Leonardo Bruni

DELLA VITA STUDI E COSTUMI DI DANTE

 [Parte seconda]

         7. Dante in questo tempo non era in Firenze, ma era a Roma, mandato poco avanti imbasciadore al Papa, per offerire la concordia e la pace de' cittadini: nientedimanco, per isdegno di quelli che nel suo Priorato confinati furono della parte Nera, gli fu corso a casa, e rubata ogni sua cosa, e dato il guasto alle sue possessioni, e a lui e a messer Palmieri Altoviti dato bando della persona per contumacia di non comparire, non per verità d'alcun fallo commesso. La via del dar bando fu questa: che legge fecero iniqua e perversa, la quale si guardava in dietro, che il Podestà di Firenze potesse e dovesse conoscere i falli commessi per lo addietro nell'ufficio del Priorato, contuttoché assoluzione fusse seguita. Per questa legge citato Dante per messer Cante De' Gabbrielli allora Podestà di Firenze, essendo assente e non comparendo, fu condannato e sbandito, e publicati i beni suoi contuttoché prima rubati e guasti.
         8. Abbiamo detto come passò la cacciata di Dante, e per che cagione e per che modo: ora diremo qual fusse la vita sua nello esilio. Sentito Dante la ruina sua, subito partì da Roma, dove era imbasciadore, e camminando con gran celerità ne venne a Siena; quivi intesa chiaramente la sua calamità, non vedendo alcun riparo, deliberò accozzarsi con gli altri usciti: e il primo accozzamento fu in una congregazione delli usciti, la quale si fe' a Gargonsa, dove, trattate molte cose, finalmente fermaro la sedia loro ad Arezzo, e quivi ferono campo grosso, e crearono loro capitano generale il conte Alessandro Da Romena, ferono dodici consiglieri, del numero de' quali fu Dante, e di speranza in speranza stettero per infino all'anno 1304. Allora, fatto sforzo grandissimo d'ogni loro amistà, ne vennero per rientrare in Firenze con grandissima moltitudine, la quale non solamente d'Arezzo, ma da Bologna e da Pistoia con loro si congiunse; e giugnendo improvviso, e subito presono una porta di Firenze, e vinsono parte della terra. Ma finalmente bisognò se n'andassero senza frutto alcuno. Fallita dunque questa tanta speranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d'Arezzo e andossene a Verona, dove, ricevuto molto cortesemente da' Signori della Scala, con loro fece dimora alcun tempo, e ridussesi tutto a umiltà, cercando con buone opere e con buoni portamenti racquistar la grazia di poter tornare in Firenze per ispontanea rivocazione di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s'affaticò assai, e scrisse più volte, non solamente a' particulari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo: e intra l'altre una Epistola assai lunga, che incomincia: Popule mee, quid feci tibi?
         9. Essendo in questa speranza Dante di ritornare per via di perdono, sopravvenne l'elezione di Arrigo di Luzimborgo imperadore, per la cui elezione prima, e poi per la passata sua, essendo tutta Italia sollevata in speranza di grandissima novità, Dante non poté tenere il proposito suo dell'aspettare grazia, ma levatosi con l'animo altero, cominciò a dir male di quei che reggevano la terra, appellandoli scellerati e cattivi, e minacciando loro la debita vendetta per la potenza dello 'mperadore contra la quale diceva esser manifesto loro non avere alcuno scampo. Pure il tenne tanto la riverenza della patria, che venendo lo 'mperadore contra Firenze, e ponendosi a campo presso la porta, non vi volle essere, secondo lui scrive, contuttoché confortator fusse stato di sua venuta. Morto dipoi lo 'mperadore Arrigo, il quale nella seguente state morì a Buonconvento, ogni speranza al tutto fu perduta da Dante: perocché di grazia lui medesimo si avea tolto la via per lo parlare e scrivere contro i cittadini che governavano la republica, e forza non ci restava, per la quale più sperar potesse: sì che, deposta ogni speranza, povero assai trapassò il resto della sua vita, dimorando in varii luoghi per Lombardia e per Toscana e per Romagna, sotto il sussidio di varii Signori, per infino che finalmente si ridusse a Ravenna, dove finì la sua vita.
         10. Poiché detto abbiamo delli affanni suoi publici, e in questa parte mostrato il corso di sua vita, diremo ora del suo stato domestico e de' suoi costumi e studii. Dante, innanzi la cacciata sua di Firenze, contuttoché di grandissima ricchezza non fusse, nientedimeno non fu povero, ma ebbe patrimonio mediocre, e sufficiente a vivere onoratamente. Ebbe un fratello chiamato Francesco Aldighieri; ebbe moglie, come di sopra dicemmo, e più figliuoli, de' quali ancora oggi resta successione e stirpe, come di sotto faremo menzione. Case in Firenze ebbe assai decenti, congiunte con le case di Geri di messer Bello suo consorto; possessioni in Camerata e nella Piacentina ed in Piano di Ripoli: suppellettile abbondante e preziosa, secondo lui scrive. Fu uomo molto pulito, di statura decente e di grato aspetto, e pieno di gravità: parlatore rado e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. La effigie sua propria si vede nella chiesa di Santa Croce, quasi al mezzo della chiesa dalla mano sinistra andando verso l'altar maggiore, e ritratta al naturale ottimamente, per dipintore perfetto del tempo suo. Dilettossi di musica e di suoni, e di sua mano egregiamente disegnava; fu ancora scrittore perfetto, ed era la lettera sua magra e lunga e molto corretta, secondo io ho veduto in alcune epistole di sua mano propria scritte. Fu usante in giovanezza sua con giovani innamorati, e lui ancora di simile passione occupato, non per libidine, ma per gentilezza di cuore; e ne' suoi teneri anni versi d'amore a scrivere cominciò, come veder si puote in una sua operetta vulgare, che si chiama Vita Nuova. Lo studio suo principale fu poesia, ma non sterile, né povera, né fantastica; ma fecundata e inricchita, stabilita da vera scienza e da moltissime discipline.
         11. E per darmi ad intendere meglio a chi legge, dico che in due modi diviene alcuno poeta. Un modo si è per ingegno proprio agitato e commosso da alcuno vigore interno e nascoso, il quale si chiama furore e occupazione di mente. Darò una similitudine di quello che io vo' dire: beato Francesco non per iscienza, né per disciplina scolastica, ma per occupazione e astrazione di mente, sì forte applicava l'animo suo a Dio, che quasi si trasfigurava oltre al senso umano, e conosceva di Dio più che né per istudio né per lettere cognoscono i teologi; così nella poesia, alcuno per interna agitazione e applicazione di mente poeta diviene; e questa si è la somma e la più perfetta spezie di poesia: e onde alcuni dicono i poeti essere divini, e alcuni li chiamano sacri, e alcuni li chiamano vati. Da questa astrazione e furore che io dico, prendono l'appellazione; gli esempii li abbiamo da Orfeo e da Esiodo, de' quali l'uno e l'altro fu tale, quale di sopra è stato da me raccontato; e fu di tanta efficacia Orfeo, che e sassi e selve moveva con la sua lira; ed Esiodo, essendo pastore rozzo e indotto, solamente bevuta l'acqua della fonte Castalia, senz'altro studio poeta sommo divenne: del quale abbiamo l'opere ancora oggi, e sono tali, che niuno de' poeti litterati e scientifici lo vantaggia. Una spezie adunque di poeti è per interna astrazione ed agitazione di mente; l'altra spezie è per iscienza, per istudio, per disciplina ed arte e per prudenzia: e di questa seconda spezie fu Dante; perocché per istudio di filosofia, teologia, astrologia ed arismetica e geometria, per lezioni di storie, per revoluzione di molti e varii libri, vigilando e sudando nelli studii, acquistò la scienza la quale dovea ornare ed esplicare con li suoi versi. E perché della qualità de' poeti abbiamo detto, diremo ora del nome, per lo quale ancora si comprenderà la sustanzia: contuttoché questa sono cose che mal si possono dire in vulgare idioma; pur m'ingegnerò di darle ad intendere, perché, al parer mio, questi nostri moderni poeti non l'hanno bene intese; né è maraviglia, essendo ignari della lingua greca. Dico adunque, che questo nome Poeta è nome greco, e tanto viene a dire, quanto Facitore. Per aver detto insino a qui, conosco che non sarebbe inteso il dir mio; sì che più oltre bisogna aprire l'intelletto. Dico adunque de' libri e delle opere poetiche. Alcuni uomini sono leggitori dell'opere altrui, e niente fanno da sé, come addiviene al più delle genti; altri uomini sono facitori d'esse opere, come Virgilio fece il libro dell'Eneida, e Stazio fece il libro della Tebaida, e Ovidio fece il libro Methamorphoseos, e Omero fece l'Odissea e l'Iliade. Questi adunque, che ferno l'opere, furono poeti, cioè facitori di dette opere che noi leggiamo; e noi siamo i leggitori, e loro furono i facitori. E quando sentiamo lodare un valent'uomo di studii e di lettere, usiamo dimandare: Fa egli alcuna cosa da sé, lascerà egli alcuna opera da sé composta e fatta?
         Poeta è adunque colui che fa alcuna opera, cioè autore e componitore di quello che altri legge. Potrebbe dire qui alcuno, che, secondo il parlar mio, il mercatante che scrive le sue ragioni e fanne libro, sarebbe poeta; e che Tito Livio e Salustio sarebbero poeti, perocché ciascun di loro scrisse libri e fece opere da leggere. A questo rispondo: che fare opere poetiche non si dice se non in versi; e questo addiviene per eccellenza dello stile, perocché le sillabe e la misura e il suono è solamente di chi dice in versi, e usiamo di dire in nostro vulgare: Costui fa canzone e sonetti; ma per iscrivere una lettera a' suoi amici, non diremo che lui abbia fatto alcuna opera. Il nome del poeta significa eccellente e ammirabile stile in versi, coperto e adombrato da leggiadria e alta finzione; e come ogni presidente comanda e impera, ma solo colui si chiama Imperadore ch'è sommo di tutti, così chi compone opere in versi, ed è sommo ed eccellentissimo nel comporre tali opere, si chiama Poeta. Or questa è la verità certa e assoluta del nome e dell'effetto de' poeti; lo scrivere in istile litterato o vulgare non ha a fare al fatto, né altra differenza è se non come scrivere in greco o in latino.
         12. Ciascuna lingua ha sua perfezione, e suo suono, e suo parlare limato e scientifico; pur, chi mi domandasse per che cagione Dante più tosto elesse scrivere in vulgare che in latino e litterato stilo, risponderei quello che è la verità: cioè che Dante conosceva sé medesimo molto più atto a questo stilo vulgare e in rima, che a quello latino o litterato. E certo molte cose sono dette da lui leggiadramente in questa rima vulgare, che né arebbe potuto, né arebbe saputo dire in lingua latina e in versi eroici. La pruova sono l'Egloghe da lui fatte in versi esametri, le quali posto sieno belle, nientedimanco molte ne abbiamo vedute più vantaggiatamente scritte. E, a dire il vero, la virtù di questo nostro poeta fu nella rima vulgare, nella quale è eccellentissimo sopra ogn'altro; ma in versi latini e in prosa, non aggiugne a pena a quelli che mezzanamente hanno scritto. La cagione di questo è, che il secolo suo era dato a dire in rima; e di gentilezza di dire in prosa o in versi latini, niente intesero gli uomini di quel secolo, ma furon rozzi e grossi, e senza perizia di lettere; dotti nientedimeno in queste discipline al modo fratesco e scolastico.
         13. Cominciossi a dire in rima, secondo scrive Dante, innanzi a lui circa anni centocinquanta; e furono i principi in Italia Guido Guinizzelli bolognese, e Guittone cavaliere Gaudente d'Arezzo, e Bonagiunta da Lucca, e Guido da Messina, i quali tutti Dante di gran lunga soverchiò di sentenze, e di politezza, e d'eleganza, e di leggiadria in tanto, che è opinione di chi intende, che non sarà mai uomo che Dante vantaggi in dire in rima. E veramente egli è mirabil cosa la grandezza e la dolcezza del dire suo prudente, sentenzioso e grave, con varietà e copia mirabile, con scienza di filosofia, con notizia di storie antiche, con tanta cognizione delle storie moderne, che pare ad ogni atto essere stato presente. Queste belle cose, con gentilezza di rima esplicate, prendono la mente di ciascuno che legge, e molto più di quelli che più intendono. La finzione sua fu mirabile, e con grande ingegno trovata; nella quale concorre descrizione del mondo, descrizione de' cieli e de' pianeti, descrizione degli uomini, meriti e pene della vita umana, felicità e miseria e mediocrità di vita intra due estremi; né credo che mai fusse chi prendesse più ampia e fertile materia da poter esplicar la mente d'ogni suo concetto, per la varietà delli spiriti loquenti di diverse ragioni di cose, di diversi paesi e di varii casi di fortuna. Questa sua principale opera cominciò Dante avanti la cacciata sua, e di poi in esilio la finì, come per essa opera si può vedere apertamente. Scrisse ancora Canzone morali, e Sonetti: le canzone sono perfette e limate e leggiadre, e piene d'alte sentenze; e tutte hanno generosi cominciamenti, siccome quella canzona che comincia: Amor, che muovi tua virtù dal Cielo Come il Sol lo splendore, dove fa comparazione filosofica e sottile intra gli effetti del sole e gli effetti d'Amore; e l'altra che comincia: Tre donne intorno al cor mi son venute, e l'altra che comincia: Donne, ch'avete intelletto d'Amore. E così in molte altre canzone è sottile e limato e scientifico; ne' sonetti non è di tanta virtù. Queste sono l'opere sue vulgari; in latino scrisse in prosa e in verso: in prosa un libro chiamato Monarchia, il quale è scritto a modo disadorno, senza niuna gentilezza di dire. Scrisse ancora un altro libro intitolato De vulgari Eloquentia; ancora scrisse molte Epistole in prosa; in versi scrisse alcune Egloghe, e 'l principio del libro suo in versi eroici; ma non gli riuscendo lo stile, non lo seguì.
         14. Morì Dante nel 1321, a Ravenna. Ebbe Dante tra gli altri un suo figliuolo chiamato Piero, il quale studiò in legge e divenne valente; e per propria virtù, e per lo favore della memoria del padre si fece grand'uomo, e guadagnò assai, e fermò suo stato a Verona con assai buone facultà. Questo messer Piero ebbe un figliuolo chiamato Dante, e di questo Dante nacque Lionardo, il quale oggi vive, ed più ha figliuoli. Né è molto tempo, che Lionardo antedetto venne a Firenze con altri giovani veronesi, bene in punto e onoratamente; e me venne a visitare, come amico della memoria del suo proavo Dante; ed io gli mostrai le case di Dante e de' suoi antichi, e diegli notizia di molte cose a lui incognite, per essersi stranato lui e i suoi della patria. E così la Fortuna questo mondo gira, e permuta gli abitatori col volgere di sue rote.

FINE.


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© 1999 - by prof. Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 29 maggio, 2002