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Edizione di riferimento:
Giovanni Verga, Tutte le novelle, introduzione, testo e note a cura di Carla Riccardi, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A., Milano 1979, I edizione
N.B. –
Sotto il titolo Novelle sparse si riuniscono: i racconti che non furono inseriti nelle raccolte, Il come, il quando ed il perché e i tre Drammi intimi non più ripubblicati.
Mi rammento, nell'ultima eruzione dell'Etna, di avere assistito ad uno di quei semplici episodi che vi colpiscono più profondamente della catastrofe stessa. Era lo spettacolo di un casolare in fondo alla valle, che la lava stava per seppellire. Davanti al casolare c'era un cortiletto, cinto da un muricciolo, il quale aveva arrestato per poco la corrente, e le scorie gli si ammonticchiavano addosso adagio adagio; sembrava si gonfiassero, come un rettile immane irritato, e scoppiavano in larghi crepacci infuocati. Allora il casolare ne era improvvisamente rischiarato, e si vedevano le finestre spalancate, una tettoia accanto alla porta, e un albero nel cortiletto. L'immensa valle era tutta nera di scorie fumanti, che si squarciavano qua e là, e avvampavano nelle tenebre, e le scorie irrompevano da quei crepacci, con un acciottolìo prolungato e sinistro, come di un'immensa distesa di tegole che rovinasse.
Una delle finestre del casolare si era illuminata, e dava un aspetto di cosa viva a quella casuccia abbandonata in mezzo a tanta desolazione; ma ciò che colpiva maggiormente era quel cortiletto deserto e sgombro di ogni cosa, senza un cane né una gallina, né un pezzo di legno, quasi spazzato da un vento furioso. Di tanto in tanto si vedeva comparire un uomo, il quale sembrava nero nel riflesso ardente della lava, e piccin piccino per la grande distanza.
Egli si affacciava sotto la tettoia, e guardava. Dal poggio dove eravamo, si scorgevano anche col cannocchiale altri uomini piccini e neri, che formicolavano sul tetto, e ne levavano le tegole, i travicelli, le imposte, tutto ciò che potevasi strappare di dosso alla povera casa, la quale pareva sempre più desolata a misura che la spogliavano nuda prima di abbandonarla. E intanto dal poggio gli spettatori, seccati dalla cenere che li accecava e dalle emanazioni che toglievano il respiro, s'impazientivano del lungo tempo che ci metteva la lava a soverchiare l'altezza del muricciuolo, e calcolavano, coll'orologio in mano, il tempo che ci avrebbe messo a circondare la casuccia. Tutt'a un tratto l'albero accanto alla porta avvampò come una fiaccola, e la lava si rovesciò nel cortile. E nella immensa valle nera non si vide altro che il rosseggiare qua e là delle lave che irrompevano, accompagnate dall'acciottolìo sinistro delle scorie che precipitavano. Alle volte, mentre la corrente infuocata si ammonticchiava a poco a poco per cinquanta metri d'altezza, non si udiva né si vedeva più nulla, tranne il fruscio soffocato della pioggia di cenere, che stampava come uno sterminato nuvolone nero sul pallido cielo di luna nuova, e le fiamme che si accendevano di tratto in tratto nella valle, e indicavano il corso della corrente di fuoco. Ah! quanti alberi se ne andavano in quelle fiamme! e quanti filari di vigne zappati, potati, accarezzati, guardati cogli occhi assorti dei castelli in aria! e quante cannucce colle immagini di sant'Agata miracolosa, che non erano valse ad arrestare il fuoco! e quante avemarie biascicate colle labbra tremanti! E noi che correvamo ad assistere a quel triste spettacolo in brigate chiassose! e le strade della montagna che erano popolate di notte come alla vigilia di una festa, e i cocchieri che facevano scoppiettare le fruste perché non avevano né vigne né case, e la loro vigna era quella provvidenza dell'eruzione che avrebbe dovuto non finir più, se voleva Dio! e le bettole affollate e fumanti e i campi lungo le siepi, e le storielle dettagliate del disastro che si raccontavano per rendere più piccante lo spettacolo a coloro che spendevano venti lire per andare a vedere! –
Quante ricchezze aveva ingoiate il fuoco, quanti campi aveva distrutto, quanto erano distanti i boschi del barone A. e quanto potevano valere i nocciuoleti del marchese B., minacciati dall'eruzione.
– Insomma i particolari più desolanti, come il pepe della pietanza, che vi facevano sospirare dal piacere pensando che non ci avevate nemmeno un palmo di terra da quelle parti.
Un tale, il giorno prima, vi possedeva una vigna che gli fruttava tremila lire all'anno, una ricchezza, sebbene non avesse altro, per sé e per la sua numerosa famiglia. Tutt'a un tratto vennero a dirgli che il fuoco divorava la sua ricchezza, e lo lasciava povero e pazzo come si dice. Egli accorse a cavallo dell'asino, e trovò il vignaiuolo affaccendato a levare le imposte del palmento, e le tegole del tetto, le doghe delle botti, tutto ciò che si poteva salvare, come avevano fatto quei del casolare. Il padrone, giungendo alla porta senz'uscio del palmento, dinanzi alla sua vigna che gli fumava e gli crepitava sotto gli occhi, filare per filare, domandò al vignaiuolo con la faccia bianca:
– Perché avete levato le tegole e le imposte, e le doghe delle botti?
– Per salvarle dal fuoco – rispose il contadino.
– Il fuoco fra tre ore sarà qui.
– Lasciate stare ogni cosa – disse il padrone. – Io non ho più bisogno di palmento, né avrò più cosa metterci nelle botti. Io non ho più nulla.
Egli non aveva nemmeno la zappa da camparsi la vita, come il suo vignaiuolo. Poi baciò il cancello della vigna, che ancora rimaneva in piedi, e se n'andò tirandosi dietro l'asinello.
Io non ho assistito a quella scena, ma essa mi è rimasta stampata dinanzi gli occhi più nettamente del casolare che ho visto distruggere dalle lave. E sentendo di quell'altra catastrofe che ha devastato Reggio ho pensato a quei poveretti che si sono voltati a guardare di lontano la vigna inondata, o la casuccia distrutta ed hanno detto: – Io non ho più cosa metterci nelle botti quest'anno, né nel granaio, io non ho più nulla – come quel tale che aveva baciato per l'ultima volta il cancello della sua vigna, e se n'era andato tirandosi dietro l'asinello.
Quando giunse la notizia del disastro che aveva colpito Ischia mi parve di rivedere l'isoletta, quale mi era sfilata dinanzi agli occhi attraverso gli alberi del battello a vapore, in una bella sera d'autunno.
La mensa era ancora apparecchiata sul ponte, e gli ultimi raggi del sole indoravano il marsala nei bicchieri. Dei viaggiatori alcuni s'erano già levati, e passeggiavano su e giù. Altri, coi gomiti sulla tovaglia, guardavano l'immensa distesa di mare che imbruniva sotto i caldi colori del tramonto su cui Ischia stampavasi verde e molle, e dove la riva s'insenava come una coppa. Casamicciola, bianca, sembrava posare su di un cuscino di verdura.
A tavola due che tornavano dal Giappone discorrevano di seme di bachi. Una coppia misteriosa era andata a rannicchiarsi a ridosso del tubo del vapore. Un giovane che non aveva mangiato quasi, e stava seduto in un canto, pallido, col bavero del paletò rialzato, guardava l'isoletta con occhi pensierosi e lenti, in fondo alle occhiaie incavate.
Tutt'a un tratto sul profilo dell'isola che spiccava dalla luce diffusa del crepuscolo, apparve netto e distinto un fabbricato, quasi sorgesse d'incanto, e l'ultimo raggio di sole scintillò sui vetri, come l'accendesse.
Quel dettaglio del paesaggio che si animava all'improvviso apparve così chiaro e luminoso come se si fosse avvicinato d'un tratto.
Tutti si volsero ad ammirare lo spettacolo, e i negozianti di cartoni giapponesi tacquero un momento.Soltanto la coppia ch'era andata a nascondersi dietro il fumajuolo non si mosse, e gli occhi del giovane pallido che teneva il bavero rialzato non si animarono neppure.
Così succede ogni dì; e due sole preoccupazioni bastano per sè stesse, l'amore e la malattia, l'origine e la fine della vita. Quasi cotesta riflessione fosse venuta istintivamente a tutti in quel momento, si cominciò a parlare dell'azione benefica che hanno le acque e l'aria di Casamicciola, e dei malati che vanno a cercarvi la salute o la speranza. Invece il giovane dal paletò, pensava probabilmente, come si fa delle cose che si desiderano, alle gioie tranquille e ignorate che dovevano esserci in quell'isoletta verde, fra quelle casette bianche, dietro quei vetri scintillanti. E quando i vetri si spensero, e la casa si dileguò ad un tratto quasi al mutare di una lanterna magica, e i contorni dell'isoletta sfumarono nel mare livido, il suo volto si offuscò.
Adesso quella casetta bianca è forse distrutta, e degli occhi senza lagrime e senza sorriso ne contemplano le rovine, dalle occhiaie incavate, su dei visi pallidi.
L'impressione che si riceve dall'aspetto del paesaggio prima d'arrivare a Milano, per quaranta o cinquanta chilometri di ferrovia, è malinconica. La pianura vi fugge dinanzi verso un orizzonte vago, segnato da interminabili file di gelsi e di olmi scapitozzati, uniformi, che non finiscono mai; cogli stessi fossati diritti fra due file di alberelli, colle medesime cascine sull'orlo della strada, in mezzo al verde pallido delle praterie. Verso sera, allorché sorge la nebbia, il sole tramonta senza pompa, e il paesaggio si vela di tristezza.
D'inverno un immenso strato di neve a perdita di vista, costantemente rigato da sterminate file d'alberi nudi, tirate colla lenza, a diritta, a sinistra, dappertutto, sino a perdersi nella nebbia. Di tratto in tratto, al fischio improvviso della macchina, vi si affaccia allo sportello, e scappa come una visione un campanile di mattoni, un fienile isolato e solitario. Sicché finalmente appena nella sconfinata pianura bianca, fra tutte quelle linee uniformi, vi appare nel cielo smorto la guglia bianca del Duomo, il vostro pensiero si rifugia frettoloso nella vita allegra della grande città, in mezzo alla folla che si pigia sui marciapiedi, davanti ai negozi risplendenti di gas, sotto la tettoia sonora della Galleria, nella luce elettrica del Gnocchi, nella fantasmagoria di uno spettacolo alla Scala, dove sboccia come in una serra calda la festa della luce, dei colori e delle belle donne.
I dintorni di Milano sono modellati sulle linee severe di questo paesaggio. Basta salire sul Duomo in un bel giorno di primavera per averne un'impressione complessiva. È un'impressione grandiosa ma calma. Al di là di quella vasta distesa di tetti e di campanili che vi circonda, tutta allo stesso livello, si spiega la pianura lombarda, di un verde tranquillo, spianata col cilindro, spartita colle seste, solcata da canali diritti, da strade più diritte ancora, da piantagioni segnate col filo, senza un'ondulazione di terreno e senza una linea capricciosa in gran parte. L'occhio la percorre tutta in un tratto sino alla cinta delle Alpi ed alle colline della Brianza. E se rimaneste un giorno intero lassù non ne avreste un'impressione nuova, né scoprireste un altro dettaglio. È la stessa cosa percorrendo i dintorni immediati della città. Sempre le stesse strade più o meno diritte, fiancheggiate dagli stessi alberi; il medesimo fossato da una parte, o il medesimo canale dall'altra, lo stesso muro grigio, rotto di tanto in tanto dal portone di una fabbrica, sormontato da un fumaiuolo nero che sporca il cielo azzurro, gli stessi orti chiusi tra filari di gelsi e divisi in scompartimenti di cavoli e lattughe senza mutar di prospettiva. Sicché la cosa più difficile per un viandante pare che dovrebbe essere di riconoscere la sua strada fra quelle altre cento strade che si somigliano tutte, e per un proprietario di ritrovare il suo podere fra tutti quei poderi fatti sul medesimo stampo.
Nondimeno il milanese ha la passione della campagna. Bisogna vederlo a San Giorgio o in qualche altra festa campestre per farsene un'idea. Appena la stagione comincia a farsi mite e il ciglio dei fossati a verdeggiare, tutti corrono fuori del dazio, a godersi il verde sminuzzato a quadretti, e ad empirsi i polmoni di polvere. Cotesto è il motivo di tante osterie di campagna, di tante isole, di tanti giardini piantati in botti da petrolio. Allora le strade melanconiche, i ciglioni intristiti, i quadrelli di verdura pallida formicolano di un'altra vita, risuonano di organetti, di chitarre, di allegria chiassosa e bonaria.
L'uniformità del fondo dà alcunché di piccante alla varietà delle macchiette. Qui il paesaggio, in un orizzonte sconfinato, è circoscritto costantemente tra due file di alberi, lungo due muri polverosi, fra le sponde di un canale diritto, smorto, che sembra immobile, ombreggiato dacché spuntano i primi germogli sinché cadano le ultime foglie, e i raggi del sole non hanno più colori né festa. La mucca che leva il muso grondante d'acqua, un gruppo di contadine che lavorano nei campi, e mettono sul prato la nota gaia delle loro gonnelle rosse, la carretta che va lentamente per la stradicciuola, un desco zoppicante sotto il pergolato di un'osteria, coll'operaio in maniche di camicia, e la sua donna coi gomiti sulla tovaglia e gli occhi imbambolati, due cavalli da lavoro accanto a una carretta colle stanghe in aria, davanti a una porta chiusa, sono tutti i quadri della campagna milanese, su di un fondo uniforme. Lo spettacolo grandioso di un tramonto bisogna andare a vederlo in Piazza d'Armi, su quella bella spianata che corre dal Castello all'Arco del Sempione; e tuttavia l'effetto più grandioso gli viene dalle linee stupende del monumento, sul fondo opalino, e da quei cavalli di bronzo che si stampano come una visione del bello dell'arte, in alto, nella gloria degli ultimi raggi.
Ma la ineffabile melanconia di quell'ora non l'ho mai provata come in una delle Certose dei dintorni di Milano. Colà, in mezzo a mirabili pagine d'arte, mentre la luce muore nelle invetriate dipinte, vi sorprende uno strano sentimento della vanità dell'arte e della vita, un incubo del nulla che vi si stringe attorno da ogni parte, dalla campagna silenziosa e uniforme. Io non ho mai passata un'ora più tetra come quella che provai in uno di quei cortiletti di verdura cupa della Certosa di Pavia, chiusi fra quattro mura di cimitero, e allietati da quattro file di bosso, nelcaldo meriggio d'aprile, in cui non si udiva che il ronzare delle mosche.
Di cotesta impressione alquanto melanconica del paesaggio milanese ne avete un effetto anche ai Giardini pubblici, dove mettendo sottosopra il tranquillo suolo lombardo sono riesciti a rendere un po' del vario e pittoresco che è la bellezza della campagna. Il popolo però li ha cari, e nei giorni di festa e di sole ci reca in folla la sua allegria e la sua vita. Tutto ciò infine prova che Milano è la città più città d'Italia. Tutte le sue bellezze, tutte le sue attrattive sono nella sua vita gaia ed operosa, nel risultato della sua attività industre. Il più bel fiore di quella campagna ricca ma monotona è Milano; un prodotto in cui l'uomo ha fatto più della natura. Che importa a Milano se non ha che 3 o 400 metri di passeggiata, da Porta Venezia al ponte della via Principe Umberto? I suoi equipaggi non sono splendidi quanto quelli della Riviera di Chiaja e delle Cascine? e la prima domenica di quaresima, quando il sole scintilla sugli arnesi lucenti, e sui colori delicati, per tutte quelle file di cocchi e di cavalli, in mezzo a quella folla elegante che formicola nei viali, col fondo maestoso di quelle Alpi ancora bianche di neve, il cielo trasparente e gli ippocastani già picchettati di verde, lo spettacolo non è bello? e quando il teatro alla Scala comincia ad esser troppo caldo anche per le spalle nude, e l'alba imbianca troppo presto sulle finestre delle sale da ballo, Milano non ha la sua Brianza per farvi trottare i suoi equipaggi? non ha i laghi per rovesciarvi la piena della sua vita elegante? non ha Varese per farvi correre i suoi cavalli? Le passeggiate e i dintorni di Milano sono un po' lontani, è vero; ma sono fra i più belli del mondo.
Io mi rammento ancora della prima gita che feci al Lago di Como, in una giornata soffocante di luglio, dopo una di quelle estati di lavoro e di orizzonti afosi che vi mettono in corpo la smania del verde e dei monti.
La prima torre sgangherata che scorsi in cima alla montagna posta a guardia del lago mi si stampò dinanzi agli occhi come un faro di pace, di riposo, di freschi orizzonti. Il paesaggio era ancora uniforme. Tutt'a un tratto, dalle alture di Gallarate, vi si svolge davanti un panorama che è una festa degli occhi. Allorché vi trovate per la prima volta sul ponte del battello a vapore, rimanete un istante immobile, e colla sorpresa ingenua del piacere stampata in faccia, né più né meno di un contadino che capiti per sorpresa in una sala da ballo. L'ammirazione è ancora d'impressione, vaga e complessiva. Non è lo spettacolo grandioso del Lago Maggiore, né quello un po' teatrale del Lago di Lugano visto dalla Stazione. È qualche cosa di più raccolto e penetrante. Tutto il Lago di Como a prima vista è in quel bacino da Cernobbio a Blevio, e la prima idea netta che vi sorga è di sapere da che parte se n'esca.
A poco a poco comincia a sorgere in voi come un'esuberanza di vita, quasi un'esultanza di sensazioni e di sentimenti, a misura che lo svariato panorama si va svolgendo ai vostri occhi. Sentite che il mondo è bello, e se mai non l'avete avuta, principia a spuntare in voi, come in un bambino, la curiosità di vederlo tutto, così grande e ricco e vario, di là di quelle cime brulle, oltre quei boschi che si arrampicano come un'immensa macchia bruna sui dossi arditi, dopo quei campanili che sorgono da un folto d'alberi, di quelle cascate che biancheggiano un istante nella fenditura di un burrone, di quelle ville posate come un gingillo, sii di un cuscino di verdura, che vi creano in mente mille fantasie diverse, e la vostra immaginazione popola di figure leggiadre, dietro le stoie calate ed i vetri scintillanti, in quelle barchette leggiere che battono il remo silenzioso come un'ala, e si dileguano mollemente, con un cinguettìo lontano di voci fresche, strascinandosi dietro delle bandiere a colori vivaci. È come un sogno in mezzo a cui passate, e vi sfila dinanzi Villa d'Este elegante, Carate civettuolo, Torno severo, e Balbianello superbo. Poi, come tutt'a un tratto vi si allarga dinanzi la Tremezzina quasi un riso di bella fanciulla, nell'ora in cui sulla Grigna digradano le ultime sfumature di un tramonto ricco di colori, e Bellagio comincia a luccicare di fiammelle, e il ramo di Colico si fa smorto., di là di Varenna, e Lenno e San Giovanni vi mandano le prime squille dell'Avemaria, voi vi chinate sul parapetto a mirare le stelle che ad una ad una principiano a riflettersi sulla tranquilla superficie del lago, e appoggerete la fronte sul
la mano sentendovi sorgere in petto del pari ad una ad una tutte le cose care e lontane che ci avete in cuore, e dalle quali non avreste voluto staccarvi mai.
Il signor Polidori, e la signora Rinaldi si amavano – o credevano di amarsi – ciò che è precisamente la stessa cosa, alle volte; e in verità, se mai l'amore è di questa terra, essi erano fatti l'uno per l'altro: Polidori si godeva quarantamila lire di entrata, e una pessima riputazione di cattivo soggetto, la signora Rinaldi era una donnina vaporosa e leggiadra, e aveva un marito che lavorava per dieci, onde farla vivere come se possedesse quarantamila lire di rendita. Però sul conto di lei non era corsa la più innocente maldicenza, sebbene tutti gli amici di Polidori fossero passati in rivista, col fiore all'occhiello, dinanzi alla fiera beltà. Finalmente la fiera beltà era caduta – il caso, la fatalità, la volontà di Dio, o quella del diavolo, l'avevano tirata pel lembo della veste.
Quando si dice cadere intendesi che aveva lasciato cadere sul Polidori quel primo sguardo languido, molle, smarrito, che fa tremare le ginocchia al serpente messo in agguato sotto l'albero della seduzione. Le cadute a rotta di collo son rare, e alle volte fanno scappare il serpente. La signora Rinaldi, prima di scendere da un ramo all'altro, voleva vedere dove metteva i piedi, e faceva mille graziose moine col pretesto di voler fuggire verso le cime alte. Da circa un mese ella si era appollaiata sul ramoscello della corrispondenza epistolare, ramoscello flessibile e pericoloso, agitato da tutte le aurette profumate. – Avevano cominciato col pretesto di un libro da chiedere o da restituire, di una data da precisare, o che so io – la bella avrebbe voluto fermarvisi un pezzo, su quel ramo, a cinguettare graziosamente, perché le donne cinguettano sempre a meraviglia, così cullandosi fra il cielo e la terra; Polidori, il quale aveva vuotato il sacco, divenne presto arido, laconico, categorico che era una disperazione. La poveretta chiuse gli occhi e le ali, e si lasciò scivolare un altro po'.
– Non ho letto la vostra lettera; né voglio leggerla! – gli disse incontrandolo all'ultimo ballo della sta gione, mentre seguivano la fila delle coppie. –
Giacché non volete essere quello che vi avevo ideato, lasciatemi rimanere quale voglio essere io.
Polidori la fissava serio serio, tormentandosi i baffi, ma colla fronte china. Gli altri ballerini che non avevano nessuna ragione per stare a chiacchierare nel vano dell'uscio, li spingevano verso il salone. La donna arrossì, quasi fosse stata sorpresa in un abboccamento secreto con lui.
Polidori – il serpente – notò quella vampa fugace. – Sapete che vi obbedirò ad ogni costo, rispose sem plicemente.
La croce di brillanti scintillò sul petto di lei, sollevandosi in trionfo. Tutta la sera la signora Rinaldi ballò come una pazza, passando da un ballerino all'altro, tirandosi dietro uno sciame di adoratori, cogli occhi ebbri di festa, luccicanti come le gemme che le formicolavano sul seno anelante. Però ad un tratto, trovandosi faccia a faccia colla sua immagine in un grande specchio, si fece seria e non volle ballar più. Rispondeva a tutti di sentirsi stanca, molto stanca; e macchinalmente cercava cogli occhi suo marito. Non c'era nemmen lui, quell'uomo! In quei dieci minuti che rimase accasciata sul canapè, senza curarsi che la sua veste si affagottava sgarbatamente, le passarono davanti agli occhi delle strane fantasie, insieme alle coppie che ballavano il valzer. Polidori solo non ballava, né si vedeva più. –
Che uomo era mai costui? Finalmente lo scorse in fondo a una sala deserta, faccia a faccia con una testa pelata, che non doveva aver nulla da dire, sorridendo come un uomo per cui il sorriso sia indifferente anch'esso. – Ella avrebbe preferito sorprenderlo colla più bella signora della festa, in parola d'onore! – Polidori non se ne avvide. Si alzò, premuroso sempre, e le offrì il braccio.
In quel momento, proprio in quel momento doveva cacciarlesi fra i piedi anche suo marito, che cercava di lei. Allora, bruscamente, aggiustandosi sull'omero la scollatura della veste, con un leggiadro movimento della spalla, disse piano a Polidori, così piano che il fruscio della seta coprì quasi il suono della voce.
– Sia pure, domani alle nove, ai Giardini.
Polidori s'inchinò profondamente e la lasciò passare, raggiante e commossa, al braccio del marito.
Giammai mattino di primavera non era sembrato così misteriosamente bello alla signora Rinaldi nella sua villa deliziosa della Brianza, e giammai ella non l'avea contemplato con occhio più distratto attraverso al cristallo scintillante del suo coupé, come quando il suo legnetto attraversava rapidamente la piazza Cavour. Il sole inondava i viali del giardino, caldo e dorato, sull'erba che incominciava a rinverdire; l'azzurro del cielo era profondo. Coteste impressioni, ad insaputa di lei, riverberavansi nei suoi grandi occhi neri, che guardavano lontano, non sapeva ella stessa dove, né che cosa, mentre appoggiava la mano e la fronte pallida alla manopola. Di tanto in tanto un brivido la faceva stringere nelle spalle, un brivido di stanchezza o di freddo.
Appena la carrozza si fermò al cancello, ella trasalì, e si tirò indietro vivamente, quasi suo marito si fosse affacciato all'improvviso allo sportello. Esitò alquanto prima di scendere, colla mano sulla maniglia, pensando vagamente a quell'aspetto nuovo, sotto cui le si affacciava alla mente suo marito; poi mise il piede a terra e si calò il velo sul viso: un velo fitto, nero, tempestato di puntini, attraverso al quale gli occhi acquistavano alcunché di febbrile, e i lineamenti una rigidità di fantasma. La carrozza si allontanò di passo, senza far rumore, da carrozza discreta e ben educata.
Il giardino sembrava destato anch'esso prima dell'ora, e tutto sorpreso d'incominciar la sua giornata così presto. Degli uomini in manica di camicia lo lavavano, lo pettinavano, gli facevano la sua toeletta mattutina. Le poche persone che si incontravano avevano l'aspetto di trovarsi là a quell'ora per la prima volta, e per ordine del medico anche loro; osavano interrogare il velo della passeggiatrice mattiniera, e indovinare il profumo del fazzoletto nascosto nel manicotto che ella si premeva sul petto con forza. Un vecchio che si trascinava lentamente, cercando il sole di marzo, si fermò a guardarla, com'ella fu passata, appoggiandosi al bastone malfermo, e tentennò il capo tristamente.
La signora Rinaldi si arrestò dinanzi alla sponda del laghetto, saettando a dritta e a sinistra un'occhiata guardinga, cercando qualche cosa o qualcuno. Il mormorio fresco dell'acqua, e lo stormire lieve lieve degli ippocastani la isolavano completamente; allora sollevò alquanto il velo, e cavò dal guanto un bigliettino meno grande di una carta da giuoco. Per due o tre minuti l'acqua seguitò a scorrere, e le foglie a stormire per conto loro. La donna aveva gli occhi assorti, avidi, umidi di sogni.
Tutt'a un tratto un passo frettoloso le fece rizzare il capo, e il sangue le avvampò sulle guance, come se gli occhi ardenti del nuovo arrivato le avessero sfiorato il viso con un bacio. Polidori stava per portare la mano al cappello, quando ella gli arrestò il gesto con uno sguardo impercettibile, e gli passò vicino senza fissarlo.
Camminava a capo chino, ascoltando lo stridere della sabbia sotto i suoi stivalini, senza guardare dinanzi a sé. Di tanto in tanto si metteva il fazzoletto alla bocca; per riprender fiato, quasi il suo cuore divorasse avidamente tutta l'aria che la circondava. L'onda lenta del ruscello l'accompagnava chetamente, borbottando sottovoce, addormentando le ultime sue paure; l'ombra dei cedri e il silenzio del viale deserto la penetravano vagamente, con sottile voluttà.
Quando si fermò dinanzi alla gabbia del leopardo il petto le scoppiava e i ginocchi le tremavano forte, che accanto a lei si era fermato anche Polidori, guardando attentamente il superbo animale, con la curiosità che avrebbe mostrato un contadino sbandato per quelle parti, e le disse piano: – Grazie!
Ella non rispose, si fece rossa rossa, e strinse con forza i ferri della stia a cui appoggiava la fronte. Cotesta sensazione le faceva bene sulla epidermide della mano senza guanto. Chi avrebbe potuto immaginare che quella semplice parola, scambiata di furto, in fondo a quel deserto, dovesse vibrare tanto deliziosamente! No! davvero! C'era da perderci la testa! Ella si sentiva avvampare fin sulla nuca, che ei, ritto dietro le sue spalle, poteva vedere arrossire; un'onda di parole sconnesse e tumultuose le montavano alla testa, la ubbriacavano; parlava del ballo dove si era divertita assai; di suo marito il quale era partito all'alba, quand'ella non aveva ancora chiuso gli occhi. – Però non sono stanca! quest'aria fresca fa bene, tanto bene! ci si sente rinascere, non è vero?
– Sì! è vero! rispose Polidori guardandola fiso negli occhi; ma ella non osava levarli di terra.
– Quando sarò in Brianza voglio levarmi col sole tutti i giorni. In città facciamo una vita impossibile. Ma però voi altri signori dovete preferirla.
Parlava in fretta, e con voce un po' troppo alta e squillante, sorridendo spesso, a caso; gli era grata inconsciamente che ei non osasse interromperla, non osasse mischiare la sua voce a quella di lei. Finalmente Polidori le disse: – Ma perché non avete voluto ricevermi a casa vostra?
Ella gli piantò gli occhi in viso per la prima volta dacché erano lì, sorpresa, dolorosamente sorpresa. –
Finora in tutto quello che avevano fatto, in tutto quello che avevano detto, il male non c'era stato che vagamente, in nube, nella loro intenzione, con squisita delicatezza che i suoi sensi finissimi assaporavano deliziosamente, come il leopardo sdraiato ai loro piedi si godeva il raggio caldo del sole, ammiccando la larga pupilla dorata, con quel medesimo inconscio e voluttuoso stiramento di membra. Richiamata così bruscamente alla realtà, stringeva le mani e le labbra con un'espressione dolorosa; gli occhi le si velarono quasi, seguendo nello spazio l'incantesimo che si era rotto, e gli fissò in volto quegli occhi stralunati. Tutta l'esperienza che possedeva Polidori non seppe fargli leggere quello che vi si scorgeva. – Ah! disse poi con voce mutata, sarebbe stato più prudente!...
– Siete crudele! mormorò Polidori.
– No! rispose ella sollevando il capo, un po' rossa, ma con accento fermo. Non sono come tutte le altre signore, non sono prudente!... quando mi romperò il collo, vorrò godermi l'orrore del precipizio sotto di me! Tanto peggio per voi se non capite.
Allora ei le afferrò la mano per forza, divorando tutta la sua bellezza palpitante con uno sguardo assetato, e balbettò:
– Volete?... volete?...
Ella non rispose, e fece uno sforzo per ritirare la mano.
Polidori implorava la sua grazia con parole concitate, deliranti. Le ripeteva una domanda, una preghiera, sempre la stessa, con diverse inflessioni di voce che andavano a ricercare la donna nelle più intime fibre di tutto il suo essere; ella ne sentiva la vampa, le sembrava di esserne avviluppata e divorata, soverchiata da un languore mortale e delizioso; e cercava di svincolarsi, pallida, smarrita, colle labbra convulse, spiando il viale di qua e di là con occhi pazzi di terrore, contorcendosi sotto quella stretta possente, facendo forza con tutte e due le mani febbrili per strapparsi da quell'altra mano che sentiva ardere sotto il guanto.
Infine, vinta, fuori di sé, balbettò:
– Sì! sì! sì! e fuggì dinanzi a qualcuno di cui si udiva avvicinarsi il calpestìo.
Uscendo dal giardino era così sconvolta che stette per buttarsi sotto i cavalli di una carrozza. Aveva avuto un appuntamento! Quello era stato un appuntamento! E ripeteva macchinalmente, balbettando: – È questo! è questo! Si sentiva tutta piena ed ebbra di cotesta parola, e le sue labbra smorte agitavansi senza mandare alcun suono, vagamente assaporando la colpa.
Andò barcollante sino alla prima carrozza che incontrò; e si fece condurre dalla sua Erminia, quasi in cerca di aiuto. La sua amica, vedendosela comparire dinanzi con quel viso, le corse incontro fin sull'uscio del salotto. – Che hai?
– Nulla! nulla!
– Come sei bella! Cos'hai?
Ella, invece di rispondere, le saltò al collo e le fece due baci pazzi.
La signora Erminia era abituata alle sfuriate d'amicizia della sua Maria. Si misero a guardare insieme le fotografie che avevano viste cento volte, e i fiori che erano da un mese sul terrazzino.
In quel momento, per combinazione, passava Polidori nel phaeton del suo amico Guidetti, col sigaro in bocca, e salutò la signora Erminia allo stesso modo come avrebbe potuto salutare Maria, se l'avesse scorta rincantucciata fra gli arbusti, premendosi le mani sul petto che voleva scoppiarle. Era una cosa da nulla; ma uno di quei nonnulla che penetrano in tutto l'essere di una donna come la punta di un ago. Allora, tornando a casa, la signora Rinaldi scrisse a Polidori una lunga lettera, calma e dignitosa, onde pregarlo di rinunciare a quell'appuntamento, di cui le aveva strappata la promessa in un momento di aberrazione, un momento che rammentava ancora con confusione e rossore, per sua punizione. C'era tanta sincerità nella contraddizione dei suoi sentimenti, che quell'istante d'abbandono, dopo un'ora sembrava infinitamente lontano, e se qualche cosa di vivo vibrava tuttora fra le linee della lettera, era solo il rimpianto di sogni che si dileguavano così bruscamente. Ella faceva appello all'onore e alla delicatezza di lui per farle dimenticare il suo errore, e lasciarle la stima di sè stessa.
Polidori si aspettava quasi quella lettera: la signora Rinaldi era troppo inesperta per non pentirsi dieci volte, prima di aver motivo di pentirsi davvero; ei fece una cosa che gli provò come quella donnina inesperta avesse ridestato in lui un sentimento schietto e forte con tutta la freschezza delle prime impressioni: le rimandò la lettera accompagnata da questa breve risposta:
« Vi amo con tutto il rispetto e la tenerezza che deve inspirare la vostra innocenza. Vi rimando la lettera che mi avete diretta, perché non sarei degno di conservarla, e non oserei distruggerla. Ma l'imprudenza che avete commesso scrivendo una tal lettera è la prova migliore della stima in cui deve avervi ogni uomo di cuore ».
– Mio marito! esclamava Maria con una strana intonazione di voce. Ma mio marito è felicissimo! La rendita sale e scende per fargli piacere, i bachi sono andati bene, le commissioni piovono da ogni parte. C'è un cinquanta per cento di utili netti!
Erminia la stava a guardare a bocca aperta.
– Senti, bambina, tu hai la febbre. Mesciamoci del the.
Due giorni dopo, per guarire della febbre, che le aveva trovato la sua Erminia, le disse:
– Andrò in Brianza con Rinaldi. L'aria, l'ossigeno, la quiete, il canto degli usignoli, la famiglia... Che peccato non ci abbia dei bambini da cullare! Là, sotto gli alberi folti, di faccia ai larghi orizzonti, sentiva una strana irritazione contro quella pace che la invadeva lentamente, suo malgrado, dal di fuori. Andava spesso sulle balze pittoresche verso il tramonto, a sciuparvi gli stivalini, e a montarsi la testa di proposito con dei sentimenti presi a prestito nei romanzi. Polidori aveva avuto il buon gusto di eclissarsi con garbo, restando a Milano, senza far nulla di teatrale e di convenzionale, come uno che sa mettere della cortesia anche a farsi dimenticare. –
Né ella avrebbe saputo dire se pensasse ancora a lui; ma provava delle aspirazioni indefinite, che nella solitudine le tenevano compagnia, l'avviluppavano mollemente e tenacemente in quell'inerzia pericolosa, e parlavano per lei nel silenzio solenne che la circondava, e l'uggiva. Ella sfogavasi a scrivere delle lunghe lettere alla sua amica, vantandole le delizie ignorate della campagna, la squilla dell'avemaria fra le valli, il sorger del sole sui monti; facendole il conto delle ova che raccoglie va la castalda, e del vino che si sarebbe imbottigliato quell'anno.
– Parlami un po' più dei tuoi libri e delle tue corse a cavallo, rispondeva la Erminia. Di' a tuo marito che non ti lasci andare al pollaio, o che ci venga anche lui.
E un bel giorno, dopo un certo silenzio, si mise in viaggio, un po' inquieta, e andò a trovare la sua Maria.
T'ho fatto paura? le disse costei. M'hai creduto un'anima desolata in via di annientarsi?
– No. T'ho creduto una che si annoia. Qui è una vera Tebaide: non c'è che da darsi a Dio o al diavolo. Vieni con me, a Villa d'Este. Voi mi permettete che ve la rubi, non è vero, Rinaldi?
– Ma io desidero che ella si diverta e sia allegra.
A Villa d'Este c'era davvero da stare allegri: musica, balli, regate, corse sui vaporini, escursioni nei dintorni, un mondo di gente, bellissime toelette, e Polidori, il quale era l'anima di tutti i divertimenti.
La signora Rinaldi non sapeva che ci fosse anche lui; e Polidori, se avesse potuto prevedere la sua venuta, le avrebbe reso il servigio di non farsi trovare a Villa d'Este. Ma oramai aveva accettato certo incarico nell'organizzare le regate, e non poteva muoversi senza dar nell'occhio prima che le regate avessero avuto luogo. Egli fece capire tutto ciò alla signora Rinaldi, brevemente e delicatamente, la prima volta che si incontrarono nel salone, facendole in certo modo delle scuse velate, e scivolando sul passato con disinvoltura. Maria, superato quel primo istante di turbamento, si era sentita rinfrancare non solo, ma, per una strana reazione, il contegno riservato di lui le metteva in corpo degli accessi matti d'ironia. Egli diceva che sarebbe partito subito dopo le regate, perché aveva promesso di trovarsi con alcuni amici in Piemonte, per una gran caccia, e veramente gli rincresceva lasciare tante belle signore a Villa d'Este.
– Davvero? domandò la signora Rinaldi con un certo risolino. Chi le piace dippiù?
– Ma... tutte, rispose tranquillamente Polidori, la sua amica Erminia per esempio.
Proprio! Ella non ci aveva mai pensato: la sua amica Erminia doveva far girare la testa ai signori uomini a preferenza di ogni altra, col suo visino piccante, e il suo spirito da diavolessa; così noncurante degli omaggi a cui era avvezza naturalmente – e marchesa per sopramercato – di quelle marchese che portano la loro corona sì fieramente, che ogni mortale sarebbe lietissimo di farsi accoppare per coglierne un fiore.
Colla sua Erminia erano sempre insieme, sul lago, sul monte, nel salone, sotto gli alberi. Adesso ella la osservava come se la vedesse per la prima volta; la studiava, la imitava e qualche volta anche le invidiava dei nonnulla. Senza volerlo, aveva scoperto che la sua Erminia, con tutte le sue arie da regina, era un tantino civetta, di quella civetteria che non impegna a nulla, ma contro la quale nondimeno tutti gli uomini vanno a rompersi il naso. Era un affar serio! Non si poteva fare un passo senza trovarsi fra i piedi Polidori, il bel Polidori, corteggiato come un re da tutte quelle signore, il quale senza aver l'aria di avvedersene comprometteva orribilmente l'Erminia – il peggio era che non se ne avvedeva neppur lei, e che tutti non accettavano ad occhi chiusi le risate che ella ne faceva. La signora Rinaldi pensava che se non fosse stato un tasto tanto delicato, ella l'avrebbe fatto suonare all'orecchio della sua amica, e le avrebbe fatto osservare che suono falso rendeva.
Perciò si sforzava di non farle scorgere nemmeno la pena che tutto quell'armeggìo le arrecava, pel bene che voleva ad Erminia, ben inteso – di Polidori poco le importava – era un uomo e faceva il suo mestiere, oramai!... eppoi era di quelli che sanno consolarsi. Ma Erminia aveva tutto da perdere a quel giuoco, con un marito come il suo, che le voleva bene, ed era proprio un marito ideale. Che talismano possedeva dunque quel Polidori per ecclissare un uomo come il marchese Gandolfi nel cuore di una donna bella, intelligente e corteggiata come l'Erminia? Certe cose non si sanno spiegare.
Per nulla al mondo avrebbe voluto che anima viva si fosse accorta di quel che succedeva, e avrebbe voluto chiudere gli occhi a tutti gli altri come li chiudeva lei; ma francamente, c'era da perdere la pazienza.
– Mia cara, io non mi raccapezzo più, le diceva Erminia ridendo, tranquilla, come se non si trattasse di lei. – Cos'hai? Alle volte mi sembra che io debba averti fatto qualcosa di grosso a mia insaputa!
Oibò! quella povera Erminia come s'ingannava!... non le aveva fatto altro che la pena di vederla impaniarsi spensieratamente in quel pasticcio; anzi di lasciarvisi impaniare, perché quel Polidori sembrava impastarlo e rimpastarlo a suo grado con un'abilità diabolica. Doveva averne fatte molte di grosse quell'uomo, per aver acquistato quella maestria; era proprio un pessimo soggetto!
– Cara Maria! le disse Erminia un bel giorno, e con un bel bacione. Mi sembra che quel Polidori ti trotti un po' più del dovere per la testa. Guardati! è un individuo pericoloso, per una bambina come te!
– Io? – rispose ella stupefatta. – Io?... e non sapeva trovare altre parole sotto quegli occhioni acuti di Erminia.
– Tanto meglio! tanto meglio! M'hai fatto una gran paura! tanto meglio!
– Per una bambina, pensava Maria, non mi usa molti riguardi, la mia Erminia! Certe cose cavano gli occhi!
La signora Rinaldi era spietata per i corteggiatori eleganti, per gli innamorati ad ora fissa, nella passeggiata del parco o nelle serate di musica, pei conquistatori in guanti di Svezia. Una volta che Polidori si permise di fare qualche osservazione rispettosa in propria difesa, ella gli lanciò in faccia uno scoppio di risa squillanti.
– Oh! oh!
Egli parve impallidire, colui, alfine! Siccome le altre signore gli ronzavano sempre attorno come api a Polidori – la colpa era di quelle signore che lo guastavano – ella soggiunse:
– Non vi fate scorgere, ne sarei desolata.
– Per chi?
– Per voi, per me... e per gli altri – per tutto il mondo.
Questa volta ei non si lasciò sconcertare dal sarcasmo, e rispose con calma:
– Non mi preme che di voi.
Ella avrebbe voluto colpirlo in viso con un altro getto di quella ilarità spietata e mordente, ma il riso le morì sulle labbra, dinanzi all'espressione che quelle due parole davano a tutta la fisonomia di lui.
– Potete insultarmi, rispose egli, ma non avete il diritto di dubitare del sentimento che avete messo nel mio cuore.
Maria chinò il capo, vinta.
– Non ho rispettato ciecamente la vostra volontà, quale sia stata? Vi ho chiesto una spiegazione? Non ho prevenuto il vostro desiderio? e non son riescito a far le viste di aver dimenticato quello che nessun uomo al mondo potrebbe dimenticare... da voi?... E se ho sofferto, per questo, c'è alcuno al mondo che mi abbia visto soffrire?
Egli parlava con voce calma, con l'atteggiamento tranquillo che davano a quelle parole pacate un'eloquenza irresistibile.
– Voi!... balbettò Maria.
– Io! ribatté Polidori, che vi amo ancora, e che non ve lo avrei detto giammai.
Ella che si era fermata per strappare le foglie degli arbusti, fece due o tre passi per allontanarsi da lui, povera bambina! Polidori non ne fece uno solo per seguirla.
La signora Rinaldi era divenuta a un tratto malinconica e fantastica. Stava delle lunghe ore col libro aperto alla medesima pagina, colle dita vaganti sulla tastiera del pianoforte, col ricamo abbandonato sui ginocchi, a contemplare l'acqua, i monti e le stelle. Lo specchio del lago riverberava tutte le sfumature dei suoi pensieri più indefiniti, e provava una squisita voluttà a sentirseli ripercuotere dentro di sé, intenta, assorta. Perciò sfuggiva le allegre brigate e preferiva errare in barchetta sul lago, sola, quando i monti vi stendevano larghe ombre verdi, o quando i remi luccicavano fra le tenebre, come spade d'acciaio, o quando il tramonto vi spirava tristamente con vaghe striscie amaranto; frapponeva la tenda fra sé e i barcaiuoli, e coricata sui cuscini godeva a sentirsi cullata sull'abisso, ad immergervisi quasi, tuffando la mano nell'acqua, sentendosene guadagnare tutta la persona con un brivido misterioso; le piaceva sprofondare il suo sguardo nel buio interminato, al di là delle stelle, e fantasticare su quel che doveva rischiarare qualche lumicino lontano che tremolava fra il buio, nella china dei monti. Cercava i viali erbosi, i misteriosi silenzi del boschetto, o lo spettacolo del lago in quelle ore in cui il sole vi splendeva come su di uno specchio, o tutte le finestre dell'albergo stavano ancora chiuse, e la rugiada luccicava sull'erba del prato, e le ombre erano folte sotto gli alberi giganteschi, e lo scricchiolare della sabbia sotto i suoi passi le sussurrava all'orecchio misteriose fantasticherie; spesso andava a leggere o a passeggiare sulla sponda del laghetto, nei viali remoti dei Campi Elisi, quando la luna si posava dolcemente sul lago e le accarezzava le mani bianche, o quando le finestre del salone stampavano nel buio del viale larghi quadrati di luce fredda, e la musica del salone faceva vagare arcane fantasie sotto le grandi ombre silenziose ed addormentate. Al di là di quelle ombre misteriose, dietro quei vetri scintillanti, il movimento della festa ammorzato, velato, acquistava una fusione di colori, di linee e di suoni, che lo rendeva affascinante, qualcosa fra il baccanale e la danza degli spiriti alati; allora respirando la vertigine, rimaneva lì, colla fronte sui vetri, con un formicolìo leggero alla radice dei capelli.
Una sera, tutt'a un tratto, la si vide comparire in mezzo al ballo come una visione affascinante, più pallida e più bella che mai, e con qualcosa che nessuno le aveva mai visto sulla bocca e negli occhi. La folla si apriva commossa dinanzi a lei; Erminia andò ad abbracciarla; uno sciame di eleganti giovinotti le fece ressa attorno per strapparle la promessa di un giro di valzer o di una contradanza; ella si fermò un istante con quel medesimo sorriso sulle labbra, e quegli occhi splendenti come le lucciole del viale, cercando intorno, e come scorse Polidori gli buttò il fazzoletto.
– Dio salvi la regina! esclamò Polidori piegando un ginocchio.
– Ti rubo il tuo ballerino, sai, disse Maria tutta festante alla sua Erminia. Ho una voglia matta di fare un bel giro di valzer anche io.
Polidori era uno di quei ballerini che le signore si disputano coi sorrisi e a colpi di ventaglio sulle dita – quando il sorriso ha fatto troppo effetto. Possedeva la forza e la grazia, lo slancio e la mollezza; nessuno sapeva rapirvi come lui verso le sfere spumanti d'ebbrezza color di rosa con un colpo di garetto, adagiandovi sul braccio destro come su di un cuscino di velluto. Dicevano che egli solo possedesse quell'intelligenza squisita dello Strauss, che vi fa perdere il fiato e la testa, e sapeva mettere nel braccio, nei muscoli, in tutta la persona, la foga, l'abbandono, l'estasi. – Non voglio che balliate più! – Non voglio che balliate con altre – gli disse Maria fermandosi anelante, colle guancie rosse, cogli occhi un po' velati – e fu tutto per quella sera.
Ah! come era trionfante, e come il cuore le ballava dentro il petto, mentre quel cavaliere invidiato l'accompagnava fra la folla ammiratrice! e mentre si ravvolgeva stretta nella sciarpetta nera in mezzo al viale, dove i rumori della festa si dileguavano, e le fantasticherie sorgevano, vaghe, senza forma, ma assetate ancora! Pareva di essere in preda a un sogno delizioso, quando al valzer successe un notturno di Mendelson, un notturno che le passava anch'esso fra i capelli e sulla fronte, e fra le spalle, come una mano di velluto fresca e odorosa. A un tratto una figura nera si frappose dinanzi alla luce delle finestre che cadeva sul viale; il suo sogno le sorgeva improvviso dinanzi come un'ombra. Ella si alzò di soprassalto, sbigottita, in tumulto, balbettando qualche parola sconnessa che voleva dir no! no! no! e andò a ricovrarsi nel salone, rifugiandosi in mezzo al rumore e alla luce – la luce che le faceva socchiudere gli occhi abbarbagliati, e il rumore che la stordiva gradevolmente, la lasciava intontita e sorridente, un po' rigida e pensosa. Erminia l'accarezzava quasi fosse un ninnolo leggiadro; quelle signore dicevano ad una voce che era proprio carina, così accerchiata dai più eleganti cacciatori di avventure, colle spalle al muro, come una cerbiatta addossata alla roccia: si sarebbe detto che le tremolasse negli occhi la lagrima della sconfitta.
Polidori fu degli ultimi ad assalirla, da cacciatore che la sorte aveva destinato pel colpo di grazia; e sembrava mosso a pietà della vittima, giacché parlandole con un viso serissimo della pioggia e del bel tempo, si limitava a farle il suo briciolo di corte, domandandole con grande interesse di cose indifferentissime: se avesse fatto la sua gita in barca, se il giorno dopo sarebbe andata alla sua solita passeggiata mattutina verso i Campi Elisi. – Ella lo guardò negli occhi senza mai rispondere. Ei non insistette altro.
Erminia si era messa al piano, e tutti stavano in tenti ad ascoltarla; Maria non aveva occhi che per lei, anche quando li fissava vagamente nelle fantasie dell'ignoto, perché era lei che le evocava quelle fantasie e l'affascinava con esse: la sala intera splendida e calda fremeva di armonia. Erano di quei fatali momenti in cui il cuore si dilata con violenza dentro il petto e soverchia la ragione.
Maria rabbrividiva dalla testa ai piedi, accasciata nella poltrona, colla fronte nella mano, e Polidori le sussurrava sul capo parole ardenti che le facevano fremere come cosa animata i ricci dei capelli sulla nuca bianca. La poveretta non vedeva più nulla, né la sala splendente, né la folla commossa, né gli occhi lucenti e penetranti di Erminia, e si abbandonò a quel che credeva il suo destino, senza forza, coll'occhio vitreo, come una morente.
– Sì! sì! mormorò con un soffio.
Polidori si allontanò pian piano, per lasciarla rimettere, e andò a fumare la sua sigaretta nella sala del bigliardo.
La brezza del lago fece vacillare tutta notte le fiammelle dei candelabri posti sul caminetto di lei, che si guardava nello specchio per delle ore intere, senza vedersi, con occhi fissi, arsi dalla febbre.
Il signor Polidori passeggiava da un pezzo pel viale deserto in un'ora mattutina che gli ricordava un convegno di caccia; non si accorgeva del paesaggio incantevole per altra cosa che per sprofondarvi delle lunghe occhiate impazienti. Di tratto in tratto si fermava in ascolto, e rizzava il capo proprio come un levriere. Finalmente si udì un passo leggiero e timido di selvaggina elegante. Maria giungeva, e appena scorse Polidori, sebbene sapesse di trovarlo là, si arrestò all'improvviso, sgomenta, immobile come una statua. Il suo fine profilo arabo sembrava tagliare il velo fitto. Polidori, a capo scoperto, si inchinò profondamente, senza osare di toccarle la mano, né di rivolgerle una sola parola.
Ella, anelante, turbata, sentiva per istinto quanto fosse imbarazzante il silenzio: – Sono stanca! – mormorò con voce rotta. L'emozione la soffocava.
Così dicendo seguitò ad inoltrarsi pel viale che saliva serpeggiando per la china del monte, ed ei le andava accanto, senza parlare, soggiogati entrambi da una forte commozione. Così giunsero ad una specie di monumento funerario. Maria si fermò ad un tratto appoggiando le spalle alla roccia e col viso fra le mani. Infine scoppiò in lagrime. Allora ei le prese le mani, e vi appoggiò lievemente le labbra, come uno schiavo. Allorché sentì finalmente che il tremito di quelle povere manine andava calmandosi, le disse piano, ma con un'intonazione ineffabile di tenerezza:
– Dunque vi faccio paura?
– Voi non mi disprezzate ora? – disse Maria.
– Non è vero?
Egli giunse le mani, in un'espressione ardente di passione ed esclamò:
– Io? Disprezzarvi io?
Maria sollevò il viso disfatto e lo fissò con occhi sbarrati, e colle lagrime ancora sul viso mormorava confusamente parole insensate: – È la prima volta!... ve lo giuro! Ve lo giuro, signore!...
– Oh! – esclamò Polidori con impeto. – Perché mi dite questo? a me che vi amo? che vi amo tanto!
Quelle parole vibravano come cosa viva dentro di lei; un istante ella se le premè forte colle mani dentro il petto, chiudendo gli occhi; ma immediatamente le avvamparono in viso, come avessero compito in un lampo tutta la circolazione del suo sangue, e le avessero arso tutte le vene. – No! no! ripeteva; ho fatto male, ho fatto assai male! sono stata una stordita. Credetemi, signore! Non sono colpevole; sono stata una stordita; sono davvero una bimba, lo dicono tutti, lo dicono anche le mie amiche. – La poverina cercava di sorridere, guardando di qua e di là stralunata. – Ho bisogno che non mi disprezziate!
– Maria! – esclamò Polidori.
Ella trasalì, e si tirò indietro bruscamente, spaventata dall'udire il suo nome. Polidori chino dinanzi a lei, umile, tenero, innamorato, le diceva:
– Come siete bella! e come è bella la vita che ha di questi momenti!
Maria si passava le mani sugli occhi e pei capelli, confusa, smarrita, e s'accasciava su di sé stessa, e ripeteva quasi macchinalmente: – Se sapeste che affare grosso è stato l'attraversare il viale, quel viale che ho fatto tutti i giorni. Non avrei mai creduto che potesse essere così! Davvero! non credevo! – E sorrideva per farsi coraggio, senza osare di guardar lui, abbandonata contro il sasso che le faceva da spalliera, tirandosi i guanti sulle braccia, ancora leggermente convulse, e seguitava a chiacchierare a modo del fanciullo che canta di notte per le strade onde farsi coraggio. – Sono stata disgraziata! sì, confesso che sono un cervellino strano! Ho delle pazze tendenze per quel mondo che forse non è altro se non un sogno, un sogno di gente inferma, sia pure! alle volte mi pare di soffocare fra tanta ragione in cui viviamo; sento il bisogno d'aria, di andarla a respirare in alto, dove è più pura ed azzurra. Non è mia colpa se non mi persuado di esser matta, se non mi rassegno alla vita com'è, se non capisco gli interessi che preoccupano gli altri. No! non ci ho colpa. Ho fatto il possibile. Sono in ritardo di parecchi secoli. Avrei dovuto venire al mondo al tempo dei cavalieri erranti. – Il suo leggiadro sorriso aveva una melanconica dolcezza e s'abbandonava senz'accorgersene all'incanto che contribuiva a crearsi ella stessa. – Beato voi che potete vivere a modo vostro!
– Io vorrei vivere ai vostri piedi.
– Tutta la vita? domandò ella ridendo.
– Tutta la vita.
– Badate che vi stanchereste, gli rispose gaiamente. Voi dovrete stancarvi spesso! ripetè Maria con uno sguardo che cercava di rendere ardito e sicuro.
Polidori la trovava deliziosa nel suo imbarazzo – soltanto quell'imbarazzo si prolungava troppo.
Prima di venire a quell'appuntamento, nell'istante supremo di passar l'uscio, Maria aveva provato tutte le pungenti emozioni che danno la curiosità dell'ignoto, l'attrattiva del male, il fascino dello sgomento che le serpeggiava nelle vene con brividi arcani e irresistibili; con una confusione tale di sentimenti e di idee, di impulsi e di terrore, che l'avevano spinta a precipitarsi nell'ignoto suo malgrado, in una specie di sonnambulismo, senza sapere precisamente cosa andasse a fare. Se Polidori le avesse steso le braccia al primo vederla, probabilmente ella si sarebbe spaccata la testa contro la rupe alla quale adesso appoggiavasi mollemente, con abbandono. Ora, incoraggiata dal vedersi ai piedi quell'uomo contrastato e invidiato, sentiva una deliziosa sensazione al contatto di quel muschio vellutato che le accarezzava le spalle; come le parole che egli le diceva tenere e ferventi le accarezzavano dolcemente l'orecchio e se ne sentiva invadere mollemente, come da un delizioso languore. Egli era così gentile, così rispettoso e così buono! non osava toccarle la punta delle dita, e si contentava di sfiorarla dolcemente col soffio ardente di quella passione che lo teneva prostrato dinanzi a lei quasi dinanzi a un idolo. Tutto ciò era senza ombra di male, e carino, carino. A poco a poco Polidori le aveva preso la mano, ed ella senza accorgersene gliela aveva abbandonata. Anche lui era sinceramente e fortemente commosso in quel momento, e cercava gli occhi di lei con occhi assetati ed ebbri. Ella senza vederli ne sentiva la fiamma, non osava levare i suoi, e il riso le moriva sulle labbra; non aveva la forza di ritirare le mani ad ogni nuovo tentativo che faceva, quasi il suono di quelle parole le addormentasse vagamente in un sonno dolcissimo l'anima e la coscienza, la facesse entrare in un'estasi angosciosa; Polidori non poteva saziarsi di ammirarla in quell'atteggiamento, abbandonata su di sé stessa, colle braccia inerti, la fronte china e il petto anelante, e infine esclamò con uno slancio di passione, stendendo le braccia convulse:
– Come siete bella, Maria, e come vi amo!
Ella si rizzò di botto, seria e rigida, quasi sentisse dirselo per la prima volta.
– Voi lo sapete che vi amo tanto! da tanto tempo! – ripeteva lui.
Ella non rispondeva; curvando all'indietro tutta la persona, e a testa bassa, in atteggiamento sospettoso, colle sopracciglia aggrottate, agitando macchinalmente le mani, come se cercasse farsene schermo contro qualche cosa, colle labbra pallide e serrate. Ad un tratto, levando gli occhi sul viso sconvolto di lui, incontrando quegli occhi, mise un strido soffocato, e si arretrò sino all'ingresso di quella specie di monumento sepolcrale, bianca di terrore, difendendosi colle braccia stese da quella passione che l'atterriva ora che vedeva cosa fosse, guardandola in faccia per la prima volta, balbettando:
– Signore!... signore!...
Egli ripeteva fuori di sé, supplichevole, in un'implorazione affascinante di delirio e d'amore:
– Maria! Maria!...
– No! ripeteva costei smarrita, no!...
Polidori si arrestò di botto, e si passò due o tre volte la mano sulla fronte e sugli occhi con un gesto disperato. Indi le disse con voce rauca:
– Voi non mi avete mai amato, Maria!
– No! no! lasciatemi andare! – ripeteva ella, quando Polidori s'era già allontanato. –Signore!... signore!...
Polidori subiva suo malgrado la forte commozione di quell'istante, ed era tutto tremante anch'esso come quella povera ingenua.
– Sentite, abbiamo fatto male! ripeteva ella con voce convulsa. Abbiamo avuto torto... ve lo giuro, ve lo giuro... Abbiamo fatto male... – e si sentiva venir meno.
In quel punto, all'improvviso, si udì rumore fra le piante e lo scalpiccio di chi sopraveniva si arrestò poco lontano, come esitante.
– Maria! – chiamò una voce talmente alterata che nessuno di loro due la riconobbe: –Maria!
Polidori, ridivenuto l'uomo di prima da un momento all'altro, prese vivamente Maria per un braccio e la spinse pel viale da dove era venuta la voce, e in un lampo scomparve fra gli andirivieni del sepolcreto. Maria arrivando nel viale, si trovò faccia a faccia con Erminia, pallida anch'essa, che cercava a fatica di dissimulare il suo turbamento, e voleva spiegarle qualche cosa, dandosi un'aria indifferente. Maria le piantò in viso certi occhi che avevano una strana espressione.
– Che vuoi? – le chiese soltanto, con voce sorda dopo alcuni istanti di un silenzio che sembrò eterno.
– Oh! Maria!... rispose Erminia, buttandole le braccia al collo.
E fu tutto. Ritornarono indietro l'una al fianco dell'altra, senza aprire bocca e a capo chino. Come furono in vista dell'albergo, sentirono tutte e due a un tempo di dover assumere un contegno.
– Lucia mi aveva detto ch'eri scesa in giardino, – disse Erminia, e ciò mi ha fatto venire il desiderio di fare una passeggiata mattutina anch'io, col pretesto di venire in traccia di te.
– Grazie! – rispose Maria semplicemente. – Però comincia ad esser troppo tardi per passeggiare. Il sole è già caldo.
Maria infatti aveva preso un colpo di sole che l'aveva abbacinata e stordita. Era rimasta come scossa e turbata in tutto il suo essere. Alle volte macchinalmente si stringeva le mani, come per riconoscersi, o per cercarvi qualche cosa, un'impronta del passato, e chiudeva gli occhi. Quando incontrava degli sguardi curiosi, e tutti le sembravano curiosi, oppure quelli della sua amica, avvampava in viso. Stava rincantucciata nel suo appartamento il più che poteva, e quindi molti credevano che fosse partita. La sola vista di Erminia le faceva corrugare la fronte, e dava un non so che di fosco a tutta la sua fisonomia. Però era abbastanza donna di mondo per sapere dissimulare sino a un certo punto i suoi sentimenti, quali essi fossero. Erminia, che non ne era illusa, provava un vero rammarico.
– Io son sempre la tua Erminia, sai! – le diceva ogni volta che poteva, scuotendole amorevolmente le mani. – Io son sempre la tua Erminia, quella di prima! quella di sempre!
Maria sorrideva a fior di labbra, gentile e distratta.
– Hai torto, vedi! ripeteva Erminia... Ti inganni!... t'inganni, se credi che io non ti voglia più il bene di prima!
Ella aveva infatti delle sollecitudini materne per la sua Maria, delle sollecitudini che sovente indispettivano costei, come se prendessero l'aspetto di una sorveglianza amorevole e discreta. Un giorno Erminia la sorprese mentre stava incominciando una lettera; e le domandò semplicemente se suo marito le avesse scritto; la domanda veniva così male a proposito, che Maria fu quasi per arrossire, come se fosse stata nel punto di dover rispondere una bugia.
– No! mio marito non mi guasta tanto. È troppo occupato.
– Sì, è troppo occupato! – affermò Erminia senza rilevare l'ironia della risposta, è seriamente occupato. Affoga negli affari, poveretto!
– Che dici mai? se sono la sua passione, l'unica sua passione!
– Lo credi? – domandò Erminia, fissandole in faccia quei suoi occhioni acuti.
– Ma sì! – rispose Maria con un risolino che le contraeva gli angoli della bocca, e aggiunse ancora, come correttivo: – Non ho alcun motivo di esser gelosa però. Mio marito non giuoca, non va al caffè, non è cacciatore, non ama i cavalli, non legge che il listino della Borsa – nulla, ti dico!
– È vero; non ama che te!
– Maria inchinò il capo con un sorrisetto contraffatto; ma non aggiunse verbo per un pezzo, e poi, amaramente: – Avete ragione, sono anche un'ingrata!
– No, non sei ingrata; sei una donnina viziata, una testolina guasta, che vede falso in molte cose e che non ci vede in certe altre. Il solo torto di tuo marito è di non averti aperto gli occhi sul gran bene che ti vuole.
– Fortunatamente che ha incaricato te di dirmelo.
– Sì, io che ti voglio bene, anch'io! bene davvero!... Vuoi che partiamo domattina?
– Oooh!
– Ti rincresce?
– No, mi sorprende soltanto la risoluzione improvvisa, così come si fa nelle commedie, per le ragazze che hanno abbozzato un romanzetto...
– Scusami; ti ho proposto di venire con me... Ma se vuoi restare...
– No, voglio venire anch'io. Solamente bisogna trovare un pretesto plausibile, per non far pensare al romanzo a tutti i curiosi che ci vedranno ordinare così in furia le nostre valigie.
– Il motivo è bello e trovato, tanto più che è il motivo vero. Io vado ad incontrare mia suocera che arriva domani da Firenze, e tu naturalmente vieni con me, per non rimaner sola a Villa d'Este.
– Benissimo! E giacché dobbiamo partire, più presto sarà, meglio sarà. Desidero andare col primo treno.
Partirono infatti di buon mattino. A lei scoppiava il cuore passando dinanzi a quelle finestre chiuse, sulle quali l'ombra dei grandi alberi dormiva tuttora, uscendo da quel viale deserto, ove si era aggirata fantasticando tante volte.
Il lago, nella pace di quell'ora, aveva un incantesimo singolare, e ogni menomo particolare del paesaggio si animava, sembrava che fosse vissuto con lei, le si stampava nell'intimo del cuore profondamente. Appena fu nel vagone aprì il libro che aveva portato apposta, e vi nascose il viso e gli occhi pieni di lagrime. Erminia seppe non avvedersi di nulla, ed ebbe l'accortezza di lasciarle assaporare voluttuosamente il dolore del distacco.
Alla stazione trovarono la carrozza di Erminia, la quale volle accompagnare l'amica sino a casa. – Rinaldi non è a Milano – le disse rispondendo al movimento di sorpresa che aveva fatto Maria non trovando nessuno ad aspettarla. – È andato a Roma.
– Senza scrivermelo! senza lasciarmi una parola! – mormorò Maria.
– Sì, ha scritto. La lettera deve averla mio marito.
Ma subito s'interruppe, perché cominciava a spaventarsi dell'agitazione che si andava manifestando sul viso di Maria. –
– Infine, le disse, – tosto o tardi devi pur saperlo. Rinaldi è corso a Roma per regolare degli affari... Sai... quando si è lontani non vanno sempre come dovrebbero andare. Tuo marito era inquieto. Colla sua gita accomoderà tutto.
– Cos'è stato? – balbettava Maria, turbata maggiormente da quell'annunzio perché la sorprendeva in quel momento. – Cos'è avvenuto?
– Non ti spaventare; tuo marito sta bene. È accaduto che uno dei suoi debitori è fallito. Questione di denaro.
– Ah! – disse Maria respirando; e un'ombra d'ironia le tornò sul viso.
Suo marito sembrava che facesse apposta onde giustificare il sorrisetto amaro di lei. Era così preoccupato del suo affare che non aveva più testa per nessun'altra cosa al mondo. Passarono parecchi giorni senza che ei si facesse vivo altrimenti. Alla fine arrivò un telegramma che mise in grande costernazione il socio di lui, il quale partì subito per Roma.
– Oh! – esclamò allora Maria con quell'intonazione pungente che le era divenuta abituale da otto giorni. – Ma dev'essere proprio un affar serio! Del resto per mio marito sarà sempre un affar serio. Vuol dire che il mio posto, in questa circostanza, sarebbe vicino a lui. Non me lo dice; ma si capisce che non me ne ha scritto nulla per delicatezza. E giacché il socio è andato a raggiungerlo, dovrei partire anch'io.
Malgrado la leggerezza che ostentava, fu sorpresa, e rimase inquieta osservando che Erminia approvava il suo progetto. Per un istante un'idea nera le si affacciò alla mente e le scolorò il viso; ma subito dopo tornò a ridere nervosamente come prima.
– Se mio marito non mi avesse ben avvezzata a lasciarlo fare un po' a suo modo, ci sarebbe davvero di che spaventarsi.
– Spaventarsi di che? di fare un viaggio sino a Roma? nella bella stagione, e nel paese più bello?...
– Hai ragione; sarà quasi come andare in villeggiatura. Tanto, Roma o la Brianza è lo stesso. E tu non torni a Villa d'Este?
– No.
Oh!...
– Accompagno mia suocera a Firenze.
– Che peccato!... parlo di Villa d'Este, perché ci dev'essere una brillante compagnia in questo momento. Sei proprio una brava figliuola, dovrebbe dirti tua suocera.
La sera stessa partì per Roma; ma era in uno stato febbrile che non sapeva spiegarsi, e la sua inquietudine aumentava avvicinandosi al termine del suo viaggio che le parve eterno. Trovò suo marito tanto mutato in così breve tempo, che al primo vederlo ne fu quasi spaventata. Rinaldi le strinse le mani con effusione; ma sembrò più che sorpreso del suo arrivo improvviso. Egli era così sconvolto che non faceva altro che ripeterle: – Perché sei venuta? Perché venire?...
– Non avevo mai visto mio marito così! – diceva Maria ad Erminia alcuni mesi dopo, la prima volta che la rivedeva dopo che era tornata a Milano. Non credevo che la fisonomia di quell'uomo potesse destare tale impressione, né che egli sapesse dire di quelle parole, né che la sua voce avesse di quei suoni che vi sconvolgono l'anima da cima a fondo. Non l'avevo mai visto così!
Anch'essa era molto mutata, la povera Maria! aveva una ruga impercettibile fra le sopracciglia, che solcava finamente il candore purissimo della sua fronte, e alle volte stendeva come un'ombra su tutta la sua fisonomia.
– Sì: sono stati giorni terribili, mi par di sentirmeli ancora dentro il petto, come un gruppo nero, come una fitta dolorosa che mi è quasi cara, tanto è profonda e radicata. Ormai hanno stampato in me un'orma così indelebile che non potrei scancellarla senza farmi male. Che momento, quando sorpresi mio marito colla pistola in pugno! che momento! E come ebbi la forza di avviticchiarmi a lui per impedirgli di morire – giacché egli voleva morire, me lo ha detto dopo. Non aveva il coraggio di dirmi che non poteva più comperarmi né cavalli, né palco alla Scala, né gioielli, nulla! e piangeva, come piangono certi uomini che non hanno pianto mai, con quelle lagrime che vi scavano un solco dentro all'anima. Quante cose mi son passate in un lampo per la testa in quel momento in cui sentivo contro il mio quel cuore che batteva ancora per me, e per me sola! e contro il quale nascondeva il viso che ardeva!... Tu sei stata assai gentile a venirmi a trovare ora che sono salita a un quarto piano. Tu sei stata molto gentile!
– Ma tu non lo sei gran fatto, cara Maria, facendomi di questi ringraziamenti. Vuol dire che non avevi una bella opinione di me!
– No! ma che vuoi? quando si son viste tutte le cose che ho viste!... e poi la disgrazia ha questo di peggio, che ci rende ingiusti... Figurati che quando era corsa la voce che io fossi vedova!... mi ha fatto un certo senso il vedere che a nessuno fosse venuto in mente che ero rimasta senza appoggio, laggiù a Roma... nessuno di quelli che dicevano di avere per me tanta amicizia! Ma non mi lagno, sai! Avevo torto verso di te poi, ti voglio sempre bene!
Esitò alquanto e infine le buttò le braccia al collo con impeto.
– Perdonami! perdonami! Sono stata ingiusta contro di te, contro di tutti! Ho avuto torto tante volte!
Erminia le ricambiava la stretta, assai commossa anche lei, ma senza risponder verbo.
– Ero folle! – mormorò dopo un'altra esitazione, col viso contro il petto di Erminia. – Ora non ci penso più.
– Ed io non ci ho mai pensato, – disse alfine Erminia ridendo al suo solito, ma con grande sincerità di viso e di accento.
Maria rizzò il capo vivamente e le piantò in faccia due occhioni fiammeggianti: – Mai pensato? mai?
– Mai.
Ma allora... allora non l'ho amato nemmen io! No! davvero? Mai!
Le mucche, lungo le rastrelliere, si voltavano indietro, a fiutare quel tramestìo che si era fatto attorno alla lettiera della Bigia. La pioggia batteva contro le impannate; e le bestie scuotevano le catene sonnolente: di quando in quando, nell'ombra che non arrivavan mai a dissipare le lanterne polverose si udiva il tonfo di quelle che si accovacciavano, ad una ad una nello strame alto, dei muggiti brevi e sommessi, un ruminare svogliato, il fruscio della paglia. Di tanto in tanto le mucche inquiete levavano il capo, tutte in una volta.
La Bigia aveva ai piedi un vitellino, ancora tutto molle e lucente nella lettiera, e lo leccava e lo lisciava muggendo sotto voce. – Di fuori si udiva un rombo che cresceva, dappertutto. Poco dopo accadde un gran trambusto nelle stanze superiori: dei passi precipitosi, e dei mobili che strascinavano sul pavimento. Uno spalancare di usci e di finestre e delle voci che chiamavano nel cortile.
Quindi si udirono delle schioppettate e delle strida di donne che piangevano. Il gallo, in cima alla scala, saettava il capo, spaventato, chiocciando. Di fuori il cane uggiolava.
Ad un tratto le bestie cominciarono a muggire tutte in una volta, fiutando verso l'uscio, cogli occhi spaventati, e tiravano forte le catene, come cercassero di strapparle.
Per tutta la corsìa oscura corse un volo pesante e schiamazzante di galline. Immediatamente si udì il rombo vicino che scuoteva i muri, e sembrava montare verso le finestre. La Bigia allora levava il muso fumante verso l'impannate, e metteva un muggito lungo e doloroso. Poi tornava a fiutare il vitellino, raccoccolato colle zampe sotto il ventre.
Il cane non uggiolava più. Della gente correva pel cortile, delle voci affannate, delle grida. L'uscio si spalancò all'improvviso, ed entrò un'ondata d'acqua sporca. Allora nella stalla successe un trambusto, un rovinìo, tutta una fila di mucche avea strappata l'asse, alla quale erano legate, e scappava all'impazzata trascinandosela dietro, inciampando le une colle altre, mentre le galline fuggivano schiamazzando fra le loro gambe.
Nella corte, su di un palo, ardeva un fascio di legna secca, e illuminava tutto intorno l'acqua nera, che luccicava dove cadevano le scintille. – Le bestie irruppero dalla stalla come una valanga, rompendo, scavalcando ogni cosa, sguazzando nella pozzanghera, la Bigia in mezzo. Poi tornò indietro, levando il muso, con lunghi muggiti, verso le finestre della cascina. Andava e veniva per la corte colla coda ritta, infine si decise a rientrare nella stalla. Il vitellino era là coll'acqua al collo, la madre tentava di spingerlo dolcemente verso l'uscio, scalpicciando in mezzo all'acqua. Ad ogni momento levava il capo verso il soffitto come per chiamare aiuto. Giunse un'altra ondata che gorgogliò al posto dove era il vitello, poi si agitò disperatamente e ribollì; la lanterna era sempre accesa nella stalla nera che sembrava barcollante. Infine l'onda si allargò quieta ed immobile dappertutto. Allora la Bigia scappò muggendo al vento, colla coda ritta, l'occhio pazzo di terrore; e si perse nell'oscurità profonda.
Qui quando la città è più festosa e la folla più allegra penso alla campagna lontana, laggiù, fra i miei monti dietro il mare azzurro.
Penso ai sentieri verdeggianti, alle siepi odorose, alle lodole che brillano nel sole, alla canzone solitaria che sale dai campi, monotona e triste come un ricordo d'altre patrie.
Penso a quell'ora dolce del tramonto quando l'ultimo raggio indora le nevi della montagna e il fumo svolgesi dai casolari, e le campane degli armenti risuonano nella valle, e la campagna si nasconde lentamente nella notte.
Penso a quell'ora calda di luglio quando il sole innonda la pianura riarsa, e il cielo fosco di caldura sembra pesare sulla terra e il grillo sulle stoppie canta la canzone dell'ora silenziosa. Penso alle notti profonde, alle lucciole innamorate, al coro dei vendemmiatori, al rumore lontano dei carri che sfilano nella pianura odorosa di fieno, ai cespugli immobili e neri come spettri nel raggio misterioso della luna.
Penso alle lunghe notti d'inverno, spazzate dal vento e dagli acquazzoni; agli alberi che gemono nel temporale, e vi cantano fantastiche storie cui sorridono gli occhi dei vostri cari, raccolti intorno alla lampada domestica.
Penso alla mia fanciullezza, che sembra sia tutta trascorsa in quella nota campagna; penso a quei colli, a quei valloni, a quei sentieri, a quella fontana, davanti alla quale è passata tanta gente e da sì lontano, a quel cespuglio su cui moriva il sole d'autunno quel giorno in cui ci passaste anche voi con me per l'ultima volta. Quell'ultimo raggio di sole mi strinse il cuore come un addio, e mi fece provare, senza saper perché, quella vaga angoscia dei giorni spensierati dell'infanzia, che ci fa presentire le amarezze della vita, come un senso di vaga e dolorosa dolcezza.
Penso a quel sasso in cui ho segnato il primo amore dei miei tredici anni, quando non conoscevo ancora altri dolori se non che quelli creatimi dalla mia fantasia.
Ora che il dolore so cosa sia, il dolore vero, quello che vi immerge le unghie nella carne viva e vi ricerca le fibre del cuore, quello che mi divorava le lagrime, le sensazioni e le idee, quando la morte entrò nella mia casa... penso ancora a quei luoghi, a quelle scene serene che mi tornavano dinanzi agli occhi feroci come un'ironia nell'ora terribile di quell'angoscia; penso al muricciuolo di quella fontana al quale ci eravamo appoggiati con quei miei cari che non son più, a quell'erba, che si è piegata sotto i loro passi, a quelle pietre sulle quali si erano seduti.
Ora l'erba è morta anch'essa, ed è risorta tante volte. Il sole l'ha bruciata, e la pioggia l'ha fatta rinascere.
Quando le nuove gemme hanno verdeggiato sulla siepe lì accanto nei bei giorni di aprile essi non sapevano più nulla di voi, miei cari!
Io che son rimasto, penso a quell'erba che non è più la stessa, a quelle pietre che dureran ancora, mentre voi siete passati su di loro – e per sempre; penso che dell'altra erba spunta e muore fra le pietre della vostra fossa; e quando penso che lo strazio feroce di questo dolore non è più così vivo dentro di me, che ogni strappo dell'anima lentamente va rimarginandosi, mi viene uno sconforto amaro, un senso desolato del nulla d'ogni cosa umana, se non dura nemmeno il dolore, e vorrei sdraiarmi su quell'erba, sotto quei sassi, anch'io nel sonno, nel gran sonno.
Gesualdo, sin da fanciulletto, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune della chiatta, al Simeto, con Nanni Lasca, Ventura, e l'Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio. Passavano lettighe, passavano vetturali, passava gente a piedi e a cavallo d'ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.
Prima compare Cosimo faceva il lettighiere, di suo mestiere. Una volta, la vigilia di Natale – giorno segnalato – tornando da un viaggio, trovò a Primosole che sua moglie stava per partorire: – Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina – gli dicevano tutti all'osteria. E lui contento come una Pasqua s'affrettava ad attaccare i muli alla lettiga per arrivare a casa prima di sera. Il baio, birbante, da un po' lo guardava di malocchio per certe perticate a torto, che se l'era legate al dito. Come lo vide spensierato, mentre si chinava ad affibbiargli il sottopancia, affilò le orecchie a tradimento – jjj! – e gli assestò un calcio che l'azzoppò per sempre.
Sua moglie, poveretta, appena lo seppe, voleva saltare giù dal letto, e correre a Primosole, se non era il dottore don Battista che l'acchiappò per la camicia: – Come le bestie, voialtri villani! Non sapete cosa vuol dire una febbre puerperale!
– Signor don Battista, come posso lasciare quel poveretto in mano altrui, ora che è in quello stato fuorivia?
– Date retta al medico, diceva comare Stefana. – Vostro marito andrete a trovarlo poi. Credete che vi scappa?
Poscia il baliatico, la malannata, il bisogno dei figliuoli, e il tempo era passato. Compare Cosimo per buscarsi il pane s'era messo con quelli della chiatta, a Primosole, insieme a Gesualdo, e prometteva sempre d'andar al paese per veder la moglie e la bambina, un giorno o l'altro. – Verrò a Pasqua. Verrò a Natale. – Con ogni conoscente che passava mandava sempre a dire la stessa cosa; tanto che comare Menica non ci credeva più, e Gesualdo, ogni volta, guardava il babbo negli occhi, per vedere se diceva davvero.
Ma succedeva che a Pasqua e a Natale si aveva una gran folla da tragittare, sicché quando spirava scirocco e levante, e il fiume era grosso, c'erano più di cin
quanta vetture che aspettavano all'osteria di Primosole. Lo zio Cosimo bestemmiava contro il maltempo che gli levava il pan di bocca, e la sua gente si riposava: Nanni Lasca bocconi, dormendo sulle braccia in croce, Ventura all'osteria, e l'Orbo cantava tutto il giorno, ritto sull'uscio della capanna, a veder piovere, guardando il cielo cogli occhi bianchi.
Comare Menica avrebbe voluto andar lei a Primosole, almeno per sentire come stava suo marito, e fargli vedere la bambina, che suo padre non la conosceva neppure, quasi non l'avesse fatta lui. – Andrò appena avrò presi i denari del filato, diceva anch'essa. – Andrò dopo la raccolta delle olive, se m'avanza qualche soldo. – Così passava il tempo anche per lei. Intanto fece una malattia mortale di quelle che don Battista se ne lavava le mani come Pilato. – Vostra moglie è malata malatissima – sentiva dire compare Cosimo dallo zio Cheli, da compare Lanzise, e da tutti quelli che arrivavano dal paese. Stavolta egli voleva correre davvero, a piedi, come poteva. – Prestatemi due lire pel viaggio, compare Ventura. – Compare Ventura rispondeva: – Aspettate prima se vi portano qualche buona notizia, benedett'uomo che siete! Alle volte, intanto che voi siete per via, vostra moglie gli succede di guarire e voi ci perdete il viaggio inutilmente. L'Orbo invece gli suggeriva di far dire una messa alla Madonna di Primosole ch'è miracolosa per le febbri d'aria e gli accidenti. Infine giunse la notizia che a comare Menica gli avevano portato il Viatico. – Vedete se avevo ragione di dirvi d'aspettare? osservò Ventura. – Cosa andavate a fare se non c'era aiuto?
Il peggio era pegli orfani, che la mamma è come la chioccia pei suoi pulcini. Gesualdo stava con suo padre a buscarsi il pane alla chiatta di Primosole. Ma Titta, suo fratello, e Lucia, l'ultima nata, erano rimasti alle spalle degli zii lontani, che gli davano il pane duro e la mala parola. E meglio fu per compare Cosimo che il Signore gli chiuse gli occhi prima che vedesse quel che n'era del sangue suo. A Primosole l'Orbo gli diceva che coll'aiuto di Dio poteva viverci e morire al pari di lui, che vi mangiava pane da quarant'anni, e ne aveva vista passare tanta della gente. Passavano conoscenti, passavano viandanti che non s'erano visti mai, e nessuno sapeva d'onde venissero, a piedi, a cavallo, d'ogni nazione, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume. – Come l'acqua del fiume stesso che se ne andava al mare, ma lì pareva sempre la medesima, fra le due ripe sgretolate; a destra le collinette nude di Valsavoia, a sinistra il tetto rosso di Primosole; e allorché pioveva, alle volte per settimane e settimane, non si vedeva altro che quel tetto triste nella nebbia. Poi tornava il bel tempo, e spuntava del verde qua e là, per le roccie di Valsavoia, sul ciglio delle viottole, nella pianura fin dove arrivava l'occhio. Infine giungeva l'estate e si mangiava ogni cosa, il verde dei seminati, i fiori dei campi, l'acqua del fiume, gli oleandri che intristavano sulle rive, coperti di polvere.
La domenica cambiava. Lo zio Antonio, che teneva l'osteria di Primosole, faceva venire il prete per la messa; mandava la Filomena, sua figliuola, a scopare la chiesetta ed a raccattare i soldi che i devoti vi lasciavano cadere dal finestrino per le anime del Purgatorio. Accorrevano dai dintorni, a piedi, a cavallo, e l'osteria si riempiva di gente. Alle volte arrivava anche il Zanno, che guariva ogni male, o don Liborio, il merciaiuolo, con un grande ombrellone rosso, e schierava la sua mercanzia sugli scalini della chiesuola, forbici, temperini, nastri e refe di ogni colore. Gesualdo si affollava insieme agli altri ragazzi, per vedere, ma suo padre gli diceva: – No, figliuol mio, questa è roba per chi è ricco e ha denari da spendere.
Gli altri invece compravano: bottoni, tabacchiere, pettini d'osso che imitavano la tartaruga, e Filomena frugava dappertutto colle mani sudicie, senza che nessuno gli dicesse niente perché era figliuola dell'oste. Anzi don Liborio un giorno le regalò un bel fazzoletto giallo e rosso che passò di mano in mano. – Sfacciata! dicevano le comari – fa l'occhio a questo e a quello per avere dei regali!
Dopo Gesualdo li vide tutti e due dietro il pollaio che si tenevano abbracciati. Filomena, la quale stava all'erta per timore del babbo, si accorse subito di quegli occhietti che si ficcavano nella siepe, e gli saltò addosso con la ciabatta in mano. – Cosa vieni a fare qui, spione? Se racconti quel che hai visto, guai a te! – Ma don Liborio la calmava con belle maniere. – Lasciatelo stare quel ragazzo, comare Mena, che gli fate pensare al male senza saperlo.
Però Gesualdo non poteva levarsi dagli occhi il viso rosso di Filomena e le manacce di don Liborio che brancicavano. Allorché lo mandavano pel vino all'osteria, si piantava dinanzi al banco della ragazza, che glielo mesceva con faccia tosta, e lo sgridava:
– Guardate qua, cristiani! Non gli spuntano ancora peli al mento, quel moccioso; e ha negli occhi la malizia!
Passò del tempo. Lo zio Antonio maritava Filomena con Lanzise, uomo dabbene, il quale non sapeva niente. Però ci aveva il fatto suo lì vicino, terre e buoi, e un pezzo di vigna in collina, dicevano. Il matrimonio fece chiasso, tanto che venne anche don Liborio a vender roba pel corredo. La sera mangiava all'osteria di Primosole. Non si sa come, a motivo di un conto sbagliato, attaccarono lite collo zio Antonio; e don Liborio gli disse – becco!
Compare Antonio era un omettino cieco da un occhio che a vederlo non l'avreste pagato un soldo. Però si diceva che aveva più di un omicidio sulla coscienza, e a venti miglia in giro gli portavano rispetto. Al sen
tirsi dire quella mala parola sul mostaccio, senza dire né uno né due, andò a pigliare lo schioppo accanto al letto. Sua moglie allora, ch'era malata d'anni ed anni, si rizzò a sedere in camicia strillando: – Aiuto, che s'ammazzano! santi cristiani!
E Filomena per dividerli, buttava piatti e bicchieri addosso a don Liborio gridando: – Birbante! ladro! scomunicato!
– Che vi pare azione d'uomo cotesta, compare Antonio? – rispose don Liborio con quella faccia di minchione. — Io non ci ho altro addosso che questo po' di temperino.
Avete ragione, disse lo zio Antonio, e andò a posare lo schioppo senza aggiunger altro.
Più tardi Gesualdo raccattava un po' di frasche sulla riva, quando vide venirsi incontro don Liborio, con quella faccia gialla di traditore, che si guardava attorno sospettoso, e gli disse: – Te' un baiocco, e va' a dire a compare Antonio che l'aspetto dietro la siepe, per quella faccenda che sa lui. Ma che nessuno ti senta, veh!
La sera trovarono compare Antonio lungo disteso dietro una macchia di fichi d'India, col suo cane accanto che gli leccava la ferita. –
Come è stato, compare Antonio? Chi v'ha dato la coltellata? – Compare Antonio non volle dirlo. – Portatemi sul letto per ora. Se campo poi ci penso io, se muoio ci pensa Dio. – Questo fu don Liborio che me l'ammazzò! strillava la moglie. E Filomena badava a ripetere: – Birbante! ladro! scomunicato!
– Io lo so chi l'ha ammazzato – diceva Gesualdo agli altri ragazzi. – Ma non posso dirlo.
Venne il giudice cogli sbirri, a fare la generica; ma nessuno aveva visto nulla, e lo zio Antonio non rispondeva altro: – Se vivo ci penso io, se muoio ci pensa Dio. – Così se ne andò in paradiso dopo due giorni, senza dir nulla, e Filomena ci guadagnò che perdette il marito, per quella parolaccia di becco, che a Lanzise gli era giunta all'orecchio.
Anche don Liborio tornò a passare da quelle parti, fresco come una rosa, dopo ch'era scorso del tempo, e dell'acqua n'era passata sotto la chiatta. – Il mio mestiere è di andare pel mondo di qua e di là – diceva agli amici, che da un pezzo non lo vedevano. E sebbene Gesualdo si fosse fatto grande, e avesse già i peli al mento, lo riconobbe subito e gli disse: – Tu sei quello che andavi pel vino all'osteria, che ci siamo visti dell'altre volte. Ti rammenti? – Egli aveva ingrandito il suo negozio, e si tirava dietro un ragazzetto carico delle sue scarabattole, il quale andava vociando nei villaggi e lungo le fattorie: – Forbici! temperini! tela fina e fazzoletti alla moda! – Lo conoscete questo ragazzo? – disse anche don Liborio a compare Cosimo. – È Titta vostro figlio, che v'ho portato per baciarvi la mano. Vedete come si è fatto grande? Ora con me impara il mestiere, e si farà uomo. – Lo zio Cosimo si lasciò baciar la mano, che non gli pareva vero, e tutti della chiatta, anche Gesualdo, fecero festa a Titta, che era come il Figliuol Prodigo.
Poi, dopo ch'ebbero mangiato e bevuto, se n'andarono pei fatti loro, Titta vociando come al solito, nell'infilare le cinghie delle scarabattole. – Forbici! temperini! Tela fina e fazzoletti alla moda! – E prima d'accomiatarsi, don Liborio conchiuse parlando collo zio Cosimo: – Vedete? Ora dovreste cercare di collocare all'osteria anche l'altra figliuola vostra, Lucia, che non ha nessuno al mondo, e comincia a farsi grande e bella. Se no va a finir male.
Ma prima d'arrivare a collocare la ragazza all'osteria venne un'annata asciutta, che la gente moriva come le mosche, e compare Cosimo prese le febbri anche lui. Siccome era vecchio e pieno di guai, andava predicando: – Questa è l'ultima mia annata.
Non sentiva più i dolori della sciatica; non abbaiava più la notte, e stava quieto nel suo lettuccio, al buio. Soltanto appena udiva chiamar la barca, di qua e di là del fiume, rizzava il capo come poteva, per amor del guadagno, e gridava: – O gente!
Però non potevano lasciarlo morire come un cane, senza medico. Ventura, l'Orbo, e alle volte anche Nanni Lasca, ne parlavano fra di loro, accanto all'uscio, vedendo lo zio Cosimo lungo disteso come un morto, colla faccia color di terra, e si grattavano il capo. Infine risolvettero di chiamargli la Gagliana, una vecchietta che faceva miracoli a venti miglia in giro. – Vedrete che la Gagliana vi guarirà in un batter d'occhio – dicevano al moribondo: È meglio di un dottore, quel diavolo di donna! – Lo zio Cosimo non rispondeva né sì né no; e pensava alla sua Menica, che se n'era andata al modo istesso, e ai suoi figliuoli ch'erano sparsi pel mondo, come i pulcini della quaglia. Poi, nel forte della febbre, tornava a piagnuccolare:
– Chiamatemi pure la Gagliana. Non mi lasciate morire senza aiuto, signori miei!
La Gagliana la battezzò febbre pericolosa, di quelle che è meglio mandare pel prete addirittura. Giusto era domenica, e si udiva vociare all'osteria. Tutto ciò a Gesualdo, grande e grosso come un fanciullone di vent'anni, gli rimase fitto in mente: i curiosi che venivano a vedere sulla porta, la Gagliana la quale brontolando cercava nelle tasche il rimedio che ci voleva, e il moribondo che guardava tutti uno ad uno, cogli occhi attoniti. L'Orbo, a canzonare la Gagliana che non sapeva trovare il rimedio fatto apposta, le domandava:
– Cosa ci vuole per farmi tornare la vista, comare Gagliana?
Lo zio Cosimo morì la notte istessa. Peccato! Perché il lunedì si trovò a passare lo Zanno, il quale ci aveva il tocca e sana per ogni male nelle sue scarabattole. Lo menarono appunto a vedere il morto. Ei gli toccò il ventre, il polso, la lingua, e conchiuse:
Se c'ero io lo zio Cosimo non moriva. Gesualdo quand'ebbe finito di piangere si trovò orfano e senza impiego. Quelli della chiatta volevano fargli la camorra perché era un fanciullone. Per fortuna c'era la Filomena che cominciava a farsi vecchia, e nessuno la voleva per quella storia di don Liborio. Ora che Gesualdo aveva messo i peli al mento, ella gli faceva gli occhi dolci come agli altri, e gli diceva ogni volta:
Io, alla morte di mia madre, da qui a cent'anni, ci avrò la mia roba, grazie a Dio! E il marito che volessi prendere starebbe come un principe. – L'Orbo che faceva il mezzano, per un bicchiere di vino, confermava: — La roba l'ho vista io, con questi occhi! – Ma la mamma, se la va dello stesso passo, campa cent'anni davvero! – Osservava Gesualdo, che il suo giudizio, alla grossa, l'aveva anche lui. Infine si lasciò persuadere: – Per me, se voi siete contenta, io sono contento pure.
E come fu maritato, sebbene la suocera non morisse mai, stette davvero da principe, tanto che non parlò mai più di muoversi di là dov'era sempre stato, sin da ragazzetto. A destra i sassi delle collinette di Valsavoia, a sinistra il fiume giallo colla chiatta, e la capanna dei barcaiuoli sola nella nebbia triste della sera. Questo solo era mutato. Anche l'Orbo se n'era andato sotterra, nel pezzetto di trifoglio dietro la chiesa, dov'erano seppelliti compare Cosimo e lo zio Antonio, e dove sarebbe andata la suocera, da lì a cent'anni, quando il Signore la chiamava. Intanto nel trifoglio giuocavano i figliuoli che la Filomena gli aveva fatti, ed egli andava a mietere l'erba per le sue bestie. Un bel giorno, su di un carro, arrivò una ragazzetta con un fardello sotto il braccio, e si fermò all'osteria dicendogli: – Sapete, son vostra sorella Lucia. – Filomena le fece festa, e acconsentì anche a pigliarsela in casa pei servizi grossi. Ma due cognate stanno male insieme, specie quando una ha le mani lunghe, e un altro bel giorno Lucia se ne fuggì in compagnia di un altro ragazzetto che stava lì alla chiatta di Primosole, per scansare certe busse di Filomena che altrimenti non gliele avrebbe levate il Papa. E nemmeno se ne seppe più nulla. La gente diceva che la zia Filomena aveva messo la gonnella al marito, e infatti egli lasciava fare per amor della pace e dei figliuoli. Di altre chiacchiere colla moglie non ce ne furono se non che il giorno in cui don Liborio si trovò a passare da Primosole colle sue scarabattole, e Gesualdo voleva farlo entrare per non perdere la pratica.
– Tua moglie ha ragione, osservò don Liborio più prudente. Quel ch'è stato è stato, e cogli anni anche alei è venuto il giudizio.
Poi mentre aspettava la chiatta per passare il fiume gli diede conto di suo fratello Titta, che l'aveva lasciato all'ospedale, per una rissa fatta alla fiera di Lentini, dove s'era buscata una coltellata, e di Lucia che faceva la mala vita.
– Sai, quando ci si casca una volta, è difficile tornare a galla, fra le donne oneste. È stata anche in prigione, perché dice che aveva fatto morire la sua creatura. Il birbante fu quello che l'abbandonò col bambino sulle spalle. Ma tutti nei suoi panni avrebbero fatto come lui.
Egli parlava ancora che la chiatta scompariva nella nebbia, e non si vedeva più. Gesualdo rimase sulla riva colla nebbia nel cuore anche lui; ma dopo, colla minestra calda, e il vino buono, la Filomena riescì a fargli scacciare la malinconia. È vero che il sangue non è acqua, ma il sangue di compare Cosimo, dacché era rimasto invalido a Primosole, era destinato a sperdersi di qua e di là pel mondo come la gente che passava sulla chiatta. Filomena, per confortare suo marito, ora che cogli anni era venuto il giudizio, gli diceva che i poveretti non si riuniscono altrove che al camposanto, dove sarebbero andati a dormire in pace l'uno dopo l'altro, prima la sua mamma, da lì a cent'anni, dopo loro, e dopo di loro i loro figli, che intanto vi andavano a trastullarsi come egli andava a mietervi l'erba per le sue bestie.
Anni sono, quando Barbara, orfanella, sposò Marcantonio, mugnaio, parve che chiappasse un terno a secco. Pazienza i 40 anni dello sposo, ma la prima moglie di lui gli aveva lasciato il mulino, e un orticello, che si affacciava dentro le finestre, un mese ogni anno, col verde delle piante, e altro ben di Dio. Marcantonio aveva sposata l'orfanella per fare una buona azione, dopo la morte della buon'anima e scacciare la malinconia, che sembrava fissa in casa col rumore di quella ruota che girava sempre, notte e giorno, nel torrentello chiuso in mezzo a una forra scura, e non si udiva altro, in quella solitudine. Amici e parenti furono invitati alle nozze, si fece festa sul praticello davanti al mulino, e brindisi a tutto andare, alla sposa che era fina e bianca come la farina di prima qualità, e al mugnaio ch'era ancora in gamba – costò cinquanta svanziche quell'allegria – che allora nel Veneto correvano ancora le svanziche e gli Austriaci.
Solo il Moccia che aveva il vino cattivo badava a predicare: – Andate là che ve ne pentirete!
In seguito venne la processione dei figliuoli, che non finivano più. Barberina allampanava a quel mestiere di far la chioccia, smunta e pallida, nella tristezza di quella buca senza verde e senza sole. Tuttavia non si smarriva d'animo, ed era il braccio destro del mulino, diceva suo marito. Correva la voce che dalla mamma avesse preso il malsottile. Il fatto era che i figliuoli, quanti ne faceva, gli morivano presto, quasi mancasse l'aria in quel fosso. Il medico predicava che era umido e malsano. – Cosa potevano farci? Quella era la loro casa e ogni loro bene. –
Poi in maggio i rami rinverdivano, e su per l'erta, di faccia alle finestre, spuntavano dei fiorellini gialli e rossi. La Barbara ci portava i bimbi in collo, a godersi il bel sole.
Ma morivano egualmente. Ella sola non moriva, e continuava a far figliuoli, come un castigo di Dio, invecchiata e ischeletrita quasi fosse la morte che partoriva. Il dottore aveva un bel chiamarsi in disparte Marcantonio, e dirgli il fatto suo. L'altro rispondeva, mordendosi le mani: – Cosa posso farci? Questa è la volontà di Dio!
Finalmente quando Dio volle, la Barbara finì col dare alla luce un'ultima bambina, come non avesse avuto più sangue nelle vene, e lo avesse dato tutto alla figliuola. Pareva che si fosse addormentata; e quella notte erano soli nel mulino, mentre il vento e la pioggia volevano portarselo via.
La bimba crebbe fine e delicata, e la chiamarono Barberina come la madre.
– Tutta lei, buon'anima! – esclamava Marcantonio. A sedici anni era già una donnina, magra e pallida al pari della mamma, ma brava massaia come lei. Al babbo che andava innanzi negli anni, gli metteva la vecchiaia nella bambagia. Il Signore si vedeva che gliela aveva lasciata per supplire la buon'anima che era in paradiso, e con quel tesoro in casa Marcantonio non aveva bisogno di ammogliarsi la terza volta.
Però la Barberina della mamma aveva anche la vita corta. Al principio dell'inverno cominciò a tossire, e a sputar sangue di nascosto. Il medico, che li conosceva di madre in figlia, conchiuse: – Non ve l'avevo detto? Ha il male di sua madre. – E Marcantonio quel giorno pianse di nascosto anche lui.
Nondimeno, siccome la malattia procedeva lentamente, a poco a poco si abituarono entrambi, e non ci pensavano più. Quando le tornava la febbre, alla ragazza, o tossiva più del solito, cercavano se aveva preso freddo, se si era bagnata le mani, o altri motivi simili, e non chiamavano neppure il medico.
Nel finire della state, una sera che diluviava come in marzo, arrivò il Moccia, vecchio anche lui adesso, che passava di tanto in tanto dal mulino, quand'era da quelle parti. E raccontò che la campagna, al basso, era tutta allagata.
La Barberina, che non lasciava il letto da qualche tempo e non dormiva più, esclamò:
– Poveretti!
– Voi altri – finì il Moccia – se continua a piovere e a crescere la piena del fiume, fareste bene ad andarvene anche voi.
Marcantonio, col cuore serrato per la figlia che non si poteva muovere, rispose che il fiume era lontano, e non c'era pericolo.
Poi il Moccia se ne andò, ed egli lo accompagnò col lume.
– Sapete – gli disse il Moccia. – La Barberina mi par che stia proprio male stasera.
– O babbo – chiese la Barberina. – Cosa ha detto il Moccia?
Dice che la piena è grande; ma non ci badare. Tutt'al più, se il torrente ingrossa anch'esso, smonterò la ruota.
Sul tardi la ruota si fermò da sé; e Barberina, che aveva il sonno leggero dei malati, chiamò il babbo. Marcantonio prese il lume e scese per la botola. Laggiù l'acqua nera gorgogliava, e luccicava dove batteva il lume. La Barberina, al vedere risalire il babbo pallido e turbato, tornò a chiedere:
– Che c'è, babbo?
– La piena – rispose stavolta Marcantonio.
– O poveretti noi! E tutto quel grano ch'è laggiù! E la casa? Ed io non posso aiutarvi!
Marcantonio pensava appunto a lei, che non poteva muoversi. – Ora mi vesto, diceva la ragazza. Ora vengo ad aiutarvi.
Ma le forze le mancavano, per quanto si affannasse, con quelle povere braccia stecchite, e quegli omeri aguzzi che volevano bucare la camicia. Per fortuna tornò il Moccia, che non era potuto andare più avanti, a motivo della piena, ed altre anime pietose, le quali si erano ricordate di Marcantonio e della figliuola moribonda che affogavano nel mulino. All'udir picchiare alla finestra, il vecchio prese animo.
– O Vergine santa! Ch'è mai successo? – esclamava
Barberina con quegli occhi spaventati dentro le occhiaie nere. L'avvolsero nelle coperte, e la fecero uscire dalla finestra, che Dio sa come ci arrivò la poveretta.
Al di fuori tutta la forra dove scorreva il torrentello era nera e spumosa. Dappertutto, dove passavano col carretto di Barberina, gente in fuga, e masserizie per aria. Pure, al veder lei, si fermavano a compassionarla. All'alba si vide il fiume che si allargava dappertutto, come un mare.
Le avevano fatto un po' di riparo, come meglio potevano, lì nell'argine affollato di gente e bestiame, con del fieno e delle coperte, e lei badava a ripetere:
– Oh Vergine Maria, cos'è successo?
– È successo – rispose il Moccia – che abbiamo addosso il castigo di Dio. Non avete inteso che verrà la cometa?
Ella, vedendo piovere su quei rifugiati, stretti sull'argine, andava dicendo, senza pensare a lei, che poco poteva starci:
– E quei poveretti? E se si sfascia l'argine? E il grano? E la casa? E il mulino? E come farete, babbo, senza di me?
– Una cosa da far compassione alle pietre – conchiuse il Moccia, a vederla andarsene così, in mezzo a quella rovina.
Ecco come fu. –
Vero com'è vero Iddio! Erano in tre: Ambrogio, Carlo e il Pigna, sellaio. Questi che li aveva tirati pei capelli a far baldoria: – Andiamo a Vaprio col tramvai. – E senza condursi dietro uno straccio di donna! Tanto è vero che volevano godersi la festa in santa pace.
Giocarono alle bocce, fecero una bella passeggiata sino al fiume, si regalarono il bicchierino e infine desinarono al Merlo bianco, sotto il pergolato. C'era lì una gran folla, e quel dell'organetto, e quel della chitarra, e ragazze che strillavano sull'altalena, e innamorati che cercavano l'ombrìa; una vera festa.
Tanto che il Pigna s'era messo a far l'asino con una della tavolata accanto, civettuola, con la mano nei capelli, e il gomito sulla tovaglia. E Ambrogio, che era un ragazzo quieto, lo tirava per la giacchetta, dicendogli all'orecchio: – Andiamo via, se no si attacca lite.
Dopo, al cellulare, quando ripensava al come era successo quel precipizio, gli pareva d'impazzire.
Per acchiappare il tramvai, verso sera, fecero un bel tratto di strada a piedi. Carlo, che era stato soldato, pretendeva conoscere le scorciatoje, e li aveva fatto prendere per una viottola che tagliava i prati a zig zag. Fu quella la rovina!
Potevano essere le sette, una bella sera d'autunno, coi campi ancora verdi che non ci era anima viva. Andavano cantando, allegri della scampagnata, tutti giovani e senza fastidi pel capo.
Se fossero loro mancati i soldi, oppure il lavoro, o avessero avuto altri guai, forse sarebbe stato meglio. E il Pigna andava dicendo che avevano spesi bene i loro quattrini quella domenica.
Come accade, parlavano di donne, e dell'innamorata, ciascuno la sua. E lo stesso Ambrogio, che sembrava una gatta morta, raccontava per filo e per segno quel che succedeva con la Filippina, quando si trovavano ogni sera dietro il muro della fabbrica.
– Sta a vedere – borbottava infine, che gli dolevano le scarpe. – Sta a vedere che Carlino ci fa sbagliare la strada!
L'altro, invece, no. Il tramvai era là di certo, dietro quella fila d'olmi scapitozzati, che non si vedeva ancora per la nebbiolina della sera.
« L'è sott'il pont, l'è sott'il pont a fa la legnaaa... » Ambrogio dietro faceva il basso, zoppicando.
Dopo un po' raggiunsero una contadina, con un paniere infilato al braccio, che andava per la stessa via. – Sorte! – esclamò il Pigna. – Ora ci facciamo insegnar la strada.
Altro! Era un bel tocco di ragazza, di quelle che fan venire la tentazione a incontrarle sole. – Sposa, è questa la strada per andare dove andiamo? – chiese il Pigna ridendo.
L'altra, ragazza onesta, chinò il capo, e affrettò il passo senza dargli retta.
– Che gamba, neh! – borbottò Carlino. – Se va di questo passo a trovar l'innamorato, felice lui!
La ragazza, vedendo che le si attaccavano alle gonnelle, si fermò su due piedi, col paniere in mano, e si mise a strillare:
– Lasciatemi andare per la mia strada, e badate ai fatti vostri.
– Eh! che non ce la vogliamo mangiare! – rispose il Pigna. – Che diavolo!
Ella riprese per la sua via, a testa bassa, da contadina cocciuta che era.
Carlo, a fine di rompere il ghiaccio, domandò:
– O dove va, bella ragazza... come si chiama lei?
– Mi chiamo come mi chiamo, e vado dove vado.
Ambrogio volle intromettersi lui: – Non abbia paura, che non vogliamo farle male. Siamo buoni figliuoli, andiamo al tramvai pei fatti nostri.
Come egli aveva la faccia d'uomo dabbene, la giovane si lasciò persuadere, anche perché annottava, e andava a rischio di perdere la corsa. Ambrogio voleva sapere se quella era la strada giusta pel tramvai.
M'hanno detto di sì – rispose lei. – Però io non son pratica di queste parti. – E narrò che veniva in città per cercare di allogarsi. Il Pigna, allegro di sua natura, fingeva di credere che cercasse di allogarsi a balia, e se non sapeva dove andare, un posto buono glielo trovava lui la stessa sera, caldo caldo. E come aveva le mani lunghe, ella gli appuntò una gomitata che gli sfondò mezzo le costole.
– Cristo! – borbottò. – Cristo, che pugno! – E gli altri sghignazzavano.
– Io non ho paura di voi né di nessuno! – rispose lei. – Né di me? – E neppure di me? – E di tutti e tre insieme? – E se vi pigliassimo per forza? – Allora si guardarono intorno per la campagna, dove non si vedeva anima viva.
– O il suo amoroso – disse il Pigna per mutar discorso – o il suo amoroso come va che l'ha lasciata partire?
– Io non ne ho – rispose lei.
– Davvero? Così bella!
– No, che non son bella.
– Andiamo, via! – E il Pigna si mise in galanteria, coi pollici nel giro del panciotto. – Perdio! se era bella! Con quegli occhi, e quella bocca, e con questo, e con quest'altro! – Lasciatemi passare – diceva ella ridendo sottonaso, con gli occhi bassi.
– Un bacio almeno, cos'è un bacio? Un bacio almeno poteva lasciarselo dare, per suggellare l'amicizia. Tanto, cominciava a farsi buio, e nessuno li vedeva. – Ella si schermiva, col gomito alto. – Corpo! che prospettiva! – Il Pigna se la mangiava con gli occhi, di sotto il braccio alzato. Allora ella gli si piantò in faccia, minacciandolo di sbattergli il paniere sul muso.
– Fate pure! picchiate sinché volete. Da voi mi farà piacere! – Lasciatemi andare, o chiamo gente! – Egli balbettava, con la faccia accesa: – Lasciatevelo dare, che nessun ci sente. – Gli altri due si scompisciavano dalle risa. Infine la ragazza, come le si stringevano addosso, si mise a picchiare sul sodo, metà seria metà ridendo, su questo e su quello, come cadeva. Poscia si diede a correre con le sottane alte.
– Ah! lo vuoi per forza! lo vuoi per forza! – gridava il Pigna ansante, correndole dietro.
E la raggiunse col fiato grosso, cacciandole una manaccia sulla bocca. Così si acciuffarono e andavano sbatacchiandosi qua e là. La ragazza furibonda mordeva, graffiava, sparava calci.
Carlo si trovò preso in mezzo per tentare di dividerli. Ambrogio l'aveva afferrata per le gambe onde non azzoppisse qualcheduno. Infine il Pigna, pallido, ansante, se la cacciò di sotto, con un ginocchio sul petto. E allora tutti e tre, al contatto di quelle carni calde, come fossero invasati a un tratto da una pazzia furiosa, ubbriachi di donna... Dio ce ne scampi e liberi!
Ella si rialzò come una bestia feroce, senza dire una parola, ricomponendo gli strappi del vestito e raccattando il paniere. Gli altri si guardavano fra di loro con un risolino strano. Com'ella si moveva per andarsene, Carlo le si piantò in faccia col viso scuro: – Tu non dirai nulla! – No! non dirò nulla! – promise la ragazza con voce sorda. Il Pigna a quelle parole l'afferrò per la gonnella. Ella si mise a gridare.
– Ajuto!
– Taci!
– Ajuto, all'assassino!
– Sta' zitta, ti dico!
Carlino l'afferrò alla gola.
– Ah! vuoi rovinarci tutti, maledetta! – Ella non poteva più gridare, sotto quella stretta, ma li minacciava sempre con quegli occhi spalancati dove c'erano i carabinieri e la forca. Diventava livida, con la lingua tutta fuori, nera, enorme, una lingua che non poteva capire più nella sua bocca; e a quella vista persero la testa tutti e tre dalla paura. Carlo le stringeva la gola sempre più a misura che la donna rallentava le braccia, e si abbandonava, inerte, con la testa arrovesciata sui sassi, gli occhi che mostravano il bianco. Infine la lasciarono ad uno ad uno, lentamente, atterriti.
Ella rimaneva immobile stesa supina sul ciglione del sentiero, col viso in su e gli occhi spalancati e bianchi. Il Pigna abbrancò per l'omero Ambrogio che non si era mosso, torvo, senza dire una parola, e Carlino balbettò:
– Tutti e tre, veh! Siamo stati tutti e tre!... O sangue della Madonna!...
Era venuto buio. Quanto tempo era trascorso? Attraverso la viottola bianchiccia si vedeva sempre per terra quella cosa nera, immobile. Per fortuna non passava nessuno di là. Dietro la pezza di granoturco c'era un lungo filare di gelsi. Un cane s'era messo ad abbaiare in lontananza. E ai tre amici pareva di sognare quando si udì il fischio del tramvai, che andavano a raggiungere mezz'ora prima, come se fosse passato un secolo.
Il Pigna disse che bisognava scavare una buca profonda, per nascondere quel ch'era accaduto, e costrinsero Ambrogio per forza a strascinare la morta nel prato, com'erano stati tutti e tre a fare il marrone. Quel cadavere pareva di piombo. Poi nella fossa non c'entrava. Carlino gli recise il capo, col coltelluccio che per caso aveva il Pigna. Poi quand'ebbero calcata la terra pigiandola coi piedi, si sentirono più tranquilli e si avviarono per la stradicciuola. Ambrogio sospettoso teneva d'occhio il Pigna che aveva il coltello in tasca. Morivano dalla sete, ma fecero un lungo giro per evitare un'osteria di campagna che spuntava nell'alba; un gallo che cantava nella mattinata fresca li fece trasalire. Andavano guardinghi e senza dire una parola, ma non volevano lasciarsi, quasi fossero legati insieme.
I carabinieri li arrestarono alla spicciolata dopo alcuni giorni; Ambrogio in una casa di malaffare, dove stava da mattina a sera; Carlo vicino a Bergamo, che gli avevano messo gli occhi addosso al vagabondare che faceva, e il Pigna alla fabbrica, là in mezzo al via vai dei lavoranti e al brontolare della macchina; ma al vedere i carabinieri si fece pallido e gli s'imbrogliò subito la lingua. Alle Assise, nel gabbione, volevano mangiarsi con gli occhi l'un l'altro, che si davano del Giuda. Ma quando ripensavano poi al cellulare com'era stato il guaio, gli pareva d'impazzire, una cosa dopo l'altra, e come si può arrivare ad avere il sangue nelle mani cominciando dallo scherzare.
A Santa Margherita, nella Casina del Canonico stavano recitando il Santo Rosario, dopo cena, quando all'improvviso si udì una schioppettata nella notte.
Il Canonico allibì, colla coroncina tuttora in mano, e le donne si fecero la croce, tendendo le orecchie, mentre i cani nel cortile abbaiavano furiosamente. Quasi subito rimbombò un'altra schioppettata di risposta nel vallone sotto la Rocca.
Gesù e Maria, che sarà mai? – esclamò la fante sull'uscio della cucina.
– Zitti tutti! – esclamò il Canonico, pallido come il berretto da notte. – Lasciatemi sentire.
E si mise dietro l'imposta della finestra. I cani si erano chetati, e fuori si udiva il vento nel vallone. A un tratto riprese l'abbaiare più forte di prima, e in mezzo, a brevi intervalli, si udì bussare al portone con un sasso.
Non aprite, non aprite a nessuno! – gridava il Canonico, correndo a prendere la carabina al capezzale del letto, sotto il crocifisso. Le mani gli tremavano. Poi, in mezzo al baccano, si udì gridare dietro il portone: – Aprite, signor Canonico; son io, Surfareddu! – E come finalmente il fattore dal pianterreno escì a chetare i cani e a tirare le spranghe del portone, entrò il camparo, Surfareddu, scuro in viso e con lo schioppo ancora caldo in mano.
– Che c'è, Grippino? Cos'è successo? – chiese il Canonico spaventato.
C'è, vossignoria, che mentre voi dormite e riposate, io arrischio la pelle per guardarvi la roba – rispose Surfareddu.
E raccontò cos'era successo, in piedi, sull'uscio, dondolandosi alla sua maniera. Non poteva pigliar sonno, dal gran caldo, e s'era messo un momento sull'uscio della capanna, di là, sul poggetto, quando aveva udito rumore nel vallone, dove era il frutteto, un rumore come le sue orecchie sole lo conoscevano, e la Bellina, una cagnaccia spelata e macilenta che gli stava alle calcagna. Bacchiavano nel frutteto arance e altre frutta; un fruscio che non fa il vento; e poi ad intervalli silenzio, mentre empivano i sacchi. Allora aveva preso lo schioppo d'accanto all'uscio della capanna, quel vecchio schioppo a pietra con la canna lunga e i pezzi d'ottone che aveva in mano. Quando si dice il destino! Perché quella era l'ultima notte che doveva stare a Santa Margherita. S'era licenziato a Pasqua dal Canonico, d'amore e di accordo, e il 1° settembre doveva andare dal padrone nuovo, in quel di Vizzini. Giusto il giorno avanti s'era fatta la consegna di ogni cosa col Canonico. Ed era l'ultimo di agosto: una notte buia e senza stelle. Bellina andava avanti, col naso al vento, zitta, come l'aveva insegnata lui. Egli camminava adagio adagio, levando i piedi alti nel fieno perché non si udisse il fruscio. E la cagna si voltava ad ogni dieci passi per vedere se la seguiva. Quando furono al vallone, disse piano a Bellina: – Dietro! – E si mise al riparo di un noce grosso. Poi diede la voce: – Ehi!...
– Una voce, Dio liberi! – diceva il Canonico – che faceva accapponar la pelle quando si udiva da Surfareddu, un uomo che nella sua professione di camparo aveva fatto più di un omicidio. – Allora – rispose Surfareddu – allora mi spararono addosso a bruciapelo – panf! — Per fortuna che risposi al lampo della fucilata. Erano in tre, e udii gridare. Andate a vedere nel frutteto, che il mio uomo dev'esserci rimasto.
– Ah! cos'hai fatto, scellerato! – esclamava il Canonico, mentre le donne strillavano fra di loro. – Ora verranno il giudice e gli sbirri, e mi lasci nell'imbroglio!
– Questo è il ringraziamento che mi fate, vossignoria? – rispose brusco Surfareddu. – Se aspettavano a rubarvi sinché io me ne fossi andato dal vostro servizio, era meglio anche per me, che non ci avrei avuto quest'altro che dire con la giustizia.
– Ora vattene ai Grilli, e di' al fattore che ti mando io. Domani poi ci avrai il tuo bisogno. Ma che nessuno ti veda, per l'amor di Dio, ora ch'è tempo di fichidindia, e la gente è tutta per quelle balze. Chissà quanto mi costerà questa faccenda; che sarebbe stato meglio tu avessi chiuso gli occhi.
– Ah no, signor Canonico! Finché sto al vostro servizio, sfregi di questa fatta non ne soffre Surfareddu! Loro lo sapevano che fino al 31 agosto il custode del vostro podere ero io. Tanto peggio per loro! La mia polvere non la butto via, no!
E se ne andò con lo schioppo in spalla e la Bellina dietro, ch'era ancor buio. Nella Casina di Santa Margherita non si chiuse più occhio quella notte, pel timore dei ladri e il pensiero di quell'uomo steso a terra lì nel frutteto. A giorno chiaro, quando cominciarono a vedersi dei viandanti sulla viottola dirimpetto, nella Rocca, il Canonico, armato sino ai denti e con tutti i contadini dietro, si arrischiò ad andare a vedere quel ch'era stato. Le donne strillavano: – Non andate, vossignoria!
Ma appena fuori del cortile si trovarono fra i piedi Luigino, che era sgattajolato fra la gente.
– Portate via questo ragazzo – gridò lo zio canonico. – No! voglio andare a vedere anche io! – strillava costui. E dopo, finché visse, gli rimase impresso inmente lo spettacolo che aveva avuto sotto gli occhicosì piccolo.
Era nel frutteto, fatti pochi passi, sotto un vecchio ulivo malato, steso per terra, e col naso color fuliggine dei moribondi. S'era trascinato carponi su di un mucchio di sacchi vuoti ed era rimasto lì tutta la notte. I suoi compagni nel fuggire s'erano portati via i sacchi pieni. Lì presso c'era un tratto di terra smossa colle unghie e tutta nera di sangue.
– Ah! signor canonico – biascicò il moribondo. –Per quattro ulive m'hanno ammazzato!
Il Canonico diede l'assoluzione. Poscia, verso mezzogiorno, arrivò il Giudice con la forza, e voleva prendersela col Canonico, e legarlo come un mascalzone. Per fortuna che c'erano tutti i contadini e il fattore con la famiglia testimoni. Nondimeno il Giudice si sfogò contro quel servo di Dio che era una specie di barone antico per le prepotenze, e teneva al suo servizio degli uomini come Surfareddu per campari, e faceva ammazzar la gente per quattro ulive. Voleva consegnato l'assassino morto o vivo, e il Canonico giurava e spergiurava che non ne capiva nulla. Tanto che un altro po' il Giudice lo dichiarava complice e mandante, e lo faceva legare ugualmente dagli sbirri. Così gridavano e andavano e venivano sotto gli aranci del frutteto, mentre il medico e il cancelliere facevano il loro ufficio dinanzi al morto steso sui sacchi vuoti. Poi misero la tavola all'ombra del frutteto, pel caldo che faceva, e le donne indussero il signor Giudice a prendere un boccone perché cominciava a farsi tardi. La fantesca si sbracciò: maccheroni, intingoli d'ogni sorta, e le signore stesse si misero in quattro perché la tavola non sfigurasse in quell'occasione. Il signor Giudice se ne leccò le dita. Dopo, il cancelliere rimosse un po' la tovaglia da una punta, e stese in fretta dieci righe di verbale, con la firma dei testimoni e ogni cosa, mentre il Giudice pigliava il caffè fatto apposta con la macchina, e i contadini guardavano da lontano, mezzo nascosti fra gli aranci. Infine il Canonico andò a prendere con le sue mani una bottiglia di moscadello vecchio che avrebbe risuscitato un morto. Quell'altro intanto l'avevano sotterrato alla meglio sotto il vecchio ulivo malato. Nell'andarsene il Giudice gradì un fascio di fiori dalle signore, che fecero mettere nelle bisacce della mula del cancelliere due bei panieri di frutta scelte; e il Canonico li accompagnò sino al limite del podere.
Il giorno dopo venne un messo del Mandamento a dire che il signor Giudice avea persa nel frutteto la chiavetta dell'orologio, e che la cercassero bene che doveva esserci di certo.
– Datemi due giorni di tempo, che la troveremo – fece rispondere il Canonico. E scrisse subito ad un amico di Caltagirone perché gli comprasse una chiavetta d'orologio. Una bella chiave d'oro che gli costò due onze, e la mandò al signor Giudice dicendo:
– È questa la chiavetta che ha smarrito il signor Giudice?
– È questa, sissignore – rispose lui: e il processo andò liscio per la sua strada, tantoché sopravvenne il 60, e Surfareddu tornò a fare il camparo dopo l'indulto di Garibaldi, sin che si fece ammazzare a sassate in una rissa con dei campari per certa questione di pascolo. E il Canonico, quando tornava a parlare di tutti i casi di quella notte che gli aveva dato tanto da fare, diceva a proposito del Giudice d'allora:
– Fu un galantuomo! Perché invece di perdere la sola chiavetta, avrebbe potuto farmi cercare anche l'orologio e la catena.
Nel frutteto, sotto l'albero vecchio dove è sepolto il ladro delle ulive, vengono cavoli grossi come teste di bambini.
– Così andava dicendo compar Menico, a ogni conoscente che incontrava, salutandolo « Viva Maria! » – Il paesetto rideva là al sole, col campanile aguzzo fra il grigio degli ulivi.
– Cosa ci portate a casa, per le feste? – gli chiese il vetturale che gli andava accanto sul basto dondoloni.
– Quel che dà la provvidenza, – rispose compare Menico ridendo fra di sé. La bisaccia per la salita non gli pesava, tanto aveva il cuore leggiero, e gli facevano allegria financo i passeri che si lisciavano le penne, gonfi dal freddo, sulle spine della siepe. La strada ora gli sembrava lunga, dopo tanto tempo.
– È vostra moglie che vi aspetta? – gli disse il vetturale. Compare Menico fece cenno di sì, ridendo sempre fra di sé.
La casa era in fondo al paese. Passò la piazza; passò la beccheria, dove c'era gente che comprava carne; e da per tutto, a ogni cantonata, gli altarini parati a festa, cogli aranci e le ostie colorate. Nelle case il suono delle cornamuse metteva allegria.
In fondo al vicoletto del Gallo si udiva un gridìo di ragazzi che giuocavano alle fossette, colle mani rosse. Compar Menico guardava la finestra, da lontano, per vedere se sua moglie l'aspettava. Ma la finestra era chiusa. C'erano comare Lucia a sciorinare il bucato, e comare Narcisa, che filava al ballatoio per fare la gugliata lunga. Lo sciancato andava zoppiconi a raccogliere le galline che fuggivano schiamazzando.
Compare Menico posò la bisaccia, che gli pesava, e sedette ad aspettare accanto all'uscio chiuso, senza accorgersi delle vicine che ridevano dei fatti suoi, nascoste dietro l'impannata. Aspetta e aspetta, infine lo zio Sandro mosso a compassione gli si accostò passo passo, col fare indifferente e le mani dietro la schiena.
Dopo un pezzetto che stavano seduti accanto colle gambe larghe, guardando di qua e di là, lo zio Sandro domandò:
– Che aspettate la zia Betta, compar Menico?
– Sissignore, vossignoria. Son venuto a fare il Natale.
E vedendo che avrebbe aspettato fino al giorno del giudizio, lo zio Sandro si decise a dirgli:
– O che non sapete nulla, dunque?
– Nossignore, zio Sandro. Che cosa devo sapere?
– Che vostra moglie se n'è andata con Vito Scanna, e si è portata via la chiave.
Compare Menico lo guardò stupefatto, grattandosi la testa. Quindi balbettò:
– E dove se n'è andata?
– Io non lo so, compare Menico. Credevo che lo sapeste.
– Nossignore, io non sapevo niente, – rispose il poveraccio ripigliando la bisaccia. – Non sapevo che mi aspettava a casa questo bel regalo, la festa di Natale.
Tutto il vicinato si scompisciava dalle risa, vedendo compare Menico che s'era fatta dare una scala per entrare dal tetto in casa sua, peggio di un ladro. Egli stette rintanato in casa, festa e vigilia, senza aver animo di mettere il naso fuori.
– Questa eh'è la maniera di fare, servo di Dio? – gli diceva comare Senzia la vedova. – La grazia di Dio che lasciate andare a male, tali giornate! e il crepacuore che covate per dar gusto ai vostri nemici!
Egli non sapeva che dire, in verità; ora il compassionarlo che faceva la zia Senzia lo inteneriva, in mezzo a tutto quel ben di Dio che c'era in casa.
– Che gli mancava, gnà Senzia, ditelo voi? che gli mancava a quella buona donna per farmi questo tradimento?
– Noialtre donne, compare Menico, ci meriteremmo il castigo di Dio, – rispondeva comare Senzia.
Quella era veramente una buona donna, che aveva cura del poveraccio, abbandonato al pari di un orfano, e gli teneva la chiave della casa allorché compare Menico se ne fu tornato in campagna come se le feste per lui non ci fossero mai state.
Lì, nel maggese, gli giungevano altre notizie della moglie: – L'abbiamo vista alla fiera di Mililli. – Vito Scanna se l'è portata a incartar limoni nei giardini di Francofonte. – Tutti gli facevano la predica: – La moglie giovane non va lasciata sola, compare Menico!
Infine il torto cadeva su di lui. In giugno, colla schiera dei mietitori assoldati dal capoccia, giunse al podere anche Vito Scanna, tutto cencioso, senz'altro bene che la sua falce.
– Guardate che non voglio scene fra di voi! — raccomandò il fattore. – Ciascuno al suo lavoro, com'èdovere.
Sicché gli toccò anche vedersi Scanna mattina e sera sotto il naso, mangiare e bere e cantare come la cicala, nelle ore calde, per non sentire il sole. Un giorno che il sole gli scaldò la testa a tutti e due, e volevano bucarsi la pancia colla forca, per amore di quella donna, il fattore li minacciò di scacciarli su due piedi, e convenne aver pazienza. Certo è che Betta doveva fare la mala vita, ora che Vito Scanna l'aveva abbandonata.
Il Signore l'aveva castigata, come soleva dire comare Senzia. Zio Menico portava a casa vino, olio, frumento, al par della formica, nella casa senza padrona, dove la zia Senzia si godeva tutto.
– Solo come un cane non posso starci; – diceva lui, il poveraccio, per scolparsi. – Chi baderebbe alla casa e mi farebbe cuocere la minestra?
Il curato, servo di Dio, cercava di toccargli il cuore, e far cessare lo scandalo, ora che sua moglie era sola e pentita. –
Aprite le braccia e perdonatele, come al Figliuol Prodigo, adesso che s'avvicina il Santo Natale.
– Come posso vedermela di nuovo in casa, vossignoria, dopo il tradimento che mi ha fatto? – rispondeva lo zio Menico – senza pensare a Vito Scanna, chestavamo per ammazzarci colla forca, Dio liberi, alla messe!
Dall'altro canto comare Senzia, che mangiava la foglia, ogni volta che vedeva lo zio Menico parlare col curato, gli faceva un piagnisteo, lamentandosi che volevano abbandonarla nuda e cruda in mezzo a una strada.
– Allora vedrete che il castigo di Dio vi sta sul capo, – conchiudeva il prete. – E la gente a sparlare dilui, che si ostinava a vivere nel peccato, come una bestia.
Il castigo di Dio lo colse infatti a Ragoleti con una febbre perniciosa, peggio di una schioppettata. Lo portarono in paese su di un mulo, che aveva già la morte sulla faccia. Sua moglie allora corse insieme al viatico, colla faccia pallida e torva, e siccome la zia Senzia era ancora lì, umile e atterrita, si mise i pugni nei fianchi, e la scacciò di casa sua come una mala bestia.
Ora ella era la padrona. Compare Menico in un angolo non parlava e non contava più. Appena chiusi gli occhi, la vigilia dell'Immacolata, sua moglie si vestì di nero da capo a piedi, senza perdere un minuto.
E coi vicini, i quali si erano accostati, in occasione della disgrazia, parlavano spesso del morto, poveretto, che aveva lavorato tutta la vita per fare un po' di roba, e grazie a Dio, lasciava la vedova nell'agiatezza. Ma quando Vito Scanna tornava a ronzarle attorno, vestito di nuovo, come un moscone, essa si faceva la croce e gli diceva: – Via di qua, pezzente!
Il sermone del Paradiso chiudeva il corso degli esercizi spirituali per le monache, dopo la sottile analisi delle colpe recondite, la fosca descrizione del gastigo, e gli anatemi contro il peccato. La voce del predicatore adesso levavasi alta ed esultante nel sole di Pasqua che scintillava sulle dorature della volta. Giù in chiesa una dozzina di donnicciuole pregavano inginocchiate dinanzi all'altare della Vergine splendente di ceri. Dietro la grata del coro biancheggiavano confusamente i soggoli e i visi delle suore impalliditi nella clausura e nella penitenza; luccicavano degli occhi perduti nell'estasi di visioni luminose. La voce del misionario, grave e calda, scendeva ai toni bassi come una confidenza e una carezza, saliva trionfante come un inno, modulava i pensieri e le aspirazioni di tutte quelle vergini tentate e sbigottite dal mondo, andava a ricercare le più intime fibre di quei cuori chiusi nelle sacre bende e li faceva palpitare avidamente, aveva tutti gli slanci, le trepidazioni, come dei sospiri d'amore e d'estasi che morivano ai piedi della croce, e facevano intravvedere quasi un balenìo d'ali iridiscenti, dei brividi di carni rosee di cherubini che passavano fra nuvole trasparenti, in un'aureola, in ampie distese color di cielo e color d'oro. L'uomo era tutto in quella voce, in quell'inno, in quella letizia: il viso scorgevasi appena, come trasfigurato, nell'ombra del pulpito: degli occhi luminosi, ardenti di fede, pieni di visioni celesti, il viso pallido ed ascetico, immateriale, il segno austero della tonsura sui capelli giovanili, e la mano bianca ed immacolata che accennava, essa sola in luce, fuori della nicchia scura, e pareva stendersi verso le peccatrici, per sollevarle al cielo in un amplesso di perdono e d'affetto, dopo essersi levata minacciosa a fulminare, dopo esser scesa a frugare nei cuori, dopo aver sentito palpitare la tentazione, e i fremiti e le ribellioni della carne. Ora quella mano facevasi lieve, morbida e carezzevole, al pari della voce che addolcivasi in un mormorio affettuoso e in una promessa soave, nella quale passava l'alito caldo di carità, di pietà immensa, e si umiliava, e implorava, e facevasi complice delle povere anime turbate e derelitte, per incoraggiarle, sostenerle e attirarle a Dio.
Egli parlava rivolto al coro, quasi attratto anch'esso dalla simpatia ardente che vi destava, come indovinasse i cuori che rispondevano al suo e gli si aprivano sitibondi. Ivi pure delle teste tonsurate si chinavano, delle labbra tremavano commosse, dei veli candidi palpitavano sui seni incontaminati, sfiorati soltanto dai fremiti che sorgono dalle tenebre, nelle notti irrequiete e paurose.
Il sagrestano s'alzò d'appiè del pulpito e andò ad accendere le altre candele dell'altare – una gloria di fiammelle tremolanti, delle goccie di splendore nella mattinata limpida, nella gaiezza primaverile, nel profumo dei fiori e dell'incenso, nel suono grave dell'organo che levavasi dalle profondità misteriose del coro – un canto alato, un inno di grazie e di gloria che irrompeva, e libravasi al cielo trionfante. Fra le monache raccolte nel coro una voce bella e fresca intuonò il Tantum ergo, una voce di donna che sembrava cantare la giovinezza, l'amore, i sogni, l'azzurro, i fiori e la vita in quell'inno religioso, una voce che aveva le lagrime, le estasi, i sorrisi, la gioventù, la bellezza, e li deponeva trepidante ai piedi dell'altare. Il frate orava in ginocchio, a capo chino. Sembrava che a quel canto si riverberassero delle sfumature rosee sulla nuca bianca d'adolescenza casta e prolungata. Egli stesso sembrava quasi immateriale fra le pieghe molli della tonaca nera che cadeva sui gradini dell'altare, simile a una veste muliebre. Poi sorse un'irradiazione abbagliante, una gloria di raggi che eclissò, nell'aureola dell'ostensorio gemmato, l'uomo segnato dalla stola d'oro, come in una croce, sulla cotta spumante di trine al pari di un abito da sposa. Tutte le teste si prostrarono umiliate. Le campane squillarono alte in un coro festante, insieme alle note gravi e sonore dell'organo che vibravano sotto la volta dorata della chiesa, irrompevano dalle finestre dipinte, pel cielo azzurro, nella primavera gioconda, sotto il sole radioso, mentre il canto moriva in un'estasi sovrumana.
Suor Crocifissa era rimasta accanto all'organo, colle mani ancora erranti sulla tastiera, le labbra palpitanti dell'inno d'amore mistico, smarrita nella visione interiore di quegli splendori che alla sua anima esaltata dalla musica, dalla reclusione, dal digiuno, dal cilicio e dalla preghiera in comune recavano uno sgomento e una dolcezza nuova della vita, un turbamento degli echi e degli incitamenti che venivano a morire sotto le mura del convento colla canzone errante, coi rumori del vicinato, colla carezza della luna che entrava dall'alta inferriata a posarsi sul lettuccio verginale, e tentava il mistero pudibondo della cella solitaria, e vi destava le curiosità timide, le fantasie vagabonde, e gli scrupoli vaghi che annidavansi nell'ombra. Ella sentiva ora una bramosia calda, un desiderio quasi carnale di mondarsi l'anima e lo spirito di quelle allucinazioni peccaminose, di difendersi dal mondo, di agguerrirsi contro la tentazione, coll'aiuto di quell'uomo il quale discerneva la via della colpa coi suoi occhi luminosi e insinuavasi nei cuori colla voce soave, e scacciava il peccato colla mano fine e bianca, e parlava dell'amore eterno con accento d'innamorato. – Accostarsi a lui, essere con lui, confondersi in lui. – Avere in quell'uomo purificato dal sacramento il consigliere, il conforto, l'amico, il confidente, il perdono, la verità e la luce.
Una suora la toccò dolcemente sull'omero. Ella si scosse e la seguì vacillante, cogli occhi ardenti di fede, premendo colle mani ceree in croce sul seno il cuore che sbigottiva di passione, chinando il capo umiliato dall'umana miseria nella benda che chiudeva le trecce recise e incorniciava il viso di un'altra bianchezza fredda, sbattuta, stirata d'angoscia, illividita da vigilie tormentose, come la sua povera anima sbigottita, e chiese alla superiora il permesso di confessarsi al predicatore. L'abbadessa acconsentì, alzando la mano a benedire, leggendo forse le stesse inquietudini dolorose che avevano provato la sua giovinezza trascorsa in quelle sopracciglia lunghe e nere, e in quelle labbra dolorose, soltanto vive nel viso mortificato ed austero.
Lì, attraverso la grata del confessionario che aguzzava il mistero e rincorava la coscienza trepida, aprirgli il cuore, tutto, coi suoi palpiti, colle sue angoscie, coi suoi pudori. Parlare d'amore con lui, parlargli di colpa e di perdizione, dirgli quello che non avrebbe osato mormorare sottovoce, da sola, ai piedi del crocifisso muto. Udire il suono delle proprie parole, colla fronte ardente su quella grata di ferro dietro alla quale lui ascoltava. Intravvedere il riflesso dei propri pensieri, delle proprie allucinazioni, dei propri terrori su quella testa china. Vedere arrossire e impallidire del pari quella fronte pura. Aver lì, sotto il proprio anelito concitato quel sacerdote, quella coscienza, quell'intelletto, quella carità, quel turbamento, quella simpatia, quell'uomo, trasfigurato dall'abito sacro, legato dal cingolo indissolubile, segnato fra gli eletti della tonsura religiosa, agitato al par di lei, sbigottito come lei, palpitante come lei, mentre la sua voce velata giungeva a lei come attraverso la lapide di una tomba, per consigliare, per sorreggere, per consolare, sommessa, confidente, nel mistero, nel secreto delizioso della chiesa deserta. E vederlo trasalire sotto l'angoscia della passione di lei, vederlo arrossire al riverbero della sua vergogna, vedere il soffio infocato della sua parola che implorava aiuto, scendere sino in fondo a quell'uomo, e destare in lui le debolezze istesse perché ne sentisse la miseria e la pietà, e rifiorirgli nei brividi e nei pallori improvvisi della carne. Sentirsi ricercare nel più profondo del cuore e delle viscere da quella voce dolce e insinuante, nel più vivo, nel segreto, dove s'annidavano e rabbrividivano pensieri, e desideri, e palpiti ch'essa stessa non avrebbe neppur sospettato – la confusione dolce, il rossore trepido, l'abbandono del pudore violentato, — e darsi tutta a lui come in uno smarrimento dei sensi. Scorgere in lui, nel consigliere, nel ministro, nel forte, la simpatia di quelle debolezze, la pietà di quei dolori; sentire nella sua voce commossa l'eco e il fascino trepido delle medesime inquietudini – con una tenerezza trepida per lui, maggiormente esposto al pericolo, votato alla lotta col peccato, solo nel mondo, nella tentazione, senza altra difesa che quell'abito che trasfigurava l'uomo, e il segno irrevocabile della tonsura come un marchio di castità sui suoi capelli castagni – con un desiderio materno di stringersi al petto quel viso impallidito e sbattuto dalle medesime angoscie, quel capo tonsurato in cui bollivano le stesse febbri, onde proteggerlo e difenderlo.
Egli ascoltava, raccolto, colla fronte velata dalla mano scarna, gli occhi vaghi e senza sguardo. Passavano dei bagliori di tanto in tanto in quegli occhi pensierosi, dei fantasmi che dileguavano dinanzi alla volontà severa, dei fremiti destati da quell'alito caldo e profumato di donna, dalla parola commossa, l'ombra di tutte le debolezze, di tutte le miserie, di tutti gli allettamenti, le effusioni, le dolcezze, gli struggimenti, le febbri, le estasi. Con lei rifaceva l'aspro cammino che avevano fatto verso la croce quei piedi delicati. Rivedeva la fanciullezza orfana, l'adolescenza precocemente mortificata, la gioventù scolorita e trista, l'agonia dello spirito e le ribellioni della carne. Fuori, il cielo azzurro, l'ampia distesa dei prati, il sole, la luce, l'aria, lontani, perduti in un mondo al quale non apparteneva più, — e la gran rinunzia di tutto ciò, per sempre! – E pensava qual'eco dovesse avere fra quelle mura claustrali la voce di un uomo o il pianto di un bambino, il brivido che doveva portarvi il profumo di un fiore o un raggio di primavera. – Le fronti pallide che trasalivano, gli occhi spenti che guardavano lontano, le labbra che mormoravano inconsciamente accenti desolati. E sentiva una grande pietà, una gran tenerezza per quelle povere anime che tendevano al cielo strette ancora fra i legami della terra, per quei gemiti d'agonia che si tradivano nella parola esitante e supplichevole, per quelle mani tremanti che si stendevano verso di lui, che cercavano di aggrapparsi alla vita, al perdono, alla fede, alla costanza, e che doveva lasciarsi cadere ai piedi, insensibile e inesorabile, che doveva abbandonare dietro di sé continuando sulla terra il suo pellegrinaggio d'apostolato, e scuotendo i lembi della sua tonaca perché non si contaminasse a quella seduzione, – anch'esso solitario, legato soltanto dalla disciplina dell'ordine alla fredda famiglia religiosa, senza genitori, senza casa, senza patria, passando sulla terra cogli occhi rivolti al cielo, fallendo se inciampava, se le spine del cammino gli insanguinavano le carni, o le voci del mondo penetravano nelle sue orecchie, se la vita batteva nelle sue arterie o tumultuava nel suo cuore, se la tentazione di quell'incognita, il ricordo di quella sconosciuta che si era data a lui in ispirito, in un momento di mistico abbandono, veniva a turbare la sua fantasia o a fargli tremare la preghiera sulle labbra.
Un campanello squillò. Il prete cinse la stola fulgida che lo sollevava dalla terra, e si accinse a comunicarla. Ella genuflessa dinanzi allo sportellino aperto della grata annichilivasi nella contemplazione degli splendori celesti che apriva la sfera d'oro. Un languore soave, una calma infinita, una dolcezza ineffabile per tutto l'essere: la battaglia vinta, il cuore librantesi nella fede, il conforto, la forza, l'ardore di quell'ostia consacrata che scendeva nel suo petto e si confondeva col suo sangue – l'ostia che le posava lui stesso sulle labbra trepide, colle mani trepide, mormorando soavemente le parole sacramentali, chinando gli occhi, dolci, come velati da una visione interiore nelle occhiaie profonde e misteriose, sul viso sbattuto ed emaciato anch'esso. – Egli la vide quel momento solo, in quell'abbandono, in quella bramosia arcana, in quell'estasi, colle pupille smarrite, il viso trasfigurato, in un'irradiazione candida di veli, sporgendo le labbra avide e innamorate.
Essa chinò il capo, nell'atto di ringraziamento, in un torpore e in uno sfinimento delizioso di tutta sé stessa. La chiesa tornò vuota e silenziosa come una tomba.
Il missionario era andato via per sempre, continuando il suo viaggio di carità, lasciando a lei la benedizione di quella pace e di quella fede. Essa lo accompagnava col pensiero per strade e per paesi sconosciuti; vedeva ancora quegli occhi dolci, quel viso emaciato, quella tonaca fluttuante dietro la sua persona esile, in altre chiese risonanti della sua parola, dinanzi ad altre monache palpitanti; lo seguiva nei rumori che giungevano dalla via, nelle notti stellate, nel cielo che stendevasi al di là delle inferriate claustrali. Era un grande sconforto, un isolamento più tristo, come un abbandono. Poi, quando la sua coscienza inquieta cominciò a ridestarsi, pregò una delle sorelle anziane che aveva sofferto e dubitato come lei d'intercedere presso l'antico confessore, il quale si rifiutava a confessarla geloso che essa gli avesse preferito una volta il predicatore di passaggio. Era un vecchio incanutito nel confessionario, con dei grandi occhi chiari e penetranti, abituati a guardare nelle tenebre dei cuori, e il pallore delle lunghe confidenze e delle attese pazienti sulle guancie incavate.
– No. Io non servo di ripiego... M'ha messo da banda una volta; si cerchi un altro confessore...
– Ma essa aveva sempre la speranza...
– Speranza si chiama vossignoria. Essa chiamasi suor Crocifissa.
Una sera di vento e pioggia, vero tempo da lupi, Lollo capitò all'improvviso a casa sua, come la mala nuova. Picchiò prima pian piano, sporse dall'uscio la faccetta inquieta, e infine si decise ad entrare, giallo al par dello zafferano, e tutto grondante d'acqua.
Fuori l'ira di Dio – lui con quella faccia, e a quell'ora insolita: – sua moglie, poveretta, cominciò a tremare come una foglia, ed ebbe appena il fiato di biascicare:
– Che fu?... che avvenne?...
Ma Lollo non rispose nemmeno – crepa. – Uomo di poche chiacchiere, specie quando aveva le lune a rovescio. Masticò sa lui che parole tra i denti, e seguitò a guardare intorno cogli occhietti torbidi. Il lume era sulla tavola, il letto bell'e rifatto, tanto di stanga all'uscio di cucina dove polli e galline, spaventati anch'essi pel temporale, certo, facevano un gran schiamazzo, tanto che la donna diveniva sempre più smorta, e non osava guardare in faccia il marito.
– Va bene – disse lui. – In un momento mi sbrigo.
Appese a un chiodo lo scapolare, posò sulla tavola l'agnella che ci aveva sotto, così legata per le quattro zampe, e sedè a gambe larghe, curvo, colle mani ciondoloni fra le cosce, senza dir altro. La moglie intanto gli metteva dinanzi pane, vino, e la pipa carica anche, che non sapeva più quel che si facesse, in quel turbamento.
– A che pensi? Dov'hai la testa? – brontolò Lollo. – Una cosa alla volta, bestia!
Masticava adagio, facendo i bocconi grossi, colle spalle al muro e il naso sulla grazia di dio. Di tanto in tanto volgeva il capo, e dava un'occhiata all'agnella, che cercava di liberarsi belando e picchiava della testa sulla tavola.
– Chetati, chetati! – borbottò Lollo infine. – Chetati, che ancora c'è tempo.
– Ma che volete fare? Parlate almeno!
Egli la guardò quasi non avesse udito, con quegli occhietti spenti che non dicevano nulla, accendendo la pipa tranquillamente, tanto che la povera donna smarrivasi sempre più, e a un tratto si buttò ginocchioni per slacciargli le cioce fradice.
– No, – disse lui, respingendola col piede. – No, torno ad uscire.
– Con questo tempo? – sospirò lei, tirando un gran respiro.
– Non importa il tempo... Anzi!... anzi!...
Quando parlava così con la faccia squallida, e gli occhi falsi che vi fuggivano, quell'omettino magro e rattrappito faceva proprio paura – in quella solitudine – con quel tempaccio che non si sarebbe udito « Cristo, aiutami! ».
La moglie sparecchiava in silenzio. Lui fumava e sputacchiava di qua e di là. A un tratto la gallina nera si mise a chiocciare, malaugurosa.
– S'è visto oggi Michelangelo? – domandò Lollo.
– No... no... – balbettò sua moglie, che fu a un pelo di lasciarsi cader di mano la grazia di dio.
– Gli ho detto di scavare la fossa... Una bella fossa grande... L'avrà già fatto.
– Oh, Gesummaria! Perché?... perché?...
– C'è un lupo... qui vicino... voglio pigliarlo.
Ella, istintivamente, volse una rapida occhiata all'uscio della cucina e fissò gli occhi smarriti in volto al marito, che non la guardava neppure, chino sulla sua pipa, assaporandola, quasi assaporasse già il piacere di cogliere la mala bestia. Ella, facendosi sempre più pallida, colle labbra tremanti, mormorava: – Gesù!... Gesù!...
– Non aver paura. Voglio pigliarlo in trappola... senza rischiarvi la pelle... Ah, no! Ah, no! sarebbe bella!... con chi viene a rubarvi il fatto vostro... rischiarvi la pelle anche! Ho già avvisato Zango e Buonocore. Ci hanno il loro interesse pure.
Fosse il vinetto che gli scioglieva la lingua, o provasse gusto a rimasticare pian piano la bile che doveva averci dentro, non la finiva più, grattandosi il mento rugoso, appisolandosi quasi sulla pipa, ciarlando come una vecchia gazza:
– Vuoi sapere come si fa?... Ecco: Gli si prepara il suo bravo trabocchetto... un bel letto sprimacciato di frasche e foglie... l'agnella legata lì sopra, che lo tira la carne fresca, il mariolo!... e se ne viene come a nozze al sentire il belato e la carne fresca... Col muso al vento, se ne viene, e gli occhi lucenti di voglia... Ma appena cade nella trappola poi, diventa un minchione, che chi gliene può fare, gliene fa: sassi, legnate, acqua bollente!
L'agnella, come se capisse il discorso, ricominciò a belare, con una voce tremola che sembrava il pianto di un bambino e toccava il cuore. Sobbalzava di nuovo a scosse, rizzando il capo, e tornava a batterlo sulla tavola come un martello.
– Basta! basta, per carità! – esclamò la donna, giungendo le mani, quasi fuori di sé.
– No, l'agnella non la tocca neppure, appena si trova in trappola con essa... Le gira intorno, nella buca, gira e rigira, tutta la notte, per cercar di fuggirla anche... la tentazione... Come capisse ch'è finita e bisogna domandar perdono a Dio e agli uomini... Bisogna vederlo, appena spunta il giorno, con quella faccia rivolta in su, che aspetta i cani e i cacciatori, con gli occhi che ardono come due tizzoni...
Si alzò finalmente, adagio adagio, e si mise a girondolare per la stanza, come un fantasma, strascinando le cioce fradice, frugacchiando qua e là, col lume in mano.
– Ma che cercate? Che volete? – chiese la povera moglie, annaspandogli dietro affannata.
Egli rispose con una specie di grugnito e cacciò il lume sotto il letto.
– Ecco, ecco, l'ho trovato.
Il turbine in quel momento parve portarsi via la casa. Uno scompiglio che si udiva in cucina: la donna che strillava, attaccata all'uscio: una ventata soffiò sul lume d'un tratto, e buona notte.
– Santa Barbara! Santa Barbara!... Aspettate... Cerco gli zolfanelli... Dove siete? Dove andate? Rispondete almeno!
– Zitta – disse Lollo ch'era corso a stangare la porta di fuori. – Zitta. Non ti muovere, tu. – E si diede a battere l'acciarino sull'esca, verde come lo zolfanello che aveva acceso, tanto che alla povera moglie tremava il lume in mano. Egli tornò a girondolare cheto cheto. Prese un bastoncello di rovere; lo intaccò da un capo e vi legò una funicella di pelo di capra. La moglie, che l'erano tornati gli spiriti vitali al veder dileguarsi il temporale, e mostrava di stare attenta anzi a quel lavoro, coi gomiti sulla tavola, e il mento fra le mani, volle sapere: – Che è questo?
– Questo?... Che è questo? – mugolò lui, soffiando e fischiettando. – Questo è il biscotto per chiudere la bocca al lupo... Ce ne vorrebbe un altro per te, ce ne vorrebbe! Ah, ah... Ridi adesso?... T'è tornato il rossetto in viso?... Voi altre donne avete sette spiriti come i gatti...
Essa lo guardava fisso fisso, per indovinare quel che covasse sotto quel ghigno; gli si strusciava addosso, proprio come una gatta, col seno palpitante, e il sorriso pallido in bocca.
– Sta' ferma, sta' ferma, che fai versare l'olio... l'olio porta disgrazia...
– Sì, che porta disgrazia! – proruppe lei. – Ma che avete infine? parlate!
To'! To'! Ecco che vai in collera ora!... Le sai tutte, le sai!... Vuoi sapere anche come si fa a pigliarlo? Ecco qua: gli si cala questo gingillo nella buca; il lupo, sciocco, l'addenta; allora, lesto, gli si passa la funicella all'altro capo del bastone, e si lega dietro la testa. L'affare è fatto. Dopo il lupo potete prenderlo e tirarlo su perché non fa più male!... E ne fate quel che volete... Ma bisogna aspettare a giorno chiaro... Ora vo a preparare la trappola...
– V'aspetto dunque? Tornate?
Lollo andò a staccare lo scapolare grugnando: –Uhm!... uhm!... – E tornò a prendere l'agnella. – Vedremo... Il gusto è a vederlo in trappola... che ne fate poi quel che volete... senza dar conto a nessuno... Anzi vi danno il premio al municipio!... Tu sta' cheta, sta' cheta – ripete mettendosi l'agnella sotto il braccio. – Sta' cheta che il lupo non ti tocca. Ha da pensare ai casi suoi, piuttosto.
Uscì così dicendo, senza dar retta alla moglie, e chiuse l'uscio di fuori.
– Che mi chiudete a chiave? – strillò la donna picchiando dietro l'uscio. – Eh? che fate?
Lollo non rispose e si allontanò tra l'acqua e il vento. – Oh Vergine santissima! – esclamò la poveretta aggirandosi per la stanza colle mani nei capelli.
S'aprì invece l'uscio della cucina e comparve Michelangelo, pallido come un morto, e che non si reggeva in piedi.
– Presi!... Siamo presi! – balbettò lei con un filo di voce. – Ci ha chiusi a catenaccio!
L'altro, senza rispondere, correva di qua e di là in punta di piedi, proprio come un lupo colto in trappola, pallido, stralunato, tentando la porta e l'inferriata della finestra. Poi sollevò la tavola come un fuscello, e la mise sul letto, e sopra la tavola uno sgabello, e vi s'arrampicò come un gatto cercando di arrivare al tetto, colle braccia disperate. Infine si arrese, trafelato, guardando bieco la complice, e le disse una parolaccia.
– Ah! – scattò allora su lei, colle mani ai fianchi. – È questa la ricompensa?
– Zitta! – esclamò lui spaventato, chiudendole la bocca colla mano. – Zitta!... Non vedi che abbiamo la morte sul collo?
– Doveva cogliermi un accidente, quando mi siete venuto fra i piedi! – seguitò a sbraitare la donna. – Doveva coglierci una febbre maligna!
– Ssss!... – fece lui colle mani e la voce stizzosa. – Ssss!...
Si udiva soltanto il vento, e l'acqua che scrosciava sul tetto. Lei si teneva il capo fra le mani, e lui stava a guardarla inebetito.
– Ma che disse? Che fece? – biascicò infine lui.
– Alle volte... ci è parso perché siamo in sospetto...
– No!... – rispose la moglie di Lollo. – È certo! È certo che sapeva!...
– E allora?... Allora?... – balbettò Michelangelo, tornando ad alzarsi come fuori di sé.
Il lume, a cui mancava l'olio, cominciava a spegnersi. Egli furioso scuoteva di nuovo porta e finestra, rompendosi le unghie per scalzar l'intonaco mugolando come una bestia presa al laccio.
– Ave Maria, aiutatemi voi! – supplicava invece la donna.
Il lume si spense finalmente. Egli si volse allora brancolando verso la donna, con la voce sorda: – Ma che farà adesso vostro marito?... Tornerà qui?...
E senza aspettare la risposta, udendo le preghiere che biascicava la poveretta:
– Prima dovevi dire le avemarie... Prima!...
E cominciò a sfogarsi dicendole ogni sorta d'improperi.
Nel carrozzone dei profughi, due povere donne sedute accanto, col fagotto della roba che avevano avuto al Municipio sulle ginocchia, si narravano i loro guai. Anzi una non parlava più; guardava nella folla con certi occhi stralunati, quasi cercando la figlia che le avevano detto fosse stata salvata da un giovanotto quando trassero anche lei dalle fiamme e dalle macerie. Una ragazza bella come il sole, che chi l'aveva vista una volta l'avrebbe riconosciuta fra mille. L'avevano vista rifugiata sotto un portone – tra i feriti del Savoia – alla stazione. Tutti l'avevano vista fuori che lei! Dalla stazione aveva visto soltanto la sua casa che bruciava, per due ore, sinché il treno stette lì. E ora, mentre cercava la sua creatura, fra la gente, da otto giorni, e pensava a lei che forse la cercava e chiamava aiuto, vedeva ancora quella distruzione e quell'incendio come un rifugio, una disperata certezza.
– Ora son sola – diceva l'altra. – Quando incontrai mio marito, qui, per caso, salvo anche lui, non mi pareva vero. Ma avevo tre figli: una maritata, colla grazia di Dio, e il maggiore che mi portava a casa già la sua giornata... Tutti! Tutti!... Io mi ero alzata appunto pel più piccolo ch'era malato, quando successe il terremoto. Il Signore non mi volle.
Ne parlava tranquillamente, colla faccia gialla e la testa fasciata.
– Ora, quando lui sarà guarito andremo in America. L'altra alzò gli occhi, soltanto, e la guardò.
– Certo. Che faremo qui?
– In America? – disse un altro profugo. – Non sapete che vita da cani! Peggio dei cani li trattano i cristiani!
Ella a sua volta guardò sbigottita l'altro, come a ripetere: – Che faremo qui?
– Qui siamo nati: qui sono le pietre delle nostre case! dissero gli altri.
Mi sembra ancora di vederla quella figura sconvolta, uomo o donna, non so. Rammento solo due occhi pazzi e una bocca spalancata, enorme, urlando forse nel gridìo generale, nera anch'essa, ma di un pallore cadaverico. Dibattevasi per farsi largo nella ressa dei profughi giunti con le prime corse, che si accavallavano sul balcone del Municipio all'arrivo di altre barelle e di altri carrozzoni che portavano altri profughi e altri gemiti. Ad un tratto vide, riconobbe qualcuno nella sfilata tragica, laggiù in fondo alla piazza. Si spinse innanzi disperatamente, quasi volesse buttarsi giù e si mise a chiamare, a gridare, a chiedere chissà? un nome, una notizia di vita o di morte, qualcosa che l'altro soltanto poteva udire e comprendere in quel frastuono immenso, dall'altra estremità della piazza immensa, urlando. E l'altro, di laggiù, vide lei sola, in quel formicolìo umano, udì, indovinò il nome e la domanda ansiosa, e rispose certo con una parola, un segno che al di sopra della folla, della confusione, del frastuono giunsero diritti a lei, che si cacciò le mani nella criniera arruffata, senza una parola, senza un grido, e cadde, scomparve nell'ondata di altri che gridano e chiamano ansiosi, dolorosamente egoisti.
A FEDERICO DE ROBERTO
A te, e per te solo, caro Federico, quest'ultimo raccontino, scritto quasi sotto la dettatura del comune amico che ricordava, fra le risate del crocchio più che maturo, quelle scenette tragicomiche dove spesso vanno a finire i sogni e le illusioni della vita, come in queste paginate le aspirazioni letterarie del tuo
G.V.
La capanna stavolta era l'Albergo della Stella. Quando vi giunsi, fra quelle quattro case arrampicate in cima al monte, dopo una giornata afosa nelle bassure della zolfara, mi parve di essere davvero nelle stelle, all'ombra della tettoia sgangherata che faceva da angiporto.
– Una stanza? – uscì a dire l'ostessa asciugandosi il sugo di pomidoro dalle braccia. – Ma ci abbiamo tutta la compagnia.
– Oh!
– Sicuro, quella delle operette. Però, se si contenta della mia...
Passando pel baraccone tutto a scompartimenti come una stalla, vidi infatti una bella giovane che si rizzò lesta dal tavolato dov'era distesa, e mi salutò arrossendo un poco anche sotto il rossetto della sera innanzi.
Dovetti accontentarmi, poiché non ci era altro, della stamberga con tanto di letto matrimoniale dell'ostessa, e mentre essa apparecchiava un po' di tavola « per quel che c'era », si udì un baccano dalla parte della compagnia.
– È la lavandaia che viene a fare le solite scenate, – disse l'ostessa. – Gente senza educazione. Ora vo a dire che ci sono dei forestieri.
Ma fu inutile, e il diavoleto peggio di prima. Appena fui seduto per mandar giù « un po' di quel che c'era », comparve sull'uscio la ragazza della compagnia.
– Scusi. Avrebbe, per caso, due lire e settantacinque di spiccioli, in piacere?
– Ecco.
– Grazie. Ora torno.
Tornò infatti, collo stesso risolino di palcoscenico.
– Che vuole? Scusi tanto. I nostri comici sono tutti fuori. Appena tornano...
– Oh, faccia a suo comodo.
– Buon appetito allora – disse sorridendo anche al piatto che recava l'ostessa.
– E a lei pure, giacché vedo ch'è l'ora.
– Oh, noi... I nostri uomini sono stati invitati a fare una scampagnata dai signori del paese...
– Se vuol favorire dunque...
– Anzi... Molto gentile. Se permette, lo dico anche alla mia amica ch'è napoletana e le piacciono tanto gli spaghetti.
– Tanto piacere anche la sua amica napoletana.
– Vedremo se ci portano almeno dei fiori dalla loro scampagnata.
– Quelli sì, perché non si mangiano.
Che delizia! – sospirò allora la diva. – Che paesaggi avete da queste parti... sotto questo sole!...
– A chi lo dice!
– No? Non è del paese lei?
– È che l'ho avuto tutto il giorno sulla testa, quel sole!
Dopo gli spaghetti venne del baccalà, poi delle ova sode, poi del caciocavallo, insomma « un po' di quel che c'era », e dei fichi d'India, già bell'e sbucciati dalle mani stesse della locandiera, chi ne volesse. Le artiste dicevano sempre di sì; tanto che dopo i fichi d'India chiesero del cognac.
– Cognac non ce n'è. Abbiamo della mentasèlse. Ma ora, dopo tavola...
– Non importa. È per fare i brindisi.
Prima naturalmente a me, ch'ero stato tanto gentile. Poi sfilarono altri nomi e altri ricordi, che brillarono un istante in quegli occhietti lustri.
– A te!... – Sempre! – A quella prima notte... di luna!...
– Tutta roba passata! – sentenziò la stella napoletana. – Tout passe, tout lasse, tout casse... – E volle anche spiegare il suo francese alle compagne che sgranavano gli occhi. – Passa via... ti lascio. La canzone finisce sempre così.
– Sempre, no. Tu lo sai bene... – Ella si strinse nelle spalle. – Il tuo avvocato...
– Un avvocato!
– Sissignore! E ha lasciato moglie e figliuoli per venire a fare il suggeritore.
– Un bell'affare! E quella megera s'è permessa anche di venire a farmi delle scene, coi suoi mocciosi, in casa mia!
– Poveretti! Bisognava sentirli piangere...
– Al cuore non si comanda, – conchiuse una delle signorine Ines o Fides. – Certo, se si sapesse prima...
– Prima – il caso – l'incontrarsi in quegli occhi che vi mangiano dalla platea quando vi viene la nota giusta. – Le scioccheriole che vi contano all'uscita dal teatro – la scappatella che sembrava di passaggio, ahimè!... Ciascuna rammentava la sua, in quel momento di vino tenero. Gli occhi ancora umidi, o pei ricordi di prima, o per quelli della scena. – Così, senza saper come, la scioccheriola che mutavasi in duetto serio – o la passatina sotto la finestra che andava a finire nella stanzetta in due. Poi il destarsi a bocca asciutta – o amara – o tra gli sbadigli e i « non mi seccare », ch'è peggio. – O peggio ancora la farsetta che minaccia di cambiarsi in tragedia... – Come quando si dovette levar le tende in fretta e furia, tutta la compagnia che non c'entrava affatto... E a un pelo di rimborsar gli abbonati per giunta! – conchiuse la signorina Fides.
Oh, questa poi!...
Sì, in un paesetto qui vicino, allorché quelli del partito contrario vollero giocare un tiro al sindaco che veniva a fare quattro chiacchiere con una di noi; e una bella notte, quando volle tornare a casa della moglie, gli fecero trovare murata la porta della locanda coi materiali della strada in riparazione. Allora figuriamoci!...
Essa non aveva fatto alcun nome; ma tutte le altre guardavano sottecchi da una parte, ridendo, però col naso sul piatto. La napoletana che invece aveva il naso in su, rimbeccò subito:
–Tu stai zitta, che di queste disgrazie non ne capitano certo pei tuoi begli occhi al tuo banchiere!
– Anche un banchiere?
– Sì, quello che scopa le tavole.
Fides scattò inviperita: – Prima di scopare le tavole contava dei bei bigliettoni, quello!
– E te li buttava dietro in fiori per le serate e il braccialetto col sempre d'oro. Per questo dovette fare i conti col principale, che gli sbatté in faccia lo sportello della banca, e te lo lasciò appeso al collo, col sempre del braccialetto!
– Io cercai di mettere qualche buona parola, anzi le loro parole stesse: – Cose che succedono. Se si sapesse prima...
– Prima o poi, quello era un galantuomo e rimase un galantuomo. Povero, ma onorato. Perciò quando me lo vidi comparire dinanzi, con le tasche vuote ma tanto di cuore aperto... ed anche le braccia, mentre mi diceva: – Eccomi... Son qua...
Ella singhiozzava quasi, col tovagliolo al viso, ripetendo quelle parole, tanto che le amiche le si strinsero intorno a confortarla, e la stessa napoletana volle ricordare come succedono queste cose:
– Si sa. Ogni giorno che veniva, le ariette e i duettini... Una bella seccatura a sentirli mattina e sera...
– Egli aveva una vocetta promettente allora – aggiunse la signorina Vanda.
– E per sua disgrazia leggeva anche dei romanzi, tanto che gli pareva vero...
– Io glielo dissi – riprese Fides con gli occhi ancora umidi. – E che vuoi fare adesso? – Son qua... Son qua... – Non sapeva dir altro, con quel viso pallido, e quelle braccia aperte... Anch'io ero là... E mi chiamo Fede... La mano nella mano dunque...
– Ecco! Sino alla prima voltata.
– Voltata no, e neppure corda al collo – rispose Fides con gli occhi adesso asciutti. – Io devo fare l'artista, e non posso voltare le spalle a questo e a quello se mi dicono che piaccio.
– O quando fanno dei regalucci.
Bisogna mandare avanti la baracca anche.
Quando gli uomini, a sera, tardi, dopo aver mangiato bene e bevuto meglio tornarono alla capanna ed al cuore, furono liti e questioni invece di fiori e paroline dolci. La vocetta mezzo soprano di Fides che strillava: – Ah, sei stato a far l'assolo? Anch'io ci ho trovato qui per il duetto. Prendi!
L'avvocato perdeva il suo tempo a perorare di qua e di là, scusando queste e quelli e cercando di metter pace. La napoletana gli sbatté con lo scarpone sul muso:
– Porco! Ci vorrebbero qui i tuoi mocciosi a piangerti per il pane, adesso!
Me li vidi comparire dinanzi io pure, il giorno dopo; lui con la gota fasciata, a spiegarmi quel che doveva essere stato il po' di chiasso che forse avevo udito nella notte. Ma la napoletana, ancora imbronciata, tagliò corto:
– Basta, basta. Arrivederci dunque. Il mondo è tondo, e chi non muore si rivede.
Io non ho più rivisto quegli occhi rapaci e quel décolleté petulante.
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 04 febbraio 2010 |