Pietro Verri

Dialogo fra l'Imperatore Giuseppe II e un filosofo

Edizione di riferimento:

Scritti inediti del comte Pietro Verri milanese. Londra 1825

Quantunque sia contro la verità, della storia questo Dialogo fra due esseri che non si accostarono mai, ho creduto che una tale finzione fosse opportuna per illuminare alcuni principj di politica.

Gius. Ho viaggiate più volte per le mie Provincie, ho attentamente esaminato lo stato loro, ed il risultato concorde di tutte le mie osservazioni mi ha fatto vedere, che il clero, i ministri ed i nobili sono tre corpi che opprimono l'umanità e legano le mani ai monarchi, e che non era sperabile una felice rivoluzione, se non rimediando a questi abusi. Ho veduto che il clero è un vero status in statu, che l'orgoglio e l'interesse sono i soli principj che animano gli ecclesiastici, e la religione un mezzo, non già un fine; essi cercano sempre l'indipendenza; vorrebbero essere liberi da ogni giurisdizione; le loro abitazioni, i beni loro, le loro persone, tutto vorrebbero sottrarre dall'autorità del principe, ed in qualità di maestri degli altri uomini anzi di mediatori fra gli uomini e la divinità, tentano di erigersi arbitri fra il monarca ed il suo popolo: per poco che si lascino fare terrebbero il sovrano come uno scolare nella loro tutela. Pronti a commuovere l' incauta moltitudine contro la legittima autorità, tosto che ella mostri vigore, sappiamo a che siano giunti sotto un principe debole e col favore dell'ignoranza.

Il ceto dei ministri scelti uno ad uno dal sovrano è pure, per abuso diventato un corpo resistente al sovrano medesimo, non coll'aperta opposizione di cui ècapace il clero, ma sempre sotto l'apparenza di servigio. L'usanza direndere perpetue le cariche, e di non rimuovere gl'individui nominati senza un delitto ed un processo, ha fatto sì che i ministri sedenti ne collegj e tribunali, poco dopo la loro elezione dimenticandosi del beneficio s'accostumino alla carica, quasi fosse ereditaria di famiglia, e quasi l'autorità loro fosse una parte della sovranità inerente al loro ufficio. Quindi gli ordini pia benefici emanati dal trono indirettamente si eludevano, o temporeggiando colle formalità, ovvero rimostrando gl'inconvenienti della esecuzione o immaginati o esagerati. Da ciò ne nasceva che i ministri, invece d'essere esecutori degli ordini, sovrani e servitori dello stato, erano degenerati in una classe d'uomini, che limitava la sovranità, e si arrogava in personale utilità una maggior parte degli omaggi del popolo, forse la migliore. La classe dei nobili poi, allevata nel pregiudizio e, nell'ignorante orgoglio del gius feudale, avviliva impunemente la più utile e laboriosa porzione de' miei sudditi sino alla schiavitù, e coi pretesi privilegi suoi, emanati dai secoli più tenebrosi, presentava un obice ostinato a qualunque utile riforma. Tanto più terribili erano questi abusi, quanto che il clero, i ministri o inobili si riunivano nel comune interesse di attraversare la potenza del monarca, e reciprocamente si sostenevano contro del nemico comune. Questo fu il risultato che ricavai dai miei viaggi e dalle mie osservazioni.

Prima di ascendere al trono ebbi tutto il tempo per preparami a rappresentare sul teatro dell'Europa la mia parte. Dovetti scegliere o di essere unsovrano dozzinale destinato alla serie cronologica ovvero di sbrigarmi da questi nemici. La mia anima attiva e sensibile alla gloria, prese la seconda determinazione. Pensai al modo per riuscirne, e non ancora l’avevo io ben fissato, quando ricevetti il sommo potere. Quindi da principio camminai con qualche incertezza. Se fossi stato sicuro di vivere per un pajo di secoli, e conservare per sì lungo spazio di tempo le forze della mente forse, per giungere al mio fine avrei preso gli uomini dalla parte dell’opinione ecolla pubblica educazione preservando la generazione crescente dai pegiudizj, ed illuminandola coi suoi veri interessi, avrei ridotto al discredito ed alla detestazione i corpi ecclesiastici, ministeriali e nobili a meno che non avessero cangiato lo spirito; ma la vita di un sovrano non è più lunga di quella d'ogni altro uomo, e tentando un tal mezzo placido e naturale, o avrei lasciato tutta la gloria del fatto a’ miei successori senza parteciparne, ovvero avrebbero questi incautamente rotti i fili d'ogni mia operazione. Conveniva venire ad una scossa, ad un generale terremuoto, esporsi all'odio, alla maldicenza, incutere spavento e timore, ed inalberare avanti gli occhi attoniti dei sudditi una volontà sovrana irresistibile, che rovesciando le leggi, i sistemi e le opinioni fino a quel punto rispettate, riducesse gli uomini in uno stato di stordimento e d'indifferenza. Questo fu il mio progetto, e credo che fosse il solo mezzo per ottenerne il fine.

Il Fil. Ma quando avete così ridotto il clero senza autorità, i ministri senza condecorazione, i nobili senza potere, ed il popolo senza leggi e sbalordito, avete voi pensato se la morale pubblica potesse reggere col clero ridotto in tale stato; se potevate aspettare zelo ed affetto da ministri degradati; se nelle Vostre annate avreste conservata la buona volontà senza l’ajuto dei nobili ?

Gius. La, morale l’insegnerà il clero, quando disperando dei fini mondani predicherà coll'esempio e col cuore la semplicità della religione. Sono bastantemente disingannato del preteso zelo dei ministri; con questa parola gabbando il principe non cercano che l’interesse loro, ho sostituito a ciò un'organizzazione di registri che gli obbliga a caminar diritto. Per le armate tanto mi serve un generale nobile, che di fortuna. Sono opinioni ridicole.

Fil. Dubito assai di ciò. Il clero è un ceto d'uomini soggetti alle stesse passioni che agitano ogni altro uomo o ceto d'uomini; colla violenza, col disprezzo, col sovvertimento d'un sistema non si produrrà mai l’effetto di rendere quegli uomini vestiti di nero più illibatamente affezionati al loro sacro ministero. Ciascun ecclesiastico considererà l'epoca in cui vive come quella d'un disastro, si distaccherà coll’affetto da quello spirito di corpo che costituiste l’uniformità, perchè si ama quella classe a cui si è ascritto, fin tanto che ella è onorata, e quando cessa d' esserlo, quasisi sdegna l’uomo di trovarvisi. Quindi l’ecclesiastico perde ogni cura della religione, volge in tal fondamento tutti i pensieri a sè medesimo, alla fortuna propria disgiunta affatto dalla disperata fortuna del suo corpo politico, diventa, se occorre,dissoluto, scostumato imbroglione; senza ritegno si abbandona al proprio, genio, perchè gli avviliti suoisuperiori mancano di mezzi per contenere la disciplina. Da tutto ciò necessariamente deve nascere che la morale pubblica affatto svapori colla degradazione di quelli che ne sono gli unici maestri, e per conseguenza il popolo dovrà corrompersi sempre più, fino al segno di non avere altro limite della improbità fuori che i giudici criminali, i quali saranno essi pure corrotti colla massa di tutta la nazione.

Gius. Veramente il clero ne' miei stati promoveva una gran buona morale! appena aveva l’insegna d'una sfacciata ipocrisia, e questo era l’unico omaggio che rendeva alla virtù. Moltiplicate le superstizioni, fomentate, promosse; ridotta fasto e pompa de' preti lo stesso culto della divinità, ammassate ricchezze a spese della credulità pubblica…! Questi sono gli oggetti che occupavano il clero, al quale realmente era indifferentissima cosa, che il costume pubblico fosse buono cattivo, purchè si portasse danaro al convento, ed alimento allorgoglio sacerdotale.

Fil. Chi vede l'oggetto dal solo canto difettoso, non lo vede con esattezza. Niente vi è di perfetto nel mondo, e unmonarca non deve mai immaginarsi di togliere i mali del mondo, ma soltanto di ridurli al manco male. La questione èse il clero sia diventato più umile, ossia inetto nocivo allo stato colla seguita degradazione e rivoluzione di cose. Altra questione può farsi, e ciò è se vi fosse altro mezzo per migliorare lo stato del clero, come a me sembra.

Gius. Vediamo di grazia cosa avreste fatto voi.

Fil. Eccolo: avrei promosso ai Vescovadi uomini di vita illibata non solo, ma disinteressati, limosinieri, nemici del fasto, apostolici, e capaci di parlare al popolo il linguaggio paterno ed amorevole della religione. Avrei badato perchè nelle cariche distinte della chiesa fossero promossi soggetti d'indole corrispondente, colti ed innamorati del culto divino. Sopra tutto posta avrei tanta attenzione di escludete i caratteri austeri e violenti, e data l'autorità ai prudenti, miti e tolleranti, che rendessero amabili i doveri della religione. A questi superiori ecclesiastici lasciato avrei pienissima facoltà di punire con pene canoniche i loro subalterni, non carcere, non multe pecunarie; amonizioni, minaccie, sospensioni, interdetto, espulsione del ceto: ecco i cinque gradi di gastigo che avrei lasciato in libero potere de' superiori. Avrei però organizzate le cose in modo che il capriccio e l’opinione di un uomo solo non potesse mai infliggere nemmeno tai pene; ma che sempre fosse una congregazione ecclesiastica che conoscesse le cause di tal natura. I Parrochi li avrei resi tutti ammovibili, e non mai fissi a perpetuità, conoscendosi che la loro immovibilità li rende inerti, orgogliosi, e non di rado scostumati. I seminarj soprattutto poi sarebbero stati oggetti di mia cura; essendo impossibile la correzione degli uomini, e facile la docilità della gioventù, avrei posta ogni attenzione nella scelta di giovani da collocarsi nel seminario, dovendo l'indole placida, l'ingegno pronto, l'inclinazione allo studio, e certa nobile disposizione di natura intervenire, per primordiale disposizione, acciocchè un giovine venga giudicato abile alla educazione del seminario, da cui devono uscire i maestri e direttori, gli esemplari degli altri cittadini. Nei studj dei seminarj avrei disposto che nulla v'entrasse la controversia, che la storia ecclesiastica insegnata con imparzialità, e con essa le diverse opinioni nate nella chiesa fossero la principale occupazione de' studj; è che la teoria e la pratica della vera morale fosse l’atto principale della religione dopo il culto della divinità.

Decenza, tolleranza, prudenza, fraterna benevolenza, probità dovrebbero essere le doti da coltivarsi; disinteresse, alienazione dal fanatismo dovrebbero incessantemente ricordarsi ai giovani leviti. Questo è quello, che avrebbe potuto cambiare l’aspetto del clero, e renderlo più rispettabile e più utile. Io non avrei rotto con Roma per altro, che per ottenere la libertà di far questo, e di porre moderatamente limite a tante vittime, monache e frati, che meritavano riforma; ma con minore violenza.

Gius. Io era sdegnato della prepotenza ecclesiastica che vedeva non solamente, la indipendenza, ma il comando nei miei stati, e che da pari a pari intendeva di contenderla e garrir meco. Con un colpo ardito ho fatto in polvere quel colosso.

Fil. E avete fatto in polvere, il costume dei vostri popoli, rendendoli incerti come lo vanno sulla religione. Un monarca non deve operare mai perchè sdegnato. Ogni atto di sua volontà porta influenza su molti milioni d'uomini. Dopo maturo consiglio devesi operare, antivedendo colla fredda ragione le conseguenze d'ogni novità. Le grandi intraprese vogliono bensì impeto nella esecuzione, ma debbono essere precedute dal dubbio e dall'esame tranquillo. I popoli perderanno il costume, diventeranno indifferenti per la religione, non avranno altra connessione col sovrano che la forza, e se i ministri ed il militare acquistano questi gradi, sarà in pericolo la sovranità de' vostri successori.

Gius. Per Questo poi toccherà ad essi il pensarci quanto a me, non ne ho punto inquietudine, e sono certo che come il clero non osa più credersi indipendente, così nemmeno i ministri ardiscono più di considerarsi correggenti meco, ma si conoscono meri esecutori dei miei comandi.

Fil. È vero che i ministri sono avviliti, che il loro ufficio è diventato precario ed incerto, che tutti, quando ricevono lo stipendio, tremano che ciò non sia per l’ultima volta, e che prima di esporre la loro opinione, badan bene per minuto alla fisonomia dei loro presidenti, per non dispiacer loro, perchè da essi dipende il destino di ciascheduno; ma nessuno ha impegno, perchè riescano felicemente i nuovi regolamenti, a nessuno preme nel secreto del suo cuore la gloria e la felicità del vostro regno, ciascuno opera unicamente quanto basta per continuare nello stipendio.

Gius. Aggiungete, opera dritto, opera senza arbitrio, dà corso agli affari, servo insomma, e non comanda.

Fil.  Cioè tutte le carte sono segnate con numeri progressivi, e non se ne far dispersione; tutte le proposizioni sono scritte e si mandano alla censura. Ma non sono sincere le proposizioni, nè sincere le spedizioni; tutto è servilmente curvato, e la ingenua opinione nessuno osa palesarla, dipendendo il tutto dal dispotismo illimitato dei vostri presidenti, i quali tanto più a man salva operano per capriccio, quanto meglio s’ammantano col forzato parere dei loro consigli. L'organizzazione d’un dicastero è un bene sicuramente; ma è un bene secondario, essendo il primario bene la buona volontaria rettitudine ed i lumi de' ministri, le quali proprietà vogliono necessariamente una non pericolosa indipendenza nelle opinioni. Se il presidente vuole un’ingiustizia, il consigliere deve sacrificare la sua morale, ovvero la sua carica, e non è buon sistema il costituire gli uomini in questa alternativa, in cui la morale sarà sempre sacrificata.

Gius. Ho conosciuto gli uomini abbastanza; non vi è altro commercio fra il sovrano ed il suddito, che falsità. Nei dispacci sempre il monarca parla dei suoi amatissimi popoli, sempre del suo paterno amore; nelle loro rimostranze, i sudditi impiegati sempre parlano del loro zelo, pronti a sacrificare tutto per il loro padrone. Più ridicola commedia di questa non v’è. Uno comanda; gli altri obbediscono. Uno pensa; eseguiscono gli altri. Ecco i veri rapporti genuini, che unicamente si debbono trovare fra il sovrano ed i ministri;se questi ultimi s'ingeriscono nel comando, se viene loro voglia di pensare, è sempre a spese del sovrano, ed il loro zelo è veramente di fare il loro privato interesse.

Fil.  La virtù, dicesi, sta riposta fra due estremi; e fra due estremi parimenti stanno le verità morali. Errore è il credere fatalmente ai sentimenti che ci vanta chi ha bisogno di noi: errore è il credere che nessuno da noi dipendente possa avere sentimenti per noi. Nessuna organizzazione automatica produrrà mai un effetto paragonabile al servizio reso col cuore, e con sincero ed ingenuo interessamento, ed è meno male l’essere qualche volta delusi da un mentito ed ippocrito zelo, di quello che sia lo spegnere ogni sentimento d'affetto ne' mostri servitori. Non è possibile che un monarca pensi solo e a tutto nella vasta sua monarchia; conviene che i suoi ministri pensino pure, sì per suggerirgli quanto presenta l’aspetto locale, quanto per modificare o sospendere anco gli ordini emanati dal trono sulle non prevedute circostanze.

Gius. Certamente così debbono fare, e peggio per essi, se non lo fanno; me ne sbrigo da un momento a l'altro, levo ad essi la carica, il soldo, e servine d'esempio.

Fil. L’esempio incute timore bensì, mai zelo ed affetto non mai.

Gius. Ed il timore è appunto il solo canto, par cui si trova la strada di andare al cuore d’ogni uomo. Tutti sono sensibili al timore, pochissimi all'eroismo che omai è confermato nei libri dei romanzi e nei poemi. I don Chisciotte sono rari.

Fil. Il timore fa che un ministro operi il meno che può, e ponga in veduta quanto opera il più che può e serva senza alcun interessamento per avarizia e per bisogno. Certamente da una mandra di schiavi non vi è pericolo che il monarca trovi contraddizione ai suoi voleri. Comandi egli pure di mettere il fuoco alla città, che s’armano di fiaccole e la inceneriscono; ma questa cieca obbedienza è rovinosa per la gloria del monarca e per i suoi interessi. L’abuso del potere dei ministri meritava riforma; i tribunali giudiziarj, che ad arbitrio disponevamo della vita e delle sostanze, dovevano essere contenuti, e limitati ad amministrare giustizia regolarmente coll'appoggio delle leggi; dovevano essere ridotti a servire lo stato, non a signoreggiarlo. I medici sono fatti, per gli ammalati, e non gli ammalati per i medici; ma degradandoli, spogliandoli di ogni esteriore condecorazione, riducendoli al semplice meccanismo, rendendo la loro situazione precaria è dipendente da un mero capriccio, le cose sono state portate all'estremo opposto vizioso. Non si farà nè il bene del principe, nè il bene dello stato, poichè alla lunga tutte due queste cose sono una sola cosa.

Gius. Un buon piede formidabile militare renderà sempre formidabile, e rispettata la potenza, e sarà garante dell' esecuzione de’ piani.

Fil. Resterà a vedere qual caso col tempo si potrà fare di questa milizia. Il popolo nascente non è più contenuto, nè dall'imponente corredo della religione, nè dalla pompa stessa del monarca, che non ha voluto nemmeno essere debitore ai popoli di quella ereditaria illusione. Uomini plebei allevati così senza principj e senza contegno, s'arroleranno soldati o per forza, o per volontà. Naturalmente formeranno la opinione, che un uomo vale un altro uomo, e che il fantaccino ed il monarca sono due uomini. Con questa idea chiara in mente dovranno essi esporsi alla miseria, alla mutilazione, ai disagi, alla morte per obbedire ad un altro uomo, che gli dà un nero pezzo di pane ed un pezzo di bue al giorno per mercede, e li bastona e li incatena senza risparmio. Avranno per loro, condottieri uomini plebèi innalzati per grazia alla milizia, quali commettendo una viltà, qualora vengano anche scacciati, nulla perdono ritornando alla primiera loro condizione. In verità che una tale milizia non sarà tanto sicura, quanto quella che unita col giuramento, cimentata dai doveri di fedeltà imposti dalla religione, animata dagli ufficiali nobili, che soffrendo insieme coi soldati gli incommodi ed i pericoli, col loro esempio autorevole loro rendono i mali per leggieri, gloriosa di servire; ad un monarca, la di cui grandezza si comprende coll'apparato e colle insegne inseparabili dalla sacra sua persona, non ardisce nemmeno di paragonare sè stessa colla potenza quasi divina a cui obbedisce.

Gius. Andate a viaggiare la Moscovia, esaminate quegli eserciti, che hanno posto in pericolo imminente Federico II e l'impero Turco, e vedrete se le vostre idee sieno la verità, ovvero speculazioni di filosofo che non conosce gli uomini.

Fil. Conosco la Moscovia. So che ivi più d'una rivoluzione anche in questo secolo ha sparso il sangue del legittimo monarca, per collocare sul trono un nuovo padrone. So che quell'impero presenta sterminati deserti, somma miserie e schiavi abbrutiti. So che quell’impero è una vera decorazione da teatro, che da lontano fa comparsa , e veduto da, vicino è un meschino mobile. Chi prende per modello quella autocrazia, deve temerne gli effetti. L'imitazione è sempre dannosa. Montesquieu ha dimostrato che i regolamenti debbono essere diversi sotto climi diversi. Pietro, che chiamasi a torto il grande, e tale non è che per i vizj grandi e imponenti, si propose capricciosamente per modello l'Olanda, paese mancante di terra e repubblicano. Chi si proponesse Pietro e la Moscovia per modello, rischierebbe d'andare in rovina, spopolare lo stato, e lasciare un nome infausto dopo di sè.

Gius. Basta, ho fatto un colpo ardito,ho rovesciato tutti gli antichi sistemi; erano fabbriche vecchie senza un buon disegno; se i nuovi edificj cadranno, avrò sempre fatto il bene di aver tolta dagli uomini l’adorazione succhiata col latte per le ereditate chimere, avrò sempre spianata la strada per le utili riforme; una crisi violenta era il solo mezzo per liberare i corpi politici dalle antiche malattie.

Fil. Forse da questo disordine ne potrà venire un bene. Londra è debitrice al funesto incendio dei 1666, d’essere una città ben fabbricata. Lisbona è abbellita dopo il terremoto del 1775. Ma non per questo un incendio ed un terremoto sono un beneficio. Forse le generazioni venture ne staranno meglio, ma con questo forse la generazione attuale tutta senza alcun forse ne soffre il danno.

FINE.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2008