Cesare Beccaria

Dei delitti e delle pene


In rebus quibuscumque difficilioribus non expectandum,
ut qui simul, et serat, et metat,
sed praeparatione opus est, ut per gradus maturescant

BACON, Serm. fidel, n. XLV
In tutte le cose pi¨ difficili non ci si deve aspettare
che qualcuno semini e raccolga contemporaneamente
ma Ŕ necessario un periodo di attesa
affinchÚ esse a poco a poco giungano a maturazione

(1763)
*
A chi legge

          Alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co' riti longobardi, ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell'Europa ha tuttavia il nome di leggi; ed Ŕ cosa funesta quanto comune al dý d'oggi che una opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio sieno le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbono reggere le vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo de' secoli i pi˙ barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che risguarda il sistema criminale, e i disordini di quelle si osa esporli a' direttori della pubblica felicitÓ con uno stile che allontana il volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua indagazione della veritÓ, quella indipendenza delle opinioni volgari con cui Ŕ scritta quest'opera Ŕ un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l'autore. I grandi monarchi, i benefattori della umanitÓ che ci reggono, amano le veritÓ esposte dall'oscuro filosofo con un non fanatico vigore, detestato solamente da chi si avventa alla forza o alla industria, respinto dalla ragione; e i disordini presenti da chi ben n'esamina tutte le circostanze sono la satira e il rimprovero delle passate etÓ, non giÓ di questo secolo e de' suoi legislatori.
          Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche cominci dunque dal ben comprendere lo scopo a cui Ŕ diretta quest'opera, scopo che ben lontano di diminuire la legittima autoritÓ, servirebbe ad accrescerla se pi˙ che la forza pu˛ negli uomini la opinione, e se la dolcezza e l'umanitÓ la giustificano agli occhi di tutti. Le mal intese critiche pubblicate contro questo libro si fondano su confuse nozioni, e mi obbligano d'interrompere per un momento i miei ragionamenti agl'illuminati lettori, per chiudere una volta per sempre ogni adito agli errori di un timido zelo o alle calunnie della maligna invidia.
           Tre sono le sorgenti delle quali derivano i principii morali e politici regolatori degli uomini. La rivelazione, la legge naturale, le convenzioni fattizie della societÓ. Non vi Ŕ paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma si assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicitÓ di questa vita mortale. Il considerare i rapporti dell'ultima non Ŕ l'escludere i rapporti delle due prime; anzi siccome quelle, benchÚ divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini dalle false religioni e dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virt˙ in mille modi nelle depravate menti loro alterate, cosÝ sembra necessario di esaminare separatamente da ogni altra considerazione ci˛ che nasca dalle pure convenzioni umane, o espresse, o supposte per la necessitÓ ed utilitÓ comune, idea in cui ogni setta ed ogni sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarÓ sempre lodevole intrappresa quella che sforza anche i pi˙ pervicaci ed increduli a conformarsi ai principii che spingon gli uomini a vivere in societÓ. Sonovi dunque tre distinte classi di virt˙ e di vizio, religiosa, naturale e politica. Queste tre classi non devono mai essere in contradizione fra di loro, ma non tutte le conseguenze e i doveri che risultano dall'una risultano dalle altre. Non tutto ci˛ che esige la rivelazione lo esige la legge naturale, nÚ tutto ci˛ che esige questa lo esige la pura legge sociale: ma egli Ŕ importantissimo di separare ci˛ che risulta da questa convenzione, cioŔ dagli espressi o taciti patti degli uomini, perchÚ tale Ŕ il limite di quella forza che pu˛ legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo senza una speciale missione dell'Essere supremo. Dunque l'idea della virt˙ politica pu˛ senza taccia chiamarsi variabile; quella della virt˙ naturale sarebbe sempre limpida e manifesta se l'imbecillitÓ o le passioni degli uomini non la oscurassero; quella della virt˙ religiosa Ŕ sempre una costante, perchÚ rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata.
           Sarebbe dunque un errore l'attribuire a chi parla di convenzioni sociali e delle conseguenze di esse principii contrari o alla legge naturale o alla rivelazione; perchÚ non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di stato di guerra prima dello stato di societÓ, lo prendesse nel senso hobbesiano, cioŔ di nessun dovere e di nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto nato dalla corruzione della natura umana e dalla mancanza di una sanzione espressa. Sarebbe un errore l'imputare a delitto ad uno scrittore, che considera le emanazioni del patto sociale, di non ammetterle prima del patto istesso. La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza loro immutabili e costanti, perchÚ la relazione fra due medesimi oggetti Ŕ sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l'azione e lo stato vario della societÓ, pu˛ variare a misura che diventa necessaria o utile alla societÓ quell'azione, nÚ ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. SÝ tosto che questi principii essenzialmente distinti vengano confusi, non v'Ŕ pi˙ speranza di ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a' teologi lo stabilire i confini del giusto e dell'ingiusto, per ci˛ che riguarda l'intrinseca malizia o bontÓ dell'atto; lo stabilire i rapporti del giusto e dell'ingiusto politico, cioŔ dell'utile o del danno della societÓ, spetta al pubblicista; nÚ un oggetto pu˛ mai pregiudicare all'altro, poichÚ ognun vede quanto la virt˙ puramente politica debba cedere alla immutabile virt˙ emanata da Dio.
          Chiunque, lo ripeto, volesse onorarmi delle sue critiche, non cominci dunque dal supporre in me principii distruttori o della virt˙ o della religione, mentre ho dimostrato tali non essere i miei principii, e in vece di farmi incredulo o sedizioso procuri di ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico; non tremi ad ogni proposizione che sostenga gl'interessi dell'umanitÓ; mi convinca o della inutilitÓ o del danno politico che nascer ne potrebbe dai miei principii, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche ricevute. Ho dato un pubblico testimonio della mia religione e della sommissione al mio sovrano colla risposta alle Note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori scritti simili a quelle sarebbe superfluo; ma chiunque scriverÓ con quella decenza che si conviene a uomini onesti e con quei lumi che mi dispensino dal provare i primi principii, di qualunque carattere essi siano, troverÓ in me non tanto un uomo che cerca di rispondere quanto un pacifico amatore della veritÓ.


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INTRODUZIONE

          Gli uomini lasciano per lo pi˙ in abbandono i pi˙ importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o alla discrezione di quelli, l'interesse de' quali Ŕ di opporsi alle pi˙ provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da una parte il colmo della potenza e della felicitÓ e dall'altra tutta la debolezza e la miseria. Perci˛ se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose pi˙ essenziali alla vita ed alla libertÓ, dopo una stanchezza di soffrire i mali, giunti all'estremo, non s'inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a riconoscere le pi˙ palpabili veritÓ, le quali appunto sfuggono per la semplicitÓ loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, pi˙ per tradizione che per esame.
          Apriamo le istorie e vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi, non sono state per lo pi˙ che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o nate da una fortuita e passeggiera necessitÓ; non giÓ dettate da un freddo esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista: la massima felicitÓ divisa nel maggior numero. Felici sono quelle pochissime nazioni, che non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane facesse succedere all'estremitÓ de' mali un avviamento al bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la gratitudine degli uomini quel filosofo ch'ebbe il coraggio dall'oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine i primi semi lungamente infruttuosi delle utili veritÓ.
          Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si Ŕ animato all'aspetto delle veritÓ filosofiche rese comuni colla stampa, e si Ŕ accesa fralle nazioni una tacita guerra d'industria la pi˙ umana e la pi˙ degna di uomini ragionevoli. Questi sono frutti che si debbono alla luce di questo secolo, ma pochissimi hanno esaminata e combattuta la crudeltÓ delle pene e l'irregolaritÓ delle procedure criminali, parte di legislazione cosÝ principale e cosÝ trascurata in quasi tutta l'Europa, pochissimi, rimontando ai principii generali, annientarono gli errori accumulati di pi˙ secoli, frenando almeno, con quella sola forza che hanno le veritÓ conosciute, il troppo libero corso della mal diretta potenza, che ha dato fin ora un lungo ed autorizzato esempio di fredda atrocitÓ. E pure i gemiti dei deboli, sacrificati alla crudele ignoranza ed alla ricca indolenza, i barbari tormenti con prodiga e inutile severitÓ moltiplicati per delitti o non provati o chimerici, la squallidezza e gli orrori d'una prigione, aumentati dal pi˙ crudele carnefice dei miseri, l'incertezza, doveano scuotere quella sorta di magistrati che guidano le opinioni delle menti umane.
         L'immortale Presidente di Montesquieu ha rapidamente scorso su di questa materia. L'indivisibile veritÓ mi ha forzato a seguire le tracce luminose di questo grand'uomo, ma gli uomini pensatori, pe' quali scrivo, sapranno distinguere i miei passi dai suoi. Me fortunato, se potr˛ ottenere, com'esso, i segreti ringraziamenti degli oscuri e pacifici seguaci della ragione, e se potr˛ inspirare quel dolce fremito con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl'interessi della umanitÓ!


ž I
ORIGINE DELLE PENE

         Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in societÓ, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertÓ resa inutile dall'incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillitÓ. La somma di tutte queste porzioni di libertÓ sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranitÓ di una nazione, ed il sovrano Ŕ il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri. Vi volevano de' motivi sensibili che bastassero a distogliere il dispotico animo di ciascun uomo dal risommergere nell'antico caos le leggi della societÓ. Questi motivi sensibili sono le pene stabilite contro agl'infrattori delle leggi. Dico sensibili motivi, perchÚ la sperienza ha fatto vedere che la moltitudine non adotta stabili principii di condotta, nÚ si allontana da quel principio universale di dissoluzione, che nell'universo fisico e morale si osserva, se non con motivi che immediatamente percuotono i sensi e che di continuo si affacciano alla mente per contrabilanciare le forti impressioni delle passioni parziali che si oppongono al bene universale: nÚ l'eloquenza, nÚ le declamazioni, nemmeno le pi˙ sublimi veritÓ sono bastate a frenare per lungo tempo le passioni eccitate dalle vive percosse degli oggetti presenti.


ž II
DIRITTO DI PUNIRE

          Ogni pena che non derivi dall'assoluta necessitÓ, dice il grande Montesquieu, Ŕ tirannica; proposizione che si pu˛ rendere pi˙ generale cosÝ: ogni atto di autoritÓ di uomo a uomo che non derivi dall'assoluta necessitÓ Ŕ tirannico. Ecco dunque sopra di che Ŕ fondato il diritto del sovrano di punire i delitti: sulla necessitÓ di difendere il deposito della salute pubblica dalle usurpazioni particolari; e tanto pi˙ giuste sono le pene, quanto pi˙ sacra ed inviolabile Ŕ la sicurezza, e maggiore la libertÓ che il sovrano conserva ai sudditi. Consultiamo il cuore umano e in esso troveremo i principii fondamentali del vero diritto del sovrano di punire i delitti, poichÚ non Ŕ da sperarsi alcun vantaggio durevole dalla politica morale se ella non sia fondata su i sentimenti indelebili dell'uomo. Qualunque legge devii da questi incontrerÓ sempre una resistenza contraria che vince alla fine, in quella maniera che una forza benchÚ minima, se sia continuamente applicata, vince qualunque violento moto comunicato ad un corpo.
         Nessun uomo ha fatto il dono gratuito di parte della propria libertÓ in vista del ben pubblico; questa chimera non esiste che ne' romanzi; se fosse possibile, ciascuno di noi vorrebbe che i patti che legano gli altri, non ci legassero; ogni uomo si fa centro di tutte le combinazioni del globo.
         La moltiplicazione del genere umano, piccola per se stessa, ma di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre pi˙ s'incrocicchiavano tra di loro, riunÝ i primi selvaggi. Le prime unioni formarono necessariamente le altre per resistere alle prime, e cosÝ lo stato di guerra trasportossi dall'individuo alle nazioni.
          Fu dunque la necessitÓ che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertÓ: egli Ŕ adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo. L'aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di pi˙ Ŕ abuso e non giustizia, Ŕ fatto, ma non giÓ diritto. Osservate che la parola diritto non Ŕ contradittoria alla parola forza, ma la prima Ŕ piuttosto una modificazione della seconda, cioŔ la modificazione pi˙ utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl'interessi particolari, che senz'esso si scioglierebbono nell'antico stato d'insociabilitÓ; tutte le pene che oltrepassano la necessitÓ di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura. Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l'idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente; ella Ŕ una semplice maniera di concepire degli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicitÓ di ciascuno; nemmeno intendo quell'altra sorta di giustizia che Ŕ emanata da Dio e che ha i suoi immediati rapporti colle pene e ricompense della vita avvenire.


ž III
CONSEGUENZE

          La prima conseguenza di questi principii Ŕ che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest'autoritÓ non pu˛ risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la societÓ unita per un contratto sociale; nessun magistrato (che Ŕ parte di societÓ) pu˛ con giustizia infligger pene contro ad un altro membro della societÓ medesima. Ma una pena accresciuta al di lÓ dal limite fissato dalle leggi Ŕ la pena giusta pi˙ un'altra pena; dunque non pu˛ un magistrato, sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino.
          La seconda conseguenza Ŕ che se ogni membro particolare Ŕ legato alla societÓ, questa Ŕ parimente legata con ogni membro particolare per un contratto che di sua natura obbliga le due parti. Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla capanna, che lega egualmente e il pi˙ grande e il pi˙ miserabile fra gli uomini, non altro significa se non che Ŕ interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano osservati. La violazione anche di un solo, comincia ad autorizzare l'anarchia. Il sovrano, che rappresenta la societÓ medesima, non pu˛ formare che leggi generali che obblighino tutti i membri, ma non giÓ giudicare che uno abbia violato il contratto sociale, poichÚ allora la nazione si dividerebbe in due parti, una rappresentata dal sovrano, che asserisce la violazione del contratto, e l'altra dall'accusato, che la nega. Egli Ŕ dunque necessario che un terzo giudichi della veritÓ del fatto. Ecco la necessitÓ di un magistrato, le di cui sentenze sieno inappellabili e consistano in mere assersioni o negative di fatti particolari.
          La terza conseguenza Ŕ che quando si provasse che l'atrocitÓ delle pene, se non immediatamente opposta al ben pubblico ed al fine medesimo d'impedire i delitti, fosse solamente inutile, anche in questo caso essa sarebbe non solo contraria a quelle virt˙ benefiche che sono l'effetto d'una ragione illuminata che preferisce il comandare ad uomini felici pi˙ che a una greggia di schiavi, nella quale si faccia una perpetua circolazione di timida crudeltÓ, ma lo sarebbe alla giustizia ed alla natura del contratto sociale medesimo.


ž IV
INTERPETRAZIONE DELLE LEGGI

          Quarta conseguenza. Nemmeno l'autoritÓ d'interpetrare le leggi penali pu˛ risedere presso i giudici criminali per la stessa ragione che non sono legislatori. I giudici non hanno ricevuto le leggi dagli antichi nostri padri come una tradizione domestica ed un testamento che non lasciasse ai posteri che la cura d'ubbidire, ma le ricevono dalla vivente societÓ, o dal sovrano rappresentatore di essa, come legittimo depositario dell'attuale risultato della volontÓ di tutti; le ricevono non come obbligazioni d'un antico giuramento, nullo, perchÚ legava volontÓ non esistenti, iniquo, perchÚ riduceva gli uomini dallo stato di societÓ allo stato di mandra, ma come effetti di un tacito o espresso giuramento, che le volontÓ riunite dei viventi sudditi hanno fatto al sovrano, come vincoli necessari per frenare e reggere l'intestino fermento degl'interessi particolari. Quest'Ŕ la fisica e reale autoritÓ delle leggi. Chi sarÓ dunque il legittimo interpetre della legge? Il sovrano, cioŔ il depositario delle attuali volontÓ di tutti, o il giudice, il di cui ufficio Ŕ solo l'esaminare se il tal uomo abbia fatto o no un'azione contraria alle leggi?
          In ogni delitto si deve fare dal giudice un sillogismo perfetto: la maggiore dev'essere la legge generale, la minore l'azione conforme o no alla legge, la conseguenza la libertÓ o la pena. Quando il giudice sia costretto, o voglia fare anche soli due sillogismi, si apre la porta all'incertezza.
          Non v'Ŕ cosa pi˙ pericolosa di quell'assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge. Questo Ŕ un argine rotto al torrente delle opinioni. Questa veritÓ, che sembra un paradosso alle menti volgari, pi˙ percosse da un piccol disordine presente che dalle funeste ma rimote conseguenze che nascono da un falso principio radicato in una nazione, mi sembra dimostrata. Le nostre cognizioni e tutte le nostre idee hanno una reciproca connessione; quanto pi˙ sono complicate, tanto pi˙ numerose sono le strade che ad esse arrivano e partono. Ciascun uomo ha il suo punto di vista, ciascun uomo in differenti tempi ne ha un diverso. Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o cattiva logica di un giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice coll'offeso e da tutte quelle minime forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell'animo fluttuante dell'uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de' miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell'attuale fermento degli umori d'un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l'errante instabilitÓ delle interpetrazioni. Un disordine che nasce dalla rigorosa osservanza della lettera di una legge penale non Ŕ da mettersi in confronto coi disordini che nascono dalla interpetrazione. Un tal momentaneo inconveniente spinge a fare la facile e necessaria correzione alle parole della legge, che sono la cagione dell'incertezza, ma impedisce la fatale licenza di ragionare, da cui nascono le arbitrarie e venali controversie. Quando un codice fisso di leggi, che si debbono osservare alla lettera, non lascia al giudice altra incombenza che di esaminare le azioni de' cittadini, e giudicarle conformi o difformi alla legge scritta, quando la norma del giusto e dell'ingiusto, che deve dirigere le azioni sÝ del cittadino ignorante come del cittadino filosofo, non Ŕ un affare di controversia, ma di fatto, allora i sudditi non sono soggetti alle piccole tirannie di molti, tanto pi˙ crudeli quanto Ŕ minore la distanza fra chi soffre e chi fa soffrire, pi˙ fatali che quelle di un solo, perchÚ il dispotismo di molti non Ŕ correggibile che dal dispotismo di un solo e la crudeltÓ di un dispotico Ŕ proporzionata non alla forza, ma agli ostacoli. CosÝ acquistano i cittadini quella sicurezza di loro stessi che Ŕ giusta perchÚ Ŕ lo scopo per cui gli uomini stanno in societÓ, che Ŕ utile perchÚ gli mette nel caso di esattamente calcolare gl'inconvenienti di un misfatto. Egli Ŕ vero altresÝ che acquisteranno uno spirito d'indipendenza, ma non giÓ scuotitore delle leggi e ricalcitrante a' supremi magistrati, bensÝ a quelli che hanno osato chiamare col sacro nome di virt˙ la debolezza di cedere alle loro interessate o capricciose opinioni. Questi principii spiaceranno a coloro che si sono fatto un diritto di trasmettere agl'inferiori i colpi della tirannia che hanno ricevuto dai superiori. Dovrei tutto temere, se lo spirito di tirannia fosse componibile collo spirito di lettura.


ž V
OSCURITA` DELLE LEGGI

          Se l'interpetrazione delle leggi Ŕ un male, egli Ŕ evidente esserne un altro l'oscuritÓ che strascina seco necessariamente l'interpetrazione, e lo sarÓ grandissimo se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l'esito della sua libertÓ, o dei suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi privato e domestico. Che dovremo pensare degli uomini, riflettendo esser questo l'inveterato costume di buona parte della colta ed illuminata Europa! Quanto maggiore sarÓ il numero di quelli che intenderanno e avranno fralle mani il sacro codice delle leggi, tanto men frequenti saranno i delitti, perchÚ non v'ha dubbio che l'ignoranza e l'incertezza delle pene aiutino l'eloquenza delle passioni.
          Una conseguenza di quest'ultime riflessioni Ŕ che senza la scrittura una societÓ non prenderÓ mai una forma fissa di governo, in cui la forza sia un effetto del tutto e non delle parti e in cui le leggi, inalterabili se non dalla volontÓ generale, non si corrompano passando per la folla degl'interessi privati. L'esperienza e la ragione ci hanno fatto vedere che la probabilitÓ e la certezza delle tradizioni umane si sminuiscono a misura che si allontanano dalla sorgente. Che se non esiste uno stabile monumento del patto sociale, come resisteranno le leggi alla forza inevitabile del tempo e delle passioni?
          Da ci˛ veggiamo quanto sia utile la stampa, che rende il pubblico, e non alcuni pochi, depositario delle sante leggi, e quanto abbia dissipato quello spirito tenebroso di cabala e d'intrigo che sparisce in faccia ai lumi ed alle scienze apparentemente disprezzate e realmente temute dai seguaci di lui. Questa Ŕ la cagione, per cui veggiamo sminuita in Europa l'atrocitÓ de' delitti che facevano gemere gli antichi nostri padri, i quali diventavano a vicenda tiranni e schiavi. Chi conosce la storia di due o tre secoli fa, e la nostra, potrÓ vedere come dal seno del lusso e della mollezza nacquero le pi˙ dolci virt˙, l'umanitÓ, la beneficenza, la tolleranza degli errori umani. VedrÓ quali furono gli effetti di quella che chiamasi a torto antica semplicitÓ e buona fede: l'umanitÓ gemente sotto l'implacabile superstizione, l'avarizia, l'ambizione di pochi tinger di sangue umano gli scrigni dell'oro e i troni dei re, gli occulti tradimenti, le pubbliche stragi, ogni nobile tiranno della plebe, i ministri della veritÓ evangelica lordando di sangue le mani che ogni giorno toccavano il Dio di mansuetudine, non sono l'opera di questo secolo illuminato, che alcuni chiamano corrotto.


ž VI
PROPORZIONE FRA I DELITTI E LE PENE

         Non solamente Ŕ interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano pi˙ rari a proporzione del male che arrecano alla societÓ. Dunque pi˙ forti debbono essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene.
         ╚ impossibile di prevenire tutti i disordini nell'universal combattimento delle passioni umane. Essi crescono in ragione composta della popolazione e dell'incrocicchiamento degl'interessi particolari che non Ŕ possibile dirigere geometricamente alla pubblica utilitÓ. All'esattezza matematica bisogna sostituire nell'aritmetica politica il calcolo delle probabilitÓ. Si getti uno sguardo sulle storie e si vedranno crescere i disordini coi confini degl'imperi, e, scemando nell'istessa proporzione il sentimento nazionale, la spinta verso i delitti cresce in ragione dell'interesse che ciascuno prende ai disordini medesimi: perci˛ la necessitÓ di aggravare le pene si va per questo motivo sempre pi˙ aumentando.
         Quella forza simile alla gravitÓ, che ci spinge al nostro ben essere, non si trattiene che a misura degli ostacoli che gli sono opposti. Gli effetti di questa forza sono la confusa serie delle azioni umane: se queste si urtano scambievolmente e si offendono, le pene, che io chiamerei ostacoli politici, ne impediscono il cattivo effetto senza distruggere la causa impellente, che Ŕ la sensibilitÓ medesima inseparabile dall'uomo, e il legislatore fa come l'abile architetto di cui l'officio Ŕ di opporsi alle direzioni rovinose della gravitÓ e di far conspirare quelle che contribuiscono alla forza dell'edificio.
         Data la necessitÓ della riunione degli uomini, dati i patti, che necessariamente risultano dalla opposizione medesima degl'interessi privati, trovasi una scala di disordini, dei quali il primo grado consiste in quelli che distruggono immediatamente la societÓ, e l'ultimo nella minima ingiustizia possibile fatta ai privati membri di essa. Tra questi estremi sono comprese tutte le azioni opposte al ben pubblico, che chiamansi delitti, e tutte vanno, per gradi insensibili, decrescendo dal pi˙ sublime al pi˙ infimo. Se la geometria fosse adattabile alle infinite ed oscure combinazioni delle azioni umane, vi dovrebbe essere una scala corrispondente di pene, che discendesse dalla pi˙ forte alla pi˙ debole: ma basterÓ al saggio legislatore di segnarne i punti principali, senza turbar l'ordine, non decretando ai delitti del primo grado le pene dell'ultimo. Se vi fosse una scala esatta ed universale delle pene e dei delitti, avremmo una probabile e comune misura dei gradi di tirannia e di libertÓ, del fondo di umanitÓ o di malizia delle diverse nazioni.
         Qualunque azione non compresa tra i due sovraccennati limiti non pu˛ essere chiamata delitto, o punita come tale, se non da coloro che vi trovano il loro interesse nel cosÝ chiamarla. La incertezza di questi limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che contradice alla legislazione; pi˙ attuali legislazioni che si escludono scambievolmente; una moltitudine di leggi che espongono il pi˙ saggio alle pene pi˙ rigorose, e per˛ resi vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virt˙, e per˛ nata l'incertezza della propria esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici. Chiunque leggerÓ con occhio filosofico i codici delle nazioni e i loro annali, troverÓ quasi sempre i nomi di vizio e di virt˙, di buon cittadino o di reo cangiarsi colle rivoluzioni dei secoli, non in ragione delle mutazioni che accadono nelle circostanze dei paesi, e per conseguenza sempre conformi all'interesse comune, ma in ragione delle passioni e degli errori che successivamente agitarono i differenti legislatori. VedrÓ bene spesso che le passioni di un secolo sono la base della morale dei secoli futuri, che le passioni forti, figlie del fanatismo e dell'entusiasmo, indebolite e rose, dir˛ cosÝ, dal tempo, che riduce tutti i fenomeni fisici e morali all'equilibrio, diventano a poco a poco la prudenza del secolo e lo strumento utile in mano del forte e dell'accorto. In questo modo nacquero le oscurissime nozioni di onore e di virt˙, e tali sono perchÚ si cambiano colle rivoluzioni del tempo che fa sopravvivere i nomi alle cose, si cambiano coi fiumi e colle montagne che sono bene spesso i confini, non solo della fisica, ma della morale geografia.
          Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che spingono gli uomini anche alle pi˙ sublimi operazioni, furono destinati dall'invisibile legislatore il premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerÓ quella tanto meno osservata contradizione, quanto pi˙ comune, che le pene puniscano i delitti che hanno fatto nascere. Se una pena uguale Ŕ destinata a due delitti che disugualmente offendono la societÓ, gli uomini non troveranno un pi˙ forte ostacolo per commettere il maggior delitto, se con esso vi trovino unito un maggior vantaggio.


ž VII
ERRORI NELLA MISURA DELLE PENE

         Le precedenti riflessioni mi danno il diritto di asserire che l'unica e vera misura dei delitti Ŕ il danno fatto alla nazione, e per˛ errarono coloro che credettero vera misura dei delitti l'intenzione di chi gli commette. Questa dipende dalla impressione attuale degli oggetti e dalla precedente disposizione della mente: esse variano in tutti gli uomini e in ciascun uomo, colla velocissima successione delle idee, delle passioni e delle circostanze. Sarebbe dunque necessario formare non solo un codice particolare per ciascun cittadino, ma una nuova legge ad ogni delitto. Qualche volta gli uomini colla migliore intenzione fanno il maggior male alla societÓ; e alcune altre volte colla pi˙ cattiva volontÓ ne fanno il maggior bene.
          Altri misurano i delitti pi˙ dalla dignitÓ della persona offesa che dalla loro importanza riguardo al ben pubblico. Se questa fosse la vera misura dei delitti, una irriverenza all'Essere degli esseri dovrebbe pi˙ atrocemente punirsi che l'assassinio d'un monarca, la superioritÓ della natura essendo un infinito compenso alla differenza dell'offesa.
          Finalmente alcuni pensarono che la gravezza del peccato entrasse nella misura dei delitti. La fallacia di questa opinione risalterÓ agli occhi d'un indifferente esaminatore dei veri rapporti tra uomini e uomini, e tra uomini e Dio. I primi sono rapporti di uguaglianza. La sola necessitÓ ha fatto nascere dall'urto delle passioni e dalle opposizioni degl'interessi l'idea della utilitÓ comune, che Ŕ la base della giustizia umana; i secondi sono rapporti di dipendenza da un Essere perfetto e creatore, che si Ŕ riserbato a sÚ solo il diritto di essere legislatore e giudice nel medesimo tempo, perchÚ egli solo pu˛ esserlo senza inconveniente. Se ha stabilito pene eterne a chi disobbedisce alla sua onnipotenza, qual sarÓ l'insetto che oserÓ supplire alla divina giustizia, che vorrÓ vendicare l'Essere che basta a se stesso, che non pu˛ ricevere dagli oggetti impressione alcuna di piacere o di dolore, e che solo tra tutti gli esseri agisce senza reazione? La gravezza del peccato dipende dalla imperscrutabile malizia del cuore. Questa da esseri finiti non pu˛ senza rivelazione sapersi. Come dunque da questa si prenderÓ norma per punire i delitti? Potrebbono in questo caso gli uomini punire quando Iddio perdona, e perdonare quando Iddio punisce. Se gli uomini possono essere in contradizione coll'Onnipossente nell'offenderlo, possono anche esserlo col punire.


ž VIII
DIVISIONE DEI DELITTI

         Abbiamo veduto qual sia la vera misura dei delitti, cioŔ il danno della societÓ. Questa Ŕ una di quelle palpabili veritÓ che, quantunque non abbian bisogno nÚ di quadranti, nÚ di telescopi per essere scoperte, ma sieno alla portata di ciascun mediocre intelletto, pure per una maravigliosa combinazione di circostanze non sono con decisa sicurezza conosciute che da alcuni pochi pensatori, uomini d'ogni nazione e d'ogni secolo. Ma le opinioni asiatiche, ma le passioni vestite d'autoritÓ e di potere hanno, la maggior parte delle volte per insensibili spinte, alcune poche per violente impressioni sulla timida credulitÓ degli uomini, dissipate le semplici nozioni, che forse formavano la prima filosofia delle nascenti societÓ ed a cui la luce di questo secolo sembra che ci riconduca, con quella maggior fermezza per˛ che pu˛ essere somministrata da un esame geometrico, da mille funeste sperienze e dagli ostacoli medesimi. Or l'ordine ci condurrebbe ad esaminare e distinguere tutte le differenti sorte di delitti e la maniera di punirgli, se la variabile natura di essi per le diverse circostanze dei secoli e dei luoghi non ci obbligasse ad un dettaglio immenso e noioso. Mi basterÓ indicare i principii pi˙ generali e gli errori pi˙ funesti e comuni per disingannare sÝ quelli che per un mal inteso amore di libertÓ vorrebbono introdurre l'anarchia, come coloro che amerebbero ridurre gli uomini ad una claustrale regolaritÓ.
          Alcuni delitti distruggono immediatamente la societÓ, o chi la rappresenta; alcuni offendono la privata sicurezza di un cittadino nella vita, nei beni, o nell'onore; alcuni altri sono azioni contrarie a ci˛ che ciascuno Ŕ obbligato dalle leggi di fare, o non fare, in vista del ben pubblico. I primi, che sono i massimi delitti, perchÚ pi˙ dannosi, son quelli che chiamansi di lesa maestÓ. La sola tirannia e l'ignoranza, che confondono i vocaboli e le idee pi˙ chiare, possono dar questo nome, e per conseguenza la massima pena, a' delitti di differente natura, e rendere cosÝ gli uomini, come in mille altre occasioni, vittime di una parola. Ogni delitto, benchÚ privato, offende la societÓ, ma ogni delitto non ne tenta la immediata distruzione. Le azioni morali, come le fisiche, hanno la loro sfera limitata di attivitÓ e sono diversamente circonscritte, come tutti i movimenti di natura, dal tempo e dallo spazio; e per˛ la sola cavillosa interpetrazione, che Ŕ per l'ordinario la filosofia della schiavit¨, pu˛ confondere ci˛ che dall'eterna veritÓ fu con immutabili rapporti distinto.
          Dopo questi seguono i delitti contrari alla sicurezza di ciascun particolare. Essendo questo il fine primario di ogni legittima associazione, non pu˛ non assegnarsi alla violazione del dritto di sicurezza acquistato da ogni cittadino alcuna delle pene pi˙ considerabili stabilita dalle leggi.
          L'opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ci˛ che non Ŕ contrario alle leggi senza temerne altro inconveniente che quello che pu˛ nascere dall'azione medesima, questo Ŕ il dogma politico che dovrebb'essere dai popoli creduto e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato; sacro dogma, senza di cui non vi pu˛ essere legittima societÓ, giusta ricompensa del sacrificio fatto dagli uomini di quell'azione universale su tutte le cose che Ŕ comune ad ogni essere sensibile, e limitata soltanto dalle proprie forze. Questo forma le libere anime e vigorose e le menti rischiaratrici, rende gli uomini virtuosi, ma di quella virt˙ che sa resistere al timore, e non di quella pieghevole prudenza, degna solo di chi pu˛ soffrire un'esistenza precaria ed incerta. Gli attentati dunque contro la sicurezza e libertÓ dei cittadini sono uno de' maggiori delitti, e sotto questa classe cadono non solo gli assassinii e i furti degli uomini plebei, ma quelli ancora dei grandi e dei magistrati, l'influenza dei quali agisce ad una maggior distanza e con maggior vigore, distruggendo nei sudditi le idee di giustizia e di dovere, e sostituendo quella del diritto del pi˙ forte, pericoloso del pari in chi lo esercita e in chi lo soffre.


ž IX
DELL'ONORE

         V'Ŕ una contradizione rimarcabile fralle leggi civili, gelose custodi pi˙ d'ogni altra cosa del corpo e dei beni di ciascun cittadino, e le leggi di ci˛ che chiamasi onore, che vi preferisce l'opinione. Questa parola onore Ŕ una di quelle che ha servito di base a lunghi e brillanti ragionamenti, senza attaccarvi veruna idea fissa e stabile. Misera condizione delle menti umane che le lontanissime e meno importanti idee delle rivoluzioni dei corpi celesti sieno con pi˙ distinta cognizione presenti che le vicine ed importantissime nozioni morali, fluttuanti sempre e confuse secondo che i venti delle passioni le sospingono e l'ignoranza guidata le riceve e le trasmette! Ma sparirÓ l'apparente paradosso se si consideri che come gli oggetti troppo vicini agli occhi si confondono, cosÝ la troppa vicinanza delle idee morali fa che facilmente si rimescolino le moltissime idee semplici che le compongono, e ne confondano le linee di separazione necessarie allo spirito geometrico che vuol misurare i fenomeni della umana sensibilitÓ. E scemerÓ del tutto la maraviglia nell'indifferente indagatore delle cose umane, che sospetterÓ non esservi per avventura bisogno di tanto apparato di morale, nÚ di tanti legami per render gli uomini felici e sicuri.
          Quest'onore dunque Ŕ una di quelle idee complesse che sono un aggregato non solo d'idee semplici, ma d'idee parimente complicate, che nel vario affacciarsi alla mente ora ammettono ed ora escludono alcuni de' diversi elementi che le compongono; nÚ conservano che alcune poche idee comuni, come pi˙ quantitÓ complesse algebraiche ammettono un comune divisore. Per trovar questo comune divisore nelle varie idee che gli uomini si formano dell'onore Ŕ necessario gettar rapidamente un colpo d'occhio sulla formazione delle societÓ. Le prime leggi e i primi magistrati nacquero dalla necessitÓ di riparare ai disordini del fisico dispotismo di ciascun uomo; questo fu il fine institutore della societÓ, e questo fine primario si Ŕ sempre conservato, realmente o in apparenza, alla testa di tutti i codici, anche distruttori; ma l'avvicinamento degli uomini e il progresso delle loro cognizioni hanno fatto nascere una infinita serie di azioni e di bisogni vicendevoli gli uni verso gli altri, sempre superiori alla providenza delle leggi ed inferiori all'attuale potere di ciascuno. Da quest'epoca cominci˛ il dispotismo della opinione, che era l'unico mezzo di ottenere dagli altri quei beni, e di allontanarne quei mali, ai quali le leggi non erano sufficienti a provvedere. E l'opinione Ŕ quella che tormenta il saggio ed il volgare, che ha messo in credito l'apparenza della virt˙ al di sopra della virt˙ stessa, che fa diventar missionario anche lo scellerato, perchÚ vi trova il proprio interesse. Quindi i suffragi degli uomini divennero non solo utili, ma necessari, per non cadere al disotto del comune livello. Quindi se l'ambizioso gli conquista come utili, se il vano va mendicandoli come testimoni del proprio merito, si vede l'uomo d'onore esigerli come necessari. Quest'onore Ŕ una condizione che moltissimi uomini mettono alla propria esistenza. Nato dopo la formazione della societÓ, non potÚ esser messo nel comune deposito, anzi Ŕ un instantaneo ritorno nello stato naturale e una sottrazione momentanea della propria persona da quelle leggi che in quel caso non difendono bastantemente un cittadino.
          Quindi e nell'estrema libertÓ politica e nella estrema dipendenza spariscono le idee dell'onore, o si confondono perfettamente con altre: perchÚ nella prima il dispotismo delle leggi rende inutile la ricerca degli altrui suffragi; nella seconda, perchÚ il dispotismo degli uomini, annullando l'esistenza civile, gli riduce ad una precaria e momentanea personalitÓ. L'onore Ŕ dunque uno dei principii fondamentali di quelle monarchie che sono un dispotismo sminuito, e in esse sono quello che negli stati dispotici le rivoluzioni, un momento di ritorno nello stato di natura, ed un ricordo al padrone dell'antica uguaglianza.


ž X
DEI DUELLI

          Da questa necessitÓ degli altrui suffragi nacquero i duelli privati, ch'ebbero appunto la loro origine nell'anarchia delle leggi. Si pretendono sconosciuti all'antichitÓ, forse perchÚ gli antichi non si radunavano sospettosamente armati nei tempii, nei teatri e cogli amici; forse perchÚ il duello era uno spettacolo ordinario e comune che i gladiatori schiavi ed avviliti davano al popolo, e gli uomini liberi sdegnavano d'esser creduti e chiamati gladiatori coi privati combattimenti. Invano gli editti di morte contro chiunque accetta un duello hanno cercato estirpare questo costume, che ha il suo fondamento in ci˛ che alcuni uomini temono pi˙ che la morte, poichÚ privandolo degli altrui suffragi, l'uomo d'onore si prevede esposto o a divenire un essere meramente solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, ovvero a divenire il bersaglio degl'insulti e dell'infamia, che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena. Per qual motivo il minuto popolo non duella per lo pi˙ come i grandi? Non solo perchÚ Ŕ disarmato, ma perchÚ la necessitÓ degli altrui suffragi Ŕ meno comune nella plebe che in coloro che, essendo pi˙ elevati, si guardano con maggior sospetto e gelosia.
         Non Ŕ inutile il ripetere ci˛ che altri hanno scritto, cioŔ che il miglior metodo di prevenire questo delitto Ŕ di punire l'aggressore, cioŔ chi ha dato occasione al duello, dichiarando innocente chi senza sua colpa Ŕ stato costretto a difendere ci˛ che le leggi attuali non assicurano, cioŔ l'opinione, ed ha dovuto mostrare a' suoi concittadini ch'egli teme le sole leggi e non gli uomini.



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ę 1996 - by prof. Giuseppe Bonghi
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Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2002