CONTE PIETRO VERRI

OPERE FILOSOFICHE ED ECONOMICHE

(1844)

Edizione di riferimento:

Opere filosofiche ed economiche del Conte Pietro Verri, Tipografia de’ fratelli Ubicini, Milano, MDCCCXLIV.

Ai generosi cultori delle italiche glorie che si consociarono ad erigere

al Conte Pietro Verri

splendido e duraturo monumento

in questa nobile di lui patria

che tuttora ne rammemora i benefici

e saviamente fermarono inaugurarlo

dinanzi agli scienziati italiani

qui raccolti nel loro vi congresso

qual solenne argomento degli alti concetti

che il novo senno matura e feconda

quest’edizione

delle opere di lui filosofiche ed economiche

in cui dell’acuto pensatore

dell’ottimo cittadino

del provvido magistrato

meglio si rivelano l’ingegno

i civili propositi

l’indefesso amor del bene

i fratelli Ubicini tipografi

devotamente intitolano

gli editori

Presentazione

Pietro Verri ha suo posto distinto in quella coorte di animosi filosofi, che sorsero fra noi nella seconda metà del passato secolo, e trassero gli italici governi a porsi primi sulla via delle riforme civili. Autor d’almanacchi popolari, giornalista, storico, metafisico, economista, raccolse in sè molte qualità diverse, molti diversi meriti di scrittore, e in quasi tutte le sue opere si mostrò innanzi tratto sapiente magistrato e cittadino della patria sua tenerissimo. Certo non andrebbe lontano dal vero chi dicesse avere in lui il magistrato e il cittadino formato lo scrittore; che anzi, a parer nostro, direbbe cosa al Verri onorevolissima, nell’atto stesso che additerebbe sotto quale aspetto vogliano essere singolarmente risguardate le varie di lui opere. Fu in effetto la carità di patria che lo mosse a scrivere, e lo fortificò nella lunga e travagliosa lotta, ch’egli ebbe a durare contro ogni maniera di preoccupazioni e d’errori: fu lo zelo e l’esperienza del magistrato che incalorì o temperò i cittadini suoi spiriti, e di continuo lo resse nel combattere gli abusi più inveterati e i più gravi trasordini. Ben può dirsi talvolta che in lui venga meno lo scrittore; ma il cittadino e il magistrato non vengono meno mai, e però le varie opere sue, chi le consideri scritte da tal cittadino e magistrato, che, a sdebitarsi d’un rigoroso dovere, si propone di migliorare le condizioni economiche e morali della sua patria, acquistano un’alta importanza, ed offrono pronta una valida scusa per tutte quelle mende, che secondo le più severe ragioni della scienza o dell’arte vi si potrebbero notare.

Il Verri, compiendo come scrittore le parti di cittadino e di magistrato, rivela ingegno ed animo eguale alla missione nobilissima. Cittadino, non piaggia alla patria, non le nasconde le vecchie o recenti di lei miserie, non le spiega dinanzi lo spettacolo dell’antico lustro a sterile conforto del suo decadimento. Magistrato, non patteggia con gli abusi, non ne scema la gravità, non suggerisce a palliarli de’ timidi componimenti. Franco sempre della parola, quanto era dell’animo, dice ogni cosa senza dar mai in declamazioni e piagnistei, senza trascorrere ad alcuna esagerazione; e nel dir riposatamente ogni cosa, mette per ordinario tutta l’arte sua di scrittore: pregio notabile, massime in un tempo in cui la declamazione, il piagnisteo, l’esagerazione erano, come si direbbe, di moda, e facevano la fortuna di molti famosi scrittori; più notabile, se si pon mente alle circostanze personali dello scrittore, che nell’aule de’pubblici consigli era assai volte costretto a sostener dispute calorosissime intorno a quegli argomenti medesimi, di cui scriveva con tanta calma nel silenzio del suo gabinetto. Ogni cosa, lo ripetiamo, dice il Verri con calma, e solo si mostra animato dalla passione del pubblico bene. Di qui la luce de’ suoi ragionamenti; di qui la forza delle sue argomentazioni, e spesso ancora il calor del suo stile, che si accende, a così esprimerci, del fuoco dell’anima sua, in cui sono passate le salde persuasioni del suo intelletto, ed è pur sempre vivo, anche quando i maestri della parola potrebbero appuntarlo d’ineleganza e scorrezione.

Giuseppe Pecchio ha detto che il Verri «fu un filosofo che vedeva il mondo nella sua patria, laddove il suo grande amico Cesare Beccaria vedeva la sua patria nel mondo». Quindi avvenne che questi si rendesse più benemerito dell’intiera umanità, l’altro della città nostra, e che i grandi concetti dell’uno giovassero ad allargare i confini della scienza della legislazione, e quelli dell’altro meno elevati, ma per avventura più acconci ad essere ridotti in atto, correggessero infiniti abusi e disordini della pubblica amministrazione, e diffondessero nell’universale de’ sani principj pratici. Sta in ciò un altro dei caratteri distinti delle opere del Verri, per cui si serbarono e sempre si serberanno in grandissimo pregio. Certo a’ dì nostri molte delle idee da lui messe fuori o son divenute volgari, o sono state allargate o ristrette, o dall’esperienza degli ultimi periodi così fecondi di lezioni d’ogni maniera si chiarirono erronee, difettive, arbitrarie. Ma sarebbe ingiustizia disconoscere, non che rintrinseca bontà delle principali, il molto vantaggio che tutte le idee del Verri hanno prodotto in questa sua patria, massime con l’avviarvi la discussione intorno a tanti capi importantissimi concernenti la pubblica amministrazione e col rendervi popolari i principj cardinali delle scienze economiche. Intorno a che non è da dimenticare che egli fu mai sempre uno scrittore, come or si chiamerebbe, d’opposizione, avendo in quasi tutti i suoi scritti dovuto combattere qualche antico pregiudizio, qualche opinion dominante, qualche interesse potente ed ostile. Infatti, secondo il solito destino dei veggenti fra i non veggenti, il buon Verri incontrò infiniti ostacoli nel ridurre ad effetto le riforme civili da lui ideate, e di cui le varie opere sue presentano in abbozzo o interamente coloriti i disegni. I capi supremi dei nostri governi erano allora, generalmente parlando, assai inclinati a favorirle: quegli almeno con cui il Verri ebbe dirette o indirette relazioni, Maria Teresa, Giuseppe II, Leopoldo II, le incoraggivano ad ogni potere. Ma arduo ai regnanti, non che ai sapienti, è il vincere i pregiudizj e l’inerzia che sempre coi pregiudizj si stringe in lega. Quindi è mestieri agli uni ed agli altri di grande coraggio e di grande costanza, e al Verri certo non ne mancò. Un suo illustre amico, Paolo Frisi, scriveva nell’Elogio del Newton che gli stranieri non renderanno mai piena giustizia al valore degl’ingegni italiani, sintantochè, giudicando delle loro scoperte e de’ loro iscritti, non terranno conto delle loro circostanze e delle opposizioni d’ogni genere che hanno dovuto superare; e questo scrivendo, si esprimeva pur troppo col vivo sentimento di quelle, contro cui ed egli e il Beccaria e più di tutti il Verri dovevano quotidianamente combattere. E il Verri stesso, parlandoci appunto di questi combattimenti nell’Elogio che dettò del Frisi, diceva che le vite dei filosofi sarebbero la vera satira dei loro tempi, se potessero scriversi o si dovessero con cinica libertà. Certo solo il desiderio ardentissimo di far nascere tempi migliori può sostenere questi uomini nella loro carriera, in cui poco dissimili da quelli che viaggiano in terre selvagge ed ignote per conquistarle alla civiltà, bisogna che pensino di continuo a presentare dei doni e a difendersi dalle offese di quelli a cui li presentano. Il buon Verri mai non diede segno di stanchezza, mai non si arrestò nella difficile e travagliosa carriera del bene; e certamente a rinfrancar l’animo che soffriva e spesso s’adirava del presente, guardava l’avvenire, e forse andava ripetendo a sè stesso ciò che scrisse a proposito del Frisi: «Gli uomini di lettere hanno maggiore influenza sul destino delle generazioni future che non gli stessi monarchi sugli uomini viventi; le loro idee che si crederebbero semi indarno gettati, determinano sempre quelle del secolo che viene dopo di loro».

Nè già vuolsi tacere che appunto per siffatta sua qualità di scrittor d’opposizione, sebbene serbasse per consueto tanta calma e ripugnasse alle esagerazioni d’ogni specie, trascorse però in alcuno de’ suoi scritti a giudizj di biasimo e di lode che tengono un po’ del soverchio. La passione del pubblico bene ha anch’essa i suoi pericoli: ci fa desiderare talvolta più di quello che è possibile, o ci fa soffrir troppo di ciò che si oppone ai nostri giusti desiderj, perchè ci mostriamo estimatori abbastanza prudenti degli uomini e delle cose. Alcuni degli scritti del Verri aggiungono una prova alle molte che già si hanno di questa verità. Ma il nostro grande cittadino non va giudicato da qualche trascorso, per così dire, di mal umore ch’egli medesimo avrebbe corretto in quella sua elevata tranquillità del saggio, se la sorte noi destinava ad insolite agitazioni che troncarono innanzi tempo il corso della nobile sua vita: ben va giudicato da que’ sentimenti e da que’ principj che dominano in tutti i suoi scritti, ai quali non manca mai l’impronta d’un grande ingegno e di un’anima generosa. Potrà accadere che molti, leggendoli, non ne gustino tutte le idee; ma certo tutti ne saranno profondamente commossi nel cuore: certo tutti ammireranno in essi l’eccellente cittadino, pur quando rimangansi in dubbio d’ammirarvi l’eccellente filosofo.

Del resto il Verri raccolse pur vivendo qualche bel frutto del suo ardor generoso; perocchè tanta è la bontà del suolo italiano, che malgrado le spine di cui l’hanno coperto più secoli sventurati, produce spontaneo ingegni di primo ordine e intorno ad essi fa crescere prontamente e in gran numero quelli che corrispondono alla loro coltura. Non è qui il luogo di dire del favore che le idee di lui ottennero presso quel provvido governo, che prosperava allora queste contrade, e intendeva a redimerle da due secoli d’ingloriosa inerzia: solo stiamo paghi d’accennare che alla scuola, per così dire, del Verri si formarono molti di quei prudenti ed illuminati amministratori, che di quei giorni e in appresso onorarono sè medesimi e la patria e gli alti posti a cui vennero sollevati mercè l’acume degli avvedimenti e più ancora del pratico senno. Al che non istiamo in forse d’aggiungere che alla bontà, alla chiarezza, alla popolarità delle dottrine economiche e civili qui primamente insegnate dal Verri, si deve render merito di quel buon senso che in genere recano fra noi i cittadini di tutti gli ordini nel trattare le pubbliche cose ed eziandio nel giudicarne: buon senso di cui non è certo piacenteria dare singolar lode alle nostre magistrature, dappoichè tanti fatti l’attestano, e quotidianamente se ne veggono i segni.

La memoria del bene che le opere del Verri produssero, la persuasione che vi si trovi impressa una gran forza di mente e di cuore, pare che dovrebbero essere tuttora ragioni sufficienti per ottener loro indistintamente l’onore d’una raccolta in un’età sì poco lontana da quella dello scrittore. Ma se l’età sua, mercè gli sforzi di lui e de’ sapienti suoi pari, cominciava a diventar filosofica, la nostra, grazie alle cure d’altri, è quasi ridivenuta affatto grammaticale. Quindi anche noi che in questi due volumi togliemmo a comprendere le Sue Opere filosofiche ed economiche, impauriti quasi dallo spirito di quest’età, ci crediamo in certo modo obbligati a scusarci, se osiamo riprodurre scritture di gran rilievo per la materia, benchè per la lingua giudicate poco eleganti. Certo sarebbe a desiderare che le cose più degne d’essere scritte fossero tutte scritte nella forma più bella: certo sarebbe maggior ventura, se le opere del Verri, che hanno tanto valore intrinseco, ne avessero anche uno estrinseco più riguardevole. Ma nessuno dirà, che per la mancanza di ciò che meno importa, debbasi rigettare ciò che importa di più; ma porre in non cale pei difetti della lingua i sentimenti e le idee, parrà a tutti consiglio più delicato che sano. Senzachè, ammesso pure che le opere del Verri non abbiano in sè alcun pregio di lingua, non ne deriva che siano senza alcun pregio di stile. Per quanto l’una sia essenziale all’altro, l’una però non è l’altro; e se c’è fra loro una necessaria dipendenza, c’è pure un’indipendenza non meno necessaria. Molti libri infatti sono aurei per la lingua e insoffribili per lo stile, e molti per lo stile son buoni che per la lingua sono scorretti e peggio. Il Verri, come gli altri filosofi del suo tempo, che intendevano a fondare il regno del pensiero, scriveva secondo i principj che intorno allo stile s’era formati il Beccaria. È inutile ripetere ciò che già tante volte fu detto del disprezzo di quasi tutti que’ filosofi per la proprietà della lingua e per l’eleganza. I parolai gli avevano tanto nojati, che credettero per un istante di doversi affatto separare da loro; si ribellarono alla loro autorità e fecero contro di essi una vera rivoluzione. In tutte le rivoluzioni si corre sempre agli estremi, e poi si viene ad un giusto mezzo. Se i filosofi avessero seguitato a prevalere, il giusto mezzo nel fatto dello stile sarebbe ora fra noi determinato: ben diè segno di volerlo determinare Alessandro Manzoni; ma sembra che finora neppur la luce di tanto esempio abbia dissipate all’in tutto quelle nebbie che ravvolgono in Italia la disputa sempre viva della lingua e dello stile. Intanto bisogna pur convenire, che se i grammatici conoscono più o men bene i particolari della lingua, i filosofi conoscono assai meglio l’uso che potrebbe farsene, ossia le qualità generali d’un buono stile. Quindi, mentre gli uni balbettano in lingua da oracoli e da logogrifi, gli altri parlano in lingua da uomini e si fanno agevolmente intendere dai nazionali e dagli stranieri. Checchè di ciò sia, noi ripetiamo che nelle opere del Verri lo stile è sempre vivo e consono al pensiero, sebbene non sia nè armonioso, nè colorito, nè accademico. Ciascuno se ne farà capace, leggendo questi due volumi, e segnatamente le Meditazioni sull’Economia politica e le Osservazioni sulla Tortura. Ed anche i più schivi, pur dove accada che rimangano offesi dalla soverchia trascuranza, dalle maniere francesi, dai periodi troppo rotti e balzellanti, finiranno però conchiudendo, che a codesto scrittore non mancano mai la precisione e la chiarezza: qualità principali di quello stile franco e schietto che si vede adottato da tutte le nazioni, a misura che i progressi delle scienze e il buon metodo che per esse s’introduce in ogni specie di ragionamenti, rendono le menti più esatte.

Or, facendoci a dire in particolare di quest’edizione, l’animo nostro fu di riprodurre quelle opere del Verri che ne qualificano più distintamente l’ingegno, e che in lui additano più evidenti quei meriti d’ottimo cittadino e di provvido magistrato, che sono gli argomenti più solidi e durevoli della sua gloria. Sotto il titolo di Opere Filosofiche v’abbiamo raccolti i due Discorsi Sulla natura del piacere e del dolore, e Sulla Felicità: pregevolissimi l’uno e l’altro per sottigliezza d’analisi, per vigore di raziocinio, per abbondanza d’affetto, ma peccanti d’eccesso nelle conclusioni, dedotte con soverchia precipitanza in sequela a’ sistematici dettami di quella facile filosofia del passato secolo, pronta sempre a decidere e a trasformare le sue decisioni in assiomi; manchevole il primo ed arbitrario nella tesi che tiene all’intutto del paradosso, ma sparso a compenso d’osservazioni finissime e di ritratti assai veri delle passioni umane, secondo che si svolgono nelle varie condizioni sociali; sicuro nella tesi il secondo e in questo solo meritevole d’appunto, che forse troppo accarezza le ambizioncelle letterate là dove afferma essere la coltura della mente il mezzo più acconcio a conoscere ed esercitare la virtù, e quindi a conseguire la felicità. Sotto il titolo di Opere Economiche vi abbiamo compresi tutti quegli scritti del Verri che Pietro Custodi raccolse nella sua preziosa Collezione degli Economisti Italiani. Fra essi i più riguardevoli sono le Meditazioni sull’Economia politica, le Riflessioni sulle leggi vincolanti, principalmente nel commercio de’ grani, le Memorie sull’Economia pubblica dello Stato di Milano e le Osservazioni sulla Tortura. Le Meditazioni, che furono tradotte in varie lingue, e vengono tuttora citate con lode dagli economisti forestieri non punto inchinevoli a render merito al limpido senno che i nostri mostrarono in questa scienza, offrono in compendio quasi tutti i capi a che si restringevano gli studj economici a’ tempi del Verri, ed espongono sulle fonti della ricchezza pubblica, sulla libertà del commercio, sulle leggi protettrici dell’industria nazionale que’ principj a un bel circa, che vennero in appresso sì luminosamente svolti dalle scuole francese ed inglese. Le Riflessioni sulle leggi vincolanti dottamente trattano la questione, ch’è, siccome ognun sa, tanto importante, quanto malagevole a sciogliersi, e schierano dinanzi ai nemici de’ vincoli una gran copia d’argomenti desunti in ispecie dall’esame delle varie legislazioni. Le Memorie sono una specie di storia della condizione economica dello Stato di Milano sotto il dominio spagnuolo in raffronto con quella di che era prosperato prima della conquista di Carlo V, e possono porgere de’ sicuri indirizzi agli statisti e agli storici che togliessero a descrivere quel funesto periodo. Le Osservazioni sulla Tortura ragionano in genere su codesta atrocità giuridica, ed esaminano in particolare il famoso processo degli untori del 1630. Tutti sanno in che luce quel tenebroso assassinio legale sia stato posto nella Storia della Colonna infame da Alessandro Manzoni: tutti sanno con che laute prove di ragione e di fatto ne abbia egli trasferita la colpa dalle leggi ai giudici, non nascondendoci quelle la barbarie, e questi mostrando ancor più barbari, e barbari pensatamente non tanto per fanatico delirio, quanto per vigliacca paura; ma degnissime d’esser lette son tuttavia le Osservazioni del Verri, e perchè la questione da lui posta esauriscono ed offrono, a così dire, l’addentellato della nuova e luminosa discussione del Manzoni, e perchè insieme con la Storia della Colonna infame possono giovare ad indurre certo senso di trepidanza nell’esame e nel giudizio de’ fatti che diconsi criminali: salutevole senso che fu e può essere in molti casi l’unica difesa della vita e della libertà degli uomini. Nè altro soggiungiamo di queste opere, massime che a dilungo se ne parla nelle Notizie sulla Vita e sulle Opere del conte Pietro Verri scritte dal Custodi, che abbiamo poste in fronte di questa nostra edizione, e che riproduciamo quali si trovano nell’anzidetta Collezione degli Economisti. Da ultimo abbiamo voluto ornare quest’edizione col disegno del monumento che una società di generosi cultori delle italiche glorie sta per erigere a codesto inclito Benefattore della nostra patria: monumento che fu allogato ad Innocenzo Fracaroli, giovine artista di bellissima fama, e che verrà inaugurato nell’occasione solenne che il Congresso degli Scienziati Italiani si raccoglierà nel prossimo settembre in questa città nostra. Al qual disegno aggiungeremo pur quello della Medaglia delineata dal Sabatelli, coniata dal Puttinati, che verrà distribuita ai soscrittori del Monumento stesso di cui daremo l’elenco.

Se egli è vero che gli scrittori benemeriti del civile progresso hanno nelle loro opere il più durevole dei monumenti, certo si retribuirà di qualche lode il pensier nostro di riprodurre quelle tra le opere del Verri che viemmeglio lo raccomandano alla riverenza e gratitudine di tutta Italia ed in ispecie di questa sua patria. Onorevoli per chi le promove, efficaci al sommo sopra chi vi assiste, sono le patriottiche evocazioni degli uomini grandi dalla tomba e dall’obblio; ma non i nomi soli ne vogliono essere pubblicamente acclamati e benedetti: bensì vogliono esserne celebrati pur anco i generosi pensieri, gli egregi fatti, gli alti proponimenti. Così avvenga che quei solenni dogmi di comune diritto, di civile dignità, d’incremento nazionale dal Verri banditi con tanto coraggio in questi suoi scritti, in dispetto dell’ire stolte e delle fiacche superbie de’ tristi e de’ codardi che gli fecero guerra, ragionino negli animi dell’universale, a questi dì nostri prosperati di tanta luce di nobili e feconde dottrine! Bello è gloriarsi nel cospetto dei connazionali e dei forestieri di quegli eroi della ragione e della patria, che ne sono stati, come Pietro Verri, propugnatori costanti ed intrepidi: più bello serbare ed accrescere la preziosa eredità dei loro insegnamenti ed esempi!

Milano, 26 giugno 1844.

Achille Mauri.

NOTIZIE SULLA VITA

E SULLE OPERE di PIETRO VERRI

COMPILATE DA PIETRO CUSTODI

NOTIZIE SUL CONTE PIETRO VERRI

Nell’accingermi a compilare le Notizie dell’ultimo dei magistrati filosofi, che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta [1]. Tale è la vastità e l’importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare adequatamene di lui comprende la storia di trent’anni dell’economia pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l’opera immortale del censimento già precedentemente compita, tutte le importanti riforme della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente e vivissima la memoria de’ suoi servigi, ed essendo queste Notizie susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo il parlare estesamente de’ di lui meriti, siccome sarebbe inutile il voler narrare ad altri la maestria de’ sommi pittori, avendosi dinnanzi le più illustri opere de’ loro pennelli. Seguendo pertanto il mio metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili della sua vita.

Nacque Pietro Verri in Milano ai 12 dicembre dell’anno 1728. Il di lui padre Gabriele dovette, in gran parte ai personali suoi meriti l’essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche; e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali, dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.

Chi bramasse di conoscere tutti i più minuti tratti della fanciullezza e della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell’Elogio che recentemente ne ha pubblicato l’abate Isidoro Bianchi, già per altre opere benemerito de’ buoni studj [2]. Egli ha seguito un’altra via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la sua memoria alla posterità.

Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell’attività e dell’acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare, col rango di Capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del 1760.

Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica, riassunse con maggior calore gl’interrotti studj; e quelli dell’economia pubblica, applicata specialmente alla situazione della sua patria, l’occuparono a preferenza. Ma per meglio conoscere l’importanza di quanto in seguito operò e scrisse, gioverà di veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della Lombardia; giacchè questa, dopo vent’anni dall’assunzione di Maria Teresa al trono Austriaco, non ne aveva ancor risentito altro vantaggio fuori della riforma del censimento, ormai ridotta a fine mediante l’indefesso zelo di quel legislativo uomo di Pompeo Neri. Que’ tempi, non al certo felici, sono da esso così descritti [3]:

« All’incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda, quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l’industria per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente ripartito il tributo sulle terre, ci offriva lo spettacolo di molti campi abbandonati dai proprietarj alle comunità: la tassa personale esuberantemente aggravata rendeva spopolati altri distretti, e priva la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all’interna comunicazione pel trasporto delle derrate, sempreppiù allontanavano i reciproci soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura, invece d’invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano: le scienze, le nobili arti, quello spirito d’impegnata ricerca della verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiate: uno studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente un ostinato spirito, nemico d’ogni felice slancio verso del bene, teneva in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e dimentichi di noi stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e di continuo fra le generazioni passate e le avvenire, anzi che una generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il deposito delle umane cognizioni ».

Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli nell’abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero le cause perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri diresse la maggior contenzione de’ suoi studj. Non omise fatica, onde colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto ridurre a tanto squallore un paese si fertile, e altre volte sì ricco e potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per più di trent’anni successivi, era ancor lungi dall’essere esausta.

Per comunicare l’espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente confidenti senza arroganza, appassionati per gli studj utili senza presunzione, percorsero la stessa carriera di studj e di cariche, e si mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano de’ loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di Beccaria, quasi compresso dallo stato d’indolenza cui era portato dalla sua fisica costituzione, aveva bisogno per esercitarsi di chi al pari di un ostetricante ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che si prestò a questo ufficio; e già si è altrove notato [4], che alla sua benemerita importunità dee il pubblico l’immortale opera dei delitti e delle pene, e l’autore di essa la giusta celebrità che glie ne è risultata.

Un tanto zelo dovea essere illimitato nella sua espansione. Quindi Pietro Verri e Beccaria divennero il centro di un’unione di illustri giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, e si resero in seguito famosi sotto il nome di Società del Caffè, dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che pubblicarono per due anni sul modello dello Spettatore Inglese, cui però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti, nell’eleganza e nella profondità [5].

A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi saggi de’ suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand’altro di meglio non avesse fatto, pubblicò egli nel 1762 colle stampe di Lucca un Dialogo su le monete; nel 1763 un Saggio sulla felicità, e quindi molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti sul commercio e sul lusso. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma pregevol opera data in luce in quell’anno da Beccaria sul disordine delle monete e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano cui si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette, e nelle Meditazioni sull’Economia Politica, e nella Consulta che sullo stesso argomento scrisse a richiesta della Corte nell’anno 1772. Essa ha dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell’esecuzione della riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori di un piccolo stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad accrescere l’esportazione, ad animare l’industria; pensiamo ad avere moneta buona, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga dell’impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera persuasione di un grand’uomo può far ascoltare con minor disprezzo, o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll’annotazione di sua mano, che egli lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non si potesse con minor noja e maggior chiarezza combattere i pregiudizi del volgo in questa materia.

L’epoca della rinnovazione dell’appalto delle finanze, fu pur quella in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva col 1765 il novennio della Ferma generale [6]. Perciò l’imperatrice, mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri coll’incarico di compilare i capitoli dell’appalto e la tariffa de’ dazj. Col dispaccio 24 gennajo 1764, portante queste disposizioni, venne pur Verri nominato alla carica di Consigliere presso la Giunta stessa con voto deliberativo.

Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l’onorevole estimazione già acquistatasi co’ proprj scritti, quanto l’aver egli trasmesso nell’anno precedente al principe Kaunitz un volume di Considerazioni sul commercio dello stato di Milano, opera per erudizione e dottrina certamente superiore alla sua età e ai tempi in cui la scrisse. Trattava in essa in tre distinte parti della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al 1750, dell’ attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest’opera rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1768 con nuove interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del Senato segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo di Memorie sull’economia pubblica dello stato di Milano allorchè fu sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.

All’epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un indefesso travaglio, a compilare il primo Bilancio del commercio della Lombardia, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo privato. Affine di ottenere l’esattezza nelle copie, difficilissima in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici e spedire alla Corte. La notabile passività, che risultava da quel bilancio, diede luogo alla stampa di una Lettera critica, nella quale all’opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le viste di ben pubblico all’albagia ministeriale, ne trasse argomento per anticipare un’utilissima disposizione. Molto importante, anche per far conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento al ministro plenipotenziario conte di Firmian [7]; ed è la seguente:

« Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise il Bilancio stampato dal conte Pietro Verri del commercio dello stato di Milano, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può ben essere persuasa l’E. V. che io non approvo e non sarò mai per approvare alcun passo che deroghi all’autorità e dignità del Governo; e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto, che il detto cavaliere, di cui peraltro mi piace l’ingegno e la scelta che ha fatto de’ suoi studj, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento, ciò che prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al Governo, gli avrebbe fatto dell’onore, se non altro per l’idea e per il piano di eseguirla. … Ma posto che è rotto il ghiaccio, convien ora andare innanzi, e verificare col maggior accerto che si può il giusto mezzo fra i nove milioni di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla Lettera critica al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè l’autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fonti originali per fissare dati certi; e credo egualmente che non sussista il calcolo annesso alla Lettera critica, perchè si vede dettata da un puro spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile, lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè, rimosse le esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida».

In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione venne compita in meno di dieciotto mesi; e la chiarezza del metodo e l’esattezza dell’esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che ne innoltrarono al Ministro plenipotenziario il 30 di ottobre del 1765, possono servire di utile soggetto d’imitazione anche a’ tempi presenti. Quel bilancio offriva in risultato un’attività di lire 15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.

Intanto avvicinandosi il tempo dell’attivazione della nuova Ferma mista, la profonda sagacità e l’attività indefessa di mostrate da Verri in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di Consigliere nel Supremo Consiglio di Economia [8].

L’inerzia de’ precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni cura della pubblica amministrazione, che l’esercizio delle finanze si coperse d’impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagl’inesorabili fermieri, era nell’impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della più sublime sapienza l’istituzione della Ferma mista. Per tal modo il rappresentante del principe ha potuto conoscere l’entità delle pubbliche rendite, il sistema de’ fermieri e gl’immensi loro profitti. Verri giustamente animato da una destinazione, di tanta confidenza, vi si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione della Corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il compimento dell’ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione della Ferma delle finanze, sostituendole un’amministrazione economica.

Malgrado l’immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa per la riforma del sistema dell’annona. Quindi scrisse nel 1769 le Riflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani, lo scopo e l’esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell’Avvertimento che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe. « Quest’opera, egli dice, fu scritta nell’occasione in cui si voleva sgombrare l’amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori consacrati dall’antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare la provincia dalla carestia fossero i vincoli, e quindi una legge obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su la macina de’ mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione dell’uscita de’ grani dallo stato. Tale era la legislazione che pesava sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da’ maggiori. Vi voleva del coraggio per comparire nell’ arena in favore del ben pubblico contro tali interessati oppositori all’utile verità; pure malgrado le arti nemiche fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva dell’economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di carestia ».

Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un’altra non men grave incumbenza, preparatoria anch’essa al sistema dell’amministrazione economica. Oltre i principali rami di finanze amministrati da’ fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o dati in cauzione a’ monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che nelle calamità degli scorsi secoli aveano sovvenuto col proprio danaro ai bisogni dello stato. Era già stato deciso, che tutte queste regalie dovessero essere avvocate al sovrano. Il progetto per la redenzione delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono le massime. Ma distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni, bastò l’esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19 ottobre 1767 soppressa la Giunta, se ne trasferì l’incarico al Supremo Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769 venne egli specialmente delegato col consigliere de Montani ad eseguire la liquidazione e classificazione delle regalie da redimersi, travaglio arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con distinta lode nell’anno 1770.

Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si dichiarò cessata la Ferma mista. L’enorme pretesa de’ fermieri per il rimborso degli utili de’ cinque anni che ancor rimanevano alla scadenza dell’appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì d’illuminare la corte sull’immensità del danno che da simili appalti era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe Kaunitz al conte di Firmian [9], quel zelantissimo ministro così ne scriveva: Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi è bastato l’animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare l’importo delle altre due terze parti a profitto de’ fermieri. Il loro ammontare ad un milione per l’anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata con congrui appuntamenti l’opera di essi come rappresentanti la Ferma, non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere che non rivoltasse l’animo loro in riflessione che in fine de’ conti questo danaro è cavato dalle sostanze de’ loro sudditi, e che S. M. l’Imperatore non avea torto a dire che i Fermieri succhiavano il sangue de’ Milanesi e Mantovani. Dal confronto poi degli utili degli stessi fermieri colle entrate pubbliche dello stato ne avrebbero le MM. LL. fatta la conclusione, che dopo difalcate le spese che incumbono all’erario per l’amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che darebbe da pensar molto su questo articolo».

La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di quella che con prospero successo già trovavasi in attività nei Paesi-Bassi Austriaci, e quindi distinta in tre parti: 1.a amministrazione generale; 2.a controlleria della detta amministrazione; 3.a riforma e legislazione. Fu delegata la prima al Magistrato Camerale, la seconda ad una Camera de’ conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro il solito delle riforme, è stata questa eseguita con tanto spirito d’imparzialità, che uno de’ fermieri, il conte Antonio Greppi, fu assunto al regio servizio della Camera de’ conti. Il principe Kaunitz, in un suo rapporto fatto all’Imperatrice ne 1774, qualificò il Greppi qual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la Ferma.

Questa è l’epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più attiva e laboriosa. Si può dire senza tema di esagerare, che quasi l’intiera sistemazione dell’amministrazione economica delle finanze è stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa di un piano organico; e dal proemio di esso si evince, che la forza della di lui mente ne avea compreso l’insieme nella maggior vastità de’ suoi rapporti. Giova di udire l’autor medesimo a render conto de’proprj pensieri; egli così si esprime [10]: « Organizzare un corpo di amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè non vi penetri l’arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli affari; preservare l’interesse dell’erario e l’industria nazionale ad un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo, col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi e sicuri si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della percezione; lasciare tutta la libertà all’industria componili bile col tributo destinato a proteggerla; accelerare l’epoca in cui, rese le leggi della finanza chiare, umane e semplici venga portata la luce sopra ogni parte dell’amministrazione: tale è la natura del quesito, sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono ».

Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa. Basterà a dare un’idea di questa improba fatica la sola nomenclatura de’ travagli da esso presentati su tal proposito al Magistrato Camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la Ricapitolazione generale de’ generi entrati e usciti nell’anno 1769; il 5 ottobre dello stesso anno il Bilancio generale dell’anno predetto; il 14 marza 1774 lo Spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo il 30 maggio, pure detto anno, il Progetto della nuova tariffa. A fine di render giustizia a chi gli avea giovato co’ suoi consigli, così si esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il Progetto medesimo: « Avrei giustamente motivo di diffidare, se queste idee le avessi sviluppate solo e isolato. Conobbi la gravità dell’oggetto, sentii il bisogno dell’ajuto de’ ministri illuminati, lo chiesi e l’ottenni. S. E. il sig. conte presidente Carli ebbe la bontà d’interessarsene meco, discutere le massime ed assistermi co’ suoi lumi; oltre i signori consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo Progetto è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova da una parte la modestia dell’autore, e dall’altra la maturità e la ponderazione con cui procedeva ne’ suoi travagli.

L’importanza del beneficio che Verri con quest’opera ha reso alla sua patria, risulterà maggiore dal riflettore allo stato delle finanze di quel tempo. La daziaria era in allora divisa in altrettante giurisdizioni, quante erano le Provincie che componevano il ducato di Milano, e in ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce [11]. Era tanto mal calcolata la tariffa che in più di trecento casi i rappresentanti la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, per non annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dallo stato [12]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto sul danno risultante all’erario dal soverchio aggravio del tributo nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La Corte nell’eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma la farragine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente dimostrata, che quella non esitò a preferire l’ultimo rimedio. Così ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo indiretto quella regolarità di principi, e quella semplice uniformità, cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e come questa fu l’epoca del risorgimento dell’agricoltura, del pari la nuova tariffa il fu per l’industria e per il commercio.

Chi crederebbe che frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar agio per occuparsi ancora dei favoriti suoi studj? Eppure fu in quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le Meditazioni sull’Economia politica e nel 1773 il Discorso sull’indole del Piacere e del Dolore.

Le Meditazioni sono state accolte con singolare applauso. In due anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo nel 1773 a Losanna tradotte in francese, e a Dresda in tedesco nel 1774. Quest’opera può essere considerata il deposito de’ principj che egli ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del metodo che tenne nello scriverla c’informa egli stesso nella Prefazione alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad albi suoi Discorsi [13]. «L’Economia politica, dic’egli, è la materia più vasta de’ delirj di chiunque, è una specie di medicina empirica che serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche più inetti, e potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi dal l’ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere d’industria, mancando di ajuti per esaminare gli elementi delle cose, sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varj anni a conoscere i fatti: le commissioni, colle quali la clemenza del Sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll’essere idee semplici e particolari; poi coll’occasione di esaminare oggetti reali accozzate, disputate, contraddette si sono andate componendo, e le generali idee sono emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente di essere il più breve nè il meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza che è stata fatta a questa serie d’idee, le quali le trovo vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco, ancora di più l’essere conosciuto un buon cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che producono la felicità dello stato!»

Era impossibile che quest’opera non incontrasse degli oppositori: essa avea una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di dimostrare erronee le venerate massime de’ nostri maggiori. Perciò gli invidiosi e gli idolatri delle proprie abitudini ne doveano muovere schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli col titolo di Esame breve e succinto un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui si propose di contraddire da capo a fondo alle Meditazioni e di fare una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere che con un tal sistema la popolazione deperiva nello stato, l’agricoltura vi era negletta, l’industria languente, il commercio passivo, e i racconti dell’antica prosperità erano oramai riguardati come una favola. Un altro non meno violento oppositore a quest’opera, benchè più ragionevole, suscitò l’invidia in un uomo, il quale era altronde fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto. Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora Presidente del Supremo Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle Notizie di lui [14], qual fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco onorevole artifizio. L’amarezza che lo animava traspira quasi ad ogni pagina. Dice in un luogo [15]: L’oceano ingoja le navi e le isole, un terremoto distrugge le città, una voragine inabissa un paese, un autor fervido confonde e trasforma i principi dell’Economia Politica, tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini e si delira. Mentre affetta di parlar sempre dell’autore anonimo, fino ad asserire che egli siasi impenetrabilmente tenuto occulto [16], si cura poscia di rimarcare che si sono veduti de’ Bilanci stampati, i quali se non hanno discreditata la nazione perchè i fatti veri trionfano su le illusioni della mente, hanno onorato poco l’autore che gli ha formati: con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle Meditazioni, nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l’anno 1772, in cui non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e si è di sopra veduto, che Verri consultò lealmente il suo antagonista sul progetto della nuova Tariffe, e gli rese una solenne testimonianza dell’utilità de’ suoi suggerimenti.

Non meno applaudita è stata l’altr’opera che successe alle Meditazioni, cioè il Discorso sull’indole del piacere e del dolore. L’autore vi stabilisce la teoria, che il piacere consiste nella cessazione del dolore, teoria che egli seppe ornare con tutta la magia dello stile e i magnifici colori dell’immaginazione, benchè forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che « il prodigioso avvenimento dequattro illustri secoli di Alessandro, d’Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati que’ secoli dai dolori e da’ così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire [17]». Qualora questo corollario sia vero, si potrebbe con certezza profetizzare a quasi tutta l’Europa e specialmente alla nostra Italia, un secolo floridissimo.

Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare l’amministrazione economica dello stato, nel tempo stesso che promoveva co’ propj scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno sollecito il Sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto Consigliere nel Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel 1773 coll’erezione del Magistrato Camerale, cui venne pure affidata l’amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato Vice-Presidente con diploma onorevolissimo [18]. Nel 1780 fu promosso alla carica di Presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di Consigliere Intimo Attuale di Stato, e nello stesso anno creato Cavaliere di Santo Stefano. L’erezione della Società Patriottica di Milano per l’avanzamento dell’agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio 2 dicembre 1776 sul modello della Società Patriottica di Slesia e di quella d’arti e manifatture di Londra [19], procurò a Verri una nuova testimonianza della confidenza della corte, coll’essere destinato Conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne alla sua prima adunanza, pronunziandovi un Discorso, che dato alle stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la lusinghiera dichiarazione, che la robusta eloquenza, la giustezza delle vendute, la finezza colla quale l’autore ha saputo toccare gli oggetti più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale, sono altrettanti motivi, per i quali egli ha diritto all’applauso da lui ottenuto [20]. »

Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile, riformatore della parte più complicata e difficile dell’amministrazione dello stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l’oggetto del suo più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere indifferente nell’universal gara de’ saggi, onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano. L’abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell’orribile abuso [21]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza de’ ragionamenti, scelse un famoso esempio di un delitto impossibile confessato per l’eccesso de’ tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L’ordine, la chiarezza, la forza de’ raziocini e l’insinuantesi fluidità del suo stile trovansi nelle Osservazioni su la Tortura in un grado eminente. Non temo d’incontrar la taccia di esagerato, se dico che quest’opera mostra più che ogni altra qual grand’uomo era Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de’ tribunali, ancor più barbaro a que’ tempi, d’insinuare l’austerità de’ ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità, e di trasfondere ne’ suoi lettori, colla commozione della sua anima la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era Presidente di quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima avea dato un si atroce esempio d’ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l’estimazione del senato, potesse restar macchiata per la propalazione dell’antica infamia. Questo riflesso prevalse: Verri, per rispetto del padre, rinunciò all’idea di dare alle stampe le sue Osservazioni, e così il pubblico rimase defraudato di un’opera, che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.

La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse, gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la Storia di Milano. Fino a lui non si avevano che dei Cronisti più o meno ignoranti, rare volte esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che per qualche gusto di sana critica si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei materiali. Questa bella parte d’Italia, sì celebre per antica potenza e per tante vicende, dee riconoscere in Verri il primo suo Storico, che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla morte dell’ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1788 con qualche pregio di eleganza tipografica [22]. La nitidezza della dizione, la dignità del racconto, l’indeclinabile proposito dell’utile e la filosofia de’ concetti meritamente gli ottennero il generale applauso degl’intendenti. Della imparzialità da esso osservata così rende ragione egli stesso in fine della Prefazione: « Ho rappresentato lo stato de’ nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la gloria, il vizio e la virtù, quali mi si sono presentati nella successione dei tempi. Destiamoci ora noi per tramettere ai posteri costumi ed azioni, che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento ».

Chi crederebbe, che Verri, dopo di aver conseguito coi suoi scritti un posto distinto tra gli ammaestratori delle nazioni; dopo di aver servito il suo sovrano per quasi 25 anni col massimo zelo e con eguale integrità; dopo aver corrisposto con sempre maggiori e più importanti servigi alle ricompense compartitegli, avesse dovuto per ultimo esser pagato d’ingratitudine? Ma tale è la vicenda delle Corti, Egli necessariamente doveva aver dei rivali e dei nemici. La celebrità de’ suoi talenti, gli onori ottenuti, l’avvocazione de’ diritti regali dalle famiglie che li possedevano, la soppressione della Ferma, e con ciò la preclusione dei mezzi di tanti improvvisi arricchimenti: ecco le cause della cospirazione ordita contro di lui. Si offerse opportuno alle seduzioni de’ suoi malevoli il carattere del nuovo imperatore Giuseppe II, smanioso bensì di ben fare, ma duro, violento, impaziente di novità, e proclive a credere tutto ciò che gli dava occasione di una riforma. L’alienazione della confidenza del Sovrano rendevasi a Verri sempre più sensibile nelle continue relazioni colla Corte, cui era obbligato per la propria carica. Quindi nel 1786, mentre stava per erigersi nella Lombardia una nuova forma di governo, stimò prudente di spiegare il desiderio di un onorato riposo, che gli fu accordato. I pretesti de’ suoi detrattori sono riferiti dall’abate Bianchi [23], sulla traccia delle di lui Memorie e forse colle stesse sue parole, nella seguente maniera: « L’abolizione della Ferma generale, da Verri promossa ed ottenuta, non fece perder lena alla vendetta ed all’invidia. Si insinuò nel principe destramente il sospetto che il di lui zelo fosse interessato, e che egli col favor popolare cercasse quasi una indipendenza. Si fece nascere una gelosia di lumi ed ingegno, quasi che egli volesse soverchiare e tutto sconvolgere a suo talento, La diffidenza fece moltiplicare gli ostacoli alla sua carriera, per modo che trovavasi non di rado costretto a disperdere la sua attività in una continua difesa personale. L’astuzia seppe destramente malignare; e quella rivoluzione delle Ferme, che non si era prima creduto possibile il farla senza danno gravissimo dell’erario, fatta che fu coll’opera di lui, non si trovava abbastanza lucrativa. Ecco perchè annojato alla fine chiese egli stesso di essere liberato dal peso di amministrare, e questo era quello che si bramava che egli facesse ».

Si portò l’animosità al segno contro l’emerito Magistrato, che la Conferenza Governativa nel decidere sulla competenza della sua pensione la limitò al terzo del soldo, sul motivo che mancavano alcuni mesi al compimento de’ 25 anni di regio servizio, benchè si avesse l’esempio del consigliere Schreck, che era ben lungi dall’essere un Verri, cui si era fatto grazia di due anni [24]. Ma egli non fu mai più grande, che allorquando l’ingiustizia di un ben servito e ingrato padrone lo ha restituito a sè stesso, credendosi di abbandonarlo. Allora provò che il fasto delle cariche era un ornamento superfluo per lui, se pur non era un peso incomodo al di lui genio. Spogliato di quella estranea decorazione, egli rimase più che mai maestoso nella celebrità già acquistatagli de’ provati suoi talenti, da’ tanti servigi e dalle eminenti sue virtù.

Ridonato per tal modo all’ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi studj divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregevoli Memorie sulle riforme del 1786 e sullo stato politico del Milanese nel 1790, unicamente, come si espresse, per dare sfogo alle sue idee sulla pubblica felicità.

La morte del suo intimo amico il matematico Paolo Frisi, seguita nel 1784, lo determinò a scrivere le Memorie delta sua vita e de’ suoi studj, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere; uno nella chiesa della sua villa di Ornago, e l’altro nella chiesa de’ Barnabiti di S. Alessandro di Milano, colla di lui medaglia scolpita in marmo di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto scolpito dallo stesso Franchi a spese del celebre astronomo Oriani fu collocato nel ginnasio di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri Italiani morti a’ nostri tempi, che abbiano ottenuto l’onore di un monumento: e questo pure nol debbono che a’ loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e l’Agnesi e Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti, quanto non è doloroso e umiliante che anche nel poco che si è fatto, la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire all’indolenza de’ governi nell’onorare la memoria degli uomini grandi! [25]

Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe in Italia la forza preponderante delle armate Francesi, e in favor di esse una forza ancor maggiore, il lievito di un’opinione che è sempre stata la più deliziosa per gli uomini, e sempre vana. Allora sotto la licenza di un governo militare tutte le passioni si sfrenarono, e l’irritazione de’ diversi interessi introdusse la discordia tra i cittadini. Preti intolleranti e portati naturalmente a contraddire ad ogni ordine di cose che loro non giova; nobili che vedevano con dispiacere sfumarsi una dignità ideale, derivata dai meriti dei loro avi, e cui generalmente sentivano di non poter sostenere con meriti proprj; cittadini fanatici che si credevan lecito di vilipendere e nobili e preti, quasi facendo loro un delitto dell’azzardo della propria condizione o della professione adottata: tutti costoro, sempreppiù irritati per reciproche ingiurie, si laceravano a vicenda, e tutti gli orrori de’ dissidj civili, violenze personali, spoglj, persecuzioni ne furono il risultato. Nei principi di questi turbamenti, Verri fu eletto a far parte della Municipalità di Milano, e poco dopo Presidente di quel Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della pubblica amministrazione, ma che per le cabale di coloro che aveano interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma in parte la sua tenacità al rigor de’ principj, forse soverchia in quella violenza di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni, resero quasi affatto vana la sua lusinga. Tuttavia la felicità della repubblica fu il costante scopo de’ suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que’ parlanti occhi, che sì bene esprimevano le commozioni della sua anima. Morte precoce gli tolse pure il piacere di riscontrare un salutare compenso agl’infiniti danni nella consistenza del nostro stato politico, dataci dall’Uomo onnipotente, da cui pendono i nostri destini e le nostre speranze.

Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de’ nuovi governanti, le sue Riflessioni sull’annona scritte ventisette anni prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo volume della Storia di Milano, che venne poi condotto a termine dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica benemerenza se non si fosse permesso due gravissimi arbitrj. È il primo di aver interpolato i proprj supplementi alle lacune lasciate dall’autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di storici antichi e moderni. L’altro, di aver violato la protesta da lui fatta [26] di trascrivere fedelmente i frammenti dell’autore, mentre osa di mutilarli. Queste arbitrarie alterazioni, le quali avrebbero pregiudicato alla fama di Verri, se dessa stata non fosse solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto eseguita un’edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa ristabilire il testo della Storia nella sua integrità, aggiungendovi i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al regno di Maria Teresa [27]. Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo volume della Storia di Milano, si sarà già eccitato nell’animo de’ lettori il presentimento di un qualche disastro; ed uno infatti sommo e irreparabile ne era accaduto, ma a lui non già che placidamente era trapassato alla pace de’ morti, bensì a tutti i suoi concittadini che privi rimasero de’ suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi improvvisamente, colpito d’apoplessia nella sala della Municipalità, nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 giorni.

Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe una figlia; indi il 13 luglio 1782 fece sua sposa Vincenza Melzi, che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della numerosa prole che da essa ottenne la costante delizia degli ultimi anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a lui superstite nel fiore dell’età, gli fece erigere nella cappella gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento, accanto al sepolcro che egli stesso vivendo si avea preparato.

Di tre fratelli ch’egli ebbe, e tuttora viventi [28], Carlo ed Alessandro si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo, illuminato agronomo, pubblicò non ha molto due utili Saggi su la coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi inseriti nel foglio periodico del Caffè, scrisse le Avventure della poetessa Saffo, la nota tragedia della Congiura di Milano contro Galeazzo Sforza [29] e Le Notti Romane al sepolcro de’ Scipioni, che gli ottennero una meritata celebrità per tutta l’Europa.

Fu ascritto a varie Accademie, e specialmente a quella di Mantova, di Padova, di Stokolm e all’Istituto di Bologna. Oltre una continua corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt d’Avestein, il conte di Saluces, De Felice, Filangieri, Spallanzani ed altri molti. La rimembranza delle sue qualità personali accresce li dolore della sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato; ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi, benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante per la verità e impaziente di esporla; appassionato per il bene de’ suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno incessante, insaziabile e che continuamente lo tormentava. Scrisse molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo filosofo, o l’attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile argomento si abbelliva sotto la sua penna, e il suo stile, benchè talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella sua anima.

Nelle Riflessioni sull’annona [30], dopo di aver dimostrato il mal uso delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell’abbandono, soggiunge: « Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di compassione che è la parte più sacra e nobile dell’uomo. Non pretendo che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini. Pretendo soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda la mia mano il moto, e cessi io di scrivere prima che offenda la causa dell’umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è sempre stata, e lo sarà finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata! »

Altrove [31] dichiara i suoi principj politici ne’ seguenti termini: «Uomo benefico, uomo illuminato che hai esaminati e conosciuti i sacri diritti dell’uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo, e se unicamente lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza e ricchezza. No, non degrado l’uomo alla servil condizione di un mero fondo fruttifero. Così potesse la mia voce annunziare con frutto gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile, che associandosi non può averlo fatto che per il miglior genere di vita; diritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi deboli, sparsi e avvezzi alla meditazione onorano! Sappi che a stento raffreno scrivendo gl’impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di promovere il bene degli uomini non col linguaggio del sentimento, ma coll’analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il bene mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di chi posto in privata condizione si erge a tuonare sull’abuso della forza, e vorrebbe far arrossire gli uomini in carica de’ loro vizj e de’ loro errori. Se perciò l’umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si ottiene generalmente solleticando l’interesse personale, che non si fa interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s’innalzino”.

Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull’influenza della filosofia negli stati [32]. “Gli uomini di lettere, dice egli, hanno maggiore influenza nel destino delle generazioni venture, di quanto ne abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi de’ lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù s’innestano; e l’uomo di lettere determina le opinioni del secolo che vien dopo di lui. I libri de’ filosofi son quelli che hanno finalmente costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche, a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi, a non inferocire colle torture, a non infliggere pene atroci per opinioni, a limitare i supplizj ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi scaltramente simulando adulava gli errori volgari. Alle opere de’ filosofi siamo debitori, se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati e cauti, invece de’ ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida gravità; se conoscendosi meglio la morale e i doveri dell’uomo e del cittadino, l’uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e non si copre la perfidia impunita coll’ipocrito velo di una simulata religione. In somma i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati durante la loro vita, determinano alla perfine l’opinione; la verità si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più; s’illuminano i sovrani, e trovano la massa de’ sudditi più ragionevole e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità che senza pericolo non si sarebbero presentate fra le tenebre dell’ignoranza. L’opinione dirige la fortuna, e i buoni libri dirigono l’opinione, sovrana immortale del mondo ».

Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d’ogni elogio ne’ proprj scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e de’ benefizj da esso recati alla sua patria. Nell’adempire a quest’ufficio mi si ravviva nell’animo il dispiacere per l’improvvisa sua perdita, che allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera occasione mi avea concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de’ suoi consigli.

PREFAZIONE

alle opere filosofiche

Questi discorsi trovarono una fortunata accoglienza quando comparvero staccati l’uno dall’altro; ora gli ho nuovamente esaminati affine di pubblicare un lavoro meno imperfetto.

Il discorso sull’indole del piacere e del dolore sviluppa un sistema di cui se ne trovano i semi in Platone. Quest’autore ci ha tramandato il ragionamento che tenne Socrate poich’ebbe inghiottita la cicuta. Vennero tolti i ceppi a Socrate, e quel filosofo strofinando la gamba al luogo sul quale i ceppi avevano compresso, e trovandone voluttà riflettè sul piacere cagionato dalla cessazione del dolore. Eccone le parole: Socrates autem sedens in lectica contraxit ad se crus, manuque perfricuit, atque inter fricandum sic inquit: Quam mira videturj o viri, haec res esse quam nominant homines voluptatem, quamque miro naturaliter se habet modo ad dolorem ipsum, qui eius contrarius esse videtur, quippe cum simul homini adesse nolint attamen si quis prosequitur capitque alterum, semper fermo alterum quoque accipere cogitur, quasi ex eodem vertice sint ambo connexa. Arbitror quidem Aesopum si haec animadvertisset fabulam fuisse facturum: videlicet Deum ipsum cum ipsa inter se pugnantia vellet conciliare, neque id facere posset, in unum saltem eorum apices coniunxisse, proptereaque cuicumque adest alterum, eidem mox alterum quoque adesse: quod quidem mihi accidit in praesentia. Siquidem modo crus propter vincula afficiebatur dolore, sed huic succedere voluptas iam videtur. Così Marsilio Ficino ci ha tradotto quel passo di Platone nel Phoedo vel de anima.

Anche più da vicino ne diede un cenno il mio compatriota Girolamo Cardano, uomo strano, uomo visionario, ma di somma perspicacia d’ingegno. Egli nel libro De vita propria al capo VI scrisse: Fuit mihi mos (de quo plures admirabantur) ut causas doloris si non haberem quaererem, ut dixi de podagra: unde plerumque causis marbificis obviam ibam (ut solum devitarem quantum possem vigilias) quod arbitrarer voluptatem consistere in dolore praecedenti sedato. Egli è vero che Cardano non si fa punto carico della celerità con cui cessi il dolore (il che a mio sentimento è una condizione essenziale al piacere), ma pure convien confessare che un chiaro indizio ci ha dato quello scrittore di non credere egli essere il piacere cosa positiva.

Questa opinione era parimenti di Montaigne, il quale nel secondo tomo de’ Saggi al libro secondo, capo XII, dice: Notre bien être n’est que la privation d’être mal. . . car ce même chatouillement et aiguisement qui se rencontre en certains plaisirs, et semble nous enlever au dessus de la santé simple et de l’indolence, cette volupté active, mouçante, et je ne scais comment cuisante et mordante, j celle là même ne vise qu’à l’indolence comme à son but. L’appetit qui nous ravit à l’accointance des femmes, il ne cherche qu’à chasser la peine que nous apporte le désir ardent et furieux et ne demande qu’à l’assouir, et se loger en repos, et en l’exemption de cette fièvre. Ainsi des autres. Da che si conosce come quell’amabile e profondo pensatore travide pure che il solo principio delle azioni era il dolore, e che il piacere consiste nella cessazione di un male.

L’esatto analizzatore dell’animo, il luminoso genealogista delle nostre idee Giovanni Locke ha chiaramente annunziato, che il solo dolore è il principio delle azioni umane, e dopo maturo esame si è ritrattato sulla asserzione che la volontà sia determinata dal bene. Eccone lo squarcio tolto dalla traduzione del sig. Coste: Essai philosophique concernant l’entendement humain, libro II De la puissance. Ivi al § 31 leggesi: Voyons présentement ce que c’est qui détermine la volonté par rapport à nos actions. Paur moi après avoir examiné la chose une seconde fois, je suis porté à croire que ce qui détermine la volonté à agir n’est pas le plus grand bien comme on le suppose ardinairement, mais plutôt quelque inquiètude actuelle et pour l’ordinaire celle qui est la plus pressante. Cest là, dis-je, ce qui détermine successivement la volontè, et qui nous porte à faire les actions que nous faisons. Nous pouvons donner à cette inquiètude le nom de désir qui est effectivement une inquiètude d’esprit causé par la privation de quelque bien absent. Toute douleur du corps, quelle qu’elle soit, et tout mécontentement de l’esprit est une inquiètude qu’on ressent et dont il peut à peine être distingué. Car le désir n’ètant que l’inquiètude qui cause le manque d’un bien absent par rapport à quelque douleur qu’on ressent actuellement, le soulagement de cette inquiètude est ce bien absent, et jusquà ce qu’on obtienne ce soulagement ou cette quiètude on peut donner à cette inquiètude le nom de désir parce que personne ne sent de la douleur qui ne souhaite d’en être délivré, avec un désir proportionné à l’impression de cette douleur, et qui en est inséparable. Mais outre le désir d’être délivré de la douleur, il y a un autre dèsir d’un bien positif qui est absent, et encore à cet égard le désir et l’inquiètude sont dans une égale proportion, car autant que nous désirons un bien absent, autant est grande l’inquiètude que nous cause ce désir.. . Quiconque réflèchit sur soi même tronvera bientôt que le désir est un ètat d’inquiètude. Ed al § 34 nuovamente conferma essere il solo dolore la cagione d’ogni nostro movimento: Lorsque l’homme est parfaitement satisfait de l’ètat où il est ce qui arride lorsqu’il est absolument libre de toute inquiètude; quel soin, quelle volonté lui peut-il rester que de continuer dans cet ètat. Il n’a visiblement autre chose à faire comme chacun peut s’en convaincre par sa propre expèrience, ainsi nous voyons que le sage Auteur de notre être ayant ègard à notre constitution, et sachant ce qui détermina notre volontè, a mis dans les hommes l’incommoditè de la faim et de la soif, et des autres désirs naturels qui reviennent dans leurs temps afin d’exciter et de déterminer les volontés à leur propre conservation et à la continuation de leur espèce. Così pensava il saggio Locke, il quale al § 35 si discolpò per aver diversamente opinato nella prima edizione, e si ritrattò colle seguenti parole: Cest une maxime si fort établie par le consentement général de tous les hommes que c’est le bien et le plus grand bien qui détermine la volonté que je ne suis nullement surpris d’avoir supposé cela comme indubilable la première foie que je publiai mes pensées sur cette matière, et je pense que bien des gens m’excuseront plutôt d’avoir d’abord adopté cette maxime, que de ce que je me hazarde présentement a m’éloigner d’une opinion si généralement reçue: cependant après une plus exacte recherche je me sens forcé de conclure que le bien, et le plus grand bien, quoique jugé et connu tel, ne détermine point la volonté; à moins que venant à le désirer d’une manière proportionnée à son excellence, ce désir ne nous rende inquiets de ce que nous en sommes privés.

Anche un delicato ed elegante italiano, il conte Lorenzo Magalotti conobbe che il piacere non era una cosa affatto positiva, e nella prima parte delle sue lettere famigliari alla lettera 39 così si esprime: « Io osservo che insino a un sapor buono, questo si trova (lasciatemi dire una parola che non credo d’aver detta da venticinque anni in qua) a parte rei; ma quel che si chiama delizia, regalo, questo a mio credere è un ente di ragione che ha tutta la sua sede nello spirito, che non è uscito da quel che si mangia o si bee; e quel che più è mirabile non è neanche passato per l’organo corporale. Io ho detto che quell’ente di ragione non è uscito da quel che si mangia o si bee; ora aggiungo ch’ei non ha più che fare coll’uno o coll’altro di essi di quel che abbian che fare i misteri degli Egizj co’ simboli sotto i quali gli espresse la loro sacra scrittura. E fate vostro conto che zampe di tordo abbrustolite alla fiamma della candela di cera, teste di beccacce spaccate e bruciate sulla gratella, ostriche crude, corna novelle di daino, peducci d’orso, nidi di rondine della Cocincina, thè, caffè, ketchup, cacciunde, e tant’altre strane adozioni della svogliata moderna scalcheria sono appresso di me un alfabeto di jeroglifici adottati dai ghiotti mistici a rappresentare alle loro menti alcuni gradi di squisitezza spirituale che nè può trovarsi ne’ cibi materiali, e nemmeno può trasfondersi per la via de’ sensi esterni. Del resto tanto hanno che fare tutte queste cose con quelle varie spezie di beatitudini che si eccitano nello spirito di chi le mangia, quanto ha che fare Iside coll’anno, lo sparviere coll’anima, il cielo colla donna che fa figliuoli, il cinocefalo co’ caratteri o colla luna. Che poi non sieno passati pe’ sensi vedetelo da questa riprova che non può fallire, che la prima volta che tai cose s’assaggiano, o che se ne sente discorrere, come non si sia prevenuto ch’elle abbiano a esser delizie così pellegrine, non piacciono a nessuno. Ma gli spiriti un po’ delicati sono suscettibilissimi della curiosità e della prevenzione, le quali fanno che non si attende più il sapor della cosa; ma l’anima innamoratane a credenza le si fa incontro, e prima che la specie del sapore nel suo essere naturale arrivi a toccarla, ella di lontano asperge lei di quella dolcezza immaginaria di cui ha in sè la vena; e poi accostandosele, la sente qual ella l’ha fatta, non qual ell’era, e fruendo di sè medesima sotto la sua immagine, pensa fruir di lei... Questo non succede solamente ne’ sapori, segue negli oggetti di tutti gli altri sensi ec.

Tutti questi cenni dimostrano che Platone, Cardano, Montaigne, Locke e Magalotti hanno conosciuto che il piacere non è un essere positivo; anzi i primi dippiù scoprirono che il piacere altro non è che una cessazione d’un male, e che il solo principio motore dell’uomo è il dolore. Io mi lusingo d’avere data qualche luce a questa Teoria pubblicata colle stampe dell’Enciclopedia di Livorno l’anno 1778. Almeno le spontanee posteriori edizioni mi persuadono che non saranno per dispiacere a’ miei lettori le cure che nuovamente ho impiegate per dare un maggior finimento a questo discorso nella presente edizione. Il prodigioso avvenimento de’ quattro illustri secoli d’Alessandro, d’Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati que’ secoli dai dolori e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire.

Il secondo discorso sulla Felicità ha per oggetto un argomento comunissimo, sul quale tanti e tanti hanno scritto. Ei comparve stampato in Livorno l’anno 1763 sotto una mole più piccola, e la fortuna che ritrovò mi ha fatto animo a rifonderlo e dargli una forma più estesa. Forse il solo merito che hanno i miei scritti è quello che rappresentano le vere opinioni del loro autore e i veri suoi sentimenti. Io penso che la sola virtù può farci godere quel poco di felicità di cui siamo capaci, e che la sola coltura della mente può farci conoscere in ogni caso la strada della virtù. Queste verità utilissime non gioveranno che poco a richiamare sulla strada della felicità gli uomini incalliti dalla abitudine, o traviati per una funesta passione; ma assai possono giovare ai giovani singolarmente in prevenzione, per non essere affascinati da errori funesti e preservare il loro animo dalla illusione, che per lo più li conduce all’affannosa miseria. Un uomo solo che meditando su queste traccie giunga a sottrarsi dalle insidie dell’errore ed evitare l’infelicità, mi ricompensa caramente del mio lavoro.

L’Economia politica è il soggetto del terzo discorso, il quale comparve stampato in Livorno l’anno 1774. Debbo mostrarmi grato al sig. Giovanni Gravier che immediatamente lo ristampò in Napoli con espressioni che mi onorano; in Genova dalla stamperia dello Scionico ne comparve la tersa edizione pure nel 1774. Il Galeazzi di Milano volle ristamparlo la quarta volta. Vorrei potere annoverare fra le edizioni anche quella fatta in Venezia da Giambattista Pasquali all’insegna della Felicità delle lettere, ma il pubblico giudizio non ha applaudito a quelle note che con inusitato metodo volle innestare al testo d’un autore vivente. Infatti nella bellissima versione francese che comparve a Losanna l’anno 1773 dalla officina del sig. Giulio Enrico Pott, l’elegante e dotto traduttore che mi ha fatto moltissimo onore anche nel suo discorso preliminare, non ha creduto d’affaticarsi nella versione delle note. Lo stesso è accaduto nella versione tedesca pubblicata in Dresda nella stamperia Walter l’anno 1774. Quindi ho creduto che nella edizione che ora faccio convenisse l’ommettere quanto nella sesta edizione fatta in Livorno dalla stamperia dell’Enciclopedia credetti di aggiugnere a schiarimento maggiore delle poco giudiziose note, colle quali venni corredato alla Felicità delle lettere. Ho ripassate le mie idee a nuovo esame, e in parte dati alcuni tocchi, onde mi lusingo che possano essere soddisfatti i miei lettori.

L’Economia politica è la materia più vasta de’ delirj di chiunque; è una specie di medicina empirica che serve d’argomento ai discorsi ed agli scritti anche più inetti, e potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi dall’ozio tranquillo del loro gabinetto formandosi idee astratte sopra del commercio, della finanza e d’ogni genere d’industria, mancando di ajuti per esaminare gli elementi delle cose, sopra ipotesi anzi che sopra fatti conosciuti hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varj anni a conoscere i fatti. Le commissioni colle quali la clemenza del sovrano mi ha onorato me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll’essere idee semplici e particolari, poi coll’occasione di esaminare oggetti reali accozzate, disputate, contraddette si sono andate componendo, e le generali idee sono emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente di essere il più breve nè il meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza che è stata fatta a questa serie d’idee, le quali le trovo vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l’essere conosciuto un buon cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che producono la felicità dello Stato!

DISCORSO

Sull’indole del piacere e del dolore

§ I.

Introduzione.

La sensibilità dell’uomo, il grande arcano, al quale è stata ridotta come a generale principio ogni azione della fisica sopra di noi, si divide e scompone in due elementi, e sono amor del piacere e fuga del dolore: tale almeno è la comune opinione degli uomini pensatori e maestri. Ognuno conosce e sente quanta influenza abbiano il piacere e il dolore nel determinare le azioni umane; la speranza, il desiderio, il bisogno del primo; il timore, lo spavento, l’orrore del secondo danno il moto a tutte le nostre passioni. Tutti gli amatori delle belle arti sanno che il loro scopo parimente è il piacere col quale allettano altrui a ben accogliere e l’utile e il vero. I tentativi adunque destinati a conoscerne l’indole, a illuminare questi primordiali oggetti, sono meritevoli di qualche attenzione. Se fra le tenebre, ove sta riposta la parte preziosa dell’uomo, che si cela all’uomo medesimo, ci fosse possibile carpire una nozione esatta del piacere e del dolore, una precisa definizione che ce ne palesasse la vera essenza, si sarebbe fatto un passo importantissimo, e sarebbesi acquistata una generalissima e utilissima teoria applicabile alla liberale eloquenza, alla seduttrice poesia, alle bell’arti tutte e all’uso comune della vita medesima, perchè ci darebbe la norma e ci additerebbe i mezzi onde potere colle attrattive di lui rendere le azioni degli uomini cospiranti alla nostra felicità.

Fra i molti filosofi che della natura del piacere hanno scritto dopo l’epoca della ristorazione delle lettere, si distinguono singolarmente le opinioni di Des Cartes, del Wolf, e del sig. Sulzer. Il primo fa consistere il piacere nella coscienza di qualche nostra perfezione: il secondo nel sentimento della perfezione: il terzo nell’avidità dell’anima per la produzione delle sue idee. Sia però detto colla venerazione dovuta al merito di questi autori, queste definizioni mancano e di chiarezza e di precisione. Il piacere di spegnere la sete, il piacere di riposarsi dopo la stanchezza e una infinita schiera di piaceri singolarmente fisici, nè ci fanno sentire una perfezione qualunque, meno poi hanno relazione veruna coll’avidità dell’anima per produrre le sue idee. Da ciò chiaramente si vede non essersi in tal modo definito il piacere. Ma nei tempi a noi più vicini sopra di ogni altro ha acquistata fama il sig. di Maupertuis. Ci propose egli una definizione del piacere. L’organizzazione geometrica ch’egli diè alla sua tesi, sommamente preparò gli animi alla persuasione; e sebbene alcuni gli abbiano fatto contrasto, nondimeno prevalse la fama di lui su quella degli oppositori. Egli così definì il piacere: Il piacere i una sensazione che l’uomo vuol piuttosto avere che non opere. Questa però non è altrimenti una definizione, se ben vi si rifletta; sarebbe la stessa cosa di dire che il piacere è quel che piace: asserzione egualmente evidente quanto superflua, essendo che da essa non ci viene veruna idea generale di proprietà stabilmente inerente a ogni sensazione di piacere. La simmetria artificiosa delle parole ha sedotto molti lettori che di essa contenti accettarono una parafrasi per una definizione. Ogni uomo ha un’idea esatta del dolore e del piacere, ed ogni uomo è giudice competente di quello che eccita in lui la sensazione che gli è aggradevole o disgustosa; ma non così ogni uomo ha la ostinata curiosità di scomporre gli elementi che formano le proprie sensazioni, e rintracciare quale sia la proprietà comune a tante e sì variate sensazioni che sono piacevoli, e a tante e sì variate che sono dolorose. Questo è quello che penso io di fare; e se per ventura potrò ritrovare questa proprietà, che sempre ha seco il piacere, e senza di cui non si può questo sentire, dirò d’aver mostrata la definizione di esso, e di averne spolpata l’idea, e ridotta alla nuda precisione.

Questa ricerca per sè medesima spinosa forse mi può condurre all’errore. Forse la immaginazione mi farà traviare, lo temo io stesso; pure tentiamo. I varî tasti, sui quali debbo porre le dita, forse desteranno qualche idea nuova ne’ miei lettori; lampeggierà forse fra questo buio qualche utile vista, sebbene ancor io non riesca al mio fine. Sono ben augurati sempre gli scritti che fanno ripiegar l’uomo in sè medesimo, e l’obbligano a rendersi un esatto conto di ciò che sente. L’esame attento dei fenomeni interni è lo specchio della filosofia e della morale umana. Quanto più l’uomo s’abitua a scorrere nei labirinti della propria sensibilità, quanto più si rende amico di sè medesimo, tanto migliora, perchè tanto più teme le inconseguenze ed i rimorsi. Quindi le ricerche che si fanno fra queste tenebre, quand’anche non giungano alla verità, possono paragonarsi ai lavori degli alchimisti, i quali traviando dallo scopo hanno però, strada facendo, ritrovati non solo gli utili rimedî, ma altresì le preparazioni chimiche più fortunate.

§ II.

Dei piaceri e dei dolori fisici e morali.

Tutte le nostre sensazioni si dividono in due classi, e le chiamerò sensazioni fisiche e sensazioni morali. Chiamo sensazione fisica quella, l’origine di cui si vede cagionata da una immediata azione sulla nostra macchina. Chiamo sensazione morale ogni altra, in cui questa immediata azione non si conosca.

Il dolore che nasce da una lacerazione o irritazione violenta del corpo nostro si chiama un dolor fisico; una forte percossa, un taglio, un abbruciamento cagionano un dolore fisico. Quando per lo contrario si calma la irritazione, nascono i piaceri fisici; così dopo un disastroso viaggio d’inverno un letto tepido e, molle, dopo ima sobria ed affannosa caccia una mensa delicata sono piaceri fisici: dolori e piaceri cagionati da una immediata azione sulla nostra macchina.

L’annunzio della morte d’una persona che ci è cara, l’annunzio della rovina della fortuna nostra e de’ beni nostri ci tormentano dolorosissimamente. Qual è la cagione di questo dolore? Noi non ne vediamo l’azione immediata sugli organi nostri, perciò si ripongono nella classe de’ dolori morali. Medesimamente la notizia d’una inaspettata eredità, d’una carica luminosa, d’una amicizia acquistata e desiderata da noi, ci risveglia un piacere vivissimo, senza che compaja alcun oggetto applicato agli organi della nostra sensibilità; quindi vengono chiamati piaceri morali.

Ai piaceri e dolori fisici ogni uomo anche rozzo e selvaggio è sensibile; ai piaceri e dolori morali quanto più dirozzato dalla educazione, cioè quanto è maggiore la folla delle idee che ha aggiunte alla propria esistenza. Noi osserviamo anche nelle intere nazioni della diversità su tal proposito; i popoli più inciviliti sono più sensibili alla gloria e al disprezzo; i popoli ancora più rozzi lo sono alle percosse e alla mercede. I piaceri e dolori morali sono tanto maggiori, quanto maggiore è il numero dei bisogni e delle relazioni che un uomo sente d’avere cogli altri.

Per conoscere questa verità esamino attentamente me stesso. Se nel momento in cui mi si annunzia la morte d’un mio dolcissimo amico, io potessi essere certo che dopo brevi istanti la di lui memoria non esisterà più nel mio animo, nè più mi risovverò di averlo conosciuto; se avessi, dico, questa certezza, il mio dolore sarebbe semplicemente la compassione del male altrui; sentimento il quale presa isolato fors’anco non consiste che nel fremito di alcune parti unisone della nostra sensibilità. Quel che cagiona la desolazione e lo squallore ov’io piombo, si è che in quel momento prevedo quante volte avrò davanti agli occhi l’immagine della perdita fatta; sento in quel momento la trista solitudine che mi si apre davanti, e il paragone che ne farò col bene avuto: nelle mie afflizioni non avrò più un fedele compagno, a cui senza timore manifestarmi, e riceverne consiglio e assistenza; negli avvenimenti felici non vedrò più quella gioja dell’amicizia che moltiplica la felicità, comunicandola. Dove trovare chi s’interessi meco ne’ delirj della mia immaginazione, e che per uniformità di genio avendo meco comune la curiosità di scoprire il vero mi accompagni? Dove troverò più un essere tanto grato, tanto sensibile che mi consolava ad ogni atto di amicizia che io usassi seco, dolce di carattere, robustissimo nella onestà, attivo, discreto, nobile? Così mi vado col pensiero spignendo sulla serie delle dolorose sensazioni che mi aspettano, e su quel primo momento contemporaneamente pesando tutti i momenti del dolor preveduto, resto immerso nella più crudele amarezza. Questo dolor morale nasce dalla riunione dei fantasmi che occupano la mia mente, onde la parte più nobile di me stesso appoggiando sul passato, e sull’avvenire più che sul momento attuale, e paragonando i due modi di esistere, tutta inviluppata nel timore dei mali preveduti s’immerge in un dolore morale.

Mi ripongo in una opposta situazione. Mi figuro che mi venga l’annunzio d’una luminosa, carica ottenuta. Se io potessi dimenticarmi del passato, se io non mi slanciassi nell’avvenire, la novella recatami riuscirebbe insipida, e il mio animo non sentirebbe niuna sensazione piacevole. Ma si affacciano alla mia mente le ingiustizie, l’orgoglio, la fredda indifferenza, che hanno mostrato per me alcuni uomini insolenti per la loro carica sin tanto che restai disarmato e senza potere; mi spingo nell’avvenire, e li prevedo cambiati; mi trovava nell’impossibilità di acquistarmi l’opinione pubblica, eccomi il campo aperto per guadagnarmela; ho in faccia degli amici che potrò coi beneficj rendere agiati, e sempre più ben affetti; gli emuli o riconciliati, o ridotti all’impotenza di nuocere; tutto questo ridente spettacolo mi si spalanca allo sguardo; tutte le sensazioni, alle quali vado incontro già in parte mormorano nel mio interno; il giubilo, la consolatone invadono tutta la mia sensibilità; sono immerso in un voluttuosissimo piacer morale, perchè poco, o nulla pesando sul momento presente, tutto mi appoggio sul passato e sull’avvenire.

Questi due esempj generalmente convengono a tutti i dolori morali, a tutti i piaceri morali. Essi non si risentono se non in quel momento, in cui l’animo dimentico quasi del presente si risovviene e prevede; e a misura che o teme, o spera, sente o dolore, o piacere. Se questo è vero, ne scaturisce un teorema generalissimo. Tutte le sensazioni nostre piacevoli o dolorose, dipendono da tre soli principj: azione immediata sugli organi, speranza e timore. Il primo principio cagiona tutte le sensazioni fisiche; gli altri due le sensazioni morali.

Scelgasi un piacere morale ancora più nobile e puro; figuriamoci un geometra nel momento in cui per un fortunato accozzamento d’idee ha carpito lo scioglimento di un problema arditissimo e importantissimo. Qual sarebbe la gioja di quel geometra, se egli vivesse in un’isola disabitata, sicuro che nessun uomo potrà mai sapere la scoperta da lui fatta? A me pare che poca, o nessuna consolazione ne proverebbe; o se qualche ombra ne risentisse, ciò verrebbe perchè da quella verità ne sperasse di cavarne o un uso pratico per vivere più agiatamente, ovvero maggiore attuazione a svilupparne in seguito una catena di altre curiose verità, e guadagnare così una occupazione che lo sottragga alla inazione insipida della sua vita solitaria. Il piacere adunque del matematico, quello che lo fa nudo balzare dal bagno, e scorrere pieno di entusiasmo per la città, si è la speranza de’ piaceri che in avvenire aspetta e dalla stima degli uomini, e da’ beneficj che dovrà riceverne. Per ciò dico che tutti i piaceri morali, come tutti i dolori morali altro non sono che un impulso del nostro animo nell’avvenire: cioè timore e speranza.

Un dolor morale de’ più sublimi nella sfera degli umani sarà quello che sente un cuor nobile e generoso, qualora per disgrazia o acciecato da una violenta passione, ovvero per inavvertenza abbia mancato di gratitudine a un virtuoso suo benefattore. Analizziamo i sentimenti dolorosi che lo affliggono. Egli teme il disprezzo, o almeno la diminuzione di stima degli uomini, e confusamente nell’avvenire scorrendo, se ne anticipa i mali: egli diffida di sè medesimo, e sente la probabilità accresciuta di poter di nuovo in avvenire coprirsi di simili macchie, e sempre più veder diminuita l’opinione dei buoni; ei prevede che per quanto sia generoso il suo benefattore, non potrà in avvenire stare in sua presenza così tranquillo e sereno, come vi stava in prima. Tutta questa nebbia gli offusca la serie delle sensazioni che si vede avanti, e quand’anche sul momento non le analizzi a sè medesimo, ma confusamente col solo vocabolo di rimorso annunzj il dolor che soffre, quest’è pure un semplice timore delle sensazioni avvenire.

Tutte le applicazioni che ho fatte di questo principio, le quali se avessi a riferirle, darebbero troppa uniformità e tedio, ricadono costantemente al medesimo risultato che tutti i piaceri e dolori morali nascono dalla speranza e dal timore.

Tutti i piaceri morali che nascono dalla stessa umana virtù, altro non sono che uno spignimento dell’animo nostro nell’avvenire, antivedendo le sensazioni piacevoli che aspettiamo. Abbiamo un illustre cittadino in Italia [33], il quale essendo sovrano tranquillo della sua patria, preferì la raffinata ambizione di vivere immortale nella gratitudine e memoria de’ suoi, alla volgare di comandare agli uomini nel corso della sua vita: rinunziò la Sovranità, ristabilì la Repubblica, si fece suddito delle leggi, subordinato ai giudici. Quale azione più grande, più virtuosa, più disinteressata! Silla l’avea già fatta in prima; ma Silla grondante di sangue romano, usurpatore violento d’un potere arbitrario, Silla, di cui la tirannia, fra gli sgherri e le stragi aveva immolate tante vittime, non poteva sperare che venisse mai guardato come un atto di virtù il momento, in cui per lassitudine terminava la orribile serie de’ suoi delitti. L’immortale autore [34] che lo fa parlare con Eucrate, innalza quel feroce al livello della sua grand’anima; ma la storia di quegli orrori non lascia luogo a immaginarselo somigliante al ritratto. Andrea Doria per grandezza d’animo, per vera elevazione di genio, virtuoso, pieno di gloria, nel punto, in cui abdicando la sovranità diventò cittadino, e molto più ne’ momenti in cui prevedendo quest’atto, vi si andava disponendo, ha provato certamente i piaceri morali più sereni ed energici. Si slanciava egli nell’avvenire, e diceva a sè stesso: Sulla faccia de’ miei concittadini leggerò scritta la riverenza e la gratitudine unita alla maraviglia; attraverso del timido rispetto, che i sudditi presentano al sovrano, rare volte traspirano i veri sentimenti del cuore; toglierò quest’ostacolo, e goderò di sentimenti spontanei. Non sarà certamente minore la mia influenza negli affari pubblici dopo una sì generosa abdicazione, ed ogni adesione sarà per me così dolce, come se ogni volta mi proclamassero sovrano. Regnando anche felicemente, potrebbe essere ecclissata la mia gloria da altri più felici successori; ma osando render forti al par di me i cittadini, e stabilendo una repubblica, rimarrà isolata la mia gloria, e s’innalzerà alla veduta ne’ secoli più remoti. L’affetto, la spontanea sommessione, l’ammirazione, la fama, tutti i beni che queste seco portano, gli sperava, e li vedeva di fronte, quando si apparecchiava all’atto generoso; e così la speranza era la sorgente di tutti quei piaceri morali.

L’uomo fedele alle sue promesse, grato ai beneficj, attivo nel consolare e ajutare gli uomini, disinteressato, nobile, guardingo a non nuocere sia coi fatti, sia colle parole più trascorrevoli, e talvolta più fatali, ogni volta che con un nuovo atto rinfianca i suoi principj, prevede di rendere sè stesso sempre più forte coll’abitudine al bene, e di confermare e cimentare sempre più la opinione pubblica, e singolarmente la stima degli uomini buoni. Quindi in ogni atto virtuoso che fa, sente diminuito un grado alla possibilità di perdere questi beni, e accresciuto un grado alla speranza delle sensazioni piacevoli che se gli affacciano. Il piacer morale di lui sarà sempre più forte, quanto più diffiderà della perseveranza, e quanto sarà più incerto e timoroso sulla opinione altrui.

O io m’inganno, oppure questa teoria è costante, siccome ho detto, che tutti i piaceri egualmente come tutti i dolori morali nascono dal timore e dalla speranza, in guisa tale che se potesse darsi un uomo incapace di temere o di sperare, questi non potrebbe avere che soli piaceri e dolori fisici, come vediamo appunto accader ne’ bambini, i quali sprovveduti d’idee, e altro non avendo che gli organi disposti a ricevere le impressioni, tanto meno corredati di memoria, quanto più è vicino il momento in cui cominciarono ad essere, incapaci di grandi paragoni o numerose combinazioni, non sentendo nè speranza nè timore, unicamente in preda ai dolori e piaceri fisici, non cominciano a gustare i morali se non a misura che gli anni e l’esperienza insegnano loro l’arte di sentire per antivederne. Il senso morale non si acquista se non allorquando, col seguito d’una lunga serie di sensazioni, accumulatasi una folla di idee, giugne l’uomo a conoscere la successione di diversi modi di esistere, onde si sviluppano nell’animo i due risultati speranza e timore. Sinchè ciò non si è fatto coll’opera del tempo, l’uomo altre sensazioni non potrà avere, come dissi, se non che le fisiche, le quali sono modi di esistere isolati, prodotti dalla momentanea passività degli organi, bastante ad eccitare il movimento dell’ animo.

In fatti, se attentamente esamineremo lo sviluppamento che per gradi fa l’animo d’un fanciullo, vedremo che la vergogna, la compassione, il pentimento, come l’ambizione, l’invidia, l’avidità, l’entusiasmo, i germi in somma delle virtù e dei vizj, col lungo tratto di tempo soltanto, e dopo aver fatto un grande ammasso d’idee, si vedono schiudere e sviluppare. Di che il profondo Giovanni Locke trovò già una felice dimostrazione.

§  III.

Il piacere morale è sempre preceduto da un dolore.

Dunque il piacer morale nasce dalla speranza. Cos’è speranza? Ella è la probabilità di esistere meglio di quello che ora esisto. Dunque speranza suppone mancanza sentita d’un bene. Dunque suppone un male attuale, un difetto alla nostra felicità. Dunque non posso avere un piacere morale se non supponendomi previamente un male; che tale debb’essere un difetto, una mancanza sentita alla mia felicità.

Analizziamo tranquillamente le sensazioni d’un sovrano. Esso pare agli occhi d’ognuno il centro de’ piaceri, e conseguentemente a chi ricerca di scoprir l’indole de’ piaceri è un oggetto particolarmente degno di osservazione. Figuriamoci un monarca assoluto padrone d’un vastissimo regno, temuto e rispettato dai vicini, glorioso presso le nazioni, amato, venerato da’ suoi sudditi. Sarebbe nella infelicità tristissima di non poter gustare verun piacer morale, se potesse esser persuaso che l’amore, il rispetto, l’entusiasmo del suo popolo non sono suscettibili d’un grado di più, e se non temesse di perdere il godimenti) di questi beni. Un monarca che fosse immortale, impassibile e sicuro possessore di questi beni sarebbe il solo uomo sulla terra al quale nessun altro uomo potrebbe mai portare verun fausto annunzio. La sola sorgente per lui dei piaceri morali, benchè languidi e scoloriti, sarebbe la sua noja medesima. Gli oggetti che gli facessero sperare di sottrarsi da quella letargica uniformità, gli darebbero un momento di languidissimo piacere. Così il romore d’una caccia, l’armonia, la pompa, le passioni, il ridicolo d’un teatro, facendogli sperare una preda, e interessandolo nei sentimenti degli attori, e appropriandosi le loro speranze, possono trarlo ad una esistenza meno nojosa. Egli otterrà che per qualche ora in seguito la sua mente sia occupata d’idee meno uniformi; quindi ne nascerà un qualche piacer morale. Ma a questo stato non può giugner mai un monarca. Egli non può mai esser sicuro dai mali fisici, dolori, malattie, morte; nemmeno può aver egli l’evidenza degl’intimi sentimenti di ciascun del suo popolo; quindi ha sempre nel suo animo de’ principi dolorosi di timore, i quali possono dar luogo al nascimento della consolatrice speranza. Altra sorgente di piacere ha un buon monarca, ed è quel ben augurato principio di umana benevolenza, deliziosa occupazione d’un ottimo principe, che esercitando la più invidiabile parte del suo potere, cioè adoperando i mezzi onde si diminuisce la miseria di un gran numero d’uomini, con questa sublime facoltà moltiplica le benedizioni e i voti del suo popolo, dilatando la pubblica felicità, facendo regnare la giustizia, la fede, la virtù, l’abbondanza nel suo popolo. Il bisogno che sente d’avere dei voti pubblici, bisogno inquieto e doloroso per sè stesso, ma sorgente delle più nobili azioni sconosciuta ai tiranni, il bisogno, dico, di questi voti gli rende deliziose tutte le prove di fiducia, di benevolenza, di entusiasmo che va ricevendo dai pubblici applausi. Ogni giorno più vede egli assicurarsi in favor suo quella pubblica opinione che dirige la forza. Ei vede gradatamente rendersi sempre più cospiranti a lui le azioni di ciascun cittadino; vede che sei dovrà adoperar l’impeto di fuori, concorreranno a gara i suoi popoli a rinforzarne gli eserciti; si mira già alla testa di un’armata invincibile di entusiasti. Pensa egli a un grandioso monumento, a un’opera di pubblica utilità? Quanto egli è più amato, e più possedè la opinione, tanto si spianano davanti a lui le difficoltà tutte. Egli sicuro passeggerà in mezzo al suo popolo, qualora voglia spogliarsi della importuna, ma forse a tempo necessaria pomposa maestà. Tutti questi sublimi e consolanti oggetti scuotono la fantasia d’un saggio monarca a misura che egli vi si occupa nel procurare la felicità pubblica; e la speranza di conseguire e di rassodare il possesso di questi beni è un vivissimo piacere che lo rende beato; piacere non invidiato, perchè poco conosciuto, mentre la turba, paga della corteccia degli oggetti, incautamente invidia quel pesantissimo corredo della maestà, e quelle insipide prosternazioni, e quei titoli, ai quali per lunga età avvezzo un sovrano non può essere sensibile; e quand’anche talvolta se ne avveda, non sarà per ciò che ne ritragga verun piacere morale, perchè ciò non gli fa cessare alcun dolore, nè gli seda un timore o gli desta alcuna speranza.

Un sovrano al primo ascendere che fa sul treno, e singolarmente un elettivo, il quale colla sua educazione non si poteva aspettare il regno, può essere lusingato dagli atti esterni di omaggio, perchè ciascuno di essi gli annunzia e gli ricorda ch’egli è veramente sovrano, nel tempo in cui non ancora abituato per una lunga serie di sensazioni a persuadersi pienamente d’esser tale, ha sempre nei ripostigli del cuore un resto di dubbio sulla sua nuova condizione, ed ogni atto che annienti questo dubbio è sempre un grado che si aggiugne alla speranza dei beni che ei vede uniti alla sovranità. Ma tanto è lontano che questi invidiati omaggi possano piacere, acquistata che se ne sia l’abitudine, che anzi io credo che ogni sovrano, quando potesse esser certo che il popolo fosse per venerarlo e ubbidirlo senza l’esterno apparato che percuota i sensi, volentieri se ne spoglierebbe. Ogni illuminato sovrano, quando conosca che l’uomo al quale parla veramente lo onora e rispetta, ed è pronto ad ubbidire, sommamente si compiace, se altronde lo vede libero e ingenuo manifestargli i suoi sentimenti; e talora si rallegra e gode, se essendo egli mal conosciuto, taluno lo tratti con popolare dimestichezza e con uguaglianza da uomo a uomo.

Per lo contrario gli uomini ambiziosi posti in dignità meno sicure, e delle quali il potere sia più soggetto alle instabili vicende di fortuna, sono assai più animati nel difendere i contrassegni esterni di onore convenienti alla lor carica, perchè la lor condizione è precaria e dipendente dal beneplacito sovrano. Le cariche più luminose hanno sempre degli emuli, e ben di rado si può tranquillamente riposare sulla costanza di tal destino. Questa inquietudine che sta più o meno sempre riposta nel loro cuore, si diminuisce ogni volta che scorgono atti di stima, di subordinazione e di attaccamento; poichè o sono essi sinceri e provano il voto pubblico in favore, o sono esterne apparenze soltanto, e queste almeno provano che siam temuti; conseguentemente che è forte il nostro partito. Questi atti aggiungono un momento di speranza sulla durata del potere, anzi sull’accrescimento. Per lo contrario quegli atti di famigliarità e di cittadinesca ingenuità che rallegrano un monarca, con maggior difficoltà rallegreranno un ministro, perchè il primo non teme di perdere la dignità, nè di diventare uomo comune; l’altro lo teme, nè può trovarsi bene in un dialogo che anche per breve spazio lo trasporta in uno stato temuto.

Questi pensieri in generale si verificano; nel fatto però vi sono delle eccezioni. Se un sovrano temerà di perdere il trono, non sarà più in questo caso. Se un ministro bastantemente filosofo per saper viver bene anche senza impieghi pubblici si presta per principio di virtù al bene del sovrano e dello stato; se egli consapevole de’ proprj servigi e della illuminata rettitudine del sovrano placidamente eseguirà gli ufficj del suo ministero, potrà diventare insensibile ai fasci ed ai littori che lo precedono, e conservando quell’esterior decoro che esige la scena ch’ei rappresenta su questo teatro, essere esente nel fondo del cuore da quella inquietudine che comunemente ne risente l’umanità posta in simili circostanze.

O si esamini adunque l’uomo in privata condizione, ovvero si esamini ne’ pubblici impieghi, sempre si verifica che il piacere morale non va mai disgiunto dalla cessazione d’un dolor morale; giacchè, come si è detto, il piacer morale è sempre accompagnato dalla speranza di esistere meglio di quello che ora esistiamo. Dunque prima che nasca il piacer morale dobbiamo sentire un difetto; una cosa che manca al nostro ben essere è sentire un difetto alla nostra felicità, è una sensazione spiacevole e dolorosa. Dunque il piacer morale è sempre accompagnato dalla cessazione di un male, giacchè quand’anche sia tenue la speranza, ed ella non diminuisca se non di pochi gradi la sensazione disgustosa che portiam con noi, quella quantità diminuita è altrettanto male che cessa, alla quale quantità è paragonabile il piacere morale.

§  IV.

Il piacer morale non è altro che una rapida cessazione di dolore.

Nè perciò abbiamo ancora trovata la vera definizione del piacer morale, perchè sebbene il piacer morale sia sempre accompagnato dalla cessazion del dolore che presuppone, non però ogni cessazion di dolore produce un piacer morale. Sia per esempio: un cuore sensibile ama teneramente la virtuosa sua sposa; la dolce abitudine di convivere, la uniformità di sentimenti, la bontà del suo carattere, tutto fa che in lei ritrovi la felicità de’ suoi giorni: una feroce malattia sopravviene alla sposa, e la precipita ai confini della morte. Facile è lo immaginarsi quale strazio crudelissimo soffre il cuore dello sposo; ognuno accorderà che questo sia uno de’ più violenti dolori morali. Giunto al colmo il malore con gradi tardi ed insensibili, passa dall’imminente pericolo ad acquistare alcuna speranza di ore, poi di giorni, poi non è affatto disperatissimo il caso; indi appare un piccol raggio di speranza che gradatamente e lentamente si va rinforzando sin tanto che si passa a una lunga convalescenza, indi alla sanità. Supponiamo che senza salto veruno, ma attraversando tutti gli stati intermedi che non si possono esprimere gradatamente colle voci, le quali in ogni lingua caratterizzano unicamente i modi principali e decisi, il dolor morale dello sposo sia cessato. In questo caso il sommo dolore s’andò insensibilmente mitigando, si rese poi sopportabile, indi leggiero, sin tanto che placidamente passò alla calma, senza che in un solo istante l’animo dello sposo abbia provato un piacer morale Figuriamoci ora lo sposo medesimo nel punto in cui per una falsa voce piange la perduta sua sposa, e nel momento della maggior desolazione si spalancano le porte, entra la sposa inaspettatamente ilare e sana che si scaglia fra le sue braccia; forse non avrà robustezza bastante nella fibra per resistere alla violenza del piacere; pochi piaceri morali possono essere paragonabili alla delizia di questo. Lo stesso uomo nelle due supposizioni passa dal sommo timore al non temere; la stessa persona nei due casi da un dolore cocentissimo passa alla cessazion del dolore. Perchè mai nel primo caso non provò egli nessun piacere, e vivissimo lo provò nel secondo? Ne’ due casi dall’istesso dolore passò il di lui animo alla cessazione del dolore; come dunque nasce il piacere? Nel primo non ebbe piacere, perchè la cessazione del dolore fu lenta; nel secondo caso ebbe un piacer sommo, perchè la cessazione del dolore fu rapida. Se ciò è, abbiamo la definizione dei piaceri morali, e sono una rapida cessazione di dolore.

Dei dolori morali che insensibilmente si annientano senza sentimento di piacere, ne abbiamo una schiera assai grande, e sono tutti quelli che il tempo solo fa cessare. Lo stesso sposo detto poc’anzi rimane vedovo. Uno squallido universo gli si apre davanti, non ha pace, non la spera, non è più sensibile che al dolore, e a quel dolore solo; non prevede più alcun bene nella sua vita. Dopo alcuni anni il dolore è diventato una memoria tenera, ma non tormentosa. Si è annientato il tormento senza che nell’annientarsi sia nato verun piacere morale, perchè appunto lentamente o per gradi si è estinto.

Il piacere nasce adunque dal dolore, e consiste nella rapida cessazione del dolore; ed è tanto maggiore quanto lo fu il dolore, e più rapido l’annientamento di esso. Quanto più si diminuisce la rapidità, di tanto viene a scemarsi la sensazione piacevole nella energia. Sin tanto che la cessazione si farà a salti sensibili, l’uomo proverà tanti piaceri quante sono esse cessazioni; e interamente sarà svanito ogni piacere, allor quando cesseranno i salti, e lentamente calmandosi il dolore, toccherà l’uomo tutti gli stati intermedj con pausa di tempo.

Pare che tutta la serie delle sensazioni morali adunque corrisponda ai modi possibili di esistere concepiti da noi. Nella nostra fantasia, dopo che la sperienza ci ha ammaestrati dei modi diversi ne’ quali possiamo esistere, e delle diverse affezioni delle quali possiamo essere occupati, si dipinge come una scala di questi diversi modi; e considerando sempre la nostra attuai situazione lontana dalle due estremità del sommo bene e del mal sommo, ci resta che temere e che sperare. Quindi prevedendo una prossima discesa a un genere peggiore di vita, ci addoloriamo, e antivedendo la probabilità di ascendere a una vita migliore, speriamo, e ne abbiamo piacere. Che se la nostra attuale situazione potesse da noi considerarsi giunta o all’estremità del sommo bene, ovvero a quella della somma miseria, allora non vi sarebbe alcuna sensazione morale possibile per noi, perchè la somma infelicità esclude ogni speranza, il sommo bene esclude ogni timore, e così gli uomini sono appunto sensibili alle affezioni morali, perché si conoscono lontani dalle due estremità. Le sensazioni nostre morali sono adunque relative allo stato in cui ci troviamo, a quello a cui prevediamo di dover passare. Un determinato modo di esistere non è per sè stesso nè un bene nè un male. Sarà un bene per chi da una vita peggiore vi ascenderà, e all’incontro sarà un male per chi vi decada da una vita migliore. Quanto maggiori sono i salti, e quanto sono più rapidi, tanto è più energica la sensazione. Il voluttuoso, il molle Orazio sarebbe stato consolatissimo, se avesse potuto diventar collega di Mecenate; ma l’ambizioso, l’accorto Ottavio se avesse dovuto discendere al grado di Mecenate, avrebbe trovato quella situazione la più tormentosa a soffrirsi.

Se i piaceri morali nascono da una rapida cessazione di dolore, ne viene in conseguenza che quanto meno un uomo è suscettibile dei dolori morali, tanto meno lo sia dei piaceri; ed all’opposto quanto più l’uomo è in preda ai dolori morali, tanto più lo troviamo sensibile ai piaceri. Una nazione colta e vivace in cui i sentimenti dell’onore, della gloria e della virtù sieno diffusi sopra un buon numero d’uomini, sarà molto sensibile alla cortesia, alla officiosa urbanità, alla lode; ivi l’uomo ragionevole e ben educato potrà vincere l’amor proprio altrui, e cederanno l’ire e le ostilità al dolce solletico della lode e ai contrassegni esterni di onore e di stima. Per lo contrario presso un popolo che sia meno colto, dove i bisogni fisici e l’immediata azione de’ sensi tengano tuttavia più occupata la parte principale della sensibilità, dove, mancando la folla delle idee combinate e astratte, rimanga l’anima più oziosa ad accorrere alle immediate sensazioni, ivi troveremo che o nessuno o tenuissimo sentimento faranno nascere i più raffinati offici, e nessuna o scarsissima voluttà produrranno le lodi, e i contrassegni del sentimento di stima. Il selvaggio non ha il dolor morale d’essere trascurato e confuso nella folla degli uomini; perciò non ha piacere d’essere distinto. L’uomo incivilito soffre gli stimoli dell’ambizione, ha dolore pensando di valer poco, di dover essere nascosto tutto entro la tomba; perciò sente il piacer morale della lode, ed ogni volta che può lusingarsi di valere, d’essere distinto, considerato, onorato, prova voluttuosissime sensazioni. Lo stesso principio distingue la sensibilità dell’ uomo virtuoso da quella del malvagio. Due sono le sorgenti dell’umana virtù, e sono il bisogno della stima generale e la compassione. L’uomo virtuoso soffre continuamente per questi due principj, teme la volubilità delle opinioni, teme che o l’artificio o il caso possano involargli la buona fama, non è mai bastantemente contento del grado a cui ella si trova, teme l’umana dimenticanza; mosso da tutti questi dolori morali, e spinto a continue azioni di virtù umana, cioè di quella che ha per oggetto la gloria, la lode, il sentimento del valor proprio e della propria eccellenza. La compassione, altro principio meno imperioso, ma più benefico, fa patire all’animo buono parte de’ mali altrui; e il dolor morale che nasce da questa disposizione, porta l’uomo a liberare gli altri dai malori e dalle sventure che soffrono. Per lo contrario l’uomo incallito nel mal costume, insensibile ai mali mondi, indifferente alla buona o cattiva riputazione, freddo e immobile spettatore delle altrui smanie, perchè minori dolori morali soffre, anche minori piaceri mordi può provare.

Se poi sgraziatamente troverassi impegnato nella strada del vizio un cuore originariamente buono e sensibile, lo stato di lui sarà degno di somma compassione; e perciò tormentato da cocentissimi dolori morali, sarà capace di voluttuosissimi piaceri mondi. Egli soffre il crudelissimo peso d’una coscienza che ad ogni momento lo avvilisce; quai beni può mai godere in pace quel miserabile che legge scritto in fronte agli uomini illuminati e buoni il disprezzo e la diffidenza; che in ogni sguardo teme un rimprovero, in ogni arcano la scoperta di qualche sua bassezza; che gode precariamente la buona opinione di alcuni sedotti, e la conserva con una laboriosissima sagacità di finzioni e con una intricata tessitura di artifici, e sa che al primo momento in cui gli cadesse la maschera, farebbe orrore? Se quest’uomo che di sua indole è straniero alla iniquità, con uno slancio felice carpirà il momento per fare una generosa azione, o se mutando clima, e trasportato ove la memoria de’ suoi mali non giunga, si disporrà a cominciare una serie di azioni nobili e virtuose, egli tanto maggiori piaceri morali proverà, quanto più furono austeri i tormenti che il vizio gli pose intorno al cuore. Gli sembrerà di respirare un’aria più dolce e leggiera, il sole avrà per lui una più ridente faccia, gli oggetti che gli si presenteranno gli daranno nuove e grate sensazioni, tutta la natura sarà abbellita per lui singolarmente al principio della sua onorata vita.

Non però i piaceri morali che produce la virtù sono o possono costantemente essere tali, che disobblighino gli uomini dal ricompensare l’uomo che la pratica. Sono lusinghiere le apparenze sotto le quali alcuni filosofi rappresentarono l’uomo virtuoso, quasi che nella coscienza propria ei debba ritrovare la voluttà sempre pronta, qualunque sia le stato di vita o di fortuna, sano o infermo, propizia o avversa; e ravvisarono la virtù sotto l’idea platonica di premio a sè stessa. Felice immaginazione se fosse atta a riscuotere gli uomini e guidarli sulle tracce di lei! Ma l’abitudine a ben operare diminuisce nel cuor dell’uomo il dolor morale del timore della fama, e a proporzione vanno illanguidendo i piaceri morali che vi corrispondono. Alcuni semi-viziosi vedendo l’uomo virtuoso assediato dalla gelosia e dall’invidia degli emuli, amareggiato e contraddetto, s’immaginano eh’ei trovi perfettamente ogni consolazione nel suo cuore, e soffocano in tal guisa il desiderio spontaneo di recargli ajuto. L’uomo virtuoso sente l’ingiustizia, di cui è la vittima; sente la debolezza propria contro il numero che l’opprime. Quindi il virtuoso, il forte Bruto inzuppato della idea della virtù di Platone, dopo averla esattamente seguita nelle azioni, ritrovandosi il cuore oppresso da affanni, proruppe chiamandola un sogno; non già pentendosi di averla seguita, non già negando l’esistenza di lei, ma unicamente confessando la chimera di chi s’immaginò che la tranquilla serenità d’un’anima virtuosa, che la beatitudine di occupare sè medesima della coscienza propria potessero preservare la mente e il cuore dai dolori, dalle amarezze e da quel cumulo di mali che l’avversa fortuna precipita indistintamente sugli uomini. La giustizia perciò del grand’Essere ha riservato a sè medesima la distribuzione del premio alla virtù che non può essere bastantemente ricompensata nè dal sentimento proprio, nè dalla mercede degli uomini.

§  V.

La maggior parte dei dolori morali nasce da un nostro errore.

Quantunque però io creda che la virtù stessa non basti a rendere perfettamente felice l’uomo in terra, dico che l’uomo virtuoso a circostanze eguali sarà più felice dell’uomo malvagio. Dico di più che se l’uomo potesse avere i sentimenti sempre subordinati alla ragione, sarebbe certamente meno soggetto ai dolori morali di quello ch’egli è. Ogni dolor morale è semplice timore. Questo dolore è una mera aspettazione d’un dolore contingibile. Quando siam tormentati da un dolor morale, altro male, non soffriamo in quel momento fuorchè il timore di soffrirne; questo timore spesse volte è chimerico, e sempre ha un grado di probabilità contro la sua ventura realizzazione; può dunque colla ragione o togliersi, o almeno scemarsi, o almeno, vistane l’inutilità di soffrirlo, procurarsene la distrazione. Quanto maggiori progressi facciamo nella vera filosofia, tanto più ci liberiamo da questi mali. Sia per esempio: prendo un ambizioso nel momento in cui gli viene l’annunzio che una carica da lui ansiosamente desiderata, e quasi certamente aspettata, dal principe vien conferita a un suo rivale. Ecco l’ambizioso nello squallore, nell’abbattimento, immerso in un profondo dolor morale. Un freddo ragionatore s’accosta a lui: Che fai, nomo desolato e oppresso (gli dice), perchè ti abbandoni così a un vago e forse chimerico timore? Che temi? Quasi noi sai, confusamente tu prevedi di dover viver male. Ma quai mali prevedi? Gli uomini non avranno per te quei riguardi che tu vorresti, ti stimeranno meno, sarai meno ricco? Calmati, e per poco almeno esamina questo timore a parte a parte; non prenderlo tutto in massa. Gli uomini ti mancheran di riguardi? Qualche inchino meno profondo, qualche adulazione di meno non è una perdita da farti disperare: se ambisci i riguardi degli uomini illuminati, essi non saran cambiati per te. Gli uomini ti stimeranno meno? Non già gl’illuminati; per il restante hai perduto qualche curvità negli inchini e qualche bassezza di chi mendicava il tuo favore? Non è poi grande lo scapito. Sarai mai ricco? Tutti i mali che vagamente temi, forse si riducono a salariare due o tre sfaccendati di meno, a nutrire due o tre parassiti di meno alla tua tavola. La tua sanità, la robustezza de’ tuoi anni, il concetto della tua probità, delle tue cognizioni, tutto ciò rimane intatto presso gli uomini ragionevoli, i quali sanno quanta parte abbia il caso nella distribuzion degli ufficj su di questo teatro del mondo; ti resta con che nutrirti, alloggiare, vestirti decentemente. Se un chirurgo dovesse farti soffrire una dolorosa operazione, compatirei il tuo affanno, prevedendola; ma se non puoi esser pretore o tribuno della plebe, o console, sii cittadino, sii ragionevole, non ti turbare per una chimera. Il freddo ragionatore ha una ragione così evidente, che quasi non resta più luogo a compatire l’ambizioso, se continua a delirare fra le tenebre d’un avvenire chimerico. Pure lo compatirà quell’umano filosofo, che sa quanta distanza vi sia dalla convinzione al vero sentimento.

Obblighiamo il ricco avaro ad analizzare egualmente il suo dolor morale per una porzione del suo denaro che gli venga tolto. Obblighiamo l’amante che scopre infedele e sconoscente la sua amica, e così andiam dicendo della maggior parte degli uomini appassionati, e conseguentemente più capaci di dolori morali; e troveremo che la maggior parte delle volte si addolorano per chimere sognate, e si ingrandiscono le larve d’un avvenire, al quale giugnendo poi, non si trovan sì male come previdero. Se dunque i sentimenti nostri potessero essere sempre posti al prisma della ragione e analizzarsi, una gran folla di dolori morali verrebbe ad annientarsi per noi, e faremmo come quel cinico, il quale scoprendo che comodamente poteva bere l’acqua nella cavità della sua mano, gittò il bicchiere come un peso inutile nel suo fardello. Ma la previsione dei mali è talmente nebbiosa e tumultuaria nell’uomo appassionato, che non dà luogo sì tosto a sminuzzarli uno ad uno; anzi quantunque talvolta ci avvediamo che il dolor nostro è una mera apprensione di dolori possibili o probabili, sondo questi tanto vagamente e scontornatamente dipinti alla fantasia, non possiamo nè conoscerli nè apprezzarli con distinzione; ma ci rattristano per le tenebre medesime che in parte li involgono, e questo scanoscimento accresce in noi la diffidenza di superarli.

Un’altra difficoltà incontra l’uomo per uniformare ai dettami della tranquilla ragione tutti i suoi sentimenti, ed è questa; che difficilmente possiamo noi stessi ritrovar l’origine e la genesi di molti de’ sentimenti nostri. È come un fiume, di cui propriamente non sai indicare qual sia la prima sorgente, poichè lo formano mille piccoli, divisi e lontani ruscelletti, i quali si frammischiano col discendere; così i sentimenti sono conseguenze di tante e sì varie e sì mischiate idee in tempi diversi e successivamente avute, sicchè la mente umana si smarrisce e si perde rintracciando i capi di tanti piccolissimi e intralciatissimi fili che ordiscono la massa d’una passione; e come d’un fiume non puoi toccare con sicurezza il punto onde comincia, così nemmeno esattamente, puoi toccare il più delle volte l’idea primordiale da cui nasce un sentimento.

Se però nè tatti i dolori morali, nè la maggior parte di essi è sperabile di prevenirti coll’uso della sola umana ragione, ella è però cosa certa che varj possono da quella essere scemati, come dissi. L’uomo selvaggio ha pochissimi dolori morali; l’uomo incivilito ne acquista in gran copia; l’uomo che perfeziona rincivilimento addestrando la sua ragione, e applicandola alle azioni della vita costantemente quanto si può, torna, riguardo ai dolori morali, ad accostarsi al selvaggio. Così quale nelle scienze dall’ignoranza si comincia, e all’ignoranza si ritorna, passata che siasi la mediocrità, tale nella coltura si parte dalla tranquillità, si va al tumulto, e da quello progredendo si avvicina di nuovo alla tranquillità.

§  VI.

Sviluppamento della teoria dei piaceri e dei dolori morali.

Sinchè un uomo però è capace dei due sentimenti motori, timore e speranza, è soggetto ai dolori ed ai piaceri morali. Questo modo di sentire, assente l’oggetto esterno, è un fenomeno che dipende interamente da quell’ignota parte di noi che chiamasi memoria: parte di me che agisce sopra di me, che tien luogo di oggetto esterno, che da sè eccita moti e passioni; che essendo io paziente, opera in me, mio malgrado talvolta, e forma essa sola quel me quell’io, che consiste nella coscienza delle mie idee. Quest’enigma della mia propria essenza tanto umiliante, questa memoria è la produttrice di ogni mio piacere o dolor morale, poichè non si danno questi se non per la speranza o per timore; nè speranza o timore senza idee dei beni e dei mali; nè queste senza averli provati e risovvenirsene.

Come mai, quando la fantasia ci rende presente l’aspetto de’ mali futuri e ci agita il timore, nasce in noi la sensazion del dolore? Questo è un mistero che l’Autore dell’l’universo non ha conceduto all’uomo di penetrare. La cagione delle sensazioni nostre è talmente oscura che l’ingegno dispera di rintracciarla giammai. Quando un ferro rovente a caso si accosti alle mie membra, risento un dolor fisico: so che allora ivi si lacera e si scompone la mia macchina: so che risento dolore; ma qual relazione abbiano questa lacerazione e questo scompaginamento colla mia sensazione del dolore, non lo so. Se non intendo questa relazione, se non distinguo gli anelli di quella catena che unisce la fisica lacerazione colla sensazione dolorosa, quantunque una delle due estremità sia da me conosciuta, come mai spererò di conoscere e distinguere gli anelli di quell’altra catena che comincia dall’immagine presentata dalla memoria, e termina alla sensazione? In questo secondo caso non conosco nè l’una nè l’altra delle due estremità. Forse la memoria quando è vivacissima, e chiamasi fantasia, cagiona una irritazione nelle parti più interne della mia macchina. Il pallore, l’ansietà del respiro, il precipitoso battere delle arterie, il tremore delle membra, la torbidezza dello sguardo, che accompagnano la sola viva apprensione del male senza alcuna fisica azione esterna attuale, possono far credere probabilmente uno scompaginamento interno prodotto da quella stessa facoltà di ricordarci, che è la sorgente della maggior parte de’ beni, come de’ mali della vita. Ma in questa materia non si può cautamente ragionare se non col forse.

Dirà taluno: È vero che ogni piacer morale consiste nella rapida cessazion del dolore; ma egualmente potrà dirsi che ogni dolor morale consiste nella rapida cessazione di un piacere. Ma a ciò rispondo che una simile generazione reciproca non si può dare; e per conoscere che ciò non si può, basta il riflettere che se ciò fosse, non potrebbe l’uomo cominciar mai a sentire nè piacere nè dolor morale; altrimenti la prima delle due sensazioni di questo genere sarebbe e non sarebbe la prima in questa ipotesi, il che è un assurdo. Eccone la prova. Dopo il momento in cui l’uomo ha ricevuto la vita, vi deve essere un primo piacer morale, e un primo dolor morale. Supponiamo noi che la prima di queste due sensazioni sia un piacere? Se questo consiste nella rapida cessazione di un dolore, è stato preceduto da un dolore; dunque la sensazion del piacere non è stata la prima. Supponiamo noi invece che la prima sensazione sia stata un dolore? Se fosse vero che questo consistesse nella rapida cessazione d’un piacere, il dolor pure non sarebbe stato la prima sensazione. Dunque evidentemente si conclude non esser possibile quest’alternativa essenziale generazione; e se il piacer morale consiste nella rapida cessazione d’un dolore, ne viene per conseguenza sicura che il dolor morale non può consistere nella rapida cessazione del piacere, perchè il primo piacer morale che ha sentito l’uomo sarà nato dalla distruzione rapida di un dolore che non è stato preceduto da verun piacere. Dunque o nè l’una o nè l’altra di queste generazioni è vera; oppure se una di esse è vera, l’altra è impossibile. Se dunque concludentemente si prova che il piacer morale sia una cessazione rapida d’un dolore, ne verrà per conseguenza che il dolor morale non può consistere in una cessazione rapida di un piacere.

Il signor di Maupertuis ha voluto calcolare i piaceri e i dolori, e il risultalo che ne scaturisce al paragone, si è che la somma totale dei secondi eccede; onde valutata l’intensione e la durata delle affezioni dell’animo nostro, più pesano le disgustose che le amabili, e più soffriamo di quei che godiamo, qualunque sia la condizione e fortuna nostra nel corso della vita. Questa conseguenza che ogni uomo trova pur troppo vera nella serie delle umane vicende, scaturisce, almeno per le sensazioni morali, dalla stessa definizione che abbiam ritrovata del piacere. Questo è una rapida cessazion del dolore; questo non può mai essere una quantità maggiore di quella che ha fatta cessare. Può essere assai più energico, perchè concentrato in pochi istanti; ma la somma totale distesa per lo spazio di tempo in cui si è sofferto il dolore che rapidamente è ceduto, non può esser minore dell’effetto. Ogni piacer morale che si gode, suppone una quantità uguale per lo meno di dolore che si è sofferto; sin qui potrebbero essere bilanciate le due quantità. Ma tutti i dolori che non terminano rapidamente, sono una quantità di male che nella sensibilità umana non trova compenso, ed in ogni uomo si danno delle sensazioni dolorose che cedono lentamente. Dunque se è vera la definizione già data del piacer morale, di necessità deve l’uomo più soffrire che godere nella serie delle sensazioni morali.

Un’altra conseguenza scaturisce da questo principio, ed è che non può l’uomo sentire due piaceri morali contigui; se il primo almeno non è frammisto a qualche porzion di dolore; poichè il secondo piacere consistendo nella cessazion rapida di un dolore, forz’è che questo dolore coesistesse col piacer primo. Quindi due piaceri perfetti di seguito nella serie delle sensazioni morali saranno impossibili a darsi, ma necessariamente dovrà interporvisi un dolore la di cui rapida cessazione cagioni il secondo. Ed esce perchè la felicità vera e depurata da ogni male non possa fisicamente essere uno stato durevole nell’uomo nemmen per poco, ma appena per brevissimi intervalli ne vegga dei lampi per ripiombare ben tosto nel desiderio animatore di riaccostarsi a quella seducente immagine, di cui sollecito e ansante va in cerca durante lo spazio della sua vita. È una verità malinconica, ma egualmente costante, che l’uomo può essere occupato da un seguito non interrotto di dolori, e discendere per lungo tratto di tempo verso la infelicità senz’altro limite che la stupidità, o la morte; perchè uno scompaginamento, una lacerazione, una distensione ne’ nostri organi non esclude una successiva nuova lacerazione, scompaginamento e distensione. Laddove sebbene possa succedere a un piacere frammisto con molto dolore una nuova cessazione rapida di altra porte di dolore, e così un piacere meno amareggiato, sintanto che si giunga a un momento di felicità; questa scala però nell’ascendere non può essere tanto lunga quanto lo è quella della discesa. In fatti il dolore o morale o fisico può occupare miseramente un uomo per più giorni senza lasciargli intervallo o pace bastante per chiuder gli occhi al sonno; ma nessuna serie di piaceri vi sarà che basti a tenere occupato piacevolmente un uomo più giorni senza che il sonno, la lassitudine, la sazietà l’abbiano interrotta. Non v’è piacere o morale o fisico il quale non s’annienti nell’animo nostro alla sensazione d’un forte mal di capo o di denti Ecco perchè l’immaginazione d’ogni uomo facilmente può figurarsi un cumulo di mali, e uno stato durevole di pene e di assoluta miseria; e per lo contrario non può nemmeno nel liberissimo regno della nostra immaginazione dipingersi uno stato di vita sempre giocondo e felice, libero da ogni noja e da ogni sazietà. Ecco perchè le descrizioni del Tartaro riescano sempre più colorite e verosimili di quelle dell’Eliso, le quali dopo inutili sforzi compiono stentate e fredde, quand’anche sieno fotte da uomini dotati di somma immaginazione. La religione può sola consolarci a vista di queste triste verità; essa ci assicura di un tempo in cui modificatasi altrimenti la sensibilità nostra, saremo capaci d’una serie non interrotta di purissimi piaceri, della quale frattanto portiamo inerente a noi stessi il desiderio.

§  VII.

Dei piaceri e dei dolori fisici.

Ho ragionato sinora dei piaceri e dolori morali, e di questi credo d’aver ritrovata l’indole e la definizione, dicendo essere i primi una rapida cessazione di dolore, e i secondi un timore. Resta ora che entriamo nella medesima analisi sui piaceri e dolori fisici, affine di conoscere se essi sieno d’uguale o d’indole diversa dei morali.

Ogni lacerazione che si faccia sopra di un corpo vivente, o col ferro o col fuoco, ovvero colla compressione, cagiona quel sentimento che esprimiamo colla parola dolore. I gradi poi di intensione differente hanno fatto inventare le parole irritazione, incomodo, pena, smania, spasimo e desolazione, colle quali si indica il dolore a misura che dalla più debole azione passa ai modi più forti e violenti, giunto ai quali distrugge la sensibilità medesima, e l’annienta colla vita. Tale è la cagione di ogni dolore fisico, che sempre nasce da una lacerazione o sulle esterne, ovvero sulle parti interne del nostro corpo; giacchè anche la semplice compressione o stiramento delle parti sensibili, sebbene non sempre lasci dopo di sè la cicatrice visibile della lacerazione, non può comprendersi se non immaginando una separazione violenta di alcune parti della organizzazione. Sin qui mi pare di appoggiarmi al vero, e di poter affermare il dolor fisico esser sempre cagionato da una lacerazione e distacco delle parti sensibili; ma come questa lacerazione produca in me il dolore, come questo porti e noi e gli animali tutti alla fuga, al moto, alle grida, questo è l’arcano che io dispero di giammai conoscere. Il signor di Maupertuis mi ha dettò che il dolore è una sensazione che dispiace d’avere, e lo saprei da me stesso, come ognuno lo sa; ma non per questo siamo noi avanzati punto nel labirinto della sensibilità. Giunto che io sia a conoscere che la lacerazione e separazione di una parte sensibile produce il dolor fisico, e che questo non si dà senza di quella, io non ho più guida per un passo sicuro avanti. Allora rimango abbandonato alla immaginazione; essa mi fa parere che la sensibilità nostra si raggruppi, per così dire, e si condensi tutta intorno la parte del corpo nostro  che soffre lacerazione. Sembra che il dolore sia un rannicchiamento forzato del nostro animo, e che la gioja che gli succede, qualora cessi rapidamente, sia una espansione dell’animo istesso che ripiglia il suo elaterio [35], e si dilata sugli oggetti più rimoti. Sembra ancora che una tale condensazione della nostra sensibilità non si faccia al momento, ma con prevenzione e apparecchio: soffriamo assai più dolore per un piccol taglio fattoci da un chirurgo, di quello che ne proviamo se una spada improvvisamente ci trapassi il corpo. Nel primo caso la lacerazione sarà minima e per lo spazio e per la finezza dell’acciajo, e ci dogliamo; mentre appena ci accorgiamo nel secondo d’essere feriti. Ciò m’induce a credere che per ammassare me stesso in una data parte del mio corpo e trasportarvi la sede della mia sensibilità, e attentamente esaminare quanto ivi accaderà, conviene che in prima io ne sia avvisato; altrimenti diramando l’animo nostro una sensibilità eguale su tutto il nostro corpo, quella sola porzione di sensibilità è colpita nelle lacerazioni impensate, che trovavasi al luogo in cui seguì la distrazione; e questa, se però basta a renderci quasi indifferenti i colpi non antiveduti, basta altresì ad avvisarci del danno accaduto, e condensarci poi d’intorno ad esso per una disgraziata attrazione che ci rende più cocente il dolore. Ma queste immagini non sono appoggiate a fatti o a sperienze tali da renderne contento un pensatore. Tale è la condizione nostra, che dei movimenti che succedono in noi medesimi quando ci troviamo ridotti all’ultima analisi, mancano i mezzi e gli stromenti per separare gli elementi e le fila originarie. Abbandoniamo perciò il pensiero di conoscere l’essenza, e accontentiamoci di sapere che il dolor fisico è un sentimento cagionato dalla lacerazione delle parti sensibili.

L’istessa impenetrabile nebbia sta intorno al sentimento del piacere. Non ne cerchiamo l’intima essenza; ma per accostarci al mistero che lo racchiude, io considero che una gran parte de’ piaceri fisici consiste in una rapida cessazione di dolore. Arso dalla sete dopo lungo cammino fatto ai cocenti raggi del sole nella calda stagione, dopo averla sofferta per lungo tempo, e cercato inutilmente ristoro, trovo finalmente una fresca soavissima bevanda; in quel momento provo un piacer fisico assai sensibile, e questo facilmente si vede cagionato dalla rapida cessazione del dolore. Affamato trovo una lauta cena; tanto ne è maggiore la delizia, quanto più forte la fame sofferta; e questo piacer fisico è pure una rapida cessazione di dolore. Oppresso dalla stanchezza trovo un letto agiato; intirizzito dal freddo vengo trasportato a un tepido ambiente. Questi sono piaceri vivissimi, piaceri fisici, cioè cagionati da una visibile azione sugli organi, e sono piaceri consistenti nella rapida cessazion del dolore. Se ben si rifletta, si troverà che la maggior parte dei piaceri fisici è di questo genere, e che evidentemente si conosce consister essi in una rapida cessazion di dolore.

Molti oggetti si osservano con tranquillità da un anatomico; molte idee si analizzano senza tumulto di passione da un curioso investigatore de’ principj; ma talvolta il risultato pericolosamente si presenterebbe nell’estrema sua semplicità all’esame del pubblico. L’uomo curioso di meditare, che leggerà queste mie ricerche, non mi vorrà rimproverare ogni ommissione, e qualche applicazione negligentata non farà presso di lui pregiudizio alla teoria.

Talvolta l’uomo, anche senza avvedersene, risveglia in sè medesimo delle sensazioni inquietissime unicamente per sentirle rapidamente cessare. Forse l’uso di quella polve caustica che sogliamo fiutare; forse l’uso che alcuni fanno masticando un’erba disgustosa e sozzamente preparata: forse l’abituazione di riempirsi la bocca col fumo d’un vegetabile stimolante, l’uso della senape nelle vivande e simili sono stati introdotti per questo principio. Molti uomini protraggono il passeggio o il ballo sino alla stanchezza per sentirla rapidamente cessare adagiandosi. Questa classe di piaceri procuratisi da noi colla volontaria creazione di un previo dolore non sono tanto circoscritti, quanto sembrerebbe al primo aspetto.

Se dunque tutti i piaceri morali e una gran parte dei piaceri fisici consistono nella rapida cessazion di dolore, la probabilità, l’analogia riportano a credere che generalmente tolte le sensazioni piacevoli consistono in una rapida cessazion di dolore. Quello che più d’ogni altra dosa mi persuade, si è riflettere che molte volte l’uomo ha dei dolori; ma avendo essi la loro sede in qualche parte dell’organizzazione meno esattamente sensibile, soffre bensì, ma non sempre sa render conto a sè stesso del principio che lo fa soffrire, e dalla cessazione rapida di quel dolore innominato ne nascono de’ piaceri, dei quali la sorgente esattamente non si conosce. In prova di ciò si rifletta ai diversi nostri modi di sentire. Le parti del nostro corpo più abituate al tatto quando sieno offese da qualche corpo estrinseco, danno una sensazione decisa, per cui ci accorgiamo precisamente della azione che si fa sopra di noi. Le parti per lo contrario meno abituate al tatto, quando vengono esposte all’azione d’un corpo estraneo, ci producono una sensazione più muta ed incerta; e sebben distinguiamo se sia dolorosa o piacevole, non però finitamente conosciamo qual precisa azione si faccia sopra di noi Per esempio: se alla parte interna delle dita un corpo mi cagionerà dolore, io distinguerò esattamente se sia per troppo freddo o troppo caldo, se tagliente, se pungente; distinguerò se il dolore che soffro venga da pressione, da division di parti, da lacerazione ecc. Ma se la medesima azione si farà sopra un piede, ovvero sopra un braccio, parti meno esercitate al tatto, l’uomo sentirà un dolore, ma esattamente non saprà se vengagli fatta pressione o lacerazione ecc. Progredendo in questo esame io trovo che le parti interne della nostra organizzazione sono sensibili alle azioni dei corpi che possono ferirle, lacerarle o irritarle; ma essendo esse più di rado toccate, ancora più muta e indecisa ne risulta la sensazione. Un dolor di capo suppone certamente qualche irritazione interna sugli organi: ma qual è il punto preciso che duole? Il dolore è egli una puntura? È egli una distensione? È egli una pressione? Nol so. Duole il capo, l’uomo sta male, ma precisamente non può nominare il luogo, il punto in cui succede lo sconcerto. I dolori alle viscere sono dell’istessa natura. Vagamente si può dire presso a poco: In questo spazio sento il dolore; ma non se ne può con precisione indicare il luogo, o la qualità dell’azione che ci fa soffrire. Il dolor de’ denti medesimo talvolta è incerto a segno che indichiamo un dente sano come sede del dolore, il quale realmente risiedeva nel dente vicino cariato, e fattovi più attento esame, chi lo soffre se ne avvede. Ciò accade perchè, come dissi, le parti di noi meno avvezze al tatto ci cagionano sempre delle sensazioni annebbiate ed equivoche. Infatti che altro significano queste parole tedio, noja, inquietudine, malinconia, se non un modo di esistere doloroso senza che ci accorgiamo di qual natura sia, o in qual parte di noi la sede del dolore? Ciò posto io rifletto che ogni uomo ha quasi sempre seco qualche dolore di questa natura, perchè ogni uomo ha qualche fisico difetto nella sua macchina; per esempio, qualche viscere sproporzionatamente, grande o angusto, qualche corpo estraneo, o nel fiele o ne’ reni ecc. Un anatomico avrebbe di che troppo contristare, un lettore colla serie de’ mali che può aver l’uomo entro di sè senza avvedersene; mali i quali ci cagionano de’ vaghi e innominati dolori, cioè dolori che più o meno ogni uomo soffre senza esattamente distinguerne la cagione. E sono questi dolori innominati, dolori non forti, non decisi, ma che ci rendono addolorati senza darci un’idea locale di dolore, e formano vagamente sì, ma realmente il nostro mal essere, l’uneasiness conosciuta dal pensatore Giovanni Locke. Questi dolori innominati sono a parer mio la vera cagione di quei piaceri fisici, i quali a primo aspetto sembrano i più indipendenti dalla cessazion del dolore.

§  VIII.

I piaceri delle belle arti nascono dai dolori innominati.

La musica, la pittura, la poesia, tutte le belle arti hanno per base i dolori innominati in guisa tale che, se io non erro, se gli uomini fossero perfettamente sani e allegri, non sarebbero nate mai le belle arti. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Esaminiamo infatti l’uomo nel momento in cui è veramente allegro, contento e vivace, e lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e ad ogni bell’arte, a meno che la precedente abituazione meccanicamente non lo porti a riflettervi, ovvero la vanità di mostrarsi sensibile non lo renda ipocrita in quel momento. L’uomo vigoroso che ha la contentezza nel cuore, è nel punto il più rimoto della sensibilità: questa s’accresce col sentimento della nostra debolezza, dei nostri bisogni, dei nostri timori. Un uomo che abbia della tristezza, s’egli avrà l’orecchio sensibile all’armonia, gusterà con delizia la melodia d’un bel concerto, s’intenerirà, si sentirà un dolce tumulto di affetti, godrà un piacer fisico reale, cioè sarà rapidamente cessato in lui quel dolore innominato, da cui nasceva la tristezza coll’esser l’animo assorto nella musica, e sottratto dalle tristi e confuse sensazioni di dolori vagamente sentiti e non conosciuti. Anzi per uscire dalla tristezza che lo perseguita, l’uomo da sè medesimo si ajuta, e cerca di abbellire e di animare coll’opera della fantasia l’effetto delle belle arti, e per poco che abbia l’anima capace di entusiasmo, come nella casual posizione delle nubi ei ravviserà le espressioni di figure in vario atteggiamento; così nelle variazioni musicali s’immaginerà molti affetti, molti oggetti e molte posizioni, alle quali il compositore medesimo non avrà pensato giammai. La musica singolarmente è un’arte, nella quale il compositore dà occasione a chi ascolta di associarsi al suo travaglio per ottenere l’effetto della illusione. Una bella pittura, una sublime poesia faranno qualche senso anche in chi non ne abbia gusto o passione; ma una bella musica resterà sempre un romore insignificante per chi non abbia orecchio a ciò fatto e positivo entusiasmo, per la ragione già detta che la musica lascia fare la più gran parte alla immaginazione di chi l’ascolta. Perciò la medesima musica piacerà a diverse persone nel tempo medesimo in cui le sensazioni di esse saranno diversissime; uno la troverà sommamente semplice e innocente; l’altro tenera e appigionata; il terzo la troverà armoniosa e ripiena, e così dicendo. Le quali diversità non accaderanno sì facilmente nel giudicare della pittura, nè della poesia; perchè, come dissi, in queste l’artista è attivo, e l’ascoltatore, purchè abbia una squisita sensibilità, è quasi puramente passivo; laddove nella musica l’asaltatore deve coagire sopra sè stesso, e dalle diverse disposizioni del di lui animo accade che ora in un modo ora nell’altro agisca, e siano così diverse le sensazioni prodotte dal medesimo oggetto occasionale.

La pittura parimente non occuperà l’attimo ilare e giocondo di un uomo in un momento felice; ma per poco ch’egli sia rattristato da qualche passione e dolore innominato, l’uomo si presterà alla di lei azione, e da quella l’animo di lui resterà più o meno occupato. Le anime appassionate saranno più sensibili a’ quadri i quali svegliano sentimenti. Gli altri meccanicamente conoscitori potranno essere assorbiti dalla maraviglia per le difficoltà superate dall’artista, per la destrezza e gradino col quale son disposte le figure, le ombre e i colori. Nell’animo assorbito da quest’oggetto cessa rapidamente il dolore innominato, e ne nasce il piacere; ma per gustare un più gran numero di piaceri nella pittura conviene ch’ella non desti nel cuore de’ sentimenti. La cessazione dei dolori innominati allora è più frequente, perchè più l’anima viene con ciò distratta dalla stato di prima, e interamente occupata di oggetti che creano dolori, e gli estinguono e li riproducono, e rapidamente gli annientano a vicenda. Io ho provato un piacere assai vivo nel mirare la prima volta un quadro rappresentante la partenza d’Attilio Regolo da Roma. L’eroe campeggia nel mezzo, vestito della toga e del lato clavo [36]; la fisonomia presa dall’antico esprime una placida e ferma virtù: pareami però nel riflettervi ch’ei premesse a fondo un profondo dolore. Egli è nell’atto di incamminarsi alle navi cartaginesi che sono nel Tevere, alle sponde del quale si passa l’azione. Conobbi alla somiglianza il figlio dell’eroe; fanciullo ancora, sembra opporsi passionatamene al passo di suo padre, mentre una figlia si copre il volto con una mano del padre in atto di baciarla, e stringendola fra le due tenere sue mani, cela le proprie lagrime e la sua disperazione. Poco discosto da Attilio sta il console romano; la tranquilla maestà che gli signoreggia nel volto, non gli toglie punto i tratti d’una sensibile e dolente amicizia. Una folla di Romani stassene dalla parte del console, e i più rimoti s’arrampicano sulle piante per veder l’eroe al grand’atto. Una romana che si vede per il dorso stendente il braccio verso l’eroe, e additandolo a un suo pargoletto, sembra ammaestrarlo con quest’esempio, e dirgli: Mira, quegli è un romano. Frattanto due Cartaginesi abbronziti sul mare, e che si distinguono al barbaro vestito, non meno che per i tratti odiosi della loro fisonomia, compajono attoniti e confusi. Tutto il quadro esattamente è conforme al costume, e spira grandezza e sentimento. La voluttà che ne provai non fu breve; mi sentii commovere come da una tragedia; mi feci illusione, come se esistessero gli oggetti; m’immaginai i loro sentimenti, le loro parole in quell’atto; tristezza, compassione, rispetto, ammirazione, stupore furono i diversi affetti  che successivamente mi agitaron l’animo. L’idea di questo quadro pieno di calore e di grandezza è nata da un gran ministro per cui fu fatto, il di cui genio ha operato una felice rivoluzione negl’ingegni dei popoli alla sua cura confidati.

Parimente al teatro uno spettatore veramente lieto e vegeto si troverà poco sensibile, e sarà continuamente distratto; laddove per lo contrario l’uomo che trovisi un po’ infelice, s’intenerirà, singhiozzerà, proverà una voluttà squisitissima alla rappresentazione d’una buona tragedia. L’uomo le poche volte, nelle quali veramente sta bene entro di sè stesso, non si piega mai, nè si lascia assorbire da un solo oggetto; i nostri affetti, le nostre idee sarebbero di lor natura repubblicane, e non consentono in fatti a soffrire un dittatore se non quando i torbidi interni ci costringono. Ogni uomo entusiasta, ogni uomo che appassionatamente ama o una scienza, o una bell’arte, o un mestiero, o cosa qualunque, non lo ama peraltro se non perchè egli è originariamente infelice con sè medesimo, e tanto più avidamente ama i mezzi per sottrarsi, quanto è maggiore la somma dei dolori innominati ch’ei soffre abbandonato a sè medesimo. L’uomo che esiste male, isolato, cerca di darsi in preda ad un oggetto prepotente per essere da quello occupato; ma l’uomo robusto, lieto e felice sfiora sorridendo gli oggetti, e signore della natura domina le sensazioni proprie tranquillamente. Quindi poca o nessuna compassione troverai presso di lui non già per durezza o per malignità, ma per la volubilità naturale del suo felice animo che leggermente si occupa, tutto vede, nulla esamina e sente un solletico bensì nelle idee, ma non urto, impeto giammai. Molti hanno detto che gli sciocchi sono felici; io anzi dico che i felici sono sciocchi, perchè l’uomo che non soffra il pungolo del dolore e che tranquillamente viva vegetando, non ha una ragion sufficiente per superare l’inerzia e attuarsi presso di verun oggetto; quindi nessuna parte dell’ingegno se gli può sviluppare, e nessuna idea viene da lui esaminata attentamente. Non v’è principio che lo obblighi a balzar fuori dall’indolenza ed affrontare la fatica. Non è dunque la sciocchezza cagione della felicità; ma al rovescio l’uomo è sciocco, perchè è felice. In fatti troveremo che tutti gli uomini, che coltivano le scienze e le arti con qualche buon successo, furono spinti dall’infelicità e dalla folla de’ mali sulla laboriosa carriera che hanno battuta. Leggiamo le memorie degli uomini più illustri in qualsivoglia parte dell’umano sapere, e troveremo costantemente che o la domestica inopia, o la persecuzione, o il disprezzo altrui, ovvero i mali di una cagionevole organizzazione gli spinsero all’azione, al moto, alla fatica; la qual fatica per sè stessa è dolorosa, e non si abbraccia dall’uomo naturalmente se non quando inseguito da un dolore ancora più grande spera in essa di ritrovare un salvamento; ella è un dolore meno grande dell’altro che si soffrirebbe senza di lei; e l’uomo fuggendo sempre il dolore, lo abbraccia non per acquistare una quantità di esso, ma per rifiuto e fuga della porzione eccedente. Ed ecco come non solamente ogni piacere che risvegliano le scienze e le belle arti, nasca dai dolori principalmente innominati, ma dai dolori nasca ogni spinta a conoscerle, a coltivarle, a ridurle a perfezione. Così l’idea terribile del dolore è l’archetipo di quella serie di purissimi piaceri, che fanno la delizia delle anime delicate e sensibili.

Sebbene parlando de’ dolori innominati io principalmente gli abbia attribuiti all’azione fisica immediata de’ corpi sugli organi nostri, non intendo dire perciò che una parte di questi non venga anche da sensazioni morali mal conosciute. Nella società di persone, le quali mostrino indifferenza per noi, o poca stima, proviamo un dolore innominato, e lo chiamiamo noja, quando quel sentimento è più deciso e conosciuto, lo chiamiamo umiliazione, dispetto, ecc. L’amor proprio riempie l’animo nostro di sentimenti innominati, qualunque volta sia offeso mediocremente senza grande impeto. I dolori innominati adunque possono essere o fisici o morali; sono soltanto alcune affezioni dolorose sordamente, le quali fanno un mal essere in noi senza che la riflessione nostra ne abbia analizzata e riconosciuta esattamente la cagione.

§  IX.

Applicazione del principio alle belle arti.

Se il fine delle belle arti si è quello di cagionar piacere e allettarci con esso a ben accogliere l’utile, dalla teoria esatta del piacere ben conosciuta dovrebbero dedursi come corollarie conseguenze i principi primordiali delle belle arti istesse. Non è tanto difficile all’artista di colpire e sorprendere al bel principio, quanto assai più è difficile il conservarsi attento lo spettatore, e con una serie di piaceri sempre gradatamente crescenti, sebbene interrotti, impegnarne l’attenzione per qualche tempo costante. Le prime arcate clamorose d’una grande orchestra, il primo periodo d’un oratore che con enfasi declami, il primo affacciarsi d’un quadro grande e colorito vivacemente, la prima scena d’una rappresentazione teatrale ottengono facilmente il fine di aver lo spettatore attento ed occupato d’un primo piacere, quale si è la sorpresa, da cui nasce l’istantanea cessazione de’ dolori innominati e la distrazione da sè medesimo. La grand’arte consiste a sapere con tanta destrezza distribuire allo spettatore delle piccole sensazioni dolorose, a fargliele rapidamente cessare, e tenerlo sempre animato con una speranza di aggradevoli sensazioni, in guisa tale ch’egli prosegua ad essere occupato degli oggetti proposti, e terminatane l’azione, richiamandosi poi la serie delle sensazioni avute, ne veda una schiera di piacevoli, e sia contento di averle provate. A tal proposito io osservo che sarebbe intollerabile una musica, se non vi fossero opportunamente collocate e sparse delle dissonanze, le quali cagionano una sensazione disaggradevole e in qualche modo dolorosa. Così nella poesia dei versi aspri distribuiti sapientemente a tratto a tratto cagionano una sensazione disgustosa, e rapidamente la fanno cessare armoniosi e sonori versi. Così nella pittura alcune ombre più crude, alcuni tratti di pennello studiatamente strapazzati sono un oggetto spiacevole a vedersi, ma ci forano gustare la delicatezza, la luce, il colorito e il finimento del restante. Le belle donne amano più di comparire di notte, anzi che colla luce del giorno. Di giorno il gran corpo della luce parte da un canto solo, tutte le prominenze del volto, tutte le cavità ricevono un’ombra, la quale rende inarcati i tratti. Una sala da ballo signorilmente illuminata invece riceve la luce da tutte le parti in un colpo stesso; tutta la figura è uniformemente rischiarata e quasi sempre tacente. Forse l’arte dello scrivere piacevolmente consiste in ciò che reciprocamente non tanto i suoni delle voci, ma le immagini ancora si alternino disgustose, poi aggradevoli e gentili.

Un seguito d’idee tutte geometricamente ordinate e con simmetria disposte forma un libro eccellente per insegnare una scienza; ma un’opera piacevole ed elegantemente scritta fa ritrovare le grazie e i vezzi frammezzo ad un leggiadro disordine. L’abile artista in ogni genere debb’essere come il voluttuoso giardiniere d’Aristippo. Un lunghissimo viale piano, uniforme, fra due siepi paralelle [37] t’invita a un nojosissimo passeggio, che sempre ti presenta l’oggetto medesimo, e ti guida alla stanchezza prima che ti sia avveduto d’aver cambiato luogo. A quel viale s’assomiglia ogni opera laboriosa, esatta, regolare, ove non siavi verun lato negligentemente tocco. Quel viale è un placido poema di versi tutti sonori, è una musica tutta di consonanze, è una pittura cinese tutta monda e di vivaci calori. Non vi erano viali nel giardino di quel filosofo. Il passeggio era preparato con una varietà deliziosa. Un sentiero t’invitava al bosco: l’attraversavi calpestando l’erbe e i fiori che i raggi del sole non avevan veduti mai: una fresca umidità, un sacro silenzio regnavano d’intorno, e quasi provavi piacere e timidezza, come se ivi ti ritrovassi separato dal soccorso degli uomini. Appena questo sentimento cominciava a molestarti, improvvisamente eccolo cessato; termina il bosco, e ti si affacciava da un lato la vista d’una spaziosa campagna popolata di case; spigni l’occhio quanto puoi, non troverai altri confini che l’orizzonte. Esaminavi deliziosamente quest’oggetto; ma t’inquietava la curiosità di godere d’altre sorprese, che già ben conoscevi esserti preparate ancora dopo un si giudizioso principio, e questa curiosità, molestamente scuotendoti, ti obbligava ad inoltrarti. Dopo pochi passi inutilmente ti rivolgevi per rimirar nuovamente la bella vista, perchè una collinetta vicina rimaneva frapposta all’oggetto, e come un bel sipario chiudeva la passata scena. Qui diventava più angusto il teatro che avevi davanti gli occhi; varj ruscelli parte cadenti, parte lambenti lo strato della collina, occupavano piacevolmente il tuo sguardo. Restava da ascendere. Il sentiero diventava rapido e di qualche incomodità. Appena cominciavi a provarne dolore e stanchezza, eccoti una grotta non prima veduta dove l’acqua zampilla da ogni parte, e dove agiatamente ti siedi a rimirarla. L’acqua sapientemente diretta ivi dava moto a concerti musicali che ti sorprendevano perchè inaspettati. La dolce melodia pastorale ti lasciava in preda a soavissime immagini; l’ardita sinfonia della guerra e della caccia ti urtava in seguito e ti rinvigoriva, sin che destandoti nuovamente l’importuna curiosità ti alzavi, e proseguivi il passeggio, frattanto già punto da due dolori, stanchezza e curiosità. Il cammino giudiziosamente ti riconduce d’onde partisti senza la noja di replicarti le stesse sensazioni. Ora ti ricreano i soavissimi odori de’ fiori e delle piante più rare; in seguito un prospetto impensato di antica architettura rovinata dal tempo; qui un tempietto, là un parco di fiere, poi un piccolo canale navigabile ti sorprendono aggradevolmente, e fanno rapidamente cessare i sentimenti dolorosi che naturalmente s’intrudono fra l’uno e l’altro oggetto; e ritornavi all’albergo dopo un’ora beatamente impiegata, pago del modo col quale eri frattanto vissuto. Parmi con questa immagine che resti toccato l’essenziale principio delle belle arti. Una galleria, un museo veduto di volo difficilmente fanno passar bene una giornata. Bisogna che le cose belle sieno a una certa distanza le une dalle altre, distanza o di luogo o di tempo, in guisa tale che abbia luogo fra una sensazione e l’altra d’intromettersi il dolore. Un libro in cui di seguito vi fosse una serie contigua d’idee tutte sublimi e fitte, non potrebbe essere mai un libro piacevole, se non l’ajutasse l’oscurità. Questa oscurità obbliga il lettore a interporre uno spazio per meditare attentamente onde poter intendere il pensiero dell’autore. Frattanto il lettore soffre e per la fatica che è costretto di fare, e per l’impazienza d’intendere. Se questo dolore non è indiscreto, viene rapidamente a cessare coll’intelligenza della proposizione; così le cose troppo fitte, se non ha lo spettatore il tempo di diradarle, rie scono sempre di poco pregio.

È un’arte sagacissima quella di lasciar fere qualche cosa allo spettatore, e di servire di occasione puramente alle sensazioni ch’egli eccita sopra sè medesimo. Alcune reticenze d’un oratore fanno il medesimo effetto, come la figlia di Attilio Regolo di cui ho parlato di sopra, coprendosi il volto colla mano del padre in atto di baciarla. Quel volto celato lascia in libertà la fantasia d’ogni uomo di figurarsi la fisonomia la più bella, la più addolorata, che ciascuno può immaginare. Quindi ognuno risvegliando le idee più analoghe a sè medesimo, agisce sulla propria sensibilità in un modo assai più energico di quel che farebbe, se l’oratore, il pittore, il poeta, ecc. volessero agire in dettaglio essi medesimi e determinare l’impressione. La reticenza di alcune idee intermedie consola altresì l’amor proprio del lettore, e gli fa cessare quel sentimento di paragone che ordinariamente è doloroso, quando leggendo un buon libro, si diffida di poterne fare altrettanto.

Ma troppo mi svierei dall’argomento che mi sono proposto, se volessi entrare più addentro coll’immaginazione fra questi ridenti oggetti; e ritornando al soggetto del quale ora io tratto, parmi che lo scopo d’ogni buon artista sia quello di spargere le bellezze consolatrici dell’arte in modo che vi sia intervallo bastante fra l’una e l’altra per ritornare alla sensazione di qualche dolore innominato, ovvero di tempo in tempo di far nascere delle sensazioni calorose espressamente, e immediatamente soggiugnervi un’idea ridente che dolcemente sorprenda, e rapidamente faccia cessare il dolore. Quest’arte riesce anche nella civile società. L’uomo più amabile è quegli il quale sa in noi calmare i dolori morali che portiamo con noi, e per dimenticare i quali ricerchiamo la società. Se quest’uomo fosse sempre dolce e compiacente, riuscirebbe nojoso per la stessa uniformità; ogni dialogo con lui diverrebbe insipido e breve perchè senza contraddizione; la stessa lode ci lascierebbe insensibili, e non sarebbe più l’uomo amabile. Esso stuzzica in noi e risveglia qualche leggiero dolore, move qualche contraddizione delicata, c’inquieta industriosamente, e interpone a questi piccoli mali degli inaspettati contrassegni di stima e di amicizia che dolcemente ci colpiscono. Un giovine ufficiale francese giugne all’armata, va al quartier generale per presentarsi al maresciallo di Villars, francamente attraversa la folla, e ad alta voce chiama: — Dov’è Villars? — Il maresciallo offeso da questa famigliarità indecente, — Dite almeno il signor di Villars, — gli sogghigna. Al che l’ufficiale: — Non ho mai inteso dire il signor Alessandro, il signor Cesare. — Il maresciallo ad una lode così impensata, al paragone tanto consolante per la sua gloria fra i più gran capitani dell’antichità e lui, dovette sentire un piacere tanto più grande, quanto più rapida fu la cessazione del dolore. In mezzo al senato di Roma convocato davanti a Tiberio s’alza liberamente un Romano, e, apostrofando l’imperatore, così comincia a parlare: — Cesare, tu sei l’uomo più ingiusto che viva sulla terra. — Figuriamoci quai sentimenti si svegliarono nei cuori a quest’esordio: que’ senatori tanto bassamente avviliti, che Tiberio stesso li chiamava un gregge di schiavi, quegli uomini già al colmo della corruzione avranno paventato un supplizio in pena d’aver ascoltato. Tiberio doveva fremere …. ; ma proseguì il Romano: — Sì, il più ingiusto, perchè dipendendo la salute pubblica dalla tua, dimentichi affatto la propria conservazione, e tutto consacrato alla felicità, alla gloria di Roma impieghi per lei quelle cure che pur dovresti riserbare in parte a te stesso per rendere più diuturna la beatitudine del tuo impero ed esauditi i nostri voti. — Il modo più insinuante per lusingar l’amor proprio degli uomini si è appunto soggiugnendo la lode a qualche puntura, perchè la prima cagiona dolore, e ci fa credere d’essere poco curati in quel momento da chi ci parla. Sopravviene impensatamente l’encomio, e rapidamente cessa la sensazione dolorosa, e la sorpresa fa che più intensamente ci occupiamo della dolce idea non preveduta. Un negoziante è impaziente, perchè tarda a giugnere la nave che ha il carico delle sue merci; la dilazione lo ha reso inquieto, e già dubita di qualche sciagura. Mentre egli sta in casa tristamente occupato delle conseguenze che teme, un suo amico vede entrare salva la nave in porto. Corre a casa del negoziante, simula di aver la tristezza in volto, entra a discorrergli della sua nave, finge una relazione avutasi d’una burrasca e d’un naufragio, indica alcune circostanze sul luogo, sulla bandiera, sulla qualità della nave. Il negoziante si agita, teme, gli pesa addosso in quel momento tutta la serie de’ mali che prevede in conseguenza. L’amico lo riduce a quel punto, e gli dà la novella che la nave è felicemente giunta; così cagiona nell’animo del suo amico una gioja assai più vivace, quanto è stata maggiore la quantità del dolore che ha fatto rapidamente cessare.

§  X.

Come l’uomo giudichi nella scelta fra i dolori e fra i piaceri.

Nel calcolo de’ piaceri e de’ dolori, l’uomo valuta più l’intensione che non la durata. Esattamente calcolando, un dolore che si esprimesse della forza di un grado durando dieci minuti, dovrebbe considerarsi uguale a un dolore che avesse dieci gradi di forza, ma durasse un sol minuto. Eppure nella scelta l’uomo si determinerà piuttosto per la minor intensione di quello che per la minore durata, e crederà men male il dolor d’un grado benchè duri dieci minuti. Osserviamo ciò che accade sul Moncenis, allorchè è coperto di neve, e che vi si discende rapidissimamente sopra di un traino mosso dalla sola gravità per il gran pendio della montagna. Moltissimi viaggiatori, finita la discesa e passato il monte, vogliono nuovamente affrontare il tedio, il pericolo, lo stento di rampicarvisi nuovamente a piedi sino alla sommità per provare un’altra volta il piacer di discendervi con quella rapidità, la quale non la cede al volo degli uccelli. Questa è l’immagine fedele della maniera colla quale calcola l’uomo sul punto della propria sensibilità. Egli affronterà un dolore spontaneamente, purchè la di lui intensione non sia grande, quand’anche ei debbe nella total quantità riuscir grande per la sua durata, e raffronterà ogni qual volta ei debba rapidamente cessare, dal che ne ottiene un piacere.

La maggior parte delle debolezze e delle apparenti inconseguenze dell’uomo nasce appunto da questo principio che più resta colpito dall’intensione dei piaceri e dei dolori, di quel ch’ei non lo sia dalla durata; sebbene la quantità assoluta, per essere ben calcolata, dovrebbe desumersi dal prodotto dell’una per l’altra. Ma quando di due sensazioni dolorose una è da soffrirsi tutta in un colpo, e l’uomo nel momento immediato prevede tutto il grado d’infelicità in cui piomba, preferisce l’altra sensazione, di cui la parte che se gli presenta è men dolorosa per il momento consecutivo, e senza esattamente trascorrerla sino al fine col di lui sguardo, la sceglie con ribrezzo minore. La vita è una serie di momenti; la parte che è nostra è il momento attuale; tutto il restante avvenire è una mera probabilità tanto più forte, quanto il tempo avvenire è più vicino al momento attuale. Un dolore intenso e breve piomba sui momenti più vicini alla nostra esistenza, e ci promette la pace per que’ momenti che sono più discosti. Un dolore più durevole e meno intenso ci presenta i momenti più contigui, più nostri sotto un’apparenza meno ripugnante, e sebbene per que’ momenti più rimoti non ci lasci vedere la pace, la lusinga che nasca in questo intervallo qualche soccorso che abbrevii i mali, sempre più o meno sta nel cuore; e quindi nasce che comunemente gli uomini si determinino più per l’intensione che per la durata, siccome dissi.

Quantunque io creda generalmente condotto l’uomo a scegliere più per l’intensione che per la durata, non ne viene però che con eguale misura uniformemente ci determiniamo; anzi quanto più l’uomo è illuminato e placido nel suo giudizio, tanto si va egli accostando alla precisione nel calcolo, e sempre più si va considerando la durata, perchè quanto più l’animo umano si trova vicino allo stato ch’io dissi, tanto più sa prevedere e scostarsi dalla maniera di operare de’ bruti, i quali quasi unicamente si determinano sugli oggetti esistenti e feritori dei loro organi. In tre classi quindi io divido la maniera di sentire degli uomini; e sono le seguenti.

La parte più comune degli uomini rimira più d’un oggetto a un tempo stesso, ma li vede con un colorito pallido e contorni sfumati e incerti. Sono per lo più quindi dubbiosi ne’ loro giudizj, timidi di equivocare nella scelta, ed essendo pure costretti a dare un corso alle loro azioni, sono forzati a prender di norma l’imitazione anzi che il raziocinio. Incapaci di passioni grandi, incapaci di vigor d’animo, languiscono nella imbecillità; si sottraggono al mordace sentimento del poco valor proprio col sonno, coi liquori assopitivi, col giuoco, colla lettura, o colla compagnia che avidamente e senza scelta ricercano, e a ciò vengono spinti da quel tedio abituale, in cui restano immersi abbandonati a loro stessi. Questi vedon gli oggetti come a traverso la nebbia, e non potendo spignere lo sguardo molto addentro, valutano nella loro scelta piuttosto la superficie di quel lato che lor si presenta, anzi che la massa; quindi ommettendo quasi del tutto la durata, giudicano delle sensazioni quasi interamente sulla pura intensione momentanea.

Un minor numero d’uomini in vece ha l’immaginazione fatta per modo che un fantasma vincitore s’impadronisce della loro sensibilità, e il restante delle loro idee resta inconsiderato e in disordine, mentre quel fantasma è rappresentato con vivissimo colorito e con esatti contorni. Questi hanno per loro carattere l’immaginazione, l’entusiasmo, l’elevazione; i voli più arditi non si vedono che in questi uomini. Essi però si suddividono in due specie. Gli uni sono costantemente occupati da una idea prepotente, la quale ostinatamente tengon sempre di mira: uomini capaci di grandi cose, perchè esercitano un’azione energica assiduamente prolungata per lungo spazio. Se il fantasma che gli occupa, è conforme al bene del genere umano, sono eroi: se contrario, sono illustri scellerati: se è incoerente, sono pazzi. Gli altri sono della seconda specie, occupati da un dispotico fantasma, ma dove un fantasma detronizza l’altro e si succedono vicendevolmente. Seno questi i migliori poeti, i migliori pittori, gli oratori i più eloquenti, uomini di grandi passioni al momento. Non ti farà maraviglia, se dopo aver essi declamato in favore della civile libertà, li vedi diventati all’occasione cortigiani; combatteranno essi talvolta contro quella libertà medesima che avevan sostenuta. Questi uomini d’immaginazione, i quali a foggia degli istrioni risvegliano in loro medesimi le passioni del momento, e con calda energia le sanno comunicare, mal si giudicherebbero, se si credesse costante in essi quell’entusiasmo che non parte dal cuore, ma da un’artificiosa e cercata fermentazione di sentimenti. I primi giudicando delle sensazioni che hanno rapporto all’idea signoreggiante, s’accostano all’esattezza del calcolo e ne valutano non solamente l’intensione, quanto anche in parte la durata, ma nel restante delle loro idee pochissima attenzione vi prestano, e si determinano per la sola intensione. I secondi invece, quanto ai loro giudizj, interamente si conformano al metodo volgare, e nella loro pratica restano perpetuamente plebei.

Finalmente una parte ben piccola del genere umano è quella di coloro che sogliono ad un tempo stesso avere davanti al loro sguardo più oggetti illuminati, coloriti e distinti; sagacemente li paragonano, gli accozzano, li separano. Conosciuta che hanno la schiera de’ mali che seco strascina il vizio, scelgono la virtù, tranquillamente e con costanza ne batton l’orme. Essi non hanno quelle clamorose estasi colle quali cercano di accreditarsi gli empirici della virtù; il loro animo più in calma pacatamente, e per una felice abitudine li porta a bene e virtuosamente vivere. Costoro sebbene per costruzione loro abbiano il cuore meno appassionato di quello degli entusiasti, con tutto ciò non sono esenti dalla febbre delle passioni. Non sempre la placida ragione lascia viva alla mente loro questa verità, che gli uomini cattivi meritano più compassione che odio; la bassezza e l’ingiustizia fanno nascere nel loro cuore lo sdegno talvolta, come le belle azioni amore e benevolenza. Questi ultimi sono gli uomini più simili a loro stessi nelle loro azioni. I loro discorsi sono della tempra de’ levo fatti; i loro scritti hanno la tinta istessa della loro vita e de’ loro sentimenti; essi non cercano di ridurre gli uomini attratti e sbigottiti con gigantesche idee, ma illuminati e resi migliori da un raggio puro e sereno di verità. Essi nella scelta delle sensazioni generalmente s’accostano più di tutti all’esattezza del calcolo, portano i loro sguardi sulle maggiori relazioni possibili e lo inoltrano al tempo più rimoto.

Queste tre classi sono come i tre tuoni principali del diverso modo di sentire degli uomini; ma ogni uomo, comunemente parlando, è un misto, e partecipa di più d’una classe. I primi sono meno di tutti capaci di piaceri e di dolori morali, perchè, come si disse, dipendendo questi interamente dall’appoggiarsi che fa la mente sul passato e sull’avvenire, e dal paragone che facciamo fra il modo col quale esistiamo e quello al quale prevediamo di dover giugnere, un tal modo di sentire suppone memoria e previdenza; e dove gli oggetti si vedono abitualmente larvati e mal definiti, non v’è luogo a questo scagliamento dell’animo. I secondi che hanno un fantasma costante in tutte le sensazioni che a quello si accostano, debbon essere sommamente capaci di piaceri e di dolori morali. Se Colombo ci avesse lasciata la storia de’ suoi sentimenti per il lungo tratto di tempo in cui sollecitò i mezzi onde scoprire un nuovo mondo; se ogni giorno avesse scritta la storia delle proprie sensazioni, e nel tempo in cui viaggiava alle corti per offrire il progetto, e nel lungo spazio in cui languì nelle anticamere fra un piccol filo di speranza e molti sorrisi de’ cortigiani che lo rimiravano come un uomo da romanzi; se ci avesse fedelmente tramandate le sensazioni che provò quando le speranze crebbero, poi quando ottenne le poche navi, poi di quanto nel cuore sentì durante la lunga navigazione per un mare immenso e sconosciuto; finalmente se ci avesse descritti i sentimenti che provò allo scoprire la terra, all’approdarvi, al conoscerne i tesori, avremmo un’idea allora de’ sommi dolori e sommi piaceri che occupano un entusiasta costante. Forse questa grande scena terminò nel momento in cui ebbe scoperta l’America. La terza classe come la più capace su tutti gli oggetti di timore e di speranza, così da ogni lato è accessibile a’ dolori ed a’ piaceri morali; minori forse nell’intensione di quei che sentono gli entusiasti, ma nella quantità e frequenza considerabilissimi.

§  XI.

Il dolore precede ogni piacere ed è il principio motore dell’uomo.

Osserviamo i bambini, essi meritano la compassione e l’assistenza nostra, e sono i migliori maestri che possiamo scegliere per conoscere l’uomo e lo sviluppo della sensibilità. Al momento in cui il bambino nasce, ci dà tutti i contrassegni del dolore e d’un violento dolore. I Persiani, per renderci maravigliosa l’origine del loro legislatore asserirono che appena nato ridesse; ma la natura dovunque ci fa vedere il bambino gemente e smanioso al suo nascere, e per due o tre mesi dopo nato ancora o ce lo mostra stupido, ovvero addolorato. Le prime sensazioni adunque dell’uomo sono il dolore. Infatti l’aria ferisce le loro membra molli e sensibilissime; la luce percuote violentemente i loro occhi delicati; il latte aggrava il loro stomaco e cagiona le irritazioni ne’ loro visceri; le loro lagrime, le grida, l’inquietudine, tutto ci manifesta lo stato dolorosissimo del loro essere. Trascorrono, non che i giorni e le settimane, anche i mesi dopo che gli occhi sono troppo avvezzi al pianto, che la loro bocca comincia ad apprendere il sorriso. Questo fatto ci prova che il dolore lo può sentire l’essere organizzato al primo momento di sua esistenza, e che il piacere non si sente se non dopo d’aver sofferto il dolore. Infatti una sensazione suppone un cambiamento di stato nell’organo che la riceve, cioè o una tensione accresciuta, ovvero diminuita. Se l’organo era nello stato di perfezione, la prima sensazione lo toglie da quello, conseguentemente è un disordine e un dolore. Se poi l’organo era viziato o per soverchia tensione, o per ammollimento soverchio, la prima azione de’ corpi esterni può bensì rimediarvi, ma sarà preceduta dal dolore che produceva il vizio della costruzione organica, e così ne deriva che la prima sensazione deve necessariamente essere dolorosa.

I dolori che soffrono i bambini ne’ primi mesi della loro vita potrebbero forse da taluno attribuirsi alla gracilità e imperfezione de’ loro organi ancora informi, anzi che alla primitiva legge della sensibilità; e perciò figuriamoci che dal sommo Essere venga creato un uomo, il quale nel primo istante della sua esistenza sia organizzato come lo sono comunemente i giovani a venti anni, e immaginiamo se è possibile il presentargli una sensazione piacevole, la quale sia la prima, e non preceduta da alcuna dolorosa. L’appetito del cibo o della bevanda non lo potrebbe muovere, perchè conviengli prima aver provato i dolori della fame e della sete; indifferente riuscirà ogni sapore a chi non ha potuto prima sentirne mai il bisogno. L’odore parimenti d’una rosa o d’un gelsomino farà la più indifferente sensazione in quest’uomo, se pure farà sensazione; di che ne dubito, perchè i sensi nostri si vanno educando colla società, modificando coll’uso, e artificiosamente snaturando per modo che moltissime volte l’uomo colto crede di provare o piacere o dolore, e s’inganna sedotto dalla attuazione di vedere assodate ad un oggetto le espressioni del piacere, ad altro quelle del dolore; di che fra poco tornerò a trattare. Lo stesso dirò di ogni suono musicale, il quale se non giugne alla scossa dolorosa, non darà sensazione all’uomo immaginato; e lo dico pure dell’amore anche fisico, ch’ei non può sentire se non provò prima le dolorose inquietudini che lo fanno nascere in noi; e così ogni oggetto si presenterà alla di lui vista indifferentemente, a meno che non lo addolori; ed ogni giacitura o tatto del suo corpo sarà di nessun effetto, a meno che non lo addolori, ovvero non si trovi già lasso e addolorato dalla situazione in cui giaceva. L’essenza adunque della sensibilità importa di cominciare col dolore, perché o l’azione sopra i nostri organi è dolorosa, ovvero è un rimedio alla dolorosa organizzazione, ovvero è azione inefficace, indifferente, e nulla: il dolore è un’azione, il piacere è una rapida cessazione di essa. Con ciò l’uomo è riposto a vivere in mezzo a’ dolori.

Io non dirò che il dolore per sè sia un bene; dirò bensì che il bene nasce dal male, la sterilità produce l’abbondanza, la povertà fa nascere la ricchezza, i bisogni cocenti affinano l’ingegno, la somma ingiustizia fa nascere il coraggio, in una parola il dolore è il principio motore di tutto l’uman genere; egli è cagione di tutti i movimenti dell’uomo che senza di lui sarebbe un animale inerte o stupido, e perirebbe poco dopo di esser nato; egli ci spinge alla fatica del lavoro de’ campi, ci guida a creare, perfezionare i mestieri, c’insegna a pensare, crea le scienze, fa immaginare le arti e le raffina; a lui siamo, in una parola, debitori di tutto, perchè dalla eterna Sapienza ci è stato collocato intorno acciocchè fosse il principio che desse vita, anima e azione all’uomo. Appena nati, trascorrono poche ore, e il dolore della sete sveglia l’assopito bambino, gl’insegna a trangugiare il latte, poi dà moto alla sua lingua, alle sue mascelle, e gli insegna a succhiarlo; senza il dolore non si ciberebbe, e la morte sarebbe assai vicina al nascimento. Poi cade nella passiva indifferenza e dorme; non più sarebbe richiamato alla vita, se il dolore non lo scuotesse. Noi stessi adulti che siamo, non ci svegliamo mai spontaneamente dal sonno; comunemente il dolore, cagionato dalla lunga pressione sulle parti sulle quali stiamo giacendo, è quello che ci desta; in fatti la prima azione che facciamo allo svegliarci si è un moto che cambi la nostra giacitura, e distendiamo i muscoli che per quello spazio di tempo rimasero raggruppati; talvolta un sogno dolorosamente agitando la nostra immaginazione ci desta: il sonno condurrebbe naturalmente alla morte se non vi s’intrapponesse il dolore. Se uno sconcerto accade nella nostra macchina, il dolore è quello che ci avvisa e ci scuote a ripararlo; senza del dolore il ferro, il fuoco, gli altri esseri consumerebbero le nostre membra prima che ce n’avvedessimo. L’uomo, se non soffrisse dolore, apparirebbe alla luce per una brevissima vegetazione che lasciandolo svenire privo d’alimento, lo piegherebbe poco dopo alla morte. Se l’uomo non avesse sofferto il dolore del caldo, del freddo, della umidità e delle malattie, non avrebbe mai cominciato a formarsi delle capanne, poi delle case, nè a tessere per riparare il suo corpo. Se il dolore della fame non l’avesse spinto, non mai si sarebbe dato alla caccia, alla vita pastorale, indi alla coltivazione della terra. Fatti questi primi passi sarebbesi l’uomo limitato a queste arti ed alle adjutrici; ma la naturale fecondità della specie moltiplicò i dolori e la ricerca de’ mezzi per sedarli; e nacque l’industria, che dopo essersi esercitata in rapine dovette passare a stabilire le proprietà; e poscia i pochi che poterono, profittare del moto altrui, risparmiarono il dolore della fatica, e si rifugiarono in quello stato di quiete e di torpore, che è lo stato naturale dell’uomo mancante di dolori. I ricchi poi e viventi col moto della classe dei coltivatori e degli artigiani, liberati da’ dolori primitivi della fame, della sete e delle stagioni nell’ ozio divennero sensibili più delicatamente; e quindi incominciando a provar dolore nella ruvidezza del vestito, nell’ambiente dell’albergo, nella durezza del letto, cominciarono ad esigere dagli artigiani esattezza maggiore, e così gradatamente i dolori che nuovamente ci andarono creando colla mollezza della vita, portarono l’uman genere a’ primi passi verso della coltura. Col passare de’ secoli a’ loro dolori fisici si aggiunsero i dolori morali; si sviluppò nell’uomo la gelosia di primeggiare; il fasto, l’orgoglio di alcuni insultò molti: taluno si riscosse, e per liberarsi della dolorosa umiliazione affrontò costantemente la fatica dell’ingegno e dell’eroismo; e per sottrarsi a quei dolori pungentissimi altri divennero guerrieri, altri legislatori, altri scopritori di verità. Così nacquero le scienze e le arti dalle più facili sino alle più astratte e raffinate, così ogni bene nel mondo ha la sua radice nel male, così il dolore è il principio dell’azione, e così l’uomo per sottrarsene lo affronta e abbraccia, sempre fuggendo dal maggior dolore, e sopportando la fatica, che pure è dolorosa perchè lo libera da dolori più forti.

Infatti le nazioni che abitano un clima dolce, ove la terra facilmente somministra l’alimento sono la sede dell’indolenza; e ne’ terreni più avari veggiamo gli uomini spinti ad un’attività abituale che forma nell’uomo quasi un bisogno di agire. Il regno della immaginazione sta nelle prime: questa s’alimenta co’ vaghi delirj d’una vacua esistenza. Ma il liceo delle scienze lo troverai presso le seconde; esse sono il risultato di sforzi continuati e combinati da un’energica industria. Se nelle prime per la generale malusanza di azione la società degli uomini dorme costantemente sotto il governo d’un despota, detronizzato talvolta in un momento di furiosa impazienza, e ben tosto seguito da un altro despota; nelle seconde la società sempre è in moto, e difficilmente persevera i secoli nel medesimo stato. I Persiani oggigiorno s’assomigliano più ai loro antenati del tempo di Ezechiello, di quello che noi abbiamo di somiglianza co’ nostri avi dello scorso secolo sì nelle usanze e fogge di vestire, alloggiare e cibarci, quanto nella serie istessa delle nostre idee. La poesia, l’eloquenza, le favole, i romanzi, i racconti esageratamente prodigiosi nascono per lo più ne’ climi caldi e molli, e ne’ paesi spontaneamente fecondi, perchè sono questi i prodotti di una vita priva di cure e sedentaria: le matematiche sublimi, l’erudizione laboriosa, l’esatta critica, la giudiziosa e paziente osservazione delle cose fisiche o intellettuali sono effetti d’un moto contenzioso del nostro ingegno, il quale non affronta le difficoltà, nè regge a superarle, se non viene incessantemente punto dal dolore, e perciò la loro sede trovasi ne’ climi più ingrati; e se talvolta ne spunta un raggio in più felice clima, ciò sarà come una banana o un ananas côlto in Europa per artificiali e separate cagioni domestiche, non mai dipendenti dall’influenza generale e comune. Due pensatori del primo ordine hanno stabiliti opposti sistemi sull’indole delle nazioni; l’uno deriva tutto dal clima, l’altro deriva tutto dalla legislazione: il primo fa emanare tutto immediatamente dalla fisica; il secondo tutto dalle istituzioni morali. Bramo che gli uomini che hanno parte al destino dei popoli tolgano la seconda opinione, poichè l’altra mi sembra tanto perniciosa nella politica, quanto nella privata morale la fatalità. Io però credo che il dolore è il principio motore dell’uomo; questo nasce e dal clima in cui l’uomo respira e dalla forma con cui è governato; bensì è vero che più ferma e durevole ed uniforme di ogni altra è l’azione meccanica del clima, e i dolori da esso cagionati l’uomo li tollera e li ripara senza sdegno e ribellione, perchè inevitabili e senza insulto; ma non per ciò una parte sensibile può ricusarsi agl’istituti sociali, i quali se nel cavallo e nel cane possono formarne due esseri per la guerra, la caccia e i tornei, quantunque non giungano a formarli tutti di eguale coraggio e docilità (il che dovrebbesi fare se l’educazione facesse il tutto), così degli uomini possono formarne o buoni, o malvagi, o industriosi, o scioperati a misura della sapiente o inconsiderata, o capricciosa creazione delle leggi.

§  XII.

Di alcuni dolori e piaceri d’opinione.

Ho accennato poco fa che i sensi nostri vengono modificati dalle usanze, e che dall’esempio e dalla educazione impariamo a dimostrar dolore o piacere talvolta per convenzione. Nè parlo io di que’ sodali ufficj che per condiscendenza urbana ci portano a mostrarci sensibili ad oggetti che non agiscono sopra del nostro animo: il che facciamo  conoscendolo e volendolo; ma parlo di quelle illusioni che ingannano noi medesimi, e ci fanno esclamare, quasi che fossimo addolorati, o piacevolmente mossi, allorchè veramente non lo siamo, e buonamente crediamo di esserlo, non già perchè sentiamo, ma perchè siamo avvezzi a mostrarci sensibili in quella guisa. Una distonazione clamorosa fa contorcere l’appassionato per la musica, e lo fa dolorosamente sentire: lo crede egli stesso; un bel trillo granito e mordente lo tocca deliziosamente, così dice, e lo crede. Io non ho trascurato questa bell’arte; l’amo, ed ho un orecchio sensibile; mostro le stesse apparenze; ma dubito assai, analizzando me stesso lontano dall’armonia, se veramente io provi allora il dolore e il piacere che mi immagino. Questi due modi se potessero cagionare un dolore ed un piacere, ne vedremmo qualche traccia anche negli uomini incolti o educati ad una coltura diversa dalla nostra. Un Inglese, un Olandese deliziosamente sorbiscono il thè, giudicano delle minime differenze, gustano il giusto grado di forza, di volatile, di odoroso di quella bevanda che noi Italiani beviamo soltanto per consiglio del medico con somma svogliatezza: siamo noi insensibili, ovvero s’ingannano essi credendo di sentire ciò che non sentono? L’avere sino dalla più tenera età osservato che le persone da noi credute più intelligenti mostravano dispiacere per una corda che distoni, l’averne più volte sentito il rimprovero noi stessi, colla lunga serie degli atti ripetuti non può forse associare con una coesione durevole queste due idee, distonazione e dolore? Associate che siano perchè non ne mostreremmo noi gli indizj anche ad animo pacato? Chi potrà mai decidere se allora provi l’uomo il dolore che mostra? Lo decideranno i pochi, che preferiscono la verità alla opinione, che si occupano de’ movimenti del loro animo, e cercano di scacciare l’illusione che penetra sino entro i più profondi ripostigli del cuore.

Quanto mai sono alcuni piaceri indigeni d’un regno, e affatto diverrebbero insulsi col trasporto! Il Cinese ti dipinge la sua Venere con una immensa fronte, con due occhietti schiacciati, un naso maccato e largo, un ventre enorme: eccoti la più voluttuosa donna per lui: s’inganna egli, ovvero s’ingannò quel Greco incomparabile che scolpì la Venere Medicea? Io non parlo sull’idea del bello, ma su quella del piacere che gli uomini in nazioni diverse collocano sopra diversi oggetti. Gli antichi trovavano della delizia nell’odore della rosa; ora le persone più raffinate dicono di provare disgustose quelle emanazioni. Un triclinio servito colla delicatezza di Attico ora moverebbe lo stomaco a nausea; il Falerno si raccoglie anche in questo secolo, lo troviamo insipida e grossa bevanda, e le vivande impastate di mele sarebbero posposte al mero pane. Un voluttuoso Mussulmano s’annoja alla nostra musica, ai nostri spettacoli, e prova ribrezzo de’ nostri cibi; noi partiamo colla fame dalla mensa degli Ottomani, che mischiano zucchero, ambra e muschio nelle vivande, e fuggiamo la melanconia de’ loro concenti musicali, a’ quali essi svengono per delizia. Fra i soli Francesi e noi che disparità di opinione non v’è per la musica vocale! L’uno trova una sensazione grata, dove l’altro la trova dolorosa. Alcuni Turchi di maggiore distinzione fatti prigionieri dai Russi nell’ultima guerra furono onorevolmente scortati a Pietroburgo, ove quella sovrana voleva che mirando da vicino la sua umanità e lo splendore di sua corte, tornassero poi a darne un’idea nella loro patria. Portò la sua cura l’imperatrice, oltre l’alloggio ricco e agiato, sino a destinar loro una loggia al teatro; ivi nè la musica, nè il ballo, nè il prestigio delle decorazioni e dell’inusitato spettacolo poterono mai ottenere dal loro volto un cenno di piacere; tristi, svogliati godevano nel momento solo in cui finiva. L’ufficiale destinato a servir loro d’interprete fece loro sentire quanto ospitale fosse l’accoglienza che si faceva ai nemici, pensando a rendere ameno e profittevole il tempo stesso della loro prigionia. — Convien bene piegarci e obbedire quando siam presi, — così rispose il primo di essi, che credeva una pena e uno scorno l’essere così condotti in pubblico; e il sorriso apparve sui loro volti, quando udirono che era ad essi libero il non venire, e di questa libertà profittarono, nè mai più vennero al teatro.

I veri dolori e piaceri fisici non sono tanto variati, e sono quelli che sempre e in ogni paese cagionano dolore o piacere all’uomo sanamente organizzato. Non si dà dolor fisico senza lacerazione; e qual lacerazione cagionerà mai nell’orecchio uno stromento discorde, un errore di lingua, un endecasillabo sgraziato? Il compositore di musica, il grammatico, il poeta credono di soffrirne dolore, ed io credo  che non lo soffrano, e che per imitazione altrui dapprima, poi per abitudine ne mostrino i segni credendosi essi medesimi addolorati; e per convincermene ho osservato che nè il canto gregoriano, nè alcuni inni composti ne’ secoli meno colti cagionano dolore alcuno al musico, al poeta, al grammatico che gli ascolta. De’ piaceri fisici di opinione per lo contrario io credo che siano sentiti veramente, perchè veramente producono delle rapide cessazioni di dolore: non è poca consolazione il poter dire a noi medesimi: Sono un buono e delicato conoscitore. Il continuo timore di valer poco che sta nel fondo del cuore dell’uomo incivilito è una sorgente perenne di questi piaceri; un lampo che ce lo scuota, e che rapidamente ce ne storni la dolorosa vista, è un piacere. L’educazione ci forma, per dire così, nuovi sensi: un fanciullo non sa che gli odori possano cagionar dolore nè piacere: indifferente prova i grati e i disgustosi senza dar segno di alcun sentimento, a meno che non diano una scossa capace di formare una lacerazione negli organi dell’olfatto o della respirazione. Il selvaggio egualmente, e il sibarita al primo fiuto distingue l’ambra, la tuberosa, il muschio, l’essenza di rose di Persia, rifiuta un’essenza oleosa, sviene accostandosi a una traspirazione volgare. L’occhio d’un fanciullo e quello d’un uomo rozzo rimirano colla tranquillità e disattenzione medesima una facciata del Palladio e un edificio di struttura capricciosa, che impropriamente chiamiamo gotica : il conoscitore delle belle arti crede di provare ad una vista il dolore, e nell’altra sente un piacere, perchè cessa rapidamente qualche dolore innominato in lui, e singolarmente il timore di non valer molto, perchè scopre qualche nuova combinazione che confusamente sentiva di non poter trovare, o per altri moltissimi e sottilissimi dolori preparati sempre nello stato di società, ai quali quella vista ha dato un rapido ammorzamento. L’uomo incivilito per l’istesso principio anche nella società trova il tuono della voce di uno dolce e piacevole, e duro e ingrato quello d’un altro: la voce d’una donna talvolta seduce e desta la sensibilità del cuore per un non so che di velato e sensibile che ella annunzia; il Caraibo non se n’è avveduto mai. Alla cena un elegante Europeo di questi tempi preferirà i vini del Reno e della Borgogna agli altri; il meno raffinato cercherà una bevanda meno acida, e che conservi di più il sapore del frutto; dico un elegante europeo di questi tempi, perchè è verosimile assai che i nostri posteri trattino con noi, come facciamo noi coi nostri antenati, e che ci compiangano per le nostre delizie nella musica, nella mensa, e in tutti i piaceri nostri di opinione, come facciamo noi della verdea, della malvasia, del Gorelli, del Bernini, e di quanto formi il raffinamento degli avi nostri.

Una dimostrazione cospicua di questa verità, che nell’uomo artificiale si creano moltissimi dolori e piaceri di opinione, ce la somministra l’antica Roma tanto avida dello spettacolo dei gladiatori. Le vergini, le matrone, i fanciulli romani si affollavano all’anfiteatro, e avidamente godevano nel mirare più uomini, che col pugnale in mano si battevano a morte; li volevano veder nudi per meglio osservare il ferro acuto che doveva furarli; li volevano ben pasciuti, perchè l’adipe istesso rende più lento lo sgorgo del sangue, riusciva lo spettacolo della morte più prolungato; si assaporava la grazia della positura in cui sapeva rendersi pittoresco il morire, e il gladiatore si applaudiva dagli astanti perchè agonizzasse con leggiadria. Nelle mense medesime più festose, mentre coricati i romani epicurei ponevano pausa al cibo, venivano i gladiatori a ricolmare la voluttà de’ convitati; e le mense grondanti umano sangue, e coperte di murene e greci vini, e i singhiozzi de’ moribondi frammischiati alle festevoli sinfonie cagionavano le delizie e il dilicato raffinamento de’ piaceri. Troppo è noto il fatto, ed è pur noto che somma rusticità allora si reputava dai Romani se mai per annunziare che taluno era morto si fosse dette obiit o simile espressione, dovendosi usare la più mite, e dire vixit, quasi che il ricordare a voce la morte naturale d’un uomo potesse essere dolorosa cosa ad un popolo che con giubilo la mirava eseguita con violenza e atrocità. Egli è certo che se ai tempi nostri nel Colosseo si rappresentassero queste carnificine, non che le tenere vergini e le donne e i giovani, ma gli uomini ancora meno sensibili ne proverebbero un dolore; e il dolore e la lacerazione interna cagionata dalla compassione giugnerebbero al grado di portare molti degli spettatori allo stato della malattia. Io credo che a misura che l’uomo è più rozzo ha bisogno di oggetti più violenti per godere di uno spettacolo; e all’altra estremità pure dell’artificioso raffinamento torna ad avere lo stesso bisogno, perchè conviene adoperare un colpo più energico per conciliarci l’attenzione d’un essere difficilmente sensibile, quanto di mi essere molto occupato delle proprie idee.

§  XIII.

Schiarimento sull’indole dei dolori e dei piaceri.

Il tempo che passiamo con piacere ci sembra breve, e quello in cui soffriamo dolore, lunghissimo. Il tempo relativamente a noi altro non è che la successione delle nostre sensazioni. Se un uomo potesse per degli anni di seguito restare assorbito nell’estasi di una sola idea, egli non si accorgerebbe che sia trascorso tempo. Ciò posto, se le ore del dolore ci sembrano lunghe, convien dire che molte e replicate e fitte sensazioni siansi provate durante quello spazio di tempo; onde riflettendo noi alla serie per la quale passammo, giudichiamo essere trascorso più tempo che il pendolo non ci indica; e se le ore del piacere ci sembran brevi, convien pur dire che il tempo trascorso non fosse variato da replicate scosse e sensazioni. Quindi apparisce esser il tempo del piacere una cessazione d’azione, uno stato uniforme dell’animo, e perciò giudicarsi breve perchè egli è una quantità negativa, ed un accostamento al non essere, laddove il dolore è una quantità di azione positiva, e nella rapida cessazione di lei consiste il piacere. Ecco perchè altresì il piacere per sua indole debb’essere breve, nè può protraersi oltre un corto spazio; laddove il dolore può essere tanto lungo e durevole, quanto la vita che ci può togliere; perchè una azione positiva sopra di noi non ha altri confini di tempo che la nostra sensibilità; in vece una mera cessazione rapida di dolore non può allungarsi senza continuo discapito della rapidità sua, e annientata questa s’annienta il piacere, come si è detto di sopra.

Quando è mai che l’uomo corra più avidamente in traccia de’ piaceri? Ciò è nel punto in cui egli è più infelice e soffre i mali maggiori. Dopo di un tremuoto, di un grande incendio, nel tempo della pestilenza l’uomo naturalmente punto da mille oggetti di miseria propria e altrui, si getta alla più libertina sfrenatezza; que’ riguardi che tenevano nella moderazione il cittadino in tempi migliori, nel disastro, nella folla de’ mali sono troppo deboli fili; non è sopportabile lo stato continuato e atroce dei dolori morali; si rompono i ritegni, e si corre clamorosamente dietro un piacere qualunque, purchè s’ottenga una tregua a’ mali con una rapida cessazion di dolore. Quanto è più violento il dolore, e quanto ne è più rapida la cessazione, tanto più intenso ne sarà sempre il piacere. I vecchj generali induriti nella militare disciplina, e insensibili quasi alla gioja, si vedono dopo d’una battaglia vinta inondati di lagrime di allegrezza; sono in quel momento i più sensibili, i più cordiali uomini del mondo. I dolorosissimi sentimenti che assalgono il cuore d’ognuno al combattere, la natura che internamente grida, l’onore che forzatamente compone il nostro aspetto, la fortuna dello stato nostro, sentimenti violentissimi che ci stringono, scompajono al momento che il nemico fogge, e quella rapida cessazione fa palpitare anco le fibre più incallite. Da una pericolosa burrasca a un soffio celere di vento se ti salvi in un porto sicuro, vedrai i più insensibili uomini marinareschi abbracciarsi l’un l’altro con trasporto di gioja, gridare, cantare, abbandonarsi alla delizia cagionata dalla cessazione rapida de’ mali. Non mi si troverà un solo dolor fisico o morale, la di cui rapida cessazione non sia un piacere. Non mi si troverà un solo piacer fisico ovvero morale, del quale sicuramente si possa dire non essere questo cagionato da una rapida cessazion di dolore o fisico o morale o innominato. Ecco ridotti con ciò i fenomeni della sensibilità a un solo principio, cioè alla fuga del dolore, giacchè l’amor del piacere si risolve in una fuga rapida del dolore, e così i due elementi della sensibilità nostra accennati all’ introduzione di questo discorso, si risolvono in un principio solo, la fuga, come si è detto, del dolore; e dipendendo il dolor fisico dalla lacerazione, e il dolor morale dal timore, eccoci ai due ultimi termini che immediatamente toccano la nebbia sacra del nostro essere, e che ci additano però i due mezzi che producono il nostro movimento.

Fra i misteri della fisica deve riporsi la elasticità. Una molla di fino acciajo stassene immobile sin tanto che non venga compressa: il mistero della sensibilità vi ha molta rassomiglianza: l’uomo privo di sensazioni rimane parimenti immobile: comprimilo, addoloralo, ei si rannicchia in sè stesso, e si muove. Se la compressione è passaggiera e tenue, la molla ribalzando se ne libera, e nel primo slancio si dilata anche oltre il limite in cui prima trovavasi. Così la sensibilità. Se il dolore sia moderato e passaggero, al cessare di esso la gioja sembra che la dilati e la estenda anche quasi fuor di sè: il dolore è quasi un raggruppamento, una condensazione; ed è espansiva, e sembra grandeggiare la gioja. Comprimi la molla con eccessivo peso, ella perderà l’elasticità, o sarà infranta: opprimi l’uomo con eccessivo dolore, o lo renderai stupido, o lo ucciderai. Togli alla molla la compressione per gradi insensibili, e ritorna allo stato primiero senza ribalzo: toglimi insensibilmente il dolore, e giungo alla tranquillità senza piacere. Assoggetta la molla a un peso uniforme, e lasciala per molto tempo compressa immobilmente, la elasticità sarà diminuita, e non sarà mai più quella di prima: aggrava l’uomo di un dolore diuturno e uniforme, non riacquista più la squisita sensibilità di prima: col lungo tratto l’uomo s’indurisce ai mali, la sensibilità si incallisce, e cade nella indolenza o nella disperazione.

§  XIV.

Se nella vita siano più i dolori o i piaceri.

Sono adunque più i mali o i beni in questa vita? La somma totale de’ dolori è ella eguale, maggiore ovvero minore della somma totale de’ piaceri? Ogni uomo prova egli una porzione uguale di bene e male? Su di tali questioni trattate ingegnosamente da varj illustri italiani all’occasione del libro del signor di Maupertuis, io ardirò dire quello che ne sento, e quanto parmi scaturire dai principi già indicati. V’è chi osservò non essere due quantità paragonabili dolore e piacere, e non potersi mai esattamente trovare una di queste due serie di sensazioni che sia eguale o doppia o tripla dell’altra. In fatti dammi un piacere che esattamente valga un determinato dolore? La mente umana non ha mezzi onde graduarli, nè abbiamo veruna macchina che serva di misura, come i termometri, i pendoli, i palmi, le onde ci fanno paragonare i gradi di calore, il tempo, l’estensione, i pesi ec. Ciò non ostante nella pratica delle nostre azioni noi facciamo tacitamente paragoni continui fra il male e il bene, fra il dolore e il piacere. L’ambizioso, l’innamorato, l’avaro, il vendicativo quanti mali non affrontano, quante sensazioni dolorose spontaneamente non iscelgono, perchè giudicano praticamente che il piacere che se ne promettono sarà maggiore del male che son disposti a soffrire per ottenerlo! Anche gli uomini più pacati, e non mossi da forte passione scelgono sempre fra il dolore e il piacere, e ne fanno continuo calcolo di paragone. L’uscir di casa con un tempo cattivo, l’attraversare un lungo cammino a piedi, l’uscir di buon’ora da letto ove mollemente ti giaceresti, il differire a cibarti ecc., sono piccoli dolori, ma però lo sono, e ogni uomo li giudica una quantità minore del piacere che avrà d’aver visitato un amico, d’avere esattamente adempiuto agli obblighi dello stato, d’aver usata urbanità e compiacenza ecc. Se adunque nella pratica l’uomo paragona continuamente i dolori ed i piaceri, convien dire che sieno due quantità prossimamente paragonabili. Ogni azione nostra si assomiglia a una compra: si dà il denaro per avere una cosa: il privarsi del denaro per sè è un male; ma quando compriamo, giudichiamo che è un bene maggiore di questo male la cosa che ricerchiamo. In ogni condizione in cui sia l’uomo, anche sotto al trono, è costretto a fare una quantità di azioni penose, incomode, dolorose per acquistarsi i piaceri. Questo calcolo l’uomo lo fa abitualmente.

Ciò posto, siccome di sopra ho detto, il piacere non essendo che una rapida cessazione di dolore, non può in conseguenza essere maggiore giammai della quantità del dolore, la di cui cessazione non può essere maggior quantità che lui medesimo, Di più l’uomo soffre de’ dolori i quali cessano lentamente, onde non hanno un piacere che ad essi corrisponda. Dunque la somma totale delle sensazioni dolorose debb’essere in ogni uomo maggiore della somma totale delle sensazioni piacevoli. Tale è la condizione dell’uomo; ma la seducente e consolatrice speranza ci sta sempre al fianco sino all’ultimo respiro, sparge di rose la scoscesa e laboriosissima via; per lei prendiamo vigore e fiato; e s’ella ci spigne al di là del breve viver nostro, ci fa ridenti attraversare fra le difficoltà più scabrose, e placidi soffrire anche i dolori più forti.

Se fosse vero che ogni uomo egualmente avesse che soffrire o che godere; se fosse vero che il sano, ricco, libero, rispettato avesse tanti mali e beni, quanti ne ha l’infermo, povero, carcerato e abbietto, questa odiosissima verità distruggitrice di ogni germe benefico di compassione, sarebbe da proscriversi da chiunque onora l’umanità. Ma la immortale verità non nuoce ai più cari e preziosi sentimenti dell’uomo, e l’opinione di questa sognata uguaglianza è un patentissimo errore. Se ogni piacere consiste nella rapida cessazione d’un dolore, e se ogni dolore può cessare anche lentamente, ne viene per conseguenza che può essere diversissima la proporzione fra l’uomo e l’uomo; e mentre uno nella serie della sua vita avrà un terzo delle sue sensazioni piacevoli, un altro appena ne avrà un decimo, un centesimo.

E qui do fine al mio discorso. Lontano egualmente dal gregge degli epicurei, come dall’insensibilità della Stoa, se avrò fatte cessare rapidamente e con frequenza le sensazioni dolorose di chi mi ha letto; se avrò invitato a pensare, ad analizzare l’inesauribile fondo della propria sensibilità, avrò ottenuto il fine che mi era proposto.

Note

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[1] S’intende la Raccolte degli Economisti Italiani, che va tra le migliori collezioni di simil fatta.

[2] Cremona, nella stamperia Maninj, un volume in 8, di pag. 330.

[3] Discorso recitato nell’apertura della Società Patriottica di Milano nel dicembre del 1778. — Veggasi Atti della Società, Tom. 1, pag. 30.

[4] Veggansi nella Raccolta degli Economisti Clastici Italiani, Milano, tipografia Destefanis, 1804, le Notizie di Cesare Beccaria: Parte Moderna, Tom. XI, pag. 3 e 4.

[5] I nomi de’ benemeriti cooperatori al detto Giornale, coll’indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli, sono i seguenti: A. Alessandro Verri. — B. Baillon. — C. Cesare Beccaria. — F. Sebastiano Franci. — G. Giuseppe Visconti. — G. C. Giuseppe Colpani. — L. Alfonso Longhi. — NN. Luigi Lambertenghi. — P. Pietro Verri. — S. Pietro Secchi. — X. Paolo Frisi.

Questo Catalogo è stato stampato la prima volta da La-Lande, nella Relazione del Viaggio ch’egli fece in Italia due anni dopo la cessazione di quel Giornale. Veggasi voyage d’un Francais en Italie, ediz. di Parig, 1709, Tom. 1, pag. 574.

[6] «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del generale Pallavicini ministro plenipotenziario, il quale abolì i separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec, e riunendole in un sol corpo le affidò ad una compagnia di Bergamaschi, che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all’anno, e ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde cento mila annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de’ bozzoli del paese cadeva nelle loro filande che erano sparse nello stato, e comparivano col nome di supposti proprietarj. Oltre di che essi ne ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi e doviziosi.» — Verri, in una Memoria inedita.

[7] Data da Vienna il 19 aprile I764. — Sì questa che le altre ledere e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie, esistono nell’Archivio nazionale di questa città.

[8] Diploma del 17 dicembre 1765.

[9] De’ 29 novembre 1770.

[10] Piano per la Regia Amministrazione delle Finanze da cominciarsi l’anno 1771.

[11] Veggasi il Progetto della Tariffa sopra accennato.

[12] Verri, nel citato Piano per la R. Amministrazione delle Finanze.

[13] Milano, presso Giuseppe Marelli; della Prefazione p. 10.

[14] Raccolta degli Economisti, Parte Moderna, Tomo XIII, pag. 8.

[15] Nota al § XVI.

[16] Nota al § XL ed ult.

[17] Prefazione ai Discorsi dell’edizione di Milano presso Marelli, 1781, pagina 8.

[18] Non dispiacerà di veder qui riferiti alcuni frammenti di questo diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla Cancelleria imperiale. Ivi si legge: Ex quo te propius cognoscere Nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique, favere tibi voluntate. Quae enim duo hominem ad publica negotia tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium ac fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu atque indefessa exercitatione ad actionem reddidisti expeditissimam .... Propterea, ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem Nobis jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore amplissimum, cujus opera in restaurando, quod tum admodum agitabamus, et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur .... Neque tu in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consilio, integritate, imo, quod praecipuum est, exploratis industriae privatae arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui dari posset, quod propositum habeamus consilium, universum videlicet Mediolanensis provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum primum fieri posset, Magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare pronum erat .... perfectum est.

[19] Lettera del principe Kaunitz al Ministro plenipotenziario conte di Firmian dei 22 luglio 1776.— La Società Patriotica era stata istituita sulle basi le più liberali. La gran mente dell’immortale ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato intervento dell’autorità sovrana assidera sovente il vigore de’ corpi accademici per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel piano d’istituzione vi fosse per modo mascherata l’influenza del governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione su quest’oggetto apparirà maggiormente dal seguente paragrafo di una sua lettera degli 11 settembre 1777: “Osservo (dic’egli) che il Griselini nella sua Relazione sul libro del Cattaneo si qualifica come segretario della regia Società Patriotica. Avendo S. M. voluto fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sé qualunque superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i Conservatori, che in ogni occasione anche dai subalterni facciano solo annunziare la Società senza qualificarla come regia”. Grandi furono i servigi prestati dalla Società Patriotica ne’ dieciotto anni di sua esistenza. Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque l’Italia dopo il 1796, non è ultima la cessazione di tutte le Società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de’ Georgofili di Firenze e quella d’Agricoltura di Torino hanno riprese le loro funzioni: e quando vi penseremo noi?

[20] Nel postscriptum alla Lettera del 30 marzo 1778 al Ministro plenipotenziario.

[21] Ne esiste pure un cenno in uno di que’ celebri almanacchi (il mal di milza), che per una filosofica celia avea in quell’anno appunto pubblicati. Egli, sotto la forma di un indovinello, vi fa così parlar la tortura: « Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è macchialo, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia. I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina. Le nazioni colte non si sono servite di me; il mio impero è nato ne tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle opinioni di alcuni privati. Si poteva forse esprimersi con maggior precisione in così brevi termini?

[22] Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna occasione per insinuare delle idee utili, nell’annunziare al Ministro plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest’opera si esprime come segue: « Io non dubito che l’opera avrà tutto quel merito che si può sperare dall’erudizione dell’autore, guidato da uno spirito filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a’ compitatori di simili storie, per lo più privi di sana critica. L’edizione è assai elegante, e mi fa sperare che l’arte tipografica possa successivamente ritornare in Milano a quel grado di credito, in cui era nella prima metà di questo secolo, e da cui è decaduta ». P. S. alla Lettera 4 settembre 1765.

[23] Elogio di Verri già citato, pag. 216 e 217.

[24] Così anche col proprio esempio confermò il giudizio ch’egli avea dato dell’ingratitudine che animava gli uomini potenti tra’ suoi concittadini, così esprimendosi in una Memoria inedita: «Comparve Paolo Frisi, e si dovette rifugiare nella Toscana; comparve Maria Gaetana Agnesi, e si dovette occultare in un ospedale; comparve Cesare Beccaria, e se non avesse avuta la precauzione di far stampare a Livorno l’opera sua dei delitti e delle pene e tenerla da principio da Milano lontana, sicuramente sarebbe stato vittima della ragione ». — Bianchi, Elogio ecc., pag. 280.

[25] Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto nelle Notizie di Cesare Beccaria. Se in questo oggetto s’imitasse il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di rinnovare ogni anno instancabilmente nel Parlamento d’Inghilterra la sua proposizioue per la libertà dei Negri, chi sa che una volta o per persuasione o per tedio non si riuscisse nell’intento! (*)

(*) Accenniano, poi lontani, che, come il Verri, così il Beccaria, or fa pochi anni, una società di soscrittori ha fatto erigere nel Palazzo di Brera un nobile monumento. Anche all’Agnesi, un nostro concittadino, fece porre una memoria nell’ospizio de’ poveri denominato il luogo Pio Trivulzii, ov’ella di proprio moto finì santamente la vita. (Gli Editori.)

[26] Veggasi la Nota dell’Editore in fine del Cap. XXIII, pag. 208 Tom. II.

[27] Quest’edizione della Storta si fece nel 1825 dal Custodi stesso, il quale v’aggiunse una Continuazione che la reca sino a’ di nostri. (Gli Editorii)

[28] Tutti tre ora son morti.

[29] Essa è detta, da Pietro Verri “tragedia di sentimenti grandi, arditi, liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; che ci rappresenta la tirannia co’ suoi tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quand’anche nasca da nobili principi; che interessa e sviluppa un’azione, che è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta col costume de’ tempi; tragedia, che sgomenta le anime gracili e scuote deliziosamente le energiche.” Storia di Milano, Tom. II, pag. 64.

[30] Parte ii, pag. 148, ediz. prima di Milano, 1796.

[31] Meditazioni sull’economia politica § XXIV in fine. — Si noti che la prima edizione di quest’opera è del 1771.

[32] Memorie della vita e dagli studj di Paolo Frisi, pag. 17.

[33] Andrea Doria, nato nel 1468, morto nel 1560, (gli editori)

[34] Montesquieu in quel suo celebre dialogo fra Eucrate e Siila.

[35] elaterio:  capacità di allargamento per occupare una maggiore quantità di spazio. (ndr)

[36] lato clavo: laticlavio: in generale: ricca veste dei nobili senatori romani; in particolare era un ornamento a forma: 1) di testa di chiodo, più o meno grande a seconda del ceto di appartenenza, di porpora pregiata; 2) di lista più o meno larga cucita sulla toga verticalmente. (ndr)

[37] paralelle: voce arcaica per parallele.

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Ultimo aggiornamento: 16 aprile 2008