Giovanni Verga

Appendice

Edizione di riferimento:

Giovanni Verga, Tutte le novelle, introduzione, testo e note a cura di Carla Riccardi, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A., Milano 1979, I edizione

N.B. – Nell'Appendice si pubblicano abbozzi o redazioni diverse

delle seguenti novelle: Jeli il pastore, Cavalleria rusticana,

L'amante dì Gramigna, Vane nero, La festa dei morti,

Vagabondaggio, Quelli del colèra, Epopea spicciola.

Jele il pastore

Jele fu uno dei miei primi amici ed anche uno dei migliori, poiché quando il puledro zaino il quale non ne voleva sapere di me, mi buttò con un salto a montone a rompermi la testa sui sassi del vallone, Jele si slanciò in mio aiuto da quel precipizio da farmi rizzare i capelli così [...] e sprezzante del pericolo com'era. Io mi son buscato dei famosi castighi. Io andavo tutti i santi giorni che Dio mandava a Tebidi a trovare il mio amico Jele in mezzo all'armento dei cavalli che aveva in custodia, ho diviso con lui il mio pezzettino di cioccolatta, il suo pane nero, la frutta rubata al vicino. Dapprincipio egli non osava darmi del tu, ma la prima volta che ci accapigliammo per bene, la nostra intimità fu stabilita solidamente. Jele m'insegnò ad arrampicarmi sulle cime delle querce che davano le vertigini, a cogliere un passero a volo con una sassata, a montare di un salto sul dorso nudo delle sue bestie mezze selvaggie acciuffando per la criniera la prima che ci trottava a tiro, senza lasciarsi sgomentare dai nitriti di collera dei puledri, e dai loro salti disperati. Ah, le belle galoppate per la valle, ben saldi i ginocchi, e colle criniere al vento. Le belle mattinate della primavera, quando il vento piegava ad onde l'erba verde, e le lodole trillavano nell'azzurro, i bei meriggi in cui il sole ardeva la campagna nuda d'erba di qua e di là, e i monti senz'ombra, e i grilli scoppiettavano fra le zolle, come se le stoppie s'incendiassero, le belle mattine d'inverno in cui i rami nudi rabbrividivano al rovajo sul cielo azzurro, e lo zoccolo delle cavalle suonava sul viottolo indurito dal gelo, e sotto le macchie folte del vallone, ove i merli [...] zitti zitti e freddolosi, si udiva correre tempestoso il torrente gonfio. Le belle sere d'estate che salivano adagio adagio dalla terra, il buon odore del fieno in cui si affondavano i gomiti; gli uccelli che frusciavano per appollajarsi nel boschetto e il ronzio degli scarafaggi alati, che andava e veniva uguale e sommesso come il mormorio della fontana! e quelle due note dello zufolo di Jele, sempre le stesse, iuh! iuh! iuh! iuh! che facevano pensare alle cose lontane, alla notte di Natale, alla festa di S. Giovanni, alla bell'alba in cui vi mettete in carrozza, per andare in villeggiatura, a tutte quelle memorie care e dolci che sembrano meste, cosi lontane come sono, e ci fanno guardare in alto cogli occhi umidi, come se tutte le stelle piovendovi dentro il cuore l'allagassero.

Jele, lui, non soffriva di quelle tenerezze, seguitava a zufolare iuh! iuh! iuh! colle gote enfiate, con grande attenzione, poi raccoglieva il suo armento a via di gridi e sassate, e lo spingeva sotto la tettoia. Egli aveva il suo letto bell'e preparato in un canto della mangiatoia, dove le sue bestie andavano a fiutarlo nel fieno vecchio, che io gli invidiavo tornando alla villa, di cui le finestre illuminate ammiccavano in fondo alla valle.

Quand'era giunto in alto, fra i diri della costa, prima di svoltare dietro il poggerello di Macca, mi gridava: – Chiamati il cane che se ne va e viene colle mie bestie. Oppure: – Tirami una buona sassata alla mora, che mi fa la signorina e sta a gingillarsi pel boschetto. Oppure: – Domani portami un ago grosso, di quelli della Gnà Lia.

Egli sapeva fare ogni sorta di lavoro coll'ago, e ci aveva un batuffoletto di refe e di cenci in fondo alla sacca che portava ad armacollo, sapeva rappezzare le brache e il giubbone, sapeva tessere delle trecciuole di crini di cavallo per le sue scopette, e s lavava anche da sé, colla creta del vallone, il fazzoletto che si metteva al collo. Insomma quando avesse la sua sacca non aveva più bisogno di nessuno, fosse stato nel bosco di Resecone o in fondo alla piana di Caltagirone, e la Gnà Lia diceva di lui: – Benedetto sia che la croce la farebbe con tutt'e due le mani quel ragazzo — il quale faceva come quello che dove gli annottava si coricava, — Necessità gran cose insegna!

Del resto è vero che Jele non avea bisogno di nessuno, ma tutti della fattoria avrebbero fatto volentieri qualche cosa per lui, poiché era un ragazzo servizievole che portava a questo fasci di [...] per la legna e a quello le [...] di valetra pel mal di denti. Lo conoscevano da piccolo che non si vedeva quasi fra i [...] quand'era venuto a guardare i cavalli ed era cresciuto, si può dire, sotto i loro occhi, sebbene nessuno lo vedesse mai, che era sempre di qua e di là delle colline colle sue bestie, e quando gli era morta la madre che stava a balia dal padrone erano venuti a chiamarlo un sabato sera, ed egli era tornato il lunedì mattina, sicché il contadino che l'aveva supplito nella custodia dell'armento non avea perso nemmeno la sua giornata. Ma il povero ragazzo era tornato così sossopra che qualche volta portava le bestie a bere la mattina, ch'era ancora fosco o le lasciava irrompere nel seminato. – Jele! – gridava Massaro Cola laggiù dalla fattoria. – Jele! O che vuoi assaggiare il basto[ne] delle feste? – Jele correva di qua e di là finché aveva radunato i puledri, e se ne andava mogio mogio alla collina, ma davanti agli occhi ci aveva sempre la sua mamma, col capo avvolto nel fazzoletto bianco che non gli diceva più nulla.

Suo padre faceva il bovaro a Ragoleti, di là di Licodia, un sito dove la malaria si mieteva, ma i buoi non prendono la febbre, e perciò Jele a Vizzini non ci veniva che quando ci andava il suo armento per la fiera di San Giovanni, e se ne stava sempre colle bestie nella valle del Jacitano o a Don Ferrante o nelle Chiuse della Commenda, ma a stare solo ci era avvezzo. Poi sapeva [fare] delle gabbie di canna per metterci i grilli, delle pipe intagliate colle quali presi la prima imbriacatura solenne; sapeva rizzare con quattro ramoscelli un po' di riparo quando la tramontana spazzava la valle dinanzi alla fila nera dei corvi, o quando le cicale battevano le ali nel sole che pioveva sulle stoppie, sapeva arrostire le ghiande del boschetto sulla brace di un fuocherello di sarmenti di sommacco che pareva di mangiare delle castagne, o ci arrostiva le sue larghe fette di pane quando cominciava a fiorirvi su il verde del[la] muffa, perché il pane glielo mandavano ogni quindici giorni dalla fattoria coll'uomo che veniva a dare un'occhiata alle bestie, e glielo cuoceva la gnà Lia, per amor del prossimo. Egli in cambio le mandava dei panierini di giunco per metterci la chioccia a covare, o dei rami di valetra pel suo mal di denti. – Facciamo come fanno le sue bestie, diceva la gnà Lia, che si grattano il collo a vicenda.

Poi le nuvole che correvano nel cielo, gli stormi di uccelli che [...] s'involavano insieme, il sole che girava lento lento, le cicale che cantavano ai piedi degli alberi, gli facevano compagnia, non aveva visto altro al mondo, non aveva altri pensieri che lo distraevano, e quindi stava intento delle ore. Dove sentiva soltanto un po' di malinconia era nelle vaste lande di Passanitello, dove non sorgeva un arbusto e non c'era un palmo d'erba, non simuoveva un uccello  [... ... ...].

Quando lo vedevo seduto per terra e colle brache fra i ginocchi e lavorar d'ago e di denti, io gli invidiavo il batuffoletto delle pezze nella sacca di tela; come gli invidiavo la superba cavalla mora, quella bestia dal ciuffetto di peli sulla fronte, che si lasciava montare da lui solo, e che aveva gli occhi cattivi; e ogni volta che facevo per accostarmi s'arretrava sbuffando sulle quattro gambe, come un mastino ringhioso. Ei le sapeva dire quello che voleva, e le poteva toccare le orecchie, di cui era tanto gelosa, e passare la mano sotto al petto e per tutto il ventre. La Mora allungava le gambe e l'andava fiutando per ascoltare quello che volesse dirle. La sera, verso il tramonto, quando Jele si metteva a suonare sul suo zufolo di sambuco la Mora s'avvicinava passo passo, brucando svogliatamente qua e là e stava a guardarlo con grandi occhi pensierosi, ruminando il trifoglio. – Lascia stare la mora, mi diceva Jele, non è cattiva, ma te non ti conosce.

Quando curatolo Stano si menò via la giumenta bianca che avea comprato a S. Giovanni, col patto che gliela tenessero coll'armento sino alla vendemmia, Jele ebbe un gran da fare per più di otto giorni a correr dietro al puledro della bianca che scorazzava per la china del monte [e] a ricondurlo nel branco. Il puledro s'arrestava sulle quattro zampe col collo teso e l'occhio inquieto,  battendosi  i  fianchi  colla  coda  e   [... ... ...]   sul  bel trifoglio folto che pestava sotto i piedi. – È perché gli hanno portato via la mamma, diceva Jele, e non sa cosa fare.

Il puledro rispondeva alle chiamate di Jele con un nitrito lungo e lamentevole, e gli veniva a fregare il capo contro il petto, o si voltava di qua e di là col naso al vento e si lasciava grattare il ciuffo fra le orecchie. – Anch'io quando m'è morta la mamma scorazzavo di qua e di là, diceva Jele.

Poi quando il puledro ricominciò a brucare il trifoglio: – Così, a poco a poco, l'ha dimenticata anche lui. Le bestie sono tale e quale come noi altri, e sebbene non possano parlarsi s'intendono fra di loro. Vedi la mora non sa staccarsi mai dalla giumenta balzana, e se l'una si sdraja sul pascolo, l'altra lascia di brucare l'erba e sta ad aspettarla.

Io gli raccontavo tutte le cose meravigliose che avevo visto fare a certi cavalli ammaestrati che indicavano le ore, leggevano dei nomi proprii, e andavano a trovare gli oggetti nascosti, egli sorrideva in aria incredula, colla selvaggia diffidenza del contadino, e poi se ne andava ad accarezzare la mora, la quale pure era una bestia intelligente che avrebbe capito dal movimento delle labbra quello che ei avesse voluto dirle, ma non avrebbe mai imparato a fare una sola di quelle cose sorprendenti.

I cavalli erano fatti per pascere il trifoglio, e per portare le carro[zze], e tirare l'aratro. Egli sgranava gli occhi quando gli parlavo di cose [...] che pure facevano i cavalli. Poi riflettendoci meglio tentennava il capo serio serio. Veramente la corsa dei berberi non l'aveva mai vista a Vizzini, perché gli animali che sono stati tutto il giorno a [...] tornano ai pascoli di buon'ora, ma ne avea inteso parlare per la festa di S. Giovanni, e una volta mentre stava sul Monte Arturo avea visto una carrozza laggiù lontano nel piano del Ruzziara che andava come una treggia di buoi in mezzo alla polvere dello stradale.

Ma alle prime ogni idea nuova lo faceva insospettire, e la fiutava quasi colla diffidenza ombrosa delle sue bestie prima di avvezzarcisi a poco a poco. Per tutta scusa diceva: – Voi altri lo sapete. Oppure: – Io non so nulla. Io son povero!

Si trincerava istintivamente nell'ignoranza come in una forza della sua povertà. Quando mi vedeva intagliare col temperino delle lettere sul tronco duro degli alberelli, egli appuntava il mento, e guardava quel che facessi grave e pensieroso, con quel lieve ammiccar di palpebre che raccosta l'uomo alla scimmia. Una volta cavò fuori serio serio dal suo batuffoletto un cencio di carta che avea raccolto chissà dove, come fanno i pastori che non lasciano nulla di quello che trovano, e volle che gli scrivessi col lapis il nome di Mara. Poi piegò la carta accuratamente e la tornò a mettere nel batuffoletto. Sarebbe rimasto delle ore intere a vedermi tirar giù degli sgorbi col lapis, steso bocconi. Egli stava a guardarmi serio serio, appoggiato al bastone e col mento sulle mani, aguzzava le labbra, corrugava le ciglia come se un gran lavorio interno si stesse facendo dentro di lui, e seguiva con certo sguardo sospettoso l'andare del lapis sulla carta che filava in un va e vieni, senza stancarsi, col piccolo cri cri che fanno gli insetti alati, e quando volevo spiegargli alla meglio che io potessi mettere lì le parole che gli uscivano di bocca, e le mie ed anche quelle che non aveva ancora detto, su quel pezzetto di carta si metteva a ridere.

Lasciava scappare di tanto in tanto quell'occhiata sospettosa, e tornava a farsi impassibile con quella maschera d'indifferenza orientale del contadino, che diffida persino della sua meraviglia, e se ne guarda.

Mi ascoltava a leggere. Gli piaceva seguire quel racconto delle prime letture del [...] quando il piccolo padroncino smarrito nel bosco passa una notte sotto la protezione del piccolo pastore. Ei si accalorava a dir di sì e di sì col capo, allargando la bocca in un sorriso furbo, e mi diceva ogni volta: – Leggimi quella dello scioccherello. Oppure semplicemente:  – Leggimi quella.

Quando udiva dei versi che gli accarezzavano l'udito, coll'armonia di una canzone sconosciuta, sorrideva in aria sorniona, e crollava il capo affermativamente.

Una volta, dopo esser stato un bel pezzetto zitto, a guardare di qua e di là sopra pensiero, mi disse grattandosi il capo:

– Io ci ho la zita.

E siccome malgrado il sapere [... ... ...]  a lui, io rimanevo a bocca aperta:

– Mara, la figlia di Massaro Cola, che sta laggiù a Marineo in quel casamento grande dove ci sono le grotte. Quando le giumente pascolano fra i diri della costa veggo la sua casa al di là di quelle colline.

– Allora ti mariti?

– Sì, quando sarò grande, e avrò 6 onze di salario. Mara non sa nulla ancora.

– Perché non glielo hai detto?

Egli tentennò il capo e si mise a riflettere. Poi cavò il batuffoletto dei cenci, svolse il pezzetto di carta che s'era fatto scrivere, e mi indicò col dito il nome che gli avevo scritto.

– È vero che dice Mara, l'ha pure letto il campiere e fra Crispino che venne ier l'altro per le fave. Uno che sa scrivere è come se chiudesse le parole nella scatoletta di latta dove si tengono i fiammiferi e potesse portarsele appresso e mandarle di qua e di là.

– Ora che ne fai di quel pezzetto di carta, giacché non sai leggere?

Ei si strinse nelle spalle.

La Mara l'aveva conosciuta che avevano cominciato col picchiarsi, perché al tempo della villeggiatura i padroni suonavano e ballavano nella cascina coi vicini delle altre campagne, e i contadini nel cortile si disputavano i posti buoni per godersi la vista. Le finestre illuminate facevano un bel vedere nella campagna nera al di là del muro del cortile, dalla tettoia dei cavalli addossata alla rupe, nella campagna nera, ove Jele se ne stava solo colle sue bestie, ove ei non avea avuto chi gli imparasse ad aver paura, e alle case,come dicevo, non veniva mai, nemmeno per la messa della domenica, perché i puledri si prendevano a calci se erano lasciati soli, o si avventuravano sulle rocce a rischio di rompersi il collo, e il fattore diceva che Jele non faceva peccato non andando a messa perché era uno sciocco che del giudizio ne avea meno di un ragazzo di sette anni. Ma udendo dal piede della montagna quei suoni e quella festa, in fondo alla valle, ei stava a guardare anche lui da lontano, sotto la tettoja, nella campagna nera dalla quale sorgeva soltanto la collina alta del Filo, colle sue due grotte del Lettighiere e del Bandito contornate di stelle lucenti e si arrischiava a scorazzare fin presso alla villa illuminata, attorno alla siepe del giardino, sicché i cani abbaiavano nel cortile come sentissero il lupo, e una volta il baccano fu tale che anche i ballerini vennero fuori e le risate furono grandi quando videro Santa, la ragazzina dell'ortolano, che s'era accapigliata con Jele perché l'aveva trovato a ronzare al di là della casa e del cortile, a rubarle cogli occhi la festa dei padroni di [...] e gli avea messo le mani nelle ganasce senza dire una parola coll'ira gelosa del cane dell'ortolano. Jele picchiava pugni sodi sulle reni di lei, ed ella ripicchiava regolarmente, botta e risposta, uno tu ed uno io, per fare il conto giusto. Quando furono stanchi di picchiare si fermarono ansanti, tenendosi acciuffati, e a poco a poco allentarono la stretta guardando insieme dalla stessa [...] della siepe, tenendo il fiato per non perder nessuna [del]le belle riverenze che si facevano nella contradanza. – Sono i miei padroni che ballano! – disse alfine Santa con un certo orgoglio, e dopo un pezzetto che l'altro non rispondeva –  Ora si mettono a sedere per riposarsi.

Tutti e due continuavano a star zitti per vedere bene. Poi la piccina domandò: – È bello? Vero?

Jele ci pensò su un pezzetto e disse di sì col capo. Poscia volse le spalle quando fu sazio di guardare, e se ne andò senza dir nulla; la bambina stette a guardarlo zitta anche lei, finché scomparve nel bujo, e tornando nel cortile si volse indietro, due o tre volte.

Così annodarono le prime fila della loro amicizia.

Ora che s'erano addomesticati tornarono a vedersi. Jele spingeva il suo armento verso la valle, alle falde del poggio di Macca, e la piccina andava a filare la stoppa [...] le [...] del capelvenere, si andava accostando adagio adagio fermandosi ogni dieci passi sotto gli ulivi del viale sospettosa; poi quando si metteva a sedere sulle radici del noce enorme, o sulla sponda dell'abbeveratojo, Jele si accostava anche lui adagio adagio e guardingo, come quei cani di pastori avvezzi alle sassate, e le si metteva accanto, sullo stesso sasso, dove stavano ore ed ore senza dirsi una parola, Jele intrecciava i suoi nastri di crini di cavallo, o intagliava il suo zufolo, e Grazia stava a vedere seria e attenta senza grattarsi il capo, oppure Jele quando Grazia andava a posare sulla sponda dell'abbeveratoio colla calza in mano, dopo averla guardata per un bel pezzo, prima di decidersi, andava accostandosi un piede dopo l'altro pian piano, e le si piantava alle spalle, ritto sul bastone, a considerare per delle ore l'intricato lavoro di maglia cui s'affaccendavano i ditini rosei della ragazzina. Così passavano insieme le intere giornate. L'unica cortesia che si usassero, anzi l'unico indizio che s'accorgessero l'un dell'altro era di stare attenti a quel che facevano colla paziente curiosità delle creature avvezze alla solitudine.

Poi si voltavano le spalle, senza dir nulla, e se ne andavano com'erano venuti, l'uno risalendo verso il monte gridando alle sue bestie che s'erano sbrancate, e la ragazza filando quatta quatta verso le case, colle braccia in aria, dapprincipio pian piano, voltandosi indietro di tratto in tratto, fermandosi come se vedesse per la prima volta un oggetto curioso, e poi tutt'a un tratto, quand'era in vista delle case, prendeva la rincorsa, con un gran levare di calcagna e un gran fruscio di su per le gambette rosse. Al tempo delle noci Jele e Giovanna vagabondavano sotto le piante secolari e il pastore ne bacchiava tante delle noci che piovevano fitte come la gragnuola, e la fanciulla si affannava, con grida di giubilo, a racca[tta]rne e a riempirne il grembiule senza dir grazie, quando non ce ne stavano più scappava a talloni in aria, tenendo forte colle due manine le cocche del grembiule dondolandosi come una vecchietta per non lasciar cascare le noci.

Poi nell'inverno venne il tempo delle nespole e della caccia alle gazze che ei le uccideva con una sassata, e andava pure a portare a Giovanna dei ricci di castagne scovate lassù sulla montagna in mezzo agli stagni gelati  [... ...]  o delle arance rubate nel giardino, gliele metteva sulla cresta del muro del giardino o sotto i covoni nel fienile, così non se ne avvedeva nessuno. Ora che faceva freddo, Giovanna non si vedeva più, ed ei ronzava attorno alle case calde a guisa di quegli uccelletti freddolosi che sembrano sentire l'alito del focolare e  [... ...]  addomesticati al rigore della stagione.

Di tanto in tanto sull'imbrunire, verso il poggio di Macca e la [...] del [...] si vedeva il fumo dei fuocherelli che andava facendo Jele il pastore perché non l'avessero a trovare intirizzito come gli uccelli che trovava al mattino sotto un sasso, e anche i cavalli ci trovavano piacere, a ciondolare un po' le code attorno al fuoco.

Quando poi tornarono le allodole nel piano, e le siepi ricominciarono a brulicare di nidi, Giovanna si azzardò fuori dal cortile, e andando [...] con Jele, che le scovava le belle nidiate di merli, cogli occhietti di pepe, e le covate intere di conigli, ancora nudi, ma dalle lunghe orecchie diggià inquiete, e i bei grappoli d'acetosella, sulle tegole smosse dei casolari abbandonati. Così passarono anche l'estate scorazzando dietro la banda delle cavalle, entrando nelle stoppie, dietro i mietitori, Jele sempre serio e quasi imbronciato, come deve essere un uomo, tagliandole i pruni nel boschetto, levandole i sassi dal cammino con un calcio, arrampicandosi sulle siepi per coglierle le more selvatiche. Ed ella avea imparato ad andargli dietro, come il suo puledro stesso, cantando le canzoni nuove che i mulattieri portavano dal villaggio, raccogliendo le more che ei lasciava cadere. Le sue cavalle stavano a guardarli dall'alto drizzando le orecchie per ascoltare quel che dicevano, e quando la castalda cercava la Santa saliva sulla sponda del lavatojo, e gridava forte chiamandola per nome. Poi la sera, dove il viottolo biforcava si lasciavano senza dirsi addio. Perché ella sapeva dove andare a trovarlo l'indomani, dove udiva il campanaccio dei cavalli. Ora il sole cominciava a tramontare dietro il poggio alla croce, e a quell'ora c'era una gran malinconia per la campagna, e gli [...] volavano a stormi verso la cima del monte come seguivano il sole che calava adagio adagio, pei ciuffi grigi degli ulivi, e le macchie dei fichidindia.

In quel tempo arrivò alla tettoia curatolo Nanni, il padre di Jele, che avea preso la malaria a Ragoleti, e compare Zafonio l'avea portato per carità. La malaria era stata così forte che curatolo Nanni, un pezzo d'omone che non passava dall'uscio, pareva più morto che vivo quando arrivò alla tettoia del casolare  [... ...]. Jele accese il fuoco e scappò alla masseria per cercargli qualche uovo di gallina. — Stendi un po' di strame vicino al fuoco piuttosto, disse il padre, che mi sento tornare il freddo della febbre. Là, sotto la tettoia, il freddo della febbre era così forte, che curatolo Nanni seppellito sotto il suo gran mantello e il mantelletto di Jele, e il sacco dell'orzo, e le bisacce di compare Zafonio tremava come fanno le foglie in novembre, davanti alla gran vampa di sarmenti di sommacco, e la sua faccia pareva bianca bianca. I contadini venivano a vederlo e gli domandavano: – Come state compare Nanni? Ei non poteva parlare, ma faceva una specie di guaito come un cagnuolo di latte. — È di quella buona di Ragoleti, dicevano gli astanti. – È malaria di quella che si può tagliare col coltello. Poi stavano a guardare, scaldandosi le mani, compare Nanni che avea la tremarella sotto le coperte.

Jele gli lasciava il pan bollito coll'olio, e le uova calde prima di partire la mattina, e il fascio della legna accanto alla porta, e tornava presto alla sera, colle altre legna sulle spalle, e col fiaschetto  del  vino  che era scappato  a  comprare  a  Licodia   [... ...] Jele diceva di sì col capo [... ...].

– È  inutile  spendere  denari  pel   [...],  diceva  Massaro  Cola.

– Il sangue è tutto una peste. Compare Nanni  [... ...]  non si alzava più dal letto, e Jele si metteva a piangere quando non gli bastavano le forze per [... ...]. Le ultime parole che disse a Jele furono: –

 – Quando sarò morto andrai dal padrone delle vacche a Ragoleti, ti darà tre onze e 12 tumoli di grano che mi deve da Marzo a questa parte.

– No, babbo, rispose Jele. – Voi avete lasciato le vacche che è circa un mese e non vi deve che due onze e 10 tumoli di grano.

– Sì, affermò il moribondo cogli occhi stanchi.

Ora son proprio solo al mondo come un puledro smarrito che lo possono mangiare i lupi, disse Jele quando gli portarono via curatolo Nanni al cimitero di Licodia. Ei scorse Giovanna ch'era venuta a vedere la casa del morto colla curiosità acuta delle cose paurose, e le disse: – Vedi, Giovanna, come sono rimasto? E la ragazzetta lo guardò [... ...].

Jele dovette andare a Ragoleti per riscuotere il suo credito e diede in serbo le 2 onze e i 10 tumoli di grano alla zia Agata coll'oro  della  mamma.  Poi  andò  a  Passaneto  coll'armento  e  ci stette [... ...]. Lui era cresciuto tutto solo in quella pianura e quelle montagne ed anche Giovanna dovea esser cresciuta [... ...] e quando tornò a Tebidi spingendosi davanti l'armento adagio adagio per i prati sassosi della fontana dello zio Cosimo [... ...]. Ma in quel tempo il padrone aveva licenziato Massaro Cola, e tutta la famiglia stava sloggiando. Come giunse alle case in cerca di Giovanna, trovò la ragazza che badava alla sua roba, sulla porta del cortile, mentre Massaro Cola e sua moglie si affaccendavano a sgomberare la loro stanzaccia, e a caricare sulla treggia il saccone e le quattro seggiole. La stanza era scura scura, così nuda e affumicata, e colle screpolature e le stampe chiare che ci avevano lasciato i quadri di San Giovanni e dell'Addolorata messi via, e i chiodi strappati. – Ce ne andiamo, disse Santa, andiamo a Marineo, laggiù, dall'altro lato della valle, e Jele non disse nulla e stette a guardare come sembrasse la stanza vuota. – Anche le case quando gli si toglie via qualche cosa non sembrano più quelle! – disse Jele. –

 La mamma, rispose Giovanna, dice che a Marineo ci avremo una camera più bella, e grande come il magazzino del formaggio.

Jele volle dare una mano a caricare la treggia, e poi aggiunse: – Quando non ci sarai più, non vorrò venirci più qui, che mi parrà di esser tornato l'inverno prima del tempo a veder questo uscio chiuso.

A  Marineo  invece c'è  molta  gente,  la  figlia  del  campiere, Pudda [... ...]. Jele non diceva nulla [... ...]. Massaro Cola e sua moglie s'erano avviati colla treggia e Giovanna correva loro dietro, tutta allegra, portando il paniere delle [...]. Jele volle accompagnarli sino al ponticello del vallone, e quando Giovanna se ne andava senza voltarsi Jele la chiamò: — Giovanna! oh! Giovanna!

–  Che vuoi? disse [...].

Egli non lo sapeva che volesse. – Oh tu cosa farai tutto solo? chiese Giovanna.

– Io starò coi puledri, rispose Jele.

Giovanna se ne andò saltellante dietro alla treggia che scompariva sobbalzando nel vallone. Il sole toccava i monti lontani e le ombre si allungavano verso le montagne. Le prime foglie erano cominciate a cadere, ogni cosa taceva e solo in lontananza per la campagna vasta si udiva il campanaccio della bianca che pascolava.

Da Padron 'Ntoni – frammenti

Frammenti 1

Luca infatti ebbe il congedo, e se ne tornò e la Longa dimenticò per un momento i suoi guai buttandosi addosso a quel ragazzo il quale si era fatto così grande e grosso che non ci arrivava più a gettargli le braccia al collo e quella stazione che le era rimasta davanti agli occhi scura come se l'avesse vista in un giorno nuvoloso le parve più bella e ariosa che mai, e avrebbe voluto che persin Tudda di comare 'Ntonia fosse stata sull'argine lì a mietere l'erba per le sue capre, e dalla gran gioja non sapeva che dirgli trottandogli accanto un'altra volta nel tornare in paese, e non poteva tenergli dietro tanto s'era fatto il passo lungo.

E come gli facevano festa il nonno e i fratelli, e come egli camminava in mezzo a loro dinoccolandosi al pari di quei bei giovanotti della città che venivano a far baldoria all'osteria il lunedì, e parlava col lei e col lui. Per fortuna il giorno dopo era anche domenica, e tutte le donne del paese erano sugli usci, colle mani sul ventre, cariche d'anelli, le ragazze si affacciavano alle finestre, dietro il basilico, per veder passare Luca di Padron 'Ntoni col suo bel vestito blu e la camicia colle stelle, e il sigaro in bocca di nascosto dal nonno, in chiesa più d'una perse la messa per lui, e i conoscenti e gli amici gli facevano codazzo come lo stato maggiore che andava dietro al comandante della fregata, e i fratelli orgogliosi di lui, venivano anch'essi, un po' alla lontana, per nascondere le scarpe rotte.

Il nonno per dignità faceva il sostenuto, ma ci perdeva tabacco e ammiccava alla nuora, la quale poveretta pensava « Se potesse vederlo suo padre, buon'anima! come sarebbe contento! » Non avea che pensieri malinconici colei, e avrebbe voluto che egli fosse stato in chiesa a dire il de profundis mentre tutto il paese gli faceva festa, e quelli che non s'erano visti in piazza o per la strada si vedevano all'osteria. Chi non s'era vista era Tudda di comare 'Ntonia – O che s'era maritata Tudda di comare 'Ntonia? – No, non s'era maritata, ma il tordo ci doveva essere, giacché non si muoveva di casa, e voleva dare ad intendere di essere sempre stata una buona massaja [... ...]. Ma Luca, sacramento! voleva vedere come andavano le cose.

Le cose andavano come dovevano andare, e questo con belle parole glielo fece intendere la Tudda quando si rividero, ed egli non ebbe nulla da rispondere. Gli avevano detto ch'era andata alla fiera del lunedì, colle sue compagne, ed era andato ad aspettarla nella strada, il peggio era che stavolta non avea più il bel vestito della marina da guerra, poiché il nonno gli avea detto che panno così fino non ne aveano nemmeno Padron Cipolla e Massaro Filippo per le domeniche. Come la vide da lontano la riconobbe fra tutte le sue compagne, ed

Frammenti 2

Erano in tante che tornavano dal lunedì che colle gonnelle sollevavano un polverìo del diavolo: sembrava una mandra di pecore, e 'Ntoni dovette cacciarsi addirittura nel branco per farsi scorgere dalla Pudda. – Si possono salutare finalmente le bellezze di comare Pudda? le disse inchinandosi elegantemente sul fianco destro. – Chi vede voi vede Pasqua.

– Le bellezze sono le vostre, che siete un forestiere, e non guardate più né amici né nemici – rispose ella aggiustandosi i capi del fazzoletto sotto il mento, siete voi che avete fatto gli occhi gravi, e quando avete indosso quel bel vestito non vedete più gli amici e non li salutate.

– Dove mi avete visto? domandò egli abbassando la voce, perché a poco a poco si erano trovati gli ultimi di tutti.

La Zuppidda si fermò per mettersi le scarpe, che le prime case erano in vista, e gli disse che l'avea visto dalla finestra.

– D'onore mio! non vi ho vista. – Era dietro il basilico. – Non voglio fare la sfacciata per veder passare i bei giovanotti.

– Intanto chi non muore si rivede.

– Se poi si torna ad andarsene.

– No stavolta il soldato non vo' farlo più, vo' vivere a comando mio, e vo' godermi la mia libertà e gli amici.

– Eh! di amici se ne trovano dappertutto.

– Non quelli che dico io.

– Davvero? davvero?

– D'onore mio! Non siamo più quelli di prima gnà Pudda?

– Per me sì che lo sono; ma la mamma dice che ho l'età di pensare ad accasarmi.

'Ntoni si fermò su due piedi, ma la Zuppidda continuava ad andare lesta lesta, e dimenando i fianchi con garbo che Zuppidda si chiamava per nomignolo perché il nonno di suo padre s'era rotta una gamba in uno scontro di carri alla festa di S. Alfio di Trecastagni, ma lei le sue brave gambe ce le aveva tutte e due.

– Cosa vuol dire sto discorso che mi fate? esclamò 'Ntoni correndole dietro.

– Oh per carità! che non vi senta mia cognata! Uh! che occhi mi fate! Per me lo sarò sempre, vi dico; ma la mamma dice che per accasarmi ci vogliono soldi... io la mia roba ce l'ho...

– Lo sappiamo che siete brava massaia, e che i vostri parenti sono ricchi! Lo sappiamo! – rispose 'Ntoni col berretto sugli occhi.

– Anche i vostri non c'era male, se non fosse stata la disgrazia della Provvidenza!

– La Provvidenza se ne è andata, e addio amor mio! mormorò il giovane amaramente. Non mi aspettavo di tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie gnà Pudda. Il poveraccio avea la voce malferma, e si tirava il berretto sugli occhi per non farsi scorgere. A lei gli rincresceva, in coscienza ma non avea cuore di lusingarlo con belle parole.

– Sentite, compare 'Ntoni, gli disse alfine, siam già alle prime case del paese, e devo raggiungere mia cognata. Cosa diranno se ci vedono insieme?

– È giusto! mormorò 'Ntoni, ora che avete la roba non bisogna far chiacchierare la gente. Ella non rispose, e forse non udì, che s'era allontanata frettolosamente, e lui dovette tornarsene indietro per paura d'incontrare qualcuno degli amici che l'aveano visto il giorno innanzi col berretto sull'occhio, e il sigaro all'angolo destro della bocca.

E 'Ntoni aveva ragione da vendere. A Giugno in tutto, fra pesca, tela, ferrovia, ed altri lavori non erano arrivati a mettere insieme 170 lire, e la gnà Peppa allorché l'incontrava fingeva sempre d'aver fretta, e salutiamo amici! il motivo poi s'era saputo: commari Tudda, la Cipolla, le avea mandato il basilico del commarato,alla gnà Peppa, con un nastro che valeva una lira al palmo, e il fratello di commari Tudda, Janu Cipolla, l'aveva la roba, lui! Sulle prime 'Ntoni, pel nome di Dio! voleva trargli fuori le budella, ma poi non ne fece nulla, e si contentò di cantarle delle canzoni di sdegno sotto le finestre della gnà Pudda.

'Ntoni avea cessato di cantare canzoni di sdegno alla gnà Pudda dacché comare Grazia che stava di faccia gli avea detto, mentre veniva dall'orto: – O che non ne sapete altre delle canzoni? E lui ne sapeva anche di quelle d'amore, e comare Grazia quanto a bel tocco di ragazza lo era assai più di comare Pudda, e allorché la incontrava per combinazione vicino all'orto, non avea fretta di sbattergli il rastrello sul muso lei, e d'andarsene, e si lasciava dire delle barzellette che la facevano ridere come se le facessero il solletico.

'Ntoni era distratto perché la figliuola di Padron Cipolla gli faceva gli occhi dolci, e gli diceva delle buone parole quando andava a prendere gli arnesi per armare la barca, o a riscuotere la paga della settimana. Oramai egli sapeva che avrebbe incontrato la gnà Grazia per caso, o sull'uscio del cortile, o alla porta della cucina, e ci pensava con piacere. Poi le portava in dono delle stelle di mare, qualche pietanza di patelle o dei ricci marini, e alla messa si metteva sempre accanto al pilastro, dove i Cipolla avevano le scranne; la domenica poi o quando non aveva da fare si vedeva passare tante volte per la viuzza che i vicini lo chiamavano « il guardiano » e la gnà Peppa si faceva trovare apposta alla finestra per sbatacchiargli le imposte in faccia. Padron Cipolla non era un minchione, e ci vedeva bene dagli occhi, ma lasciava correre perché infine dopo che la leva si prendeva tutti i giovanotti del paese i partiti erano scarsi, e la sua ragazza di roba non ne avea molta, e se non fosse stata quella storia di doverlo svegliare quando si aveva bisogno di fargli muovere una mano, egli se lo sarebbe tirato in casa con qualche bicchiere di vino. Veramente avrebbe preferito l'altro dei Piedipapera, Turi, il quale era un ragazzo come tutti ne vorrebbero avere uno per casa, ma Turi era a fare il soldato.

Allora, quando vedeva passare la gnà Peppa, non sentiva più per lei nessun sentimento di amore, di gelosia o di rancore, non la guardava più che come una persona la quale aveva della roba e se ne infischiava del lavoro, e perciò di lui. La Grazia era meno ricca, lavorava anche lei in casa, o nell'orto, ed anche nella barca, quasi come una povera diavola, anch'essa, al pari di lui, una povera diavola cui si poteva dire e fare tutto quello che non si poteva dire e fare con la gnà Pudda — proprio come ci voleva per lui, e una volta glielo disse in musica:

« Vai viti bedda in su Pizzauti

Maritamani e facemu li pizziutuneddi »

Stavano scaricando certi sarmenti sotto la tettoja, e Grazia gliene diede un fascio sul muso per insegnargli la creanza.

– Perché non andate a dirle alla gnà Peppa, ste belle cose?

– La gnà Peppa è signorona! La gnà Peppa deve sposare un re di corona.

– Io non sono ricca come la gnà Peppa. Io non me li merito i re di corona.

– Se non siete ricca, voi ne valete cento delle Peppe per bellezza, e conosco dei figliuoli di madre che non guardano né alla gnà Peppa né al suo Dio quando si tratta di voi, bellezza!

– La volpe quando all'uva non potè arrivare...

– Le disse « Come sei bella racinedda mia! »

– Ohe! quelle mani, compar 'Ntoni!

– Avete paura che vi mangi?

– Paura non ho né di voi, né del vostro santo.

– Eh! vostra madre è Ogninate, lo sappiamo! avete il sangue rissoso! Uh! che vi mangerei cogli occhi!

– Mangiatemi pure cogli occhi, che ne faremo molliche, ma intanto tiratemi su quel fascio.

– Ah! come tirerei su tutta la casa per voi!

Ella per non farsi rossa gli tirò un ceppo che avea sotto mano, e non lo colse per miracolo. – Spicciamoci che le chiacchiere non ne affastellano sarmenti.

– Quando vo' pigliar moglie, vo' prendere una ragazza come voi.

– Non son signora come la gnà Peppa, ma a mio marito non cadrebbero i panni di dosso; e per fustagno e per tela, e per cotonina a Catania non ci vado io a far provviste che denari non ne ho da buttare ai mercanti, ma il mio bravo telajo ce l'ho lì dentro, che sa far di tutto.

– Lo sappiamo anche questo.

– Se lo sapete allora spicciatevi che il babbo sta per venire, e non mi voglio far trovare che ho fatto la tela di S. Agata.

– Se vorrete voi al babbo gliele saprei dir io due parole quando sarà qui.

– Lasciatemi stare che i re di corona non sono per le povere ragazze come me.

– Le ragazze come voi!... Eh per la madonna! non mi tentate che faccio uno sproposito!

– Chiacchiere.

– Bellezza!

– Chiacchiere!

– Amore!

– Chiacchiere!

– Ah! dell'onore mio!...

– Ah! mamma mia! la catasta!

La mamma si affacciò sull'uscio, come quei personaggi che sortono a tempo opportuno da una quinta, e domandò tranquillamente cosa fosse avvenuto, senza lasciare la rocca ed il fuso.

– Nulla, rispose la ragazza, affannandosi a raccogliere i fasci, compar 'Ntoni ch'è cascato insieme alla catasta.

– Eh! compar 'Ntoni! Ehi? Vi siete fatto male, compar 'Ntoni?

– Son caduto sul soffice, rispose compar 'Ntoni ballonzolando su di un mucchio di sarmenti elastici. –

 – Va a dargli un bicchier di vino al poveretto.

– 'Ntoni rispose che non occorreva, ma che un bicchier di vino non si rifiuta mai, e la vecchia rimase a discorrer con lui, finché la figliuola non fu tornata. –

–  Alle grazie di comare Grazia! esclamò il giovanotto dopo aver vuotato il bicchiere di un fiato e buttando con garbo il [...] dell'educazione.

– Alla vostra! rispose la ragazza. Allora la mamma vedendo il discorso ben avviato, se ne tornò dentro lentamente com'era venuta, facendo risuonare il frullìo del fuso sui mattoni del pavimento.

Adesso che si trovavano da soli la ragazza mutò maniere, e gli disse che quei discorsi non gli piacevano. –  Non son Carmela la Serpa, io, né la figliuola di Barbara la Gnocca. Voi siete un uomo e vi piace scherzare. –  Che io son figlia di Maria, e Gesuzzu lontano di Mia –  a sto giuoco non ci giocare, se ragazza onesta ti vuoi serbare.

– Io non ischerzo mica, gnà Grazia. Dico davvero.

– Se dite davvero, ditelo a padron Cirino Cipolla, che vi saprà rispondere meglio di me.

Ntoni si grattò il capo. – Io gliene parlerei a Padron Cipolla, ma non so come la prenderà.

– O come volete che la prenda?

– Vostro padre è tuttora padrone, e invece noi siam ridotti ad andare a giornata; la nostra roba se l'è mangiata il diavolo, se l'è mangiata.

– Il diavolo almeno vi ha lasciate le vostre braccia, vedete, e son buone! –  e gliele pizzicava per provarlo. – Con queste qui del pane se ne porta a casa, e della roba se ne fa.

– Ah! sì, per mettere al mondo degli altri pezzentelli! rispose 'Ntoni tristamente seduto sui sarmenti col mento sulle mani e per andare poi a grugnire lì nel canile, come il nonno.

– Se non avrete i pezzentelli creperete sulla strada, come un cane senza padrone, e non vi sarà nemmeno nessuno a darvi un calcio per farvi cessar di soffrire. I figliuoli sono la provvidenza del povero.

– La Provvidenza lasciatela stare! interruppe il giovane che sapeva cosa pensarne.

– Intanto alla biancheria non avreste da pensarci, una diecina di onze le ho anch'io; e son figlia d'Ogninate, e le mie braccia le ho anch'io.

– E son belle! disse 'Ntoni.

– Belle o no, so servirmene.

'Ntoni non rispose né sì, né no, e si misero a spingersi e a respingersi amorosamente, tenendosi per le braccia, in modo da slogarsi le spalle. Poi Grazia gli diede uno spintone più forte e scappò in casa. 'Ntoni voleva allungarle un pizzicotto, e nell'inseguirla affacciò il capo dentro all'uscio per dare la buona notte alla vecchia. In questa sopraggiunse padron Cipolla e fecero quattro chiacchiere con lui nel cortile mentre c'era ancora un po' di chiaro. Lungo la strada ruminava le 10 onze di Grazia, la biancheria, le sue belle braccia, e il suo viso simpatico. – Che bella settimana si farebbe! mormorava.

L'amante di Raja

Caro Farina,

Eccoti per l'articoletto che mi hai fatto l'onore di chiedermi, non un racconto, ma l'abbozzo di un racconto. Esso almeno avrà il merito di esser brevissimo e di essere un documento umano, come dicono oggi – interessante forse per te e per tutti coloro che studiano nel gran libro del cuore. Io te lo ripeterò così come l'ho raccolto per i viottoli dei campi, press'a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare, e tu certamente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto senza stare a cercarlo fra le righe del libro, attraverso la lente dello scrittore. Il semplice fatto umano farà pensare sempre; avrà sempre l'efficacia dell'esser stato,delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che son passate per la carne; il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sinuoso, nei loro andirivieni che spesso sembrano contradditori, costituirà per lungo tempo ancora la possente attrattiva di quel fenomeno psicologico che dicesi l'argomento di un racconto, e che l'analisi moderna si studia di seguire con scrupolo scientifico. Di questo che ti narro oggi ti dirò solo il punto di partenza e quello d'arrivo, e per te basterà, e un giorno basterà forse per tutti.

Noi rifacciamo il processo artistico a cui dobbiamo tanti monumenti gloriosi, con metodo diverso, più minuzioso e più intimo; sacrifichiamo volontieri l'effetto drammatico del risultato, intravvisto con intuizione quasi divina dai grandi artisti del passato, allo sviluppo logico, necessario di esso, ridotto meno improvviso, meno efficace, ma non meno fatale; siamo più modesti, se non più umili; ma le conquiste che facciamo delle verità psicologiche non saranno un fatto meno utile all'arte dell'avvenire. Si arriverà mai a tal perfezionamento nello studio delle passioni, la scienza del cuore umano, che sarà il frutto della nuova arte, svilupperà talmente e così generalmente tutte le risorse dell'immaginazione, che diventerà inutile il proseguire in questo studio dell'uomo interiore, che i soli romanzi che si scriveranno saranno i fatti diversi? Intanto io credo che il trionfo del romanzo, la più completa e la più umana delle opere d'arte, si raggiungerà allorché l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, che l'armonia delle sue forme sarà cosi perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l'impronta dell'avvenimento reale, e l'opera d'arte sembrerà siasi fatta da sé, sia sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, che non abbia più nelle sue forme viventi alcuna impronta della mente in cui germogliò, alcuna ombra dell'occhio che lo intravide, alcun segno delle labbra che ne mormorarono le prime parole come il fiat creatore, ch'essa stia per ragion propria, palpitante di vita ed immutabile, al pari di una statua di bronzo di cui l'autore abbia avuto il coraggio divino d'eclissarsi e sparire nella sua ombra immortale.

Parecchi anni sono nella provincia di Catania davano la caccia a un brigante, certo Raja, se non sbaglio, un nome maledetto come l'erba che lo porta e che da Nicosia a Caltagirone s'era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinieri e militi a cavallo lo inseguivano da due mesi, senza esser riesciti a mettergli le unghie addosso; era un solo, ma valeva per venti, e la mala pianta minacciava di abbarbicare. Poi si avvicinava il tempo della messe, il fieno era steso pei campi e i proprietari non osavano più mettere il naso nei loro affari. Allora il prefetto chiamò tutti quei signori della Questura, dei carabinieri e dei compagni d'armi, e disse loro due paroline, di quelle che fanno drizzar le orecchie. Il giorno dopo un terremoto, pattuglie, squadriglie, vedette per ogni dove; se lo cacciavano dinanzi come una mala bestia per tutta una provincia, di giorno, di notte, a piedi, a cavallo, col telegrafo. Raja sguisciava loro di mano e rispondeva a fucilate quando gli camminavano sulle calcagna. Nelle campagne, nei villaggi, per le fattorie, sotto le tettoie delle osterie, nei luoghi di ritrovo della città non si parlava d'altro che di lui, di Raja, di quella caccia accanita, di quella fuga disperata; i cavalli dei carabinieri cascavano stanchi morti, egli solo non era stanco mai; non dormiva mai, fuggiva sempre, arrampicandosi sui greppi, strisciando fra le messi della pianura, nel folto dei fichi d'India, nel letto asciutto dei torrenti. Ciò che formava il principale argomento di tutti i discorsi, nei crocchi dinanzi agli usci dei villaggi, era la sete che doveva soffrire il perseguitato, nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno. I fannulloni spalancavano gli occhi.

Peppa, una delle più belle ragazze di Licodia, doveva sposare in quel tempo compare Tinu, candela di sego,uno dei migliori partiti del paese, che avea terre al sole e due mule baje in stalla, ed era un giovanotto grande e bello come il sole, e portava lo stendardo di Santa Margherita senza piegare le reni come fosse un pilastro.

La madre di Peppa piangeva dalla contentezza per la gran fortuna toccata alla figliuola, e passava il tempo a voltare e rivoltare nel baule sotto il letto il corredo della sposa, tutto di roba bianca a quattro come quello di una regina; e orecchini che le arrivavano alle spalle, e anelli d'oro per tutte le dieci dita delle mani; dell'oro ne aveva quanto ne può avere Santa Margherita e dovevano sposarsi giusto per Santa Margherita, che cadeva in giugno, dopo la mietitura del fieno. Lo sposo nel tornare ogni sera dalla campagna saltava dalla mula all'uscio di Peppa e le diceva che i seminati erano una magia a vedere e il graticcio di contro al letto non sarebbe bastato a contenere tutto il grano della raccolta, che gli pareva mill'anni di condursela in casa in groppa alla mula baja. Ma Peppa un bel giorno gli disse: – La vostra mula lasciatela stare, che io non voglio maritarmi. Il povero Candela di sego rimase sbalordito, e la vecchia si mise a strapparsi i capelli quando Peppa le disse che voleva bene a Raja, e che non avrebbe sposato altro che lui.

In paese la cosa fece rumore, per quanto la tenessero nascosta. Le comari che avevano invidiato a Peppa il seminato prosperoso, le mule baje e il bel giovinotto che portava lo stendardo di Santa Margherita, scucivano e tagliavano dei fatti suoi come andava fatto; la povera madre avea acceso una lampada alle anime sante, e fino il curato era andato in casa di Peppa a toccarle il cuore colla stola per scacciare quel diavolo di Raja che ne aveva preso possesso; ma ella diceva che non lo conosceva neanche di vista, quel cristiano, che ne aveva inteso parlare soltanto, e che la notte sognava di lui.

Allora la madre la chiuse in casa, perché non sentisse parlare più di Raja, e tappò tutte le fessure dell'uscio con immagini di santi; Peppa ascoltava quello che in istrada dicevano del suo amante dietro le immagini benedette, e una sera sentì che l'avevano sorpreso in mezzo ai fichi d'India di Palagonia, e gli avevano rotto le gambe a fucilate, ma tuttavia non erano riesciti a scovarlo, in quel forteto da conigli. –

 Allora si fece la croce dinanzi al capezzale della sua vecchia, e fuggì dalla finestra.

Raja fu preso poco tempo dopo, colle gambe rotte, in fondo a una grotta, come un lupo, e lo strascinarono per le vie del villaggio, su di un carro, ferito, stracciato, sudicio, piccolo, pallido, brutto. La povera madre di Peppa dovette vendere tutta la roba bianca del corredo e gli orecchini d'oro, e gli anelli di tutte le dieci dita onde pagare gli avvocati di sua figlia e tirarsela di nuovo in casa, lacera, pallida, brutta anche lei e col figlio di Raja.

Ma la lupa aveva sentito il bosco, e non volle più stare nel villaggio, ella se ne andò alla città, col suo lupacchiotto in collo, a gironzare tutto il giorno dinanzi al carcere dove era rinchiuso Raja, sotto le finestre chiuse dalle tetre gelosie, e guardate dalle sentinelle. Soltanto allorché i monelli che si trastullavano col suo marmocchio lo chiamavano il figlio di Raja! il figlio di Raja! ella li inseguiva a sassate per la spianata.

L'amante di Gramigna

[1897]

A Salvatore Farina Caro Farina, eccoti non un racconto, ma l'abbozzo di un racconto. Esso almeno avrà il merito di esser brevissimo, e di esser storico – un documento umano, come dicono oggi – interessante forse per te, e per tutti coloro che studiano nel gran libro del cuore. Io te lo ripeterò cosi come l'ho raccolto pei viottoli dei campi, press'a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare, e tu veramente preferirai di trovarti faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore. Il semplice fatto umano farà pensare sempre; avrà sempre l'efficacia dell'essere stato,delle lagrime vere, delle febbri e delle sensazioni che sono passate per la carne. Il misterioso processo per cui le passioni si annodano, si intrecciano, maturano, si svolgono nel loro cammino sotterraneo, nei loro andirivieni che spesso sembrano contraddittori, costituirà per lungo tempo ancora la possente attrattiva di quel fenomeno psicologico che forma l'argomento di un racconto, e che l'analisi moderna si studia di seguire con scrupolo scientifico. Di questo che ti narro oggi, ti dirò soltanto il punto di partenza e quello d'arrivo; e per te basterà, – e un giorno forse basterà per tutti.

Noi rifacciamo il processo artistico al quale dobbiamo tanti monumenti gloriosi, con metodo diverso, più minuzioso e più intimo. Sacrifichiamo volentieri l'effetto della catastrofe, allo sviluppo logico, necessario delle passioni e dei fatti verso la catastrofe resa meno impreveduta, meno drammatica forse, ma non meno fatale. Siamo più modesti, se non più umili; ma la dimostrazione di cotesto legame oscuro tra cause ed effetti non sarà certo meno utile all'arte dell'avvenire. Si arriverà mai a tal perfezionamento nello studio delle passioni, che diventerà inutile il proseguire in cotesto studio dell'uomo interiore? La scienza del cuore umano, che sarà il frutto della nuova arte, svilupperà talmente e così generalmente tutte le virtù dell'immaginazione, che nell'avvenire i soli romanzi che si scriveranno saranno i fatti diversi?

Quando nel romanzo l'affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l'armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessari, che la mano dell'artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l'impronta dell'avvenimento reale, l'opera d'arte sembrerà essersi fatta da sé,aver maturato ed esser sorta spontanea, come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d'origine.

Parecchi anni or sono, laggiù lungo il Simeto, davano la caccia a un brigante, certo Gramigna,se non erro, un nome maledetto come l'erba che lo porta, il quale da un capo all'altro della provincia s'era lasciato dietro il terrore della sua fama. Carabinieri, soldati, e militi a cavallo, lo inseguivano da due mesi, senza esser riesciti a mettergli le unghie addosso: era solo, ma valeva per dieci, e la mala pianta minacciava di moltiplicarsi. Per giunta si approssimava il tempo della messe, tutta la raccolta dell'annata in man di Dio, che i proprietarii non s'arrischiavano a uscir dal paese pel timor di Gramigna; sicché le lagnanze erano generali. Il prefetto fece chiamare tutti quei signori della questura, dei carabinieri, dei compagni d'armi, e subito in moto pattuglie, squadriglie, vedette per ogni fossato, e dietro ogni muricciolo: se lo cacciavano dinanzi come una mala bestia per tutta una provincia, di giorno, di notte, a piedi, a cavallo, col telegrafo. Gramigna sgusciava loro di mano, o rispondeva a schioppettate, se gli camminavano un po' troppo sulle calcagna. Nelle campagne, nei villaggi, per le fattorie, sotto le frasche delle osterie, nei luoghi di ritrovo, non si parlava d'altro che di lui, di Gramigna, di quella caccia accanita, di quella fuga disperata. I cavalli dei carabinieri cascavano stanchi morti; i compagni d'armi si buttavano rifiniti per terra, in tutte le stalle; le pattuglie dormivano all'impiedi; egli solo, Gramigna,non era stanco mai, non dormiva mai, combatteva sempre, s'arrampicava sui precipizi, strisciava fra le messi, correva carponi nel folto dei fichidindia, sgattajolava come un lupo nel letto asciutto dei torrenti. Per duecento miglia all'intorno, correva la leggenda delle sue gesta, del suo coraggio, della sua forza, di quella lotta disperata, lui solo contro mille, stanco, affamato, arso dalla sete, nella pianura immensa, arsa, sotto il sole di giugno.

Peppa, una delle più belle ragazze di Licodia, doveva sposare in quel tempo compare Finu « candela di sego » che aveva terre al sole e una mula baia in stalla, ed era un giovanotto grande e bello come il sole, che portava lo stendardo di Santa Margherita come fosse un pilastro, senza piegare le reni.

La madre di Peppa piangeva dalla contentezza per la gran fortuna toccata alla figliuola, e passava il tempo a voltare e rivoltare nel baule il corredo della sposa, « tutto di roba bianca a quattro » come quella di una regina, e orecchini che le arrivavano alle spalle, e anelli d'oro per le dieci dita delle mani: dell'oro ne aveva quanto ne poteva avere Santa Margherita, e dovevano sposarsi giusto per Santa Margherita, che cadeva in giugno, dopo la mietitura del fieno. « Candela di sego » nel tornare ogni sera dalla campagna, lasciava la mula all'uscio della Peppa, e veniva a dirle che i seminati erano un incanto, se Gramigna non vi appiccava il fuoco, e il graticcio di contro al letto non sarebbe bastato a contenere tutto il grano della raccolta, che gli pareva mill'anni di condursi la sposa in casa, in groppa alla mula baia. Ma Peppa un bel giorno gli disse:

– La vostra mula lasciatela stare, perché non voglio maritarmi.

Figurati il putiferio!  La vecchia si strappava i capelli, « Candela di sego » rimasto a bocca aperta.

Che è, che non è, Peppa s'era scaldata la testa per Gramigna,senza conoscerlo neppure. Quello sì ch'era un uomo! –

 – Che ne sai? –

–  Dove l'hai visto? –

 Nulla. Peppa non rispondeva neppure, colla testa bassa, la faccia dura, senza pietà per la mamma che faceva come una pazza, coi capelli grigi al vento, e pareva una strega. — Ah! quel demonio è venuto sin qui a stregarmi la mia figliuola!

Le comari che avevano invidiato a Peppa il seminato prosperoso, la mula baia, e il bel giovanotto che portava lo stendardo di Santa Margherita senza piegar le reni, andavano dicendo ogni sorta di brutte storie, che Gramigna veniva a trovare la ragazza di notte in cucina, e che glielo avevano visto nascosto sotto il letto. La povera madre teneva accesa una lampada alle anime del purgatorio, e persino il curato era andato in casa di Peppa, a toccarle il cuore colla stola, onde scacciare quel diavolo di Gramigna che ne aveva preso possesso.

Però ella seguitava a dire che non lo conosceva neanche di vista quel cristiano; ma invece pensava sempre a lui, lo vedeva in sogno, la notte, e alla mattina si levava colle labbra arse, assetata anch'essa, come lui.

Allora la vecchia la chiuse in casa, perché non sentisse più parlare di Gramigna,e tappò tutte le fessure dell'uscio con immagini di santi. Peppa ascoltava quello che dicevano nella strada, dietro le immagini benedette, e si faceva pallida e rossa, come se il diavolo le soffiasse tutto l'inferno nella faccia.

Finalmente si sentì che avevano scovato Gramigna nei fichidindia di Palagonia.

— Ha fatto due ore di fuoco! — dicevano; — c'è un carabiniere morto, e più di tre compagni d'armi feriti. Ma gli hanno tirato addosso tal gragnuola di fucilate che stavolta hanno trovato un lago di sangue dove egli era stato.

Una notte Peppa si fece la croce dinanzi al capezzale della vecchia, e fuggì dalla finestra.

Gramigna era proprio nei fichidindia di Palagonia –  non avevano potuto scovarlo in quel forteto da conigli – lacero, insanguinato, pallido per due giorni di fame, arso dalla febbre, e colla carabina spianata.

Come la vide venire, risoluta, in mezzo alle macchie fitte, nel fosco chiarore dell'alba, ci pensò un momento, se dovesse lasciare partire il colpo.

– Che vuoi? –  le chiese. – Che vieni a far qui?

Ella non rispose, guardandolo fisso.

– Vattene! – diss'egli, – vattene, finché t'aiuta Cristo!

– Adesso non posso più tornare a casa, – rispose lei; – la strada è tutta piena di soldati.

– Cosa m'importa? Vattene!

E la prese di mira colla carabina. Come essa non si moveva, Gramigna,sbalordito, le andò coi pugni addosso:

Dunque?... Sei pazza?... O sei qualche spia?

No, –  diss'ella, – no!

– Bene, va a prendermi un fiasco d'acqua, laggiù nel torrente, quand'è così.

Peppa andò senza dir nulla, e quando Gramigna udì le fucilate si mise a sghignazzare, e disse fra sé:

– Queste erano per me.

Ma poco dopo vide ritornare la ragazza col fiasco in mano, lacera e insanguinata. Egli le si buttò addosso, assetato, e poich'ebbe bevuto da mancargli il fiato, le disse infine:

– Vuoi venire con me?

–Sì, accennò ella col capo avidamente, sì.

E lo seguì per valli e monti, affamata, seminuda, correndo spesso a cercargli un fiasco d'acqua o un tozzo di pane a rischio della vita. Se tornava colle mani vuote, in mezzo alle fucilate, il suo amante, divorato dalla fame e dalla sete, la batteva.

Una notte c'era la luna, e si udivano latrare i cani; lontano, nella pianura. Gramigna balzò in piedi a un tratto, e le disse:

– Tu resta qui, o t'ammazzo, com'è vero Dio!

Lei addossata alla rupe, in fondo al burrone, lui invece a correre tra i fichidindia. Però gli altri, più furbi, gli venivano incontro giusto da quella parte.

– Ferma! ferma!

E le schioppettate fioccarono. Peppa, che tremava solo per lui, se lo vide tornare ferito, che si strascinava appena, e si buttava carponi per ricaricare la carabina.

– È finita! – disse lui. – Ora mi prendono; – e aveva la schiuma alla bocca, gli occhi lucenti come quelli del lupo.

Appena cadde sui rami secchi come un fascio di legna, i compagni d'armi gli furono addosso tutti in una volta.

Il giorno dopo lo strascinarono per le vie del villaggio, su di un carro, tutto lacero e sanguinoso. La gente gli si accalcava intorno per vederlo; e la sua amante anche lei, ammanettata, come una ladra, lei che ci aveva dell'oro quanto santa Margherita!

La povera madre di Peppa dovette vendere « tutta la roba bianca » del corredo, e gli orecchini d'oro, e gli anelli per le dieci dita, onde pagare gli avvocati di sua figlia, e tirarsela di nuovo in casa, povera, malata, svergognata, e col figlio di Gramigna in collo. In paese nessuno la vide più mai. Stava rincantucciata nella cucina come una bestia feroce, e ne uscì soltanto allorché la sua vecchia fu morta di stenti, e si dovette vendere la casa.

Allora, di notte, se ne andò via dal paese, lasciando il figliuolo ai trovatelli, senza voltarsi indietro neppure, e se ne venne alla città dove le avevano detto ch'era in carcere Gramigna. Gironzava intorno a quel gran fabbricato tetro, guardando le inferriate, cercando dove potesse esser lui, cogli sbirri alle calcagna, insultata e scacciata ad ogni passo.

Finalmente seppe che il suo amante non era più lì, l'avevano condotto via, di là del mare, ammanettato e colla sporta al collo. Che poteva fare? Rimase dov'era, a buscarsi il pane rendendo qualche servizio ai soldati, ai carcerieri, come facesse parte ella stessa di quel gran fabbricato tetro e silenzioso. Verso i carabinieri poi, che le avevano preso Gramigna nel folto dei fichidindia, sentiva una specie di tenerezza rispettosa, come l'ammirazione bruta della forza, ed era sempre per la caserma, spazzando i cameroni e lustrando gli stivali, tanto che la chiamavano « lo strofinacciolo della caserma ». Soltanto quando partivano per qualche spedizione rischiosa, e li vedeva caricare le armi, diventava pallida e pensava a Gramigna.

Pane nero

(primo abbozzo)

Questo accadde l'anno della neve, che crollarono buon numero di tetti a Mineo, e nel territorio ci fu una gran mortalità di bestiame, Dio liberi!

Alla Lamia e per tutta la montagna di Santa Margherita, come vedevano scendere quella sera smorta, carica di nuvoloni di malaugurio, che i buoi si voltavano indietro sospettosi e muggivano, la gente si affacciava dinanzi ai casolari, a guardar lontano verso il mare, colla mano sugli occhi, senza dir nulla. La campana del Monastero vecchio, in cima al paese suonava per scongiurare la malanotte, e sul poggio del Castello c'era un gran brulichìo di comari, nere sull'orizzonte pallido a vedere in cielo la coda del drago, una striscia color di pece, che puzzava di zolfo, dicevano, e voleva fare una brutta notte. Le donne gli facevano gli scongiuri colle dita, al drago, gli mostravano l'abitino della Madonna sul petto nudo, e gli sputavano in faccia, tirando giù la croce sull'ombelico, e pregavano Dio e le anime del Purgatorio, e Santa Lucia, che era la sua vigilia, di proteggere i campi, e le bestie, e i loro uomini anch'essi, chi ce li aveva fuori del paese. Curatolo Nanni quella sera doveva mandare il suo ragazzo al villaggio per la spesa. Ma vedendo la nottataccia che si preparava, pensò meglio di andare lui. Le pecore erano già rinchiuse nella stecconata, tutte strette in un canto dalla paura e il muso alla siepe e dietro all'uscio era ammucchiato un bel mucchio di frascame per la notte. Disse al figliuolo: –

 Tu piuttosto rimanti colle pecore. E' vuol fare una cattiva notte, e il fiume sarà grosso.

Il casolare era dall'altra parte del torrente, in fondo alla valle di Santa Margherita, fra due grossi pietroni che gli si arrampicavano sul tetto. Di faccia la costa, ritta in piedi, cominciava a scomparire nel buio, che saliva dal vallone, brulla e nera di sassi, fra i quali si perdeva la striscia biancastra del viottolo, che l'asinello di curatolo Nanni non si sapeva come avrebbe fatto a trovarlo che andava nel bosco sino al guado della rocca, che è più sicuro – diceva curatolo Nanni. –

 – Tu chiudi l'uscio e non comunicare con nessuno; non dimenticare di rincorrere le pecore, per farle scuotere, se no domani hanno tutte il cimurro.

Carmenio rispondeva di sì, col capo appoggiato allo stipite; ma vedendo sparire suo padre passo passo che si tirava dietro l'asinello e si perdeva nella notte, aveva una gran voglia di corrergli dietro, se non fosse stato per le pecore che restavano sole, e chiappavano il cimurro.

– Se mai – gli gridò curatolo Nanni da lontano – corri fino alla mandra dei fichidindia, lassù, che c'è gente.

A star solo nel casolare gli veniva voglia di piangere e poscia accese il fuoco, fra due sassi del focolare, e si mise a vedere come ardevano le frasche, che facevano una fiammata, e poi soffiavano come se ci dicessero su delle parole. Quando erano nella mandra di Resecone, quello di Francofonte, a veglia, aveva narrato certe storie di streghe che montano a cavallo delle scope, e fanno degli scongiuri sulla fiamma del focolare. Carmenio si rammentava tuttora la gente della fattoria, raccolta ad ascoltare con tanto d'occhi, dinanzi al lumicino appeso al pilastro del gran palmento buio, che a nessuno gli bastava l'animo d'andarsene a dormire nel suo cantuccio, quella sera.

Giusto ci aveva l'abitino della Madonna sotto la camicia, e la fettuccia di santa Agrippina legata al polso, che s'era fatta nera dal tempo. Tirò fuori il suo zufolo di canna ora che incominciava la notte, per tenersi compagnia. –

 Juh! juh! come le sonate della messe, quando si lasciano entrare le pecore nelle stoppie gialle come l'oro, dappertutto, e i grilli scoppiettano nell'ora di mezzogiorno, e le lodole calano trillando a rannicchiarsi dietro le zolle col tramonto, e si sveglia l'odore della nepitella e del ramerino. – Juh! juh! Bambino Gesù! – A Natale, quando era rimasto al paese, suonavano cosi per la novena, davanti all'altarino illuminato e colle frasche d'arancio, e in ogni casa, davanti all'uscio, i ragazzi giocavano alla fossetta, col bel sole di dicembre sulla schiena. Poi erano andati alla messa di mezzanotte, in folla coi vicini, urtandosi e ridendo per le strade buie. Ancora per mezzanotte ci voleva un gran pezzo. Fra i sassi delle pareti senza intonaco pareva che ci fossero tanti occhi a ogni buco, che guardavano dentro nel focolare, gelati e neri.

Sullo stramazzo, nell'altra parte, era buttato un giubbone, lungo disteso, che pareva le maniche si gonfiassero, e il diavolo del San Michele Arcangelo, nella immagine appiccicata a capo del lettuccio digrignava i denti bianchi, colle mani nei capelli, fra i zigzag rossi dell'inferno.

Di fuori, nelle tenebre, di tanto in tanto si udivano i campanacci delle pecore che trasalivano. Dallo spiraglio si vedeva il quadro dell'uscio tutto nero come la bocca di un forno; null'altro. E la costa dirimpetto, e la valle profonda, e la pianura della Lamia, tutto si sprofondava in quel nero senza fondo, che pareva si vedesse soltanto il rumore del torrente, laggiù, a montare verso il casolare, gonfio e minaccioso.

Il babbo aveva dovuto passarlo, al guado della rocca – pensava il ragazzo; e a quell'ora, chi arrivava al paese era un gran piacere il vedere tanta gente nelle capanne.

Allora cominciarono a passargli davanti al viso delle farfallette bianche prima rade e silenziose. Ad un tratto tutto il nero dell'uscio sembrò bianco di fiocchetti di lanuggine che svolazzavano dinanzi al chiarore del focolare, e pareva che il nibbio passasse e ripassasse sul tetto della capanna, piouee piouee piouee piouee piouee senza fine.

– Oh mamma mia — piagnuccolava Carmenio, che avverrà quando torna il babbo. Le pecore erano tutte col cimurro [...] s'erano [...].

Dappertutto era un chiarore denso; sulla costa, sul vallone, laggiù al piano – come un silenzio fatto di cotone. Ad un tratto arrivò soffocato il suono di una campana che veniva da lontano, 'nton! 'nton!  'nton! e pareva quagliasse nella neve.

– Oh, Madonna santissima! singhiozzava Carmenio – Che sarà mai quella campana? Se la sente mio padre mentre è per via! O santi cristiani, ajuto! Ajuto, santi cristiani! – si mise a gridare. Infine lassù, in cima al monte dei fichidindia, si udì una voce lontana, come la campana di Francofonte.

– Ooooh... cos'èeee? cos'èeee?...

– Ajuto, santi cristiani! ajuto, qui da curatolo Nanni!...

– Ooooh... rincorrile le pecoreee!... rincorrileee!...

Gli agnelli più deboli cascavano sui ginocchi, e chiamavano aiuto alla loro mamma, col belato corto e tremante, levando il musino in aria.

Le pecore e i montoni si erano messi a belare di concerto che non facevano udir più la voce del pastorello; e il cane seduto sulla coda uggiolava all'aria anch'esso come sentisse il lupo.

La mamma, quando Carmenio era piccino, per farlo star cheto gli [manca la carta contenente la fine della sequenza'] Santo non è tornato da Morbano neppur lui. Ora cosa farà Carmenio a Santa Margherita?

– Ei ci sta per guadagnarsi il pane – rispose curatolo Nanni mentre gli cavavano gli stivali infangati. – Che vuoi farci? Non son figli di barone. –

 – Lo so! lo so affermava col capo comare Maruzza e lui tornava a ripetere che ne aveva viste delle altre, nottate come quelle, dacché era al mondo. E bisogna avvezzarci i ragazzi, quando non son figli di barone.

– Già le pecore non potevo lasciarle sole! – esclamò infine per confortarla, vedendo che non toccava la minestra. Voi altre donne in testa ci avete più capelli che giudizio. Ti pare che non stia in pensiero anch'io pei nostri figli? Ora mangia e riscaldati lo stomaco, che se ti ammali sarà peggio e dovremo spendere pel medico. Reciteremo il Rosario per loro, prima d'andare a letto, domani poi andremo a vedere. L'indomani come andò a vedere, trovò Carmenio che piangeva un'altra volta, vedendo spuntare il babbo da lontano, per tutte quelle pecore che avevano acchiappato il cimurro.

– Assassino! gli gridava il padre pallido come un morto – Non ne mangi pane di tuo padre?... o credi che io sia ricco come un barone che ti sei chiuso dentro, e mi hai lasciato le pecore sotto la neve!...

– Per l'anima mia! – rispondeva Carmenio colle mani in croce, e tenendosi lontano dalle pedate. – Per l'anima mia non è vero che mi son chiuso dentro, e guardate la neve dov'è arrivata! Domandatene alla mandra del ficodindia, lassù che mi ha sentito a gridare!

– Siamo rovinati! ripeteva curatolo Nanni colle mani nei capelli, – Santa Lucia, scellerata, ci avete rovinati tutti! Come le pecore gli morivano a dozzine, infatti che i beccai non ne volevano nemmeno il cuoio, curatolo Nanni dovette cercarsi un padrone, e Carmenio anche lui.

– Che adesso la vedrà la differenza! – diceva al figlio.

– Prima era padrone in casa sua, e se gli toccavano delle busse almeno era suo padre che gliele dava.

Egli andava dal padrone, a raccomandargli il figliuolo, e gli diceva: –  Pensate che non è avvezzo a star sotto il comando altrui, il mio ragazzo.

Gli aveva dato il farsetto di lana e gli stivaloni nuovi, che Carmenio vi sguazzava dentro, e nell'accompagnarlo sino alla fattoria gli raccomandava: — Bada ad essere attento e obbediente, col padrone, e fare il tuo dovere perché non avrai più da fare con me che alla fin fine sono sangue tuo e se ti lascio correre una pedata mi dolgo anch'io.

Santo, l'altro figliuolo, lavorava a Morbano per conto suo. Aveva preso una chiusa a mezzeria, e di fare il pastore non voleva saperne. La verità era che preferiva bazzicare a Morbano per amore della figliuola del camparo, una ragazza dai capelli rossi, che nessuno la voleva, e si chiamava Nena.

La camera del prete

Fra gli scogli del Salvatore c'era una caverna sotterranea chiamata la Camera del Prete.

Perché un Prete, ch'era sepolto da cent'anni nella chiesetta soprastante, in cima allo scoglio a picco, si alzava ogni notte dalla bara, colla stola indosso, e andava a mettersi a tavola, insieme ai suoi convitati, che erano i morti della stessa sepoltura.

Infatti in mezzo alla caverna sotterranea c'era un immenso pietrone piatto e liscio, ritto sopra un pilastro che si chiamava la Camera da pranzo, e tutto intorno dei sedili di sasso.

L'onda del mare che penetrava morta sin là dentro, scorreva lenta e livida sulla tavola da pranzo, e portava via le briciole.

Di sopra i pescatori, nelle lunghe ore di sole che stavano immobili colle lenze in mano, non vedevano altro che il gorgoglio spumoso dell'onda, la quale s'ingolfava nella caverna; ed il chiarore che ne usciva colla risacca.

Ma chi gli bastava l'animo – specie i ragazzi — di tuffarsi a capo in giù, e penetrare nella Camera del Prete, vedeva l'illuminazione meravigliosa ch'era là dentro, azzurra ed ondeggiante, come quelle fiammelle che si accendono la notte nei cimiteri; la tavola bianca in mezzo, e i sedili in giro, vuoti.

A mezzanotte, nell'ora del convito, si diceva che l'illuminazione fosse tale, che i pescatori al largo la vedevano dall'Agnone, come una luce rossa, nascente dalla riviera nera di Catania.

Però nessuno dopo il tramonto aveva avuto il coraggio di arrischiarsi dentro la Camera del Prete. In estate tutte le piccole insenature dei dintorni in cui l'acqua luccicava al lume di luna, suonavano della gazzarra dei bagnanti e nelle sere buie l'onda cheta scintillava rotta dalle braccia di qualche ragazzo innamorato che nuotava verso le sottane bianche di cui formicolavano gli scogli. Ma lassù alla Chiesetta del Salvatore squillavano nel silenzio le ore solitarie, l'una dopo l'altra, sino a quella del convito; la luna entrava cheta nella sepoltura a visitare ad uno ad uno quei cadaveri freddi, stesi in fila nei cataletti, colle mani pallide in croce. E le raffiche nelle notti di fortuna passavano sibilando sulla chiesuola, nel buio.

Un pescatore di granchi, uno che non guardava né a Dio né al Diavolo per amor di guadagno, e s'era avventurato col suo lume sino all'imboccatura della caverna, una brutta sera non era tornato a casa, e nessuno l'aveva visto più. Che si diceva, fosse stato tirato per un piede nella Camera del Prete, e d'allora le sue ossa rimanessero sotto la Tavola da pranzo condannate a levarsi per far lume nell'ora del convito.

Ora hanno demolito la chiesuola e rotto la scogliera. Nello scoperchiare la sepoltura si vide che essa pigliava luce da un foro aperto nello scoglio in cui era fabbricata la Chiesa del Salvatore, ad un altezza sul mare da far venire le vertigini.

Da quella finestra aperta nell'azzurro arrivava sino ai morti il grecale fresco d'estate e il soffio gelato della tempesta dell'inverno; sicché quei cadaveri sembravano imbalsamati. Erano cadaveri di ogni età e di ogni epoca; colle facce gialle di cento anni, o le guance tuttora azzurrognole come se l'ultima loro barba fosse stata fatta ieri; palpebre ancora bagnate di lagrime e occhiaie scavate dal dito del tempo; labbra umide dell'estremo bacio o rose dalla morte. Tutte quelle ossa furono portate al Cimitero colle guardie, perché nessuno toccasse.

Tale e quale come si trovavano – raccontava la guardia – colle fogge e i vestiti di cent'anni addietro, zazzere lunghe e parrucche col codino, giustacuori di velluto, brache corte colle fibbie, uno persino ci aveva in tasca tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, guardie e becchini, ma nessuno prese un soldo.

La Camera del Prete non c'è più. Nel rompere gli scogli vollero vedere se si trovavano le ossa del pescatore di sotto la Tavola da pranzo. Solo un branco di granchi scappò via nel rimuovere il pietrone.

E il mare spumeggiante sotto la catena della gru si portò via la leggenda, come scopava via le briciole della Tavola del Prete, e tornò a distendersi sereno e color del cielo.

Come Nanni rimase orfano

La vigilia del Natale compare Berretta il cacciatore disse:

– Andiamo a buscarci il pane per le feste.

Questa volta volle tirarsi dietro anche Nanni, che la moglie gli era morta alla raccolta delle ulive, e non sapeva a chi lasciare il suo ragazzo.

Dappertutto nel villaggio in festa, sparavano le botte. Compare Berretta disse al figliuolo:

– Le botte noi le spareremo al Pantano. Il tempo è freddo, se Dio vuole, e stanotte si sentiva una gran passata di uccelli grossi.

La vicina dalla finestra rispose:

– L'anima della vostra donna prega per voi in paradiso, compar Berretta, e vi manderà la provvidenza.

Lo zio Rocco, dell'osteria, ogni anno a quell'epoca, vedeva arrivare compar Berretta, che veniva a prendergli la barca in affitto: e ogni volta dal fondo del giaciglio, col fazzoletto in capo, brontolava: – Siete voi, compare Berretta? o che volete? – Sono venuto per la barca, se me l'affittate, rispondeva Berretta. Son venuto a far quattro colpi nel Pantano.

Mentre che lo zio Rocco, sonnolento e col cappuccio in capo, si affannava a mettergli in ordine la barchetta, per fare quattro chiacchiere gli domandò:

– S'è visto qualcun altro, zio Rocco?

– Ancora nessuno – rispose lo zio Rocco ammiccando. – Voi siete il più furbo, che venite sempre il primo. Quando gli altri arrivano a tavola, mangiano i vostri resti.

Era un tempo freddo di nevischio. La nebbia fra le alghe alte ci stagnava tanto fitta, che le anatre e gli altri uccelli di acqua si lasciavano venire la barca addosso prima di spiccare il volo. Tuttavia la caccia andava bene; perché compare Berretta aveva il braccio destro e l'occhio sicuro per vederci anche nel fosco. Nanni dietro, lesto e zitto, ricaricava lo schioppo appena suo padre glielo passava ancora fumante, sicché compare Berretta non aveva che a chinarsi per trovarsi sotto mano l'altro schioppo di ricambio bell'e pronto.

Però siccome il ragazzo era ancora piccolo di statura e non arrivava alla bocca del fucile, lo teneva chino per infilarvi la bacchetta; e tutto ad un tratto, panf! si udì una schioppettata.

Compare Berretta annaspò alquanto; poi si lasciò cadere sulla panchetta. – Ah! mamma mia, che hai fatto! – balbettava cogli occhi stralunati – questa volta m'hai ammazzato!

Il ragazzo pallido come se avesse preso lui la botta, e coi capelli irti dentro il berretto, non sapeva che fare. – Bagna nell'acqua il fazzoletto e legamelo intorno al ginocchio; gli diceva suo padre. – Stringi forte; senza tremar così; che se no me ne vado in sangue.

Allora Nanni si mise a piangere e a gridare aiuto. Di sopra, nel cielo grigio, passavano le anatre gracchiando. – Voga all'osteria, t'ho detto; che qui posso morire senza che nessuno ci senta. Il Signore mi castiga per la furberia di arrivare il primo a cacciare, per esser solo a tavola...

Egli sudava a grosse goccie, parlando, e ansimando come facesse una gran fatica. Tutt'intorno infatti non si udiva nulla, tranne il singhiozzare di Nanni ed il fruscio della barchetta fra le alghe. Calava la sera, smorta, col volo delle cornacchie che passavano a stormo, e pareva che sentissero il morto.

Lo zio Rocco vedendo che annottava, e compare Berretta non spuntava ancora, cominciò a entrare in pensiero per la sua barca; e aveva mandato Lucia, la ragazzetta che faceva i servizi grossi, a vedere che cosa fosse avvenuto. Quando la vide arrivare strillando che a compare Berretta gli era successo un accidente, si diede a bestemmiare come un turco.

– Santo diavolone! Non si ha un momento di pace in questa casa!

– Il mio padrone ha la malaria nella testa; spiegava Lucia, e non vorrebbe far altro che dormire.

Finalmente comparve lo zio Rocco sul greto, sonnacchioso, col cappuccio in testa, bofonchiando: – O ch'è stato? – Niente, zio Rocco. M'è successo un accidente, Dio liberi; e temo di avere la gamba sfracellata.

– Ora che volete fare, compare Berretta? Lasciate fare a me. – Il povero compare Berretta lasciava fare, colla gamba ciondoloni, che non sembrava più roba sua. – Questa è roba della Gagghianedda! – osservò lo zio Rocco soffiando al pari di un bue. Allora compare Berretta sbigottì, e si abbandonò sul ciglione, stralunato.

A poco a poco anche la campagna andavasi scolorendo come la faccia di un moribondo. Poi all'avemaria si udì lontano la chiesetta del villaggio che scampanava, nel cielo smorto. Di tanto in tanto qualche anatra gracchiava in mezzo alle giuncaie.

– Ah! che bella vigilia di Natale mi ha dato il Signore! balbettava compare Berretta colla lingua grossa dallo spasimo.

Qui non possiamo farvi nulla – concluse lo zio Rocco. – Bisogna aspettare lo zio Cheli che ci aiuti.

Intanto spuntava la prima stella verso ponente, poi un'altra, poi un'altra.

A compare Berretta, disteso sul ciglione, gli avevano buttato addosso una bisaccia, per il freddo; e badava a lamentarsi.

– Che non giunge mai lo zio Cheli? Che mi lasciate qui stanotte?

– Tornerà, tornerà, non ci pensate. È andato per la pesca delle anguille, ora che siamo già al Natale. Viene di notte, viene di giorno, secondo il tempo. È il suo mestiere, to'! Quando si mette alla posta delle anatre, gli lascio la chiave della porta in un buco che sa lui; talché alle volte passano mesi e settimane senza che lo veda anima viva...

Lo zio Rocco s'andava appisolando su di un sasso, mentre ciaramellava col mento fra le mani e il cappuccio in testa.

– Son trent'anni che lo zio Cheli sta qui di casa nella mia osteria, poiché non ha nessuno al mondo; né amici, né tetto, né parenti. Puntuale a pagare però. E non dà fastidio a nessuno. La sua roba in ordine appesa in capo al letto; il cavicchio per la carniera; il cavicchio pel giubbone; un cavicchio per ogni cosa. Poi va a vendere la sua pesca o la sua caccia nei paesi, e sta da papa.

Quando compare Berretta diceva ahi! o Nanni singhiozzava, lo zio Rocco interrompeva il cicaleccio, quasi lo svegliassero, e poi tornava a russare adagio adagio, chiacchierando come in sogno. Nanni e il babbo suo aspettavano ansiosi, cogli occhi spalancati nella notte. Tutto a un tratto scappò una gallinella schiamazzando.

– Ecco qua lo zio Cheli! esclamò Lucia, e si misero a chiamarlo ad alta voce. Dopo si spandeva un gran silenzio, nel buio.

So io! – disse lo zio Rocco che si era svegliato del tutto. – Non risponde per non spaventare gli uccelli. Poi ci ha fatto l'abitudine, stando alla posta da mattina a sera, e non parla mai.

Però si udiva il fruscio dei giunchi secchi, e il tonfo degli scarponi dello zio Cheli che sfangava adagio adagio.

– Qua, zio Cheli; disse infine lo zio Rocco. – C'è compare Berretta che gli è successo un accidente.

Lo zio Cheli stava a guardare nel po' di luce che faceva la lanterna di Lucia, con quel naso a becco di jettatore, tutto intirizzito e battendo le palpebre. Poi sollevarono compare Berretta al modo che diceva lo zio Rocco, uno per la testa, e l'altro per i piedi; onde portarlo dentro.

– Cristo! come vi pesano le ossa! sbuffava l'oste, e lo zio Cheli, mingherlino, barellava quasi fosse ubriaco. – O la pesca come è andata? gli domandò l'altro dopo che ebbero adagiato alla meglio il ferito sullo strapunto. Il vecchietto con un cenno mostrò la sporta vuota.

– Male feste per tutti! conchiuse lo zio Rocco. Ora bisognacorrere al paese per la Gagghianedda.

Lo zio Cheli, zitto zitto, si legò meglio il fazzoletto intorno al capo e infilò l'uscio.

–  Mettetevi anche il cappuccio, che la notte è fredda; aggiunse l'oste, e andò a pigliarglielo colle proprie mani. – A questo mondo bisogna  aiutarsi come fratelli;  e una  mano  lava l'altra.

– O Lucia! figlia di mala femmina! che non l'hai messa ancora la pentola, la vigilia di Natale!

– Ah! che vigilia di Natale mi ha mandato il Signore, compare Rocco! – ripeteva il ferito. – Senza di voi altri rimanevo in mezzo a una strada come un cane; Dio vi paga la carità!

– Non ci pensate, non ci pensate, compare Berretta. Si vede che avete un po' di febbre. Ma domani la Gagghianedda vi guarirà in un batter d'occhio. È meglio di un cerusico, quella vecchietta. State allegro, compare Berretta. E se non avete bisogno d'altro, vado a mangiare un boccone, per far la vigilia di Natale anch'io. Che non ne comandate, voi?

Ma il poveraccio si sentiva lo stomaco chiuso per cent'anni, e anche il suo ragazzo, col viso tutto sudicio dal gran piangere, diceva che non aveva fame.

– Ah, povero figlio mio, che vigilia di Natale ti ha mandato anche a te il Signore!

E gli accarezzava il capo, colla mano tremante.

La notte di Natale è lunga da passare, e la febbre faceva vedere tante cose al povero Berretta in quella stanzaccia, che sembrava immensa, piena del russare dello zio Rocco e del rodere dei tarli nel soffitto.

La faccia pallida della sua donna, quando stava per morire, e lo zio Cheli che andava a chiamare la Gagghianedda al paese, cammina, cammina, nel buio. Nanni di tanto in tanto rizzava il capo spaventato dalle sponde del giaciglio in cui s'era appisolato. – Vammi a cercare dell'acqua fresca, gli diceva il padre. Torna a bagnarmi quella fasciatura, lì, sul ginocchio.

Lo zio Cheli giunse colla Gagghianedda, a giorno fatto; quando compare Berretta aveva la gamba tutta gonfia come un otre, e bisognò tagliargli le brache per cavargliele. La Gagghianedda, ch'era ancora zitella, si voltava dall'altra parte, cogli occhi bassi: e intanto lesta lesta preparava ogni cosa; bende, stecche ed empiastri; e masticava certe erbe miracolose che sapeva lei.

Aveva la saliva benedetta, quella donna! e faceva più miracoli che non avesse denti in bocca. Poi si mise a tirare la gamba di compare Berretta come un boia. – Lasciatelo urlare, che questo gli farà bene. – Lo zio Rocco s'era alzato anche lui per curiosità, e stava a vedere coi suoi occhioni assonnati.

Quel diavolo della Gagghianedda non si sapeva dove la tenesse tanta forza, in quelle braccia nere che sembravano sarmenti di vigna. Ella sputava l'empiastro sulla ferita, e la fasciava ciarlando sempre come una gazza. – Se foste capitato in mano a un cerusico, Dio liberi, stavate fresco, compare Berretta! Per lo meno vi tagliava la gamba e restavate zoppo. Io non ho mai strappato nemmeno un pelo in vita mia, grazie a Dio! Tutta grazia che mi dà il Signore! Ora state tranquillo, che non avete più bisogno di nulla. –

 Il ferito che s'era lasciato andare sullo strapunto come un morto, teneva sempre la mano sul capo al suo ragazzo e gli diceva che non era nulla anch'esso per confortarlo.

– Sembrate un ragazzo, compare Berretta! – lo sgridava anche Rocco. – Non vi hanno detto di star tranquillo? Foste in mano al cerusico, pazienza! Ora bisogna pensare a pagare questa poveretta.

La Gagghianedda, per fingere che non udiva, s'affannava a frugare in ogni canto come un furetto, raccogliendo le sue robe per andarsene. –

 Ora che cos'è il vostro merito? chiese il ferito con voce piagnolosa.

– Quello che v'ispira il vostro buon cuore, compare Berretta. – Tenete, quelli che ho –  sospirò il poveraccio contando i carlini ad uno ad uno nella mano sudicia della Gagghianedda. – Dovevano servire pei maccheroni di Natale, e non sapevo che dovesse mangiarseli il diavolo. – Poi mise di nascosto il resto del gruzzoletto nel taschino del figliuolo. – Se avessero a svestirmi... gli disse piano; – è meglio che li abbia indosso tu che nessuno li vede.

Era una bella giornata di Natale, col sole che veniva fin dentro la stanzaccia, e le galline pure, a beccare qualche briciola di pane nero.

Com'era festa grande, passava ad ogni momento gente che andava al paese per le funzioni sacre, e si fermava a bere un sorso. E vedendo compare Berretta steso sul pagliericcio, volevano sapere il come e il quando. Lo zio Rocco tornava a ripetere la stessa storia, che compare Cheli ascoltava, ammiccando gli occhi, seduto sul suo lettuccio anche lui, colle gambe penzoloni, e sgretolando adagio adagio un pane duro.

Però ogni giorno, nel tornare a medicarlo, la Gagghianedda trovava la gamba del ferito più enfiata, e nera come l'anima di Giuda;  e  il  malato  con  una  febbre  che  se  lo  mangiava  vivo. – Ho paura che qui sia luogo di malaria; diceva lei, e questo sarà il tifo che l'ammazza. – Compare Berretta guardava il suo ragazzo cogli occhi stralunati, e gli diceva: – Come farai ora che rimani orfano? – E lo zio Rocco brontolava: – Cose che capitano a me solo!  – Non abbiate paura che  sarete pagato,  zio Rocco. – Io non dico pel pagare. Quanto a ciò potete star cent'anni dove siete, che nessuno vi dice niente.

Poi un bel giorno, Nanni rimase orfano davvero. Suo padre se lo portarono su di un carro al camposanto. Lo zio Rocco per confortarlo gli diceva: – Se anche piangi tutto il tempo come una fontana, non ci puoi far nulla, e tuo padre non torna più. Questa fu la volontà di Dio. Per me se vuoi restare dove sei, e aiutare Lucia nei servizi, io non ti mando via, ora che sei orfano.

Vennero i parenti di Berretta, al sentire la brutta nuova; ma erano tutti poveri, e carichi di famiglia. La poca roba di casa fu venduta per pagare le spese della malattia; e quanto al ragazzo l'oste tornò a dire:

– Per me, se vuole aiutarmi nei servizi dell'osteria, io non lo metto in mezzo a una strada, ora ch'è orfano. Così ho preso anche Lucia, che non ha nessuno al mondo.

Rimase collo zio Rocco, che dormiva sempre, pieno di malaria, sulla riva squallida in faccia al lago morto, dove le anatre tornavano a novembre; e quando giungevano degli altri cacciatori, a Natale, andava ad apprestare la barca dove il suo babbo s'era messo a sedere barcollando sulla panchetta, colla faccia pallida, e il sangue che gli colava fra le dita, dicendogli – Legami il fazzoletto intorno al ginocchio, Nanni. – Lontano, in fondo al paesetto, si vedeva il muro bianco del camposanto dove avevano portato il babbo su di un carro.

Vagabondaggio

In mezzo alla gran pianura deserta l'osteria dello zio Rocco ci stava come persa, in riva al lago fosco. L'erba cresceva sulla viottola, subito fuori dell'uscio, e verso sera il camino fumava tutto solo, nella tristezza del tramonto.

La passata delle anatre, o la pesca delle trote vi chiamavano un po' di gente; gente che tornava ogni anno sempre alla stessa epoca, e dalla quale si sentiva dire: – C'è malaria laggiù! – Oppure: – È troppo vecchio; non si regge. – In cucina, dinanzi al fuoco, si vedevano passare tutte quelle facce stanche che si riposavano della giornata faticosa.

Alle volte pure capitava don Tinu, il merciaiuolo, che portava tutta la sua roba in spalla, e aveva girato il mondo. Egli si metteva a sedere sulla cassetta stirandosi le braccia indolenzite dalle cinghie; e narrava tante cose che Nanni e Lucia stavano ad ascoltare a bocca aperta sino a tardi.

Di giorno lo zio Rocco li mandava tutti e due a coglier erbe per la minestra, o a raccattare canne e legna secca sulle prode del lago. Poi andavano a scovare i grilli, o si mettevano a tirar sassi nell'acqua. Nanni diceva:

– Mio padre veniva qui, ogni anno, per la caccia delle anatre. Qualche volta Lucia portava, nascoste in seno, delle croste di formaggio che gli avventori lasciavano cadere sotto le tavole, o un pezzetto di pane, rubato alle galline. Accendevano un fuocherello fra due sassi, e giuocavano a far la merenda. Nanni finiva sempre col buttar le mani sulla roba e darsela a gambe. La fanciulletta allora restava a guardarlo, stupefatta.

Essa aveva tutto l'anno un pezzo di gonnella che lo zio Rocco gli aveva fatta colla fodera di una materassa. – I grilli l'inverno si scavano la tana – pensava di tanto in tanto, – e non sentono il freddo.

Nanni stava zitto.

– Hai visto don Tinu, quanta bella roba?

A tutti e due pareva di vederla ancora, guardandola con gli occhi spalancati; rimuginavano in testa le storie narrate dal merciaiuolo, e i paesi pei quali era passato, con quelle scarpe polverose che avevano visto tante cose. Nanni allora raccontava che laggiù, al paese, ci aveva avuti la casa e i  parenti,  prima che rimanesse solo, orfano, e lo pigliasse in casa lo zio Rocco, e un giorno o l'altro ci sarebbe andato. – E tu, domandava a Lucia, i parenti dove li hai?

La fanciulletta ci pensava su un pezzetto, e poi rispondeva:

– Non so.

Nella vasta pianura deserta si vedeva solo il tetto grigio dell'osteria. Allorché il vento portava da lontano l'allegro scampanìo del villaggio in festa, i due ragazzi si fermavano ad ascoltare, intenti, col paniere in mano. Nanni diceva alla fanciulletta:

– O tu perché non pianti il padrone e te ne vai al tuo paese? Lucia si grattava il capo e rispondeva:

– Non so.

Una sera che Nanni, assonnato, fece cadere la lucerna, lo zio Rocco si mise a gridare:

– Ah! birbante, fannullone, ti voglio accoppare! maledetto sia il pane che ti mangi!

Il poveraccio aveva la terzana tutto l'anno, ed agli avventori che per caso si trovavano all'osteria andava dicendo:

– Non è del danno che mi duole. È che l'olio sparso porta disgrazia, Dio liberi.

Lucia, quatta quatta, andò a trovare Nanni che si era nascosto dietro il muricciolo dell'abbeveratoio.

– Ora me ne vado al paese – le diceva lui. Col padrone non ci torno.

Era una bella notte piena di stelle, e dappertutto i grilli facevano cricri nelle stoppie. Come ebbe camminato un pezzetto, e Lucia gli veniva dietro, si fermò a guardare l'osteria, che non si vedeva più, e disse:

– Ora il padrone che resta solo, vorrà mangiarsi i gomiti dalla rabbia.

E tornavano ad udirsi i grilli tutto intorno. Non si udiva altro. Solo il fruscio del grano in spiga al loro passaggio; e appena si fermavano ad ascoltare cadeva un gran silenzio, quasi il buio si stringesse loro ai panni. Di tanto in tanto correva una folata di ponente caldo, come un'ombra, sull'onda del seminato. Allora Lucia si mise a piangere.

Passava un vetturale coi suoi muli; e la piccina a piagnucolare:

– Portatemi al paese, vossignoria, per carità.

Il mulattiere, ciondoloni sul basto, borbottò qualche parola mezzo addormentato, e tirò di lungo. E i due fanciulli dietro. Arrivarono a uno stallatico, e si accoccolarono dietro il muro ad aspettare il giorno.

Quando Dio volle, spuntò l'alba, e un gallo si mise a cantare d'allegria sul mucchio di concime. Da un sentierolo fra due siepi sbucò un vecchietto, con una bisaccia piena in spalla. Aveva la faccia buona, e Lucia gli domandò:

— Per andare al paese, vossignoria, da che parte si va?

L'altro accennò di sì col capo, e seguitò per la sua via col naso a terra. Si misero dietro a lui che andava a vendere la sua roba al paese, e arrivarono sulla piazza che il sole era alto. C'era già una donnicciuola imbacuccata in una mantellina bianca, la quale vendeva fichidindia. Delle altre donne entravano in chiesa. Davanti lo stallatico salassavano un mulo; e dei contadini freddolosi stavano a guardare, col fazzoletto in testa e le mani in tasca. In alto, nel campanile già tutto pieno di sole, la campana suonava a messa.

Essi andarono a sedere tristamente sul marciapiede accanto al vecchietto con cui erano venuti, e che s'era messo a vender cavoli dalla sua bisaccia. Il tempo passava; e passava anche della gente che veniva a comprare la verdura, pesandola colle mani. Da una stradicciuola spuntarono due signori, col cappello alto, passeggiando adagio adagio, e si fermarono a contrattare lungamente toccando la roba colla punta del bastone, senza comprar nulla. Poi venne la serva della locanda a prendere una grembialata di pomodori. Sulla piazza facevano passeggiare innanzi e indietro il mulo salassato. Infine lo speziale chiuse la bottega mentre suonava mezzogiorno.

Allora il vecchietto tirò dalla bisaccia un pane nero, e si mise a mangiare adagio adagio con un pezzo di cipolla. Vedendo i fan

ciulli che guardavano affamati gliene tagliò una gran fetta per ciascuno, senza dir nulla. Infine raccolse la sua mercanzia, e se ne andò a capo chino, com'era venuto.

Ora rimanevano soli e sconsolati. Si presero per mano e arrivarono sino alla fontana ch'era in fondo al paesetto. Per la strada che scendeva a zig zag nella pianura arrivava gente a ogni momento. Donne che venivano ad attinger acqua; vetturali che abbeveravano i muli; o dei contadini che tornavano dai campi chiacchierando a voce alta, colle bisacce vuote avvolte al manico della zappa. Poi una mandra di pecore in mezzo a un nuvolo di polvere. Un frate cappuccino che tornava dalla cerca saltò a terra da una bella mula baia, schiacciata sotto il carico, e si chinò a bere alla cannella, tutto rosso, sguazzando nell'acqua la barbona polverosa. Quando non passava alcuno venivano delle cutrettole a saltellare sui sassi in mezzo alla fanghiglia, battendo la coda. Lontano si udiva la cantilena dei trebbiatori nell'aia, perduta in mezzo alla pianura che non finiva mai, e cominciava a velarsi nelle caligini della sera. E in fondo, come un pezzetto di specchio appannato, il Pantano.

– Guarda com'è lontano! disse Nanni col cuore stretto.

Il sole era già tramontato; ma non sapevano dove andare, e rimanevano aspettando, l'uno accanto all'altra, seduti sul muricciolo, nel buio. Infine si presero per mano e  tornarono  verso l'abitato. Nelle case luccicava ancora qualche finestra; ma i cani si mettevano a latrare, appena i due ragazzi si fermavano presso a un uscio, e il padrone minaccioso gridava: – Chi è là? La fanciulletta scoraggiata buttò le braccia al collo di Nanni.

– No! no! – piagnucolava lui – lasciami stare.

Trovarono una tettoia addossata a un casolare, e vi passarono la notte, tenendosi abbracciati per scaldarsi. Li svegliò lo scampanìo del paese in festa, che il sole era già alto.

Mentre andavano per via, guardando la gente che usciva vestita in gala, scorsero in piazza don Tinu il merciaiuolo, colle sue carabattole digià in mostra, sotto l'ombrellone rosso.

– Signore don Tinu — gli disse Lucia tutta contenta. — Benvenuto a vossignoria!

Don Tinu si accigliò e rispose:

– O tu chi sei? Io non ti conosco.

La fanciulletta si allontanò mogia mogia. Ma don Tinu vide il ragazzetto, che guardava da lontano timoroso, e gli disse:

– Tu sei quello dell'osteria del Pantano. Ti conosco.

– Sissignore, don Tinu – rispose Nanni col sorriso incerto.

E tutto il giorno gli ronzò intorno affamato sul marciapiede. Quando vide che don Tinu raccoglieva la sua mercanzia, e stava per andarsene, si fece animo, e gli disse:

Se mi volete con voi, vossignoria, io vi porterò la roba.

Va bene, rispose don Tinu. Ma la tua compagna lasciala stare pei fatti suoi, che non ho pane per tutti e due.

Lucia che udiva lì presso, si allontanò passo passo, colle mani sotto il grembiule, e poi si mise a guardare tristamente dall'altra cantonata, mentre Nanni se ne andava dietro al merciaiuolo, curvo sotto il carico.

Un buon diavolaccio, quel don Tinu. Sempre allegro anche quando gli lasciava andare una pedata o uno scapaccione. In viaggio gli raccontava delle barzellette per smaliziarlo e ingannare la noia della strada a piedi. Oppure gli insegnava a tirar di coltello in qualche prato fuori mano. –

 Così ti farai uomo — gli diceva.

Giravano pei villaggi, dappertutto dov'era la fiera. Schieravano in piazza la mercanzia, su di una panchetta, e vociavano nella folla. C'erano trecconi, bestiame, gente vestita da festa; e lo Zannu che faceva vedere l'Ecceomo, e si sbracciava a vendere empiastri e medaglie benedette, a strappare denti e a dire la buona ventura, ritto su di un trespolo, in un mare di sudore. I curiosi facevano ressa a bocca aperta, sotto il sole cocente. Poi veniva il santo colla banda, e lo portavano in processione. Dopo, tutta la giornata, le donne stavano sugli usci, cariche d'ori, sbadigliando. La sera accendevano la luminaria e facevano il passeggio.

Don Tinu ripeteva:

– Se restavi al Pantano collo zio Rocco, le vedevi tutte queste cose, di'?

Spesso lasciava Nanni al negozio, come lo chiamava, e correva a godersi le feste di qua e di là colle comari – aveva comari da per tutto. — Appena arrivava in un paese lo mandavano a chiamare di nascosto, e gli facevano trovare il desco apparecchiato dietro l'uscio, mentre i loro uomini erano alla processione, colla testa nel sacco.

Finché una volta a S. Sebastiano di Mililli, lo portarono a casa su di una scala, come un Ecceomo davvero.

Era stata Lucia che era venuta a chiamarlo alla bettola. – Signore don Tinu, vi aspettano dove sapete vossignoria. –

 Don Tinu esitava, grattandosi la barba. Non che avesse paura, no. Ma quella ragazza allampanata gli portava la iettatura, c'era da scommettere. Lei intanto rimaneva sull'uscio della bettola, sorridendo timidamente, col viso nella mantellina rattoppata.

Nanni che da un pezzo non la vedeva, le disse:

– O tu come sei qui?

Son venuta a piedi; rispose Lucia tutta contenta che le avesse parlato; son venuta a piedi da Scordia e Carlentini; perché laggiù morivo di fame. Ora fo i servizi a chi mi chiama.

S'era fatta grande, tanto che la vesticciuola sbrindellata non arrivava a coprirle del tutto le gambe magre; colla faccia seria e pallida di donna fatta che ha provato la fame: e due pesche fonde e nere sotto gli occhi lucenti.

Nanni che stava leccando col pane il piatto di don Tinu le disse:

– Te'; ne vuoi?

Ma Lucia si vergognava a dir di sì.

– Io sto con don Tinu, e faccio il merciaiuolo; aggiunse Nanni.

Infine la ragazza vedendo che non le dava più retta se ne andò adagio adagio, rasente al muro.

Poco dopo portarono a casa il merciaiuolo colle ossa rotte; che lo zio Cheli per combinazione tornando prima del solito, aveva trovato don Tinu che gli faceva il pulcinella in casa.

Lo Zannu nel medicare il merciaiuolo andava predicando:

– Coi villani ci vuole prudenza, don Tinu caro! che son peggio delle bestie. Vetturali poi, Dio liberi!...

Ogni volta, quando gli capitava male, don Tinu si sfogava dopo col ragazzo, a calci e scapaccioni; tanto che agli strilli accorrevano l'oste e i viandanti, e il Zannu gli diceva:

– Non gli dar retta, figliuol mio, perché il tuo padrone dev'essere ubriaco.

Lo Zannu invece se voleva ubriacarsi si chiudeva nella sua stanzetta, faccia a faccia colla bottiglia. Non gridava, non picchiava  nessuno,  sempre con  quel  risolino  di  prete  sulla  faccia magra; e le donne venivano a cercarlo a casa sua di soppiatto, verso sera, imbacuccate sino al naso, e chiudevano a catenaccio. Nanni quando alloggiavano col Zannu uscio a uscio nella stessa locanda, li udiva ciangottare e pestare nel mortaio; o erano strilli e pianti soffocati. Una notte che non poteva chiudere occhio a quel tramestìo, dal buco della chiave vide lo Zannu che intascava i pochi soldi della paga: e Lucia che se ne andava barcollando, pallida come la cera vergine.

Quando li arrestarono, lo Zannu e la ragazza per dar conto alla giustizia, chiamarono anche Nanni per testimonio, che quella notte dal buco della chiave aveva visto ogni cosa. — Da me è venuta che il bambino era già morto: – diceva lo Zannu colle mani in croce. – Signor giudice, come è vero che c'è Dio questa è la verità.

E Lucia pallida come la cera vergine balbettava: – Signor giudice, fatemi tagliar la testa, che sono una scellerata. Prima feci il peccato, e poi non sapevo come nasconderlo.

Untori

In questa pubblicazione ispirata dalla carità, racconterò uno dei tristi episodi di un'altra epoca triste, in cui la superstizione e la sventura avevano spento la carità e l'umanità insieme.

Il colèra infieriva tutt'intorno, e col colèra la fame. La povera gente che non lavorava più aspettava ansiosa e sospettosa sugli usci delle povere case. Un dì sull'imbrunire si vide arrivare in fondo alla lunga via deserta che menava al villaggio un convoglio strano. Era una famigliuola di zingari; l'uomo faceva il calderaio; la moglie diceva la buona ventura; la figlia, una bruna superba, portava attaccato al petto già vizzo a 18 anni un bambino. Dei suoi 18 anni non aveva più che grandi occhi neri che le illuminavano il viso. Tutta la loro casa li seguiva in un carretto sconquassato, coperto da una tela in brandelli, che veniva avanti traballando, tirato da un somarello macilento. Siccome la popolazione s'era commossa e minacciava al loro apparire, così il sindaco accorse colle guardie, armate sino ai denti, per scacciare quei poveri vagabondi. Essi dissero che venivano da lontano, che non ne potevano più. E allora per non toccarli, per timore d'accostarsi, non li menarono in prigione, li lasciarono lì, nel campo della fiera, guardati a vista come bestie pericolose. Così ramingavano da otto giorni, da un paese all'altro, mangiati dal sole e dalla fame. Il colèra non li voleva neppur esso: cosa che aumentava i sospetti.

Calò una bella sera d'autunno su tutte quelle miserie. Verso mezzanotte gli uomini di guardia videro l'uomo che si era insinuato carponi sino alle prime case del villaggio, e razzolava nel mondezzaio. Colà l'uccisero di una schioppettata, con un torsolo di cavolo ancora in pugno, e il petto della camicia gonfio di bucce e di frutta marcie. A quello scoppio, a quel sussulto la marmaglia sorse tutta spaventata, urlando vendetta, e irruppe feroce su quei miseri. La vecchia fu raggiunta sul limite del campo. La giovinetta dinanzi alla carretta, coi grand'occhi pazzi di terrore, alzava le braccia disperate per farne schermo alla sua creatura, mentre le scuri luccicavano.

Nel mucchio di cenci del pagliericcio gli assassini asserirono poi di aver trovato il veleno degli untori, per far tacere il rimorso di quegli occhi sbarrati che luccicavano sempre nelle notti insonni.

Villa Conti, 18 settembre 1884

Carne venduta

Da lontano, in fondo alla strada polverosa, giungeva di tratto in tratto come un muggito di mare burrascoso. La città, bianchiccia nell'alba pallida, sembrava deserta.

Più tardi s'erano visti tornare indietro frettolosi quelli ch'erano andati pel mercato, spingendosi innanzi le loro bestie, collo sguardo inquieto che spiava il cammino. Una vecchia che aveva posato la sua cesta sul muricciolo, per ripigliar fiato, balbettò la notizia, guardando indietro, verso la città, colla mano sugli occhi: –

 I soldati!... la cavalleria!...

Infine si videro spuntare: cacciatori scuri, fantaccini che facevano come un'ondata di sangue, in mezzo al polverone, e il rumore sordo dei carri d'artiglieria, al quale tintinnavano tutti i vetri della casa campestre. Neppure le galline si erano arrischiate nell'aia. Solo compare Lio, colle spalle al pilastro del cancello, vegliava sui suoi mandorli lì di faccia.

Alla Nena, che si era affacciata sull'uscio, verso colezione, aveva risposto di no, con un cenno del capo.

E passavano sempre dei soldati; prima in folla, sui due lati della via, come un armento numeroso, poi alla spicciolata, stanchi, strascinando le gambe e il fucile, col chepì sulla nuca. Alcuni, trafelati, chiedevano dell'acqua. Uno si era messo a sedere addirittura come sfinito sul monticello di sassi, appoggiando le spalle al muro, col fucile fra le gambe, l'uniforme sbottonata, il capo chino e pesante sul petto, tanto che lo zio Lio gli domandò di dove venisse, tanto lontano.

Egli alzò il capo attonito, guardandolo cogli occhi azzurri come il fiore del lino, e fece cenno che non capiva. – Sei Napoletano? –chiese di nuovo lo zio Lio. Egli diceva sempre di no, a guisa di una bestia testarda, scuotendo il capo biondo come la canape. Poi, quasi si ricordasse a un tratto accennò lontano, lontano, colla destra.

– Allora cosa ci vieni a fare qui! borbottò l'altro.

Il soldato continuava a guardare ora il vecchio ed ora la ragazza, coi suoi occhi azzurri di fanciullo che non sa dire il suo bisogno, passandosi un fazzoletto turchino sulla faccia, mangiata dal sole del mezzogiorno, dove la pelle bianca del collo faceva un segno di ghigliottina sotto il collare di cuoio dell'uniforme. Infine si udì squillare una tromba lontana, ed egli se ne andò zoppicando, dietro agli sbandati.

– Poveretto! mormorò la Nena.

– Carne venduta! rispose suo padre. Lascialo andare!

Colla notte scese un gran silenzio. Poscia, dietro le imposte sbarrate, si udì di nuovo un gran tramestìo, il passo uniforme e grave di una folla che passava, con un tintinnìo d'acciaro, e di tanto in tanto lo scalpitare di un cavallo lanciato al galoppo. Ad un tratto, verso la città lontana, scoppiò una fucilata fitta e continua; in mezzo alla quale squillava acuta la nota di una campana a martello, e il rombo del cannone. Lo zio Lio che s'era arrischiato sino all'abbaino scorse sul monticello, dove la strada più alta tagliava nell'albore, un gruppo d'uomini a cavallo che vi mettevano come un bagliore rosso d'aurora.

Mano mano la fucilata s'andava allargando.

In un momento irruppe come una tempesta sulla casa che il cannone scosse e fece tremare tutta all'improvviso. Erano degli uomini che correvano come briachi fra i mandorli, e scavalcavano i muri, un'ondata densa di fumo in mezzo al quale serpeggiavano delle fiamme rapide, che crepitavano, e scoppiavano delle grida selvagge. Il pollaio rovinò ad un tratto, con un acciottolìo sinistro di tegole. Poi, quasi subito, la porta, scossa furiosamente, si sfasciò lasciando passare un'ondata feroce.

Allora dalle finestre sconquassate, dalle siepi, dai muriccioli che rovinavano, da ogni albero, partirono dei colpi, delle grida, dei sassi, delle tegole che cadevano sul capo agli assalitori. E il vecchio, la ragazza, la famiglia intera, briachi anch'essi di collera, di polvere, di sangue si trovarono nella lotta, fra le camicie rosse, e i pantaloni rossi, che s'uccidevano. Da lontano la campana martellava la sua squilla incessante sui cranii in fiamme nel sole caldo di maggio.

Quando la campagna tornò calma e serena di faccia alla città festante, e lo zio Lio badò a riparare i guasti delle sue siepi, videro ancora quel soldato biondo del giorno innanzi, steso sotto il mandorlo colle braccia aperte, e cogli occhi azzurri spalancati verso l'azzurro del cielo che non era quello del suo paese.

Indice Biblioteca Progetto Giovanni Verga

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 04 febbraio 2010