Giuseppe Bonghi

 

Cronologia essenziale

di

Giovanni Verga

Sentiti ringraziamenti ad Adriana Pozzi per la collaborazione!

 

 

 

 

Giovanni Carmelo Verga, discendente dal ramo cadetto dei baroni di Fontanabianca, per cui era cavaliere di diritto, da Giovanni Battista Verga Catalano, proprietario terriero, originario di Vizzini e da Caterina Di Mauro Barbagallo, originaria di Belpasso, appartenente alla borghesia catanese, donna da tutti considerata di notevole intelligenza e bontà. Nell’archivio arcivescovile di Catania Verga risulta rivelato e battezzato a Catania (8 settembre 1840), nella chiesa dei Santi Apostoli, padrini gli zii don Giuseppe e donna Domenica Verga. È il secondogenito di sei figli: Giovanni (morto in tenera età), Giovanni Carmelo (lo scrittore), Mario, Pietro, Teresa e Rosa.

Il capostipite della dinastia era un Antonio De Vegas, come appare dalle Mastre nobili di Vizzini, venuto in Sicilia al tempo dei Vespri siciliani (1282) e lo stemma del casato era un fascio di verghe strette dal braccio di un guerriero, donde il soprannome «Viria» a detta dello stesso scrittore.

Il nonno paterno, Giovanni di Stefano, che era stato deputato al parlamento siciliano del 1812, « era stato carbonaro, anzi capo della carboneria vizzinese », secondo la testimonianza di De Roberto.

Il Verga crebbe molto legato alla madre, donna sensibile e colta, come ci conferma Nicola Niceforo, tanto che leggeva «né soltanto libri di devozione, ma anche di amena e grave letteratura» ed incoraggerà il figlio nelle sue future scelte.

1845.

A causa di un’epidemia di colera, la famiglia Verga si trasferisce a Vizzini quindi nelle sue terre di Tèbidi, fra Vizzini e Licodia.

1846.

Al Verga è impartita un’educazione tradizionalistica privata, in cui ha come primo maestro Francesco Carrara, che aveva la scuola in un vicolo che dalla via Ferdinanda... portava al Castello Ursino, e poi la guida di due religiosi, don Carmelino Greco e don Carmelo Platania.

1849.

Il 7 aprile Catania, nell’ambito della Rivoluzione della Sicilia contro i Borbone di Napoli, viene presa d’assalto dalle truppe del Filangieri, che dopo aspri combattimenti, si abbandonano al saccheggio: i Verga si rifugiano in una casa che i Castorina  possiedono in un sobborgo. No risulta comunque la posizione dei Verga né a favore né contro una composizione pacifica del dissidio con Napoli. La sconfitta di Catania avrebbe avuto conseguenze notevoli per la fine della "Rivoluzione" siciliana del 1848.

1851.

- Compiuti gli studi primari e medi, frequenta la «scuola fantasiosa del fantasioso don Antonino Abate» mediocre poeta e romanziere, acceso patriota dalle idee liberali, che aveva partecipato ai moti siciliani del ’48 ed era autore di ponderose opere, gonfie di retorica, fra cui il poemetto Il Venerdì Santo del ’49 in Catania, e il romanzo Il progresso e la morte. «Ingegno focoso e propriamente vulcanico e come tale insofferente di ogni disciplina, poeta istintivo, innamorato della più accesa poesia romantica», l’Abate, di cui esiste un bel ritratto ad opera di Amedeo Bianchi nella biblioteca di casa Verga a Catania, influenzò, nei dieci anni in cui Giovanni stette alla sua scuola, soggiornando anche a pensione presso il maestro, lo stile delle opere giovanili del Verga, sia nella scelta del tema storico-narrativo che nella impostazione retorica, ma ardente di sincero patriottismo.

Alla sua scuola, oltre ai poemi dello stesso maestro, legge i classici: Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Monti, Manzoni  (di cui molti ancora conservati nella biblioteca costruita coi noci di Tebidi ed elencatici [2299 volumi] dallo studioso Giovanni Garra Agosta nell’opera di repertorio bibliografico La biblioteca di G. Verga, che ci ha permesso di conoscere quali libri leggesse veramente lo scrittore). Da rilevare inoltre la lettura delle opere di Domenico Castorina, importante precedente letterario,  lontano cugino del Verga, poeta e narratore, vanto della cultura catanese che col romanzo I tre alla difesa di Torino aveva superato per fama i limiti dell’isola.

La prima stagione narrativa del Verga risente anche di questo modello e lo scrittore dovrà impegnarsi con notevole sforzo per superare il limitato bagaglio culturale degli studi propedeutici, correggendo sgrammaticature e rifiutando, soprattutto sul piano dell’arte, l’ampollosità di cui era nutrita la sua educazione letteraria.

1853.

- L’educazione letteraria è completata dal ’53 al ’57 dalle lezioni di latino di don Mario Torrisi, giudicato uno dei migliori insegnanti di Catania, e di filosofia del frate francescano Antonino Maugeri; suo compagno di studi fu quel Mario Rapisardi, futuro poeta anticarducciano ed anticlericale, che gli sarà amico e nemico in altri momenti della sua vita.

1854-55.

- Per evitare il colera i Verga si trasferiscono e per la stessa ragione  ritornano l’anno successivo per qualche tempo a Vizzini; e quando anche qui si sentono in pericolo, si rifugiano nelle terre di Tèbidi, fra Vizzini e Licodia. In questa occasione il Verga quindicenne andando a far visita alla zia Rosalia, suora nella Badia di San Sebastiano a Vizzini, conosce un’educanda, Maria Passanisi, non più che un’ombra d’amore, uno di quei ricordi vivi ed evanescenti della fanciullezza, una ragazza dell’educandato laico del convento (di questa esperienza resterà traccia in Storia di una capinera, di cui sembra la fonte ispiratrice). Il De Roberto ce la descrive come «una bellezza pallida e bruna» in Storia della Storia di una capinera.

1856-7.

Scrive il romanzo Amore e patria, che resterà inedito; qualche studioso lo ha esaminato cercando volonterosamente di trovarvi, se non proprio segni evidenti della futura grandezza, certi tratti caratteristici dello scrittore maturo. Si tratta di ricerche del tutto oziose, perché Amore e Patria rappresenta soltanto il documento di una particolare educazione letteraria e politica. Non per nulla l’Abate rimase entusiasta e soltanto il giudizio più saggio del canonico Mario Torrisi, che era, come abbiamo visto, uno dei suoi maestri, sconsigliò, come opera immatura, una pubblicazione della quale l’autore si sarebbe con ogni probabilità pentito.

1857.

Tenta le prime esperienze letterarie a diciotto anni, terminando il romanzo Amore e patria il cui manoscritto, tuttora inedito, è un volume di 672 pagine recante sulla prima pagina la data del 23 dicembre 1856. Esso non fa parte, però, perché smarrito, delle carte verghiane del Fondo Verga, catalogate dal dott. Mirone e dalla sua équipe presso la Biblioteca dell’Università di Catania, acquistate dalla Regione Sicilia soltanto nel 1978, dopo anni di silenzio e di cattività ad opera dei Perroni e dei Mondadori, a cui erano state in parte cedute per preparare l’Opera Omnia mai realizzata.

Il romanzo piacque all’Abate, (ma fu invece criticato dal canonico Mario Torrisi, di cui il Verga fu alunno, insieme a Mario Rapisardi, dal 1853 al 1857, che arrivò a consigliare l’allievo di non procedere alla pubblicazione), è ambientato durante la Rivoluzione Americana del 1776 ed è composto da 35 capitoli (dai sottotitoli significativi: La Spia, Il Bandito, Il Sacrificio, modellati sugli schemi narrativi del maestro). La vena descrittiva e moraleggiante del Verga si esercita faticosamente tra colpi di scena e romantiche fughe. Nel romanzo, infatti, parallelamente alla vicenda storica, il coraggioso eroe Eduardo Walter, soldato dell’esercito di Giorgio Washington, vive un’appassionata storia d’amore con Eugenia, conteso dalla rivale Clary, ma in realtà Verga vi riflette la delusione delle speranze risorgimentali in Sicilia, ancora in parte idealizzate. Tra i presagi più singolari della narrativa maggiore (segnalati dal Debenedetti) la frase di un umile personaggio che prelude al destino dei Vinti: «La morte è forse una disgrazia per noi povera gente?».

1858.

Si iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Catania, senza dimostrare tuttavia molto interesse per gli studi giuridici, che abbandona definitivamente nel 1861: è sicuramente più attratto dal successo che riscuoteva nella frequentazione dei salotti della buona società catanese, nutrendo già ambizioni letterarie, mentre il padre «voleva farne un dottore in utroque». Sarà invece il fratello Mario, che sposerà Lidda, secondo alcuni figlia naturale dello zio Salvatore e di una contadina di Tebidi, a realizzare il desiderio paterno.

1859.

- Nel giorno dell’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), che egli avrebbe chiamato «di lutto nazionale» nella prefazione dell’opera, comincia a scrivere il suo secondo romanzo storico I Carbonari della montagna.

1860.

- Segue con entusiasmo le vicende della II Guerra d’Indipendenza e della spedizione dei Mille, e si arruola nella Guardia Nazionale – istituita dopo l’arrivo di Garibaldi a Catania – prestandovi servizio per circa quattro anni, nella i legione, ii battaglione, v compagnia, partecipando nel ’61 e nel ’62 a diverse operazioni militari, tra cui l’intervento per placare una sommossa popolare. Deluso nelle speranze liberali come molti Siciliani e turbato dalla repressione garibaldina (il cui ricordo riaffiorerà in Libertà), si dimetterà, nel 1864, ottenendo l’esonero dal servizio militare, versando tremilacento lire alla tesoreria provinciale.

Esordisce come giornalista e fonda con un gruppo di amici, tra cui Nicola Niceforo ed Antonino Abate, il settimanale «Roma degli Italiani». Il giornale, che ha un programma unitario e anti-regionalistico, viene stampato a Catania nella tipografia di G. Pastura ed è pubblicato per circa tre mesi, con cinquanta abbonati. Vi compare tra l’altro un articolo dello scrittore, favorevole al servizio obbligatorio di leva; ma, ad un certo punto Verga ne abbandona la direzione, anche a causa di dissensi con l’Abate, sostenitore dell’autonomia amministrativa della Sicilia.

1861.

– Collabora ad altri giornali e fonda con Niceforo una rivista, L’Italia contemporanea, nel cui unico numero appare la sua prima novella Casa da the che il Del Cerro, pseudonimo del Niceforo, definisce «già di tono verista».

Abbandona definitivamente gli studi universitari per dedicarsi, incoraggiato dalla madre, all’attività letteraria e con i denari che dovevano servirgli per laurearsi, insieme a mille lire indispensabili ottenute a fatica dal padre e grazie alla mediazione materna, inizia la pubblicazione, a proprie spese, del romanzo I carbonari della montagna presso l’editore tipografo Galatola di Catania, cui aveva lavorato già dal 1859;  all’inizio del 1862 uscirà il quarto e ultimo tomo del libro (L. 5 l’uno prezzo di copertina) che l’autore invierà ad Alexandre Dumas, a Cletto Arrighi, a Domenico Guerrazzi e a Frédéric Mistral.

Il romanzo I Carbonari della montagna è ambientato nel castello del conte di S. Gottardo e poi sui monti della Calabria, dove gli affiliati della Carboneria, delusi dalle false promesse costituzionali dei Borboni tramano anche contro la dittatura di Murat (perché aveva tradito come gli altri le speranze di libertà. La narrazione, dall’iniziale tono manzoniano, poggia sugli elementi preferiti del tardo Romanticismo, non senza una patetica e tragica storia d’amore tra Giustina, figlia del conte di S. Gottardo, e Corrado, gran maestro della Carboneria. Tuttavia l’opera, che sarà recensita favorevolmente nel numero del 23 maggio 1862 sul giornale La Nuova Europa diretto dal garibaldino A. Mario, non manca di una certa fluidità narrativa, e mette in risalto i sinceri propositi patriottici del Verga ventenne, oltre alla disposizione per il tema dell’amore-passione che, fino ad Eros, caratterizzerà tutta la produzione verghiana. L’orrore per le guerre civili fratricide di Corrado il Carbonaro riflette certamente notazioni psicologiche dell’autore: «Voi non sapevate che cosa è la guerra civile. La guerra civile è questa: guardatela!!!». Ma più che riflesso di un conformismo ideologico attribuito in seguito a Verga dalla critica, esso è il segno di quel disegno che maturerà l’accostarsi del narratore alle lacrymae rerum, sacrificando tutte le suggestioni delle mode di facile presa sul pubblico che ancora suggeriscono autori contemporanei come Guerrazzi e Dumas, ai quali Verga inviò tuttavia il romanzo, come un doveroso omaggio ai suoi modelli.

1862.

- Nel giorno dell’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), che egli avrebbe chiamato «di lutto nazionale» nella prefazione dell’opera, comincia a scrivere il suo secondo romanzo storico I Carbonari della montagna, che verrà pubblicato presso la tipografia Galatola di Catania, tra il ’61 e il ’62, in quattro tomi (L. 5 l’uno prezzo di copertina) a spese dell’autore, che riesce ad ottenere dal padre le mille lire necessarie, con molte difficoltà e grazie alla mediazione materna.

1863.

- Il 5 febbraio 1863 muore il padre, affidando la tutela dei figli al fratello don Salvatore, a cui Verga avrebbe chiesto volumi e quattrini in prestito per affrontare i primi viaggi con un bagaglio meno modesto.

Tra il 13 gennaio ed il 15 marzo, in ventidue puntate, nelle appendici del periodico fiorentino Nuova Europa, dopo due estratti di assaggio nei numeri del 5 e del 9 agosto del ’62, pubblica il romanzo Sulle lagune, ambientato nella Venezia del 1861, che racconta l’idillio tormentato di un ufficiale ungherese, Stefano de Keller, in servizio presso l’esercito austriaco, che «spezzerà la sua sciabola sul lastrico» rifiutandosi di sparare sulla folla, e di Giulia Collini, il cui padre e fratello sono perseguitati per i loro sentimenti di italianità.

Pare che la fonte del «fatto lagrimevole e straordinario» fossero stati due episodi di cronaca mescolati nell’impianto narrativo alle suggestioni letterarie, con la variante di una misteriosa conclusione. La trama, piuttosto esile, si muove tra ansie, sospetti, duelli, riecheggiando ancora elementi alla Dumas, in una Venezia «gondola in odalisca» tutta «un fremito di voluttà»; più semplice però lo stile e, a tratti, il disegno di alcune figure di popolani che nel realismo richiamano le letture manzoniane e degli autori scapigliati come l’Arrighi, preannunziando il passaggio dell’osservazione verghiana verso due temi: il motivo passionale e quello realistico.

1864.

– Dirige per pochi mesi a Catania il giornale politico «L’Indipendente», che dal decimo numero sarà diretto da Antonino Abate, col quale aveva avuto dissensi anche aspri in quelle settimane.

1865.

- Nel mese di maggio per la prima volta si allontana dalla Sicilia, e si reca a Firenze, dal 1864 capitale d’Italia e centro della vita politica e intellettuale, rimanendovi almeno fino al giugno. Viene introdotto nei raffinati circoli fiorentini da due autori siciliani di fama, il Capuana, critico de La Nazione, dal ’60, e il Rapisardi, che lo presenta al Dall’Ongaro, docente di letteratura drammatica all’Università di Firenze, patriota e dantista già celebre, il quale radunava nel suo salotto artisti, rivoluzionari come Bakunin, Prati ed Aleardi, attori come Tommaso Salvini, scrittori come Imbriani. Il Verga ben s’inserisce in quell’ambiente colto e alla moda dove altri siciliani come il pittore C. Reina ed il musicista G. Perrotta cercavano affermazioni; elegante, curato nella persona, è alla ricerca ambiziosa di un successo mondano e letterario che non gli manca, malgrado qualche provincialismo residuo dei modi, ed informa la madre dei suoi progetti, tenendo nella corrispondenza un’accurata contabilità delle spese. Questo primo viaggio a Firenze fu una vera e propria vacanza.

- Scrive Una peccatrice.

È di questo periodo la commedia, inedita, I nuovi tartufi (in testa alla seconda stesura si legge la data 14 dicembre 1865)

1866.

- In agosto invia al Concorso Drammatico Governativo promosso in Firenze dalla «Società di incoraggiamento all’arte teatrale» la commedia I Nuovi Tartufi,  rimasta inedita fino al 1982, pubblicata a cura di C. Musumarra e la cui prima notizia era trapelata in una lettera scritta nel 1922 da F. De Roberto a Sabatino Lopez. Ideata certamente a Catania, nel breve soggiorno fiorentino, l’opera maturò e acquistò, secondo le abitudini del Verga, migliore documentazione soprattutto per quel che riguarda l’impostazione drammatica. In essa Verga tende a combattere una battaglia sociale secondo le tesi dello stesso Dall’Ongaro che così osservava: «Sorga un nuovo Goldoni il quale affronti questa nuova battaglia, e meriti questa nuova corona. È tempo di togliere la maschera ai truffaldini, ai pulcinelli, ai tartufi moderni».

Il dramma del Verga s’inserisce per l’appunto nel genere di teatro già avviato dal Praga (Le madri galanti) e soprattutto del Tartufo politico di Angelo Brofferio (1852) e di Prosa (1858) di Paolo Ferrari, di cui ricalca gli intenti etici e sociali, innestandovi il motivo politico in una satira anticlericale contro tutti i truffaldini (il nome tartufo compariva in tal senso già nella Commedia dell’Arte), i parlamentari arrivisti appartenenti alla borghesia operaia, come Prospero Montalti, il protagonista, e i falsi e ipocriti bigotti che nascondono dietro la maschera della religione e del perbenismo i loro sporchi intrighi, veri sepolcri imbiancati, come Ferdinando Codini. L’opera vi esalta già, secondo la Nardecchia, che si è occupata del teatro verghiano di recente, i valori sani della famiglia contro la politica, di cui Verga fino alla maturità, con coerenza dirà «Alla larga» e riflette un interesse non episodico per il genere teatrale che verrà ripreso anche negli ultimi anni.

La commedia, in tre atti, non ebbe neppure una menzione tra le 26 concorrenti (da La Nazione del 2 marzo 1867), anche per una certa severità della censura nei riguardi della satira politica. ma lo scrittore avrebbe continuato la strada intrapresa.

Con i denari della nonna materna, Rosa Barbagallo, pubblica presso l’editore Negro di Torino il romanzo Una peccatrice, in parte autobiografico, perché una delusione amorosa del Verga è riflessa nel personaggio di Pietro Brusio, giovane commediografo di provincia, che vive a Napoli una breve e impetuosa passione per la capricciosa ed irrequieta Narcisa Valderi e, dopo il successo del suo dramma Gilberto, rifiuta l’amore della donna la quale, tra molti languori e musiche da melodramma, cerca nell’oppio la morte. Il romanzo è lo sfogo dei sogni proibiti dell’autore, e poteva rappresentare “il breviario di un giovane decadente, anticipando di 25 anni Il piacere” (Cattaneo)

L’opera, recensita favorevolmente dalla Assing nella Few Freve Presse di Vienna, è perfettamente in linea con gli elementi della narrativa borghese-scapigliata, ma il De Cerro, che pare suggerisse il titolo all’amico, ci attesta che lo studio degli ambienti e molti personaggi minori (come quelli delle bettole del periodo di traviamento di Pietro) «erano tutte macchiette prese dal vero». Il Verga sarà severo giudice però delle sciatterie dello stile e dell’enfasi descrittiva del romanzo quasi d’impianto teatrale, mostrando di non gradire la ristampa fatta anni dopo dall’editore Giannotta, dichiarando che «il dissotterrare simili peccati e simili peccatrici è un brutto tiro che si fa al pubblico e all’autore» (L’illustrazione Italiana, 24 aprile 1898).

1867.

- Ritorna in Sicilia dove una nuova epidemia di colera lo costringe a rifugiarsi con la famiglia nelle proprietà di Sant’Agata li Battiati prima e poi a Trecastagni (zona di monte Ilice, descritta poi in Storia di una Capinera) e da qui a cavallo quasi tutti i giorni per un po’ se ne andava ai piedi di un "grosso cratere" e alla ospitale casa dei Perrotta.

1869.

- Il 26 aprile, con gli amici Elia, Barbera e Orsini, parte per Firenze e prende alloggio in via dell’Alloro dove soggiornerà fino al settembre. Per mezzo del Rapisardi, poeta illustre di Catania, conosce il Dall’Ongaro, che prende a benvolergli e lo introduce negli ambienti letterari fiorentini e soprattutto i salotti di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, madre e figlia, entrambe pittrici, tedesche. Viene a contatto con scrittori e intellettuali dell’epoca come il Prati, l’Aleardi, il Maffei, il Fusinato e l’Imbriani (quest’ultimo autore di capolavori a tutt’oggi ancora poco conosciuti). Ha inizio l’amicizia con Luigi Capuana.

Conosce in casa Dall’Ongaro Giselda Fojanesi, 18 anni, che aveva da poco ottenuto il diploma di maestra elementare superiore e aveva ottenuto una proposta di insegnamento da Livia Màgheri, direttrice del Convitto nazionale di Catania. Con i buoni servigi del Rapisardi la cosa andò a buon fine. Ai primi di settembre partirono insieme alla madre di lei, per Catania, e in attesa dell’apertura dell’anno scolastico Verga le ospitò nella villetta di Santagata Li Battiati: furono giorni lieti e sereni, con frequenti passeggiate per la campagna intorno all’Etna (Giselda sposerà il Rapisardi, allontanandosi dal Verga, ma fra i due ci sarà una breve ma tempestosa passione negli anni tra l’80 e l’85.)

In questo stesso periodo si rinnova la vocazione teatrale con Rose caduche (pubblicato soltanto nel giugno 1928 da Vito Mar Nicolosi nella rivista Maschere di Catania) la cui tematica, oltre al riferimento alla contemporanea Dame aux camelias di Dumas e ai modelli di Torelli e Ferrari è più vicina ai personaggi dei Tartufi che a quelli di Una peccatrice e di Eva.

I tre atti della pièce mondana ruotano intorno alla storia di tre coppie: un capriccio caduco come le rose, della contessa Baglini e del cavalier Falconi; la passione di Irma e Luciano; la riconquistata solidità del legame di Paolo e Lucrezia dopo brevi evasioni erotiche, che rafforza il proposito moraleggiante del lavoro, apprezzato perciò dal Dall’Ongaro, ma che non vide la luce delle scene, preannunziata dal Verga in una lettera alla madre (26 maggio). Verrà messa in scena a Palermo postuma, nel 1960, al Piccolo Teatro, con la regia di G. Calendoli.

Frequenta il caffè Doney e il Michelangelo, i teatri Pagliaro e La Pergola in cui ambienta Eva.

Nell’agosto, come testimoniano gli ultimi inediti e le lettere alla madre, scrive il primo atto de L’Onore in due rifacimenti autografi (di 19 e di 18 pagine non complete) progettando «una bella commedia in quattro atti, di cui Dall’Ongaro trova stupendo il soggetto. Concorrerò al premio dell’anno venturo e la faremo qui rappresentare da Belotti Bon e Merelli...». Ma i tempi si allungheranno, tanto che nel ’72 la commedia non è ancora finita e viene abbandonata come un esercizio, anche dopo i preziosi consigli del Capuana a cui aveva mandato in lettura il manoscritto (lettera del 18/2/1872) ed ancora nel 1876, trascura il Padron ’Ntoni (lettera al Treves del 17/1/1876) per lavorarvi, ma finirà per trasferirne i personaggi nei romanzi della trilogia dell’amore Eva, Tigre Reale, Eros e perfino ne Il marito di Elena. Di questa seconda stesura in cinque atti esistono gli abbozzi con laboriose varianti, contemporanei al progetto de La Marea con molteplici riferimenti nell’epistolario ad una commedia «di società» ed anche al carattere dell’onorevole Scipioni. Dei manoscritti ha curato l’edizione critica la Leotta con la Iannuzzi in Prove d’autore (1983), attingendo al Fondo Verga i vari esemplari.

1870.

Compiuto nell’estate del ’69, dopo essere stato rifiutato dall’editore Treves, esce a puntate, sul giornale di mode « La ricamatrice », di proprietà dell’editore milanese Lampugnani, Storia di una capinera di cui esistono tra le carte verghiane tre abbozzi teatrali, La sposa di Gerico (Argomento), Cenerentola (già il più completo, distinto in atti e quadri e personaggi), Dolores (tre schemi), ma molto più tardi, posteriori certamente a Don Candeloro e C.i perché scritti dietro le bozze di stampa di questa raccolta, di cui Concetta Greco Lanza aveva segnalato l’esistenza sin dal 1977. L’anno successivo sempre il Lampugnani ripubblicherà il romanzo in volume con introduzione di Dall’Ongaro in forma di lettera a Caterina Percoto.

1871.

Il successo arride al Verga con la pubblicazione di Storia di una capinera presso l’editore Lampugnani. Il romanzo in forma epistolare, secondo modelli letterari celebri (l’Ortis e La Religieuse di Diderot), raccoglie le lettere di una novizia e gli valse il consenso di un certo pubblico per il tema sentimentale, come dirà lo stesso autore: «quel povero libro è stato fortunato attirandosi tutto il merito dell’argomento» con la solita severa autocritica.

La Storia è lo studio psicologico di una passione nell’animo di un’educanda, prigioniera «come una capinera in gabbia», che conoscerà l’amore per Nino, durante una breve vacanza dal chiostro a causa del colera e giungerà alla follia e alla morte, costretta dalla volontà dei parenti e dalla mancanza di dote a tornare in convento e a vedere l’amato sposo della sorellastra Giuditta.

Secondo l’ultima critica (Campailla) la Capinera è la condizione «al femminile» dello stesso autore, che, dal chiuso della provincia siciliana, ha la forza di prendere il volo verso altri lidi, e secondo noi anche lui è storicamente un diverso, come Maria è già una «vinta» dal motivo della roba e dell’amore, dalla condizione storica isolana che non le consente il salvifico rifugio nella famiglia, centro nodale del romanzo I Malavoglia.

Il Verga si proponeva già un’indagine sociale ispirata a fatti veri, come il colera del ’57 e l’amore per Maria Passanisi, i luoghi dell’epidemia del ’67 e la conoscenza dalle zie monache e dai racconti della madre, che era stata educata nella Badia di S. Chiara, della vita di convento (come il particolare della cena della pazza). Inoltre ritornava il riflesso della legge di soppressione dei conventi e l’incameramento dei beni ecclesiastici del 1866 (accennati nella trama de I Nuovi Tartufi).

L’opera meritò per questo all’autore il titolo di «romanziere sociale» dal Dall’Ongaro che vi antepose la prefazione e il giudizio positivo di Caterina Percoto, la scrittrice friulana, che confessò «di aver versato lacrime di sincera commozione».

1872.

A fine novembre si trasferisce a Milano, dove rimarrà stabilmente, pur con frequenti ritorni in Sicilia, per circa un ventennio (alloggia in via Borgonuovo 1, poi in piazza della Scala e, infine, in corso Venezia) fino al 1893. Fondamentale sarà il soggiorno milanese per l’influenza dell’ambiente, nel quale “il bel giovane bruno, dall’aria fatale — dice il Barbiera —, riservatissimo, accende passioni nelle dame della haute e suscita la gelosia del Carducci”, mentre nel suo modesto quartierino di Corso Venezia, «una vera cella da frate», lavora con impegno a finire Eva, che, ambientata a Firenze, si arricchisce nell’ultima stesura di elementi scapigliati.

 Su consiglio di Capuana, divenuto nel frattempo suo amico, frequenta la casa di Salvatore Farina, direttore della Rivista Minima, e grazie alla presentazione di questi e di Tullo Massarani, frequenta i più noti ritrovi letterari e mondani e gli ambienti giornalistici: fra l’altro i salotti della contessa Maffei, di Vittoria Cima e di Teresa Mannati-Vigoni. Al Cova, ritrovo di scrittori e artisti, frequenta il Rovetta, il Giacosa, il Torelli-Viollier – che nel 1876 fonderà il «Corriere della Sera» – la famiglia dell’editore Treves e il Cameroni. Con quest’ultimo intreccia una corrispondenza epistolare di grande interesse per le posizioni teoriche sul verismo e sul naturalismo e per i giudizi sulla narrativa contemporanea (Zola, Flaubert, Vallès, D’Annunzio). Frequenta il teatro La Scala, il caffè Cova, detto «il caffè dei geni», il salotto della contessa Maffei e di Vittoria Cima.

- Continua a lavorare ad una seconda stesura de L’Onore di cui rifarà il primo atto undici volte.

- Lo impegna molto il lavoro di revisione di Eva, offerta per tre anni a vari editori, Ottino, Brigola, e finalmente ai fratelli Treves nella cui villa a Belgirate lo scrittore è spesso ospite e che pubblicheranno le sue opere più celebri.

- Giselda Fojanesi sposa il Rapisardi. Riportiamo dalla biografia del Cattaneo:

Il viaggio si svolse normalmente; arrivati a Napoli il Verga e le Fojanesi vi si fermarono un giorno, «visitarono il Museo e la sera assistettero a uno spettacolo di prosa». Si divertirono molto quando, scesi a un albergo in Piazza Medina, il direttore, mostrando due stanze, «una a un letto, l’altra matrimoniale, disse: Questa è per i signori sposi —». Durante il viaggio per mare le Fojanesi soffrirono molto. Un cameriere avvertì il Verga che le signore stavano male e lui si precipitò al soccorso in maniche di camicia scusandosi poi ampiamente della propria trascuratezza. Per questo episodio che divertì Giselda, il Rapisardi geloso e moralista ostentò sempre fastidio e indignazione. A Messina dove li attendeva Mario, il fratello di Giovanni, si fermarono per passarvi la notte. Ripartiti per Catania, si incontrarono alla stazione con le sorelle del Verga, Rosa e Teresa, e il fratello Pietro. Il giorno dopo il Verga, insieme al Rapisardi, andava a trovare le Fojanesi all’albergo. Il Rapisardi «era magrissimo, macilento, con l’aria sofferente» e non piacque molto a Giselda che lo trovò piuttosto ridicolo, nonostante le molte parole spese dal Verga in suo favore. Il Rapisardi apparteneva a quella che Gadda definisce «la stirpe dei poeti-profeti e degli scrittori capelluti». Ammirevolmente zazzeruto, con un «copricapo d’inconsueta foggia, ma adattata a veggenza», fornito di baffi malinconicamente spioventi, con un cravattone nero a farfalla e un ombrello in pieno sole, con un abito che cercava di rimediare al fisico sparuto e alle spalle troppo strette a forza di generose imbottiture, il Rapisardi si studiava di rendersi attraente elevando la naturale melensaggine della sua espressione a trasognamento poetico. La presenza del Verga, alto, elegante, vestito con proprietà e scevro da atteggiamenti profetici, doveva metterne in risalto l’aspetto caricaturale da vate ottocentesco. Autore della Palingenesi che il Verga aveva lodato in un articolo piuttosto retorico sulla Scena di Venezia, il Rapisardi era stato gratificato dal Comune di Catania di medaglia d’oro [...]

... Catania avrebbe in seguito innalzato un monumento al Rapisardi senza attenderne il lamentevole trapasso, polemica testimonianza contro i detrattori continentali del vate. Quando incontrò Giselda, il Rapisardi, insignito di medaglia d’oro dal Comune, era quindi il poeta ufficiale di Catania. [...]

Il Verga presentò Giselda alla madre e nell’ottobre, dato che le allieve del Convitto Provinciale non erano ancora tornate dalle vacanze, la ragazza fu invitata nella villetta dei Verga a Sant’Agata li Battiati. Per Giselda furono giorni lieti, passati in piacevole compagnia, con passeggiate frequenti per la splendida campagna intorno all’Etna. In una di queste gite videro il Rapisardi affacciato al balcone della sua villetta a San Giovanni La Punta. Il « vate », alle sue grazie naturali e al suo armamentario eccentrico, aveva aggiunto una benda nera a un occhio per un leggero malanno. Altra apparizione ridicola che divertì notevolmente Giselda.

Il Verga in quei giorni rivedeva la Storia di una capinera e pregò la ragazza che stava per entrare nel Convitto di scrivergli le sue impressioni di reclusa. Nel frattempo il Dall’Ongaro prometteva da Firenze che avrebbe continuato a interessarsi per la pubblicazione del libro. Ecco una sua lettera brevissima del 25 novembre: « Mio caro Verga, pochi versi, perchè sono affollato da mille faccende. Metterò in ordine i fogli della Capinera, e procurerò di farli pubblicare con qualche vantaggio a Milano, quando potrò andare di persona, fra due settimane ». Giselda insegnava al collegio italiano e religione; i Verga andavano a trovarla in parlatorio la domenica e da solo vi capitava anche il Rapisardi ostentando irrefrenabile passione spesso in versi come un eroe del melodramma. Queste manifestazioni scomposte poetico-amorose non erano naturalmente intonate all’atmosfera del Convitto e Giselda fu costretta a pregarlo di astenersi dalle visite. Di qui nuove smanie del vate, ribelle a tutte le convenzioni sociali, soprattutto a quelle che trovava personalmente scomode. La signora Verga invitò un giorno Giselda a casa sua e il Rapisardi, morente come al solito d’amore, tuonò con una lettera scritta «al tocco»: «A me non è concesso nè di scriverti nè di vederti, o Giselda, mentre ad altri è dato di averti in casa e di parlare un’intera giornata al tuo fianco. A me la solitudine e le ambasce e il dolore, ad altri la pace, l’indifferenza e la felicità; a me le spine amarissime del sospetto e i triboli avvelenati della gelosia, ad altri la tua compagnia la tua parola i tuoi sorrisi! O Giselda, Giselda! Tu hai passato una giornata in casa Verga, ed hai fatto il più grande oltraggio all’amor mio, la più grande offesa alla mia dignità. Tu non m’hai fatto neppure un cenno nella tua lettera, ed hai fatto un torto alla tua consueta sincerità. O non mi conosci, o non mi ami. Quel giorno, che io mi convincerò di essere ingannato, sarà l’ul timo giorno del nostro amore. Addio».

Giselda, che dopo le prime impressioni poco favorevoli, era rimasta colpita da buona diciottenne dai deliri amorosi del Rapisardi e dalle risorse quantitative della sua vena poetica, fu costretta per non portare all’esasperazione le sue furie gelose a pregare i Verga di rinunciare alle visite domenicali rompendo così una buona amicizia. Il Rapisardi intanto, se non poteva vedere Giselda in parlatorio, passeggiava continuamente sotto le finestre del Collegio, lanciava gelsomini, tentava di corrompere «persone di servizio addette al convitto perchè recapitassero le sue lettere». Commosso da questo grande amore, il Dall’Ongaro insieme ad Erminia Fuà Fusinato si adoprò presso il ministro della Pubblica Istruzione, Correnti, per fare ottenere al Rapisardi l’incarico di letteratura italiana all’Università di Catania. In questo modo il vate avrebbe potuto mantenere decorosamente una moglie. Il 15 dicembre del ’70 il Rapisardi riceveva la comunicazione dell’incarico e ringraziava, oltre al ministro, il Dall’Ongaro lamentando tuttavia di non poter accordarsi «di far delle conferenze coi giovani » ma di dover dare tre lezioni per settimana, dettate dal sommo della cattedra con quell’unzione e quel sussiego prescritto dalla legge e dalla tradizione». Dopo un tentativo, borghesemente fallito, di evitare il matrimonio, inadatto ai suoi atteggiamenti luciferici, proponendo a Giselda di praticare con lui il libero amore, il Rapisardi sposava la Fojanesi il 12 febbraio del ’72. L’amore per Giselda non aveva impedito altre frementi passioni all’autore della Palingenesi che doveva considerare doveroso per «un grande poeta», come lui stesso si definiva, mantenersi in uno stato di ebollizione continua per ogni donna che gli capitasse di incontrare. Lo dimostra, fra l’altro, una lettera del ’71 a una certa Santina nella quale il Rapisardi affermava di non voler « rinunziare alla divina dolcezza del nostro amore ». Che cosa attendesse Giselda, futura segregata in casa Rapisardi, fra un marito stoltamente tirannico, una suocera lugubre e ostilissima e una cognata lagnosa e malevola, fu subito abbastanza chiaro. Lo dimostra sufficientemente questa pagina pittoresca con la quale Maria Borgese descrive la prima sera di Giselda nella sua nuova casa.

«Il pranzo di nozze fu triste, mal servito sulla tavola apparecchiata senza cura, nella stanza di passaggio, dove da una parte era abballinato il piccolo letto per la suocera.

Quella sera erano stati invitati anche il fratello della madre, Vincenzo Patti, sarto, che Mario aveva soprannominato Giaretta e un ragazzo figlio di lui che più tardi, per imitare il cugino, si lasciò crescere la zazzera e portava la cravatta nera svolazzante. Padre e figlio mangiarono col cappello in capo, mentre il cognato Barbagallo aveva messo un fez rosso da bersagliere e Mario un berrettone di lana.

Giselda e sua madre si davano delle occhiate furtive, mentre si confermava in esse il concetto della Sicilia vista a quei tempi dai Toscani come qualcosa di paradossale, di misterioso, di primitivo. La suocera, seduta a tavola di traverso, sua posizione abituale, non toccò cibo. Fu servita la minestra, poi la carne, e dopo il pesce. Quando arrivò in tavola la cassata, la suocera esclamò a voce alta, come se continuasse un suo pensiero: — Di lupi arruzzuloni. — E spiegò meglio che potè alle due toscane il significato del proverbio: Mala sorte ai matrimoni fatti di lunedì. A Giselda spuntarono le lacrime: la signora Teresa e Mario cercarono di togliere la cattiva impressione di quella frase con motti di spirito, ma tutti gli altri restarono muti col volto chino sui piatto.

Anche il passare quella prima notte di matrimonio tra le due madri — la Teresa dormì nello studio di Mario e la Maria nella stanza accanto a quella degli sposi, proprio a muro a muro con loro, e ogni tanto la si sentiva gemere e singhiozzare — fu cosa che mise di pessimo umore la Giselda: di più, prima che gli sposi si chiudessero in camera, la suocera pretese di entrare con loro per aiutare suo figlio a spogliarsi e a mettergli in testa un fazzoletto di cotone giallo a grosse pallottole marroni per tenergli a posto i capelli. Giselda garbatamente le fece intendere che avrebbe potuto benissimo far lei, e allora la suocera si mise a piangere dietro l’uscio ».

Povera Giselda! quante ne passerà! Non solo col marito, ma colla suocera, così chiusa e introversa e soprattuttocarica di una malignità tutta popolana, tanto da venir soprannominata dallo stesso figlio: Carricafocu.

1873.

Lavora ai due romanzi da cui si aspetta la definitiva consacrazione di scrittore, Tigre reale e Eros (intitolato inizialmente Aporeo), intavolando laboriose trattative per la pubblicazione col Treves.

In febbraio per il Treves porta a termine la scrittura di Eva (la cui tematica sarà criticata da un’anonima recensione de La Nuova Antologia) che esce in questo stesso anno prima da Brigola e poi dallo stesso Treves, a Milano, che gli diede un compenso di sole 300 lire, prendendosi gratuitamente i diritti sulla Capinera, che anni prima aveva rifiutato.

Eva è certamente il migliore dei romanzi giovanili e il De Cerro ne fa risalire il manoscritto al ’64-’65 e riporta l’ispirazione ad un amore siciliano per una signora francese conosciuta dal Verga, proprietaria di una bottega di biancheria «A’ la robe blanche», a Catania in via Stesicorea, oggi via Etnea.

Nel romanzo Eva diventa una ballerina del teatro La Pergola di cui s’innamora un pittore siciliano, Enrico Lanti, che vedrà volubilmente appassire in una soffitta la sua passione, dopo che la donna ha abbandonato per lui le Luci della ribalta e il successo. La squallida realtà della vita di stenti degli artisti spegne il fuoco d’amore e la donna ritorna al suo mondo. Lo studio realistico degli ambienti, anche con note di crudezza, ed alcune scene del nucleo centrale sono degni del miglior Verga, mentre la seconda parte è artificiosa, anche nell’episodio del duello, che conclude l’opera, sfida di Enrico durante un veglione di carnevale al nuovo amante di Eva.

Frequenta i salotti di Clara Maffei e di Vittoria Cima, incontrandovi i fratelli Boito, Emilio Praga, Luigi Gualdo, e altri scrittori e artisti, amicizie da cui deriva uno stretto e proficuo contatto con temi e problemi della Scapigliatura milanese. Ed è abbastanza assiduo anche nel salotto di Caterina Cristofori Piva, dove nell’aprile conobbe il Carducci che fu fulminato dalla gelosia quando vide il Verga in atteggiamento di corteggiatore. Apriti cielo! Il Vate si sentì mortalmente offeso dalla situazione, e tornato a Bologna scriverà alla Cristofori Piva una terribile e insultante lettera contro il Verga, che riportiamo dalla biografia scritta dal Cattaneo (pp. 148-149):

« E ora parliamo d’altro. A casa ho trovato tanto da fare, che propriamente veggo mi bisogna mettere il capo a partito e crearmi intorno un’atmosfera di quiete: veramente mi bisogna lavorare, se non voglio mancare a’ miei impegni, nuocere a’ miei interessi. Anche tu per la parte tua vogli aiutarmi in questo proponimento, e siimi buona, e scrivimi consolatrice. Sebbene... ora mi torna a mente il cavaliere (con la qual bugia di titolo, che oramai serve da cerotto o da arnica nello spedale della società dei parvenus a tutte le noie della nullità senza nome, me lo presentasti) il cavaliere, dico, o cavalierino, come avrebbe detto il Foscolo, Verga, il quale mette una brutta corona di barone, falsa probabilmente come il titolo che gli presti tu, benigna e gentile complice di falsità, il quale scrive una delle solite invenie di racconti di monastero in romanzo epistolare e che ha il coraggio di lisciarti la mano per far paragone della morbidezza con quella del visino del tuo bambino. Ah stupida bestiuola d’un falso cavaliere e in tutto imbecille uomo! E dire che fra i miei rivali, o fra quelli che nel loro audace secreto vagheggerebbero un furto da borsaiuoli su quel che è l’amor mio, e che innanzi a un mio sguardo che li cogliesse nella premeditata mariuleria diverrebbero lividi di paura, ci sarà anche cotesto rifiuto isolano! Un uomo che mette una brutta corona baronale sur una carta da visita e che si lascia dare falsamente del cavaliere e che scrive un romanzo epistolare; e con tutto questo è siciliano, non può essere altro che un vigliacco ridicolo parvenu.

1874.

Termina la scrittura di Eros.

Al ritorno a Milano, nel gennaio, ha una crisi di sconforto in seguito al rifiuto di Treves di pubblicare Tigre reale (il 20 del mese) fin quasi a decidere il rientro definitivo in Sicilia. La supera rapidamente buttandosi nella vita mondana milanese (le lettere ai familiari sono un minutissimo resoconto, oltre che dei suoi rapporti con l’ambiente editoriale, di feste, veglioni e teatri) e scrivendo in soli tre giorni Nedda. La novella, pubblicata il 15 giugno nella «Rivista italiana di scienze, lettere e arti», ha un successo tanto grande quanto inaspettato per l’autore che continua a parlarne come di «una vera miseria» e non manifesta alcun interesse, se non economico, al genere del racconto.

Il 1874 è un anno determinante ed estremamente significativo per la storia della narrativa verghiana: al ritorno a Milano, dopo un primo anno di soggiorno che aveva visto il successo dell’Eva, Il Verga entrava in una fase di forte tensione psicologica, passando da un periodo di scoraggiamento grave al punto da fargli meditare il ritorno a Catania, rinunciando alla carriera di scrittore (il 24 gennaio scriveva ai familiari: «Vi confesso che i giorni passati ero alquanto scoraggiato, e se non fosse stato il pensiero di far ridere i nemici, e di aver speso inutilmente tanto denaro, vi avrei domandato consiglio per tornarmene»), a una combattiva consapevolezza del proprio valore.

Illuminante a questo proposito è la fittissima corrispondenza con la madre e i fratelli: la stesura della novella determinava il rovesciamento della situazione psicologica, poiché il 12 febbraio dichiarava: «confesso che anch’essa [la vanità] giova a qualche cosa, come a mettervi addosso la febbre di fare, di lavorare, e bisogna un certo entusiasmo per far bene. Mi sento addosso una responsabilità immensa, ma nello stesso tempo forza e coraggio da gigante, e quel che pubblicherò in Maggio farà rumore, lo spero.» E il 22 marzo ribadiva: «Capisco che [...] adesso sono in un punto decisivo della mia vita, e si tratta di combattere la più grande battaglia per trionfare decisivamente, e che perché devo presentarmi armato di tutte le mie armi, voi mi comprendete. Per questa ragione non ho voluto mettermi a scrivere il lavoretto pel Museo di famiglia che mi avrebbe buttato un 300 lire, perché in questo [momento] sono tutto invaso e penetrato del soggetto che ho per le mani, né vorrei distoglierne l’attenzione e farne sbollire l’entusiasmo per mettermi ad un altro lavoro. Voglio finire prima questo, e finirlo tutto di un getto».

Si trattava di Eros che, insieme a Tigre reale tenuto nel cassetto per l’occasione, doveva costituire l’accoppiata vincente, la base per imporre definitivamente il suo nome di romanziere. Ma, contrariamente alle aspettative, a procurargli un grande successo sarebbe stata proprio la novella nata di getto in tre soli giorni, scritta soprattutto per colmare i vuoti dei vaglia spediti dalla Sicilia, per affrontare le spese necessarie a ben comparire nei salotti dell’aristocrazia milanese, alla Scala e ai veglioni del carnevale («Malgrado che io procuri di tenere la più giusta economia, pure, sia perché la vita è divenuta più cara, sia perché volere o non volere, non potete farvi idea di quanto costino anche tutti questi piaceri e queste attenzioni ed inviti che mi si prodigano gratis, e quante obbligazioni s’incontrino di dover spendere in molte piccole cose, questo carnevale e questi favori delle mie conoscenze mi costano molto» 9 febbraio).

Il 15 giugno nella Rivista italiana di scienze, lettere ed arti pubblica Nedda, bozzetto siciliano, che uscirà in un volumetto di 61 pagine dall’editore Brigola.

Nell’atmosfera delle feste e dei teatri del carnevale il Verga componeva Nedda, recuperando quasi per contrasto i personaggi del mondo isolano (a volte anche reali: «Salutatemi tutti gli amici e particolarmente lo zio Giovanni di Battiati, e ditegli che l’ho messo nella novella - Bozzetti siciliani - [primo titolo di Nedda] che stamperò nella «Nuova Rivista Italiana» 19 marzo ’74), così come, nelle lettere ai suoi, ai resoconti delle serate milanesi aggiungeva improvvisamente consigli per la campagna: «Non dimenticate di fare innestare gli alberi di Battiati, che non sieno però gli agrumi, ma i peri, susini, ecc. ».

Nessuna importanza, tuttavia, se non economica, attribuiva al racconto: a distanza di venti giorni dal primo annuncio, dopo averla corretta ed ampliata (i fogli di stampa infatti saranno più di tre), scriveva alla madre: «sabato consegnerò la novella [...] e credo che mi varrà dai 250 ai 300 franchi». E due settimane più tardi (il 13 marzo) ne riferiva laconicamente al Capuana, tra la notizia di aver concluso Tigre reale e il proposito di dedicarsi attivamente a un altro lavoro (sicuramente Eros): ho scritto una novella, uno schizzo di costumi siciliani, per una nuova rivista che si pubblica qui ».

Ma Nedda scritta quasi in un momento di relax, di allentamento della tensione suscitata dai due romanzi, da un Verga inconsapevole della novità e della possibile fecondità della materia e dello stile appena sfiorati ebbe un’accoglienza entusiastica. Prima ancora che apparisse nella «Rivista italiana» il Ghiron proponeva di ristamparla subito in opuscolo e tre giorni dopo la pubblicazione il Torelli ne elogiava l’autore, che, quasi sorpreso, ricopiava in una lettera ai suoi il biglietto del giornalista: «Due parole per dirvi che la vostra Nedda è la più bella cosa che avete scritto, è assolutamente bella e mi ha fatto una fortissima impressione. È probabilissimo che alla massa dei lettori faccia l’effetto opposto, e paia cosa scolorita; ma io, Mefïstofele, vi dico bravo di cuore e con sincera ammirazione» (18 giugno). (Carla Riccardi)

Protagonista una bracciante agricola, che alla povertà bracciantile aggiunge una povertà ancora più grave: non ha nulla e nessuno che possa mantenerla, sola con la madre vecchia e gravemente ammalata bisognosa di cure e medicine che non può pagare: unico sostegno, lo zio Giovanni, umanissimo benefattore che l’aiuta come può, povero anche lui; unico sogno Janu, per il quale il suo cuore può avere un momento di sorriso.

Il bozzetto si apre con Nedda raccoglitrice di olive; la settimana è stata magra: due giornate e mezza di paga in meno a causa della pioggia: il figlio del padrone propone che le venga pagata l’intera settimana, ma il fattore si rifiuta per timore che gli altri si possano ribellare. Nella notte Nedda torna a Ravanusa e si rallegra solo quando sente il rintocco della campana della Punta e vede Janu che coi buoi torna in paese. Muore la madre e Nedda il giorno dopo va a lavorare: una lira al giorno a incartare le arance, scatenando la maldicenza del vicinato e del prete per aver cucito di domenica il gembiule tinto di nero per il lutto e per essere andata subito a lavorare. Una sera sente la canzone di Janu, e all’indomani, domenica, lo vede vestito a festa: è stato licenziato perché si è ammalato di malaria. Per una settimana lavorano nella stessa tenuta e l’autore segue passo passo la vita dei due e i loro atteggiamenti delicati. Al sabato tornando verso casa accade l’irreparabile: Nedda resta incinta: tutti la sfuggono a Ravanusa e i datori di lavoro le riducono la paga, perché rende sicuramente di meno, fino a non darle nemmeno più lavoro: in questo modo consuma i suoi magri risparmi. Janu si riammala di febbre malarica e cambia lavoro: per curarsi consuma il piccolo deposito che avrebbe dovuto servire per sposare Nedda. Deve continuare a lavorare e accetta un lavoro di potatura degli ulivi, ma un giorno cade e viene riaccompagnato a casa: morirà pochi giorni dopo. Nedda resta irrimediabilmente sola, partorisce una figlia malaticcia e rachitica, che deperisce fino a morire:

Nedda rappresenta un cambiamento di direzione nell’arte verghiana: accanto a moduli narrativi e temi romantici e post-romantici, compaiono moduli e temi che saranno veristici; non è ancora il nuovo Verga, ma certamente è l’imbocco di una nuova strada. Accanto alla presenza del narratore “onnisciente” che manipola la materia e propone commenti espliciti che coesistono colle battute dei personaggi, abbiamo la narrazione attraverso i silenzi e i gesti dei personaggi e la presenza del paesaggio.

1875.

Nedda è subito ristampata dal Brigola, come estratto dalla rivista; sempre da Brigola nel giugno pubblica Tigre Reale, Del testo sono giunte a noi due redazioni autografe di 351 e 179 pagine ed una copia più tarda (forse della Sordevolo) con parecchie varianti.

Il romanzo riprende il tema dell’amore tormentato. Giorgio La Ferlita giace a letto per un colpo di spada e ritorna a ritroso nel tempo rievocando la sua storia d’amore per Nata, una contessa russa, piena di tutte le avidità e mai sazia di tutti i capricci. La strana gentildonna, non bella ma «leggiadra», fragile ma infida come una tigre, ripetutamente qualificata come «leonessa», e poi «pantera», e «lupa» e infine «tigre», torna a sconvolgere la vita di marito (di Erminia) e di padre dopo avere a lungo rifiutato le sue attenzioni, è malata e ha un passato turbinoso. Entrambi sposati, alla fine entrambe le donne sono malate, ma una sola guarirà: e la contessa infine offrirà involontariamente il suo “funerale come ultimo spettacolo, lasciando al vecchio amico appena un addio”.

Il romanzo, oltre al clima raffinato e convulso delle altre opere, ritrae anche la vita della provincia siciliana e i suoi quieti affetti.

Il Verga, spinto dal buon esito del bozzetto e sollecitato dal Treves, scrive nell’autunno, tra Catania e Vizzini, alcune delle novelle di Primavera e comincia a ideare il bozzetto marinaresco Padron ’Ntoni, di cui, nel dicembre, invia la seconda parte all’editore: è la prima concezione dei Malavoglia.

Verso la fine dell’anno compare con la data del 1875 Eros (prima Aporeo) che conclude con un valore quasi simbolico i temi mondani e i duelli d’onore che il pubblico amava. Ai personaggi sono però già riservate amare sconfitte ed essi sono ideologicamente più vicini ai vinti del ciclo omonimo, la cui ideazione è contemporanea come testimoniano alcune lettere al Treves, a cui nello stesso anno manderà il bozzetto marinaresco Padron ’Ntoni, primo nucleo narrativo de I Malavoglia.

1876.

Lavora alle novelle (Primavera e Certi argomenti) e a una commedia, Dopo, che non riuscirà a finire (ne pubblicherà poche scene nel 1902 nella rivista « La settimana »).

Decide di rifare Padron ’Ntoni, che già nel settembre del 1875 aveva giudicato «dilavato», e prega il Treves di annunziarne la pubblicazione nell’«Illustrazione italiana».

Attende allo studio degli ambienti della modesta borghesia milanese e continua a mostrarsi molto interessato al teatro.

Raccoglie in volume (esce il 25 ottobre) le novelle scritte fino a quel momento, pubblicandole presso il Brigola con il titolo Primavera ed altri racconti che comprendeva anche novelle apparse in rivista e dominati da un realismo malinconico: si tratta di racconti di soggetto diverso e variegato, qualcuno con tirate un po’ moralistiche, col mondo elegante e capriccioso di Certi argomenti, e col mondo piccolo borghese di La coda del diavolo;  In Primavera (che all’inizio si intitolava Una Principessa) che darà il titolo alla raccolta, rappresenta l’amore di Principessa per un musicante, Paolo; e rappresenta un adulterio borghese e catanese in Coda del Diavolo e un adulterio borghese e contemporaneo di Luciano e Matilde in Storie del castello di Trezza.

1877.

Il bisogno di denaro e le cure degli impegni familiari assillano lo scrittore che lavora a nuove opere e cura la riedizione delle precedenti inserendo le Storie del castello di Trezza, di ambientazione fantastica e mondana vicine alle vicende dei romanzi catanesi.

In aprile muore la sorella Rosa.

Capuana lo raggiunge a Milano e comincia a scrivere un’opera che risponde ai canoni programmatici del verismo: Giacinta. Sulla decisione di spostarsi dalla Sicilia, ebbe notevole peso proprio il Verga che aveva insistito fin dal ’73 perché lo raggiungesse a Milano.

Pubblica di nuovo Primavera, aggiungendovi in coda Nedda (ancora nel 1880 uscirà presso il Treves una terza ristampa del volume col titolo Novelle). Il romanzo procede lentamente: nell’autunno scrive al Capuana: «Io non faccio un bel nulla e mi dispero».

1878.

Comincia la relazione con la contessa milanese Paolina Greppi Lester, che si prolungherà fino al 1905, testimoniata da 207 lettere autografe, cedute dal figlio della donna, Augusto Lester, agli eredi Verga, tramite il De Roberto, decifrate da Garra Agosta con cui si è scoperta questa figura femminile tanto importante.

Dal 1878 al 1880, con duplice creatività, Verga compone due delle sue opere più significative: Vita dei Campi e I Malavoglia, e nelle lettere all’editore, al fratello Mario e all’avvocato amico Salvatore Paola Verdura (21 aprile 1878) è già abbozzato il disegno dell’intero ciclo La Marea, (poi il titolo sarà mutato in I vinti), con le note affermazioni teoriche di adesione anche morale al Verismo.

«Ho in mente un lavoro che mi sembra bello e grande. Una specie di fantasmagoria della lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuolo al ministro ed all’artista ed assume tutte le forme, dall’ambizione alla avidità di guadagno, e si presta a mille rappresentazioni del gran grottesco umano, lotta provvidenziale che guida l’umanità attraverso tutti gli appetiti, alti e bassi, alle conquiste della verità!

«Insomma cogliere il lato drammatico, o ridicolo o comico di tutte le fisonomie sociali, ognuna colla sua caratteristica, negli sforzi che fanno per andare avanti in mezzo a questa onda immensa che è spinta dai bisogni più volgari o dalla avidità della scienza ad andare avanti, incessantemente, pena la caduta e la vita, pei deboli e mal destri.

« Mi accorgo che quando avrai letto questa lunga filastrocca sarò riuscito a dirtene ancora niente e ne saprai meno di prima. Il primo racconto della serie, che pubblicherò tra breve, ti spiegherà meglio il mio concetto, se ci riesco. Per adescarti, dirò che i racconti sono cinque, tutti sotto il titolo complessivo della Marea e saranno: 1°) Padron ’Ntoni; 2°) Mastro Don Gesualdo; 3°) la Duchessa delle Gargantàs; 4°) l’On. Scipioni; 5°) l’Uomo di lusso.

«Ciascun romanzo avrà una fisonomia speciale, resa con mezzi adatti. Il realismo, io, l’intendo così, come la schietta ed evidente manifestazione e l’osservazione coscienziosa, la sincerità dell’arte, in una parola: potrà rendere un lato della fisionomia italiana moderna, a partire dalle classi infime dove la lotta è limitata al pane quotidiano, come nel « Padron ’Ntoni » e a finire nelle varie aspirazioni nelle ideali avidità dell’uomo di lusso (un segreto) passando per le avidità basse alle vanità del “Mastro Don Gesualdo”, rappresentante della vita di provincia, all’ambizione di un deputato».

Il 17 maggio riguardo a «Padron ’Ntoni chiede al Capuana da Milano conferma sul titolo scelto «un’ingiuria, un soprannome».

Io son contento del mio sacrificio incruento, che mi lascia meglio soddisfatto del mio lavoro e mi fa sperare che riesca quale l’ho vagheggiato in immaginazione. A proposito, mi hai trovato una ’ngiuria che si adatti al mio titolo? Che ti sembra di I Malavoglia? Potresti indicarmi una raccolta di Proverbi e Modi di dire siciliani? Io lavoro ancora; ma a giorni bene, delle volte però malissimo, e svogliatamente. Però non voglio precipitar nulla, purchè cotesto lavoro mi contenti prima di contentare gli altri [...] Pel Padron ’Ntoni penso d’andare a stare una settimana o due, a lavoro finito, ad Aci Trezza onde dare il tono locale. A lavoro finito però, e a te non sembrerà strano cotesto, che da lontano in questo genere di lavori l’ottica qualche volta, quasi sempre, è più efficace ed artistica, se non più giusta, e da vicino i colori son troppo sbiaditi quando non sono già sulla tavolozza ».

Anche la seconda stesura de L’Onore (in cinque atti) risale certamente a questo periodo e del testo esistono oggi quattro manoscritti, con varianti e rifacimenti esaminati dalla studiosa catanese Ninfa Leotta nel Fondo Verga, come le altre «prove d’autore» in cui non a caso compare tra i personaggi una duchessa delle Gargantàs, madre di un figlio illegittimo, l’avvocato Scipione, come nel progetto de La Duchessa di Leyra, inserita nel tema del triangolo e dell’infelicità coniugale della figlia (Ida e poi Emma nelle varie stesure) che si sacrifica per difendere «l’onore» di un marito giocatore e infedele, il marchese di Becerra.

Difficoltà economiche costringono lo scrittore a firmare cambiali per il Treves, che gli anticipa tremila lire sul contratto di Vita dei Campi, ed infine un evento quanto mai doloroso per lui: il 5 dicembre muore la madre, alla quale era legatissimo.

Nell’agosto pubblica nella rivista «Il Fanfulla» Rosso Malpelo, mentre comincia a stendere Fantasticheria.

Il 5 dicembre muore la madre Caterina, e il suo dolore è reso più acuto dalla lontananza, creando un senso di smarrimento che si mescolava al tormento determinato dal pensiero insistente di essere  rimasto per troppo tempo lontano da casa, quasi un tradimento imperdonabile della “religione della famiglia” che stava prendendo corpo nelle sue opere, e all’angoscia della lontananza sentita talvolta come una condanna della fatalità.

1879.

Attraversa una grave crisi per la morte della madre («Mi sento istupidito. Vorrei muovermi, vorrei fare non so che cosa, e non sarei capace di una risoluzione decisiva» scrive il 14 gennaio al Massarani), tanto da rimanere inattivo nonostante la volontà e la coscienza del proprio valore («Io ho la febbre di fare, non perché me ne senta la forza, ma perché credo di essere solo con te e qualche altro a capire come si faccia lo stufato» confida il 16 marzo al Capuana). Nel luglio lascia finalmente Catania per recarsi a Firenze e successivamente a Milano, dove riprende con accanimento il lavoro.

Su Il Fanfulla della Domenica pubblica la novella Fantasticheria, ispirata al breve soggiorno di Paolina Greppi ad Acitrezza, in cui abbozza il nucleo de I Malavoglia e sottolinea l’ideale dell’ostrica ed il passaggio dalla «fantasticheria» di una vita semplice, che dura lo spazio di un desiderio, alla visione di una vita quotidiana che da un lato, per i vinti, è lotta per l’esistenza e per la “ballerina” (al secolo, Paolina Greppi) o la nobildonna o la borghese è l’eccitante fluire delle cose in una fantasmagoria seducente fra luci e danze e divertimenti. È proprio il Verga a mettere in evidenza il passaggio dalla «fantasticheria» dell’immaginazione e di ciò che maggiormente piacerebbe fare, alla «fantasmagoria» della vita vissuta, cioè al susseguirsi reale e realistico dei fatti quotidiani.

Nel novembre scrive Jeli il pastore. Tra la fine dell’anno e la primavera successiva compone e pubblica in varie riviste le altre novelle di Vita dei campi.

Si appassiona alla fotografia,  aspetto questo della biografia verghiana scoperto soltanto nel 1966 da G. Garra Agosta, che ha salvato, sviluppato e catalogato 448 negativi di foto scattate dal Verga, il quale con la macchina a cassetta regalatagli dallo zio don Salvatore Verga Catalano riprodusse dal vero i personaggi e i paesaggi delle sue opere, soprattutto dei dintorno di Catania (ma anche di Milano). Completano l’archivio fotografico del Garra i ritratti dell’autore (dall’età giovanile alla maturità) e foto con dediche autografe dei più importanti personaggi letterari ed artistici del tempo e delle donne che più contarono nella sua vita.

Ferve il lavoro preparatorio de I Malavoglia (ancora Padron ’Ntoni) di cui traccia i cartoni e la cronologia dei personaggi e si fa mandare dal Capuana (lettera del 20 aprile 1879) la raccolta di proverbi del Rapisardi, per utilizzarla nell’opera.

1880.

Nella Rivista Minima appare la novella L’amante di Raja (che diventerà L’amante di Gramigna) con lettera-prefazione all’amico Salvatore Farina, in cui il Verga afferma che esso è «un documento umano, udito per i viottoli dei campi» e conclude enunciando la sua particolare interpretazione della tesi dell’impersonalità.

In primavera vede la luce presso Treves la raccolta di novelle Vita dei Campi, comprendente Cavalleria Rusticana, Nedda, L’amante di Gramigna, La Lupa, Ieli il pastore, Pentolaccia, Guerra di Santi, Fantasticheria, in cui prevale il motivo dell’amore-passione, tranne in Rosso Malpelo e Guerra di Santi, nonché in Fantasticheria. Lo scrittore vi rappresenta dal vero le vicende dei contadini, dei pastori, con partecipe pietà, ambientandone le vicende nei luoghi della sua giovinezza, con l’ottica del lontano.

Continua a lavorare ai Malavoglia e nella primavera ne manda i primi capitoli al Treves, dopo aver tagliato le quaranta pagine iniziali di un precedente manoscritto. In luglio è intento a correggere la stesura de I Malavoglia, rifugiandosi all’Hotel Riposo presso Varese, lontano anche dalla donna amata, e a lei (lettere del 7 e del 29 luglio) e al fratello Mario confida il lungo travaglio compositivo «Io ho finito ieri come ti dissi il romanzo», come pure al Capuana al quale chiede parere. A lui donerà, per sua richiesta (lettera del 23/7/1880) il quarto manoscritto autografo (Fondo Verga coll. MSU 2395) che presenta numerose varianti all’esame che ne abbiamo fatto (manca ad esempio la chiusa finale del romanzo), tuttora inedito. Rilegato in cartone con costa in pelle presenta oggi questa dedica: «All’illustre fotografo Luigi Capuana il suo Giovanni». Precedono il testo, travagliatissimo di tagli, aggiunte e spostamenti di capitoli, sedici pagine staccate, gli scritti preparatori del romanzo e sette cartelle numerate, con elenchi di proverbi e tra questi un disegno della costellazione delle Pleiadi, nonché le due prefazioni (del 19 e del 21/1/1881). Il manoscritto fu ceduto da Adelaide Bernardini, moglie del Capuana, per lire 5000 nel 1953 al nipote del Verga Giovannino Verga Patriarca.

Incontra di nuovo, dopo dieci anni, Giselda Fojanesi, che aveva, come abbiamo visto, sposato il Rapisardi, allacciando una relazione amorosa durata a intermittenze oltre tre anni. Il matrimonio non era stato per Giselda particolarmente brillante fin dal primo momento (appena entrata in casa Rapisardi era stata costretta a vestirsi a lutto per la morte, avvenuta un anno e mezzo prima, del suocero mai conosciuto).

1881.

Nel numero di gennaio della « Nuova Antologia » viene pubblicato col titolo Poveri pescatori l’episodio della tempesta tratto dai Malavoglia, ed in febbraio, nelle edizioni Treves, escono I Malavoglia, accolti freddamente dalla critica («I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco pieno e completo » confessa l’11 aprile al Capuana), accompagnati dalla prefazione datata 19 gennaio, scelta dal Treves stesso, nella quale il Verga, tracciando l’intero disegno dei Vinti, ne fissa i definitivi nomi in cinque romanzi: I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, La Duchessa di Leyra, L’Onorevole Scipione, L’uomo di lusso.

Nel primo il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso alle sue sorgenti e i Vinti sono «i deboli che restano per via, e levano le braccia disperate e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravegnenti».

Il romanzo ritrae, infatti, la storia di una famiglia di pescatori guidata dal patriarca Padron ’Ntoni, sullo sfondo corale di un intero villaggio, Acitrezza, in provincia di Catania, dalla cui vita di stenti, dopo una serie di disgrazie legate ad un carico di lupini e a vari lutti familiari, tenta di staccarsi ’Ntoni il giovane, ma il mondo tradirà le sue ambizioni, respingendolo, divorandolo, come fanno in mare i pesci più grossi con i più piccoli, mentre gli altri ricostruiranno con Alessi, nella «casa del nespolo» la religione della famiglia, per sopravvivere con rassegnazione, ostriche legate allo scoglio dove sono nate. Assolutamente nuovo il linguaggio corale, il cosiddetto «Erlebte Rede», a proposito del quale pare che Verga confermasse, in un’intervista all’Artuffo, di aver avuto una certa influenza («Fu un fascio di luce!») dal ritrovamento di un giornale di bordo, che gli suggerì il modulo narrativo del linguaggio marinaresco, come dalla novella Comparatico del Capuana aveva attinto la forma schiettamente popolare per rendere il quadro con le sue tinte vere e il suo disegno semplice (lettera del 24/9/1882). I Malavoglia ricevono critiche sfavorevoli, tranne quella del Capuana a cui Verga scrive (11 aprile 1881): «I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco, pieno e completo... ma se dovessi tornare a scrivere quel libro lo farei come l’ho fatto...».

Comincia ad ideare Mastro don Gesualdo e a scrivere Il marito di Elena. Conosce Rod, giovane scrittore svizzero che risiede a Parigi, che sarà il suo traduttore in francese, e che nel 1887 darà alle stampe la traduzione dei Malavoglia, e diventa più profondo il rapporto di amicizia con De Roberto e Capuana a cui già da Milano aveva chiesto cartoline e foto de «La Rosamarina», la casa di villeggiatura dell’amico nella valle di Santa Margherita, per ambientarvi la vicenda di Cesare Dorello, «quel cornuto» de Il marito di Elena e dare al romanzo con cui tenterà di riconquistare i favori del pubblico «il colore locale»..

Pubblica sulla rivista Rassegna settimanale il 14 agosto Malaria e il 9 ottobre Il Reverendo, che all’inizio dell’anno aveva proposto al Treves per la ristampa di Vita dei campi in sostituzione di Il come, il quando e il perché, e che due anni dopo usciranno nelle Novelle rusticane.

In politica si professa «moderato» ed evita ogni rapporto con la scapigliatura democratica e con gli ambienti della Sinistra.

Incontra e conosce all’Hotel Milan di Roma Dina Castellazzi Contessa di Sordevolo, con la quale avrebbe però iniziato solo nel 1896 una relazione stabile (testimoniata dalle Lettere d’amore [703] decifrate dal Raya), e che rimarrà legata a lui fino alla morte.

Comincia a ideare il Mastro-don Gesualdo e pubblica Malaria e Reverendo

1882.

Pubblica da Treves Il marito di Elena, un romanzo del quale dichiara di non essere «molto contento», sentendo che il ritorno alla vecchia maniera poetica si mescolava alle nuove forme dei Malavoglia. Si rende conto dell’inadeguatezza del linguaggio usato per esprimere lo studio minuzioso di stati psicologici ed emotivi raffinati.

È un’opera dove il dialogo è ridotto al minimo e prevale l’analisi psicologica condotta con una eccitazione, un tono esclamativo che ne diminuisce contro ogni intenzione l’efficacia. Non mancano gli aspetti caricaturali come nella presentazione del poeta rapisardiano. Difetta l’impersonalità e il commento dell’autore che si insinua di tanto in tanto ne è la prova.

Sempre da Treves il racconto Il come, il quando e il perché (poi riunito in Vita dei campi). Esce invece a Catania presso l’editore Giannotta una nuova redazione di Pane nero, poi compreso nelle Novelle rusticane, per aiutare l’editoria e l’economia locale e soprattutto i danneggiati dal terremoto di Casamicciola che doveva riprendersi. Escono Libertà e Il canarino del n. 15 sulla Domenica letteraria, entrando in contatto con l’ambiente

In maggio insieme al fratello Mario fa un viaggio a Parigi dove si incontra con Edouard Rod, il quale tradurrà I Malavoglia col titolo Moeurs Siciliennes (Scene di vita siciliana), e successivamente si reca a Médan dove incontra Émile Zola, di cui aveva detto al Capuana: «Uno solo ci fa cascare la penna di mano!».

A Parigi per l’amica Paolina Greppi compra calze di seta e un cappellino a lutto presso la Casa Saran «adatto al lutto stretto» in una Maison de deuil e tornato a Milano prega l’amico Édouard Rod di commissionare alla stessa Maison un secondo «cappellino da signora, da lutto, in velluto, per inverno», e gli manda persino «il ritratto» di colei che avrebbe devuto indossarlo!

In giugno è a Londra per accompagnare il fratello Mario nella vendita di una preziosa collezione di monete greco-sicule (per pagare le ipoteche sui terreni) e soffre per il clima umido fino a dover ritardare il rientro a Parigi. In fondo resta deluso delle due grandi capitali, ma il suo è un atteggiamento un po’ provinciale, come di chi non si trova nel suo ambiente naturale che può dominare e addomesticare a suo piacimento.

Alla fine dell’anno escono presso Treves le Novelle rusticane con la data 1883, Per i tipi del Casanova di Torino, in gennaio, pubblica Novelle Rusticane, comprendenti Il reverendo, Cos’è il re, Don Licciu Papa, Il Mistero, Malaria, Gli Orfani, La Roba, Storia dell’asino di S. Giuseppe, Pane Nero, I Galantuomini, Libertà, Di là dal mare (che rievoca l’avventura con la Fojanesi); alcuni racconti erano già usciti in rivista (nella Rassegna Settimanale, nel Fanfulla della Domenica, in Fiammetta e nella Rivista Minima). Il motivo della “roba” costituisce la caratteristica fondamentale delle Rusticane, e Verga mostra ormai di non credere alle rivoluzioni dove «all’aria ci vanno solo i cenci» e tuttavia la sua denuncia sociale si fa più intensa con toni di cupo realismo.

Mentre Verga si trova a Roma proprio nei mesi in cui D’Annunzio stava mietendo un grande successo colla sua presenza che affascinava ovunque si mostrasse, emanando un fluido quasi magnetico: ed aveva solo ventanni. Nell’Hôtel Milano, dove era solito alloggiare, incontra per la prima volta la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo: un incontro "impetuoso" che sembrò non lasciare conseguenze.

1883.

Oltre che con Arrigo Boito e Gualdo, che già frequentava da anni, stabilisce un legame di forte amicizia con Giacosa. Scrive le «scene popolari» di Cavalleria rusticana (adattando al teatro una novella di Vita dei campi).

Lavora intensamente ai racconti di Per le vie, pubblicandoli nel Fanfulla della domenica, nella Domenica letteraria e nella Cronaca bizantina. Il volume esce all’inizio dell’estate presso Treves.

Pubblica Novelle rusticane (Torino, Casanova).

Nel giugno torna in Sicilia «stanco d’anima e di corpo», per rigenerarsi e cercare di concludere il Mastro-don Gesualdo. Nell’autunno nasce il progetto di ridurre per le scene Cavalleria rusticana; perciò intensifica i rapporti col Giacosa, che sarà il «padrino» del suo esordio teatrale.

Sul piano della vita privata ha inizio la lunga e affettuosa amicizia con la contessa Paolina Greppi: durerà fino ai primi anni del nuovo secolo: l’ultima lettera è datata 11 maggio 1905, e in essa si lamenterà di attraversare un “bruttissimo periodo” anche per la malattia del fratello e del fratellino ed esternando il piacere che Gigi, il figlio di Paolina, è stato promosso generale, ripromettendosi di scrivergli per congratularsi con lui; e chiude dicendo che si sta appena riprendendo “dalla prostrazione e dall’abbattimento assoluto” in cui lo “avevano buttato l’influenza e le febbri” e l’ultimo saluto è quello anonimo “del compare vostro”, non quello dell’uomo che ha amato.

Alterna i soggiorni a Vizzini (l’ambiente delle Rusticane) coi viaggi a Milano e pubblica per il Treves, Per le vie, il cui primo titolo è Vita d’officina, una raccolta novellistica d’ambientazione milanese, con tristi e squallide vicende di ambienti cittadini, (Il canarino del n. 15) anche malfamati, nei luoghi che il «galantuomo» Verga attraversa in carrozza con la bella Paolina (Il Bastione di Monforte) o che scorge dai vetri del Montecarlo, un ritrovo alla moda dove gioca al macao o all’êcarté (Piazza della Scala).

In novembre torna a Catania, riallaccia la relazione con Giselda Fojanesi, delusa del Rapisardi, e mentre comincia a lavorare al Mastro-don Gesualdo, in pochi giorni trasforma la novella omonima nel bozzetto drammatico in un atto Cavalleria Rusticana, e il 2 dicembre la preannunzia a Paolina «come un avvenimento letterario nel nostro “anemico” teatro», anche se è costretto per la diffidenza del Rossi a pagarne i costumi da lui stesso disegnati.

Alla fine dell’anno la sua relazione con Giselda subisce una svolta improvvisa: il 19 dicembre Rapisardi scopre casualmente una lettera compromettente del Verga a Giselda datata 14 ed una subitanea e violenta reazione cacciandola di casa: Giselda non fa una piega: in due ore (mai donna fu così pronta e rapida nel raccogliere le sue cose) preparò il bagaglio e se ne andò... finalmente libera da un incubo.

Leggiamo dalla biografia di Giulio Cattaneo (cit.):

Proprio in questo periodo esplodeva violentemente il dramma coniugale in casa Rapisardi. Il Verga, dall’inizio dell’estate, salvo brevi soggiorni a Roma e a Torino, era sempre stato a Catania e nonostante le molte difficoltà era riuscito a incontrarsi più volte con Giselda. La mattina del 19 dicembre Rapisardi era in preda a una delle sue leggendarie emicranie e girava continuamente per le stanze con manifestazioni vistose di dolore. Il vate soffriva di tanto in tanto di questi attacchi e la casa si parava immediatamente a lutto. Nessuno faceva più nulla, la madre e la sorella non si lavavano nè pettinavano e attendevano scarmigliate e discinte la fine del malanno. Colpevole al solito era Giselda che si lavava come gli altri giorni secondo una abitudine criticata anche in momenti normali dalla suocera «che si vantava di non aver mai fatto un bagno». Quella mattina una donna che lavorava a mezzo servizio in casa Rapisardi arrivò con un pacco di giornali che Giselda aveva prestato, come in varie altre occasioni, alla signora Maria Aradas Bruno, direttrice di una scuola privata. Qualche volta nel fascio di giornali restituiti a Giselda era inserita una lettera del Verga. Nonostante ogni difficoltà non mancava quindi una certa organizzazione. Rapisardi nel suo girovagare intontito da una stanza all’altra si incontrò con la donna e prese il pacco alla presenza della moglie interdetta. La lettera del Verga cadde sul pavimento e il vate la raccolse, la aprì e la lesse allibendo:

« Alla signora G. — per gentile favore

venerdì, 14

«Ebbi la tua cara letterina ieri, e non ti risposi subito per non mettere quella brutta data. Ma vedi che subito dopo, oggi, il mio primo pensiero alzandomi è per te; e che le tue parole mi stanno qui nel cuore, e ho letto e riletto molte volte la tua lettera. Cara, cara, cara, tu sei la donna come l’avrei sognata io, l’amica, la sorella, l’amante, tutto. [Non la moglie, comunque]. Quante cose mi hai fatto tornare dinanzi agli occhi! vive, palpitanti! Come vorrei almeno vederti ad ogni modo. Andrò dalla P[iazzoli] e se mi parrà di dar troppo nell’occhio incontrandoti in casa sua, almeno ti vedrò in istrada. Io vorrei scriverti almeno ogni settimana. Ma temo di rendermi indiscreto con la cortese che ci aiuta. Dunque il piccolo sugello t’è piaciuto? Ne son contento. Ma non temere di rovinarmi coi tuoi modesti desiderii, amor mio. E fammeli sapere tutti francamente, che sinchè posso sai che il mio piacere più grande è quello di fare qualcosa pensando a te. Passerò da te prima di partire, almeno ti vedrò da lontano. E quest’estate cosa farai? Io, come sai, andrò in gennaio T[orino] e torno a dirtelo, in questa battaglia a cui mi accingo ora quasi calmo e indifferente come uno spettatore vorrei averti giudice e compagna. Sarà quel che sarà, ma non certo sarà una cosa solita. Tu vuoi darmi retta? Scrivimi degli altri bozzetti toscani, ciò che vi ha di più toscano, tu che hai questa benedizione in te, scrivimi degli altri raccontini come quel gioiello, che sai, e mandali al Fanfulla della Domenica, senza domandar permesso, se puoi. E ti garentisco che saranno accolti a braccia aperte, e gustati, e ti metteranno sul piedistallo, e gli editori verranno a cercarti loro. Ma lavora, lavora assiduamente, non ti lasciare vincere dallo scoramento, che, se non altro, il lavoro è un gran svago e un gran conforto. Ah! se potessi esserti vicino, o passare almeno sotto la tua finestra, e domandarti: Che fai? Col Som[maruga] poi non credo che la cosa sarebbe assolutamente impossibile se la proposta avrebbe l’aria di venirti da lui pel volume. Così lasciai disposta la cosa colla Ser[ao]. Che farà quanto mi promise non giurerei, perchè torno a dirti che mi sembra la quintessenza delle donne, letterata e napoletana. Io non ti dissimulai nulla di tutto ciò che aveva potuto far nascere in me questa convinzione, e torno a dirterlo, tanto più che ti vedo impensierita forse oltre il dovere delle mie parole. Non è cattiva, ma è in un pessimo ambiente, quello del F[racassa] e del Som[maruga] coi Lodi ed altri intorno che la guastano.

« Quando le dissi dell’impressione penosa e disgustosa che mi aveva fatto l’articolo del F[racassa]di cui mi parlasti, e gli attacchi dello S[carfoglio] non se ne mostrò impressionata come avrebbe dovuto. E a me, quel che secca dippiù, massime ora che ci ho un volume dal Som[maruga] è che l’altro sospetterà forse che nelle critiche passate e future e negli attacchi della C[ronaca] B[izantina]e del F[racassa], io ci sia per qualche cosa! Ti dirò tutto quello che è stato fra la S[era o] e me senza omettere una parola per tranquillarti. Essa mi fece per la prima volta delle allusioni abbastanza chiare a te e a quel che aveva subodorato fra noi due, una sera che tutti gli altri erano innamorati matti della Duse, da Spillmann. Ciò che mi disse non lasciava dubbio ch’ella fosse penetrata per un po’ nel nostro segreto, e credei meglio confessarle la verità per interessarla a noi, sperando anche che potesse giovarti nell’affare del tuo libro. Ella promise e si mostrò amica. Fu allora che te ne scrissi nel punto di lasciare Roma. Io mi rassegnavo di buon grado alla corvée che ci imponeva a tutti noi amici la sua cameraderie pur di mostrarle come le sarei grato della simpatia che dimostrava per te. Avrà anche avuto delle pretese muliebri cogli altri amici che le si mostravano più assidui e premurosi di me, io non ci badavo. Ma sembra che ciò l’abbia urtata, e una volta al mio ritorno a Roma mi disse quasi bruscamente: — Voi che mi prendete davvero per un uomo? — In parola d’onore aveva ragione e non glielo negai. D’allora in poi ha sempre evitato che le potessi parlar di te; e l’ultima sera che la misi fra l’uscio e il muro per pregarla d’intromettersi nel senso che ti ho detto fra te e il Som[maruga] tornò a promettere come la prima volta che l’avrebbe fatto, ma finora sembra di no. Eccoti tutta la verità. Però ti raccomando di fingere d’ignorarla con lei, perchè potrebbe nuocerti, o almeno chiuderti l’unica porta aperta per comunicare con un editore faccendiere che potrebbe farti rendere giustizia dal pubblico; avendo paura che tanti i quali non ti arrivano alle scarpe son già in auge, e l’Ottino ha fatto appena conoscere il tuo libro! A te nuoce l’antipatia che ispira generalmente quell’altro e i pettegolezzi che ha suscitato con le sue invidiuzze meschine e le sue ire indecorose. Dammi retta, fai la tua strada a parte, con tatto e per non urtarlo.

« Scrivi assiduamente pel Fanfulla, e quando avrai dieci o 12 articoli fanne un volume. Ti garentisco dell’esito.

« Addio. Ti bacio sul viso, sugli occhi, sulla bocca così, così, così, a lungo, prenditi qui l’anima mia, tuo... ».

Per un marito, e per giunta siciliano, ce n’era abbastanza anche se, come afferma seriosamente il biografo Cappellani, in questa lettera « l’amore ha ben poco spazio, mentre la vita con le sue esigenze e con la nobiltà del lavoro occupa il resto ». Il citato biografo aggiungeva che le frasi compromettenti « non sono più che 10 righe, in tutto, di stampa, e la lettera occupa più di 65 righe » e questo calcolo probabilmente avrebbe dovuto consolare il Rapisardi. Ma il grande poeta non fu della stessa opinione e subito «ingiunse alla moglie» di andarsene, obbedito immediatamente da Giselda che cominciò a prepararsi per la partenza mentre il marito si abbandonava singhiozzando su una poltrona come il protagonista di Tristi amori alla rivelazione dell’adulterio. «Intanto la suocera strideva: — Prestu, cchiù prestu! Levati di devanti a l’occhi mei! — E come un ritornello: — Prestu, cchiù prestu! ». In due ore Giselda era pronta, «lasciando al marito anche i doni preziosi avuti da lui, fra i quali la medaglia d’oro, fatta montare a spilla, che Catania aveva decretato a Rapisardi nel 1868, dopo l’uscita della Palingenesi ». Il vate le dette «centocinquanta lire in moneta e centocinquanta in tagliandi di rendita». Da allora Giselda non ebbe altro e si ammetterà che liberarsi di una moglie, e sia pure infedele, con sole trecento lire anche in pieno Ottocento costituiva indubbiamente un buon affare.

«Allorchè fu per varcare la soglia Mario per ben tre volte la riafferrò per il braccio cercando, come fuori di sè, di trattenerla: e per tre volte la donna si vinse e riuscì a svincolarsi». Altra scena da commedia di Giacosa: questa volta I diritti dell’anima, con dieci anni di anticipo. «La suocera diceva frattanto al figlio — Lassala iri, ’ntra otto jorna sarà ’antra vota a tuppuliari arreri a porta » — che tradotto in italiano significa: « Lasciala andare, fra otto giorni sarà di nuovo a battere dietro la porta». Il titano era in preda a una vera crisi: piangeva e scalciava.

«Diluviava: Giselda prese uno degli ombrelli in anticamera. La suocera glielo strappò di mano urlando:

«Tutti cosi ti carrii! (Ogni cosa ti porti via!)

« La tradizionale inimicizia fra suocera e nuora era in questo caso un duello all’ultimo sangue. Un duello con l’ombrello.

« Mario si scosse: barcollante si avvicinò alla madre e levatoglielo di mano lo porse alla moglie, che senza voltarsi se ne andò ».

Con una carrozza Giselda si recò immediatamente a casa Verga, «fece chiamare Giovanni e lo attese nell’atrio». Lo informò rapidamente dell’accaduto e manifestò il proposito di partire subito per Firenze. Il Verga approvò la decisione, aggiunse che non poteva accompagnarla perchè doveva restare «a disposizione di lui» e promise di raggiungerla al più presto. Attesa inutile perchè il Rapisardi non lo sfidò a duello come a quei tempi era quasi obbligatorio, figuriamoci poi in Sicilia. I duelli per motivi anche futili erano frequentissimi e se ne accorse, fra i tanti, il Sommaruga che in un solo giorno ricevette tre cartelli di sfida per un articolo, non suo, apparso sulla Cronaca bizantina sulle donne di Messina «sguaiate, chiesolastre, ineleganti», che amavano «i fiori, la musica, gli uccelli, la commedia e le quaglie coi piselli, ma più di tutto le quaglie ». Il Sommaruga se la cavò rimanendo ferito al primo scontro e così fu vendicato l’onore delle «Madonne Peloritane». Ma il Rapisardi si guardò bene dall’imitare quei gentiluomini di Messina anche se le sue ragioni avrebbero avuto maggiore consistenza.

Il Verga rimase a Catania qualche giorno e raggiunse poi Giselda a Firenze. Non potè fermarvisi molto perchè lo attendeva a Torino, il 14 gennaio dell’84, la prima di Cavalleria.

Il Rod prepara l’edizione francese de Il marito di Elena e la Révue des deux mondes pubblica novelle del Verga.

1884.

È l’anno dell’esordio teatrale con Cavalleria rusticana, che in origine secondo le ultime ricerche nei manoscritti, doveva essere un episodio rusticano de I Malavoglia: gli amori tra ’Ntoni e Peppa, andata sposa ad un altro. Il dramma, letto e bocciato durante una serata milanese nel suo quartierino di Corso Venezia a Milano da un gruppo di amici (Giacosa, Boito, Emilio Treves, Gualdo), ma approvato dal Torelli-Viollier. Grazie all’aiuto di Giacosa riesce a mettere in scena il dramma e la « prima » del 14 gennaio al teatro Carignano di Torino ha un grande successo (attrice protagonista era la Duse nella parte di Santuzza, Flavio Andò (Turiddu), Tebaldo Checchi (Alfio), e il copione teatrale verrà pubblicato dal Casanova, mentre subito dopo il Treves, altro scettico, uscirà con una nuova pubblicazione di Vita dei campi, illustrata dal Calandra, artista della Scapigliatura piemontese.

Nel giugno è a Londra e poi a Parigi ove incontra, oltre a Rod, Zola e de Goncourt. Pubblica a Roma, presso Sommaruga, la raccolta di novelle Drammi intimi, (comprendente I drammi ignoti, La Barbarina di Marcantonio, Tentazione, La chiave d’oro), che non verrà più pubblicata (ma tre racconti, I drammi ignoti, L’ultima visita, Bollettino sanitario, saranno ripresi nel 1891 in I ricordi del capitano d’Arce).

Si conclude, con la pubblicazione della prima redazione di Vagabondaggio e di Mondo piccino ricavati dagli abbozzi del romanzo, la prima fase di stesura del Mastro-don Gesualdo per il quale era già pronto il contratto con l’editore Casanova.

In estate fa escursioni in Val d’Aosta con Giacosa e s’incontra con Paolina Greppi a Villa d’Este, traendovi ispirazione per un futuro lavoro teatrale d’ambiente mondano: Le farfalle.

1885.

Viaggia tra Roma e Milano mentre prepara una nuova commedia, rompendo i rapporti col Rossi «commendatore da palcoscenico». Nel primi mesi termina l’adattamento per il teatro del dramma In portineria, tratto da un racconto di Per le vie (Il canarino del n. 15) e lo rappresenta a Milano il 16 maggio senza successo, recitato dalla Compagnia nazionale di Olga Lugo e di Enrico Reinache.: fredda è l’accoglienza riservata dal teatro Manzoni. Tiepida l’accoglienza del pubblico e sfavorevole la critica alle scene del dramma incentrato sulla rivalità in amore tra Gilda, bella e vanitosa, e Màlia, il canarino, malata e sfiorita nello squallido ambiente di una portineria milanese. Verga ne annunzia l’insuccesso al Capuana disegnando un grosso fiasco su una cartolina, ma difende la sua creatura e le convinzioni artistiche nella corrispondenza seguente: «Ho voluto che il dramma fosse intimo rigorosamente, tutto a sfumature d’interpretazione, come succede realmente nella vita; ed era, in questo senso, un altro passo nella ricerca del vero» (5 giugno 1885).

Ha inizio una crisi psicologica aggravata dalla difficoltà di portare avanti « Ciclo dei Vinti » e soprattutto è tormentato da difficoltà economiche personali e della famiglia e dalle cambiali che Treves «col suo maligno istinto» gli rinnova a stento, che lo assilleranno per alcuni anni, toccando la punta massima nell’estate del 1889. Confida il suo scoraggiamento a Salvatore Paola Verdura in una lettera del 17 gennaio da Milano, mentre si infittiscono le richieste di prestiti agli amici, in particolare a Mariano Salluzzo e al conte Gegè Primoli.

 Zola promette di scrivere la pref. alla trad. francese dei Malavoglia, e Maupassant dovrebbe fare altrettanto per le Novelle rusticane.

1886.

Trascorre molti mesi a Roma e lavora all’abbozzo di un dramma tratto dalla novella I drammi ignoti di cui aveva confidato l’idea al suo legale e a Giacosa (lettera del 21 marzo 1885) e frequenta l’ambiente della Cronaca Bizantina e soprattutto il salotto di Gegé Primoli e la Duse che prepara una nuova interpretazione di In portineria (lettera a Paolina del 18 novembre).

Roma, Albergo di Milano, giovedì 18 novembre 1886

Vi ringrazio dei vostri auguri., e sopratutto della vostra buona lettera e del bene che mi volete, Se sapeste il bene che mi fanno l’una e l’altra cosa, ne avreste piacere anche voi, e pensereste a quello che vi voglio io. Certo se degli auguri possono parlare fortuna, sono i vostri, e quelli dei miei fratelli. lo l’accetto riconoscente, ma non mi lusingo gran fatto nell’esito della commedia qui. Qualunque miracolo faccia la Duse, l’esito che ebbe la cosa a Milano, e sopratutto il modo come fu trattata dalla stampa, influiranno terribilmente sulle impressioni di quest’altro pubblico, tanto più che le mie convinzioni artistiche non mi permettano la menoma transazione, e m’impongono il difficile compito di andare colla testa contro il muro. E la testa è dura abbastanza, e abbastanza convinta di quello che fa, per non esser persuasa neppure che il muro abbia ragione, anche quando qui andrà rotta. lo me ne accoro un po’ per me, per tutte le conseguenze che si tira dietro la cosa, e molto per l’arte, come l’intendo io, che ne avrà un fiero contraccolpo. Ma se per caso andrà bene sarà una grave responsabilità pel pubblico di Milano, ai miei occhi ben inteso.

Domani o doman l’altro saranno distribuite le parti, e fra qualche giorno cominceranno le prove. Vi terrò poi a giorno di tutto. La Duse è buona e piena di buona volontà, Rossi aimable ed è tutto, e ci vedo tutto sotto; gli altri increduli, il pubblico non so. Della energia che mi augurate ho molta, vi assicuro, e ne ho bisogno di molta, per resistere a tante contrarietà di tanti generi. A voi sola dico tutto ciò.

Sinora faccio una vita molto ritirata, e lavoro lungo il giorno, perché dalla Portineria, prevedo, non verrà un soldo. Fortuna che anche all’albergo posso lavorare, e che ho in vista altri progetti di lavoro. Vado qualche volta a teatro, di rado. Alle 11 spesso vado a letto [...]

[Verga, Lettere a Paolina, cit. p. 114-5]

Il 29 luglio viene rappresentato a Catania all’arena Pacini il poema sinfonico Cavalleria Rusticana con musiche di G. Perrotta.

Al Valle di Roma, il primo dicembre, interpreti Flavio Andò, Eleonora Duse e Teresa Bernieri, con successo si replica In portineria.

Viene presentato a Parigi il dramma Cavalleria rusticana.

1886-87.

Passa lunghi periodi a Roma. Lavora alle novelle pubblicate dal 1884 in poi, correggendole e ampliandole per la raccolta Vagabondaggio, che uscirà nella primavera del 1887 presso l’editore Barbèra di Firenze. Nello stesso anno esce la traduzione francese dei Malavoglia senza successo né di critica né di pubblico.

1887.

I Malavoglia, tradotti da Rod, escono in Francia, senza incontrare successo di pubblico e di critica.

Pubblica un’altra raccolta di racconti, Vagabondaggio (Firenze, Barbera).

Soggiorna molti mesi a Roma per un affare di prestiti con le banche ed è tentato ancora dal teatro, mentre lavora al terzo atto della commedia tratta dalla novella Il come, il quando, il perché, nel mese di febbraio, che prolungherà ancora per vario tempo e lascerà negli abbozzi.

Roma, domenica 13 marzo 1887

Eccomi con voi, colle visite che ricevete la domenica. Vi stringo forte le mani, e ve le bacio tutte e due. Pur troppo, come voi dite, la nostra corrispondenza non brilla per allegria, e vorrei dalle vostre lettere vedere che siete allegra quanto si può, ma almeno senza motivi di essere il contrario. Comunque il ricevere una vostra lettera, lieta o triste, è un gran piacere per me fra i pochissimi che vengono da vicino o da lontano.

Avete sentito le notizie del colèra a Catania. Sono inquieto per i miei, seccatissimo per non poter più fare le cose che avevo intenzione di farvi per aggiustare alcune cose mie; le quali, con quest’altro colpo, e l’arenamento di tutti gli affari che ne seguirà laggiù, non avranno da stare allegre neppur loro. Sto cercando di combinare un affare qui colla fondiaria per sistemare certe mie pendenze, e questo mi porta via un gran tempo in pratiche cui non sono uso.

La commedia va avanti perciò adagio adagio, ma pure ne son contento e spero che ne sarete contenta anche voi. Quando e dove la darò? Ma... a Milano no di certo. Sono seccatissimo non pei pettegolezzi che sospettate voi nell’ultima vostra, ma per altri d’altro genere che non feriscono meno profondamente il mio amor proprio. Immaginatevi dunque che dicono o mi fanno capire che io ho lasciato Milano pel fiasco di Portineria. E gli amici, i migliori, quelli che passano pei più delicati e intelligenti – non voglio far dei nomi – mi domandano con insistenza : Quando verrete a Milano? Avvisate che vogliamo farvi grandi feste –. Un modo di ricordarmi il fiasco, e di rimpiccinirmi dinanzi all’impressione che avrebbe potuto farmi, che non è grazioso, né il più adatto a farmi mutar proposito.

Basta, tiremm innanz e parlatemi di voi. [...]

[Verga, Lettere a Paolina, cit. p. 123]

 

Roma, 20 marzo 1887

Un saluto dal vostro amico, che vi bacia le mani, e ve le stringe forte. Sono stato un po’ indisposto. Ho pagato anch’io il tributo al chinino e alle febbri romane, in dose minima però, e seccato soltanto pel ritardo che ciò ha portato alla mia commedia. Volete saperne il titolo e l’argomento? press’a poco l’una e l’altra cosa di una mia novella che deve essere in uno dei volumi Treves che ci avete. Ma più spigliata e più mondana. Però dispero di poterla aver finita, proprio finita, in modo di non avere a temere altri pentimenti, nella stagione buona, per quanto dovessi fare assegnamento su di questo lavoro per ragioni quattrinaje, ma preferisco dolor di borsa, come dicono in Sicilia, a dolor di coscienza artistica s’intende. È vero che con questi scrupoli si hanno sempre le tasche vuote, ma non so che farci. E ormai mi rassegno ad essere come sono. Vi raccomando perciò il segreto ancora. M’avveggo che ve ne chiacchiero da un pezzo, senza dirvene il titolo che desiderate conoscere. Come, quando e perché. Ma è ancora un titolo provvisorio. Non ne parlate quindi per doppia ragione. [...]

[Verga, Lettere a Paolina, cit. p. 124]

Assiste alla prima di Tristi amori (lettera a Paolina del 27 marzo) che definisce «una delle più belle che abbia scritto Giacosa» e mostra «disgusto per la volgarità ed ingiustizia del pubblico».

Collabora a vari giornali con novelle (Nanni Volpe) ed il motivo dei poveri diavoli diventa il filo conduttore della raccolta Vagabondaggio, pubblicata a Firenze per l’editore Barbera, che ha, per protagonisti dei dodici racconti, guitti, artisti da strapazzo o miserabili bruti. Nel tono apparentemente cinico e grottesco che usa, possiamo trovare il riflesso di una sua crisi interiore dello scrittore. Da notare anche che nel personaggio di Nanni Lasca  trasferisce una parte delle già scritte vicende giovanili di Gesualdo Motta, ritrovate negli abbozzi del secondo romanzo del ciclo dei Vinti, pagine non utilizzate nel romanzo.

A fine estate tornerà a Vizzini. Così ne scrive a Paolina Greppi il 24 giugno:

Sono vecchio di cent’anni, amica mia, e divento intollerante e brontolone. Vado a cacciarmi laggiù, e rintanarmi come un orso per buttar giù sulle carte del Mastro-don Gesualdo tutta la nausea che mi sento nel cuore. Per fortuna però faccio una vita ritiratissima e non mi lascio pigliare nella rete delle discussioni e delle polemiche letterarie e giornalistiche. Ma vi so dire che quel po’ che se ne legge senza volerlo, basta a rendere cretino o a tapparsi le orecchie su tutto quello che si stampa in Italia intorno alle cose della letteratura, come faccio io.  (cit., p. 135)

Inizia in ottobre la corrispondenza con una giovane ammiratrice triestina, Maria Brusini, che durerà fino al ’96.

1888.

Nella primavera conduce a buon fine le trattative per pubblicare Mastro-don Gesualdo nella « Nuova Antologia » (ma in luglio romperà col Casanova, passando alla casa Treves). Il romanzo esce a puntate nella rivista dal 1° luglio al 16 dicembre, mentre il Verga vi lavora intensamente per rielaborare o scrivere ex novo i sedici capitoli. Nel novembre ne ha già iniziata la revisione.

Dopo aver soggiornato a Roma alcuni mesi, all’inizio dell’estate ritorna in Sicilia, dove rimane (tranne brevi viaggi a Roma nel dicembre 1888 e all’inizio della primavera del 1889, incontrando ancora una volta la Paolina Greppi) sino al novembre 1890, alternando alla residenza a Catania lunghi soggiorni estivi a Vizzini, dai quali segue la pubblicazione di Mastro-don Gesualdo

In novembre, a Parigi, al Théâtre Libre di Antoine, è data senza successo Cavalleria Rusticana, mentre altri lavori vengono tradotti soprattutto in tedesco senza il consenso dell’autore.

1889.

Continua l’«esilio» siciliano («fo vita di lavoratore romito» scrive al Primoli), durante il quale si dedica alla revisione o, meglio, al rifacimento del Mastro-don Gesualdo che sul finire dell’anno uscirà presso Treves. Pubblica nella «Gazzetta letteraria» e nel «Fanfulla della domenica» le novelle che raccoglierà in seguito nei Ricordi del capitano d’Arce e dichiara a più riprese di esser sul punto di terminare una commedia, forse A villa d’Este. Incontra la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo, nel pieno della sua bellezza, che sarebbe rimasta vedova nel ’93, cui rimarrà legato per il resto della vita.

Completa per Treves il Mastro-don Gesualdo, completamente rifatto:

È la storia di Gesualdo Motta che a via di stenti è riuscito «a far la roba», e a sposare una Trao, nobile ma povera, che ha accettato le nozze senza amore per coprire uno scandalo. Intorno al protagonista tutto un paese, nella realtà Vizzini, con le sue tradizioni anguste e i primi tentativi rivoluzionari, nel paesaggio delle fertili campagne. Alla fine il manovale arricchito lascerà la roba per andare a morire, fra lo scherno e l’indifferenza dei servi, nel palazzo del duca suo genero, scialacquatore senza scrupoli, comprato col suo denaro. (Bonghi)

Quattro le operazioni fondamentali che Verga esegue sulla sua opera, ancora in fieri (come le descrive Carla Riccardi, curatrice dell’edizione critica del Mastro): a) riorganizzazione della struttura in una scansione in quattro tempi, due per l’ascesa di Gesualdo (fortuna del Mastro e suo matrimonio con Bianca Trao), due per la sua decadenza (prima l’abbandono della casa paterna da parte della figlia Isabella e la morte di Bianca, quindi la malattia e la morte di Gesualdo); b) adozione più ampia del “discorso indiretto libero”, la tecnica magistrale messa a punto nei Malavoglia, che costruisce la narrazione sulla rete dei discorsi dei diversi personaggi, che presentano i molteplici punti di vista, giudizi, voci; c) il ricorso frequente a descrizioni e ritratti in chiave grottesca, come esito dello “sguardo” del protagonista, il Mastro, centro e motore della narrazione che tutto giudica e con tutto entra in conflitto. Da questa revisione il romanzo esce con un profilo più deciso, equilibrato, più fedele ai dettami del racconto verista, ma pure capace di mostrare tratti e tensioni che rimandano ad una cultura narrativa più ampia e variegata... (la Repubblica, 30/11/2004)

Si reca di nuovo a Parigi per l’Esposizione universale.

Mascagni, ancora sconosciuto, compone un’opera tratta da Cavalleria rusticana su libretto di Targioni-Tozzetti e Menasci, mentre era un oscuro direttore della Filarmonica di Cerignola (prov. Foggia): il libretto gli era stato offerto gratis (non aveva i soldi per pagarlo). Con quest’opera Mascagni viene classificato primo fra 73 concorrenti al concorso bandito da Sonzogno (il quale, tra l’altro, l’aveva personalmente bocciato, commettendo uno dei pochissimi errori di valutazione della sua vita).

Si sente «legato mani e piedi» dagli affari familiari e trascorre gran parte dell’anno in Sicilia.

1890.

Rinfrancato dal successo di Mastro-don Gesualdo progetta di continuare subito il «Ciclo» con la Duchessa di Leyra e L’onorevole Scipioni. Continua a pubblicare le novelle che confluiranno nelle due ultime raccolte.

Comincia l’anno a Vizzini «come l’uccello ferito che cerca il bosco» e lavora a I Racconti del capitano d’Arce che usciranno nel ’91. L’8 aprile viene rappresentato al Teatro Costanzi di Roma, con musiche di Stanislao Gastaldon e libretto di Bartocci-Fontana, il melodramma Mala Pasqua, tratto da Cavalleria Rusticana; il 17 maggio, sempre al Costanzi, ottiene un grande successo la prima dell’opera Cavalleria Rusticana, su libretto di Targioni Tozzetti e Menasci, musica di Pietro Mascagni, interpreti la Bellincioni e Stagno.

Comincia la causa con Mascagni e Sonzogno ed attraversa un periodo di difficoltà finanziarie, mentre prepara anche un’altra raccolta, Don Candeloro e C.i per Treves. Fissa definitivamente il titolo della commedia: tra A Villa d’Este, Civettando, Le Farfalle, Al giuoco dell’amore e La Commedia dell’amore, sceglie, d’accordo con Paolina, quest’ultimo (lettera da Vizzini del 23 agosto) che poi tornerà a mutare in Farfalle.

Di questo lavoro esistono nel Fondo Verga quattro manoscritti autografi di 16 pagine, il primo con la presentazione di 30 personaggi; un secondo con varianti, correzioni e supposizioni di titoli (Dopo Dramma intimo) forse del Perroni; il terzo (Collocazione 133) il più completo col titolo Farfalle con 31 personaggi e tutto il primo atto; il quarto comprende il secondo atto e porta la scritta Il come il quando, il perché e 32 schizzi per la sceneggiatura.

Figura centrale la marchesa di Alàmia, inquieta farfalla, che alla fine nel nido ritroverà la pace, forse vicina alla contemporanea progettazione de La Duchessa di Leyra.

1891.

Escono per il Treves I ricordi del Capitano d’Arce di cui le ultime tre riprendono novelle di Drammi intimi.

Il Tribunale di Milano con la sentenza del 12 marzo riconosce i diritti del Verga e «gli assegnava la metà degli utili netti ricavati e da ricavarsi». Dopo la prima istanza la sentenza viene confermata anche in corte d’appello (16 giugno) e riceve la notizia mentre cura i reumatismi a Tabiano e il 10 agosto la comunica all’amica Paolina Greppi (“Vi do subito, appena l’ho ricevuta, la buona notizia della vittoria della mia causa. So di farvi piacere ai buoni e cari amici che ho costì”): otterrà il pagamento di 143.000 lire, con cui riesce a far fronte ad una situazione economica non molto florida, con un accordo siglato il 22 gennaio 1893.

A fine ottobre si reca in Germania a Francoforte per mettere in scena, con successo, al Lessing Theater Cavalleria Rusticana, quasi in veste di regista mentre a Berlino, in dicembre, «si mangia il fegato peggio di compare Alfio» per l’interpretazione dei tedeschi «tuder», abituati alla recitazione classica.

1892.

Fa da guida in Sicilia (Palermo, Solunto, Selinunte, Segesta, Monreale, Girgenti, Siracusa, Taormina, Catania, e l’Etna) a Boito e Torelli venuti in gita nel marzo.

In giugno lo troviamo a Torino e in luglio soggiorna a Tabiano per cure termali e per qualche "distrazione deve spostarsi fino a Salsomaggiore. In Agosto si trova a Milano e comincia ad andare in porto la causa con Sonzogno: parla già accomodamento in una lettera a Paolina Greppi del 16 agosto. Ai primi di dicembre lo troviamo a Catania.

1893.

Si conclude finalmente la causa con Sonzogno per i diritti su Cavalleria, già vinta dal Verga nel 1891 in Corte d’appello, accettando una transazione, che il «ricco e strapotente» editore musicale sarà costretto a versargli (nel ’95), di 144.000 lire, con cui supera finalmente i problemi economici che lo avevano assillato nel precedente decennio: Verga provvederà a saldare i debiti e a restaurare il palazzetto di Catania.

Da questo anno torna a risiedere stabilmente a Catania dove rimarrà sino alla morte, tranne brevi viaggi e permanenze a Milano e a Roma. Si diletta a fotografare i familiari in molte foto (Archivio Garra Agosta).

Trattative, peraltro infruttuose, con Puccini per una nuova versione lirica del dramma su libretto di De Roberto. Pubblica nell’«Illustrazione italiana» una redazione riveduta di Jeli il pastore, Fantasticheria (col titolo Fantasticherie) e Nedda.

Mentre diventa sempre più rada la corrispondenza con Paolina Greppi, ricomincia la relazione con Dina Castellazzi di Sordevolo, conosciuta nel 1881 a Roma e rimasta vedova da un paio d’anni. La relazione durerà sino alla morte dello scrittore.

1894.

Escono i racconti intitolati Don Candeloro e C.i. (Milano, Treves). Scrive per il teatro le «scene drammatiche» della Lupa (tratte dal racconto omonimo). Contatti con Puccini per musicare La lupa, ma restano infruttuosi, pur dopo un avvio promettente (si vedono a Milano e addirittura a Catania), perché il musicista probabilmente viene dissuaso dalla marchesa Gravina. Con lettera il Puccini si scusa con Ricordi dedicandosi alla Bohème.

Prende accordi con Libero Pilotto per mettere in scena La Lupa, ma non se ne fa nulla, tranne brevi soggiorni a Cavenago e a Roma, soggiorna in Sicilia.

Pubblica presso il Treves Don Candeloro e C.i, una raccolta di 12 novelle nella quale il mondo dei «pupari» e dei cantastorie è visto dal di dentro, dietro le quinte di una vita errabonda e miserabile.

In agosto esce l’intervista di Ugo Ojetti al Verga con fondamentali osservazioni sullo stile e sul metodo del romanzo, ed a proposito del teatro, «una forma inferiore e primitiva».

Cura la vecchia zia «mamma Vanna» e si lamenta per il peso delle cure familiari dicendo: «Nella mia camicia non ci vorrei un nemico».

In ottobre muore la zia Giovanna e Verga attende con impazienza la preparazione de La Lupa, mentre lavora a La Duchessa di Leyra, poiché è disgustato degli illustri ciabattini del teatro.

A Roma, dove si reca in brevi viaggi, frastornato e deluso dalle polemiche, avviene un celebre incontro a tre tra Verga, Capuana e Zola, che accusa lo scrittore siciliano di non avere delle teorie «bien arrêtées». Riguardo alle critiche dei giornalisti a sua volta Verga, con umorismo tutto siciliano dichiara «Stroncature? non so... Io non leggo. Io scrivo».

1896.

26 gennaio: rappresenta sulle scene del teatro Gerbino di Torino La lupa, interpreti Flavio Andò e Virginia Reiter, con bozzetti del Fontana, accompagnata da successo e da polemiche sull’argomento.

Pubblica presso Treves La lupa, In portineria, Cavalleria rusticana. È sdegnato per le manifestazioni popolari contro Crispi e si proclama «tutto fuori che monarchico costituzionale».

Nell’estate comincia a lavorare alla Duchessa di Leyra.

Il 23 agosto muore la cognata Ersilia Patriarca Rossi, alla quale Verga aveva prodigato particolare assistenza a causa di una poco oculata amministrazione del patrimonio da parte del fratello Pietro. Era stata una donna particolare nella sua vita, che l’aveva amato anche al di là di un semplice affetto parentale, tanto che a Catania si fece approntare un appartamentino al piano superiore rispetto a quella del fratello, per evitare un contatto continuato e... pericoloso. Fu una sciagura, come scrive quello stesso giorno a Paolina Greppi che “tanto si era interessata a lei” e alla sua salute.

Si mostra sempre più deluso della politica italiana e di «quel re d’Italia che piega il capo e la corona a Menelik, Di Rudinì ed industriali milanesi» (lettera a Paolina del 16 dicembre).

1897.

Continua a lavorare alla Duchessa di Leyra, documentandosi fra l’altro sulla moda maschile e femminile di cinquant’anni prima.

Sulla rivista catanese, «Le Grazie», pubblica La caccia al lupo, da cui, nel 1901, trarrà il dramma omonimo.

Pubblica da Treves una nuova edizione di Vita dei campi, illustrata da Arnaldo Ferraguti,  con notevoli varianti rispetto al testo del 1880.

Trascorre l’inverno a Catania, ma fa un lungo viaggio in Svizzera in estate, visitando e fotografando Rigi-Klösterli, Kaltbad-Hospenthal.

1898.

Elogia l’esercito e la repressione milanese di Bava Beccaris.

In una lettera datata 10 novembre a Édouard Rod afferma di lavorare «assiduamente» alla Duchessa di Leyra, (conta di terminare il romanzo entro l’anno) annunciandone la prossima pubblicazione sulla «Nuova Antologia».

Non si muove da Catania tranne che per una breve vacanza in agosto per recarsi a St. Moritz-Bad, a Mendrisio e Pallanza, ospite di Giacosa.

1899.

Gennaio: è a Palermo a raccogliere dati per l’ambientazione della Duchessa. Chiede una proroga alla «Nuova antologia», annunciando il libro per la fine dell’anno. In una lettera a Dina si pronuncia ancora contro «quest’Italia parlamentare e industriale».

Brevi incontri a Milano con la Sordevolo e segue la traduzione del Mastro-don Gesualdo in francese da parte della Laurent e del Rod, soggiornando in Sicilia.

1900.

Si concede una lunga vacanza con la Sordevolo all’Abetone, a Bosco Lungo Pistoiese. Si reca a Pallanza in giugno per le nozze della figlia di Giacosa.

1901.

Alterna periodi di lavoro ad altri di scoraggiamento; continua la sua relazione con la Sordevolo, alla quale invia spesso alla  100 lire, aiutandola anche a trovare traduzioni soprattutto dal francese (con l'amico Rod). Lavora a due bozzetti Caccia al lupo e Caccia alla volpe che dovranno essere stampati dopo la recita: la prima avviene il 22 novembre al Teatro Manzoni di Milano con la compagnia Reiter-Pasta.

1902.

Escono in volume i due atti unici, Caccia al lupo e Caccia alla volpe, tradotti in francese entro l’anno. Trascorre la villeggiatura in Svizzera, sui laghi, con Dina di Sordevolo e lavora alla stesura di Dal tuo al mio. I manoscritti, in varie stesure, recano i titoli: Quando il villano è sul fico; La piena; Casa Navarra.

1903.

Scrive il dramma in tre atti Dal tuo al mio, che viene messo in scena a Milano al teatro Manzoni, dalla Compagnia di Oreste Calabresi il 30 novembre, affidato all’Andò per consiglio del Praga.

Croce scrive sulla «Critica» un saggio su Verga.

Il 21 aprile muore il fratello Pietro e viene nominato tutore dei tre nipoti, Giovannino, Caterina che mantiene in collegio, e Marco.

1904.

Lavora alla trasformazione del dramma Dal tuo al mio in romanzo, mentre il Talli lo mette in scena a Roma.

1905.

Invia al Rod Dal tuo al mio perché esca contemporaneamente nella Revue des deux mondes e su La Nuova Antologia (la pubblicazione avviene n tre puntate, dal 16 maggio al 16 giugno)

Il 21 settembre muore il nipote Marco.

1906.

Nelle edizioni Treves esce il romanzo Dal tuo al mio, nella cui prefazione Verga evidenzia il suo atteggiamento ideologico, esente da etichette politiche e, rappresentando le lotte della classe operaia delle zolfare, non giustifica né l’ostilità sorda del capitalista arricchito (Don Nunzio Ranetta) né lo sciopero e la violenza dei lavoratori, limitandosi a rappresentare «la vita qual è», ma denunziando con cupo pessimismo «i Luciani di ieri e di oggi», cioè gli opportunisti, pronti a difendere la roba, imbracciando il fucile contro i vecchi compagni, avendo sposato, come il capo-popolo Luciano, la figlia del barone Don Ramondo Navarra, ridotto quasi in miseria.

Il romanzo non ha successo e Verga se ne lamenta con Dina di Sordevolo, con la quale trascorre il Natale a Catania in via Sant’Anna, insieme a Rod,

Il 9 dicembre muore a Pisa Paolina Greppi Lester.

Dopo un’interruzione di qualche anno riprende a lavorare alla Duchessa.

1907.

Continua a lavorare alla Duchessa di Leyra (il 1° gennaio 1907 da Catania scrive al Rod: «Io sto lavorando alla Duchessa»), di cui sarà pubblicato postumo un solo capitolo a cura del De Roberto in « La Lettura », 1° giugno 1922.

Il musicista Monleone rappresenta anche in Italia l’opera Cavalleria rusticana: Verga è citato in tribunale da Mascagni e Sonzogno per aver concesso l’autorizzazione . L’anno dopo il tribunale dà ragione a Mascagni, ma la causa continuerà ancora per diversi mesi, senza fortuna per Verga che viene costretto a pagare 1500 lire di penalità

1908.

I suoi lavori vengono rappresentati dalle compagnie di Grasso e Martoglio a Parigi, Bologna e Modena, ma Verga si mostra indignato per le manipolazioni di quel puparo» di Grasso che muta il finale di Cavalleria Rusticana «ad effetto» e fa intervenire il Praga, presidente della Società Autori per tutelare le sue opere, tradotte anche in siciliano.

In agosto concorda col Monleone di preparare «una selva» (una sacra rappresentazione) ispirata al motivo della Passione, a cui adattare le musiche già composte, tratta dalla novella Il Mistero e nei mesi successivi ne elabora due stesure. proponendo a Monleone di scrivere ex-novo la musica, anziché usare quella di Cavalleria.

In dicembre collabora alla definitiva stesura del testo preparato da Giovanni Monleone, fratello del musicista.

Esistono oggi dell’opera le varie stesure: quattro presenti nel Fondo Verga (dal n. 5380 al 5385) ed una conservata presso la Biblioteca Civica Berio di Genova, diversa da quella pubblicata in Scenario dal Pacuvio, completa di lettere e di foto di personaggi in costume che testimoniano la cura rivolta dal Verga al genere teatrale fino a tarda età.

Nel dramma è mantenuto, oltre al motivo dell’amore e della gelosia, il tono della fiaba e della sacra rappresentazione collocata nella processione di Pasqua, in cui Nela interpreta il ruolo della Vergine, pur macchiata dalla colpa, finché il padre le uccide l’amante.

 Il Verga rallenta sempre più la sua attività letteraria e si dedica con crescente assiduità alla cura delle proprie terre.

1909.

Comincia un idillio letterario con Maria Messina, giovane scrittrice che gli invierà 23 lettere fino al ’19 ed il suo ritratto, incoraggiata con benevoli giudizi dal Verga, di solito poco favorevole alle donne scrittrici.

Frutto dell’unione fra la figlia di un nobile che aveva dilapidato tutto il patrimonio al gioco e di un giovane di condizione modesta costretto ad interrompere gli studi e a ripiegare su un impiego di maestro elementare, Maria condivise con l’unico fratello una prima giovinezza infelice a causa delle ristrettezze economiche e dell’incomprensione fra i genitori. Ma mentre il fratello si affrancava dalle angustie familiari con l’avvento dell’indipendenza, la giovane restava chiusa fra le pareti domestiche, a condividere l’esistenza con i genitori. Il suo destino era, come quello di tante altre donne che poi sarebbero fluite nelle trame di molti suoi racconti, di sfiorire al telaio o al pianoforte, in un clima di povertà dignitosamente ammantata, se l’amore e l’attenzione del fratello non l’avessero sorretta e aiutata a sviluppare e ad estrinsecare il talento che in lei era celato. In una lettera a Giovanni Verga, datata 6 novembre 1909, così ella scrive:

“Sono vissuta sempre sola nella mia piccola famiglia: non sono mai andata né anche a scuola, i miei maestri sono stati mia madre quand’ero piccola e il mio unico e amato fratello sino a pochi anni fa, a lui soltanto-che m’à avviata su questa via, che, con giovanile entusiasmo d’artista m’à additato un ideale, che à voluto far di me quel che lui non à potuto e che pur doveva essere, a lui debbo tutto. Sono dunque vissuta sola, pur non sentendo bisogno d’alcuno, restando un po’ selvatica, un po’ estranea alla vita pure osservando la vita…”

Ed infatti sotto la guida del fratello Maria Messina, incitata anche dal Verga, si appropriò degli strumenti atti ad esprimere le sue tensioni artistiche ed in breve fu in grado di far confluire nei suoi racconti una gamma di personaggi di umile statura che la limpidezza del suo narrare e l’attenta disamina dell’ambiente piccolo-borghese in cui si muovevano innalzarono alla dignità dei personaggi più famosi della letteratura. I suoi manoscritti, inviati ai più importanti editori nazionali, furono presto pubblicati ottenendo successo di pubblico e di critica.

(Anna Maria Bonfiglio, http://www.letterariamente.it/Archivio/narritaliana/messina.htm)

1911.

Rilascia all’Artuffo l’intervista, in cui si accenna al giornale di bordo, fonte del suo stile per I Malavoglia, ma la commenta in modo discutibile nell’interpretazione data alle sue parole, parlandone con Dina di Sordevolo.

1912.

Rispondendo ad un’inchiesta, dimostra molto più di qualche simpatia per il movimento futurista ed aderisce ad una politica «nazionalista», spinto da un patriottismo sopravvissuto agli ideali giovanili, disgustato dall’ibridismo politico giolittiano, mentre è costretto a fare l’agricoltore per vivere, curando la proprietà di limoni di Novalucello.

Tra il 1912 e il 1914 affida al De Roberto la sceneggiatura cinematografica di alcune sue opere tra cui Cavalleria rusticana, La Lupa, mentre egli stesso stende la riduzione della Storia di una capinera, pensando anche di ricavarne una versione teatrale, e della Caccia al lupo.

Da quest’anno cominciano anche i contratti con Giannino Paresce e le Case Cinematografiche Cines e Ambrosio. Dina di Sordevolo fa da intermediaria ed il Verga la autorizza alla riduzione e sceneggiatura dei suoi lavori.

1913.

Cura egli stesso, però, La Lupa, Tigre Reale, Caccia al lupo, Storia di una capinera, ma per necessità più che per convinzione, mantenendo il segreto e dicendo a Dina: «Non voglio confessarmi autore di simili contraffazioni» e chiama il cinema «castigo di Dio».

Prepara una riduzione teatrale di Capinera, ritrovata tra le carte del Fondo Verga. Esiste tra gli inediti (di proprietà Garra Agosta) una sceneggiatura autografa di Cavalleria Rusticana per il cinema, di imminente pubblicazione, di cui un estratto è apparso ne La Sicilia del 15/12/1983, composta da dodici cartelle, distinta in dieci quadri: La serenata; La mala Pasqua; La sfida; Cavalleria Rusticana.

1915.

Si dichiara favorevole all’intervento in guerra e fedele ai principi del nazionalismo. Il 30 novembre muore l’amico Capuana, il suo caro don Lisi, e Verga lo ricorda nell’articolo «L’artista e l’uomo» ne Il giornale dell’Isola, partecipando ai suoi funerali.

1916.

Segue con trepidazione le vicende della guerra e scrive lettere affettuose al nipote Giovannino, richiamato sotto le armi.

1917.

Si dichiara deluso dopo Caporetto dai «Reggitori d’Italia, dall’alto al basso, che ci portano alla rovina e al disonore».

1918.

Diventa sempre più solitario; trascorre al circolo Unione col De Roberto qualche ora e sempre più stanco lavora alla Duchessa che brucerà nel caminetto di casa Verga (tesi confermata anche dal pronipote), mantenendo quel che aveva scritto a Dina: «Se non sarò contento di quel che ne verrà la butterò nel fuoco, inesorabilmente. Pazienza i quattrini. Ma non si sporchi della carta per far quattrini soltanto. Questa è la sola ricchezza che mi resta». (Lettera 6 aprile 1911.)

1919.

In gennaio muore la nipote Caterina per un’epidemia di grippe (influenza).

Scrive l’ultima novella Una capanna e il tuo cuore, pubblicata postuma dal De Roberto (12 febbraio 1922 su L’illustrazione Italiana)

Collabora alla trasposizione in musica de La Lupa da parte del maestro Pietro Tasca, che vedrà le scene solo nel 1932 a Noto.

— novembre: esce la monografia di Russo sull’opera verghiana.

1920.

Viene nominato senatore. Pubblica una nuova ed. delle Novelle rusticane con diverse variazioni e correzioni (Roma, La Voce).

Gli viene consegnato un diploma con decorazioni floreali e soggetti campestri dipinti da Alessandro Abate, dai soci del Circolo Unione in occasione del suo ottantesimo compleanno, che viene celebrato al Valle di Roma con un discorso del conterraneo Luigi Pirandello, alla presenza di B. Croce, ministro della P.I.

Il «vecchiuccio» accetta la letterina di Sara Scriffignani, «simpatica monella» di Agira e le bacia le manine.

Il 2 settembre dello stesso anno le celebrazioni vengono rinnovate al Teatro Bellini di Catania: viene condotto in carrozza suo malgrado, per una fugace apparizione, dal De Roberto.

Il 3 ottobre viene nominato da Giolitti senatore del regno e risponde con uno schivo telegramma.

Nella rivista La Voce di Prezzolini appare un’edizione delle Novelle Rusticane con molte varianti.

Rifiuta le nozze a Dina di Sordevolo, che nella lettera del 18 ottobre si mostra delusa, ma rassegnata.

1921.

Viene preparato un nuovo libretto de Il Mistero dal Monleone (che apparirà postumo in Scenario nel 1940).

Riceve l’ordine civile di Savoia che gli sarà messo all’occhiello del frac con cui verrà vestito l’ultima volta.

1922.

— Nella notte tra il 24 ed il 25 gennaio viene colpito da trombosi cerebrale, mentre si accinge ad andare a letto nella sua casa di di via Sant’Anna, 8 a Catania con sul comodino l’ultimo libro di lettura Natio borgo selvaggio di F. Paolieri. Raccolto da terra dalla pronipote, la veneta Lina Calzavara, moglie di Giovannino, muore il 27 gennaio, alle 10,20, assistito dai nipoti e dal De Roberto che pubblicherà su La lettura del primo giugno due capitoli inediti de La Duchessa di Leyra.

Dopo un funerale a cui partecipa commossa e numerosa «’a gintuzza», la povera gente, che egli aveva rappresentato nelle sue opere, viene sepolto nel cimitero di Catania, nel viale degli uomini illustri, sotto una semplicissima lastra, su cui De Roberto deporrà le violette di Giselda Fojanesi e i fiori di Dina.

Tra le opere uscite postume, oltre alle due citate, vi sono la commedia Rose caduche, in « Le Maschere », giugno 1928 e il bozzetto Il Mistero, in « Scenario », marzo 1940.

 

 

Bibliografia in ordine di pubblicazione

Giulio Cattaneo, Giovanni Verga, con 16 tavole fuori testo, UTET, Torino 1963

Giovanni Verga di Romano Luperini, Letteratura italiana Laterza vol. 54, ed. Laterza, Bari 1975

Giovanni Verga, Lettere a Paolina, a cura di Gino Raya, ed. Fermenti, Roma 1980

Verga, i romanzi brevi e tutto il teatro, Introduzione generale di Giuliano Manacorda, Note introduttive di Giuliano Manacorda, Santino Spartà e Concetta Greco Lanza, Grandi tascabili economici Newton, Roma 1996

Giovanni Verga, Tutte le novelle, Introduzione, testo e note a cura di Carla Riccardi, Arnoldo Mondadori, collana I Meridiani, VI ed. Milano  2001

 

 

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Ultimo aggiornamento: 09 aprile 2006