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Edizione di riferimento
Poeti minori del Trecento, a cura di Natalino Sapegno, Letteratura Italiana - Storia e Testi vol. 10, direttori Raffaele Mattioli, Pietro Pancrazi, Alfredo Schiaffini, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli 1962
| Il Brito di Brettagna è opera di Antonio Pucci (anteriore, dunque, al 1388). La fonte diretta è un episodio del trattato De Amore di Andrea Cappellano. Nel testo latino Brito miles significa, genericamente, «cavaliere brettone »; l'autore del cantare ha inteso invece Brito come un nome proprio. |
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1. I' priego Cristo padre onnipotente, che per li peccator volle morire, che mi conceda grazia nella mente ch'i' possa chiara mia volontà dire. E priego voi, signori e buona gente, che con effetto mi deggiate udire, ch'io vi dirò d'una canzon novella, che forse mai non l'odiste sì bella.
2. Leggendo un giorno del tempo passato un libro che mi par degli altri il fiore, trovai ch'un cavalier innamorato fe' molte belle cose per amore; ond'io, a ciò che sia ammaestrato della prodezza sua ogni amadore, dirò di quel baron sanza magagna che fu chiamato Brito di Brettagna.
3. Questo barone essendo d'amor preso più ch'altro mai d'una donna valente, ardeali il core come fuoco acceso, perché celava a lei tal convenente; e non possendo più soffrir tal peso, richiesela d'amor celatamente, dicendo: - I' son per far vostro disio in ogni caso, se voi fate il mio. -
4. Ed ella li rispose:- Po' ch'io sento il tuo volere, or vo' che 'l mio tu saccia: se tu vuoi del mio amore esser contento, d'una cosa ch' i' ho voglia mi procaccia. - Disse 'l donzel : - Dite 'l vostro talento, ch'el non fia cosa ch'io per voi non faccia, e sia ad acquistar quanto vuol forte, ch' i' non mi metta per averl' a morte. -
5. Disse la donna:- Or vedi, cavaliere: là dove fa lo re Artù dimoro, ha nella sala un nobile sparviere che sta legato ad una stanga d'oro; appresso a quell'uccel, ch'è sì maniere[1], due bracchi stan che vaglion un tesoro; la carta delle Regole d'Amore, dove son scritte 'n dorato colore.
6. E stu puoi far ch'i' abbia quel ch'i' ho detto, pognam che te sia greve ad acquistare, infino ad ora ti giuro e prometto ch'altri che te giammai non voglio amare. - Ed el rispose: - Questo m'è diletto: addio, madonna, ch'i' 'l vo a procacciare. - E tanto cavalcò, dopo 'l commiato, che 'n la selva real si fu trovato.
7. E cavalcando per la selva oscura pervenne a luoghi molt'aspri e crudeli, e poi, pensando sopra sua ventura, e una damigella sanza veli li apparve e disse: - Non aver paura, ch' i' so dove tu vai, benché tu 'l celi; ma tu seristi a troppo gran periglio, se tu da me non avessi consiglio. -
8. Ed egli udendo ciò guardava fiso la biondissima e vaga damigella dalli capelli ch'avea dietro al viso portava d'or legata una cordella), dicendo: - Dama, angel di paradiso che luci più che la diana stella, deh dimme perché io vo se tu lo sai, e poi te crederò ciò che dirai. -
9. Ed ella rispondendo al suo dimando a motto a motto tutto gli contòne come perché andava e come e quando e' s'era mosso per cotal cagione. E Brito disse: - I' mi ti raccomando che m'aiuti fornire[2] mia 'ntenzione: or dimmi il modo che ti par ch'io pigli, ch'io non mi partirò di tuo consigli. -
10. Ed ella disse: - Ben t'aterò[3] alquanto, se per mio senno portar ti vorrai. Sappi che quel che tu brami cotanto in nulla guisa acquistar non potrai, se primamente tu non ti dai vanto[4] d'avere amor di bella donna assai più ch'alcun altro cavalier che truovi, e per battaglia poi convien che 'l pruovi.
11. Ma nel palazzo non potra' entrare se 'l guanto dell'uccel non hai primieri, e tu quel guanto non potra' 'cquistare se non combatti con duo cavalieri, i quali son posti 'l guanto guardare e son gioganti molto arditi e fieri; se tu gli vinci, non toccar da loro,[5] ma spicca tu dalla colonna d'oro. -
12. E Brito disse: - Dama, i' non potrei donna nomar di tanta appariscenza[6]: se non ti fosse grave, ben vorrei che tu di te mi dessi la licenza. - Ed ella disse:- Fa ciò che tu dei, ch' i' son contenta per tal convenenza.[7] - E con fermezza d'amore il baciòe, e un destriero fornito gli donòe.
13. E disse:- E' ti convien sanza pavento cavalcar e combatter con ardire: tu ha' caval che corre come vento e meneratti dove tu vogl'ire. - Ed e' vi montò su con ardimento e ringraziolla molto in suo partire, e tanto degli sproni el destrier punse che alla riva d'un gran fiume giunse.
14. E non possendo quel fiume passare perch'era cupo[8] e d'ogni lato monte, lungo la riva prese a cavalcare tanto che d'oro ebbe trovato un ponte, ch'era sì basso che, per l'ondeggiare, l'acqua sopr'esso ispesso facia fonte.[9] Dal primo capo un cavalier avea, armato e fier quantunque si potea.
15. E Brito, poscia che l'ebbe veduto, il salutò con molta cortesia, e quello gli rispuose a suo saluto, ma domandollo perché e' venia; e Brito gli rispuose: - I' son venuto per passar qui, se tolto non mi fia. - - Per passar no, - rispuose quel guardiano - ma per aver la morte di mia mano.
16. Ma perché se' di giovanezza tale, i' ti vo' perdonar,- gli disse accorto - ché ma' non arrivò in queste contrade picciol nè grande che non fosse morto; ma perch'io veggio che sempricitade t'ha fatto pervenire a questo porto, or lassa l'arme e tutti arnesi tuoi e vattene al più presto che tu puoi. -
17. Rispuose Brito:- Ha' tu tanta mattezza che credi per tuo dire i' lasci l'arme? Intendo di provar mia giovinezza contro chi 'l passo vorrà contrastarme. - Ed e' si fo 'dirato[10] e con fierezza disse: - Se tu se' stolto, come parme, da po' ch'io veggio che vo' pur morire, e tu morrai. - E corselo a fedire.
18. E dimolt'arme gli tagliava addosso e in più parte la carne gli afferra;[11] e Brito allor, sentendosi percosso e 'l sangue suo cadere sulla terra, e la sua donna gli tornò nel cosso[12], ond'egli isprona il buon destrier di guerra, e ferì quel guardian sì aspramente che per morto l'abbattea di presente.
19. E quel giogante gli chiese mercede, ed egli perdonò per cortesia; e 'l suo cavallo degli sproni fiede e per lo ponte subito s'invia. Quando il guardian dall'altra parte vede ch'al suo compagno pur morte giongìa, di forte il ponte cominciò a crollare che spesso sotto l'acqua il facia andare.
20. E Brito, per bontà del buon cavallo, pur passò oltre per lo ponte ratto e giunse a quel fellone quale strale, dove crollava il ponte al primo tratto, che sulla testa 'l ferì sanza fallo e, per vendetta di quel ch'avea fatto, per forza il prese e nel fiume il gittòe, onde il guardian di subito affogòe.
21. E quando egli ebbe valicato il passo ed ammendue le guardie abbattute, ed e' si riposò perch'era lasso delle percosse ch'ave' ricevute; e 'l meglio che potè, seggendo a basso, venne curando tutte suo ferute; poi valorosamente come saggio montò a cavallo e uscì di suo viaggio.
22. E cavalcando il franco damigello per un bel prato tutto pien di fiori, vide un palazzo fortissimo e bello, ma non parea ch'avesse abitatori, però che porta finestra o sportello non si vedea da lato nè di fuori. Nel prato aveano mense d'ariento piene di cibi e d'ogni guarnimento.
23. E poi appresso vide sotto un pino un gran vaso d'argento pien di biada, ond'egli ismonta, di coraggio fino[13], perché per suo destrier molto gli aggrada. Trassegli il freno e puosegli all'orino[14], perché rodesse e poi d'intorno vada. Non veggendo persona, fra sè pensa: « E' fia che puote »; e fussi posto a mensa.
24. Mangiando francamente come quello ch'avea grande bisogno di mangiare, una porta s'aperse del castello, che facea sì grandissimo sonare che maravigliar fece quel donzello, sicché ristette e volsisi a guardare; ed e' vide venire un gran giogante verso di sè con un baston pesante.
25. E da seder non si mosse costui, ma più che mai mangiava alla sicura[15]. Disse il giogante, quando giunse a lui: - Che ne fa' tu costà sanza paura? Queste mense son messe per altrui, cioè per gente di miglior natura[16]. - E Brito mangia prima quanto volle, poi gli rispuose: - Deh, quanto se' folle!
26. Se queste mense son per gentil gente, e io mi tengo ben d'esser gentile, ché 'l padre mio fu molto soficiente[17] e suo paese molto signorile. Alla corte del re, ch'è sì possente, perch'io mangi, non manca su' stile[18]. E son venuto per portarne meco uno isparviere che 'l re Artù ha seco. -
27. Disse il giogante:- Oh t'inganna il pensiere, ché gran sempricità nel cor t'abbonda; ché sarebbe impossibile ad avere al più prod'uom che è 'n Tavola Rotonda; che per guardia del guanto puo' vedere che quel palazzo intorno non cerconda[19], e se compagni avessi un centinaio, ti veterebbe il passo il portinaio.
28. Però, deh, parti e torna in tuo paese poi che ancor non t'è la vita tolta; lassa l'arme e 'l caval, ch'alle tue spese[20] vo' ch'abbi manicato a questa volta. - Rispuose allora quel donzel cortese - Per cosa molto grande ora m'ascolta: ch'io, prima che per te i' torni adrieto, teco saprò se Tarme mia han divieto[21]. -
29. Disse il giogante : - Con questo bastone io n'ho già morti più di cinquecento; ma perché tu mi par troppo garzone, sì perdonav' al tuo gran fallimento[22]. Ora ti dico ch' i' ho intenzione di raddoppiarti la pena e 'l tormento. Or va, monta a caval, ché 'l ti bisogna, ch'io non ti voglio a piè, per più vergogna[23]. -
30. Rispuos'allora il valoroso Brito: - Non piacci a Dio che io monti in arcione, ched e' sarebbe troppo gran partito combattere a caval con un pedone. Or come cavalier prod' ed ardito - disse al giogante - fa tua difensione. - E colla spada fiede arditamente, ma non che sangue gli uscisse niente.
31. Disse il giogante di niquizia[24] pregno - Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia! - Col baston del[25] metallo, e non di legno, che lo menava come fil di paglia, e' fedia Brito con un tal disdegno che dimolt'arme addosso sì gli taglia, e feciolo per forza inginocchiare, sicché di morte e' cominciò a dottare[26].
32. E poi gli disse: - Po' che tanta noia t'ha fatto il primo, che farà il secondo? Tu ci venisti per acquistar gioia, i' ti farò portar di morte pondo, ché veramente convien che tu muoia, sicché mal ci venisti a questo mondo. - E la mazza levò con gran tempesta volendo dare a Brito sulla testa.
33. E quando Brito vidde la colonna, cioè 'l baston ch' e' levato ave' 'n alto, ed e' si ricordò della sua donna e ferì lui sopra 'l lucente smalto, sì che, perché di ferro avesse gonna,[27] poco gli valse allo secondo assalto; e' diedegli tal colpo in sulla spalla che col bastone il braccio a terra 'vvalla.[28]
34. - Deh, non m'uccider, per lo tuo migliore, - disse il giogante sentendo tal pena - ch'io ti recherò il guanto del signore e tu potrai intanto prender lena. - - Tu mi vuogli ingannare, o traditore - rispose Brito, e dettegli una mena. Ed e' per tema della morte volse e menol seco dov' il guanto tolse.
35. E come Brito il guanto have spiccato, e grande istrida dentro si levaro, e non vi si vedeva 'n nessun lato chi si facesse il pianto così amaro; ed e' vettorioso torna al prato e montò al destriero allegro e gaio, e così cavalcò parecchi giorni pur per pratelli di bei fiori adorni.
36. E riguardando vede dalla lunge[29] il palazzo real dello re Artù, e forte degli sproni il destrier punge tanto ch'a quella porta giunto fu; e siccome alla porta mastra[30] giunge mostrò il guanto e fu lasciato ir su da dodici guardian che disson: - Passa, ché la tua vita sarà molto bassa.[31] -
37. Signor, sappiate che secento braccia aveva di lunghezza quel palazzo e d'ariento avea 'l tetto e la faccia e dentro d'oro le mura e lo spazzo[32]; iscala e panca v'ha, che ciascun saccia, ch'eran d'avorio intagliate a sollazzo;[33] e sonvi d'oro alti sette iscaglioni[34]: sèdevi re Artù con suo baroni.
38. E Brito arditamente per la scala montò pensando di tal novitade, e quando giunse in sulla mastra sala e vide il re con tanta nobiltade, con riverenza inginocchiando cala e salutollo con binignitade; e re Artù gli rendè suo saluto, benché ma' più non l'avesse veduto.
39. - Perché venisti a me, in questa corte? - disse un di que' baroni in corte piano. Rispuose Brito con parole accorte: - Venuto son per lo sparvier sovrano. - Disse 'l baron: - Per così fatta sorte credo che tu sara' venuto invano. Onde ti move ardir di chieder dono, che più di mille già morti ne sono? -
40. Brito, pensando di quella ch'egli ama, rispuose lietamente a quel barone dicendo: - Lo sparvier di sì gran fama i' non dimando sanza gran cagione, ch' i' ho l'amor della più bella dama che niun altro di questa magione[35]; e se alcun c'è che voglia contastare[36], per forza d'arme gliel tolgo a provare. -
41. Rispose quel baron: - Siene alla pruova! però ch'io vo' difender la mi' amanza, ch'a petto a lei la tua non val tre uova, però che di beltade ogni altra avanza. E veramente, anzi che tu ti muova, confessar ti farò con mia possanza. - En un pratel furno amendue armati dentro al palazzo e furonsi isfidati.
42. E ferirse l'un l'altro colla lancia sì forte che le rupper negli scudi, e poi che dato s'ebbon cotal mancia, miser mano alle spade i baron drudi[37]; e l'uno e l'altro non pareva ciancia quando si riscontrar co' ferri ignudi; e 'l baron per tal forza Brito offese[38] che dell'elmo tagliò quanto ne prese.
43. E Brito si ricordò su quell'ora di quella donna per cui amor fa questo, di che el rinvigorisce e rinsan'ora,[39] e con la spada in mano ardito e presto ferìe 'l baron sì che, sanza dimora, in sulla terra cadde manifesto; [40] volendosi levare a questo tratto, e Brito smonta e anciselo affatto[41].
44. E poscia se n'andò ritto alla stanga e tolse lo sparvier, la carta[42] e i cani, e partendosi disse: - A Dio rimanga lo re Artù coi suoi baron sovrani! - E tutta quella corte par che pianga ch'un uom così gaiardo s'allontani. Licenziato[43] dal re che se ne vada, vettorioso tornò a sua contrada.
45. E giorno e notte tanto ha cavalcato ched egli giunse alla donna selvaggia[44], quella che prima gli aveva 'nsignato come salir si voleva tal piaggia;[45] e poi che 'l suo saluto gli ha donato, ed ella gli responde come saggia: - Ben sia venuto per le mille volte sì fatto amante, che non l'hanno molte! -
46. E poi con baci e con abbracciamenti gran pezza il tenne, sanz'altro fallace,[46] e poi li disse: - Mo' che t'argomenti di ritornare a tua donna verace?[47] - Ed e' le disse:- Se tu te contenti, i' farò volentier ciò che ti piace. - E ringraziolla di coraggio fino[48], poi si partì e tornò a suo cammino. |
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Note
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[1] maniere: addomesticato, docile alla mano del falconiere.
[2] fornire: compiere
[3] aterò: aiuterò.
[4] vanto. Per il costume del vanto, o della scommessa (gageure), di cui si hanno molti esempi nella letteratura romanzesca, vedi la Storia di Liombruno, I, 313 ss.
[5] non toccar ecc.: non prender da loro il guanto, ma spiccalo tu stesso dalla colonna.
[6] di tanta appariscenza: così bella come tu sei.
[7] convenenza. Come conve-nente (prov. covinen) è termine che oscilla fra significati assai vari, e molte volte, come qui, sta semplicemente per «cosa, faccenda».
[8] cupo: profondo
[9] l'acqua ecc.: l'acqua si riversava su di esso, come da una fontana, sommergendolo.
[10] si fo 'dirato : si adirò.
[11] afferra: coglie, colpisce, ferisce.
[12] gli tornò nel cosso: gli tornò in mente. Il Sacchetti, Rime, CLIX, 220, ha volgetisi il cosso, nel senso di « ti gira la testa ».
[13] di coraggio fino: con cuore gentile.
[14] puosegli all'orino: lo mise all'ombra, al rezzo.
[15] alla sicura: tranquillamente.
[16] natura: origine, nascita.
[17] molto sofficiente: di alta condizione.
[18] Alla corte ecc.: per il fatto che io mi metta qui a mangiare, la corte non perde nulla del suo decoro; infatti le mense sono state allestite per gentil gente, per nobili e cavalieri, e anch'io son nobile.
[19] che per ecc. Questi due versi sono assai oscuri; li abbiamo riportati quali sono nel manoscritto, ma pensiamo che le ultime parole del v. 214 potrebbero leggersi non cerc'onda, oppure nol cerchi'onda, intendendo: «vedi che, per guardare il guanto, questo castello non ha bisogno di ricingersi di fossato (non cerca onda, oppure: non lo cerchia onda); invero basta a difenderlo il gigante portinaio». Il Levi legge invece: ch'è per guardia del guanto più vedere Che quel palazzo intorno non cerconda, e spiega: «vi è per guardia più vedere, cioè cosa maggiore a vedersi e più terribile, che non ne comprenda all'ingiro tutto il palazzo di re Artù».
[20] alle tue ecc.: mi basta, per questa volta, che tu abbia qui mangiato a tue spese.
[21] han divieto: posson trovare un impedimento.
[22] fallimento: errore.
[23] per più vergogna: per svergognarti maggiormente.
[24] niquizia: ira, malvagità.
[25] del metallo. L'uso della preposizione articolata, invece di quella semplice, era comune nel linguaggio trecentesco (così Dante, Parad., xvi, 110: « le palle dell'oro»).
[26] dottare: temere.
[27] si che ecc.: lo ferì in tal modo che, sebbene fosse rivestito di ferro, gli giovò poco in questo secondo assalto.
[28] col bastone ecc.: getta a terra il braccio col bastone.
[29] dalla lunge: da lontano.
[30] mastra: maestra, principale.
[31] sarà molto bassa: non sarà allegra.
[32] lo spazzo: lo spazio, cioè il pavimento.
[33] intagliate a sollazzo: scolpite in maniera piacevole a vedersi.
[34] iscaglioni: gradi, scanni.
[35] i' ho l'amor ecc. Brito pronuncia la formula del « vanto » ( su cui Brito aveva ricevuto il consiglio riportato ai vv. 77-80 ). Ricordiamo comunque che il « vanto » doveva essere comprovato inequivocabilmente da chi lo pronunciava pena la morte.
[36] contastare: ribattere.
[37] drudi: innamorati.
[38] offese: colpì.
[39] rinsana: guarisce.
[40] manifesto: dinanzi a tutti.
[41] anciselo: lo uccise.
[42] la carta: quella delle Regole d'Amore.
[43] Licenziato ecc.: avuto dal re il permesso di partire.
[44] la donna selvaggia: la donna che aveva in contrato nella selva (cfr. vv. 49-53).
[45] come ecc.: come si doveva fare per ascender quell'erta, cioè per raggiunger l'obiettivo prefisso.
[46] sanz'altro fallace: senza fare nient'altro di male.
[47] Mo' che ecc.: e ora che cosa pensi, di ritornare dalla tua vera donna?
[48] di coraggio fino: e la ringraziò per il suo cuore cortese e delicato.
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© 2003 - prof. Giuseppe Bonghi -
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Ultimo aggiornamento: 17 marzo 2004 |