PIETRO VERRI

RICORDI  A  MIA  FIGLIA.

 

Edizione di riferimento:

Scritti vari di Pietro Verri ordinati da Giulio Carcano preceduti da un saggio civile sopra l’autore per Vincenzo Salvagnoli, volume secondo, Ed. Felice Le Monnier, Firenze, 1854.

RICORDI DI PIETRO VERRI

AD UNA  SUA  FIGLIA.

[1777.]

Un uomo può talvolta ridersi della opinione degli uomini. Io sono stato nel caso appunto. Non aveva certamente meritato il discredito, ma era però riuscito a taluno di farmi passare per un novatore, cattivo cittadino, poco buon cristiano, e compagnia pericolosa: io mi rivolsi alle lettere, ed alle cognizioni locali della economia dello Stato; stampai, scrissi, ottenni qualche nome; ebbi un impiego: l’opinione cambiò, e cambiò a segno che, fra le persone attualmente in carica, nessuno ha generalmente una opinione così favorevole come la ho io. L’uomo, o per la carriera delle armi, o per l’ecclesiastica, o per le scienze, o per le cariche civili, ha il mezzo di forzare le dicerie popolari a tacere, e va da conquistatore sottomettendo l’opinione. Ma la donna manca di queste risorse. Debole, gracile, e timida per sua natura, non ha per mezzi che la dolcezza, la placida bontà, le virtù del cuore. Questi sono i pregi che le procurano un marito, che la affezionano, e che la conducono a quel grado di felicità cui può aspirare.

Le virtù stesse sembrano divise in gran parte per appannaggio dei due sessi: un giovine robusto, ardito, impetuoso, piace; una figlia, se tale fosse, dispiacerebbe. La virtù sua è la modestia, il contegno: un po’ di timidezza, la sensibilità squisita, la compassione, qualche poco ancora d’imbarazzo nella sua persona, formano il di lei pregio. Una donna decisa, aspra e di franchezza, spiace, e sembra affumicata dalle pipe d’un corpo di guardia.

Dovete adunque con attenzione, mia cara figlia, procurare sino dai primi anni di guadagnarvi la buona opinione; e frattanto che voi siete ancora bambina, io vi anderò scrivendo quanto mi sembra utile a voi di sapere e di meditare per un tal fine.

La provvidenza del grand’Essere vi ha fatto nascere da una famiglia nobile, e condecorata, e dotata di convenienti facoltà: non avrete occasione di sentire i mali e l’avvilimento della povertà. Se però non dovete provarli per vostra sorte, riflettete che molti altri simili nostri fratelli li soffrono. Voi siete bene alloggiata, e pasciuta, e vestita; altre figlie, che hanno una sensibilità uguale alla vostra, stanno in un miserabile tugurio, tremano nelle notti d’inverno sulla paglia, soffrono la fame, e a tutti questi mali si aggiunge la vergogna della loro condizione. Siate attenta nel rispettare l’umanità, badate che per disattenzione non mostriate mai trascuranza per gl'infelici. Somma bassezza è l’insultarli col fasto: la buona indole vi suggerirà anzi di abbassarvi ad essi, trattarli con bontà, con cortesia, e con maggior riflessione che non fareste colle vostre pari. Una vostra pari non resterà offesa da una distrazione; una infelice, sempre occupata dei mali proprj, crederà che sia orgoglio e fasto in voi.

Chi è mai ricco abbastanza, o chi lo fu mai per beneficare tutti i bisognosi? Nessuno, se intendansi beneficj i soli donativi; ma se riflettiamo bene, il tesoro della beneficenza d’un’anima buona è inesauribile. Un consiglio dato a tempo, un paziente interessamento nelle miserie altrui, una parola detta a proposito, un rincoramento dato prudentemente ad un abbattuto, e cento simili atti di animo veramente nobile e buono, sono veri e reali beneficj, che non impoveriscono chi li fa, e possono, o cavare dall’infelicità chi vi si trova, ovvero rendergliela almeno più sopportabile. Con un avviso dato saggiamente, impedirete che l’infelice non diventi ancora più miserabile; coll'umana accoglienza lo rimanderete consolato, e almeno per qualche tempo gli calmerete il senso dei suoi mali, fra’ quali un grandissimo si è il timore del disprezzo. Un ufficio fatto in buon tempo può far rivolgere l’altrui beneficenza sopra di una famiglia. Ricordatevi, cara figlia, che le persone anche di merito distinto, quando sono infelici, cessano di essere amabili; non vi ributti la malinconia del loro volto; non la noia dell’uniformità dei loro discorsi. Una buona dama si fa un delizioso piacere di rimandare sereno quel volto che le si presenta abbattuto: date libero sfogo alla tristezza dell’infelice; la vostra bontà nell'ascoltarlo, l’interessarvi che farete al suo dolore, anderanno gradatamente consolandolo; l’atmosfera dell’anima buona infonde la pace in chi se le avvicina.

Seguendo i puri movimenti del vostro cuore benefico con questa costante attenzione, voi avrete tante voci che vi benediranno, quante persone povere ed afflitte si saranno presentate a voi; e cominciando da questa classe di persone, la buona opinione e il buon nome piantano al basso radici profonde; la pianta s’erge, e ad onta dei venti ed ostacoli che più facilmente incontra fra un livello più alto, francamente li supera. Io ho sempre seguitato questo principio, e per sentimento e per riflessione. La classe infima è la più facile a cattivarsi: essa valuta ogni atto di bontà che le venga fatto da una persona distinta. Io ho fatto il mio sistema di cominciare la mia riputazione dal popolo, salutando cortesemente chiunque, essendo umano e popolare, e beneficando quanti poteva, o con denaro, o con ufficj, o con maniere consolanti. Ho procurato che nessuno, massime piccolo, partisse da me se non contento; taluno ancora partiva entusiasta, e colle lagrime di consolazione e di tenerezza sugli occhi. Questa classe di persone ha costretto i nobili, e i ministri medesimi, a piegarsi, e od a tacere, od a dir bene di me. I poveri sono invidiosi di noi nati in un rango che, secondo l’opinione loro, è d’un’altra sfera: i nostri pari sì che temono il nostro merito. Perciò, se volete avere un buon nome, cominciate a porre ogni vostro studio per guadagnarvi la povera gente colla popolarità, colla mansuetudine, colla dolcezza, colla pazienza e coi beneficj.

Non vi è in politica principio più sincero e più raffinato di questo. Noi abbiamo bisogno della opinione pubblica; e il mezzo più sicuro, facile e costante per acquistarla, si è di cattivarsi i voti dei popolani. Federico re di Prussia ha potuto giungere al grado di gloria a cui è arrivato, ha potuto abbassare tutti i grandi, ridurre i ministri ad esser meri strumenti dei suoi voleri, stabilire e creare una nuova potenza in Europa; ma uno dei mezzi principalissimi è stato l’amor della plebe. Vestito sempre senza lusso, abitando senza pompa, rappresentando più il soldato che il re, ricevendo con uguale attenzione le suppliche del contadino e del principe, rispondendo di proprio pugno ad un artigiano, se occorreva; vegliando perchè i pesi delle imposte non cadessero indiscretamente sulla plebe, liberandola dalla servitù dei nobili, egli ha trovato nell’entusiasmo del suo popolo un fondo capace di somministrargli i mezzi per resistere all’Impero, alla casa d’Austria, alla Francia, alla Svezia, alla Moscovia collegate a di lui danno; e dopo una guerra di più anni, concludere la pace senza perdita di un solo palmo di terreno. I sovrani accorti sempre si sono gettati dal partito popolare: umani colla plebe, cortesi, affettuosi, hanno trovato con ciò i mezzi da regnare dispoticamente; e cominciate da Giulio Cesare, e venite sino ai nostri tempi. Per lo contrario, la trascuratezza di questo ha sempre cagionato molti dispiaceri a chi ha creduto inutile il suffragio della plebe. La plebe, torno a dirlo, è sensibile ai passi che facciamo per discendere sino a lei, ce ne sa buon grado, e non dimentica nè il nostro fasto, nè la nostra attenzione. Alcune dame, per mancanza d’ingegno, appena si degnano d’abbassare il capo alla povera gente che le saluta: queste sono ridicoli automi che non rappresentano bene nè la dama, nè la donna accorta. La cortesia è il segno dell’educazione nobile; la villania è propria di un’anima sciocca e vile. Tutte le dame e principesse che hanno avuto buon nome di signore di merito, le ho conosciute attentissime ad usare cortesia con tutti, e singolarmente colla plebe.

Quando dico cortesia, umanità, bontà, affabilità, non dico dimestichezza ed abbiezione. Conviene, cara figlia, distinguere questi nomi, come viene distinta la virtù dal vizio. Conviene colle persone della plebe adoperare tutta la dolcezza e pazienza; ma non vi abbandonate mai in presenza di esse a far cosa che ecciti il riso a spese vostre; non ischerzate o motteggiate con esse, per non dar luogo a risposte indecenti. Se fate dimenticare col vostro contegno la distanza che la fortuna ha posta fra esse e voi, cessa il motivo della loro gratitudine; non vi considerano più come discesa al loro livello per bontà e per virtù, e perdete i vantaggi della nascita senza compenso. Una signora nobile, col lasciarsi vedere colla scopa a ripulire le stanze, si era avvilita a segno da dovere soffrire alla fine gli insulti delle livree. Cento pazzie innocenti fatte fra i vostri pari, sono vere sciocchezze se siavi presente persona plebea. Conviene mostrarsi sempre degna del posto nel quale siete nata; e come i bisogni fisici non si soddisfanno che in disparte, così alcuni abbandoni dell’animo nostro non debbono avere per testimonio che i nostri intimi amici.

La stessa massima che è da seguirsi colla plebe e coi poveri, ragion vuole che la seguiate anche colle persone nobili e civili, ma timide ed avvilite. Alcuni sono decaduti a questo grado per l’oppressione domestica, altri per la povertà, altri per mancanza di educazione: cercate di guadagnarvi tutte queste persone colla vostra amorevolezza e cortesia. Una dama negletta, generalmente sarà sensibilissima se non la negligenterete voi; un cavaliere imbarazzato e timido vi riguarderà come una divinità, se gli mostrerete di avere riguardo per lui. Guardatevi dal motteggiare; guardatevi dal fasto; siate cortese, civile, attenta singolarmente con queste persone, ed avrete tante trombe che suoneranno le vostre lodi, e costringeranno le vostre emule istesse a rispettarvi e a dir bene di voi. Vi troverete men pentita se avrete mancato di attenzione alle vostre pari, o anche superiori, di quello che sarete, se dimenticate i riguardi verso le persone plebee, povere o abbattute; perchè le prime non faranno gran caso della dimenticanza, avendo esse un sentimento bastante di quanto valgono, senza bisogno di testimonianze esterne che loro lo ricordi; ma le ultime provano una spina crudele nel cuore ad ogni mancanza di riguardo; e la differenza è come toccare un membro sano, e toccare una piaga: il primo non soffre, l’altra prova un dolore assai intenso.

L’opinione pubblica, come vi ho detto, sarà quella che vi farà trovare un buon marito, che vi conserverà la di lui stima, quella dei vostri parenti, dei vostri figli; l’opinione obbligherà ciascuno a rispettarvi» cominciando dallo stesso sovrano, e venendo abbasso per ogni classe di persone. Questa sarà la sorgente della vostra felicità: e per acquistarla, prima di tutto, abbiate, cara figlia, in mente adunque il sommo caso, e l’attenzione instancabile verso tutte le persone poste in condizione minore della vostra. Questo è il mezzo più sicuro, è l’unico onde riuscire a ciò. La rinomatissima signora contessa Simonetti era precisamente così; così era la marchesa Paola Litta, così la marchesa Calderari; e niente è stato impossibile a queste tre dame quando si sono poste un desiderio nel cuore.

Per ottenere l’opinione pubblica, abbiate somma attenzione nell’astenervi da ogni satira o disapprovazione. Io ho dovuto più volte pentirmi di avere dimenticato questo principio, e non ho mai cavato buon frutto dal discorso che offendesse altrui. Un principio di virtù era forse quello che mi spingeva spesso a smascherare gli uomini generalmente cattivi, e rappresentarli quali essi sono: mi pareva che in tal guisa gli omaggi che rendeva colla lode agli uomini virtuosi acquistassero pregio; perchè chi loda tutto, e non parla mai con disapprovazione, niente prova colle sue lodi. Per lo contrario, chi nei suoi discorsi è imparzialmente disposto a lodare o biasimare, secondo giudica vero, quando encomia dà un suffragio più significante. Anche di più mi pareva che non possa essere un’azione nobile e virtuosa il permettere che sia confuso mai il buono col tristo, e che il disprezzo ed il discredito generalmente dato al cattivo sarebbero un efficacissimo mezzo per portare gli uomini al bene, laddove la tolleranza pubblica lascia correre tanti nella strada del vizio. Infatti, qualora un uomo cattivo, anche ricco, anche sia in carica, gallonato, dorato, accompagnato da numerose livree, vedesse chi incontra, sdegnare di salutarlo, evitarlo e considerar la traspirazione del suo corpo come contagiosa, questo solo basterebbe, se non a far ravvedere l’uomo corrotto, certamente a farlo servire di esempio, cosicchè i giovani si allontanino dalla carriera del male. Per lo contrario, se l’uomo virtuoso, anche in povera fortuna e senza pompa, si vedesse accolto con segni di stima e cortesia, generalmente allora la società da sè medesima, indipendentemente dalle leggi civili e dal governo, si rimonterebbe; e la verità, la virtù, il merito, riceverebbero tutti il possibile fomento per propagarsi. Così adunque l’uomo opererebbe virtuosamente col detestare nei suoi discorsi le azioni ingiuste, col notificare le bricconerìe che vengono commesse singolarmente dalle persone potenti e pregiate. Io ho fatto così più volte, e singolarmente parlando de’ ministri venali ed insensibili all’onore e alla verità; ma non ho mai ottenuto nulla di bene, perchè gli uomini sono troppo corrotti, e manca generalmente quel vigor d’animo che spinge alla detestazione del vizio. I nostri cittadini avviliti tremano, e guardano come una stravaganza e un delirio ogni impeto di vera e maschia virtù. Mi sono fatto inimici i ministri: nessuno ha risparmiata un’adulazione o un ossequio ad alcuno di essi; e bisogna che anche al dì d’oggi io stia in guardia sopra la mia lingua, perchè, sentendo io con energia le cose, la natura mi porterebbe sempre a chiamare chat un chat, et Rollet un fripon; e questo non fa mai bene. Anzi ho trovato, infatti, che non mai ho vissuto bene, nè mai ho avuta consolazione di sorta alcuna, se non quando, soffocando ogni principio d’amarezza e di sdegno, ho potuto placidamente risguardare i virtuosi come rispettabili, e i viziosi come ammalati di una malattia di mente, senza insultarli. Credo anzi che questo modo sia più ragionevole e degno di un filosofo; perchè, essendo per me una verità dimostrata, che è nostro principale interesse di essere buoni e virtuosi, e che il vizio, la bassezza e la falsità non producono che pochi beni momentanei ed apparenti, e mali essenzialissimi e durevoli; secondo me, chi non ha veduta questa verità, e si lascia sedurre dal vizio, o è un imbecille, o uno stordito che pensa male ai proprj interessi, che si rovina da sè medesimo, e che merita compassione, a preferenza dello sdegno e dell’insulto.

Io ho voluto, cara figlia, mettere in chiaro questo principio, perchè, siccome in me è stato il vizio il più forte che si è attraversato alla mia felicità, forse potreste avere un animo somigliante al padre; e di buon’ora vi voglio avvisare, acciocchè facciate buon uso della mia sperienza, e schiviate i miei errori. In una donna poi singolarmente è da sfuggire ogni tratto di lingua mordace, perchè il pregio principale della donna è la dolcezza e la modestia: laddove l’ardire è il pregio dell’uomo. Vedete la Venere de’ Medici, l’Ercole Farnese; e dall’espressione dei loro muscoli capirete cosa sia il bello nell’uomo, e quanto sia diverso dal bello nella donna. Per avere adunque l’opinione pubblica favorevole, è necessario che abbiate somma attenzione alla vostra lingua, e non mai lasciarvi sfuggire di bocca una parola che possa mostrare disprezzo di alcuno. Questo non solamente deve intendersi di astenersi dal biasimo delle azioni o carattere degli altri, ma anche dal disapprovare la figura, il vestito e i ridicoli degli uomini, e sopra tutto delle donne. Ho osservato che le donne veramente accorte e di spirito, le quali hanno passata felicemente la vita, furono quelle che non solamente non contribuirono mai alla mormorazione, anche nelle piccole cose, ma che anzi decisamente prendevano la difesa della persona accusata o derisa, e cercando il pretesto di scusarla, o sul fatto o sull’intenzione, facevano l’apologia dell’assente. Questa però è da farsi con modestia, e in modo da non insultare l’accusatore, a meno che egli stesso non avesse il primo mancato impudentemente al rispetto che si deve ad una signora: nel qual caso, o un silenzio accompagnato da serietà, o una mutazione di discorso destramente introdotta, ovvero al caso estremo una decisa e placida dichiarazione di non amare tali discorsi, fanno rientrare nel loro dovere chiunque, allorchè la signora, che ciò fa, goda della pubblica opinione. Vi raccomando adunque, mia cara figlia, di badar bene che la vostra lingua non pronunzi mai cosa che mostri disistima o disprezzo; che ella sia dolce e mansueta protettrice delle persone che si vorrebbero o screditare o rendere ridicole; e in tal modo mostrerete un carattere eccellente, sarete rispettata ed adorata da tutti, vi guadagnerete la confidenza di ognuno, e vi rinfrancherete nella opinione in modo che vi troverete a mille doppj ricompensata dello studio che vi avrete posto.

Un altro difetto potrebbe diminuirvi la buona opinione, e l’amorevolezza pubblica, acquistata che l’aveste, od impeditene anticipatamente l’acquisto; e questo è la troppa voglia di essere stimata, o, per dirlo meglio, la voglia inconsiderata della stima pubblica; giacchè non è mai troppo in noi il desiderio della stima, essendo questo il principio della virtù. Alcune donne incautamente amano di sfoderare quello che sanno, e carpiscono tutte le occasioni di un confronto vantaggioso. Se trovansi con altre persone che non sappiano il francese o il tedesco, si pongono a dirigere un discorso col forestiere, e credono di brillare parlando francamente e ad alta voce la lingua ignorata dalle persone astanti, o se non ignorata, almeno non posseduta maestrevolmente. Le persone astanti, singolarmente le donne, s’annoiano, cioè restano mortificate ed avvilite, ricevono nel cuore dell’amarezza, dell’invidia, dell’odio contro la donna che le ha poste in quella situazione umiliante: per una vanità si fanno delle inimicizie, sorde bensì, ma durevoli; si eccita dell’antipatia; ciascuna, presa da sè e isolata, è una debole nemica; moltiplicate, sono tante deboli fila per sè, ma che riunite vi atterrano. Lo stesso dicasi del parlare di cose superiori al livello delle persone astanti; lo stesso dicasi finalmente del voler parlare molto, e decidere. La donna di vero spirito tiene le sue cognizioni per sè; modestamente ne fa uso quando l’occasione lo vuole: cerca piuttosto di parlare sobriamente ma sensato, che molto ed eloquente; considera che non si può essere benvoluta se non si ha attenzione a rispettare l’amor proprio altrui, e finalmente conosce questa grandissima verità: — Nessuno parte contento da noi, s’egli non è contento di sè medesimo; — verità che, ben conosciuta, è il cardine della più fina e sublime politica della società. Se una donna posta in un circolo pretenderà di occupare l’attenzione universale, e col suo discorso dispoticamente vorrà impedire che ciascuna faccia la sua figura, degradandole all’essere di ascoltatrici, quella donna sarà poi detestata e fuggita, ovvero, posta in ridicolo, perchè l’amor proprio di ciascuna è interessato ad umiliarla.

Per lo contrario, una donna di spirito, invece di erigersi in dittatrice, si occupa a lasciare il campo libero ad ognuno per parlare, e brillare, se può: ella eccita il discorso se languisce la materia; ella mostra di stare attenta a quel di buono che taluno dice, e lo rileva; ella è, come diceva Socrate di sè medesimo, la levatrice dello spirito attrai; lo fe’ sbocciare, lo ripulisce se occorre, lo mette in vista, ed è piuttosto l’organista che sa toccare opportunamente il tasto, die’ la canna strillante dell’organo. Da questa donna ognuno parte contento di sè medesimo, perchè gli è stato dato luogo di esporre le proprie idee, che sono state valutate ed ascoltate; ha conosciuto che è stimato; e partendo contento di sè medesimo, trova adorabile la persona che gli ha somministrato il modo di passar così bene il suo tempo. Se avrete questo principio, potrete essere circondata dalla più scelta compagnia del paese; e se avrete la casa vostra aperta, ricordatevi che dovrete parlare unicamente abbastanza per mettere gli altri in lena di parlare; e voi coll’attenzione a quanto si dice, e col rilevare i tratti meritevoli, o pel cuore, o per lo spirito, passerete per donna di vero spirito e colta, più di quello che fareste con dissertazioni o parole pedantesche, le quali ricadrebbero in ridicolo, e in abbandono isolante. La vostra piccola libreria e il vostro studio debbono essere un mistero; e se in piccola società vi accadrà di parlarne, fatelo sempre con modestia, senza pretensione, e sarete adorata.

Bisogna anche astenervi da una certa allegria di schiamazzo e di baccanale, che ho veduta pregiudicare moltissimo ad altre donne. Questa esclude la modestia, la dolcezza, e quella timidità muliebre che fanno il pregio, il fiore e l’esca più potente per incantare gli uomini. Una figlia che porta con sè una festosa allegria, che riempie collo scoppiar dalle risa la stanza, che occupa di sè tutti gli spettatori, non è illuminata nei suoi proprj interessi, per più motivi. Gli uomini temono che una moglie diventi la tiranna e la padrona dispotica; conseguentemente, vedendola troppo franca e decisa, si allontanano e restano prevenuti a non pensare a lei. Sono d’altronde più i timidi ed abbattuti d’animo, che gli allegri e felici; e la gioia baccante insulta i primi, li mortifica al confronto, e gli indispone. Io bramo, cara figlia, che siate felice, e vi penserò, e mi occuperò di rendervi tale; e quello che mancherà al vostro benessere non sarà mai colpa del mio cuore: ma desidero che la vostra felicità la tenghiate piuttosto per voi stessa, per la conversazione intima delle persone in piccol numero che vi amano, ma non la poniate mai in pompa quando siete in compagnia; perchè ogni confronto umiliante per gli altri gli indisporrà contro di voi; e da qui nascono quelle che si chiamano antipatie, cioè dispiacere di convivere con altrui, e dispiacere del bene che loro capita. Esse non sono, a ben esaminarle, che un effetto dell’amor proprio altrui incautamente avvilito ed offeso. Regola generale: non si ama mai chi ci fa scomparire; si ama chi ci persuade che noi abbiamo del merito: e una donna destinata a vivere nella società, non sarà mai felice se non è ben voluta. Ricordatevi che una debole inimica è un filo di seta o di refe che da sè poco danno vi può fare; ma a quel debole filo unitene un secondo, poi un terzo, e così avanti, si forma una matassa che ha una forza da atterrare un Ercole. Temete, cara figlia, di farvi mal volere, cercate anzi di farvi perdonare i vantaggi che avrete e per lo spirito, e per le cognizioni, e per la nascita, e per i comodi della vita: non vantate mai nè ponete in pompa questi vantaggi; ponetevi cortesemente al livello di ognuno; non vi arrogate giammai il primato nell’offendere l’amor proprio altrui, nè con parole nè con fatti, e sarete adorata e felice, perchè generalmente vi si saprà buon grado della moderazione che userete; e quanto meno cercherete voi a farvi valere, interesserete gli altri tanto più ad innalzarvi. Anzi, come non mancheranno giammai delle donne leggiere ed incaute, che poste in fortuna, col lor fasto e colla loro indiscrezione offendano l’amor proprio altrui, sarete da tutta questa classe numerosissima di persone offese ed umiliate posta in alto e portata come lo stendardo per fare arrossire e mortificare chi le ha offese. Non sarete mai troppo civile, troppo cortese, troppo modesta, o troppo attenta al benessere altrui: un uomo potrebbe essere effeminato coll'eccesso di questi delicati riguardi; una donna sarà nello stato di sua perfezione.

Quando entrate in una conversazione, siate attenta, e ponete prima di tutto il vostro animo in tranquillità. La maggior parte delle dame nostre hanno ricevuto una sì meschina educazione, che il loro animo è in un disordine sommo quando entrano in una nobile conversazione e grata compagna. Prive di principj, ed incerte sul bene e sul male, non avendo altra norma che l’esempio, esse entrano nella sala come se venissero in mezzo a giudici nemici: temono la critica sul vestito, sul portamento, e su tutte le loro azioni. Alcune superano questo doloroso momento con un impeto passeggero, e scorrendo rapidamente la sala, vanno a salutare la padrona di casa, indi le altre, e il più presto che loro è possibile vanno a sedersi nel circolo per togliersi al temuto spettacolo. Altre più storditamente entrano, e vedono pochi degli oggetti degni d’osservazione in quello stato d’orgasmo, sinchè vanno a collocarsi anch’elleno il più presto che sia possibile nell’asilo di una sedia. Comunemente, o entrano in una maniera pazza, ovvero con un ridicolo imbarazzo, e negligentando di salutare i cavalieri che si sono alzati, insegnano a questi un’altra volta a non iscomporsi per la dama, e viene quindi annientato quel rispetto al sesso, che costituisce il pregio di una ripulita società. Voi, figlia mia, al limitare della porta riflettete che valete per lo meno quanto ciascuna di quelle signore che troverete colà; e se anche taluna valesse di più, non per questo siete voi dispregevole: date un’occhiata tranquillamente all’adunanza, avanzatevi con passo naturale e moderato, senza corsa e senza gravità, fate le riverenze a ciascuna donna secondo l’usanza. Il meglio è non pronunziare alcun complimento: il solo inchino spiega abbastanza; ogni frase ripetuta a ciascuna diventa una litania: variarla è difficile. Da noi domandano alcune come si stia di salute; partono prima di averne la risposta: questi sono complimenti da ospedale; nell’assemblea si suppongono tutti sani. Altri incautamente domanderanno a chi è a letto se stia bene, e simili scioccherie nate dalla cattiva usanza di volere pronunziare un complimento. Altre ripetono un — serva sua, — altre uno — schiavo.—Io mi diverto qualche volta di questo spettacolo, e di rimirare le donne in questa febbre cagionata dal non avere principi, e dal non riporre alcun sentimento nella abitudine di conversare. Le compagnie si dovrebbero radunare per passarvi bene e felicemente le ore; dovrebbe essere esclusa la maligna diffidenza; una gioia tranquilla dovrebbe regnarvi, ed animarle la vicendevole cura di esser piacevole. Invece, ciascuna è alla tortura, teme col silenzio di passare per insipida, teme di far ridere col discorso, ora tiranneggia la compagnia con un discorso prolisso ed insignificante, ora la lascia torpire; si finge una forzata allegria che non parte dal cuore, perchè si crede che sia del bon ton di aver piacere nella società; e si ritorna a casa colla stanchezza e colla noia nell’animo. Questo è il vero ritratto delle conversazioni del giorno in cui vi scrivo. Forse migliorerà il senso della società quando vi entrerete voi; ma difficilmente lo credo. Sicuramente ve ne annoierete, ma, con piacere o con noia, bisogna passare per questa vita, e conformarsi a queste usanze. Entrate col vostro animo in calma, tranquillamente salutate coll'inchino, senza proferir parola, ciascuna dama. Qualche amica può essere l’eccezione della regola; parlatele ed abbracciatela. Ricordatevi, se vi sono uomini in piedi, di rivolgervi e salutarli, e non lasciarli così lungo tempo, mentre voi siete a parlare con qualche amica. Poi, collocata al vostro posto, abbiate timore di parlar troppo, non mai poco.

Vi raccomando, posta che sarete a sedere, al presentarsi che faranno a voi i nuovi venuti, dame e cavalieri, alzatevi. Questa usanza regna da noi su poche, ma è una villania il non alzarvi, quando una persona civile vi saluta: è un obbligo il farlo; e se le altre non lo fanno, mancano al loro dovere; e appunto questa mancanza di civiltà è quella che autorizza poi gli altri, e singolarmente gli uomini, a dispensarsi dal rispetto che esigono le dame. Un uomo ha una spada, e con quella può far rientrare nel suo dovere chi gli manca di riguardo: un uomo può avere anche altre ragioni di mortificare chi lo ha offeso. Una donna deve prevenire ogni insulto, ogni offesa; e la civiltà, l’educazione, sono i più possenti mezzi per tenere chiunque in dovere. Le cerimonie, diceva un uomo di spirito, sono un’invenzione dei saggi per tenersi lontani gl’insensati. Una donna deve condursi in modo di non ricevere mai un affronto; perchè, ricevuto che l’abbia, è irreparabile, ed ella non torna più esattamente a quel grado di stima pubblica che godeva prima di riceverlo. Una dama è una divinità che si regge colla mera opinione: un esempio di un disprezzo che le sia fatto, sfiora quel non so che di sacro che la attornia. Se sarete cortese, nobile, attenta, civile con tutti, vi rispondo io che, a meno di trovare un ubbriaco o un furioso, nessun uomo oserà pronunziare contro di voi una parola nemmeno dubbia sul conto del rispetto che meritate; peggio poi, non oserà mai alcuno di farvi cosa che vi offenda. Per quanto siano gli uomini mancanti di educazione, una dama civile, colta, affabile, senza dimestichezza e senza abbiezione, savia, costumata, senza ipocrisia, accorta e svelta senza far la civetta, una tal donna, io dico, sempre ne impone e inspira riverenza; e tenete pur certo, che noi altri uomini non ci prendiamo mai la libertà di essere indecenti con voi donne, se non quando voi stesse c’invitate ad esserlo.

Niente è più facile ad una giovine, per poco ch’ella sia d’una figura passabile, di occupare di sè molti uomini giovani che incontra nella conversazione. Basta ch’ella colle occhiate, col modo di presentarsi libero e sventato, con un tono di voce alto e di schiamazzo, annunzi la speranza di accordare facilmente dei piaceri, fossero anche soli quelli di parlar seco di galanterie apertamente; i giovani, o per sottrarsi alla noia, o per curiosità, o per lusinga di ottenere il loro intento, correranno a farle corona. Si riderà in quel crocchio, si toccheranno e baceranno le belle mani, si farà fors’anche qualche gesto più ardito; e la giovine, se è una stolida, tornerà a casa consolatissima d’aver brillato, d’avere conquistalo essa sola tutti i cuori: frattanto, partita l’insensata, i libertini ricapitolano tutta la passata conversazione; gli uni la deridono, gli altri pensano a rinnovare l’attacco, colla speranza di avere un’avventura con lei; si sparge la voce della facilità trovata, nasce il discredito; nessun uomo, nessun giovine capace di sentimento si accosterà a quella civetta; non troverà chi la sposi, se è nubile; chi la stimi, se è maritata; cadrà nel vituperio, e non avrà giammai un cuore capace di amare, che si degni di avvicinarsi a lei. Noi uomini vogliamo possedere un cuore di cui l’acquisto lusinghi il nostro amor proprio. Se una stoffa sta esposta per insegna dal mercante, non si compra quella per farsi un vestito; il mercante accorto ve la estrae da un ripostiglio serrato a chiave, ve la presenta come cosa che difficilmente altrove trovereste. Una facile conquista ci fa nascere il capriccio di tentarla una volta; ma il nostro cuore non vi ha parte alcuna: il tedio, la noia, il disprezzo, sono i sentimenti che lasciano nell’animo dell’uomo le donne facili. Sarete allevata, cara figlia, in modo che sarebbe superfluo che io mi stendessi di più a provarvi il cattivo negozio che fa una donna coll’accostarsi, anche per poco, anche coll'apparenza, alla scostumatezza ed al libertinaggio. Vi dirò soltanto su di questo proposito, che, in tutte le osservazioni che ho fatte, ho trovato costantemente, che le donne costumate e caste hanno gustata una serie di beni, quanto era possibile nelle loro circostanze; e che le facili e spensierate, per pochi piaceri divorati furtivamente, hanno sofferti mali gravissimi. Tre dame ho conosciute sul fiore dei loro anni, morte fra gli spasimi di una malattia, guadagnata coll'inconsiderata facilità, e non medicata per lusinga, difficoltà e rossore. Una quarta da me conosciuta, dopo estremi dolori sofferti per mesi a cagione della stessa malattia, per disperazione si è gettata da una finestra, e due ore dopo spirò. Il fiore della bellezza in molte altre è svanito; esse sono invecchiate negli anni più verdi per la stessa causa. A questi mali dei quali io sono testimonio, e vi nominerei le persone se la virtù lo consentisse, aggiungete la inquietudine perpetua che dal marito o dai parenti venga a scoprirsi il proprio disonore, il rimorso di mirarsi accanto un marito, e saper di tradirlo nel tempo che lo accarezzate; la necessità di dover lasciar conoscere la propria debolezza a qualche domestico almeno; la ingiustizia di introdurre nella famiglia degli estranei a depauperare i legittimi eredi; la vergogna di esser presto o tardi abbandonata, o trattata con indifferenza, da quell'oggetto che un tempo vi portò a mancare ai più cari, ai più dolci, ai più sacri doveri verso voi stessa e verso lo sposo; il pericolo di esser voi stessa l’oggetto del disprezzo o delle millanterie di un amante: ponete tutta questa serie di cose da una parte, insieme a qualche momento avidamente rubato e consacrato alla voluttà; ponete dall’altra, la pace interna di un’anima buona e nobile, che non ha rossore di sè stessa, che adempie ai doveri di figlia, di madre, di sposa, che onora in ogni sua azione sè medesima, che gode della sanità, della freschezza dei suoi anni, della stima pubblica, e ne’ casti abbracciamenti dello sposo trova una più pura e placida voluttà protetta da tutte le leggi, a cui succedono i figli, tenero pegno di una lecita unione: esaminate questi due quadri, e la scelta della donna di spirito, attenta ai suoi proprj interessi, è facile. La virtù ci reca i beni, il vizio i mali: questa è la più vera e costante massima anche in politica. Ed io ho veduto molti uomini, anche di qualche spirito, pregiudicarsi, e cadere, unicamente perchè non si fidarono abbastanza della virtù, e per un momento di contrarietà e di fallace speranza si rivolsero al vizio. È dunque massimo interesse per la vostra felicità di tenervi in un contegno che allontani da voi il vizio, ed ogni apparenza di vizio. La conquista di una donna sventata può animare il temperamento di alcuno in di lei vantaggio; la costumatezza, il saggio contegno di una donna accorta e giudiziosa, imprimono rispetto, e interessano la moltitudine in suo vantaggio: la virtù piace a quei medesimi che cercano di scostarla da una donna, il vizio è disprezzato da quegli stessi che per sedurre ne fanno l’apologia.

Ma questa bontà di cuore, questa virtuosa fermezza nei buoni principj, non la ostenterete, cara figlia: la vera virtù è dolce, compassionevole, tollerante. Quelle donne che innalzano lo stendardo della virtù, e sembrano portare la disapprovazione sulla fronte, quelle che si allarmano e si raggrinzano ad ogni motto equivoco, quelle che, sempre in guardia a censurare le facezie anche più innocenti, portano la pretensione di riformare la società, sono per la vera virtù quello che sono i parolaj, i pedagoghi, per le belle lettere. Se in una compagnia il tono fosse veramente indecente e dissoluto, non bisogna che una dama vi si trovi; e se per disavventura una volta vi capita, la donna accorta vi sarà capitata per l’ultima volta. In questo caso però, essa non vi si mostrerà corrucciata, non spirerà lo scandalo; avvedutamente procurerà d’introdurre qualche discorso che distragga ad oggetti piacevoli ed indifferenti: s’ella non può, si rifugierà nel silenzio, e senza tristezza e senza approvazione, ma placidamente, se ne ritirerà il più presto possibile. I discorsi indecenti e le azioni indecenti sono una mancanza di rispetto verso la donna che è presente; e siccome ho accennato che l’uomo ripara, se vuole, i torti che riceve, e la donna nol può, così l’espediente che la prudenza insegna ad una donna, è di mostrare di accorgersi che le si manchi di rispetto. Il partito che vi consiglio, cara figlia, è di mostrarvi distratta ogni volta che vi si tiene un discorso equivoco, d’interromperlo, se continua, con introdurre un discorso che tolga quell'idea; se poi, lo che sarà difficile, si persistesse ad indirizzarvi un discorso indecente, senza collera, ma pacatamente direte: — Signore, questo discorso non lo amo. — La tranquillità d’una donna impone, e sconcerta un dissoluto, laddove la collera di essa dà luogo a porla in ridicolo. I gesti ancora, e i toccamenti di mano o di braccio, che taluni usano con una libertà da gente veramente poco educata, naturalmente non si faranno a voi, perchè il nobile e civile contegno che avrete non permetterà di osarlo; pure, se taluno lo ardisse, guardatevi dal mostrarne mai collera, o da farvi conoscere offesa, e scansate destramente l’attacco senza fare una risposta diretta, ovvero con pace e freddezza dite: — Signore, questo modo di conversare non mi piace. —

Nella società bisogna anche guardarsi dal gesticolare molto. Le persone che hanno molta immaginazione naturalmente sono spinte a parlare ad alta voce, ad accompagnare coi gesti ogni parola; sentono con molta energia, e vorrebbero sfogarsi, e comunicare quello che sentono con ogni aiuto di mani, di occhi e di voce. Vi è però un so che di scurrile in questo modo di esprimersi; ed a noi Milanesi, che per nostra disavventura siamo troppo languidi ed incerti nei nostri sentimenti, difficilmente si perdonerebbe siffatto modo di annunziarsi; oltre di che, egli è impossibile di esser sempre decenti. Una donna ben educata deve mostrare, come se il di lei animo fosse sempre in calma e serenità. Il solo sentimento che le stia bene è la compassione, la quale turba qualche volta quella pacatezza. Quell’impeto, quella febbre che si annunzia col gesticolare, mostrano un animo in burrasca continua, e ciò diminuisce il rispetto che è tanto importante di tenere impresso nell’animo altrui. Sia adunque composta la vostra persona, moderato il tono della vostra voce; e guardatevi sopra tutto dall’affettazione, cioè dall’incauta imitazione de’ gesti e del tono altrui. Un uomo o una donna, quando sieno eglino stessi, abbiano il loro tono, il loro modo di moversi, come hanno la loro fisonomia; per poco che riformino quello che di sconcio siasi in essi inavvedutamente sviluppato, sono esseri belli e buoni nella loro classe. Ma l’uomo e la donna scimmie, sono mostri ridicoli e spregevoli. Una piccola caricatura che è naturale e dà vezzo ad una donna, se verrà imitata, diventerà una sguaiata buffoneria in un’altra. I gesti studiati, le positure poetiche e pittoresche, sono scempiaggini che fanno stomaco invece di allettare. La grand’arte per essere amabile, è di perfezionare il fondo nostro, non mai d’innestare sopra di noi la roba ricopiata. Siate originale, siate voi medesima: io vi acconsento che vi poniate allo specchio per osservarvi, e giudicare dei moti vantaggiosi o sgarbati che possono prendere i muscoli del vostro volto e del vostro corpo; ma non intendereste certamente il vostro interesse, se prendeste ad imprestito i movimenti o le singolarità altrui.

Io non vi disapproverò se cercate di piacere. Bramo che siate giudicata buona, rispettabile, bella, e degna d’amore. Ma la maggior parte delle giovani traviano, ed io ve ne addito la strada. Per esempio, una giovinetta gracile, minuta, bionda, può anche avere della grazia nell’essere soverchiamente timida d’un ragno, d’un sorcio, d’un lampo: fate che una donna bruna, grande, di ardite fattezze, cerchi d’imitare quel fanciullesco grido, e farà ridere di sè la brigata. Una certa serenità nobile ed imponente è maestosa in una giovine di bella statura, che ha tratti grandiosi nel volto: fate che una piccolina, di fattezze delicate e vivaci, voglia imitarla, e ne avrete una stentata parodia. Lo stesso che è sensibilissimo in tali salti, è sempre sconcio e forzato anche in salti minori. Noi abbiamo ciascuno la nostra fisonomia, nè alcuno sforzo ci farà acquistare giammai la fisonomia d’un altro. Così l’indole nostra ed ogni nostra esterna azione deve comporre un tutto insieme armonico che assortisca col viso, col disegno del corpo, col tono naturale della nostra voce, e finalmente col nostro umore. Vedete in un giardino quanto sono meno belle, meno verdi, meno sugose, le piante che si fanno forzatamente diventare una piramide, un sedile, un quadrato e simili, di quello che lo siano le piante anche irregolarmente sviluppate all’aria aperta, come porti la natura. Se esaminerete questo principio, voi lo troverete vero ancora nel genere umano. Le donne singolarmente riescono affettate e spiacevoli, per l’abbandono che fanno del loro naturale, onde addossarsi un’esistenza imitata. La vivace cerchi di ritagliare dalla vivacità i vizj e i difetti, ma la sviluppi, e non prenda un carattere di serietà posticcia; la seria faccia lo stesso, ma non diventi stentata con una vivacità sforzata. Ciascuna può essere amabile, se raffinerà sè stessa; cesserà di esserlo, se vorrà trasformarsi in un’altra. Il gran precetto che gli antichi scrivevano sul tempio della Sapienza era: — Conosci te stesso. — Cercate di entrare in questo esame, che è importantissimo. Non è vero che l’amor proprio ci seduca. Nel secreto del nostro cuore vi è una voce che ci dice sempre il vero: basta entrarvi, ed entrarvi spesso, ed abituarci a riflettere sopra i movimenti del nostro animo; conoscerete, con un po’ di tempo ed un po’ di riflessione, il vostro forte ed il vostro debole. Presentatevi destramente dal primo dei due lati, cercate di migliorarlo, e celate e restringete quanto è possibile il fianco debole; ma non siate mai la scimmia altrui, se volete aver grazia ed essere amabile.

Se volete essere amabile, e godere della stima generale, non dovete essere nemmeno troppo sincera. Io non intendo con ciò di avvisarvi a non dire delle verità disgustose ad alcuno: questo è un documento troppo volgare; ed io mi ristringo unicamente a palesarvi, cara figlia, quelle verità che comunemente non si sogliono dire. Voglio dire, che se volete essere amabile, e godere della stima, dovete lasciar sempre un velo sopra di voi stessa, in guisa che si conosca che il vostro animo non è arditamente scoperto. Io ho mancato, e manco spesse volte a questo precetto, e mi accorgo che mi pregiudico; e se non avessi una carica che obbliga gli uomini ad avere per me dei riguardi, la mia troppa schiettezza mi diminuirebbe la stima altrui. Gli uomini non attribuiscono a un nobile sdegno di avere a ricorrere alle arti della simulazione, nè al coraggioso orgoglio della virtù, la franchezza di palesare liberamente l’animo proprio; vi ravvisano bensì o imperizia nell’arte di saper vivere, ovvero imprudenza e debolezza. Io non ho mai veduto un altr’uomo slanciarsi ad abbracciarmi come farei io, se un altro mi si aprisse liberamente. Trovo generalmente che la sorpresa che eccito in loro, li lascia incerti se mi debbano perciò stimare; o lusingandosi d’avermi conosciuto perfettamente, mi pregiano meno. Generalmente gli uomini più coperti ne impongono di più; perchè un oggetto non ben distinto ed attorniato da nebbia fa più paura, ed occupa di più l’attenzione degli uomini, che un oggetto illuminato e conosciuto; perchè, se è bene il non far mai del male agli uomini, è male che abbiano una positiva sicurezza di non poter giammai ricever male da noi. Se un sagrestano non coprisse la reliquia con un velo, e non la riponesse lontana dallo sguardo, per poi mostrarla rare volte, e con certe cerimonie, il popolo si avvezzerebbe alla reliquia, e non ne farebbe che poco conto. Così accade dell’animo: se egli è limpido, schietto, esposto sempre alla vista di ognuno, cade nell'indifferenza, e forse nel disprezzo. Un corpo nudo non è mai tanto voluttuoso ed interessante, se non quando sia destramente adombrato da un velo. Una bella faccia istessa, velata che sia, ancor più seduce. Così le qualità del nostro animo sfacciatamente nude spiacciono; velate ed elegantemente esposte a un lume anche un poco equivoco, ispirano riverenza, interessano la curiosità, e fanno amare e pregiare chi sa così mostrarle. La virtù stessa troppo nuda cessa di piacere. Una donna di cui le azioni sono costantemente generose e benefiche, di cui il tratto è sempre civile ed amabile, la di cui lingua non offende mai alcuno, i di cui costumi si vedono esattamente virtuosi, ma i di cui principj nessuno esattamente conosce, perchè ella apertamente non palesa tutto; questo è il vero carattere di una donna che può essere modello della sapienza e dell’accortezza. Tenete ferma questa grande verità, mia cara figlia, che gli oggetti perfettamente conosciuti si stimano meno, e che gli uomini non si tengono giammai molto occupati di noi, se non quando noi sappiamo far loro credere che v’è ancora del paese da scoprire, lasciando loro sperare che lo scopriranno, ma non concedendolo loro giammai.

Esaminate questo principio in ogni occorrenza, e troverete che si verifica sempre tanto nella società, quanto in amore. Le cose tutte, interamente possedute o esattamente conosciute, cessano di essere pregiate. Badate dunque a voi stessa, non manifestate mai i principi generali che vi determinano, non parlate mai di voi stessa, nè del vostro modo di pensare o di agire. Il parlare di noi stessi, o è debolezza o è orgoglio; e sempre è il più spinoso discorso che si possa introdurre. Nemmeno dei mali nostri o degli interessi domestici s’ha da parlare nelle conversazioni. La donna accorta spazia co’ suoi discorsi lontana da sè, e lascia sè medesima attorniata da quella sacra nebbia, che difendendola dagli sguardi profani la fa riverire.

Sul vostro vestito non è possibile che io vi dia alcun consiglio, giacchè la moda cangia ogni anno. Egli è certo che l’abito, che mentre vi scrivo, cioè nel 1777, è usato, e trovato elegante e vantaggioso, sarà trovato ridicolo e mostruoso quando potrete leggere questi miei ricordi. Gli Asiatici sono assai più ragionevoli di noi; essi hanno trovato delle forme di vestito veramente nobili, dignitose, comode e spiranti grazia e gusto. Sono secoli che il taglio dei loro abbigliamenti è fisso, e lo è talmente, che le dignità, gli ufficj, la nazione di ogni uomo si manifestano dal modo col quale è vestito. Le donne sono voluttuosissime involte in quei finissimi turbanti; elleno sole hanno conservato il vero cinto di Venere; ma noi, col nostro busto, col guardinfante, e con cento pazzie, abbiamo sempre delirato e deliriamo tuttavia, ci tormentiamo, siamo realmente cattive figure.... Ma siamo nel caso, cara figlia, in cui è sapienza l’esser pazzo fra i pazzi. Come dunque faremo? Credo che singolarmente piaccia una persona, quando le cose che ha intorno danno un’idea della somma mondezza del corpo che ricoprono, e d’una elegante trascuratezza Dell’abbigliarsi. L’idea di pulizia nasce dall’aspetto di nuovo che abbiano tutte le parti che ci vestono. Una stoffa che ha perduto il lucido della seta, che mostri di essere passata molto fra le mani, disgusta; ma quand’anche sia poco ricca, se è in aspetto di nuova, piace. I grandi abitoni di stoffe d’oro, sciupati, nei quali l’oro è sbiadito o imbrunito, sembra che debbano avere un odore rancido, e fanno disgusto. Oltre poi la stoffa, conviene che ogni nastro ed ogni merletto appaia cosa poco usata; e questa attenzione portatela su tutto, sulle scarpe, sulle calze, e singolarmente sui lini che vi toccano immediatamente. Nel vestirvi non abbiate poi premura che tutto sia esattamente compassato; vestitevi anzi in modo, che chi vi osserva non conosca lo studio usato, ma deggia piuttosto dire: Se sta bene a malgrado della sua negligenza, quanto non sarebbe più bella se vi ponesse tutto il suo studio! — Figlia mia, questo è il sublime dell’arte, ed è il precetto massimo per piacere in ogni modo. Datemi un ballerino mediocre, e vedete come si slancia con impeto, e lascia vedere l’estrema forza e l’attenzione per ballare. Datemene un eccellente, e copre l’artificio, cela la forza; col volto placido, con un moto naturale di braccia, sembra che a caso quasi si collochi nelle più belle positure e difficili atteggiamenti. Vedete in poesia alcune arie del Metastasio, alcune ottave del Tasso e dell’Ariosto: pare che non siano costate fatica al loro autore, e che bastava voler dire quel pensiero, e che chiunque non potea dirlo che così: quelli sono i pezzi che più incantano, quelli sono i pezzi veramente sublimi. Nella musica, se una voce vi fa conoscere lo studio e la somma attenzione del cantante, vi annoia; il valente musico sembra che spontaneamente moduli, e mentre esattamente osserva la musica, pare che la trascuri. Tutta l’arte di piacere si riduce a conoscere l’arte, ma celarla, ed operare in modo, che chi l’ammira, quasi dica: io pure farei lo stesso; ma, provandosi, non vi riesca. Con questo principio, se una donna si presenta attillata, finita e studiosamente compassata, chi la vede si maraviglia che non sembri più bella ancora di quello che pare dopo tanto studio. Una donna che si vesta con un moderato e grazioso disordine, lascia luogo all’immaginazione di figurarsela mille volte più bella ancora, se voglia darsi la pena di comparirlo. Un uomo di spirito diceva ad un ricco che aveva innalzata una grandissima torre: — Tu credi di avermi data una grande idea della tua ricchezza, e t’inganni. Prima io l’aveva grandissima; la tua torre mi ha fatto conoscere il limite di quello che puoi: tu non avevi i mezzi per alzarla ancora cinquanta braccia di più. — Così chi sfodera tutto quello che può, e lascia conoscere che ha fatto il fattibile, mostra agli altri il confine del suo potere; e anche negli abiti e nell’eleganza non è mai cosa saggia il mostrare di avere fatto il possibile. Un pittore di gusto ti fa una bella donna con qualche leggiero disordine ne capelli e nell’abbigliamento; niente è più secco e stucchevole, quanto l’esatta simmetria: ella non serve che su gli altari, ed all’esercizio militare; e questi non sono certamente i licei della grazia e della venustà. Una graziosa negligenza è adunque l’anima dell’abbigliamento; e lo scopo di ben vestirsi è risvegliare l’idea della somma mondezza del nostro corpo. Conviene inoltre che l’abbigliamento abbia un non so che di leggiero, cosicchè sembri che l’aria lambisca il nostro corpo, e vi si cangi intorno facilmente. Quindi un abito troppo stretto disdice. La mondezza del corpo sveglia anche l’idea di quella dell’animo; e perciò molti legislatori religiosi istituirono i lavacri, le abluzioni e simili rimedj per purificare le colpe, essendo ancora collegate le idee della purità del corpo e di quella dei sentimenti. Voi sarete allevata in modo, che avrete un bisogno di essere monda tutta, come le altre fanno nel viso. Nel vestire poi, conviene uniformarsi all’usanza, non portandola all’eccesso. Mi pare però che i colori indecisi convengano meglio alla bellezza d’una donna, che i primigenj del prisma. Vi consiglio di esaminarvi bene allo specchio prima di uscire di casa, di adornarvi con grazia, e di porre ogni studio a coprire lo studio; insomma a far si che s’abbia a dire di voi:

Le negligenze sue sono artificj.

Fuori di casa però, o nella compagnia, non mostratevi giammai occupata di voi stessa, o del vostro vestito; tanto più darete risalto alla figura vostra; e soprattutto astenetevi dal condannare giammai il gusto altrui. L’arte insomma in tutto è quella, di non abbagliare al primo presentarsi, anzi di far poco o nissun senso, ma d’essere in modo, che quanto più venite esaminata, tanto più piacciate. Osservate il mezzogiorno; esso sorprende, abbaglia, stanca, è sempre lo stesso oggetto: osservate un bel cielo azzurro, sereno e stellato; vedrete quei punti lucidi della grande volta, sparsi in disordine senza simmetria, ma con un ordine così vago, curioso, che ciascuno cerca di ravvisarvi qualche figura. Rapito così l’occhio, rapita l’immaginazione in un dolce incantesimo, non vi saziate di contemplarlo. Così è la figura della donna piacevole; così è il suo stile, il suo modo: nulla che annunzi pretensione di occupare di sè stessa, ma tutto ordinato in modo che insensibilmente gli altri se ne occupino, e non se ne saziino. Siate piuttosto una bella notte, anzi che un bel giorno. Lo stesso che dico del vestito, lo dico anche della carrozza, livrèe, appartamenti ec., se dipenderà da voi: l’oro, il fasto ciarlatanesco non sono l’insegna del gusto, non compongono quello che piace. Il finimento, l’eleganza, la perfezione del lavoro, la ragionevolezza dei mobili ec., costituiscono ciò che piace in ogni secolo.

Fra le occupazioni sociali vi è il giuoco: procurerò che non mi somigliate, perchè io non so giuocar bene nissun giuoco, anzi m’annoio. Se è possibile, è bene che impariate e facciate uno studio dei giuochi di commercio. Bisogna procurare di far bene tutto quello che si ha da fare; e poi, il conoscere i giuochi è un capo di profitto sensibile, o almeno impedisce una sensibile perdita. Giuocando, però, conviene guardarsi dal mostrare avidità, ira, impazienza, come pure svogliatezza e trascuratezza: il primo eccesso mostra un animo niente generoso, il secondo mostra fasto insultante. Placidezza e moderata attenzione, sono i segni che piace vedere in una nobile signora che giuochi. Se un caso è dubbio, rimettetevi al parere altrui; se è sicuro per voi, tranquillamente dite la ragione; e se non vi si fa giustizia, tacete senza mostrarvi malcontenta. Badate a tutto il giuoco anche con attenzione maggiore di quella che mostrate, cercate poi di non giuocare con persone colleriche o mal educate. A giuoco di azzardo, odi molta importanza, non giuocate mai. Un uomo si pregiudica, una donna si prostituisce, perchè mostra avidità, bisogno, e si pone in necessità di dover far di tutto per mantenere quel vizio. In casa vostra non permetterete mai che si rovini alcuno, e che nissuna famiglia debba maledirvi per questo. L’educazione che spero di darvi vi renderà superfluo quello che scrivo su di ciò, onde tralascio quanto di più potrei dire.

Se in vostra casa di città o di campagna, avete compagnia a pranzo, anticipatamente procurate che tutto sia bene in ordine; e poi, quando la compagnia è adunata, non vi mostrate niente occupata del pranzo o della cena. Una donna che sa regolare la sua casa ordina tutto in modo, che sembra andar bene da sè, come una macchina. La inquietudine coi domestici, i rimproveri sulla lentezza o disattenzione non si possono manifestare in faccia alla compagnia; perchè fareste credere che i vostri domestici non siano avvezzi a veder buona compagnia in casa vostra, e togliereste ai convitati la libera giocondità, col lasciare ad essi credere che la loro venuta fosse a voi cagione di scontento. La maniera più nobile di fare la padrona di casa, è di non sembrare quasi la padrona, ma di starvi come in un luogo terzo; anzi, a tavola, la maniera più conveniente è quella di starvi pure senza ricordarvi che sia la vostra tavola, cioè apparentemente. Abbandonatevi ai discorsi che vi si faranno, non mai parlate dei cibi o degli ornamenti della tavola, se non per necessità; ed interrogata, dite semplicemente e senza prolissità. Ma se in apparenza dovete dimenticare il personaggio di padrona di casa, realmente dovete stare attenta che ciascuno sia dai domestici puntualmente servito, e sopratutto badate che essi non dimentichino i convitati di minor conto, il che sogliono fare; e con un’occhiata i vostri domestici sapranno intendervi senza che alcuno della nobile comitiva se ne accorga. In questa guisa, ciascuno sarà libero e starà con gioia alla vostra tavola; il farne gli onori, e distribuire le vivande, è un tedio per la padrona, un incomodo pei suoi vicini, e porta un cerimoniale noioso alla mensa, un rango, una preminenza che è mortale. Niente è poi più disgustoso quanto il vedere che il padrone di casa sgridi o rampogni i suoi domestici: questa è una vera inciviltà commessa contro ciascun ospite, al quale fate sentire di essere di cattivo umore, lasciate il dubbio che lo siate per cagion sua: la giocondità e la repubblicana decenza sono quelle che attorniano la donna di spirito quando usa ospitalità. Se il convito è stabilito prima, siete in obbligo di far sì che sia in ogni parte ben servito; se è un’improvvisata che sia in campagna, fate le scuse dal principio, e poi non parlate più, nè in bene nè in male, sulla tavola: nessuno è tenuto ad aver pronto un pranzo nelle forme.

Le cose arbitrarie non vi esponete mai a farle, se non siete sicura di farle bene: dico esponete, perchè io non intendo di limitare tutti gli onesti capricci che potete soddisfare nella stretta compagnia di pochissime persone amiche; dico soltanto in faccia di parecchie persone. Per esempio, non vi ponete a cantare se non siete certa di farlo in modo da piacere, con sicurezza di tempo, intonazione, portamento di voce e padronanza dell’aria. Niente è più noioso quanto le smorfie di alcune, le quali vanno tremando al cembalo, e dopo cento difficoltà, cantano miserabilmente, talora anche perdendo il filo della musica. Questo è un talento che nessuno è obbligato di avere, se non chi ne fa la professione; è un nobile ornamento, ma non si deve esercitare la pazienza altrui al di là del bisogno. Lo stesso dite del talento del teatro: se l’occasione vi si presenta di recitare, fatelo, se siete capace di farlo bene; e decisamente astenetevene, se non ve ne sentite la franchezza e la capacità. Io non dico perciò che avendo questi due talenti gli dobbiate esercitare con una decisione tale da far credere che vi riputiate soverchiamente istrutta; conviene anzi sempre guadagnare i giudici colla modestia, collo star lontana dalla pretensione. Gli uomini si sdegnano con chi cerca di forzare la stessa loro ammirazione, e la celano piuttosto se non v’è una certa spontaneità di concederla; ma la modestia debb’essere semplice, moderata, e non scimmiottesca e studiata: anzi, esercitando questi talenti arbitrarj, aspettate di esserne chiesta, e prestatevi con aria di compiacenza al desiderio altrui; e siate sempre cauta a lasciare, quando terminate, il desiderio negli altri che continuaste. Il talento del ballo non è tanto arbitrario: potete, anche ballando mediocremente, farlo senza pericolo, perchè il ballo è quasi un esercizio di cerimoniale, e d’altronde non esige questo talento l’attenzione di tutti gli altri testimoni, come l’esigono gli altri due talenti. Quanto più nasconderete l’artifizio e lo studio che fate, sì nel canto che nel declamare e nel ballo, tanto più vi accosterete alla grazia ed al bello. Dirò dei talenti quello che ho scritto sul vestito. Lasciate che si creda che potreste fare assai più di quello che fate, state un passo indietro del vostro limite, e l’immaginazione dei vostri giudici crederà che esso sia discosto ancora assai più d’un passo.

Sin qui vi ho accennato alcune cose che riguardano il vostro contegno esteriore, atte a conciliarvi la stima pubblica, ed a farvi passare per amabile e cara creatura: ora vi scriverò alcune altre cose che riguardano l’interna felicità vostra. Non vi farò un trattato di morale, ma vi indicherò alcuni punti che meritano la vostra attenzione.

La filosofia che singolarmente dominò alla metà di questo secolo, tendette ad esaltare le passioni, a dar loro impeto, forza, entusiasmo, riguardandole come primo mobile del cuore e delle azioni, e come la sorgente della vita morale e d’ogni cosa grande. Alessandro, Cesare, Maometto, sarebbero tre nomi sconosciuti, se una violentissima ambizione non gli avesse scossi dallo stagno in cui si trovavano, e scagliati, a traverso di una turbolentissima vita, a conquistare, a soggiogare la terra. Sarebbe ignoto il nome di Montesquieu, di Newton, di Galileo, di Tiziano e di simili uomini, se, animati da un’avidissima passione di gloria, non avessero fermamente e costantemente superati i difficilissimi travagli, la lunga noia e l’ingiusta freddezza degli uomini pigri e restii ad innalzare un uomo cogli applausi al di sopra del loro livello. Le passioni hanno inventate o perfezionate le arti tutte, siccome hanno prodotto i tratti più insigni delle più nobili e delle più infami azioni. Non si può negare questa verità. Ma chiederò io: l’uomo animato da violente passioni, è egli più felice dell’altro che le ha moderate? Dovendo io scegliere di far cose grandi menando una vita affannosa, ovvero di placidamente godere della mia esistenza, la sapienza dove mi consiglierà di propendere? Soffiando io stesso sul fuoco delle mie passioni, riguardandole come il prezioso germe della mia vita, penso io da saggio al mio benessere? Che probabilità ci è mai che, nelle combinazioni della mia vita, una ve ne sia che mi apra il campo a diventare autore di una rivoluzione che lasci il mio nome ai posteri? Che mi gioverà il lasciarlo dopo una vita infelice? A me pare che questi declamatori ed eccitatori delle passioni usino l’eloquenza che è in pratica presso i caporali per adescare le nuove reclute: prendono un giovine del popolo, mal in arnese, senza speranze; citano uno o due esempj di soldati di fortuna diventati generali, gallonati, titolati, arricchiti; seducono l’idiota a dare il nome a questa lotteria. Egli trovasi così legato ad una vita infelicissima, e cento mila incauti vivono nella più misera condizione per uno che ha fatto fortuna. Questi filosofi avevano il progetto di liberare gli uomini da ogni specie di schiavitù, di sostituire una forma di legislazione dettata dal bene generale, di stabilire la fraternità e la virtù; rispettabile fanatismo, il quale in Parigi, dove aveva la sua sede, ha fatto passare alle carceri della Bastiglia successivamente questi scrittori, che gli ha resi sospetti al governo, e che ha costretto alcuni a ritirarsi in terra separata, non avendo forse del resto risparmiato nemmeno un uomo alla violenza ed al dispotismo di un ministro. Torniamo sulla strada maestra che è stata battuta dai saggi dei secoli passati. Le passioni, fino a tanto che sollecitano l’anima, sono eccellenti. La vivacità che c’ispirano, il moto che producono in noi, abbelliscono, ci raffinano il gusto, ci tolgono al letargo ed alla noia: ma s’elleno vi scorticano, vi pongono la febbre, altro partito non c’è che rintuzzarle colla frequente riflessione: sono esse un liquore spiritoso; in poca dose rianima, in molta ubbriaca e rende furioso. Un amore violento, una furiosa ambizione, un’avarizia affannosa, sicuramente rendono infelice il cuore che invadono; ci assorbiscono tutta l’anima, ce la rendono distratta da tutti gli oggetti piacevoli che ci si presentano alla giornata, ci pongono avanti agli occhi un bene che ci abbaglia e grandeggia, e quanto corriamo più, tanto più si allontana. Esaminiamo più da vicino la verità.

Cominciamo dall’amore. Io vi parlo di una cosa che non mi è straniera, e vi faccio la descrizione di un paese che ho viaggiato molto. Primieramente l’amore nasce sempre dalla persuasione in cui s’è, d’aver reso sensibile il cuore dell’altro; e sicuramente da principio uno dei due s’inganna. Se ingenuamente due amanti s’abbandonassero uno al libero piacere dell’altro, sarebbe assai breve il periodo, e la sazietà coll'indifferenza verrebbero poche settimane dopo il primo trasporto amoroso. Infatti i popoli agresti e non ancora inciviliti, quasi non conoscono che la parte fisica dell’amore, come la natura lo cerca per la riproduzione dei nuovi esseri, e come gli animali fanno. Nasce fra noi la passione durevole dell’amore dalle difficoltà e dai contrasti. Nessun romanzo nemmeno ti fila questa dolce e funesta passione, se non frammischiandovi lontananze dei due amanti, parenti che si oppongono ai loro desiderj, accidenti che sempre li scostano dal fine cui anelano; e gli amori di due maritati, che pacatamente convivono, sarebbero i più freddi ed insipidi amori del mondo, che neppure alcun poeta ha osato mai esporli sulla scena per toccare il cuore degli spettatori. Questo è tanto vero, che le donne astute, le quali hanno saputo più lungamente tenere in lena i loro amanti, sono quelle le quali sanno dar loro speranze, poi toglierle, poi ridonarle con qualche condiscendenza, indi lasciar temere un cambiamento, per poi somministrare nuova esca a persuader d’amare, ed ammantandosi con un velo sempre volubilmente variato, nascondere il vero fondo del loro carattere, occultare i loro sentimenti, e far giuocare i vezzi della loro figura, le grazie del loro spirito, sempre artificiosamente con un’apparente ingenuità capricciosa. Le donne conseguentemente più amate sono quelle che meno amano, e non meritano di esserlo. Se dunque si tratta di provar voi la passione dell’amore, ciò significa o gettarsi in braccio a un mare di angoscie, di avvenimenti, ovvero fidare la vostra pace nelle mani di uno scaltro conoscitore del cuore, che astutamente vi signoreggi.

Cattivo contratto, e sotto di un aspetto e sotto dell’altro: cattivo per noi uomini; per una donna poi, pessimo; perchè il mondo è tanto ingiusto, che perdona agli uomini nella loro gioventù le pazzie del loro amore, e copre la donna di una macchia che non le si toglie più: sia che negli uomini singolarmente si cerchi il talento e la mente per gli affari, e nelle donne al contrario la passiva ritenutezza, per prima dote; o perchè la parte degli uomini sia quella dell’attacco, e la femminina quella della difesa, siccome lo è anche nei bruti; onde il vincere non dia biasimo all’uno, e dia scorno all’altra l’abbandonarsi totalmente. Io ho conosciuto colla mia sperienza una donna sola, la quale abbia fatta la sua felicità coll'amore; e in quel tempo medesimo in cui gli interessi del di lei amore andavano più prosperamente, si poteva con verità asserire che assai felice di più sarebbe stata, se libera dalla passione. La maggior parte degli uomini si accosta ad una belladonna, loda ed esalta la leggiadria che spira intorno, tutto adulano, sono sommessi, ossequiosi, prevengono i desiderj vostri per ambizione di piacervi: nel cuore della maggior parte questo non è che un costume; se niente niente vi fidate, temete che la vanità di avere fatto breccia li porterà a vantarsi, ed a divulgare e quello che avrete detto, e di più quello che avrebbero voluto che diceste. Una sorda diceria sola basta a macchiare il concetto della vostra virtù. Fra tanti vi sarà taluno più riservato e più buono; sarà capace di essere onest’uomo anche in amore: temete di più quest’uomo, egli può accendervi la passione funesta, e poi, quando veramente amereste, quando liberamente signoreggiasse il vostro cuore, lo stesso possederlo lo renderà annoiato; rimarrà ei medesimo stupito di rimanere come ozioso, il bisogno di liberarsi dal tedio lo farà correre dietro ad un nuovo oggetto, ed ei medesimo sarà maravigliato, pochi mesi dopo che con buona fede vi giurava un amore interminabile, di essere annoiato di voi. Un bene che è nostro non ci piace mai tanto, quanto un bene che cerchiamo di acquistare; ed il lungo possedere cagiona l’indifferenza. Cosa farà adunque una giovine accorta e di spirito? Dovrà ella essere un marmo, un ferro insensibile alla più umana passione, all’amore, alla delizia dei cuori ben fatti? Io vi rispondo che è impossibile il guardare colla stessa indifferenza un oggetto noioso e comune, ed un oggetto amabile; ma però è possibile il vegliare sopra di noi, il mettere buon ordine perchè la nostra casa non avvampi e si consumi. Considerate l’importanza somma della opinione pubblica, la fallacia che è la base di questa passione, il fine del tedio a cui si va incontro quando pur riesca bene, e che non vi prevenga l’amante coll'abbandono; l’illusione del poco di reale che vi è nelle figurate delizie; e tenete la passione tutt’al più nei limiti d’un leggiero movimento, preservandovi, o colla distrazione su di altri oggetti, o colla piacevole occupazione delle belle arti, o colla lontananza; ma siate bene attenta sopra di voi medesima , e sviate il fiumicello prima che, ingrossando le acque, non vi strascini al segno che inutilmente cerchereste il soccorso della ragione.

Per questo motivo, come per altri ancora, mia cara figlia, cominciate di buon’ora ad eccitare in voi medesima il gusto della occupazione: la sfaccendata oziosità lascia un bisogno perenne di un oggetto che ci giunga ad occupare; e la donna si getta sconsigliatamente fra le braccia dell’amore, per lo più per la noia di non avere niente da fare. La musica occupa molte ore della vita, il disegno egualmente; l’abitudine di esaminare gli oggetti, e di cercare di conoscerli, vi può portare al genio dei fiori, delle erbe, al gusto dei mobili ed addobbi, alle curiosità naturali, al conoscimento di quel poco che si è scoperto nella fisica, e così genialmente occupare il tempo. L’attuazione alla lettura sopra di ogni altro esercizio, è il più salutare e dolce ristoro della vita. Se io viverò abbastanza per essere il vostro amico sinchè abbiate vent’anni, quello che scrivo sarà buono solamente a provarvi l’affetto che io aveva per voi quando appena vi accorgevate di essere al mondo; ma se la legge universale degli esseri mi avrà troncati gli anni prima che voi pensiate da voi medesima, sin d’ora mi è pensiero tenero e consolante quello di sperare che i miei consigli, che scrivo per voi, vi possano incamminare alla felicità che vi desidero. Una donna occupata colle proprie idee, abituata a riflettere prima di operare, ad esaminare prima di credere, non sarà facilmente la vittima di una galanteria. I libri sono la più cara compagnia, e la più istruttiva. Io approvo che voi leggiate sterminatamente tutte le commedie e tutte le tragedie possibili: sono queste una dilettevolissima occupazione; vi conducono a sviluppare insensibilmente in voi medesima i penetrali del vostro cuore e dell'altrui; v’insegnano il più nobile e decente modo di conversare; vi sviluppano i sentimenti nobili e generosi, e sono una eccellente lezione di morale pratica. Anche i romanzi scritti con decenza e con grazia gli approvo: escludo soltanto i troppo libertini, i quali, se avete l’anima delicata, vi stomacano; e se sgraziatamente l’aveste poco ferma, vi prostituiscono alla dissolutezza. La favola, la storia, sono ottime cose da esaminare: i ventagli stessi talora rappresentano o un’azione della mitologia o della storia: i quadri nelle gallerie trattano questi argomenti, ed è cosa meschina per una donna che si voglia credere colta e gentile, l'avere sotto gli occhi e nelle mani questi oggetti, e non conoscerli. Per lo di più poi, io non vi stimolerei molto a diventare veramente dotta e scienziata; ma se il genio vi spingesse, vi presenterei tutti i mezzi per riescirvi e vi darei tutto il coraggio. Credo però, che nè voi nè alcuno dei miei figli, se io vivo lungamente, passeranno mai la semplice coltura, e non sarete sommi in nessuna scienza od arte; e la ragione si è, perchè io credo che non vi sia che la sola infelicità e miseria che possa spingere ad affrontare le fatiche, ed a costantemente sostenerle; e senza questo sforzo continuato non si esce mai dalla mediocrità. Vi vuole la derisione, il disprezzo, l’insulto, la dimenticanza dei nostri prossimi parenti, per isforzarci a correre il sentiero, e farci arrampicare sulla scoscesa montagna. Tutti gli uomini che ho esaminati hanno fatto qualche progresso, nelle persecuzioni e traversie. Ora siccome io non voglio che siate giammai infelice, anzi dal giorno in cui siete nata, voglio che godiate di tutti i beni possibili, così dico che voi e gli altri fratelli e sorelle vostre non potranno mai esser sommi, perchè manca la ragione. È meglio un uomo felice che un grand’uomo. Una dama, o altra donna poi, se oltrepassa i limiti della semplice coltura, difficilmente troverebbe un partito; perchè l’uomo è umiliato se la moglie ne sa più di lui. È però vero che se anche vi maritaste, se io vivo, farò in maniera che mai non vi possa mancare di che vivere libera e comoda. L’abitudine alla lettura però coltivatela, cara figlia, anzi fatevene un obbligo, un bisogno. Il tempo degli amori è dodici anni della vita, cioè dai diciotto ai trenta; chi lo continua al di là, lo fa con troppa umiliazione: ma allo scomparire dei vezzi, allo sfiorarsi della freschezza della prima gioventù, la donna diventa un’infelicissima creatura, se di buon’ora non ha prevenuto il momento. Lo specchio che vi diceva tante cose lusinghiere, vi presenta una figura che va deperendo; gli uomini si fanno freddi ed indifferenti; tutto diventa abbandono e solitudine per una povera donna leggiera, che non ebbe altra occupazione, che l’adescare coll'incantatrice sua giovinezza: la donna accorta, abituata a molte geniali occupazioni, sente molto meno gl'insulti degli anni. Io posso dire di avere veduto un caso atroce su questo proposito. La signora Luisa G …., giovine ricca e bella, aveva una schiera di adoratori, i quali col passare dei primi anni svanirono: ella erasi ritirata a Modena, e per avere una occupazione ottenne di essere ammessa a quella corte, e diventare dama. Ma le sue finanze erano troppo sbilanciate; dovette ritornare a Milano: mancando di adoratori, non avendo mezzo di brillare coll’araldico lume, inquieta, annoiata, passò a Pisa, dove abbandonata dalla gioventù e dalle passioni, priva della risorsa di saper vivere con sè medesima, annoiata dalla situazione presente, disperando di un migliore avvenire, si gettò dalla finestra, e sopravvisse qualche ora d’infelicissima vita. Io l’ho trattata: era donna buona, ma leggiera. Cara figlia, cominciamo di buon’ora a mobiliare bene l’interna nostra ritirata, avvezziamoci a meditare, a leggere, a suonare, a disegnare, a vivere delle ore soli e senza bisogno di amori o di cortigiani: chi sa vivere con sè medesimo, non perde mai la buona compagnia.

Ma per vivere bene con voi medesima, conviene che abbiate la coscienza tranquilla. La dissipazione è necessaria a chi sente gli spaventi e le larve della solitudine. Io non vi scriverò un lungo trattato di teologia; ed unicamente vi accennerò alcuni principi chiari ed evidenti, i quali potranno, liberandovi dalla superstizione inventata dalla debolezza e dalla malizia di alcuni, consolarvi colla religione emanata dalla Divinità. Volete veder Dio? mirate l’immensa vôlta del cielo, una bella notte stellata, e prendete qualche notizia d’astronomia. Volete veder Dio? prendete un microscopio, e rimirate i minimi insetti. Volete veder Dio? riflettete al dolce sentimento di consolazione che provate praticando la virtù, ed al ribrezzo che provate pel vizio. Tutto vi annunzia l’immenso, il sapientissimo, l’ottimo Autore della natura. Dio è giusto, è grande, è buono. Chiunque cercasse di farvi credere che Dio comandi azioni ingiuste, che esiga delle puerili e meschine pratiche, che ami la miseria altrui, le altrui angosce, è un indegno di parlare di Dio. Dio ha rivelata la religione; non dobbiamo mai presumere d’intenderne i misteri, ma dobbiamo esaminare se gli abbia rivelati. Chiunque vi dice: — Adora Dio, e credi all’eterna verità, sebbene non comprendi, — dice bene. Chiunque vi dice; — Ti minaccio le pene più atroci, se ardisci esaminare se Dio abbia rivelato quello che dico, — è un impostore. Chiunque vi dice: — Siate modesta, perdonate, compatite, frenate la collera e l’impazienza; beneficate, amate le creature del nostro comun padre Iddio, ed onoratelo colla pratica della virtù, — parla il linguaggio della verità. Chi principalmente vi esorta a pratiche esterne che terminano coll'arricchire i celibatari, o a dar loro credito dimenticando la virtù, è un ipocrita. La religione innalza l’uomo, e lo accosta all’Essere supremo; la superstizione degrada l’Essere eterno, lo deforma, lo impiccolisce, ed attribuisce alla somma Bontà i vizj di un tiranno atroce e bisbetico, alla somma Sapienza gli errori volgari. Chi vi dice: — Adora Dio, e ammira le opere della sua mano; riconosciti sua creatura; sagrifica l’olocausto delle passioni malvagie, la collera, la vendetta, l’invidia, l’orgoglio; pratica la beneficenza, sii giusta, fedele, compassionevole; abbandonati con piena fiducia nelle braccia del sommo Padre Dio; — chi vi parla così, vi annunzia la religione. Chi cerca d’avvilire l’animo vostro, di procurare direttamente, o indirettamente il vostro denaro, chi vi consiglia delle divozioni invece delle virtù, vi annunzia la superstizione. La religione tende a perfezionarci, e la superstizione a renderci imbecilli, o fanatici: fidatevi di quel ministro che non mostra zelo maggiore per dirigere l’uomo nobile e ricco, di quello che adoperi col plebeo e col povero. Il vero spirito della Chiesa considera egualmente prezioso ogni uomo in faccia alla Divinità. Con questi assiomi fecondissimi, mia cara figlia, scioglierete ogni problema, e vi preserverete da ogni seduzione. Siate buona, e confidate placidamente; e se per debolezza vi accade di traviare, espiate il peccato con azioni virtuose, non mai con esterni rituali. Queste massime servano a voi, ma non siano mai il soggetto dei vostri discorsi. La religione è un affare seriissimo, e non conviene che sia il soggetto della conversazione. Gli uomini comunemente tremano di ragionare su di questo argomento, e fra mille potete far conto che novecento novanta non l’hanno esaminato, e sono imbecilli e fanatici; e fra i dieci che rimangono, e potrebbero ragionarne, vi sono degli impostori che profittano degli errori pubblici: perciò, ragionando, sicuramente si acquista il discredito e l'animosità pubblica; si ottengono gli ingiuriosi nomi d’ateo, d’eretico, d’incredulo, e d’uomo di cattivo carattere. Quantunque pura fosse la vostra religione, se mostrerete di disapprovare il superstizioso abuso che ne fanno gli interessati, siate certa che avrete la taccia d’irreligiosa. Non vi mettete in mente di correggere i pazzi nella loro pazzia; lasciate che ciascuno regoli fra sè e Dio la religione propria. Siate tollerante, e non mostrate disprezzo delle opinioni popolarmente ricevute. Cicerone era augure, e non derideva gli augurj che negli scritti: conformatevi alle esteriori pratiche, anche in ciò come nei vestiti, senza esagerare e senza mancare; ma i sentimenti non seguono le mode, e la ragione sola li fa nascere nelle persone che operano per principj. Guardatevi da coloro che facilmente motteggiano sulla religione, perchè sicuramente, o sono vani o leggieri, o talvolta malvagi. Generalmente, chi si fa un pregio d’insultare la pubblica volgare opinione, non ha maggior ritegno nei suoi discorsi nel parlare di una dama: anzi, cercando quel frizzante che lo distingua nelle compagnie, naturalmente coglierà la parte più maligna per scoprire il lato debole di una donna, e smascherare la condotta di lei, e fors’anco calunniarla. Un uomo senza religione mi è sospetto, perchè non temendo egli un giudice scrutatore dei cuori, non può avere altro limite per far male, tosto che ne rinvenga a lui utile senza pericolo, se non una pregiudicata opinione dalla quale finalmente si scioglie. Io ho conosciuto uno di questi pretesi filosofi, che buonamente voleva che l’aiutassi a preparare il veleno al suo albergatore generoso che l’aveva cavato dalla miseria, e non aveva altro demerito che quello di essere un signore ricco, morto il quale, la moglie, innamorata del filosofo, avrebbe acquistato con che arricchirlo. Io era nel fiore della mia gioventù; non ho avuta parte alla trama, e probabilmente per ciò il colpo non si eseguì: ma arrossisco di me medesimo, ricordandomi di essere stato giudicato opportuno per una tale complicità. Imparate a diffidare dell’irreligione e dell’ipocrisia, ed accostatevi all’adorazione di un Dio consolatore , colla virtù consolatrice dell’umanità. Della religione non ne parlate mai; e se in presenza vostra se ne discorre, lasciate colla distrazione che s’accorgano che questo non è argomento sul quale amiate di parlare.

Voi avrete un marito, dei parenti e dei figli: questi sono esseri che non sono punto indifferenti alla vostra felicità; possono accrescerla, e possono rovinarla; e perciò conviene fissare i principj della vostra condotta relativamente a loro. Cominciamo dal marito. La scelta di un marito è principalissimo oggetto; e se vi è momento della vita in coi abbiate bisogno di tutto il soccorso della ragione, egli è quello in cui vi determinate a legarvi con un nodo indissolubile ad un uomo, dalla volontà di cui deve dipendere il vostro bene o mai essere. Conseguenza di ciò è importantissima cosa che non siate appassionata, e che la determinazione sia fatta a sangue freddo. Fate ogni sforzo, e usate ogni possibile industria, per non innamorarvi prima di sceglierlo. Se la voluttà e le sole sperate delizie del talamo vi guidano all’altare, mia cara figlia, siete sedotta da una chimera. Quando i piaceri fisici sono il principal fine a cui miriate colle nozze, vi annunzio che poco dopo coll'abituazione svaporeranno, e non troverete più in esse nemmeno il soddisfacimento della voluttà. Ma quando la conosciuta conformità di genio, la dolcezza del costume, la probità dei sentimenti, la benevolenza che un giovine ha per voi, tranquillamente vi persuadano che avrete in quello un amico, un compagno amoroso, un consolatore, un discreto confidente e un amante; e che la cara prospettiva di una dolce, pacifica e felice unione vi presenta un beato avvenire; allora la voluttà viene animata dal sentimento; la gratitudine, la voglia di render beato l’amico del vostro cuore, il desiderio di piacergli, sempre più la rendono stabile e saporita. Così io vissi colla vostra buona madre, e al quinto anno l’amava più che al quarto, a questo più che al terzo, e il momento in cui fui più indifferente fu quello in cui mi fidai di me medesimo, e mi abbandonai alle ragioni che mi consigliarono di unirmi a lei. Temete di voi stessa e di una scelta rovinosa, se avete una passione; e credetemi, che sarebbe un paradosso apparente, ma una sensatissima ragione, quella di una donna che confidandosi ad un’amica dicesse: sposerei il sole, se non ne fossi innamorata. Per conoscere il carattere dello sposo, non vi accontentate di quello che vedete voi: è naturale che in faccia ad una giovine amabile si facciano anche degli sforzi per comparire amabile. Il carattere si manifesta singolarmente colle persone che dipendono da noi, perchè con quelle ci abbandoniamo alla naturale inclinazione, laddove coi nostri uguali, e più coi maggiori, forza è contenerci. Un uomo orgoglioso coi suoi inferiori può esser quanto voglia officioso nella conversazione; l’officiosità è una vernice, il fondo è dispotismo ed orgoglio, e la di lui moglie sarà una schiava. Un uomo austero, indiscreto colle persone che dipendono da lui, può esser galante e rispettoso nella società; ma, fatta che siate sua moglie, sarete una vittima. Un uomo umano coi domestici, benefico, discreto, quand’anche fosse poco officioso o distratto nella compagnia, sarà umano, benefico, discreto anche colla moglie. Badate che non abbia vizio di giuoco; rarissime volte si corregge tale inclinazione rovinosa. Se un giovine avrà amato altri oggetti, è meglio, perchè saprete cosa aspettarvene; s’egli è stato costante, e di buona fede, avete ragione di promettervene altrettanto; ma se volubile, e correndo in traccia delle novità ha tradite le passioni, ed ha cercata la libidine piuttosto che l’amore, difendetevene. Le qualità d’uno sposo che possono rendervi felice sono quelle dell’animo; cuore sensibile, morale, onestà, grazia ed ingegno. Se voi non poteste stimare il vostro sposo, sareste infelice; un bellissimo stupido, un bellissimo ma onest’uomo, vi renderebbero insopportabile il giogo del matrimonio: ma conviene altresì che una bell’anima non sia collocata in una figura dispiacevole. Badate anche all’indole della famiglia: l’origine influisce sul naturale dei cavalli, dei cani e degli uomini; la regola ha delle eccezioni, ed io sono interessato a sostenerlo; ma in generale è cosa degna di riguardo. Da un’onesta famiglia ove si viva con onorevole concordia, per lo più esce un giovine buono: può egli riuscir tale anche da una famiglia del tutto opposta, qualora, tormentato sino dai primi anni dai vizj, e stomacato dagli inconvenienti di essi, si animi d’odio contro del vizio stesso, ed abbracci la consolatrice virtù. Un discreto patrimonio ognuno sa che è una condizione essenziale. Una famiglia non molto numerosa, e formata da persone discrete, è pure un bene da valutarsi. Anche i natali simili ai vostri sono da considerarsi. Però, se dovete sortire dalla sfera vostra (il che non è bene), sarà minor pericolo il maritarvi scendendo che innalzandovi: è migliore la condizione di chi ha fatto un beneficio, che di chi l’ha ottenuto. Soprattutto, cara figlia, scegliete senza la seduzione d’amore, e preferite i sentimenti alla figura, e il corso della vita alle prime notti. Questo è in compendio il poco che so dirvi intorno al modo di vivere bene col marito. Per vivere bene col marito bisogna comparire amabile agli occhi di lui. Dopo i primi sfoghi dell’amore, una donna, per bella e giovine che sia, s’ella è trascurata, e se sconsigliatamente si sarà abbandonata senza ritegno, avrà perduto per sempre le attrattive e i vantaggi che aveva. Conviene che il pudore verginale sempre vi accompagni, e che le caste condiscendenze che avete collo sposo non sieno mai nè umilianti per lui, per un’insultante freddezza, nè una prostituzione sfrontata; ma sieno condite colla modestia, animate piuttosto dalla sensibilità del cuore, che dal fisico bisogno; insomma che lo sposo trovi in voi quasi il contrasto fra la natura animale e la pudicizia, cosicchè l’una goderebbe delle carezze, se la seconda non vegliasse a porvi limite e freno. Non permettete mai che lo sposo sfacciatamente vi riguardi, oppur senza limite vi tocchi. Un velo, cara figlia, un velo conviene che vi circondi; poichè un oggetto pienamente conosciuto annoia alla fine, statene certa. Conviene usare delle moderate ripulse: talvolta l’uomo ha piacere di essere sconsigliato dal troppo volere; e nel grazioso rifiuto riconosce l'amore vero della sua sposa che antepone la sanità del marito al piacer proprio. Ma le ripulse, le difficoltà siano giudiziose, amorevoli; non mai lascino luogo al mortificante sentimento della vostra indifferenza. Il momento medesimo della voluttà sia pudico e virtuoso, e porti seco il sacro carattere di una azione protetta dal cielo e dalle leggi. In questa guisa il marito vi considererà più da amante che da sposo svogliato. Noi uomini siamo fatti così, che sconsigliatamente cerchiamo di possedere la donna senza limite, e vorremmo vederla nelle nostre braccia abbandonata; ma se ciò otteniamo, bentosto diveniamo di ghiaccio per l’incauta che si è prostituita. A questo contegno conviene con somma accuratezza accoppiare la mondezza del vostro corpo, al che non potete aver mai,troppa attenzione: lavatevi soventi volte, e cambiate spesso i lini che toccano le carni: tenete monda la bocca e i denti, acciocchè il vostro fiato sia piacevole; in una parola, abbiate cura che niente sia nella vostra persona di disgustoso, e nemmeno di trascurato. I reciproci riguardi che si usano fra di loro i coniugi, contribuiscono a mantenere fra di essi un reciproco rispetto. In caso però di malattia, ogni riguardo cessa; e voi dovete pensare unicamente a difendere, soccorrere, sollevare il vostro sposo; poichè beneficando voi con tali servigi il marito, vi affezionerete sempre più a lui, essendo il cuore fatto in guisa che amiamo tanto più chi abbiamo beneficato, quanto più abbiamo speranza di trovarli grati; e questo nuovo legame vi stringerà più a lui di quello che potrebbe allontanacene in quelle circostanze la di lui immondezza accidentale. Terminata poi che sia la cagione, ripigliate il decente contegno abituale, e ve ne troverete contenta. Ciò è quanto ho pensato e sperimentato io per la felicità coniugale, riflettendo alle sole relazioni fisiche: ora diravvi quello che ho pensato per le relazioni morali.

Un amante si tiene in lena colla grazia e colla volubilità del capriccio, ma un marito pacifico possessore non si conserva se non con l’amicizia e colle piacevoli virtù. Ogni uomo ha le proprie inclinazioni, chi alla musica, chi allo spettacolo, chi alla poesia, chi ai cavalli, alla caccia, all’economia ecc. Variata è la scena, ma ciascuno di noi ha il suo genio. Se la moglie si mostra affatto indifferente alla nostra passione, ella naturalmente si scosta da noi, e ci riesce meno cara. La moglie accorta si studia d’informarsi in quella materia, e si presta con attenzione e interessamento a quell’oggetto, o ai discorsi che ne derivano, e questa strada conduce alla confidenza, alla società del cuore, la quale nasce da molta uniformità, e dal vicendevole interessamento per quello che interessa il nostro amico. In questo però conviene che stiate cauta a non dare negli eccessi, come una signora che ho conosciuto io, la quale, per secondare la passione del marito pei cavalli, andava colle sue illustrissime mani nella stalla a prendere il tridente, ad adattar la paglia per coricarvi i cavalli. Queste vili prostituzioni stomacano, e fanno demeritare la stima comune. La vostra attenzione anche per le debolezze dello sposo debb’essere una nobile compiacenza dettata dall’amicizia, non un’adulatrice abbiezione. Nella società coniugale conviene saper fare di buona grazia dei sacrificj, e mostrarvi serena in qualche compagnia che vi annoj, e rimanere in villa o in città con buona grazia, anche senza voglia; e così adattarsi al sistema del marito e della casa, sempre nobilmente, e senza viltà. Le cose assolutamente indecenti sono le sole che una moglie saggia può e deve ricusare; nel rimanente, ella avrà somma cura di adattarsi al genio del marito. Il vostro sposo avrà dei difetti come ogni altro uomo, e voi dovete prudentemente operare in modo da correggerli, o almeno da moderarne le cattive conseguenze: ma questo conviene che si faccia con somma arte e delicatezza: i vizj nostri non bisogna mai combatterli di fronte, ma si deve acquistar tempo e terreno con disinvoltura. Per esempio, il vostro sposo spende incautamente, mosso da momentanei capricci, e poco dopo si annoia della cosa comprata; se nell'accesso del capriccio gli contraddite, attizzate sempre più la sua voglia, mostrate un animo sospetto di dominarlo, ed egli diventerà diffidente. Trovate un pretesto per differire; non mancano mai almeno quelli di cercare se a minor prezzo altrove si possa aver lo stesso, ovvero miglior cosa, o se altrimenti meglio si possa preparare un lavoro: lasciate che il tempo ammorzi il momentaneo impeto, e quasi da sè svanirà la voglia; e vi ringrazierà d’avergli risparmiato uno sproposito. Lo stesso dico dell’ira e di ogni altra impetuosa voglia: non vi opponete, scansate, ottenete tempo, ed otterrete la calma. Conviene studiare il carattere di vostro marito, e conoscere i momenti opportuni per parlargli d’interessi p di cose di noia, e farlo con buona maniera. Guardatevi soprattutto di non lasciare travedere mai che vostro marito vi rechi nausea o ribrezzo: una parola sola indiscreta su questo articolo potrebbe farvi perdere per sempre il cuore di lui, e farlo rivolgere a cercare la voluttà fuori delle vostre braccia. Cercate sopratutto la stima del vostro sposo; e questa non l’otterrete che con la pratica costante della virtù: rendetevi sempre buona, umana, amorevole coi domestici, frenando la maldicenza, ma con nobile decoro; siate sempre misurata nei vostri discorsi; e risparmiando l’altrui riputazione, siate gelosa custode di un segreto fedelmente riservato: siate impegnata nei vantaggi del marito e della sua casa, e otterrete la stima di lui sicuramente. Non dategli mai motivo di sospettarvi, non che infedele, nemmeno sventata: questo è il punto in cui una moglie diventa una schiava, e si degrada senza rimedio; e se mai, per miseria vostra, lo sposo sedotto dalla novità di altro oggetto vi diventasse infedele, cara figlia, in quel punto vi voglio un’eroina; e se non lo diventate, siete perduta: voglio che prendiate tale impero di voi stessa, da non mostrarvi mai, con anima nata, istrutta del torto che vi si fa; che non permettiate mai a veruno di parlarvene, e sempre difendiate la condotta di vostro marito, come se fosse innocente: questa maschia virtù opererà in modo, che al primo raffreddamento del capriccio di lui, mirerà con ribrezzo la donna per cui ha potuto far torto ad una moglie virtuosa, e verrà ai piedi vostri ad espiare col pentimento e con amore il rammarico che vi avrà cagionato. Le gelosie, le guerre delle mogli, non fanno che eternare i traviamenti dei mariti. Rapporto al vostro animo, voi dovete operare col marito col metodo medesimo che vi ho indicato per il vostro corpo; cioè sempre qualche angolo dei vostri sentimenti rimanga adombrato ed oscuro; perchè, siccome ho detto, un oggetto conosciuto perfettamente, si pregia meno, per bello ch’ei sia, d’un oggetto buono e bello ma in parte velato. Di vostro marito parlatene sempre con amicizia e con rispetto, e sopra tutto tenete per certo che la prima ingiuria che succeda fra i coniugati, rompe senza rimedio la confidenza e l’amore. Uno sdegno, una vivacità, un trasporto momentaneo si perdonano, sono un inconveniente inseparabile dalla nostra organizzazione; ma un freddo disprezzo, un odio tranquillo, una vera ingiuria, rompe irreparabilmente l’amicizia. Non date mai occasione al vostro sposo di essere geloso; e su di questo punto studiatelo bene, perchè talvolta l’uomo ben educato e sensibile, per non mostrarsi indiscreto o tiranno, soffre dissimulando, il che poi lo conduce a cercare altrove quell’amore, che non crede di trovar nella sposa; ovvero, dopo lunga pazienza, ha luogo uno scoppio tanto più violento, quanto da più lungo tempo si va formando la materia che lo cagiona. Badate minutamente, mia cara figlia, e come vostro marito accolga le persone che vengono da voi , e con quai termini parli di esse quando siete soli, e qual fisonomia faccia vedendovele intorno, e prendete norma da questo senza aspettare una formale dichiarazione; risparmiando la quale, anzi prevenendola, libererete lo sposo da un grave peso, e voi stessa sottrarrete da un atto di determinazione, come donna buona e prudente, che adempie ai suoi doveri, senza bisogno che le si ricordino. Siate sinceramente fedele, e nella somma dei piaceri, ne godrete incomparabilmente più che ponendovi sull’infida, falsa, affannosissima strada della galanteria, di cui vi ho già scritto trattando dell’amore. Se v’è pace, bene, e voluttà pura, cara figlia, sta fra le care braccia della virtù.

La virtù deve essere la base della vostra politica: nella famiglia non terrete mai proposito alcuno che possa accendere la dissensione, non ridirete mai cosa alcuna udita, nè racconterete cosa alcuna veduta, che possa animare la discordia domestica: siate Vangelo della pace della casa; conciliate gli animi, fomentate la benevolenza, animate quel comune accordo, quella riunione, a cui solo le famiglie debbono la pace e la prosperità; e godrete della stima di tutti, non che di quella pace e di quella prosperità che contribuite a conservare. Che se i caratteri dei parenti sieno tanto stupidi o prevaricati, che la riconciliazione fosse impossibile, e che, immeritevoli di stima, fossero incapaci di sentirla; allora almeno ristringetevi a non servire mai di mezzo ad accrescere il male: le cancrene inoltrate non sono più sensibili, nè capaci di guarigione; ma è difficile che voi illuminata diventiate membro di una famiglia corrotta a questo segno, a meno che il merito dello sposo non fosse un compenso. Vi vuole coi parenti tanto maggiore cerimonia, quanto meno meritano sentimento; e questo è il partito col quale terrete in riserva i vizj loro, non dando loro mai confidenza o dimestichezza tale, onde osino di liberamente palesarveli. I salariati difficilmente hanno affetto sincero pei padroni: l’orgoglio è comune ad ognuno, ed anche la plebe sente che siamo tutti fratelli e sorelle, e che la condizione di servire è umiliante: per quanto sia buono il padrone, è sempre vero che un domestico deve continuamente sagrificare il proprio bene per lui. Caldo, freddo, pioggia, neve, sonno, fame, stanchezza, sono mali che soffre chi serve, e ciò per un miserabile salario che lo conduce alla vecchiezza a mendicare. Non è dunque sperabile che questa classe d’uomini sia amica della classe di altri uomini per cui vive male. Tenete per certo che amicizia non ne hanno, nè possono averne; onde misuratevi. Siate discreta, siate umana, non amareggiate la loro condizione, assisteteli nelle malattie loro; soccorreteli, ma siate misurata; perchè troppa dimestichezza e troppa liberalità, invece di conciliarveli, li renderebbe insolenti e insopportabili. Singolarmente colle cameriere guardate a questo; e se volete conservarle buone, siate benefica con misura, discreta ma non confidente, e sempre nobilmente signora. Coi figli ascoltate i dettami del vostro cuore. Leggete gli autori che trattano dell’educazione fisica e morale. Abbiamo degli ottimi libri che vi proveranno quanto opportuna ed umana cosa sia che la madre allatti i figli; quanto dannoso e crudele è l’uso delle fasce, e tutte le attenzioni per conservarli. La prodigiosa mortalità dei bambini, che per metà muoiono prima d’aver compiuto l’anno, mortalità che non si vede nella razza degli animali, prova che i metodi comunemente usati sono pessimi: quindi, invece di far autorità, l’uso comune è anzi un indizio di quello che si deve piuttosto evitare. Su di questo proposito non ne parlate mai in conversazione, perchè le vostre massime sarebbero una satira indiretta dei padri e delle madri che vi ascoltassero, e la minor vendetta che potrebbero fare contro di voi, sarebbe il deridervi come una sputasentenze, una filosofessa, o una stravagante. Non abbiate mai il ridicolo progetto di riformare le teste della moltitudine, nè l’altro non meno ridicolo progetto di giustificare voi medesima, quando battete tracce diverse da quelle che segue chi vi ascolta. Seguite la verità, la ragione, il cuore e non l’usanza, in una parte così importante, come è questa della vita dei teneri vostri bambini; operate, e non fate dissertazioni; e armatevi di una ferma e maschia virtù, perchè il bene che farete loro, a malgrado del vostro modesto silenzio, vi cagionerà dei sarcasmi e delle punture, e non degli ostacoli: ma bisogna avere un nobile coraggio, e rendersi preparata a resistere agli urli dell’amor proprio altrui offeso. Io, sebbene uomo e deciso, alcune volte mi trovai disperato per la vostra educazione; solo contro le opinioni di tutti, e singolarmente delle donne che vi avevano in cura. Non vi farò un trattato; vi consiglio a leggere chi ne ha scritto, e a leggerne più d’uno; e vi dirò, per regola generale, che i vostri veri maestri debbono essere gli stessi bambini: badale ai loro gemiti, e astenetevi da qualunque cosa che li faccia piangere: satollate la loro fame, riparateli dal freddo, riparateli dal soffrire caldo, impedite la troppa luce, il soverchio rumore, vegliate perchè non soffrano, e siate certa che l'istinto della natura è quello che anima i bambini; e se negli adulti le voglie artificiose portano ad appetire anche cose nocive, nei bambini ogni movimento è il risultato della semplice organizzazione che tende a conservarsi. Subito che un bambino grida, cessate di operare sopra di lui: non lo violentate giammai a trangugiare medicamenti nauseosi. Io non ho trovato di meglio, quanto l’uso dell’etiope minerale. Se ne danno tanti grani quant’è l’età, e talvolta si mescola col diagridio, porzione eguale all’età; per esempio, se il bambino è di cinque anni, prendete cinque grani dell’uno, e cinque grani dell’altro; e questi dieci grani che non hanno sapore, confondeteli in un cucchiaio di zuppa: il bambino li prende senza avvedersene, e i vermi e le indigestioni se ne vanno. Credo bene una volta al mese di fare questa purga, al momento in cui osservate, o debolezza, o pallore, o lingua sporca, o fiato cattivo nel bambino. I contadini, che respirano l’aria libera e non prendono che cibi semplici, non hanno bisogno di arte medica per vegetar bene; ma nella città, colla vita rinchiusa e con alimenti alterati, forza è ricorrere ad un male per evitarne un altro. State attenta che non si accosti ai vostri bambini alcuno che abbia commercio col vaiuolo, e soprattutto medici, chirurgi, barbieri; sono persone sospette; e ciò sintanto che non sia terminata la spunta dei denti, perchè innestare prima di questo termine mi sembra pericoloso, acciocchè non cada contemporaneamente all’eruzione del vaiuolo, quella talvolta violenta d’uno o più denti, e così la malattia artificiale non combini con altra, o renda grave e forse funesta la provvidenza. Terminata la dentizione, subito innestate; sia ciò però non mai nei massimi caldi, nè mai mentre il bambino sia valetudinario. Tenete i vostri bambini allegri, liberi; lasciate uno sviluppo facile alla natura; in nessuna parte siano compressi o violentati, nè con busto nè con legaccia, nè con precetti, divieti, penitenze, correzioni; a ciò aggiungete il moto, il cambiamento d’aria quanto più potete, la salubrità dei cibi, brodi lisci, carni di pollo, erbaggi, farinacei, frutti ben maturi, pane senza limite: evitate i dolci, le carni, le cose unte, salate, le salse forti, gli aromi. Insomma leggete il libro De l'éducation physique des enfants e l’altro Les enfant élevés selon l’ordre de la nature. Leggete Locke, Rousseau, e formatevi un sistema che abbia per base la ragione, la sperienza, l’umanità, senza badar punto alle volgari opinioni, che portano alla tomba la metà dei bambini, siccome dissi, prima di un anno, e lasciano in molti di quelli che superano il cimento degli incomodi per tutta la vita: animali zoppi, gobbi, infermi, deformi, sono rari più che gli uomini; frutto delle fascie, non meno che della educazione. L’ilarità della mente, la libera giocondità del cuore, hanno somma influenza sullo stato nostro fisico: se questo lo proviamo noi vegeti e robusti, e già solidamente organizzati, non vi è dubbio che anche più lo debba provare il bambino, il fanciullo gracile e delicato. Un bambino rattristato, impaurito, oppresso, digerisce male, e forma conseguentemente assai male la vegetazione. Non vi è peggio quanto il voler correggere, o ammaestrare, formare i fanciulli. Un misero bambino che ascolta ricordi continui sul tono della voce, sulla vivacità dei suoi movimenti, sulla naturale disattenzione pel cerimoniale, sulla scelta delle parole, e sulle proprie azioni in generale, deve o avvilirsi, o credersi incapace di far bene, ovvero deridere o insultare l’indiscreto censore. Nella prima età, tristo il bambino che compare un uomo prematuro: alla virilità egli sarà uno stolido; perchè se i movimenti dell’animo di lui sono tanto placidi da sopportare una perpetua norma, scemato il primo impeto vegetale, rimarrà torpido ed imbecille per mancanza di energia. Quegli sventurati che nella prima età sanno presentarsi composti, pronunziare un complimento, sedere decentemente, e da creature ben educate in un circolo, a me fanno tanta compassione, quanto i cani di un saltimbanco, educati non pel bene di essi, ma per quello dell’educante. Lasciate, mia cara figlia, che i vostri bamboli vivano come vogliono, vadano per terra, corrano e si rallegrino in ogni modo che non li esponga a pericolo essenziale: teneteli lontani dal cader nel fuoco, abbasso di una scala, da una finestra; nel rimanente lasciateli liberi, non li contrariate; è men male che cadano, e ricevano qualche contusione, di quello che sia conservarli coll’animo angustiato. Per l’educazione morale poi, in una parola vi dico tutto: siate buona e onesta coi vostri bambini, abbiate la stessa probità con essi, come se fossero uomini; e con questo solo precetto avrete sbandito ogni soverchieria, ogni finzione, ogni prepotenza. Io ho fatto così con voi, e vi ho insegnata la morale col mio esempio: Rousseau non mi piace, perchè il suo piano è un inganno costante, ed attornia il suo Emilio da molti avvenimenti artificiali: se il giovine si sveglia, conosce la soverchieria, si sdegna d’esser trattato da sciocco, detesta il precettore. Prima base, la esimia fede e probità nostra coi nostri figli, non mai delusi o sorpresi, ma amati, compatiti, e beneficati da noi. Nemmeno abbiate la smania di renderli colti e dotti anticipatamente: la pianta che produce frutti prematuri ha d’ordinario corta vita; e gli organi della mente si logorano usandone avanti tempo non meno che quelli della generazione. Mio fratello Alessandro a ventanni sapeva leggere e scrivere senza ortografia, e niente di più. Due sono i punti cardinali; il rimanente importa poco. Procurare che la macchina vegeti sana, libera e gioconda: questo è il primo. Procurare che non germoglino nè falsità, nè simulazione, nè vendetta, nè odio, nè prepotenza, nè malignità, nè ingiustizia: questo è il secondo punto. A questi oggetti essenziali volgete ogni vostra cura. Se avete mezzo d’insegnare le lingue ai bambini coll'uso, farete loro un beneficio, come io l’ho fatto a voi; e vegliate acciocchè i domestici o altre persone non vi guastino i figli. Se gli amerete (come son certo), darete loro una buona educazione, e ne caverete poi in fine il premio di essere una matrona onorata dai vostri figli adulti, laddove le donnicciuole prepotenti e sciocche, per l’ambizione di comandare per alcuni anni ai teneri loro figli, in ricompensa ben meritata si trovano poi disprezzate come vecchie stordite. In verità, è ben insensata ed impertinente la pretensione di alcuni parenti che si lagnano perchè i loro figli non hanno per essi nè rispetto nè interessamento. La maggior parte dei figli nobili potrebbe dir loro: – A voi non debbo nessuna riconoscenza per la vita, poichè certamente voi non avevate, nè potevate avere intenzione di fare alcun beneficio a me che non esisteva. Nato appena, mi avete staccato dal seno materno, e confidato a poppe mercenarie, quasi sdegnaste di compiere meco questo dovere di natura. Mi avete lasciato gemere legato miseramente dalle fascie che m’impedivano il moto necessario ai muscoli; mi conservavate sporcamente inzuppato nelle fecce, che talvolta mi strozzavano la circolazione del sangue, e la respirazione medesima. Poi, confidato sempre alla discrezione di donne mercenarie, mi teneste lontano da voi come una creatura noiosa ed importuna: appena passati i primi anni, mi esiliaste dalla casa, che abbandonai con amarissima desolazione, e venni trasportato a convivere sotto il dispotismo di alcuni frati, o di alcune monache. Ivi ho sofferto fame, sete, sonno, lassitudine, affanni, percosse; ivi la virilità è stata in pericolo di esaurirsi innanzi tempo per mille turpitudini: ivi i libri mi divennero tanto odiosi, quanto il remo ad un forzato. La religione non mi si stampò in mente, se non accompagnata da spettri, da larve, e da atrocissime superstizioni. Mi lasciaste languire fino a vent’anni in quell'esilio, non mi richiamaste alla famiglia che per non tenermi più lungamente lontano; e pretendete da me amore, riconoscenza, cordialità? Cosa mai avrebbe potuto farmi di peggio un nemico? — I vostri figli non diranno così, nè voi me lo direte mai, perchè la base nostra è la beneficenza, la ragione, il cuore; laddove, comunemente, di questa mercanzia non se ne conosce che il nome. Se sull’articolo dell’educazione dovessi scrivervi di più, sarebbe inutile quello che ho scritto: l’anima buona ed illuminata sviluppa da sè stessa i principj.

Finalmente qualche ricordo vi darò sul proposito dell’amicizia. Il mio cuore è stato più volte tradito in fatto d’amicizia: ho provato che le persone che non dovevano che a me solo, al mio entusiasmo per beneficarli, tutto il loro stato, e che mi mostrarono tutta la sensibilità, mi hanno voltate le spalle tosto che hanno creduto del loro interesse di farlo. Cara figlia, questa che sono per dirvi è una crudele verità. Cara figlia, l’amicizia è comunemente una chimera.

Una donna, giovine o vecchia, facilmente vi invidierà nel secreto del suo cuore; e un uomo che vi esibisce amicizia, o cerca l’amore, o, se non lo cerca, correte rischio di legarvi con un essere insipido ed incapace di amicizia. L’imbecillità umana è grande più che non pare: le menti per lo più si voltano con un soffio di vento; pochissimi hanno veri sentimenti proprj. Il miglior partito è quello di usare cortesia ed onestà a tutti, ed amicizia non legarla con alcuno.

Se in questi liberi e brevi documenti non ho scritto cose più interessanti, attribuitelo primieramente all'ingegno mio, che non va più alto; secondariamente alla massima, che mi sono proposto di scrivervi per utilità vostra, non per mia gloria, e di scrivervi con quell’amorosa ingenuità, che non si può seguire qualora si stenda un libro da pubblicarsi; e se questo mio scritto contribuirà a rendervi cautamente felice, e se vi sarà come un testimonio dell’affetto che ebbi per voi sino dai primi vostri anni, io sono pienamente ricompensato del mio studio. Per renderlo più sopportabile dovrei ritoccarlo, ma forse vi sarà più caro avere il mio primo abbozzo originale come una memoria d’un vostro buon amico.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2008