Pietro Verri

Ricordi disinteressati e sinceri

Edizione di riferimento:

Scritti vari di Pietro Verri ordinati da Giulio Carcano preceduti da un saggio civile sopra l’autore per Vincenzo Salvagnoli, volume secondo, Ed. Felice Le Monnier, Firenze, 1854.

At fas non dicere.... at fas.

Un libretto che svela i vizj di coloro, che, abusando della credulità e debolezza altrui, trovano in quella la rendita e la considerazione, deve portare odio contro del suo autore. Lo so che faccio un cattivo contratto, che difendo chi non se ne accorgerà, ed offendo chi cercherà di nuocermi: ma pare, se posso scemare il nomero delle innocenti vittime, ed obbligare i malvagi a qualche ritegno, sarò ricompensato. Potessi almeno col mio scritto accrescere qualche poco d’avvedutezza nel popolo, e dare qualche guida a quegli onesti cittadini che si trovano nell’infelicità di dover affidare o la loro vita o le sostanze loro nelle mani altrui! Io presento agli onesti uomini miei colleghi il risultato non già delle mie speculaziomi, ma d’una lunga e ripetuta esperienza. I fatti che racconterò potrei provarli coi nomi degli autori, e colle circostanze; pure, benchè i danni che ho veduto accadere, e in parte sofferti, possano darmi titolo bastante per farlo, credo più virtuoso partito il dimenticare ogni personalità, e non avere in vista che il solo bene che posso fare alla patria.

Dei Medici

Poco, pochissimo aiuto possiamo sperare da medici, ed assaissimo vi è da temere; eppure l’umana debolezza, allorchè siamo infermi, si accresce, e si vedono anche degli uomini ragionevoli abbandonarsi ai medici, ai cerretani, ai fattucchieri. Quel filosofo ammalato, che aveva sul letto talismani, amuleti, idoletti, ec., ebbe ragione di rispondere al suo collega che gli chiedeva di sua salute: Voi lo vedete, sto male assai, e mostrògli i testimoni della propria debolezza. Vi sono però alcuni più illuminati, i quali, avendo conosciuto davvicino la vanità della medicina, nemmeno colla febbre perdono la evidenza che ne acquistarono; e di tal natura sono la maggior parte dei medici, i quali allorchè si ammalano, o non ammettono alcun collega, ovvero, se per l’onore dell’arte lo ammettono, non mai abbandonano sè medesimi ai metodi usati. Trent’anni fa, si raccomandavano bibite calde dai medici per dilatare i meati, per rilasciare le ostruzioni, per purgare blandamente: ora i medici condannano le bibite calde, che inflosciscono le viscere, levano il tono ai muscoli, ed invece prescrivono acque fredde, gelate, bagni freddi. Trentanni fa, un ammalato di vaiuolo si teneva chiuso, riparatissimo dall’aria; si teneva ben coperto per lasciar adito di presentarsi alla cute la materia morbosa: ora si vuole aria, aria fresca, ventilata, nessun riparo nel corpo infermo, affinchè non si moltiplichi l’infracidimento e la corruzione. Alla fine del secolo passato, si facevano morire di arsura i febbricitanti, volendo che il calore febbrile consumasse gli umori peccanti: ora si vogliono bibite e copiose, per ammorzare il calore febbrile. Da qui a trent’anni probabilmente si faranno altre mutazioni. Poco buon senso basta per illuminarci sulla ciarlataneria medica, la quale è stata l’oggetto della derisione e del disprezzo degli uomini di maggior ingegno, e persino abbandonata al ridicolo della scena comica. Io non prendo a scrivere un trattato sulla vanità della medicina; mi basta dare rapidamente alcuni cenni, ed invitare il mio lettore di buona fede a risolvere tre soli quesiti. Avete voi veduto, in vita vostra un solo ammalato, il quale sicuramente dovesse soccombere, e che per opera del medico sia guarito? Quando avete soltanto un leggier mal di capo, credete voi che tutti i medici uniti abbiano podestà di liberarvene? Quando vi duole un dente, trovate voi una sola droga, fra gl’innumerabili vasi dello speziale, che vi liberi e vi sottragga alla violente operazione di svellerlo? La medicina è una vera meretrice con finti colori, con chiome finte, che ha finte lusinghe e finta sensibilità: abbandonato a quella, perdi tempo, danaro, e corrompi la massa del tuo sangue. Nella plebe, la maggior parte delle malattie nascono dall’eccesso della fatica e dalla troppo misera qualità del nutrimento; nei signori, la maggior parte delle malattie nasce dall’intemperanza e dalla irragionevolezza. I contadini, gli artigiani poveri, quasi sempre risaneranno col riposo e coll’alimento sano e nutriente; i facoltosi risaneranno colla sobrietà, coll’ilarità e col moto. Queste sono le più sicure e benefiche preparazioni chimiche, da presentarsi all’egra umanità. Ho conosciuto più onesti uomini che esercitavano la medicina, i quali pensavano così, ed ingenuamente me l’accordavano: ne ho conosciuto alcuni, i quali adattandosi alle idee volgari irreformabili, e considerando la fiducia dell’ammalato come un buonissimo rimedio, sostenevano il loro magico personaggio, e misteriosamente ordinavano medicamenti insignificanti per tutt’altro oggetto, se non per quello dell’opinione. A Soriso sul Bergamasco, si sono veduti immensi prodigj operati per opinione. Mesmer e Cagliostro sono due taumaturghi che hanno saputo porre in attività somma la fantasia degli ammalati, e si contano guarigioni maravigliose da essi operate. Io adunque non condanno punto chi fa il medico; avviso però il mio lettore a non abbandonare la sua vita in mano d’alcuno, e rassegnarsi alla condizione d’uomo che seco porta d’avere ora sanità ora malattia; a persuadersi che tutto ciò che ha un principio, deve avere un fine inevitabile, ed a conoscere che, per far grazia somma all’arte, almeno tanti accelerano, quanti prolungano il loro termine, coll’abbandonarsi ai medici.

Premessa tale idea giusta di questa lusinghiera arte, ora convien riflettere che l’arte medesima in questi ultimi secoli ha deviato dal sentiero della retta ragione, e si è infelicemente ingolfata nel mare delle chimere e dei sogni. I principi dell’arte medica sono e saranno sempre ignoti agli uomini, e non v’è che la ciarlataneria, che possa vantarsi di conoscerli. Il mistero della generazione, il mistero della nutrizione, il primo mobile della nostra macchina, tutto si sottrae alle nostre ricerche, e s’asconde in una nebbia impenetrabile. Cos’è febbre? Nessuno lo sa. Come si digerisce? Non lo sa alcuno. Come operano i purganti, gli astringenti, i diaforetici, i narcotici? Un impostore spiegherà tutto, ma nè s’intenderà egli medesimo, nè un uomo ragionevole potrà intenderlo.

Un’arte dunque, di cui s’ignorano e s’ignoreranno sempre i principi, non si può trattarla per principj, se non fondando delle ipotesi, e quindi fabbricando su basi incertissime , che non reggono al peso, e lasciano cadere tatto il lavoro colla sola sperienza de’ fatti. Si è creduto di conoscere per mezzo dell’anatomia il meccanismo della nostra macchina, e rimediare poscia ai disordini, come a quei d’un orologio; ma l’anatomia grossolanamente ci mostra i pezzi del corpo, e sfuggono ai sensi quelle parti che costituiscono la vita, e dal disordine delle quali nascono sconcerti. L’anatomia mostra i visceri nello stato di morte; e dopo d’essersi ammorbati sui cadaveri, e d’avere caricata la memoria di tanti nomi greci che è piaciuto di dare alle budella, non siamo avanzati un apice nella scienza di procurare la guarigione ad un ammalato; anzi queste cognizioni utili per dirigere con minor pericolo il coltello d’un chirurgo, sono una miniera di sistemi aerei, ne’ quali vanno delirando colla loro immaginazione i medici sull’azione dei solidi, reazioni dei fluidi, sulla ragione semplice, inversa e composta delle forze operanti in noi ec. La chimica, le di lei affinità, fermentazioni ec., hanno somministrato un altro campo di delirj e sogni medici, che militarmente schierando acidi da una parte, alcali dall’altra, ideando combattimenti, regioni prese, minacciate, hanno moltiplicata l’incertezza. Ora, quando non si conoscono i principj delle cose, non rimane altra scorta alla ragione, se non se quella dei fatti: la quale scorta fu appunto quella che andò seguendo Ippocrate, epilogando e riducendo ad aforismi i fatti operati da dieci generazioni precedenti, e depositati nei registri d’Esculapio; e quindi si comprende perchè la medicina, dal tempo d’Ippocrate a noi, o non abbia fatto alcun progresso, o forse anche sia retrograda, laddove tutte le altre scienze, o quasi tutte, mirabilmente si sono innalzate. Il nostro italiano Santorio prese il metodo ippocratico, tentò la natura coll’esperienza, e dai fatti di quarantanni bene confermati ha potuto trarne alcuna utile teoria, onde francamente asserisce che i medici correrannno sempre nel vortice dei sogni e delle opinioni, seducendo gl’incanti e rovinandoli, sin tanto che animati da un sincero amore dell’umanità, illuminati abbastanza per conoscere la vanità dell’arte, cautissimamente si limitino ad imparare l'arte difficile di sapere, ed opereranno in quei soli casi, ne’quali colla guida ippocratica la sperienza dà un probabile risultato di poter giovare.

So bene che un medico perfettamente sincero non otterrebbe alcun lucro, o alcuna riputazione presso il popolo. Egli doverbbe alla maggior parte degli ammalati confessare di non intendere il loro male, e di non saper che fare in loro vantaggio; un medico simile verrebbe trascurato come un ignorante: ma se io accerdo al medico la simulazione di mostrar di conoscere quello che non intende, di aver mezzi da sollevare, quando li ignora; se accordo al medico di usar della debolezza ed ignoranza altrui, in vantaggio del debole e dell’ignorante, a consolare e rinvigorire il quale tal specie di ciarlataneria può moltissimo giovare; non posso però riguardare se non come a ignorante pericoloso quello che, non rendendosi conto esatto a sè stesso delle cose che veramente sa, opera arditamente sulla vita altrui a caso. Il solo uomo ragionevole è colui, che sa di sapere quello che sa, e sa d’ignorate quello che ignora.

Stabilita così la base della giusta opinione che debbesi avere della medicina, e del molto da temere e poco da sperare che v’è nell’assistenza del medico, è bene che siamo altresì avvisati delle male arti colle quali taluni abusano della naturale semplicità. Il poco che ho veduto io stesso, mi autorizza a prevenire gl’incauti. Io ho conosciuto una donna stravagante, la quale, per comparire in qualche modo nonna meravigliosa, e par dominare meglio nella sua casa, e rendere adorati i suoi capricci, si voleva far credere ammalata con febbre, e durò più di trent’anni a starsene a letto. Forse anco ella giunse a persuaderlo a sè medesima. Il medico, prima di entrare a visitarla, si tratteneva colla cameriera, e la interrogava sugli accidenti della notte, sullo stato del giorno ec. indi entrava gravemente in stanza, toccavale il polso, e fatto silenzio, la interrogava: — Avrebbe ella mai sofferto doglia di capo? — Gran polsista! come indovina tutto!!! Signor sì, l’ho sofferta. — E sete? arsura alle fauci? — Che demonio!!!! anche questo indovina! Ma dica, signor dottore (giacchè vedo che lei sa tutto), dica: donde proviene questo dolor di capo che sì di frequente mi tormenta?... — Il medico china la testa in atto di profondo raccoglimento di pensieri, prende a toccarle il polso, e l’ammalata avidamente aspetta l’oracolo. — Questa testa, dice il dottore con molta pausa, questa testa è restata distesa.... come in una forma dolente; perciò sente il dolore nella parte che le duole..... — Grand’uomo!!! (esclama l’ammalata) grand’uomo, parla come un angelo! vi dice le cose con una chiarezza, con una precisione, con una verità che sorprendono sempre! — Il medico passa a farle il racconto delle novelle di città, delle avventure, di quanto di ridicolo e di singolare ha potuto osservare nelle case nelle quali è stato a far le visite: la discrezione e la carità non brillavano certamente in quei dialoghi. Soleva tenere il medico quell’ammalata come un fondo stabile di buonissimo frutto, ed era l’ultima visita ch’ei faceva in fine della giornata. Non partiva però mai senza averle scritto tutte le sere la ricetta, e, quello che è degno di osservazione, era sempre esattamente la stessa ricetta: — aqua cerasarum nigrarum, succinum, laudanum liquidum, confectio Alchermes; e tutto ciò in dose che nulla significava, ma ogni sera si scriveva, acciocchè si credesse che il rimedio variava sapientemente secondo lo stato dell’ammalata. Questo medico era uno dei più accreditati del nostro paese.

Ho veduto altro fatto, cioè un medico che fu richiesto per visitare un’ammalata che tendeva a morire di consunzione; e siccome si temeva che il metodo dei purganti, sul quale insisteva il medico della cura, non fosse opportuno, e che il male non nascesse altrimenti da supposte ostruzioni; così si procurò dai congiunti di farla visitare nascostamente da un altro medico famigliare della casa paterna dell’inferma, e si tentò ciò nel dubbio che, facendo un consulto, non si adulassero vicendevolmente i medici, come è il solito: ma il medico straordinario, richiesto con intelligenza che non si sapesse, volle prima di tutto confidarlo segretamente al medico della cura, e nella sua visita adulò finissimamente il medico omicida, suggerendo come da sè i rimedj medesimi che adoperava il ministro della cura; colla quale condotta vennero ad accecarsi i parenti, togliendo ogni dubbio sulla qualità del male, conosciuto lo stesso da due indipendenti (creduti) professori. L’ammalata ne morì, ma i due medici vivono buoni amici.

Il medico comunemente è incallito d’animo; soffra o muoia l’infermo, ei mangia con buon appetito e dorme saporitamente i sonni. Sin qui non v’è da rimproverarlo; la natura umana è fatta così, si abitua e si rende col tempo insensibile; e per vivere, così deve essere l’uomo che fa il medico. Alcuni con troppa sincerità lasciano traveder su questo articolo la loro indifferenza, ed in ciò fanno un male, perchè privano l’ammalato di quella consolazione, che reca l’apparente amicizia del medico. Il male maggiore è quello di quei non pochi Esculapj, che ridicono le miserie, le debolezze, le piaghe delle famiglie nelle quali sono ammessi, e se ne servono per consolazione e trastullo. II sommo abuso poi è quello di volersi arrogare la padronanza di casa, e del corpo del povero infermo, operando e tormentando le ultime ore angosciose della vita. Dalla sanità all’agonia vi è un terribile viaggio per l’audace ignoranza degli uomini d’ogni classe, che col pretesto di farci bene ci opprimono. Dall’agonia alla morte il passaggio è più consolante, perchè nulla v’è di mezzo Tra l’uomo e l’Essere eterno ed ottimo. Io tremo nell'incertezza del mio avvenire, se mai dovrò terminare i miei giorni con una malattia regolare, pensando che mi troverò debole ed abbattuto, esposto alla maligna curiosità, all’indiscrezione, al fanatismo, all’ardita e potente ignoranza di molte classi d’uomini, senza mezzi di difendermi. Credo che a misura che i lumi ed i sentimenti d’umanità faranno progressi, questo male andrà scemando; ma io non posso sperare ancora tanti anni di vita per goderne il vantaggio: sapessi almeno quando fia la mia ora, che mi ricovererei prima in un villaggio, e leggerei in volto del parroco di campagna il valore del mio male; sulla faccia degli innocenti contadini vedrei qualche lagrima in ricompensa dell’umanità mia; la religione non mi presenterebbe che aiuti e conforto. Medici, chirurghi, speciali, parenti, sarebbero in città, ed io, attorniato da’ domestici, placidamente pagherei il tributo alla natura.... Ma l’avvenire sta coperto d’un velo impenetrabile. Cittadini, uomini che amate di vivere, non vi fidate ai medici; e se dovete chiedere consiglio ad alcuno, scegliete uomo che si fidi pochissimo della sua arte, che abbia studiato il mestiere, e che sia d’indole moderatissima e placidissima.

De’ chirurghi.

Se un osso mi va fuori di luogo, o mi si rompe, certamente io non posso fare a meno di ricorrere o ad un valente scultore, o ad un chirurgo, a meno che io non mi accontenti di rimaner deforme o storpio dopo molti pericoli e spasimi. Quindi è che della chirurgia abbiamo un reale bisogno, laddove della medicina ne possiamo ragionevolmente far senza.

La chirurgia poi dividiamola in due parti, giacchè sono due mestieri realmente diversissimi che fa il chirurgo. Un mestiere è dipendente dalla facoltà medica, ed è fallacissimo; l’altro mestiere è quello d’operatore, ed ha norma e principi sicuri. Il chirurgo, per ciò che concerne i tumori, i mali cutanei, gli empiastri, i pronostici e giudizj sull’origine, qualità e rimedj; per questa parte, dico io, è ciurmatore al pari del medico.

Ho osservato venire a suppurazione quel tumore che il chirurgo aveva predetto sciogliersi da sè, e sciogliersi l’altro di cui aveva predetto l’infallibile suppurazione.

Ho osservato incallirsi e inveterare quelle piaghe coi cerotti ed altri empiastri, le quali coll'acqua tepida si risanavano.

Ho veduto uccidere l’ammalato colla cura d’una cutanea eruzione. Questa è parte medica. Miglior consiglio è lasciar fare il suo corso fisico e naturale a simili infermità, che d’ordinario s’inaspriscono e si prolungano coi pretesi aiuti dell’arte.

Il tumore comunemente suppura da sè, e si apre lo sfogo, ovvero da sè si scompone; l’acqua, i bagni, il vitto sobrio, l’ambiente opportuno, e la pazienza, sono i migliori rimedi da adoperare; e se la malattia è sanabile, più prestamente partesi; e se non è sanabile, si muore con minori tormenti: e l’arte, in simili malattie, non credo già che possa guarire quel male che sarebbe conducente alla morte, abbandonato alla natura.

L’altro mestiere che fa il chirurgo, cioè quello d’operatore colla mano, ha principj sicuri. Chi sa l’organizzazione delle ossa, ed il meccanismo col quale sono congiunte, può colla mano aiutata da opportuni mezzi ricondurre l’osso al suo luogo, e per la via più breve può accomodare al suo posto un osso spezzato, sicchè coll'aiuto della nutrizione venga nuovamente a congiungersi: un valente statuario potrebbe farlo quanto un chirurgo; ma quest’ultimo ha l’uso degli strumenti, ed uno studio particolare, onde più cautamente si ricorre a lui. Chi sa l’anatomia, come saper la deve un chirurgo, può salvar la vita legando un’arteria squarciata da una ferita; può estrarre innocuamente un corpo estraneo intruso nel corpo umano; può restituire la vista, liberando l’asse dell’occhio da un corpo opaco: qui non v’è dubbio alcuno, che l’arte del chirurgo non abbia principj sicuri, e non sia di giovamento. Ma qual abuso non fanno gli uomini di tal mestiere? Abuso per ignoranza, abuso per la smania di farsi un nome, abuso persino per trovar lucro collo spasimo altrui. L’ignoranza del chirurgo porta con sè la precipitazione dei suoi giudizj, e l’ostinazione irremovibile nelle cose giudicate. Chi è avvezzo a contemplar la natura, ad esercitar la sua mente nella indagine della verità, è addestrato dall’esperienza a saper dubitare, a non determinarsi troppo presto sulle prime apparenze degli oggetti, ad esaminare le cose per tutti i lati possibili, prima di scegliere un’opinione; e scelta poi che l’abbia, sempre la tiene come una probabilità, ma non mai come una cosa sicura. Ma un ignorante chirurgo vede superficialmente un infermo, rapidamente lo esamina, decide che ha la pietra, lo induce a lasciarsi spaccare e poichè gli ha fatto un’enorme ferita, si trova che non vi è pietra alcuna: il fatto è accaduto, ed io conosco l’infelice che ha sofferto, vittima dell’ignoranza del chirurgo. Un chirurgo ignorante, al primo colpo d’occhio decide che il feto si presenta male; gli fa un’evoluzione dolorosissima e lunga, sin tanto che trova i piedi del bambino, e per essi lo estrae morto colla sommità del capo forata dal dito dell’ignorante chirurgo, che la giudicò il dorso. So d’un chirurgo che s’ostinava a prendere un cordone spermatico enfiato per una discesa, e tormentò barbaramente un infelice, per farlo entrare dove non poteva. So d’un osso slogato a una spalla, che malgrado l’atrocità degli sforzi d’un chirurgo, non giunse mai a riporre a luogo. So d’un chirurgo che amputò spietatamente alle radici un pene, che forse poteva guarire, o essere sanato con minor perdita: e so che l’ignoranza di colui giunse a segno di dimenticare il successivo bisogno di scaricare la vescica; per lo che convenne di far un taglio al perineo, e con una candeletta intrusavi ritrovare l’uretra da forare al sito ove eravi la piaga del primo taglio. Ecco i rischj della sempre risolutissima ignoranza di costoro, alla quale si sacrificano vittime umane. Abuso si fa dell’arte per farsi un nome: un’operazione difficile, un giovane chirurgo la cerca, la desidera, la fa volentieri , anche su chi non ne abbia vero bisogno. Conosco un povero uomo che il chirurgo assolutamente voleva castrare, e che guarì senza perdere la sua virilità. So di una giovine, alla quale il chirurgo voleva quasi per forza levare le glandole alla gola, e atterrita seppe resistere, e guarì senza questo. So d’una partoriente, dalla quale volevasi estrarre a brani il feto; ed il cielo la salvò, essendo naturalmente uscito nel momento crudele, in cui gli era imminente la morte. So di un uomo di sommo merito, al quale un ardito chirurgo persuase di lasciarsi tagliare una fistola al perineo, la quale appena gli dava incomodo; e dalla ferita vasta e profonda, l’uomo di sommo merito morì pochi giorni dopo per cangrena. Al collo dei chirurghi vorrei io che fosse appesa una medaglia, con queste parole: Posso squarciare e non posso rimarginare. La cicatrice d’un taglio si fa non dai cerotti, ma dal sangue; e se il sangue manchi di quella qualità, il taglio non si riparerà mai più, degenera in cangrena, e si muore. Ma al chirurgo poco ciò preme, bastandogli l’applauso di aver fatta l’operazione con franchezza, con brevità e disinvoltura, quasi un ballerino da corda. La insensibilità di costoro giunse a segno, che essendo nata disputa fra due chirurghi, se un certo frate vecchio avesse delle piaghe alla gamba perchè l’osso fosse cariato, e sostenendosi all’opposto che l’osso era sano, e il male fosse unicamente negli umori; i due professori si riscaldarono nella disputa, e determinarono di tagliare la gamba per chiarirsene. Io so questo fatto dal giovane di chirurgia, che operò sotto la loro direzione, e che rimase solo nella stanza assai imbarazzato per frenar il sangue, perchè al momento che ebbero la gamba, tutti gli altri con essa se ne partirono, affine di visitarla. Se dopo ciò io diffido dei medici e dei chirurghi, sebbene non l’abbia provato sopra di me, credo di aver buona ragione. Uomini dabbene, non siate facili a fidarvi; risparmiate più che potete di mettere la vostra vita nelle altrui mani; sopportate i mali dell’umanità, anzichè esporvi a soffrire di più i mali della ciarlataneria ancora più funesti; e se dovete pur ricorrere ad un chirurgo, scegliete un uomo modesto, umano, studioso, indi lasciatelo operare il meno che potete.

In una nazione illuminata, la morale è la principale catena che unisce uomo a uomo; e l’impostura è sconosciuta e screditata, a proporzione che si rischiara la mente degli uomini: si vedono i medici prima abbandonare la grossolana ciarlataneria, ed assumerne una più colta, al che siamo giunti anche noi; poi sono costretti ad abbandonare anche questa, e conservare la sola inerente al mestiere, che è confortar con parole l’ammalato, non mai palesare i secreti delle famiglie, rispettare la buona riputazione di chiunque siasi affidato alla loro cura, diffidar dell’arte, operar poche volte, quando nol facendo siavi imminente pericolo, ed osservare fedelmente quel giuramento, che Ippocrate esigeva da chiunque volesse imparar l’arte. Fintanto che la nazione non giunga a questa coltura, uomo onesto, che vuoi vivere e soffrir minori mali, tienti lontani medici e chirurghi.

DEGLI AVVOCATI E CAUSIDICI.

Per dipingere al vivo e con sinceri colori questa classe di uomini, o per meglio dire questa mandra che è la feccia la più corrotta della società,

Chi mi darà la voce, e le parole,

sì che possa prevenire gli uomini onesti a stare in guardia? Quello che io stesso ho veduto, quello che ho scoperto di questa genia, è tale, che se volessi riferir tutto, si crederebbe il mio scritto una satira passionata, tanto la verità è poco verosimile! Pure, indagando i gradi per i quali passa l’uomo per giugnere a questa professione, chiaramente si scorge che non può riuscire diversamente da quello che riesce, e che la insensibilità alla ragione, alla virtù, debbono essere il risultato della carriera legale quale ella è presso di noi. Un giovine, dopo d’aver bene o male imparato il latino, si determina al fòro, passa in uno studio d’avvocato o causidico, ove incomincia a impratichirsi d’alcuni nomi d’autori; per comodo del suo maestro, va a caccia delle autorità, le quali corredano le allegazioni. Lo studio è facchinesco e di pazienza; non v’è principio veruno. In ogni caso, conviene ricercare l’opinione degli autori, e non già il senso della ragione umana. Autori per il , autori per il no, ecco quello che si presenta in ogni caso; e se talvolta qualche autore vi stabilisce un principio chiaro, non termina il trattato che non ve lo imbrogli a segno, che, limitando, ampliando, distinguendo, sottodistinguendo, il risultato è sempre, che tutto dipende dalle varie circostanze dei singoli casi.

Primo principio, adunque, che si stampa nella testa del giovine curiale alunno, è che non si danno principi certi, che tutto è controvertibile, che l’autorità deve seguirsi e non la ragione, e che in ogni caso si può scrivere Hinc, Inde.

Questo principio comincia ad eliminare l’uso della ragione e del sillogismo, da che ne deriva nessun senso di giusto o ingiusto: per lo che osservate che la faccia d’un curiale, anche giovine, non si muta mai, nè mai vi leggete ribrezzo alcuno al racconto d’una manifesta ingiustizia, nè vedete balenare giammai quel fausto gaudio che al racconto d’una nobile e generosa azione si manifesta sulla faccia d’un uomo sensibile. Estinti, oppressi dal peso della autorità i germi della ragione, resi problematici tutti gli oggetti, resi i nomi di virtù e di giustizia ottenebrati, eccoti l’uomo che si presenta a fare l’avvocato e il procuratore. Quest’uomo così modificato sarebbe un apopletico, un imbecille, uno stupido, se nella sua anima non rimanesse un principio di moto, il quale tutto per necessità deve rivolgersi al maneggio, alla cabala, all’intrigo, per moltiplicare il profitto proprio. Nè dal correre questa tristissima carriera lo allontaneranno i principj di religione, poichè, quantunque abbiano i curiali sommo spavento del demonio e dell’inferno, pensano nondimeno che non esaminando mai i dogmi, e dicendo di crederli fermamente, abbiano fatto il più onde dal cielo aver la grazia di salvarsi; al qual fine aggiungono qualche stabile pratica di culto esteriore, per procacciarsi un santo protettore nel quale confidare. Tale ordinariamente è la loro religione, che lascia ad essi libero il campo, quasi con tranquillità di coscienza, d’offuscare ogni buon diritto, d’impedire che alcuno ottenga mai quel che gli è dovuto, ne vada poi in rovina qualunque famiglia, e ne nasca pur ciò che sa nascere. Ma la santa Messa ogni giorno, confessarsi con frequenza, mai pronunziare uno scherzo amoroso, è tutto, secondo essi; il rimanente va bene. Alcuni più giovani si sono alquanto dipartiti nell’apparenza da questo originario sistema, e la coltura introdotta e sparsa più generalmente gli ha obbligati ad indossare un più elegante vestito di maniere meno rozze, a scrivere con minor barbarie di quella che adoperavano i padri nostri; ma nel fondo essenziale sono i medesimi, poichè la medicina, per esempio, ha cambiato forma di studio, e dove prima era una meccanica pratica di ricettare, ora è un ingegnoso ammasso di opinioni e sistemi. I medici erano Aristotelici, ora sono Cartesiani, ignoranti in un caso e nell’altro, e totalmente ignoranti al dì d’oggi; ma i curiali studiano la stessa dottrina, ed il cambiamento è soltanto nella vernice.

L’avvocato e il causidico dunque non hanuo comunemente idea e sentimento alcuno di vero e falso, di giusto e ingiusto, e credono che il vincere, il perdere una lite, dipenda dal favore e dall’industria. Posta questa base, essi non rifiutano mai un cliente, tosto che sia in istato di pagarli, ed al cliente sempre si mostrano incerti sulla riuscita del suo affare, per quanto possa essere evidente. Lo studio legale è noiosissimo, e la natura ci ripugna; perciò il curiale ordinariamente poco e superficialmente esamina le carte vostre. Il curiale è per lo più istupidito ed affaticato, quindi ricorrete al vostro patrocinatore. Se siete appassionato, vi sbadiglia in faccia senza riguardo; parlategli ragione, parlategli sentimento, eccovi tante volte spalancata allo sbadiglio la bocca dottorale, quante volte intuonate quelle corde. Il curiale uscirà con una scempiaggine per troncare il filo del vostro discorso patetico. Almeno il medico finge di aver premura per voi; l’implacabile curiale con una faccia stupida vi lascia chiaramente vedere, che se siete rovinato è l’ultimo dei suoi fastidj. Regalatelo, vi ringrazia, e non si muta; adulatelo, non fate nulla; rimproveratelo, si sdegna, e vi abbandona.

Sin qui ho esposto i vizj di quei curiali che non tradiscono il cliente. Ma qual fondamento faremo noi della morale d’uomo che ha incerte idee della giustizia, e che crede con alcune esterne pratiche religiose di aver soddisfatto ai suoi doveri?

I curiali sono colleghi, amici, parenti fra di loro; sono finalmente d’accordo, perchè reciprocamente s’aiutano a spese dei spensierati che si abbandonano nelle loro mani. Non è raro il caso, che concertino fra di loro i due causidici avversari la scena che debbono rappresentar nel giudizio. Non è raro il caso che un causidico riceva doppia mercede, avvisando l’avversario dei disegni del suo cliente. Ho veduto una famiglia ricca ed onorata involta in un rabbioso litigio per l’arte del curiale che animò la donna di casa al puntiglio. La lite era di nessuna utilità, ma di puro impegno. In questa famiglia ricca ed onorata si facevano i congressi con varj avvocati. Il causidico instigatore si era fatto un merito presso ciascuno di questi avvocati, facendogli avere un ricco e generoso cliente. Appena terminato il congresso, l’avversario era puntualmente avvisato di quanto si stava per fare. Lunghi affanni soffrirono gli onorati padroni, che con buona fede e lealtà si erano lasciati sedurre. Spesero qualche migliaia di zecchini, perdettero la lite, ed il procuratore bene pagato acquistò la benevolenza degli avvocati. In altra lite, in cui si trattava d’un patrimonio, gli avvocati della pupilla ricusarono, il giorno precedente alla sentenza, d’accettare la metà del patrimonio offerto alla cliente. La sentenza le tolse il tutto. Il giorno medesimo gli avvocati avversarj e gli avversarj causidici fecero insieme una partita ad una villa, pranzarono allegramente, vuotarono del buon Bourgogne, ed essendo portato un brindisi all’avvocato della pupilla, dicendogli:—Alla vostra salute, giacchè avete perduta la causa!!! —Io perduta la causa? è la tale pupilla, che l’ha perduta. — Così rispose; e fra gli evviva passarono il convito e la giornata, vaticinando e augurandosi l’uno l’altro una larga ricompensa da’ clienti che avevano litigato. Se il giudice inclini a favore d’una parte, l’avvocato ed il causidico che se ne accorgono, e ai quali preme assai più la benevolenza del giudice, col quale hanno sempre a fare, che quella del cliente che eventualmente cade nelle loro mani, invece di promovere il buon diritto de] povero cliente che si è abbandonato nelle braccia loro, anzi lo atterriscono, lo avviliscono, cercano di dissuaderlo dal promovere il suo diritto, e lo inducono a transigere e a sacrificare il suo interesse. Se con tali arti giungono ad acquistar favore presso de’ giudici, e procacciarsi la benevolenza dei domestici del giudice, del suo cancelliere, della sua amica, o del direttore spirituale, il curiale ha fatto la sua fortuna. I libri e le scritture poco più le guarda un curiale giunto alla celebrità: franchezza e parole suppliscono alle cognizioni. Un tal curiale andava ad informare un giudice d’una causa che egli stesso non sapeva, ed il timido cliente doveva interrompere e contraddire al suo stesso patrocinatore che sfigurava il fatto; pure l’informazione si doveva pagare, bene o male fatta. Guai a chi cade nelle mani d’uno di questi celebri curiali! ei, dal momento in cui vi affidate a lui, si considera padrone assoluto e dispotico delle cose vostre, e senza consultare la vostra volontà promette, sottoscrive, impegna. Povera gente innocente e sconsigliata, che cadete nelle mani di questa corrottissima feccia d’uomini, dei quali un paese starebbe più bene se non ne avesse, e contasse tanto meno popolazione. L’imperatore Giuseppe II ha creduto di rimediarvi con un buon libro, che è il regolamento giudiziario. Vi vuol altro che un libro per rimediare all’immoralità di costoro!

Uomo onesto, se mai la disgrazia ti riduce ad aver bisogno d’un chirurgo, ovvero d’un legale, guardati bene di non cercar mai soccorso dai professori più celebri. Coloro hanno già formato il loro concetto; nulla preme ad essi l’esito: prendono l’uomo come un automa, lo maneggiano come a loro torna conto; in essi non troverai che orgoglio e pigra insensibilità: chiama in tuo soccorso un giovane che abbia ingegno, che abbia impegno di farsi un nome, ma che non se lo sia fatto; e soprattutto che pratichi poco, ed il meno che può, cogli altri di sua professione Se v’è speranza d’essere assistito bene, quest’è l’unico fine per ottenerlo; ma bada bene di allontanarlo tosto che questo giovine comincia ad aver credito.

DEGL’INGEGNERI.

Io non tratto di quegli ingegneri che cogli studj felicemente eseguiti hanno imparata la geometria ed il calcolo; che istrutti della solidità ed eleganza dell’architettura, delle leggi dell’idraulica, dell’arte insomma, sono una parte colta della città. Quando un uomo è passato per la trafila d’una buona educazione, o riesce un cittadino da bene, o almeno non è uno sfrontato e indiscreto impostore, poichè prova il rossore di comparirlo. Tratto di quegli ingegneri ignoranti, i quali senza teoria alcuna essendo passati a far pratica sotto di un ingegnere ignorante, maneggiando lo squadro, la tavola pretoriana ed un livello a liquori, s’arrogano il titolo d’ingegneri, e sono quelli appunto i più affaccendati, i più ricercati per fare le stime dei fondi, per decidere sul prezzo dei contratti di essi, per fare le divisioni nelle famiglie. Guardati, uomo onesto, da costoro: sono essi impostori faccendieri che non la cedono nè ai medici, nè ai chirurghi, nè ai dottori, e non solamente esercitano una fallacissima facoltà, ma non di rado la esercitano con mala fede, e propendendo da un partito. Per convincersi della fallacia loro sulle stime, esaminiamo rapidamente le stime delle terre e le stime delle case, e vedremo quanto siano arbitrarj e ideali i loro principj. La stima di un fondo di terra nasce come una conseguenza dell’attuale fecondità, sottraendone le spese per ottenerla. Se vogliasi sapere la fecondità attuale d’un campo, questa è la notizia d’un fatto. Sconsigliato è colui che domanda ad un ingegnere quanto effettivamente produce un campo che l’ingegnere vede per la prima volta. Il colore della terra, l’aspetto delle piante e della vegetazione annua, possono indicare bensì sterilità o fecondità, ma non mai il grado preciso da cui si raccolga il vero e reale prodotto annuo. Il contadino che coltiva il campo, il castaldo che sopraintende ai poderi, essi lo sanno; i libri d’una regolata amministrazione lo indicano. Perchè dunque ricorrere ad un ciarlatano per apprendere da esso quello ch’ei medesimo non può sapere, se non interrogando il contadino? Perchè non lo interroghiamo noi medesimi? Infatti l’ingegnere, per esercitare questa grossolana arte magica, si pone a rimirare il campo col contadino da una parte, col castaldo dall’altra, ed interrogandoli scrive quello che da essi intende; indi, come dal tripode, pronuncia l’oracolo sul valore del fondo. L’arte umana non può a priori calcolare la fecondità d’una terra. Che se l’unica guida per avere il vero attuale prodotto d’un fondo è il fatto, cioè quanto grano, seta, vino, ec., se ne ricavi in una annata comune, evidentemente se ne deduce, che l’arte arcana dell’ingegnere si restringe a mendicare dal contadino quelle notizie che ciascuno può dal medesimo ottenere. Un solo istante di riflessione basta a far conoscere, che molto più astrologica e ciarlatanesca sarà la stima d’un ingegnere, se pretende calcolare il prodotto possibile d’una terra, poichè sarà sempre incerto il dato della spesa da farsi per una nuova coltivazione. Quindi la scienza di stimare i fondi di terra è una solenne impostura; e per convincere ognuno, provisi a far seguire la stima del fondo medesimo a due ingegneri, senza che l’uno sappia dell’altro, e col fatto si vedrà che pronunzieranno assai diversi risaltati. Che se fallacissima è la stima dei fondi, ancora pia ridicola è la stima che fanno gl’ingegneri delle case. Consideri ognuno, che più case della stessa ampiezza e del disegno medesimo, poste in diversi siti, hanno valor diverso più del doppio e del triplo. Suppongasi una casa in un villaggio, l’altra nel centro di una città, popolosa, l’altra in un sobborgo della città; siano esattissimamente simili: posto ciò, ognuno vede che quelle tre case egualissime debbono avere una stima disugualissima. E qual sarà la norma? L'opinione, il capriccio, il favore, e non di rado la subornazione in favore d’uno dei contraenti. Io ho conosciuto un ingegnere scelto di comune accordo fra chi doveva comperare e chi doveva vendere una casa; il quale vestitosi dell’importante persona di padrone, ascoltando gli omaggi delle due parti, pesando il valore e l’ossequio, si determinò a beneficare insignamente il venditore, e stimò la casa più di quanto poco prima erasi venduto il più magnifico palazzo della città. Il modo poi di fare questa stima fu di palleggiare per tutte le stanze, e dettare ad uno scrivano per ogni stanza, per esempio così: Sala di 20 braccia di lunghezza e di dieci di larghezza con soffitta a chiodi dorati ec., di fitto annuo lire 700; altra stanza ec., lire 300; altra, lire 250, e così, assegnando un supposto capriccioso fitto ad ogni stanza, ascese a circa 12,000 lire di pigione; e quindi, calcolando al moderato prezzo del 4 per cento, e dedotte le riparazioni ed il tributo, emerse il valore della casa al doppio di quello che pochi anni prima era stata pagata.

La stupidità di questo metodo è evidente, perchè tutti i dati e tutti gli elementi sono aerei, quando veramente la casa non trovasi appigionata. Questo ingegnere, che per fatalità fu scelto a farne la stima e la divisione in una famiglia, aveva assunto un tuono dispotico e da padrone, e s’era dimenticato d’essere un estraneo che vive col suo mestiere mercenariamente. Stimò i fondi esageratamente da una parte, li stimò con più giusta misura dall’altra parte. Così intendeva, che a gara si dovesse dai contendenti impetrare la protezione sua, per avere nella propria porzione delle terre che avessero un prodotto vero, e non ideale. Una delle parti finalmente lo colse a proposito, mentre si era arbitrato di sostituire ad un piano già accordato un altro, e giungere a sostenere che non vi fosse mutazione; e resa così manifesta la sua prevaricazione e mala fede, potè con giustizia ricusarlo. Il fatto è tale quale lo espongo. L’ingegnere ebbe 450 zecchini in pagamento di sì bell'opera. So che vi sono degli uomini di questa professione che non operano così; ma so che più si opera col maneggio e colla briga, che colla scienza, e che la massa vive a spese dell’ignoranza e della pigrizia altrui, con una impostura solenne.

Nella consegna e riconsegna dei fondi, per lo più i fittaiuoli guadagnano l’ingegnere, e dal tripode si pronunzia la sentenza di quanto gli si debba pagare dal proprietario; dico dal tripode, perchè gli ingegneri si vantano di non dover mai rendere ragione di quanto asseriscono, e quindi è che costoro si considerano e sono dispotici padroni del paese, come diceva il mio illustre amico Frisi.

Da questi brevi cenni che ho dati, i quali potrebbero servire di abbozzo per un vasto libro, ogni onest’uomo deve cavarne il suo profitto. Io ho raccontato fatti a me noti: diffidiamo dei medici, dei chirurghi, dei legali, degli ingegneri, ed insomma di tutti questi negozianti che non hanno per capitale che ciarle, e vivono della debolezza ed imbecillità del popolo. Se la ragione andrà facendo progressi nella nazione, dovranno costoro contenersi, e accostarsi, almeno in apparenza, alla probità, ma sinora hanno bel gioco. Io non nego già che anche in queste classi vi sia sparso qualche uomo dabbene: dico che la massa è corrottissima; dico che è cosa di sommo pericolo l’affidare la vita, la roba, la convenienza a costoro; dico che bisogna singolarmente star lontani da quelli che in queste classi parasite hanno maggior celebrità, perchè, sicuri sul concetto pubblico, a man salva sacrificano chiunque. Dico che sono classi parasite, perchè vivono e campano senza contribuire alla ricchezza o riproduzione, unicamente sottraendo o smungendo l’alimento dai creduli o disgraziati che cadono nelle loro mani. Questo ho scritto per bene dei galantuomini; ma prevedo che pochi apriranno gli occhi, e saranno per profittare della mia esperienza: alcuni, che avranno provato i mali che riferisco, accorderanno che ho detto la verità senza esagerazione.

Indice Biblioteca Progetto Settecento

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2008