Pietro Verri

PENSIERI  DI  UN  BUON  VECCHIO,

CHE NON È LETTERATO.

Edizione di riferimento:

Scritti vari di Pietro Verri ordinati da Giulio Carcano preceduti da un saggio civile sopra l’autore per Vincenzo Salvagnoli, volume secondo, Ed. Felice Le Monnier, Firenze, 1854.

Io non ho mai cercata la verità nei libri. La maniera, nella quale io ho cercato di scavarla, è il mio cervello. Ho esaminati molto i miei pensieri, paragonandone gli uni agli altri, e mi sono talmente abituato in questo lavoro, che non potrei vivere senza di questa occupazione. I cambiamenti maravigliosi, violentissimi, accaduti nella Lombardia, mi costringono a scavarne la miniera dal mio cranio su quell’argomento. Eccovi buonamente, cari miei patriotti, quel che ho potuto trovare col mio travaglio; ve lo presento senza pretensione, e spero che possa contribuire a portar lume sopra degli oggetti importanti che ci stanno d'intorno.

Per vivere tranquilli e sicuri, bisogna che siamo nelle mani di uomini dabbene, cioè di uomini giusti, caritatevoli, e che abbiano una buona testa; così la penso io. Posto ciò, ho fatta riflessione che quando un sovrano pretende d'esser padrone di uno Stato, tutti gli abitanti di quello Stato sono nelle mani dei ministri che nomina quel sovrano. Ora la scelta dipendendo dall'opinione di un uomo solo, il quale non ha nè tempo, nè voglia, nè modo per conoscere il merito de' soggetti, la scelta stessa deve cadere sulle persone bene spesso men capaci, e meno buone. L'uomo dabbene e che abbia una buona testa, naturalmente si tiene lontano dalla corte. Son troppe le umiliazioni, son troppo ributtanti i sacrificj in quei dorati recinti; e l'uomo retto non è orgoglioso bensì, ma sente la propria dignità, e non può piegarsi a tollerare l'abbiezione. I cortigiani in massa sono gente, o divorati dalla smania di figurare senz' alcun merito, ovvero sono pieni di debiti, e non di raro di delitti; e questo miserabile stato dell’animo loro è quello che li costringe a starsene con faccia ridente, e sommessa, nell’abituale adorazione del sovrano; a trangugiare con serenità i bocconi più amari, a non avere altra opinione fuori di quella che conduce alla fortuna. Ivi un animo fermo e robusto dee essere odiato: un animo candido e leale deve esservi deriso: un animo sensibile vi passerà per imbecille. Vidi e conobbi anch' io le inique corti.

Avea ragione il Tasso. Ora dico io: e come sarà mai possibile che il destino di un popolo stia in buone mani, quando la scelta dei ministri si farà da una corte o mediatamente o immediatamente? Sarà un prodigio o un mero azzardo se verrà scelto un uomo dabbene; anzi le cariche pubbliche si daranno a preferenza a chi saprà meglio guadagnare con sommessioni e con ogni sorte di bassezza il favore, a chi meglio saprà mascherarsi con un'aria di bonarietà, e questo quando il principe sia buono, ma laddove sia un violento dispotico, la insensibilità per i mali pubblici, e l'ardita esecuzione d'ogni volere del sovrano, saranno i titoli per essere prescelti. L'anima di un carnefice farà fortuna. Ecco come ho ragionato io, senza altri libri; e per primo principio ho trovato che un paese non può star bene, se non è in buone mani, semprechè la scelta si debba far da una corte.

In qual modo adunque potrà una provincia veder collocato il suo destino in buone mani? Quai sono gli uomini che meritano d'esser collocati negl'impieghi pubblici? Mi sono posto a scavar nella miniera del mio cervello, tenendo dietro questi due fili, e ho trovato che l'opinione del popolo, qualora non sia emanata per sorpresa da alcuni arditi, ma venga placidamente manifestata, quella opinione emana da un giudice competente. Il popolo rare volte s'inganna, quando ha da giudicare sulla probità di un uomo, e sulla fiducia che merita, e sa benissimo farne la scelta fra i suoi concittadini, co' quali è avvezzo a convivere. Ogni uomo disappassionato considera per buon cittadino colui che non fa debiti, e sa misurarsi onoratamente colle proprie facoltà; che grato ai beneficj, con rispetto e amore ricompensa il padre e la madre delle cure ch'ebbero per lui; colui che lontano dalle risse, dal giuoco, dall'ubriachezza, dal libertinaggio, egualmente che dall'ozio, impiega il suo tempo senza danno altrui. Il popolo conosce l'uomo caritatevole, umano, benefico, e degno del titolo di buon cittadino; insomma, il senso morale del popolo abbandonato tranquillamente a sé medesimo, non s'ingannerà che ben di raro nella scelta degli uomini per i pubblici impieghi. Non sarà buon giudice il popolo sul merito letterario, perchè a ciò non basta il semplice e nudo buon senso; ma siccome il nudo buon senso è giudice competente della moralità delle azioni, così il giudizio popolare, qualora non sia sedotto o precipitato, sarà sempre retto, rispetto alla moralità. Se dunque i pubblici impieghi verranno dati col libero e tranquillo giudizio del popolo, noi saremo in buone mani.

Vado ricercando nel mio cervello come mai il giudizio del popolo possa non essere libero e tranquillo; e trovo che nelle adunanze popolari vi si mischiano degli uomini arditi, provveduti di robusti polmoni. Costoro urlano declamando in favore del tale o del tal altro, e portano la sfrontatezza a segno di richiedere i voti popolari anche per loro medesimi. Costoro possono sedurre, e sorprendere nel momento dell'elezione la docile e incerta moltitudine, che sbalordita darà la sua nomina a un cattivo soggetto. Ne' paesi ricchi il denaro può guadagnar gli elettori. L'ipocrisia può suggerire alla moltitudine che sia un uomo dabbene, e virtuoso patriotta, un uomo sin allora sconosciuto, e di cui la vita passata nel vizio rimane coperta dall'oscurità. In questi casi il giudizio del popolo non sarà nè libero, nè tranquillo, perchè carpito per seduzione e con sorpresa.

Come mai potremo noi andar all’incontro di simili insidie, e far in modo che il popolo giudichi con pausa e tranquillità? Seguendo il filo di queste idee, a me pare che dovunque si debban fare l'elezioni (suppongo nelle chiese anche per essere il luogo più spazioso), si obblighino tutti i votanti, appena entrati, a porsi a sedere al loro posto, e non permettasi che alcuno si stacchi, o vada girando; in tal modo nessuno potrà avere immediata influenza sopra i suffragj. Collocati che siano gli elettori tranquillamente al loro posto, io vorrei che l'ecclesiastico che presiede a quella chiesa facesse loro un breve discorso presso poco ne' termini seguenti:

« Padri di famiglia, cittadini tutti che m'ascoltate, voi vi trovate radunati nel tempio del Signore per fare una importantissima elezione. Non risguardate quest'atto come una profanazione del sacro luogo; no, cittadini, siete radunati avanti della Divinità. L'occhio penetrante di Dio vi sta rimirando come fedeli congregati per un atto sacro di religione. Siete qui per invocare il celeste aiuto, acciocché v'illumini per fare una buona scelta. Siete qui per rendere un omaggio solenne alla probità; siete qui per liberare la patria comune dai raggiri dei viziosi. Invocar l'Ente supremo, onorar la virtù, evitar le insidie del vizio, questi sono atti di vera religione, questa è una parte essenziale del culto che rendiamo al Creatore; questo è un sacro rito che dobbiam celebrare con quel raccoglimento ch'esigono la grandezza dell'oggetto, e la maestà della religione.

Come vostro pastore, come ministro di una religione di pace e di carità, cittadini miei, ascoltate i brevi ricordi che sono per darvi. Le mie parole non si dirigeranno ai reprobi, se pur ve ne fosse taluno in quest'adunanza; essi non si moverebbero nè all'evidenza della verità, nè alle attrattive della virtù. I loro errori vengon dal cuore, e non dalla mente, e il loro cuore corrotto è insensibile come il marmo. Dio li giudicherà: preghiamolo perchè cambi il loro cuore; questa non può esser l' opera che di Dio, non mai delle mie parole. Non è dunque ai malvagi che io parlo: parlo a voi, buoni cittadini, che nel vostro cuore desiderate il bene; che non volete macchiare la vostra anima coll'aver avuta parte nei mali della patria; e a voi dico: non siate docili ai consigli di alcuno. Io che vi parlo, mi considererei come un prevaricatore solenne se vi suggerissi di dar la nomina ad un tale. No, cittadini, non badate ai consigli di alcuno; questi sono terribili momenti, ne' quali l'insidiosa astuzia mette tutto in moto per ingannare la vostra docilità. La nomina che farete non cada mai su di un soggetto che abbia fatto brighe per ottenerla. L'uomo dabbene non è mai intrigante; al contrario è modesto, e aspetta di essere ricercato. Guardatevi dalla seduzione di quei ciarlatani, che dopo di aver menata una vita ridicola o vergognosa, da poco in qua gridano, schiamazzano da energumeni, e si erigono in protettori della plebe, diffamando con ogni sorta di mezzi quei cittadini agiati, onesti e tranquilli, dai quali avete tratto sinora l'alimento vostro e della vostra famiglia in mercede dei vostri lavori. Guardate vene, dico; le loro voci sono insidiose. Se verranno collocati in carica, adireranno l'autorità di cui gli avete rivestiti, per isfogare la loro malevolenza e invidia contro quelli che odiano. L'adopreranno per ammassare una fortuna, e radunare, se possono, intorno di loro quelle ricchezze che si sforzano d'infamare come un delitto, perchè non sono nelle loro mani. Disgraziata città, se nominando di tai soggetti, venisse il destino di lei confidato a simili mani! Siavi d'esempio la Francia, che ha dovuto soffrire mali estremi sin che rimase in preda a quella scellerata fazione, che adulando la plebe, e seducendola colle promesse, e coll'idea della sovranità, fece sopportar la lunga e squallida agonia della fame a tutto il popolo, e inondò la Francia di sangue innocente, di che ne rimarrà un vestigio orrendo alla memoria de' osteri. No, cittadini, state in guardia contro tutti i consigli, e nel dar la nomina, considerate che l'occhio di Dio vi vede, che a lui sarete responsabili delle ingiustizie, delle prepotenze e delle sciagure del nostro paese, se per una cattiva scelta di soggetti, questi mali cadranno sulla patria; considerate, cittadini, che in questo caso non vi scuserà la buona intenzione, se non avrete adoprata la vostra ragione, per quanto vi permettevano le forze vostre, per riuscire in una buona scelta. Nè vi basterà il dire: ho preso consiglio dal tale, ho seguito il suggerimento del tal altro; no, Dio vi ha dato la ragione, e vi ha distinti dagli animali bruti con questa impronta della Divinità, e dovete render conto a Dio del non uso che ne avrete fatto in questa importantissima occasione: l'uomo si definisce un animal ragionevole, non già un animal docile.

Ma come, mi direte voi, come poss' io indovinare in qual modo eserciterà la sua carica queir uomo, a cui darò il mio voto? Dio non pretende che siate profeti; pretende che adoperiate la vostra ragione imparzialmente, perchè diate la nomina fondata quant'è possibile sulla ragione; ed io mi farò brevemente a suggerirvi le qualità che devono determinarvela.

Prima: cercate di nominar un uomo, di cui la vita passata vi sia nota, e che, fedele ai doveri del proprio stato, sia buono nella sua famiglia, non sia spensierato in far debiti, sia puntuale ne' suoi impegni, e viva onoratamente lontano dalla ubbriachezza, dal giuoco, dalla sfrontata prostituzione; se ne conoscete uno, nel quale s'adempiano tutte queste qualità, voi non sarete mai per pentirvi d'avergli data la nomina. Non crediate già che per regolar un paese faccia bisogno di grande scienza; basta la costante probità, la qual probità è un indizio quasi sicuro anche di quel buon senso che basti a giudicare de' pubblici affari.

Seconda : non crediate nè il bene nè il male che vi venga detto all'orecchio sulla vita passata di chi dovete nominare. Nelle brighe, che si fanno in simili occasioni, non si risparmia anche la calunnia, singolarmente per diffamare qualche uomo di una ferma onestà, che possa far paura ai loro pensieri, e che si vorrebbe perciò appunto escludere dai pubblici affari. Astenetevi dal badare a tai maligne seduzioni: credete piuttosto alla buona fama, di cui ha goduto un cittadino sino a questo punto, e non date retta a quello che vi si può dire di male.

Terza: se fia possibile lo scegliere un uomo che abbia le qualità dette di sopra, e che vi aggiunga un animo sincero e fermo, che non si piega facilmente a seconda del vento, avrete compito al dover vostro, e comparirete illibati avanti il tribunal di Dio.

Dunque non darete il vostro voto nè per amicizia, nè per compiacenza ad alcuno, non lo darete a chi fa istanza per ottenerlo; lo darete ad un uomo di buona fama, del quale sappiate che la sua vita domestica è buona, e che abbia adempiuto sin ora ai doveri di buon cittadino con una vita senza macchia, a un uomo in fine che sia fermo e leale nel bene.

Eccovi quello, cittadini fedeli, che dopo aver invocato l’aiuto celeste in qualità di ministro del Santuario, ho giudicato di dovervi dire. Lo spirito di Dio vi rischiari, e benedica l'elezione che siete per fare, e porti sopra di voi tutti la divina grazia, e le benedizioni di tutto il popolo di questo paese, che troverà confidato il suo governo a uomini giusti, affezionati al bene, vigilanti per il buon ordine. Dio esaudisca il mio voto! Frattanto sulle tracce de’ sacri riti passiamo a recitare piamente il santo inno Veni Creator. »

Appena dopo la preghiera, senz'altro cicalio, si dovrebbe passare alla elezione. Varj sono i metodi per farla senza tumulto, e con liberi voti, e per ora non ho stancato il mio cervello per farne la scelta, essendovi gli esempj di altri paesi, che potrebbero servir di norma. L'elezioni fatte in tal modo dal popolo saranno dunque una scelta libera e tranquilla fatta dal popolo, e caderà sopra una massa di buoni cittadini. Se poi questa massa fosse troppo numerosa, allora trovo ch'ella costerebbe troppa spesa allo Stato e troppa confusione negli affari. Dico troppa spesa, perchè gli uomini  eletti, molti non avendo, per vivere e mantenere le loro famiglie, che la professione che esercitano, e dovendola abbandonare per occuparsi degli affari pubblici, non si può a meno di assegnar loro sull’erario pubblico una proporzionata ricompensa. Dico troppa confusione, perchè in una numerosa adunanza naturalmente vi nasce, e pochi sono sempre quei che possedendo il talento della parola, o la franchezza di parlare in pubblico, vogliono cimentarsi a produrre i loro lumi. Il rimedio sarebbe presto ritrovato, qualora questa numerosa adunanza (sull’esempio della Francia) passasse alla seconda nomina d'un determinato minor numero; i quali fossero veri deputati, ritornando ad essere semplici cittadini quei ch'erano nelle prime nomine, e questa scelta dovrebbe essere tanto meno pericolosa per la pubblica felicità, quanto che fatta da cittadini già prescelti dalla pubblica opinione.

Così pensando, io credo d'aver trovato il modo, col quale si collocherebbero nelle cariche uomini degni di occuparle, e verrebbe consegnato il governo del nostro paese in buone mani ; ma gli uomini anche buoni talvolta cessano di esser tali, e il maggior pericolo di prevaricare è appunto quando sono rivestiti di un pubblico potere. Allora l’uomo posto a sovrastare agli altri, cessa d'esserne compresso dall'altrui repulsione; l’orgoglio naturale a ciascuno si dilata ed abitua nel suo cuore, e in seguito una schiera di vizj tendenti al dispotismo, che portano alla corruzione anche l’uomo buono. Cercando nel mio cervello il modo per prevenire questa funesta malattia, non ne ho trovato che un solo, quel medesimo che ha meglio incorso la Francia, cioè che i pubblici impieghi sieno tutti temporarj, in guisa tale che l’impiegato non perda mai di vista i due estremi, cioè la riconoscenza che deve al popolo che l’ha collocato a governarlo, e il momento non lontano, in cui ritornerà ad essere nella classe del popolo, e a sopportare ei medesimo quei danni ai quali avesse aperta la strada. Queste sono le idee che ho cavate dai libri, ma nella solitudine, ragionando con me medesimo, escavando, come dissi, nel mio cervello per trovarvi la verità. Se il nostro paese diventerà una repubblica, il sommo pericolo che corre è nelle prime elezioni. Una popolazione d'uomini nata sotto un governo arbitrario che da secoli regge il destino della provincia, una popolazione che sin ora non ha saputo far altro se non soffrire con sommessione, che non ha mai osato di pensare al governo pubblico, che non conosce altra prudenza civile che il silenzio nelle prime scelte, corre gran pericolo di farle assai male; e perciò ho pensato ai mezzi coi quali si potrebbe evitare questo rovinosissimo pericolo. Incamminata che fosse questa organizzazione, posto una volta in buone mani il governo, l’elezioni consecutive si farebbero da una nazione che avrebbe già incominciato a provare la dolcezza di un governo repubblicano, e il popolo che non si muta colle parole, coi fatti sicuramente si muterebbe. Il popolo non sarebbe più ignorante dei pubblici interessi; il discernimento si raffinerebbe; e se da noi soli siamo troppo deboli per difenderci da una potente invasione, l’egida nella gran repubblica, che ora ci comanda, potrebbe lasciarci liberi e garantiti, mentre noi ci avremmo formato uno Stato placido e felice, collocando in buone mani il nostro governo. Tai sono i desiderj e i pensieri di un buon vecchio, che non ha pretensione alcuna. Alcuno dirà che io non ho energia. A questo tale io risponderò, che un vecchio per lo più non ne ha, e ciò serva per mia discolpa. Potrei domandare, se l'energia giova a conoscere bene gl'interessi della patria? Se l'energia, che è uno dei primarj meriti di un comandante d'armata, possa essere un pregio per un piloto, che ha da guidar la nave attraverso agli scogli? Ma io non voglio condannare l'energia di chi l’ha, anzi mi pregio di onorare l'energia della virtù. Se qualch'altro mi rimproverasse, perchè nel mio scritto non vi sia civismo, io mi limiterò a invitarlo, perchè dia in questi tempi alla patria de' consigli più opportuni de' miei.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2008