Leonardo Sciascia

 

I fatti di Bronte

 

 

 

Edizione di riferimento

Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Copyright 1968 by Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta Roma, edizione giugno 1968

I fatti di Bronte

Nell’introduzione alla Storia della colonna infame, considerando la mostruosa ingiustizia che è nel processo e nella condanna degli «untori», Manzoni dice che «il pensiero si trova con raccapriccio a esitare tra due bestemmie, che son due deliri: negar la Provvidenza, o accusarla... Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano...». Ora noi non abbiamo il problema della Provvidenza, e senza il dilemma di accusarla o di negarla ci chiniamo sui fatti di Bronte soltanto come su «un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano», pur considerando lo stato di necessità in cui Bixio venne a trovarsi, il suo carattere violento, la sua particolare impazienza (ché temeva, attardandosi in quell’operazione di polizia, di perdere la festa del passaggio dello Stretto e delle battaglie di Calabria), e la malafede dei suoi informatori.

Nella presente euforia celebrativa, in questo spreco di eloquenza e di quattrini (le celebrazioni dell’Unità d’Italia stanno costando più di quanto sia costata l’Unità stessa), è giusto ricordare la prima pagina di nera ingiustizia scritta da questa Italia contro l’altra Italia. Ingiustizia non soltanto perché una rivolta di popolo, mossa da giuste e ancora vive cause, è stata sanguinosamente repressa, ma anche e soprattutto perché uomini sono stati giudicati e condannati per colpe che non avevano commesso e per idee e sentimenti da cui erano lontani e addirittura nemici.

«Io sarò in Bronte per la fucilazione e poi ci vedreno a Randazzo», scriveva Bixio al comandante Dezza: era l’8 di agosto del 1860. Il 6 era entrato in Bronte; l’8 parlava già di fucilazione, ancor prima che avesse inizio il processo; il 9, all’alba, raccomandava ai giudici celerità e severità e partiva per Regalbuto, a reprimervi la rivolta; nel primo pomeriggio dello stesso giorno tornava a Bronte «per la fucilazione», che venne stabilita, con un proclama affisso alle cantonate, per l’indomani alle 8 al piano di San Vito. Un garibaldino, il pavese Cantoni, raccontò poi, e l’Abba ne riferisce in Da Quarto al Volturno, che nel momento della fucilazione vide gli occhi di Bixio pieni di lacrime: ma forse velati di lacrime erano gli occhi del giovane studente di Pavia; è difficile pensare Bixio commosso, dopo aver letto questo suo biglietto in cui pare dia un appuntamento per dopo lo spettacolo. Ma limitiamoci al racconto dei fatti.

 

I fatti dell’estate 1860, a Bronte e nei paesi etnei, trovano un precedente negli accadimenti del 1820 (anche allora di estate: e pare che l’estate sia una dimensione psicologico-climatica dei fatti rivoluzionari siciliani e spagnoli; ci sono pagine, sanguinose ed atroci, delle due rivolte di Bronte che corrispondono anche nei particolari a quelle della guerra civile spagnola in Hemingway e Malraux). Anche allora le popolazioni etnee si sollevarono in nome della libertà: e questa parola aveva un preciso significato di «libertà dal bisogno», tasse da non pagare, privilegi da distruggere e terre da dividere. Mentre i notabili trescavano fra il principe di Villafranca, che presiedeva la Giunta provvisoria a Palermo, dove l’indipendenza dell’Isola era stata proclamata, e il principe della Catena, che comandava l’esercito regio mossosi ad annientare i moti indipendentisti, il popolo di Bronte e di altri comuni vicini si schierava con entusiasmo nella lotta per l’indipendenza.

Con lo sbarco di Florestano Pepe a Messina, le sorti della lotta per l’indipendenza, già compromesse dai dissidi tra le città siciliane, dovevano del tutto rovesciarsi in favore del governo di Napoli: ma restava ai brontesi il vanto di aver respinto e volto in fuga vergognosa le truppe, circa 2000 uomini, del principe della Catena; oltre all’esperienza di quel che effettivamente valesse, a far gli interessi del popolo e ad osservare costanza nelle idee e nei sentimenti, la loro classe dirigente. Molti popolani, inoltre, facevano esperienza, in quelle giornate, di metodi e capacità di guerriglia e di comando: e tra loro il muratore Rosario Aidala, che poi capitanò la rivolta del ’60 (e aveva preparato un piano di resistenza, nel ’60, che se si fosse venuti al fuoco, il colonnello Giuseppe Poulet prima, e Nino Bixio dopo, avrebbero avuto del filo da torcere).

Le istanze di libertà movevano nel comune di Bronte da condizioni in parte diverse da quelle di altri paesi, che pure si sollevarono, del circondario. Da più di tre secoli Bronte lottava per i suoi diritti: fin dal 1491, anno in cui Innocenzo VIII aveva fatto, a danno del comune, larghe donazioni; ancora più larghe, e più pesanti per i brontesi, rese da Ferdinando I nel 1799. Il territorio del comune si era assottigliato fino a sparire sotto le pretese, cavillose e crescenti, dell’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo prima, e dei duchi di Bronte (che erano, come è noto, gli eredi dell’ammiraglio Nelson: e sono) successivamente. Pesantissime erano le decime ecclesiastiche, tramutatesi nel tempo in canoni.

I «civili» erano in maggioranza liberali, ma erano divisi in due fazioni: la fazione «ducale», che sosteneva cioè i diritti dei duchi, e i propri, e la conservazione (e dunque minima era la differenza tra questa fazione e quella borbonica); e la fazione «comunista», che rivendicava i diritti del comune e la divisione delle terre. E per l’affermazione di tali diritti, dal 1512 al 1778, cittadini facoltosi e autorevoli avevano rovinato se stessi e le proprie famiglie: avevano perduto cariche pubbliche, averi e personale libertà; e degno di ricordo è tra loro il giureconsulto Antonino Cairone che, per difendere i diritti del comune contro l’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, fu destituito dall’ufficio, incarcerato ed esiliato. Il popolo seguiva, naturalmente, la fazione « comunista ».

Erano a capo dei comunisti e — scrive Benedetto Radice, studioso brontese che sui fatti del ’20 e del ’60 ha lasciato importanti scritti — e i fratelli Lombardo dott. Placido e avv. Nicolò, i fratelli Carmelo e Silvestro Minissale, il dott. Luigi Saitta. Avevano i fratelli Lombardo e Minissale sostenuto liti costosissime contro la Ducea, donde il loro odio per essa. Tenevano per la Ducea: Thovez, l’avv. Cesare, l’avv. Liuzzo, Rosario Leotta, Antonino Leanza, Bernardo Meli, quasi tutta la classe dei civili e, fra la maestranza, i Lupo e gli Isola: e, sebbene fra loro non si fosse mai venuto ad aperta guerra, pure tramavansi e macchinavansi a vicenda sin dal ’48 atroci calunnie, onde i Lombardo patirono il carcere. Con il decreto intanto del 14 maggio era stato ordinato lo scioglimento e la ricostituzione dei Consigli civici e la formazione della Guardia Nazionale: con altro del 17 giugno venivano esclusi dai Consigli tutti i favoreggiatori diretti e indiretti della restaurazione borbonica. Colse la palla al balzo l’avv. Nicolò Lombardo, sostenitore e capo del partito dei comunisti, per recare nelle sue mani il potere e metter ad effetto la tanto bramata divisione. La forza della rivoluzione ed i decreti del Dittatore gli davano cagione a sperare di sgominare e sopraffare il vecchio partito, che egli s’ingegnò di mettere in mala vista al nuovo governo. I reggitori ed i ducali, che odiavano forte il Lombardo per le novità ch’egli intendeva introdurre a favore della plebe, capirono che egli, Presidente del Municipio, avrebbe disturbato il loro quieto vivere e sarebbe stato lo acerrimo nemico degli usurpatori; ond’essi, per contrapporsi ai suoi disegni, giovandosi delle influenze ducali, gagliardamente e con tutti i mezzi, di cui soglionsi fare arma i partiti, lo combatterono, mettendolo in sospetto di borbonico presso il governatore Tedeschi». (Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, anno VII, fascicolo I, 1910). Poiché su questo, e su altri scritti del Radice, prevalentemente si basa la nostra rievocazione, è giusto tener conto del fatto che la famiglia Radice fu in quei tumulti danneggiata negli averi», che il padre dello storico scampò miracolosamente al furore dei contadini (evidentemente teneva per il partito ducale) e che lui stesso ha della rivolta un terribile ricordo: «Ho tuttora innanzi agli occhi la scure di un contadino che stava per calare su me e sui miei fratelli minori... quando due artigiani, dei quali non sono riuscito mai a rintracciare i nomi, e le grida paurose di molte persone accorrenti verso il paese alla venuta dei soldati di Bixio, ci salvarono».

Da secoli dunque la vita del paese era intorbidata dalla lotta, più o meno aperta delle fazioni: e sempre la fazione conservatrice, servendosi della polizia e dell’amministrazione della giustizia, aveva prevalso sulla fazione innovatrice. Alle istanze di diritto, ai processi civili, si rispondeva coi processi criminali: per cui coloro che osavano alzare la testa contro l’usurpazione, ed erano, per sentimenti e cultura, i migliori cittadini di Bronte, subivano la tortura, il carcere, l’esilio. Grande era perciò l’odio tra le due fazioni. Ed è da notare come nella fazione «comunista» si realizzasse in termini moderni l’alleanza fra gli intellettuali e i contadini.

 

Il 16 maggio 1860 giunse a Bronte notizia della vittoria di Calatafimi. I liberali scesero in piazza con la bandiera tricolore, tra l’entusiasmo del popolo. Parlò alla folla l’avvocato Cesare (della fazione ducale). Forse in quella stessa giornata, il notaro Ignazio Cannata (notaro della Ducea), alla vista della bandiera tricolore disse: «Perché non levate questa pezza lorda?», parole che colpirono il sentimento popolare e accrebbero l’odio di cui il notaro, per il suo carattere prepotente e violento, godeva già.

Il 27 maggio Garibaldi entrava in Palermo. Il 31 insorgeva Catania. Cresceva a Bronte il fermento, ché il popolo, scrive il Radice, «non vedeva solo nel Garibaldi il liberatore dalla tirannide borbonica, ma il liberatore dalla più dura tirannide, la miseria; ed impaziente aspettava che fosse tolta la tassa del macinato, fatta la divisione del demanio comunale, già ordinata dallo stesso Borbone e novellamente dal Garibaldi col decreto del 2 giugno. Di ciò i reggitori non s’erano punto curati, per naturale indolenza e per non ledere l’interesse di parecchi civili, che si erano fatti usurpatori delle terre vulcaniche del Comune... In Bronte specialmente lo spirito dei contadini era volto al patrimonio del Comune che sapeano larghissimo, onde essi inquieti e crucciati vedevano di mal’occhio alcuni della classe civile, sfruttatori ed oppositori ai diritti della plebe consacrati dalla rivoluzione. Era pure nella coscienza del popolo che la rivoluzione avrebbe sequestrato a beneficio della comunità i beni della Ducea Nelson... ».

Chi ha letto I viceré e Il gattopardo sa quanta il cruccio e l’inquietudine dei contadini di Bronte fossero, verso la «classe civile» che era passata o si preparava a passare a Garibaldi, legittimi e motivati. E con uguale cruccio e inquietudine noi abbiamo visto nel 1943 altri Comitati, i C. L. N., i Comitati dell’antifascismo, cadere in mano della «classe civile» che dal fascismo era tranquillamente passata all’antifascismo.

E accadde così che le elezioni, tenutesi a Bronte nella seconda quindicina di giugno, diedero un risultato opposto alla speranza del popolo: la prevalenza della fazione ducale fu netta e totale.

Al governatore di Catania e al comandante della Guardia Nazionale, i capi della sconfitta fazione «comunista» fecero presente lo stato delle cose in Bronte, e come i borbonici si fossero camuffati da liberali, e dell’inquietudine del popolo. Ma il governatore e il comandante, forse perché inetti o, più probabilmente, perché della stessa pasta dei nuovi magistrati comunali di Bronte, non se ne diedero per inteso.

Già appena conosciuto l’esito delle elezioni, il popolo cominciò a manifestare in piazza il proprio malcontento. Il governatore di Catania fece affiggere un manifesto in cui raccomandava il rispetto della proprietà Nelson: il che a noi dice che il governatore era informato del fermento popolare che c’era in Bronte, e ai brontesi diceva irrisione dei loro diritti e delle loro speranze.

L’avvocato Nicolò Lombardo era il capo della fazione «comunista» e comandava una delle quattro cornpagnie della Guardia Nazionale, detta degli spataioli (le altre tre erano della fazione ducale). Gli incidenti tra gli spataioli e le guardie delle compagnie ducali erano continui, quotidiane le minacce tra le due fazioni. Ad un certo punto, alcuni civili della fazione ducale decisero (decisione che, ancor oggi, in Sicilia si prende senza pensarci tanto su) di eliminare fisicamente il Lombardo: e se il Lombardo non fosse stato avvertito della trama, sarebbe stato ucciso da sicari dietro la chiesa l’Annunziata, dove l’agguato era pronto.

Intanto tumulti popolari scoppiarono a Nicosia, Ragalbuto, Polizzi, Cesarò, Randazzo, Maletto, Cefalò, Petralia, Resuttano, Castelnuovo, Montemaggiore, Capace, Tusa, Castiglione, Collesano, Biancavilla, Racalmuto, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara li Fusi, Nissoria, Cerami, Mistretta: paesi, come si vede, di ogni parte della Sicilia, dove il popolo — contadini e zolfatari — subiva da secoli miseria e sopruso, ed ora nel vento della libertà si sollevava chiedendo giustizia e cominciando atrocemente a farsela da sé. A Polizzi dall’alto dei campanili furono precipitati i civili ritenuti borbonici; ad Alcara li Fusi giovani civili furono massacrati; ovunque si gridava «viva Garibaldi, a morti li cappedda (il cappello — di feltro a falde — distingueva i civili, i «galantuomini», dai popolani che portavano la berretta). E a Bronte, mentre il popolo covava la rivolta, un contadino a tutti noto come pazzo, certo Nunzio Ciraldo Frajunco, la testa cinta da un fazzoletto tricolore, andava gridando per le strade, e soprattutto davanti al circolo dei civili: «Cappelli, guardatevi, l’ora del giudizio si avvicina; popolo, non mancare all’appello». Di ciò i galantuomini si ricordarono all’arrivo di Bixio: e il pazzo fu condannato a morte e fucilato.

La mattina dell’8 luglio, Franco Thovez, cassiere nell’amministrazione Nelson e capitano della Guardia Nazionale, in testa alla sua compagnia, con a lato ii notaro Cannata (quello che aveva chiamato «pezza lorda» il tricolore) e il sopraintendente alle carceri Giovanni Spedalieri, percorse il paese a suon di tamburo: si fermò a perquisire parecchie case e arrestò quattro popolani ritenuti facinorosi. Il Lombardo protestò presso il comandante distrettuale della Guardia Nazionale, che era il marchese Casalotto (oh i gattopardi!). Il marchese rispose con molta diplomazia: biasimava, in linea di principio, ogni abuso dell’autorità di pubblica sicurezza; ma riteneva legittime, sempre in linea di principio, le «misure di previgenza»; comunque, concludeva, «non tralascio infine di osservare che Ella, siccome gli altri non stanno al potere, dovranno far modo che la cosa pubblica non venga menomamente molestata per odi privati, mentre nella negativa tutta la responsabilità verrebbe a pesare a carico di coloro che ne sarebbero gli autori». Il Lombardo intese la velata minaccia. Si adoperò a frenare gli animi esasperati, consigliò di non raccogliere le provocazioni; e al muratore Rosario Aidala, che possiamo considerare come il comandante della rivolta, espressamente e recisamente raccomandò il rispetto alla vita e alla proprietà dei privati, e rigorosa custodia del palazzo municipale e della cassa (che conteneva centomila lire). Questa raccomandazione ci dice che il Lombardo prevedeva un tumulto popolare, o l’aveva addirittura preparato: ma nelle sue intenzioni, il movimento popolare doveva soltanto intimorire l’avversa fazione, costringendola a ritirarsi dalle cariche pubbliche; e si sarebbe avuta una situazione di fatto cui le autorità provinciali avrebbero dovuto piegarsi. Ma il controllo dei tumulti popolari riesce impossibile anche a coloro che li scatenano: e quell’onda di rivolta che avrebbe dovuto portarlo su, in definitiva doveva tragicamente annientarlo.

Dimostrazioni popolari continuarono disordinatamente fino al primo di agosto, senza rilevanti episodi di violenza. Ma nella notte fra il primo e il 2 agosto, il paese venne bloccato da picchetti di popolani: i galantuomini erano in trappola dentro il paese, ogni possibilità di fuga era preclusa; e lo seppero, quei civili che la tentarono, dalle schioppettate. Verso mezzogiorno la piazza vicina al circolo dei civili era, scrive Radice, «un ribollimento nero». Il notaro Cannata uscì di casa armato di doppietta: e la sua temerarietà fu forse la goccia che fece traboccare il furore popolare. Già c’era stata, in mattinata, la prima vittima: la guardia municipale Chiurchiurella che, per eccesso di zelo, era andata a prendere i nomi dei popolani che facevano picchetto alle porte del paese. Il popolo si avventò contro le case dei ricchi, selvaggiamente si diede a saccheggiare a bruciare ad uccidere. Il Lombardo tentò di arringare la folla: ma si trovava ormai di fronte a una cieca massa di odio, ad una incontenibile esplosione di antico rancore. Per di più i galantuomini avevano, come estrema loro difesa, aperte le cantine: nel loro disprezzo per il popolo credevano bastasse ubbriacarlo per abbatterlo; e il popolo si ubbriacò, e del tutto smarrì il senso dell’umana pietà.

La novella di Verga che s’intitola Libertà è la più alta e tragica testimonianza che di questi avvenimenti ci resta. Noi vogliamo soltanto dare qualche particolare notizia: che il notaro Cannata fu atrocemente ucciso; che uccidere un uomo era diventato, soddisfatta metafora, «farsi una lepre» (far fuori una lepre); che i contadini andavano dai proprietari e li obbligavano a scrivere cessioni di proprietà; che un contadino obbligò un civile a dichiarare per iscritto «sono un cornuto»; che la proprietà Nelson fu rispettata; che il paese fu imbandierato e illuminato a festa; che qualche vita fu risparmiata per riconoscenza particolare o pietà.

La mattina del giorno 4, sabato, giunsero gli aiuti che lo stesso avvocato Lombardo aveva chiesto alle autorità di Catania: ottanta militi della Guardia Nazionale comandati dal questore Gaetano De Angelis, uomo che doveva sùbito dimostrarsi inetto e vile. Infatti, nonostante il Lombarlo consigliasse la calma e biasimasse gli eccessi compiuti, il popolo non volle lasciare alle guardie il compito di «arrestare i nemici del popolo»: e il questore si adattò ai desideri del popolo, insieme rivoltosi e guardie andarono ad arrestare i civili che ancora si nascondevano nelle case; insieme li condussero in prigione, e insieme vigilarono — due guardie e due popolani — la prigione. Più tardi, il Lombardo consigliò al questore di portare con sé, a Catania, gli arrestati. Saputolo, il popolo chiese perché. Il questore rispose che a Catania sarebbero stati fucilati. Il popolo rispose che era più semplice fucilarli a Bronte. Questore e guardie abbassarono le armi cedendo le vittime alla furia popolare; e si ritirarono tranquillamente nel loro quartiere.

L’indomani giungeva a Bronte il colonnello Giuseppe Poulet con una compagnia di soldati. Si fermò fuori del paese, presso il cimitero: ché la città era intorno difesa dalle squadre popolari, e altre squadre erano pronte ad attaccare il Poulet alle spalle; ma il colonnello non sapeva di quelli che gli stavano alle spalle, gli bastavano, a renderlo prudente, quelli che vedeva formicolare di fronte. E sarebbe andata per lui peggio che, quarant’anni prima, per il principe della Catena, se l’arciprete, il clero e il Lombardo stesso non avessero convinto il popolo, promettendo giustizia, a far entrare pacificamente i soldati. Uno solo dei rivoltosi, certo Calogero Ciraldo Gasparazzo, o perché avesse le idee chiare o perché presumeva i suoi delitti non potessero trovare perdono, gridò al Lombardo: «Don Nicola, noi abbiamo fatto la rivoluzione e noi vogliamo rimettere la pace: non abbiamo bisogno di soldati». Ma il Lombardo, quasi in pianto pregò di non far resistenza: e il Ciraldo Gasparazzo gridando «tradimento, tradimento!» si allontanò. Così il colonnello Poulet, ringraziando l’arciprete («siete l’angelo della pace«) entrò in Bronte senza colpo ferire. Alle 10 dello stesso giorno arrivava, in carrozza presa a nolo in Randazzo, Nino Bixio. I civili che gli andarono incontro furono bruscamente congedati con queste parole: «Andate, io non sono quel minchione del Poulet». Non sappiamo perché ce l’avesse col Poulet, che non era peraltro un minchione: e aveva guidato la lotta di Catania contro le truppe borboniche, e in cilindro e guanti bianchi il popolo lo aveva visto balzare sulle barricate dei regi. Ma Bixio aveva delle opinioni particolari.

In forza della sua opinione, ci sarebbe stata una sola cosa da fare: prendere i capi della rivolta (che, sempre a sua opinione, non potevano essere che borbonici) e fucilarli; e subito avrebbe potuto tornarsene, con la carrozza da nolo, a Randazzo; e da Randazzo via a Messina, dove il Generale si apprestava a valicare lo Stretto. Invece bisognava far venire la Commissione, cioè i giudici; darle il tempo necessario per istruire sommariamente e celebrare il processo; eseguire la condanna. Una grossa seccatura, ne conveniamo anche noi: poiché la Commissione avrebbe giudicato gli imputati rei, e condannati alla fucilazione, tanto valeva far prima.

La Commissione giunse la mattina del 7, reduce da Nissoria. Era presieduta dal maggiore De Felice, avvocato fiscale Michelangelo Guarnaccia. Non era di gradimento a Bixio: già il giorno dopo, chiedendo al governatore altre tre Commissioni (il lavoro non mancava davvero), diceva che «quella che è in Bronte ha sonno». In verità, la Commissione aveva perduto una giornata ad istruire il processo. L’indomani, il 9. Si celebrò il processo: quattro ore in tutto. Alle dodici fucono notificate le accuse agli imputati, concessa loro un’ora per presentare le discolpe. Ma furono presentate con ritardo, alle 14: la Commissione le rigettò. Le testimonianze a discarico che la Commissione dichiarò irrecettibili bastavano a fare assolvere il Lombardo da ogni imputazione, compresa quella di detenzione di armi («che il giudicabile non può dirsi detentore di armi vietate, del perché egli fu arrestato la mattina stessa dell’emanazione del decreto del disarmo»: sacerdote Luigi Zappia e sacerdote Luigi Radice). Ma nella sentenza è detto: «Intesi nelle forme di rito tanto i testimoni a carico, che a discarico». Alle ore 20, «in nome di Vittorio Emanuele Secondo Re d’Italia, la Commissione mista eccezionale di guerra» condannava Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Ciraldo Frajunco (il pazzo), Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Spitaleri Nunno «alla pena di morte da eseguirsi colla fucilazione e col 2° grado di pubblico esempio nel giorno d’oggi alle ore 22 d’Italia». Ma l’esecuzione fu rimandata all’indomani.

«Una folla immensa di popolo, nei cui occhi leggevasi lo spavento e la compassione, seguiva in ferale silenzio il corteo. L’arciprete Politi e il sac. Radice, li andavano confortando. Il Lombardo, aitante nella persona, con lo sguardo mesto, con un cappello a cencio, procedeva a passi lenti, fumando un sigaro, lisciando la sua folta e nera barba, che gli scendeva sul petto... Giunti alla chiesa del Rosario si sentirono grida e pianti. Era una nipote del Lombardo. Alzò egli gli occhi al balcone, li riabbassò, dando un profondo sospiro, e voltosi agli astanti disse: — Sono innocente come Cristo! — Un fremito e un lungo mormorio accolse le parole del condannato, che austero, muto, continuò il suo cammino».

A spiegare questa enorme ingiustizia abbiamo un prezioso documento: una delibera del Consiglio Civico di Bronte del 23 novembre 1860. Da essa risulta chiaro che il Lombardo ed i suoi compagni erano stati denunciati a Bixio come capi della reazione borbonica, e denunciati proprio da coloro che ora sedevano tranquilli nel Consiglio Civico. E poiché il governatore di Catania, alla richiesta di processare altri sediziosi che ancora si trovavano in carcere, aveva fatto notare che «i fatti di Bronte non furono per effetto di una reazione, ma l’effetto di essersi negata al popolo la divisione delle terre di demanio comunale «rientrando nell’interesse privato meritano i detenuti grazia e amnistia», il Consiglio Civico protestava in questi termini: «Considerando che il Generale Bixio, quell’uomo vero italiano, ha nel suo manifesto del 12 agosto ultimo, parlando con diversi comuni testificato che i misfatti ed eccidi in Bronte sono l’effetto di una reazione, come pure viene giustificato da innumerevoli atti processuali raccolti da diversi incaricati dal governo e quindi chiaro si vede che il Governatore è caduto in scandaloso errore indegno dell’onesto sentire italiano».

Con tutto il rispetto per Bixio: nasceva così il vero italiano e l’onesto sentire italiano di cui abbiamo poi visto nel fascismo più perfetti esemplari ed effetti.

1960.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 08 gennaio 2006