrebbe fatto per Cm fiorini d’oro, siccome posessione disperata e ch’avea perduta, e a’ Pisani in nulla guisa la volea dare, tutto ne facesse il sembiante, e per dispetto di meser Luchino, che co·lloro insieme l’avea assediata in sua vergogna; e questo sapemmo di certo, però ch’eravamo presenti al trattato, del numero delli stadichi. Ma·lla fretta e troppa volontà di chi l’avea a·ffare, o altra privata cagione, e bene si disse per molti cittadini che baratteria s’usò per li trattatori del primo mercato dall’una parte e dall’altra, e noi ne sentimmo tanto in Ferrara, quando si recò il mercato a CLXXXm, che quelli che v’erano per messere Mastino dissono ch’elli non avea mai sentito che·lla prima somma fosse più che CCm di fiorini d’oro. E così, se vero fu, i nostri cittadini savi ingannaro l’oste, overo il nostro Comune cieco; e fermo il secondo patto, incontanente tornaro da Ferrara i nostri ambasciadori co’ sindachi di meser Mastino. E di presente feciono i nostri rettori muovere l’oste ch’era in Valdarno, e col capitano agiunsono II cittadini per sesto per consiglieri della guerra; e andarono in arme con compagnia nobilemente a’ gaggi del Comune, e andarono in sul contado di Lucca, parte per la via d’Altopascio e parte dell’oste andò per Valdinievole; e accampossi tutta la detta nostra oste in sul colle delle Donne a dì... di settembre; e poi ebbono la posessione di Pietrasanta e di Barga da’ proccuratori di meser Mastino. Come l’oste de’ Fiorentini fu acampata, l’oste de’ Pisani, ov’era a tre campi, si recarono a uno; e tegnendosi ancora per que’ di Lucca la fortezza di Pontetetto, che impedia molto la scorta di Pisani, sì v’andò gran parte dell’oste de’ Pisani e stettonvi più dì ad assedio, e per forza combattendo l’ebbono. In quella dimora la gente di meser Mastino con suoi sindachi e nostri, e colla gente che si volea mettere in Lucca, che furono CCC cavalieri e D pedoni, con Xm fiorini d’oro per pagare le masnade che·nn’uscirono poi, e co·lloro Ciupo delli Scolari e tutti i Ghibellini, che v’erano per meser Mastino in Lucca, con cenni di fuoco ordinati que’ di Lucca a un’ora uscendo fuori co’ nostri che v’andavano, si scontraro al luogo ordinato, ruppono parte delli steccati e apianaro i fossi, e sanza contasto entraro in Lucca sani e salvi. E di vero, se grossa gente fosse cavalcata co·lloro, rotta era la gente de’ Pisani, che in quello punto non erano rimasi alla guardia dell’oste che D cavalieri. Entrata la detta gente in Lucca v’ebbe grande allegrezza; e i nostri sindachi, ch’erano Giovanni Bernardini di Medici, e Naddo di Cenni di Naddo, e Rosso di Ricciardo de’ Ricci, presono la posessione del castello dell’Agosta e della città dal sindaco di meser Mastino, ch’era Arriguccio Pegolotti nostro antico cittadino ghibellino, a dì... di settembre. E il detto Giovanni de’ Medici, ch’era ordinato ad esservi capitano, si fece fare cavaliere, e i detti Naddo e Rosso rimasono camarlinghi per lo Comune a ricevere la moneta che vi si mandava, e pagare le masnade a·ccavallo e a piè, e fornire l’ordine della vittuaglia. E feciolla sì bene ciascuno de’ detti, come inanzi si leggerà.

CXXXIV

Come l’oste de’ Fiorentini fu sconfitta a Lucca da quella di Pisani.

Istando la detta nostra oste in sul colle delle Donne e in su quello di Grignano, più scaramucci ebbono la nostra gente con quella de’ nimici, ch’erano in San Gromigno e in San Gennaio, quando a danno dell’una parte e quando dell’altra; e fornendo Lucca del continovo di moneta, ch’altro non bisognava loro, però che per danari i Tedeschi dell’oste de’ Pisani di dì e di notte fornivano Lucca di ciò che bisognava. Ma·lla ’ngannevole fortuna, ma più la mala provedenza dell’uficio de’ XX e del loro consiglio di reggenti ch’erano in Firenze, e che a ciascuno per loro ambizione parea essere il buono, mesere Alardo di Valleri, o il conte Guido da Montefeltro mastri di guerra, si diliberaro che·lla detta nostra oste iscendesse al piano verso Lucca, e fossero alla battaglia co’ Pisani. E questo mandaro, aspramente comandando a’ capitani dell’oste. E questo fu il quinto fallo, e sanza rimedio, che Lucca era fornita ancora per più di VIII mesi; e ciò sapieno di certo, e tutto dì si fornia per lo modo detto; che stando a bada co’ Pisani e fermi, gli straccavano e consumavano di spese in poco di tempo. E di vero si seppe che, ’ndugiandosi pure XV dì, meser Giovanni Visconti si partia con tutta la cavalleria del capitano di Milano, perché i Pisani non gli oservavano i patti promessi; e·cciò disse poi in Firenze, quando vi fu prigione, palesemente. L’altro gran fallo, ma pazzia, fu andare a combattere a posta e vantaggio del nimico, ch’erano dentro alla fortezza del fosso e steccati di loro campo, e poteno prendere e lasciare la battaglia, e rinfrescarsi a·lloro posta e vantaggio; e oltre a·cciò e’ nonn-erano meno ma più gente di nostri a·ccavallo e a piè; ma al fallo della guerra segue incontanente la disciplina. I capitani dell’oste ubidendo il comandamento da Firenze, overo per le nostre peccata pulire, il distino di Dio li vi condusse. Il dì di calen di ottobre iscesono al piano di Lucca, e accamparsi la notte al luogo detto la Ghiaia e greto di Serchio, presso al campo di nimici a meno d’uno miglio, e·ll’una parte e·ll’altra feciono la spianata; e que’ del campo di Pisa abattero verso la spianata una parte dello steccato, e richiesono la battaglia, e’ nostri l’accettarono lietamente per lo giorno apresso. E così martedì, a dì II d’ottobre del detto anno MCCCXLI, le due osti s’affrontaro. I nostri ch’erano rimasi IImDCCC cavalieri e popolo grandissimo feciono due schiere, l’una di MCC cavalieri per feditori, la qual conducea il nostro capitano messer Maffeo con quelli Fiorentini che v’erano, con iscelta delle migliori masnade ch’avessono e co’ Sanesi, che più donzelli delle case di Siena guelfe si feciono il dì cavalieri, e portarsi francamente. E in quella schiera fu mesere Ghiberto da Fogliano, e Frignano da Sesso, e uno conte d’Alamagna, e meser Bonetto tedesco colla gente di meser Mastino, che in quella giornata cogli altri feditori insieme feciono maraviglie d’arme, essendo fasciati di costa con più di IIIm balestrieri. La schiera grossa con tutta l’altra cavalleria e popolo e colla salmeria caricata che·ffu follia, guidavano gli altri capitani. E messere Gian della Vallina borgognone avea la ’nsegna reale, che per bontà de’ nostri cittadini nullo la richiese di portare. I Pisani, ch’erano da IIIm cavalieri, feciono III schiere; l’una di feditori da DCCC cavalieri, la quale conducea... fasciata con molti balestrieri genovesi e pisani, che·nn’avieno più di noi e migliori. L’altra grossa schiera co’ cavalieri del signore di Milano guidava meser Giovanni Visconti colla insegna della vipera. Un’altra schiera di CCCC cavalieri riposta adietro presso alla bocca de’ loro steccati e a quella guardia, perché li nostri di Lucca ch’erano usciti della città non assalissono il campo. Quella terza schiera di Pisani guidava meser Ciupo delli Scolari, che ’l dì si fece cavaliere, e meser Francesco Castracane. Fatte le dette schiere delle due osti, s’affrontaro insieme in sull’ora della terza; e prima i feditori dall’una parte e dall’altra. La battaglia fu aspra e forte, però che da ciascuna parte di feditori era il fiore della cavalleria dell’oste; e per la forte percossa di feditori di Pisani, tutto fossono meno gente di nostri, feciono assai rinpignere adietro la nostra schiera de’ feditori; ma poco apresso i feditori di Pisani furono rotti e sconfitti; e fuggendo parte si tornarono dentro alli steccati e parte alla loro schiera grossa. I nostri feditori avendo avuta la vittoria de’ feditori di Pisani, francamente asaliro la loro schiera grossa; e quella fu una ritenuta e aspra battaglia, e durò infino dopo nona, e gran mortalità v’ebbe di cavalli, e abattuta di cavalieri per li molti balestrieri dell’una parte e dell’altra, e fu abattuta la ’nsegna di meser Luchino, e preso messer Giovanni Visconti capitano della sua gente, e Arrigo di Castruccio, e messer Bardo Frescobaldi, e più di migliori Pisani da cavallo e d’altri nostri usciti, e quasi rotta e sbarattata la detta schiera, con tutto rilevassono un’altra insegna della vipera di Melano, parte di loro si rannodaro colla schiera di meser Ciupo delli Scolari che stava ferma. E con tutto che’ nostri feditori combattessono e cacciassono i nimici, la nostra ischiera grossa non si mosse né pinse inanzi a favorare i nostri feditori, che·ffu gran fallo e mala capitaneria; ma dissesi fu per difetto di meser Gianni della Vallina, ch’avea la ’nsegna reale, che non volle andare contro alla ’nsegna di meser Luchino per saramento fatto essendo suo prigione in Lombardia. Ma maggior fallo fu de’ nostri rettori a darli la ’nsegna reale, e che sì grande oste non capitanaro di sofficienti duci, e non vi furono di nobili cittadini a·ccui ne calesse. I nostri della prima schiera credendosi avere la vittoria, si partiro di qua e di là seguendo prigioni. Dissesi che mesere Ciupo delli Scolari, che stava colla schiera disparte a vedere le contenenze della battaglia, e raccogliendo a·ssua schiera que’ che fuggivano, usò una maestria di guerra, che mandò più ribaldi alla nostra schiera grossa e tra·lla nostra salmeria, gridando e dando boce che’ nostri feditori erano sconfitti; onde la salmeria si cominciò tutta a partire. Quelli della nostra grossa schiera, ch’erano di lungi, ov’era la battaglia e caccia per uno terzo di miglio, tra per la detta falsa voce, e veggendo i nostri sciolti di schiera alla caccia de’ nimici e mischiati tra·lloro, e veggendo fuggire la salmeria, e·lla schiera di meser Ciupo ferma e cresciuta colle ’nsegne levate, credettono a·ccerto che’ nostri fossono rotti, e sanza rotta o caccia di nimici si ruppono tra·lloro e missonsi in fuga; e simile i pedoni. Messer Ciupo colla sua riposata schiera veggendo in fuga la nostra schiera grossa, percosse a’ nostri feditori stati prima a due battaglie vincitori, ch’erano sparti e ricogliendo prigioni sanza ordine o ritegno alcuno, fedirono tra·lloro, e ruppogli e sconfissolli di presente, e ricoveraro i loro prigioni, salvo messere Giovanni Visconti, ch’era menato alla schiera grossa, e più altri barattati, che·ssi ricomperaro poi da quelli che·lli avieno presi, sanza rassegnarli al Comune. In questa battaglia non moriro di nostri oltre a CCC uomini tra cavallo e a piè, e niuno uomo di nome salvo Frignano da Sesso, e certi conestaboli di meser Mastino e di marchesi, ch’alla battaglia si portaro valentremente. Cavalli vi moriro più di IIm tra dall’una parte e dall’altra per le molte balestre e per lo modo della battaglia, che·ffu quasi com’uno torniamento con più riprese. Prigioni non vi rimasono de’ nostri che da DCCC a M tra a cavallo e a piè, però che·lla nostra schiera grossa si partì salva per lo modo detto, e ricoveraro in Pescia, e’ nimici non seguiro caccia, e molti de’ nostri si fuggiro in Lucca; e meser Tarlato d’Arezzo fu di quelli. Questi furono i prigioni di rinomea di nostri che vi rimasono: cittadini, messer Giovanni della Tosa, messer Francesco Brunelleschi, messer Barna de’ Rossi, Albertaccio da Ricasoli, che·ssi ricomperaro per danari; di forestieri, messer Maffeo nostro capitano, messer Bonetto tedesco, e VI altri conestaboli di meser Mastino, e de’ marchesi, e del signore di Bologna, che poi di Pisa si fuggiro. E rimasonvi presi da VIII tra cavalieri e donzelli di Siena, e ’l figliuolo del signore di Volterra; tutti questi furono presi nel mezzo del campo combattendo tra’ nimici. E meser Iacopo Gabrielli fu preso fuggendo in Lucca. E se non che a’ Pisani rimase il campo e l’onore, per lo giudicio e volere d’Iddio e per lo nostro male provedimento, più di Pisani vi morirono assai che di nostre genti; e il costo a·lloro innumerabile per le paghe doppie e mende de’ cavalli. Ma pure la nostra mal guidata oste fu sconfitta con nostro danno e vergogna e disinore, sventuramente a dì II d’ottobre MCCCXLI.

CXXXV

Digressione sopra la detta sconfitta.

Quando fu la detta sconfitta, noi Giovanni Villani autore di questa opera eravamo in Ferrara stadico di meser Mastino per lo nostro Comune cogli altri insieme, come dicemmo adietro; e in due giorni apresso avemmo la novella assai più grave ch’ella non fu, onde ci cusammo tutti essere prigioni di meser Mastino, stimandoci che ’l nostro Comune per la detta sconfitta fosse rotto e sbarattato, e che·cci convenisse ricomperare non solamente Cm fiorini d’oro promessi, ma·lla redenzione de’ prigioni e·lla menda de’ cavalli di meser Mastino. E compiagnendoci insieme amaramente sì del pericolo incorso al nostro Comune, e sì del nostro propio danno e interesso, uno de’ nostri compagni cavaliere compiagnendosi quasi verso Iddio, mi fece quistione dicendo: «Tu hai fatto e fai memoria de’ nostri fatti passati e degli altri grandi avenimenti del secolo, quale puote esere la cagione, perché Iddio abbia permesso questo arduo contro a·nnoi, essendo i Pisani più peccatori di noi, sì di tradimenti sì d’essere sempre stati nimici e persecutori di santa Chiesa, e·nnoi ubidenti e benefattori?». Noi rispondemmo alla quistione, come Iddio ne spirò oltre alla nostra piccola scienza, dicendo che in noi regnava solo un peccato intra gli altri che più spiacea a Dio che quelli de’ Pisani; ciò era non avere in noi né fede né carità. Rispuose il gentiluomo quasi commosso, dicendo: «Come la carità, che più se ne fa in Firenze in uno dì, che in Pisa in uno mese?». Dissi ch’era vero; ma per quello membro di carità che·llimosina si chiama, Iddio ci ha guardati e guarda di maggiori pericoli; ma·lla vera carità è fallita in noi; prima verso Iddio, di non esere a·llui grati e conoscenti di tanti benifici fatti e in tanto podere e stato posta la nostra città, e per la nostra prosunzione non istare contenti a’ nostri termini, ma volere occupare non solamente Lucca, ma l’altre città e terre vicine indebitamente. Come col prossimo eravamo caritevoli, a ciascuno è manifesto a ditrarre e tradire e volere disertare l’uno vicino compagno e consorto l’altro, ed eziandio tra fratelli carnali, e colle pessime usure contro a’ meno possenti e bisognosi. Della fe’ e carità verso il nostro Comune e replubica è anche manifesto tutta esere fallita; che venuto è tempo, per li nostri difetti, che ciascuno cittadino per una sua piccola utilità ditrae e froda e mette a non calere ogni gran cosa di Comune, che che pericolo ne corra. Ove i Pisani sono il contrario, cioè che sono uniti tra·lloro, e fedeli e·lleali al loro Comune, benché in altre cose sieno così, o maggiori peccatori di noi; ma come disse il nostro signore Gesù Cristo nel Vangelo: «Io pulirò il nimico mio col nimico mio etc.». E fatto silenzio alla detta quistione, che ciascuno fu contento della detta difinizione, e riconoscemmo i nostri difetti e poca carità tra·nnoi in comune e in diviso. Il marchese da Ferrara sentendo la nostra turbazione mandò per noi, e tutti ci ebbe in sua presenza e del suo privato consiglio. Prima dolutosi con noi del sinistro caso e fortuito avenimento occorso alla nostra gente e alla sua; ma poi, come il buono padre fa al suo figliuolo, confortandone, mostrandone la piccola perdita ricevuta, e com’era de’ casi della guerra, e da non curare, potendosi ricoverare, magnificando il nostro Comune di gran potenzia, e per sé e per li amici dicendo che di ciò si farebbe alta e grande vendetta, profferendo al nostro Comune tutto suo podere, e di venire in persona elli o il suo fratello con tutte sue forze, e così ci pregò significassimo al nostro Comune. E immantenente mandò in Firenze suoi ambasciadori colla detta proferta, onde prendemmo gran conforto. E per simile modo fece al nostro Comune meser Mastino e ’l signore di Bologna. Ma meser Albertino da Carrara signore di Padova fece della nostra sconfitta falò e grande allegrezza per dispetto di meser Mastino, e avea di sua gente C cavalieri coll’oste de’ Pisani contro a·nnoi; ma male si ricordava o era grato, ma ingratissimo de’ benifici ricevuti elli e’ suoi antichi dal nostro Comune. Ed elli, colla nostra potenza e de’ Viniziani, di servo di quelli della Scala fatto signore di Padova, come adietro facemmo menzione al conquisto di quella. Avemo per questo capitolo fatta sì lunga digressione sopra la detta nostra sconfitta per dare assempro di correzione di nostri difetti a’ nostri successori, e perch’abbino ricordo e memoria di quelli che·cci sono stati amici e contrari nella nostra aversità, ritornando apresso a nostra materia.

CXXXVI

Della materia medesima.

Come in Firenze giunse la prima e sùbita novella della detta sconfitta, tutta la città fu commossa di grande dolore e paura, e faccendo grande guardia di dì e di notte, istimandosi che·lla rotta e dannaggio fosse più grande che nonn-era. Ma il giorno apresso fu saputo il vero della piccola perdita di morti e di presi, e·cche la città di Lucca non era perduta, ma si tenea francamente, né perduto nullo altro castello che per noi si tenesse, s’apersono le botteghe, e ciascuno disarmato intese a·ffare i fatti suoi come prima, non parendo che battaglia o sconfitta fosse fatta; e in ciò per li cittadini si mostrò grande magnificenza. E poi apresso che incontanente s’ordinò di rifare maggiore oste che·lla prima, richeggendo d’aiuto il re Ruberto e gli altri amici, con soldando gente d’arme a cavallo e a piè, quanti se ne potessero avere; ed elessono per capitano di guerra, per averlo più tosto, meser Malatesta da Rimino tenuto savio uomo in guerra, il quale venne in Firenze a dì... di febraio con CC cavalieri, intra’ quali avea de’ migliori uomini di Romagna e della Marca e oltramontani, e CC pedoni alla guardia di sua persona; e per lo suo uficio da’ Fiorentini fu ricevuto a grande onore avendo di lui grande speranza di vittoria. E oltre a·cciò non potendosi avere dal re Ruberto per capitano uno di nipoti, ch’assai si prontò per li Fiorentini, come inanzi si farà menzione, e sentendo che ’l duca d’Atene venia di Francia a Napoli, certi reggenti della nostra città scrissono al detto duca, e feciono scrivere a’ suoi amici e mercatanti alla sua venuta a Vignone in Proenza dov’era la corte, che·lli piacesse di fare la ’mpresa d’essere sovrano capitano al servigio del nostro Comune. Il gentile signore e bisognoso pellegrino per suo avantaggio e a richiesta de’ detti suoi amici e grandi di Firenze, che di ciò il confortaro e richiesono ad altro maggiore intendimento, come inanzi lui venuto in Firenze si potrà comprendere, accettò la ’mpresa, e sanza indugio con C gentili uomini avea in sua compagnia per mare venne a Napoli, che a Pisa, né in quelle marine, non potea porre e non avea cavalli. E giunto a Napoli, sanza fare asapere di suo intendimento al re Ruberto si venne fornendo d’arme e di cavalli, dando voce di volere andare in sua terra in Romania. Lasceremo alquanto della ’mpresa del duca d’Attene, ma assai tosto vi ci converrà tornare, crescendone di suoi fatti grande e nuova matera, e diremo alquanto di processi che ’l re Ruberto tenne col nostro Comune ne’ fatti di Lucca.

CXXXVII

Come il re Ruberto domandò a’ Fiorentini la signoria di Lucca

ed ebbela, promettendogli d’atase.

Lo re Ruberto essendo molto infestato per lettere del nostro Comune, e per quelli delle nostre compagnie e suoi mercatanti ch’erano intorno di lui, che mandasse uno di nipoti con gente d’arme all’aiuto dell’oste che ’l nostro Comune intendea di fare contra i Pisani per levare l’assedio di Lucca, per la sua grande avarizia non volendo fare la ’mpresa e disdire l’aiuto al nostro Comune non potea con suo onore, sì volle fare e fece una sottile segacità, che mandò a Firenze del mese di novembre una grande ambasciata, ciò fu il vescovo di Grufo grande maestro, e meser Gianni Barili de’ maggiori di Napoli, e Niccola degli Acciaiuoli con grande compagnia, e fece per quella dimandare inn-un grande e bello consiglio la posessione e signoria della città di Lucca, come sua e di sua giuridizione, tutta gli fosse tolta da Uguiccione dalla Faggiuola e Comune di Pisa, come assai adietro facemmo menzione. E se·cciò si facesse per li Fiorentini promettea tutte le sue forze per mare e per terra contra li Pisani, a·ffare le nostre vendette e levare l’oste loro da Lucca, stimandosi di certo che’ Fiorentini per loro alterezza così gran costo e danno e vergogna, com’avieno ricevuta per la ’mpresa di Lucca, negassono la sua dimanda e richiesta, e·cciò faccendo avea giusta causa di negare l’aiuto dimandato per lo nostro Comune. I Fiorentini sopra·cciò saviamente avisati e con buono consiglio liberamente rispuosono agli ambasciadori, e in loro presenza rifermaro in quello consiglio di dare al re, o a·lloro per lui, libera la posessione di Lucca; e feciono sindachi a·cciò fare, e andaro per scorta co·lloro in Lucca, e diedono la posessione e ’l dominio con bollate carte. E·cciò fatto, i detti ambasciadori andaro a Pisa, e richiesono i Pisani da parte del re con solenni protestagioni che·ssi levassono dallo assedio della sua città di Lucca. I Pisani parendo a·lloro che·lla detta richiesta fosse opera disimulata a posta de’ Fiorentini, la quale nel vero non era, ma come che fosse, a·lloro ne parea avere mal partito a mano a recarsi il re Ruberto incontro, e d’altra parte da·lLucca l’assedio non volieno levare; disimulatamente dissono di rispondere al re per loro ambasciadori; e così feciono dilaiando e menando il re per parole, e non ne vollono in fine far niente; ma rafforzando al continovo l’assedio di Lucca colle forze di meser Luchino Visconti e degli altri tiranni di Lombardia di parte imperiale; ed era a’ Pisani assai agevole, essendo sì presso di Lucca, essere afforzati.

CXXXVIII

Come i Fiorentini mandarono al re Ruberto per aiuto e no·ll’ebbono, e·cciò che·nne seguì.

I Fiorentini veggendosi così menare mandaro ambasciadori a Napoli a richiedere al re Ruberto il suo aiuto, e uno de’ nipoti per loro capitano, e che oservasse quello avea fatto promettere a’ suoi ambasciadori quando li fu renduta la possessione di Lucca, come detto avemo adietro; i quali ambasciadori con grande stanzia e studio seguiro; ma poco valse che a nulla si movesse, bargagnando di mandare il duca d’Attene con DC cavalieri, pagando il Comune di Firenze la metà del soldo ed elli l’altra metà; e ancora non potendo meglio, per lo nostro Comune fu accettato, ma no·llo volle il re oservare. O avarizia, nimica della reale vertù di magninimità, come guasti ogni bene e onorata impresa! Che·sse lo re Ruberto ci avesse oservata la ’mpromessa fatta fare al nostro Comune per li suoi ambasciadori, e mandato uno de’ nipoti con M cavalieri a mezzo nostro soldo all’oste de’ Fiorentini, e XII galee armate sopra i Pisani a tor loro l’entrata del porto, ch’assai gli era leggere a fornire, colla gran forza e ragunata di Fiorentini col loro oste, di certo i Pisani con tutto l’aiuto di meser Luchino di Milano e d’altri Lombardi non avieno podere di tenere campo né assedio a Lucca. Per lo quale difetto del re Ruberto nacquono molte sconvenenze e pericoli e danni con sua vergogna e del nostro Comune, come apresso si potrà comprendere, che’ Fiorentini si condussono di fare oste per loro, per soccorrere Lucca di più di IIIIm cavalieri e popolo infinito, come nel seguente capitolo si farà menzione, con poco onore e grande spendio. Ma quello che più portò di rischio e di pericolo, non solamente al nostro Comune ma a tutta parte guelfa e di Chiesa, e a tutta Italia, ed eziandio al re Ruberto e al suo regno, si fu che per lo sopradetto isdegno preso col re Ruberto a·ssuo gran difetto certi reggenti del nostro Comune per sodducimento e consiglio di meser Mastino della Scala mandaro segretamente due popolani di maggiori reggenti ambasciadori con quelli di meser Mastino a Trento in Alamagna, ov’era venuto il Bavero, che·ssi facea chiamare imperadore, per altre sue bisogne, e co·llui trattaro per tal modo che mandò a Firenze e poi alla nostra oste più di suoi baroni con da L cavalieri, la maggiore parte di corredo; intra gli altri caporali furo il duca di Tecchi col suo grande sugello e il suo Luffo Mastro e il Porcaro conte, promettendo se ’l nostro Comune il volesse ricevere il duca di Techi per suo vicario co·llarghi patti, farebbe partire tutti i Tedeschi del campo de’ Pisani, incontanente vedessono quello sugello, e rompere l’oste di Pisani, e tornare tutti dal nostro. E di certo venia fatto; ma di ciò avuti i nostri reggenti segreto consiglio, e certi savi amatori di parte guelfa e di Chiesa, e a·ccui toccava lo stato e parte più che a coloro ch’avieno menato il detto trattato, s’avidono che·cciò faccendo era pericolo di tornare il reggimento di Firenze e di tutta Toscana assai tosto a parte ghibellina e d’imperio; consigliarono che non si seguisse il detto trattato per lo migliore, che che della ’mpresa seguisse da·nnoi a’ Pisani; e così rimase, e’ detti baroni si tornaro in Alamagna. Ma per la detta loro venuta il re Ruberto entrò in tanta gelosia, che non sapea che·ssi fare, temendo forte Firenze non prendesse rivoltura di parte d’imperio e ghibellina. E molti suoi baroni e prelati e altri del Regno ricchi uomini, ch’aveano dipositati loro danari alle compagnie e mercatanti di Firenze, per la detta cagione entraro in tanto sospetto, che ciascuno volle esere pagato, e fallì a’ Fiorentini la credenza in tutte parti dove avieno affare, per modo che poco tempo apresso per cagione di ciò, e gravezze di Comune e per la perdita di Lucca, apresso molte buone compagnie di Firenze falliro, le quali furono queste: quella de’ Peruzzi; gli Acciaiuoli, tutto non cessassono allora, per loro grande potenza in Comune, ma poco apresso; e’ Bardi ebbono gran crollo, e non pagavano a cui dovieno, e poi pur falliro; falliro i Bonaccorsi, i Cocchi, li Antellesi, quelli da Uzzano, i Corsini, e Castellani, e Perondoli, e più altri singulari mercatanti e più artefici e piccole compagnie a gran danno e rovina della mercatantia di Firenze, e universalmente di tutti i cittadini; che·ffu maggiore danno al Comune che·lla sconfitta o perdita di Lucca. E nota che per li detti fallimenti delle compagnie mancarono i danari contanti in Firenze, ch’apena se ne trovavano. E·lle posessioni in città calarono a volerle vendere le due derrate per uno danaio, e in contado il terzo meno a valuta, e più calaro. Lasceremo a dire della detta matera, e diremo della grande oste, che’ Fiorentini feciono per diliberare Lucca dall’asedio di Pisani, e non venne loro fatto.

CXXXIX

D’una grande e nobile oste che’ Fiorentini feciono

poi per levare i Pisani dallo assedio di Lucca.

Volendo i Fiorentini seguire la loro folle impresa di fare oste per levare i Pisani dall’asedio di Lucca, e sentendo fallia a quelli d’entro assai tosto la vittuaglia, ebbeno più di IIm oltramontani cavalieri, buona gente al loro soldo; cittadini a cavallo ve n’ebbe XL con VI consiglieri del capitano, che·ffu mala providenza; e non si ricordavano i rettori di Firenze di quello che scrive Lucano di Cesare quando facea le sue osti, non dicea alle sue milizie: «Andate!», ma: «Venite!»; e·cciò faccendo avea sempre vittoria e onore. E così aviene il contrario a’ signori e rettori de’ Comuni, quando personalmente non sono a guidare i loro eserciti, lasciando la cura e providenza a’ soldati e strani: e questo basti, che·lla sperienza fa pruova del fatto. Alla nostra oste mandò aiuto D cavalieri meser Mastino, e D il signore di Bologna, CCCC cavalieri i marchesi da Ferrara, e CC dalle terre guelfe di Romagna, e CCC da’ Sanesi, e CL da Perugia, e CL dall’altre terre d’intorno; e’ conti Guidi guelfi con Xm tra pedoni e balestrieri di masnada, sanza i contadini e distrettuali: e diedonsi le ’nsegne domenica d’ulivo, a dì XXIIII di marzo. E il dì di nostra Donna apresso, MCCCXLII, si mosse l’oste e andarne in Valdinievole. E questo fu il sesto gran fallo e errore di XX che guidavano la guerra e ’l reggimento della città. Che·sse ancora fossono iti assediare o porre oste a Pisa, era vinta la guerra, e levato l’assedio da Lucca; ma no·llo permise Iddio per li nostri difetti e peccati, e per arogere alle nostre disciprine e spendio e abassamento della nostra città, e con nostra vergogna avendo ragunata sì grande potenzia e nobile oste, che sarebbe stato sofficiente a uno reame. Ben fu gran colpa di questo difetto di nostri cittadini ch’erano caporali in Lucca, ch’al continuo scriveano a Firenze: «Soccorrete, soccorrete, che·lla terra nonn-è fornita per uno mese»; ed era fornita per più di tre. E tutto fu del fallo della guerra veduto dinanzi per li savi. Partissi la detta oste da Pescia e di Valdinievole dì XXVII di marzo, e puosesi ed acampossi sul poggio di Grignano e in sul colle delle Donne, ove fu l’altra volta; e in que’ luoghi tenne l’oste il nostro capitano, meser Malatesta, uno mese e mezzo, istando in vani trattati di corrompere i soldati dell’oste de’ Pisani, non faccendo pruova o valoria alcuna, come potea e dovea avendo tanta buona gente a·ccavallo e a piè; ma meser Malatesta trovò il rocco a petto al cavaliere, che ’l capitano dell’oste de’ Pisani era Nolfo figliuolo del conte Federigo da Montefeltro suo parente, che sapea delle volte romagnuole tenendolo in trattato vano altressì bene com’elli; e molti cittadini ne presono sospetto d’inganno e tradimento per la lunga stanza, perdendo tanto tempo bello e utole con tanto possente oste; onde molto fu ripreso meser Malatesta, e mandato gli fu da Firenze riprendendolo forte, che movesse l’oste verso i nimici, che che avenire ne dovesse. In questa stanza i Pisani e loro allegati non dormiro, che i Tarlati d’Arezzo si disse trattaro di rubellare la città d’Arezzo al nostro Comune. E Guiglielmo degli Altoviti, ch’era per capitano di guardia inn-Arezzo, fece per la detta cagione pigliare mesere Piero Saccone e meser Ridolfo e messere Luzimborgo e Guido e... de’ Tarlati, e mandogliene presi a Firenze; e nel palagio de’ priori di sopra fu loro prigione più tempo, e chi·lli facea colpevoli e chi no; ma per quello seguì apresso pure mostrò fossono colpevoli; e più volte si tennero consigli di giudicarli a morte, ma vinsene il peggio per corrotti cittadini. E fu fatto prendere in Lucca meser Tarlato e tenuto sotto cortese guardia, il quale poco apresso uscendo fuori di Lucca a diporto con meser Giovanni de’ Medici si fuggì nel campo de’ Pisani. E poi e per l’altri Tarlati si rubellaro molte castella di loro e del contado d’Arezzo alli Aretini, faccendo loro guerra. Gli Ubaldini si rubellaro al nostro Comune, e colla forza de’ Ghibellini di Romagna e con certe bandiere a·ccavallo di meser Luchino di Milano assediarono la terra di Firenzuola; e andandovi di nostre genti di Mugello, ond’era guidatore uno de’ Medici, per soccorrella male ordinati, furono per aguato sopresi e rotti a Rifredo; e pochi dì apresso ebbono Firenzuola per tradimento d’alcuno loro fedele che v’abitava dentro, e tutta l’arsono e disfeciono e ripuosono di sopra a quella Montecoloreto, e afforzallo; e per tradimento ebbono il castello di Tirli che nonn-era fornito, a gran vergogna del nostro Comune. E gli Ubertini e’ Pazzi rubellarono Castiglione loro castello e Campogiallo e-lla Treggiaia, sicché intorno al nostro contado avea gran bollore stando la nostra oste in su quello di Lucca.

CXL

Come l’oste de’ Fiorentini si strinse a Lucca per fornilla e nol potero fare,

e Lucca s’arrendé a’ Pisani.

Partissi meser Malatesta colla nostra oste a dì VIIII di maggio da Grignano; e’ Tedeschi delle nostre masnade per essere male ordinati rubarono tutto il nostro campo; e scesi al piano, s’accampò l’oste a San Piero in Campo di costa al fiume del Serchio, presso a’ nimici intorno di due miglia; e quello dì giunse nel nostro per la via di Bologna e da Pistoia il duca da·tTecchi e Luffo Mastro e ’l Porcaro baroni del Bavero, con L armadure con XXV cavalieri a spron d’oro, ciascuno a grandi destrieri, molto nobile gente, col trattato ordinato a Trento in Alamagna col Bavero co’ nostri ambasciadori, come adietro facemmo menzione. E il detto dì giunse alla detta nostra oste da Firenze il duca d’Atene con meser Uguiccione de’ Bondelmonti e meser Manno de’ Donati con da C cavalieri franceschi a nostri gaggi in sua bandiera. E a dì X di maggio la mattina per tempo si mosse l’oste da San Piero in Campo cavalcando schierati da uno e mezzo miglio verso i nimici richieggendogli di battaglia. Non vollono uscire di loro steccati, e di ciò feciono saviamente. La nostra oste, non potendo avere la battaglia, passarono due rami del fiume del Serchio; il terzo ramo era sì ingrossato per acqua ritenuta per li nimici e pioggia cominciata, che·lla sera non potero passare, e quella notte con gran disagio e sofratta di vittuaglia e di tutte cose, e asaliti da’ nimici stettono in su quella isola, faccendo quella notte fare uno ponte di legname per passare sopra quello ramo di Serchio. E il dì apresso passò tutta l’oste di là alquanto sopra il colle di San Quirico, ov’era un forte battifolle guernito per li Pisani alla guardia del poggio e del ponte a San Quirico. Veggendo i Pisani passato per li nostri il fiume, temendo di perdere la fortezza di San Quirico sì vi mandarono più gente alla difesa, ed ebbe tra·lla nostra gente e·lla loro più badalucchi a danno di Pisani. E di certo si disse, se ’l capitano nostro avesse fatto pugnare l’oste verso la fortezza, i Pisani l’abandonavano ed era vinto il passo; che nonn-era comparazione la forza di nimici alla nostra gente, che solo i ribaldi e’ ragazzi dell’oste nostra avrebbono vinto colle pietre il battifolle e ’l ponte. E di ciò fu assai ripreso meser Malatesta, il quale colla nostra oste valicò oltre, e accamparsi su ’n un poggio incontro al prato di Lucca, lasciandosi adietro la bastita e fortezza di San Quirico. E se ’l capitano fosse almeno isceso al piano di contra al prato di Lucca, si fornia allora la terra per forza, e partivasi l’oste di Pisani in rotta; però che non era ancora per li Pisani fatta chiusa né fortezza alcuna al prato di Lucca da quella parte. E oltre a·cciò i nostri ch’erano in Lucca, uomini e femmine e fanciulli, veggendo la potenza della nostra oste armati e disarmati uscirono nel prato sanza contasto di nimici. Il capitano nostro pur volle che·ll’oste s’accampasse al poggio quel dì, e·lla notte cominciò gran pioggia; ma però i Pisani non lasciaro di rafforzare il battifolle di San Quirico, e affossaro e steccarono il prato presso al Serchio, sicché i nostri non potessono valicare, e in sul prato ridussono tutta la loro potenza d’oste apetto a’ nostri. E quivi dimorò la nostra oste per IIII dì sanza fare alcuna cosa con molta soffratta di vittuaglia per lo male tempo, e fu talora vi valse il pane soldi III; poi a dì XV di maggio raconciò il tempo. Uno messer Bruschino tedesco con sua bandiera e compagni valicò il Serchio in sull’ora di vespro, e cominciò badalucco co’ nimici, e seguillo il duca d’Atene con sua gente, e ingrossò sì il badalucco, che più di MD cavalieri e più pedoni di nostri valicaro il fiume, e per forza ruppono gli steccati e misero in fuga i nimici; e se fossono seguitati da’ nostri, e fosse stato più di giorno, e rimasi i nostri in sul prato, i nostri avieno la vittoria; ma la notte fece fare la ritratta. E in quella medesima notte i Pisani con molto affanno e sollecitudine rifeciono i fossi e steccati più forti che prima; e ricominciò la pioggia e ’l Serchio a crescere, sì che non si potea ben guadare in quello luogo, tante furono le traverse e difalte della nostra oste per mala condotta. Veggendo il nostro capitano così aforzato il campo di Pisani e non potendo fornire Lucca con sua grande vergogna e del nostro Comune e d’amici, si partì coll’oste domenica a dì XVIIII di maggio, e per li guadi de’ rami del Serchio, ond’erano venuti; ripassaro il fiume e per la via d’Altopascio, e puosonsi in sul Cerruglio a dì XXI di maggio, e a quello dierono battaglia e no·ll’ebbono; e poi si partiro e tornaro in Valdarno con onta e vergogna e grande spendio di Fiorentini. E da Fucecchio si partiro a dì VIIII di giugno IIm cavalieri con molti pedoni, e cavalcaro in sul contado di Pisa faccendo danno assai; e CL cavalieri che de’ Pisani venieno a Marti furono presi da’ nostri. Ma dopo volta fu la buona providenza a venire sopra quello di Pisa. Quelli ch’erano in Lucca, veggendosi abandonati del soccorso di tanta potenza, cercaro loro accordo co’ Pisani, e rendero loro la città di Lucca salve le persone con ciò che·nne vollono trarre, a dì VI di luglio MCCCXLII. E nota ch’al principio che·ll’oste nostra era a Grignano i Pisani vollono di patti, pace faccendo, dare di Lucca al nostro Comune CLXXXm di fiorini d’oro in sei anni, per quelli promessi a meser Mastino; e oltre a·cciò per omaggio dare a perpetuo ogn’anno per san Giovanni Xm fiorini d’oro, e uno palio con uno cavallo coverto di scarlatto di valuta di più di CC fiorini d’oro. I più di Fiorentini vi s’acordavano per fuggire spese e·lla guerra. Ma Cenni di Naddo, ch’allora era priore e il figliuolo in Lucca, uomo presuntuoso, no·ll’asentì mai, ma il contrariò con sua setta, e presesi il piggiore, come siamo usati. Onde per quello ch’avenne abassò molto lo stato de’ Fiorentini, avendo più di IIIIm buoni cavalieri e popolo grandissimo, e perdere sì fatta gara e impresa per male consiglio e mala condotta e capitaneria; overo più tosto per lo giudicio di Dio, e per abassare la superbia e avara ingratitudine di Fiorentini e di loro rettori. Lasceremo alquanto di nostri fatti, ch’assai n’avemo detto a questa volta, e diremo d’altre cose che furono in altre parti in questi tempi. Ma non volemo lasciare di fare memoria della profezia, overo predestinazione, che·cci mandò da Parigi il savio e valente maestro Dionigi dal Borgo della nostra impresa di Lucca, come facemmo menzione adietro nell’altro volume nel capitolo della morte di Castruccio, che tutto fu vero; che quelli per cui mano avemmo la tenuta della signoria di Lucca fu Guiglielmo Canacci delli Scannabecchi di Bologna, vicario in Lucca e sindaco di mesere Mastino, ch’avea l’arme, come disse, nera e rossa, ciò era il campo rosso e uno becco nero. E come fu con grande affanno e spendio e vergogna del nostro Comune, assai chiaro si mostra a·cchi ha ben compreso l’aventure che di ciò occorsono, siccome per noi è fatta col vero adietro etterna memoria.

CXLI

Come in Mallina in Brabante s’aprese fuoco, e arse le due parti della terra.

All’entrata di maggio MCCCXLII disaventurosamente s’aprese fuoco nella terra di Mallina in Brabante, e·ffu sì impetuoso e sanza avere rimedio di soccorso, che v’arsono più di Vm case, e andando l’uno parente a soccorrere la casa dell’altro, in poca d’ora avea novella la sua ardeva. E arse la grande chiesa e ’l palagio dell’Alla con più di XIIIIm panni, e morivvi molte persone, uomini e femmine e fanciulli, con infinito danno di case e maserizie e arnesi e altre mercatantie, che·ffu uno grande giudicio di Dio.

CXLII

Come il popolo d’Ancona cacciarono della terra i loro grandi.

All’entrante di giugno del detto anno per ingiurie ricevute da certi grandi si levò in furia il popolo minuto d’Ancona, e si levò a romore e assaliro i nobili e grandi di loro città; e molti n’uccisero e fediro, e cacciaro della terra, e rubarono le loro case; e·cciò fu crudele operazione, che per alquanti accessi fatti per alcuni, tutti i noboli e·lli innocenti come i colpevoli così aspramente fossono puniti.

CXLIII

Come morì il duca di Brettagna, e·lla guerra ne seguì.

Nel detto anno MCCCXLII morì il duca di Brettagna di suo male e sanza ereda maschio. Questi era per lo suo signoraggio il maggiore barone di Francia, e di XII peri; rimase di lui una figliuola la qual era moglie del siri di Valghere, e visconte di Limoggia; e questa donna avea una figliuola la quale Filippo di Valos re di Francia, morto il detto duca, maritò a Carlo di Bros suo nipote figliuolo della sirocchia, e fecelo duca di Brettagna, onde i Brettoni furono mal contenti, e quasi la maggior parte si rubellaro, e feciono duca il conte di Monforte, figliuolo che·ffu del fratello carnale del sopradetto duca, a·ccui succedea il retaggio per linea masculina; onde il re di Francia fu molto ripreso d’ingiustizia, mutando l’ordine e·lla consuetudine di baronaggi di Francia per lo nipote, e fece contro alla sua elezione medesima del reame, come è detto per noi inn altra parte, succedendo il retaggio per femmina. A·rre Aduardo d’Inghilterra succedea il reame di Francia per la madre; ma i signori si fanno e disfanno le leggi a·lloro vantaggio. Onde nacque grande guerra; che ’l detto conte di Monforte con parte di Brettoni s’allegò col re d’Inghilterra, e colle loro forze feciono molta guerra al re di Francia, come seguirà per inanzi. E del detto torto fatto al conte di Monforte per Filippo re di Francia tosto ne fece Iddio vendetta contro al detto re e contra il detto Carlo di Bros, come si troverrà inanzi l’anno MCCCXLVI e·ll’anno MCCCXLVII; però che niuna giusta vendetta rimane impunita, bene ch’ella s’indugi; e questo basti alla presente materia. Lasceremo al presente de’ fatti d’oltremonti, e torneremo quando fia tempo e·lluogo; e cominceremo il tredecimo libro, come i Fiorentini per lo loro male stato elessono per loro signore il duca d’Atene, e conte di Brenna di Francia, onde seguì alla nostra città di Firenze grandi mutamenti e pericolosi come inanzi leggendo si potrà trovare.

Qui finisce il dodecimo libro

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2007

villani_cronica_01 - Giovanni Villani - Nuova Cronica Dalla preistoria al LXXII a.C.