Anonimo

 

Pulzella Gaia

 

 

 

Edizione di riferimento

Fiore di leggende, cantari antichi, editi e ordinati da Ezio Levi, serie prima: cantari leggendari, Gius. Laterza & Figli, tipografi-editori-librai, Bari 1914

 

 

I due cantári di Pulzella gaia si leggono in un cod. del sec. xv, appartenuto già alla biblioteca Saibante di Verona, e poi posseduto dal marchese Girolamo d’Adda di Milano [C]. I cantári sono dati dal ms. in una forma assai diversa da quella che qui si riproduce, e cioè « vestiti per metà alla veneta ». Il Rajna, che li scoprì, sostiene che la forma originaria fosse toscana, e a questa li ricondusse nell’edizione che ne diede nel 1893: Pulzella gaia, cantare cavalleresco, Per nozze Cassin-D’Ancona, 21-22 gennaio 1893, in-8, pp. 44 (Firenze, tip. Bencini).

Per dare un saggio della lezione del codice, riproduco di sulla copia, che mi ha comunicato il Rajna, le prime quattro ottave del primo cantare:

 

1

Ora me intendete, bona zente, tuti quanti,

in chortexia et in bona ventura:

dire ve volio de li chavalieri aranti,

ch’al tenpo antigo andava a la ventura.

In chorte de lo re Artus li sedeva davanti,

segondo come parla la scritura,

in schomenziamento de miser Troiano,

che feze avanto con miser Galvano.

2

Miser Troiano si disse: — Ho chompagnone

con tieco e’ volio inpignar la testa,

chi dirano piú bela chazaxone

de nulo chavalier di nostra jesta. —

Quando eli fezeno la inpromisione,

alo re e ala rajna feze richiesta;

e zaschaduno la testa si inpignava

chi più bela chazaxone sí aprexentava.

3

Intradi sono j chavalierj a quele jnprexe,

inverso lo bosco prexeno lor chamino.

Miser Troiano una zerva si prexe

che jerano piú bianca de un armeljno;

e tuta vja lo la menava palexe,

che veder la podea grandi e picholino.

Davanti lo re Artus saluta e inchina,

poi l’aprexentò a Zenevre la rezjna.

4

Miser Galvano chavalchano ala boscaja;

alo levar del sole l’ebeno trovato.

Una serpe, che lo rechiexe de bataja;

sopra lo schudo quela j s’ave zitato.

Lui mese mano ala spada che ben taja,

cretela avere ferjta nel costato.

La serpa, che sapeva ben scremjre,

Miser Galvano non la pote ferire.

Come si vede, dalla revisione del Rajna il poema è uscito compiutamente trasfigurato. Nel testo originario, avverte il R., i versi « in gran parte non tornano »; e la malattia era così profonda, che non è interamente guarita neppure dopo le cure d’un medico cosí delicato e sapiente. Dovunque smozzicature o enfiagioni; e parecchi tratti in tal modo zoppicanti, che anch’ io ho dovuto offrir loro, di mio, le stampelle, perché si reggessero in piedi. [...] Nel testo del Rajna sono omesse quattro ottave (xcvi-xcix), che paiono spurie. Le riproduco qui dalla copia del codice D’Adda, che il R. mi ha comunicato:

[96]

Leta la letera, lo bon miser Galvano

el fato li consonò e molto li piaze.

A vui dico, signori, a chi altro leto non áno,

di questo parentado ve dirò veraze,

di queste do sorele che mentoano

lo autore nostro, che fo tanto audace:

fiole bastarde de lo re Apandragone,

di queste do sorele fo la condizione.

[97]

Pandragone de lo alto re Artus fo pare,

come dize l’ instoria e ’l vero chanto;

queste duo fie naque d’un’altra mare

in modo de avolterio in quelo canto,

sorele de re Artus fo, zò mi pare,

per padre ve dicho solamente tanto;

la Dama di lo lago fo chiamata,

Lanziloto costei ebeno nodrigata.

[98]

El savio Merlino costei feze morire,

la qual lei chiuxe dentro al molimento

esendo vivo, la sua instoria áno a dire,

de la sua fine non stipe veder lo partimento.

Innamorato di ’sta dama era quel sire,

ma a lei lo suo amore non li fo in talento.

Costei era savia e gran incantatrice;

vivo nel molimento serò Merlin, zò se dize.

[99]

De la fada Mongana costei fo serore

d’un padre e madre nate veramente;

lo suo parentado vi ò dito in ’st’ore;

ritorno a l’instoria di presente.

Miser Galvano stava di buon cuore,

leta la letera, che fo tanto sazente;

amaistrato da la Ponzela gaia,

hobedire la vuole e più non abaia.

 

 

CANTARE PRIMO

1

Intendete me ora tutti quanti

in cortesia ed in buona ventura:

dire vi vo’ de’ cavalieri erranti,

ch’al tempo antico andava all’avventura.

In corte allo re Artú sedean davanti,

secondo come parla la scrittura,

incominciando di messer Troiano,

che fece un vanto con messer Galvano.

2

Messer Troiano disse: — O compagnone

con teco i’ voglio impegnare la testa,

chi addurrá piú bella cacciagione

di nullo cavalier di nostra gesta. —

Quando elli fecion la impromissione,

al re e alla reina fe’ richiesta;

e ciaschedun la testa si impegnava,

chi cacciagion piú bella appresentava.

3

Entrati i cavalieri a quelle imprese,

inverso ’l bosco preson lor cammino.

Messer Troiano una cerva si prese,

ch’era più bianca di un armellino.

E tuttavia la menava palese:

veder la potea grande e piccolino.

Davanti lo re Artú saluta e inchina;

poi presentolla a Ginevra regina.

4

Messer Galvan cavalca alla boscaglia:

allo levar del sole ebbe trovato

una serpe, che ’l chiese di battaglia;

sopra lo scudo ella li s’ ha gittato.

Messe mano alla spada, che ben taglia,

credélla aver ferita nel costato:

la serpe, che sapeva ben scremire,

messer Galvan non la puote ferire.

5

Infin a mezzogiorno ha contrastato

messer Galvan con quella sozza cosa;

un solo colpo non li può aver dato,

tant’era quella serpe poderosa.

L’elmo e lo scudo aveva infiammato;

messer Galvano non trovava posa.

Messer Galvano disse: — Aimè lasso!

che sozza cosa m’ ha condotto al basso ! —

6

Messer Galvano a terra si smontava,

disse: — Lasso! ch’io mi rendo morto. —

La serpe andava a lui e sí parlava,

disse: — O cavalier, prendi conforto. —

E dolcemente lei lo addinlandava:

Dimmi la veritade, o giglio d’orto,

per cortesia e per amor di donna:

saresti della Tavola ritonda? —

7

Messer Galvano allor li rispondia,

nello cuore avea fuoco ed ardura;

delle man per lo viso e’ si feria,

vedendo quella si sozza figura:

Della Tavola esser mi credia;

or non son più, per la disavventura,

a dir ch’io sia, e non avere ardire

sí sozza cosa conduca al morire! —

8

La serpe disse: — Deh! non ti sdegnare,

o cavaliero, se tu non m’hai morta.

Quanti n’è qui e n’è di là dal mare

de’ piú pro’ cavalieri che arme porta,

un solo colpo non mi potria dare,

tanto io sono poderosa e accorta.

Giá piú di mille aggio discavalcati:

tu se’ lo fior di quanti n’ ho trovati. —

9

Disse messer Galvano: — Io non mi sdegno

se non per tanto ch’ io non ho la morte,

da poi che piace all’alto Dio del regno

che la sventura mia sia tanto forte,

che così sozza cosa con suo ingegno

m’abbia condotto a così mala sorte.

Dammi la morte e piú non indugiare,

ch’io non ti vo’ veder più, né parlare. —

10

La serpe disse: — O sire, in cortesia,

dimmi ’l tuo nome e non me lo celare;

ch’è un gentil cavaliero, in fede mia,

che lungo tempo l’ho avuto a amare.

Se tu se’ desso, o dolce anima mia,

di ricche gioglie t’averò a donare;

che mai piú ricca gioglia né piú bella

non ebbe cavalier che monti in sella.

11

Messer Galvan rispose: — Altri che Dio

di te non poria fare cosa bella;

ma, poi che vuoi saver lo nome mio,

lo sire Lancilotto ogn’uom m’appella. —

La serpe li pon mente con disio,

e disse: — Tu m’inganni alla favella.

Di arme ho avuto a far con Lancilotto:

tu se’ di lui molto piú saggio e dotto. —

12

Messer Galvano si prese a parlare,

sì li disse molto umile e piano:

— Ora m’ intendi, pessima mortale —

l’elmo si cavòne con la mano, —

vegno appellato da tutti ’l liale

avventuroso cavalier Galvano.

Se da te scampo ch’ io non sia morto,

i’ prenderò allegrezza e gran conforto. —

13

La serpe l’udia molto volentieri;

di quella forma s’ ha strafigurata:

pia bella che una rosa di verzieri

si fece una donzella dilicata;

disse: — Ora m’abbraccia, o cavalieri,

ch’io sono la tu’ amanza a sta fiata. —

Puoseli ’l braccio al collo e l’ha abbracciato,

dicendo: — Tu se’ quel c’ho disiato. —

14

Messer Galvano allor ne fu gioioso,

e di buon cuore abbracciò la donzella.

Ed ella: — O cavaliero avventuroso

più che nullo che mai montasse in sella! —

E lui li disse: — O bel viso amoroso,

voi che parete in tutto un’angiolella,

dite chi sète e di cui sète nata,

voi che parete un’angiola informata. —

15

La donzella rispose umile e piana:

— Io tel dirò, da poi che ’l vuoi sapere.

Figliuola i’ son della fata Morgana,

di quella donna che guarda l’avere.

Molto gran tempo i’ son stata lontana,

e sì t’ ho disiato pur vedere.

Pulzella Gaia m’appella la gente:

or di me prendi gioia allegramente. —

16

Messer Galvan non fece piú dimore,

abbracciò la donzella, a quel ch’io sento,

e della rama ben ricolse il fiore

della donzella piena d’olimento.

E disse: — Ogni bellezza, o dio d’amore,

m’avete data qui a compimento! —

E così stetton fin nona passata

Galvano con la rosa imbalconata.

17

Messer Galvano allor s’arricordava

della testa ch’avea messa al paraggio;

forte cominciò a pianger, lagrimava,

perduto ebbe ’l colore del visaggio.

La damigella allora li parlava,

dicendo: — Cavaliero pro’ e saggio,

la verità mi di’ senza tardanza:

forse non t’è ’n piacer ch’io sia tu’ amanza?

18

Messer Galvano disse: — Anima mia,

di te mi tegno ricco e pia pagato

che se lo mondo avessi in mia balia

e ’l paradiso poi mi fosse dato.

Ma da te mi part’or con gran dolía,

mai non credo vederti in nessun lato.

A corte e’ mi conviene andar morire,

c’ ho fatto un vanto, e nol posso fornire.

19

E la Pulzella disse: — O amor mio,

to’ questo anello e teco il porterai.

Quante cose che son di sotto a Dio,

se tu gliele addimandi, tu le avrai.

E, quando mi vorrai al tuo desio,

a questo anello m’addomanderai.

Ma non manifestar la gioia avuta,

ché l’anel la vertú avria perduta. —

20

Messer Galvano alla Pulzella giura

di quella gioi’ mai non manifestare,

e infin la sera, appresso a notte scura,

di lei e’ non potevasi saziare.

La serpe ritornò in sua figura;

messer Galvano prese a cavalcare;

e ’l primo don, che dimandò all’anello,

si fu un destriero poderoso e bello.

21

E lo destrier li si fu appresentato;

davanti gliel menava uno scudieri.

Messer Galvano suso fu montato,

e gioioso cavalca pel sentieri.

Poi dimandò che presto li sia allato

immantinente cento cavalieri,

e dodici baron feriti a morte,

che per prigioni andassono alla corte.

22

Poi dimandò una nuova cacciagione,

che piedi di caval di drieto avesse,

e quei davanti piedi di grifone,

la coda d’uno pesce fatta avesse,

e le ali con le penne di pavone,

lo viso d’una femmina paresse,

e un occhio avesse negro e l’altro bianco:

sí nuova fiera non fu vista unquanco.

23

Li baroni sí giunsono alla corte

e di messer Galvan fecion richiamo,

che lui li avea feriti tutti a morte, —

E noi per suo’ prigioni ci rendiamo.

Poi con letizia giunse il baron forte,

e i cavalier tutti incontra li andorno.

Per vedere la caccia ch’ei menava

molti baroni incontra si li andava.

24

Messer Galvan con cento cavalieri

molto gioioso venía cavalcando;

ciascuno aveva accanto ’l suo scudieri,

con due poi dritto, in mezzo lor menando

la nuova fiera sopra d’un destrieri;

intorno tutti l’andavan guardando;

giá non aspetta la madre la figlia

per andar a veder tal meraviglia.

25

Piccoli e grandi, ognun sí l’inchinava;

tutti dicevan: — Ben vegna ’l barone! —

e quella nuova fiera, ch’ei menava,

alla reina sí l’appresentòne.

E la reina quella sì accettava,

e in una zambra la messe al balcone;

e tutti quei che quella si vedeva

molta gran meraviglia sen faceva.

26

Troiano avea paura di morire,

della corte tosto si partía.

Messer Galvano si punse a dormire,

e fu svegliato all’alba della dia.

Ed all’anello tosto prese a dire:

Ora ti priego, non fare indugia!

e tosto e di presente fa’ che appaia

nelle mie braccia la Pulzella Gaia. —

27

Dappoi li fu in piacer ch’ella venisse,

la Pulzella fu nelle suo bracce;

entrambi duo pareva che morisse;

più si distendon che non fanno l’acce.

E la Pulzella a lui quivi si disse:

Fa’ che lo nostro amor non si discacce!

non lo manifestare e non lo dire,

se questa gioglia tu non vuoi fornire. —

28

Messer Galvan rispose: — Non dottare!

Or per la terra ogni di egli armeggiava;

tutta la gente fea meravigliare

per la grande allegrezza ch’ei menava.

E la reina lo fece chiamare,

e in una zambra lei si lo guidava.

Di ricche gioglie li mostrò per certo:

di sua persona li parlò scoverto.

29

Messer Galvan non ne vòlse far niente

della regina suo vil piacimento.

E la regina fe’ venir presente

donne e donzelle, e fece un torniamento.

Li cavalieri, armati inlmantinente,

flir sul palazzo senza restamento.

— Ciascun si vanti — disse la reina,

ch’io vo’ sapere chi ha gioia piú fina.

30

Tutte le donne e tutte le donzelle

e i cavalier si presono a vantare

ciascuno delle gioie le piú belle,

e quelle poi li convenía provare.

Messer Galvano stava in mezzo d’elle,

e poi e’ cominciò cosi a parlare:

Dappoi che ciascheduno s’ è vantato,

io sopra ciò non voglio aver parlato. —

31

La regina chiamò messer Galvano,

e li disse: — O malvagio iscognoscente,

di questa corte tu se’ ’l piú villano:

tu non ti vanti di nulla al presente,

ora ti dái un vanto piú sovrano

di nullo cavaliero immantinente.

Se tu se’ cotai uonl come ti fai,

sovr’ogni cavalier ti vanterai. —

32

Allor messer Galvan disse: — Io mi vanto,

e d’esta cosa i’ mostrerò certanza:

io son avventuroso di cotanto

piú d’ogni cavalier che porti lanza;

e chi cercasse il mondo tutto quanto,

non troveria una si bella amanza

come è la mia gentile damigella;

e quella è il fiore d’ogni donna bella.

33

E la reina disse a tutti quanti:

Lo bando della corte ora intendete,

conti e baroni e cavalieri erranti,

piccoli e grandi, quanti voi qui sète.

Ciascheduno che s’hanno dato vanti,

il terzo giorno a me ritornerete.

Chi s’è vantato, e nol possa provare,

tosto la testa li farò tagliare. —

34

La baronia di corte fu partuta;

messer Galvano in suo zambra fu ito,

ed all’anello disse: — Ora m’aiuta!

tosto ti muovi, o messaggiero ardito,

e la Pulzella Gaia mi saluta:

di’ ch’ella vegna col viso chiarito.

La vertú dell’anello era mancata,

per quella gioia c’ ha manifestata.

35

Messer Galvano forte lagrimava,

e disse: — Lasso! ch’io mi rendo morto. —

E a quell’anello pur si richiamava:

Di quel ch’io dissi i’ non mi fui accorto! —

e fortemente lui lo scongiurava:

Or mi soccorri, ch’io son a mal porto! —

All’anel non valea lo scongiurare,

ché piú vertude e’ non poteva fare.

36

E ’l terzo giorno disse la regina:

— Ciascuno del suo vanto sia fornito.

Messer Galvan di pianger non rifina,

e nello viso tutto era smarrito.

E sí chiamava: — O giovane fantina,

Pulzella Gaia dal viso chiarito:

se a te pur piace ch’io non sia morto,

ora mi scampa, ch’ io son a mal porto! —

37

Del terzo giorno fu il termin passato,

all’anel non valea lo scongiurare;

e per Galvano allora fu mandato,

che tosto ei si dovesse apparecchiare

venire a corte, dove è giudicato

che a lui bisogna la testa tagliare.

Drappi di seta nera ei s’ è vestito:

messer Galvano alla corte fu ito.

38

Disse lo re Artú: — Vegnami avanti

lo ciocco, e la mannaia, e la mazza,

con i baronie cavalieri erranti,

tosto tutti vadan ver’ la piazza. —

Piangendo se ne andavan tutti quanti;

messer Galvano ciascuno sí abbraccia.

Donne e donzelle, tutte allor piangea

d’un sí pro’ cavalier ch’elli perdea.

39

Messer Galvan, lo nobile barone,

lo ciocco e la mannaia lui portava;

e questo fea perch’elli era ragione;

ed aveal tolto a colui che ’l guidava,

dicendo: — Poi ch’ i’ ho fatto tradigione

alla Pulzella, che tanto mi amava,

dappoi ch’ i’ ho fallato allo mio amore,

ben è ragion ch’io muora con dolore. —

40

Messer Galvano alla piazza ne andava:

di seta un drappo li fu appresentato.

Messer Galvano suso sí montava,

lo ciocco e la mannaia have posato.

Tutti li cavalier gran duol menava

dei buon Galvano, cavalier pregiato;

e poi ciascuno indrieto torna presto:

sua cruda morte non vuol aver visto.

41

Messer Galvano sì prese a parlare,

disse allo re Artú: — Or m’ intendete:

la baronia fate presto tornare;

questa grazia, per Dio, mi concedete!

Da tutti quanti mi vo’ accombiatare;

sarò contento, se ’l don mi farete.

Tutti i baroni che son scritti in corte

si vegnano a vedere la mia morte. —

42

Lo re Artú si li fece tornare;

tutti a messer Galvan furono intorno;

e tutti quanti aveano a lagrimare,

e da messer Galvan s’accombiatórno.

Messer Galvano sí prese a parlare:

— Della mia morte non sono musorno.

L’anima mia ne raccomando a Dio:

morir vo’, giacché piace all’amor mio. —

43

Galvano al ciocco allor s’inginocchiava,

e sí chiamava: — O rosa imbalconata,

poi che t’ é a grado, morir non mi grava,

la mia morte sì fu ben meritata.

Merta morire mia persona prava.

Dove sei tu, o donna delicata?

Pure una volta veder ti vorria;

poi di morir non mi rincresceria.

44

Allora la Pulzella con pietade,

per camparlo da morte e darli vita,

tosto si corse inver’ quelle contrade;

drappi di seta nera fu vestita.

Molto gioiosa per quei sentier vade;

mai non fu vista donzella sì ardita.

E, per camparlo, lei si messe in via

con molta gente e gran cavalleria.

45

E la Pulzella fece suo’ richieste,

ben trentamila giovani donzelle;

tutte di seta nera far suo’ veste,

e quelle eran lucenti piú che stelle;

e via cavalcan per ogni foreste.

Ben eran venti schiere tutte belle;

ciascuna aveva mille cavalieri,

e buone arme e correnti destrieri.

46

Allora la Pulzella molto presta

tostamente cavalca in quella parte,

appresso a Camellotto senza resta,

secondo come dicono le carte;

tamburi e trombe, che parea tempesta;

e queste gente fea venir per arte.

Lo re Artú, quando questo ascoltava,

al buon Galvano la morte indugiava.

47

Tutti li cavalier della ventura

vedere andavan quella turba magna.

Tosto elli corson, preson l’armadura,

e cavalcâro verso la campagna.

Di quella gente avevan gran paura,

ché coverto era ’l piano e la montagna.

Messer Galvan davanti dalle schiere

feridor lui vuol esser lo primiere.

48

Pulzella Gaia sua magna bandiera

in questa ora lá fece fermare.

Quando lá apparve la chiarita spera,

tutta la gente fe’ meravigliare.

E lei si trasse fuori d’ogni schiera,

e fortemente prese a biastemare:

— O cavalier, cattivo e disliale,

che l’alto Iddio sì ti metta in male!

49

O dislial, perché m’hai palesata?

Mala ventura a chi ti cinse spada!

La più gentil donzella hai ingannata

che si trovasse per ogni contrada:

onde per te io sono imprigionata;

ben vo’ morir, dappoi ch’ella t’aggrada.

Mia madre mi dará prigion sì forte,

che meglio mi saría aver la morte. —

50

E l’uno e l’altro sì forte piangia,

e intrambi duo sì si abbracciava.

Lo re, tutta la corte li vedia,

di suo’ bellezze si meravigliava.

 la Pulzella Gaia in quella dia

dal buon Galvano sì s’accombiatava.

 disse: — manza ti convien trovare:

più non potra’mi veder né parlare. —

51

Pulzella Gaia di qui fu partuta,

e ritornò alla savia Morgana.

Quando la madre allora l’ha veduta,

sì li disse: — Or donde vieni, puttana? —

E po’ in prigione lei l’ebbe mettuta

in una torre, ch’è tanto sottana;

non vedea luce, sol, luna né stelle,

e stava in acqua fino alle mammelle.

CANTARE SECONDO

52

Lo re Artú al cavalier parloe,

e disse: — Ahi, messer Galvan giocondo!

pia bella amanza tu ingannasti mòe,

ch’avesse cavalier di questo mondo.

Più lucente che stella questa foe,

le suo’ bellezze non trovavan fondo.

Tapino te! come fallato hai,

ch’alla tua vita più non la vedrai!

53

Messer Galvano allor prese a parlare.

Disse: — Signor, se Cristo mi perdona,

non so in che parte me ne deggia andare

per ritrovar quella gentil persona.

Mai barba né capelli vo’ tagliare,

né su tovaglia non mangerò adorna,

se non racquisto la speranza mia;

né tornerá qui la persona mia. —

54

E, detto questo, elli s’accombiatava.

Di presente partí da Camellotto,

ed in lontane parte cavalcava;

dove andare, non sa lo baron dotto;

a molti di Morgana addomandava,

dov’ella stava a niuno era noto;

e chi in qua, e chi in lá dicia:

niuno sapeva qual’era la via.

55

Un giorno, cavalcando alla boscaglia,

messer Galvan fu arrivato a una fonte,

lá dove un cavaliero armato a maglia

stava appoggiato, la mano alla fronte;

quale a Galvano domandò bersaglia:

combatter vuol con lui e darli onte.

Messer Galvan lo addimandò del nome.

— Breus mi chiamo. Or hai saputo il come.

56

Io vo cercando Tristan, Lancilotto,

messer Galvano e ’l buon Astor di Mare,

Palamidès, Galasso tanto dotto,

Troiano e Lionel vorria trovare;

messer Ivano e Artú di Camellotto,

e Lionbordo ancor per tale affare;

e tutti li altri cavalieri erranti,

ché impiccar li vorria tutti quanti.

57

Per forza o inganno li vorria tradire. —

Messer Galvan li disse: — I’ ti disfido! —

Al primo colpo lo fece giù ire,

questo Breusse, nato di mal nido.

E poi li disse: — Ora t’abbi a pentire;

del mal volere i’ per ora t’affido. —

E in quel luogo abbattuto lo lasciava;

poi ’l buon Galvano al suo cammino andava.

58

Sei mesi e piú elli ebbe cavalcato,

e di cercare non fa restagione;

e ad un castello lui fúne arrivato;

giù da cavallo dismontò il barone.

Su per la scala lui fúne montato,

e in quello luogo non vedea persone.

La tavola imbandita di vivanda

v’era, e di tutto che ragion comanda.

59

Galvano a quella tavola s’ha posto:

quattro donzelle venner di presente,

e avanti a lui apparir molto tosto,

e sí ’l servir molto onoratamente.

Cento donzelle stavano in un chiostro;

piangevan tutte molto duramente.

Messer Galvan cominciò a dimandare

perché facevan sì gran lamentare.

60

Onde le donne disson la cagione;

non si potean tener di lagrimare:

— Per la Pulzella Gaia ch’è in prigione,

e noi non la potemo giá aiutare.

Uno malvagio cavalier fellone

della sua gioi’ l’ have a manifestare.

Quei si noma Galvan, lo desliale;

che l’alto Dio lo metta sempre in male! —

61

Messer Galvan li disse: — O damigella,

per quella cortesia fatto m’avete,

sapessi ov’ è la sua persona bella,

e chi è quei che in prigion la vi tiene,

per vostro amore, o gentil donna snella,

io andria in qual parte mi direte. —

Rispose la donzella: — Or te ne andrai

per tal cammino, e sí la troverai. —

62

Allor messer Galvan montò a destriero,

e infin a mezzogiorno ha cavalcato;

ad una ròcca c’ ha intorno un verziero,

e dove è una fontana, fu arrivato.

Una dama cavalca pel sentiero,

cento donzelle li andavano a lato.

Messer Galvano, quando l’ ha veduta,

la dama e le donzelle sí saluta.

63

E quella dama, ch’era molto irata,

rispose a lui: — Deh, mal pos’ tu stare!

per la Pulzella, ch’è stata ingannata,

a’ cavalier vo’ mal, a non fallare;

onde per voi ella è imprigionata.

Mai cavalier non voglio salutare,

per amor di Galvan, lo misliale,

che l’alto Dio li dia prigion mortale. —

64

Disse messer Galvan: — Che colpa aggio io,

se altri cavalier villania fanno? —

Rispose: — Ciascun è malvagio e rio;

per lo suo amore, quanti ne troviamo,

io giuro lialmente all’alto Iddio

che a tutti i cavalier farò gran danno.

Per lo gran fallo di quel miscredente

ciascun di Loro i’ mangeria col dente. —

65

Messer Galvan rispose: — Che diraggio

a quello cavalier, s’ io lo trovasse?

Alcuno male io non li mostreraggio:

vorria che la su’ amanza racquistasse.

I’ l’ho amato e amo ancor di buon coraggio;

gran villania savia se non l’aitasse.

Per poterli acquistare la su’ amanza

combatterria con tutta mia possanza. —

66

E quella donna disse: — O traditore,

dunqu’è messer Galvan tuo conoscente?

In questo giorno per lo suo amore

io ti farò dar morte di presente.

E cento cavalier di gran valore tosto

li farò armare immantinente. —

E questa dama sí ha comandato

che tosto sia messer Galvan pigliato.

67

Que’ cavalier non fêr dimoragione;

al buon Galvano egli funno dintorno,

e sí li dissono: — Andate in prigione;

se no, che voi morrete in questo giorno.

Messer Galvano a Dio s’accomandòne,

e poi si mosse il cavaliero adorno.

La lancia in mano e lo scudo imbracciava;

di cento cavalieri e’ non curava.

68

Tre cavalier di schiera si partia,

messer Galvano trassono a ferire;

primo, secondo, terzo lo feria;

con mortal pena lui li fe’ morire.

A chi un colpo di buon cuor ei dia

non bisognava medico al guarire.

Messer Galvan molti n’ have abbattuti ;

li altri fuggian, gridando: — Dio ci aiuti! —

69

Messer Galvano, uomo di gran vaglia,

drieto seguía, e giá non ha paura.

Li cavalier fugginno alla boscaglia;

alla sua spada non vale armadura;

a chi un colpo di buon cuor e’ baglia,

veracemente di morte il secura.

Avanti sera, allo calar delsole,

tutti li cavalier messe a furore.

70

E quella donna, ch’era tanto bella,

avanti di messer Galvan fu gita;

e dolcemente lei sí li favella:

— O cavalier, Dio ti dia buona vita!

tu se’ lo piú prod’uom che monti in sella;

ed al suo albergo lei sí lo convita.

Messer Galvano ben tenne lo invito,

e al castel colla donna lui fu ito.

71

In una zambra sí ’l menava ratto,

e prestamente lo fe’ disarmare.

E in pii parte ch’elli è innaverato

dolcemente lo fece medicare.

E poi li disse: — O cavalier pregiato,

dimmi ’l tuo nome, e non me lo celare. —

Messer Galvan rispose: — Volentieri.

Sono appellato il Pover Cavalieri. —

72

E quella dama disse in quella fiata:

— Se tu se’ pover, non aver dottanza;

ed io son una dama ricca e agiata:

darotti questa ròcca per certanza,

e ogni altra cosa che ben ti sia grata;

ed ho moneta assai, che me n’avanza.

Ma priego, cavalier, che di tuo’ voglia,

avanti i’ mora, di me prenda gioglia. —

73

Disse messer Galvan: — Ora mi udite.

Di voi gioglia mai non prenderia,

ch’io peggiorrei le mie crude ferite.

Ma una cosa ben prometteria

in buona lianza, se voi consentite;

questo giuro per santa Maria.

Se la Pulzella m’arete insegnare,

per cara donna i’ v’averò a pigliare. —

74

Ella rispose: — I’ te la insegneraggio.

Ell’è in una cittade molto forte;

e giorno e notte, per ogni rivaggio,

fortemente si guardan quelle porte.

E quella donna dal chiaro visaggio

ben credo sia con pene di morte.

Ed è in una prigione forte oscura,

e sta in acqua fino alla cintura.

75

Dentro a quella cittá si è un castello,

ch’è di marmore, bello e rilucente,

con duo mila finestre di cristallo,

li muri di diamante veramente;

de’ quai non può levar picchio o martello:

per arte è fabbricato certamente.

Quella cittade ha nome Pela Orso:

tu non potresti darli alcun soccorso. —

76

Messer Galvan rispose: — I’ voglio andare.

Se posso atare la dama lucente.

certo grande servigio avrò a fare

al buon Galvano, ch’è tanto valente.

E a voi, madonna, avrò a ritornare

per prender di voi gioia allegramente.

E quattro giorni e più si riposava;

poi contra Pela Orso cavalcava.

77

Messer Galvano già non dimoròe,

cavalcò a Pela Orso, la cittate;

e tardi a quelle porte elli arrivòe,

che tutte quante le trovò serrate.

E in quella notte di fuora abitòe,

infino alla mattina, in su le strate.

Poi lo mattina cavalcò alla porta:

la guardia immantinente sen fu accorta.

78

Le porte fûr serrate tutte quante

quando vider venir quel cavaliero.

La guardia disse: — Non venire avante,

se lo tuo nome non mi di’ in primiero. —

Messer Galvano disse: — io son mercante,

ch’ io voglio guadagnar del mio mestiero. —

La guardia disse: — Tu non entrerai:

vista di mercadante tu non hai. —

79

Messer Galvan molto si corrucciava,

intorno alla cittade ha cavalcato;

piccoli e grandi, quanti ne trovava,

a tutti quanti la morte ha donato.

E’ con la spada tutti li tagliava,

e non lasciava campar uomo nato.

Alla cittade faceti guerra forte;

dí e notte stavan serrate le porte.

80

Messer Galvano per quelle contrade

castelli e torri, tutte a lui s’han dare;

poi fece grand’oste alla cittade;

quattr’anni e più li fece dimorare.

Quelli di fuora e quei della cittade

gran falsitade s’ebbono a impensare,

dicendo: — Usciamo. Le porte apriremo,

e iminantinente lui sí uccideremo. —

81

E la fata Morgana have ordinato

con que’ di fuora lo gran tradimento;

ed una delle porte ha disserrato,

e dentro aveva grande afforzamento.

E gran battaglia tosto li have dato;

venneli sopra senza restamento.

Chi lo feria di dietro e chi davanti:

ora l’aiuti Cristo e li suo’ santi!

82

Lo Pover Cavalier venía chiamato

messer Galvano; a Dio s’accomandava.

Chi li ha di spada e chi di lancia dato;

Galvan de’ sproni lo destrier toccava,

tra sé dicendo: — Questo è mal mercato!

e nella prima schiera lui sí entrava;

e con suo brando cominciò a menare,

e tutti quanti li facea scampare.

83

E per tal modo prese a cavalcare

dentro da quella gente molto forte.

Con quelli alla cittade ebbe arrivare:

gran battaglia faceva a cotal sorte.

A chi un colpo lui aveva a dare,

veracemente il conduceva a morte.

Quei della terra allora si rendea;

messer Galvano ben la ricevea.

84

E poi alfin quella gente chiamava

questo barone, ch’è molto pregiato.

Allor tutta la gente che scampava

a Galvano ciascun fu ritornato.

E tutti quanti a lui s’inginocchiava,

E dolcemente l’ebbon salutato:

— Povero Cavalier, nobil, verace,

a noi comanda quello che ti piace. —

85

Disse messer Galvano: — Io vel diraggio,

e fatto sia senza dimoragione:

fate la dama dal chiaro visaggio

che tosto sia cavata di prigione;

se no, che la testa io vi taglieraggio,

e tutti perderete le persone.

Per trarla di prigione state accorti ;

se no, che tutti quanti siete morti. —

86

E quella gente allor di gran bontade

della Pulzella arricordò il tormento;

E di lei loro aveano gran pietade.

— Nol sapevamo nel cominciamento,

ché certo data vi avriam la cittade,

E fatto avriam tutto il vostro talento. —

Con gran romore i cavalieri andava

alla città real dov’ella stava.

87

Ma quel castel sí era ben armato,

e dentro v’era molta buona gente.

Non li valea ’l combatter d’alcun lato;

quella battaglia non curava niente.

Lo romore era sí grande levato,

che la Pulzella Gaia ben lo sente.

Nella prigione tutta sí smarria

di tal romore com’ella sí udía.

88

Una donzella della savia fata,

che tuttavia li porta la minestra,

andò alla prigione in quella fiata.

Disse: — Pulzella Gaia, ora stai destra.

Io sí ti dico, e faccioti avvisata

che l’angiolo di Dio di te fa inchiesta.

Or stai allegra, e non temer ad ora,

ché di prigione tosto uscirai fuora. —

89

E la Pulzella sí prese a parlare,

e sí li disse: — O compagna mia cara,

io ti priego per Dio, non mi gabbare.

Era Gaia: mò son di gioia avara.

Cosí non va; di ciò falla mia madre,

che mi fa star in pena tanto amara.

Non mi gabbare piú, ch’e’ mi rincresce:

io prima era Pulzella, e mò son pesce. —

90

Quella rispose: — Io non ti gabberaggio;

di te ne porto doglia dolorosa,

e sempre sarò grama nel visaggio,

s’ io non ti vedo, dolce amor, gioiosa,

come solea veder lo tuo visaggio.

Ma t’imprometto, donna dilettosa,

ch’ i’ ho veduto di fuor del castello

quel cavaliero poderoso e bello. —

91

E la Pulzella Gaia prese a dire:

— Compagna mia, s’elli t’è in piacimento,

e se tu vo’ mi del tutto servire,

da scriver mi dái tutto ’l fornimento. —

Ella disse: — Di ciò ti vo’ fornire; —

ed halli addotto tutto ’l guarnimento.

E dièlli un lume, poi ch’ella vedesse

a scriver quanto che a lei piacesse.

92

E la Pulzella una lettra ebbe fatta;

e, quella scritta e poi ben suggellata,

disse: — Compagna mia cara ed adatta,

compi di farmi ad or questa imbasciata;

e, se di qua dentro io ne sarò tratta,

tu ne sarai da me la ben menata.

Dentro dall’oste al mio signor fa’ dare

questa lettra, se tu mi vuoi scampare. —

93

Quella rispose a lei: — Signora mia,

comanda pure, ch’io ti serviraggio

infin che durerá la vita mia;

e, se tu scampi, allegra ne saraggio.

Immantinente sul muro venía;

la lettra buttò fuora col messaggio.

Un cavalier la prese con sua mano,

e poi rappresentò a messer Galvano.

94

Galvan la lettra ebbe dissuggellata,

la qual dicea: — Salute con amore.

Se scampar vo’ mi, parti alla celata,

e stai quindici giorni ascoso fuore.

E poi tu troverai di tua masnata

cento a cavallo, e non aver timore.

Vestili a verde a modo di donzelle,

e tu a vermiglio fa’ che sii con elle.

95

Sappi ti faccio a tal modo vestire

perché la Dama del Lago è mia zia.

Alla mia madre ella sì suol venire,

né più né men, con tanta compagnia.

Allor sì ti farà la porta aprire,

ché ben la crederà che dessa sia.

E, se passi pur l’una delle porte,

l’altra tu spezzerai, non cosí forte. —

96 (100)

Messer Galvano presto ha cavalcato

immantinente con que’ cavalieri ;

quindici giorni lui stette celato;

come donzelle vestì quei guerrieri,

ed al castel con lor sì fu inviato.

La guarda lungi ’l conobbe manieri.

Tosto alla fata Morgana favella;

disse: — Madonna, e’ vien vostra sorella.

97 (101)

Allor Morgana tosto comandava

che le porte s’aprisson di presente;

e molto presto ciaschedun ne andava,

perché tutti vedeanla allegramente.

La guardia aperse, e a Morgana parlava

la cameriera, che sa il convenente.

Disse: — Madonna, voi sète ingannata:

questa è altra gente: siatene avvisata. —

98 (102)

Allor Morgana molto fu adirata,

e tosto corse e si prese a gridare

che la porta in presente sia serrata;

suoi gridi poco li have a giovare.

Messer Galvano dentro fa l’entrata,

e sua bandiera qui fece fermare;

ma, avanti che spezzasson l’altra porta,

tutta suo’ gente quivi si fu morta.

99 (103)

Ma pur alfine la porta spezzava:

messer Galvano dentro ne fu entrato:

piccoli e grandi, quanti ne trovava,

a tutti quanti lui la morte ha dato.

E la fata Morgana poi trovava,

quale di morte l’ have minacciato.

Galvan li disse: — O tu, malvagia e ria,

menami alla prigion della tua fia. —

100 (104)

Morgana per paura lo menava

alla prigion dov’era incarcerata.

Messer Galvano fuor sí la cavava,

ch’ella era come pesce diventata.

Messer Galvano allor si l’abbracciava,

e d’allegrezza in terra è strangosciata.

Quando rinvenne, prese a sospirare,

e d’allegrezza aveva a lagrimare.

101 (105)

Messer Galvan li disse: — Anima mia,

che morte alla tua madre vuoi far fare? —

Ed ella disse: — O dolce speme mia,

questa prigion fatela mò provare.

I’ voglio che in prigione lei si stia,

che la figliuola sua fatto ha stentare. —

Galvano di presente l’ ha menata

alla prigione ed ebbela serrata.

102 (106)

Messer Galvan con lei senza fallanza

similemente in prigione ha serrata

la cameriera ch’io dissi in certanza

che al castello la guardia aveva fatta,

onde cavato avía la sua amanza.

Con lei a Camellotto fe’ tornata:

ma ’l primo luogo che lui dismontòe

sí fu il castello che prima arrivòe.

103 (107)

Della Pulzella Gaia era ’l castello,

e la dama sua cara cameriera.

E quel castello era cotanto bello,

dove Galvan cavalcò alla primiera.

Grande allegrezza fu fatta per ello

e la Pulzella, la qual scampata era.

Sí grande fue l’allegrezza e lo canto,

che mai non si potria dire cotanto.

104 (108)

Messer Galvan si ritornò alla corte,

con seco lui menando la Pulzella.

Gran allegrezza fêr le genti accorte,

quando si inteson cotale novella.

Tutti li cavalier si preson forte

ad armeggiar per la cittade in quella.

Piú dí duròne ivi la gran festa:

al vostro onor compiuta ho questa inchiesta.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2006