Giovanni Verga

Drammi intimi

[1884]

Edizione di riferimento

Giovanni Verga, Drammi intimi, ed. Sommaruga, Roma 1884. (unica edizione: le novelle confluiranno in altre pubblicazioni).

I drammi ignoti

Casa Orlandi era tutta sottosopra. La contessina Bice si moriva di malattia di languore, dicevano gli uni: di mal sottile, dicevano gli altri.

Nella gran camera da letto, sola quasi buia in tutto il quartiere illuminato come per una festa, la madre, pallidissima, seduta accanto al letto dell’inferma, aspettava la visita serale del dottore, tenendo nella mano febbrile la mano scarna e ardente della figliuola, parlandole con quell’accento carezzevole e quel falso sorriso con cui si cerca di rispondere allo sguardo inquieto e scrutatore dei gravemente infermi. Tristi colloqui che celavano sotto l’apparenza della calma la preoccupazione di un morbo fatale da cui era stata colpita la madre della contessa, e che aveva minacciata lei stessa dopo la nascita di Bice - il ricordo delle cure inquiete e trepide di cui era stata circondata l’infanzia di quella bambina - delle prescrizioni severe della scienza che aveva soffocato quasi la sua maternità, e scusato i primi traviamenti del marito, morto giovane di un male da decrepiti, dopo aver agonizzato degli anni su di una poltrona. - Poi un altro sentimento che aveva fatto rifiorire la sua giovinezza, appassita anzitempo fra quella culla minacciata e quel marito di già cadavere prima di scendere nella tomba. Un affetto profondo ed occulto, inquieto, geloso, che si mischiava a tutte le sue gioie mondane, e sembrava fatto di quelle, e le raffinava, le rendeva più sottili, più penetranti, come una delicata voluttà che animava ogni cosa, un abbigliamento, un monile, una festa, un trionfo di donna elegante. - Persino quell’altra nube sórta a un tratto minacciosa in quel cielo azzurro, la malattia della figlia, come una ombra nera che dilatavasi da quei cortinaggi pesanti ed inerti, e ingigantiva, sino a scontrarsi con degli altri giorni neri - la morte di sua madre, l’agonia del marito, la faccia grave e preoccupata di quel medico che era venuto un’altra volta, il tic-tac di quella stessa pendola che riempiva tutta la stanza, tutta la casa, di una aspettativa lugubre. Le parole della madre e della figlia, che volevano sembrar gaie e spensierate, morivano nella semioscurità di quella vòlta altissima.

 

Ad un tratto i campanelli elettrici squillarono nella lunga infilata di sale sfavillanti e deserte. I servitori silenziosi si affrettavano senza far rumore dinanzi al dottore, il quale giungeva calmo, col sorriso mentito in quell’attesa angosciosa.

La contessa si rizzò senza poter dissimulare un tremito nervoso.

- Buona sera! Un po’ tardi! Finisco adesso il mio giro. E questa cara ammalata come è stata? -

S’era assiso di contro al letto; aveva fatto togliere la ventola alla lampada ed esaminava l’inferma, tenendo fra le dita bianche e grassocce il polso delicato e pallido della fanciulla; ripeteva le solite domande. La contessa rispondeva con un lieve tremito nervoso nella voce; Bice con monosillabi tronchi, sempre con quegli occhi lucenti e inquieti. Nelle sale accanto si succedevano i colpi di campanello discreti, e la cameriera entrava in punta di piedi per sussurrare all’orecchio della signora il nome degli intimi che venivano a chieder notizie dell’inferma.

Ad un tratto il dottore rizzò il capo.

- Chi è arrivato adesso? - domandò con vivacità strana.

- Il marchese Danei - rispose la contessa.

- La solita pozione per questa notte - continuò il medico, come se avesse dimenticato la sua domanda. - Osservare a che ora cadrà la febbre. Del resto nulla di nuovo. Bisogna dar tempo alla cura -.

Ma non lasciava il polso dell’inferma; fissando uno sguardo penetrante su la fanciulla che aveva chinato gli occhi. La madre aspettava ansiosa. Un istante gli occhi ardenti della figlia s’incontrarono con quelli di lei, e avvampò subitamente in viso.

- Per carità, dottore! per carità! - supplicava la contessa, accompagnando il medico sino all’anticamera, senza badare agli amici e ai parenti che aspettavano in un angolo del salone, chiacchierando sottovoce. - Come ha trovata oggi la Bice? Mi dica la verità!

- Nulla di nuovo - rispondeva lui. - La solita febbriciattola, il solito squilibrio nervoso... -

Ma quando furono in un salottino appartato, si piantò ritto dinanzi alla contessa, e disse bruscamente:

- La ragazza è innamorata di questo signor Danei -.

La contessa non rispose sillaba. Solo impallidì orribilmente, e per istinto si portò le mani al petto.

- Bisogna pensarci! - ribatté il medico con una certa rude franchezza. - Ora ne son certo. Il caso è grave.

- Lui! - fu la prima parola che scappò alla madre, senza sapere quel che si dicesse.

- Sì; il polso me l’ha detto. Lei non ha avuto alcun indizio? Non ha mai sospettato qualche cosa?

- Mai!... Bice è così timida... così...

- Il marchese viene spesso in casa? -

La poveretta, sotto gli occhietti grigi di quell’uomo che assumeva l’importanza d’un giudice, balbettò: - Sì.

- Noi altri medici alle volte abbiamo cura d’anime - aggiunse il dottore sorridendo. - Forse è stato un bene che quel signore sia arrivato nel momento della mia visita.

- Ma ogni speranza non è perduta, dottore? Per l’amor di Dio!...

- No... secondo i casi. Buona sera -.

La contessa rimase un momento in quella stanza, quasi al buio, asciugandosi col fazzoletto un lieve sudore che le umettava le tempie. Quando ripassò dal salone, rapidamente, guardò Danei in un canto, nel crocchio degl’intimi, e salutò tutti con un cenno del capo.

- Bice, figlia mia! il dottore t’ha trovata meglio oggi, sai!

- Sì, mamma - rispose la fanciulla dolcemente, con quella amara indifferenza degli ammalati gravi che stringe il cuore.

- Ci è di là delle visite per te. Vuoi vederli?

- Chi c’è?

- Ma tutti. La tua zia, Augusta, il signor Danei... Vuoi vederli? -

Bice chiuse gli occhi, come fosse stanca; e nell’ombra, così pallida com’era, si vide un lieve rossore montarle alle guance.

- No, mamma. Non voglio veder nessuno. -

Attraverso quelle palpebre chiuse, delicate come foglie di rosa, sentiva fisso su di lei lo sguardo angoscioso ed intenso della madre. All’improvviso riaprì gli occhi, e le buttò al collo quelle povere braccia magre e tremanti sotto la batista, con un moto indefinibile di confusione, di tenerezza e di sconforto.

Madre e figlia si strinsero teneramente, a lungo, senza dir parola, piangendo entrambe delle lagrime che avrebbero voluto nascondersi.

 

Ai parenti e agli amici che domandavano premurosi notizie dell’inferma, la contessa rispondeva come l’altre volte, ritta in mezzo al salone, senza poter dissimulare uno spasimo interno che di quando in quando le mozzava il respiro. Allorché tutti se ne furono andati, rimasero faccia a faccia, Danei e lei.

Tante volte erano rimasti soli alcuni minuti, come allora, vicino a quel tavolo, a scambiare qualche parola di conforto e di speranza, o assorti in un silenzio che accomunava il loro pensiero e le loro anime nella stessa preoccupazione dolorosa; momenti tristi e cari, nei quali ella attingeva la forza e il coraggio di rientrare nell’atmosfera cupa e lugubre di quelle stanze d’inferma con un sorriso di incoraggiamento. Stettero alquanto senza aprir bocca, con la fronte sulla mano. La contessa aveva tale espressione in tutta la sua persona, che Roberto non sapeva cosa dirle. Finalmente le stese la destra. Ella ritirò la sua.

- Sentite, Roberto... Ho da dirvi una cosa... una cosa da cui dipende tutta la sua vita -.

Egli aspettava, serio, un po’ inquieto.

- Mia figlia vi ama! -

Danei rimase sbalordito, guardando la contessa che si era nascosta il viso tra le mani e piangeva dirottamente.

- Ella!... È impossibile!... Guardate bene!...

- No! Me l’ha detto il medico. Ed ora ne son certa. Vi ama da morirne...

- Vi giuro!... Vi giuro che...

- Lo so. Vi credo. Non ho bisogno di cercare perché Bice vi ami, Roberto!... -

E si abbandonò sul divano.

Roberto era commosso anche lui. Tentò di pigliarle la mano un’altra volta.

Ella lo respinse dolcemente.

- Anna!

- No! - esclamò la madre con vivacità.

E quelle lagrime silenziose pareva che le solcassero le guance delicate come degli anni, degli anni di dolore e di castigo che sopravvenivano tutto a un tratto nella sua esistenza spensierata. Il silenzio sembrava insormontabile. Infine Roberto mormorò:

- Cosa volete che faccia?... dite... -

Ella lo guardò smarrita, con un’angoscia indicibile. E balbettò:

- Non so!... non so!... Lasciatemi tornar da lei... Lasciatemi sola stasera... -

Come rientrava nella camera dell’inferma, dall’ombra del cortinaggio gli occhi della figlia luccicavano ardenti, fissi su di lei, con un lampo inconsciente che l’agghiacciò sulla soglia.

- Mamma - chiese Bice - chi c’è ancora?

- Nessuno, figlia mia.

- Ah!... Statti con me allora. Non mi lasciare -.

E le teneva le mani, tremante.

- Povera bimba mia! Povero amore! Guarirai presto, sai! L’ha detto il medico.

- Sì mamma.

- E... e... sarai felice -.

La figlia le fissava sempre in viso quello sguardo.

- Sì, mamma -.

Poi chiuse gli occhi, che sembravano neri, nelle orbite incavate. Successe un mortale silenzio. La madre scrutava quel viso pallido e impenetrabile con uno sguardo ardente, arrossendo e impallidendo a vicenda.

Ad un tratto si fece smorta come lei, e la chiamò con un’altra voce.

- Bice! -

Il petto della madre si contraeva spasmodicamente, come se qualche cosa vi agonizzasse dentro. Poi si chinò sulla figliuola, posando la guancia febbrile su quell’altra guancia scarna, e le mormorò nell’orecchio, con un soffio appena intellegibile:

- Ami qualcheduno, figlia mia? -

Bice spalancò gli occhi all’improvviso, tutta una fiamma in volto. Poi, con quegli occhi sbarrati e quasi paurosi, fissi negli occhi pieni di lagrime della madre, balbettò con un accento ineffabile d’amarezza e quasi di rimprovero:

- Oh mamma!... -

Allora la sventurata, sentendosi penetrare quella voce e quelle parole sino all’intimo del cuore, ebbe il coraggio d’aggiungere:

- Il signor Danei ha chiesto la tua mano.

- Oh mamma! Oh mamma! - ripeteva la fanciulla con lo stesso accento supplichevole e dolente, stringendosi nelle coperte con un movimento intraducibile. - Oh mamma!... -

La contessa, che sembrava anche lei nello smarrimento di un’agonia, biascicava:

- Però... se tu non l’ami... se tu non l’ami... Di’!... -

L’inferma ascoltava palpitante, ansiosa, agitando le labbra senza proferir parola, con gli occhi spalancati, enormi sul volto rifinito, fissi negli occhi della madre. Tutt’a un tratto, come quella si chinava verso di lei, l’avvinse al collo con le braccia tremanti, stringendola con una forza che diceva tutto.

La madre, in un impeto d’amore disperato, singhiozzava:

- Guarirai! guarirai! -

E tremava convulsivamente.

Il giorno dopo, la contessa aspettava Danei nel suo gabinettino, seduta accanto al caminetto, stendendo verso il fuoco le mani così bianche che sembravano non avesse più una goccia di sangue nelle vene, con gli occhi fissi sulla fiamma. Quanti pensieri, quante visioni, quanti ricordi, passavano dinanzi a quegli occhi! Il primo turbamento che l’aveva sorpresa al sentire annunziare la solita visita di lui, - il silenzio che era caduto all’improvviso fra loro due, e la parola che egli le aveva sussurrato all’orecchio, abbassando la voce ed il capo, - il batticuore delizioso che le aveva imporporato le gote ed il seno quando egli l’aveva aspettata nel vestibolo dell’Apollo per vederla passare, bionda, nella mantellina di raso bianco. - Poi le lunghe fantasticherie color di rosa, a quel medesimo posto, le gioie trepide e intense, le attese febbrili, nelle ore in cui Bice prendeva la sua lezione di musica o di disegno. Ora, allo squillare del campanello si rizzò con un tremito nervoso. Tornò a sedere, calma, con le mani in croce sulle ginocchia.

Il marchese si fermò esitante sull’uscio. Ella gli stese la mano che ardeva, evitando di guardarlo. Siccome Danei, non sapendo che pensare, chiedeva della Bice, rispose dopo un breve silenzio:

- La sua vita è nelle vostre mani.

- Per l’amor di Dio, Anna!.. Voi v’ingannate!... - esclamò egli - Bice s’inganna!... Non può essere! non può essere!... -

La contessa scosse il capo tristamente.

- No, non m’inganno! Me l’ha confessato ella stessa... il dottore dice che la sua guarigione dipende... da ciò!...

- Da che cosa?... -

Per tutta risposta ella gli fissò in volto gli occhi arsi di febbre. Allora, sotto quello sguardo, la prima parola di lui, impetuosa, quasi brusca, fu:

- Oh!... no!... -

Ella giunse le mani.

- No, Anna; pensateci bene... Non può essere!... Voi v’ingannate! - ripeteva Danei, agitato anche lui violentemente.

Le lagrime le soffocarono la voce in gola. Poi stese le mani a Danei, senza dir nulla, come nei bei tempi trascorsi. Soltanto quegli occhi che lo fissavano con un’espressione di preghiera e d’angoscia straziante erano diventati tutt’altri in ventiquattr’ore.

Roberto chinò il capo al pari di lei.

Entrambi erano due cuori onesti e leali, nel significato mondano della parola, nel senso di poter sempre affrontare a fronte aperta qualsiasi conseguenza di ogni loro azione. Perché la fatalità facesse abbassare quelle teste alte e fiere, bisognava che le avesse messe per la prima volta di fronte a un fatto che rovesciava bruscamente tutta la loro logica e ne mostrava la falsità. La rivelazione della contessa aveva sbalordito Danei; ora ripensandoci ne era spaventato; e in quel contrasto d’affetti e di doveri combattentisi sotto il riserbo imposto ad entrambi dalla rispettiva posizione che li rendeva più difficili, si trovava imbarazzato. Parlò di loro due, del passato, dell’avvenire che gli faceva paura, cercando le frasi e le parole per scivolare fra tanti argomenti scabrosi, per non urtare o ferire alcuno di quei sentimenti così delicati e complessi.

- Pensateci bene, Anna! Questo matrimonio è impossibile! -

Ella non sapeva che dire. Balbettava solo: - Mia figlia! mia figlia!

- Ebbene... Volete che parta?... che mi allontani per sempre?... Sapete qual sacrifizio io farei!... Ebbene, lo volete?

- Ella ne morrebbe -.

Roberto esitò, prima d’affrontare l’ultimo argomento. Poi mormorò, abbassando la voce:

- Allora... allora non resta che confessarle ogni cosa... -

La madre s’irrigidì in una contrazione nervosa, con le dita increspate sul bracciuolo della poltrona. E rispose con voce sorda, chinando il capo:

- Lo sa!... Lo sospetta!...

- E nondimeno?... - riprese Danei dopo un breve silenzio.

- Ne sarebbe morta... Le ho fatto credere che s’ingannava.

- E lo ha creduto?

- Oh! - esclamò la contessa con un triste sorriso. - L’amore è credulo... Lo ha creduto!

- E voi? - chiese Roberto con un tremito che non poté dissimulare nella voce.

- Io ho già tutto sacrificato a mia figlia -.

Poi gli stese la mano, e soggiunse:

- Sentite com’è calma?

- Siete certa che sarà sempre così calma? -

Ella rispose:

- Sempre! -

E sentì freddo sulla nuca, alla radice dei capelli.

Si alzò vacillante, e si strinse il capo di lui sul petto.

- Ascoltate, Roberto, ora è vostra madre che vi abbraccia! Anna è morta. Pensate a mia figlia! Amatela per me e per lei. Ella è pura e bella come un angelo. La felicità la farà rifiorire. Voi l’amerete come non avete mai amato... Dimenticherete ogni cosa... siate tranquillo!... -

Roberto era pallido.

 

Il matrimonio della contessina Bice fu annunciato officialmente pochi giorni dopo che ella entrò in convalescenza. Amici e parenti venivano a congratularsi dei due fortunati avvenimenti in una volta. Il marchese Danei era un partito convenientissimo; e se un qualche indiscreto arrischiò delle osservazioni sulla disparità degli anni, o altro, fu messo subito a tacere dal coro unanime delle signore che si sollevava scandalizzato. La fanciulla risanava davvero, raggiante di una vita nuova, colla cecità, colla credulità, coll’oblio, coll’egoismo della felicità che espandeva nel seno della madre, la quale sorrideva. Il dottore si fregava le mani, borbottando:

- Io non ci ho alcun merito. Io faccio come Pilato. Questa benedetta gioventù se ne ride della scienza. Io non ci ho altro da prescrivere qui: Recipe. - L’inverno a San Remo o a Napoli. L’estate a Pegli o a Livorno. Una scappata a Roma pei balli del carnevale, e un bel maschiotto alla fine della cura -.

La contessa, alla figlia che avrebbe voluto condurla seco rispondeva:

- No. Io e il dottore non ci abbiamo più nulla a fare in questo viaggio. Tutta la mia pretesa è che siate felici! -

E sorrideva agli sposi, del suo sorriso un po’ stanco. La figlia alle volte aveva inconsciamente degli sguardi acuti che correvano come un lampo dal fidanzato alla madre. A quelle parole, senza saper perché l’abbracciò stretta, nascondendole il viso in seno.

La contessa diceva che quella era l’ultima sua festa; e le sue spalle bianche e delicate si mostrarono un’ultima volta alla cerimonia dello sposalizio, nelle sale scintillanti di lumi, e affollate di amici e parenti come nei giorni più tristi in cui venivano a chieder notizie della Bice. Roberto le baciò la mano senza poter dissimulare un certo turbamento. Poi, quando l’ultima carrozza fu partita e non rimase a piè dello scalone che il piccolo coupé del marchese, e la carretta inglese che portava il bagaglio degli sposi, mentre Bice era andata a cambiarsi d’abito, rimasero soli un momento, Roberto e lei.

- Fatela felice, Roberto -.

Danei era nervoso, abbottonava macchinalmente il suo ulster da viaggio, si cavava e tornava a infilarsi i guanti. Non disse una parola.

Madre e figlia si abbracciarono strette, strette, lungamente. Poi la contessa respinse quasi bruscamente la figliuola, dicendo:

- È tardi. Perdete il treno. Andate! andate! -

 

La contessa Orlandi aveva tossito un poco quell’inverno, e di tanto in tanto aveva avuto bisogno del medico. Costui, onde non spaventarla, la sgridava perché passava le mattinate in chiesa a salvarsi l’anima e perdere il corpo. Parlava di semplici raffreddori. In realtà entrambi pensavano ad altro, ad una minaccia più grave, e sapevano d’ingannarsi a vicenda. Bice scriveva che stava bene, che era contenta, che era felice, e più tardi accennò anche velatamente a un altro avvenimento che avrebbe affrettato il loro ritorno prima dell’anno.

La contessa telegrafò di non farne nulla, di aspettare l’avvenimento là dove si trovavano. Ella era inquieta; temeva lo strapazzo del viaggio. Piuttosto sarebbe corsa lei a raggiungerli, all’ultimo momento. Però tardava sempre. I telegrammi si succedevano. Infine Roberto ebbe un dispaccio. - Arrivo stasera -.

Il viaggio le parve eterno. Ma allorché udì il fischio dell’arrivo si sentì mancare; ebbe quasi paura.

La prima persona che vide sul marciapiede della stazione, in mezzo alla folla, fu Roberto, che l’aspettava, solo. Ella si strinse con forza il manicotto sul cuore, quasi le mancasse il respiro. Roberto le baciò la mano, sul guanto, e passarono insieme pel cancello. Intanto balbettava:

- Bice? come sta? -

Fuori era fermo il piccolo coupé del marchese, col servitore accanto allo sportello aperto. Doveva montare insieme a lui! Ella si stringeva nel suo cantuccio, chiusa nella sua pelliccia, col velo sul viso.

- Bice sarà tanto contenta! - mormorava lui - tanto contenta! - Ripeteva sempre la stessa cosa, col viso rivolto allo sportello, impaziente d’arrivare. Sfilavano le case e le botteghe illuminate. Ad un tratto successe l’oscurità, nell’attraversare una piazza. Tutti e due istintivamente si scostarono, e tacquero.

Poi si udì rimbombare il rumore della carrozza sotto la vòlta dell’androne. Bice era corsa a piedi della scala; si buttò al collo della mamma con un diluvio di carezze e di parole sconnesse. Era sofferente, e Roberto le diede il braccio per salire le scale. La madre veniva dopo, un po’ stanca anch’essa e soffocata dalla sua gran pelliccia.

Quando furono nel salone, in piena luce, ella fu colpita dall’aspetto di Bice, dalla veste da camera discinta, dalle mani venate d’azzurro posate sui bracciuoli, dal viso sbattuto ma raggiante di una felicità serena. Roberto si chinava per parlarle all’orecchio. Senza avvedersene s’erano appartati alquanto, vicino al parafuoco che li colorava di un’aureola rosata.

Allora alla donna lasciata in disparte sfuggì un’occhiata rapida e scintillante come una saetta.

Un momento rimasero sole madre e figlia. Dopo avere esitato alquanto, la madre chiese:

- Sei felice?

- Sì, mamma!... Tanto felice! -

Anna sola sembrava calma. Allorché rimasero faccia a faccia con Roberto, ed egli parlava, parlava, quasi avesse paura del silenzio, - ella ascoltava col sorriso distratto, sprofondata nella poltrona accanto al fuoco che lumeggiava d’azzurro i capelli neri, col fine profilo opaco inquadrato nella luce al pari di un cammeo.

Una sera che Bice si era ritirata prima del solito, e Roberto era restato con la contessa nel salone a farle compagnia, il silenzio piombò all’improvviso fra di loro.

La contessa si alzò, e gli diede la buona notte semplicemente, accusando un po’ di stanchezza anche lei. Roberto era turbato parimente. In questa apparve Bice, come un fantasma, vestita del suo accappatoio bianco.

Madre e figlia si guardarono: e la prima rimase senza parola, quasi senza fiato. Roberto, il meno imbarazzato di tutti e tre, disse:

- Che hai, Bice?

- Nulla... Non potevo dormire... che ora è?

- Non è tardi. Tua madre voleva ritirarsi perché è stanca...

- Miei cari - disse questa con un mesto sorriso. - Alla mia età... Pensateci bene... -

E come Roberto, per abitudine, faceva un gesto... essa rialzò alquanto i capelli sulle tempie, per mostrare quelli di sotto, tutti bianchi.

- Oh, è un pezzo! - rispose all’atto di sorpresa di Bice.

Questa, con uno slancio affettuoso, le buttò le braccia al collo, e le cacciò la testa in seno, senza dir nulla. Però le mani della madre sentivano che tremava tutta.

Roberto era presso il camino, in silenzio, col capo un po’ curvo, come gli pesasse qualche cosa sull’anima, e sentisse di essere di troppo fra quelle due donne, in tal momento. Quando i suoi occhi s’incontrarono con quelli di Anna arrossì; e fu quella l’unica volta che fra di loro divampasse un ricordo del passato!

- Ora son nonna! - osservò sorridendo la contessa, ritta di faccia allo specchio, e lisciandosi i capelli con le mani bianche. E rivolgendosi verso di loro, stese semplicemente le mani a tutti e due. Roberto gliele baciò, chinando profondamente il capo. Bice di tanto in tanto le stringeva la destra nervosamente; ed ella sentiva quella stretta penetrarle sino al cuore, come una fitta.

Allorquando fu sola nella sua stanza, si buttò ginocchioni davanti al crocifisso, col capo fra le braccia, e la luce della candela solitaria le baciò a lungo la nuca bianca e delicata.

Passò due settimane in casa della figlia, dove si sentiva estranea, accanto a Bice, accanto a lui! Com’erano mutati! quando egli le dava il braccio per andare a tavola; quando Bice diceva, - Mamma! - senza guardarla, e arrossiva se parlava di suo marito! - Dimenticherete, siate tranquillo! - ella avea detto a Roberto. E per dimenticare era bastato!... Ahi! Ella chiudeva gli occhi rabbrividendo a quel pensiero. Qualche volta, all’improvviso, sentiva degli impeti di collera, quasi di gelosia pazza. Gli aveva tolto persino il cuore di sua figlia! Tutto gli aveva tolto quell’uomo!

Una sera avvenne un gran trambusto nella casa; cocchieri e servitori spediti in furia; medici che arrivavano frettolosi, ed entravano difilato nella camera di Bice.

Ad intervalli succedeva un gran silenzio. C’era una bugia sola che rischiarava il salone. Tutt’a un tratto si udì un grido: un grido straziante che risonò dentro di lei come uno schianto. E non poteva pregare nemmeno. La sua ragione se ne andava dietro quei passi che si udivano frettolosi, in anticamera, pel corridoio, per le scale.

Più tardi, Roberto bussò discretamente all’uscio di lei, ella proferì: - Entrate! - con voce rauca.

Era commosso e raggiante insieme. Non l’avea mai visto così. Volevano che venisse a vedere il neonato; che fosse la madrina; che so io... - No! - rispose, con la febbre negli occhi.

Poscia accorse nella camera della figlia, convulsa. Bice era supina sul letto, bianca, estenuata, con gli occhi socchiusi e ancora umidi, e i denti stretti dall’angoscia. La madre si sentiva dentro di sé questo ruggito:

- Voi me l’avete uccisa voi! -

Venne il giorno del battesimo, nella chiesa tutta scintillante di lumi. La contessa aveva poi consentito a fare da madrina. Se alle volte usciva in qualche stranezza, dovevano accusarne lo stato di salute della povera nonna; diceva sorridendo: - Anche le nonne hanno dei nervi! - Quando le tolsero di dosso la pelliccia, sotto i merletti e i diamanti dell’abito di gala, parve di vedere uno spettro. Gli omeri aguzzi mal dissimulati, e gli occhi arsi di febbre, in fondo alle occhiaie livide, sul volto solcato. La bambina fu battezzata Carlotta Danei.

 

Bice andava rimettendosi lentamente. Era un organismo delicato che vibrava al minimo urto. Nei lunghi giorni di convalescenza le venivano dei pensieri neri, degli impeti di irritazione sorda ed ingiusta, degli scoramenti improvvisi, come se tutti l’abbandonassero. Allora guardava muta, cogli occhi neri, e diceva al marito con un accento indefinibile:

- Perché esci? Dove vai? Perché mi lasci sola? -

La sera del battesimo, al vedere i pizzi e i diamanti della mamma, aveva mormorato, stringendosi nelle coperte, aggrottando le ciglia, con uno strano accento di rancore quasi selvaggio:

- Come sei bella! -

E poi, una volta, nella febbre, con gli occhi accesi: - Quando partirai? -

Roberto abbassava il capo, e la contessa si sentiva soffocare. Alcuni istanti dopo, dietro alle cortine del letto, si portò il fazzoletto alle labbra, e lo nascose in fretta macchiato di sangue.

Poscia Bice tornava in sé, e pareva chiedere perdono a tutti con le sue parole e le carezze affettuose. Appena cominciò a lasciare il letto, sua madre fissò il giorno della partenza. Bice le rivolse uno sguardo scrutatore e impallidì chinando tosto gli occhi. Quando fu l’ultimo momento, alla stazione, erano commosse tutte e due, abbracciandosi senza dire una parola, come si lasciassero per sempre.

La contessa arrivò tardi, la sera, affranta, intirizzita dal freddo. La casa vasta e deserta era fredda anch’essa, col gran fuoco acceso, con le lumiere solitarie, per tutta l’infilata delle sale.

 

Anna s’era ammalata. Prima accusò la stanchezza del viaggio, poi le commozioni, o un colpo d’aria. Stette circa tre mesi fra letto e lettuccio, il medico tornò a venire tutti i giorni.

- Non è nulla - ripeteva lei - oggi mi sento meglio. Domani mi alzerò -.

Alla figlia scriveva regolarmente, e non aveva voluto che il dottore la informasse della malattia.

Verso il principio dell’autunno parve migliorare davvero. Ad un tratto ricadde, e in due giorni peggiorò in guisa che il dottore si credette in debito di telegrafare al genero. Roberto arrivò il giorno dopo, agitatissimo.

- Bice è in stato interessante - disse al dottore, che vide per il primo - e ho temuto che questa notizia...

- Ha fatto bene. Anche la salute della marchesa ha bisogno di molti riguardi.... È una malattia gentilizia... Io stesso non avrei preso su di me questa responsabilità se non fosse stata... la gravità del caso...

- Molto grave? - balbettò Roberto.

Il dottore scosse il capo.

- Le hanno portato oggi il viatico -.

Per tutte le stanze infatti vagava un odore di incenso. - Odore di morte - diceva il medico, vinto nella camera della moribonda da un odore più forte di etere, acuto, penetrante, che sembrava andare al cuore. Il letto bianco impallidiva in fondo alla vasta alcova oscura spalancata.

Roberto si arrestò su quella soglia, sconvolto, e fece un passo indietro.

- Non vuol vederla? - chiese la vecchia cameriera.

- No... Non so... Bisognerebbe avvertirla... -

La cameriera si accostò al letto, e si chinò sulla moribonda. Poi le fece un segno con la mano. Anna era immobile, con gli occhi spalancati, delle ombre livide sulle guance e alle tempie.

Ai piedi del letto stava una suora vestita di color bruno. La cameriera ritta dall’altro lato, piangendo.

- Bice... - balbettava Roberto - Bice... -

E non poteva aggiunger altro, soffocato. Ella non rispondeva, non fiatava nemmeno, sempre con gli occhi aperti, fissi, immobili. Roberto si volse al dottore, con un’interrogazione d’angoscia repressa negli occhi.

Questi scosse il capo.

Roberto lentamente cadde sui ginocchi, quasi gli fossero mancate le gambe. Tutt’a un tratto la pendola sonò la mezza; egli tornò a rizzarsi in piedi con un sussulto.

La suora si era alzata, e la cameriera si accostava al letto, col fazzoletto agli occhi. Ma la moribonda non si era mossa. Il medico le teneva il polso con gli occhi fissi su di lei. Da lì a poco come un’ombra le passò sul viso.

Roberto sentì una mano che lo prendeva per il braccio, e lo conduceva via dolcemente.

Frammento II

Nella città straniera, stranieri l’uno all’altra, s’erano trovati accanto alla stessa tavola d’albergo e alla medesima rappresentazione teatrale che attirava da ogni parte gli zingari della gran vita.

Ella fine e delicata come un fiore - egli baldo e rapace come un uccello da preda. E appena si guardarono in viso la prima volta tornarono a guardarsi, ella facendosi sempre pallida. - E dopo, nella semioscurità del teatro che concentrava una sensazione estraumana, lo sfolgorio delle scene, e l’ebbrezza delle piene orchestre, egli si impadronì risoluto delle piccole mani tremanti, e le tenne strette quanto durò la loro stagione d’amore.

Dolce stagione che dileguò al pari della visione scenica! - Dolce musica che respirava - gli incanti svaniti colla grazia un po’ triste e la tenerezza penetrante delle cose che non son più - là, in quell’altro teatro di un altro paese dove si erano trovati insieme l’ultima volta, ancora accanto, e pure tanto lontani!

«Nel carrozzone dei profughi» (frammento III)

Nel carrozzone dei profughi, due povere donne sedute accanto, col fagotto della roba che avevano avuto al Municipio sulle ginocchia, si narravano i loro guai. Anzi una non parlava più; guardava nella folla con certi occhi stralunati, quasi cercando la figlia che le avevano detto fosse stata salvata da un giovanotto quando trassero anche lei dalle fiamme e dalle macerie. Una ragazza bella come il sole, che chi l’aveva vista una volta l’avrebbe riconosciuta fra mille. L’avevano vista rifugiata sotto un portone - tra i feriti del Savoja - alla stazione. Tutti l’avevano vista, fuori che lei! Dalla stazione aveva visto soltanto la sua casa che bruciava, per due ore, sinché il treno stette lì. E ora, mentre cercava la sua creatura fra la gente, da otto giorni, e pensava a lei che forse la cercava e chiamava aiuto, vedeva ancora quella distruzione e quell’incendio come un rifugio, una disperata certezza.

- Ora son sola - diceva l’altra. - Quando incontrai mio marito, qui, per caso, salvo anche lui, non mi pareva vero. Ma avevo tre figli: una maritata, colla grazia di Dio, e il maggiore che mi portava a casa già la sua giornata... Tutti! Tutti!... Io mi ero alzata appunto pel più piccolo ch’era malato, quando successe il terremoto. Il Signore non mi volle -.

Ne parlava tranquillamente, colla faccia gialla e la testa fasciata.

- Ora, quando lui sarà guarito andremo in America -.

L’altra alzò gli occhi, soltanto, e la guardò.

- Certo, che faremo qui?

- In America? - disse un altro profugo. - Non sapete che vita da cani! Peggio dei cani li trattano i cristiani! -

Ella a sua volta guardò sbigottita colui, come a ripetere: - Che faremo qui?

- Qui siamo nati; qui sono le pietre delle nostre case! - dissero gli altri.

Frammento IV

Mi sembra ancora di vederla quella figura sconvolta, uomo o donna, non so. Rammento solo due occhi pazzi e una bocca spalancata, enorme, urlando forse nel gridìo generale, nera anch’essa, ma di un pallore cadaverico. Dibattevasi per farsi largo nella ressa dei profughi giunti con le prime corse, che si accavallavano sul balcone del Municipio all’arrivo di altre barelle e di altri carrozzoni che portavano altri profughi e altri gemiti. Ad un tratto vide, riconobbe qualcuno nella sfilata tragica, laggiù in fondo alla piazza. Si spinse innanzi disperatamente, quasi volesse buttarsi giù e si mise a chiamare, a gridare, a chiedere chissà? un nome, una notizia di vita o di morte, qualcosa che l’altro soltanto poteva udire e comprendere in quel frastuono immenso, dall’altra estremità della piazza immensa, urlando. E l’altro, di laggiù, vide lei sola, in quel formicolio umano, udì, indovinò il nome e la domanda ansiosa, e rispose certo con una parola, un segno che al di sopra della folla, della confusione, del frastuono giunsero diritti a lei, che si cacciò le mani nella criniera arruffata, senza una parola, senza un grido, e cadde, scomparve nell’ondata di altri che gridano e chiamano ansiosi, dolorosamente egoisti.

Un’altra inondazione

Mi rammento, nell’ultima eruzione dell’Etna, di avere assistito ad uno di quei semplici episodi che vi colpiscono più profondarnente della catastrofe istessa. Era lo spettacolo di un casolare, in fondo alla valle, che la lava stava per seppellire. Davanti al casolare, c’era un cortiletto, cinto da un muricciuolo, il quale aveva arrestato per poco la corrente, e le scorie gli si ammonticchiavano addosso adagio adagio; sembrava si gonfiassero, come un rettile immane irritato, e scoppiavano in larghi crepacci infuocati. Allora il casolare ne era improvvisamente rischiarato, e si vedevano le finestre spalancate, una tettoia accanto alla porta, e un albero nel cortiletto. L’immensa valle era tutta nera di scorie fumanti, che si squarciavano qua e là, e avvampavano nelle tenebre, e le scorie irrompevano da quei crepacci, con un acciottolio prolungato e sinistro, come di un’immensa distesa di tegole che rovinasse. Una delle finestre del casolare si era illuminata, e dava un aspetto di cosa viva a quella casuccia abbandonata in mezzo a tanta desolazione; ma ciò che colpiva maggiormente era quel cortiletto deserto e sgombro d’ogni cosa, senza un cane, né una gallina, né un pezzo di legno, quasi spazzato da un vento furioso. Di tanto in tanto vi si vedeva comparire un uomo, il quale sembrava nero nel riflesso ardente della lava, e piccin piccino per la grande distanza. Egli si affacciava sotto la tettoia, e guardava. Dal poggio dove eravamo, si scorgevano anche col cannocchiale altri uomini piccini e neri, che formicolavano sul tetto, e ne levavano le tegole, i travicelli, le imposte, tutto ciò che potevasi strappare di dosso alla povera casa, la quale pareva sempre più desolata a misura che la spogliavano nuda prima di abbandonarla. E intanto dal poggio gli spettatori, seccati dalla cenere che li accecava, e dalle emanazioni che toglievano il respiro, s’impazientivano del lungo tempo che ci metteva la lava a soverchiare l’altezza del muricciuolo, e calcolavano, coll’orologio in mano, il tempo che ci avrebbe messo a circondare la casuccia. Tutt’a un tratto l’albero accanto alla porta avvampò come una fiaccola, e la lava si rovesciò nel cortile.

 

E nella immensa valle nera non si vide altro che il rosseggiare qua e là delle lave che irrompevano, accompagnate dall’acciottolio sinistro delle scorie che precipitavano. Alle volte, mentre la corrente infuocata si ammonticchiava a poco a poco per 50 metri d’altezza, non si udiva né si vedeva più nulla, tranne il fruscio soffocato della pioggia di cenere, che stampavasi come uno sterminato nuvolone nero sul pallido cielo di luna nuova, e le fiamme che si accendevano di tratto in tratto nella valle, e indicavano il corso della corrente di fuoco. Ah! quanti alberi se ne andavano in quelle fiamme! e quanti filari di vigne zappati, potati, accarezzati, guardati cogli occhi assorti nei castelli in aria della povera gente! e quante cannucce con le immagini di sant’Agata miracolosa, che non erano valse ad arrestare il fuoco! e quante avemarie biascicate colle labbra tremanti!

E noi che correvamo ad assistere a quel triste spettacolo in brigate chiassose! e le strade della montagna che erano popolate di notte come alla vigilia di una festa, e i cocchieri che facevano scoppiettare allegramente le fruste perché non avevano né vigne né case, e la loro vigna era quella provvidenza dell’eruzione che avrebbe dovuto non finir più, se voleva Dio! e le bettole affollate e fumanti, e i campi lungo le siepi, e le storielle dettagliate del disastro che si raccontavano per renderne più piccante lo spettacolo a coloro che spendevano 20 lire per andarlo a vedere! - Quante ricchezze aveva ingoiate il fuoco, quanti campi aveva distrutto, quanto erano distanti i boschi del barone A. e quanto potevano valere i nocciuoleti del marchese B. minacciati dell’eruzione. - Insomma i particolari più desolanti, come il pepe della pietanza, che vi facevano sospirare dal piacere pensando che non ci avevate nemmeno un palmo di terra da quelle parti.

 

Un tale, il giorno prima, vi possedeva una vigna che gli fruttava 3000 lire all’anno, una ricchezza, sebbene non avesse altro, per sé e per la sua numerosa famiglia. Tutt’a un tratto vennero a dirgli che il fuoco si divorava la sua ricchezza, e lo lasciava povero e pazzo, come si dice. Egli accorse a cavallo dell’asino, e trovò il vignaiuolo affaccendato a levare le imposte del palmento, e le tegole del tetto, le doghe delle botti, tutto ciò che si poteva salvare, come avevano fatto quei del casolare. Il padrone, giungendo alla porta senz’uscio del palmento, dinanzi alla sua vigna che gli fumava e gli crepitava sotto gli occhi, filare per filare, domandò al vignaiuolo con la faccia bianca; - Perché avete levato le tegole e le imposte, e le doghe delle botti? - Per salvarle dal fuoco - rispose il contadino. - Il fuoco fra tre ore sarà qui. - Lasciate stare ogni cosa, - disse il padrone. - Io non ho più bisogno di palmento, né avrò più cosa metterci nelle botti. Io non ho più nulla . - Egli non aveva nemmeno la zappa da camparsi la vita, come il suo vignaiuolo. Poi baciò il cancello della vigna, che ancora rimaneva in piedi, e se n’andò, tirandosi dietro l’asinello.

Io non ho assistito a quella scena, ma essa mi è rimasta stampata dinanzi agli occhi più nettamente del casolare che ho visto distruggere dalle lave. E quando mi avviene di sentire di qualche altra catastrofe, penso a quei poveretti che si sono voltati a guardare da lontano la vigna inondata e la casuccia distrutta, ed hanno detto; - Io non ho più cosa metterci nelle botti quest’anno, né nel granaio. Io non ho più nulla, - come quel tale che aveva baciato per l’ultima volta il cancello della sua vigna, e se n’era andato tirandosi dietro l’asinello.

- Il carnevale fallo con chi vuoi; -

- Pasqua e Natale falli con i tuoi -

Così andava dicendo compar Menico, a ogni conoscente che incontrava, salutandolo «Viva Maria!» - Il paesetto rideva là al sole, col campanile aguzzo fra il grigio degli ulivi.

- Cosa ci portate a casa, per le feste? - gli chiese il vetturale che gli andava accanto sul basto dondoloni.

- Quel che dà la provvidenza, - rispose compare Menico ridendo fra di  sé. La bisaccia per la salita non gli pesava, tanto aveva il cuore leggiero; e gli facevano allegria financo i passeri che si lisciavano le penne, gonfi dal freddo, sulle spine della siepe. La strada ora gli sembrava lunga, dopo tanto tempo.

- E vostra moglie che vi aspetta? - gli disse il vetturale. Compare Menico fece cenno di sì, ridendo sempre fra di sé.

La casa era in fondo al paese. Passò la fontana; passò la piazza; passò la beccheria, dove c’era gente che comprava carne, e da per tutto, a ogni cantonata, gli altarini parati a festa, cogli aranci e le ostie colorate. Nelle case il suono delle cornamuse metteva allegria.

In fondo al vicoletto del Gallo si udiva un gridìo di ragazzi che giuocavano alle fossette, colle mani rosse. Compar Menico guardava la finestra, da lontano, per vedere se sua moglie l’aspettava. Ma la finestra era chiusa. C’erano comare Lucia a sciorinare il bucato, e comare Narcisa, che filava al ballatoio per fare la gugliata lunga. Lo sciancato andava zoppiconi a raccogliere le galline che fuggivano schiamazzando.

Compare Menico posò la bisaccia, che gli pesava, e sedette ad aspettare accanto all’uscio chiuso, senza accorgersi delle vicine che ridevano dei fatti suoi, nascoste dietro l’impannata. Aspetta e aspetta, infine lo zio Sandro mosso a compassione gli si accostò passo passo, col fare indifferente e le mani dietro la schiena.

Dopo un pezzetto che stavano seduti accanto colle gambe larghe, guardando di qua e di là, lo zio Sandro domandò;

- Che aspettate la zia Betta, compar Menico?

- Sissignore, vossignoria. Son venuto a fare il Natale.

E vedendo che avrebbe aspettato fino al giorno del giudizio, lo zio Sandro si decise a dirgli:

- O che non sapete nulla, dunque?

- Nossignore, zio Sandro. Che cosa devo sapere?

- Che vostra moglie se n’è andata con Vito Scanna, e si è portata via la chiave -.

Compare Menico lo guardò stupefatto, grattandosi la testa. Quindi balbettò:

- E dove se n’è andata?

- Io non lo so, compare Menico. Credevo che lo sapeste.

- Nossignore, io non sapevo niente, -  rispose il poveraccio ripigliando la bisaccia. - Non sapevo che mi aspettava a casa questo bel regalo, la festa di Natale -.

Tutto il vicinato si scompisciava dalle risa, vedendo compare Menico che s’era fatta dare una scala per entrare dal tetto in casa sua, peggio di un ladro. Egli stette rintanato in casa, festa e vigilia, senza aver animo di mettere il naso fuori.

- Questa ch’è la maniera di fare, servo di Dio? - gli diceva comare Senzia la vedova. - La grazia di Dio che lasciate andare a male, tali giornate! e il crepacuore che covate per dar gusto ai vostri nemici! -

Egli non sapeva che dire, in verità; ora il compassionarlo che faceva la zia Senzia lo inteneriva, in mezzo a tutto quel ben di Dio che c’era in casa.

- Che gli mancava, gnà Senzia, ditelo voi? che gli mancava a quella buona donna per farmi questo tradimento?

- Noialtre donne, compare Menico, ci meritiamo il castigo di Dio, - rispondeva comare Senzia.

Quella era veramente una buona donna, che aveva cura del poveraccio, abbandonato al pari di un orfano, e gli teneva la chiave della casa allorché compare Menico se ne fu tornato in campagna come se le feste per lui non ci fossero mai state.

Lì, nel maggese, gli giungevano altre notizie della moglie; - L’abbiamo vista alla fiera di Mililli. -  Vito Scanna se l’è portata a incartar limoni nei giardini di Francofonte -. Tutti gli facevano la predica: - La moglie giovane non va lasciata sola, compare Menico! -

Infine il torto cadeva su di lui. In giugno, colla schiera dei mietitori assoldati dal capoccia, giunse al podere anche Vito Scanna, tutto cencioso, senz’altro bene che la sua falce.

- Guardate che non voglio scene fra di voi! - raccomandò il fattore. - Ciascuno al suo lavoro, com’è dovere -.

Sicché gli toccò anche vedersi Scanna mattina e sera sotto il naso, mangiare e bere e cantare come la cicala, nelle ore calde, per non sentire il sole. Un giorno che il sole gli scaldò la testa a tutti e due, e volevano bucarsi la pancia colla forca, per amore di quella donna, il fattore li minacciò di scacciarli su due piedi, e convenne aver pazienza. Certo è che Betta doveva fare la mala vita, ora che Vito Scanna l’aveva abbandonata.

Il Signore l’aveva castigata, come soleva dire comare Senzia. Zio Menico portava a casa vino, olio, frumento, al par della formica, nella casa senza padrona, dove la zia Senzia si godeva tutto.

- Solo come un cane non posso starci - diceva lui, il poveraccio, per scolparsi. - Chi baderebbe alla casa e mi farebbe cuocere la minestra? -

Il curato, servo di Dio, cercava di toccargli il cuore, e far cessare lo scandalo, ora che sua moglie era sola e pentita. - Aprite le braccia e perdonatele, come al figliuol Prodigo, adesso che s’avvicina il Santo Natale.

- Come posso vedermela di nuovo in casa, vossignoria, dopo il tradimento che mi ha fatto? - rispondeva lo zio Menico - senza pensare a Vito Scanna, che stavamo per ammazzarci colla forca, Dio libero, alla messe! -

Dall’altro canto comare Senzia, che mangiava la foglia, ogni volta che vedeva lo zio Menico parlare col curato, gli faceva un piagnisteo, lamentandosi che volevano abbandonarla nuda e cruda in mezzo a una strada.

- Allora vedrete che il castigo di Dio vi sta sul capo,- conchiudeva il prete. - E la gente a sparlare di lui, che si ostinava a vivere nel peccato, come una bestia.

Il castigo di Dio lo colse infatti a Ragoleti con una febbre perniciosa, peggio di una schioppettata. Lo portarono in paese su di un mulo, che aveva già la morte sulla faccia. Sua moglie allora corse insieme al viatico, colla faccia pallida e torva, e siccome la zia Senzia era ancora lì, umile e atterrita, si mise i pugni nei fianchi, e la scacciò di casa sua come una mala bestia.

Ora ella era la padrona. Compare Menico in un angolo non parlava e non contava più. Appena chiusi gli occhi, la vigilia dell’Immacolata, sua moglie si vestì di nero da capo a piedi, senza perdere un minuto.

E coi vicini, i quali si erano accostati, in occasione della disgrazia, parlavano spesso del morto, poveretto, che aveva lavorato tutta la vita per fare un po’ di roba, e grazie a Dio, lasciava la vedova nell’agiatezza. Ma quando Vito Scanna tornava a ronzarle attorno, vestito di nuovo, come un moscone, essa si faceva la croce e gli diceva:

Ultima visita

«Vorrei morir...».

Donna Vittoria cantava divinamente. Però gli amici che frequentavano la sua casa (casa Delfini era una specie di succursale del Circolo) l’udivano raramente.

Essa pretendeva che il canto l’affaticasse; soleva dire ridendo che sarebbe morta di una malattia di petto. - Per questo motivo, allorché compariva ai balli o al teatro, nel turbinìo infaticabile della vita elegante, splendente di bellezza e scollacciata sino al dorso, su quel petto delicato ch’era rimasto una meraviglia dopo dieci anni di matrimonio, fioccavano i complimenti e i madrigali dei suoi adoratori. - Ne aveva tanti!... - essa diceva con quel sorriso che faceva palpitare il bel nasino arcuato - per far la guardia alla sua virtù, guardandosi in cagnesco fra di loro!... - Amici del marito (il solo del fior fiore del Circolo che non fosse obbligato a farsi vedere un momento nel salotto di lei) o delle sue amiche, le quali venivano a prendere il thè, a farsi ammirare, a darsi degli appuntamenti, a discorrere di tutto, fuorché di musica, ch’era la passione segreta di donna Vittoria - il solo vizio che nascondesse agli amici - diceva lei - il suo egoismo e la sua civetteria - dicevano gli altri. Talché quella sera che si era lasciata piegare dalle calorose insistenze della cugina Roccaglia, era stato proprio un avvenimento, udire la sua voce un po’ velata che accennava squisitamente quella musica, con un certo riserbo signorile, con una tinta di malinconia anche.

- Ah, sì! - esclamò galantemente il vecchio duca d’Orezzo. - Morire a quella maniera e una bella cosa! -

Ella scherzava adesso gaiamente coi suoi intimi, che si affollavano intorno al pianoforte rimproverandole la sua ingratitudine. - Ah, valeva proprio la pena di esserle fedeli, tutte le sere, perch’ella fosse così avara della sua voce, soltanto con loro! - Anche lei, Ginoli, ha il coraggio di lagnarsene? - Io no. La musica mi fa male... quando le sento dire a quel modo «Vorrei morire!...» - Gli occhi di lei ridevano negli occhi del bel giovane biondo, che si accesero anch’essi un istante di una luce più viva, malgrado il loro riserbo mondano, com’era passata una carezza nel tono della voce che voleva sembrare disinvolta e scherzevole.

- Davvero... - soggiunse lei. - Alle volte, sapete... in certi momenti deliziosamente tristi... -

Essa parlava gaiamente della morte nel fervore della festa, al ritmo del valzer di Chopin che l’eccitava vagamente, splendente di gemme e di bellezza, sotto gli occhi innamorati di Ginoli. All’uscire di casa Roccaglia, in mezzo alla scorta di galanti che si affrettavano a metterle la pelliccia sulle spalle, a darle il braccio, ad aprir lo sportello del legnetto tiepido e profumato come un nido, aveva sentito un brivido scenderle per le belle spalle nude, ancora ansanti pel valzer, sotto la lontra del mantello. Il suo medico, il medico delle signore eleganti, era venuto il giorno dopo a fare quattro chiacchiere, sprofondato nella gran poltrona ai piedi del letto, buttando giù svogliatamente prima d’andarsene, senza togliersi i guanti due o tre lineette della sua bella scrittura da signora su d’un foglietto medioevo con la corona a cinque foglie.

Alla porta era una vera processione di carrozze, di amici, di servitori in livrea; tutti che lasciavano una parola, un nome, una carta di visita, di cui il portiere ogni sera recava in anticamera un vassoio pieno zeppo, colla lista fitta di condoglianze e di auguri, insieme al bollettino della giornata, redatto in guisa da poter passare sotto gli occhi dell’inferma, la quale voleva leggere ogni giorno i nomi di coloro che si erano ricordati di lei. Se ne parlava al Circolo, al teatro, come s’incontravano fra di loro, amici e conoscenti di lei, in visita, dal confettiere, allo sportello delle carrozze, a Villa Borghese. - La povera donna Vittoria!... - Le visite si succedevano a Casa Delfini: delle signore eleganti, degli uomini che venivano un momento a stringere la mano al marito di lei, delle coppie che vi si davano ritrovo, delle ondate di profumi leggieri e delicati che passavano nell’atmosfera greve, delle osservazioni brevi che si scambiavano i visitatori a bassa voce, nell’uscire, con un gesto del capo, o della mazzettina, stringendo il manicotto al seno, o stringendosi nelle spalle. La sera miss Florence lasciava il romanzo che stava leggendo, e scendeva colla bimba nella camera della signora, la quale accoglieva entrambi con un sorriso pallido. La figliuola, una ragazzina bianca e delicata, con lunghe trecce d’oro pendenti giù per le spalle, e la compostezza di una donnina, andava a baciare la mamma in punta di piedi, col passo di signorina ben educata. Le chiedeva della salute in inglese o in tedesco, secondo la giornata; poi le augurava la buona notte, e se ne andava dietro all’istitutrice, diritta e impettita. Però una mattina il dottore s’era fatto serio all’udire donna Vittoria lagnarsi di un altro guaio serio, sopravvenutole nella notte: un dolore pungente che le attraversava il petto, dalle spalle al seno: - Come dicono che sia il mal d’amore!... - Donna Vittoria ne parlava in tono scherzoso, con una specie di febbre d’amore realmente negli occhi, sulle guance, e nella voce rotta. Il dottore la pregò di lasciarsi osservare, così, sollevandosi un poco, una cosa da nulla. Una cosa che le faceva un effetto curioso, a lei, al sentire contro la batista quel viso di uomo che pareva l’abbracciasse, e le facesse battere il cuore davvero, e la faceva scomporre in volto, senza saper perché, mentre si forzava ancora di ridere, fra due colpetti di tosse: - Proprio il mal d’amore, eh, dottore? - Egli non rispose subito, intento, coll’orecchio sulle sue spalle delicate che trasalivano e s’imporporavano. Poi aveva espresso il desiderio «di consultarsi con qualche collega sul metodo di cura», e s’era fermato un momento in anticamera a discorrere sottovoce col marito dell’inferma. Calava la sera, una sera tiepida di primavera. Per la via udivasi il rumore non interrotto delle carrozze che tornavano dal passeggio. Soltanto nella camera dell’inferma, che dava sul giardino, regnava un gran silenzio.

Quando la figliuola era andata ad augurarle la buona notte, secondo il solito, donna Vittoria aveva trattenuta la ragazzina per mano, e le aveva detto, nella sua lingua nativa, poche parole che accusavano la febbre, col sorriso già triste nel viso color di cera. La bimba ascoltava seria e zitta, coi grand’occhi azzurri spalancati. Sino a tarda ora, come s’era sparsa la notizia del consulto tenutosi in casa Delfini, erano venuti degli amici di donna Vittoria, che il marito di lei riceveva nel suo salottino da fumare - un salottino da scapolo, con delle figure scollacciate alle pareti, e dove scoppiettava una fiammata allegra - distribuendo dei sigari e delle strette di mano, discorrendo di ciò che avevano detto i medici, e di quel che dicevasi al Circolo e nei crocchi mondani. Qualche signora, venendo a chiedere notizie dell’amica, dopo il teatro, s’avventurò a cacciare un momento la testolina incappucciata in quel recesso profano, scandolezzandosi «degli orrori» che v’erano in mostra, sgridando Delfini e lasciandogli un saluto per «la cara Vittoria», empiendo le sale del fruscìo dei loro strascichi, e il gaio cinguettìo che fugava le idee nere. I domestici sbadigliarono un po’ più del solito in anticamera, e sino a tarda ora lo stesso coupé che aveva ricondotta la padrona dal ballo in casa Roccaglia stette attaccato a piè dello scalone, coi due fanali accesi che si riverberavano nell’acqua della fontana. Null’altro.

Ma la stessa notte l’inferma aveva peggiorato rapidamente. Il medico, chiamato in fretta e in furia sin dall’alba, si turbò in viso al primo vederla. Stette appena cinque minuti e promise di tornare fra qualche ora. Intanto fece prevenire il suo collega del consulto, suggerì alla cameriera di svegliare Delfini, che dormiva ancora, prescrisse un sacco d’ordinazioni che fecero perdere la testa ai servitori e alle cameriere. Per un momento la casa fu tutta sottosopra. Nel cortile c’era un va e vieni frettoloso di carrozze, coi cavalli fumanti e coi cocchieri ancora in giacchetta. Dei parenti giungevano a ogni momento, col viso lungo, parlando sottovoce. Il medico era tornato due volte. Verso le quattro, prima d’andarsene, aveva scritto un’ultima ordinazione sul tavolino dell’anticamera, volgendo le spalle all’uscio, dinanzi al servitore serio e grave, di già in cravatta bianca sino dalle dieci di mattina. Poi, il coupé di donna Vittoria era andato a prendere di corsa una lontana parente, mezza beghina, dinanzi al cui vestito dimesso, quasi umile, gli usci dorati si spalancarono premurosamente. Costei s’era assisa al capezzale dell’inferma, con un’aria d’intimità quasi materna, chiedendole come si sentisse, chiacchierando di cose diverse con la voce pacata delle donne che vivono nella pace della chiesa. Parlò di sé, dei suoi piccoli guai di tutti i giorni, del solo conforto che si trova nella religione. - Giusto incominciava allora la quaresima, l’epoca della penitenza, dopo i peccati del carnevale. A volte le malattie sono avvertimenti che dà il Signore perché ci si rammenti di Lui. Appunto perciò i buoni cristiani antichi usavano chiedere il Viatico appena s’ammalavano. Non è giusto aspettare l’ultimo momento per riconciliarsi con Dio. Già il miglior rimedio è una buona confessione, si era visto tante volte, con dei malati gravi...

Donna Vittoria, bianca come il merletto del guanciale su cui posava la testa, ascoltava senza dire una parola, spalancando gli occhi, quasi affascinata da un’orribile visione interiore, col viso già stravolto da un’angoscia suprema, agitando le mani, agitando il capo che non poteva trovar requie sul guanciale. Tutt’a un tratto si fece proprio cadaverica in volto, cercando di rizzarsi sulla vita, balbettando:

- No... più tardi... più tardi... Non mi fate questi discorsi... Non mi fate morir di spavento... Andatevene, zia!... andatevene!... Più tardi poi... -

La beghina se ne andò finalmente, stringendosi nelle spalle, brontolando delle parole oscure, accennando col capo al marito di donna Vittoria che aspettava all’uscio, sbigottito anche lui. L’inferma gli fece cenno d’accostarsi, interrogandolo cogli occhi ansiosi, con un’espressione di rancore pure, in fondo a quegli occhi atterriti, chiedendogli perché avessero lasciata entrare quella donna... perché?... perché?... La voce le si era mutata a un tratto, come il viso, come gli occhi che fissava in volto a tutti quanti e domandavano ansiosi: - Sto proprio così male?... Cosa ha detto il medico?... Perché non mandate a chiamare il medico? - Ad un tratto si abbandonò sul letto supina, con un terrore immenso nel viso. - Ah... Dio mio!... così presto!... -

Il triste annuncio giunse di buon’ora al Circolo. Ginoli teneva banco, aspettando che fosse l’ora d’andare a far visita in casa Delfini, come al solito, quando il duca d’Orezzo, che aveva preso posto fra i giuocatori un momento prima, ripeté la frase che correva da una settimana sulla bocca degli amici: - La povera donna Vittoria!... - stavolta in tal tono che tutti quanti levarono il capo. Ginoli aveva voltato un nove. Allora gli stessi tornarono a chinarsi sulle carte, rannuvolati.

- Pur troppo! - rispose il duca alla domanda di Ginoli, che aveva dimenticato di ritirar le poste. - S’è già confessata... -

Ginoli vinceva sempre con una vena implacabile che l’inchiodava al suo posto, e non teneva allegri neppure i suoi compagni di giuoco. Accusasse un cinque o chiamasse un sette, tutte le follìe di un giuocatore inesperto che voglia fare lo spaccone, o che abbia perduta la testa, gli giovavano invece a sventare le astuzie dei suoi avversari, i quali non sapevano più a che santo votarsi, e maledicevano in cuor loro gli uccelli di malaugurio che vanno in giro a portare la disdetta e le cattive nuove. Santa-Sira, il quale aveva già le orecchie infocate, saettò di nascosto un’occhiata sul duca. Ma Lionelli, il quale aspettava la rivincita, e temeva che Ginoli lasciasse le carte, osservò garbatamente che in tal caso non conveniva andare in casa Delfini quella sera... per non disturbare... Altri approvarono, guardando alla sfuggita Ginoli a cui tremavano le mani nel dare le carte, e luccicavano delle goccioline di sudore sulla fronte, quasi perdesse tutto sulla parola; e Domitilla discretamente cambiò discorso, per riguardo a Ginoli che teneva il banco, e di cui conoscevasi la relazione con donna Vittoria. - Peraltro si facevano pochi discorsi, ciascuno avendo da pensare ad altro, con quella maledetta partita che s’era fatta più seria che non si credesse, e che sarebbe stata un disastro per qualcheduno, se Ginoli non fosse stato quel gentiluomo che era, e non avesse capito che gli conveniva continuare a giuocare, come facevano tutti gli altri amici di donna Vittoria, per la riputazione di lei. Con una partita così grossa, nessuno avrebbe voluto tenere il banco per lui. - Tanto da lasciarmi tirare il fiato, - aveva egli detto sorridendo, quasi l’emozione della vincita fosse stata realmente tale da togliergli il respiro.

Finalmente, quando poté correre in casa Delfini, dopo una serie fortunata di zeri che gli riconciliò i suoi amici del Circolo, era circa mezzanotte. Domitilla aveva voluto accompagnarlo per salvare le apparenze. Salendo la scala gli disse: - Bada... sei ancora tutto sottosopra... -

Nel salotto c’erano dei parenti, una signora attempata, amica di casa, che si era offerta di vegliare la notte, e due altri, marito e moglie, zii, per parte di madre, di donna Vittoria. La zia parlava di cure portentose, di guarigioni insperate. Gli altri tacevano, senza ascoltare. La contessa Roccaglia parve molto sorpresa di veder comparir Ginoli, e rivolse la parola a Domitilla, per salvare le apparenze: - Non sapevate... povera Vittoria!... -

Allora Ginoli dovette ascoltare le osservazioni della zia, ch’era stata nella camera dell’inferma, e balbettare delle condoglianze comuni, dinanzi a tutti quegli occhi fissi su di lui. Di tanto in tanto passava un domestico frettoloso; una cameriera socchiudeva discretamente l’uscio delle stanze della signora. Un momento si vide far capolino anche il marito di lei, pallidissimo, che scomparve subito. Nel salotto discorrevasi a voce bassa, con parole tronche, con un vago senso di malessere e di fastidio reciproco. Lo zio guardava l’orologio tratto tratto. Poi succedevano dei lunghi intervalli di silenzio che pesavano su tutti, quasi d’attesa funebre. A un certo punto l’uscio si spalancò e comparve prima l’istitutrice, col fazzoletto agli occhi, reggendo la fanciullina che sembrava svenuta; e il padrone di casa attraversò il salotto barcollando, senza salutare nessuno, fissando soltanto uno sguardo singolare su Ginoli che aveva chinato il capo. Dall’uscio rimasto aperto udivasi il rumore di un affaccendarsi frettoloso, nelle stanze dell’inferma. La cameriera era venuta correndo a prendere un candelabro dal caminetto. Allora gli zii e la vecchia signora le erano andati dietro. Come Ginoli si era alzato anche lui, vacillante, pallido come un cadavere, quasi non sapesse più quel che si faceva, la contessa Roccaglia lo fermò sull’uscio, dicendogli piano:

- No... S’è confessata or ora... s’aspetta il Viatico... -

Si udì il suono funebre di un campanello, e uno scalpiccìo di gente che saliva. Ginoli, dileguandosi come un’ombra, quasi inseguito dallo squillare di quel campanello, vide un’altra ombra in fondo all’anticamera, dinanzi a cui dovette chinare il capo, irresistibilmente.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 04 febbraio 2010