Ser Giovanni Fiorentino

Il Pecorone

giornate   XIII - XXV

Edizione di riferimento:

Raccolta di novellieri italiani, il Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino nel quale si contengono cinquanta novelle antiche d’invenzione e di stile; le cene di Anton-Francesco Grazzini detto il Lasca, volume unico, Torino cugini Pomba e comp.  editori 1853. Tipografia e stereotipia del progresso, diretta da Barera e Ambrosio, Via della Madonna degli Angeli, rimpetto alla Chiesa.

GIORNATA DECIMAQUARTA

NOVELLA I.

Ritornati i lieti amanti il quartodecimo giorno al detto parlatorio, cominciò Saturnina e disse: Io ti voglio dire come papa Bonifacio fu eletto, e parte delle magnanime cose che fece nel suo papato, e come il re di Francia lo fece morire.

Poi che messer Benedetto Gaietani d’Alagna cardinale ebbe con sua astuzia indotto papa Celestino a rifiutare il papato, fe’ tanto con Carlo re di Sicilia, essendo a Napoli, che egli fu eletto papa per la forza di quei dodici cardinali che fe’ papa Celestino a petizione del detto re Carlo. E subito che e’ fu eletto papa, si partì da Napoli, e vennesi a Roma a farsi coronare; e poi che fu coronato detto papa Bonifacio, mandò in Francia un suo legato per pacificare il re di Francia coi Fiamminghi; e tenendosi il detto papa gravato dai signori Colonnesi di Roma, perchè in più cose lo avevano contrastato, e massime che messer Iacopo e messer Pietro Colonna cardinali gli erano stati contrarii alla sua elezione, mai non pensò se non di metterli al niente. Ed avvenne che Sciarra Colonna, il quale era nipote de’ detti cardinali, mutandosi la corte, rubò e prese certe somme del tesoro della Chiesa; di che il papa fece processo contro a tutti i Colonnesi, e privò i due cardinali del cappello e di ogni loro dignità, e tutti gli altri cherici di casa Colonna ed i laici d’ogni beneficio ecclesiastico e secolare, e fece disfare i palazzi e le case loro in Roma. Di che eglino cominciarono a far guerra al papa, perchè eglino erano molto possenti, e tenevano la città di Palestrina e quella di Nepi, e la Colonna e più altre castella. Per la qual cosa il papa diede indulgenza di colpa e di pena a chi pigliasse la croce contro a loro, e fe’ fare oste sopra la citta di Nepi; e il comune di Fiorenza vi mandò sei mila uomini ben in arnesi, e tanto ivi stette l’oste, che la città si arrese al papa; ma molta gente vi ammalò e morì per la mala aria che vi era; e così li nimicò e scacciolli di quel paese. L’anno di Cristo mille e trecento il detto papa volle fare il giubileo a tutti i fedeli cristiani, e fello in questo modo: Che qualunque Romano, o maschio o femina che si fosse, che visitasse in fra il detto anno, continuando trenta dì, le chiese dei beati apostoli Pietro e Paulo; e per quindici dì qualunque altro che non fusse Romano, avesse intiera perdonanza di tutti suoi peccati, essendo confesso o con animo di confessarsi, e mostrava ogni venerdì e ogni dì solenne il santo Sudario di Cristo in San Pietro; per la qual cosa gran parte de’ Cristiani che allora vivevano fecero il detto pellegrinaggio. E fu la più mirabil cosa che mai si vedesse; che di continovo ebbe in Roma, oltra al popolo romano, ducentomila pellegrini, senza quelli che erano per li cammini andando e tornando; e tutti erano contenti e forniti di vettovaglie giustamente, così i cavalli come le persone, senza romore o zuffe. Fece questo papa in sua vita molte nobili cose, e fu molto amico al comune di Fiorenza, e massimamente a quei della parte guelfa, ancora che egli fusse di nazione ghibellina; perchè, poi ch’e’ fu papa, diventò guelfo, e molte cose fece per la parte guelfa, e a istanza de’ guelfi di Fiorenza mandò in Francia per messer Carlo conte di Valois, fratello del re di Francia, e promisegli di farlo re de’ Romani overamente farlo luogotenente dell’imperio; di che il detto messer Carlo passò di qua, e venne a Roma con cinque mila cavalieri francesi e molti conti e baroni, e andò in Toscana, e rimise la parte guelfa in suo stato, che era prima scacciata, e poi se ne andò in Puglia ad istanzia del medesimo papa, e fece molte cose in servigio suo e della Chiesa. Dopo, queste cose, convenne che il detto messer Carlo si ritornasse in Francia per guerra che il re suo fratello aveva co’ Fiamminghi, avendo i Francesi ricevuta la dolorosa sconfitta; ed essendosi il papà sdegnato con lui, perchè non lo trovò magnanimo e coraggioso come egli avrebbe voluto; confermò Alberto Osteriche re de’ Romani: per la qual cosa il re di Francia si tenne forte ingannato e tradito da lui, e per suo dispetto ritenne e fece molto onore a messere Stefano Colonna suo nimico, ed oltra ciò fece pigliare il Vescovo di Paluta, ed ogni vescovado vacante si godeva, e i beni si possedeva; onde il papa ch’era superbo e dispettoso, e ardito a fare ogni gran cosa, come magnanimo e possente che egli era, veggendosi far quel dispetto, mischiò lo sdegno con la mala volontà e fecesi al tutto inimico del re di Francia. E prima, per giustificare le sue ragioni, fece richiedere tutti i prelati di Francia che dovessero venire a corte, ma il re li contradisse, e non li lasciò venire; ove il papa si inanimò maggiormente contro al re, e trovò con sue ragioni e decreti che il re di Francia con ogni altri principi cristiani dovevano riconoscere dalla Sedia Apostolica lor signorie, così temporali come spirituali; e così gli fece protestare infino in Francia. Di che il re fece danno e vergogna a colui, che gli portò la lettera; onde il papa per tal cosa lo fece scomunicare; ed allora il re, per giustificare le sue ragioni, fece in Parigi un grandissimo concistoro di cherici e prelati e di tutti i suoi baroni, iscusandosi e apponendo al papa più calunnie, con più articoli e di simonia e di eresia, e di omicidio e di infiniti altri peccati; ove di ragione doveva esser deposto dal papato; e per questa via nacque la discordia tra il papa e il re di Francia, la quale ebbe poi mal fine; e così per tal discordia ogni uno di loro cercò di abbattere l’altro. Il papa aggravava il re di Francia con le scomuniche per cacciarlo del reame, e con questo favoreggiava i Fiamminghi suoi ribelli, e studiava che il re Alberto passasse a Roma per la benedizione imperiale, per far levare il regno al re Carlo suo consorte, e al re di Francia far movere guerra a’ confini del suo reame inverso l’Alamagna. Il re Filippo dall’altra parte non dormiva, ma con molta sollecitudine, e consiglio di Stefano Colonna e d’altri suoi baroni, mandò di qua messer Gilio di Lungreto di Provenza, savio uomo, e messer Musciatto francese in Toscana forniti di molti danari, ed arrivarono al castello di Staggia, il quale era del detto messer Musciatto, ed ivi stettero più tempo, mandando lor messi e lettere, e facendosi venire quelle persone a chi eglino volevano parlare segretamente, e nel paese facevano dire che v’erano per trattare pace tra ’l papa e ’l re di Francia; e sotto questo trattavano di fare pigliare il papa, spendendo largamente e corrompendo i baroni del paese e i cittadini d’Alagna; non sapendo il papa di questo trattato, nè pigliandosi guardia; e se alcuna cosa ne sentì, per lo suo gran cuore si mise a non se ne curare, e forse anco che così piacque a Iddio per li suoi gran peccati. Sciarra Colonna, con trecento cavalieri e pedoni, e con le forze di que’ da Scappino e d’altri baroni di Campagna, e con le forze de’ figliuoli di messer Matteo d’Alagna, e con la setta di alcuno de’ cardinali che tenevano mano al trattato, una mattina per tempo entrò in Alagna con l’insegne e bandiere del re di Francia, gridando viva Francia, e corsero la terra senza contrasto nessuno, anzi quasi tutto il popolo seguì le bandiere alla ribellione; e giunti al palazzo papale, senza riparo nessuno vi salirono e lo presero, perocchè l’assalto fu improviso al papa e ai suoi che non facevano guardia. Di che il papa sentendo il romore, e veggendo esser abbandonato da tutti, e i cardinali esser fuggiti e nascosi per paura, e sentendo i suoi nimici aver presa la terra e il palazzo dove era, s’accusò morto; ma, come magnanimo e valente, disse: Da che per tradimento Cristo volle esser preso, così sia di me; e da che e’ mi convien morire, moriamo come papa; e fattosi parare col manto di san Pietro, e con la corona di Costantino in capo, e con le chiavi, e la croce in mano, in sulla sedia papale si pose a sedere. E giunto a lui Sciarra e gli altri suoi nimici, con villane parole lo schernirono, ed arrestarono lui e tutta la sua famiglia, cioè quelli che con lui erano rimasi. Ma come piacque a Iddio, per conservare la dignità papale, niuno ebbe ardire di porgli le mani addosso, ma lasciaronlo parato sotto cortese guardia! e attesero a rubare il tesoro. In questo dolore e vergogna stette preso il papa tre dì; ma come Cristo il terzo dì risuscitò, così piacque a lui che il suo vicario fusse liberato; per che senza prego nessuno, se non opera divina, il popolo d’Alagna, ravvedendosi dell’errore, si levò all’arme, gridando: Viva il papa, e muoiano i traditori; e correndo la terra, ne cacciarono fuori Sciarra Colonna e i suoi seguaci, con danno di presi e di morti assai, e liberarono il papa con la sua famiglia. Il papa, perchè si vedesse libero, e cacciati i suoi nimici, non si rallegrò, però che aveva conceputo nell’animo il dolore della sua avversità; ed incontanente si partì d’Alagna con la sua corte, e si trasferì a Roma a San Pietro per fare concilio, e per fare intendimento di sua offesa, e per fare vendetta contro al re di Francia, e a chi offeso lo aveva. Ma, come piacque a Iddio, per lo dolore ch’egli aveva conceputo nel cuore per la ingiuria ricevuta, gli si scoperse, come fu giunto a Roma, una malattia, che tutto si rodeva, come rabbioso; ed in questo stato passò di questa vita il magnanimo e valoroso papa. Questo fu negli anni mille trecento tre a’ dì dodici di ottobre; e nella chiesa di San Pietro all’entrate, a grand’onore fu seppellito in una cappella che egli fe’ fare in sua vita. Questo papa fu savissimo per scritture, e di intelletto, e uomo molto avveduto e pratico, e di grande conoscenza e memoria; molto fu altero e superbo contra i suoi nimici, e fu di gran cuore e molto temuto da ogni maniera di gente, ed alzò e aggrandì lo Stato e le ragioni della Chiesa, e fe’ fare messer Gilio da Bergamo e messer Ricciardo da Siena cardinali, e messer Dino Rossino di Mugello sommi maestri in leggi e decretali; ed egli con loro insieme, che era grandissimo decretalista e maestro in divinità, fece il sesto libro delle decretali, il quale è quasi il lume di tutte le leggi e decreti. Magnanimo fu a genti che gli piacessero, che fussero valorosi; vago fu molto delle pompe del mondo, e, secondo suo stato, fu molto pecunioso, non guardando nè facendosi coscienza d’ogni guadagno per aggrandire la Chiesa e i suoi nipoti, e fece a suo tempo più cardinali suoi amici e confederati, e, infra gli altri, due suoi nipoti molto giovani, e un suo fratello da lato di madre, e più tra vescovi ed arcivescovi suoi parenti, tutti della piccola città d’Alagna; ed alcuni suoi nipoti fece conti, e lasciogli molto tesoro, i quali dopo la morte del papa furono molto valorosi in arme, e fecero alta e rilevata vendetta de’ nimici loro, i quali avevano tradito papa Bonifacio, spendendo largamente, e tenendo a loro soldo trecento cavalieri catelani, e con la lor forza domarono tutta Campagna e terra di Roma; e se il papa avesse potuto viver tanto che eglino fussero stati tanto valorosi in arme, egli di corto [1] gli avrebbe fatti gran signori. E sappia che per lo peccato che commisse il re di Francia in questo fatto, i suoi figliuoli furono deredati del reame. E non è da maravigliarsi della sentenzia d’Iddio; che con tutto che il papa fusse più mondano che non richiedeva la degnità, e fatte avesse delle cose assai dispiacenti a Iddio, Iddio fece morire lui per lo modo che detto avemo; e poi l’offenditore di lui punì non tanto per l’offesa della persona del papa, quanto per lo peccato commesso contro la maestà divina, il cui cospetto era dal papa rappresentato in terra.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò frate A uretto e disse. Io ti vo’ dire, come e perchè la corte di Roma passò l’Alpi, e fermossi in Avignone.

Essendo morto papa Bonifacio ottavo, il collegio de’ cardinali elesse papa Benedetto undecimo dell’Ordine de’ frati predicatori, il quale fu di Trevigi, e di così bassa nazione, che non aveva parente alcuno. E’ fu nutrito in Vinegia, e quivi divenne frate e predicatore, uomo savio e di Santa vita, e per la sua bontà ed onesto vivere fu da papa Bonifacio fatto cardinale, e gli successe nel papato, ma stette in cotal dignità solo mesi otto e mezzo, poscia morì nella città di Perugia in questo modo. Nel mille trecento quattro, nel mese di luglio, essendo il papa a tavola e desinando, gli fur presentati da un giovane, in abito di servigiale delle monache di Santa Petronella di Perugia, fichi in un bacino d’argento per parte della badessa di detto munistero, la quale era sua divota. I fichi furo dal papa ricevuti con maravigliosa festa, e in segno di ciò ne mangiò parecchi senza alcuna credenza [2]; onde ei ne cadde ammalato, e la cagione fu che si disse que’ fichi essere stati avvelenati, e per tal cagione si crede ne venisse alla morte. Fu seppellito da’ frati predicatori, per esser di loro ordine. Questi fu veramente di santa e religiosa vita, e, per la bontà di che era pieno, fu avvelenato. Ora avvenne che essendo morto il detto papa, il collegio de’ Cardinali si divise in due parti, e dall’una parte era capo messer Matteo Rosso degli Orsini con messer Francesco Gaietani nipote di papa Bonifacio, e dall’altra parte era capo messer Napoleone degli Orsini dal Monte e ’l cardinale da Prato, per rimettere i colonnesi loro parenti in stato, i quali erano amici del re di Francia, ed erano di parte ghibellina. Ed essendo i cardinali stati più di nove mesi rinchiusi e costretti da’ Perugini acciocchè chiamassero un papa, nè potendo aver concordia, il cardinale Francesco Gaietani e il cardinale da Prato, che aveva un sottile ingegno ed era uomo che nelle cose del mondo aveva grandissima pratica, si trovarono insieme in un luogo segreto, dove disse il Gaietani: Noi facciamo gran male a non chiamare papa. A che messer Francesco rispose, non rimanere da lui; e soggiungendogli il Prato: Se io ci trovassi buon mezzo, saresti tu contento? Sì veramente, soggiunse il Gaietani; dove ragionandone più minutamente, vennero in questa sentenzia, che un collegio eleggesse tre oltramontani uomini atti alla dignità del papato, e l’altro in termine di quaranta giorni ne confirmasse uno, quale de’ tre più gli piacesse, e quello fusse papa. Dalla parte di messer Francesco fu preso di fare elezione delli tre, credendosi di averci il vantaggio, ed elessero tre arcivescovi oltramontani, i quali furono fatti e creati arcivescovi da papa Bonifacio suo zio, molto suoi amici e confederati, e nimici del re di Francia; confidandosi che ognuno di essi, essendo papa, dovesse essere loro amico, de’ quai il primo fu l’arcivescovo di Bordella, sopra il quale il sagace cardinale da Prato fondò ogni sua speme, ancora che egli fosse inimico del re di Francia per l’offese fatte a’ suoi nelle guerre di Guascogna da messer Carlo di Valois: ma conoscendolo uomo vago di onore, come il più de’ Guasconi, si confidava per questo mezzo pacificarlo col re; e così prese il partito egli e la sua parte del collegio, e fermò dalla lor parte; e fatte le lettere degli altri cardinali di sua setta, scrissero al re di Francia quanto avevano disposto; e con tal prestezza ordinarono la cosa, che da Perugia a Parigi mandarono in undeci giorni, avvisando per quelle il re, che se si voleva fare amico il nimico, ora era il tempo. Il re avendo avute le dette lettere, e conoscendo che a cotal cosa bisognava prestezza, mandò lettere per messi, amici e dell’arcivescovo e suoi significandogli che lo venisse a riscontrare, perocchè gli voleva per cosa di grande importanza favellare. E montato a cavallo, in sei giorni fu con poca compagnia in una foresta badìa nella contrada di San Giovanni Angelini, dove a quel tempo era aspettato dall’arcivescovo; e udita insieme messa, e giurata credenza in sull’altare, il re parlando con lui, s’ingegnava con amorevoli parole di riamicarlo con messer Carlo, e poi in ultimo gli disse: Or vedi, a me sta il farti papa, e però son venuto a te; e dove tu mi prometta sei grazie, io ti farò ascendere a questo onore; ed acciocchè tu sia certo, eccoti le lettere di ambi due i collegi de’ cardinali. Il Guascone disideroso della dignità papale, veggendo il re poter ciò fare, si gli gittò a’ piedi, dicendo: Ora conosco, o signor mio, che mi ami, e che invece di odio mi rendi benevolienza; e però comandami, ch’io desidero servirti. Il re lo levò e basciò in bocca, e poi gli disse: Le sei grazie ch’io domando, son queste: la prima, che tu mi riconcilii con la Chiesa, e mi faccia perdonare il misfatto della presura di papa Bonifacio: la seconda, che tu mi faccia ricomunicare me coi miei seguaci; la terza, che tu mi conceda le decime di tutto il reame per cinque anni: la quarta che tu mi prometta di annullare e disfare la memoria di papa Bonifacio; la quinta che, tu renda il cardinalato a messer Iacopo e a messer Pietro Colonna: la sesta mi riserbo a luogo e tempo. L’arcivescovo gli le promisse, e giurò sopra il corpo di Cristo; ed oltra ciò gli diede per istatichi il fratello e due suoi nepoti; e il re gli promise con giuramento, di farlo papa; e ciò fatto, con grande onore e festa si partirono; e il re ne menò seco detti statichi con coverta [3] di riconciliarli con messer Carlo, e tornossi a Parigi, e subito riscrisse al cardinale da Prato e agli altri quanto aveva fatto, e che arditamente eleggessero messer Bamondo del Gotto arcivescovo di Bordella, sì come confidato e perfetto amico. E come piacque a Iddio, la bisogna fu sì sollecita, che la risposta tornò, in trenta dì da Parigi a Perugia molto segreta. Ed avuta il cardinale da Prato la risposta, la mostra al suo collegio; e poi fecero sapere all’altro collegio, che quando piacesse loro, si congregassero insieme tutti, che volevano osservare i patti statuiti. Ed essendo raunati insieme, fu con commissione della parte eletto dal cardinale da Prato il detto messer Ramondo del Gotto, e quivi con grandissima allegrezza da tutte due le parti fu accettato e confermato, cantando con altissime voci, Te Deum laudamus, non sapendo la parte lo inganno e trattato come andava; anzi si credevano aver per papa quell’uomo in cui eglino più si confidavano. E gittate fuori le polize della elezione, gran zuffa venne tra loro famiglie che ciascuno diceva essere amico di sua parte; e ciò fatto, uscito fuori i cardinali, incontanente ordinarono di mandargli la elezione, e mandarono. Questa elezione fu fatta a’ dì cinque di giugno mille trecento cinque; ed era vacata la Chiesa mesi dieci e giorni venti otto. Avvenne che portata la elezione al detto papa di là da’ monti, egli accettò il papato con molta allegrezza, facendosi nominare Clemente quinto; e incontanente mandò citando tutti i cardinali, che venissero alla sua coronazione a Lione città di Borgogna, e il simile fece al re di Francia e al re d’Inghilterra e al re di Raona, e a, tutti i nominati baroni di là dai monti. Della qualcosa la maggior parte de’ cardinali italiani si tennero ingannati, perchè credettero che egli dovesse venire a Roma a coronarsi; e messer Matteo Rosso degli Orsini, essendo priore de’ cardinali e il più antico, e quegli che si partiva malvolentieri di qua, avvedendosi dell’inganno che egli e sua setta ricevevano di questo fatto, disse al cardinale da Prato: Venuto ne sei alla tua, di condurre la corte oltra i monti; ma tardi ritorna la Chiesa in Italia, s’i’ conosco i Guasconi. Venuto il papa e ’l suo collegio a Lione, sopra il Rodano, quivi fu coronato e consagrato il dì di san Martino, in presenza del re di Francia e di messer Carlo di Valois, e di molti altri baroni; e come aveva promesso, ricomunicò il re di Francia, e ristituillo in ogni onore e grazia della Chiesa, e gli concesse le promesse decime per cinque anni; e di più ad istanza del detto re nelle digiune vegnenti fece dodici cardinali francesi: e restituì il cardinalato ai dui cardinali Colonnesi, e se ne andò con la corte a Bordella, dove gl’Italiani furono molto mal veduti, così i cardinali, come gli altri; e per tal cagione la corte si partì da Roma nel mille trecento cinque.

Finita la novella, cominciò la vezzosa Saturnina la sua canzone, dicendo.

Chi è da la Fortuna folgorato

Non si disperi a racquistar suo stato,

Ma segua il suo pensier senza dormire,

Se vuol lo stato suo ricoverare,

valorosamente pigli ardire,

Volendo a la Fortuna contrastare;

E questo è il modo per voler scampare,

E quando piena vien donarle lato.

Però che chi si sente valoroso

Non dee curar Fortuna di nïente,

Ma abbia sempre il suo cor valoroso

A racquistar quel ch’è stato perdente;

Che spesse volte chi ha il cor prudente,

Per più saper ricovera suo stato.

E non si dee spezzar per ogni vento,

O per sinistri che Fortuna dia;

Che in questo mondo nessun c’è contento

Generalmente in cosa che ci sia.

Dunque chi vuole aver quel che desia,

Cerchi chi sa, e verragli trovato.

Ballata mia, a chi è inimicato

Da la Fortuna, come so’ stato io,

Di’ che se vuol ritornare in istato,

Si disponga a fermare il suo disio

In racquistar, senza esser lento o pio,

E non si curi d’esser biasimato.

Finita la canzonetta, i due amanti si presero le mani e baciaronsi in bocca, e si accommiatarono.

GIORNATA DECIMAQUINTA

NOVELLA I.

Tornati il decimoquinto dì i vaghi amanti all’usato ragionamento, cominciò frate Auretto e disse: Perchè più giorni noi abbiamo lasciato il favoleggiare, e ragionato di cose morali, ti voglio oggi dire, come il mondo si dividesse in tre parti.

Noi troviamo per le istorie della Bibbia, che Nembrot gigante fu il primo raunatore di genti, e che per la sua forza e seguito signoreggiò tutte le schiatte dei figliuoli di Noè, le quali furono settantadue, cioè ventisette quelle di Sem primo figliuol di Noè, venti quelle di Cam secondo figliuolo, e venticinqne quelle di Giafet terzo figliuolo. Questo Nembrot fu figliuolo di Cus, che fu figliuolo di Cam, e per lo suo orgoglio si pensò contrastare con Dio, con dire essere signore della terra, così come Dio era signore del cielo; ed acciò che Dio non gli potesse più nuocere per diluvio di acqua, come avea fatto alla prima etade, fece la maravigliosa torre di Babel. Onde Dio per confondere il suo orgoglio mandò confusione fra coloro che al lavoro si esercitavano; perocchè dove ebraico tutti parlavano, gli variò e divise in settantadue lingue, ognuna differente dall’altre. Per la qual cosa, non si intendendo, furono sforzati lasciare il lavoro della detta torre, la quale era già alta quaranta mila passi, ed era grossa mille passi, ed ogni passoera tre braccia a nostra misura. Questa torre fu edificata nella gran città di Babilonia, il qual nome tanto suona in caldeo, quanto confusione nella nostra lingua; e in quella per lo detto Nembrot e i suoi furono adorati gl’idoli dei falsi Iddìi, e fu cominciata la detta torre dopo il diluvio settecento anni, cioè nel due mila cento cinquantaquattro dal cominciamento del mondo. E si penò a farla anni cento sette, e le genti vivevano in que’ tempi lungamente, là dove per la lunga vita avendo assai mogli, venivano ad avere molti figliuoli, per lo che moltiplicavano in infinito, ancora che egli fossero senza legge. Nella detta città, prima che fussero cominciate le battaglie, regnò Nino figliuol di Belo, disceso da Asur figliuol di Sem, il qual Nino poi edifica la gran città di Ninive; e dopo lui regnò Semiramis sua moglie, che fu la più crudele e dissoluta femina del nrondo; e fu al tempo di Abraam. Avvenne adunque che per cagion della detta confusione le tribù e le schiatte si partirono, e andarono ad abitare in diversi paesi; e la prima generale partizione fu in tre parti, cioè per le schiatte dei tre primi figliuoli di Noè, per le quali si partì il mondo in tre parti. La prima e maggior parte si chiamò Asia, la quale contiene quasi la metà del mare Oceano, e ’l paradiso terrestre; partendosi dalla parte di settentrione dal fiume Tanai in Soldania, che per mezzo la Meotica palude mette foce nel mar Maggiore, detto dalla scrittura Pontico; e dalla parte di mezzodì si parte dal deserto che parte la Soria dall’Egitto per lo fiume Nilo, che fa foce a Damiata, e mette capo nel nostro mare. L’Asia contiene più provincie in sè, fra’ quali è l’India, la Caldea, la Persia, l’Assiria, la Mesopotamia, la Media, la Turchia, la Soria e molte altre, e queste furono abitate dai discendenti di Sem primo figliuolo di Noè. La seconda parte si chiamò Africa, la quale comincia dal levante al sopradetto fiume Nilo, e dal mezzo giorno fino al ponente allo stretto di Siviglia è bagnata dal mare Oceano in quella parte detto mare di Libia; e dal settentrione confina col nostra mare. Questa parte ha in sè l’Egitto, la Numidia, la Barberia, il Garba, il reame di Setta, con molte altre salvatiche province e diserte; e fu popolata per li discendenti di Cam secondo figliuolo di Noè. L’ultima parte si chiama Europa, la quale comincia suoi confini dal levante al fiume Tanai, il quale è in Soldania, e come è detto di sopra, per mezzo la Meotica palude, mette nel mar Pontico, o vero Ponto Eusino, su il quale è parte dell’Europa, cioè la Rossia, la Tracia, la Bulgaria e l’Alania. E stendesi l’Europa sopra quel mare: fino a Costantinopoli, e poi declina verso mezzo giorno nell’Arcipelago e nel nostro mare di Grecia, e tutta la Grecia comprende con la Morea; e poi si torce verso settentrione per lo mare detto Adriatico, chiamato oggi golfo di Vinegia, e stendesi verso Durazzo, e passa la Schiavonia ed alcuno campo dell’Ungheria, andando fino all’Istria ed al Friuli, e poi viene fino nella Marca di Trivigi e alla città di Vinegia, e poi ritorna verso mezzogiorno; ed aggirando il paese d’Italia, passa la Romagna, la Marca d’Ancona, l’Abruzzi, la Puglia, e vanne infino in Calavria, incontro all’isola di Sicilia; e poi tornando verso ponente per la via del nostro mare passa Napoli e Gaieta infino a Roma, e poi la marina che gira Toscana in fino a Pisa e Genova, lasciandosi all’incontro l’isola di Corsica e Sardegna, seguendo la Provenza e la Catalogna e Raona e l’isola di Maiolica e Granata, e parte di Spagna fino allo stretto di Siviglia, dove si affronta con l’Africa in picciolo spazio di mare; e poi si volge a man dritta di fuori in su la riva del gran mare Oceano, circondando la Spagna e la Castiglia, e Portogallia e la Galicia verso tramontana e Navarra e Bretagna verso Normandia; e lasciandosi all’incontro l’isola di Islanda, scopre la Piccardia e la Fiandra e ’l reame di Francia; e lasciandosi all’incontro verso tramontana il picciolo spazio di mare l’isola d’Inghilterra e la Scozia, la gran Bretagna già chiamate, conchiude verso levante e tramontana Islanda, Conesa, Olanda, Fislanda, Danesmarche, Norvegia e Polonia, le quali serrano in sè tutta l’Alamagna e la Boemia e l’Ungheria e la Sassonia e la Svezia. Tornando adunque nella Rossja, ove comincia al fiume Tanar, ove cominciamo l’Eurbpa, l’avremo circondata tutta. Questa terza parte ha in sè montagne e provincie assai fra terra che non sono nominate e questa è la più populata parte del mondo, però che è più temperata. L’Europa fu abitata prima dai discendenti di Giafet terzo figliuolo di Noè. Noè con Giano suo figliuolo, il quale ebbe dopo il diluvio, ne vennero in Europa nelle contrade d’Italia ad abitare, e quivi finì sua vita; e Giano rimase dietro a lui; dal quale nacquero e discesero molti signori e popoli, e in sua vita fece molte alte e rilevate cose. Ora hai inteso come il mondo sta, seconda la Scrittura e le altre istorie e croniche.

NOVELLA II.

- Finita la novella, commciò Saturnina e disse: Io ti voglio dire, come la città di Troia si disfece, e come gli edificatori di quella discesero da Fiesole.

Come per le croniche si legge, Fiesole fu la prima città che in Europa fosse edificata, e il suo edificatore ebbe nome Atlante ed ebbe una moglie chiamata Elettra; Discese costui della schiatta di Cam figliuolo di Noè, il quale, ebbe tre figliuoli, l’uno nominato Italo, l’altro Dardano e ’l terzo Sicano. Questo Sicano andò nell’isola di Sicilia, e ne fu il primo abitatore; per lo che, morto il re Atlante nella città di Fiesole, rimasero signori Italo e Dardano suoi figliuoli, i quali erano ambidue valorosi e prodi e ognuno degni del governo del regno; e non potendo se non un solo signoreggiare, si accordarono che per risponso [4] del loro Iddio uno si dovesse partire; e sacrificando, fugli risposto dal loro Iddio, che Dardano dovesse ricercare altri paesi, lasciando Italo signore di Fiesole. D’Italo nacquero molti grandi e valenti signori, e dal suo nome denominò l’Italia; e in processo di tempo in Italia furono edificate molte belle e forti città, delle quali la Città di Fiesole sempre fu la principale, fin a tanto che Roma fu esaltata a gran signoria. Dardano si partì da Fiesole, e con Apolline astrologo e gran seguito di sua gente arrivò in Asia nella provincia chiamata Frigia. La Frigia è di là dalla Grecia, passate l’isole dell’Arcipelago, in terra ferma, e oggidì è posseduta dai Turchi. Dardano giunto ivi, per consiglio di Apolline edificò una città vicina al mare, e dal nome suo la nominò Dardania, e così fu nominata mentre che Dardano e suo figliuolo vissero: Dardano generò Erittonio, ed Erittonio generò Troio, il quale mutò nome alla città, e di Dardania la nominò Troia dal suo nome. Troio ebbe tre figliuoli, cioè Ilo, Assaraco e Ganimede. Ilo in Troia edificò una rocca, e dal suo nome la fece nominare Ilion. Ilo generò Laomodonte e Titone. Titone generò Mennone, al cui tempo fu distrutta la città di Troia. Troia fu ruinata due volte. La prima volta fu distrutta per lo grande e possente Ercole, il quale fu figliuolo di Alcmena figliuola di Elettrione; e con lui era Giason figliuolo di Eson e nipote di Pelia re di Tessalia, e Telamone re di Salamina, che è un’isola nel mare Euboico per scontro ad Atene e vicina al sino Argotico. Questa volta Troia fu distrutta perchè il re Laomedonte aveva vietato il porto di Troia ad Ercole e ai suoi compagni, e fatto loro onta e villania, volendoli pigliare ed uccidere, quando con Giason andavano in Colchi per conquistare il vel aureo, come raccontano i poeti. Laomedonte volse far questa violenza agli Argonauti, perchè aveva tutti i Greci per nimici, per cagione di Tantalo che aveva rapito Ganimede suo zio e fratel di Ilo suo padre, volendo a questo modo rinnovare l’antica guerra, ma ei ne rimase morto e Troia distrutta e Telamone, che al conquisto, della terra fu molto valoroso, prese Esiona figliuola di Laomedonte, e seco se la menò in Grecia, tenendola come sua amica. Dopochè Troia fu distrutta, Priamo giovane figliuol di Laomedonte non v’era presente; e ritornando, con l’aiuto degli amici rifece la città con maggior sito e fortezza che non era di prima, e tutta la gente d’intorno, vi racchiuse, tanto che in poco spazio di tempo crebbe e divenne grandissima, e si crede che girasse settanta miglia. Questo re ebbe una moglie che aveva nome Ecuba, della quale ebbe molti figliuoli maschi, i primi dei quali furono Ettor, il quale fa valentissimo e di gran prodezza, Paris, Troilo, Eleno, Deifobo e Polidoro; e le prime e più famose delle figliuole furono Creusa, che fu moglie di Enea, Cassandra, Iliona, Licaste e Polissena; e di più altre donne ancora ebbe figliuoli, tal che fra tutti passarono il numero di quaranta. Questi figliuoli di Priamo fur tutti valorosi e gagliardi nell’arme. Essendo questa città, in grande e possente stato, e lo re Priamo co’ figliuoli in gran signoria, Paris con suoi armò venti navi, e navigando arrivò in Grecia per vendicare la morte del re Laomedonte suo avolo, e la distruzione di Troia e la cattività di Esiona sua zia, e smontarono nel regno del re Menelao fratello di Agamennone. Menelao aveva per moglie Elena, donna oltra le altre bellissima, la quale essendo allora andata ad una festa, la qual si faceva sopra una loro isola, fu veduta da Paris, il quale subito s’innamorò di lei, e, senza altro, avendo ammazzati chi difendere la volse, la presero e se ne la menarono a Troia. Per molti si dice che Elena fu rubata nell’isola che oggi si chiama Ischia, che è tra Pozzuolo e Baia, dove è ora Napoli e Terra di Lavoro, che in quel tempo era abitata da’ Greci; ma per le vere istorie, l’isola dove fu rapita. Elena fu Citera, che ora si chiama Cerigo, la quale è vicina al Peloponneso. Essendo menata Elena a Troia, Menelao con Agamennone suo fratello e Castor e Polluce fratelli di Elena con gli altri signori della Grecia, fecero congiura sopra la distruzione di Troia; e raunando gran gente, con mille navi se ne vennero all’assedio di Troia, e quivi furono molte aspre battaglie, nelle quali restarono morti Ettor, Troilo e molti altri figliuoli del re Priamo; e stettervi a oste dieci anni, sei mesi e quindici giorni, ed al fine ebbero la città per tradimento, del quale molto ne fu incolpato Antenor; come scrive Darete Frigio, entrandovi dentro di notte; e dopo l’uccisione del re Priamo e di tutta la sua famiglia, e di molti altri cittadini, predandola l’abbrusciarono. Partito l’oste de’ Greci da Troia, molti de’ loro navili capitarono male. Eleno figliuol di Priamo, il qual non era uomo di arme, ed Ecuba moglie del re Priamo, e Cassandra sua figliuola, e Andromaca moglie di Ettor con due suoi piccioli figliuoli, con molta altra gente che li seguitarono, si partirono da Troia, ed arrivarono in Grecia, nel paese di Macedonia, e quivi ricevuti da’ Greci popularono il paese, e fecero una città ed il figliuol di Achille prese per moglie Andromaca che fu moglie di Ettor, e di loro uscirono gran re e signori. Antenor, che fu uno dei principi troiani, e Priamo figliuolo del re Priamo fanciullo, si partirono da Troia con più di dodici mila persone e con molti navili; e navigando per mare, arrivarono nel paese dove è oggidì Vinegia, e si posero in quelle isolette ivi d’intorno, acciocchè fussero franchi da ogni uno, ed ivi edificarono la gran città di Vinegia. Dopo alcuni anni Antenor, lasciando ivi quel Priamo già fatto uomo, con una parte della gente si partì da Vinegia, e vennesene in terra ferma, ed ivi edificò la città di Padova, e le pose quel nome per esser vicina al fiume detto Po, il quale latinamente si chiama Pado; e morendo Antenor, ivi ebbe sepoltura; e non è guari; che ivi si trovarono lettere in una tomba che dichiaravano il primo edificatore di Padova esser ivi riposto, e da’ Padovani fu tal sepolcro con grand’onore restaurato. Avvenne che un Priamo, discendente di quel Priamo che con Antenor edificò Vinegia, d’indi si partì con gran gente, e se ne andò in un paese vicino all’Ungheria, ed ivi signoreggiò lui e suoi discendenti fin al tempo che fur sottoposti da’ Romani. Al tempo di Valentiniano imperatore, questi discendenti dei Troiani aiutarono esso imperadore a conquistare gli Alani popoli vicini al Danubio, i quali s’erano rubellati all’imperio di Roma; per la qual cosa li fece franche per dieci anni da ogni tributo; ed essi, compiuti i dieci anni, essendo morto il detto imperadore, fecero lor capo e signore Marcomiro che era della schiatta di Priamo, e si ribellarono dalla signoria de’ Romani per non dar loro il tributo, e si partirono da quel paese col detto Marcomiro, e se n’andarono nell’Alamagna, e quivi conquistarono città e castella tra ’l Danubio e ’l Reno, le quali erano sottoposte a’ Romani; e d’allora innanzi non ebbero i Romani libera signoria in Alamagna. Il detto Marcomiro regnò in Alamagna trenta anni, che ancora erano pagani; e dopo lui regnò Faramondo suo figliuolo, il quale per forza d’arme si conquistò il reame che ora è detto Francia, e latinamente era detto Gallia; e fu il primo re di Francia, e regnò undici anni. Dietro a Faramondo regnò Clodoveo Capilluto anni dieciotto, e prese la città di Cambrai e il paese d’intorno. Dopo Clodoveo regnò Meroveo suo figliuolo anni dieci, e molto aumentò il reame. Dopo Meroveo regnò Childerico suo figliuolo anni ventisei, ma per lo suo mal vivere dai baroni gli fu tolto il regno, e fu cacciato in esilio, e in capo di otto anni fa rappellato da’ Francesi. A questo successe. Alois suo figliuolo, e regnò trent’anni e conquistò per sua prodezza nell’Alamagna Colonia e la Sassonia, e in Francia Orliens e altre terre ch’erano sottoposte a’ Romani e fu il maggiore e più possente de’ suoi antecessori, e fu il primo re di Francia che fosse cristiano, e per conforto della sua moglie, che era cristiana, si fece battezzare: il che fu a questo modo. Essendo per far giornata contro gli Alamanni che se gli erano ribellati, ed avendo minor esercito che i nemici, fece voto che s’e’ riportava vittoria, riceverebbe la fede di Cristo, e si farebbe battezzare; ed avendo conseguito quanto disiderava, per man di San Remigio arcivescovo Remense fu battezzato. Dopo Alois regnò Lottieri suo figliuolo anni quarantacinque, al quale successe Chilperico suo figliuolo, e regnò anni ventitrè, poscia fu fatto morire dalla moglie Fredegonda; del quale restò erede Lottier picciolo figliuolo di quattro mesi, e regnò quarantadue anni, e morendo lasciò il regno a Childeberto suo figlinolo, il qual regnò anni quattordici. Questi fece fare la chiesa di San Dionigi in Parigi, ed a lui successe Luigi suo figliuolo, e regnò anni diecisette. Costui per la sua mala vita molto abbassò il reame, ed ebbe tre figliuoli, Lottieri, Teodorico e Alderico. Dopo Luigi regnò Lottieri suo primo figliuolo anni tre, e dopo lui regnò Teodorico un anno e deposto da’ suoi baroni, per sua miseria si fece frate in San Dionigi; al quale successe Alderico terzo, fratello, e regnò anni dodici, benchè poco sapesse aver cura del regno, ma lo governava un gran barone di Francia suo balio [5] che aveva nome Vertaiere; per la qualcosa il primo Pipino, che era de’ primi baroni di Francia, figliuolo di Ancors, adoperando ogni potere, dopo grande sconfitta data al re, uccise Vertaiere, e di nuovo fece re Teodorico, il quale dopo tre anni si morì, ed a lui successe Clodoveo suo primo figliuolo, e regnò anni quattro sotto il governo di Pipino che era suo balio. A Clodoveo successe Ghildeberto suo fratello che regnò anni dieciotto; dapoi il terzo fratello Dagobert il quale regnò anni quattro; dapoi il quarto fratello Lottieri che regnò due anni, pur sempre governando Pipino il regno. Dopo costoro regnò Chilperico, figliuol di Lottieri anni cinque, e suo general balio fu Carlo Martelli, uomo di gran valore e potenza, e molto avventurato nelle battaglie. Egli conquistò tutta l’Alamagna, la Baviera e la Savoia, e raccolse sotto il reame di Francia. Dietro a Chilperico regnò Teodorico suo figliuolo anni quindeci sotto il governo del detto Carlo, dopo il quale regnò Chilperico suo figliuolo anni nove, ma aveva solo il titolo, perchè Carlo governava il tutto; e morto il detto Carlo, rimase il governo al secondo Pipino suo figliuolo. Essendo Chilperico uomo di poco valore, con volontà di papa Stefano, che allora governava la Chiesa, e con volontà di tutti i baroni di Francia, fu deposto dal regno, ed e’ si fece frate, e in breve senza figliuoli si morì, ed in lui finì la linea della schiatta di Priamo; al quale con volontà del papa e di tutti i baroni di Francia successe il valente Pipino, e fu fatto per decreto che non si facesse re di Francia alcuno se non della schiatta di Pipino, dopo il quale regnò il possente Carlo Magno.

Finita la novella, cominciò frate Auretto la sua canzone, dicendo:

Chi ama di buon cor non può perire;

Che grazia, dee trovar del ben servire.

Amor ha fatto per decreto e legge

Che ciascun ch’ama debba esser amato;

Però che fa ciascun che si corregge,

Per non volere esser chiamate ingrato.

Dee il ben servir da te esser meritato,

Se vuoi a Dio e natura ubidire.

Privar si dee d’ogni verace onore

Ciascun ch’è ingrato veggendosi amare.

Adunque si conforti ogni amadore,

Che, ben servendo, è per grazia trovare;

Nè si disperi, s’a lui par penare;

Che pare altrui miglior poi nel finire.

E’ non è uom chi non sente d’Amore

Per qualche tempo o per qualche maniera;

Gli alberi e prati ogni anno hanno il lor fiore.

Nel dolce tempo de la primavera.  

Donne, per Dio! non v’indugiate a sera;

Si vuole in giovanezza Amor seguire.

Vanne, leggiadra e dolce ballatetta,

A chi sente nel cor quel che sento io,

Di’: chi sente nel petto la saetta

De l’esca, che fa premere il desio,

Non isgomenti; perchè il nostro Iddio

Non lasciò mai nessuno atto a punire.

Finita la canzonetta, i detti due amanti si presero per mano e fornirono i loro ragionamenti, e con dolci parole sospirando si accombiatarono.

GIORNATA DECIMASESTA

NOVELLA I.

Ritornati i due amanti il sestodecimo giorno al solito luogo, cominciò Saturnina con dire: Io ti voglio dire, come Enea passasse di Troia in Italia.

Nella distruzione di Troia si partì Enea con Anchise suo padre, e con Ascanio suo figliuolo e Creusa figliuola del gran Priamo, con seguito di tre mila trecento uomini de’ più valorosi della città, i quali furono ricolti in ventidue navi. Questo Enea fu di schiatta regale di Troio in questo modo. Troio generò Ilo, Ilo generò Laomedonte, Laomedonte generò, Priamo e Priamo generò Ettor. Il medesimo Troio generò Assarco, Assarco generò Capis, Capis generò Anchise, e Anchise generò Enea; talchè Ettor ed Enea sono discesi dal medesimo Troio nella quarta generazione ambidue. Questo Enea fu signore savio e di gran prodezza, e bellissimo del corpo. Quando e’ si parti di Troia se ne andò all’oracolo di Apolline domandandogli consiglio di ciò che aveva a fare; dal quale gli fu risposto che dovesse passare nel paese d’Italia, là onde erano prima discesi i troiani, e che dopo assai fatiche e per mare e per terra, si riposerebbe in detto paese, pigliandoci moglie, della quale ne doveva nascere origine di grandi e valorosi signori. Sentendo Enea e que’ ch’erano con lui tal risposta, simissero in mare con grand’allegrezza; e navigando, con molte fatiche e fortune arrivarono in Macedonia, dov’era Eleno con la moglie e li figliuoli di Ettor, da’ quali furono con lagrime ricevuti per la ricordanza di Troia. Indi partendosi, e come gente mal pratica, non sapendo inqual parte si fosse l’Italia, furono da’ venti trasportati all’isola di Sicilia, là dove oggi è la città di Trapani. Ivi Anchise, per lo travaglio del mare e per la vecchiezza, si morì, e fu con onore, qual si poteva fare, dal figliuolo sepolto, e con grandissimo pianto si dipartirono. E avendo patita una grandissima tempesta una delle lor navi s’affondò con tutti gli uomini che su v’erano, e le altre diversamente arrivarono ne’ liti di Africa, dove era principiata la gran città di Cartagine per Didone Sidonia, nobilissima regina, dalla quale fu Enea con Ascanio e le sue genti raccolto con onore grandissimo. Didone veggendo Enea bello, immantinente se ne accese; per lo che Enea, tratto dall’utile e dalla piacevolezza di lei, ivi dimorò per alcun tempo; ma sendogli in visione significato dagli Dei la partita, si apparecchiò per partirsi; di che accortasi la innamorata Didone, con queste ultime parole lo accombiatò. - Io non avrei mai creduto, diss’ella, che, considerato come tu scacciato dalla fortuna, fusti da me con tanto onore ricevuto, che non solo ti ho campata la vita, ma insieme con le mie cose ti ho donata me stessa, tu, ingrato, al presente mi dovessi abbandonare; ed Enea le promise di tornare, ma ella con molte lagrime gli soggiunse: Io ti conosco; tuo desiderio è di signoreggiare l’Italia; or tal sia; e poi veggendolo partire, con la spada da lui lasciatale si uccise. Partito Enea da Africa con la sua gente, navigando arrivò in Sicilia là dove aveva sepolto, il padre Anchise, ed in quel luogo con giuochi a loro usanza fece rinnovare il lui mortorio, ed avendo ricevuto grande onore da Aceste, (che allora era re di Sicilia, per lo antico parentado, essendo egli disceso da Sicano figliuolo d’Atlante, dal quale avevano avuta origine ancora i Troiani), si partì di là, e navigando arrivò in Italia nel golfo di Baia, a capo di Misseno, dove oggi è Napoli, nel qual luogo eran boschi grandissimi. E quivi Enea per fatal guida fu menato a vedere lo inferno, dove conobbe l’ombra del padre e l’ombra della infelice Didone, e per l’ombra di Anchise gli fu mostro tutti i discendenti di lui, di Ascanio suo figliuolo, i quali dovevano signoreggiare la gran città di Roma. Ed uscito del luogo infernale, costeggiando la riviera, si misero nella foce del Tevere; e per segni dati a loro dagli Dei conobbero essere arrivati nella cercata provincia, e smontati in terra, con legnami cominciarono a fare abitacoli, dove poi si edificò il porto di Ostia, e a fortificarsi per cagione degli uomini del paese, da’ quali erano mal trattati, e spesso conveniva con loro essere ad aspre battaglie, delle quali sempre furono vincenti. In queste parti signoreggiava Latino, il quale fu della progenie di Saturno a questo modo. Venendo Saturno di Creta, cacciato da Giove suo figliuolo, giunse in Italia, in quella parte che ora è chiamata Lazio, dove signoreggiava Giano discendente di Noè; ma sendo quei popoli di rozzo e grosso vivere, Saturno gli ammaestrò e ridusse a fare città e case, insegnando loro seminare il grano e piantare viti, ed edificò Sutri, tanto che la gente che a tal cosa non avevano la mente, reggendole e stimandole maravigliose, lo adorarono per Dio, e Giano lo si fece compagno nel regno, nel quale visse trentaquattro anni, ed appresso a lui Pico suo figliuolo regnò anni trentauno, e poi regnò Fauno suo figliuolo anni diecinove, il qual fu da’ suoi ammazzato; e di Fauno rimasero: due figliuoli, cioè Lavino e Latino. Lavino edificò ia città di Lavinio; e morto lui, rimase Latino, il quale alla città mutò di nome, e la disse Laurento, perchè sopra la maggior torre nacque un Lauro, ed a cagione di ciò la chiamò dal detto nome. Il detto Latino regnò anni trentadue, a fu molto savio, ed aveva una figliuola detta Lavinia, la quale era promessa dalla madre a Turno re toscano. Enea richiese il detto re Latino di pace ed abitazione nel suo paese, dal quale fu ricevuto con molta amorevolezza, promettendogli per moglie Lavinia sua figliuola, conciossiachè aveva per augurii doverla, maritare a gente strania; perlochè Enea ne fu molto contento; e perciò ebbe col re Turno molte battaglie, nelle quali fu ucciso da Turno Pallante gigante gagliardissimo e da Enea Camilla vergine valorosa e prode molto, e all’ultimo Enea con Turno soli combatterono, e Turno fu vinto e morto da Enea; di che ne seguì lo sponsalizio. fra lui e Lavinia, ed ebbe in dote mezzo il reame del suocero, ancora che dapoi la morte di Latino lo possedesse tutto, ma visse se non tre anni dopo la morte di Latino. Dopo la morte di Enea, Ascanio suo figliuolo prese la signorìa; e Lavinia che era gravida, per paura del figliastro, fuggendo si nascose in certe selve, ed ivi partorì un figliuolo, il qual ella chiamò Silvio Postumo, perchè egli era nato nelle selve e dopo la morte del padre. Intendendo questo Ascanio, la fece ricercare, e ricevella onoratamente, trattandola come madre, e il figliuol nato come fratello. Dopo alcuno spazio di tempo, lasciando Ascanio a Lavinia la signoria, già posseduta dal padre, con alquanti de’ suoi se n’andò a edificare la città di Alba; e questo fu al tempo del forte Sansone. Avendo Ascanio, dopo la morte del padre regnato anni trentotto, e mori e lasciò dopo sé due figliuoli, uno de’ quali ebbe nome Iulio, dal quale discese la progenie de’ Iulii in Roma, e l’altro ebbe nome Silvio. Questo Silvio s’innamorò di una nipote di Lavinia e di lei ebbe un figliuolo, e partorendolo, ella si morì, e per questo gli fu posto nome Bruto. Il quale crescendo, uccise il padre in una selva cacciando, disavvedutamente, e per paura di pena si fuggì dal paese, e con suoi seguaci navigando arrivò in Inghilterra; ed ivi fu principio de’ Brettoni, d’onde sono usciti gran signori e così potenti re, infra quali furono Breno e Balino fratelli, i quali sconfissero i Romani e assediarono Roma, e presero fino il Campidoglio, e della cui progenie scese il valoroso re Artus e i romanzi brettoni fecero menzione come Costantino, che dotò la Chiesa, era disceso da loro, ma poi per dissensione e guerra finì il loro lignaggio, e fu signoreggiata l’Inghilterra da diverse nazioni, cioè da Sassoni e Frisoni, e Danesmarchi e Spagnuoli ed altri: ancora che ora la sia signoreggiata da uno che è disceso dal duca di North, il quale per sua prodezza e gagliardia se n’è fatto signore, liberandola da più signori ingiusti. Dopo la morte di Ascanio fu signore dei Latini Silvio Postumo, figliuolo di Enea e di Lavinia, e regnò ventinove anni con gran senno e prodezza, al tempo di Saul re degli Ebrei; dopo il quale pur di sua schiatta regnarono dodici re, anni trecentocinquantaotto, e tutti presero il suo nome, ovvero cognome; e dopo Silvio Postumo regnò Enea Silvio suo figliuolo anni trentauno, al tempo di Saul re degli Ebrei; e dopo Enea Silvio fu re Latino Silvio suo figliuolo anni cinquanta, al tempo di David re di Ierusalem. Dopo Latino Silvio regnò Alba Silvio suo figliuolo per anni trentanove, al tempo del re Salomone. Dapoi regnò Gapeto Silvio figliuolo di Alba Silvio, anni ventisei, al tempio di Abia e di Asa re di Iuda. Dopo costui per anni ventiotto regnò Capis Silvio, suo figliuolo, e questi edificò Capova in Campania, al tempo di Asa re di Iuda. Dopo Capis Silvio regnò per anni tredici Calpeto Silvio, suo figliuolo, al tempo di Iosafat re di Iuda,. Dopo Calpeto Silvio regnò anni otto Tiberino Silvio suo figliuolo, al tempo del sopradetto Iosafat, il quale affogandosi nel fiume Albula, diede occasione di mutare il nome al fiume, per che sempre poscia è stato chiamato Tevero. Dopo, Tiberino Silvio regnò Agrippa Silvio, sua figliuolo anni quaranta, al tempo di Ioram, Ocotia e Ioas re di Iuda; dopo il quale, regnò Alladio Silvio suo figliuolo, anni diecinove, al tèmpo di Ioas re di Iuda. Dopo Alladio Silvio regnò Aventino Silvio suo figliuolo anni trentasette, al tempio di Amasia re di Iuda, e morendo fu seppellito su un monte, il qual» dal suo nome fu poi appellato monte Aventino. Dopo Aventino Silvio regnò Proca Silvio suo figliuolo per anni ventitrè, al tempo di Ozia re di Iuda; e dopo questi, al tempo di Ioatan re di Juda, regnò Amulio Silvio, figliuolo di Proca Silvio, anni quarantaquattro, e per malizia cacciò dal regno Numitore suo maggior fratello, al quale si perveniva il regno, e la figliuola di quello fece nascondere in un munistero, acciò non facesse figliuoli: onde, sendo ella al servigio della dea Vesta, occultamente partorì due figliuoli al dio Marte, come poi ella confessò, ponendo nome ad uno Romolo e all’altro Remo; ovvero più tosto fur figliuoli del sacerdote del tempio del dio Marte. Perchè per tal fallo fu da detto Amulio sepolta viva, dove oggi è la città di Riete, e i figliuoli comandò che fussero gittati nel Tevero; di che increscendone a’ ministri, non nel Tevero, ma in una macchia di pruni li posero, dove furono sentiti da uno pastore, che li portò a sua moglie, facendoli nutricare.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò frate Auretto la sua, e seguitò dicendo.

Al tempo di Numa Pompilio, per divino miracolo cadde dal cielo in Roma uno scudo vermiglio, il quale fu preso da’ Romani per augurio, e lo tennero per insegna; aggiugnendovi queste lettere: S. P. Q. R., le quali hanno questo significato: Senatus Populusque Romanus. Dierono ancora questo scudo vermiglio, ma puro, ad alcune città da loro edificate, queste furono Perugia, Fiorenza, Viterbo e Pisa; benchè i Fiorentini per lo nome della loro città portino ancora il giglio bianco, e i Perugini portino il grifon bianco, e quelli di Orvieto l’aquila bianca. Ben è vero che i senatori romani poscia che l’aquila bianca apparì sopra ’l monte Tarpeio, presero l’aquila per insegna: e troviamo che Mario contra ai Cimbri per insegna ebbe un’aquila d’argento, la qual fu portata ancora da Catilina quando fu sconfitto nel piano di Pistoia. Iulio Cesare portava nel campo azzurro un’aquila d’oro con due teste, benchè poi Ottavio suo nipote la portasse naturale nel campo d’oro; e simile poi la portarono gl’imperatori che vennero dietro a lui; ma Costantino con gli altri che ’l seguitarono hanno ritenuta l’aquila naturale, ma con due teste. Or ti voglio ragionare alquanto dei loro re. Il primo loro re fu Romulo, il quale regnò anni trentasette al tempo di Ezechia re de’ Giudei. A Romulo seguì Numa Pompilio, il qual signoreggiò anni quarantatrè, al tempo di Manasses re de’ Giudei. Dopo Numa Pompilio signoreggiò Tullo Ostilio anni trentadue, al tempo di Manasses e di Amon re de’ Giudei. Questi fu crudele e tutto dato alle arme, e fu il primo dei re romani che portasse porpora e ricevesse onori regali; e ruppe la pace a’ Sabini, e dopo molte battaglie li sottomise, poscia morì percosso dal fulmine. Dopo questi fu fatto re Anco Marzio e regnò anni ventiquattro, al tempo, di Iosia re de’ Giudei; e questi fu nipote del buon Numa Pompilio, e nato d’una sua figliuola; ed ebbe gran guerra coi Latini di Laurento e di Alba, e al fine li recò sotto la sua signoria, e in Roma fece il tempio di Giano; e a lui nel regno successe Tarquinio Prisco, e regnò anni trentaotto, nel qual tempo furono quattro re de’ Giudei, cioè, Ioachaz, Etiacim, Joachim e Sedechia. Questi aggrandì molto Roma e fece il Campidoglio, e fu il primo che per le sue vittorie in Roma volle il trionfo, e fece il tempio di Giove, e regnò al tempo di Nabucodonosor re di Babilonia, e della cattività dei figliuoli d’Israel; ed essendo ammazzato il detto Tarquino, si fece re Servio Tullio, e regnò anni quarantaquattro, al tempo della babilonica cattività dei figliuoli d’Israel. Ebbe Servio Tullio al suo tempo aspre battaglie coi Sabini, ed accrebbe molto la città di Roma; e al fine fu ucciso da Tarquino, poi detto superbo, suo genero, per istigazione della sua propria figliuola, e moglie di questo Tarquino. Dopo Servio Tullio regnò Tarquino superbo anni venticinque al tempo di Cambise re di Persia, e della cattività babilonica dei figliuoli d’Israel. Questi in tutte le sue opere fu pessimo e crudelissimo sopra tutti, e fece ammazzare molti nobili romani, i quali lui conosceva poter ostare alla tirannide sua, e molti altri per torgli le ricchezze, fra i quali fu Marco Iunio, marito di sua sorella, col figliuol maggiore. Vedendo adunque Lucio Iunio, cioè: l’altro figliuol minore di Marco Iunio, che Tarquino aveva fatto uccidere tutti i primi della città, fra i quali erano suo padre e suo fratello, pensò una bella via per conservarsi la vita dalla tirannide di Tarquino; però finse esser pazzo, e lasciò usurpare da Tarquino tutte le sue ricchezze, e come pazzo Tarquino lo teneva in corte, e gli pose nome Bruto, il qual nome vien a significare pazzo o insensato. Ebbe Tarquino detto Superbo, tre figliuoli maschi, cioè Sesto, Arunte e Tito, ed una femina nomata Tarquinia. Avendo Tarquino già regnato anni ventiquattro, gli accade un prodigio, il quale gli empì l’animo di affanno, il qual fu un serpente che corse nella sua corte; per la qual cosa si deliberò mandare ad interrogare di questo l’oraculo di Apolline, il quale di cose occulte dava risposta in Delfo, città di Grecia. Mandovvi adunque i suoi due figliuoli minori, cioè Arunte e Tito, i quali per ispasso del viaggio condussero seco Bruto, il quale, come è detto di sopra, studiosamente faceva il pazzo. Bruto portò seco un bastone cavato a modo d’una canna, il qual era pieno d’una verga d’oro. Quando i giovani Tarquini furono giunti al tempio d’Apolline, fecero le loro oblazioni al Dio, e Bruto nel luogo dei doni gittò quel bastone, nel quale l’oro era incluso. Poscia che i giovani ebbero interrogato il Dio del domestico prodigio gli venne voluntà d’interrogarlo ancora chi era per regnare a Roma dopo la morte del padre; e fugli risposto queste parole: O giovani, quello di voi averà a Roma grand’imperio, il qual prima bascierà la madre. Arunte e Tito, si pensarono tenere occulta questa cosa al fratello maggiore, e gittarono la sorte fra lor due, chi dovesse esser il primo, come fossero ritornati a Roma, a basciar la madre. Bruto si pensò questa risposta aver altro significato che basciar la madre, e come fu fuor del tempio finse di cadere, e basciò la terra, fra sè dicendo, quella essere la comune madre. Nei medesimi giorni accadde un altro prodigio, il quale fu questo. Un paio d’aquile avevano fatto un nido vicino alla corte regale in cima di un’alta palma, e una grande squadra di avoltorj le scacciarono, e gittarono il nido in terra, nel quale erano i piccioli figliuoli, i quali, perchè non avevano ancora le piume, non potendo volare, caderono in terra e si ammazzarono. Tarquino aveva posto l’esercito intorno alla città di Ardea; e perchè non avevano potuto prendere la città al primo impeto, stavano intorno alla città oziosi osservandola. Avvenne che essendo i capitani un dì a cena con Sesto figliuol di Tarquino, fra i quali era Lucio Collatino, dopo cena vennero su ’l ragionamento delle lor donne, ed ogniuno di loro si sforzava laudare la sua. Quivi Collatino disse: Qua non bisognano parole; io farò la prova di ciò ch’io dico con la presenza; però montiamo a cavallo, che in poche ore io spero farvi vedere quanto la mia Lucrezia merita maggior laude dell’altre. Già tutti erano riscaldati dal vino: però ugualmente tutti dissero, andiamo; e così montati a cavallo, prima se ne vennero a Roma, dove trovarono le nuore del re nei conviti lascivamente con le lor compagne, e in canti e in giuochi e in balli; poscia se ne andarono a Collazia, dove trovarono Lucrezia, non come le nuore del re in giuochi e canti, ma in mezzo la casa sedere con le sue fantesche a filare e fare altri esercizti muliebri; e così la laude fu di Lucrezia. Ivi Lucio Collatino invitò i giovani a bere, ed ivi Sesto Tarquino, mosso e dalla bellezza e dalla castità di Lucrezia, fece proponimento di sforzarla: e per allora si ritornarono all’esercito. Infra pochi dì Sesto Tarquino, non ne sapendo niente Collatino, con un servo se ne venne a Collazia, dove amorevolmente fu ricevuto da quei che non sapevano la sua mala volontà, e dopo cena fu menato in camera. Egli in quell’ardore di libidine, dapoi che gli parve che ogniuno potesse esser addormentato, con la spada nuda in mano, e col servo se n’andò nella camera di Lucrezia, la qual dormiva, e con la man sinistra toccandole il petto, disse: Taci, Lucrezia; io son Sesto Tarquino, ed ho la spada in mano; se tu gridi, io t’uccido. Ed essendosi la donna con ispavento risentita dal sonno, egli la cominciò pregare, confessando l’amor suo, e mescolando i prieghi con le minacce. Quando Tarquino vide che nè per prieghi nè per minacce ella si voleva piegare al suo disiderio, nè anco per paura della morte, egli v’aggiunse la paura del disonore, dicendo: Se tu non consenti al disidèrio mio, io ti ucciderò, e ucciderò teco questo servo nudo, poscia dirò ch’io t’ho trovata con lui in adulterio; e a questo modo vinse l’ostinata pudicizia di Lucrezia. Fatto questo, Sesto Tarquino si partì, e Lucrezia, mesta per tanto male, mandò un messo a Roma a Spurio Lucrezio suo padre, e un altro all’esercito che era circa Ardea al marito, mandando a dire a ciascuno di loro, che presto vengano coi loro fedeli amici, perchè egli era accaduta una cosa molto atroce. Spurio Lucrezio venne da Roma con Publio Valerio, e Collatino venne da Ardea con Lucio Iunio Bruto, e ritrovarono Lucrezia che nella camera sedeva tutta mesta, alla quale nella venuta del padre e del marito nacquero le lagrime agli occhi. Disse il marito: Son salve le cose nostre? Disse Lucrezia: Qual cosa può esser salva alla donna, avendo perduto l’onore? nel letto tuo, o Collatino, son le vestigia d’un altr’uomo, se uomo si può dire quel che ha fatte le cose da bestia; ma il corpo solamente è violato, e l’animo è senza colpa; e la morte ne sarà testimonio. Ma datemi la fede che l’adultero non abbia ad essere impunito. Sesto Tarquino è l’inimico, il quale la notte passata, essendo albergato in casa tua, armato per forza m’ha violata. Tutti le danno la fede e la consolano, rivoltando la colpa da lei sforzata nell’autore del peccato. Lucrezia disse: Voi vedrete ciò ch’el meriti; io, ancora che mi assolva dal peccato, non mi libero dal supplizio, nè alcuna donna impudica viverà ad esempio di Lucrezia; e con queste parole si cacciò nel cuore un pugnale ch’ella aveva nascosto sotto la veste, e sopra la ferita cascò morta. Il marito e ’l padre cominciarono a gridare; e mentre che egli erano occupati nel pianto, Bruto trasse dal petto a Lucrezia il pugnale, il quale gocciolava di sangue, e sopra quel giurò farne vendetta, e così fece giurar gli altri; poscia portarono il corpo di Lucrezia sopra la piazza, e al popolo fecero noto la grande scelerità di Tarquino. Dopo questo andarono a Roma, ed avendo fatto convocare il popolo, Bruto fece un’orazione contra Tarquino superbo e i figliuoli, per la quale commosso il populo, cacciarono Tarquino con la sua famiglia dal regno, facendo congiura fra loro non lasciare regnare più alcun re a Roma. Crearono adunque due consuli, i quali furono Lucio Iunio Bruto, e Lucio Collatino, e così seguitarono tal reggimento, mutando i consuli ogni anno; e questo fu il fine dei re di Roma, la quale era stata retta sotto i re anni ducento quaranta quattro: Essendo scacciato da Roma Tarquino superbo, con la forza di Porsena re di Toscana fece molta guerra a’ Romani. Per che venendo con grand’oste a Roma, pigliò per forza quella parte che oggi si chiama Trastevere, e venendo con ordini grandissimi a combattere un ponte, per passare di là, facilmente gli sarebbe successo, e poscia avrebbe presa la città, se non che Orazio Cocle, valoroso cavaliere e cittadino romano, non guardando a pericoli in salute della patria, si mise alla difensione del ponte contra gli inimici; e tanto fu il valore che egli dimostrò, vietando gli nimici che non passassero, che i Romani ebbero tempo di tagliare il ponte nel mezzo; di che avuto il valoroso campione segno, col cavallo saltò nel Tevere, ed armato, malgrado di quanti lo contrastavano, passò il fiume e si condusse fra’ suoi. Ma poi in ispazio di tempo con più battaglie i Romani furono vincitori, e si resse la’ repubblica dai consuli e dal senato anni quattrocentocinquanta; e in questo tempo ebbe Roma diverse mutazioni e battaglie, non solo coi vicini, ma con ogni nazione del mondo, con tutto che alla fine con uccisioni e rovine si sottomettessero tutte le provincie del mondo: e questo reggimento durò fino alle guerre civili fra Giulio Cesare e Pompeo Magno. Dopo le guerre civili signoreggiò Giulio Cesare solo, facendosi chiamare imperadore, e dopo lui signoreggiò Ottaviano Augusto, al tempo che nacque Cristo, anni settecento dopo la edificazione di Roma.

Sentendo la vezzosa Saturnina la novella esser finita, con vago aspetto disse: Io ti voglio dire una canzonetta che già un mio amoroso compose; ed è questa.

Oimè! Fortuna, non mi stare addosso;

Abbi pietà di me, che più non posso.

Tempera omai i tuoi venti crudeli,

E non isconquassar più la mia barca;

Poi che colei che pavoneggia i cieli

L’ha di sospiri e di lagrime carca.

Ahi, lasso me! che ’l dolce tempo varca,

E il mio vago pensier non s’è rimosso.

Com’io potei e seppi favellare,

Così Fortuna ria m’ha travagliato;

E non m’ho mai potuto riparare,

Ch’ella non m’abbia sempre nimicato;

E così io vivo, lasso! isfolgorato,

Perchè aitar da lei più non mi posso.

Io son da due contrari combattuto,

Ch’ognun per sè mi dà grave tempesta;

E son per forza sì vil divenuto,

Ch’io vo come le fiere per foresta;

E ciascun vuol che sua divisa io vesta,

Ed io non vo’ de’ lor peli in mio dosso.

Ballata mia, a chi è tra due nodi,

Come son io in questo mar dubbioso,

Non ti fermar, ch’io so chi tiene i modi,

Che tenuti io ho nel tempo doloroso!

Ma se nessun ch’abbia il cor valoroso,

Ti riprendesse, di’ ch’io più non posso.

Avendo la Saturnina posto fine alla sua canzonetta, si presero per mano, e così piacevoleggiando insieme s’accomiatarono, e ciascuno di loro si partì con buona ventura.

 GIORNATA DECIMASETTIMA

NOVELLA I.

Tornati gli amanti all’usato parlatorio il decimosettimo giorno, con molta piacevolezza cominciò frate Auretto e disse: perchè e’ tocca oggi a me il cominciare, io ti vo’ ragionare del sito e della potenza di Toscana.

La Toscana comincia dalla parte di levante al fiume del Tevere, il quale si move nell’Alpi dell’Appennino, cioè nelle montagne della Falterona, e discende per lo contado di Massa Tribara, e dal Borgo a San Sepolcro, e poi da Città di Castello, e poi va sotto la città di Perugia, e poi presso a Todi, scendendo per terra di Sabina e di Roma, ricogliendo in sè molti fiumi, ed entra quasi per mezzo di Roma, e mette in mare da costa a Ostia presso a Roma a venti miglia. La parte di qua dal Tevere si chiamava Trastevere, e ’l portico di San Pietro di Roma e della provincia di Toscana. Dalla parte di mezzo giorno Toscana ha il mare detto Tirreno, che con le sue rive batte la contrada di Maremma e Piombino e Pisa, e per lo contado di Luni e di Lucca, infino alla foce della Magra, che mette in mare di là dalla punta dalla montagna del Corbo, di là da Luni e da Serezana. Dalla parte di ponente ha il detto fiume della Magra, che discende dal monte Appennino, di sopra a Pontremoli, tra la riviera di Genova, e ’l contado di Piacenza in Lombardia, nelle terre de’ marchesi Malespini. Verso settentrione ha la Toscana le dette Alpi Appennino, le quali la partono dalla Lombardia e Bologna, e parte di Romagna. Gira la Toscana settecento miglia. Questa provincia ha in sè più fiumi, tra li quali è Arno, il quale nasce dalle montagne di Falterona, d’onde anco nasce il Tevere. L’Arno corre quasi per mezzo del cuore di Toscana, e passa per le contrade di Casentino, e viene a piè de’ monti di Lavernia, dove il Beato Francesco fece penitenza. E nota che le montagne le quali serrano il Casentino, sono veramente luoghi di Dio, perchè in loro sono tre cose notabili e divote. La prima è il santissimo luogo del monte di Lavernia, nel quale molti santi hanno fatta lor penitenza. La seconda è il divoto e soletario eremo di Camaldoli. La terza è la badia di Vall’ombrosa. Ma per tornare a nostra materia, dico che il fiume d’Arno si volge a piè di Bibbiena verso levante, venendo appresso alla città d’Arezzo a tre miglia, e poi corre per la Val d’Arno di sopra, e così scende giù, e passa quasi per mezzo Fiorenza, e poi più in giù, per lo piane, e a piè di Signa e di Monte Lupo e di Capraia, e per la Val d’Arno di sotto, e passa quasi per mezzo Pisa, raccogliendo in sè molti fiumi; e poi appresso a Pisa cinque miglia mette in mare. Il suo corso è di spazio di dugento venti miglia. Del detto fiume Vergilio fa menzion nel settimo dell’Eneide, parlando della gente che fu in aiuto a Turno contro a Enea, in questo verso: Sarrastes populos, et quae rigat aequora Sarnus. E Paolo Orosio racconta nelle sue istorie, che passando Annibal l’Alpi Appennino, per la gran freddura che v’ebbe, discendendo poi nelle paludi d’Arno, si perdè tutti i suoi liofanti, che non glie ne rimase nessuno, e la maggior parte dei suoi cavalli, e bestie vi morirono: ed egli medesimo per la detta cagione vi perdè uno degli occhi suoi. Questo Annibal mostra, per nostro arbitrare, ch’egli discendesse l’Alpi tra Modona e Pistoia, e le paludi fossero per lo fiume d’Arno a piè di Fiorenza infino di là da Signa. E questo si prova; che anticamente era Signa e Monte Lupo nel mezzo del corso del fiume d’Arno, dove si stringe in picciolo spazio tra rocce di montagne, ov’era una grandissima pietra, che si chiamava e chiama la pietra Golfolina, la quale per sua grandezza e altezza comprendeva tutto ’l corso del fiume d’Arno, per modo che lo faceva ricogliere presso dove oggi è la città di Fiorenza, e per lo detto ricoglimento si spandeva l’acqua del fiume d’Arno e d’Ombrone e di Bisanzio per lo piano, ch’è sotto Signa e Settimo, infino presso a Prato; e così era palude tutto il piano di sotto alla città di Fiorenza. Avvenne che la detta pietra Golfolina fu per forza di picconi e di scarpelli da maestri assottigliata, sì che il fìume ebbe suo corso, e le paludi scemarono, e rimase scoperta terra fruttifera; e in questo luogo fu dove s’accampò Annibale. Egli è vero che la provincia di Toscana innanzi al detto tempo fu di gran potenza e signoria, e il re di Toscana chiamato Porsena, che faceva capo di suo reame nella città di Chiusi, il quale col re Tarquino assediò Roma, non solamente era signore della provincia di Toscana, ma le sue confini erano infino alla città di Adria nella Romagna, in su il golfo del mare di Vinegia, per lo nome della qual città quel golfo detto ancora mare Adriatico. E nelle parti di Lombardia erano i suoi confini infin di là dai fiumi del Po e del Tesino. La gente de’ Galli, detti oggi Francesi, e quella de’ Germani, detti oggi Tedeschi, passarono in Italia per guida e condotta d’uno Italiano della città di Chiusi, il quale passò i monti per imbasciadore, e per commovere tutti i signori e baroni dell’Alamagna a venire contro a’ Romani, e portò seco del vino, il quale dagli oltramontani non era in uso, nè consueto per bere, perchè di là da’ monti non aveva mai avuto vino, ne vigna, il qual vino assaggiato per li signori di là, parve loro molto buono; e così, intra l’altre cagioni, la ghiottornia del vino gl’indusse a passar di qua, vedendo che l’Italia era fornita e larga d’ogni bene; e anco ne’ paesi di là erano tanto moltiplicati, che a pena vi capevano; sì che ancora fu questa una delle cagioni che gl’indusse a passar di qua. Passando i Germani e i Galli di qua in Italia, i lor caporali furono Breno e Bellino, i quali guastarono gran parte di Lombardia e del paese toscano, e poi assediarono Roma, e presono infin al Campidoglio, con tutto che innanzi che si partissero furono sconfitti in Toscana dal buon Camillo, rubello di Roma, sì come Tito Livio scrive nelle sue istorie; e poi più altri signori Gallici e Goti e Germani, ed altre nazioni barbare passarono in Italia di tempo in tempo, facendo in Lombardia e in Italia gran battaglie, come narra Tito Livio. Ora ti vo’ dire le città e vescovadi ch’erano nella provincia di Toscana. In prima la chiesa e sedia di San Pietro in Roma, la qual è di qua dal Tevere in Toscana; il vescovado di Fiesole, e la città di Fiorenza; la città di Pisa, la quale è arcivescovado; la città di Lucca, e l’antico vescovado della città di Luni; la città di Pistoia, la città di Siena, la città d’Arezzo, la città di Perugia, la città di Castello, la città di Volterra, la città di Massa e di Grossetto, il vescovado di Suana in Maremma, la città antica di Chiusi, la città d’Orvieto, il vescovado di Bagnoraggio, la città di Viterbo, la città di Toscanella, il vescovado di Castro, la città di Nepi, l’antichissima città di Sutri, la città di Dorti, e il vescovado di Civita Rensi. Avendo detto i nomi di venticinque vescovadi e città di Toscana, or ti dirò il cominciamento e l’origine d’alcune di quelle città famose. In prima la città di Perugia è assai antica, a secondo che raccontano le sue croniche, ella fu edificata da’ Romani in questo modo. Tornando un oste di Roma di Alamagna, rimase in quel luogo dove fecero la città di Perugia. La città d’Arezzo prima ebbe nome Aurelia e fu gran città e nobile, e in Aurelia furono anticamente fatti per sottilissimi maestri vasi con diversi intagli di tutte le forme e maniere, e di sì sottili intagli, che veggendoli parevano impossibili a esser cosa umana; ed ancora se ne trovano. E di certo ancora si dice che l’aria e il sito d’Arezzo è buono in generale, e fa sottilissimi ingegni d’uomini; e la detta città fu distrutta per Attila flagellum Dei, che la fece arare e seminare di sale; e da ivi innanzi fu chiamata Arezzo, cioè città arata. La città di Pisa fu prima chiamata Alfea, e fu porto dello Imperio Romano, dove s’adducevano per mare tutti i tributi e censi che i re e tutte le nazioni del mondo, che erano sottoposti a’ Romani, rendevano allo imperio di Roma, e là si pesavano, e poi si portavano a Roma. E perocchè il primo luogo dove si pesavano non era sufficiente a tanto, ve ne fecero un altro, e però diclinasi il nome di Pisa per grammatica in plurali solamente; e così, per l’uso del porto e di detti pesi, genti vi si misero ad abitare, e crebbono, e così fecero la città di Pisa; assai gran tempo dopo l’avvenimento di Cristo. La città di Lucca fu prima chiamata Fridia, e, secondo alcun’altri, Almiga. Prima, chiamatasi Fridia, perchè prima si convertì alla fede di Cristo, che alcun’altra città di Toscana, e il suo primo vescovo fu san Fridiano, che per miracolo di Dio rivolse il Serchio presso alla detta città, e dièdegli termine, perocchè prima era molto pericoloso, e guastava il paese. E perchè per lo detto Santo prima fu luce di fede alla Toscana, vi fu rimosso il primo nome, e fu chiamata Luce, ed oggi per lo corrotto nome e volgo si chiama Lucca. La città di Luni, la quale è oggi disfatta, fu molto antica, e, secondo che troviamo nelle istorie di Troia, della città di Luni v’ebbe navigli e gente in aiuto a’ Greci contra i Troiani; poi fu disfatta per gente oltramontana, e per cagion d’una donna moglie d’un signore, la quale andando a Roma, in quella città fu corrotta di adulterio; onde venendo detto signore con forza, distrusse la città di Luni, che è oggi diserta, e la contrada mal sana. E nota che le marine erano anticamente molto abitate, e infra terra molte città avevano pochi abitanti. Ma in maremma, e in marittima verso Roma, alla marina di Campagna aveva molte città, le quali oggi sono distrutte e consumate per corruzion d’aria, come fu la gran città di Popolonia e Soana e Talamone e Grossetto e Civitavecchia e Moscona e Lansedonia e Baia Pompea e Comino e Laurento e Albania. E la cagione perchè queste terre della marina sono disabitate e inferme, ed eziandio Roma è peggiorata, dicono i gran maestri di astrologia che è per lo moto dell’ottava sfera del cielo, che in ogni cento anni si move un grado verso il polo settentrionale, e così farà, infino a quindici gradi in mille cinquecento anni; e poi tornerà addietro per simil modo, se fia piacer di Dio che ’l mondo duri tanto. Per la detta mutazion del cielo è mutata la qualità della terra e dell’aria, e dov’era abitata e sana, è oggi disabitata e inferma; e così per converso. E oltre a ciò veggiamo che naturalmente tutte le cose del mondo hanno mutamento e vengono a meno. La città di Viterbo fu fatta per li Romani anticamente, e fu chiamata Vergezia, ed ivi mandavano i Romani gl’infermi per rispetto delli bagni ch’escono dal bulicame [6], e però poi fu chiamata Viterbo, cioè vita, agl’infermi, ovver città di vita. La città di Orvieto fu fatta per li Romani, ed è Urbs veterum, cioè a dire città di vecchi, perchè gli uomini vecchi di Roma v’erano mandati per miglior aria che in Roma per mantenere lor sanità. La città di Cortona fu fatta insin’al tempo di Iano e de’ primi abitatori d’Italia, e prima ebbe nome Turna. La città di Chiusi fu similmente antichissima e potentissima, fatta ne’ detti tempi assai prima che Roma, e funne signore il re Porsena, di cui ragiona Tito Livio. La città di Volterra fu chiamata prima Antona, ed è molto antica, fatta, per li discendenti d’Italo, secondo che si legge nei romanzi, e indi fu il barone chiamato Buovo d’Antona. La città di Siena è assai nuova, e fu cominciata negli anni di Cristo seicento settanta, quando Carlo Martello, padre di Pipino, di Francia passava co’ Francesi per andare nel regno di Puglia in servigio della Chiesa, a conquistare i Longobardi ch’erano Arriani, ed era lor re Grimaldo di Morona, che faceva capo in Benevento, e perseguitava i Romani e la Chiesa. E trovandosi la detta oste de’ Romani e de’ Francesi in luogo, i vecchi e quelli che non erano sani, e quelli che non potevano portar arme, per non menarsegli dietro in Puglia, lasciarono m riposo nel detto luogo; e nel detto luogo cominciarono ad abitare, e fecionvi due ricetti a modo di due castella, dov’è oggi il più alto luogo di Siena, per istar più sicuri, e l’un e l’altro era chiamato Siena, derivando il nome per quelli che v’eran rimasi per vecchiezza; e poi crescendo gli abitanti, si raccomunarone insieme, e però secondo grammatica si nomina pluralmente Senae. Crescendo Siena, v’ebbe una grande e ricca e bella albergatrice, chiamata madonna Veglia, ed arrivando al suo albergo un cardinale, il qual era Legato che tornava dalle parti di Francia, la detta donna gli fece grande onore, e non gli lasciò pagare danaio: e il cardinale avendo ricevuto cortesia dalla donna, le domandò se in corte volesse niuna grazia. La donna gli rispose divotamente, che per suo amore procurasse che Siena avesse vescovado. Il cardinale le promesse di farne suo potere, e consigliolla ch’ella facesse che ’l comune di Siena mandasse imbasciaria al papa, e così fu fatto; che sollecitando il Legato il papa di questa faccenda, ebbono vescovo, e il primo fu messer Gualterano; e per dotare il vescovado tolse una pieve al vescovado d’Arezzo; e una a quel di Perugia, e una a quel dì Chiusi, e una a quel di Volterra, e una a quel di Grossetto, e una a quel di Massa, e una a quel d’Orvieto, è una a quel di Fiesole, e una a quel di Fiorenza; e così ebbe Siena vescovado, e fu chiamata città, e per onore di madonna Veglia, per la. qual fu prima promessa e dimandata la grazia, fu sempre nominata Siena la Veglia; sì che ora puoi tu comprendere il sito e le città e vescovadi che sono in Toscana.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò Saturnina, e disse la sua, come san Miniato fu martirizzato in Fiorenza al tempo di Decio iraperadore; e cominciò così.

Negli anni di Cristo ducento cinquantadue, essendo venuto in Fiorenza Decio imperadore, e dimorando ivi, come in camera di imperio, a suo diletto, perseguitando cristiani ovunque li trovava, udì dire, come il beato Miniato romito abitava presso alla città con suo compagni e discepoli, in una selva che si chiama Arisbetto fiorentino, dietro ov’è oggi la sua chiesa. Questo beato Miniato fu figliuolo del re d’Armenia, e lasciò il suo reame per la fede di Cristo e per far penitenza passò di qua dal mare, e andò a Roma, e poi si recò a star nella detta selva, la qual era assai soletaria; perchè la città di Fiorenza non si estendeva nè era abitata di là da Arno inverso dov’oggi è San Georgio, ma eravi solamente il ponte e non più e questo ponte era tra Girone e Candagli, e chiamavasi l’antico ponte de’ Fiesolani; e quell’era la dritta strada che andava a Roma e a Fiesole. Stando adunque il beata Miniato a far penitenza nella detta selva, Decio lo fe’ prendere, come racconta la leggenda sua, e grandi doni e profferte gli fe’ fare, come a figliuol di re, acciocchè negasse la fe’ cristiana, ed egli stette sempre fermo e costante, e non volle suoi doni: ove egli sofferse diversi martìri; e alla fine Decio gli fe’ tagliar la testa dov’è oggi la chiesa di Santa Candida alla porta alla croce, ove più amici di Cristo riceverono martirio. Tagliata la testa al beato Miniato, per miracol di Dio con le sue mani l’addusse al busto suo, e con suoi piedi passò Arno, e andossene in su quel poggio dov’ oggi è la chiesa sua, che allora v’aveva un picciolo oratorio, titolato nel nome di San Pietro apostolo dove molti corpi di santi furono seppelliti: e venuto in quel luogo il beato Miniato, rendè l’anima a Cristo; e il suo corpo per li cristiani segretamente fu seppellito in quel luogo, nel quale da’ Fiorentini, poi che furon fatti cristiani, fu divotamente onorato, fattovi una chiesa a suo onore. Ma la chiesa grande, che oggi troviamo, che gli fu dedicata al tempo di Aliprando vescovo e cittadino di Fiorenza, negli anni di Cristo mille tredici, fu cominciata e fatta per l’aiuto del cattolico e santo imperadore Arrigo secondo di Baviera, e della sua moglie imperadrice S. Cimiconda, che in quei tempi regnavano, e la dotarono di ricche possessioni in Fiorenza e nel contado per l’anima, loro. Fatta che fu la detta chiesa, fecero traslatare il corpo del beato Miniato nell’altare che è sotto le volte di detta chiesa, con molta festa fatta per lo detto vescovo e chiericato di Fiorenza con tutto il popolo; ma poi per lo comune di Fiorenza si compì la detta chiesa, e fecionvi le scale di macigno giù per la costa, e ordinarono che i consoli di Calimala fossero sopra la detta opera, ed avessonla in guardia. Avvenne nei tempi che Decio imperadore stava in Fiorenza, ch’ei fece perseguitare il beato Crisco con suoi compagni e discepoli, il qual fu delle parti di Germania gentil uomo, e faceva penitenzia nelle selve di Mugello dove oggi è la sua chiesa, cioè San Cresci in Valcava, e in quel luogo egli e i suoi seguaci da’ ministri di Decio furono martirizzati per la fede di Cristo; e così ve n’ebbe assai martirizzati. E la verace fede di Cristo fu prima recata nel paese di Fiorenza da Roma per Frontino e Paolino discepoli di san Pietro apostolo; ma ciò si faceva tacitamente, e pochi cristiani si facevano per paura de’ vicari degli imperadori ch’erano idolatri, e perseguitavano i cristiani dovunque li trovavano; e così dimorarono infin al tempo di Costantino imperadore e di san Silvestro papa. Vero è che la città di Fiorenza si resse sotto la guardia dell’imperio di Roma intorno di trecento cinquantanni, da pòi che prima fu fondata, tenendo la legge pagana e continovando l’idoli, con tutto che de’ cristiani n’avesse assai per lo mondo, ma dimoravano nascosamente in certi romitaggi e caverne di fuor delle città; e quelli ch’erano dentro non si palesavano cristiani per paura, delle persecuzioni che gli imperatori di Roma facevano loro. E questo durò, come è detto, infin al tempo del gran Costantino imperadore, figliuolo di santa Elena, che fu il primo imperadore cristiano, e dotò la Chiesa di tutto lo impero di Roma, e diede libertà ai cristiani al tempo del beato Silvestro papa, il qual lo battezzò e fecelo cristiano, e mondollo dalla lepra per virtù di Cristo in questo modo. Essendo Costantino leproso d’una lepra incurabile, ed avendo avuto consiglio da’ medici ch’egli si bagnasse in un bagno di sangue di fanciulli vergini, e avendo mandato il bando per tutta Roma, che qualunque femina avesse fanciulli piccioli dovesse recarli al palazzo suo, il qual era dov’è oggi la chiesa di San Giovanni Laterano, ed avrebbe ricchi doni dal signore, vi vennero assai madri con lor mamoletti [7] in collo; ed essendo tutte ragunate in un cortile dove si dovevano svenare tutti quei fanciulli, presentendo elle come la cosa doveva andare, cominciarono a far grandissimi pianti, e a scapigliarsi e darse delle mani nel volto. Sentendo Costantino questo romore, domandò ciò che quel voleva dire, e fugli risposto: Signore, quelle sono le madri dei mamoletti che voi avete fatti venire per farli svenare. Costantino pensò un poco, e poi vinto da pietà disse: Non piaccia a Dio ch’io consenti a tanta crudeltà per la sanità mia; innanzi intendo di morire; e subito fece licenziare quelle donne coi lor figliuoli, e diede loro ciò che l’era stato promesso, e così usò questo atto pietoso; il che piacque tanto a Cristo, che in quella notte, gli apparve in visione san Pietro e san Paolo, i quali gli dissero, se voleva guarire, che mandasse per Silvestro papa de’ cristiani, il qual abitava nel monte Soratte fuor di Roma. Sparita la visione, Costantino risentito mandò nel monte Soratte per Silvestro; e come egli fu venuto, Costantino gli disse: Padre mio, io ebbi stanotte una visione in questa forma. Due uomini, un vecchio ed un barbuto, mi dissero, s’io voleva guarire, ch’io mandassi per te, e così ho fatto. Rispose Silvestro e disse: Conoscereste voi quei due che vennero a voi? Disse Costantino, che sì. San Silvestro mandò per una tavoletta, insù la quale erano dipinti san Pietro e san Paolo, e mostrogliela. Disse Costantino: Per certo questi son essi, e veramente eglino eran fatti come son questi. Ove Silvestro si pensò che questa era fattura di Dio, egli disse che, se voleva guarire, diventasse cristiano con tutta la sua gente. Rispose Costantino, ch’era apparecchiato a far ciò ch’egli voleva. E così fu fatto, che san Silvestro lo fece entrare m una gran conca d’acqua ignudo, e segnò e benedì l’acqua, e per divino misterio fu Costantino sanato e liberato dalla lepra, così per questa grazia diventò cristiano, e fece molte chiese in Roma a onor di Cristo, e abbattè tutti i tempii de’ pagani, e rifermò la Chiesa in sua libertà, e die il temporale dello imperio alla Chiesa sotto censo, e se n’andò in Costantinopoli, la qual città è in Tracia sopra ’l Bosforo; e andandovi Costantino ad abitare, l’ampliò molto d’edifici ed altri ornamenti, e per suo nome così la fe’ nominare, che prima aveva nome Bisanzio, e misela in grande stato e signorìa, e di là fece sua sedia, lasciando di qua nell’imperio di Roma suoi Vicarii che combattevano per lo imperio e per Roma. Dopo Costantino, che regnò più di trenta anni tra nell’imperio di Roma e quel di Costantinopoli, rimasero di lui tre figliuoli; il primo ebbe il nome del padre, cioè Costantino, il secondo Costanzio, e il terzo Costante, i quali tra loro ebbero gran guerra e dissensione. Un di loro fu cristiano, cioè Costantino e un altro, cioè Costanzio, perseguitò i cristiani, e fu infetto d’una eresia che fu cominciata in Costantinopoli da un che aveva nome Arrio, e dal suo nome si chiamò, eresia arriana, molti errori sparse per tutto il mondo nella Chiesa di Dio. Questi figliuoli di Costantino per la lor dissensione guastarono molto lo imperio di Roma, e quasi lo abbandonarono: e d’allora in qua parve che sempre andasse addietro, ovver al dichino, e a scemar la sua signorìa, e a esser duo o tre imperadori a un’otta, e chi signoreggiava in Costantinopoli, e chi a Roma; e tale era cristiano, e tale era arriano, perseguitando i cristiani e la Chiesa per tutta Italia. Nel tempo che il gran Costantino si fece cristiano e diede libertà alla Chiesa, e san Silvestro papa stava palesemente in Roma, sparsesi la fede, di Cristo per Toscana, e poi per tutta Italia, e poi per tutto il mondo; e nella città di Fiorenza si cominciò a coltivar la verace fede di Cristo, e abbandonare il paganesimo, nel tempo d’un santo vescovo fatto da papa Silvestro. Nella città di Fiorenza era un tempio dedicato al Dio Marte: l’idolo di Marte, il qual era nel detto tempio, fu portato fuora, o fu posto in su una torre appresso al fiume Arno, e i Fiorentini non lo volsero rompere nè spezzare, nè porlo in luogo vile: perchè per le loro antiche memorie trovavano che il detto idolo di Marte era consacrato sotto certo ascendente, che come fosse posto in vil luogo, la città di Fiorenza avrebbe pericolo e danno e gran mutazioni. E con tutto che i Fiorentini fossero diventati cristiani, ancora tenerono molti costumi del paganesimo gran tempo, e temevano forte il loro antico idolo di Marte, ed erano poco fermi nella fede. Il detto lor tempio fu consacrato all’onor di Dio e del beato san Giovanbattista; e ordinarono che in quello si celebrasse la festa il dì della sua natività con solenni oblazioni, e che si corresse un pallio di velluto, e così s’è fatto per usanza. Furono ancora fatte le fonti del battesimo nel mezzo del detto tempio, ove si battezzano i fanciulli il giorno del sabbato santo, che si benedice nelle dette fonti l’acqua del battesimo e il fuoco, e ordinarono che il detto fuoco benedetto si spargesse per la città al modo che si faceva in Ierusalem, e che per ciascuna casa v’andasse uno con una facellina accesa. E di quella solennità v’è una degnità, che è in un casato di Fiorenza, che si chiamano e’ Pazzi, per un loro antico nomato Pazzo, forte e grande della persona, che portava maggior facellina, che nessun altro, ed era il primo che prendeva il fuoco santo e benedetto e poi tutti gli altri da lui. Il detto duomo si crebbe poi che fu consacrato a Cristo, dove oggi è il coro e l’altar di san Giovanbattista. Ma al tempo che ’l detto duomo fu tempio di Marte, non vera di sopra la detta aggiunta nè ’l capannuccio, nè la mela sopra; anzi era aperto disopra a modo di Santa Maria Ritonda di Roma, acciocchè il loro idolo di Marte, che stava nel mezzo del tempio, fosse scoperto al cielo. Dappoi nella seconda reedificazione di Fiorenza, nel mille centocinquanta anni dopo Cristo, si fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e la mela ch’è di sopra d’oro; e per più genti ch’hanno cerco del mondo si dice, che quello è il più bel tempio e duomo del tanto che si trovi o trovasse per antiche ricordanze.

Finita la novella, cominciò frate Auretto e disse: Per certo questa m’è piaciuta: ora io ti dirò una canzonetta; e disse così.

Nessun in me troverà mai mercede,

Per amor d’un che m’ha rotta la fede.

Io mi fe’ serva d’un gentil signore,

Dal quale io mi credeva esser amata,

E donagli con fe l’anima e ’l core;

Or io mi trovo da lui ingannata;

Ch’ e’ se n’è ito, ed hammi abbandonata.

Adunque è folle chi più a nessun crede.

E’ m’era già così nel cor entrato,

Ch’i’ m’era fatta serva a sua beltade;

E tant’era il mio cor di lui infiammato,

Ch’io gli donava mia virginitade;

Or se n’è ito per sua crudeltade,

E ’l dolor ch’io ne porto niuno il crede.

Adunque, donnesche seguite amore,

Pigliate essempio da me sventurata:

I’ non volli nessun mai per signore,

Se non costui che m’ha così lasciata.

Ma s’io vedessi mai sua ritornata,

Ben gli direi, che folle è chi gli crede.

Ballata mia, conterai il mio tormento

A ciascun che con pietà t’ascolta.

Di’ come il mio dolce innamoramento

M’è venuto fallato a questa volta;

E s’e’ m’avesse per sua donna tolta,

Sempre gli avrei pôrta, ferma fede.

Finita la canzonetta, i detti amanti posero per quel giorno fine ai loro dilettevoli ragionamenti, e presisi per mano s’accommiatarono, e ciascun di loro si partì con buona ventura.

GIORNATA DECIMOTTAVA

NOVELLA I

Ritornati i detti due amanti all’usato parlatorio il decim’ottavo giorno, cominciò Saturnina la novella sua, e disse così.

Come noi abbiamo detto dinanzi, l’imperio di Roma durò alla signoria de’ Francesi intorno di cento anni, nel qual tempo ebbe sette imperadori francesi, cioè da Carlo Magno infin ad Arnolfo, che fu la fin de’ Francesi, e per cagion delle lor discordie venne meno la potenza di Francia e dell’Alamagna, perchè non potevano aitar la Chiesa e i Romani dalla forza dei possenti Lombardi: ove egli ordinarono che la forza dell’imperio e la degnità non fosse più ne’ Francesi, e così fecero per decreto che l’imperio tornasse agl’Italiani; ed il primo imparadore italiano fu Luigi figliuol del re di Puglia, e nato per madre della figliuola di Luigi, secondo imperadore che ebbero i Romani francese. Questi fu coronato negli anni di Cristo novecentouno, e regnò sei anni, ed ebbe battaglie con Berengario che signoreggiava Italia, e cacciollo di signoria; dapoi il detto Luigi fu preso a Verona, e fu accecato, e Berengario fu rimesso in signoria e fu fatto imperadore in Italia, e regnò anni quattro, e molte battaglie ebbe co’ Romani, e fu prode in arme; e al suo tempo fu re de’ Romani, nell’Alamagna, appresso la signoria dei Francesi, uno che ebbe nome Currado di Sassonia; sì che l’uno regnava in Italia, e l’altro nell’Alamagna. E in questo tempo i Saracini passarono in Italia, e guastarono Puglia e Calavria, e sparsonsi, guastando molte parti dell’Italia, infino a Roma; ma ivi da’ Romani furono contrastati e sconfitti, e tornaronsi in Puglia. Dopo il detto Currado regnò nell’Alamagna Arrigo suo figliuolo, duca di Sassonia, il qual fu padre del primo Otho, che fu il primo imperadore nell’Alamagna, e signoreggiò in Italia, e fu dal papa consacrato dopo il primo Berengario detto di sopra, che fu imperadore in Italia, cioè il primo. Il secondo Berengario fu signore otto anni, ed in questo tempo papa Giovanni decimo di Tosigliano con Alberico marchese suo fratello andarono in Puglia contra Saracini, e con loro ebbero battaglie assai al fiume del Garigliano, e bene avventurosamente gli sconfissero, e cavaronli di Puglia; e poi tornati a Roma, nacque discordia tra il papa e ’l marchese, onde il marchese fu cacciato di Roma, e per corruccio andò in Ongheria, e fece passare in Italia grandissima moltitudine d’Ongheri, che quasi tutta Toscana e le terre di Roma distrussero e guastarono, occidendo maschi e femine, e ogni tesoro portarono via; ma poi furono cacciati da’ Romani, e poi ogni anno andavano li Romani in Ongheria, e guerreggiavano quelli. Appresso regnò Lottieri sette anni; e al suo tempo furono gran discordie in Italia, e la città di Genova fu distrutta dai Saracini d’Africa negli anni di Cristo novecento trentadue, ed uccisero e presero gli uomini, e tutto il lor tesoro se ne portarono in Africa. L’anno innanzi che questo fosse, apparve in Genova una fontana che largamente gittava sangue, il qual fu segno della lor fortuna e distruzione. Appresso a Lottieri regnò imperadore in Italia il terzo Berengario con Alberto suo figliuolo undici anni, Questi furono Romani, e signoreggiarono aspramente Italia, e presero Alvenda imperadrice, moglie che fu di Lottieri suo antecessore, acciocch’ella non si maritasse a signore che gli togliesse l’imperio. Ma Otho re di Alemagna, a richiesta del papa e della Chiesa, per discordia del detto Berengario e de’ Romani e dei tiranni d’Italia, si mosse di Alamagna, e passò in Italia con gran protenza e cacciò dall’imperio Berengario, e trasse di prigione la detta imperadrice, e sposolla in moglie nella città di Pavia. Accadde che poi il detto Berengario tornò nella grazia di Otho, il qual gli rendè la signoria di Lombardia, salvo la Marca Trivisana, e Verona ed Aquilea; poi tornò nell’Alamagna, ed ivi ebbe molte battaglie con gli Ongheri, e sconfisseli, e recolli a signoria. Ma dimorando egli poi nell’Alamagna, il detto Alberto figliuolo di Berengario, per sua signoria e forza, con il seguito de’ nobili e potenti romani, fece far papa Ottaviano suo figliuolo, che fu poi nomato papa Giovanni undecimo, il qual fu uomo di mala vita, tenendo pubblicamente le femine, e cacciava ed uccellava com’uomo laico, e più cose ree fece. Per la quale cosa i cardinali e il chericato di Roma è molti signori italiani, per la vergogna che il papa faceva alla Chiesa, e che Berengario faceva ree opere in Lombardia, mandarono imbasciadori segretamente a Otho re dell’Alamagna, che tornasse ancora in Italia a correggere il papa, e a corregger l’imperio, che Berengario e Alberto guastavano. Otho con gran potenza venne in Lombardia, prese Berengario, e mandollo prigione in Baviera, ed esso quivi vilmente finì sua vita. Alberto si fuggì d’Italia, e papa Giovanni fu distrutto del papato; e così fornì l’Imperio negl’Italiani in questo Berengario e in Alberto suo figliuolo, il qual per sei imperadori era durato cinquantaquattro anni, poi che vacarono i Francesi, e mai non fu più niuno imperadore d’Italia; e così tornò l’Imperio agli Alamanni, e ciò fu negli anni di Cristo novecento cinquantacinque. In quel tempo ebbe la Chiesa diverse mutazioni; perocchè tal ora furon, due papi a un’otta, e tal ora tre, cacciandosi l’un l’altro, e, facendosi morire e accecare, per la forza ch’avevano più l’un che l’altro, chi dallo imperadore che regnava, e chi da’ potenti Romani, e dagli altri tiranni d’Italia: di che gran tempo ne fu la Chiesa in tribulazione. Avvenne che il detto Otho re dell’Alamagna, avendo deposto papa Giovanni per le sue pessime operazioni, fece elegger papa Leone ottavo; e allora si fe’ un decreto, che non si potesse elegger papa senza la voce dello imperadore; e poi il detto Otho fu eletto e consacrato imperadore dal detto papa negli anni di Cristo novecento cinquantacinque, e questi fece molti doni alla Chiesa. Questo Otho fu di Sassonia, e regnò dodici anni imperadore, facendo grandi e buone opere in accrescimento dellaChiesa e dello imperio, e pacificò tutta l’Italia; e ciò fatto, si tornò nell’Alamagna con la sua donna Alvenda, dalla quale aveva avuto un figliuolo, al quale aveva posto nome similmente Otho, e chiamarsi Otho secondo. Com’egli fu tornato nell’Alamagna, fu deposto papa Leone per li malvagi Romani, e fecero papa Benedetto quinto. Sentendo questo Otho imperadore, subito si mosse dall’Alamagna con grande esercito, e assediò Roma, e alla fine prese papa Benedetto, e mandollo nell’Alamagna, e là morì vilmente, e poi rimesse papa Leone in sedia, e pacificò tutta Italia, e molti dei suoi baroni fece grandi e ricchi di qua, fra’ quali fur il cominciamento i conti Guidi, de’ quali ebbe nome il primo Guido, e lo fece conte palatino, e diedegli il contado di Modigliana in Romagna, e poi i suoi discendenti furono quasi signori di tutta Romagna, infin che furono cacciati di Romagna per loro oltraggio, salvo un fanciullo che ebbe nome Guido Besague, per li suoi che furon tutti in sangue morti, e per Otho imperadore fu fatto signor di Casentino, e questo fu quello che tolse per moglie in Fiorenza la contessa Gualdrada figliuola di Belincone Berti di Ravignano, onorevole cittadino di Fiorenza. Anco si trova che il detto Otho primo, per l’amor che puose alla città di Fiorenza, le diede sei miglia di contado intorno; e quando si tornò nell’Alamagna, molti de’ suoi baroni rimasero cittadini di Fiorenza, fra’ quali fu quell’Uberto, dal quale poi nacque la casa degli Uberti, e un altro barone, che ebbe nome Lamberto, e da lui poscia discesero i Lamberti. Poi che morì Otho primo, fu fatto imperadore Otho secondo suo figliuolo, il quale regnò quindeci anni. Un papa Giovanni terzo, il quale aveva incoronato Otho secondo, fu preso dal prefetto Pietro, e messo in prigione in Castel Sant’Angelo; ma il detto Otho lo rimesse in sedia, e molti Romani, che di ciò ebbero colpa, fece morir di mala morte. Al tempo di costui i Saracini presero Calavria, ed egli andò loro incontra con grand’oste de’ Romani e Tedeschi e Lombardi e Toscani e Pugliesi; ma per la mala condotta, e perchè i Romani e i Beneventesi si fuggirono, fu sconfitto con gran danno dei cristiani; ed egli fu preso dai corsali greci, ma per ingegno si fece menare in Sicilia, ove fu conosciuto, e scampò dalle mani di color che l’avevano preso. Il detto Otho poi assediò Benevento, ed ebbelo e disfecelo, e reconne il corpo di san Bartolommeo a Roma per portarselo in Sassonia, ma tornato a Roma si morì; e poco appresso dopo la morte sua fu chiamato Otho terzo suo figliuolo, e coronato da papa Gregorio quinto negli anni di Cristo novecento settantanove, e regnò diecinove anni; ed avendo messa tutta Italia in pacifico stato, tornossi nell’Alamagna. Crescenzio console di Roma cacciò papa Gregorio, e messevi un Greco, vescovo di Piacenza, il quale era molto savio. Ove sentendo ciò Otho imperadore, si mosse d’Alamagna con grande esercito, ed essendo entrato in Roma, alla fine prese questo Crescenzio, e fecelo decapitare, e a quel papa il quale si faceva chiamare papa Giovanni sestodecimo, ch’egli aveva fatto fare, fe’ tagliar le mani e cavar gli occhi, e rimesse in sedia papa Gregorio; e così, lasciò Roma e tutta Italia in pace, e tornossi nell’Alamagna, e di là morì bene. Era di là di Brandeborgo un marchese Ugo, il qual era rimaso in Fiorenza vicario per lo imperadore; e perchè gli piacque la stanza di Fiorenza, vi fe’ venir la moglie. Avvenne, come piacque a Dio, che andando egli a caccia per la contrada di Buonsollazzo, si smarrì per lo bosco dalla sua gente, e capitò, alla sua visione, a una fabrica; e quivi trovando uomini isforma ti e nuovi, gli pareva che tormentassero uomini con le martella, e dimandò che ciò era, e fugli detto ch’erano anime dannate, e che a simil pene era dannata l’anima del marchese Ugo per la sua vita mondana, se non tornava a penitenza. Egli con gran paura si raccomandò alla Vergine Maria, e fatta la visione, rimase sì compunto dallo spirito, che tornandosi a Fiorenza, tutto lo suo tesoro e della moglie vendè, e fece fare sette badìe. La prima fu quella di Fiorenza, a nome di Santa Maria; la seconda fu quella di Buonsollazzo, dove ebbe la visione; la terza fece fare in Arezzo; la quarta a Poggibonzi; la quinta alla Verucula di Pisa; la sesta a Città di Castello; la settima fu quella di Settimo; e tutte queste badie dotò riccamente, e vivette poi egli e la moglie in santa vita, e non ebbe nessun figliuolo, e poi morì, e fu sepolto nella badia di Fiorenza. Morto Otho terzo imperadore, parve al papa e a’ cardinali e a’ principi di Roma che lo imperio si facesse alla elezion degli Alamanni, però che erano presenti, e gran braccio de’ cristiani, confermandosi per la Chiesa, essendo approvato degno; e furon per decreto ordinati sette elettori dell’imperio dell’Alamagna, e che altri degnamente non potesse esser eletto imperadore se non per li detti principi. Il primo, elettore fu il vescovo di Magonza, cancelliere dell’Alamagna; il secondo fu lo arcivescovo di Treveri cancelliere in Gallia; il terzo fu l’arcivescovo di Colonia; il quarto fu il marchese di Brandeborgo camerlingo; il quinto fa il duca di Sassonia, che gli porta la spada; il sesto fu il conte palatino del Reno; e il settimo il re di Boemia, e senza lui non vale la elezione. Or ti vo’ dir tutti gl’imperadori che sono stati da quel tempo infino adesso, e quanto regnò ciascuno, e brievemente le sue comparazioni. Avvenne che essendo morto Otho terzo imperadore, gli elettori elessero Arrigo primo duca di Baviera. Questo fu del legnaggio di Carlo Magno, e fu eletto negli anni di Cristo mille, e regnò, dodici anni e mezzo avventurosamente in ogni battaglia le fece tornare alla fede di Cristo Stefano re d’Ongheria e tutto il suo reame, e diegli per moglie la sorella. Dopo la morte di questo Arrigo fu eletto Currado primo allo imperio, e consacrato per Benedetto papa ottavo negli anni di Cristo mille quindeci. Questi fu di Soavia, e regnò nello imperio venti anni, e fu giusto uomo, e tenne lo imperio assai tempo in pace. Dopo costui fu eletto Arrigo secondo, che si disse che fu suo figliuolo, ma pur egli fu genero del detto Currado imperadore, e figliuolo del conte Lapaldo palatino di Baviera, nipote del primo Arrigo. Questo Arrigo fu eletto negli anni di Cristo mille quaranta, e regnò diecesette anni, e fu coronato da papa Clemente secondo. Il detto imperadore fece fare il detto papa Clemente per forza; e dopo la morte di costui fu eletto imperadore Arrigo terzo negli anni di Cristo mille cinquantacinque, e regnò nello imperio dodici anni; e questi fu figliuolo dell’altro Arrigo di Baviera. Al tempo di costui furono molte novità, per tutto il mondo, e fame e mortalità grande. Questo Arrigo terzo fece far per forza papa Vittorio dell’Alamagna, e comunemente fu inimico della Chiesa; dopo costui fu eletto Arrigo quarto di Baviera, figliuolo del sopradetto Arrigo terzo, negli anni di Cristo mille cento sette, e regnò quindeci anni, e fu sempre gran nimico della! Chiesa; e nella casa di Baviera per costui finì lo imperio. Dopo lui fu eletto Federigo detto Barbarossa della casa di Soave. Questi fu coronato a Roma per papa Adriano quarto negli anni di Cristo millecento cinquantaquattro, e regnò trentasette anni. Questo era largo e magnanimo; e ben avventuroso in ogni cosa, e al suo tempo fece eleggere in imperadore Arrigo suo figliuolo; e fu coronato per papa Celestino negli anni di Cristo mille cento novantadue, e fece molto notabili cose al suo tempo. Morto questo Arrigo imperadore, contrasto fu grande tra gli elettori e l’una parte, elessero Filippo duca di Soavia, fratel del detto Arrigo, e l’altra elesse Otho duca di Sassonia; e il detto Filippo vinceva, ma papa Innocenzio favoreggiò Otho, perchè Filippo non fosse imperadore, perch’era fratel di Arrigo, ch’aveva perseguitato la Chiesa; e così fu fatto e coronato Otho re de’ Romani negli anni di Cristo, mille ducentotre. Questo Otho fu pessimo, ed essendo nimico della Chiesa, fu deposto per lo concilio generale; e la Chiesa ordinò che gli elettori eleggessero per re de’ Romani Federico il giovane, re di Sicilia, il qual era nell’Alamagna contra al detto Otho; ed esso Otho andò al passaggio di Damiata oltre il mare, e di là morì, e Federico venne a Roma; e fu fatto e coronato re de’ Romani e imperadore da papa Onorio terzo, negli anni di Cristo mille ducente venti. Essendo costui nimico della Chiesa, fu deposto dal titolo dello imperio, il papa mandò agli elettori, che dovessero eleggere il re de’ Romani, e fu eletto Guglielmo conte d’Irlanda, valente signore, il qual ebbe gran guerra col figliuolo del detto Federigo; e alla fine Guglielmo morì, e stette vacante l’imperio gran tempo, e alla fine gli elettori elessero due imperadori. L’una parte dei detti elettori, che furono tre, elessero il re Alfonso di Spagna, e l’altra parte elessero Riccardo conte di Cornovaglia, e fratello del re d’Inghilterra; ma la Chiesa più favoreggiava Alfonso, perchè egli venisse di qua con sua forza a battere l’orgoglio di Manfredi. Fu poi eletto re de’ Romani il re Ridolfo in Alamagna, ma non venne per la benedizione imperiale, anzi attese sempre a’ fatti di là, non curando i fatti d’Italia, e morì negli anni di Cristo mille ducente novantauno; e poscia fu eletto dagli elettori re de’ Romani Attaulfo conte d’Anasi Alamanno, ma non pervenne alla degnità imperiale, anzi fu morto per Alberto duca d’Osterliche, figliuolo del re Ridolfo, in battaglia, negli anni di Cristo mille ducento novantanove. Avendo avuto il detto Alberto la vittoria contra Attaulfo, si fece eleggere re de’ Romani, e poi confirmare a papa Bonifacio. Nell’anno mille trecent’otto, essendo morto il re Alberto, gli elettori erano in grandissima discordia tra loro di far l’elezione; e il re di Francia, sentendo la vacazion dell’imperio, si pensò che gli verrebbe fatto il suo pensiero e intendimento con poca fatica, per una promessa che gli aveva fatta papa Clemente, segretamente, quando gli promise di farlo far papa; e ragunò suo segreto consiglio con messer Carlo di Valois suo fratello, e quivi compose e dispose il suo intendimento, e il lungo desiderio ch’egli aveva avuto di fare eleggere re de’ Romani messer Carlo detto; e detto loro tutto il fatto come stava, dimandò il consiglio loro. A questa impresa lo confortavano tutti i suoi consiglieri, e che in ciò s’adoperasse tutto ’l suo potere e della corona e del reame, sì che venisse fatto, e sì per l’onor di messer Carlo di Valois che n’era degno ed acciocchè la degnità dello imperio tornasse a’ Francesi. Inteso per lui e per messer Carlo il buon volere e conforto de’ suoi consiglieri, furon molto allegri, e ordinarono senza indugio che il re e messer Carlo con gran forza de’ baroni e cavalieri andassero a Vignone al papa, innanzi che gli Alamanni facessero altra elezione, mostrando e dando voce che l’andata fosse per la richiesta contra la memoria di papa Bonifacio, e che il re richiedesse il papa della fede segreta promessa, cioè d’eleggere e confirmare imperadore messer Carlo di Valois, e trovassesi sì forte, che niun cardinale ardisse di disdirlo e contrariarlo, E così fece comandare a tutti i baroni e cavalieri che s’apparecchiassero, ch’egli voleva andare a visitare il papa a Vignone; e il simil fece comandare al siniscalco di Provenza, tal che dovevano essere più di sei mila cavalieri. Ma, come piacque a Dio; per non volere che la Chiesa fosse sottomessa alla casa di Francia, fu fatto saper segretamente al papa; ove il papa temendo della venuta del re e della forza sua e ricordandosi della fede segretamente promessa, riconoscendo ch’era molto contra la libertà della Chiesa, ebbe segreto consiglio col cardinal da Prato, dicendogli ch’egli aveva preso isdegno col re di Francia per le disordinate richieste; e il detto cardinale gli rispose: padre santo, qui non è altro che un rimedio, cioè che innanzi che ’l re vi faccia la richiesta, per voi si ordini segretamente che i principi dell’Alamagna segretamente e subito facciano elezione dello imperadore. Al papa piacque il suo consiglio, e disse: Chi vi vogliam noi mandare per imbasciadore che dica agli elettori che eleggano lo imperadore a nostro modo? e chi vogliamo per imperadore? Allora il cardinale, uomo molto avveduto, non per la libertà della Chiesa, quanto per la sua propria, è per rilevar parte ghibellina in Italia, disse: Io sento che il conte di Lucinborgo è oggi il miglior giorno, dell’Alamagna, e il più leale e ’l più franco e ’l più cattolico; e non dubito, s’egli viene a questa degnità, ch’egli non sia ubbidiente alla Chiesa, ed è uomo da veder di lui gran cose. Questi al papa piacque per la buona fama che sentiva di lui, e disse: Questa elezione come si può fornire per noi, mandando le lettere con nostra bolla, che non lo senta il nostro collegio? Disse il cardinale: Fate a lui e agli elettori tutte le lettere con lo picciolo e segreto suggello, ed io scriverò loro per mia lettera più a pieno il vostro intendimento, e mandarolla per un mio famiglio; e così fu fatto; che, come piacque a Dio, giunti i messi in Alamagna, e appalesate le lettere, subito gli elettori elessero Arrigo di Lucinborgo re de’ Romani, e così fu per l’industria del detto cardinale che scrisse così: Fate d’esser d’accordo ad elegger il tale; se non, l’elezione e lo imperio torna ai Francesi; e fatto ciò, l’elezion fu pubblicata in Francia e in corte del papa, e il re di Francia si tenne ingannato, e non fu mai poi amico del papa. Nel detto anno essendo fatta la elezion d’Arrigo di Luzinborgo, fu per lo detto papa consacrato imperadore: Questi era savio, prodo e grazioso e sicuro in fatti d’arme, e con la spada in mano fa coronato, e fu allo assedio di molte terre di Toscana, e spezialmente di Fiorenza, perocchè pose suo campo a San Salvi e a San Cassano, e fu gran nimico del re Ruberto, e, dopo molti gran fatti che fece in Toscana, si mosse da Pisa per andare nel reame, e morì a Buonconvento, di là da Siena dodici miglia, il dì di san Bartolomeo, negli anni di Cristo mille trecento tredici. Dopo la morte di detto Arrigo, gran ragunata fu fatta nell’Alamagna, per combattere insieme il duca di Osterliche e quel di Baviera, i quali amendue erano eletti re dei Romani, e stettero avvisati l’un contra l’altro un tempo in su ’l fiume del Reno, coi quali era quasi tutta la cavalleria nell’Alamagna, chi dall’una parte e chi dall’altra, e alla fine si partirono senza combattere, perchè quel di Baviera non poteva durar le spese, e poi indi a poco tempo il duca di Baviera isconfisse in campo il duca d’Osterliche, e fu eletto re de’ Romani, e poi passò in Italia, e venne a Roma, e fu incoronato e fatto imperadore, e chiamossi il Baviero. Dopo costui fu eletto e coronato Carlo quarto re di Boemia, il quale è suto fatto come ognuno ha potuto vedere. Sì che tu hai potuto udire tutti gli eletti e tutti quelli che son venuti alla benedizione imperiale, poi che l’imperio venne agli Alamanni. È vero che prima fu il re Giovanni di Boemia, ma non ebbe la benedizione imperiale.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò frate Aurettola sua, e disse: Io ti vo’ dir d’una valente donna, la quale ebbe nome la contessa Matilda; e cominciò così.

La madre della contessa Matilda fu figliuola dello imperadore di Costantinopoli, nella cui corte ebbe uno Italiano di nobili costumi e di gran legnaggio, liberale e mastro nell’arme, amabile a tutti e grazioso. Cominciando costui a guardare la figliuola dell’imperadore, occultamente di matrimonio si congiunsero insieme, e tolsero gioielli e pietre preziose, e quella pecunia che poterono avere; e segretamente si partirono di Costantinopoli, e vennero in Italia, ed arrivarono nel vescovado di Reggio in Lombardia. Di questa donna e del marito nacque la valente contessa Matilda. Il padre della donna, cioè l’imperadore di Costantinopoli, il qual non aveva altri figliuoli, assai fece cercar per lei innanzi che la potesse trovare, e poi che fu trovata, le fu detto da coloro che la trovarono, che dovesse tornare, e di questo la pregarono assai, dicendo che il padre la mariterebbe a qualche principe; ed ella rispose e disse: Costui è quello ch’io voglio sovra ogni altro, e sarebbe impossibile a me lasciarlo; e s’egli morisse, giammai con altro uomo non mi congiungerei. Annunziate queste parole allo imperadore, subito mandò lettere in confirmamento del matrimonio, e mandò pecunia senza numero, e comandò che si comprassero castella e ville per qualunque prezio si potessero trovare, e facessero nuove edificazioni; e così fu fatto. La donna fece fare una rocca da non potere esser combattuta, la qual si chiama la Canossa; dove poi la contessa Matilda fece fare un munistero di monache e dotollo: e molti più munisteri ella edificò, e molti ponti fece far sopra i fiumi di Lombardia e in Garfagnana, e nel vescovado Modonese ebbe molte possessioni, e nel Bolognese Arzelata e Medicina, gran ville e spaziose, e tutte furono di suo patrimonio, e molte castella ebbe in Toscana, e molti nobili uomini si fece vassalli, ed edificò molte chiese cattedrali e dotolle. La contessa Matilda, essendo rimasa erede, si deliberò di maritarisi; e intesa la fama e la persona e l’altre parti di un duca di Soavia, che aveva nome Guelfo, solenni messi e legittimi procuratori mandò a lui, che tra lui e lei, avvegna che non fossero presenti, le parti del matrimonio confirmassero, e ratificassero il matrimonio, e ’l luogo dove le nozze si dovessero fare, e dar l’anello; ove si deliberò che fosse al nobil castello de’ conti Cinesi, cioè Cinensi, avvegna ch’oggi sia distrutto. E venendo il detto Guelfo di Soavia al detto castello, la contessa Matilda con molta cavalleria gli andò incontra, e con molta letizia si fecero le nozze e la festa grande; ma tosto tristizia succedette a quella allegrezza, per lo mancamento dell’ingenerare, il quale spezialmente è detto esser la volontà del matrimonio, però che Guelfo la moglie non poteva conoscer carnalmente, nè altra femina, per esser di natura frigida, o per altro impedimento. E volendo il detto Guelfo riparare alla detta vergogna, disse alla moglie che quello gli era avvenuto per malie che fatte gli erano per alcuni che gli avevano invidia de’ suoi felici avvenimenti. Ma la contessa Matilda piena di fede dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini magnanimi, e di questi maleficii nulla intendendo, schernita, a sè per lo marito temendo, della camera sua tutti gli ornamenti e letti e vestimenti ed altre cose tutte comandò che si votassero, e la mensa ignuda fece apparecchiare; e chiamato Guelfo suo marito, e tutta spogliata de’ suoi vestimenti, e i crini del capo diligentemente scrinati, disse: Niune malìe esser possono, vieni e usa il nostro congiungimento; e non possendo usare, gli disse la contessa: Alle nostre grandezze tu pensasti fare inganno: or per lo nostro onore a te perdonanza concediamo, ma comandiamti che senza dimoranza tu ti debbia partire, e alle tue proprie case ritornare, la qual cosa se di far ti starai, senza pericol di morte non puoi scampare. Egli spaventato di paura, e confessata la verità, avacciò [8] il suo ritorno in Soavia. La contessa, temendo e tacendo, gl’incarichi del matrimonio, la sua vita infino alla morte in castità trasportò, attendendo a cose di pietà, cioè molte chiese e spedali edificò. Questa contessa Matilda fece testamento, e tutto ’l suo patrimonio sopra l’altar di san Pietro offerse, e la chiesa di Roma ne fece erede, ed appresso morì in Dio; ed è seppellita nella chiesa la quale ella magnificamente aveva construtta e dotata; e morì negli anni di Cristo mille cento quattordici, e fu tenuta ed era la più valente donna che fosse al suo tempo. Finita la novella, cominciò Saturnina la canzonetta sua, e con molta piacevolezza disse così.

Quante leggiadre foggie trovan quelle

Che voglion sovra l’altre esser più belle!

Fan di lor teste belle tante chiese,

Per esser ben da gli amanti guardate,

E fan nei vestimenti sì gran spese,

Per parer più che l’altre innamorate.

Queste son quelle che son vagheggiate.

Perchè ne gli atti lor son tanto snelle.

Veston villani e cappe alla francese,

Cinte nel mezza all’uso mascolino,

Le punte grande alla foggia tedesca,

Polite e bianche quanto un armellino.

Queste son quelle donne d’amor fino

Ch’hanno lor visi più chiari che stelle.

Portano a lor capucci le visere,

E mantelline a la cavalleresca,

E capezzali, e strette alle ventriere,

Coi petti vaghi alla guisa inghilesca.

Qualunque donna è più gaia e più fresca,

Più tosto il fa per esser fra le belle.

Vanne, ballata, alla città del fiore,

Là dove son le donne innamorate:

Di’ dove io ti creai, e per cui amore,

A vedove e a donzelle e a maritate;

Di’ che le foggie che loro han trovate

Le fan parer più che le non son belle.

Detta la canzonetta, i detti due amanti posero fine per quel giorno a’ loro ragionamenti, e ciascun di loro si partì con buona ventura.

GIORNATA DECIMANONA

NOVELLA I.

Tornati i detti due amanti il decimonono giorno al solito luogo, disse frate Auretto: Saturnina mia, perchè oggi tocca a me a cominciare, io ti vo’ dire, come fu eletto imperadore Federico, detto Barbarossa, che fu il primo della casa di Soavia; e cominciò così:

Dopo la morte di Currado di Sassonia, re dei Romani, fu eletto imperadore Federico, detto Barbarossa, soprannomato Federico il Grande. A questo rimasero le voci di due elettori, ed egli si chiamò lui stesso, e fe’ imperadore se medesimo, poi passò in Italia, e fu incoronato, a Roma per papa Adriano quarto negli anni di Cristo mille cento cinquantaquattro, e regnò imperadore anni trentasette. Il dì medesimo che fu coronato ebbe gran zuffa tra’ Romani e sua gente nel prato di Nerone, dove il detto imperadore era attendato, e questo fu gran danno de’ Romani, ed intorno al portico di S. Pietro tutto arse, cioè tutto ciò ch’è intorno a S. Pietro. Tornando poi detto imperadore in Lombardia il primo anno del suo imperio, perchè la città di Spoleti non gli ubbidiva, perch’era della Chiesa, vi si pose a oste e vinsela, e tutta la fece disfare, per voler occupar la ragion della Chiesa, e qui se ne fece nimico. Dopo la morte di papa Adriano, fu eletto papa Alessandro terzo da Siena, che fu papa dodici anni, e per voler mantenere la ragion della Chiesa ebbe gran guerra col detto Federico: per la qual cosa l’imperadore gli fece far contra quattro antipapi scismatici, l’uno appresso all’altro; e tre furono cardinali; il primo fu Antoniano, che si fe’ chiamare Vittorio; il secondo fu Guido da Cremona, che si fe’ chiamar Pascale; il terzo fu Giovanni Stamense, che si fe’ chiamar Calisto; il quarto ebbe nome Landone, che si fe’ chiamar Innocenzio. Onde nella Chiesa di Dio ebbe grande scisma ed afflizione, però che questi papi con la forza di Federico tennero il tutto, sì che nulla signoria teneva papa Alessandro. Ma esso valentemente contra tutti pugnò, e scomunicò tutti quelli, e l’un dopo l’altro morirono di mala morte. Ma regnando eglino con la forza di Federico, e non potendo papa Alessandro stare in Roma, se n’andò con la corte in Francia al re Luigi, il quale lo ricevette graziosamente. E dicesi in Francia, che venendo il papa celatamente, con poca compagnia, a guisa d’un picciolo prelato, incontanente che fu a San Moro appresso a Parigi, e non avendo nel paese novella alcuna del papa, per divino miracolo si levò una voce, ecco il papa, ecco il papa, e cominciarono a suonare le campane. Ove il re con tutto il chiericato e tutto il popolo di Parigi se gli fece incontra; di che il papa si meravigliò forte, perocchè nullo sapeva di sua venuta, e ringraziò Dio, e poi palesò al re e ai popolo la cagione della sua venuta. Il papa fece consiglio in Parigi, e scomunicò Federico e deposelo dallo imperio, ed assolvè tutti i suoi baroni dal sacramento, e depose quelli di casa Colonna di Roma, che mai potessero avere degnità, eglino nè loro successori, perocchè al tutto furono all’aiuto di Federico contra la Chiesa. In quel concilio tutti i re e signori di Ponente promisero co ’l detto re di Francia di essere allo aiuto della Chiesa contra a Federico imperadore, e così se gli nibellarono queste città di Lombardia, Milano, Cremona, Piacenza, e tennero con la Chiesa. Federico passò per Lombardia per andare in Francia contra Luigi re di Francia, che riteneva papa Alessandro; e trovata la città di Milano che se gli era ribellata, per longo assedio l’ebbe negli anni di Cristo mille cento sessantadue e cacciò a terra le mura, e tutta la fe’ arare, e seminare di sale, e i corpi de’ tre Magi, i quali vennero ad adorare Cristo per lo segno della stella, ed erano nella città di Milano, mandò in Alamagna, nella città di Colonia. Passando poi Federico i monti per distruggere il reame di Francia, con l’aiuto del re di Boemia e di Danesmarche entra in Borgogna. Ma il re di Francia, con l’aiuto del re d’Inghilterra suo genero, e con più altri baroni e signori, fu a contradirlo; sì che per la grazia di Dio non ebbe nessun potere, nè acquistò terra nessuna, e per difetto di vettovaglia si partì e tornò addietro, e cominciò a guerreggiare i Romani perch’erano tornati alla parte della Chiesa. Essendo i Romani a oste a Toscolano, per lo cancelliere di Federico con le sue masnade de’ Tedeschi furono sconfitti nel luogo detto Monte del Porto; dove molti Romani furono morti, e sì in gran quantità, che nelle carra portavano i morti a Roma per seppellirli. E questa sconfitta si dice essere stata per tradimento de’ Colonnesi, i quali furono sempre con l’imperadore contra la Chiesa, e perciò il papa li privò d’ogni beneficio temporale e spirituale, e i Romani cacciarono i Colonnesi fuor di Roma, e disfecero loro una bella fortezza che si chiamava l’Augusta, la qual fece fare Cesare Augusto; e ciò fu negli anni di Cristo mille cento sessantasette. Dopo questo, lo imperadore venne all’assedio di Roma per distruggerla, e l’aveva molto stretta, e i Romani fecero prendere le teste di san Pietro e di san Paolo al chiericato e le portarono a processione per tutta Roma. Lo imperadore per volontà di Dio, e per miracoli dei santissimi Apostoli, si partì dall’assedio di Roma con tutta la gente, e andò a Viterbo, e la città di Roma fu liberata. Essendo papa Alessandro stato longo tempo in Francia, con la forza del re di Francia e di quel d’Inghilterra, tornò con la corte sua in Italia per mare, e capitò in Sicilia, e devotamente fu dal re Gilio ricettato e favoreggiato, riconoscendosi fedele della Chiesa; per la qual cosa il papa lo riconfirmò re di Sicilia, e rendègli Puglia. E il re con suoi navilii l’accompagnò per mare infino alla città di Vinegia, nella quale volle andare il papa per più sicurtà di lui, acciocchè Federico imperadore non lo potesse offendere, e per favoreggiare i fedeli della Chiesa in Lombardia; e fece sua stanza nella città di Vinegia, e dai Viniziani fu riverentemente ricevuto, per lo cui favore i Milanesi rifecero la città di Milano negli anni di Cristo mille cento sessantotto; e da poi poco tempo i Milanesi con l’aiuto de’ Piacentini e Cremonesi, e di altre città di Lombardia su ’l fiume Tanaro edificarono una città, quasi come una bastìa incontro alla città di Pavia, che sempre fu contra Milano, e teneva con l’imperadore. Questa fu creata città per papa Alessandro, e dal suo nome la chiamò Alessandria, e le die’ vescovo. Avvenne che l’imperadore Federico, vedendo molte città ribellate da lui, e tenere con la Chiesa, la qual era molto montata in istato col favore del re di Francia e del re d’Inghilterra e di quel di Sicilia, procacciò di riconciliarsi con la Chiesa, acciocchè in tutto non perdesse l’onore dell’imperio; e con solenni imbasciadori mandò a Vinegia a papa Alessandro a dimandar pace, promettendo di fare ogni emenda alla Chiesa; onde dal papa fu esaudito benignamente; per la qual cosa l’imperadore venne a Vinegia, e gittossi a’ piedi del papa chiedendo misericordia. Allora il papa gli pose il piè ritto in su’ collo, e disse il verso del salterio: Super aspidem et basiliscum ambulabis, et conculcabis leonem et draconem. E lo imperadore rispose: Non tibi, sed Petro; e il papa disse: Io son vicario di Pietro; e poi gli perdonò ogni offesa che avesse fatta alla Chiesa, facendolo restituire ciò ch’egli tenesse di quella; e così promise con patti, che ciò che si trovasse che la Chiesa in quel dì tenesse, in perpetuo fosse della Chiesa (e trovossi che Benevento in questo fu della Chiesa; e ciò fatto, lo pacificò coi Romani e con Manuele imperadore di Costantinopoli e col re di Sicilia e co’ Lombardi; e per emenda gli promise d’andar oltra il mare al soccorso della Terra Santa; imperocchè Saladino, soldano di Babilonia, aveva presa Gierusalem e più altre terre in quei luoghi che tenevano i cristiani; e così fece negli anni di Cristo mille cento settant’otto, che con grand’oste d’Alamagna si partì, e andò per terra per l’Ongheria a Costantinopoli, e poi navicò infino in Armenia; ma ivi giunto, essendo il caldo grande, bagnossi in un picciol fiume, e disavvedutamente affogò; e ciò si crede che fosse per giudicio di Dio, per le persecuzioni che fatte aveva alla Chiesa. E di lui rimase un figliuolo ch’aveva nome Arrigo, il quale ello aveva fatto dal detto papa eleggere re dei Romani innanzi ch’egli passasse oltra il mare; e questo fu negli anni di Cristo mille cento ottantasei, e morto Federico in quel viaggio, il figliuolo con tutta la gente si tornò di Soriain Ponente senza far niun acquisto.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò Saturnina e disse: Io ti vo’ dire la progenie di Riccardo re d’Inghilterra, e come ella ebbe origine da Normandia: e disse così.

La progenie di Riccardo re d’Inghilterra, anticamente da Normandia, ebbe principio in questo modo. Dal primo duca di Normandia che fu fatto cristiano per lo imperadore re Carlo il Grosso, nacque Guglielmo, detto Spada Longa, e di lui nacquero Ruberto e Riccardo, e di Riccardo nacque Riccardo che fu padre di Ruberto Guiscardo re di Puglia, e di Ruberto che rimase duca di Normandia nacque Guglielmo il Bastardo, e l’acquistò in questo modo. Credendosi giacer con la figliuola d’un suo ricco borghese, la quale molto gli piaceva, fu ingannato dalla madre, la quale, per iscampar la vergogna della figliuola, trovò una molto bella damigella povera, che molto s’assomigliava alla figliuola, e quella in iscambio della figliuola mise in camera col detto duca Ruberto, onde ne nacque il detto Guglielmo il Bastardo; e la notte che la madre lo generò, le venne questa visione, che pareva che dal corpo gli uscisse una quercia, la qual crebbe tanto, che i suoi rami tenevano infino in Inghilterra. E veramente questa fu visione di vera profezia, com’io ti dirò appresso: e perchè bastardo fosse, non è da tacere di lui; però che come egli fu grande, e seppe di sua nazione, si mise in fatti d’arme, e fu maraviglioso in prodezza, in senno e in cortesia, e per suo valore passò in Inghilterra, e combattè con Taul, ch’allora era re, e lo vinse e ucciselo in battaglia, e fecesi re d’Inghilterra, negli anni di Cristo mille sessanta sei, e regnò ventisei anni. Dopo lui regnò Guglielmo suo figliuolo, e dopo questo, Arrigo suo figliuolo, il qual ebbe per moglie la figliuola di Luigi re di Francia. Questo Arrigo fu col detto Luigi e con papa Alessandro contra Federico Barbarossa, quando venne in Italia e in Borgogna, come detto è. Questo Arrigo fu quel che fece uccidere il beato Tomaso, arcivescovo di Conturbia, perchè egli lo riprendeva de’ suoi vizii, e che teneva le decime della Chiesa, onde Dio ne fece poi gran giudicio; che poco dopo cavalcando per Parigi col re Luigi, se gli attraversò un porco tra’ piedi del cavallo, e fecelo cadere, e subitamente della caduta morì: e di lui rimase un figliuolo ch’ebbe nome Stefano; e dopo questo regnò un Arrigo, il qual ebbe due figliuoli, cioè il re Giovanni e ’l re Riccardo. Questo re Giovanni fu il più cortese signor del mondo, ed ebbe guerra col padre per indutta d’un suo barone, ma poco vivette, e di lui non rimase erede; e dopo lui regnò il re Riccardo suo fratello, che andò col re Filippo al passaggio di Soria. Questo fu prode in arme e valoroso, ed egli con dodici baroni tenne il passo a Saladino, soldan di Babilonia, e a tutto ’l suo esercito. Di Riccardo nacque Arrigo suo figliuolo, che regnò presso lui, ma fu semplice uomo, e di buona fede e di poco valore. E dopo costui regnò il buon re Adoardo, il qual fece grandi e alte cose; sì che hai udito ch’è stata la casa d’Inghilterra.

Finita la novella, cominciò frate Auretto la canzonetta sua, o disse così:

O lassa sventurata, a che partito,

Venuta son pel mio dolce marito!

Donne, per Dio! vi piaccia d’ascoltare

Questa ch’è sovra ogni altra sventurata.

Io con disio avea preso ad amare

Un giovinetto, a cui io m’era data;

Or m’ha senza cagione abbandonata,

E senza farmi motto se n’è gito.

Ei m’impalmò, e giurò per sua fede,

Ch’altra donna che me non torria mai;

Or m’ha tradita, e rotta ha la sua fede;

Ond’io contenta non sarò giammai.

E chi noi crede, provasse che guai

Io sento e sentirò, e anch’ho sentito.

Or chi potrebbe contare il dolore

Ch’io n’ebbi, quando questo mi fu scritto

Da un mio caro e leal servidore,

Che per mio amor ne porta il cor afflitto?

Ma poss’io così veder sconfitto

Quello ch’ha ’l mio fedel cor così tradito.

Dirizza il tuo camin, ballata mia,

E trova quel ch’a torto m’ha tradita,

E di’ che non ha fatto cortesia

A aver la serva sua così schernita;

E se non se ne fosse ito in mia vita

Non avrei preso mai altro marito.

Detta la canzonetta, i detti due amanti posero fine per quel giorno a’ lor dilettevoli ragionamenti, e poi con molta festa si presero per mano, e ciascun di loro si partì con buona ventura.

 GIORNATA VENTESIMA

NOVELLA I.

Ritornati i detti due amanti all’usato parlatorio il ventesimo giorno, con molta festa cominciò Saturnina e disse: Io ti voglio dire d’una generazione di gente che si chiamano Tartari; e disse così.

Negli anni di Cristo mille dugento due, la gente che si chiamano Tartari uscirono dalle montagne di Gog e Magog, i quali si dice che furono di quelle tribù d’Israele che Alessandro Magno, il quale conquistò tutto ’l mondo, rinchiuse dentro quelle montagne, acciocchè non si mescolassero con l’altre nazioni, ed ivi per viltà loro stettero rinchiusi infin a quel tempo, credendosi che l’oste d’Alessandro sempre vi fosse; perchè nel principio per maestrevole artificio erano fatte sopra detti monti certe trombe grandissime, che a ogni vento suonavano con gran suono, e tenevano in paura detti Tartari, credendosi che ancora vi fusse l’oste d’Alessandro. Ma poi, secondo che si dice, gli uccelli chiamati gufi guastarono le dette trombe, perchè molti n’abitano in quelle montagne, i quali cominciarono a far lor nidi nelle bocche delle trombe, e quando faceva vento, non potevano rendere, il suono, e perciò col tempo vennero a guastarsi tutte le trombe, e non suonando, i Tartari si assicurarono a montare sopra dette montagne, e trovate le trombe, s’avvidero essere state fatte per tenerli in paura, ma i gufi la tolsero loro; onde i Tartari per queste cagioni hanno in gran riverenza i gufi e per leggiadria i gran signori Tartari portano la penna del gufo in capo per memoria che gufi stopparono le trombe e detti artificii. I Tartari che vivevano come bestie, ed erano moltiplicati, s’incominciarono assicurare, ed a passare i monti, e trovando come sopra le montagne non era gente, scesero al piano, e nel paese d’Inaia che era fruttifero, e tornando e rapportando a’ lor popoli le dette novelle; sì congregarono e fecero per divina visione loro imperadore e signore un fabro di povero stato, il quale aveva nome Cangius, il qual di su un povero feltro fu levato e chiamato imperadore, e fu chiamato Cane, che in lor linguaggio significa imperadore. Questo Cane fu molto savio e valoroso, e uscì fuor di quelle montagne con tutto quel popolo, e ordinollo a dicine e a centinaia e a miliaia, con capitani acconci a combattere. E per esser più ubbidito, fece prima i maggiori di sua gente uccidere a ciascuno il suo figliuolo primogenito di lor mano; e quando si vide così ubbidito, dato ordine alla sua gente, si mosse ed entrò in India, e vinsero il Presto Giovanni, e sottomessero tutto ’l paese. Cane ebbe più figliuoli, ch’appresso lui fecoro gran conquisti, e quasi tutta la parte d’Asia e popoli e re misero sotto lor siguoria, e parte d’Europa verso la Caramania ed Allania, infino al Danubio; e i discendenti del detto Cangius Cane son oggi signori in Tartaria. Questi non hanno ordinata legge, e chi è stato di loro cristiano, e chi Saracino, ma più pagani idolatri. Io t’ho contato del loro nascimento e del lor movimento, perocchè in sì poco tempo, mai gente nessuna fece sì grand’acquisto, nè popolo nè signore ha tanta signoria nè ricchezza: E chi da lor gesta vorrà meglio sapere, cerchi il libro di frate Antonio, signore del colle d’Armenia, il quale scrisse ad instanza di papa Clemente quinto; e ancora il libro detto Milione, che fece messer Marco Polo da Vinegia, il quale conta molto di loro per insegnare, imperocchè lungo tempo fu in India dove regna il gran Cane.

NOVELLA II.

Avendo finita Saturnina la sua novella; disse frate Auretta. Io ti voglio raccontare, come Aulo Verginio ammazzò una sua propria figliuola per conservarle l’onore.

Dapoi che per la violenza fatta a Lucrezia romana, Tarquinio cognominato superbo, con la famiglia sua fu cacciato da Roma, avendo tutto il popolo universalmente giurato mai più non accettare re alcuno in Roma, ma governarsi sotto il reggimento del senato e dei consuli, sempre tra i patrizii e la plebe regnò discordia grandissima. Finalmente chiedendo la plebe con grande istanza che si riformassero le leggi, in questo il senato fu sforzato compiacerle, e per ciò mandò tre legati in Grecia, i quali di là recassero in iscritto le leggi, le quali Solone aveva prescritte agli Ateniesi al tempo di Tarquino Prisco, il quale cominciò regnare l’anno cento e trenta otto dapoi che fu edificata Roma. I legali furono Spurio Postumio, Servo Sulpizio ed Aulo Manilio, e loro andata fu l’anno trecentouno da poi l’edificazione di Roma, e cinquantacinque da poi che furono scacciati i re, essendo consuli Publio Orazio, e Quinto Sestilio. Dapoi che i legati furono ritornati a Roma con le leggi, il senato constituì dieci uomini, i quali avessero a riformare le leggi, e la repubblica, e per un anno, mentre che questo facevano, avessero quella medesima potestà che avevano i re, nel qual tempo tutti gli altri magistrati non avessero autorità nè potestà alcuna. Questi dieci uomini furono Appio Claudio, Tito Genuzio, Publio Sestio e i tre legati soprascritti, i quali di Grecia aveano portate le leggi. Gli altri quattro furono, Tito Romulio, Caio Iulio, Tito Veturio e Publio Orazio. Questi dieci uomini, de’ quali era principe Appio Claudio, misero le leggi, ch’egli avevano composte, in dieci tavole, acciocchè elle si potessero vedere, tal che ogniuno sopra quelle potesse dir il parer suo, dicendo volere che elle piacessero a tutti, e che fossero ben considerate. Ed essendo quasi finito l’anno che questi dieci uomini avevano preso il magistrato, fu giudicato per comune sentenza che altri dieci uomini si eleggessero per l’anno seguente, perchè pareva che alquanto mancasse al compimento delle leggi. Quivi tutto il popolo cominciò richiedere che Appio Claudio di nuovo fosse tolto nel numero di quei dieci uomini, perchè pareva loro esser più idoneo, a quel tal magistrato che niun altro della città. Quello prima fintamente ricusava il magistrato, dapoi pregato l’accettò. Con quello furono creati Quinto Fabio, Marco Cornelio, Marco Servilio, Lucio Minucio, Tito Antonio, Manio Rabuleio, Quinto Petilio, Cesone Duellio, Spurio Oppio. Questi dieci uomini aggiunsero alcune leggi alle già fatte, e le posero sopra due tavole, le quali accompagnate con l’altre dieci, sempre son poi state chiamate le leggi delle dodici tavole; poscia fecero segretamente una congiura fra loro che alcuno del lor collegio non facesse alcuna cosa contra al voler degli altri, ma che ciò che piacesse a uno, piacesse a tutti, e che ritenessero quello imperio sempre, e che nel loro collegio non ricevessero alcun altro; e a questo modo deliberarono esser dieci tiranni. Ciascuno di loro aveva tolto gran seguito dei peggiori della città, i quali li difendessero se ’l fosse bisognato, dalla forza del popolo; e sotto colore di giustizia uccidevano quei, i quali temevano che fussero per far unione contra lor tirannide. Vedendo i Sabini, nimici del popolo romano, la città di Roma essere in gran dissensione, presero consiglio di moverle la guerra; e intendendo questo il collegio di quei dieci uomini, si consultarono di andarli incontra; e così avendo messo insieme l’esercito, uscirono lor contra. Appio Claudio con un dei compagni restò alla cura della città. Lucio Verginio, il qual era dei primi della plebe, ed era capitano d’una compagnia de’soldati, uomo molto valente in guerra, aveva una figliuola da maritare, bellissima fra quante n’erano in Roma, e l’aveva promessa per moglie a un giovane chiamato Icilio, figliuolo di un tribuno. Appio Claudio vedendo questa giovane, ne fu innamorato, e non potendola pigliar per moglie, perchè n’aveva un’altra, e più nelle leggi, che per loro erano state fatte, era scritto che niun patrizio potesse implicarsi in matrimonio con una plebea, si sforzò corromperla con doni: e quando vide che questo non valeva, anzi la giovane più era tenuta rinchiusa, tal che quasi mai non la poteva vedere, tentò una via peggiore. Mandò un certo Marco Claudio, uomo cattivo, il quale in compagnia di molti masnadieri pari suoi prese la fanciulla in via, e volevala menar seco per forza. La fanciulla con la vecchia, che l’accompagnava, cominciarono gridare; per la qual cosa vi concorsero molti del popolo, i quali gli vietarono che non menasse la fanciulla dove lui voleva, e con lui andarono al tribunale del magistrato, nel quale era Appio solo; ed il popolo cominciò gridare, che non si statuisse niuna cosa finchè i parenti della fanciulla, i quali erano fatti domandare, non fossero venuti. Appio comandò che così si facesse. In breve ivi fu Publio Numitorio, zio della fanciulla, uomo di grand’autorità fra i plebei, con molti suoi amici e parenti, ed infra poco venne lo sposo Icilio con una buona compagnia di giovani plebei. Giunto Icilio, tutto ansio [9] cominciò gridare, qual era quello che aveva avuto ardire di toccar la fanciulla libera e cittadina onorata, e che ’l dovesse dire che ragione e’ si presupponeva avere in quella. Essendo fatto silenzio, Marco Claudio, il quale aveva presa Verginia, che così si chiamava la fanciulla, disse queste parole: Io, o Appio Claudio, non ho fatto violenza nè alla fanciulla nè ad altri, ma essendo io patrone di quella per legge, la voglio menare a casa mia; ed acciocchè tu intenda se io ho ragione o non, attendi alle mie parole. Io ho una serva la quale è nata in casa di mio padre; ed essendo ella gravida, la moglie di Verginio, conoscente di questa mia serva, le persuase che come ella avesse partorito, occultamente a lei desse la creatura, o maschio o femina ch’ella avesse fatto. Come la serva ebbe partorito, fingendo avanti al termine aver partorita una creatura morta, diede questa fanciulla, che lei aveva partorita, a Numitoria, che così si chiama la moglie di Verginia, e sorella di questo uomo qui presente; e lei, che mai non ha fatto figliuolo alcuno nè maschio nè femina, se l’ha allevata in casa. Queste cose a me sono state nascoste fin a quest’ora, ed ora per indicio le ho conosciute, e ne ho molti testimoni i buoni e degni di fede; ed io che ho interrogata la serva, e da lei ho intesa la verità della cosa, mi sono ricorso alla comune legge, la quale vuole che i figliuoli siano, non di quelle che suppositiziamente [10] gli allevano, ma delle madri proprie, cioè i liberi delle libere, e i servi delle serve, e che i figliuoli nati dalle serve siano sottoposti ai medesimi patroni a cui sono sottoposte le madri. Per questa legge adunque io domando che mi sia concesso menarmi a casa la figliuola della mia serva, volendo stare al giudicio del magistrato, e se alcuno si pretende avervi ragione alcuna, io gli darò buona sicurtà di costituirla in giudicio ogni volta che bisognerà; ma se ’l vuole che la cosa s’ispedisca presto, io son parecchiato fare le mie prove, e così non gli sarà bisogno tenere la cosa in dimora; però che l’elegga qual via più gli piace; e sopra ciò, Appio Claudio, io ti prego che la mia causa ti sia raccomandata, e che tu non patisca che a me sia fatta ingiuria da’ miei adversarii. Avendo finito di dire Marco Claudio, disse Numitorio: Appio Claudio, il padre, della fanciulla è Lucio Verginio dei primi della plebe, il qual è alla guerra per la patria; la madre fu Numitoria mia sorella, la quale da pochi, anni in qua è morta, e fu donna ornata d’ogni buon costume; la fanciulla è stata allevata in casa sua come libera e cittadina, e in quei buoni costumi che richiedeva la casa sua; poscia l’aveva, secondo la legge, promessa ad Icilio, e già si sarebbono celebrate le nozze, se non fosse stata la guerra; ed avendo ella già passati quindici anni, perchè, in tanto tempo questo Claudio non ha mai fatta parola di questa cosa? Or noi dimandiamo che ’l giudicio di questo si differisca finchè Verginio suo padre venga dall’esercito, ed io son sicurtà di constituirla avanti al magistrato qualunque volta bisognerà. Allora tutti quei ch’erano a questo giudicio cominciarono a dire, come Numitorio domandava una cosa giusta, ed Appio alquanto si fermò considerando, poi disse: Io ottimamente so la legge di quei che sono in lite di servitù, la quale non lascia il corpo esser appresso a quello che se ’l vuol usurpare fin al fin della lite; ma essendo due quei che si pretendono aver ragione sopra questa fanciulla, cioè il patrone e il padre, se l’uno e l’altro fosse presente, io giudicarei che ’l padre la dovesse tenere appresso a sè fin al giudicio; ma non essendovi, io giudico che ’l patrone la possa menar seco; dando però buona sicurtà di presentarla al magistrato come il padre sia venuto. Però, o Numitorio, circa la sicurtà, e circa l’estimazione della lite, avrò molto diligenza che non vi sia fatta ingiuria; ma la fanciulla lasciata a Claudio fin che sia venuto Verginio. Avendo posto Appio per allora quel fine alla lite, ivi nacque un gran pianto sopra la vergine Virginia dalle donne sue parenti che ivi erano concorse, e gran gridore, tumulto e indignazione era nella turba adunata circa ’l tribunale; ed Icilio si fece innanzi per menarsene la sua sposa, e disse: O Appio, niuno menerà via costei, essendo io vivo; ma se vuoi guastar la legge, confondere le cose giuste, e spogliarne di libertà, non ti sdegnare se noi ti chiamiamo tiranno; ma tagliami la testa, e poi mena questa dove ti piace, e le altre vergini e l’altre donne libere e cittadine, acciocchè i Romani ormai conoscano che di liberi son fatti schiavi. Queste ed altre simili parole diceva Icilio, quando Appio mandò i ministri della giustizia che dal tribunale lo dovessero scacciare; e Marco Claudio prese la fanciulla per menarsela via, facendogli resistenza lo zio e lo sposo. Quei ch’erano circa ’l tribunale, vedendo il miserabil pianto che ivi si faceva e spezialmente dalle donne, cominciarono tutti a gridare, e facendo poco conto della potestà di Appio, fecero impeto contra Marco Claudio; per la qual cosa egli temendo, lasciò la fanciulla e si ritrasse appresso Appio. Appio perturbato dal suo intendimento, vedendo che se la cosa procedeva, n’aveva da nascere tumulto, dicendo ai circostanti che tacessero, chiamò a sè Marco Claudio, e segretamente gli parlò; poi disse a quei che s’erano mossi in favor della fanciulla: Perchè io vi veggo tutti irritati, ho persuaso al mio cliente, per farvi piacere, che ’l lasci la fanciulla appresso a Numitorio, mentre ch’e’ dia sicurtà di constituirla domani avanti al magistrato a tre o quattro ore di giorno, perchè questo tempo basta a far venire Verginio dal campo; o domandando, i parenti più tempo, Appio si partì dal tribunale, non dando loro risposta alcuna. Appio tutto mesto ed infuriato si partì, e pensò, come la fanciulla fosse constituita avanti al tribunale, pigliarla per forza, e non restituirla più a’ parenti; e pensò metter circa ’l tribunale molti suoi compagni e clienti, acciocchè dalla turba non gli fosse vietato far il suo intendimento. E perchè questo paresse esser fatto con qualche color di ragione, cercò impedire Verginio, tal che non potesse venire al termine dato. Per la qual cosa segretamente scrisse ad Antonio, il qual era uno dei dieci uomini e che aveva cura dell’esercito nel qual militava Verginio, ch’egli ponesse buona custodia a Verginio; tal che per quel giorno per niun modo non si potesse partire dall’esercito.

Ma Numitorio aveva già mandato all’esercito un suo figliuolo col fratello d’Icilio, i quali erano andati in posta, ed avevano avvisato Verginio di ciò ch’era accaduto. Come Verginio ebbo intesa la nuova, domandò licenza ad Antonio; e celando la vera causa, disse che ’l voleva andare perchè un suo parente era morto, e che presto sarebbe tornato ed Antonio che non aveva ancora avute le lettere di Appio gli diede licenza. Verginio coi gioveni si partì nell’ora d’accendere le lucerne, e andò per una altra via traversa non consueta, temendo le persecuzioni e dall’esercito e dalla città; il che accadde, perchè Antonio avendo avute le lettere di Appio circa la prima vigilia, mandò una squadra di cavalieri, i quali l’andarono cercando tutta la notte per la via che mena alla città, acciocchè lo pigliassero, ed essi mai non lo trovarono, ed altri usciti dalla città per cercarlo fecero il simile. Essendo la mattina per tempo detto ad Appio che Verginio era venuto, quasi fuori di sè venne al tribunale con gran compagnia, e’ comandò che la fanciulla gli fosse appresentata. La fanciulla venne col padre e con li parenti, ed ivi fu Marco Claudio che disse le medesime parole che aveva dette di prima, e che aveva molti testimonii che affermerebbono le sue ragioni. Verginio con gli altri suoi parenti difendevano la fanciulla, dicendo le sue ragioni vere e buone in contra. Per la qual cosa quei che ivi erano presenti a quello spettacolo, vedendo quella fanciulla così bella piangere, tutti piangevano e con mal animo guardavano Marco Claudio, e attendevano quel che voleva dir Appio. Appio non poneva mente alle parole che diceva Verginio in difension sua, ma guardava in qua e in là le squadre dei suoi amici, ch’egli aveva disposti per la piazza in diversi luoghi per difension sua; e comandando che tutti tacessero, disse queste parole: Verginio, gran tempo è ch’io so questa cosa, ed ancora avanti ch’io avessi questo magistrato; e la so per questa via. Il padre di questo Claudio, mio cliente, morendosi mi lasciò tutore di questo suo figliuolo, il qual era picciolo. Nel tempo della tutela mi fu dato indicio come la serva di Claudio aveva data a Numitoria la fanciulla che lei aveva fatta; ed io ricercando diligentemente tutti gli indicii, ritrovai la cosa esser vera; ma non toccando a me questa faccenda, pensai esser meglio ch’io lasciassi la potestà al figliuolo come fusse in età adulta, se ’l volesse la fanciulla lui, o vero s’ei la volesse lasciare a quei, che l’hanno allevata, pigliandosi il prezzo, o donargliela per niente. Ora poi che la cosa è venuta in controversia, io testifico e giudico questa fanciulla esser serva, e questo Claudio esser suo patrone; e tu, o Claudio, mena la fanciulla dove ti piace, e non temere da alcuni, che i miei ministri con le scuri ti faranno compagnia. Claudio prese la fanciulla, e menavala via; s’atteneva al padre, abbracciandolo e gridando. Allora Verginio disse: O Appio, io ho maritata mia figliuola ad Icilio, non a te; io l’ho allevata per maritarla, non per farla serva della tua libidine, nè una meretrice. Se questi altri vuoleno patire questa tal macchia io nol so; certo io non la patirò: ed essendo ributtato Marco Claudio da una squadra di donne le quali difendevano la fanciulla, Appio disse a uno de’ suoi ministri: Va a rimovere la turba, acciocchè Claudio possa menarsene la sua serva. Avendo Appio dette queste parole con voce terribile e minacciosa, la turba da se stessa gli diede luogo. Verginio vedendo non poter avere aiuto da alcuna parte, disse: Perdona, o Appio, al dolor paterno, se contra te ho parlato troppo liberamente, e concedimi al meno ch’io possa qua interrogare la nutrice in presenza della fanciulla, acciocchè io possa sapere che cosa è questa; e se io non son vero padre, possa sopportar la cosa più pazientemente. Appio gliel concesse; ed egli avendola menata alquanto in disparte, tolse da un macello ivi vicino un di quei coltelli coi quali si scannano le bestie, e disse: figliuola mia, io ti pongo in libertà a quel modo ch’io posso; e con queste parole la scannò, e riguardando verso il tribunale, disse: Appio io consacro te e ’l tuo capo con questo sangue. Essendosi levato un romore nella turba per questa cosa, Appio comandò ai suoi ministri che prendessero Verginio, ed egli col coltello che egli aveva in mano, che gocciolava del sangue della figliuola, ovunque andava si faceva far luogo. Icilio e Numitorio presero il corpo morto della fanciulla, e lo dimostrarono al popolo, il quale ivi tutto concorreva, raccontando la scelerità di Appio; per la qual cosa il popolo mosso da così orrenda cosa, si levò tutto a furore, e scacciarono Appio dal tribunale, e sformarono quei dieci uomini a lasciare quel magistrato, parte dei quali morirono in prigione, e parte a casa sua disperatamente si diedero la morte da se medesimi; e a questo modo la città fu liberata dalla tirannide di quei dieci uomini. E così, come la morte di Lucrezia fu cagione di liberare la città dalla tirannide di Tarquinio Superbo, così la morte di Virginia diede occasione di liberar la patria da quei dieci tiranni.

Finita la novella, cominciò Saturnina la canzonetta sua e disse così.

Tradita sono da un falso amadore,

Che m’avea per vaghezza tolto ’l core.

E’ se n’è ito, lassa, sventurata!

E so che più di me non va pensando;

Ed io rimango tutta sconsolata,

Perch’io so ben ch’io mi morrò amando.

Non me n’avvidi, lassa, se non quando

Un leal servo mi scrisse ’l tenore.

Quando prima di lui m’innamorai,

E’ non ardiva di guatarmi in viso

Ed io cortesemente il salutai,

Guardando sempre ne’ suoi occhi fiso;

Ed ei partì da me col cor conquiso,

E de’ miei vaghi sguardi il prese amore.

Con quanta pace e con quanta allegrezza

Mi veniva a veder quel damigello!

E per la tanta sua piacevolezza

Ogni or ch’io lo vedea, parea più bello.

Ben mi credea portar di lui l’anello,

E non aver giammai altro signore.

Con quanti dolci suon e con che canti

Io era visitata tutto ’l giorno!

E nella zambra venivan gli amanti,

Facendo festa, e standomi d’intorno;

Ed io guardava nel bel viso adorno.

Che d’allegrezza mi cresceva il core.

Ei mi teneva il giorno per la mano,

Ed io era contenta più che mai;

Or se n’è gito il traditor lontano,

Ed io rimango in angosciosi guai;

Ma s’avvien caso che ’l rivegga mai,

Gli vo’da lui a me dir traditore.

Ballata mia dolce, canterai.

A ciascun che t’ascolta i miei martìri;

Di’ il modo, e com’io m’innamorai,

D’un che lasciata m’ha in tanti sospiri;

E di’ ch’io pongo, fine a’ suoi disiri,

E vo’ tornar al mio primo amadore.

Finita la canzonetta, i detti due amanti posero fine per quel giorno a’ loro ragionamenti, e si presero per mano, e ciascuno di loro si partì con buona ventura.

 GIORNATA VENTESIMAPRIMA

NOVELLA I.

Tornati i detti due amanti all’usato parlatorio il ventesimoprimo giorno, cominciò frate Auretto e disse: Io vi vo’ dire, come i Fiorentini sconfissero i Senesi a piè del Colle di Valdelsa; e cominciò così.

Negli anni di Cristo mille sessantanove, nel mese di giugno, essendo governatore di Siena messer Provenzano Salviani, i Senesi col conte Guido Novello e con le masnade de’ Tedeschi, e con i Ghibellini usciti di Fiorenza e dell’altre terre di Toscana, i quali erano in quantità di mille quattrocento cavalieri e novemila pedoni, si vennero a oste al Castel di Colle di Valdelsa, il qual era alla guardia de’ Fiorentini, e ciò fecero perchè i Fiorentini erano venuti il maggio dinanzi a guastare intorno a Poggibonzi; e si posero alla badìa di Spugnuole a campo. Venuta la novella in Fiorenza il venerdì sera, il sabato mattina messer Giovanni Bertaldo, vicario per lo re Carlo in Toscana, si partì con quattrocento cavalieri francesi; e sonando la campana, tutti i Guelfi di Fiorenza seguirono a piè e a cavallo, ed entrarono in Colle, ed ivi si ritrovarono intorno a ottocento cavalieri, con poco popolo, perchè non potevano giungere così tosto come i cavalieri a Colle. Avvenne che il lunedì mattina, venendo il dì di san Giovanni di giugno, sentendo i Senesi la venuta de’ cavalieri di Fiorenza, si levarono di là per recarsi in più salvo luogo; ma messer Giovan Bertaldo vedendoli mutare il campo, senza attender più gente, passo passo con la cavalleria in punto, e schierate sue gente, con quel popolo che v’era giunto gli assalì; ma per la subita venuta de’ Fiorentini niuno ordine di capitano avevano, nè d’insegna di comune. E richiedendo messer Giovan Bertaldo i cavalieri che v’erano per lo comune per tutte le case guelfe di Fiorenza, che un di loro prendesse l’insegna del comune, niuno si mosse a prenderla, o per viltà o per gara l’un dell’altro. Stato un gran pezzo alla contesa, messer Aldobrando della casa de’ Pazzi si trasse innanzi, e francamente disse: Io la prenderò al nome di Dio; ond’egli fu molto commendato in franchezza, e fu seguito da tutta la cavalleria, e arditamente percossero le schiere de’ Senesi, con tutto che non fosse tenuto troppo savia capitaneria di guidar bene; ove bene e avventurosamente ruppero i Senesi e loro amistade, ch’erano quasi due cotanti di loro tra pedoni e cavalieri, e molti ne presero; e ’l conte Guido Novello si fuggì, e i Senesi vi rimasero quasi tutti tra morti e presi; e messer Provenzano Salviani da Siena, capitano e guidator dell’oste de’ Senesi, fu preso, e tagliatogli il capo, per tutto ’l campo portato fu, fitto in su una lancia; e ben s’impì la profezia che gli aveva detto il diavolo per via d’incantesimo, ma non la intese. Che avendolo fatto costringere per sapere come capitarebbe in quell’oste, esso mendacemente gli rispose e disse: Andrai e combatterai, vincerai non morirai alla battaglia, e la tua testa fia la più alta del campo. Ed egli credendo avere la vettoria per quelle parole, e credendo rimaner signore sovra tutti, non fece il punto alla falsità, ov’egli disse: Vincerai no, morirai; e però è gran follia a credere a sì fatto consiglio, com’è quello del diavolo. Questo messer Provenzano fu grand’uomo in Siena a suo tempo, dopo la vittoria ch’ebbe a Monte Aperto; e guidava tutta la città, e tutta la parte ghibellina di Toscana faceva capo a lui; ed era molto presontuoso, e di sua voluntà. In questa battaglia si portò il detto messer Giovan Bertaldo come valente signore in pugnare contra i nimici; e tutti i Guelfi di Fiorenza fecero grande uccisione de’ nimici per vendetta di ciò ch’eglino fecero loro a Monte Aperto, che quasi niuno menarono a prigione, ma missongli tutti al taglio delle spade, onde la città di Siena, a comparazione del suo popolo, ricevè maggior danno ne’ suoi cittadini in questa, che non fece Fiorenza in quella di Monte Aperto; e in questa rotta i Senesi lasciarono tutti i suoi arnesi. Per la qualcosa, poco tempo appresso, i Fiorentini cacciarono i Ghibellini di Siena, e rimisonvi i Guelfi; perchè si pacificarono insieme l’un comune con l’altro, e rimasero amici; e in questo modo ebbe fine la guerra tra’ Fiorentini e Senesi, che tanto tempo era durata.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò Saturnina e disse: Io ti vo’ dire, come da prima furono cacciati i Guelfi di Fiorenza con la forza di Federico imperadore; e cominciò così.

Regnando Federico imperadore, ed essendo in contumacia con papa Innocenzo, il qual l’aveva privato dell’imperio, si mosse a distruggere in Toscana e in Lombardia tutti i Guelfi in tutte le città dove ebbe potere, e prima cominciò a volere gli statichi da tutte le città di Toscana, e tolse de’ Ghibellini e de’ Guelfi, e mandolli a San Miniato il Tedesco. Ma ciò fatto, fece lasciare i Ghibellini, e ritenere i Guelfi, i quali poi abbandonati, come poveri prigioni, di limosine vissero gran tempo. E perchè la città di Fiorenza non era delle men nobili città d’Italia, volle spandere il suo veleno in quella, e fece partorire le maledette parti guelfe e ghibelline, che più tempo dinanzi erano cominciate per la morte di messer Buondelmonte; e quelli che si chiamavano guelfi, amavano lo Stato della Chiesa; e quelli che si chiamavano ghibellini, amavano e favoreggiavano l’imperadore e i suoi seguaci; e pur il popolo e il comune si amavano in unità e a ben della repubblica. Ma l’imperadore esortava per suoi ambasciadori e lettere quelli della casa degli Uberti, ch’eran caporali della sua parte, e lor seguaci che si chiamavano ghibellini, che i cacciassero di Fiorenza i loro nimici che si chiamavano guelfi, proferendo loro aiuto di sua gente; e così fece a’ suoi cominciar discordia e assai battaglie cittadinesche; onde la città si cominciò a commovere e partirsi, e chi teneva dall’una parte, e chi dall’altra, e in più parti della città si combattè più volte, e intra gli altri luoghi, il principale era per gli Uberti alle lor case, che erano dov’è oggi il gran palagio del popolo, ed ivi si ragunavano co’ lor seguaci, e combattevano con Guelfi del Sesto di San Pietro Scheraggio, ov’erano, capi quelli del Bagno detti Bagnesi, e Pulci e Guidalotti con tutti i seguaci del lor Sesto. E anco i Guelfi oltr’Arno, passarono spesse volte di qua, a soccorrere i Guelfi di qua quando erano combattuti dagli Uberti, Un’altra battaglia era in porto San Pietro dov’era il capo di parte ghibellina Tedaldini, perchè avevano più forti casamenti e torri e palazzi, e con lor tenevan Caponsacchi e gli Asmi e Giuochi e Abati e Caligari, ed era la battaglia con quelli della casa de’ Donati, e con loro tenevano Visdomini e Pazzi e Aldimari. Altra battaglia era alla porta del duomo, alla torre di messer Lanza dei Catanii, di Castiglione e di Corsino, ov’erano capi di parte ghibellina Agolanti e Brunelleschi, e molt’altri popolani di lor parte, contra Toschi e Arrigucci. E l’altra battaglia era in San Pancrazio, ove erano capi de’ Ghibellini i Lamberti e Toschi e Amieri e Cipriani e Migliorelli, con molto seguito di popolo, contra Tornaquinci e Vecchietti, e parte de’ Pigli. Eglino facevano capo alla torre dello Scherafaggio e de’ Soldanieri; e di quella venne messer Rustico Majignuoli, ch’aveva l’insegna de’ Guelfi, cioè il campo bianco e ’l giglio vermiglio. A messer Rustico venne un quadrello nel viso, e morissi il dì che i Guelfi furon cacciati, i quali vennero così armati a seppellirlo a San Lorenzo, e innanzi ch’eglino si partissero, lo seppellirono. Partiti i Guelfi di Fiorenza, i canonici tramutarono quel corpo, per paura ch’i Ghibellini non lo disotterrassero e ne facessero strazio, perch’era un gran capo di parte guelfa. Un’altra forza de’ Ghibellini era in borgo, dov’erano gli Scolari e Soldanieri e Guidi, contra Buondelmonti e Giandonati e Bostichi e Cavalcanti e Scali e Gianfigliazzi. Oltre Arno erano Ubriachi e Mannelli, nè altri nobili di nome v’erano, se non popolani contra Rossi e Nerli. Ora avvenne che le dette battaglie durarono più tempo, combattendosi, facendosi serragli e sbarre dall’una vicinanza all’altra, e dall’una torre all’altra, che molte n’aveva Fiorenza in quei tempi, e alte da cento braccia in su, e con manganelli [11] ed altri edificii combattevano insieme di dì e di notte. In questo contrasto Federico imperatore mandò in Fiorenza Federico suo figliuolo bastardo con parecchi centinaia de’ cavalieri di sua gente tedesca; del che, essendo i Ghibellini presso a Fiorenza, presero vigore, e con più ardire pugnarono contra Guelfi, i quali non avevano altro soccorso, perocchè il papa era a Lione sopra il Rodano oltre a’ monti, e la forza di Federico era troppo forte in Italia. In questo usarono i Ghibellini una maestria di guerra, che a casa gli Uberti si ragunava quasi tutta la forza de’ Ghibellini; e cominciandosi le battaglie ne’ sopradetti luoghi, andavano tutti insieme a contrastar con Guelfi, e per questo modo li vinsero quasi in ogni parte della città, salvo che nella loro vicinanza contra ’l serraglio de’ Guidalotti e Bagnesi, che più sostenevano, e in quel luogo si tennero più, e ridussonsi i Guelfi in gran parte insieme, e tutta la forza de’ Ghibellini contra loro; e alla fine veggendosi aspramente menare, essendo già la cavalleria di Federico imperadore in Fiorenza tratta, ove li Guelfi si tenevano dalla dominica mattina infin al mercordì vegnente, non potendo più resistere alla forza de’ Ghibellini e a quella dell’imperadore, abbandonarono la difesa, e partironsi dalla città la notte di santa Maria Candelara, negli anni di Cristo mille ducento quarant’otto. Cacciati i Guelfi di Fiorenza per la forza di Federico imperadore, una parte di loro si ridusse in Monte Varchi, in Val d’Arno, e parte nel castel di Capraia, e a Pelago e a Ristonchio e a Magnale, infin a Lasca. I detti luoghi si tennero per li Guelfi, e chiamaronsi la lega, perciocchè tutti fecero lega, e facevano guerra alla città di Fiorenza; e gli altri popolani di quella parte si ridussero per lo contado ai loro poderi; e i Ghibellini, che rimasero in Fiorenza signori con la forza di Federico, formarono la città a lor guisa, fecero disfare trenta sei fortezze de’ Guelfi, cioè palazzi e torri; ed il primo fu quello de’ Tosinghi su ’l mercato vecchio, chiamato il palazzo, il qualora alto novanta braccia, fatto a colonnelli di marmo, e una torre con detto palazzo alta cento trenta braccia. Ancora mostrarono i Ghibellini maggiore impietà; perchè i Guelfi facevano molto lor capo la chiesa di San Giovanni, e tutta la buona gente usava la dominica mattina a detta chiesa, e là facevano i matrimonii. Quando vennero a disfare le torre dei Guelfi, tra l’altre ve ne era una molto nobile e grande su la piazza di San Giovanni, la quale era all’entrare del corso degli Aldimari, e si chiamava la torre del Guarda morto, perchè anticamente tutta la buona gente si seppelliva a San Giovanni, ed eglino la fecero tagliar nel piè e puntellarla, acciocchè quando eglino mettessero fuoco a’ puntelli, la detta torre cadesse su la chiesa di San Giovanni. Ma, come piacque a Dio e a san Giovanni, la torre ch’era alta cento venti braccia, parve manifestamente, quando ella venne a cadere, ch’ella schifasse la detta chiesa, e rivolsesi e cadde per lo diritto della piazza; onde i Fiorentini si maravigliarono, e il popolo ne fu molto allegro. E nota che da poi che la città di Fiorenza fu rifatta, non era disfatta casa nessuna, e che allora cominciò la maledizione del disfare per li Ghibellini; poscia ordinarono i Ghibellini di ritenere ottocento cavalieri di quelli dell’imperadore, de’ quali fu capitano il conte Giordano. Avvenne che l’anno medesimo quelli ch’erano in Monte Varchi, furon assaliti dalla masnada de’ Tedeschi, che stavano in guarnigione nel Castel di Gangheretta nel mercatale [12] di Monte Varchi; e fu di poca gente aspra battaglia, nella quale molti Tedeschi vi rimasero tra presi e morti, e così rimase sconfitta quella brigata che stava in Gangheretta; e questo fu negli anni di Cristo mille ducento quarant’otto.

Finita la novella, cominciò frate Auretto la canzonetta sua, e disse così:

Al mio primo amator vo’ far tornata,

Perchè l’anima sua lui m’ha donata.

Io son tradita da ogni altro amatore,

Perchè senza cagion m’hanno lasciata;

E tu mi segui come, servitore,

E tra gli amanti m’hai sempre onorata;

Ond’io vo’ far tornata

A te, gentil amante,

Perchè m’hai sempre sopra ogni altra amata.

Non vo’ più amar, per non esser amata,

Sì come ho fatto nel tempo passato;

E però vo’ tornare in questa fiata

A chi m’ha intieramente il cor donato.

Colui che se n’è andato

 Vada ne la buon’ora;

Non darò mai più fede a sua tornata.

Il mio servo non m’ha dimenticata,

E non ha fatto come foglia al vento;

Ma col cor valoroso m’ha onorata,

E portato ha per me pena e tormento;

Onde il suo intendimento

Vo’ componer col mio,

Perchè m’ha con disio sempre guardata.

Va, ballata amorosa, al mio servente,

Il qual mi porta tanto ver amore;

Digli che sevr’al tutto i’ l’avrò a mente,

Perch’egli è bono e leal servitore.

Vo’ lui per amatore,

Ed ogn’altro lasciare,

Benchè dur’è aspettare sua tornata.

Finita la canzonetta, i detti amanti si basciarono in bocca, e ciascun di loro si partì con buona ventura.

 GIORNATA VENTESIMASECONDA

NOVELLA I.

Ritornati i detti amanti all’usato parlatorio il ventesimosecondo giorno, cominciò Saturnina e disse così.

Egli avvenne in Ispagna un grandissimo miracolo, il qual è molto da notare per ogni cristiano. Regnando Ferrante re di Castiglia e di Spagna, nella contrada di Toledo avvenne che un giudeo cavando una ripa per accrescere una sua vigna, trovò sotterra un gran sasso, il quale era di fuori tutto saldo e senza niuna fessura, e rompendolo lo trovò dentro vacuo, ed entro al vacuo trovò quasi immarginato col sasso un libro con fogli sottili, quasi di legno, il qual era di volume quasi come un saltero, ed era scritto in lingua greca, ebraica e latina, e conteneva in sè tre membri del mondo, da Adamo in fin ad Anticristo, e la proprietà degli uomini che dovevano essere ne’ detti tempi. Nel principio del terzo mondo, o ver secolo, puose così. Nel terzo mondo nascerà il Figliuol di Dio di una vergine che avrà nome Maria, il quale patirà la morte per salute dell’umana natura, o vero generazione; le quali cose leggendo il detto giudeo, incontanente con tutta la sua famiglia diventò cristiano, e fecesi battezzare. Ancora era scritto alla fine del detto libro, che nel tempo che Ferrante re regnasse in Castiglia, si troverebbe detto libro; il qual miracolo, veduto per molti degni di fede, fu rapportato al re Ferrante, e ne fu fatta memoria, e fu il libro traslato in molte lingue.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò frate Auretto e disse: Io ti vo’ dire d’alcune novitadi che avvennero nella città di Fiorenza; e disse così.

Negli anni di Cristo mille trecento quattro (com’al buon tempo passato del tranquillo e buono stato di Fiorenza s’usava) le calende di maggio, le brigate e compagnie, per sollazzo, in più parti della città, fecero molte feste a gara l’una dell’altra qual meglio sapeva o poteva; e infra le altre, quella del borgo di San Friano, la quale per antico costume soleva fare più nuovi e divisati giuochi, mandò un bando per Fiorenza, che chi volesse sapere novelle dell’altro mondo, fosse il dì di calende di maggio in su ’l ponte della Carraia ed ivi intorno. Ivi erano ordinati in su barche e navicelle certi palchi, in su i quali era fatta la somiglianza e figura dell’inferno, con fuochi e altre pene e martori, ed uomini contraffatti a demonii orribili, ed altri ch’avevano figura d’uomini e d’anime ignude, e mettevanli in quelli diversi tormenti con grandissime strida e grida e tempesta, la quale pareva odiosa e spaventevole a vedere. Questo nuovo giudicio e tormento trasse a vedere tutti i Fiorentini; e ’l ponte alla Carraia, che era allotta di legname dall’una pila all’altra, si caricò sì di gente, che rovinò da più parti, e cadde con quelli che vi erano suso, ove molta gente vi morì, e annegarono, e molti se ne guastarono. Sì che il giuoco da beffe avvenne da vero, e, come disse il bando, molti per morte andarono a sapere novelle dell’altro mondo con gran pianto e dolore a tutta la città; perocchè molta gente v’aveva perduto, chi figliuolo, e chi fratello e chi altro; e questo fu segno del futuro danno che poco stante avvenne alla città di Fiorenza in questo modo. Essendo partito da Fiorenza il cardinal da Prato, e non avendo potuto mettere infra cittadini pace, la città rimase in mal stato, perocchè della setta dei Bianchi, che teneva col cardinale, andarono caporali e Cavalcanti e Gherardini e Pulci e Cerchi e Bianchi del Garbo, con seguito di più case del popolo, per tema che i grandi non rompessero il popolo, o avessero la signoria; e ciò fu delle maggior famiglie e popolani di Fiorenza, com’erano Magalotti e Mancini e Peruzzi e Antellesi e Baroncelli e Acciaiuoli e Alberti e Strozzi e Ricci e Albizi, e più altre case, ed erano molti guarniti di fanti ed arme incontro. Di parte nera erano i principali, messer Rosso della Tosa col suo lato de’ Neri, e messer Pazzin de’ Pazzi con tutti i suoi parenti, e la parte degli Aldimari, che si chiamavano Cavicciuli, messer Gieri Sipieri e suoi consorti, e messer Berti Brunelleschi; e messer Corso Donati si stava di mezzo, perch’era infermo di gotte, e però sdegno prese con questi caporali di parte nera; e quasi tutti gli altri grandi si stavano di mezzo, e simile i popolani, salvo i Medici e i Giugni, ch’al tutto erano contra. Cominciossi la battaglia tra Cerchi Bianchi, e Giugni alle lor case, e combattevano il dì e la notte, ed alla fine si disfecero i Cerchi con l’aiuto degli Antellesi; e così crebbe tanto la forza de’ Cavalcanti e de’ Gherardini e de’ lor seguaci, che corsero la terra infin a mercato vecchio, e infin alla piazza di San Giovanni, senza contrasto o riparo veruno; perocchè allora cresceva la forza e ’l sito della città e del contado, e molti popolani tenevano con loro, e venivano in loro aiuto quei da Volognano con più di mille fanti. E certo eglino erano quel dì vincenti i Ghibellini, e avrebbono cacciato fuori quelli caporali di parte guelfa, ch’erano lor nimici, perchè avevano fatto tagliare il capo a messer Berto Gherardini e a Masin Cavalcanti, e a certi altri loro amici, come eglino erano in su ’l fiore a vincere la terra, perocchè sempre si combatteva in più parti. Ma piacque a Dio, per punire i peccati de’ Fiorentini, che un Neri Abbati, chierico e priore di San Pietro Scheraggio, uomo mondano e dissoluto, mise fuoco in casa suoi consorti in orto San Michele, e poi in Calimalla Fiorentina, e in casa i Caponsacchi presso alla bocca del mercato vecchio. E fu sì furioso il fuoco, con conforto del vento di tramontana che traeva forte, che in quel dì arse la casa degli Abbati e de’ Mazzi, e tutta la loggia d’orto San Michele, e casa gli Ameri e Toschi e Cipriani e Lamberti e Bachini e Bivamonti e Calimalla, e casa Cavalcanti, e tutto intorno a mercato nuovo, e S. Cicilia e tutta porta S. Maria infin al ponte vecchio, e Vaccarezza, e tutto intorno, e dietro a San Pietro Scheraggio, e le case de’ Gherardini, Pulci e Luccardesi; e in somma arse tutto il Tuorlo e Capidoglio, luoghi della città di Fiorenza, che furono, tra palazzi e torri e case, più di mille settecento; e il danno d’arnesi e tesori e mercatanzie fu infinito, perocchè in quei luoghi era la mercatanzia di Fiorenza, e quella ch’era sgombrata, era rubata da’ malandrini che v’erano tratti; però che mentre che questi luoghi ardevano, si combatteva la terra in più parti, onde molte compagnie e famiglie e schiatte ne furono diserte, e vennero in povertà per la detta arsione e ruberia. Questa pestilenza avvenne alla città di Fiorenza a’ dì dieci di giugno mille trecento quattro. E per questa cagione i Cavalcanti, e quelli ch’erano più possenti di case, di possessioni e d’avere e di genti di Fiorenza, cioè i Gherardini, ch’erano capo di quella setta, essendo le lor case e de’ loro vicini arse, perdorono il vigore e lo stato, e furono cacciati di Fiorenza come rubelli, e i lor nimici n’acquistarono lo Stato, e furono signori della terra; ed allora si credette bene che i grandi rompessero gli ordini della giustizia e del popolo, ed avrebbonlo fatto, se non che per le lor discordie s’erano partiti, e ciascuna parte s’abbracciò col popolo, per non perder lo Stato.

Avvenne che nel detto anno a’ dì cinque d’agosto, essendo preso nel palazzo del podestà Talano di messer Brancaccio Aldimari, ed era per perdere la persona per maleficii commessi; ma i consorti assalirono il podestà e fedironlo, e molti de’ suoi famigli, e menaronsene a casa il detto Talano; e il podestà per isdegno se n’andò. Or pensa come detta città di Fiorenza andava e stava.

Finita la novella, cominciò Saturnina la canzonetta sua, e disse così.

Non t’insalvatichir, poi che tu sai

Ch’io t’ho amata, ed amo più che mai.

Io non so questo, Amor, perchè si sia,

Che tu se’ meco sì insalvatichita;

Tu mi solevi per tua cortesia

Mostrar ispesso tua faccia gradita;

Ma poi che ’l car signor fece partita,

In gran maninconia sempre ti stai.

Se la Fortuna volga mai sua rota,

Ch’io possa un dì veder quel chiaro viso,

Bascierò cento volte quella gota,

Da la qual stato son tanto diviso,

Il dolce sguardo e l’amoroso viso,

Che per l’altrui disdegno tolto m’hai.

S’amore, o caritade, o forza, o ingegno,

Mi conducesse a quel tranquillo porto,

Tal che di pace mi donassi segno,

Di questo soavissimo conforto

Sarei contento a la pena ch’io porto,

Nè più ricercariano i miei guai.

Per consolar, ballata, il mio martire,

Vanne a colei ch’al mondo mi tien vivo,

E fa che tu le sappia sì ben dire,

Ch’al tuo tornar tu m’arrechi l’ulivo;

E poi sempre vivrà il mio cor giulivo,

Amando lei più che mia vita assai.

Finita la canzonetta, i due amanti si presero per mano, e accomiatatisi, d’indi si partirono.

 GIORNATA VENTESIMATERZA

NOVELLA I.

Tornati i due amanti all’usato parlatorio il ventesimoterzo giorno, cominciò frate Auretto e disse: Io ti vo’ dire, come da principio furono instituiti gli ordini de’ frati Minori e Predicatori. Negli anni di Cristo mille cento nonant’otto fu fatto papa Innocenzio terzio, nato in Campagna, e fu papa diecessette anni, e fu savio e buon uomo, e molto scienziato e costumato. Al suo tempo si cominciò l’ordine de’ frati Minori, e ne fu cominciamento l’umile e divoto poverello santo Francesco, figliuolo di Pietro Bemardoni d’Ascisi, e per questo papa fu accettato ed approvato con privilegi, imperocchè tutto fu fondato in umiltà e carità e povertà, seguendo in tutto il santo Evangelio di Cristo, e schifando ogni delizia umana. Il detto papa vide in visione che san Francesco sosteneva con le sue mani la chiesa di San Giovanni Laterano, e per simil modo vide ancora san Dominico; la qual visione fu profezia come per loro si doveva sostenere la Chiesa e la fede di Cristo. E come è detto, nel medesimo tempo si cominciò l’ordine de’ frati Predicatori, e ne fu cominciamento san Dominico nato in Ispagna, ma al suo tempo non lo confirmò, con tutto che al detto papa venne in visione che la chiesa di San Giovanni Laterano gli cadeva addosso, e san Dominico la sosterà in su le sue spalle; e per questa visione era disposto di confirmarlo, ma sopravvennegli la morte, e il suo successore, cioè papa Onorio, lo confirmò negli anni di Cristo mille duecento sedici. E vere furono le visioni del sopraddetto papa Innocenzio di san Francesco e di san Dominico; che la Chiesa di Dio cadeva per molti errori e per molti dissoluti peccati non temendo Dio; e san Dominico per sua scienza e predicazione la corresse, e fu estirpatore degli eretici, e il beato Francesco per sua umiltà e vita apostolica acconciò la vita lasciva, e ridusse i cristiani a penitenza e a vita di salute. E veramente la Sibilla Eritrea profetizzò di questi due ordini, dicendo che due stelle verrebbono a illuminare il mondo; e così fu.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò Saturnina la sua, e disse così: Nella Romagna fu già un gentiluomo ricchissimo, il qual aveva un figliuolo e di lettere e d’ogni altra virtù ornato; e morta la costui madre, il padre s’aveva menata un’altra moglie, e n’aveva generato un altro figliuolo, il quale aveva già dodici anni, quando il figliuol maggiore n’aveva ventidue. Questa matrigna, più di bellezze che di buoni costumi ornata, alla beltà del figliastro aveva posti gli occhi, sì che di lui fortemente s’era innamorata. Questa femina con silenzio comportò l’amore, mentre che nel principio fu uguale alle sue forze; ma poichè le midolle dall’essecrabil fuoco accese la sforzarono cedere all’amore, simulandosi inferma del corpo, copriva la ferita dell’animo, mostrandosi da occulta febbre assalita. Al fine adunque, mossa dal focoso pensiero, fecesi da una fante chiamare il figliastro; ed egli, che ogn’altra cosa pensava che questa, entrolle nella camera, e con piacevol volto la domandò della cagione della sua malattia. Allora la donna, parendole che le parole fussero cadute a suo proposito, prese un poco più baldanza, e coprendosi il viso col lenzuolo per vergogna, ed accompagnando le parole con una larga copia di lagrime, gli prese a dire in questa guisa: La cagione e il principio del presente mio male e del mio grandissimo dolore, e la medicina mia e la mia salute sei tu medesimo. Cotesti splendenti occhi tuoi, passati per gli occhi miei alle fimbrie del mio cuore, mi hanno acceso entro il miser petto tanto fuoco, che più sopportar nol posso. Abbia adunque pietà di colei che muore per tua cagione; nè ti spaventino il vincolo e la necessità paterna, perciocchè tu sarai quello che gli serverai la povera moglie, che senza l’aiuto tuo non si può più sostener in vita, la qual in te riconoscendo la di lui imagine, nel tuo volto ama, e meritamente, il suo marito. L’esser noi due qui soli, ne porge quella fidanza e quella comodità che tu vuoi; e quello che non saprà persona, ancora che si faccia, è quasi come se non si facesse. Andò tutto sottosopra il costumato giovane, udendo l’abbominevol domanda: ed ancora ch’egli abborrisse così grandemente lo enorme peccato, ch’ e’ fosse per torsele d’avanti senza darle altra risposta; pur, meglio riconsigliato, non gli parve da esasperarla col dirle così ad un tratto di no, ma pensò che fosse più al proposito con alcuna dilazion di tempo intrattenerla, per veder di torle della mente sì sozzo e strano pensiero; e però le rispose che attendesse a guarire, e stesse di buona voglia, ch’egli le prometteva renderle dell’amor suo buonissimo guiderdone; e queste parole per allora la pacificò. E pensando il giovane fra sè che una così fatta ruina avesse bisogno d’un gran consiglio, giudicò che fosse bene riferire ogni cosa a un saggio vecchio, appresso al quale aveva utilmente consumata la fanciullezza sua, ed ora sosteneva la sdrucciolevole adolescenza: al quale, come quello che conosceva ciò che infuriata donna potesse, parve che con veloci passi fosse da fuggire la imminente tempesta dall’incrudelita fortuna. Ma avante che la prudente deliberazione sortisse effetto, la impaziente giovane, a cui un sol giorno un anno pareva, per compire il suo nefando disiderio seppe tanto fare, che dando ad intendere al marito che gli era bene che andasse ad alcune sue possessioni, imperocchè ella aveva inteso che andava a male ciò che vi era, ella il sospinse fuori per non so quanti giorni. E partito il marito, molestava ogn’ora il giovane ad attenderle alla promessa; ed egli or questa or quella scusa prendendo, s’ingegnava tener pasciuto di parole il lei desiderio, fin che con un suo lungo viaggio d’innanzi se le levasse. La donna cui la grande speranza aveva fatta più che l’usato impaziente, ed accortasi per le debili scuse che quanto più le prometteva, tanto più si dilungava dall’osservarle alcuna cosa, sdegnata, e voltata in un subito lo scellerato amore in un odio via più scellerato, ebbe consiglio con un suo schiavo, del quale ella si fidava molto, che via si dovesse tenere a vendicarsi di costui, che non le voleva attendere alla promessa; ed al fine conchiusero col veleno tor la vita al meschinello. Il ribaldo schiavo non diede indugia alla cruda deliberazione; ma andatosene fuor di casa, la sera al tardi si ritornò, recando in un bicchieri una bevanda; e avendola mescolata col vino nella camera della donna, la ripose in un armario, dove stavano le cose da mangiare, per darla la mattina seguente al desinare al misser giovane. Ma, come vuolse la fortuna, il figliuolo di quella pessima femina, il quale, come ò detto, aveva dodici anni, essendo ritornato la mattina dalla scuola, ed avendo fatto un poco di collezione [13], se gli fece sete, e venendogli alle mani quel bicchieri col veneno mescolato, il quale per trascuraggine s’era in quell’armario senza serrarlo lasciato, tutto sel beve, e infra poco cascò in terra come morto. Accortasi la famiglia di questo caso, si levò un romore, ed ivi essendo corsa la madre, fu giudicato costui esser avvelenato. La madre con quel servo che aveva comprata la bevanda si tirarono da parte, e segretamente ragionarono insieme, e si consultarono di ponere la colpa di questo al figliuol maggiore: per la qual cosa quel servò pubblicamente disse che lui sapeva di certo che ’l figliuol maggiore era quello che aveva fatto il male, però che pochi giorni avanti gli aveva promessi cinquanta scuti, s’e’ lo voleva ammazzare; poscia non avendo egli voluto acconsentire a tal cosa, lo aveva minacciato di morte, s’e’ ne parlava con alcuna persona. La donna subito fece venire gli sbirri, e fece menar in prigione il figliastro col favore dell’indicio ch’aveva dato il servo; poscia mandò un messo al marito, il quale gli annunziasse ciò che era accaduto. Il marito subito se ne venne, ed ella gli fece dire dal servo la testimonianza che prima aveva detta: poscia ella v’aggiunse che ’l suo figliuolo aveva fatto questo, perchè ella non aveva voluto acconsentire alla sua scellerata libidine, e che oltra di ciò l’aveva minacciata di morte. L’infelice padre forte si doleva, vedendo il più giovane figliuolo esser portato alla sepoltura, e l’altro per lo parricidio dover esser condannato alla morte; ed essendo dai falsi lamenti della donna ingannato, ogn’ora più contra ’l figliuolo s’infiammava. Appena erano l’esequie compiute; che ’l miserabil vecchio si parte dalla sepoltura, e, sì come era, col volto lagrimoso ne va al palagio, e quivi con lagrime e con grandissimi prieghi si adoperava alla morte di quel figliuolo che solo gli restava, chiamandolo incesto per lo paterno letto che egli aveva voluto macchiare, parricida per lo ucciso fratello, ed assassino per aver egli minacciata la matrigna di morte. A tanta indignazione con queste parole aveva mossi gli animi degli uomini, che tutti gridavano che, senza perder tempo in accuse o in difese, di questo peccato si dovesse pubblicamente punire lapidandolo. Allora i giudici della giustizia dissero che, secondo il costume antico, volevano che la sentenza fosse diligentemente intesa, e non volevano patire che un esempio tanto crudele si mettesse in usanza, che per indignazione e non per giuste prove si uccidesse alcuno. Fu adunque, secondo il costume della legge, citato il reo, e denunziata la causa all’accusatore. Disse adunque il padre che ’l suo figliuol maggiore aveva avvelenato il minore; e che di questo aveva un fermo indicio, che pochi dì avanti aveva tentato di farlo ammazzare da un servo, promettendogli cinquanta scuti; e il giovane interrogato, negò ogni cosa. Poichè la contenzione del parlare fu finita, non piacque ai giudici terminare questa causa per congetture e sospizioni, ma per ferme prove e certa verità; onde parve loro che quel servo fosse ivi presentato, e così quel servo compagno della forca fu condotto senza smarrirsi punto al cospetto dei giudici, e disse quelle medesime parole che aveva dette al padre, e più, ch’era per istar al tormento col giovane, che questa era vero; nè fu alcun giudice tanto amico al giovane, che non giudicasse bisognare mettere alla corda il giovane di prima, poscia ancora il servo, se ’l giovane stesse forte al tormento negando. Allora un medico, di grande integrità ed autorità in quella città, si levò e disse queste parole: Io m’allegro poter dire che in fin a qui sia da voi riputato buono, nè posso patire che questo giovane innocente ingiustamente sia tormentato nè morto. Ma che sarà, se io solo contra l’affermazione d’un altro mi oppongo? Io però sono quello che voi mi stimate, ed egli è un servo ribaldo, degno non d’una forca, ma di mille. Io so che la mia conscienzia non m’inganna, e però udite la cosa come ella sta veramente. Questo ribaldo venne da me, volendo ch’io gli vendesse un veneno subitano, offerendomi in prezzo cinquanta ducati d’oro, dicendo averne bisogno per darlo ad un infermo, il quale cruciato il giorno e la notte da una immedicabile idropisia, e da mille altri dolori, aveva desiderio per mezzo della morte uscire di tante fatiche; e veggendo io questo ladroncello andare mendicando le parole, mentre cotali sue artificiose scuse ritrovava, cominciai dubitare ch’egli ne volesse fare qualche gran male, e fui per dargli comiato. Ma pensando poi fra me che se io gliel negava, egli sarebbe andato a un altro forse meno avveduto di me, che in ciò gli avrebbe compiaciuto; io giudicai che fosse bene dargli una pozione, e gli la diedi, ma di che natura fosse, voi l’intenderete poi. E tenendo per certo che questa cosa si avesse col tempo a ricercare, non volli prendere subito il prezzo ch’egli m’aveva offerto, ma gli dissi: Perchè io dubito che non ci siano alcuni di questi ducati che siano falsi o leggieri, riponli in questo sacchetto, e suggella il sacchetto col tuo anello, e poscia un altro giorno, quando averemo maggior agio, ce n’anderemo al banco, e faremoli vedere; e giuntolo a questa guisa, io gli feci suggellare il sacchetto col suo suggello, ed ora io l’ho mandato a pigliare dal mio fante, e ve lo fo palese. Vegga egli e riconosca il suo suggello, e dica in che modo vuole incolpare questo giovane innocente d’aver dato il veleno al suo fratello, s’egli stesso l’ha comperato. Mentre che il valentuomo diceva queste parole, quel pessimo schiavo divenuto come un corpo dissotterrato, tremando gittava fuore alcune gocciole d’un sudore freddo com’un ghiaccio; e movendo i piedi or innanzi e or indietro, ed or gittando il capo in qua ed or in là, cominciò con una bocca piccina masticare certe inezie, in modo che niuno ragionevolmente l’avrebbe potuto giudicar innocente; nondimanco il temerario ribaldo fattosi con l’audacia sua incontra al timore, e via discacciatolo, riprese ardire, e cominciò ritrovare le vecchie astuzie, e con la medesima prontezza d’animo accusando quel medico di menzogna, negava tutto quello ch’egli aveva detto. Ma il ben vivuto vecchio, per non macchiare la netta sua fama negli ultimi anni suoi, con ogni instanza s’ingegnava di mostrare la verità della cosa; e però fatto trarre ad uno degli esecutori della giustizia lo anello di dito al servo, e confrontatolo col segno di quel sacchetto, fu trovato esser un medesimo; per la qual cosa i giudici lo ebbero per indicio sufficiente per metterlo alla tortura; e datigli parecchi tratti di corda, sempre stette saldo negando. Allora il medico disse ai giudici: Voi adunque avete da sapere che volendo questo scellerato ch’io gli provedesse di quel veleno, come già vi ho detto, nè mi parendo esser convenevole ad un buon medico esser cagione della morte di veruno (come quello che sapeva la medicina essere stata per salute dell’umana generazione, e non per danno esser stata dimostrata agli uomini dal cielo); e dubitando, come eziandio vi ho detto, ch’e’ non fosse andato da un altro che per ingordigia dei dinari gli avesse dato ciò ch’egli avesse voluto, io gli diedi non veleno, ma una pozione di mandragora, che fa dormire sì profondamente, che mentre che dura la di lei operazione, colui che l’ha presa, sta come morto. Però se quel fanciullo ha presa la pozione ch’io gli temperai, egli vive, e si riposa e dorme; e come più tosto la fortezza della natura averà discacciata la folta nebbia di quel sonno, la nostra luce, di nuovo bella come prima, gli apparerà; ma s’egli è morto da vero, ricercate d’altronde la cagione. Dette ch’ebbe queste parole il medico, parve a tutti ch’egli fosse, senza indugiar niente, d’andare al luogo dov’era sepolto il garzone, per chiarirsi di questo fatto; però chiudendo il servo e quell’altro figliuol maggiore in prigione, se ne andarono alla sepoltura, ed ivi giunti, il padre del giovane fu quello che con le sue mani volle rimovere la pietra d’in sul monumento: nè voleva star più il soccorso, imperocchè già aveva la natura discacciata da sè l’oscura sonnolenza, ed era il giovane ritornato dal regno di Plutone. Il padre abbracciatolo con quella tenerezza che voi vi potete pensare, per non avere parole sufficienti alla presente allegrezza, tacendo il trasse fuori della sepoltura, e così vestito delle funebri vesti il presentò dinanzi al podestà. Il servo vedendo il garzone vivo, pensandosi che, perchè non era seguita la morte, gli dovesse esser perdonato, e ancora per non sofferire più tortura, confessò ogni cosa: per la qual cosa, presa la donna e condotta avanti ai giudici, con poca tortura ancora lei confessò ogni cosa; e fu giudicato che ’l servo, per aver fatta quell’opera, se ben non n’era seguita la morte, fosse impiccato; e alla donna, ai preghi del marito e del figliuolo, fu perdonata la vita, ma fu per sempre sbandeggiata [14]: ed al medico di comune consenso fu lasciato il prezzo avuto dal servo per pagamento della sonnolente pozione. E così il padre ch’era in pericolo di perdere tutti due i figliuoli, barattandoli con la pessima moglie, li riebbe vivi e innocenti.

Finita la novella, cominciò frate Auretto la canzonetta sua, e disse così:

Donna leggiadra, per l’altrui fallire

Mai non abbia a disdegno il ben servire.

Chi serve puramente al suo signore,

Deve esser doppiamente meritato:

E così quei che tradisce l’Amore,

Deve esser come merta ben pagato;

Ma chi diventa per grandezza ingrato,

Non vuol Amor che rimanga a punire.

Già sai tu, donna, ch’io non t’ho fallito,

Nè ruppi mai la fe' ch’io t’ho portata.

Se ’l tuo caro signore s’è partito,

Contento non fui mai della sua andata.

Adunque, donna, non mi star turbata,

E non aver a sdegno il mio servire.

Quanto sta male a donna esser ingrata

Verso l’amante, e diventar altiera;

Perchè tra l’altre la donna è biasmata

Che viene in fama di selvaggia e fiera.

Piacciati adunque, donna, esser maniera [15],

Se vuoi per fama al terzo ciel salire.

Vanne, ballata, a le donne amorose,

Che fanno il cor de gli amanti gioire,

E lor bellezze non tengon nascose.

Facendo i servi lor d’amor sentire.

Queste son quelle che son da gradire,

Perchè a’ lor servi vogliono ubbidire.

Finita la canzonetta, i detti amanti per quel giorno posero fine ai loro ragionamenti, e presonsi per mano, e ciascun di loro si partì.

GIORNATA VENTESIMAQUARTA

NOVELLA I.

Ritornati i detti due amanti all’usato parlatorio il ventesimoquarto giorno, cominciò Saturnina e disse: Io ti vo’ dire, come fu scacciato da Fiorenza il gran popolano Giano della Bella; e disse così.

Negli anni di Cristo mille duecento novantaquattro, nel mese di gennaio, essendo di nuovo entrato podestà di Fiorenza messer Giovanni Lucino da Como, ed avendo innanzi un processo d’un’accusa contra messer Corso Donati, nobile e possente cittadino, per cagione che ’l detto messer Corso doveva aver morto un popolano, famigliare di messer Simone Galastrone, a una mischia che avevano fatta insieme: messer Corso era ito dinanzi al podestà con sicurtà e preghi d’amici e signori. Il popolo di Fiorenza attendeva ch’egli il condannasse, e già era tratto fuori il gonfalone della giustizia per far l’esecuzione; di che il podestà l’assolvè: per la qual cosa come fu letta l’assoluzione e condennato messer Simone Galastrone, il popolo minuto gridò: Muoia il podestà; e uscendo del palagio a corso gridando, all’arme, all’arme, e viva il popolo minuto, e’ trassero a casa Giano della Bella loro caporale, e fu in arme gran parte del popolo minuto. E dicesi ch’egli li mandò col fratello al palazzo de’ priori a seguire il gonfalone della giustizia, ma ciò non fecero, anzi vennero al palazzo del podestà, e a furore l’assalirono con armata mano, ed arsero le porte, ed entrarono e rubarono il podestà, lo presero lui e la sua famiglia vituperosamente. E messer Corso si fuggì di tetto in tetto per temenza di sua persona. Questa furia a’ priori, ch’erano assai vicino al detto palagio, dispiacque, ma per lo sfrenato popolo non vi poterono rimediare. Ma racchetato il romore, alquanti de’ grandi uomini che non dormivano, si deliberarono abbattere Giano della Bella; imperocchè egli era stato il capo a fare gli ordini della giustizia, e per abbassare i grandi volle torre a’ capitani di parte guelfa il suggello e mobile della parte, ch’era assai, e recarlo in comune, non perchè egli non fosse guelfo e di nazion guelfa, ma per abbassare la potenza dei grandi; i quali veggendosi così trattare, s’accostarono insieme coi consigli de’ giudici e de’ notai, i quali si tenevano gravati dal detto Giano, con altri popolani grassi, ed amici e parenti dei grandi, che non amavano che Giano fosse in comune maggiore di loro. Ordinarono adunque di fare un gagliardo ufficio de’ priori, e venne lor fatto, e trassonsi fuori prima che il tempo uscito. E ciò fatto, come furono all’ufficio, s’accordarono col capitano del popolo, e feciongli formare una inquisizione contra ’l detto Giano ed altri suoi consorti e seguaci, e contra quelli che furono caporali a metter fuoco nel palagio del podestà, e mettere la terra a romore, contra gli ordini della giustizia: per la qual cosa il popolo minuto si conturbò, e andarono a casa Giano della Bella, e proferirono d’esser con lui in arme in difenderlo, e combattere la terra. Il suo fratello trasse in l’orto San Michele un gonfalone con l’arme del popolo; ma Giano ch’era un savio uomo, se non che alquanto era presuntuoso, veggendosi tradito e ingannato da coloro medesimi ch’erano stati con lui a fare il popolo, e veggendo che la lor forza con quella de’ grandi molto possente era, e già erano ragunati a casa i priori armati, non li volle mettere alla ventura della battaglia cittadinesca, per non guastare la terra, e per tema di sua persona, partissi di Fiorenza a’ cinque di marzo, sperando che il popolo lo rimetterebbe ancora in stato; ma per la detta accusa e contumacia [16] fu condennato nella persona e sbandito, e in esilio morì, e tutti i suoi beni furono incorporati, e di certi altri popolani che furono accusati con lui, e di lui fu gran danno alla città di Fiorenza, e massimamente al popolo, perocch’egli era il più diritto e leale popolano, o amator del ben comune, che uomo di Fiorenza, e quello che metteva in comune non ne traeva. Era prosontuoso in voler fare le sue vendette, e fecene alquante contra agli Abbati suoi vicini col braccio del comune; e forse per li suoi peccati fu, per le sue medesime leggi fatte, a torto e senza colpa giudicato. E nota che questo è grand’esempio a’ cittadini che hanno a venire, di guardarsi di non voler essere troppo presontuosi, ma star contenti alla comune cittadinanza; e l’esempio abbiamo veduto chiaro a’ dì nostri in molti cittadini ch’al presente mi taccio. Di questa novità ebbe gran mutazione e turbazione il popolo di Fiorenza d’allora innanzi, e gli artefici e popolani minuti poco potere ebbero in comune.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò frate Auretto la sua, e disse: Io ti vo’ dire, come fu morto il grande e possente cittadino di Fiorenza messer Corso Donati; e cominciò così.

Egli ebbe in Fiorenza un grande e possente cittadino ch’ebbe nome messer Corso Donati; ed essendo cresciuto scandalo tra nobili e potenti popolani che guidavano la città, per invidia di stato e di signoria, convenne che partorisse doloroso fine, per li peccati della superbia e della invidia e dell’avarizia ch’erano in loro. Questi erano partiti in due sètte, e dell’una era capo messer Corso Donati col seguito d’alquanti nobili e di certi popolani, tra quali erano quelli della casa de’ Bordoni; e dall’altra parte era capo messer Rosso della Tosa, con seguito di messer Pazzino de’ Pazzi e di messer Geri Spini e di messer Berto Brunelleschi, e de’ Cavicciuli e di più altre case. A messer Corso e a’ suoi seguaci pareva loro esser mal trattati degli onori e degli uffici, ed esserne più degni, perch’erano stati ricoveratori dello stato de’ Neri, e cacciatori della parte bianca. Ma per l’altra parte si diceva che messer Corso voleva esser signore, e quelli che reggevano il popolo havevano in odio e in gran sospetto, perchè s’era imparentato con Uguccione dalla Faggiuola, ghibellino e nimico de’ Fiorentini; ma pur lo temevano per lo suo grand’animo e potere e seguito ch’egli aveva, ch’egli non togliesse loro lo Stato, e cacciasseli della terra, massimamente perchè trovavano che aveva fatto lega e congiura col detto Uguccione dalla Faggiuola suo suocero, e mandato per lui e per suo aiuto. Per questa gelosia un dì si levò la città a romore, e suonò la campana de’ priori a martello, e subito fu il popolo in arme a piè e a cavallo, e tutti i soldati forestieri ch’erano a posta [17] di coloro che reggevano la terra; e subito, com’era ordinato per li sopraddetti caporali, fu fatta una accusa al podestà, ch’era messer Pietro della Branca da Ogobbio, contra messer Corso, apponendogli ch’egli voleva tradire il popolo, e sottomettere la città, ed aveva fatto venire Uguccione dalla Faggiuola per questo fatto; e la richiesta gli fu fatta, e poi il bando, e poi la condennagione, e in meno d’un’ora, senza dargli più termine al processo. Di che messer Corso fu condennato come rubello e traditore del suo comune; ed incontanente si mossero da casa i priori col gonfalone della giustizia, e col podestà e con l’esecutore, e col capitano e lor famiglie, e i gonfaloni delle compagnie, con tutto ’l popolo e con tutti li soldati a piè e a cavallo, a grido di popolo, per venire alla casa dove abitava messer Corso da San Pietro, per far l’esecuzione. Messer Corso sentendo il romore che gli veniva addosso, per esser forte e per fornir suo pensiero, attendendo Uguccione dalla Faggiuola con gran gente che n’ era già venuta, si era asserragliato [18] nel borgo di San Pietro maggiore, a piè delle torri del Cigno, in Torcicada, e alla via Vecchia che va alle Stinche e a San Procolo, con forti sbarre, e con suoi consorti e amici assai. Il popolo cominciò a combattere i detti serragli da più parti, e messer Corso e’ suoi si difendevano francamente, e durò la battaglia gran parte del dì; e fu a tanto, che tutto il potere del popolo v’era combattendo forte; e se messer Corso avesse avuto il soccorso ch’egli aspettava dagli amici ragunati in contado, il popolo aveva quel dì molto che fare; perocchè, con tutto ch’eglino fossero assai, erano male in ordine, e non molto d’accordo, perocchè a parte di loro questo non piaceva. Ma sentendo la gente d’Uguccione come messer Corso era stato assalito dal popolo, si tornarono indietro, e molti dei cittadini ch’erano nel serraglio commciaronsi a partire, onde egli rimase con poca gente, il popolo ruppe le mura del giardino ch’era dirimpetto alle Stinche, ed entrarono dentro con gran gente; e veggendo ciò messer Corso, e che il soccorso gli era tardato, abbandonò le case, e fuggì fuora di Fiorenza. Le case furono subitamente dal popolo rubate e disfatte; e messer Corso fu perseguitato da certi cittadini suoi nimici a cavallo, e ser Boccaccio Cavicciuli fu giunto da Gherardo Bordoni, che l’ammazzò, e tagliogli la mano, e reconnela nel corso degli Aldimari; e messer Corso andandosene tutto solo, fu giunto di sopra a Rovezzano da certi Catalani a cavallo, e menaronlo preso a Fiorenza, e quando fu presso a San Salvi, molto pregava quelli che l’avevano preso, promettendo loro molta moneta, che lo campassero, ed essi lo volevano pur menare, com’era stato loro imposto da’ signori. Messer Corso non volendo venire alle mani dei suoi nimici, ed essere giustiziato dal popolo, essendo compreso forte da gotte nelle mani e nelli piedi, si lasciò cadere da cavallo; e reggendolo essi in terra, uno di loro gli die' d’una lancia nella gola, e lasciollo ivi per morto, e i monaci di San Salvi il presero, e portaronlo nella badia di San Salvi, e quivi si morì; e l’altra mattina fu seppellito in San Salvi con poco onore e con poca gente, per tema del comune. Questo messer Corso Donati fu il più savio e valoroso cavaliere che fosse nel suo tempo in Fiorenza; e fu bel parlatore e pratico, e di gran nominanza e di grande ardire, e bello di persona e cortese; ma molto fu mondano, e in suo tempo fece a Fiorenza, molte novità per avere istato [19]. E questo morì negli anni di Cristo mille trecent’otto.

Finita la novella, cominciò Saturnina la sua canzonetta: e disse così.

Oimè, lassa, dolente e sventurata,

Che son per ben amar suta ingannata!

E’ non mi debbe mai dal cor uscire,

L’amore ch’ho portato fedelmente,

E ’l disio ch’aveva al ben servire,

Ed esser tanta umile e riverente,

Quant’io son stata a quel donzel piacente,

Che m’ha senza cagion abbandonata.

E quel che più di ciò mi meraviglio,

Come fortuna l’ha potuto fare,

O qual forza, o destino, o qual consiglio

L’abbia potuto mai da me stranare;

Ond’io mi vo’ per certo monacare,

Nè d’alcuno esser mai più innamorata.

Donne, per Dio! non vi fidate mai

In nessun damigel che non sia saggio;

Che fui tradita da chi mi fidai,

Benchè da lui non venisse l’oltraggio;

Ma pur è contro a me fatto selvaggio,

E non so se mi s’ha dimenticata.

Dirizza il tuo camin, dolce ballata,

E fa che trovi il mio caro signore,

E a lui per me farai questa imbasciata;

Ch’io gli aveva donata l’alma e ’l core;

Or è fallito l’intrinseco amore,

Del quale i’ vivrò sempre sconsolata.

Finita la canzonetta, i detti amanti per quel giorno posero fine ai loro ragionamenti, e presonsi per mano, ciascuno di loro si partì con buona ventura.

 GIORNATA VENTESIMAQUINTA

NOVELLA I.

Tornati i detti amanti al luogo usato il ventesimo quinto giorno, disse frate Auretto: Io ti voglio dire una novella, la quale io credo che ti piacerà.

Nella città di Ricanati era un gentil uomo chiamato Democrate, il qual era ricchissimo e liberale dei beni ch’egli aveva; e perch’egli era il primo nella sua città, ogni anno faceva fare giuochi e spettacoli, de’ quali si dilettava molto. Or avvenne ch’e’ si diliberò di far un giuoco, e vero caccia grandissima d’animali selvaggi nella sua città, per onorare certi signori forestieri che vi dovevano venire. Per la qual cosa da diversi luochi aveva con grandissima spesa congregata una gran moltitudine d’animali selvaggi, fra’ quali v’erano molti orsi: ma dimorandosi, più che non si credeva, quei signori per cui principalmente voleva fare questa caccia, stando le fiere chiuse, molte ne morivano, ed essendo gittate in luoghi pubblici, molti poveri le raccoglievano, e per mangiarle le scorticavano. Essendo adunque morta un’orsa grossissima e terribile da vedere, una brigata di masnadieri, che poco fa erano venuti nella città, fecero disegno, per mezzo di quest’orsa, col loro ingegno rubare Democrate, per lo modo che procedendo tu intenderai. Egli prosero quest’orsa morta, e se ne la portarono al loro alloggiamento, e destramente la scorticarono, lasciando però i piedi e ’lrapo intieri; ed avendo nettata la pelle da ogni carne, la sparsero di cenere, e la posero al sole ad asciugarsi, e fra quel mezzo intesero a darsi buon tempo, mangiando la carne. Come la pelle fu asciutta, come già fra loro s’erano convenuti, posero in quella uno di loro che si chiamava Trasileo, e diligentemente lo cuscirono entro, e con le folte setole ricopersero la cuscitura, tal ch’ella non si poteva vedere; e al luogo dov’era stata tagliata la gola all’orsa, fecero entrare il capo di Trasileo lasciandogli luogo d’onde e’ potesse spirare e vedere; tal che lo fecero parere un’orsa vera. Dopo, questo comperarono una gabbia, e dentro ve ’l misero. E avendo condotta la cosa fin a questo termine, per compimento del loro inganno ebbero indicio d’un certo Nicanore Albanese, il quale si diceva tenere grand’amistà con questo Democrate, ed era ne’ suoi paesi un gran cacciatore. Fecero adunque questi ladri certe lettere che mostravano che quel suo amico lo facesse, per cagione della festa ch’egli era per fare, partecipe della sua caccia. Essendo poscia vicina la notte, questi masnadieri portarono la gabbia con quell’orsa fitta, e con quelle littere a questo Democrate; il quale lodata la grandezza della bestia, e rallegratosi dell’opportuna liberalità dell’amico, comandò che a quei che l’avevano condotta fossero annoverati dieci ducati, e che la gabbia con l’orsa fosse portata fuori ov’erano l’altre. Uno di quei ladroni disse: Guarda, signore, che essendo ella, e per le gran vampe del sole, e per la lunghezza del camino, assai stracca, che tu non la metta tra la moltitudine dell’altre, le quali anco secondo ch’io ho inteso, non sono molto sane; perchè ella è da mettere qua in casa in qualche luogo aperto, dove spiri alquanto d’aere, essendo simil sorte di bestie use dimorare tra folti boschi e fresche spelonche. Considerando Democrate che molte ve n’erano morte, consentì alle parole di costui; però disse che la dovessero riponere dove a loro pareva che la stesse meglio. Allora essi la riposero in un certo cantone della casa, di donde Trasileo poteva vedere in qual luogo si riponevano i vasi d’argento, che si levavano dalla mensa del patrone, che molti ve n’aveva e di gran prezzo; poscia dissero: Noi siamo apparecchiati, quando faccia bisogno, di starci appresso; perchè sapiendo la natura sua, potremo, or ch’ella è stracca ed affaticata, porgerle il cibo, quando ne parrà il tempo opportuno. Rispose Democrate. Non ci è mestiere della fatica vostra, perchè la mia famiglia, per la consuetudine di governare simil bestie, sa ormai ciò che le fa bisogno; e detto questo, i ladroni si partirono: e uscendo fuori della città un poco, vi venne veduta in un luogo riposto, così un poco fuor di strada, appresso a una chiesuola, una sepoltura; ed essi levatole il coperchio, che per la lunghezza del tempo era tutto guasto, e trovato che l’ossa de’ morti erano divenute tutte in polvere, fecero pensiero che quel fosse assai opportuno luogo per nascondere ciò che fuor della casa di Democrate. avessero portato. Avendo, adunque osservato il più tenebroso tempo della notte, quello cioè, nel quale il sonno col primo impeto s’insignorisce de’ mortali, s’appresentarono armati co’ loro istrumenti avanti alla casa di Democrate: nè minor diligenza fra quel mezzo aveva usata Trasileo; perchè era uscito della gabbia quando comprese che tutti dormivano, e con un coltello aveva scannato il portinaio, poscia avendo aperta la porta, aveva introdotti i suoi compagni. Entrati questi masnadieri in casa di Democrate, Trasileo gl’insegnò una guardaroba, nella quale aveva veduto riponere l’argento; ed essi avendo con suoi ferramenti aperto l’uscio, si caricarono di ciò che potero portare, e andandosene a quella sepoltura detta di sopra, lasciarono uno di loro, mentre ritornavano a portarsene il resto, che vicino alla porta ponesse mente se in casa movimento alcuno nasceva; imaginandosi fra loro che l’aspetto di quell’orsa fosse stato sofficiente a tenere in tremore, se alcuno della famiglia si fosse desto per avventura. Ma essendosi allo strepito udito levato un fante di casa, andò alla porta per vedere se v’era il portinaio, e lo vide giacer morto, e vide quella bestia andar per casa; per la qual cosa tacitamente si partì, e andossene a raccontar agli altri ciò ch’egli aveva veduto. Nè vi andò guari, che la casa fu piena d’uomini con torchie accese, tal che le tenebre sparirono via, nè fu alcuno fra tanta gente che venisse senz’arme, ma alcuni con istanghe, altri con lance e spiedi, e molti con ispade ignudo; e più, fecero venire grossissimi cani da caccia, e furono fra tutti intorno a quest’orsa, e con grande strazio lo uccisero, ed egli mai non mandò fuori voce niuna. Ma egli aveva però posto tanto spavento nella mente di tutti quei che la videro, che così morta niuno ardiva toccarla; pur alla fine un certo beccaio volendola scorticare, spogliò il misero ed infelice masnadiero.

NOVELLA II.

Avendo frate Auretto finita la sua novella, disse Saturnina: Io ti voglio raccontare la vita di un valente signore che ebbe nome Carlo conte d’Angiò.

Regnando Manfredi figliuolo naturale di Federico imperadore, nimico della Chiesa e di tutti i Guelfi d’Italia, furo sconfitti i Fiorentini a Monte Aperto. Per la qual cosa esso re Manfredi di molto aggrandì lo Stato suo, e tutta la parte imperiale di Toscana e di Lombardia esaltò, e la Chiesa e i guelfi abbassò in tutte le parti. Avvenne ch’ivi appresso nell’anno mille ducento sessanta, papa Alessandro passò di questa vita nella città di Viterbo, e vacò la Chiesa cinque mesi per discordia de’ cardinali, i quali poi elessero papa Urbano quarto di Cresi, città di Francia, il qual fu figliuolo d’un zabattiero [20], ma valente uomo fu e savio.

E trovando la Chiesa in grande abbassamento per la forza di Manfredi, il quale occupava quasi tutta Italia, e l’oste aveva messo nel patrimonio di san Pietro, predicò la croce contra lui; ove molta gente si convenne, e detto oste si tornò in Puglia. Ma però non lasciava Manfredi di continovo perseguitar la Chiesa, ed egli si stava quando in Sicilia e quando in Puglia con gran delizie, seguendo vita epicurea a ogni suo piacere, tenendo più concubine, e vivendo lussuriosamente, e non pareva che curasse nè Dio nè Santi. Ma Dio, ch’è giusto signore, il qual per grazia indugia il suo giudicio a’ peccatori perchè si riconoschino, pur alla fine non perdona a chi non ritorna a lui, mandò la sua maledizione e ruina a Manfredi, quando egli si credeva essere in maggiore stato e signoria. Avvenne ch’essendo il detto papa Urbano e la Chiesa abbassata per la forza di Manfredi, e gli eletti due imperadori, cioè quello di Spagna e quello d’Ongheria, non avevano concordia nè potenza di passare in Italia, e Corradino figliuol del re Corrado, a cui apparteneva il reame di Sicilia per redaggio era sì picciolo garzone, che non poteva venire ancora; il papa a instanza di molti, i quali per la forza di Manfredi erano cacciati dalle lor terre, e specialmente degli usciti guelfi di Fiorenza e di Toscana che di continovo seguitavano la corte, compiagnendosigli a’ piedi, fece un gran concilio de’ suoi cardinali ed altri prelati, a’ quali propose come la Chiesa era occupata da Manfredi, e come quelli di sua casa erano sempre stati nimici e persecutori della Chiesa, non essendo grati de’ beneficii e doni ricevuti; e però aveva pensato, dove a lor paresse, di trarre la Chiesa di servitù, e di ridurla in sua libertà; e che gli pareva che si chiamasse Carlo conte di Angiò e di Provenza, figliuolo del re di Francia, il qual era il più possente principe di senno e di prodezza e d’ogni virtù che fosse al suo tempo, e che questo fosse capitano della Chiesa, e re di Sicilia e di Puglia, racquistandola dal re Manfredi che la teneva per forza (e però era scomunicato e dannato) contra la volontà della Chiesa, e come suo rubello; e ch’egli si confidava tanto nella prodezza del detto Carlo e della baronia di Francia che lo seguitarebbono, ch’egli non dubitava che non togliesse la signoria e il regno tutto in poco tempo al detto Manfredi, e rimettesse la Chiesa in grande stato. A questo consiglio s’accordarono tutti i Cardinali e gli altri prelati, ed elessero questo Carlo re di Sicilia e di Puglia, e li suoi discendenti infino in quarto grado della sua generazione appresso Lui. Affermata l’elezione, gli mandarono il decreto, e questo fu negli anni di Cristo mille ducento sessantatrè. Come l’elezione fu portata in Francia al detto Carlo per lo cardinale Simon dal Torse, Carlo n’ebbe consiglio con Luigi re di Francia, e con il conte Artese e con quel di Lanzone, suoi fratelli, e con altri baroni di Francia; e per tutti fu consigliato che col nome di Dio dovesse fare l’impresa in servigio della Chiesa, e per portar onore di corona di reame; ed il re Luigi suo maggior fratello gli profferse aiuto di gente e di tesoro, e simigliantemente tutti i baroni di Francia. La donna sua era figliuola del buon Ramondo di Provenza. In questo modo il conte Ramondo fu gentil signore, e di legnaggio fu della casa d’Amone. Per redaggio fu sua Provenza di qua dal Rodano. Al suo tempo fece onorate cose, e in sua corte usarono tutti i gentil uomini di Provenza e di Francia e di Catalogna. Arrivò in sua corte un pellegrino che tornava da santo Iacopo, e udendo la bontà del conte Ramondo, restò ivi, e fu sì savio, che venne in tanta grazia del conte, che di tutto il suo Stato venne maestro e governatore, e sempre in abito onesto si mantenne, e in poco tempo per sua industria e senno raddoppiò le rendite del suo signore, mantenendo sempre onorata corte. E avendo il detto Ramondo guerra col conte di Tolosa, ch’era il maggior conte del mondo, e sotto sè aveva quattordici conti, e per lo senno del detto pellegrino, e per lo tesoro ch’egli aveva ragunato, ebbe tanti baroni e cavalieri, ch’egli ne fu vincitore. Aveva il conte Ramondo quattro figliuole, e niuno maschio; e per lo senno del buon pellegrino, prima maritò la maggiore a Luigi re di Francia, dandogli gran somma di dinari, dicendogli il pellegrino: Non ti gravi il costo; che se tu mariti la prima bene, tutte l’altre per lo suo parentado maritarai meglio e con meno costo. E così gli venne fatto, che incontanente il re di Ougheria, per esser cognato del re di Francia, tolse la seconda, e per poco moneta: e appresso il suo fratel carnale, essendo eletto re de’ Romani, tolse la terza; e rimanendo la quarta a maritare, disse il buon pellegrino: Questa voglio ch’abbia un valenl’uomo, che sia tuo figliuolo, al qual rimanga la tua eredità; e così fece, che venendo Carlo duca d’Angiò, fratello del re di Francia, disse il pellegrino: A costui la diamo, ch’è per essere il più valente signore del mondo, profetando di lui, e così fu. Avvenne poi che per invidia, la qual guasta ogni bene, i baroni di Provenza apposero al buon pellegrino, ch’egli aveva mal guidato il tesoro del conte, e fecergli domandar conto. Il valente pellegrino disse: Conte, io t’ho servito gran tempo, e messo di picciolo stato in grande, e tu per lo falso consiglio se’ poco grato. Io venni in tua corte povero pellegrino, ed onestamente sono del tuo vivuto; fammi dare il mio mantello e ’l mio bordone e la mia scarsella: come io ci venni, così me n’andrò: e udito così il conte, non voleva che si partisse, ed egli per nulla volse rimanere, e com’era venuto, così si partì che mai non si seppe onde si fosse, nè dove s’andasse. Avvisossi per molti, ch’e’ fosse santa anima la sua. Or torniamo alla valente donna moglie di Carlo conte d’Angiò, che come sentì l’elezione ch’era stata fatta del suo marito, per essere regina impegnò tutti i suoi gioielli, e richiese tutti i bacilieri di Francia e di Provenza che fossero alla sua bandiera a farla regina. E ciò fece per un dispetto, perchè poco dinanzi le sue tre maggior sorelle, che tutte tre erano regine, l’avevano fatta sedere a un desinare un grado più bassa che loro; ond’ella con dolore se ne richiamò a Carlo suo marito, il qual le rispose e disse: Datti pace che tosto ti farò regina, e maggiore che non sono elleno. Per la qual cosa ella procacciò ed ebbe la miglior baronia che fosse a suo servigio, e quelli che più s’adoperarono nella detta impresa. E così attese Carlo al suo apparecchiamento con ogni sollecitudine e potere, e rispose al papa e a’ cardinali, come accettava la loro elezione, e senza indugio passarebbe in Itali con forte braccio e con gran potenza alla difensione della Chiesa e contra Manfredi, per cavarlo delle terre di Sicilia e di Puglia. Di questa novella la Chiesa, e tutti coloro che seguivano parte guelfa ne fecero gran festa, e presero gran vigore. Come Manfredi sentì la novella, si provide di gente e di moneta con la forza di parte ghibellina di Lombardia e di Toscana, la qual era con lui in lega; e ordinò guernimento di più gente assai che prima non aveva, e focene venir d’Alamagna per suo riparo, acciocchè Carlo con sua gente di Francia non potessero entrare in Italia, e passare a Roma; e con dinari e con promesse arrecò a sè gran parte de’ signori delle città d’Italia, e in Lombardia fece suo vicario il marchese Pallavicino di Piamonte, suo parente, il qual molto l’assimigliava di persona e di costumi; e fece apparecchiare gran gente in mare con galee armate di Siciliani e Pugliesi e Pisani, ch’erano in lega con lui, e poco stimavano la venuta di Carlo, il qual chiamavano per dispregio Carlotto. Per tal provvedimento pareva a Manfredi esser sicuro ed esser signore del mare e della terra. E la parte ghibellina signoreggiava Toscana e Lombardia, e la venuta di Carlo stimavano niente. Negli anni di Cristo mille ducento sessantaquattro, nel mese d’agosto, apparve in cielo una stella cometa con gran raggi e chioma di dietro, levandosi dall’oriente con gran luce infino ch’era a mezzo il cielo verso l’occidente. La sua chioma risplendeva, e durò tre mesi, cioè infin al mese di novembre. La detta cometa significò diverse cose e novità nel secolo, e molti dissero che ella significava la venuta di Carlo di Francia, e la mutazione che seguì l’anno appresso del regno di Sicilia e di Puglia. Che queste comete significhino mutamenti de’ regni, per gli autori antichi nei loro versi si mostra, e massimamente per Stazio nel primo libro della Tebaide, dove dice:

Bella quibus populis, quae mutent sceptra cometae.

E Lucano nel primo libro delle guerre civili disse:

Ignota obscuræ viderunt sidera noctes,

Ardentemque polum flammis, coeloque volantes

Obliquas per inane faces, crimemque timendi

Sideris, et terris mutantem regna cometen.

Ma questa infra l’altre fu evidente e aperta, che come la detta stella apparve, papa Urbano ammalò, e la notte che la venne meno, passò di questa vita nella città di Perugia, e là fu seppellito; per la cui morte alquanto tardò l’avvenimento del detto Carlo; e Manfredi e suoi seguaci furono molto allegri, avvisandosi che morto papa Urbano, ch’era francese, s’impedisse l’impresa di Carlo. E vacò la Chiesa cinque mesi; ma, come piacque a Dio, fu fatto papa Clemente quarto della città di san Gilio in Provenza, il quale fu buono uomo e di santa vita, per orazioni e digiuni e limosine; tutto che prima fosse suto laico, ed avesse avuto moglie e figliuoli, e grande avvocato fosse nel consiglio del re di Francia. Ma, morta la moglie, si fece chierico, e fu arcivescovo di Narbona, e poi cardinale di Santa Savina, e fu papa quattro anni, e molto fu favorevole alla venuta del detto Carlo, e rimise la Chiesa in buono stato. Carlo fu figliuolo di Luigi il piacevole, re di Francia, e nipote del re Filippo, e fratello di Luigi re di Francia, e di Ruberto conte d’Artes, e di Angus conte di Pitieri. Questi quattro fratelli nacquero della regina Bianca, figliuola d’Alfonso re di Spagna. Il detto Carlo fu conte d’Angiò per redaggio dei padre, e conte di Provenza, di qua dal Rodano, per redaggio della moglie, figliuola del conte Ramondo; e sì come per lo papa e per la Chiesa fu eletto re di Sicilia e di Puglia, si apparecchiò di cavalieri e baroni per fornire sua impresa, e per passare in Italia, come innanzi raccontammo. Ma acciocchè più apertamente si possa sapere per quelli che hanno a venire, come questo Carlo fu l’origine dei re di Sicilia e di Puglia stati della casa di Francia, diremo alquanto delle sue virtù e condizioni: perchè è bene far memoria d’un tanto signore e tanto protettore della Chiesa. Questo Carlo fu savio di suo consiglio, e prodo in arme, e molto fu riputato da tutti i re del mondo; fu magnanimo, d’alti intendimenti per fare ogni grand’impresa; fu sicuro in ogni avversità, fermo in ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, e quasi mai non rideva; fu onesto, religioso e cattolico, aspro in giustizia, e feroce di risguardo; grande di persona, ben maestrevole, e reale più che altro signore; poco dormiva, e usava di dire, che dormendo troppo, quello tempo si perdeva; largo fu a’ cavalieri, disideroso d’acquistare terre e signorìa e moneta, onde si sovvenisse per fornir le sue imprese e guerre; di gente di corte, cioè ministri e gioculalori, non si dilettò mai; la sua arma fu quella di Francia, cioè il campo azzurro e i fiordiligi d’oro, e di sopra un rastrello rosso, e tanto si divisava da quel di Francia. Ebbe Carlo dalla moglie due figliuoli e più figliuole. Il primo ebbe nome Carlo, e fu isciancato, e fu principe di Capua, e dopo Carlo suo padre fu re di Sicilia e di Puglia; e l’altro ebbe nome Filippo, il quale per la moglie fu principe della Morea, ma morì giovane e senza figliuoli, perocchè si guastò a tendere un balestro. Ma per tornare alla nostra materia, dico che gli usciti guelfi di Fiorenza e dell’altre terre di Toscana s’erano molto avanzati per la presa di Modona e di Reggio, la qual fu in questo modo. Che essendo i Guelfi raccomiati [21] da Lucca, stettero più tempo in Bologna con gran povertà, chi a soldo a piè e chi a cavallo, e chi senza soldo. Avvenne che in quei tempi quelli della città di Modona, la parte guelfa con la ghibellina, vennero a quistione e a battaglia cittadinesca, com’è usanza delle terre di Lombardia, su la piazza del Comune, e più dì stettero affrontati insieme senza sovrastare l’una parte all’altra. E i guelfi di Modena mandarono per soccorso agli usciti guelfi di Toscana e di Fiorenza che erano in Bologna, i quali, come gente bisognosa, v’andarono chi a piè e chi a cavallo, come meglio ciascuno puotè; e giunti a Modona, per li guelfi di Modona fu dato loro una porta e messi dentro; e venuti in piazza, come gente disposta a guerra, si missero alla battaglia contra i ghibellini, a’ quali poco sostennero, che furono sconfitti e morti e cacciati dalla terra, e rubate lor case e beni, della qual preda i guelfi molto s’ingrassarono, e fornironsi di cavalli e d’arme, che n’avevano gran bisogno; e questo fu negli anni di Cristo mille ducento sessantatrè. E standosi in Modona poco tempo, per simigliante modo s’incominciò nella città di Reggio, e i detti guelfi v’andarono, e fecero lor capitano messer Forese Animali; ed entrati in Reggio, furono in su la piazza alla battaglia; la quale molto durò, imperocchè i ghibellini di Reggio erano molto potenti, e infra gli altri ve n’era uno ch’era chiamato il Cacca da Reggio. Questo era grande quasi come un gigante, e di maravigliosa forza, e portava una mazza di ferro in mano, tal che niuno poteva appressarsegli che non fosse abbattuto o morto, e molti ne guastò, e quasi egli era lo intertenimento di tutta quella battaglia. Vedendo ciò i guelfi di Fiorenza, elessero dodici di loro, i più valorosi, i quali con le coltella in mano se gli missero addosso, e dopo molta difesa il valentuomo fu abbattuto e morto in su la piazza. E come i ghibellini videro morto il lor campione, si misero in isconfitta, e così furono cacciati da Reggio; sì che in poco tempo i guelfi usciti di Fiorenza e dell’altre terre di Toscana si rincavallarono [22] per modo, che furono quattrocento buoni uomini a cavallo, i quali furono al servigio del re Carlo in questo modo. Sentendo la venuta del re Carlo, ciascuno di loro si fornì e sforzò d’esser ben in punto; e trovaronsi quattrocento cavalieri tutti gentili di legnaggio, e provati in arme; e mandarono loro ambasciadori a papa Clemente, acciocch’egli li raccomandasse a Carlo eletto re di Sicilia profferendosi al servigio della Chiesa; e dal papa furono ricevuti graziosamente, e li provide di moneta, e volle che per suo amore la parte guelfa di Fiorenza portasse sempre la sua arma in bandiera e in suggello, la qual era il campo bianco e l’aquila vermiglia in su un serpente verde, la qual portarono e portano infin al dì d’oggi, ma v’hanno aggiunto poi un giglietto vermiglio in su ’l capo dell’aquila; e con quell’insegna si partirono in compagnia de’ cavalieri francesi, e furono i più valorosi che gente avesse il re Carlo. Negli anni di Cristo mille ducento sessantacinque Carlo conte d’Angiò e di Provenza, fatta sua raunata di baroni e cavalieri di Francia, fornito di moneta per fornire suo viaggio, e fatta la sua mostra, lasciò il conte Guido di Monforte capitano di millecinquecento cavalieri francesi, che dovesse venire a Roma per la via di Lombardia; e fatta la festa della Pasqua col re Luigi e con gli altri suoi fratelli ed amici, si partì, e senza soggiornare se ne venne a Marsiglia in Provenza, dove aveva fatto apparecchiare trenta galee, in su le quali si raccolse con quei baroni che di Francia aveva menati seco, e missesi in mare per venire a Roma, a gran pericolo, perocchè il re Manfredi aveva fatto armare a Genova e a Pisa e nel regno più d’ottanta galee, le quali stavano in mare alla guardia, acciocchè Carlo non potesse passare. Ma Carlo, come franco e ardito signore, si mise in mare, non guardando agli aguati de’ suoi nimici, dicendo un proverbio over sentenza d’un filosofo che dice: Uomo studioso romperia fortuna. E ciò gli avvenne bene a bisogno; ch’essendo con le sue galee sovra il mare di Pisa, per fortuna di mare si partirono d’insieme, ove Carlo con tre delle sue galee per forza arrivò in porto Pisano, e sentendo ciò il conte Guido Novello, che allora era in Pisa vicario per lo re Manfredi, s’armò con tutta la gente d’arme per cavalcare al porto e prendere il detto Carlo; ove i Pisani presero lor porto, e serrarono le porte di Pisa, e mossero quistione al detto vicario, che essi rivolevano il Cassero di Mutrone che egli teneva per li Lucchesi, il qual era loro molto caro e bisognevole, e così fu fatto innanzi che si potessero partire. E per lo detto intervallo e dimora, quando il conte Guido partì di Pisa, essendo alquanto cessata la fortuna, Carlo s’era già partito e discostato in mare con le sue galee, ove di poco scampò tanto pericolo; e, come piacque a Dio, passando poi assai appresso ai navili del re Manfredi, prendendo alto mare, arrivò con la sua armata sano e salvo alla foce del Tevero appresso a Roma; la cui venuta fu molto maravigliosa e subita, sì che Manfredi e sua gente non se la potevano dare a credere.

Giunto Carlo a Roma, fu da’ Romani ricevuto a grand’onore, e incontanente fu fatto senator di Roma per volontà del papa e del popolo; e con tutto che papa Clemente fosse a Viterbo, gli diè ogni aiuto e favore contra Manfredi, e spirituale e temporale. Ma per cagione che la sua cavalleria, che veniva di Francia per terra, per molti impedimenti apparecchiati per la gente di Manfredi penarono molto a giungere, a Carlo convenne soggiornare a Roma e a Viterbo tutta quella state, nel qual tempo provide e ordinò com’egli, potesse entrare nel regno con sua oste. Il conte Guido di Monforte, con la cavalleria che Carlo gli lasciò a guidare, e con la contessa moglie di Carlo si partirono di Francia nel mese di giugno del sovradetto anno. E questi furono i baroni e caporali che furono col conte di Monforte: messer Bernardo conte di Vandomino, messer Giovanni suo fratello, messer Guido di Belvaggio vescovo di Azzurro, messer Filippo di Monforte, messer Guglielmo e messer Pietro di Bielmonte, messer Ruberto di Betona, che fu genero del conte di Fiandra e poi del detto Carlo, messer Gilio Bruno conestabole di Francia, maestro e bailo del detto Ruberto, il maliscalco [23] di Mirapesce, messer Guglielmo lo Stendardo, messer Giovanni Brefiglio, maliscalco del conte Carlo, valoroso e cortese cavaliere. Essi fecero la via per Borgogna e per Savoia, e passarono la montagna detta Montsanese, ed arrivarono ad Asti nella contrada del marchese di Monferrato, e da lui furono ricevuti onorevolmente, perocchè il marchese teneva con la Chiesa, ed era contra a Manfredi; e per l’aiuto de’ Milanesi si misero a passare Lombardia tutti in arme e schierati, avendo molto affanno dal Piamonte a Parma perocchè il marchese Pallavicino era stretto parente di Manfredi, e con la forza de’ Cremonesi e delle altre città ghibelline di Lombardia, ch’erano in lega con Manfredi, era a guardare i passi con più di tre mila cavalieri. Alla fine, come piacque a Dio, passarono senza contrasto di battaglia ed arrivarono alla città di Parma. Ben si disse, che un messer Buoso di Duera da Cremona, per dinari ch’ebbe da Francesi, mise consiglio, per modo che l’oste di Manfredi non si mise a contrasto com’era ordinato; onde poi il popolo di Cremona distrusse a furore il legnaggio di quei di Duera. Giunti i Francesi alla città di Parma, furono ricevuti graziosamente; e gli usciti Guelfi di Fiorenza, con più di quattrocento cavalieri ben in arnesi, avendo fatto loro capitano il conte Guido Guerra dei conti Guidi, andarono loro incontra fin a Mantoa; e quando i Francesi si scontrarono con loro, parvero loro sì riccamente e ben in arme e ben a cavallo e bella gente, che molto si maravegliarono, ch’essendo usciti delle lor terre, potessero essere così nobilmente addobbati, e la lor compagnia ebbero molto cara: ed essi li condussero per la Lombardia a Bologna, e per la Romagna e per la Marca e per lo ducato, perocchè per la Toscana non potevano passare, che tutta era retta da parte ghibellina e dalla signoria di Manfredi: per la qual cosa misero molto tempo nel loro viaggio, sì che prima entrò il mese di dicembre del detto anno mille ducento sessantacinque, che giungessero a Roma. Giunti a Roma, il conte Carlo ne fu molto allegro quando li vide; poscia attese a prendere la corona, e il dì dell’Epifania per due legati cardinali mandati dal papa fu consacrato in Roma, e coronato del reame di Sicilia e di Puglia egli e la donna sua con grand’onore. E sì tosto come fu finita la festa della sua coronazione, senza soggiorno si mise in camino con sua oste per la via di Campagna verso la Puglia, ed ebbe assai tosto Campagna, e la maggior parte senza contrasto. Lo re Manfredi sentendo la venuta del re Carlo, e come i Francesi erano passati per difetto della sua oste, fu molto coruccioso, e incontanente mise tutto lo suo studio alla guardia de’ passi del regno; e al ponte Ceparano mise il conte Giordano e quello di Caserta, li quali erano di quelli d’Acquino, con gente assai a piè e a cavallo; e in san Germano mise gran parte de’ suoi Tedeschi e Pugliesi e Saracini di Nocera con archi e balestre, confidandosi più in quel riparo che in altro, per lo forte luogo e per lo sito, che dall’una delle parti ha grandissime montagne, e dall’altra paludi, ed era fornito di vettovaglia e di ciò che bisognava per più di due anni. Avendo fatto il re Manfredi ben guarnire i passi, mandò suoi ambasciadori al re Carlo per trattare con lui pace o triegua, ed avendo essi esposta loro ambasciata, il re Carlo volle far risposta di sua bocca, e disse: Io non voglio altro che battaglia, o egli ucciderà me, o io lui; e se io ucciderò lui, lo mandarò all’inferno, e s’egli ucciderà me, egli mi metterà in paradiso. Fatta la risposta, si mise senza soggiorna in camino, ed a Frosolone in Campagna scese verso Ceperano. Il conte Giordano che era a guardia di quel passo, veggendo venir la gente del re per passare, volle difendere il passo, ove il conte di Caserta disse che era meglio in prima lasciarne passare alquanti, perocchè gli avrebbono di là dal passo senza colpo di spada, e il conte Giordano, credendo che egli consigliasse il migliore, consentì; ma quando vide ingrossar la gente, volle assalire con battaglia, e il conte di Caserta, che era nel trattato, disse che la battaglia era di gran rischio, perocchè troppo ne erano passati. Allora il conte Giordano, veggendo quella gente sì possente, abbandonò la terra e ’l ponte, chi dice per paura, e chi dice per lo trattato che il conte di Caserta aveva col re Carlo; perocchè egli non amava Manfredi, perchè per la disordinata sua lussuria per forza era giacciuto con la moglie del detto conte, onde da lui si teneva forte aontato [24], e volle far la vendetta col detto trattato: e lasciato Ceperano, non tornarono nell’ore del re Manfredi a san Germano, ma se n’andarono alle lor castella. Come il re Carlo ebbe preso il passo di Ceperano, prese ancora Acquino senza contrasto, e per forza prese la rôcca d’Arci, ch’è la più forte di quel paese, e poi se n’andò a san Germano. Quelli della terra, per esser forte il luogo e fornito d’ogni cosa, avevano per niente la gente del re Carlo, e per dispregio ed onta dicevano ai lor ragazzi che menavano i cavalli a bere: Ov’è il vostro Carlotta? Per la qual cosa i ragazzi de’ Francesi si misero a badaluccare [25], e combattere con quei di dentro: per la qual cosa tutta l’oste de’ Francesi si levò a romore, temendo che ’l campo non fosse assaglito, e furono all’arme correndo verso la terra. Quelli della terra non pigliando di ciò guardia, non furono così tosto in su le mura; e li Francesi con gran furia assaglirono la terra, dandole battaglia da più parti; e chi migliore schermo non poteva avere, levando le selle d’addosso a’ lor cavalli, con esse in capo andavano sotto le mura della terra. Il conte di Vandomino con messer Giovanni suo fratello e con lor bandiere, i quali furono i primi armati, seguirono i ragazzi di quei di dentro, che erano usciti fuora al badalucco [26], e cacciandoli, con loro insieme si misero per una portella che era aperta per ricoglierli. E ciò non fu senza gran pericolo, imperocchè la porta era ben guardata da gente d’arme, e rimasonvene morti e feriti assai di quegli del detto conte; ma egli e ’l fratello pur fecero tanto che vinsero la porta per forza di arme, ed entrarono dentro, e misero le insegne loro su le mura, e i primi che li seguirono furono gli usciti guelfi di Fiorenza, de’ quali era capitano il conte Guido Guerra, e l’insegna portava messere Staldo Giacopi de’ Rossi, e si portarono maravigliosamente. Per la qual cosa quei di fuora preseno cuore e ardire, e molti n’entrarono; e quei di dentro, vedute le insegne de’ nimici in su le mura, molti ne fuggirono, e pochi ne stettero alla difesa, e la gente del re Carlo combattendo, ebbero tutta la terra di san Germano; il che fu a dì dieci di febbraio nel detto anno. Questa fu tenuta grandissima maraveglia per la fortezza della terra, e perchè dentro v’aveva più di mille cavalieri e cinque mila pedoni, fra’ quali erano molti Saracini di Nocera. Vero è che, per una zuffa che la notte dinanzi si fe’ tra’ Cristiani e Saracini, non furono di buon volere alla difensione della terra; il che fu in parte cagione della perdita di quella, il che fu fattura di Dio. Della gente di Manfredi ne fu assai morta e presa; e quivi rinfrescò il re Carlo sua oste. Il re Manfredi, udita la novella perdita di san Germano, e tornando la sua gente, sconfitta, fu molto sgomentato, e prese suo consiglio di quello ch’avesse a fare; e fu consigliato per lo conte Calvagno e per gli altri suoi baroni, ch’egli con tutto suo potere si ritirasse alla città di Benevento, per poter prender battaglia a sua posta, e per ritirarsi in verso Puglia, ed anco per contradire il passo al re Carlo, imperocchè non poteva entrare nel principato, nè a Napoli nè in Puglia, se non per la via di Benevento; e così fu fatto. Il re Carlo sentendo l’andata di Manfredi a Benevento, si partì da san Germano per seguirlo con l’oste, e non tenne il camin dritto a Capua e per Terra di Lavoro, perocchè non avrebbe potuto passare il ponte di Capua, per la forza delle torre che sono in su ’l ponte, e il fiume era grosso; ma tenne per la contrada da Lisi, per aspri camini, e per le montagne beneventane, e senza soggiorno, con gran disagio di vettovaglia, giunse all’ora di mezzogiorno a Benevento, alla valle incontro alla città, due miglia presso ’l fiume Calore, che corre a piè di Benevento. Manfredi vedendo l’oste del re Carlo apparire, avuto suo consiglio, prese partito di combattere, e d’uscir fuora a campo con sua cavalleria per assaglir la gente del re Carlo, innanzi che si riposassero; ma in ciò prese mal partito. Che s’egli avesse atteso uno o due giorni, lo re Carlo e sua oste erano morti e presi senza colpo di spada, per difetto di vettovaglia per loro e per lor cavalli; perocchè il giorno dinanzi ch’eglino giungessero a Benevento, per necessità convenne che molti di sua oste vivessero di carne de’ cavalli, e la moneta per ispendere era lor mancata. Ancora era la gente e la forza di Manfredi molto sparta, perocchè messer Corrado da Antiochia era in Abruzzo con assai gente, e il conte Federico era in Calabria, e il conte di Ventimiglia era in Sicilia; che s’egli avesse alquanto aspettato, e atteso a ridurre in un luogo le sue forze, egli aveva vittoria; ma a cui Dio vuol male, toglie il senno. Manfredi uscì di Benevento con sua gente, e passò il fiume Calore nel piano ove si dice Santa Maria della Bradella, in luogo detto la Pietra arossetta; ed ivi fece tre schiere: la prima fu di Tedeschi, nei quali si fidava molto, ed erano mille ducento cavalieri, de’ quali era capitano il conte Calvagno; e la seconda era d’Italiani e forti Lombardi, e anco d’alquanti Tedeschi, ed erano mille cavalieri, della quale era capo e guida il conte Giordano; e la terza fu di Pugliesi con Saracini di Nocera, la quale egli guidava in numero di mille quattrocento cavalieri, senza i pedoni e gli arcieri che erano in gran quantità. Il re Carlo vedendo il re Manfredi e sua gente venire schierati per combattere, ebbe consiglio, se doveva prendere la battaglia allora o indugiarla. I più de’ suoi baroni lo consigliarono di soggiorno in fin alla mattina per riposare i cavalli dall’affanno ch’avevano avuto per lo forte camino. Messer Gilio il Bruno, conestabole di Francia, disse il contrario; perocchè indugiando, i nimici piglierebbono cuore e ardire, e a noi, diceva, fallisce la vettovaglia; e se gli altri non volessero, egli col suo Ruberto di Fiandra e con sua gente si metterebbe alla ventura del combattere, avendo fidanza in Dio, che eglino otterrebbono la vittoria contra i nemici della chiesa. Udendo ciò il re Carlo, s’attenne al suo consiglio, e per gran volontà ch’aveva di combattere, disse a’ suoi baroni: Venite arditamente, che Dio è dal nostro canto: per certo noi siamo vincitori; e fe’ dar nelle trombe, e comandò che ognuno s’apparecchiasse per andare alla battaglia: e così fu fatto. E ordinò in poco d’ora tre schiere principali: la prima era di Francesi in numero di mille cavalieri, e capitani di questa furono messer Filippo di Monforte e il maliscalco di Mirapesce; la seconda era il re Carlo e il conte Guido di Monforte, con molti baroni di Provenza e di Roma, ed erano circa a novecento cavalieri (la insegna reale portata fu da messer Guglielmo, uomo di gran valore); la terza era guidata da Ruberto conte di Fiandra, col suo Gilio conestabole di Francia coi Fiaminghi e Piccardi, in numero di settecento cavalieri. Fuori di queste schiere furono i Guelfi usciti di Fiorenza e dell’altre terre di Toscana, con certi altri Italiani, i quali furono in numero di quattrocento cavalieri, molti de’ quali erano delle maggior case di Fiorenza, e molti furono fatti cavalieri per le mani del re Carlo; e l’insegna di questa brigata portò messer Corrado Montemagno da Pistoia. Vedendo il re Manfredi fatte le schiere, dimandò della quarta schiera, che gente erano, perchè comparevano [27] molto bene in arme e in cavalli; e fugli detto che era la parte guelfa uscita di Fiorenza e delle altre terre di Toscana. Allora si dolse Manfredi dicendo: Ov’è l’aiuto che io ho dalla parte ghibellina, la quale io ho tanto di cuore servita? e più disse: Quella schiera non può oggi perdere; cioè venne a dire che se egli avesse avuto vittoria, sarebbe suto amico dei Guelfi di Fiorenza, vedendoli sì fedeli al lor signore. Ordinate le schiere i due re nel piano della Randella per lo modo detto dinanzi, ciascun di loro ammonita la sua gente di ben fare, e dato il nome, per lo re Carlo a’ suoi, Mongioia cavalieri, e per lo re Manfredi, Soala cavalieri, il vescovo d’Azzurro, come legato del papa, assolvè e benedì tutti quelli del re Carlo, perdonandogli colpa e pena, perocch’eglino combattevano per servigio della chiesa. Ciò fatto, s’incominciò l’aspra battaglia tra le due prime schiere, cioè tra Tedeschi e Francesi; e fu sì forte l’assalto de’ Tedeschi, che malamente menavano i Francesi, e assai li fecero rinculare indietro. Il buon re Carlo vedendo i suoi così mal menati, non tenne l’ordine della battaglia di fedire con la seconda schiera, avvisandosi, se la prima de’ Francesi, nella quale era tutta la sua speranza, fosse rotta, picciola speranza di salute aveva nell’altre; e incontanente si mise al soccosso de’ Francesi con la sua schiera contra quella de’ Tedeschi. Como la schiera de’ Guelfi videro cacciarsi il re Carlo nella battaglia, si missero appresso a lui e fecero maravigliosamente quel giorno, seguendo sempre la persona del re Carlo; e il simile fece il buon Gilio, conestabole [28] di Francia con Ruberto di Fiandra e con la sua schiera. Dall’altra parte ferì il conte Giordano con la sua schiera; onde la battaglia fu aspra e dura, e gran pezzo durò, che non si sapeva chi avesse il migliore, perocchè i Tedeschi per lor virtù e forza colpendo con loro spade, molto danneggiavano i Francesi. Ma si levò un grande strido fra le schiere de’ Francesi, dicendo: Agli stocchi, agli stocchi, e a fedire i cavalli; e così fu fatto: per la qual cosa i Tedeschi in poco di ora furon molti mal menati, e molti abbattuti e quasi in isconfitta vôlti. Il re Manfredi con la schiera dei Pugliesi stava al soccorso dell’oste; e vedendo i suoi che non potevano più durare alla battaglia, confortò la gente della sua schiera che lo seguissero, da’ quali gli fu mal atteso, perchè la maggior parte de’ baroni del regno ingambarono [29]; e infra gli altri il conte camarlingo e il conte della Cora e quei di Caserta ed altri, o per viltà di cuore, vedendo avere al re Manfredi la peggiore, e chi disse per tradimento come gente infedele e vaga di nuovo signore, fallirono a Manfredi e abandonaronlo, fuggendo chi inverso Abruzzo, e chi inverso Benevento. Manfredi rimase con pochi seco, e come valente signore, innanzi volse in battaglia morire re, che fuggir con vergogna; e mettendosi l’elmo, su ’l qual era un’aquila d’argento ch’e’ portava per cimiero, ella gli cadde su l’arcion dinanzi; ed egli ciò vedendo, sbigottì molto, e disse a’ baroni che gli erano da lato: Questo è segno da Dio. Ma, come barone ardito, si mise francamente nel mezzo della battaglia; ma i suoi poco durarono, perch’erano già in volta, che furono sconfitti. Il re Manfredi fu morto nel mezzo della battaglia, e si disse che l’avea morto uno scudiere francese, ma non si seppe il vero. In quella battaglia fu gran mortalità di gente dell’una parte e dell’altra, ma molto più della parte di Manfredi, la quale fuggendo verso Benevento, e cacciata dall’oste del re Carlo infino alla terra, che già si faceva notte, entrarono nella città, e la gente del re Carlo entrò con loro insieme, e presero la città; e molti caporali del re Manfredi fuggendo dentro, furono presi, fra li quali fu il conte Giordano e messer Pietro degli Uberti, i quali il re Carlo mandò prigioni in Provenza, e nel carcere di aspra morte li fe’ morire, e gli altri baroni tedeschi e pugliesi mandò in prigione in diversi luoghi nel regno, ed appresso la moglie del re Manfredi, i figliuoli e la suora, i quali erano in Nocera, da’ Saracini furono renduti presi al re Carlo, i quali morirono in prigione. E ben ebbe Manfredi la maledizion di Dio, e assai chiaro si mostrò il lui giudicio, perchè era scomunicato e nimico della Chiesa. Di Manfredi si cercò più di tre dì, e non si trovava, e non si sapeva se e’ fosse morto o preso o scampato, perchè non aveva avuto indosso alla battaglia arme reale. Alla fin da un ribaldo di sua gente fu riconosciuto per più segni di sua persona, e trovato il suo corpo, lo misse attraverso un asino, gridando: Chi accatta Manfredi; il qual ribaldo da un baron del re Carlo fu molto ben bastonato; e recato il corpo dinanzi al re Carlo, egli fece venir alcuni suoi baroni ch’erano presi, e dimandogli s’egli era Manfredi, e tutti timorosamente dissero che sì; e quando venne il conte Giordano, si diè delle mani nel viso, e piangendo disse: Oimè, oimè, signor mio! onde molto ne fu commendato dai Francesi. Fu commendato Manfredi da più baroni, i quali pregarono il re che si facesse onore alla sepoltura. Rispose il re Carlo: S’e’ non fosse scomunicato, noi faressimo quel che fosse da fare; ma perchè è scomunicato, non voglio che sia seppellito in luogo sacro; e però fu seppellito a piè del ponte di Benevento, e sopra la fossa per ciascun del campo fu gittato un sasso, ove si fece un gran monte de’sassi. Ma per alcuni si disse, che per mandato del papa il vescovo di Coscenzia lo trasse di quella sepoltura, e mandolla fuora del regno, perchè il regno era terra della Chiesa, e fu seppellito longo ’l fiume del Verde. Questa battaglia fu fatta, un venerdì il sezzo di febbraio negli anni di Cristo mille ducento sessantacinque. Come il re Carlo ebbe sconfitto e morto Manfredi, tutta la sua gente fu ricca delle spoglie e carriaggi del campo, e maggiormente delle signorie e baronaggi che tenevano i baroni di Manfredi; e a poco tempo appresso tutte le terre del regno e di Puglia, e gran parte di quelle dell’isola di Sicilia, fecero li comandamenti del re Carlo, e dei detti baronaggi e signorie ne furono rinvestiti i baroni del re Carlo, ciascun nel suo grado. Quando il re Carlo andò a Napoli, fu ricevuto da’ Napoletani come signore a grand’onore, e smontò al castel di Capua, il quale aveva fatto fare lo imperatore Federico, nel quale trovò il tesoro di Manfredi, il quale si fece portare innanzi, e porre su tappeti tra lui e la regina e messer Beltramo del Balzo, e fece venir le bilance, e disse a messer Beltramo che partisse questo tesoro che ogniun n’avesse. Il magnanimo cavaliere messer Beltramo disse: Che ho io a fare di bilance, e di partire vostri tesori? e co’ piedi vi salì su, e co’ piedi ne fe’ tre parti, e disse: Una parte sia di monsignore lo re, l’altra di madama la regina, e la terza sia de’ nostri cavalieri; e così fu fatto. Il re vedendo la magnanimità di messer Beltramo, gli die’ la contea di Vellino, e fecenelo conte. E poco appresso al re non piacque d’abitare al modo tedesco, e ordinò di fare un castel nuovo al modo francese, il qual è presso a san Pietro il castello, dall’altra parte di Napoli; e poi tutti i baroni pugliesi, ch’egli aveva presi alla battaglia, mise in libertà, e a molti rendè terre e redaggi, per aver più l’amor di quei del paese; ma di molti fece il peggio, per la trista riuscita che ivi a poco tempo gli fecero certi baroni pugliesi, come innanzi faremo menzione. Avvenne che poco tempo appresso che il re Carlo ebbe il reame di Sicilia e Puglia, che don Arrigo figliuol secondo del re di Spagna, cugino d’esso re Carlo, nato di sorella, il qual era stato in Africa al soldo del re di Tunisi, udendo lo stato del re Carlo suo cugino, passò di Tunisi in Puglia con più d’ottocento cavalieri spagnuoli molto buoni e bella gente, e fu ricevuto graziosamente dal re Carlo, che lo ritenne al suo soldo, e in luogo suo lo fece senatore di Roma, e diegli in guardia tutte le terre di Campagna. Il detto don Arrigo era da Tunisi tornato ricco di danari, e per bisogno che il re Carlo aveva, gli prestò quaranta mila doble di oro, le quali non riebbe mai, e però poi ne nacque gran discordia tra loro, la qual crebbe ancora più, perchè procacciando don Arrigo con la Chiesa d’avere l’isola di Sardegna, il re Carlo la voleva per sè, e per la loro discordia non l’ebbe nè l’uno nè l’altro. Per questo sdegno don Arrigo si fece nimico del re Carlo, e in parte non ebbe torto; che il re Carlo aveva ben tanta terra che doveva bastare, e doveva volere che il cugin suo n’avesse un poco; ma per avarizia ed invidia non voleva; onde don Arrigo disse: O egli ammazzerà me, o io ammezzerò lui. Avvenne che il re Carlo, essendo nel tutto signore, rimise i Guelfi in Fiorenza, e fugli data la città per dieci anni, e venne in Toscana e cacciò i Ghibellini di Fiorenza, e assediò Pisa e Siena, e racquistò molte terre al Comun di Fiorenza. E stando egli in Toscana, i Ghibellini usciti di Fiorenza fecero lega con Senesi e con Pisani, e con don Arrigo di Spagna, il quale era senatore di Roma, fatto già nimico del re Carlo suo cugino, e con certi baroni di Puglia e di Sicilia fecero congiurazion di torgli certe terre di Sicilia e di Puglia, e mandarono nell’Alamagna a far summovere Corradino, fìgliuol che fu del re Corrado, figliuol dello imperador Federico, che passasse in Italia per tôrre il regno al re Carlo; e così fu fatto; che Nocera, la quale tenevano i Saracini, subito si rubellò, e Terra di Lavoro, e molte terre in Calabria, e in Abruzzi tutte, salva l’Aquila, e in Sicilia tutte salvo Messina e Palermo. Don Arrigo fece rubellar Roma e tutta Campagna, e il paese d’intorno, e i Senesi e Pisani mandarono de’ lor danari centomila fiorini per sommovere Corradino, il quale, giovane di sedeci anni, si mosse d’Alamagna contra la voglia della madre, ch’era figliuola del duca d’Osterlich, e giunse a Verona negli anni di Cristo mille ducento sessantasette, nel mese di febbraio, con molta baronia, e molta buona gente d’arme d’Alamagna in sua compagnia; e dicesi che lo seguitarono infino a Verona presso a diecimila cavalli per pigliar soldo, e per necessità di moneta si tornarono nell’Alamagna; ma de’ migliori si ritenne tre mila cinquecento cavalieri, e per la via di Pavia passò per Lombardia, e se ne venne, per la riviera di Genova, ed arrivò di là da Savona, e per la forza de’ Genovesi entrò in mare e venne a Pisa, dove da tutti i Ghibellini d’Italia fu ricevuto a grand’onore, quasi come imperadore. Sentendo il re Carlo come Corradino era passato in Italia, e le terre di Sicilia essersi ribellate per li baroni del regno traditori, i quali egli aveva, lasciati di prigione, e con lor esser don Arrigo di Spagna, si partì di Toscana, e a gran giornate se n’andò in Puglia, e in Toscana lasciò messer Guglielmo di Belselve, suo maliscalco, e con lui lo stendardo con ottocento cavalieri francesi, per mantenere la città di Toscana e sua parte, e per contrastare Corradino che non passasse.

Sentendo papa Clemente del passaggio di Corradino, gli mandò due legati, i quali gli comandarono sotto pena di scomunicazione, ch’egli non dovesse passare, nè far contra al re Carlo, campione della Chiesa. Corradino non lasciò però sua impresa, nè volle ubbidire a’ suoi comandamenti, parendogli aver giusta causa che il regno di Sicilia e di Puglia fosse di suo patrimonio, e però cadde in sentenza di scomunicazione della Chiesa, la quale egli ebbe in dispregio e poco curò. Ma stando egli in Pisa, ragunò moneta e gente, e tutti i ghibellini; e chi era di parte imperiale si ridusse a lui, ed egli osteggiò [30] Lucca, e stettevi dieci dì; e poi si partì, e venne a Pozibonsi, il quale si rubellò al re Carlo e diesse a Corradino; e poi se n’andò a Siena, e fu fatto signor di Siena. Partendosi il maliscalco del re Carlo da Fiorenza per andare ad Arezzo, fu sconfitto dalla gente di Corradino; di che grand’allegrezza e festa si fece per tutti i ghibellini. Soggiornato ch’ebbe Corradino più dì in Siena, se n’andò a Roma, e da’ Romani e da don Arrigo fu ricevuto con grand’onore a guisa d’imperatore, ed ivi fece sua ragunata di gente e di moneta, e spogliò il tesoro di san Pietro e d’altre chiese di Roma per far danari, e trovossi in Roma con più di dodici mila cavalieri, tra Tedeschi e Italiani, e quelli di don Arrigo, il quale aveva ottocento buoni cavalieri, fe sentendo ch’el re Carlo era a oste in Puglia alla città di Nocera, si partì da Roma adì dieci d’agosto nel detto anno con don Arrigo e con sua baronia e con molti Romani; ma non fecero la via di Campagna, perocchè il passo di Ceparano era guarnito e guardato, ma fecero la via delle montagne tra Abruzzi e Campagna; per la valle di Colle, e senza nessun contrasto arrivarono nel piano di san Valentino; nella contrada detta Tagliacozzo. Sentendo il re Carlo, come Corradino s’era partito da Roma con sua gente, per entrare nel regno, si partì da oste, da Nocera con tutta sua gente, e a gran giornate gli venne incontra, e nella città dell’Aquila ragunò sua gente, e tenne consiglio con gli uomini della terra, ammonendoli che fossero fedeli e leali, e fornissero l’oste. Un savio villano ed antico si levò e disse; re Carlo, non tener più consiglio, e non ischifare un poco di fatica, acciocchè tu ti possi riposare; togli ogni dimoranza, e va incontra ’l nemico tuo, e non lo lasciar prendere più campo, e noi ti saremo leali e fedeli. Il re vedendosi così saviamente consigliare, senza indugio di là si partì, ed accostossi assai appresso all’oste di Corradino nel piano di san Valentino, tal che non v’era in mezzo se non il fiume. Lo re Carlo aveva di sua brigata, tra Francesi e Provenzali e italiani, meno di tre mila cavalieri; e vedendo che Corradino aveva troppo più gente di lui, messer Alardo de’ Valori, cavaliere francese di gran senno e prodezza, il quale in quei tempi era arrivato in Puglia tornando d’oltre mare da Terra Santa, gli disse che s’egli voleva esser vincitore, gli conveniva usar maestria di guerra più che forza. Il re Carlo, confidandosi molto nel senno di quello, nel tatto gli commesse il reggimento dell’oste e della battaglia. Messer Alardo ordinò della gente del re tre schiere, e dell’una fece capitano messer Arrigo da Consanes, grande di persona, e buon cavaliere d’arme; e questo fu armato con le sopraveste reali in luogo della persona del re, e guidava Provenzali e Toscani e Campagnini. L’altra, schiera erano Francesi, della quale furono caporali messer Giovanni di Crari, e messer Guglielmo lo Stendardo. E mise i Provenzali alla guardia del fiume, acciocchè l’oste di Corradino non potesse passarlo senza disavvantaggio, Nella terza schiera fu il re Carlo con il fiore della gente sua, in numero de ottocento cavalieri; questi fece riporre in aguato dopo un collinetto, in una valletta, e col re Carlo rimase il detto messer Alardo con messer Guglielmo di Villa Ordivina, principe della Morte, cavaliere di gran valore: Corradino dall’altra parte fece di sua gente tre schiere: la prima, fu de’ Tedeschi, della quale fu capitano egli e il duca di Osterlich, con più conti e baroni; l’altra fu di Italiani, e ne fu capitano il conte Calvagno con alquanti Tedeschi; la terza furono Spagnuoli, della quale fu capitano don Arrigo di Spagna lor signore. In questo stando l’un’oste contra l’altra, cioè a petto l’un’all’altra, i baroni del regno rubelli del re, fintamente, per far isbigottire il re Carlo e sua gente, fecero venire nel campo di Corradino falsi imbasciadori con chiavi in mano e con grandissimi presenti, dicendo che eglino erano mandati dal comune dell’Aquila per dargli la signoria della terra, sì come suoi uomini e fedeli, acciocchè egli li traesse dalle mani del re Carlo; per la qual cosa tutta l’oste di Corradino, stimando che fosse vero, fece gran festa ed allegrezza. Sentito ciò nell’oste del re Carlo, n’ebbero grandissimo sbigottimento, temendo non fallisse loro la vettovaglia; e il re medesimo sentendo ciò, ne ebbe grandissima gelosia, e perciò si partì di notte con poca compagnia, e se ne venne all’Aquila la notte medesima; e facendo dimandare le guardie, per chi si teneva la terra, risposero per lo re Carlo ed egli entrato dentro, senza smontare da cavallo, ammonitili di buona guardia, tornò all’oste, e fu la mattina a buon’ora, e per l’affanno dell’andare e tornare la notte, si posò e dormì alquanto. Corradino e sua oste avendo vana speranza dell’Aquila, credendo che fosse rubellata al re Carlo, con gran rumore e gridi ristrinse le schiere sue e con esse si mise a valicare il fiume per combattere col re Carlo; di che esso re, con tutto che si posasse, come detto avemo, sentendo il romore de’ nimici, com’erano in arme per venire alla battaglia, fe’ armare e schierare la sua gente per lo modo e ordine dato. Stando la schiera de’ Provenzali, la quale guidava messer Arrigo di Coscenza, alla guardia del ponte, contrastando alla brigata di don Arrigo il passo, gli Spagnuoli si misero a passare il guado per la riviera del fiume, ch’era assai picciolo, e cominciarono a rinchiudere la schiera de’ Provenzali che difendevano il ponte. Corradino e gli altri vedendo passare il fiume agli Spagnuoli, subito con gran furore si misero a passare ancora essi, ed assalirono la gente del re Carlo, e in poco d’ora ebbero sbarrattata e sconfitta la schiera de’ Provenzali. Le insegne del re Carlo furono abbattute, e messer Arrigo fu morto, credettesi don Arrigo che quello fosse il re Carlo, perchè vestiva le sovraveste reali, e però se gli arrecarono tutti addosso; e, rotta la schiera de’ Provenzali, il simile fecero a quella de’ Francesi ed Italiani, la qual era guidata da messer Giovanni de’ Crari o da messer Guglielmo, perocchè la gente di Corradino erano per ognuno due, che quelli del re Carlo, e fiera gente ed aspra in battaglia. Vedendosi la gente del re Carlo così mal menare, si misero in fuga e abbandonarono il campo; e li Tedeschi si credettero aver vinto, perocchè non sapevano dello aguato del re Carlo, e cominciaronsi tutti a spandere per lo campo, e attendere alla preda e alle spoglie, e il re Carlo era su ’l colletto; che era di sopra alla valle dov’era riposta la sua schiera, con messer Alardo de’ Valori, e il conte Guido di Monforte, per guardare come andava la battaglia, E vedendo la sua gente sbarrattata [31], prima la sua schiera e poi l’altra e venire in fuga, moriva di dolore, e voleva pur far movere la sua schiera per andare a soccorrere i suoi. Messer Alardo, maestro dell’oste e savio di guerra, con gran temperanza e savie parole lo ritenne assai, dicendo: Per Dio sofferi un poco, se vogli avere l’onore della battaglia e la vittoria! perocchè conosceva la cupidità de’ Tedeschi, come sono vaghi della preda, per lasciarli più partire delle schiere; e quando li vide bene sparpagliati, egli disse al re: fa movere la tua schiera, imperocchè ora è il tempo; e così fu fatto. E uscendo la detta schiera della valle, Corradino nè gli altri non credevano che fossero nimici, ma della sua gente, e però non se ne prende guardia. Venendo il re e la sua gente stretti e serrati diritto alla schiera di Corradino con maggiori de’ suoi baroni, quivi incominciarono una battaglia aspra e dura, con tutto che poco durasse; perocchè le genti di Corradino erano lasse e stanche per lo combattere, e non erano tanti cavalieri schierati, quanti erano quelli del re Carlo, e senza ordine di battaglia, perocchè la maggior parte di sua gente era cacciando, per lo campo i nimici, ed appartati per guadagnare preda e prigioni; e la schiera di Corradino per lo improvviso assalto de’ nemici tutt’ora si scemava, e quella del re Carlo tutt’ora cresceva, perchè li primi di sua gente, ch’erano fuggiti dalla prima sconfitta, conoscendo le insegne del re, si mettevano in sue schiere; sì che in poco d’ora Corradino s’avvide della fortuna della battaglia quello gli era incontrato; e per consiglio de’ suoi maggiori baroni si mise alla fuga egli e ’l duca di Osterlich, e ’l conte Gualferano e ’l conte Calvagno e ’l conte Gherardo da Pisa, e più altri. Messer Alardo de’ Valori vedendo fuggire i nemici, con gran grida diceva e pregava il re e i caporali della schiera, che non si partissero, nè seguissero la caccia de’ nimici, nè altra preda, temendo che la gente di Corradino non si ragunasse in un aguato, e uscisse fuori, ma stessero fermi e schierati in su ’l campo; e così fu fatto. E venne loro, a bisogno, che don Arrigo con suoi Spagnuoli ed altri Tedeschi, ch’avevano seguito la caccia de’ Provenzali ed Italiani, i quali avevano prima sconfitti seguendoli per una valle, e non avevano veduta la brigata del re Carlo, e la ricolta che fece di sua gente, e la sconfitta di Corradino, tornando al campo, e vedendo il re Carlo, credette che fosse. Corradino e sua gente, e discese il colle, e riguardando, conobbe l’insegne de’ nimici; e come da suo pensiero s’era ingannato, così si tenne confuso. Ma, come valente signore, si ristrinse con la schiera, e fermossi con la sua gente, per modo che ’l re Carlo, nè i suoi non s’ardirono di ferirli per più cagioni, cioè perchè erano stracchi per l’affanno della battaglia, e per non recare il giuoco vinto a perdita, e stavano affermati l’una dirimpetto all’altra buon pezzo. Il buon messer Alardo vedendo ciò, disse al re che bisognava farli dipartire da schiera per romperli; e il re gli commise che facesse a suo modo. Allora messer Alardo prese da trenta in quaranta de’ migliori baroni, e fegli uscire di schiera, facendo vista di fuggire, sì come erano stati ammaestrati, e vedendo questo gli Spagnuoli, con isperanza cominciarono a gridare; Sono in fuga; e cominciarono a dipartirsi di schiera; e volerli seguire. Il re Carlo vedendo partire la schiera degli Spagnuoli, francamente si mise a ferire tra loro, e messer Alardo saviamente con suoi si raccolsero, e tornarono alla schiera; e allora fu la battaglia aspra e forte, e dura molto, perocchè gli Spagnuoli erano ben armati, e per colpo di spada non si potevano atterrare, e spesso al lor modo ai rannodavano insieme. I Francesi cominciarono con grande ardire a prenderli a braccia, e batterli da cavallo, al modo che si fa nei torniamenti, e fecero per modo che in poco d’ora gli ebbero rotti e sconfitti e in fuga, e molti ne furono morti. Don Arrigo con assai de’ suoi si fuggì in Monte Cassino, e dicevano che il re Carlo era sconfitto. L’abate, che era signore di quella terra, conobbe don Arrigo, ed ai segnali conobbe che erano sconfitti e fuggiti, e fece prender don Arrigo e gran parte di sua gente. Il re Carlo con la gente sua rimase su ’l campo armato a cavallo infin la notte, per ricogliere i suoi, e per avere de’ nimici piena e sicura vittoria. E questa sconfitta fu la vigilia di san Bartolomeo, a dì ventitrè d’agosto, negli anni di Cristo mille ducentosessant’otto; e in quel luoco fece poi il re Carlo una ricca badìa, per l’anime delle genti sue che ivi morirono, che si chiama Santa Maria della Vittoria, nel piano di Tagliacozzo.

Avvenne gran maraviglia, che essendo fatta la detta sconfitta la vigilia di san Bartolomeo, era già notte innanzi che ’l certo si sapesse, a cui fosse rimaso il campo con la vittoria, perle molte riprese e variazioni che ebbe la battaglia. La mattina di san Bartolomeo era papa Clemente a Viterbo, e sermonava, e vennegli un pensiero che parve al popolo che contemplasse un buon pezzo, lasciando la materia del sermone, e poscia levato dalla contemplazione, disse: Correte, correte alle strade, prendete i nimici della Chiesa che sono sconfitti; e di ciò niuna nuova gli era per verun modo venuta, nè era possibile in sì corto tempo venire; che, fu solo una notte, e v’erano più di cento miglia, e passò tutto il giorno prima che niuna novella ne venisse; e veramente si credette che il papa avesse la nuova per ispirazione divina. Corradino e ’l duca d’Orsterlich, con più altri che dal campo erano fuggiti, arrivarono alle piaggie di Roma, a una tetra ch’è su il mare chiamata Asturi, ch’era de’ Frangiapanni, gentil uomini di Roma, e quivi fecero armare una saettia per passare in Sicilia, credendo scampare dal re Carlo, perchè Sicilia era quasi tutta ribellata; ma essendo conosciuti da uno de’ Frangiapanni furono menati al re Carlo prigioni; e il re Carlo donò per quello al detto Frangiapanni la Pilosa, ch’è tra Napoli e Benevento, e fennelo, signore. Come lo re ebbe Corradino e quelli signori in sua balìa, prese consiglio di ciò che n’avesse a fare; e alla fine prese partito di farli morire, e fece per via di giudicio formare un’inquisizione sopra loro, d’essere stati traditori della corona, e nimici della Chiesa; e così furono decollati Corradino e ’l duca d’Osterlich, e ’l conte Calvagno e ’l conte Guelferano, e ’l conte Bartolomeo con due suoi figliuoli, e ’l conte Gherardo, su ’l mercato di Napoli, lungo ’l ruscello, dell’acqua che corre vicino alla chiesa de’ frati del Carmine. E non sofferse il re che fussero seppelliti in luogho sacro, ma feceli seppellire nel sabbione su ’l mercato, perch’erano scomunicati; e così Corradino finì il lignaggio della casa di Soavia, che fu già in gran potenza d’imperadori e di re. Ma di certo si vede per ragione e per esperienza, che chiunque si leva contra la Chiesa, oltre ch’è scomunicato, convene che faccia fine reo e per l’anima e per lo corpo. E benchè il comun di Fiorenza sia stato in certe differenze con la Chiesa, l’origine venne da’ mali rettori, e per questo trascorse a far delle cose le quali non furono ben fatte; onde a man a mano ne seguì gran novità a quel comune, come si sa. Il re Carlo fu molto ripreso dal papa e da’ suoi cardinali, e da chiunque fu savio, perocch’egli aveva fatto morire Corradino, il quale era preso per caso di battaglia e non per tradimento, perchè meglio era tenerlo in prigione con gli altri, che farli morire; e fu chi disse, che ’l papa in ciò assentì; ma io non gli do fede, perch’era tenuto santo uomo; e pare che per la innocenzia di Corradino, che di così giovane etade fu giudicato alla morte, Dio mostrasse miracolo contra al re Carlo, che dopo non molti anni gli mandò molte avversità quando si credeva esser in maggior stato. Ruberto figliuolo del conte di Fiandra, e genero del re Carlo, com’ebbe letta la condennazione di Corradino, diè d’uno stocco al giudice che l’aveva condennato, e l’ammazzò, dicendo che non era lecito di giudicare a morte sì grande e nobil gentiluomo; e, come detto è, di quel colpo il giudice morì, e non ne fu nessuna parola, perocchè Ruberto era molto grande appresso ’l re; e parve al re e a tutti i baroni che vi erano ch’egli avesse fatto come valoroso signore. L’abate di Monte Cassino, com’è detto di sopra, aveva preso don Arrigo, e l’aveva dato al re Carlo, con patto però che esso non lo facesse morire, acciocchè esso abate, così come ecclesiastico, non fosse irregolare. Per la qual cosa il re Carlo, e per mantenere la fede che di ciò aveva data all’abate, ed anco perchè don Arrigo era suo cugino, non lo fece morire, ma condennollo a perpetuo carcere nel castel di Monte Santa Maria in Puglia; e molti dei baroni del regno, che erano stati contra lui, fece morir con diversi tormenti. Avendo il re Carlo avuta la vittoria contra Corradino, tutte le terre del regno ch’erano rubellate, si renderono senza contrasto; ed egli molti caporali, che l’avevano rubellate, fece morir di mala morte; e in Sicilia mandò il conte Guido di Monforte, e messer Filippo suo fratello, e messer Guglielmo di Belmonte con grand’armata di galee, e con gran compagnia di cavalieri francesi per racquistare le terre di Sicilia, le quali s’erano rubellate, nelle quali era capitano un messer Corrado Capaccie, de’ disciendenti dello imperadore Federigo, il qual con seguito de’ suoi rubelli manteneva le terre contra ’l re Carlo. Come detti signori furono in Sicilia, racquietarono molte delle terre rubellate, e presero il detto Corrado, il qual cavatogli gli occhi, fecero impiccare, e così fecero a molti rubelli del re; e morti che furono, tutte le terre dell’isola tornarono alla divozione del re; e ciò fatto, riformò il re Carlo il reame di Sicilia e di Puglia, premiando i suoi baroni, che l’avevano servito, di terre e signorie. Avvenne che Luigi re di Francia, fratello del re Carlo, fece il passaggio in Tunisi sovra Saracini, e là morì con molti cristiani, e il re Carlo in quelle parti andò con gran navilii, e prese accordo col re di Tunisi in questo modo: che tutti i cristiani ch’erano prigioni in Tunisi fossero lasciati liberi e che monasteri e chiese vi si potessero edificare, e in quelle l’officio sacro si potesse celebrare, e che per frati minori e predicatori ed altre persone ecclesiastiche si potesse liberamente predicare l’evangelio di Cristo, e che qualunque Saracino si volesse battezzare e venire alla fe' di Cristo, lo potesse fare; e oltre a questo, che ’l re di Tunisi dovesse dare ogni anno al re Carlo ventimila doble d’oro, con molti altri patti. Alcuni dissero che il re Carlo fe’ questa, pace per lo migliore, considerando il mal stato della corruzion dell’aria; e si partì da Tunisi, e venne in Italia. Negli anni di Cristo mille ducento settantanove Carlo re di Sicilia era il più possente re e il più riputato in arme e in senno che fosse tra’ cristiani, per lo suo grande Stato e signoria; e prese a fare, a petizione dello imperadore Baldovino suo genero, il quale era suto cacciato di Costantinopoli dallo Paleologo, imperadore de’ Greci, un grande e maraveglioso passaggio per prendere e conquistare il detto imperio, con intendimento, che avuto Costantinopoli, assai gli era leggiero conquistare Terra Santa; e ordinò d’armare più di cento galee sottili, e ben venti navi grosse, e ducento uscieri [32] da portare cavalli, e più altri legni passaggieri, con l’aiuto e moneta della Chiesa, e con suoi tesori che n’aveva gran copia, e con l’aiuto del re di Francia, ed invitò tutta la gente di Francia e d’Italia; e Viniziani con loro sforzo vi dovevano andare. Il detto re co’ detti navilii, e con più di quaranti conti, e più di diecimila cavalieri s’apparecchiava d’andare; e questo passaggio il seguente anno di certo venia fatto senza riparo o contrasto nessuno, perocchè il Paleologo non aveva potenza nè in mar nè in terra, da ripararsi contra al re Carlo, e già gran parte della Grecia era sollevata a ribellione. Ma avvenne, come piacque a Dio, che fu sturbata la detta impresa per la superbia dei Francesi, ch’era già sì cresciuta in Italia per la vittoria che ’l re Carlo aveva avuta, che i Francesi tenevano i Pugliesi e i Siciliani per servi. Per la qual cosa, molta della gente di Sicilia si era rubellata e partita; fra quale fu un savio e ingenioso cavaliere, e signor dell’isola di Procida il quale si chiamava messer Giovanni da Procida. Questi per suo senno e industria si pensò di sturbare il detto passaggio, e di recare la forza del re Carlo in basso stato; e in parte gli venne fatto; ch’egli segretamente andò in Costantinopoli al Paleohogo imperador per due volte, e mostrolli il pericolo che gli veniva addosso per la forza del re Carlo, e dello imperadore Baldoino, con l’aiuto della Chiesa di Roma; ma che s’egli voleva credere, e spendere del suo tesoro, egli sturberebbe il detto passaggio, e farebbe rubellare l’isola di Sicilia al re Carlo con la forza di molti baroni e signori, i quali non amavano la signoria dei Francesi; e questo con lo aiuto e forza del re di Raona, mostrandogli che egli prenderebbe la bisogna dello retaggio di sua mogliera, la qual era stata figliuola del re Manfredi. Il Paleologo, con tutto che gli paresse impossibile, conoscendo la potenza del re Carlo, e com’era riputato più ch’alcun altro signore, e quasi come disperato d’ogni salute e soccorso, seguì il consiglio di messer Giovanni, e fecegli lettere come messer Giovanni ordinò, e mandò con lui suoi ambasciadori con molti ricchi doni e gran quantità di moneta. E arrivando i detti ambasciadori in Sicilia, scopersero il trattato a messer Alamo da Lentino, e a messer Palmiere Abate, e a messer Gualtiero di Catalogna, de’ maggiori baroni dell’isola, i quali non erano amici del re Carlo. I detti ambasciadori da tutti i sovradetti baroni ebbero lettere ch’andavano al re di Raona, raccomandandosi a lui, che per Dio li levasse di servitù, promettendo di voler lui per signore. Ciò fatto, il detto messer Giovanni venne in corte di Roma sconosciuto a guisa di frate minore, e tanto s’adoperò ch’ogli parlò a papa Nicola terzo degli Orsini, a un suo castello che si chiama Soriano, e manifestogli il suo trattato, e da parte del Paleologo lo salutò e presentò a lui del suo tesoro riccamente, e, secondo che si disse, segretamente lo commosse col detto tesoro contra ’l re Carlo; e a questo s’aggiunse cagione, come il re Carlo non s’era voluto imparentar con lui; onde il papa in segreto sempre s’adoperò, ed anco in palese, contra ’l re Carlo, mentre che visse pel papato. Ciò fatto, messer Giovanni, avute le lettere dal papa con segreto sigillo, si partì di corte, e andossene con detti ambasciadori in Catalogna al re di Raona, e ciò fu negli anni di Cristo mille ducento ottanta. Giunto messer Giovanni al re Pietro di Raona con le lettere del papa che gli prometteva il suo aiuto, e le lettere de’ baroni di Sicilia che gli promettevano di rubellare l’isola, e le lettere del Paleologo, il re di Araona accettò segretamente di far l’impresa, e rimandò indietro messer Giovanni e gli altri ambasciadori, che sollecitassero di dar ordine alle cose, e di far venire la moneta per fornir l’annata, Ma in questo mezzo sturbò molto la cosa la morte di papa Nicola, che morì l’agosto vegnente. L’anno vegnente, messer Giovanni da Procida con gli ambasciadori del Paleologo, arrivati in Catalogna la seconda volta, richiesero il re Pietro, ch’egli s’allegasse col Paleologo, e prendesse la signoria dell’isola di Sicilia, e cominciasse la guerra contr’al re Carlo; e gli recarono grandissima quantità di moneta, perchè cominciasse l’armata e l’impresa promessa, appresentandogli nuove lettere dal Paleologo e da’ baroni di Sicilia. Il re Pietro stette assai innanzi che si deliberasse, per esser successa la morte di papa Nicola, il quale non era amico del re Carlo, ed assai per questa cagione era ismosso; pur alla fine per le savie parole ed induttive di messer Giovanni, il quale gli rimproverava come quelli della casa di Francia avevano morto l’avolo suo, e il re Carlo aveva morto il re Manfredi e Corradino, nipote del re Manfredi, e come di ragione e di redagio egli succedeva nel legnaggio e signoria di Puglia per la regina Costanza sua moglie e figliuola del re Manfredi, mostrandogli ancora come i Siciliani lo disideravano per signore, e promettevangli di rubellare l’isola al re Carlo; e vedendo la molta moneta che il Paleologo gli aveva mandata, ed essendo disideroso d’acquistare signorie e terre, come ardito e franco signore, giura da capo, e promise di seguir l’impresa segretamente nelle mani degli ambasciadori del Paleologo, e di messer Giovanni, dicendo a messer Pietro che tornasse in Sicilia a dar ordine alla rubellione, e che quando fosse suo tempo egli avrebbe in mare la sua armata; e così fu fatto. Come il re Pietro ebbe fatto il sacramento, e ritenuta la moneta, la qual fu trentamila oncie d’oro, senza la maggior quantità che gli prometteva il Paleologo, venuto che fosse in Sicilia, fece apparecchiare galee e navilii, dando soldo a’ cavalieri e marinai largamente, diede voce e levò lo stendardo d’andare sovra i Saracini.

Divolgata la fama del suo apparecchiamento, Filippo re di Francia, ch’aveva avuta per moglie la sorella del detto re di Raona, mandò suoi ambasciadori, per sapere in che paese, e sopra quai Saracini andasse promettendogli in aiuto e gente e moneta. Il re Pietro non gli volle manifestare la sua impresa, ma disse che di certo egli andava sopra Saracini, ma il luogo e dove non gli voleva manifestare, ma, che tosto si saprebbe per tutto il mondo, e che gli mandasse aiuto di quaranta mila tornesi. Il re di Francia gli mandò incontanente quanto gli chiese; ma conoscendo che il re Pietro era ardito e di gran cuore, ma come Catalano era fellone, prese sospetto per la coperta risposta, e mandò a dire per suoi ambasciadori al re Carlo suo zio in Puglia ch’egli prendesse guardia delle sue terre, il re Carlo andò incontanente in corte di papa Martino, e fecegli sapere l’esercito che il re di Raona faceva e ciò che Filippo re di Francia gli aveva mandato a dire. Il papa mandò in Catalogna al re Pietro un savio uomo, fra Iacopo de’ frati predicatori, per voler sapere in qual parte sopra Saracini voleva andare. Il frate andò in Catalogna al re Pietro, e gli disse che ’l papa desiderava sapere in qual parte egli voleva andare sopra Saracini, perchè la chiesa gli voleva dare aiuto e favore, perchè era impresa che molto toccava alla chiesa; e oltra ciò gli comandava che non andasse addosso a nessun cristiano. Il re disse al frate che dovesse ringraziar molto il papa da parte sua della larga profferta, e raccomandarlo a lui; ma che dove egli volesse andare, in niuna guisa al presente si poteva sapere; e sopra ciò disse un motto, che se l’una delle sue mani sapesse ciò che facesse l’altra, la taglierebbe, e non potendo il frate avere altra risposta, si tornò ed ispose al papa e al re Carlo la risposta del re di Raona, la quale dispiacque loro assai. Il re Carlo era di sì gran cuore, e tenevasi sì potente, che poco ne curò; ma per dispetto disse a papa Martino: Non vi dissi io che Pietro di Raona era un fellone e un briccone? Ma non si ricordò il re Carlo del proverbio che dice: Se tu hai meno il naso, ponviti la mano; anzi si mise a non curare, e non si mise a sentire i trattati che si facevano in Sicilia. Negli anni di Cristo mille ducento ottantadue, un lunedì di pasqua di resurrezione, che fu a dì trenta di marzo, come messer Giovanni da Procida aveva ordinato con tutti i baroni che tenevano mano al trattato, furono nella città di Palermo a pasquare [33]; e andandosi per li Palermitani uomini e femmine a cavallo e a piede, com’era usanza, alla festa di Monte Reale, ch’è fuor della città tre miglia, come v’andavano quei di Palermo, così v’andavano i Francesi e il capitano del re Carlo a diletto. Avvenne, come s’adoperò il nimico di Dio, che un Francese per suo orgoglio prese una donna di Palermo per farle villania, ed ella cominciò o gridare, e il popolo si commosse contra ’l Francese, onde nacque presto gran battaglia tra Francesi e Siciliani, e ne furono feriti assai tra dell’una parte e dell’altra, ma il peggiore ebbero quei di Palermo; di che fuggendo, tutta la gente si ritrasse alla città, e tutti gli uomini di Palermo si ragunarono su la piazza armati gridando: Muoiano i Francesi, com’era ordinato per li caporali del trattato; e combattendosi il castello, il giustiziere, che v’era per lo re Carlo, fu morto; e similmente quanti Francesi furono trovati per le case e per le chiese e per tutta la città, e di fuori, senza misericordia tutti furono uccisi. E ciò fatto, i detti baroni si partirono da Palermo, e ciascun fece il simigliante nella sua contrada, e così furono morti tutti i Francesi che si trovarono nell’isola, salvo quei di Messina, che s’indugiarono alcuni dì a rubellarsi; ma per mandato di que’ di Palermo, che gli contarono le lor grandissime miserie per un’epistola, dicendogli che dovessero amare la libertà e franchigia, si mossero e messonsi in rubellione, e poi fecero peggio che non avevano fatto i Palermini contra Francesi, perchè più di quattro cento n’ammazzarono, e più di quattromila in tutta Sicilia ne fur morti: e questa pestilenza andò per tutta la isola, ove il re Carlo e la sua gente riceverono grandissimo dannaggio d’avere e di persone.. Queste contrarie e rie novelle l’arcivescovo di Monte Reale subitamente fece sapere al papa e al re Carlo per suoi messi; ed essendo il re Carlo in corte di Roma, e sentendo la dolorosa novella della rubellione di Sicilia, crucciossi molto nell’animo nel sembiante, e disse: Signor Dio, poi che t’è piaciuto di fare a sì fatto modo verso la mia fortuna, piacciati di levarmi di questa vita; e subito fu a papa Martino e a’ suoi cardinali, dimandando loro aiuto e consiglio, i quali si duolsero assai con lui insieme, e lo confortarono molto, che senza indugio attendesse al racquisto, e prima per via di pace, se si potesse, e se non, per via di guerra, promettendogli ogni aiuto che per loro si potesse fare, spirituale e temporale, sì come a figliuolo e campione della Chiesa. Fece il papa un legato per mandarlo in Cicilia a trattar l’accordo, con molte lettere e protesti, e fu messer Gherardo, da Parma cardinale, uomo di gran senno e bontà, il qual si partì di corte col re Carlo, e andossene in Puglia. Per simil modo si dolse il re Carlo col re di Francia, e mandò il figliuolo a pregare il re, e ’l conte d’Artes e gli altri baroni di Francia, che lo dovessero aiutare. Il detto principe, figliuolo del re Carlo, fu ricevuto dal re e dai baroni graziosamente, dogliendosi il re con lui e dicendo: Io temo forte che questa novità non sia fatta a petizione del re di Raona; perocchè quando egli faceva sua armata io gli prestai quarantamila lire di tornesi, e mandailo pregando che mi facesse sapere in che parte volesse andare e non me lo volse manifestare. Ma non porterò mai corona, s’egli fa questa tradigione alla casa di Francia, ed io non ne faccia alta vendetta; e ciò avvenne bene, che assai ne fece; e poi disse al principe che si tornasse in Puglia e appresso di lui mandò il conte di Lanzon della casa di Francia con più altri, conti e baroni e con gran cavalleria in aiuto del re Carlo. In questo tempo a quelli di Palermo parendo e agli altri Siciliani aver mal fatto, e sentendo l’apparecchiamento che ’l re Carlo faceva per venir sopra loro, mandarono ambasciaria, che furono frati e religiosi, a papa Martino, dimandandogli misericordia; e proponendo loro ambasciata, solamente dicevano: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. E il papa in pieno concistoro fece loro questa risposta senza altre parole: Ave, rex Judeorum, et dabant ei alapam; onde si partirono molto isconfortati. Avendo adunque il re Carlo ragunato lo sforzo suo per andare a oste a Messina, tutti i suoi amici gli mandarono aiuto, e specialmente il comun di Fiorenza, che vi mandò cinquanta cavalieri di corredo, e cinquanta donzelli tutti gentil uomini, e di tutte le miglior case di Fiorenza, per farsi cavalieri, e con loro cinquecento ben armati e ben a cavallo; e in lor compagnia andò il conte Guido da Batifole, e fu lor capitano, e giunsero alla Catona in Calabria, quando il re venne con suo stuolo per andare a Messina; il quale, vedendo i mandati dal comune di Fiorenza, li ringraziò, e si tenne riccamente servito, e ricevette la detta cavalleria graziosamente, e molti di loro fece cavalieri. Il re si partì con l’oste sua, e con più di cento trenta tra galee e legni grossi; e partito da Brindesi, giunse dirimpetto a Messina l’anno di Cristo mille ducento ottantadue, a dì sei di luglio; e posesi a campo dalla parte verso tra Vermena e Santa Maria di Rocca maggiore, e poi se ne venne alle Paleari, assai presso alla città, e i navilii pose nel Faro contra ’l porto, ed assaltolli con più di cinquemila cavalieri, e popolo senza numero, e stava loro intorno. Ciò vedendo i Messinesi, impaurirono forte, vedendosi abbandonati da ogni salute, e la speranza del soccorso del re di Raona pareva lor lunga e vana, sì che mandarono loro ambasciadori nel campo al re Carlo e al legato, pregandolo per Dio, che perdonassero loro, ed avessero di lor misericordia, e mandassero per la terra. Il re insuperbì, e non li volle tôrre a misericordia, ma disfidolli a morte come traditori della Chiesa e della corona, dicendo ch’eglino si difendessero, nè mai con patti gli venissero innanzi. I Messinesi udendo la cruda risposta del re, non seppero che si fare; e, per quattro dì stettero in contesa di rendersi o di difendersi con paura assai. Avvenne che in questa stanza il re fece passare per lo Faro innanzi Messina il conte di Brena e quel di Belforte con ottocento cavalieri e più pedoni, e dall’altra parte di Messina mandò guastando il paese d’intorno; per la qual cosa certi di quelli di Messina, vedendo ciò, uscirono fuori alla difesa, e quelli di Melazzo con loro insieme; e cominciata la battaglia, chi fuggiva verso Messina, e chi verso Melazzo; e correndo lor dietro, entrarono con loro insieme in Melazzo, e presero il detto castello. Come i Messinesi ebbero di ciò la novella, mandarono nel campo al legato, che per Dio venisse a Messina per acconciarli ed accordarli; ed egli andò e presentò al comune di Messina le lettere del papa, il quale gli mandava molto riprendendo della follia fatta per loro contra ’l re Carlo; e questo fu il tenore della lettera: «Perfidi e crudeli dell’isola di Sicilia, Martino papa terzo quelle saluti; di che voi siete degni, sì come corrimpitori di pace, e de’ cristiani ucciditori, e spargitori del sangue de’ nostri fratelli. A voi comandiamo, che vedute le nostre lettere dobbiate rendere la terra al nostro figliuolo e campione Carlo re di Sicilia, per autorità della santa Chiesa, e che debbiate noi e lui ubbidire come legittimo signore; e se ciò non farete, mettiamo voi scomunicati e interdetti, secondo la divina ragione, annunziandovi giustizia spirituale.» E lette dette lettere per lo legato cardinale, esso li comandò sotto pena di scomunicazione, ed esser privati d’ogni beneficio della Chiesa, che si dovessero concordare col re, e ubbidirlo come lor signore. Per la qual cosa, i Messinesi elessero trenta buoni uomini ch’avessero a trattar questo accordo col legato, i quali avevano a volere questo patto, cioè che ’l re li perdoni ogni ingiuria e ogni misfatto, ed essi gli renderebbono la terra, dandogli ogni anno quello che loro antichi davano al re Guglielmo; e volevano per signoria Latini e non Francesi, e sarebbongli ubbidienti e fedeli. Il legato mandò questi patti al re per lo suo cameriero, pregandolo per Dio che dovesse loro perdonare, e prendere i detti patti, perchè incontanente indurirebbono, e quanto più stesse, peggiori patti avrebbe; e mandògli la lettera de’ cittadini medesimi. Come il re ebbe letta la lettera, s’adirò fortemente, e fellonescamente disse: I nostri suggetti e contrarii addimandano patti, e vogliono tôrre signoria a lor modo? Ma da che al legato piace, io perdonerò loro in questo modo, ch’io voglio da loro ottocento statichi, de’ quali io voglio far la mia volontà; tenendovi dentro quella signoria che a me piacerà, sì come lor signore, pagando quelle colte [34] che sono usati di pagare; e se vogliono questo, io perdono loro; se non, si difendano: la qual risposta fu molto biasimata dai savi. Che se lo re non gli aveva voluti a’ primi patti, quando si pose l’assedio, ch’erano per lui più larghi ed onorevoli al secolo, fece fallo del doppio, e non considerò gli avvenimenti e casi fortuiti che agli assedii possono intervenire, e che intervennero a lui, i quali possono essere esempio a ciascuno ch’ha a pigliar partito. Ma colui che viene nel peccato della superbia e dell’ira, in niun caso può prendere buon partito. Come gli uomini eletti ebbero la risposta dal legato che ’l re aveva fatto, radunarono il popolo, e fecero lor manifesta la risposta del re; onde tutti come disperati gridarono: In prima mangiamo i nostri figliuoli, che a questi patti ci rendiamo, perocchè, ciascun dì noi sarebbe di quei ottocento; innanzi vogliamo tutti morire, che arrenderci a questo modo. Come il legato odì i Messinesi così mal disposti fu molto cruccioso, e innanzi che si partisse, li pronunziò scommunicati e interdetti, e comandò a tutti i chierici che fra il terzo dì si dovessero partire; e così fu fatto: e poi protestò al comune, che infra cinquanta dì dovessero mandare per sofficiente sindico a comparir dinanzi al papa, a udire e obbedire la sentenza; e partissi della terra molto turbato. Tornato che fu nel campo, e udita la risposta, i più de’ maggiori del campo ne furono molto crucciosi, perchè pareva lor migliore e più senno aver presa la terra a ogni patto; ma allora Carlo era sì temuto, che niuno aveva ardire di dire più che a lui piacesse. Ma tenendo lo re consiglio di quel ch’avesse a fare, i più de’ baroni e de’ conti lo consigliarono, che dopo che non aveva voluta la terra a patti, la si combattesse dall’una delle parti, cioè da quella ove non erano mura, ma era sbarrata e turata con botte. Ed assai era possibile a poterla vincere per battaglia; che cominciandosi un badalucco, i Fiorentini che v’erano, avevano già vinte le sbarre, ed entrati dentro alquanti; e se que’ dell’oste gli avessero seguiti, la terra s’aveva per forza. Ma in quella il re Carlo fece suonar le trombe a raccolta, e disse che non voleva guastar sua villa, onde aveva gran rendita, nè uccidere i fantini ch’erano innocenti, ma che la voleva per affanno ne’ difetti e per assedio; ma non fece ragione di quello che poteva intervenire nel lungo assedio, e ben gli avvenne malfatto della guerra. Essendo stato il re a oste a Messina ben due’ mesi, e dandole la sua gente alcune battaglie da quella parte ove non erano mura, i Messinesi, con le donne loro e con lor figliuoli, ed i muratori, fecero in tre dì quel muro, e ripararono francamente agli assalti de’ Francesi. Allora si fece una canzone che dice:

Deh com’egli è gran pietate

Delle donne di Messina,

Veggendole sì scapigliate,

E portar pietre e calcina!

Cristo dia briga e travaglio

A chi Messina vuol guastare.

Nel detto anno, nel mese di luglio, lo re di Raona con la sua armata si partì di Catalogna con cinquanta galee, con ottocento cavalieri, e con altri legni da carico assai, della qual armata fece armiraglio un valente cavaliere di Calabria, il quale aveva nome messer Ruggiero di Loria, ed arrivò in Barbaria nel reame di Tunisi, e posesi in assedio a un castello che si chiama Calle, per intender novella di Sicilia, e a quello diè alcune battaglie. E standovi quindeci giorni, com’era ordinato, vennero a lui messer Giovanni da Procida e gli ambasciadori di Messina e sindichi, con pieno mandato di tutte le terre dell’isola, pregandolo ch’egli prendesse la signoria, e s’avacciasse a venir nell’isola, per soccorrere la città di Messina, la qual era molto astretta del re Carlo. Il re Pietro vedendo la gente e la potenza del re Carlo, e che la sua comparazione era niente, alquanto temè; ma per lo conforto e consiglio di messer Giovanni, e vedendo che tutta l’isola era per fare i suoi comandamenti, e che i Siciliani avevano tanto misfatto [35] al re Carlo, che di loro si poteva ben assicurare, rispose che era apparecchiato di venire e di soccorrere Messina; e si levò da oste, e ricolsesi alle galee e misesi in mare, ed arrivò alla città di Trapani all’entrar del golfo. Come e’ fu giunto, da messer Giovanni da Procida e dagli altri baroni di Sicilia fu consigliato, che senza soggiorno cavalcasse a Palermo, e i navilii vi mandasse per mare, ove sapute novelle dell’oste del re Carlo e dello stato di Messina, prenderebbono consiglio; e così fu fatto. A dì dieci d’agosto Pietro re di Raona giunse nella città di Palermo, e dai Palermini fu ricevuto con grand’onore e processione, sì come lor signore, salvo ch’egli non fu coronato per l’arcivescovo di Monte Reale, come si costuma, perch’egli s’era partito, e itosene al papa; ma coronollo il vescovo di Cefauduna, picciola terra di Sicilia, ch’era rubellata al re Carlo. Come il re Pietro fu coronato in Palermo, fece grandissimo parlamento sopra ciò ch’avesse a fare, nel quale furono tutti i baroni dell’isola. E vedendo detti baroni il picciol potere del re Pietro, rispetto alla gran possanza del re Carlo, furono molto sbigottiti, e fecero lor parlatore messer Palmieri Abati, il qual ringraziò molto il re di sua venuta, e che la sua promessa era ben venuta fatta, se fosse venuto con più gente, perocchè il re Carlo aveva più di cinque mila cavalieri d’arme, e popolo infinito; e temevano che Messina non fosse già renduta, sì era astretta di vivande; però lo consigliava che ragunasse gente, e richiedesse amici da tutte le parti, sì che l’altre terre dell’isola si potessero tenere. Come il re Pietro ebbe inteso il consiglio de’ baroni ebbe grande ontanza [36], e parvegli essere in mal luogo, e pensò di partirsi dall’isola, se ’l re Carlo e sua gente venissero verso Palermo. Stando il re di Raona in quel parlamento con detti baroni, venne da Messina una saettia armata con lettere, nelle quali si conteneva che Messina era sì astretta di vivande, che non si poteva tenere più d’otto giorni, e che gli piacesse soccorrerti, altrimenti conveniva che di necessità s’arrendessero al re Carlo. Come lo re Pietro ebbe le dette novelle, a’ baroni dimandò consiglio, e si levò messer Gualtieri di Catalogna, e disse che era bene soccorrere Messina, e che s’ella si perdeva, tutta l’isola era a gran pericolo; e parevagli che ’l re Pietro con tutta la gente cavalcasse verso Messina, che forse lo re Carlo si levarebbe da oste. Messer Giovanni da Procida si levò, e disse che ’l re Carlo non era garzone che si movesse per lieva, ma con la buona e gran cavalleria ch’ha seco l’aspetterebbe, e verrebbegli incontra per aver battaglia. Ma parmi, disse, che lo nostro re gli mandi messaggi a dirgli che si parta dalle sue terre, le quali gli pervengono per redaggio di sua mogliera, e fur confermate per la Chiesa di Roma, e per papa Nicola degli Orsini, e se ciò non vuol fare, metta in ordine tutte le galee sottili, e l’armiraglio vada sopra lo Faro, e prenda ogni legno di carico che all’oste del re Carlo porta vettovaglia; e per questo modo, con poco rischio e poca fatica, assediaremo lo re Carlo e sua oste, che converrà che si parta dall’assedio, e s’e’ rimane in terra, egli e sua gente si morranno di fame. Per lo re e per li baroni fu preso il consiglio di messer Giovanni, e furono mandati due baroni catalani con lettere e con ambasciata assai oltraggiosa e villana al re Carlo e questa fu la di lei forma: «A te, Carlo, re di Gierusalemme, di Provenza Conte, significhiamo il nostro avvenimento nell’isola, sì come nostro giudicato reame per la volontà della Chiesa, e di messer lo papa e de’ venerabili cardinali; e ti comandiamo, che veduta la presente lettera, ti debbi levare dall’isola di Sicilia con tutto tuo potère e gente; e se tu non lo farai, i nostri cavalieri e fedeli vedrai di presente in tuo danneggio, e fedendo te e tua gente.» Come li detti ambasciadori ebbero date le lettere, ed esposta l’ambasciata al re, il re e i suoi baroni ebbero sopra ciò consiglio, e parve loro un grand’orgoglio e dispetto quello che il re di Raona aveva mandato a dire al maggior re del cristiani, ed egli era di sì picciolo affare. Il conte di Monforte disse che contro lui si voleva far gran vendetta; e il conte di Bretagna consigliò che si rispondesse alla sua lettera, comandandogli che sgombrasse l’isola, e appellandolo traditore e disfidandolo; e così fu preso di fare. La somma della lettera la quale gli mandò il re Carlo, fu in questa forma. « Carlo, per la Dio grazia di Gierusalem e di Sicilia re, principe di Capua e d’Angiò, e di Provenza conte, a te Pietro di Raona re, e di Valenza conte. Maravigliomi molto, come fosti ardito di venire nel reame di Sicilia, giudicato nostro per l’autorità della Chiesa di Roma; e però ti comandiamo, che veduta questa lettera, ti debbi partire dal reame nostro di Sicilia, come malvagio traditor di Dio e della Chiesa; e se ciò non fai, disfidoti come nostro nimico e traditore; e di presente ci vedrai venire in tuo dannaggio, perocchè desideriamo di vedere tua gente e tua forza.» Come al re di Raona furono per li suoi ambasciadori presentate le lettere, ed isposta l’ambasciata e risposta del re Carlo, fu a consiglio per prender partito di quello ch’avesse a fare. Allora si levò messer Giovanni da Procida e disse: Signore, come t’ho detto l’altra volta, manda il tuo armiraglio tosto con le tue galee alla bocca del Faro, che prenda i navilii che portano la vettovaglia all’oste del re Carlo, ed avrai vinta la guerra; perocchè, se il re Carlo vorrà stare, rimarrà preso o morto con tutta la sua gente. Il consiglio di messer Giovanni fu preso, e messer Ruggero di Loria armiraglio, uomo di grande ardire e valore, e ben avventuroso in battaglia per terra e per mare, più che uomo di suo essere, come innanzi facemo menzione, s’apparecchiò con sessanta galee sottili de’ Catalani e Siciliani. Queste cose sentì una spia di messer Arrighetto da Genova, armiraglio del re Carlo, e incontanente in una saettia [37] armata venne a Messina, ed annunziò all’armiraglio la venuta dell’armata del re di Raona; e messer Arrighino fu al re Carlo e al suo consiglio, e disse: Per Dio! pensiamo di passar in Calabria, perocchè io ho avute novelle, come l’armiraglio del re di Raona viene qui di presente con sue galee armate da battaglia, che i legni di mestiero sono disarmati; e se noi non ci partiamo, egli piglierà e arderà tutti i nostri navilii senza niun riparo; e tu, re, con tua gente perirai per difetto di vettovaglia; e ciò fia fra tre giorni, secondo che m’ha portato la vera mia spia, e però non si vuol punto dimorare, perchè ancora abbiamo addosso il verno, e in Calabria non ha porti vernarecci, e tutti i legni con tua gente potrebbero perire alla piaggia, se avessero tempo contrario. Quando il re Carlo ciò intese, isbigottì forte, che per pericolo di battaglia, o per altra avversità, non aveva avuto paura, e disse sospirando: Piacesse a Dio che io fusse morto, dopo che la fortuna m’è sì contraria, ch’io ho perduta mia terra, avendo tanta potenza in mare e in terra; e non so perchè mi è tolta da gente ch’io mai non deservii [38]  e molto mi doglio ch’io non presi Messina con quei patti ch’io la puotti avere. Ma poi che altro non posso (con gran dolor disse), lievi l’oste e passiamo; e contra chi avrà colpa di questo tradimento, o chierico o laico che sia, ne farò gran vendetta. Per lo primo giorno fece passar la regina con ogni gente di mestiere, e con parte degli arnesi dell’oste; il secondo di passò egli con tutta la sua gente, salvo che lasciò in agguato fuor di Messina due capitani con due mila cavalli, a fine che, levata l’oste, se quelli di Messina uscissero fuori per guadagnar della ròba del campo, venissero loro addosso, ed entrassero nella terra; e se ciò fatto gli fosse venuto, egli con la gente si sarebbe ritornato. L’ordine fu ben fatto, e così fu ben contrappensato, che i Messinesi scopersero il trattato, e comandarono sotto pena della vita, che niuno uscisse fuori; e così fu fatto. E i Francesi ch’erano in agguato, vedendosi scoperti, si partirono il terzo dì, e dissero al re, come il suo avviso era fallito; onde al re Carlo raddoppiò il dolore, perchè alcuna speranza v’aveva; e così si partì tutta l’oste da Messina, ed essa, ch’era in ultima istremità, perocchè non aveva di che vivere per tre giorni, fu liberata; e questo fu negli anni di Cristo mille ducento ottantadue, a dì ventisette di settembre, il dì seguente giunse l’armiraglio del re di Raona con sua armata, su per lo Faro menando gran guerra, e prese ventinove tra galee grosse ed altri legni, fra i quali ne furono cinque del comune di Pisa, ch’erano ivi per servizio del re Carlo; e poi venendo alla Catona e a peggio in Calabria, fece ardere ottanta uscieri del re Carlo, e sua gente, senza potersili soccorrere; il che molto più gli raddoppiò il dolore; ed avendo una bacchetta in mano, com’era sua usanza, per cruccio la cominciò a rodere, e disse: Ah Dio, senno umano, nè forza di gente non ha riparo al giudicio tuoi. Come lo re Carlo fu passato in Calabria, diede commiato a tutti i suoi baroni ed amici, e molto doloroso si tornò a Napoli. Il re Pietro avuta la novella, come il re Carlo era partito, fu molto allegro; e partito da Palermo con tutti i suoi baroni, venne a Messina, ove fu ricevuto graziosamente come lor novello signore, che gli aveva liberati dalle mani del re Carlo. Il re Carlo andò in corte di Roma, e dinanzi a papa Martino e a tutti i suoi cardinali fece appello cantra Pietro re di Raona, il qual gli aveva tolta l’isola di Sicilia, dicendo ch’era apparecchiato a provarlo per battaglia. Pietro re di Raona aveva mandati i suoi ambasciadori dal papa a contrastar detto appello, ed iscusarsi di tradigione, dicendo che ciò ch’avea fatto, era a lui con giusto titolo, e che di ciò era apparecchiato a combattere a corpo a corpo col re Carlo in luogo comune; onde si prese concordia sotto sacramento, in presenza del papa, della battaglia dei detti due re, con cento cavalieri per parte, i migliori che sapessero scegliere, e ciò fosse in Bordella in Guascogna, sotto la guardia del siniscalco [39] del re d’Inghilterra, di cui era la terra; con patto che qualunque di lor vincesse, avesse di cheto [40] risola di Sicilia con volontà della Chiesa; e quello che fosse vinto, e s’intendesse per ricreduto e traditore per tutti i cristiani, e che mai non s’appellasse re, dispogliandosi d’ogni onore.

Il re Carlo si tenne questo in grand’onore, e funne molto contento, disiderando la battaglia, e parendogli aver ragione. Ciascun di loro cercò d’invitare de’ migliori cavalieri del mondo per esser alla battaglia. Al re Carlo si proffersero più di cinquecento cavalieri francesi, con alcuni altri bacilieri nomati dell’Alamagna e d’Italia; e di Fiorenza se ne proffersero assai. Al re Pietro molti cavalieri di suo paese si proffersero, e Spagnuoli ed Italiani di parte ghibellina, ed alcuni Tedeschi del legnaggio di Soavia; e il figliuolo del re di Marocco Saracino si profferse al detto re Pietro, e di farsi cristiano quel giorno. Il re Pietro si partì di Sicilia e andò in Catalogna, per essere alla battaglia in Bordella la detta giornata; e il re Carlo si partì dalla corte di Roma per venire a Bordella, e venne per Toscana, ed entrò in mare nella piaggia di Mutrone, e andò a Marsilia, e poi in Francia. E si disse, e così fu manifesto, che la principal cagione, per la quale il re di Raona propose la detta battaglia, fu pensata da lui con gran senno e sagacità di guerra, cioè per far partire il re Carlo d’Italia, acciocch’egli non andasse più con sua gente sopra Sicilia; perchè egli era povero di moneta, e non poderoso al soccorso di Sicilia contra il re Carlo e alla Chiesa di Roma, e temeva che i Siciliani non si volgessero per paura o per altra cagione, perchè non li sentiva costanti; e così il avio provvedimento gli venne fatto. Come il re Carlo fu in Francia, apparecchiò i suoi cavalieri d’armi e di cavalli, come a una sì alta impresa conveniva, e si partì da Parigi; e con lui Filippo re di Francia suo nipote con molta baronia, per andare a Bordella. Quando furono presso una giornata a Bordella, il re di Francia ivi rimase con la sua gente, e il re Carlo con suoj cento cavalieri andò a Bordella alla giornata promessa, la quale fu nel mese di giugno, l’anno di Cristo mille ducento ottantatrè. In quel luogo il re Carlo e suoi cento cavalieri comparirono benarmati e ben a cavallo per fare la promessa e giurata battaglia, e tutto il giorno dimorarono su il campo armati, aspettando che ’l re Pietro venisse, il qual non venne; ma bensì si disse che la sera della giornata comparì sconosciuto dinanzi al siniscalco del re d’Inghilterra, per non rompere il sacramento, e protestò com’era venuto apparecchiato per combattere, quando il re di Francia, il qual era con la gente ivi presso a una giornata, se ne fosse andato, perch’egli aveva tema e sospetto; e ciò fatto, si tornò in Raona, e il primo dì che si partì, cavalcò ben novanta miglia. Per la qual cosa il re Carlo si tenne forte ingannato, e col re Filippo si tornò in Francia. Saputa la novella della diffalta [41] del re Pietro, il papa col suo collegio de’ cardinali diede la sentenza contra ’l re Pietro sì come scomunicato e occupatore de’ beni della Chiesa, e lo privò e dipose dal reame di Raona e d’ogni altro onore, e scomunicò chiunque l’ubbidisse e chiamasse re. Ma il re di Raona si fe’ poi per leggiadria intitolare Pietro di Raona cavaliere, e padre di due re, e signore del mare. Papa Martino, fatto il detto processo, privilegiò Carlo conte di Valois, figliuol secondo del detto Filippo re di Francia, e mandò in Francia un legato cardinale a confirmare il detto Carlo nella elezione, e predicare croce e indulgenza contra il re Pietro di Raona e sue terre. E il re Carlo diè per moglie, per dispensazione, a messer Carlo di Valois la sua nipote, figliuola di Carlo suo figliuolo, e in dote le diè la contea d’Angiò, acciocch’egli e il padre fossero più ferventi alla guerra del re di Raona. Avvenne che negli anni di Cristo mille ducento ottantaquattro, a’ dì cinque di giugno, messer Ruggiero di Loria, armiraglio del re di Raona, venne di Sicilia con quarantacinque tra galee e legni armati de’ Siciliani e Catalani, nel porto di Napoli, gridando e dicendo gran disprègi del re Carlo e di sua gente, e dimandando battaglia; e perchè sapeva che il re Carlo con sua grand’armata veniva di Provenza, e già era nel mar di Pisa, s’affrettava di trarli a battaglia, o di partirsi e tornare in Sicilia, acciocchè il re Carlo non lo giungesse. Avvenne, come piacque a Dio, che ’l principe figliuolo del re Carlo, ch’era in Napoli con tutta la sua gente, vedendosi così oltraggiare a’ Siciliani, a furia, senza ordine e provvedimento montarono nelle galee così i cavalieri come la gente di mare, eziandio contro il comandamento del re Carlo, ch’egli aveva fatto loro, che per niuna cosa si mettessero a battaglia infino alla sua venuta; e si misero con trentasei galee e più altri legni sottili, ch’erano ivi nel porto a battaglia fuori del porto di Napoli dal lato di sopra. Messer Ruggiero di Loria, come mastro di guerra, percosse con lo sue galee vigorosamente, ammanendo i suoi che non attendessero a niuna cosa, ovvero a niuna caccia, ma lasciassero fuggire chi volesse, e solamente attendessero alla galea dello stendardo, ov’era il principe con molti baroni, e così fu fatto. Che come l’armata fu fuori, più galee di quelle del principato furono fuori, e poi diereno volta, perchè già molti ve n’erano feriti, e il simile fecero le sue, cioè quelle del principe, sì che il principe rimase quasi con la metà delle sue galee, dov’erano i baroni e cavalieri, che di battaglia di mare s’intendevano poco; sì che tosto furono rotti e presi con nove delle sue galee, su le quali fu preso Carlo principe con molti de’ suoi baroni, e fu menato in Sicilia, e fu messo in prigione in Messina nel castel di Marta. Come fu fatta la detta sconfitta, e preso il principe, quelli di Sorriento mandarono una galea con loro ambasciadori a Ruggiero di Loria con quattro cofini [42] pieni di fichi fiori [43], i quali eglino chiamano parabole, e ducento agostani d’oro per presentare, all’armiraglio; e giungendo alle galee dov’era preso il principe, e vedendolo così riccamente armato con molta gente intorno, non lo conobbero per lo principe, ma credettero che ’l fosse messer Ruggiero di Loria, e se gl’inginocchiarono a’ piedi, e feciongli il detto presente, dicendo: Messere armiraglio, per parte del tuo comune di Sorriento ti si portano queste parabole, e prendi questi agostani per un taglio di calce; e piacesse a Dio, che come hai preso lo figlio, avessi lo patre! Ove il principe con tutto il suo dannaggio cominciò a ridere, e disse all’armiraglio: Per lo santo Dio, ch’eglino son ben fedeli al lor signore. Il giorno seguente che fu la detta sconfitta, il re Carlo arrivò a Gaeta con cinquantacinque galee e tre navi grosse tutte armate, su le quali erano tutti i baroni, cavalieri ed arnesi: e come intese la presura del principe suo figliuolo, fu molto corruccioso, e disse: Or foss’egli morto, dapoi ch’egli ha fallito il mio comandamento. E guarda quanto poca è la fede degli uomini del reame; che già quelli di Napoli cantavano, e certi corsero per la terra gridando: Muoia il re Carlo, e viva Ruggiero di Loria. Il re Carlo si partì da Gaeta, e giunse a Napoli a’ dì otto di giugno; e come fu sopra Napoli, non volle smontare nel porto, ma di sopra al Carmeno con intendimento di far metter fuoco nella città, e arderla per lo fallo che Napoletani avevano fatto di levare a romore la terra contra il re. Ma messer Gherardo da Parma, legato cardinale, con certi buoni uomini di Napoli gli vennero incontra, dimandandogli perdono e misericordia, dicendo che furono folli. Di che il re riprese i savi, come ciò avevano sofferto a’ folli, e per li prieghi del legato li perdonò; pur ne fece impiccare cento cinquanta, e poi attese a riformare la terra, e fece compir d’armar quelle galee ch’egli avea menate, ed armate furono settantacinque; e si partì da Napoli a’ dì ventitrè di giugno, e l’armata mandò verso Messina, e lui se ne venne per terra infino a Brindesi, per raccozzar l’armata ch’aveva fatta in Puglia con quella del principato, e andar in Sicilia; e di Brindesi si partì con l’altra armata a’ di sette di luglio, ed accozzossi con l’armata del principato a Cutrone in Calabria, e furono cento dieci galee armate, con molti uscieri e legni sottili da carico. In questo istante vennero in Sicilia due legati, i quali aveva mandati il papa a trattar pace, per riavere il principe Carlo; e stando il detto stuolo in bistento [44] in attendere novelle dei detti legati, i quali maestrevolmente furono tenuti in parole dal re di Raona senza poter fare niuno accordo, acciocchè l’oste del re Carlo non venisse in Sicilia, l’armata del re Carlo era mal fornita di vettovaglia: per la qual cosa il re fu consigliato che tornasse a Brindesi, perchè s’aspettava l’autunno, tempo contrario a tener oste in mare, essendo sì grand’armata, e che facesse disarmare e riposar sua gente infino alla primavera; e così fu fatto. Lo re Carlo si die’ gran dolore, sì per la presura del figliuolo, e sì per la fortuna che se gli era fatta avversa, e questo fu quasi la cagion della sua morte, e tornò con sua oste a Brindesi, e fe’, disarmare, e tornossi a Napoli per fornirsi di moneta e di gente, per ritornare in Sicilia la primavera. Come fu passato mezzo decembre, ritornò in Puglia per avacciare i suoi navilii; e come ivi fu, s’ammalò di forte malattia, e passò di questa vita a’ dì sette di gennaio l’anno di Cristo mille ducento ottantaquattro. Innanzi ch’egli morisse, con grandissima riverenza prese il corpo di Cristo, e disse divotissimamente queste parole: Signor Dio, io credo veramente che siate la mia salute e che avrete mercè dell’anima mia, e mi ristorerete di maggior reame che quel di Sicilia, e mi perdonerete i miei peccati; e poco dapoi passò di questa vita, e fu recato il corpo suo a Napoli, e dopo il gran lamento fatto di sua morte, fu seppellito al vescovato di Napoli con grand’onore. Questo Carlo fu il più temuto o il più riputato signore, e il più valente in arme e con più alti intendimenti che niun re che fosse mai nella casa di Francia da Carlo Magno infin a lui, e quegli che esaltò più la Chiesa di Roma; e più avrebbe fatto, se nella fine del suo tempo la fortuna non gli fosse stata contra. Venne poi per difensione del regno Ruberto conte d’Artes, cugina del detto re, con molti cavalieri francesi, e col figliuolo del principe, nipote del re Carlo, il qual ebbe nome Carlo Martello, di cui si aveva buona speranza, ed era d’età d’anni tredici. Del re Carlo non rimase altro erede, se non Carlo secondo, principe di Salerno, di cui avemo fatto menzione. Questo Carlo era bello del corpo e grazioso, ed ebbe più figliuoli della principessa sua moglie, figliuola ed erede del re d’Ongheria e il primo fu Carlo Martello che fu poi re d’Ongheria; il secondo fu Luigi che si fece frate minore, e poi fu vescovo di Tolosa; il terzo fu Ruberto duca di Calabria; il quarto fu Filippo principe di Taranto; il quinto fu Ramondo conte di Provenza; il sesto fu messer Giovanni principe della Morea; il settimo fu messer Pietro conte di Boli. Partiti i sopradetti cardinali, per non poter fare accordo, fortemente aggravarono di scomunicazione il re di Raona e i Siciliani, e per questa cagione, dopo la morte del re Carlo, quei di Messina si mossero a furore, e corsero alla prigione dov’erano i Francesi, e in quella misero fuoco, e miserabilmente con gran dolore e stento li fecero morire. E fu ben giudicato di Dio, che l’orgoglio e superbia dei Francesi fu punita per così disordinata e furiosa sentenza: Dopo questo, tutte le terre di Sicilia di concordia condannarono il principe Carlo, ch’avevano in prigione, che gli fosse tagliata la testa, sì come il re Carlo aveva fatto a Corradino; ma come piacque a Dio, la regina Costanza, moglie del re Pietro di Raona, la quale era allora in Sicilia, considerato il pericolo che al marito e a’ figliuoli potrebbe intervenire per la morte del principe Carlo, prese più sano consiglio, e disse ai sindichi delle terre, che non era convenevole che la lor sentenza procedesse senza volontà del re Pietro lor signore; però le pareva che ’l principe si mandasse a lui in Catalogna, ed egli come signore ne facesse la sua volontà; e così fu fatto. Filippo re di Francia avendo grand’animo contra il re Pietro di Raona per la nimistà presa contro lui per lo re Carlo, e anco a petizione del papa, ragunò un grand’oste in Tolosa di numero di ventimila cavalieri, e di più di trentamila pedoni di croce segnati, ed un infinito tesoro, e si partì di Francia con Filippo e Carlo suoi figliuoli, e con messer Cervagio detto Giancoletto, cardinale e legato per lo papa, e andossene a Narbona per passare in Catalogna, per prendere il reame di Raona, del quale Carlo suo figliuolo era privilegiato dalla Chiesa, e per mare aveva armate cento venti galee; e trovossi con Iacopo re di Maiolica, fratello e nimico di Pietro di Raona, però ch’egli gli aveva tolta l’isola di Maiòlica, e coronatone Danfus suo primogenito, il mese di maggio, negli anni di Cristo mille ducento ottantacinque, il detto esercito se n’andò a Parpignano, e trovando nella contrada di Rossiglione la città di Jaci, la qual s’era rubellata al re di Maiolica, e tenevasi per lo re di Raona, vi posero l’oste, e per forza l’ebbero, ed occisero uomini e femmine e fanciulli sì che non vi rimase altro che ’l Bastardo di Rossiglione, il qual s’arrendè a patti, salva la persona; e poi che ’l re l’ebbe presa, la fece tutta distruggere; e ciò fatto, si partì dal paese, e se n’andò con l’oste infin’a piè delle montagne dette Pirenei, molto altissime, le quali sono a’ confini di Catalogna. Il re Pietro, sentendosi venire addosso sì grande stuolo, si provvide di non mettersi alla battaglia campale, perocchè la sua forza era niente a rispetto di quella del re di Francia, ma prese partito di stare alla difesa, e guardare i passi, ed aveva afforzati i passi, onde si valicavano le dette montagne di gente di arme, ed egli v’era in persona alla guardia, a tende e padiglioni, per non lasciar passar l’oste del re di Francia. Quivi stette l’oste de’ Francesi assai, perchè in niun modo potevano passare, e alla fine il re di Francia, per consiglio del Bastardo di Rossiglione, fece armar tutta la sua gente, e fece vista di combattere il passo una mattina molto per tempo con una parte della sua gente; e alla guida del Bastardo col resto della gente tenne per altra via sopra le dette montagne, lasciando il più della sua oste e suoi arnèsi contra ’l passo, e andò per diverse vie piene di spine, le quali erano impossibili a farsi per gente umana, e da quei luoghi strani Pietro di Raona non si prendeva guardia, ove con gran fatica vi salirono. Pietro di Raona vedendo che il re di Francia gli era al di sopra della montagna e del passo, abbandonò la speranza di quello, e partissi con tutta la sua gente, e lasciovvi le tende e gli arnesi, e tornossi a dietro in le sue terre, e lasciò il passo, e allora tutta la gente passò con lor arnesi e bestiame senza contrasto veruno, e tutti s’accozzarono insieme dov’era il re di Francia. La detta oste stette tre dì su queste montagne con gran mancamento di vettovaglie; dapoi scese nel piano di Catalogna, e prese Pietra Latta e Fichera ed altre terre del contado; e i navilii suoi e l’armata erano in Acqua morta, in Provenza, carichi di vettovaglia ed arnesi, e li fecero venire per mare al porto di Roses. Il re di Francia con sua oste pose assedio alla città di Girona, la qual era molto forte e ben guernita, ed eravi dentro per capitano messer Ramondo, signor di Cardona, con buona compagnia. Vedendo l’oste dei Francesi detto messer Ramondo, mise fuoco nel borgo, perchè la città fosse più forte; e molto dannaggio faceva all’oste del re di Francia, il quale giurò di non si partire mai ch’egli avrebbe la terra. Stando ivi l’oste del re di Francia, per molta carogna di bestie morte, e per lo gran caldo, v’apparirono diverse quantità di mosche e di tafani, i quali parevano avvelenati, per le punture de’ quali gli uomini e le bestie morivano; e crebbe tanto questa pestilenza che si corruppe l’aria, e molta gente moriva nell’oste; ove il re di Francia, a suo consiglio, veduto che tutta l’oste era grave, volentieri vorrebbe non aver fatto suo sacramento. Stando il re di Francia all’assedio di Girona, la vettovaglia e fornimenti dell’oste gli venivano dai suoi navilii presso all’oste a quattro migliale lo re Pietro con sua gente, quanto potevano, impedivano la scorta che conduceva la vettovaglia, e conveniva che Francesi la scorgessero con molta gente e con gran fatica. La vigilia di Santa Maria d’agosto, il re di Raona s’era messo in agguato con cinquecento de’ migliori cavalieri ch’egli avesse, e con due mila pedoni, per impedir la scorta del re di Francia, perchè in quella scorta si diceva che veniva la paga della gente, e però il re di Raona in persona era in quell’agguato. Questo fu rapportato per una spia a messer Raul dei Rasi, e a messer Giovanni di Rincorta, conestabile e maliscalco dell’oste del re di Francia. I detti ebbero lor consiglio co’ migliori cavalieri dell’oste, per mettersi in punto per andar a combattere con detto agguato, e dicevano: Se noi andiamo grossi alla scorta, il re Pietro non si scoprirà alla battaglia, come altra volta ha fatto, se non a suo vantaggio. Disse messer Raul da’ Rasi: Valenti cavalieri, se noi vogliamo essere valenti uomini, e tirarlo alla battaglia, andiamo con poca gente, sì che gli paia aver buon mercato di noi; e così fu fatto; che presero il conte della Marcia e più altri baroni a numero di trecento cavalieri, e missonsi contra l’agguato del re di Raona. Vedendo il re Pietro che non erano maggior quantità, e vedendosi avere assai più gente, lasciando i pedoni, si affrettò d’andare a ferire, e misesi alla battaglia, la qual fu dura ed aspra, come di tanti eletti e provati cavalieri; ed alla fine i Francesi si sconfissero il re di Raona, il qual fu ferito duramente nel viso d’una lancia, e fu ritenuto preso per le redine del suo cavallo, ed esso con la ferita ch’aveva fu accorto, e tagliò le redine del cavallo con la spada, e diegli degli sproni, e fuggì con sua gente. A questa battaglia rimasero morti circa ducento buon cavalieri raonesi e catalani, e molti fediti. Il re Pietro tornò in Villa franca, e non avendo buona cura della ferita e per alcuni si disse ch’egli giacque con una donna, non essendo salda, appresso ne morì a’ dì nove di novembre negli anni di Cristo mille ducento ottantacinque, e fu seppellito in Barcellona nobilmente. Ma innanzi che morisse fece testamento che l’isola di Maiòlica fosse renduta al fratello, e lasciò re di Raona Manfredi suo primogenito, e Iacono secondogenito lasciò re di Sicilia, e Manfredi vivè poco, e successe nel reame il fratello. Il re Pietro fu valente signore e prode in arme e ben avventuroso; savio e riputato da’ cristiani e da’ saracini altrettanto e più che altro che regnasse al suo tempo. Essendo sconfitto il re di Raona per lo modo detto, il re di Francia ebbe grand’allegrezza, e misesi a stringer forte la città di Gironda, la qual sentendo come il re di Raona era stato sconfitto e ferito a morte, essendo stretti di vettovaglia, si arrenderono al re di Francia, salve le persone e ciò che potessero portare. Il re di Francia fece fornire Gironda, e prese consiglio di andare a vernare a Tolosa; e parte de’ suoi navilii s’erano già partiti dal porto di Roses, e tornati in Provenza. In quei giorni era venuto di Sicilia in Catalogna Ruggiero di Loria, armiraglio del re di Raona, con quarantacinque galee armate in aiuto del suo signore: e sentendo che i navilii del re di Francia erano nel porto di Roses assai scemati e straziati, gli assalì con le sue galee armate, e con l’aiuto di quei della terra, che si rubellarono al re di Francia e tennero con Siciliani, furono sconfitti e presi i Francesi, e fu arsa e rubata gran parte de’ loro navilii, e fu preso il lor armiraglio che aveva nome Inghiramo. E alla battaglia venne in soccorso per lo re di Francia il suo maliscalco con gran gente a piè ed a cavallo, ma poco poterono adoperarsi alla difesa dei lor navilii; e vedendoli presi, misero fuoco nella terra del porto di Roses, e tornarono all’oste del re di Francia. Il re Filippo vedendosi la fortuna così mutata, si diede molta maninconia, per la quale si ammalò d’una gran malattia; di che i baroni presero consiglio di partirsi; e così fu fatto; e portarono il re di Francia in un cataletto; e giungendo alle gran montagne dette Pirenei, il passo fu loro impedito, e fuvvi una grande e dura battaglia, in modo che i Catalani si mossero a voler prendere il cataletto, dove era il re; e dopo molti morti e presi, i Francesi passarono; e giunti che furono a Parpignano, come piacque a Dio, Filippo re di Francia passò di questa vita a’ dì sei d’ottobre negli anni di Cristo mille ducento ottantacinque; e poi fecero portare il corpo a Parigi. Questa impresa di Raona fu con la maggior perdita di persone e di tesoro e di cavalli che mai avesse la casa di Francia; e poi fu fatto re Filippo il Bello. Il conte di Monforte, ch’era rimaso balio di Carlo Martello re, figliuolo del re Carlo secondo, andò con sua armata in Sicilia, e prese per forza la città d’Agosta; e poi fu sconfitto in mare da Ruggiero di Loria. E in questo tempo uscì di prigione Carlo principe, per procaccio di Adoardo re d’Inghilterra, con patti che promise al re di Raona, che a giusto suo potere procaccerebbe che messer Carlo diValois, fratello del re di Francia, rinunzierebbe con volontà del papa i privilegi del reame di Raona, che gli aveva dato la Chiesa al tempo di papa Martino; e se ciò non facesse, promise e giurò di tornare in sua prigione dal giorno a tre anni; e per fermezza della promessa lasciò per istatichi tre suoi figliuoli, cioè, Ruberto, Ramondo e Giovanni, e cinquanta de’ migliori cavalieri, e pagogli tremila marche d’oro, ciò fatto, il principe Carlo, andò in Francia al re per far renunziare, ma non ebbe modo che lo volesse fare. Nel medesimo anno, a’ dì due di maggio, il principe Carlo, figliuolo del gran re Carlo, il qual tornava di Francia, poi ch’era uscito di prigione, e andava a Oriveto dov’era il papa, da’ Fiorentini fu ricevuto con grand’onore e festa, fattogli gran presenti di fiorini; e dimorato tre dì in Fiorenza, si partì per far suo cammino verso Siena. Ed essendo lui partito, venne novelle a Fiorenza, che masnada d’Arezzo s’apparecchiava per andar in quel di Siena, per far vergogna al detto principe il qual era con poca brigata d’arme. Incontanente i Fiorentini fecero andare tutto il fiore della buona gente di Fiorenza, che passarono il numero di ottocento cavalieri e tremila pedoni, per accompagnarlo. Il principe ebbe molto per bene così onorato servigio, e subito e non richiesto soccorso di tanta buona gente; e i suoi nimici sentendo lui essere accompagnato dai Fiorentini, non si ardirono andargli a far onta, ed essi accompagnarono il principe infin di là della Bricola a’ confini di Siena e d’Oriveto; e poi gli dimandarono per lo comune di Fiorenza un capitano di guerra, e che confirmasse lor l’insegna reale, la qual si portava nell’oste. Al principe piacque questa dimanda, e fece cavaliero Americo di Narbona, il qual era gran gentil uomo, e savio e maestro di guerra, e diello loro per capitano; ed egli se ne venne con la sua cavalleria a Fiorenza, e il principe se n’andò a papa Nicola quarto, e dal papa e da’ cardinali fu ricevuto onorevolmente, e il dì della Pentecoste dal papa fu ricevuto in Roma; e coronato re di Sicilia e di Puglia con gran festa, e dalla Chiesa gli furono fatti molti presenti e grazie di sussidio e decime per aiuto della guerra di Sicilia; e ciò fatto, si partì e andò nel regno. Essendo il conte d’Asterse, siniscalco della gente del re Carlo, in Calabria, a oste al castello di Catanzante, che s’era rubellato e datosi a don Iacopo, il qual si faceva chiamare re di Sicilia, il detto don Iacopo con suo armiraglio Ruggiero Loria, per soccorrere e levar l’oste, scese dalle galee con cinquecento cavalieri, ed ebbe una gran battaglia coi Francesi e i Francesi ne furono vincenti, e Ruggiero di Loria si ricolse su le galee col rimanente della gente. E nota che ’l detto Ruggiero di Loria non fu mai nè prima nè poi in battaglia sconfitto, se non in questa.

Avendo Saturnina finita la sua novella, frate Auretto disse; Veramente, Saturnina mia, tu te ne porti l’onore di tutto quanto il nostro ragionamento di questo dì; conciossiacosachè questa tua ultima novella vale molto più che tutte quelle che ho recitate io; e tu per averne l’onore te la serbasti in ultimo. Ora io ti vo’ dire una canzonetta, e cominciò così.

Amor, tu m’hai contento quel disio,

Che già gran tempo ha bramato ’l cor mio.

Io ti ringrazio della cortesia

Che fatta m’hai con tanta diligenza;

E sempre fia disposta l’alma mia

D’esser mai sempre alla tua ubbidienza,

Perchè la tua magnanima potenza

M’ha fatto grazia senza nessun rio.

Io benedico gli affanni e sospiri,

E le lagrime tante ch’io ho sparte,

E gli afflitti pensieri e gran martiri,

Che ho con versi piene tante carte;

E benedico quell’amorosa arte

Che fe’ contento il dolce mio disio,

Mille migliai di grazie con mercede

Ti rendo, signor mio, del ricco dono

Che fatto m’hai con tanta pura fede,

Di ch’io sarò, come fui, tuo e sono;

E s’io fallisco, dimando perdono,

Com’a signore che sempre ha il cor mio.

Ballata mia, canterai fra gli amanti

La grazia che m’ha fatta il mio signore,

Acciocchè si confortin tutti quanti,

E francamente ciascun segua Amore,

Com’ho fatt’io, che n’ho colto quel fiore

Che farà sempre giocondo il cor mio.

Finita la canzonetta, i detti due amanti con singolarissimo diletto più e più volte s’abbracciarono insieme con molte amorose e dolcissime parole; ed io lo posso dir di veduta, perocchè assaissime volte mi trovai presente dove s’usava quel diletto e quel piacer che detto abbiamo di sopra, senza nessuna disonestà. E così il detto frate Auretto ebbe dalla Saturnina quelle consolazioni e quel diletto che onestamente si possono avere; e posero fine a’ lor disiati e dilettevoli ragionamenti, e ciascun di loro si partì con buona ventura.

Tre novelle tratte da un testo a penna

del Pecorone di ser Giovanni Fiorentino

le quali non si leggono in quello a stampa

GIORNATA VENTESIMA

NOVELLA II.

Nell’anno mcccxxxiii si pubblicò per papa Giovanni appo Vignone, con tutto che più di dua anni innanzi avessi conceputo, l’oppenione della visione delle anime quando sono passate di questa vita; cioè ch’egli sermonò in pubblico concistoro per più volte dinanzi a’ suoi cardinali e prelati di conto, che niuno santo, eziandio santa Maria, non può vedere la beata speme, cioè Iddio e Trinità, la quale è la vera Deità; ma diceva che solo possono vedere la umanità di Cristo, la quale prese della vergine Maria: e la detta visione diceva che durerebbe infino al chiamare della angelica tromba, e ciò fia quando Iddio verrà a giudicare il mondo, dicendo: Venite, benedicti patris mei, percipite regnum, ecc.; e ai dannati: Ite, maledicti in ignem aeternum. Da indi innanzi per li perfetti beati si vedrà la detta visione chiara della detta infinita Deità: e così sarà il contrario delle pene de’ dannati; che sì come per lo merito del ben fare infino al detto giorno la loro beatitudine fia imperfetta e non compiuta, così diceva avere del male la punizione, e la pena in supplicio essere imperfetta. Onde nota ch’egli mostrava per la sua oppenione che inferno non sia per infino alla parola: Ite, maledicti, ecc. Questa sua opinione provava ed argomentava per molte autorità e detti di santi. La quale questione dispiaceva alla maggior parte de’ cardinali; e nondimeno comandò a tutti loro ed a tutti i maestri e prelati di corte che sotto pena di scomunicazione ciascuno studiasse sopra la detta questione della visione de’ santi, e facessene a lui relazione secondo che ciascuno sentisse e del pro e del contro, teneva protestando che non narrava determinando ad alcuna delle parti, ma ciò ch’egli ne diceva o proponeva era per divina disputatone ed esercizio di trovare il vero: ma con tutte le sue protestazioni si diceva e vedeva per opera ch’egli credeva alla detta oppenione. Imperocchè qualunque maestro o prelato gl’insegnava alcuna autorità o detti di santi, che in alcuna parte favorisse la sua oppenione, ed egli il vedeva volentieri, e facevagli grazia. La quale oppenione sermonandola a Parigi il maestro generale de’ frati minori, il quale era del paese del papa e sua creatura, fu riprovato per tutti i maestri in divinità in Parigi, per li frati Predicatori ed Eremitani e Carmelliti, e per lo re Filippo di Francia. Il detto ministro fu molto ripreso, dicendogli ch’egli era eretico, e se egli non si ricommovessi del detto errore, il farebbe morire come paterino, perocchè il suo reame non sosteneva nessuna resìa, ed eziandio dal papa medesimo; ma aveva mosso la detta falsa oppenione il volesse sostenere, il proverebbe per eretico, dicendo largamente come fedele cristiano che in vano si pregherebbono i santi ed avrebbesi speranza di salute per li loro meriti, e nostra donna santa Maria e santo Giovanni se santo Piero e santo Paulo non potessino vedere la detta infino al dì del giudizio, ed avere perfetta beatitudine in vita eterna, e che per quella opinione ogni indulgenzia data per antico di santa Chiesa, o che si desse, ora era vana: la qual cosa sarebbe grande errore e guastamento della fede cattolica: e convenne che il detto maestro, innanzi che si partisse, sermonasse il contrario, dicendo che ciò ch’egli aveva ditto, era in questionando; ma la sua intenzione era, e teneva quello che santa Chiesa era consueta di credere e predicare. E sopra ciò il re di Francia e il re Ruberto ne scrissono al papa Giovanni, riprendendonelo cortesemente che la detta opinione sostenesse in quistionando per trovare il vero; nondimeno non si conveniva al papa di muovere le quistioni sospette contro alla fede cattolica, ma che le volesse dicidere e storpiare. Della qual cosa la maggior parte de’ cardinali ne furon contenti, i quali ripugnavano la detta opinione. E per questa cagione il re di Francia prese grande audacia sopra papa Giovanni; e non gli dimandava quella cosa, che egli usasse di disdirla. E fu gran cagione che papa. Giovanni condiscese al re di Francia a dargli intendimento della signoria d’Italia e dello imperio di Roma per li trattati mossi per papa Giovanni. La sopraddetta questione si quistionò in corte mentre ch’il papa Giovanni visse, e poi per più d’uno anno: alfine si dichiarò, e fu riputato, qualunque teneva l’opinione del papa Giovanni, non avere buona credenza.

GIORNATA VENTESIMAPRIMA

NOVELLA II.

Essendo eletto e fatto dal collegio dei cardinali uno cardinale degli Orsini di Roma papa, il quale, mentre che fu giovane cherico e poi cardinale, fu onestissimo e di buona vita, e dicevasi ch’egli era di suo corpo vergine; ma poi che fu chiamato papa Nicola, fu magnanimo, e per lo caldo dei suoi consorti imprese molte cose per farli grandi; e fu il primo papa nella cui corte s’usasse palesemente simonia per li suoi parenti; per la qual cosa gli aggrandì molto di possessioni e di castella e di moneta e di possedere uomini sopra tutti i Romani, e più suoi parenti. E infra gli altri, a prego di messer Gianni, capo della casa della Colonna, suo cugino, fece cardinale messer Iacopo della Colonna, acciocchè i Colonnesi non s’apprendessono allo aiuto delli Aniballechi, loro nimici, ma fussino in loro aiuto: e fu tenuta gran cosa, perocchè la Chiesa avea privati tutti i Colonnesi, e che di loro progenia fusse, di tutti i benefizi ecclesiastici infino al tempo di papa Alessandro terzo, perocchè aveano tenuto collo imperadore Federigo primo contro alla Chiesa. Appresso il detto papa Nicola fece fare grandi e nobili palazzi papali, che. sono a San Piero a Roma. Ancora prese izza, col re Carlo, per cagione che il detto papa fece richiedere il re Carlo d’imparentarsi con lui, volendo dare una sua nipote a uno nipote del re Carlo. Il quale parentado il re non volse assentire, dicendo: Perchè egli abbia il calzamento rosso, suo lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e sua signoria non è retaggio. Per la qual cosa il papa indegnato non fu poi suo amico, ma in tutte cose nel segreto gli fu contrario, e nel palese gli fece rifiutare il senato di Roma e ’l vicario dello imperio, il quale aveva dalla Chiesa vacante imperio, e fugli molto contro in tutte sue imprese. E per l’avarizia ch’egli avea, col Paglialoco assentì al trattato e rubellazione che al re Carlo fu fatta da que’ dell’isola di Cicilia, e tolse alla Chiesa castel Sant’Agnolo di Roma, e diello a messer Orso suo nipote. Ancora il detto papa fece breviligiare la contea di Romagna e la città di Bologna a Ridolfo re de’ Romani, per cagione ch’egli era caduto in ammenda alla Chiesa della promessa ch’egli avea fatta al papa Gregorio al concilio di Lione sopra il Rodano, quando il confortò del venire in Italia per formare il passaggio d’oltramare, la qual cosa non aveva fatta per altra sua impresa e guerra nella Magna: nè questa dazione nè revolgere alla Chiesa non poteva fare di ragione; infra l’altre, perchè il detto Ridolfo non era pervenuto alla benedizione imperiale: ma quello che i cherici prendono, tardi sanno rendere. Incontanente che il detto papa ebbe il privilegio di Romagna, sì ne fece conte per la Chiesa messer Bertoldo Orsini suo nipote; e con forza de’ Cavalieri e gente d’arme sì il mandò in Romagna, e con lui per legato sì mandò messer fra Latino da Roma cardinale Ostiense, suo nipote, figliuolo della sorella, nato di Brancaleoni, ond’era il cancelliere di Roma per retaggio: e ciò fece per trar di mano la signoria arconte Guido da Monte Feltro, il quale tirannescamente la tenea e signoreggiava: e così fu fatto; che quasi in poco tempo tutta Romagna pervenne alla signoria della Chiesa. Avvenne che il detto legato con suo cenno fece pacificare i Guelfi ed i Ghibellini di Toscana e di Romagna, e massimamente quelli della città di Firenze. Avvenne che negli anni di Cristo mcclxxxi del mese di maggio, papa Nicola terzo degli Orsini passò di questa vita nella città di Viterbo; onde il re Carlo fu molto allegro, non perchè egli sapesse o avesse scoperto il tradimento che messer Gianni di Procida aveva menato col Paglialoco e col detto papa, ma sapeva e vedeva ch’egli gli era incontro in tutte le cose, e grande sturbo avea messo nella sua impresa e passaggio di Costantinopoli: per la qnal cosa trovandosi in Toscana quando egli morì, incontanente ne andò a Viterbo per procacciare d’aver papa a suo modo e che fusse suo amico: e trovò il collegio dei cardinali in grandi dissensioni e pareri; che l’una parte erano i cardinali Orsini e loro amici, e volevano papa a loro modo; e tutti gli altri cardinali col re Carlo volendo il contrario. E dato la vacazione più di cinque mesi, escono i cardinali alfine, non avendo concordia. I Viterbesi a pitizione del re Carlo trassono tra ’l collegio de’ cardinali messer Matteo Rosso e messer Giordano cardinali degli Orsini, i quali erano i capi della lor setta, e villanamente furono messi in prigione; per la qual cosa gli altri cardinali furono in concordia, ed elessono papa messer Simone dal Torso cardinale di Francia, e fu chiamato papa Martino quarto, il quale fu di vile nazione, ma molto fu magnanimo e di gran cuore ne’ fatti della Chiesa; ma per se proprio e de’ suoi parenti nulla convidigia ebbe. E quando il fratello il venne a vedere, il papa incontanente il rimandò in Francia, e con piccioli doni, dicendo che i beni che egli aveva, erano di santa Chiesa, e non suoi. Questo fu molto amico del re Carlo, e regnò papa tre anni ed uno mese e ventisette dì. Questi, come fu fatto papa, fece conte di Romagna messer Giani Diepa di Francia per trarre il conte Bertoldo degli Orsini, e scomunicò il Paglialoco imperadore di Costantinopoli e tutti i Greci, perchè non ubbidivano alla Chiesa di Roma. Questo papa fece fare la rôcca e il gran palagio di Monte Fiascone, e lì fece molto sua stanza mentre che fu papa, per la sopraddetta presura che i Viterbesi feciono de’ cardinali Orsini: ma poi nè furono amici gli Orsini della Chiesa, nè dei Viterbesi; e convenne che gli Orsini restituisseno molto di quello che avea loro dato papà Nicola terzo.

GIORNATA VENTESIMAQUINTA

NOVELLA II.

Egli ebbe un gentile uomo in Forlì, il quale era innamorato d’una suora che ave nome Caterina, la quale avea il più bel viso e i più begli occhi che nessuna che fussi a quel tempo in Forlì. Di che andando più volte il detto Ruberto a vicitare le dette suore, e veggendola in quello abito onesto e sì bella creatura; e veggendo sotto i suoi candidi veli il suo angelico e dilicato viso con due occhi ladri che vantaggiavano di chiarezza il sole, col naso affilato, un bocchino adorno di piacevolezza, con due labbra sottilette e vermiglie, e ’l mento tondo fesso un piccioletto, con quella gota dilicata e snella, ch’al mondo non si vide mai sì bella o sì preziosa cosa; e quando alcuna volta rideva, in quelle sue gote vermiglie due fosserelle che arebbono per dolcezza ogni quore di marmo fatto innamorare: questo Ruberto quanto più la vedeva, tanto più se ne ’nnamorava. E questo pare che avvenga, che quanto più è onesta la donna, tanto è più bella e più dilettevole al gusto ed allo occhio dello uomo. Di che costui n’era forte innamorato, e non trovava luogo, perchè non la poteva vedere a sua posta. La donna di questo non curava, e forse non se ne avvedeva, perchè amore non le aveva ancora riscaldato il suo bel petto. Di che essendo Ruberto smisuratamente innamorato di costei, e non pensandola vedere a sua posta, si consumava, ed ingenerossegli uno dolore al quore; che non trovava luogo, ed avevane quasi perduto il mangiare ed il bere: e ghiacendo, vennono più volte i medici a lui, e non sapevano nè potevano vedere che male si fusse il suo, ed egli per vergogna nol volea manifestare. Di che una sua sorella venne a lui, e dissegli: Io voglio che tu mi manifesti quello che tu hai. Rispose Ruberto: io non ho niente, vatti con Dio, e lasciami stare. Disse la sorella: Per certo io non mi partirò mai, che tu mel dirai; perchè mi dà il quore di poterti atare; e tu ragionevolmente ti puoi fidare di me. E tanto gli disse, che il detto Ruberto le disse il secreto quasi lagrimando: Io sono innamorato della tal suora, e veramente io mi consumo per lei. Rispose la sorella: Non te ne dare maninconia nessuna: lascia fare questo a me, perocchè ella è cara mia compagna; e tanto ti prometto che io andrò a lei, e non mi partirò mai, ch’ella m’imprometterà di fare ciò che tu vorrai; e così fu fatto. E subito ella si mosse, ed andonne a questa suora Caterina, e dopo molti ragionamenti, la donna indusse con sottile ingegno la detta suora a fare la volontà del fratello con dicendo: Io sono contenta che egli ci venga a sua posta, o vuole di dì, o vuole di notte, a vedermi, ma non per dirmi o farmi cosa che mi dispiacesse. Rispose la donna: Così s’intende; perocchè non ha altro desiderio se non di vederti, o far cosa che ti piacesse: e s’io ne sentissi il contrario, io non ci saria mai venuta; ed io son certa che egli ama l’onore tuo sopr’ogni cosa. E così diedono l’ordine che il detto Ruberto dovesse andare a vicitare la suora. La donna si partì molto contenta, e tornò al fratello, il quale l’aspettava con gran desiderio, e subito la domandò come il fatto stava. Rispose la sorella: Sta bene, perocch’io t’ho dato l’ordine con lei che a ogni tua posta tu vadia da lei; e però confortati, e cerca di guarire, sicchè tu possa andare. Ruberto fu molto allegro, e subito si gittò fuori dello letto, dicendo: sorella mia, tu mi hai guarito. La sorella l’avvisò del modo e dell’ordine dello andarvi. La notte, vegnendo e giugnendo dove questa suora Caterina l’aspettava, con molta festa s’abbracciarono e favellarono insieme, e diedono l’ordine dello andare e del tornare per tutte le volte; e sepponsi sì saviamente mantenere, che il loro amore durò con diletto e grandissimo piacere gran tempo; e veramente la suora puose al detto Ruberto uno smisurato amore. Avvenne che, come piacque a Dio,il detto Ruberto ammalò, e di quella infermità si morì. Di che fu preso questo corpo, come è d’usanza, e recato in sulla sala, dov’erano molte donne che piangevano ed involto in un lenzuolo con una coltre di zendado addosso; sicchè per lo peccato commesso colla monaca il baldovino stava ritto. Essendo questa sua sorella iscapigliata intorno, ovvero aitato a lui, vide il baldovino che teneva sollevata la coltre; di che sapendo ella il fatto come era ito, perchè ne fu mezzana, disse piangendo queste parole: O fratel mio, or vi fussi tu entrato tutto; che saresti vivo come quello che tu vi mettesti. E disse sì forte, che tutte le donne l’udirono. E forse, se questo è vero, non diceva la donna male; ma impossibile pare a crederlo che sia vero o no per come si dica: ma quanto io, sono uno di quegli che il vorrei prima provare, e poi saprei meglio giudicare.

FINE DEL PECORONE DI SER GIOVANNI FIORENTINO.

Note

_____________________________

[1] di corto, così ha  l'edizione originale ma sembra che sia errore, e che debba dire di certo; se non vuol dire in breve, fra poco. (AMS)

[2] credenza: sospetto.

[3] con coverta di riconciliarli: in apparenza per riconciliarli.

[4] risponso: responso.

[5] balio: credo che in questo caso da un lato sia colui che aveva allevato ed educato Alderico, dall'altro la carica che aveva assunto per il governo dello stato giacché Alderico era impedito dall'età e dall'inesperienza.

[6] bulicame: cioè vene d' acqua che sorgon bollendo. (AMS)

[7] mamoletti: bambini

[8] avacciò: sollecitò, affrettò; in questo caso credo significhi propriamente: anticipò.

[9] ansio: ansioso

[10] suppositiziamente:  in cambio.

[11] manganelli: ordigni da guerra, piccole catapulte

[12] mercatale: mercato

[13] collezione: colazione

[14] sbandeggiata: cacciata dalla città, dallo Stato.

[15] maniera: mansueta. (AMS)

[16] contumacia: disubbidienza a' giudici.

[17] erano a posta: a riquisizione, a instanza, a disposizione.

[18] asserragliato, da serraglio, cioè chiuso con sbarre, cioè tramezi fatti di legni per impedire il passo, steccati, o chiusure fatte per riparo, difesa.

[19] avere istato:  avere dominio signorìa, potenza

[20]

[21] raccomiati: raccomiati, forse, raccomandati,  vale a dite licenziati. Questa voce roccomiati che forse sarà errore del copista manca nel Vocabolario.(Anton Maria Salviati)

[22] si rincavallarono, cioè si provvidero di nuovo cavallo, si rimisero in arnese. (AMS)

[23] Maliscalco, cioè governator d'esercito, che ora si direbbe maresciallo.

[24] aontato, cioè ingiuriato; ma qui sta piuttosto per disonorato. (AMS)

[25] badaluccare, leggiermente scaramucciare per tenere a bada, trattenere. (AMS)

[26] badalucco,  scaramuccia leggiera.

[27] comparevano: facevano una gran bella figura

[28] conestabole, F. Ant. lo stesso che  conestabile; presso alcuni Principi è supremo grado di milizia. Nella milizia antica era un grado di comando quasi simile a quello di un colonnello.

[29] ingambarono: se la diedero a gambe levate

[30] osteggiò; osteggiare vale campeggiare coll'esercito, stare a campo.

[31] sbarrattata o sbarratata, cioé sbaragliata, messa in rotta. (AMS)

[32] uscieri: navi da carico (in questo caso per trasportare cavalli)

[33] pasquare: celebrare la Pasqua.

[34] pagando quelle colte che sono usati di pagare. Non pare che si possa intender altro che le gravezze che si soglion pagare per le ricolte che si fanno dalla campagna. -

[35] avevano tanto misfatto: avevano recato tanto danno.

[36] ontanza, cioè vergogna, disonore.

[37] saettia: piccola barca maneggevole e veloce, che si poteva anche affidare. Serviva anche per collegamenti periodici fra due porti.

[38] ch'io mai non deservii: deservire, o diservire significa mal servire, offendere, far male.

[39] Siniscalco cioè maggiordomo,  maestro di casa, talora quegli che ha la cura della mensa e che la imbandisce. Si trova anche in significato di tesoriere, di governatore di una provincia la quale da esso si chiama siniscalcato.

[40] di cheto: posto come  avverbio, vale quietamente, pacificamente.

[41] diffalta: cioè fallo, peccato , colpa ; ma qui vale mancamento di promessa.

[42] cofini, o cofani, cioè corbelli, che servono per trasportar cose da un luogo all'altro.

[43] fichi fiori, chiamati anche parabole (V. Gio. Villani) primi fichi che maturano alla fine di giugno.

[44] in bistento: cioè in gran pena , in gran disagio.

 

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservatii

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 giugno 2008