HONORÉ DE BALZAC

 

Premessa

a

La Commedia Umana

 

Traduzione di Adriana Pozzi

(Per gentile concessione della Traduttrice)

 

 

 

Dando il titolo de La Commedia Umana ad un’opera scritta da quasi tredici anni, dovrei parlare del pensiero, raccontarne le origini, spiegarne brevemente lo schema, cercando di parlare di tutto ciò come se non mi interessasse. Non è però così difficile come potrebbero pensare i lettori. Da poche opere risulta molto amor proprio, da molto lavoro risulta una grande modestia. Quest’osservazione nasce dall’analisi che Corneille, Molière e altri grandi autori facevano delle loro opere: se è impossibile uguagliarli nelle loro belle creazioni, si può cercare di assomigliare loro in questo sentimento.

La prima idea de La Commedia Umana mi venne prima di tutto come un sogno, come uno di quei progetti impossibili che amiamo accarezzare ma che lasciamo sparire nel nulla; una chimera che ci sorride, che ci mostra il suo viso di donna ma che spiega subito le ali per risalire verso un cielo immaginario. Ma la chimera, come molte chimere, diventa realtà, e dobbiamo cedere ai suoi comandi e alla sua tirannia.

Quest’idea mi è venuta da un confronto fra Umanità e Animalità.

Sarebbe un errore credere che la causa della grande disputa che è sorta in questi ultimi tempi fra Cuvier et Geoffroi Saint-Hilaire fosse basata su un’innovazione scientifica. L’unità di composizione ha già impegnato in altri termini le menti più grandi dei due secoli precedenti. Rileggendo le opere così straordinarie degli scrittori mistici che si sono occupati delle scienze nel loro rapporto con l’infinito, come Swedenborg, Saint-Martin, ecc., e gli scritti dei più grandi geni di storia naturale come Leibnitz, Buffon, Charles Bonnet, etc., si trovano nelle monadi di Leibnitz, nelle molecole organiche di Buffon, nella forza vegetatrice di Needham, nell’inscatolamento delle parti simili di Charles Bonnet (tanto ardito da scrivere nel 1760 gli animali vegetano come le piante) i rudimenti della bella legge del se stesso per se stesso su cui riposa l’unità di composizione. Non vi è che un animale. Il creatore si è servito di un unico modello per tutti gli esseri organizzati. L’animale è un principio che ricava la sua forma esteriore, o, per parlare più esattamente, la sua diversità di forma, dall’ambiente in cui è destinato a svilupparsi. Le Specie Zoologiche hanno origine da questa diversità. L’affermazione e la conferma di questa teoria, peraltro in piena armonia con l’immagine che noi ci siamo fatti della potenza divina, renderanno per sempre onore a Geoffroi Saint-Hilaire, che ha battuto Cuvier su questa questione di scienza pura, e il cui trionfo è stato reso pubblico dall’ultimo articolo del grande Goethe.

Impregnato da questa teoria molto prima dei dibattiti che essa ha provocato, io vidi che, da questo punto di vista, la Società era simile alla Natura. La Società non fa forse di un uomo, secondo l’ambiente in cui egli svolge la sua attività, tanti uomini diversi quante varietà esistono in zoologia? Le diversità fra un soldato, un operaio, un amministratore, un avvocato, un ozioso, un saggio, un uomo di stato, un commerciante, un marinaio, un poeta, un povero, un prete sono, benché più difficili da distinguere, altrettanto importanti di quelle che contraddistinguono il lupo, il leone, l’asino, il corvo, lo squalo, il vitello marino (foca), la pecora, ecc. Le “Specie Sociali” sono sempre esistite ed esisteranno sempre, come esistono le Specie Zoologiche. Se Buffon ha composto un’opera magnifica cercando di rappresentare in un libro l’insieme della zoologia, perché non si dovrebbe poter creare un’opera di questo tipo per la Società? La Natura però per quel che riguarda le varietà animali ha posto dei limiti entro i quali la Società non può rimanere. Quando Buffon descriveva il leone, parlava della leonessa con poche frasi; mentre nella Società la donna non è sempre la femmina del maschio. In un ménage possono coesistere due esseri completamente dissimili. La moglie di un mercante potrebbe talvolta essere moglie di un principe, mentre spesso quella di un principe non vale quella di un artista. Lo Stato Sociale ha delle combinazioni che la Natura non può permettersi, perché esso rappresenta la Natura più la Società. La descrizione delle Specie Sociali rappresenterebbe quindi almeno il doppio di quella delle Specie Animali, non fosse che prendendo in considerazione i due sessi. Quindi, fra gli animali vi sono pochi drammi, non vi è confusione; si rincorrono e basta. Anche gli uomini si rincorrono, ma la loro maggiore o minore intelligenza rende il combattimento molto più complicato. Se alcuni sapienti non ammettono ancora che l’Animalità si trasformi nell’Umanità per mezzo di un enorme flusso di vita, il droghiere diventerà senz’altro Pari di Francia, mentre il nobile scenderà talvolta fino al gradino più basso della scala sociale. Inoltre, Buffon ha trovato la vita molto semplice fra gli animali. L’animale non possiede beni terreni, non conosce né arti né scienze; mentre l’uomo, secondo una legge ancora da stabilire, tende a rappresentare le sue abitudini, il suo pensiero e la sua vita in tutto quello che egli adatta alle sue necessità. Benché Leuwenhoëk, Swammerdam, Spallanzani, Réaumur, Charles Bonnet, Muller, Haller et altri pazienti zoografi abbiano dimostrato quanto siano interessanti gli usi e costumi degli animali, le abitudini di ciascun animale sono, almeno a nostro parere, costantemente simili in ogni momento; mentre le abitudini, gli abiti, le parole, le abitazioni di un principe, di un banchiere, di un artista, di un borghese, di un prete e di un povero sono completamente diversi e cambiano secondo l’evoluzione delle civilizzazioni.

 Quindi l’opera da creare avrebbe dovuto avere una forma tripla: gli uomini, le donne e le cose, cioè le persone e la rappresentazione materiale che essi danno del loro pensiero; dunque, l’uomo e la vita.

 Leggendo gli aridi e rivoltanti elenchi di fatti chiamati “storia”, chi non si è accorto che gli scrittori hanno dimenticato, in tutti i tempi, in Egitto, in Persia, in Grecia, a Roma, di raccontarci la storia dei costumi? Il brano di Petronio Arbitro sulla vita privata dei Romani ci irrita invece di soddisfare la nostra curiosità. Dopo aver osservato questa enorme lacuna nel campo della storia, l’abate Barthélemy ha consacrato la sua vita a ricostruire i costumi greci nell’Anacharsis.

 Ma come si potrebbe rendere interessante un dramma per tre o quattromila persone che rappresentano la Società? Come si potrebbe piacere nello stesso tempo al poeta, al filosofo e alle masse che vorrebbero la poesia e la filosofia presentate con immagini attraenti? Se potessi concepire l’importanza e la poesia di questa storia del cuore dell’uomo, non saprei in che modo concretizzarle. Infatti, fino all’epoca attuale, i più celebri narratori avevano impiegato il loro talento per creare uno o due personaggi tipici, per dipingere un singolo aspetto della vita. È appunto con questo pensiero che ho letto le opere di Walter Scott. Walter Scott, questo moderno trovatore, ha dato una grande spinta ad un tipo di composizione fino allora definita a torto secondaria. Non è forse molto più arduo far concorrenza allo Stato Civile con Dafne e Cloe, Rolando, Amadis, Panurge, Don Chisciotte, Manon Lescaut, Clarisse, Lovelace, Robinson Crusoe, Gil Blas, Ossian, Julie d’Étanges, Mio Zio Tobia, Werther, René, Corinne, Adolphe, Paolo e Virginia, Jeanie Dean, Claverhouse, Ivanhoe, Manfredi, Mignon, piuttosto che elencare in buon ordine gli avvenimenti più o meno simili di tutte le nazioni, di ricercare lo spirito di leggi ormai cadute in disuso, di esporre delle teorie che dividono i popoli, oppure, come certi metafisici, di spiegare ciò che esiste?

Anzitutto, quasi sempre quei personaggi, la cui esistenza diventa più lunga, più autentica di quella delle generazioni di cui si ritiene abbiano fatto parte, vivono unicamente se rappresentano una grande immagine del presente. Concepiti nelle viscere del loro secolo, tutto il cuore dell’uomo si agita sotto la loro scorza, e spesso vi si nasconde tutta una filosofia. Walter Scott ha quindi innalzato al valore filosofico della storia il romanzo, questo genere di letteratura che, da un secolo all’altro, incrosta di diamanti immortali la corona poetica dei paesi in cui si coltiva la letteratura. Vi ha infuso lo spirito dei tempi antichi, ha saputo riunire in esso contemporaneamente il dramma, il dialogo, il ritratto, il paesaggio, la descrizione. Vi ha introdotto fantasia e verità, gli elementi dell’epopea, vi ha fatto convivere gomito a gomito la poesia e la familiarità dei linguaggi più umili. Avendo però preferito trovare il suo modo di esprimersi nel cuore del lavoro o secondo la logica del lavoro piuttosto che inventare un sistema nuovo, non ha pensato di collegare le sue opere una all’altra, in modo da formare un’opera completa, di cui ogni capitolo sarebbe stato un romanzo, e ogni romanzo un’epoca. Osservando questo difetto di collegamento, che d’altra parte non diminuisce affatto la grandezza di questo Scozzese, ho potuto intravedere un sistema propizio all’esecuzione e nello stesso tempo la possibilità di metterlo in pratica. Per quanto fossi in un certo senso abbagliato dalla sorprendente fecondità di Walter Scott, sempre fedele a se stesso eppure sempre originale, non disperai di poterlo fare, poiché mi rendevo conto che la ragione di tanto talento sta nella varietà infinita della natura umana. Il caso è il più grande romanziere del mondo: per essere fecondi, non c’è che studiarlo. La Società francese sarebbe stata lo storico, io avrei dovuto soltanto esserne il segretario. Redigendo l’inventario dei vizi e delle virtù, raccogliendo i fatti salienti delle passioni, dipingendo i caratteri, scegliendo i principali avvenimenti della Società, formando dei tipi mediante la mescolanza dei tratti di diversi caratteri omogenei, avrei forse potuto scrivere la storia dimenticata da tanti storici, quella degli usi e costumi. Con molta pazienza e coraggio riuscirò a realizzare, sulla Francia del secolo diciannovesimo, quel libro di cui noi abbiamo sentito tutti la mancanza, quel libro che Roma, Atene, Tiro, Memphis, la Persia, l’India non ci hanno purtroppo lasciato sulle loro civilizzazioni, e che, su richiesta dell’abate Barthélémy, il coraggioso e paziente Monteil aveva tentato di scrivere sul Medio Evo, ma in una forma poco attraente.

Questo lavoro non rappresentava ancora nulla. Attenendosi a questa riproduzione rigorosa, uno scrittore avrebbe potuto diventare un pittore più o meno fedele, più o meno felice, paziente o coraggioso della tipologia umana, il narratore dei drammi della vita intima, lo scopritore dell’habitat umano, l’enumeratore delle professioni, l’identificatore del bene e del male; ma, per meritare gli elogi cui devono ambire tutti gli artisti, non avrei forse dovuto studiare le ragioni o la ragione di questi effetti sociali, scoprire il senso recondito di quell’enorme miscuglio di figure, di passioni, di accadimenti?

 Infine, dopo aver cercato – non oso dire trovato – questa ragione, questo motore sociale, non avrei forse dovuto meditare sui principi naturali e scoprire in cosa le Società si scostino o si avvicinino alla regola eterna del vero, del bello? Malgrado la vastità delle premesse, che potrebbero esse sole rappresentare un’opera, quest’opera, per essere intera, richiedeva una conclusione. Così descritta, la Società doveva portare con sè la ragione del suo movimento.

La legge dello scrittore, cioè quello che lo rende tale, ciò che, non esito a dirlo, lo rende uguale o forse superiore all’uomo di stato, è una decisione qualsiasi sulle cose umane, una devozione assoluta a dei princìpi. Machiavelli, Hobbes, Bossuet, Leibnitz, Kant, Montesquieu rappresentano la scienza che gli uomini di stato applicano. “Uno scrittore deve avere sia nella morale che nella politica delle opinioni ben definite, deve poter insegnare qualcosa agli uomini, poiché gli uomini non hanno bisogno di maestri per dubitare” diceva Bonald. Ho adottato molto rapidamente queste grandi parole come regola di vita, parole che sono legge sia per lo scrittore monarchico che per lo scrittore democratico. Così, quando si cercherà di mettermi in contraddizione, sarà perché sarà stata male interpretata qualche ironia, oppure, con una manovra tipica dei calunniatori, si ritorceranno ingiustamente contro di me le parole di qualcuno dei miei personaggi. Per quanto riguarda il significato profondo, l’anima di quest’opera, eccone i princìpi di base.

 L’uomo non è né buono né cattivo, nasce dotato di istinti e di attitudini. La Società, lungi dall’abbrutirlo, come pretendeva Rousseau, lo migliora e lo perfeziona. L’interesse però sviluppa anche i suoi lati negativi. Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, è, come ho già detto nel “Medico di Campagna”, un sistema completo di repressione delle tendenze depravate dell’uomo, e rappresenta quindi il principale fattore d’Ordine Sociale.

Leggendo attentamente il quadro della Società, modellata, per così dire, a vivo con tutto il bene e tutto il male, si può ricavarne un insegnamento. Se il pensiero, o la passione che comprende il pensiero e il sentimento, è l’elemento sociale, esso ne è allo stesso tempo il fattore distruttivo. In questo la vita sociale è simile alla vita umana. Per dare ai popoli lunga vita si deve soltanto moderare la loro azione vitale. L’insegnamento, o meglio, l’educazione da parte di Istituzioni Confessionali è quindi il grande principio di vita per i popoli, l’unico modo per diminuire il peso del male ed aumentare il peso del bene in qualsiasi Società. Il pensiero, principio del bene e del male, non può essere iniziato, inquadrato, indirizzato che dalla religione. L’unica religione possibile è il cristianesimo (V. La lettera scritta da Parigi in “LOUIS LAMBERT”, in cui il giovane filosofo mistico spiega, a proposito della dottrina di Swedenborg, come sia sempre esistita un’unica religione dall’origine del mondo). Il Cristianesimo ha creato i popoli moderni e il cristianesimo li farà sopravvivere. Di qui senza dubbio la necessità del principio della monarchia. Il Cattolicesimo e la Regalità sono due princìpi gemelli. Quanto ai limiti entro i quali delle Istituzioni debbano racchiudere questi due princìpi, in modo da non permettere loro di svilupparsi in assoluto, tutti possono comprendere che una premessa così succinta come dovrebbe essere questa non potrebbe mai diventare un trattato politico. Perciò non devo addentrarmi nei dissensi religiosi né nei dissensi politici del momento. Io scrivo al lume delle due Verità eterne: la Religione e la Monarchia, due esigenze che gli eventi contemporanei proclamano, e verso cui ogni scrittore di buon senso deve cercare di riportare il nostro paese. Senza essere nemico dell’Elezione, ottimo principio per formare la legge, io respingo l’Elezione presa come unico mezzo sociale, e soprattutto male organizzata com’è al giorno d’oggi, poiché non rappresenta delle minoranze imponenti, alle cui idee e interessi potrebbe pensare un governo monarchico. L’Elezione, per esteso, ci fornisce un governo di massa, l’unico che non sia responsabile, e la cui tirannia non ha limiti, poiché si chiama legge. Per questo considero la Famiglia e non l’Individuo come vero fattore sociale. Sotto questo aspetto, pur rischiando di essere considerato un retrogrado, mi schiero dalla parte di Bossuet e di Bonald, invece di seguire i moderni innovatori. Poiché l’Elezione è divenuta l’unico principio sociale, se vi facessi appello per me stesso, non si dovrebbe implicare la benché minima contraddizione fra il mio pensiero e le mie azioni. Un ingegnere annuncia che il tal ponte sta per crollare, che passarvi sopra sarebbe pericoloso per tutti, e poi vi passa lui stesso quando tale ponte rappresenta l’unico percorso per andare in città. Napoleone aveva adattato egregiamente l’Elezione alla natura del nostro paese. Così gli ultimi deputati del suo Corpo Legislativo sono divenuti gli oratori più famosi delle Camere sotto la Restaurazione. Nessuna Camera è stata all’altezza del Corpo legislativo mettendo a confronto i singoli individui. Il sistema elettivo dell’Impero è quindi indubbiamente il migliore.

Alcuni potrebbero notare una punta di superbia e di autostima in questa affermazione. Si potrà accusare il romanziere di aver voluto fare lo storico, gli si chiederà di rendere conto della sua politica. Io adempio ad un obbligo, sarà la risposta. L’opera intrapresa durerà quanto una storia, dovevo mostrarne lo spunto, ancora celato, i princìpi e la morale.

Costretto per necessità a sopprimere le premesse pubblicate per controbattere critiche essenzialmente superficiali e passeggere, vorrei solo confermare un’osservazione.

Gli scrittori che hanno un obiettivo, non fosse che un ritorno ai princìpi che ci vengono dal passato, quindi eterni, devono sempre sbarazzare il terreno. Perciò chiunque posi la sua pietra nel campo delle idee, chiunque segnali un abuso, chiunque denunci il cattivo per farlo individuare, questi potrebbe essere considerato immorale. Essere accusato d’immoralità, cosa che accade di frequente allo scrittore coraggioso, è l’ultima cosa che resta quando non si trova più nulla da dire a un poeta. Se i vostri quadri sono genuini, se lavorando giorno e notte riuscite a scrivere nella lingua più difficile del mondo, vi accuseranno di essere immorale. Socrate era immorale, Gesù Cristo era immorale. Entrambi furono perseguitati nel nome delle Società che rivoluzionavano o cercavano di riformare. Quando si vuole uccidere qualcuno, lo si taccia d’immoralità. Questa manovra, ben nota ai partiti, è la vergogna di tutti quelli che ne fanno uso. Lutero e Calvino sapevano molto bene quello che facevano servendosi come con uno scudo dei danni agli Interessi materiali. E così hanno vissuto tutta la vita.

Copiando tutta la Società, captandola nell’immensità delle sue agitazioni, accade, e doveva accadere, che tale composizione produca più male che bene, che quella parte di affresco rappresenti un gruppo di malintenzionati, e subito la critica condannerebbe per l’immoralità, senza peraltro far notare la moralità di un’altra parte, che creerebbe un perfetto contrasto. Dato che la critica ignorava il piano generale, non potevo che perdonarle, tanto più che non è possibile impedire alla critica di esistere, come non si può impedirlo alla vista, al linguaggio e al giudizio. Inoltre, non è ancora giunto per me il momento dell’imparzialità. D’altronde, l’autore che non sa decidersi a placare il fuoco della critica non deve mettersi a scrivere, proprio come un viaggiatore non deve partire dando per scontato un cielo sempre sereno.

Su questo argomento sono costretto a far notare che i moralisti più convinti dubitano molto che la Società possa produrre un numero uguale di buone azioni quanto di cattive, e nel quadro che ne traggo si trovano più persone virtuose che condannabili. Le azioni riprovevoli, le colpe, i crimini, dai più lievi ai più gravi, vi trovano sempre la punizione umana o divina, palese o segreta. Ho agito meglio dello storico, sono più libero. Cromwell non ha avuto quaggiù nessun’altra punizione se non quella inflittagli nel pensiero. E di ciò hanno molto discusso le diverse scuole. Bossuet stesso ha risparmiato quel gran regicida. Guillaume d’Orange l’usurpatore, e Hugues Capet, un altro usurpatore, sono morti in tarda età , senza aver avuto più sfide né timori di Enrico IV o di Carlo I. La vita di Caterina II e quella di Luigi XVI, messe a confronto, lascerebbero concludere contro qualsiasi tipo di morale, giudicandoli dal punto di vista della morale che regola i comuni mortali; poiché per i Re e per gli Uomini di Stato, vi è, come diceva Napoleone, una piccola morale e una grande morale.

Le Scene della vita politica si basano su questa bella riflessione. La legge della storia non è, come quella del romanzo, di tendere verso l’ideale del bello. La storia rappresenta, o dovrebbe rappresentare, ciò che è realmente accaduto, mentre il romanzo deve mostrare il mondo migliore, come disse M.me Necker, una delle menti più rappresentative del secolo scorso. Il romanzo però non sarebbe niente se, in questo contesto di reale menzogna, non fosse vero nei dettagli. Costretto ad uniformarsi alle idee di un paese essenzialmente ipocrita, Walter Scott è stato falso, dal punto di vista dell’umanità, nel dipingere la donna, poiché i suoi modelli erano scismatici. La donna protestante non ha ideali. Può essere casta, pura, virtuosa; ma il suo amore senza espansività sarà sempre calmo e ordinato come un dovere compiuto. Pare che la Vergine Maria abbia raffreddato il cuore dei sofisti che hanno bandito dal cielo lei e i suoi tesori di misericordia. Nel protestantesimo non vi sono più possibilità per la donna dopo il peccato originale, mentre per la Chiesa cattolica la speranza nel perdono la rende sublime. Quindi non esiste che un solo tipo di donna per lo scrittore protestante, mentre lo scrittore cattolico trova una donna nuova per ogni nuova situazione. Se Walter Scott fosse stato cattolico, se si fosse imposto il compito di descrivere con veridicità le differenti Società che si sono succedute in Scozia, forse il pittore di Effie e Alice (le due figure che nella sua vecchiaia si rimproverò di aver disegnato) avrebbe ammesso che esistono delle passioni con i loro errori e le loro punizioni, con le virtù prospettate dal pentimento. La passione rappresenta tutta l’umanità. Senza di essa, la religione, la storia, il romanzo, l’arte sarebbero del tutto inutili.

Vedendomi accumulare tanti fatti e dipingerli come sono, con la passione come elemento principale, alcuni hanno immaginato – a torto – che io appartenessi alla scuola sensualistica e materialistica, due aspetti dello stesso argomento, il panteismo. Ma forse potevano, dovevano sbagliarsi. Per quel che riguarda le Società, io non condivido affatto la certezza che esista un progresso indefinito, ma ritengo che l’uomo sia in continuo progresso rispetto a se stesso. Concludendo, quelli che credono di percepire in me l’intenzione di considerare l’uomo come una creatura finita si sbagliano di grosso. Séraphita, la dottrina in azione del Budda cristiano, mi pare sia la prova più palese per confutare quest’accusa, lanciata del resto con molta leggerezza.

In qualche frammento di quest’opera imponente ho cercato di volgarizzare i fatti sorprendenti, direi quasi i prodigi dell’elettricità che si tramuta nell’uomo in una potenza imprevista. In cosa, però, i fenomeni cerebrali e nervosi che provano l’esistenza di un nuovo mondo morale disturbano i rapporti palesi e necessari fra i mondi e Dio? In cosa sarebbero scossi i dogmi cattolici? Se per colpa di fatti incontestabili il pensiero fosse catalogato un giorno fra i fluidi che si rivelano unicamente per mezzo dei loro effetti, e la cui sostanza sfugge ai nostri sensi, sia pure resi più percettivi da tanti mezzi meccanici, il risultato sarebbe simile alla sfericità della terra osservata da Cristoforo Colombo, o alla sua rotazione dimostrata da Galileo. Il nostro avvenire non cambierebbe. Il magnetismo animale, ai cui miracoli mi sono familiarizzato sin dal 1820; le interessanti ricerche di Gall, il successore di Lavater; tutti coloro che, da cinquant’anni, hanno studiato il pensiero come gli ottici hanno studiato la luce, due cose molto simili; tutti questi hanno concluso, sia per i mistici, quei discepoli dell’apostolo San Giovanni, sia per tutti i grandi pensatori che hanno studiato il mondo spirituale, questa sfera in cui si rivelano i rapporti fra l’uomo e Dio.

Cercando di afferrare bene il senso di questa composizione, bisogna riconoscere che io considero i fatti costanti, quotidiani, segreti o palesi, gli atti della vita di ognuno, le loro cause e i loro princìpi, altrettanto importanti quanto sono stati importanti sinora per gli storici gli avvenimenti della vita pubblica delle nazioni. La battaglia sconosciuta che si combatte in una valle dell’Indre fra Madame de Mortsauf e la passione è forse altrettanto importante che la più famosa fra le battaglie conosciute (Il Giglio nella valle). In questa, vi è in gioco la gloria di un conquistatore; nell’altra, si tratta del cielo. Le disgrazie dei Birotteau, il prete e il profumiere, sono per me le stesse dell’umanità intera. La Fosseuse (Il Medico di campagna) e madame Graslin (Il Curato del villaggio) rappresentano la donna nella sua interezza. Noi soffriamo così tutti i giorni. Io ho dovuto fare cento volte ciò che Richardson ha fatto una volta sola. Lovelace ha mille sfaccettature, poiché la corruzione sociale assume le tinte di tutti gli ambienti in cui si sviluppa. Clarissa, invece, questa bellissima immagine della virtù appassionata, ha delle espressioni di una purezza disarmante.

Per creare molte vergini ci vuole Raffaello. Forse sotto questo punto di vista la letteratura è inferiore alla pittura. Che mi sia però concesso di far notare quante figure irreprensibili (come virtù) appaiano nei brani pubblicati di quest’opera: Pierrette Lorrain, Ursule Mirouet, Constance Birotteau, la Fosseuse, Eugénie Grandet, Marguerite Claës, Pauline de Villenoix, madame Jules, madame de La Chanterie, Eve Chardon, mademoiselle d’Esgrignon, madame Firmiani, Agathe Rouget, Renée de Maucombe. Infine, molte figure secondarie che, pur risaltando meno di queste, presentano nondimeno al lettore la pratica delle virtù domestiche: Joseph Lebas, Genestas, Benassis, il curato Bonnet, il medico Minoret, Pillerault, David Séchard, i due Birotteau, il curato Chaperon, il giudice Popinot, Bourgeat, i Sauviat, i Tascheron, e molti altri non risolvono forse il difficile problema letterario che consiste nel rendere interessante un personaggio virtuoso?

Non è stato compito facile dipingere le due o tremila figure salienti di un’epoca, poiché essa è, in definitiva, la somma dei caratteri che fanno parte di ogni generazione e che La Commedia Umana presenterà. Tutte queste figure, questi caratteri, questa moltitudine di esistenze avevano bisogno di cornici per inquadrarle e, perdonatemi l’espressione, di sale di esposizione. Ecco quindi il significato della divisione naturale, già conosciuta, della mia opera in Scene di vita privata, di provincia, parigina, politica, militare e di campagna. In questi sei libri sono classificati tutti gli Studi degli usi e costumi che formano la storia generale della Società, la raccolta di tutti i suoi fatti e gesta, come avrebbero detto i nostri antenati.

Questi sei volumi d’altronde corrispondono a delle idee generali. Ciascuno di essi ha un senso, un significato, e descrive un’epoca della vita umana. Riporto qui di seguito, ma in modo succinto, ciò che scrisse, dopo avermi chiesto di esporgli il mio schema, Félix Davin, giovane talento strappato alla letteratura da una morte prematura. Le Scene della vita privata rappresentano l’infanzia, l’adolescenza e tutti gli errori ad esse pertinenti, come le Scene della vita di provincia rappresentano l’età delle passioni, dei calcoli, degli interessi e dell’ambizione. Le Scene della vita parigina presentano un quadro dei gusti, dei vizi e di tutte quelle sfrenatezze provocate dagli usi e costumi delle capitali in cui si riuniscono nello stesso tempo gli estremi del bene e del male. Ognuna di queste tre parti ha il suo colore locale. Parigi e la provincia, questa antitesi sociale ha fornito risorse inesauribili. Non solo gli uomini, ma anche gli eventi principali della vita, possono essere elencati con una certa tipologia. Vi sono delle situazioni che si ripresentano nel corso di ogni esistenza, delle frasi tipiche, ed è appunto una di queste similitudini che ho cercato con maggior cura. Ho tentato di dare un’idea delle diverse regioni del nostro bel paese. La mia opera ha la sua geografia come ha la sua genealogia e le sue famiglie, i suoi luoghi e le sue cose, le sue persone e i suoi avvenimenti. Come pure ha i suoi blasoni, i suoi nobili e i suoi borghesi, i suoi artigiani e i suoi contadini, i suoi politici e i suoi dandies, il suo esercito, tutto il suo mondo, insomma!

Dopo aver dipinto in questi tre libri la vita sociale, restavano da presentare i personaggi d’eccezione, quelli che riassumono gli interessi di molti o di tutti, che sono in un certo senso al di fuori della legge comune: donde le Scene della vita politica. Terminato e concluso questo vasto quadro della società, non sarebbe forse il caso di esibirla sotto il suo aspetto più violento, togliendola dal suo contesto, sia per la difesa sia per la conquista? Ecco quindi le Scene della vita militare, la parte ancora meno completa della mia opera, cui sarà comunque lasciato un posto in questa edizione, in modo che possa farne parte quando l’avrò terminata. Infine, le Scene della vita campestre rappresentano in un certo senso la sera di questa lunga giornata, se mi è concesso di chiamare così il dramma sociale. In questo libro si trovano i personaggi più puri e l’applicazione dei grandi princìpi di ordine, politica e moralità.

Questo è il contesto pieno di figure, di commedie e di tragedie da cui emergono gli Studi filosofici, Seconda Parte dell’opera, dove il movente sociale di tutti gli effetti si trova dimostrato, dove le devastazioni del pensiero sono descritte analizzando i sentimenti uno per uno, e la cui prima opera La pelle di zigrino ricollega in un certo senso gli Studi dei costumi agli Studi filosofici per mezzo di una filosofia quasi orientale in cui la Vita stessa viene descritta alle prese con il Desiderio, principio di ogni Passione.

Al di sopra di questi, vi saranno gli Studi Analitici, dei quali non parlerò, dato che ne è stato pubblicato uno solo, la Fisiologia del matrimonio. Fra qualche tempo darò alla stampa altre due opere di questo genere: anzitutto la Patologia della vita sociale, poi l’Anatomia dei corpi insegnanti e la Monografia della Virtù.

Vedendo tutto ciò che resta ancora da fare, forse si dirà di me ciò che hanno detto i miei editori: Che Dio vi conceda vita lunga! Mi auguro solo di non essere tanto tormentato dagli uomini e dalle cose quanto lo sono da quando ho iniziato questa immane fatica. Ciò che ho ottenuto - e di questo rendo grazie a Dio – è che i più grandi talenti di quest’epoca, i più illustri personaggi, gli amici più sinceri – importanti nella vita privata come nella vita pubblica – mi hanno stretto la mano dicendomi: Coraggio! E perché non confessare che queste amicizie, oltre alle testimonianze resemi qua e là da sconosciuti, mi hanno sostenuto nella mia carriera, sia contro me stesso che contro gli attacchi ingiusti, contro la calunnia che mi ha tanto spesso perseguitato, contro lo scoraggiamento e contro questa speranza tanto grande da far interpretare le mie parole come un eccesso di amor proprio? Avevo deciso di opporre una stoica impassibilità agli attacchi ed alle ingiurie, ma in due diverse occasioni delle vili calunnie hanno reso necessaria la mia difesa. Se a coloro che predicano il perdono di fronte alle ingiurie dispiace che io abbia esibito le mie conoscenze in fatto di scherma letteraria, molti cristiani pensano invece che viviamo in un’epoca in cui si deve far vedere che il silenzio ha la sua generosità.

A tale proposito, devo far osservare che io riconosco come opere mie unicamente quelle che portano il mio nome. Al di fuori de La Commedia umana, di mio non vi è che les Cent contes drolatiques, due opere teatrali, e degli articoli singoli, del resto firmati. Faccio uso qui di un diritto incontestabile. Ma questa sconfessione, qualora potesse riferirsi a delle opere a cui posso aver collaborato, non proviene tanto dal mio amor proprio quanto dalla verità. Se si continuasse ad attribuirmi dei libri che, dal punto di vista letterario, non riconoscessi come opere mie, ma che mi furono affidati, lo lascerei dire, per la stessa ragione per cui lascio campo libero alle calunnie.

L’immensità di un programma che racchiude nello stesso tempo la storia e la critica della Società, l’analisi dei suoi mali e la disquisizione dei suoi princìpi, mi autorizza, credo, a dare alla mia opera il titolo con il quale tale opera esce oggi: La Commedia umana. È forse troppo ambizioso? Oppure è soltanto giusto? È ciò che il pubblico, una volta terminata la lettura dell’opera, deciderà.

 

Parigi, luglio 1842

 

 

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Ultimo aggiornamento: 06 marzo 2006