Ser Giovanni Fiorentino

Il Pecorone

giornate   I - XIII

Edizione di riferimento:

Raccolta di novellieri italiani, il Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino nel quale si contengono cinquanta novelle antiche d’invenzione e di stile; le cene di Anton-Francesco Grazzini detto il Lasca, volume unico, Torino cugini Pomba e comp.  editori 1853. Tipografia e stereotipia del progresso, diretta da Barera e Ambrosio, Via della Madonna degli Angeli, rimpetto alla Chiesa.

Mille trecento con settantotto anni

Veri, correvan quando incominciato

fu questo libro, scritto et ordinato,

Come vedete, per me ser Giovanni.

E in battezzarlo ebbi anco pochi affanni,

Perchè un mio car signor l’ha intitolato,

Et è per nome il Pecoron chiamato,

Perchè ci ha dentro novi barbagianni.

Et io son capo di cotal brigata,

Che vo bellando come pecorone,

Facendo libri, e non ne so boccata,

Poniam che ’l facci a tempo e per cagione

Che la mia fama ne fosse onorata,

Come sarà da zotiche persone.

Non ti maravigliar di ciò, lettore,

Che il libro è fatto com’è l’autore.

PROEMIO

Per dare alcuna scintilla di refrigerio e di consolazione a chi sente nella mente quello che nel passato tempo ho già sentito io, mi si muove zelo di caritevole amore a principiare questo libro, nel quale trattaremo d’un giovane uomo e d’una fanciulla, i quali furono ferventissimamente innamorati l’un dell’altro, come per lo presente potrete udire; e seppersi sì segretamente mantenere, e si sepper portare il giogo dello sfavillante amore, che a me dieder materia di seguire il presente libro, udendo la leggiadra inventiva, la vaga maniera e gli innamorati ragionamenti che insieme tenevano, per mitigar la fiamma dello ardente amore, del quale smisuratamente ardevano. Per che ritrovandomi io a Dovadola, sfolgorato e cacciato dalla fortuna, come nel presente libro leggendo potrete vedere, e avendo inventiva e cagione da poter dire, cominciai questo negli anni di Cristo mccclxxviii, essendo eletto per vero e sommo pontefice per la divina grazia papa Urbano VI, nostro Italiano; regnando il serenissimo Carlo IV, per la Dio grazia re di Boemia, e imperadore e re de’ Romani.

Egli ebbe in Romagna nella città di Forlì un munistero, dov’era una priora con più suore, le quali erano tutte di santa e buona e perfetta vita, fra le quali ve n’aveva una ch’aveva nome la suora Saturnina, la quale era giovane, costumata, savia e bella, quanto la natura l’avesse potuta fare più; ed era di tanto onesta e angelica vita, che la priora e l’altre suore le portavano singolarissimo amore e riverenza. E la fama delle bellezze e onestà sua risplendeva per tutto ’l paese; tant’era compiutamente dalla natura ben dotata. Per che ritrovandosi in Fiorenza un giovane, il qual aveva nome Auretto, savio, sentito, costumato e ben pratico in ogni cosa, il qual aveva speso in cortesia gran parte di quello che aveva, e udendo la nobil fama di questa graziosa Saturnina, subito se ne innamorò, non l’avendo mai veduta; e pensò di farsi frate, e di venire a Forlì e porsi per cappellano di questa priora, per avere più agio di veder costei; sì fortemente era innamorato di lei. E così prese per partito, e acconciò i fatti suoi, e fecesi frate, e vennesene a Forlì; e quivi, come molto intendente, per interposita persona venne a stare per cappellano a questo munistero; e seppe sì tenere savi e prudenti modi, che in picciol tempo e’ venne in grazia e in amore della priora e di tutte l’altre suore, e massimamente della suora Saturnina, a cui egli voleva meglio che a se medesimo. Ora avvenne che il detto frate Auretto risguardando onestamente più volte la detta suor Saturnina, ed ella lui, e gli occhi più volte riscontrandosi, Amor, che a cor gentil ratto s’apprende, legò costoro insieme per modo, che da lungi sorridendo s’inchinavano; e così seguendo Amore, più e più volte si presero per mano, e scrissonsi e favellaronsi insieme molte volte. E moltiplicò tanto questo amore, ch’eglino presero per partito d’essere a una certa ora insieme al parlatorio, il quale era in luogo assai remoto e soletario; ed essendo quivi venuti, e ragionando, ordinarono di venirci ogni dì una volta, per potere distesamente ragionar insieme. E preson questa regola, che ognuno di lor due devesse dire una novella ogni dì, a loro consolazione e piacere; e così fecero.

 GIORNATA PRIMA

NOVELLA I.

Avendo i detti due amanti dato l’ordine del ritrovarsi insieme al parlatorio, come detto abbiamo di sopra, venendo l’ora deputata, ivi si ritrovarono, e con grandissima festa e allegrezza si posero a sedere, e cominciò il detto frate Auretto in questo modo.

Saturnina mia, io ti vo’ dire una novella, che intervenne nella città di Siena, non è molto tempo, d’uno amante e d’una gentildonna; e dice così.

E’ fu in Siena un giovane, il quale aveva nome Galgano, ricco e di nobil progenie, atto e comunemente esperto in ogni cosa, valoroso, gagliardo, magnanimo, e cortese universale con ogni maniera di gente. Amava questo Galgano una gentildonna di Siena, la quale aveva nome madonna Minoccia, moglie d’un gentil cavaliere chiamato messere Stricca. Per che il detto Galgano sempre vestiva e portava la divisa della detta sua amanza, spesse volte giostrando, armeggiando e facendo di ricchi mangiari per amore di lei; nè mai con tutto ciò madonna Minoccia lo volle udire; di che Galgano non sapeva che si fare nè che si dire, veggendo quanta crudeltà regnava nel petto di questa sua donna, a cui egli voleva meglio che a se: e sempre a feste e a nozze questi l’era dietro, e non si teneva contento nel giorno ch’egli non l’avesse veduta; e più e più volte mandò a lei per interposta persona doni e ambasciate, nè mai la donna volse ricevere nè udir nulla, ma sempre stette più dura l’una volta che l’altra. E così il detto amante stette gran tempo appassionato del grandissimo amore e fede ch’egli portava a questa donna, e spesse volte si doleva con amore, dicendo: Deh, signor mio, come puoi tu sostenere ch’io ami e non sia amato? non vedi tu che questo è contro alle tue leggi? E così più e più volte, ricordandosi della crudeltà di costei, si voleva disperare. Ma pur saviamente si deliberò portare questo giogo infin che ad amor piacesse, sempre sperando di trovar grazia, e sempre s’ingegnava di fare e dire tutte quelle cose che a lei potesser piacere; ma ella tuttavia più dura. Ora avvenne ch’essendo messere Stricca e la sua bella donna a un lor luogo ch’era presso a Siena, il detto Galgano passò per la contrada con uno sparviere in pugno, e fece vista di andare uccellando, solo per vedere questa donna, e passò presso alla casa dove ella era; per che messere Stricca lo vide e subito lo conobbe, e si gli fe’ incontra, e domesticamente lo prese per mano, pregandolo che gli piacesse di andare a cena con esso lui e con la donna sua. Di che Galgano lo ringraziò e disse: Grandissima mercè, e che gli piacesse d’averlo per iscusato; conciossiacosa ch’io vo, diss’egli, in un certo luogo di bisogno. Disse allora messere Stricca: Passa almeno a bere; e ’l giovane rispose: Gran mercè, fatevi con Dio, ch’io ho fretta. Messere Stricca veggendo la volontà sua, il lasciò andare e tornossi in casa. Galgano essendo partito da messere Stricca, disse fra se medesimo: Deh tristo a me! perchè non accettai io? che almeno avrei veduta colei, a cui io vo’ meglio che a tutto ’l mondo. E mentre ch’egli andava sopra questo pensiero, una gazza si leva; per che costui lasciò lo sparviere, e la gazza fuggì nel giardino di messere Stricca, e lo sparviere si ghermì [1] con lei. Per che messere Stricca e la donna sua sentendo questo sparviere, corsero alla finestra del giardino, e veggendo la valentigia [2] che fe’ lo sparviero nel pigliar la gazza, domandò la donna, non sapendo di cui e’ si fusse, di chi era quello sparviere. Rispose messere Stricca: Quello sparviere ha bene a cui somigliare, però ch’egli è del più virtuoso giovane che sia in Siena, e del più compiuto. Dimandò la donna chi egli era. Rispose il marito: Egli è di Galgano che testè passò quinci, e volsi ch’egli stesse a cena con noi, ed ei non volse. E per certo egli è il più grazioso giovane, e ’l più da bene ch’io vedessi mai. E così si levarono dalla finestra e andarono a cena; e Galgano allettò lo sparvier suo, e andossi con Dio. Notò la donna quelle parole, e tennesele a mente. Onde avvenne che indi a pochi dì messere Stricca fu mandato dal comune di Siena per ambasciatore a Perugia, per che la donna sua rimase sola; e subito sentito che ’l marito era cavalcato, mandò una sua segretaria per Galgano, pregandolo che gli piacesse venire infino a lei, ch’ella gli voleva parlare. Fatta che gli fu l’ambasciata, Galgano rispose che verrebbe molto volentieri. Così sentendo Galgano che messere Stricca era ito a Perugia, si mosse la sera a ora competente, e andò a casa colei ch’egli amava assai più che gli occhi suoi. E giunto nel cospetto della donna con molta riverenza la salutò, dove la donna con molta festa lo prese per mano, e poi l’abbracciò, dicendo: Ben venga il mio Galgano per cento volte; e senza più dire si donarono la pace più e più volte. E poi la donna fe’ venire confetti e vini; e bevuto e confettato ch’ebbero insieme, la donna lo prese per mano e disse: Galgano mio, egli è tempo d’andar a dormire, e però andiamci a letto. Rispose Galgano e disse Madonna, a ogni piacer vostro. Entrati che furono in camera, dopo molti belli e piacevoli ragionamenti, la donna si spogliò e entrò nel letto, e poi disse a Galgano: E’ mi pare che tu sia vergognoso e sì temente, che hai tu? non ti piaccio io? non se’ tu contento? non hai tu ciò che tu vuoi? Rispose Galgano: Madonna sì, e non mi potrebbe Iddio aver fatta maggior grazia et ritrovarmi nelle braccia vostre. E così ragionando sopra questa materia, si spogliò, ed entrò nel letto al lato a colei cui egli aveva tanto tempo desiderata. E poi che fu entrato sotto, le disse Madonna, io voglio una grazia da voi, se vi piace. Disse la donna: Galgano mio, domanda; ma prima voglio che tu m’abbracci, così fe’. Disse Galgano: Madonna, io mi maraviglio forte con voi avete stasera mandato per me più che altre volte, avendo io tanto tempo desiderata e seguita, e voi mai non voleste me vedere nè udire. Che v’ha mosso ora? Rispose la donna: Io lo dirò. Egli è vero che pochi giorni sono, che tu passasti con un tuo sparviere quinci oltre, di che il mio marito mostra che ti vedesse e che t’invitasse a cena, e tu non volesti venire. Allora il tuo sparviere volò dietro a una gazza; ed io veggendolo così bene schermire con lei, domandai il mio marito, di cui egli era; onde egli mi rispose ch’egli era del più virtuoso giovane di Siena e ch’egli aveva bene a cui somigliare, però ch’e’ non vide mai nessuno compiuto, quanto eri tu in ogni cosa. E sopra questo mi ti lodò molto, onde io udendoti lodare a quel modo, e sapiendo il bene che tu m’avevi voluto, posemi in cuore di mandare per te, e di non t’esser più cruda; e questa è la cagione. Rispose Galgano: È questo vero? Disse la donna: Certo sì. Hacci nessuna altra cagione? Rispose la donna: No. Veramente, disse Galgano, non piaccia a Dio, nè voglia, poi che ’l vostro marito m’ha fatto e detto di me tanta cortesia, ch’io usi a lui villania. E subito si gittò fuori del letto, e rivestissi e prese commiato dalla donna, e andossi con Dio; nè mai più guardò quella donna per quello affare, ed a messere Stricca portò sempre singolarissimo amore e riverenza.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò Saturnina e disse così: Molto m’è piaciuta questa novella, considerando la fermezza di colui, avendo nelle braccia colei, cui egli aveva cotanto tempo desiderata. Che s’io fossi stata in quel caso che fu egli, non so ch’io m’avessi fatto. Nondimeno io ti vo’ dire una novelletta, la quale credo che t’abbia a piacere; e dice in questo modo.

Egli ebbe in Roma in casa i Savelli due compagni e consorti, l’uno de’ quali aveva nome Bucciuolo e l’altro Pietro Paolo, ben nati, e assai ricchi dell’avere del mondo. Per ch’eglino si posero in cuore d’andare a studiare a Bologna; e l’uno volle apparar legge, e l’altro decreto, e così presero commiato da’ parenti loro, e vennero a Bologna; e ordinatamente l’uno udì legge, e l’altro decreto, e così studiarono per ispazio di più tempo. E, come voi sapete, il decreto è di minor volume che non è la legge, però Bucciuolo, che udiva decreto, apparò più tosto, che non fe’ Pietro Paolo. Per che essendo licenziato, e’ prese per partito di ritornarsi a Roma, e disse a Pietro Paolo: Fratel mio, poi ch’io son licenziato, io ho fermo di volermi ritornare a casa. Rispose Pietro Paolo: Io ti priego che tu non mi lasci qui, ma piacciati d’aspettarmi questo verno, e poi a primavera noi ce n’andremo. Tu in questo mezzo potrai apparare qualche altra scienza, e non perderai tempo. Di che Bucciuolo fu contento, e promisegli di aspettarlo. Onde avvenne che Bucciuolo, per non perder tempo, se n’andò al maestro suo e disse: Io mi son deliberato d’aspettare questo mio compagno e parente, e però voglio che vi piaccia d’insegnarmi qualche bella scienza in questo tempo. Rispose il maestro, ch’era contento, e però gli disse: Eleggi quale scienza tu vuoi, e io te la insegnerò volentieri; e Bucciolo disse: Maestro mio, io vorrei apparare come s’innamora, e che modo si tiene. Rispose il maestro quasi ridendo: Questo mi piace; e non potresti aver trovato scienza di che io fossi più contento che di questa. E però vattene domenica mattina alla chiesa de’ frati minori, quando vi saranno ragunate tutte le donne, e porrai mente se ve n’ha nessuna che ti piaccia; e quando l’avrai trovata, seguila infino che tu vegga dove ella sta, e poi torna da me. E questa sia la prima parte ch’io voglio che tu appari. Partissi Bucciuolo, e la domenica mattina vegnente, sendo al luogo de’ frati, come il maestro gli aveva detto, e dando d’occhio tra quelle donne, che ve n’erano assai, videvene una fra l’altre che molto gli piaceva, perchè ella era assai bella e vaga. Per che partendosi la donna della chiesa, Bucciuolo le tenne dietro e vide e apparò la casa dov’ella stava; onde la donna s’avvide che questo scolare s’era incominciato a innamorare di lei, e Bucciuolo ritornò al maestro e disse: Io ho fatto ciò che voi mi diceste, e honne veduta una che molto mi piace. Per che il maestro di questo pigliava grandissimo diletto, e quasi uccellava Bucciuolo, veggendo la scienza ch’egli voleva apparare, e gli disse: Fa che tu vi passi ogni dì due o tre volte onestamente, e abbi sempre gli occhi con teco, e guarda che tu non sia veduto guardare a lei, ma pigliane con gli occhi quel piacere che tu puoi sì ch’ella s’avvegga che tu le voglia bene; e poi torna da me questa sia la seconda parte. Bucciuolo si partì dal maestro cominciò saviamente a passare da casa la donna, sì che la donna s’avvide certamente ch’e’ vi passava per lei. Ond’ella cominciò a guardar lui, tal che Bucciuolo la cominciò a inchinare saviamente, ed ella lui più e più volte; da che Bucciuolo si avvide che la donna l’amava: per la qual cosa il tutto riferì al maestro ed esso gli rispose e disse: Questo mi piace e son contento, et hai saputo ben fare infino a qui; or conviene che tu trovi modo di farle parlare a una di queste che vanno vendendo per Bologna veli e borse e altre cose. E mandale a dire, come tu se’ suo servidore, e che non è persona al mondo a cui tu voglia meglio che a lei, e che tu faresti volentieri cosa che le piacesse; e udirai com’ella ti dirà. E poi, secondo ch’ella ti manda rispondendo torna da me e dimmelo, e io ti dirò quel che tu abbia a fare. Bucciuolo subito si partì, e trovò una merciaiuola ch’era tutta atta a quello officio, e sì le disse: Io voglio che voi mi facciate un grandissimo servigio, ed io vi pagherò sì che sarete contenta. Rispose la merciaiuola: Io farò ciò che voi mi direte, però che io non ci sono per altro se non per guadagnare. Bucciuolo le diede due fiorini e disse: Io voglio che voi andiate oggi una volta in una via che si chiama la Mascarella, ove sta una giovane chi si chiama madonna Giovanna, alla quale io voglio meglio che a persona che al mondo sia; e voglio che voi me le raccomandiate, e che voi le diciate ch’ io farei volentieri cosa che le piacesse. E intorno a ciò ditele quelle dolci parole, ch’ io so le sapiate dire; e di questo vi prego quanto io so e posso. Disse la vecchietta: Lasciate fare a me, che io piglierò il tempo. Rispose Bucciuolo: Andate ch’io v’aspetto qui. Ed ella subitamente mosse con un paniere di sue merce, e andonne a questa donna e trovolla a sedere in sull’uscio, e salutolla, e poi le disse: Madonna, avrei io cosa tra queste mie mercanzie, che vi piacesse? prendetene arditamente, pur che ve ne piaccia. E così si pose a sedere con lei e cominciolle a mostrare e veli e borse e cordelle e specchi e altre cose. Per che veduto molte cose, molto le piacque una borsa che v’era; ond’ella disse: Se io avessi danari, io comprerei volentieri questa borsa. Disse la merciaiuola: Madonna, e’ non vi bisogna guardare a cotesto; prendete, se c’è cosa che vi piaccia, però ch’egli è pagato ogni cosa. La donna si maravigliò udendo le parole, e veggendosi fare tante amorevolezze a costei, e disse: Madonna mia, che volete voi dire? che parole son queste. La vecchietta quasi lagrimando disse: Io ve lo dirò. Egli è vero che un giovane, che ha nome Bucciuolo, mi ci ha mandata; il quale v’ama, e vuolvi meglio che a persona che sia al mondo. E non è cosa che ei potesse fare per voi, che non facesse, e dicemi che Dio non gli potrebbe fare maggior grazia, che essergli comandato da voi qualche cosa. E in verità e’ mi pare che e’ si consumi tutto, tant’è la voglia ch’egli ha di parlarvi; e forse io non vidi mai il più da bene giovane di lui. La donna udendo le parole, si fece tutta di color vermiglio, e volsesi a costei e disse: Se non fosse ch’io vi risguardo per amore dell’onor mio, io vi governerei sì che trista vi farei. Come non ti vergogni tu, sozza vecchia, di venire a una buona donna a dire queste parole? Che trista ti faccia Dio! E in questa parola la giovane prese la stanga dell’uscio per volerle dare, e disse: Se tu ci torni mai più, io ti governerò sì che tu non sarai mai da vedere. Per che la vecchietta fu presta, e subito prese le cose sue spicchia, e vennesene con Dio, ed ebbe una grandissima paura di non provare quella stanga, e non si tenne sicura infino che ella non giunse a Bucciuolo. Come Bucciuolo la vide, la domandò di novelle, e come il fatto stava. Rispose la vecchietta: Sta male, per ciò ch’io non ebbi mai la maggior paura: e in conclusione, ella non ti vuole nè udire nè vedere. E se non fusse ch’io fui presta a partirmi, io avrei forse provato di una stanga che ella aveva in mano. Quanto per me, io non intendo più tornarvi; e anche consiglio te che non t’impacci più in questi fatti. Bucciuolo rimase tutto sconsolato, e subito se n’andò al maestro, e disse ciò che gli era incontrato.

Il maestro lo confortò e disse. Non temere, Bucciuolo, che l’albero non cade per un colpo. E però fa che tu vi passi stasera, e pon mente che viso ella ti fa, e guarda s’ella ti pare corrucciata, o no; e tornamelo a dire. Mossesi Bucciuolo, e andò verso la casa dove stava quella sua donna, la quale quando lo vide venire, subitamente chiamò una sua fanciulla, e dissele: Fa che tu vada dietro a quel giovane, e digli per mia parte che mi venga stasera a parlare, e non falli. Per che la fanticella andò a quello e disse: Messere, dice madonna Giovanna che voi vegniate stasera infino a lei, però ch’ella vi vuol parlare. Maravigliossi Bucciuolo, e poi le rispose e disse: Dille ch’io vi verrò volentieri; e subito tornò al maestro, e disse come il fatto stava. Di che il maestro si maravigliò, e in se medesimo ebbe sospetto che quella non fosse la donna, sua, come ella era, disse a Bucciuolo: Bene, andra’ vi tu? Disse Bucciuolo: Sì bene. Rispose il maestro: Fa che quando tu ti vai, tu faccia la via ritto quinci. Disse Bucciuolo: Sarà fatto; e partissi. Era questa giovane moglie del maestro, e Bucciuolo nol sapeva; e il maestro n’aveva già presa gelosia, perch’egli dormiva il verno alla scuola, per leggere la notte agli scolari, e la donna sua si stava sola ella e la fante. Il maestro disse: Io non vorrei che costui avesse apparato alle mie spese, e per tanto lo vo’ sapere. Per che venendo la sera Bucciuolo a lui, disse: Maestro, io vo. Disse il maestro: Va e sia savio. Soggiunse Bucciuolo: Lasciate fare a me: e partissi dal maestro: ed avevasi messo in dosso una buona panciera, e sotto il braccio una giusta spada, e allato un buon coltello; e non andava come ismemorato. Il maestro, come Bucciuolo fu partito, si gli avviò dietro: e di tutto questo Bucciuolo non sapeva niente: il quale giugnendo all’uscio della donna, come lo toccò, la donna sì gli aperse e miselo dentro. Quando il maestro s’avvide che questa era la donna sua, venne tutto meno e disse: Or veggo bene che costui ha apparato alle mie spese; e si pensò di ucciderlo, e ritornò alla scuola e accattò una spada e un coltello, e con molta furia fu tornato a casa con animo di fare villania a Bucciuolo; e giunto all’uscio, cominciò con molta fretta a bussare. La donna era a sedere al fuoco con Bucciuolo, e sentendo bussar l’uscio, subitamente si pensò che fosse il maestro, e prese Bucciuolo, e nascoselo sotto un monte di panni di bucato, i quali non erano ancora rasciutti, e per lo tempo gli aveva ragunati in su una tavola a piè d’una finestra. Poi corse all’uscio, e domandò chi era. Rispose il maestro: Apri, che tu lo potrai ben sapere, mala femina che tu sei. La donna gli aperse, e veggendolo con la spada, disse: Oimè! signor mio, ch’è questo? Disse il maestro: Ben lo sai tu chi tu hai in casa. Disse la donna: Trista me! che di’ tu? se’ tu fuori della memoria? Cercate ciò che c’è, se voi ci trovate persona, squartatemi. Come comincerei io ora a far quello ch’io non fei mai? Guardate, signor mio, che ’l nemico non vi facesse veder cosa che voi perdeste l’anima. Il maestro fece accendere un torchietto, e cominciò a cercare nella cella tra le botti; e poi se ne venne suso, e cercò tutta la camera e sotto il letto, e mise la spada per lo saccone, tutto forandolo; e, brevemente, e’ cercò tutta la casa, e non lo seppe trovare. E la donna sempre gli era allato col lume in mano, e spesse volte diceva: Maestro mio, segnatevi; che per certo il nemico di Dio v’ha tentato, e havvi mosso a vedere quello che mai non potrebbe essere; che s’io avessi pelo addosso che ’l pensasse, io m’ucciderei io stessa. E però vi priego per Dio, che voi non vi lasciate tentare. Per che il maestro veggendo che e’ non v’era, e udendo le parole della donna, quasi se ’l credette; e poco stante egli spense il lume, e andossene alla scuola. Onde la donna subito serrò l’uscio, e cavò Bucciuolo di sotto i panni, ed accese un gran fuoco, e quivi cenarono un grosso e grasso cappone, ed ebbero di parecchi ragioni vino, e così cenarono di grandissimo vantaggio. Disse la donna più volte: Vedi che questo mio marito non ha pensato niente. E dopo molta festa e sollazzo, la donna lo prese per mano, e menollo nella camera, e con molta allegrezza s’andarono a letto, e in quella notte si diedero quel piacere che l’una parte e l’altra volse, rendendo più e più volte l’uno all’altro pace. E passata la desiata notte, venne il giorno; per che Bucciuolo si levò e disse: Madonna, io mi vo’ partire; vorrestemi voi comandar niente? Disse la donna: Sì, che tu ci torni stasera. Disse Bucciuolo: Sarà fatto; e preso comiato, uscì fuori, e andossene alla scuola, e disse al maestro: Io v’ho da far ridere. Rispose il maestro: Come? Disse Bucciuolo: Iersera poi che fui in casa colei, ed eccoti il marito, e cercò tutta la casa, e non mi seppe trovare; ella m’aveva nascoso sotto un monte di panni di bucato, i quali non erano ancora rasciutti. E, brevemente, la donna seppe sì ben dire ch’egli se n’andò fuori; talchè noi poi cenammo d’un grosso cappone, e beemmo di fini vini con la maggior festa e allegrezza che voi vedeste mai; e così ci demmo vita e tempo infino a dì. E perchè io ho poco dormito tutta notte, mi voglio ire a riposare, perch’io le promisi di ritornarvi stasera. Disse il maestro: Fa che quando tu vi vai, tu mi faccia motto. Bucciuolo disse. Volentieri; e poi si partì; e ’l maestro rimase tutto infiammato, che per dolore non trovava luogo, e in tutto il dì non potè leggere lezione; tanto aveva il cuore afflitto; e pensossi di giugnerlo la sera vegnente, e accattò una panciera e una cervelliera. Come tempo fu, Bucciuolo non sapendo niente di questo fatto, puramente se n’andò al maestro e disse: Io vo. Disse il maestro: Va, e torna quinci domattina a dirmi come tu avrai fatto. Rispose Bucciuolo: Il farò; e subito s’avviò versa la casa della donna. Il maestro subito tolse l’arme sua, e uscì dietro a Bucciuolo quasi presso presso, e pensava di giugnerlo sull’uscio. La donna, che stava attenta, subito gli aperse e miselo dentro, e serrò l’uscio; e ’l maestro subito giunse, e cominciò a bussare e a fare un gran romore. La donna subitamente spense il lume, e mise Bucciuolo dietro a sè, e aperse l’uscio e abbracciò il marito, e con l’altro braccio mise fuori Bucciuolo, che ’l marito non se n’avvide. E poi cominciò a gridare: Accorr’uomo, accorr’uomo, che ’l maestro è impazzato; e parte il teneva stretto abbracciato. I vicini sentendo questo romore, corsero, e veggendo il maestro essere così armato, e udendo la donna che diceva: Tenetelo, ch’egli è impazzato per lo troppo studiare, avvisaronsi, e se ’l credettero, che e’ fosse fuor della memoria; e cominciarongli a dire: Eh maestro, che vuol dir questo? andatevi su il letto a riposare, non v’affaticate più. Disse ’l maestro: Come mi vo’ io riposare, quando questa mala femina ha uno uomo in casa, e io ce lo vidi entrare: Disse la donna: Trista la vita mia! domandate tutti questi vicini, se mai s’avvidero pur d’un mal atto di me. Risposero tutte le donne e gli uomini: Maestro, non abbiate pensiero di cotesto, però che mai non nacque la miglior donna di costei, nè la più costumata, nè con la miglior fama. Disse il maestro: Come! che io le vidi entrare uno, e so che c’è entrato. In tanto vennero due fratelli della donna; per ch’ella subito cominciò a piagnere, e disse: Fratelli miei, questo mio marito è impazzato, e dice che io ho in casa uno uomo, e non mi vuole se non morta; e voi sapete bene se io sono stata femina da quelle novelle. I fratelli dissero: Noi ci maravigliamo, come voi chiamate questa nostra sorella mala femina. E che vi move più ora che l’altre volte, essendo stata con voi tanto tempo quanto ell’è? Disse il maestro: Io vi so dire che c’è uno in casa, ed io l’ho visto. Risposero i fratelli: Or via cerchiamo se c’è; e se ci ha, noi faremo di lei sì fatta chiarezza, e daremle sì fatta punizione, che voi sarete contento. E l’uno di loro chiamò la sorella e disse: Dimmi il vero, hacci tu persona nessuna in casa? Rispose la donna: Oimè! che di’ tu! Cristo me ne guardi, e diemi prima la morte, innanzi ch’io volessi aver pelo che ’l pensasse. Oimè! farei ora quello che non fe’ mai nessuna di casa nostra? non ti vergogni tu pure a dirmelo? Di che il fratello fu molto contento, e col maestro insieme cominciarono a cercare. Il maestro se n’andò di subito a questi panni, e venne forando, contendendo con Bucciuolo, ovvero credendo che Bucciuolo vi fosse dentro. Disse la donna: Non vi dico io ch’egli è impazzato, a guastare questi panni? Tu non li facesti tu. E così s’avvidero i fratelli che ’l maestro era impazzato; e quando egli ebbero ben cerco ciò che v’era, non trovando persona, disse l’uno dei fratelli: Costui è impazzato; e l’altro disse: Maestro, in buona fe', maestro, voi fate una grandissima villania a fare questa nostra sorella mala femina. Per che il maestro che era infiammato, e sapeva quel ch’era, cominciò adirarsi forte di parole con costoro, e sempre teneva la spada ignuda in mano; onde costoro presero un buon bastone in mano per uno, e bastonarono il maestro di vantaggio, in modo che gli ruppero quei due bastoni addosso, e lo incatenarono come matto, dicendo che egli era impazzato per lo troppo studiare, e tutta notte lo tennero legato, ed eglino si dormirono con la loro sorella. E la mattina mandarono per lo medico, il quale gli fece fare un letto a piè del fuoco, e comandò che non gli lasciassero favellare a persona e che non gli rispondessero a nulla, e che lo tenessero a dieta tanto ch’egli rassottigliasse la memoria; e così fu fatto. La voce andò per Bologna, come questo maestro era impazzato, e a tutti ne incresceva, dicendo l’un con l’altro: Per certo io me n’avvidi infino ieri, perciocch’e’ non poteva leggere la lezion nostra. Alcuno diceva: Io lo vidi tutto mutare; sì che per tutti si diceva ch’egli era impazzato, e così si ragunarono per andarlo a visitare. Bucciuolo non sapendo niente di questo, venne alla scuola con animo di dire al maestro ciò che gli era intervenuto; e grugnendo gli fu detto come il maestro era impazzato. Bucciuolo se ne maravigliò, e increbbegliene assai, e con gli altri insieme l’andò a visitare. E giugnendo alla casa del maestro, Bucciuolo si cominciò a fare la maggior maraviglia del mondo, e quasi venne meno, veggendo il fatto com’egli stava. Ma perchè nessuno s’accorgesse di niente andò dentro con gli altri insieme. E giugnendo in sulla sala, vide il maestro tutto rotto e incatenato giacere su ’l letto a piè del fuoco; per che tutti gli scolari si condolsero col maestro, dicendo che, del caso incresceva loro forte. Onde toccò anche a Bucciuolo a fargli motto, e disse: Maestro mio, di voi m’incresce quanto di padre; e se per me ti può far cosa che vi piaccia, fate di me come di figliuolo. Rispose il maestro e disse: Bucciuolo, Bucciuolo, vatti con Dio, che tu hai bene apparato alle mie spese. Disse la donna: Non date cura a sue parole, però ch’egli vagella, e non sa ciò ch’egli stesso si favella. Partissi Bucciuolo, e venne a Pietro Paolo e disse: Fratello mio, fatti con Dio, però che io ho tanto apparato che non voglio più apparare; e così si partì, e tornossi a Roma con buona ventura.

Detta la novella, disse frate Auretto: Saturnina mia, per certo io non udii mai la più bella novella che questa. E veramente Bucciuolo apparò bene quella scienza alle spese del maestro. Ora io intendo dirti una canzonetta, che fece un giovane per una sua innamorata, a cui egli volea meglio che a sè, per volta ch’ e’ la vide in un guarnello con uno arco in man e dice così:

Alzando gli occhi, i’ vidi una donzella

Con arco in mano e con le sue quadrella.

Era di bianco, al mio parer, vestita,

Con un color divin, leggiadra e bella.

Aveva il petto e la faccia fiorita,

Che pareva a veder rosa novella.

Questa è quella amorosa damigella

Ch’ha gli occhi in testa più chiari che stella.

Apriva l’arco per forza d’Amore

Con quelle braccia prezïose e bianche,

E saettommi uno strale nel core,

Che fece le mie forze inferme e manche:

Non si vedranno mai mie voglie stanche

Di rimirar questa lucente stella.

Quando prima guardai quel vago viso,

Del qual Amor m’avea fatto servente,

Col suo soave ed angelico riso,

Mi salutò cortese e riverente.

Rendeile il cenno; ed ella incontanente

Riprese l’arco, e saettommi in quella.

Avea negli occhi un arco soriano,

Col qual gittava saette dorate,

Più grave assai che quel ch’aveva in mano;

E questo sa ciascun che l’ha provate,

Ch’ella ha saette d’Amor temperate,

Ch’entrano al vivo più ch’altre quadrella.

Poi con un vago ed amoroso inchino

Da me prese commiato l’angioletta;

Ed io guardando a quel fior di giardino,

Le dissi: Or va, che tu sia benedetta;

Che tu se’ quella vaga amorosetta,

Ch’avanzi di costumi ogni altra bella.

Posto che fu fine alla canzonetta, i detti due amanti con molta festa e allegrezza si presero per mano, ringraziando l’un l’altro del piacere e diletto che avevano avuto quel dì insieme. E dopo molte parole presero commiato, e ciascuno si partì.

GIORNATA SECONDA

NOVELLA I.

Ritornati questi due amanti al parlatorio il secondo dì, con molto desiderio salutarono l’un l’altro; e poi cominciò la vezzosa Saturnina inverso Auretto queste parole, e ragionò in questo modo.

Io vi vo’ dire una novella, ch’intervenne a Napoli, d’una donna vedova e d’un suo figliuolo, ch’ella mandò a Bologna a studiare. Fu in Napoli una gentildonna, la quale aveva nome madonna Corsina, nata di Capovana, e moglie d’un gentil cavaliere, che aveva nome messer Ramondo del Balzo. Ora, come a Dio piacque, la donna rimase vedova con un figliuolo, ch’aveva nome Carlo, il quale in detti e in fatti somigliava messer Ramondo suo padre; onde la madre gli voleva tutto il suo bene, e pensossi di volerlo mandare a Bologna allo studio, per farlo venire valentuomo; e così fe’. La donna gli diè un maestro, e fornillo di libri e di ciò che bisognava, e nel nome di Dio lo mandò a Bologna, e quivi lo tenne molti anni fornito di quanto gli faceva mestiero. Quivi il giovinetto imparava di grandissimo vantaggio, e in breve tempo divenne valente scolare; e quasi tutti gli studianti di Bologna gli volevano bene per la virtù ch’egli aveva, e per la bella e magnanima vita che’ teneva. Ora avvenne che questo giovane, essendo fatto grande, ed essendo licenziato in legge, e quasi acconciandosi per volersi tornare a Napoli, ammalò a morte; per che tutti i medici di Bologna furono per guarirlo e per camparlo, e non seppero vedere il modo. Onde il detto Carlo veggendo ch’ei non poteva campare, disse fra sè queste parole: Io non mi curo e non mi dolgo tanto di me, quanto della sconsolata mia madre, la quale non ha più figliuolo di me, e in me ha speso ciò ch’ella aveva al mondo, e aspettavasi ch’io fossi colui che la dovessi consolare; e forse si credeva far di me qualche gran parentado, e ch’io fossi quello che dovesse rifare la casa mia. E quando ella sentirà ch’io sia morto, e ch’ella non m’abbia pur potuto vedere, per certo ella ne farà mille delle morti: così più gl’incresceva della madre, che della morte sua. Ora stando sopra questo pensiero, s’imaginò di fare che la madre non si pigliasse affanno della morte sua, e subito le scrisse una lettera in questa forma: Carissima madre mia, priegovi che vi piaccia mandarmi una camiscia cuscita per le mani della più allegra donna di Napoli, e della più bella e con meno pensieri. La lettera andò alla madre, la quale, subito che l’ebbe letta, si diede attorno, e venne cercando e domandando come ella potesse trovare una donna che fosse senza pensieri; e, brevemente, questo l’era malagevole a poter trovare, ed ella era pur disposta a voler servire il figliuolo. Costei cercò tanto, che ella trovò una donna bella e allegra più che nessuna ch’ella potesse trovare. E veramente ella pareva senza nessun pensiero, e senza nessuna fatica di questo mondo. Perchè questa madonna Corsina se n’andò dimenticamente a casa di questa giovane, la quale la ricevette volontieri, e disse che per mille volte ella fosse la ben venuta. Disse madonna Corsina: Sapete voi perch’io son venuta a voi? perch’io ho considerato fra me medesima che voi siate la più allegra donna di Napoli, e meno pensieri e meno fatiche e tribulazioni avete, al parer mio; e però io voglio da voi un grandissimo servigio e grazia, cioè che mi cusciate una camiscia di vostra mano, per mandarla a un mio figliuolo, che me la manda chiedendo. Rispose questa giovane: Voi dite che avete considerato e veduto ch’io sono la più allegra giovane di Napoli. Disse madonna Corsina: Sì. Soggiunse costei: Ed io vi voglio mostrare tutto ’l contrario, acciocchè voi veggiate che non nacque mai la più sventurata femina, nè che abbia più fatiche e tribulazioni; e che ciò sia vero, venite meco. E così la prese per mano, e menolla in una anticamera, e mostrolle un giovane ch’era impiccato per la gola al palco. Per che madonna Corsina disse: Oimè! ch’è questo? La donna mise un gran sospiro, e poi disse: Madonna, costui era un giovane molto da bene, il quale era innamorato di me; talch’il marito ce lo trovò un dì, e di fatto lo ’mpiccò, come voi vedete; e per più mio dolore, ogni sera e ogni mattina me lo mostra, e convienmelo vedere; sì che pensate, se questo m’è dolore e fatica a convenirmelo vedere la sera e la mattina. E però se volete per altro ch’io ve la cuscia, io lo farò volentieri; ma per essere la più allegra, no: anzi sono io la più trista e dolorosa femina del mondo, o che mai fosse. Di che madonna Corsina forte si maravigliò, e disse: Io veggio bene che non c’è nessuna che non abbia delle fatiche e delle tribulazioni, e più n’hanno quelle che paiono allegre. E così prese commiato dalla giovane e tornossi a casa, e scrisse al figliuolo, che le perdonasse, che la camiscia non gli poteva mandare; imperocchè ella non trovava nessuna che non avesse degli affanni e di pensieri, quantunque ella ne potesse portare. E così, stante indi a pochi dì, una lettera le venne, come il figliuolo era morto; onde, come savia, pensò e disse: Io veggio che non è nessuno in questo mondo che non abbia delle tribulazioni: eziandio la Vergine Maria n’ebbe, essendo donna delle donne; e però mi vo’ dare pace, poi che veggio ch’io non son sola. Iddio gli perdoni, e me non dimentichi; e così se ne diè pace, ed ebbe bene e buona ventura.

NOVELLA II.

Quando la Saturnina ebbe finita la sua novella, cominciò frate Auretto, e disse così: Saturnina mia, questa è stata di certo una maestrevole novella, e molto m’è piaciuta, considerando la prudenza di quel giovane, il qual fece sì con quella lettera, che la madre non si morì di dolore; nondimeno io te ne voglio dire una, la quale credo che ti piacerà.

Furono già in Firenze, e sono oggi ancora, due nobilissime famiglie, l’una delle quali si chiama Buondelmonti, e l’altra Acciaiuoli, i quali hanno le case loro dirimpetto l’una all’altra, in una via che si chiama borgo Santo Apostolo; e l’una e l’altra sono buone e antiche famiglie. Ora avvenne che, per una certa differenza che nacque tra loro, diventarono nimici mortali, e l’una parte e l’altra andavano armati sempre, guardandosi l’un dall’altro, e ognuno per se medesimo faceva solenne guardia. Ora egli aveva una donna maritata in casa gli Acciaiuoli, la quale era la più baldanzosa e la più bella giovane di Firenze, che aveva nome la Nicolosa; e un giovine dei Buondelmonti n’era innamorato fortemente, e la donna non poteva andare per la camera che costui non la vedesse da una delle sue finestre, la quale era ivi dirimpetto, e più volte la vide ignuda levandosi ella del letto di state. Ora questo Buondelmonte essendo infiammato dell’amore di costei, e trovandosi nimico del marito, non sapeva che si fare; ma pure un dì si pensò di dirlo a una fante di questa madonna Nicolosa; e così fece. Veggendo un dì questa fante che andava in mercato, costui la chiamò, e pregolla ch’ella gli dovesse fare un servigio; e con questo si cavò della scarsella da sei grossi, e disse: Comprati di questi danari ciò che tu vuoi. La fante, ch’era vaga del danaio, sì li tolse e disse: Che volete voi da me? Disse Buondelmonte: Io ti priego che tu mi raccomandi a madonna Nicolosa, e dille per mia parte ch’io non ho altro bene al mondo che lei, e che le piaccia d’avere misericordia di me. Disse la fante: Come glie le direi io mai, che sapete che ’l marito è vostro nimico? Soggiunse Buondelmonte: Non ti curare di cotesto tu, digliele pure; e saprami dire la risposta ch’ella ti farà. Rispose la fante: E’ sarà fatto. Ora avvenne ch’essendo un dì la donna alla finestra insieme con la fante, e la fante gittò un gran sospiro; per che la donna le disse: Che hai tu? Rispose la fante: Madonna, io ho nulla. Soggiunse la donna: Io vo’ che tu me lo dica; però che senza cagione non si sospira così forte. Rispose allora la fante: Madonna, perdonatemi, io non ve lo direi mai. Per certo sì farai, disse la donna; altrimenti io mi cruccerei con teco. Rispose la fante: Da che voi volete pure ch’io ve lo dica, io ve lo dirò. Egli è vero che questo Buondelmonte, che sta qui dirimpetto, m’ha più e più volte pregato ch’io vi faccia un’ambasciata per sua parte, e io non ho mai avuto ardire di far vela. Disse la donna: Ben, che ti disse quel maladetto? Rispose la fante: Disse ch’io vi dicessi, che non era persona al mondo a cui egli volesse meglio che a voi, e che non è cosa ch’e’ non facesse per voi, tanto è il grandissimo amore ch’e’ vi porta; e che vi piaccia di volerlo per vostro intimo servidore, però che non ha altro signore al mondo che voi. E dice che si riputerebbe in grandissima grazia di far cose che vi piacesse. Rispose la donna: Fa che la prima volta ch’e’ ti dice più nulla, tu gli dia entro il volto; e non ci venire più con queste novelle, però che tu sai bene ch’egli è nimico del marito mio. La fante stette poco e andò fuori, e accennò Buondelmonte e dissegli: In breve, ella non ne vuole udir nulla de’ fatti vostri. Rispose Buondelmonte: Non te ne maravigliare, che le donne fanno sempre così da prima. Ma fa che la prima volta che tu hai agio, e che tu la trovi punto in buona, che tu gliele ridica, e di’ ch’io impazzo per lei; e io ti prometto farti portare miglior gonnella che cotesta. Rispose la fante: Lasciate pur fare a me. Per ch’essendo un dì madonna Nicolosa per andare a una festa, e questa fante l’aitava a vestire, accadde per caso ch’elle entrarono su questi ragionamenti; onde la donna la domandò, dicendo: Dissetimi quel maladetto poi più nulla? La fante subito cominciò a piagnere, e disse: Io vorrei esser morta l’ora e ’l dì ch’io venni a stare in questa casa. Disse la donna: Come? Rispose la fante: Perchè Buondelmonte m’ha posto l’assedio, e non posso stare nè andare in un luogo ch’egli non mi sia intorno, e fammi croce delle braccia, pregandomi ch’io vi dica, ch’egli si consuma e strugge per voi, e che tanto ha bene, quanto egli vi sente o vede, o ode parlare di voi. E non vidi mai la maggior pietà che la sua; talchè io non so che mi vi dire, se non ch’io vi priego per Dio, che vi piaccia levarmi questa ricadia [3] e questa pena d’addosso, o voi mi date licenza ch’io me ne vada, acciò ch’io mi dilegui dal mondo, o io m’ucciderò io stessa per levarmigli dinanzi; però ch’egli mi sa sì ben pregare e con tanta piacevolezza, ch’io non so vedere chi gli dicesse di no. E ben vorrei che fosse possibile con vostro onore, che voi l’udiste solo una volta, acciò che voi vedeste, s’io dico vero, o no. Disse la donna: Egli è così impazzato di me, come tu mi di’? Rispose la fante: Cento volte più ch’io non vi dico. Disse la donna: Fa che la prima volta ch’egli ti dice più niente, che tu gli dica per mia parte, ch’e’ mi mandi una roba di quel panno che aveva indosso la sorella stamane in chiesa. La fante rispose: Madonna, così gli dirò. E subito che la donna fu ita fuori, ed ella andò a Buondelmonte, e dissegli ciò che la donna aveva detto: e però tu se’ savio, soggiunse, e sai quel che hai a fare. Buondelmonte rispose e disse: Lascia fare a me, e vatti con Dio. E subito levò una bellissima roba di quel panno ch’ella aveva chiesto, e fello bagnare e cimare; e poi quando gli parve tempo, ed egli accennò alla fante e disse: Te’, portalo a colei, di cui io sono; e di’ che il panno e l’anima e ’l corpo è sempre a’ suoi piaceri. La fante non fu lenta, ma subito il portò e disse: Dice Buondelmonte che il panno e l’anima e ’l corpo è sempre al vostro comando. La donna prese il panno, e quando ella l’ebbe veduto, disse: Va, di’ al mio Buondelmonte, che gran mercè, e digli che stia apparecchiato, che ogni volta che io mando per lui, ch’egli venga a me. La fante subito andò a Buondelmonte, e gli fece l’ambasciata. Rispose Buondelmonte: Dille ch’io sono apparecchiato a ogni suo piacere. Ora avvenne che la donna, per volere meglio dare la forma a quello ch’ella voleva fare, fece vista d’aver male; per che il medico subito le venne a casa. La donna disse che si contenterebbe d’avere una camera a terreno; ove il marito subito fece acconciare giù un letto nella camera terrena fornito di ciò che bisognava. Sì che, essendo la camera acconcia, ivi dormiva, e con lei una cameriera e questa sua fante. Il marito ogni sera come tornava a casa, domandava la moglie, come va; e si stava un pezzo con lei, poi se n’andava su a dormire nella camera sua. E la mattina e la sera a costei veniva il medico, e sempre era fornita quella camera di ciò che bisognava. Ora quando alla donna parve tempo, ella mandò a dire a Buondelmonte che venisse a lei la notte vegnente alle tre ore. Per che a Buondelmonte pareva mille anni; e come fu tempo, si mosse ordinatamente bene armato, e giunse all’uscio della donna; e come egli lo toccò, così fu aperto, e entrò dentro. La donna allora lo prese per mano, e menollo in camera, e poselo a sedere a lato a sè, e domandollo com’egli stava. Rispose Buondelmonte: Madonna, io sto bene quando io sono nella grazia vostra. Disse la donna: Buondelmonte mio, io sono stata otto dì nel letto, solo per fare più copertamente questo fatto. E però io ho fatto fare un bagno d’erbe odorifere, dove io voglio che noi ci bagniamo, e poi ce n’anderemo a letto. Rispose Buondelmonte: Io son contento di ciò che piace a voi. Per che ella lo fece spogliare ed entrare in questo bagno, il quale era in un canto della camera, e riposto e fasciato dentro con un lenzuolo, e di fuori con una sargia, sì che ’l caldo non poneva sfiatare. Ed essendo Buondelmonte spogliato, ed entrato nel bagno, la donna disse: Ora mi voglio spogliare, e verronne. E prese tutti i panni di Buondelmonte infino alle scarpette, e miseli in un suo Torciere, e poi lo serrò, e spense il lume, e gittossi in su ’l letto e cominciò a gridare: Accorr’uomo; e così levò un gran romore. Buondelmonte si gittò fuor del bagno, e diedesi a cercare de’ suoi panni, e non li trovò. E perchè e’ v’era buio, non si seppe rabbattere all’uscio; di ch’egli ismemorò, veggendosi tradito e quasi morto, e tornossi nel bagno. Il romore si levò in casa, e subito Acciaiuolo e i fanti che teneva trassero armati giù, e tutti i suoi consorti trassero in uno istante: e fu piena tutta quella camera di uomini e donne, e quasi tutto quel borgo andò sotto l’armi per le nimistà che v’erano. Or pensate che cuore era quello di Buondelmonte, veggendosi ignudo in casa d’un suo nimico, e sentendo i nimici suoi armati nella camera. Egli accomandò l’anima a Dio, e poi s’acconciò con le braccia in croce, aspettando tuttavia la morte. Il marito domandò la Nicolosa: Che hai tu? Ed ella disse: E’ mi s’è dato un male di subito con un capogirlo [4] e con una debolezza, che mi pareva che ’l cuore mi fosse tutto premuto in corpo. Disse il marito quasi crucciato: Io credetti che tu fossi morta, sì fatto romore facesti. Le donne che l’erano intorno le stropicciavano le braccia, e chi i piedi, chi co’ panni caldi, e chi con l’acqua rosa; per che gli uomini si cominciarono a partire. Disse allora il marito: Questo è un male che si diè di subito alla donna mia, ch’è stata difettuosa già più dì. Talchè ognuno si partì, e il marito si tornò suso, e andossi a letto, e con la donna rimasero assai donne in compagnia. E stando così un pezzo, la donna fece vista d’essersi risentita, e cominciò a dare commiato a quelle donne, dicendo: Io non voglio che voi abbiate la mala notte; e così si partirono tutte le donne, e rimase con la cameriera e con la fante. Per ch’ella si levò, e fe’ tôrre un paio di lenzuola bianche e fe’ rifare il letto. E quando le parve tempo, ella die’ commiato alla fante; e poi serrò l’uscio della camera, e accese un torchietto e andossene al bagno, e trovò Buondelmonte quasi come morto; per ch’ella lo chiamò, e costui cheto. Ella lo prese, ed entrò nel bagno con lui e abbracciollo, dicendo: Buondelmonte mio, io son la Nicolosa tua; che non mi fai tu motto almeno? e così lo prese aggavignato [5] e trasselo del bagno, e miselo nel letto e vennelo riscaldando, con dirgli più e più volte: Io son la Nicolosa tua, che tu hai cotanto tempo desiderata; ora m’hai tu al tuo dominio, e puoi fare di me ciò che tu vuoi. E veramente egli era sì forte agghiadato, che non poteva parlare. Ma pure stando un pezzo, disse: Madonna, piacciavi darmi licenza, che io mi possa partire. Per che la donna veggendo l’animo suo, si levò, e aperse il forciere e trasse fuori tutti i panni e l’armi sue. Ed egli rivestito, prese commiato e disse: Madonna mia, fatevi con Dio, ch’io n’ho avuta una; e così si partì e ritornossi in casa, e di quella paura ne giacque più d’un mese. Onde tra le donne vagheggiate si cominciò a spandere questa novella, senza dire chi o come. Ma pure si diceva, come una donna aveva giunto un suo amante al gabbione; e quasi per tutta Firenze si divulgò questa novella. Buondelmonte udendola dire, fece più e più volte vista ch’ella non toccasse a lui; e stavasene cheto, aspettando tempo. Ora avvenne che tra queste due famiglie nacque pace, e dove egli erano prima nimici, tutti diventarono amici e fratelli, e massimamente questi due, però che ’l dì e la notte usavano insieme. Ora avvenne che madonna Nicolosa chiamò un dì questa sua fante e disse: Va, e di’ a Buondelmonte ch’io mi maraviglio forte di lui, che ora che ci sarebbono de’ modi assai, egli non mi manda a dir niente. La fante andò a lui, e gli ragionò in questo modo: La mia madonna si maraviglia forte di te, che ora che ci sarebbono de’ modi assai, tu non le mandi a dir niente. Rispose Buondelmonte: Dirai a madonna Nicolosa ch’io non fui mai tanto suo, quanto io sono ora; e se ella vuole venire una sera a dormire con meco, ch’io me lo riputerò in grandissima grazia. La fante tornò e fece l’ambasciata alla donna, la quale rispose: Digli ch’io sono apparecchiata a ogni sua posta; ma ch’e’ trovi modo che ’l mio marito dorma fuor di casa, e io verrò. La fante tornò a lui, e gli lo disse. Di che Buondelmonte fu molto contento, e disse: Fa intendere alla tua padrona ch’ella lasci fare a me, e non si dia impaccio di nulla. E subito ordinò che Acciaiuolo fu invitato a cena in un luogo che si chiama Camerata, presso a Firenze un miglio; e compose con colui che faceva la cena, ch’e’ vi fosse ritenuto ad albergo; e così fu fatto. Per ch’essendo il marito della donna a cena fuor di Firenze la sera, la donna venne ad albergo con Buondelmonte, com’era dato l’ordine; il quale la ricevette graziosamente in una sua camera terrena, e dopo molte novelle e sollazzi, Buondelmonte disse alla donna: Andatevi a letto; ed ella subito si spogliò e andossi a letto. Buondelmonte prese tutti i suoi panni, e aprì una cassa e miseveli dentro, e poi le disse: Io vo fin suso, e tornerò incontanente. Rispose la donna: Va e torna tosto. Costui si partì, e serrossi l’uscio della camera dietro, e andossene su e spogliossi e posesi a letto con la moglie sua, e lasciò la Nicolosa sola. Onde aspettando la donna che Buondelmonte tornasse e non venendo, cominciò aver paura, ricordandosi di quello ch’ella aveva fatto a lui nel bagno, e disse fra sè: Certo costui si vorrà vendicare. E così stando, ella si levò e cercò de’ suo panni, e non trovandoli, cominciò più aver paura, e tornossi nel letto, e stava come ognun può pensare. Buondelmonte si levò ch’era quasi mezza terza, e vennesene fuori. E come giunse alla soglia dell’uscio, ed ecco Acciaiuolo su un ronzino con un sparviere in pugno che tornava di Camerata; ond’essi si salutarono e poi smontò, e prese per mano Buondelmonte e disse: Ben ti so dire che noi godemmo con molti capponi, e con molte quaglie arrosto, e co’ miglior vini ch’io beessi mai; e tutta sera vi fossi ricordato, e tu non vi volesti venire, che avresti avuto la buona sera. Rispose Buondelmonte: Io ho avuto stanotte a dormir meco la più bella donna di Firenze, e ancora l’ho in camera, e non ebbi mai maggior piacere ch’io ho avuto stanotte. Disse Acciaiuolo: Io intendo di vederla; e prese Buondelmonte per lo braccio e disse: Io non mi partirò mai da te, che tu me la mostrerai. Rispose Buondelmonte: Io son contento di mostrarlati; sia non voglio che tu le dica niente in casa mia; ben farò che innanzi che sia doman da sera tu l’avrai in casa tua, se tu vorrai; e allora ne potrai pigliare quel diletto che tu vorrai. Sia fatto, sia fatto, disse Acciaiuolo. E così andarono in camera dov’era costei. Quando ella sentì il marito, venne tutta meno, dicendo in se medesima: Or sono io ben giunta, come io son degna; e bene s’accusò morta. E così sendo rovescia senza vergogna niuna nel letto, Buondelmonte e ’l marito salirono su ’l letto con un torchietto acceso in mano. Onde Buondelmonte prese tosto la rimboccatura, e copersele il viso, acciò che ’l marito non la conoscesse: e poi si fe’ da piè, e cominciò a scoprire i piedi e le gambe, essendo l’un di qua, l’altro di là. Disse Buondelmonte: Vedesti mai le più belle e le più tonde gambe di queste, che paiono uno avorio? E così vennero alzando di parte in parte infino al petto, dov’erano due poppelline tonde e sode, che non si vide mai la più bella cosa. Ora quando ebbero veduto per infino su al petto ciò che v’era, e avutone con gli occhi e con le mani quel piacere che se ne poteva avere, Buondelmonte spense il lume, e pigliò Acciaiuolo e menollo fuori, promettendogli che egli l’avrebbe appose innanzi che fosse sera. E diceva Acciaiuolo: Per certo io non vidi mai la più bella creatura di costei, e col più bianco e candido soppanno. D’onde, o come l’avestù? Rispose Buondelmonte: Non ti curare niente d’onde io me l’ebbi; e così se ne vennero in sulla loggia: e quivi entrarono a cerchio con altri uomini che v’erano, e furono a ragionamenti sopra a fatti del Comune. Per che quando Buondelmonte vide fiso Acciaiuolo su’ ragionamenti, egli si partì e tornò in camera, e aperse la cassa e trassene fuora i panni della donna, e fella rivestire, e poi accennò alla fante che venisse per lei, e accompagnassela. E così la mise per l’uscio di dietro per un chiasso che v’era, e parve ch’ella tornasse dalla chiesa: e andossene in casa che non parve suo fatto. A questo modo si vendicò Buondelmonte di madonna Nicolosa, che aveva ingannato lui per lo modo detto di sopra.

Venuto il fine della novella, cominciò Saturnina e disse così: Chi ebbe di lor due maggior paura? Rispose il frate e disse: Io credo che l’avesse maggior Buondelmonte per doppie ragioni. Soggiunse Saturnina: In buona fe’, ch’io credo che l’avesse maggiore la donna, perchè fu più presso a esser veduta e conosciuta, che non fu egli. Ma comunque si sia, altra volta la determineremo. Ora io ti voglio dire una canzonetta, la quale credo che sia per piacerti.

Un’angioletta m’apparve un mattino,

Pulita e bianca quanto uno ermellino.

Avea la testa di pel di leone,

E gli occhi avea d’un pellegrin falcone,

Soave andava a guisa di pavone,

Più bella assai che uno angel cherubino.

Io non vidi giammai nessuna cosa,

Che fosse tanto fresca ed odorosa,

Quanto era questa risplendente rosa,

Assai più bella che perla o rubino.

Ella pareva un giglio pur or colto,

Tanto avea dilicato il petto e ’l volto;

Avea la treccia bionda e ’l capo avvolto,

Assai più bella ch’un fior di giardino.

Quando m’apparve pria questa angioletta,

Con gli occhi al cor mi trasse una saetta;

Poi fece pace meco lascivetta;

I’ mi partii da lei con bello inchino.

Ella parlò tanto benignamente,

Con quel bocchino amoroso e piacente;

E poi mostrommi il viso rilucente,

Ch’era più bel ch’un fior di gelsomino.

Vanne, ballata, a quella chiara stella,

Ch’avanza di costumi ogni altra bella;

Di’ che se mai mi troverò con ella,

Bascierò cento volte il suo bocchino.

Detta la canzonetta, i due amanti onestamente si presero per mano, e per quello giorno posero fine ai loro dilettevoli ragionamenti, e con molta cortesia pigliarono commiato, e ciascun si partì, tornandosi a’ luoghi suoi con molto contento.

 GIORNATA TERZA

NOVELLA I.

Tornati poi i detti due amanti il terzo giorno al dilettevole e usato parlatorio, facendosi insieme grandissima festa e allegrezza, cominciò frate Auretto, e ragionò in questo modo: Saturnina mia, io ti vo’ dire una novella, la quale non ho dubbio che ti piacerà; ed è questa.

In Val di Pesa, contado di Firenze, fu già un prete, che aveva nome don Placido, il quale, per certo impaccio che gli fu dato, si deliberò di andare in Avignone; e così si mise in punto e andò a Pisa e quivi entrò in barca e andò per mare infino a Nizza di Provenza, dove smontò ed alloggiò all’albergo d’uno che si chiamava Bartolomeo da Siena. Ed essendo nel letto il detto prete, un valente famiglio di quello oste venne al letto a lui, e gli disse: Messere, e’ c’è alloggiata una coppia di frati, e l’uno d’essi sta molto male; e perchè in questa terra c’è stato il morbo, ecci carestia di preti, e però io vi priego che vi piaccia venire infino a lui a vedere com’egli sta. Rispose il prete: Molto volentieri; e subito si vestì e venne nella camera dov’eran questi due frati. Disse l’uno: Messere, io vi raccomando questo mio compagno e padre. Per che il prete salse su ’l letto, e cominciò a confessare questo frate ammalato, e a ricordargli il bene dell’anima sua, dicendogli e pregandolo che s’acconciasse con messer Domeneddio. Di che il buon frate non ne volle udir niente, ma più tosto come disperato ivi a poco si morì. Questo frate più giovane ch’era rimaso, veggendo l’altro morto, cominciò a fare un dirotto pianto. Dove il prete lo confortava, pregandolo che si desse pace, conciossiacosa che tutti siamo mortali. E così poco stando il prete tolse commiato dal frate per tornarsi alla camera sua; onde il frate a lui disse: messere, io vi prego per Dio, che vi piaccia di non mi abbandonare, che voi troviate modo di far questo morto sotterrare, e fategli quello onore che voi potete; e cavossi da lato una borsa, nella quale aveva forse trenta fiorini di moneta, e disse: tenete e fate le spese, e pagate ciò che costa. Il prete prese questa borsa, e fe' chiamare e fanti e valletti dell'oste, e a ciascuno diè danari da vino, e poi gli mandò a fornire ciò che bisognava per la sepoltura; onde la mattina fu fornito ogni cosa con quello onore che si potè a riporre detto frate. Poiché ’l prete ebbe pagato ogni cosa, tornò l'altro frate giovane, e sì lo confortò e rendegli la borsa con lo avanzo de' danari. Questo frate piangendo domandò il prete dov'egli andava. Disse il prete: io vo ad Avignone. Disse il frate: io verrei volentieri con esso voi. Rispose il prete: io sono apparecchiato a tenervi compagnia volentieri, perocché è meglio per ciascun di noi andare accompagnato, che andar solo. Di che il frate alzò il viso, e tutto si rallegrò. Il prete lo guardò ne gli occhi, e non gli parve mai vedere più begli occhi che quelli. E per farvi chiari, questo frate era femmina, et era gentildonna di Viterbo, come voi udirete; pure il prete si credeva che fosse maschio, e maravigliavasi di que' begli occhi e così dilicato viso. E quando furono rimasi d'accordo d'andare insieme, il frate diede al prete fiorini cinquanta, e dissegli: fate le spese, e pagate questo oste di ciò ch' e’ debbe avere. Il prete tolse i detti danari, e pagò l’oste e poi montarono a cavallo, e si drizzarono verso Avignone. Il frate, per non esser conosciuto, andava molto turato con lo scapolare e col cappello, e favellava poco, e sempre cavalcava addietro. Il prete credeva ch’ e’ lo facesse per maninconia e dolore ch’egli avesse del frate morto; onde cominciò a dire alcuna canzonetta, e a piacevoleggiare per cavargli la maninconia, e ’l frate sempre cheto e pensoso e col capo basso. Ora avvenne ch'eglino la sera arrivarono a un castello che si chiama Grassa e smontarono all'albergo d’una donna vedova, la quale aveva una figliuola che di pochi dì innanzi l'era rimasa vedova, et era molto bella e molto piacevole. Per ch’essendo smontati, la fanciulla dell'oste ebbe molto l’occhio addosso al frate e veggendolo così dilicato e così bello; e se ne innamorò, e non faceva se non guardarlo. Il frate disse al prete: fatevi dare una camera che abbia due letta; sì che il prete subito fu servito. La figliuola dell'oste cosse la sera di sua mano, e fece un grande onore a costoro, e non faceva se non motteggiare col frate, e a tavola gli presentò di più ragioni [6] vini. Il prete s'avvide del fatto, e faceva vista di non vedere; e diceva fra se medesimo: io non mi maraviglio che costei sia impazzata di costui; che forse io non vidi già un gran pezzo il più bel viso. E come egli ebbero cenato, il prete s’uscì fuor di casa, per dare loro agio; e pensossi che questo frate fosse figliuolo di qualche ricco uomo, e che andasse in Avignone a impetrare qualche beneficio, perchè gli pareva ch’egli avesse molti danari. Ora quando fu tempo d’andare a dormire, il prete si tornò in casa, e disse: Messere, vogliam noi ire a posare? Rispose il frate: Sì, se v’è di piacere. E come e’ furono entrati in camera questa figliuola dell’oste mandò al frate per un suo manoletto una scatola di confetto, e d’un finissimo vino. Disse il prete così sorridendo: Per certo voi diceste stamane il pater nostro di San Giuliano, però che noi non potremmo avere migliore albergo, nè la più bella oste, nè la più cortese. E così cominciò a piacevolare col frate. Di che il frate rise, e cominciaronsi a confortare e a bere di questo vino. Diceva il prete: Per certo io non passerò mai per questo camino ch’io non ismonti a questo albergo; benchè mi converrebbe ogni volta esser con voi, però che questo onore è fatto a voi, e non a me. Il frate disse ridendo: In venia che questa giovane pare molto piacevole. Rispose il prete: Così foss’ella stanotte a dormire nel mezzo di noi due! Ohimè! disse il frate, che dite voi? Soggiunse il prete: Alla prova. E la figliuola dell’oste era nascosa, per volere vedere in qual letto il frate entrasse; e parte vedeva e udiva ciò che costoro dicevano, e più l’una volta che l’altra le piaceva l’onestà del frate, e pareva mille anni che il frate fosse ito a letto. Il frate di questo non sapeva niente: e dopo molte parole il prete s’andò a dormire nell’uno di questi due letti, e ’l frate nell’altro. Or quando la donna vide e sentì ch’ognuno era addormentato, accese un lume, e venne pianamente a letto, e cominciossi a spogliare per coricarsegli a canto. Il frate si sentì, e subitamente alzò il viso, e conobbe chi ell’era; per che incontanente spense il lume, e die’ di mano a’ panni suoi, per non essere conosciuta, ed entrossi nel letto a lato al prete dall’una delle prode del letto. La figliuola dell’oste si vergognò, e pianamente s’andò con Dio. Il prete di tutto questo non s’avvide, nè sentì nulla; per che passato il primo sonno, volendosi volgere, gli venne toccato col braccio costei; di che si maravigliò forte, e distese la mano sopra il petto a costei, e conobbe ch’ella era femina, e avvisossi ch’ella fosse la figliuola dell’oste, e disse fra se medesimo: Costei si crederà essere coricata col frate, ed è coricata meco, e per certo io ti darò quel che tu vai cercando; e subito si volse a lei, e diegliene due delle buone. Messer lo frate non fece motto, nè si rammaricò di niente; onde il prete sopra questo pensiero si fu raddormentato; ed essendo la mattina presso al giorno, il prete si risentì, e chiamò costei e disse: Oimè! sta su, ch’egli è a lato a dì, che tua madre non se ne avvedesse. Il frate notò queste parole, e avvisosò quel ch’era, cioè, che ’l prete non l’avesse ancora conosciuta; per che si levò a sedere in su ’l letto, e cominciò a fare le maggiori risa del mondo; e poi si cominciò a vestire, e a mettersi in capo lo scapolare, e vennesi acconciando. Il prete guarda, e vide ch’egli è il frate; fassi il segno della santa croce, e quasi uscì di sè, veggendo racconciar il capo a costei, che pareva un sole, tanto aveva bionda la treccia. Ora costoro si vestirono, e fecero mettere le selle a’ cavalli; e chiamarono la donna e fecero ragione con lei, e ’l prete pagò di ciò ch’ella doveva avere. Disse la figliuola dell’oste al prete: Messere, questo vostro compagno è troppo salvatico. Rispose il prete: Madonna, voi non lo conoscete, però ch’io non ebbi mai nessun compagno più domestico di lui; ma è poco uso d’andare per camino. Rispose la giovane: E’ si par bene; e così presero commiato, e andarono alla via loro. Cavalcava sempre il frate innanzi e, ogni volta ch’egli si volgeva, egli si vedeva il prete addietro, il quale non faceva se non pensare il caso occorso, perchè gli pareva cosa nuova; onde il frate l’aspettò, e disse: Ieri, messere, toccò a me l’andare pensoso, oggi pare che tocchi a voi; e per tanto io non voglio che voi pensiate più sopra questo fatto; e per tôrre via questi pensieri, io vi vo’ contare chi io sono e dove io vo. Egli è vero ch’io sono femina, come voi sapete, e ho nome Petruccia, e fui figliuola di Vannicello da Viterbo. Per ch’essendo morto mio padre e mia madre, rimasi alla guardia di due miei fratelli. Ora avvenne che papa Urbano passò di qua, e stette in Viterbo quello tempo che voi sapete; ed accadde per caso che un cardinale, il quale voi vedrete, con la grazia di Dio, venne nelle case nostre, dov’egli mi vide e innamorossi di me, e tanto fece che m’ebbe. E quando la corte passò di qua in Provenza, il detto cardinale me ne menò seco, e sempre mi tenne con lui, e fecemi sempre grandissimo onore, e meglio mi volle che a se medesimo. Perchè andando il papa a ponte di Sorga, questo mio signore andò a stare là con lui, e me lasciò in Avignone con due cameriere e uno scudiero. Onde un mio fratello, che tornava da San Iacopo, giugnendo in Avignone, m’andava cercando. E sendo un sabbato mattina a udir messa in una chiesa che si chiama Santo Asideri, questo mio fratello ivi venne, ed era con lui un suo carissimo compagno, dove gli occhi miei s’incontrarono co’ suoi, e così m’ebbe riconosciuta; onde subito mi prese e menommi al Rodano, e quivi era una barca, ch’egli aveva tolta per andarsene, nella quale entrammo, e non ristemmo che noi fummo ad Arli, poi a Marsiglia, e poi a Nizza, e da Nizza a Genova, e poi a Livorno, e da Livorno a Corneto. E più e più volte mi avrebbe gettata in mare, se non era quel suo compagno, il quale non lo lasciò mai; e dentro a quella barca s’invaghì di me, e chiesemi per moglie a questo mio fratello, ed egli me gli diede, e io fui contenta di averlo per marito. E poi ce n’andammo a Viterbo, e quivi con molta allegrezza mi sposò, e menommene a casa sua. E come piacque alla fortuna mia, e’ vivette forse un mese, e poi si morì. E veramente io non mi sarei partita, se non fosse stata la morte sua. Per che essendo morto, io mi ritornai in casa co’ miei fratelli, e quivi sono stata infino a ora con molta fatica e tribolazione; e però ch’io aveva in casa due cognate, e mi conveniva essere lor fante, e per ogni picciola cosa mi rimproveravano che io era stata mala femina, e io sempre sofferiva. Avvenne pure un giorno ch’io vidi passare un corriere che andava in Avignone; e io gli diedi una lettera, che andava a monsignore, nella quale si conteneva in che modo io m’era partita, e che se egli mi rivoleva, ch’e’ mandasse per me persona di cui io mi potessi fidare. Per ch’e’ mi mandò questo frate, che morì a Nizza, il quale era un valentuomo, e promisegli, se mi conducesse in Avignone, che il primo vescovado che vacasse in suo paese gli darebbe. Onde il frate se ne venne a Viterbo, e trovò modo che mi parlò nella chiesa de’ frati di S. Agostino, e quivi ni mostrò la lettera di mano del cardinale, e altri segni; e fermammo la partita nostra. Dato che fu l’ordine, un dì di festa queste mie cognate ed io, con altre donne, ce ne venimmo a un bagno, che si chiama il bagno all’Asinella; dove essendo nel bagno tutte queste mie compagne, io feci vista d’andare un poco fuori per far mio agio, e subito mi partii da loro ed entrai in un bosco, dove questo frate m’aspettava, e quivi mi spogliai i miei panni feminili, e misimi questi a uso di frate; e subito montammo in su due corsieri, ch’egli aveva apparecchiati, e quasi in tre ore fummo a Corneto; e quivi egli aveva apparecchiata una saettia, nella quale subito entrammo, e rimandò i cavalli. I marinai presero alto mare, e non ristemmo mai che noi giugnemmo a Nizza di Provenza: sì che il mare gli fe’ male, e morissi, come voi vedeste; e veramente e’ morì disperato, poichè non mi potè conducer al signor suo. Ora voi sapete chi io sono, e dove io vo; e però attendiamo a darci buon tempo per questo camino senza nessuno pensiero che sia al mondo: e così fu fatto; che per tutto quel camino non fecero mai se non godere a tavola e nel letto, sempre cantando e piacevoleggiando, e facendo le giornate picciole, col darsi vita e buon tempo. E moltiplicò tanto l’amore tra il frate e il prete, che sarebbe impossibile a dire i modi che tenevano insieme. Né mai si vide compagnia intrinseca quanto quella. Ora avvenne che giugnendo in Avignone, smontarono a uno albergo, ch’era presso a una livrea di questo cardinale. E la sera disse il frate al prete: Fate che voi siate mio cugino, e che voi siate venuto in mia compagnia, e poi lasciate fare a me; e così fu fatto. Il frate mandò in casa del cardinale per un suo cameriere, ch’avea nome Rubinetto; e poi che il cameriere fu giunto, ed ebbe conosciuto il frate, fecersi gran festa insieme, e subito il cameriere corse al cardinale, e disse: Monsignor, la Petruccia è venuta; di che il cardinale molto si rallegrò, e disse: Fa che quando io torno da corte, ella sia qui, e non falli. Il cameriere le portò i panni suoi feminili, e ’l prete l’aitò a vestire que’ panni, che tanto giulivamente le stavano bene. Che se il prete n’era innamorato prima nell’abito fratesco, cento volte ne fu più nell’abito feminile; e con molte lagrime s’abbracciarono cento volte quella sera; e poi quando fu il tempo, il cameriere venne per lei e menolla nella camera del cardinale, il quale, come fu tornato, domandò il cameriere, se la Petruccia era venuta, ed esso rispose di sì; ed egli subito corse in camera, e abbracciolla e baciolla cento volte. E quivi ella gli disse tutto il fatto, come il fratello la menò via per forza, e poi gli disse: Io ho menato meco un mio cugino prete per più mia sicurtà, il quale non m’ha mai abbandonata per vostro amore, e gli è stato grandissima fatica avermi condotta qui a voi. Il cardinale mandò la mattina per lo prete, e ringraziollo, e fecegli segnare tutte le supplicazioni sue, e fegli quelle grazie ch’e’ seppe domandare, e donogli un vestire, e fecegli grandissimo onore mentre ch’egli stette in Avignone. Ed era tanto l’amore che la Petruccia portava al prete, che sera e mattina lo raccomandava al cardinale; ed egli gli pose tanto amore, ch’egli era degli più innanzi che fossero nella corte sua. Ora avvenne che avendo avuto il prete di corte ciò ch’egli voleva, prese per partito di volersi tornare a casa sua, il che molto parve duro alla Petruccia; ma pure veggendo la volontà sua, fu contenta. Quando il prete venne a partirsi, ella lo menò a una sua cassa, nella qual era un bacino pien di fiorini, e dissegli che ne togliesse quello ch’ello volesse. Rispose il prete: Petruccia mia, bastami assai, ch’io me ne vo con la grazia tua, e questo è quel che io me ne vo’ portare; altri danari non voglio da te. Per che veggendo la Petruccia il fervente amore che il prete le portava, si cavò di dito un bellissimo anello, e donòglielo e disse: Tenete, portate questo per mio amore, e non lo donate mai a nessuna che non sia più bella di me. Rispose il prete: Questo è un dire, tientelo sempre mai, però che alla mia voglia non ne nacque mai veruna più bella nè più piacevole di te. Per che la donna con molte lagrime si gli avventò al collo, ed egli a lei, e così si basciarono in bocca, e presersi per mano, e accomiataronsi insieme; e così medesimamente prese licenza dal cardinale, e tornossi in suo paese con buona ventura.

NOVELLA II.

Posto fine alla novella, cominciò la vezzosa Saturnina, e disse così: Auretto mio, certo che questa m’è molto piaciuta; ma io te ne vo’ dire una, la qual forse non ti piacerà punto meno della tua, perchè fu una leggiadra inventiva d’uno amante ad una sua donna fiorentina; ed è in questo modo.

Fu già in Firenze una bellissima donna, la quale aveva nome madonna Isabella, ed era moglie d’un ricchissimo mercatante, che aveva nome Lapo. Questa fu la più vagheggiata giovane che fosse in Firenze, perch’ella fu la più bella che in quel tempo si ritrovasse in quella città; tal che la fama di costei era sparsa per tutta Toscana, tanto era bella e piacevole e costumata in ogni cosa. Onde un giovane ricco da Perugia, il quale si chiamava Ceccolo di Gola Raspanti, udendo la bellezza di costei, e sentendo che spesso si giostrava per amor di lei, ebbe voglia di vederla e di giostrare anch’egli per suo amore; e così comperò cavalli e arnesi da giostra, e vestissi onorevolmente e bene, e tolse danari assai, e vennesene a Firenze, e cominciò a spendere e a usare co’ giovani di Firenze; e, brevemente, e’ volle veder costei; e come la vide, subitamente e’ se ne fu innamorato, dicendo in se medesimo: Costei è ancora più bella ch’io non credeva. E quivi cominciò a usare e a passare spesso, e farvi sonare e cantare, e a fare cene e desinari per amor di costei. E usava a festa e a nozze; e ovunque questa donna andava, giostrava, armeggiava e cavalcava, vestiva famigli, donava robe e cavalli per amore di lei. E così mentre che durò la roba e danari, era veduto volentieri e fattogli onore; e tutto ’l dì mandava a casa sua a vendere e impegnare delle possessioni sue per poter mantenere le spese ch’egli aveva incominciato a fare, il che fece un tempo. Ma non potendo più durare, venne a tanto che non aveva niente, e di Firenze non si sapeva partire, tanto era l'amore che portava a costei. Onde egli deliberò un dì, poi ch'egli non aveva più di che vivere, di porsi a stare per donzello col marito di questa donna. E come egli ebbe pensato, così gli riuscì che trovò modo, ch’egli si pose per donzello con questo Lapo marito di questa madonna Isabella, e servivalo di coltello, e accompagnavalo in villa, e in Firenze, e dovunque egli andava; di che Lapo n'era bene accompagnato e ben servito e avevagli posto grande amore, veggendolo saccente et esperto, come egli era; così stette buon tempo con questo Lapo. Avvenne che questo Ceccolo, essendo continuamente infiammato dell'amore di questa donna, e trovandola un giorno sola, le disse: madonna, io mi vi raccomando; conciosia cosa che non è creatura al mondo, a cui io abbia portato e porti tanto amore e tanta riverenza quanto io fo a voi e voi ve ne sete avveduta per lo tempo passato, se questo è vero o no; però che per amore di voi io ho speso ciò ch’io aveva al mondo, e riputomi in grandissima grazia d'essere qui per vostro famiglio, che almeno io ho agio di potervi vedere. Rispose la donna: non intendere che mi siano uscite di mente le cose che tu hai già fatte per me, ma io credeva esserti uscita di mente, poiché tu non mi dicevi niente, nè facevi cenno nessuno. Rispose Ceccolo: madonna, io l'ho fatto per aspettar tempo. Disse la donna: fa che tu venga stanotte a me al letto, e vieni dalla proda di là; e s'io dormissi, toccami la mano pianamente, che Lapo non ti sentisse, e io lascierò aperto l’uscio, e ’l lume spento, e vieni arditamente e non temere e lascia fare a me. Disse Ceccolo: madonna, e’ sarà fatto. Per che venuta la notte, nell’ora ch’ella disse e Ceccolo andò, e trovò l'uscio della camera aperto el lume spento, e andò da quel lato, donde la donna aveva detto, e la prese per mano; di che la donna fu risentita, e pigliò lui pianamente per lo braccio e tennelo stretto e poi chiamò il marito e disse: Io ti vuo' dire la bontà de' famigli che tu ti tieni in casa. E’ venne oggi a me Ceccolo, e richiesemi di disonesto amore, onde io per volere che tu lo giugnessi, gli dissi ch’io andrei a lui stanotte entro la loggia; e però, se tu lo vuoi giugnere, vestiti i panni miei, e togli uno sciugatoio e avvolgitelo al capo, e vattene giù nella loggia, e tu troverai ch'egli vi verrà, credendo trovar me, e vedrai s'io ti dico il vero. Onde Lapo si levò, e misesi i panni della moglie indosso, e andossene nella loggia, e aspettava Ceccolo. Come il marito fu ito, e la donna abbracciò Ceccolo et egli lei, e insieme presero quel piacere, ch'egli aveva tanto tempo desiderato, et ella di lui, basciando l'un l'altro saporitamente assai volte. E poi la donna a lui: tu hai udito il modo; vattene là giù, e digli una grandissima villania, e porta teco un bastone, e fa che tu me 'l suoni di gran vantaggio. Disse Ceccolo: lasciate fare a me. E levossi e tolse un bastone e andossene giù nella loggia, e trovò il buon uomo che l'aspettava. Per che Ceccolo disse: mala femina che tu sei, come credi tu ch'io acconsentissi di fare quella villania al mio signore? Quel ch’io ti dissi ieri, io te lo dissi per provarti; ma tu come hai tanto ardire, che tu voglia far fallo al tuo marito? Non ti vergogni tu, che hai per marito il miglior uomo di questa città, e 'l più da bene? e alza il bastone ch’egli aveva in mano, e dagli su per le braccia e su per le reni, dicendo: S’io m'avvedrò mai pure d'un mal'atto che tu faccia con nessuna persona del mondo, io lo dirò a Lapo, e farò ch'egli ti segherà la gola; e se non te 'l farà egli, te 'l farò io. Talchè il buon uomo se n'andò tutto rotto. Come e' fu giunto nella camera, disse la donna: come sta? Rispose il marito: sta male per me, ch'io sono tutto pesto. Disse la donna: oimè! quel ghiottoncello ha egli avuto ardire di porti le mani addosso? che Dio gli dia la mala pasqua e ’l malanno. Rispose il marito: non gridare, ch'io gli vo' me’ che a me. Disse la moglie, come gli vuoi tu meglio che a te, quando tu dì che t'ha tutto rotto? E così si leva e accese il lume, e posegli mente alle spalle e alle braccia, ch'erano tutte livide per le percosse ch'egli aveva avute; per che la donna cominciò a far vista di gridare. Disse il marito: sta cheta, fa ch'io non ti senta; che s'egli m'avesse morto, son contento, alle parole ch' e' mi, disse. Soggiunse la donna: per certo egli non istarà in questa casa mai più. Disse il marito. Guarda, per quanto tu hai cara la vita, che tu non gli dicessi niente; anzi ti comando che tu lo lasci venire in camera per dì e per notte a ogni sua posta, perch'io mi sono avveduto ch' e’ mi porta grandissimo amore; e per certo, e’ non si partirà mai da me, perch'io credo che non nascesse mai il più leale famiglio. La mattina vegnente Lapo fece chiamar Ceccolo e disse: io intendo che questa casa sia tua, e che tu faccia ragione di vivere e morir qui, e che tu vada e venga in camera a ogni tua posta; però ch’io non ebbi mai famiglio, a cui io volessi meglio che a te. Rispose Ceccolo: messere, ciò ch’io ho fatto o facessi, amore e fede me lo farebbe face. Disse Lapo: io ne son certo. E così rimase Ceccolo nella casa gran tempo, avendo egli e la donna grandissimi piaceri e grandissimi diletti insieme, e Lapo mai non n'ebbe sospetto niuno; e quando andava in alcun luogo fuor di Firenze, sempre raccomandava la donna sua a Ceccolo. E così ebbero gran tempo da empiere tutti i loro desii; e più volte fu detto a Lapo per alcuna cameriera, che costui gli faceva vergogna, nè mai lo volle credere, ma più e più volte disse: S’io ve lo trovassi su, nol crederei mai. E così Ceccolo e la donna si rimasero in questo piacere tutto ’l tempo della vita loro, ed ebbero del bene e delle felicità di questo mondo.

Da poi che la Saturnina ebbe posto fine alla sua novella, disse frate Auretto: Per certo io non udii mai la più piacevole novella ch’è stata questa. E veramente questi due amanti furono savi, e seppersi ben portare. Ma perchè oggi tocca a me dire una canzonetta, io te ne vo’ dire una d’uno che aveva fatto pace con la sua donna; e dice in questa maniera.

Benedetto sia il giorno ch’io trovai

Pace negli occhi bei ch’io tanto amai.

Io era stato gran tempo lontano

Da quegli occhi leggiadri pien d’onore;

E questo è stato colpa del villano,

Che voleva ingannare il fino Amore.

Ora è palese ch’egli è traditore;

Ond’io vivo contento più che mai.

Io mi ti scuso, caro mio signore,

Se già gran tempo io son stato adirato;

Che la colpa è del villan traditore,

Che mi t’aveva tanto diffamato;

Ond’io ti prego che per iscusato

Tu abbia me, ch’io ho te sempre mai.

Quando mi ritrovai in sua presenza,

Dov’era sol quel bel fior di giardino,

Tre rose mi donò con riverenza

Col suo sottile e vermiglio bocchino;

Poi con un vago ed amoroso inchino,

Senza più dir, da lei m’accommiatai.

Poi che donato m’ebbe la sua pace

Questa leggiadra e nobil creatura,

Innamorommi d’uno amor verace,

Ch’io l’amo più che prima oltre misura;

E porto anco nel cor h sua figura,

Per tanta lealtà che in lei trovai.

Vanne, ballata, a quel fior de natura,

La quale è stella sopra l’altre stelle,

E prega quella angelica figura,

Che da villan non curi più novelle;

Poi ch’ella è bella sopra l’altre belle,

Io son suo servo, e sarò sempre mai.

Quando fu finita la canzonetta, i due amanti si presero per mano, e con molta piacevolezza ringraziarono l’un l’altro, dicendo questo a quello: Io non vorrei che questa novella fosse venuta mai meno; perchè tanto ho io bene, quanto noi siamo insieme; e così presero commiato, e ciascuno si partì con buona ventura.

GIORNATA QUARTA

NOVELLA I.

Ritornati i due amanti il quarto giorno all’usato parlatorio, con molte belle accoglienze si salutarono l’un l’altro e presersi per mano, e posti a sedere, cominciò la Saturnina e disse così: Io ti vo’ dire una novella, la quale sarà rejna e donna di tutte le novelle che noi abbiamo dette; e per ciò credo che debba molto piacerti.

Egli ebbe in Firenze in casa gli Scali un mercatante, il quale ebbe nome Bindo, il quale era stato più volte e alla Tana in Alessandria, e in tutti que’ gran viaggi che si fanno con le mercatanzie. Era questo Bindo assai ricco, e aveva tre figliuoli maschi grandi; e venendo a morte, chiamò il maggiore e ’l mezzano, e fece in lor presenza testamento, e lasciò lor due eredi di ciò ch’egli aveva al mondo, e al minore non lasciò niente. Fatto ch’egli ebbe testamento, il figliuol minore, che avea nome Giannetto, sentendo questo andò a trovarlo al letto e gli disse: Padre mio, io mi maraviglio forte di quello che voi avete fatto, a non esservi ricordato di me in su ’l testamento. Rispose il padre: Giannetto mio, e’ non è creatura a cui voglia meglio che a te; e però io non voglio che dopo la morte mia tu stia qui, anzi voglio, come io son morto, che tu te ne vada a Vinegia a un tuo santolo, che ha nome messere Ansaldo, il quale non ha figliuolo nessuno, e hammi scritto più volte ch’io te gli mandi. E sotti dire ch’egli è il più ricco mercatante che sia oggi tra’ cristiani. E però voglio che, come io son morto, tu te ne vada a lui, e gli porti questa lettera; e se tu saprai fare, tu rimarrai ricco uomo. Disse il figliuolo: Padre mio, io sono apparecchiato a fare ciò che voi mi comandate; di che il padre gli diè la benedizione, e ivi a pochi dì si morì; e tutti i figliuoli ne fecero grandissimo lamento, e fecero al corpo quello onore che si gli conveniva. E poi ivi a pochi dì, questi due fratelli chiamarono Giannetto, e sì gli dissero: Fratello nostro, egli è vero che nostro padre fece testamento, e lasciò eredi noi, e di te non fe’ veruna menzione, nondimeno tu se’pure nostro fratello, e per tanto a quell’ora manchi a te che a noi, quello che c’è. Rispose Giannetto: Fratelli miei, io vi ringrazio della vostra profferta; ma, quanto a me, l’animo mio è d’andare a procacciare mia ventura in qualche parte; e così son fermo di fare, e voi v’abbiate l’eredità segnata e benedetta. Onde i fratelli veggendo la volontà sua, diedergli un cavallo e danari per le spese. Giannetto prese commiato da loro e andossene a Vinegia, e giunse al fondaco di messere Ansaldo, e diedegli la lettera che ’l padre gli aveva data innanzi che morisse. Per che messere Ansaldo leggendo questa lettera, conobbe che costui era il figliuolo del carissimo Bindo; e come l’ebbe letta, di subito l’abbracciò, dicendo: Ben venga il figlioccio mio, il quale io ho tanto desiderato; e subito lo domandò di Bindo, dove Giannetto gli rispose ch’egli era morto; per ch’egli con molte lagrime l’abbracciò e basciò, e disse: Ben mi duole la morte di Bindo, perch’egli m’aiutò guadagnare gran parte di quel ch’io ho; ma tanta è l’allegrezza ch’io ho ora di te, che mitiga quel dolore. E fecelo menare a casa, e comandò a’ fattori suoi, e a’ compagni e agli scudieri e a’ fanti, e quanti n’erano in casa, che Giannetto fosse ubbidito e servito più che la sua persona. E prima a lui consegnò le chiavi di tutti i suoi contanti, e disse: Figliuolo mio, ciò che c’è spendi, e vesti e calza oggi mai come ti piace, e metti tavola a’ cittadini, e fatti conoscere; però ch’io lascio a te questo pensiero, e tanto meglio ti vorrò, quanto più ben ti farai volere. Per che Giannetto cominciò a usare co’ gentiluomini di Vinegia, a far corti, desinari, a donare, a vestir famigli, e a comperare di buoni corsieri, e a giostrare e bagordare, come quel ch’era esperto e pratico, e magnanimo e cortese in ogni cosa; e ben sapeva fare onore e cortesia dove si conveniva, e sempre rendeva onore a messere Ansaldo, più che se fosse stato cento volte suo padre. E seppesi sì saviamente mantenere con ogni maniera di gente, che quasi il comune di Vinegia gli voleva bene, veggendolo tanto savio e con tanta piacevolezza, e cortese oltre a misura; di che le donne e gli uomini ne parevano innamorati, e messere Ansaldo non vedeva più oltre che lui; tanto gli piacevano i modi e le maniere sue. Nè si faceva quasi niuna festa in Vinegia, che il detto Giannetto non vi fosse invitato; tanto gli era voluto bene da ogni persona. Ora avvenne che due suoi cari compagni volsero andare in Alessandria con loro mercatanzie, con due navi, com’erano usati di fare ogni anno; onde eglino il dissero a Giannetto, dicendo: Tu dovresti dilettarti del mare con noi, per vedere del mondo, e massimamente quel Damasco e quel paese di là. Rispose Giannetto: In buona fe' ch’io verrei molto volentieri, se ’l padre mio messere Ansaldo mi desse la parola. Disser costoro: Noi faremo sì ch’e’ te la darà, e sarà contento. E subito se n’andarono a messer Ansaldo, e dissero: Noi vi vogliamo pregare che vi piaccia di dare parola a Giannetto che ne venga in questa primavera con noi in Alessandria, e che gli forniate qualche legno o nave, acciò ch’egli vegga un poco del mondo. Disse messere Ansaldo: Io son contento, se piace a lui. Risposero costoro: Messere, egli è contento. Per che messer Ansaldo subito gli fe’ fornire una bellissima nave, e fella caricare di molta mercatanzia, e guernire di bandière e d’armi quanto fe’ mestiero. E di poi ch’ella fu acconcia, messere Ansaldo comandò al padrone ed agli altri ch’erano al servizio della nave, che facessero ciò che Giannetto comandasse loro, e che fosse loro raccomandato; però ch’io non lo mando, diceva egli, per guadagno ch’io voglia ch’e’ faccia, ma perch’egli vada a suo diletto veggendo il mondo. E quando Giannetto fu per montare, tutta Vineggia trasse a vedere, perchè di gran tempo non era uscita di Vinegia una nave tanto bella e tanto ben fornita, quanto quella. E ad ogni persona incresceva della sua partita; e così prese commiato da messere Ansaldo e tutti i suoi compagni, e entrarono in mare e alzarono le vele, e presero il cammino d’Alessandria nel nome di Dio e di buona ventura. Ora essendo questi tre compagni in tre navi, e navicando più e più dì, avvenne che una mattina innanzi giorno il detto Giannetto vide un golfo di mare con un bellissimo porto, e domandò il padrone come si chiamava quel porto: il quale gli rispose: Messere, quel luogo è d’una gentildonna vedova, la quale ha fatto pericolare molti signori. Disse Giannetto: Come? Rispose costui: Messere, questa è una bella donna e vaga, e tiene questa legge: che chiunque v’arriva, convien che dorma con lei; e s’egli ha a far seco, convien ch’e’ la tolga per moglie, ed è signore del porto e di tutto ’l paese. E s’egli non ha a fare con lei, perde tutto ciò ch’egli ha. Pensò Giannetto fra sè un poco, e poi disse: Trova ogni modo che tu vuoi, e pommi a quel porto. Disse il padrone: Messere, guardate ciò che voi dite, però che molti signori vi sono iti, che ne sono rimasi diserti [7] . Disse Giannetto: Non t’impacciare in altro; fa quel ch’io ti dico; e così fu fatto, che subito volsero la nave, e calaronsi in quel porto, che i compagni dell’altre navi non se ne furono accorti niente. Per che la mattina si sparse la novella, come questa bella nave era giunta in porto; tal che tutta la gente trasse a vedere, e fu subito detto alla donna; sì ch’ella mandò per Giannetto, il quale incontanente fu a lei, e con molta riverenza la salutò; ed ella lo prese per mano, e domandollo chi egli era e donde, e se e’ sapeva l’usanza del paese. Rispose Giannetto, che sì, e che non v’era ito per nessuna altra cosa. Ed ella disse: E voi siate il ben venuto per cento volte: e così gli fece tutto quel giorno grandissimo onore, e fece invitare baroni e conti e cavalieri assai, ch’ella aveva sotto sè, perch’e’ tenessero compagnia a costui. Piacque molto a tutti i baroni la maniera di Giannetto, e ’l suo essere costumato e piacevole e parlante; sì che quasi ognuno se ne innamorò, e tutto quel giorno si danzò e si cantò, e fecesi festa nella corte per amore di Giannetto; e ognuno sarebbe stato contento d’averlo avuto per signore. Ora venendo la sera, la donna lo prese per mano, e menollo in camera e disse: E’ mi pare ora d’andarsi a letto. Rispose Giannetto: Madonna, io sono a voi; e subito vennero due damigelle, l’una con vino, e l’altra con confetti. Disse la donna: lo so che voi avete molto sete, però bevete. Giannetto prese de’ confetti, e bevve di questo vino, il quale era lavorato da far dormire, ed egli nol sapeva, e bebbene una mezza tazza, perchè gli parve buono, e subitamente si spogliò e andossi a riposare. E come egli giunse nel letto, così fu addormentato. La donna si coricò a lato a costui, che mai non si risentì infino alla mattina; che era passata terza. Per che la donna quando fu giorno si levò, e fe’ cominciare a scaricare la nave, la quale trovò piena di molta ricca e buona mercatanzia. Ora essendo passata la terza, le cameriere della donna andarono al letto a Giannetto, e fecerlo levare, e dissergli che s’andasse con Dio, però ch’egli aveva perduto la nave e ciò che v’era; di che e’ si vergognò, e parvegli avere mal fatto. La donna gli fece dare un cavallo e danari per le spese, ed egli se n’andò tristo e doloroso, e vennesene versoVinegia; dove, come fu giunto, non volle andare a casa per vergogna, ma di notte se n’andò a casa d’un suo compagno, il qual si maravigliò molto e gli disse: Oimè! Giannetto, ch’è questo? Ed egli rispose: La nave mia percosse una notte in uno scoglio, e ruppesi e fracassossi ogni cosa, e chi andò qua, e chi là; io m’attenni a un pezzo di legno, che mi gittò a proda, e così me ne sono venuto per terra, e son qui. Giannetto stette più giorni in casa di questo suo compagno, il quale andò un dì a visitare messere Ansaldo, e trovollo molto maninconoso. Disse messere Ansaldo: Io ho sì grande la paura che questo mio figliuolo non sia morto, o che ’l mare non gli faccia male, ch’io non trovo luogo e non ho bene, tanto è l’amore ch’io gli porto. Disse questo giovane: Io ve ne so dire novelle, ch’egli ha rotto in mare e perduto ogni cosa, salvo ch’egli è campato. Disse messere Ansaldo: Lodato sia Dio! pur ch’egli sia campato, io son contento; dell’avere ch’è perduto non mi curo. Ov’è? Questo giovine rispose: Egli è in casa mia; e di subito messere Ansaldo si mosse, e volle andare a vederlo. E com’egli lo vide, subito corse ad abbracciarlo e disse: Figliuol mio, non ti bisogna vergognar di me, ch’egli è usanza che delle navi rompano in mare; e però, figliuol mio, non ti sgomentare; poichè non t’hai fatto male, io son contento; e menosselo a casa sempre confortandolo. La novella si sparse per tutta Vinegia, e a ognuno incresceva del danno che aveva avuto Giannetto. Ora avvenne ch’indi a poco tempo quei suoi compagni tornarono d’Alessandria, e tutti ricchi; e com’eglino giunsero, domandarono di Giannetto, e fu loro detta ogni cosa; per che subito corsero ad abbracciarlo, dicendo: Come ti partisti tu, o dove andasti? che noi non potemmo mai sapere nulla di te, e tornammo indietro tolto quel giorno, nè mai ti potemmo vedere, nè sapere dove tu fossi ito; e n’abbiamo avuto tanto dolore, che per tutto questo cammino non ci siamo potuti rallegrare, credendo che tu fossi morto. Rispose Giannetto: E’ si levò un vento in contrario in un gomito di mare, che menò la nave mia a piombo a ferire in uno scoglio ch’era presso a terra che appena campai; e ogni cosa andò sottosopra. E questa è la scusa che Giannetto diè per non iscoprire il difetto suo. E si fecero insieme la festa grande, ringraziando Iddio pur ch’egli era campato, dicendo: A quest’altra primavera, con la grazia di Dio, guadagneremo ciò che tu hai perduto a questa volta, e però attendiamo a darci buon tempo senza maninconia. E così attesero a darsi piacere e buon tempo, com’erano usati prima. Ma pure Giannetto non faceva se non pensare, com’egli potesse tornare a quella donna, immaginando e dicendo: Per certo e’ conviene ch’io l’abbia per moglie, o io vi morrò; e quasi non si poteva rallegrare. Per che messere Ansaldo gli disse più volte: Non ti dare maninconia, che noi abbiamo tanta roba, che noi ci possiamo stare molto bene. Rispose Giannetto: Signor mio, io non sarò mai contento, se io non rifò un’altra volta questa andata. Onde veggendo pure messere Ansaldo la volontà sua, quando fu il tempo gli fornì un’altra nave di più mercatanzia che la prima, e di più valuta, tal che in quella mise la maggior parte di ciò ch’egli aveva al mondo. I compagni, quando ebbero fornite le navi loro di ciò che faceva mestiero, entrarono in mare con Giannetto insieme, e fecer vela e presero lor viaggio. E navigando più e più giorni, Giannetto stava sempre attento di rivedere il porto di quella donna, il quale si chiamava il porto della donna del Belmonte. E giugnendo una notte alla foce di questo porto, il quale era in un gomito di mare, Giannetto l’ebbe subito conosciuto, e fe’ volgere le vele e ’l timone e calovvisi dentro, tal che i compagni ch’erano nell’altre navi ancora non se n’accorsero. La donna levandosi la mattina, e guardando giù nel porto, vide sventolare le bandiere di questa nave, e subito l’ebbe conosciute, e chiamò una sua cameriera e disse: Conosci tu quelle bandiere? Disse la cameriera: Madonna, ella pare la nave di quel giovane che ci arrivò, ora fa uno anno, che ci mise cotanta dovizia con quella sua mercatanzia. Disse la donna: Per certo tu di’ il vero; e veramente che costui non meno che gran fatto debbe essere innamorato di me, però ch’io non ce ne vidi mai nessuno che ci tornasse più che una volta. Disse la cameriera: Io non vidi mai il più cortese nè il più grazioso uomo di lui. La donna mandò per lui donzelli e scudieri assai, i quali con molta festa lo visitarono, ed egli con tutti fece allegrezza e festa; e così venne su nel castello e nel cospetto della donna. E quando ella lo vide, con grandissima festa e allegrezza l’abbracciò, ed egli con molta riverenza abbracciò lei. E così stettero tutto quel giorno in festa e in allegrezza; però che la donna fece invitare baroni e donne assai, i quali vennero alla corte a far festa per amore di Giannetto; e quasi a tutti i baroni incresceva, e volentieri l’avrebbono voluto per signore, per la sua tanta piacevolezza e cortesia; e quasi tutte le donne n’erano innamorate, veggendo con quanta misura e’ guidava una danza, e sempre quel suo viso stava allegro, che ognuno s’avvisava che’ fosse figliuolo di qualche gran signore. E veggendo il tempo da andare a dormire, questa donna prese per mano Giannetto e disse: Andianci a posare; e andaronsi in camera, e posti a sedere, ecco veniro due damigelle con vini e confetti, e quivi beverono e confettaronsi, e poi s’andarono a letto, e com’egli fu nel letto, così fu addormentato. La donna si spogliò e coricossi a lato a costui, e, brevemente, e’ non si risentì in tutta notte. E quando venne la mattina, la donna si levò, e subito mandò a fare scaricare quella nave. Passato poi terza, e Giannetto si risentì, e cercò per la donna e non la trovò; alzò il capo, e vide ch’egli era alta mattina, levossi e cominciossi a vergognare; e così gli fu donato un cavallo e danari per ispendere, e dettogli: Tira via; ed egli con vergogna subito si partì tristo e maninconoso; e infra molte giornate non ristette mai che giunse a Vinegia, e di notte se n’andò a casa di questo suo compagno, il quale, quando lo vide, si diè maggior maraviglia del mondo, dicendo: Ohimè! ch’è questo? Rispose Giannetto: È male per me che maladetta sia la fortuna mia, che mai ci arrivai in questo paese! Disse questo suo compagno: Per certo tu la puoi ben maladire, però che tu hai diserto questo messere Ansaldo, il quale era il maggiore e ’l più ricco mercatante che fosse tra’ cristiani; peggio è la vergogna ch’il danno. Giannetto stette nascoso più dì in casa di questo suo compagno, e non sapeva che si fare nè che si dire, e quasi si voleva tornare a Firenze senza far motto a messere Ansaldo; e poi si deliberò pure d’andare a lui, e così fece. Quando messere Ansaldo lo vide, si levò ritto, e corse ad abbracciarlo e disse: Ben venga il figliuol mio; e Giannetto lagrimando abbracciò lui. Disse messere Ansaldo, quando ebbe inteso tutto: Sai com’è, Giannetto? non ti dare punto di maninconia; poi ch’io t’ho riavuto, io son contento. Ancora c’è rimasto tanto che noi ci potremo stare pianamente. Egli è usanza del mare ad altri dare, ad altri togliere. La novella andò per tutta Vinegia di questo fatto, e ognuno diceva di messere Ansaldo, e gravemente gl’incresceva del danno ch’egli aveva avuto; e convenne che messere Ansaldo vendesse di molte possessioni per pagare i creditori che gli avevano dato la roba. Avvenne che quei compagni di Giannetto tornarono d’Alessandria molto ricchi; e giunti in Vinegia, fu lor detto, come Giannetto era tornato, e come egli aveva rotto e perduto ogni cosa; di che essi si maravigliarono, dicendo: Questo è il maggior fatto che si vedesse mai; e andarono a messere Ansaldo e a Giannetto, e facendogli gran festa, dissero: Messere non vi sgomentate, che noi intendiamo d’andare questo altro anno a guadagnare per voi; però che noi siamo stati cagione quasi di questa vostra perdita, da che noi fummo quelli che inducemmo Giannetto a venire con noi da prima; e però non temete, e mentre che noi abbiamo della roba, fatene come della vostra. Messere Ansaldo li ringraziò, e disse, che bene aveva ancora tanto che ci potevano stare. Ora avvenne che stando sera e mattina Giannetto sopra questi pensieri, e’ non si poteva rallegrare; e messere Ansaldo lo domandò quello ch’egli aveva, ed egli rispose: Io non sarò mai contento, s’io non racquisto quello ch’io ho perduto. Disse messere Ansaldo: Figliuol mio, io non voglio che tu vada più; però ch’egli è il meglio che noi ci stiamo pianamente con questo poco che noi abbiamo, che tu lo metta più a partito. Rispose Giannetto: Io son fermo di fare tutto quel ch’io posso, perch’io mi riputerei in grandissima vergogna s’io stessi a questo modo. Per che veggendo messere Ansaldo la volontà sua, si dispose a vendere ciò ch’egli aveva al mondo, e fornire a costui un’altra nave; e così fe’ che vendè, tal che non gli rimase niente, e fornì una bellissima nave di mercatanzia. E perchè gli mancavano dieci mila ducati, andò a un giudeo a Mestri, e accattolli con questi patti e condizioni, che s’egli non glie l’avesse renduti dal detto dì a San Giovanni di giugno prossimo a venire, che ’l giudeo gli potesse levare una libra di carne d’addosso di qualunque luogo e’ volesse; e così fu contento messere Ansaldo; e ’l giudeo di questo fece trarre carta autentica con testimonii, e con quelle cautele e solennità che intorno a ciò bisognavano, e poi gli annoverò dieci mila ducati d’oro, de’ quali danari messere Ansaldo fornì ciò che mancava alla nave; e se l’altre due furono belle, la terza fu molto più ricca e me’ fornita; e così i compagni fornirono le loro due, con animo che ciò ch’eglino guadagnassero fosse di Giannetto. E quando fu il tempo d’andare, essendo per movere, messere Ansaldo disse a Giannetto: Figliuol mio, tu vai, e vedi nell’obbligo ch’io rimango; d’una grazia ti prego, che se pure tu arrivassi male, che ti piaccia venire a vedermi, sì ch’io possa vedere te innanzi ch’io moia, e andronne contento. Giannetto gli rispose: Messere Ansaldo, io farò tutte quelle cose ch’io creda piacervi. Messere Ansaldo gli diè la sua benedizione, e così presero commiato e andarono a loro viaggio. Avevano questi due compagni sempre cura alla nave di Giannetto, e Giannetto andava sempre avvisato e attento di calarsi in questo porto di Belmonte. Per ch’e’ fe’ tanto con uno de’ suoi nocchieri, che una notte e’ condusse la nave nel porto di questa gentildonna. La mattina rischiarato il giorno, i compagni ch’erano nell’altre due navi ponendosi mente intorno, e non veggendo in nessun luogo la nave di Giannetto, disse fra loro: Per certo questa è la mala ventura per costui; e presero per partito di seguire il camin loro, facendosi gran maraviglia di ciò. Ora essendo questa nave giunta in porto, tutto quel castello trasse a vedere, sentendo che Giannetto era tornato, e maravigliandosi di ciò molto, e dicendo: Costui dee essere figliuolo di qualche grand’uomo, considerando ch’egli ci viene ogni anno con tanta mercanzia e con sì be’ navigli, che volesse Iddio ch’egli fosse nostro signore: e così fu visitato da tutti i maggiori, e da’ baroni e cavalieri di quella terra, e fu detto alla donna, come Giannetto era tornato in porto. Per che ella si fece alle finestre del palazzo, e vide questa bellissima nave, e conobbe le bandiere, e di ciò si fece ella il segno della santa croce, dicendo: Per certo che questi è qualche gran fatto, ed è quell’uomo che ha messo dovizia in questo paese; e mandò per lui. Giannetto andò a lei con molte abbracciate, e si salutarono e fecersi riverenza; e quivi s’attese tutto quel giorno a fare allegrezza e festa, e fessi per amor di Giannetto una bella giostra, e molti baroni e cavalieri giostrarono quel giorno, e Giannetto volle giostrare anch’egli, e fece il dì miracoli di sua persona, tanto stava bene nell’armi e a cavallo, e tanto piacque la maniera sua a tutti i baroni, che ognuno lo desiderava per signore. Ora avvenne che la sera, essendo tempo d’andare a posarsi, la donna prese per mano Giannetto e disse: Andiamo a posarci; ed essendo sull’uscio della camera, una cameriera della donna, cui incresceva di Giannetto, si gl’inchinò così all’orecchio, e disse pianamente: Fa vista di bere, e non bere stasera. Giannetto intese le parole, ed entrò in camera, e la donna disse: Io so che voi avete molto sete, e però io voglio che voi beate [8] prima che v’andiate a dormire; e subito vennero due donzelle, che parevano due agnoli, con vino e confetti al modo usato, e si attesero a dar bere. Disse Giannetto: Chi si terrebbe di non bere, veggendo queste due damigelle tanto belle? di che la donna rise. E Giannetto prese la tazza, e fe’ vista di bere e cacciosselo giù pel seno; e la donna si credette ch’egli avesse bevuto, e disse fra ’l suo cuore: Tu conducerai un’altra nave, che questa hai tu perduta. Giannetto se ne andò nel letto, e sentissi tutto chiaro e di buona volontà, e parevagli mille anni che la donna ne venisse a letto, e diceva fra se medesimo: Per certo io ho giunta costei; sì ch’e’ ne pensa una il ghiotto, e un’altra il tavernaio. E perchè la donna venisse più tosto nel letto, cominciò a far vista di russare e dormire. Per che la donna disse: Sta bene; e subito si spogliò e andò a lato a Giannetto, il quale non aspettò punto, ma comunque la donna fu entrata sotto, così si volse a lei, e abbracciolla e disse: Ora io ho quel ch’io ho tanto desiderato; e con questo le donò la pace del santissimo matrimonio, e in tutta la notte non gli uscì di braccio; di che la donna fu più che contenta, e si levò la mattina innanzi giorno, e fece mandare per tutti i baroni e cavalieri, e altri cittadini assai, e disse loro: Giannetto è vostro signore, e però attendete a far festa; di che subito per la terra si levò il romore gridando: Viva il signore, viva il signore: e dà nelle campane e negli stromenti, sonando a festa: e mandossi per molti baroni e conti ch’erano fuor del castello, dicendo loro: Venite a vedere il signor vostro; e quivi si cominciò una grande e bellissima festa. E quando Giannetto uscì della camera, fu fatto cavaliere e posto sulla sedia, e dato gli fu la bacchetta in mano, e chiamato siguore con molto trionfo e gloria. E poi che tutti i baroni e le donne furono venuti a corte, egli sposò questa gentildonna con tanta festa e con tanta allegrezza, che, non si potrebbe nè dire nè immaginare. Perchè tutti i baroni e signori del paese vennero alla festa a fare allegrezza, giostrare, armeggiare, danzare, cantare e sonare, con tutte quelle cose che s’appartengono a far festa. Messer Giannetto, come magnanimo, cominciò a donare drappi di seta e altre ricche cose ch’egli aveva recate, e diventò virile, e fecesi temere a mantenere ragione e giustizia a ogni maniera di gente; e così si stava in questa festa e allegrezza, e non si curava nè ricordava di messere Ansaldo cattivello, ch’era rimaso pegno per dieci mila ducati a quel giudeo.

Ora essendo un giorno messer Giannetto alla finestra del palazzo con la donna sua, vide passare per piazza una brigata d’uomini con torchietti in mano accesi, i quali andavano a offerire. Disse messere Giannetto: Che vuol dire quello? Rispose la donna: Quella è una brigata d’artefici che vanno a offerire alla chiesa di San Giovanni, perch’egli è oggi la festa sua. Messer Giannetto si ricordò allora di messere Ansaldo, e levossi dalla finestra, e trasse un gran sospiro e tutto si cambiò nel viso, e andava di giù in su per la sala più volte, pensando sopra questo fatto. La donna il domandò quel che egli aveva. Rispose messer Giannetto: Io non ho altro. Per che la donna il cominciò a esaminare, dicendo: Per certo voi avete qualche cosa, e non lo volete dire; e tanto gli disse, che messere Giannetto le contò come messere Ansaldo era rimaso pegno per dieci mila ducati, e questo dì corre il termine, diceva egli, e però ho gran dolore che mio padre moia per me: perchè se oggi e’ non glie li dà, ha a perdere una libra di carne d’addosso. La donna disse: Messere, montate subitamente a cavallo, ed attraversate per terra, che andrete più tosto che per mare, e menate quella compagnia che vi piace, e portate cento mila ducati, e non restate mai che voi siate a Vinegia; e se non è morto, fate di menarlo qui. Per che egli subito fe’ dare nella trombetta, e montò a cavallo con venti compagni, e tolse danari assai e prese il camino verso Vinegia. Ora avvenne che, compiuto il termine, il giudeo fe’ pigliare messere Ansaldo, e volevagli levare una libra di carne d’addosso; onde messere Ansaldo lo pregava che gli piacesse d’indugiargli quella morte qualche dì, acciocchè se il suo Giannetto venisse, almeno e ’l potesse vedere. Disse il giudeo: Io son contento di dare ciò che voi volete quanto allo ’dugio; ma s’egli venisse cento volte, io intendo di levarvi una libra di carne d’addosso, come dicono le carte. Rispose messere Ansaldo, che era contento. Di che tutta Vinegia parlava di questo fatto; ma a ognuno ne incresceva, e molti mercatanti si raunarono per volere pagar questi danari, e ’l giudeo non volle mai, anzi voleva fare quello omicidio, per poter dire che avesse morto il maggiore mercatante che fosse tra’ cristiani. Ora avvenne che venendo forte messer Giannetto, la donna sua subito si gli mosse dietro vestita come un giudice, con due famigli. Giugnendo in Vinegia messer Giannetto, andò a casa il giudeo, e con molta allegrezza abbracciò messere Ansaldo, e poi disse al giudeo che gli voleva dare i danari suoi, e quel più ch’egli stesso voleva. Rispose il giudeo che non voleva danari, poi che non gli aveva avuti al tempo, ma che gli voleva levare una libra di carne d’addosso; e qui fu la quistion grande, e ogni persona dava il torto al giudeo; ma pure considerato Vinegia essere terra di ragione, e il giudeo aveva le sue ragioni piene e in pubblica forma, non si gli osava di dire il contrario per nessuno, se non pregarlo. Talchè tutti i mercatanti di Vinegia vi furono su a pregare questo giudeo, ed egli sempre più duro che mai. Per che messer Giannetto gliene volle dare venti mila, e non volse, poi venne a trenta mila, e poi a quaranta mila, e poi a cinquanta mila; e così ascese infino a cento mila ducati. Ove il giudeo disse: Sai com’è? se tu mi desse più ducati che non vale questa città, non li terrei per esser contento; anzi i’ vo’ fare quel che dicono le carte mie. E così stando in questa questione, ecco giugnere in Vinegia questa donna vestita a modo di giudice, e smontò a uno albergo, e l’albergatore domandò un famiglio: Chi è questo gentiluomo? Il famiglio, già avvisato dalla donna di ciò che ’l doveva dire, essendo di lei interrogato, rispose: Questo si è un gentiluomo giudice che vien da Bologna da studio, e tornasi a casa sua. L’albergatore ciò intentendo, gli fece assai onore; ed essendo a tavola il giudice, disse all’albergatore: Come si regge questa vostra città? Rispose l’oste: Messere, faccisi troppa ragione. Disse il giudice: Come? Soggiunse l’oste: Come, messere, io ve lo dirò. E’ ci venne da Firenze un giovane, il quale aveva nome Giannetto, e venne qui a un suo nonno, che ha nome messere Ansaldo: ed è stato tanto aggraziato e tanto costumato, che gli uomini e le donne di questa terra erano innamorati di lui. E non ci venne mai in questa città nessuno tanto aggraziato quanto era costui. Ora questo suo nonno in tre volte gli fornì tre navi, le quali furono di grandissima valuta, e ogni otta glie ne incontrò sciagura, sì che alla nave da sezzo gli mancò danari; tal che questo messere Ansaldo accattò dieci mila ducati da un giudeo, con questi patti, che s’egli non glie li avesse renduti da ivi a San Giovanni di giugno prossimo che venia, il detto giudeo gli potesse levare una libra di carne d’addosso dovunque e’ volesse. Ora è tornato questo benedetto giovane, e per quei dieci mila ducati glie ne ha voluto dare cento mila, e ’l falso giudeo non vuole; e sonvi stati a pregarlo tutti i buoni uomini di questa terra, e non giova niente. Rispose il giudice: Questa quistione e agevole a d’esaminare. Disse l’oste: Se voi ci volete durar fatica a terminarla, sì che quel buon uomo non muoia, voi n’acquisterete la grazia e l’amore del più virtuoso giovane che nascesse mai, e poi di tutti gli uomini di questa terra. Onde questo giudice fece andare un bando per la terra, che qualunque avesse a diterminare quistion nessuna, venisse da lui; ove fu detto a messer Giannetto, come e’ v’era venuto un giudice da Bologna, che diterminerebbe ogni quistione. Perchè messer Giannetto disse al giudeo: Andiamo a questo giudice. Disse il giudeo: Andiamo; ma venga chi vuole, che a ragione io n’ho a fare quanto dice la carta. E giunti nel cospetto del giudice, e fattogli debita riverenza, il giudice conobbe messer Giannetto, ma messer Giannetto non conobbe già lui, perchè con certe erbe s’era trasfigurata la faccia. Messer Giannetto e ’l giudeo dissero ciascuno la ragion sua, e la quistione ordinatamente innanzi al giudice; il quale prese le carte e lessele, e poi disse al giudeo. Io voglio che tu ti tolga questi cento mila ducati, e liberi questo buon uomo, il qual anco te ne sarà sempre tenuto. Rispose il giudeo: Io non ne farò niente. Disse il giudice: Egli è il tuo meglio. E ’l giudeo, che al tutto non ne voleva far nulla. E d’acconto se n’andarono all’ufficio diterminato sopra tali casi, e ’l giudice parlò per messere Ansaldo e disse: Oltre fa venir costui; e fattolo venire, disse il giudice: Orsù lievagli una libra di carne dovunque tu vuoi, e fa i fatti tuoi. Dove il giudeo lo fece spogliare ignudo, e recossi in mano un rasoio, che per ciò egli aveva fatto fare. E messer Giannetto si volse al giudice e disse: Messere, di questo no vi pregava io. Rispose il giudice: Sta franco, ch’egli non ha ancora spiccata una libra di carne. Pure il giudeo gli andava addosso. Disse il giudice: Guarda come tu fai; però che se tu ne leverai più o meno che una libra, io ti farò levare la testa. E anco io ti dico più, che se n’uscirà pure una gocciola di sangue, io ti farò morire; però che le carte tue non fanno menzione di spargimento di sangue, anzi dicono che tu gli debba levare una libra di carne, e non dice nè più nè meno. E per tante, se tu se’ savio, tieni que’ modi che tu credi, fare il tuo meglio. E così subito fe’ mandare per lo giustiziere, e fegli recare il ceppo e la mannaia, e disse: Com’io ne vedrò uscire gocciola di sangue, così ti farò levare la testa. Il giudeo cominciò aver paura, e messer Giannetto a rallegrarsi. E dopo molte novelle, disse il giudeo: Messer lo giudice, voi ne avete saputo più di me; ma fatemi dare quei cento mila ducati, e son contento. Disse il giudice: Io voglio che tu levi una libra di carne, come dicono le carte tue, però ch’io non ti darei un danaio; avessigli tolti quando io te li volli fare dare. Il giudeo venne a nonanta mila, e poi a ottanta mila, e ’l giudice sempre più fermo. Disse messere Giannetto al giudice: Diangli ciò che ei vuole, purchè ce lo renda. Disse il giudice: Io ti dico che tu lasci far a me. Allora il giudeo disse: Datemene cinquanta mila. Rispose il giudice: Io non te ne darei il più tristo danaio che tu avessi mai. Soggiunse il giudeo: Datemi almeno i miei dieci mila ducati, che maledetta sia l’aria e la terra. Disse il giudice: Non m’intendi tu? io non te ne vo’ dar nessuno; se tu glie la vuoi levare, sì glie la leva; quanto che no, io te farò protestare e annullare le carte tue. Talchè chiunque v’era presente, di questo faceva grandissima allegrezza, e ciascuno si faceva beffe di questo giudeo, dicendo: Tale si crede uccellare, ch’è uccellato. Onde veggendo il giudeo ch’egli non poteva fare quello che’egli avrebbe voluto, prese le carte sue, e per istizza tutte le tagliò, e così fu liberato messere Ansaldo, e con grandissima festa messer Giannetto lo rimenò a casa; e poi prestamente prese questi cento mila ducati, e andò a questo giudice, e trovollo nella camera che s’acconciava per volere andar via. Allora messer Giannetto gli disse: Messere, voi avete fatto a me il maggior servigio che mai mi fosse fatto; e però io voglio che voi portiate questi danari a casa vostra, però che voi gli avete ben guadagnati. Rispose il giudice: Messer Giannetto mio, a voi sia gran mercè, ch’io non n’ho di bisogno; portateli con voi, sì che la donna vostra non dica che voi abbiate fatto male masserizia. Disse messer Giannetto: Per mia fe' ch’ella è tanto magnanima e tanto cortese e tanto da bene, che se io ne spendessi quattro cotanti che questi, ella sarebbe contenta, però ch’ella voleva che io ne arrecassi molto più che non sono questi. Soggiunse il giudice: Come vi contentate voi di lei? Rispose messer Giannetto: E’ non è creatura al mondo, a cui io voglia meglio che a lei, perch’ella è tanto savia e tanto bella, quanto la natura l’avesse potuta fare più. E se voi mi volete fare tanta grazia di venire a vederla, voi vi maraviglierete dell’onore ch’ella vi farà, e vedrete s’egli è quel ch’io dico o più. Rispose il giudice: Del venire con voi, non voglio, però che io ho altre faccende; ma poi che voi dite ch’ella è tanto da bene, quando la vedrete, salutatela per mia parte. Disse messer Giannetto: sarà fatto; ma io voglio che voi togliate di questi danari. E mentre che ei diceva queste parole, il giudice gli vide in dito uno anello, onde gli disse: Io vo’ questo anello, e non voglio altro danaio nessuno. Rispose messer Giannetto: Io son contento, ma io ve lo do mal volentieri, però che la donna mia me lo donò, e dissemi ch’io lo portassi sempre per suo amore; e s’ella non me lo vederà, crederà ch’ io l’abbia dato a qualche femina, e così si cruccerà con meco, e crederà ch’io sia innamorato; e io voglio meglio a lei che a me medesimo. Disse il giudice: E’ mi par esser certo ch’ella vi vuole tanto bene, ch’ella vi crederà questo; e voi le direte che l’avete donato a me. Ma forse lo volevate voi donare a qualche vostra manza [9] antica qui? Rispose messer Giannetto: Egli è tanto l’amore e la fe' ch’io le porto, che non è donna al mondo a cui io cambiassi, tanto compiutamente è bella in ogni cosa; e così si cavò l’anello di dito e diello al giudice, e poi s’abbracciarono, facendo riverenza l’un all’altro. Disse il giudice: Fatemi una grazia. Rispose messer Giannetto: Domandate. Disse il giudice: che voi non restiate qui; andatene tosto a vedere quella vostra donna. Disse messer Giannetto: E’ mi pare cento mila anni che io la riveggia; e così presero commiato. Il giudice entrò in barca e andossi con Dio, e messer Giannetto fece cene e desinari, e donò cavalli e danari a que’ suoi compagni e, così fe’ più di festa, e mantenne corte, e poi prese comiato da tutti i Viniziani, e menossene messere Ansaldo con seco, e molti de’ suoi compagni antichi se n’andarono con lui; e quasi tutti gli uomini e le donne per tenerezza lagrimarono per la partita sua, tanto s’era portato piacevolmente, nel tempo ch’egli era stato a Vinegia, con ogni persona; e così si partì e tornossi in Belmonte. Ora avvenne che la donna sua giunse più dì innanzi, e fe’ vista d’essere stata al bagno, e rivestissi al modo feminile, e fece fare l’apparecchio grande, e coprire tutte le strade di zendado, e fe’ vestire molte brigate d’armeggiatori. E quando messer Giannetto e messere Ansaldo giunsero, tutti i baroni e la corte gli andarono incontra, gridando: Viva il signore, viva il signore. E come e’ giunsero nella terra, la donna corse ad abbracciare messer Ansaldo, e finse esser un poco crucciata con messer Giannetto, a cui voleva meglio che a sè. Fecesi la festa grande di giostrare, di armeggiare, di danzare e di cantare per tutti i baroni e le donne e donzelle che v’erano. Veggendo messer Giannetto che la moglie non gli faceva così buon viso com’ella soleva, andossene in camera, e chiamolla e disse: Che hai tu? e volsela abbracciare. Disse la donna: Non ti bisogna fare queste carezze, che io so bene che a Vinegia tu hai ritrovate le tue manze antiche. Messer Giannetto si cominciò a scusare. Disse la donna: Ov’ è l’anello ch’io ti diedi? Rispose messer Giannetto: Ciò ch’io mi pensai, me n’è incontrato, e dissi bene che tu te ne penseresti male. Ma io ti giuro per la fe' ch’io porto a Dio e a te, che quello anello io lo donai a quel giudice che mi die’ vinta la quistione. Disse la donna: Io ti giuro per la fe' ch’io porto a Dio e a te, che tu lo donasti a una femina, e io lo so, e non ti vergogni di giurarlo. Soggiunse messer Giannetto: Io prego Iddio che mi disfaccia del mondo, s’io non ti dico il vero, e più, ch’io lo dissi col giudice insieme, quando egli me lo chiese. Disse la donna: Tu vi ti potevi anco rimanere, e qua mandare messere Ansaldo, e tu goderti con le tue manze, che odo che tutte piangevano quando tu ti partisti. Messer Giannetto cominciò a lagrimare e a darsi assai tribulazione, dicendo: Tu fai sacramento di quel che non è vero, e non potrebbe essere. Dove la donna veggendolo lagrimare, parve che le fosse dato d’un coltello nel cuore, e subito corse ad abbracciarlo, facendo le maggiori risa del mondo; e mostrògli l’anello, e dissegli ogni cosa, com’egli aveva detto al giudice, e come ella era stata quel giudice, e in che modo glielo diede. Onde messer Giannetto di questo si fece la maggior maraviglia del mondo; e veggendo ch’egli era pur vero, ne cominciò a fare gran festa. E uscito fuor di camera, lo disse con alcuno de’ suoi baroni e compagni; e per questo crebbe e moltiplicò l’amore fra loro due. Dapoi messer Giannetto chiamò quella cameriera che gli aveva insegnato la sera che non beesse, e diella per moglie a messere Ansaldo; e così stettero lungo tempo in allegrezza e festa, mentre che durò la lor vita.

NOVELLA II.

Nel fine della novella cominciò frate Auretto e disse: Veramente questa è una delle più ricche novelle ch’io udissi mai, e certo ch’ ella si può bene incoronare per la più bella che si sia ancora dette. Ma nondimeno io ne vo’ dire una, la quale io credo che ti piacerà, bench’io non la sappia dire nè trovare così bene come tu.

Fu in Provenza, non sono molti anni ancora, un gentiluomo, il quale era signore di parecchi castella, e aveva nome Carsivalo, uomo di molto valore e sentimento, e molto amato e onorato dagli altri signori e baroni di quel paese, perch’egli era anticamente di nobil sangue disceso della casa del Balzo di Provenza. Aveva costui una figliuola, il cui nome era Lisetta, ed era la più bella è la più nobil creatura che si trovasse a quel tempo in tutta Provenza; e molti signori e conti e baroni la facevano chiedere per moglie, i quali erano e giovani e gagliardi e belli della persona; e ’l detto Carsivalo a tutti diceva di no, e a nessuno di questi la volle maritare. Avvenne che nel paese aveva un conte, il quale era signore di tutto ’l Venisi, dove son molte città e castella, e aveva nome il conte Aldobrandino, ed era vecchio di più di settanta anni, e non aveva moglie nè figliuoli, ed era tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano fine nè fondo. Questo conte Aldobrandino udendo la bellezza della figliuola di Carsivalo, se ne innamorò, e volentieri l’avrebbe tolta per moglie; ma vergognavasi di domandarla, perch’ egli era vecchio, sappiendo che tanti valorosi giovani l’avevano chiesta, e a nessuno l’aveva voluta dare. E pure si consumava d’averla, e non sapeva trovare il modo. Ora facendo egli una sua festa, avvenne per caso che questo Carsivalo, come suo amico e servidore, andò a vedere e a onorare questa festa. Il conte gli fece un grandissimo onore, e donògli corsieri, uccelli e cani, e assai altre cose. Dove il conte si pensò di chiedergli domesticamente la figliuola, e così fece; che essendo loro un giorno in una camera insieme, cominciò il conte assai piacevolmente, e disse: Carsivalo mio, io ti dirò l’animo mio senza farti esordio o proemio, però che teco io mi credo di poter dire ogni cosa. Poniamo che per una cosa sola me ne vergogno, e non per altro; ben ch’io ho veduto il porro che sta sotterra, e ingrossa e invecchia il gambo di fuori, e sempre sta verde. Ma come e’ si sia, io pure te ’l dirò. Io vorrei volontieri, dove ti piacesse, la figliuola tua per moglie. Rispose Carsivalo: In buona fe', signor mio, ch’io ve la darei volentieri, ma e’ mi sarebbe troppa gran vergogna, considerato che coloro che l’hanno voluta, sono tutti giovani di diciotto in venti anni, e potrei diventare lor nimico; e poi la madre, i fratelli e gli altri miei parenti e consorti non ne sarebbono forse contenti, e anche forse la fanciulla non si contenterebbe di voi, potendo avere degli altri più freschi di voi. Rispose il conte: Carsivalo mio, tu di’ vero; ma tu potrai dire ch’ella sia donna di ciò ch’io ho al mondo. E per tanto io voglio che fra te e me ci troviamo modo. Disse Carsivalo: io son molto contento, e però pensiamci su stanotte, e domattina ciascuno ne dica il parer suo, e così sia fatto. Il conte non dormì in tutta notte, ma sopra questo fatto fece un bellissimo avviso; e la mattina vegnente chiamò Carsivalo, e disse: Io ho pensato un modo, che ti sarà una grande scusa e un grande onore. E Carsivalo a lui: Come? Soggiunse il conte: Fa che tu faccia bandire un torniamento, che chi vuole la figliuola tua per moglie, venga il tale dì e chiunque ne sarà vincitore, quegli l’avrà per moglie; e lascia poi fare a me, ch’io troverò modo di essere vincitore, e di questo sarai scusato da ogni persona. Carsivalo disse: Io son contento; e così si partì e tornossi a casa sua. E quando gli parve, e’ chiamò la donna sua, e altri suoi parenti e amici, e disse: E’ mi parrebbe tempo omai di maritare Lisetta; che modi vi pare da tenere, considerato a tanti chieditori, quanti noi abbiamo, e sono tutti vicini e nostri amici? E se noi non la diamo al tale e al tale, e diamla ad un altro, e’ ci sarà sempre nimico, perchè isdegnerà e dirà: Non sono io da tanto quanto colui? e così farà quegli e l’altro e quell’altro; e dove noi ci credessimo acquistare amici, acquisteremo nimici. E pertanto mi parrebbe che noi facessimo in questa primavera bandire un torniamento, che chiunque se la guadagnerà, quegli l’abbia con buona ventura. La madre e gli altri risposero ch’erano contenti che ciò si facesse, e così fu fatto. Carsivalo fece bandire questo torniamento, che chiunque volesse la figliuola per moglie, venisse il dì di calendi di maggio nella città di Marsiglia a un torniamento, e chi ne rimanesse vincente, colui l’avrebbe. Per che il conte Aldobrandino mandò in Francia pregando il re che gli piacesse di mandargli il più franco scudiere ch’egli avesse in fatti d’arme. Il re considerando che ’l conte era sempre stato servidore della corona, ed era eziandio parente, mandogli un suo scudiere, il quale s’aveva allevato infin di fanciullo, ch’aveva nome Ricciardo, ch’era disceso della casa di Mont’Albano, anticamente gentili e gagliardi; e gli comandò che facesse ciò che ’l conte Aldobrandino gli dicesse. Questo giovane se ne venne al conte, il quale gli fece grande onore, e poi gli disse tutto ’l fatto, perch’egli aveva mandato per lui. Disse Ricciardo: Io ebbi per comandamento dal re di fare ciò che voi mi comandaste, e però comandate, ch’io farò bene gagliardamente. Disse il conte: Noi ordineremo a Marsiglia un torniamento, del quale io intendo che tu sia vincitore; e poi io verrò su ’l campo a combattere teco, e tu farai sì che mi ti lascerai vincere, in modo ch’io sia vincitore del torniamento. Rispose Ricciardo, che egli era apparecchiato. Dove il conte lo fe’ restare celatamente in fin che fu il tempo, e poi gli disse: Togli quelle armi che tu vuoi, e vattene a Marsiglia, e fa vista d’essere un viandante con danari e cavalli a tuo senno, e fa che tu sia valent’uomo. Disse Ricciardo: Lasciate pur fare a me; e subito se ne andò nella stalla, e infra gli altri vide un cavallo, il quale era stato parecchi mesi che non s’era cavalcato; per che subito gli montò su, e tolse quella compagnia che gli parve, e andossene a Marsiglia, dove era fatto l’apparecchio grande per torniare. V’erano già venuti di molti giovani per combattere, e beato quegli che più bello e orrevole v’era potuto comparire, con tanti trombetti e pifferi, che tutto ’l mondo non era altro che suoni. E fu steccata una gran piazza dove si doveva fare il detto torniamento, con molti balconi intorno, dove stavano signori e donne e donzelle a vedere. E vegnendo il giorno di calendi di maggio, venne questa nobil donzella, dico Lisetta, la quale pareva un sole tra l’altre, tant’era compiutamente bella e onesta in ogni cosa. E così tutti coloro che la volevano per moglie, vennero nel torniamento con diverse divise e maniere, dandosi tra loro di grandissimi colpi. Venne questo Ricciardo al torniamento anch’egli su ’l detto cavallo, facendosi far piazza a ogni altro. E così durò il torniamento gran parte del giorno, e sempre questo Ricciardo n’era il vincitore, perch’egli era più pratico nell’armi che niuno degli altri, e gagliardamente assaliva e difendevasi bene, e voltavasi presto, come persona esperta in quel mestiere. E domandando l’un l’altro, chi era costui, fu detto ch’egli era un forestiero che v’era arrivato. E così rimase vincitore del campo, e tutti gli altri furono abbattuti, e uscivasi chi di qua e chi di là, perchè a’ suoi gran colpi non potevano reggere. Per che stette poco che il conte Aldobrandino entrò in campo tutto coperto d’armi e corse addosso a Ricciardo, e suona, e Ricciardo lui; e dopo molti colpi, com’era dato l’ordine, il detto Ricciardo si lasciò abbattere; e non fece mai cosa di ch’ e’ fosse peggio contento, perchè e’ s’era già innamorato della Lisetta; ma convennegli fare il comandamento del re e per conseguente il voler del conte Aldobrandino. Dove il conte rimase vincitore, e correva il campo con la spada in mano, e subito tutti i suoi scudieri e baroni si gli fecero incontra con molta festa. E quando egli si cavò l’elmo e fu conosciuto, ogni uomo si fe’ maraviglia di questo, e massimamente la donzella. E così il conte per questo modo ebbe per moglie la figliuola di Carsivalo, e menossela a casa, e di ciò fece fare festa e grandissima allegrezza. Fatto questo, Ricciardo se ne tornò in Francia, e il re lo domandò quel ch’egli aveva fatto. Rispose Ricciardo: Sacra Maestà, io vengo da un torniamento, il quale maliziosamente m’ha fatto fare il vostro conte. Disse il re: Come? E Ricciardo: Io sono stato ruffiano del conte; e contògli tutta la novella, di che il re si maravigliò. Ricciardo disse: Signor mio, non vi maravigliate di ciò che è accaduto, ma più presto maravigliatevi che io l’abbia fatto, per ch’io non feci mai cosa di che io avessi maggior dolore che di questa, tanto smisuratamente è bella colei che con sua malizia il conte Aldobrandino ha saputo avere. Dove il re pensò, e ste’ un poco, e poi disse; Ricciardo, non temere, che questo sarà stato buon torniamento per te; e bastiti questo. Ora avvenne che in poco tempo il detto conte Aldobrandino si morì senza reda [10] ; per ch’essendo rimasta vedova madonna Lisetta, il padre se la menò a casa, e quasi non le faceva motto nè carezze, com’egli soleva fare. Di che la fanciulla se ne cominciò forte a maravigliare in se medesima; e non potendo più sostenere, disse un giorno al padre queste parole: Padre mio, io mi maraviglio forte di voi, considerato ch’io soleva essere uno degli occhi del capo vostro, e meglio volevate a me che a niun figliuolo che voi aveste mai, e ogni ora che voi mi vedevate, tutto ’l cuore vi si rallegrava, cioè mentre fui donzella; ora, non so perchè si sia, e’ non pare che vi soffera il cuore di potermi vedere. Rispose il padre e disse: Tu non ti maravigli tanto di me, quant’io mi sono più maravigliato di te; perch’ io mi credeva che tu fossi savia, considerando il perchè, e con quanto ingegno io ti maritai a colui, solo affine che tu avessi figliuoli, acciocchè tu fossi rimasa donna e madonna di quella ricchezza; e per altro non lo feci. Rispose la figliuola: Padre mio, io ne feci ciò che si potè. Soggiunse il padre: Come può essere che nella corte sua non v’avesse o scudiere o cavaliere o famiglio che fosse atto a ciò? Rispose la figliuola: Padre mio, non vi crucciate di questo, ch’ io vi prometto che non rimase in casa nè cavaliere nè scudiere nè famiglio, a cui io non lo dicessi, nè mai nessuno mi volse credere. Per che il padre udendo questa piacevole risposta, tutto si rallegrò e disse: Io son contento, e promettoti di darti un marito sì fatto, che tu non avrai fatica a pregarne più nessuno, se non lui; e lascia fare a me. Ora avvenne che tutta l’eredità che fu del conte Aldobrandino pervenne al re di Francia, il quale ricordandosi della prodezza e cortesia ch’aveva fatto Ricciardo, subito mandò in Provenza a Carsivalo a significargli ch’egli voleva dare la figliuola sua a un suo scudiere, il quale ragionevolmente doveva essere suo marito. E Carsivalo intese subitamente il fatto; onde rispose al re che ne facesse alto e basso come gli piacesse. Il re montò a cavallo con grandissima baronia, e venne in Provenza, e menò seco Ricciardo, e fece questo parentado, cioè, che Lisetta fosse sua moglie. E poi lo fece conte; e donogli la contea che rimase del conte Aldobrandino. Questo parentado piacque a tutti, e massimamente a lei. E non fu mica bisogno che ella ne pregasse mai più nè famigli nè scudieri, però che l’uno e l’altro di loro due erano giovani e freschi, e ben gagliardi a fare ogni cosa; e così vissero insieme gran tempo in felicità e allegrezza.

Al fine della novella, disse Saturnina: Perchè ora tocca a me a dire, io ti vo’ dire una canzonetta, la quale io so che tu la intenderai meglio eh’ io te la saprò dire o pingere; e dice così:

Troverò pace in te, donna, giammai,

Che t’amo più che la mia vita assai?

Sì mi riscalda l’amoroso foco

De’ dolci sguardi ch’escon da’ tuoi occhi,

Ch’io non posso nè so ritrovar loco;

Tanto co’ tuoi bei raggi il cor mi tocchi,

Che veramente par neve che fiocchi

La saporita manna che mi dai.

Non ti ricorda con quanto disio

Io t’ho portato lealtade e fede,

E dietti me con l’alma e col cor mio,

Sempre sperando in te trovar mercede?

La tua discrezion questo ben vede,

E mal fai che pietà di me non hai.

Già sai tu ben quanta dolcezza porse

La tua dolce parola a la mia mente,

Quando dicesti senza nessun forse:

Sì, ch’io ti vo’per mio leal servente;

Adunque, donna, non t’esca di mente

Quel che con gli occhi e ’l cor promesso m’hai.

Io t’ho portato e porto quella fede

Che dee portare ogni leale amante;

Per che mi credo ancor trovar mercede

Da le tue braccia preziose e sante.

Non posso più portar le pene tante

Se prima qualche grazia non mi fai.

Vanne, ballata, a quella ch’ha il mio core,

E fatta è donna dell’anima mia;

Dille da parte del suo servidore,

Ch’ella farebbe oggi mai cortesia

Ad esser verso lui alquanto pia,

Poi ch’egli è suo, e sarà sempre mai.

Posto fine alla canzonetta, i detti due amanti si presero per mano, dicendo l’uno all’altro che questo era loro grandissimo spasso e consolazione, considerato i dolci e piacevoli ragionamenti ch’essi avevano insieme; e così s’accomiatarono, e ciascuno si partì.

 GIORNATA QUINTA

NOVELLA I.

Tornati il quinto giorno i detti due amanti all’usato parlatorio, cominciò frate Auretto e disse: perchè e’ tocca oggi a cominciare a me, io voglio che noi lasciamo il ragionare d’amore, e cominciamo un poco a parlare più morale e più istoricamente; il che ci sarà riputato a maggior virtù, e sarà di più frutto; e voglio dirti una istoria romana, la quale è questa.

Nella città di Roma fu già un nobilissimo cittadino, il quale ebbe nome Crasso, che, secondo che conta Tito Livio nelle sue istorie, fu il più avaro uomo che avesse mai il mondo, perchè non era niuna cosa ch’egli non avesse fatta e consentita per danari. Ora avvenne che avendo briga il popolo di Roma con quello di Velletri, il quale è presso a Roma quindici miglia, ed essendo durata gran tempo la guerra e nimistà, ebbe in Velletri due uomini, i quali si posero in cuore con loro industria di vituperare il comune di Roma. E fecero in Velletri raunare il consiglio, e proposero come eglino volevano fare una gran vergogna e danno al comun di Roma; ma volevano cinquanta mila fiorini innanzi, e dicevano, dove eglino non lo facessero, di pagarne cento mila. Ove fu deliberato per lo comune di Velletri che a questi due fosse dato ciò ch’eglino addomandavano; e così fu fatto, e dato loro i cinquanta mila fiorini, e detto: Andate e fate valorosamente quel che avete promesso. Per che questi due valentuomini, de’ quali l’uno aveva nome Chello e l’altro Giano, tolsero questi danari, e entrarono in mare e andarono a Pisa, e quivi comperarono quattro cavalli, e vestironsi con nuovi abiti, e con barbe ed erbe si trasfigurarono sì, che persona del mondo non gli avrebbe mai conosciuti, e tolsero due famigli e dissero loro: Se nessuno vi domandasse chi noi siamo, dite loro che noi siamo indovini, che vegniamo di strani paesi, e andiamo a Roma. E montarono a cavallo coi famigli, e non ristettero che giunsero a Roma; e segretamente sotterrarono in più luoghi fuor di Roma molti fiorini, cioè in un luogo sei mila, in un altro dieci mila, e in un altro venti mila, in certi vasi di rame fatti all’antica, e poi cominciarono a usare nella corte di Crasso. Per che veggendosi il nuovo abito, e la bella continenza [11] che costoro tenevano, furono domandati più volte i famigli loro, chi egli erano; ove i famigli rispondevano ch’egli erano indovini di lontani paesi venuti a Roma. Ove fu detto a Crasso, come nella corte sua erano venuti due indovini; per che lui subito mandò per loro, e domandogli d’onde egli erano, e quel ch’eglino andavano facendo. Essi risposero: Noi siamo da Toleto, e sappiamo indovinare, e trovare danari dove che fossero sotterra. E perchè abbiamo veduto che a Roma ce ne sono molti sotterrati per le gran ricchezze degli antichi passati, ci siamo voluti venire, e anco per vedere la vostra magnificenza. Crasso disse fra sè: Costoro son quelli che mi sazieranno di quello ch’io ho voglia, e comandò che fosse fatto loro grande onore, e disse che voleva vedere di questa loro arte qualche esperienza; e fece loro assegnare una camera, e di continuo gli aveva a mangiar seco. Ora avvenne che una notte, quando parve loro tempo, eglino chiamarono Crasso, e mostrogli una stella, dissero: Noi veggiamo per influenza di quella stella, che sotto a piombo a lei è sotterrata una quantità di danari. Disse Crasso: Ben, questi danari come si potrebbono trovare? Risposero costoro. Lasciate fare a noi; mandate pur con noi de’ vostri famigli e più segreti che avete; e così fu fatto. Costoro uscirono fuor di Roma in quel luogo dov’egli avevano sotterrati quei sei mila fiorini, e quando eglino giunsero appresso, ed eglino fecero tirare addietro tutti i famigli, e fecer vista con loro geometria e aritmetica di misurare e squadrare il cielo con loro atti e segni. E poco stando, dissero a que’ famigli: Cavate qui; e cavando, trovarono una pignatta di metallo, nella quale eran dentro questi danari, e subito tornarono a Crasso, e diedergli questi danari. Crasso se ne fe’ gran maraviglia, e domandò questi suoi famigli come il fatto era ito, ed eglino dissero tutti i modi ch’egli avevano tenuti. Crasso disse: Per certo son costoro quelli ch’io vo caendo [12] ; e cominciò tenere alla tavola sua, e continuamente faceva loro grande onore. Costoro parlavano poco, e stavano soletari; e quando parve loro, ed eglino fecero il simigliante modo, e dissero a Crasso: Signor nostro, e’ corre un pianeta, nel quale è una stella che mostra un luogo dov’è certa quantità di moneta, e però vi vogliamo andare. Crasso fece accendere doppieri, e mandò certi suoi famigli con loro. Costoro andarono al palazzo maggiore, ch’era disfatto, e fecero il simigliante modo con loro atti e cenni, e poi dissero: Cavate qui: e cavando, trovarono dieci mila fiorini, e tostamente tornarono a Crasso e glie li diedero. Per che veggendo questo Crasso, gli parve un grandissimo fatto, e disse tra sè: Costoro mi faranno il più ricco uomo del mondo di danari; e così dava loro molta fede. E quando parve loro, andarono un’altra volta a quel medesimo modo per quindeci mila fiorini, ch’egli avevano posti in un altro luogo; e Crasso veggendo questo, era il più contento uomo del mondo. Era nel Campidoglio una torre, che si chiamava la torre del tribuno nella quale erano intagliati dal lato di fuori di metallo tutti coloro ch’ebbero mai trionfo o fama; ed era tenuta questa torre la più degna cosa che avesse Roma: Ove questi due indovini imaginarono di farla andare a terra; e dissero un dì a Crasso: Signor nostro, noi troviamo che sotto la torre del tribuno, ha molta quantità di tesoro. Disse Crasso: Ben, che modo trovereste a trarnegli fuori? Risposero costoro: Sappiate da’ maestri, se potessero cavarla, e metterla in puntelli da due lati; e fatto questo, noi ne caveremo fuori quel tesoro che v’è, e poi la potrete fare rifondare. Crasso mandò subitamente per due valenti maestri, e chiese loro consiglio di questo fatto. Ove eglino risposero che si poteva cavarla da due lati e puntellarla, e poi rifondarla. Per che Crasso la fece cavare e mettere in puntelli; e per poter ciò fare più segretamente, fece fare un palancato di legname intorno che si serrava a chiave; e fattolo, diede la chiave a questi due indovini, i quali stettero co’ maestri a farla cavare e mettere in puntelli segretamente. E poichè fu cavata, questi due che avevano la chiave della cava, come è detto, quando parve loro tempo, misero molta stipa a questi puntelli, e temperarono fuoco con zolfo ed esca, acciocchè penasse infino alla mattina a cadere; e questo fecero per potersi dilungare da Roma un gran pezzo. E poi ch’egli ebbero acconcio il fatto a lor modo, eglino vi cacciarono fuoco, e serrarono e suggellarono ben l’uscio, e montarono su due buoni corsieri e tornaronsi a Velletri. L’altro giorno, essendo raunata molta gente, perch’era il mercato a questo Campidoglio, in sulla mezza terza questa torre cadde giù in terra, ed ammazzò parecchi centinaia di persone, e infino a Vettetri si sentì il gran fracasso, e videsi il polverìo che fe’ questa torre. Ove di questo si fece in Velletri grande allegrezza, e poi scrissero al popolo di Roma tutto ’l fatto, come egli stava, e come eglino avevano guasto con loro danari la più nobile e la maggior dignità che avesse Roma. Per che il popolo veggendo questo, corsero a furia al palazzo di Grasso, e tutti di accordo gli levarono la vita.

NOVELLA II.

Detta la novella, cominciò Saturnina e disse: Per certo molto mi piace il ragionamento che tu hai cominciato a fare; e però ancora io ne dirò una che intervenne a Roma, per lo modo che udirai, la quale son certa che ti piacerà; perciò ch’io veggo che t’è rincresciuto il parlare d’amore, bench’egli è anco più leggiadro il mutar maniera, perchè a chi ne piace una e a chi un’altra, e però io ti dirò la mia.

In Roma furono due carissimi compagni, dei quali l’uno aveva nome Ianni e l’altro Ciucolo, i quali erano ricchi ed agiati dell’avere di questo mondo, e usavano insieme il dì e la notte, e volevansi meglio che se fossero stati fratelli; e ciascun di loro teneva assai bello stato e bella vita, perchè erano gentili di nazione e cavalieri di Roma. Ora essendo un giorno insieme, disse l’uno all’altro: Interviene a te come a me? Rispose l’altro: E che? Ch’io disse, non possa fare tanta masserizia [13] , che in capo dell’anno io avanzi niente, anzi mi trovo sempre in debito. Soggiunse l’altro. In buona fe’ ch’io mi trovo in casa la più perversa moglie che io credo che al mondo sia, imperocchè ella non è femina, anzi è il diavolo. Io non posso farle tanti vezzi, che io possa viver con lei, tanta è malamente perversa; e sera e mattina io ho delle brighe da lei, più ch’io non vorrei, sì che io non so che modi mi tenere con lei. Rispose Ianni: Io voglio che noi andiamo ad averne consiglio sopra questi nostri fatti, tu del tuo, e io del mio. Disse Ciucolo. E’ mi piace, e son contento; e mossersi e andarono a un valent’uomo, il quale aveva nome Boezio. E giunti a lui, disse Ianni: Signor nostro, noi siamo venuti a voi per aver consiglio; ch’io fo tutto l’anno masserizia, e sempre mi trovo in debito, considerata l’entrata ch’io ho; di che forte mi maraviglio. Disse Ciucolo: Ed io ho la più perversa e la più stizzosa moglie che sia al mondo. Boezio disse a Ianni: Lievati per tempo; e a Ciucolo disse: Va al ponte a Sant’Agnolo; e andatevi con Dio. Costoro si maravigliarono, e dicevano fra loro: Costui è una bestia. Che cosa è questa, quando io lo domando della masserizia mia, ed e’ mi dice: Lievati per tempo; e a te dice che tu vada al ponte a Sant’Agnolo? e partironsi facendo beffe di lui. Ora avvenne che Ianni si levò una mattina per tempo, e nascosesi dietro all’uscio, e stavasi; onde ei vide uno de’ suoi famigli che portava sotto un grande orciuolo d’olio, e l’altro ne portava un pezzo di carne secca. Per che Ianni vi tenne mente più mattine, e vedeva quando le fanti, e quando la cameriera, chi ne portava grano e chi farina, e chi una cosa e chi un’altra. Dove e’ disse fra se medesimo: Non è maraviglia s’io non avanzo niente in capo dell’anno. E subito chiamò il fante suo e disse: Vatti con Dio, e fa che io non ti vegga in questa casa più. E poi chiamò le fanti e la cameriera, e disse loro il simile, e mandò via ognuno, e si fornì di famigli e fanti nuovi, e cominciò badare a’ fatti suoi, e in capo dell’anno si trovò avanzato, dove egli si trovava prima con perdita. E un dì trovò questo suo compagno, e dissegli ciò ch’egli aveva trovato per levarsi per tempo. Ove Ciucolo disse: Per certo io vo’ provare ciò che Boezio mi disse; e l’altro dì se n’andò al ponte Sant’Agnolo, e posesi a sedere, e stavasi. Avvenne che un vetturale passò con parecchi muli carichi, dove l’uno di questi muli aombrò, e non voleva passare; e ’l vetturale lo prese per lo cavicciuolo per farlo passare il ponte, e non c’era modo, perchè quando più lo tirava innanzi, e ’l mulo più si tirava addietro. Il vetturale si cominciò a stizzare e dargli, e ’l mulo ne faceva di peggio. Quando il vetturale ebbe assai sofferto, tolse la stecca con ch’egli lega le balle, e dagli di sotto, da lato, per lo capo e per le coste, e quivi si svelenava sopra di questo mulo; e brevemente, e’ gli ruppe quella stecca addosso, ove il mulo diventò maniero [14] , e pure passò questo ponte, dove il vetturale le fe’ passare parecchie volte di qua e di là; e quando e’ vide che al mulo era uscita la pazzia della testa, e’ s’andò per li fatti suoi. Ciucolo vide ciò che il vetturale aveva fatto al mulo, e partissi, e disse fra se medesimo: Or so io ciò che ne ho a fare; e torna a casa ratto sopra questo pensiero. La moglie, com’e’ fu giunto, cominciò a gridare e a dirgli villania, e a domandargli per ch’egli era stato tanto a tornare. Il marito sofferiva e stava cheto e costei pur bolliva. E ’l marito le disse: Sta cheta, se non, che tu potresti avere la malaventura. Oimè! disse la moglie; avresti tu tanto ardire che tu mi ponessi le mani addosso? che pure del detto te ne potresti pentire. Disse il marito: Guarda che tu non mi riscaldi, ch’io ti darò il mal dì. Rispose la donna: S’il credessi che tu avessi pelo addosso che ciò pensasse, io lo manderei a dire a’ miei fratelli, che ti governerebbono sì, che tu non saresti mai lieto; e anco non sai tu quello che t’incontrerà di quello che tu mi hai detto. Il marito disse: Se’ tu il diavolo? e levossi ritto, e suona costei, ed ella gridava e faceva gran romore. Allora e’ pigliò un bastone, e corsele addosso, e dalle e ridalle per le spalle, per le braccia e per lo capo. E quando il bastone fu rotto, e’ ne prese un altro, e dagliene; ove costei cominciò a gridare: Misericordia! misericordia! e allora le dava più forte, dicendo: Per certo e’ convien ch’i’ t’uccida. E la donna veggendo l’animo del marito, essendo tutta rotta, tosto s’inginocchiò e disse: Marito mio, non mi dare più che tu troverai ch’io non sarò più bizzarra. Dove il marito, per cavarle ben la bizzarria del capo, la fece trottare e ambiare parecchi volte in qua e in là per la sala, tuttavia porgendole di questo bastone a due mani. E questo fu in quel benedetto punto che la donna sognava di fare tutte quelle cose che piacessero al marito; e diventò la più mansueta femina e la più umile che fosse in tutta Roma. E a questo modo cavò Ciucolo la bizzarria del capo alla moglie; e dove egli viveva prima sempre in guerra e in mala ventura con la donna sua, da quel punto innanzi visse sempre in pace e in amore. E però chi ha la moglie ritrosa, pigli esempio da Ciucolo, com’egli prese dal vetturale.

Posto fine alla novella, cominciò frate Auretto e disse: Bene operò la medicina di Ciucolo, e veramente ell’è delle sane medecine che siano al mondo a chi ha la moglie perversa. Ma perchè oggi tocca a me a dire una canzonetta, eccola, per uscir teco dell’obbligo mio.

Apri il dolce arco; o caro signor mio,

E fa costei sentir quel che sent’io.

O tu risana le crudel ferute

Che nel centro del core han fatto nido,

O tu dimostra in lei la tua virtute,

Sì ch’ella senta quel che sentì Dido.

E questo è quel che giorno e notte i’ grido:

Mercè, mercè, mercè, signor, per Dio.

O cor di marmo, o di diamante, o sasso,

O donna, che sei serpe diventata,

Fatta sei sorda, e vai col capo basso,

Perchè durezza t’ha fatta spietata.

Piacesse a Dio che tu non fossi nata,

O tu sentissi al cor quel che sento io!

Se tu trapassi la tua vaga etade,

Che tu non senta d’amor la saetta,

E non avrai del servo tuo pietade,

Mentre che tu ti trovi giovenetta,

Se tu c’invecchi, ne vedrai vendetta.

Or si vedrà se avrai l’animo pio.

Ballata mia, se tu saprai ben dire,

Or m’avvedrò se grazia troverai:

E ponti in cor di mai non ti partire

Da quella donna, lasso! che tu sai,

Se qualche grazia da lei tu non hai,

Che sia conforto a l’afflitto desio.

Finita che fu l’amorosa canzonetta, i detti due amanti si presero per mano, ringraziando l’un l’altro, e con molta riverenza tolsero combiato [15] , e ciascuno si partì con buona ventura.

GIORNATA SESTA

NOVELLA I.

Ritornati poi i detti due amanti il sesto giorno all’usato parlatorio, con molta allegrezza cominciò Saturnina e disse così: Perchè e’ tocca oggi a me a dire la novella, te ne vo’ dire una, la quale credo che ti piacerà.

Già non è molto tempo che furono in Parigi due grandissimi e valent’uomini, e nell’una e l’altra ragione dottori, l’uno de quali aveva nome messere Alano, e l’altro messer Gio. Piero; in verità la Cristianità non avea allora i più valent’uomini di costoro. Questi due sempre s’astiavano insieme; ma pure messere Alano vinceva, perch’era il maggior rettorico del mondo, e aveva più sentimento che messer Gio. Piero, il quale quasi era eretico, e più volte avrebbe messo confusione nella fede nostra, se non fosse stato messere Alano, il quale la sosteneva, e riparava a tutte le sue quistioni. Avvenne che questo messere Alano volle venire a Roma per visitare quelle sante reliquie, e per vedere il papa e la sua corte; però mossesi da casa con molti famigli e bene in arnesi, e andonne a Roma e visitò il papa, e vide la corte sua, e come ella si reggeva; e forte si maravigliò, considerando che la corte di Roma dee essere fondamento della fede, e mantenimento della cristianità, ed egli la trovò tanto vituperosa e tanto piena di simonia. Per la qual cosa e’ si partì da Roma, e deliberò d’abbandonare questo mondo, e di darsi al servizio di Dio. Essendosi dunque partito di Roma e venendosene co’ famigli suoi, quando fu presso a San Chirico di Rosena, disse loro: Avviatevi innanzi e pigliate l’albergo, e me lasciate a mio agio. I famigli s’avviarono innanzi e andaronsene a San Chirico; e come messere Alano li vide partire, uscì fuor di strada, e tenne verso la montagna, e tanto cavalcò che s’abbattè la sera a un pecoraio. Messere Alano smontò, e stette quella sera con lui, e poi la mattina gli disse: Io ti vo’ lasciare questi miei panni e questo cavallo, e tu mi dà i tuoi. Il pecoraio credette ch’egli facesse beffe di lui, e disse: Messere, io v’ho fatto onore di quel ch’io ho potuto; piacciavi di non vi far beffe di me. Messere Alano si spogliò i panni di dosso, e poi fece spogliare questo pecoraio, e lasciògli il cavallo e ogni sua roba, e tolse i panni e le scarpe e ’l bottaccio del pecoraio, e misesi in camino alla ventura. I famigli suoi veggendo che non tornava, cercarono per lui, e non lo trovando, s’imaginarono poi, perchè il camino non era sicuro, che e’ fosse stato rubato e morto; e così stettero alcun dì, e poi si partirono e tornaronsi a Parigi. Ora messere Alano essendosi partito del pecoraio, giunse la sera a una badia ch’era in Maremma, e chiedendo del pane per amor di Dio, l’abate lo domandò se e’ voleva stare con altrui. Rispose messere Alano, che sì. Disse l’abate: Che sai tu fare? Rispose messere Alano: Signor mio, io saprò fare ciò che voi mi insegnerete, All’abate parve che costui fosse una buona persona, e tolselo, e cominciollo a mandare per le legne. Costui cominciò a far sì bene, che quanti ne stavan nel munistero gli volevano bene, perch’e’ faceva volentieri ciò che gli era comandato, e non si vergognava e non s’infigneva [16] di durare fatica, e di por mano a ciò che v’era a fare. Dove l’abate veggendo l’umiltà sua, lo fece coviere [17] del monistero, non sapendo chi e’ si fosse, e posegli nome don Benedetto. E la vita sua era questa, di digiunare continuamente quattro dì della settimana, e mai non si spogliava e sempre stava gran parte della notte in orazione, nè mai cosa che gli fosse detta o fatta si crucciava, ma lodava ogn’or Cristo. E a questo modo aveva deliberato di servire a Dio; tal che l’abate gli voleva tutto ’l suo bene, e tenevalo molto caro. Ora avvenne ch’essendo i suoi famigli tornati a Parigi, dicendo che messere Alano era morto, fessene in Parigi grandissimo lamento per tutti i valentuomini, considerato che avevano perduto il più valente dottore che avesse il mondo. Ove questo messer Gio. Piero sentendo che messer Alano era morto, funne molto allegro, e disse: Oggi mai potrò io fare quel ch’io ho più volte disiato. E si mise in ordine e andonne a Roma, e quivi propose in concistoro una questione che era molto contro la fede nostra, e voleva e cercava di mettere eresia nella Chiesa di Dio con le sue sottigliezze. Di che il papa ebbe il collegio dei cardinali, ove deliberarono di mandare per tutti i valent’uomini d’Italia, i quali venissero a un concistoro, che il papa voleva fare per rispondere alla questione che messer Gio. Piero aveva proposto contra la fede. Dove tutti i vescovi e gli abati, e gli altri gran prelati che fossero decretalisti, furono citati che venissero in corte. Ove tra gli altri fu citato questo abate, con cui stava messer Alano. E mettendosi in punto per andare a Roma, e messer Alano udendo dire per che egli andava, chiese di grazia all’abate d’andare con lui. L’abate gli disse: Che vuoi tu venire a fare, che non sai pur leggere? e là saranno i più valent’uomini del mondo, e non vi si favellerà se non per lettera, sì che tu non intenderesti cosa che vi si dicesse. Rispose messer Alano: Messere io vedrò almeno il papa, ch’io non lo vidi mai, e non so come si sia fatto. Ove veggendo l’abate la volontà sua, disse: Io son contento che tu venga; ma saprai tu governare il cavallo? Rispose messer Alano: Messer sì. E quando fu tempo, l’abate si mosse e menò seco messer Alano: e giunto a Roma, essendo dato l’ordine il dì che si doveva fare questo concistoro, e che ognuno potesse andare a udire quello che colui proponeva, messer Alano chiese di grazia all’abate che lo menasse con lui a questo concistoro. Disse l’abate: Se’ tu matto? come credi tu ch’io ti menassi colà, dov’è il papa, i cardinali e tutti i valenti signori? Disse messer Alano: Io verrò sotto la cappa vostra, e non sarò veduto, però ch’io son picciolo e sparuto. Rispose l’abate: Guarda tu che quei portinari e mazzieri non ti dieno parecchi mazzate. Disse messer Alano: Lasciate fare a me. E come l’abate andò a concistoro, essendo gran calca all’entrare, cacciossi prestamente sotto la cappa dell’abate ed entrò con gli altri. L’abate fu posto a sedere con gli altri abati nel grado loro; e messer Alano stava fra le gambe sotto la cappa dell’abate, e teneva gli occhi alla finestrella, e stava attento per udire la quistione che vi si proponeva. Di che poco stando, ecco venire a concistoro messer Giovan Piero, e montò in ringhiera in presenza del papa e de’ cardinali, e di tutti gli altri ch’ivi erano, e propose la sua quistione, provandola con sue ragioni maliziose e sottili. Messere Alano subito lo conobbe, e veggendo che nessuno si levava a fargli la risposta o arguirgli contra, e che nessuno aveva ardire di rispondere, mise il capo fuori della finestrella della cappa dell’abate e gridò forte: Giube. L’abate alzò la mano, e diègli un grande scappezzone, e disse: Sta cheto, che Dio ti dia il mal anno, vuomi tu vituperare? Onde che chiunque era quivi presso, guardava l’un l’altro dicendo: Onde uscì quella voce? Messer Alano poco stante rimise il capo fuori e disse: Santissime pater, audiatis me: di che l’abate si tenne vituperato, perchè ognuno il guardava, dicendo: Che è quello che voi avete sotto? L’abate disse ch’egli era un suo converso ch’era matto; di che gli fu cominciato a dire villania, dicendo: Come menate voi i matti a concistoro? Ove trassero oltre que’ mazzieri per dargli e per mandarlo fuori. Messer Alano, per temenza di non avere delle busse, gittossi fuori della cappa dell’abate, e dando tra quei vescovi, se n’andò a’ piedi del papa; di che si levò gran risa per tutto il concistoro, e fu presso l’abate a essere cacciato fuori, perchè e’ s’aveva menato dietro colui. Ora essendo messer Alano a piè del papa, domandò licenza di poter dir l’animo suo sopra questo fatto, e ’l papa gliela diede. Messer Alano montò in ringhiera, e replicò tutto ciò che colui aveva detto, e poi a parte a parte venne determinando la quistione con ragioni vive e naturali; di che tutto il collegio si cominciò a maravigliare, udendo il pulito latino ch’egli aveva in bocca, e’ begli argomenti che faceva alla quistione. Ove ognuno diceva: Veramente questo è l’Agnolo di Dio che c’è apparito. E udendo il papa l’eloquenza sua, ringraziava Dio. E così avendo questo messer Alano confuso messer Gio. Piero, egli era smemorato, veggendo che l’aveva confuso, e disse: Veramente tu sei lo spirito di messer Alano, o tu se’ qualche spirito maligno. Rispose messer Alano: Io son Alano, che altre volte t’ho fatto star cheto; ma tu se’ veramente spirito maligno, che volevi mettere la Chiesa di Dio in tanta eresia. Rispose messer Gio. Piero: S’io avessi creduto che tu fossi stato vivo, io non ci sarei mai venuto. Il papa volle sapere chi costui era, e fe’ chiamare l’abate, e domandò come costui gli venne alle mani. Disse l’abate: Santissimo padre, io l’ho tenuto per mio converso, già è buon tempo; e quanto a me, io credeva ch’e’ non sapesse pur leggere, e non trovai mai uomo di tanta umiltà quanto lui, e sempre affannarsi a far delle legna e spazzare la casa, e rifare le letta, e servire gl’infermi, e governare il cavallo; e quanto a me, pareva un semplice uomo. Il papa udendo la vita santa ch’e’ teneva, e veggendo le virtù sue e sapiendo chi egli era stato, lo volse far cardinale, con fargli grandissimo onore, dicendogli: Se tu non eri, la Chiesa di Dio era in grandissimo errore; e però io voglio che tu ti rimanga in corte. Rispose messer Alano: Santissimo padre, io intendo di vivere e morire in questa vita contemplativa, e non tornare più al mondo; anzi intendo di tornarmi col mio abate alla badìa sua, e di seguire la vita ch’io ho cominciata, ed essere sempre al servigio di Dio. L’abate si gl’inginocchiò ai piedi, pregandolo che gli perdonasse, conciofossecosa che non lo aveva conosciuto, e massimamente dell’orecchiata che gli aveva data. Messere Alano disse: Non accade perdono a questo, però che ’l padre dee gastigare il figliuolo; e presero commiato dal papa e da’ cardinali, e tornaronsi alla badia l’abate con messer Alano. E l’abate gli portò sempre singolarissima riverenza, e quivi visse in santa e buona vita, e compilò e fece parecchi bei libri sopra la fede nostra. E mentre ch’ e’ visse in questo mondo, tenne sì fatta vita, che alla sua fine egli ebbe il merito e la gloria di vita eterna.

NOVELLA II.

Venuta che fu la Saturnina al fine della sua novella, cominciò frate Auretto e disse: Certo che questa è stata una bellissima, dilettevole e santa novella, ed a me è piaciuta quanto alcun’altra mai io udissi. Ora io te ne vo’ dir una, la quale quantunque non sia bella come la tua, pur credo che ella non ti debbia dispiacere: e dice così.

In Milano fu già un cittadino ch’ebbe nome Ambruogio, il quale era il più innanzi che fosse nella corte del suo signore, ch’era messer Bernabò Visconte, e quegli a cui il signore voleva meglio, e quasi tutti i segreti del signore erano nel petto di costui. Aveva questo Ambruogio un suo luogo presso a Milano, e confinava con una donna vedova, che aveva nome madonna Scotta; e volendo fare un suo giardino, gli mancava terreno; ond’egli il domandava alla donna, che le piacesse vendergliene tanto, che si potesse acconciare, e pagassesi a suo senno. Rispose la donna che non voleva venderne punto, però che quel podere era la dote sua, e non la voleva scemare, nè sconciar sè per acconciare altri. Che costui la riprovò più volte, e fece pregare e riprovare assai, volendone dare più danari assai che non valeva. Di che la donna avendo cominciato a dire di no, non disse mai altro. Ambruogio veggendo la durezza di costei, e considerando il bisogno suo, tolse un mezzo staioro [18] di terreno a questa donna, e fece mettere i termini e acconciare il suo giardino. La donna veduto ciò, cominciò a piagnere e dolersi, e andossene a un frate minore, il quale era suo divoto, per lo cui senno la donna si reggeva, e dissegli tutto il fatto com’egli era. Il frate voleva bene alla donna, e male a colui, però che altra volta ne aveva avuto gelosia; e per fare male, e non come buono uomo, disse alla donna, che lasciasse fare a lui. La donna gli rispose; Io non farò più alto nè più basso che voi vogliate; come è la regola generale delle donne, che comunque elle rimangono vedove, subito diventano fratesche. Ora avvenne che ’l frate appostò un dì che ’l signor messer Bernabò era crucciato, e cavalcando per la terra, la donna e ’l frate si gli gittarono al freno del cavallo, e disse il malizioso frate: Signore, noi sappiamo che voi siete tènero e pietoso delle vedove e dei pupilli, e però piacciavi d’udire questa donna vedova. Messer Bernabò tenne il cavallo, e la donna disse piangendo: Signor mio, fatemi ragione, però che il tale vostro cortigiano m’ha tolto un pezzo di mia terra. Il signore veggendo la pietà di questa donna, volsesi a un suo scudiere e disse: Rammentamelo quando noi saremo a corte. E come fu smontato, mandò per questo Ambruogio, e domandollo s’egli era vero ch’egli avesse tolto niente di terra a quella donna. Rispose, che sì. Messer Bernabò fece rimontare a cavallo ogni uno, ed egli ancora montò a cavallo, e menò seco questo Ambruogio e disse: Io voglio vedere questo terreno. E come e’ giunse al luogo dov’era questo fatto, messer Bernabò chiamò Ambruogio e disse: Dimmi dov’era prima il confine tra te e lei. Ambruogio glie lo mostrò e disse: Signore, qui era, e tanto glie ne tolsi. Il signore fece venire una vanga e una zappa, e poi disse a questo Ambruogio che cavasse lì dov’era il confine tra lui e la donna. Costui cominciò a cavare, e fece egli stesso una gran fossa, e sempre il signore gli era sopra capo. E quando egli ebbe cavato quello che piacque al signore, egli lo fe’ pigliare, e senza niuna redenzione lo misero col capo di sotto in quella fossa propaginato [19] , e poi comandò ch’e’ non fosse tocco per persona, e tornossi a corte, e lasciarono stare quel corpo così propaginato per termine [20] . Questo fu tenuto un gran fatto, e funne quel frate molto biasimato, ed eziandio la donna, ma pure il frate ne fu piò accagionato. Avvenne che in quello anno medesimo il capitolo generale dell’ordine de’ frati minori si fece a Milano; perchè tutti i frati conventuali si raunarono insieme, e mandarono al signore, significandogli che s’appressava il tempo e ’l termine del capitolo; e per la moltitudine de’ frati che v’erano per venire, eglino si raccomandavano però che avevano bisogno di molte cose; e per ciò ricorrevano a lui per l’aiuto suo, raccomandandosigli per amor di Dio. Avendo messer Bernabò udita l’ambasciata di questi frati, rispose loro e disse: Andatevi con Dio, e io vi manderò rispondendo di mia intenzione per un mio messo. Per che i frati s’andarono con Dio; e poco stante messer Bernabò chiamò un suo cavaliere di corte e disse: Va al luogo de’ frati minori, e di’ loro per mia parte che noi provederemo bene a’ lor bisogni, e massimamente al fatto delle femine, delle quali io son certo che sarà il maggior bisogno ch’egli abbiano. Il cavaliere se ne andò al luogo de’ frati, e tutti li fece raunare, e poi disse: Il signor messere Bernabò vi manda rispondendo, che provederà bene ai bisogni vostri, e massimamente a quello delle femine, il quale e’ sa che sarà il maggior bisogno che voi abbiate, però che voi ne siete molto vaghi, e quelle che voi avete non basterebbono. Allora i frati guardavano l’un l’altro, e non dicevano niente, se non quel frate che fu cagione della morte d’Ambruogio, il quale disse: Qui de terra est, de terra loquitur; e nessuno fu più che dicesse niente, e tutti si partirono senza fare altra risposta al cavaliere. Il quale tornò al signore e disse com’egli aveva detto loro. Disse messer Bernabò: Che risposta ti fecero? Disse il cavaliere: Nessuna, salvo che vi fu un frate che disse: Qui de terra est, de terra loquitur. Messer Bernabò di subito mandò per questo frate, e senza dirgli nessuna altra cosa, fece scaldare un ferro, e feglielo mettere per l’uno orecchio e riuscire per l’altro, acciò ch’e’ non udisse mai più. Il frate visse a stento alquanti dì, e morissi quasi disperato Ed ogni persona quasi ne fu lieta, perchè egli era stato cagione della morte d’Ambruogio come io dissi di sopra.

Giunto frate Auretto al fine della sua novella cominciò la vezzosa Saturnina una canzonetta, che dice così.

Donna che segue Amor, non mostri altiera,

Ma il core abbia gentile, e sia maniera [21] .

Se fra gli amanti vuol fama acquistare,

Non sia superba, e non viva sdegnosa:

Quando si vede saviamente amare,

Diventi onestamente graziosa;

E secondo ch’è il merto sia pietosa,

Sì ch’andar possa con allegra ciera.

Quanto sta male a donna esser crudele,

Volendo saviamente amor seguire!

Ma viva pur senza aver nessun fele,

E faccia il don secondo ch’è il servire;

E questo è il modo a volere ubbidire

Iddio d’Amore, ed esser di sua schiera.

Quante ne passan la novella etade,

Che piangon poscia il lor tempo perduto!

Ch’hanno usato agli amanti crudeltade

Nel vago tempo, e non l’han conosciuto.

Donne, chi ha d’Amore il cor fronzuto,

-  Pigli partito, e non s’indugi a sera.

Ballata mia, a le donne eccellenti

Ti farai serva, e a l’altre non parlare;

E se trovassi di quelle valenti

Che si voglion di nuovo innamorare,

Con lor ti posa, e statti a ragionare;

Che crudeltà non sia di lor bandiera.

Detta la canzona, i due amanti posero per quel giorno fine al loro diletto e ai loro ragionamenti, e con molta riverenza ringraziò l’un l’altro, lodando il Dio d’Amore, che gli aveva congiunti a tanto intrinseco piacere; e ciascuno si partì con buona ventura.

GIORNATA SETTIMA

NOVELLA I.

Tornati i detti due amanti all’usato parlatorio il settimo giorno, cominciò frate Auretto e disse così: Perchè tocca oggi cominciare a me, io ti vo’ dire una crudeltà che fece un Romano d’una sua donna.

Egli ebbe a Roma, non è molto tempo, un cavaliere, ch’aveva nome messer Francesco Orsino da Monte Giordano, il quale aveva una sua donna chiamata madonna Lisabetta, bella, savia e costumata assai, ch’era stata con lui buon tempo, e di lei aveva avuto due figliuoli maschi. Avvenne che un giovane s’innamorò di questa donna, e la donna di lui, e per non si sapere portar saviamente e copertamente, fu detto più volte a messer Francesco; ed egli non lo poteva credere, considerando che quel giovane non era bello nè gentile nè ricco, e anco perchè questo giovane mostrava esser molto amico suo e servitore. Accadde pure che un suo fattore se n’avvide, e disselo a messer Francesco, il quale gli disse: Fa che tu stia alla posta sì, che tu vel vegga entrare, e poi vien per me, però ch’io voglio vedere; altrimenti non lo crederò mai. Disse il fattore: E sarà fatto. Messer Francesco fece un dì vista d’andare a un suo castello, e montò a cavallo con parecchi compagni, e la notte vegnente tornò in Roma, e stette nascoso infin che ’l fattore venne per lui. Sì che messer Francesco vide questo giovane nella camera con la donna sua scherzare, e ’l detto amante diceva: Di chi è questo bocchino? e baciavala; e la donna gli rispondeva: Egli è tuo; e questi occhi ladri? sono tuoi; e queste gote? sono tue; e questa bella gola? è tua; e questo bel petto? è tuo. E così le toccò tutte le parti, e di tutte rispose che erano sue; salvo che le parti di dietro, disse che erano del marito, facendo insieme le maggiori risa del mondo. Sì che messer Francesco vide e udì ciò che costoro dicevano e facevano. Ov’è disse fra se medesimo: Lodato sia Dio, ch’io v’ ho pure qualche parte. E quando egli ebbe udito e veduto tutto, e tanto che bastò, egli si partì segretamente e tornossi al castello suo, ed ivi stette quello che gli piacque, e poi si tornò a casa, e fece fare una roba di taccolino [22] alla moglie, eccetto che la parte di dietro era di sciamito foderato d’ermellini, e fece fare a questo suo castello un bellissimo desinare, e invitovvi questo giovane, e due suoi fratelli e parecchi suoi parenti e consorti, e parecchi de’ parenti della donna. E dato l’ordine per una domenica mattina, messer Francesco fece vestire questa roba alla moglie, e fella andar per Roma, e poi ordinò che ella venisse a questo suo luogo a mangiare con questa brigata; e così fu fatto. Onde loro essendo per entrare a tavola, messer Francesco mise la moglie sua a lato a questo giovane, ch’aveva nome Rinaldo, e poi ordinatamente i fratelli e consorti loro, e fece quella mattina loro un ricco e bello mangiare. Chiunque vide la mattina la donna vestita a quel modo, si maravigliò, ed eziandio tutti i parenti della donna e di Rinaldo, dicendo infra loro: Questo non sia meno che gran fatto; e Rinaldo stava con grandissima paura. Ora avendo desinato, messer Francesco disse: Sappiate ch’io vi voglio dare le frutte; e levatosi da sedere, prima fece dare a ciascuno di quanti n’erano a sedere a tavola un bastone in mano; e poscia entrato in una sua camera, dove egli aveva otto suoi famigli apparecchiati, ciascuno con un bastone in mano, ed erano altrettanti, quanti coloro ch’erano a tavola, feceli uscire fuora circa la tavola; da poi disse a quei ch’erano a tavola: Difendetevi, e rivolto ai famigli che avevano i bastoni in mano, disse: Vengono le frutte; ed essi gittata la tavola in terra, come a loro era stato ordinato, co’ bastoni che in mano avevano cominciarono a dare a coloro ch’erano a tavola. Quivi fu una bella zuffa, dandosi insieme di questi bastoni, però che quelli ch’erano a tavola, sentendosi dar da buon senno, si volsero grammaticamente dando a chi dava loro. E, brevemente, e’ fu tanto il superchio di quelli famigli ch’erano usciti di camera, che ruppero quelli ch’erano a tavola, e così furono tutti ammazzati in su quella sala. Messer Francesco poi fe’ pigliare il corpo del giovane detto Rinaldo, e fello porre in croce con le braccia aperte in una sua camera, e tutti quegli altri corpi fece portare di notte alle case loro; di che fu grande scalpore per tutta Roma, veggendo la morte di tanti buoni uomini; ma nessuno ardiva aprir la bocca, considerato che colui che aveva fatto fare questo, era grand’uomo in Roma. Messer Francesco fece pigliar la donna sua, ed ogni notte la faceva legare addosso al corpo del detto Rinaldo, e tutta la notte la faceva stare abbracciata con esso lui, e il dì ne la faceva levare e facevale dare ogni dì due fette di pane e un bicchier d’acqua acciò ch’ella facesse più stento, e così visse più dì. Ella mandava pure ogni dì a chiedere misericordia a messer Francesco suo marito, il quale non ne volle mai udir niente. Ed ella veggendo ch’ella dovea pur morire, e che allo scampo suo non v’era rimedio nessuno, chiese di grazia voler vedere i fìgliuoli innanzi ch’ella morisse. Ove le furono portati i due figliuoli maschi ch’ella aveva, ed ella si li recò in braccio, e disse queste parole con molte lagrime: Carissimi figliuoli miei, io vi lascio con la benedizione di Dio e con la mia, e lasciovi veri figliuoli di messer Francesco, nati di legittimo matrimonio; e come la fama mia non sia più degna ricordata per lo fallo commesso, nondimeno sdegno d’una fante mi condusse a questo. E benchè questa non sia scusa legittima, nondimeno a Dio e a voi, figliuoli, lascio la vendetta della vostra dolorosa e sventurata madre; non potendo saziarsi di basciarli per la fretta che fatta l’era. Ella li segnò e benedisse, e poi li rendè alla balia loro, e disse queste parole: Tè, che a te lascio sopra Dio e l’anima tua che quando eglino saranno grandi, tu rammenti loro la morte mia, e massimamente a questo minore, il quale piangendo non se le voleva levare da collo. E poi ch’ella gli ebbe renduti, e fatto fede ch’egli erano legittimi e non bastardi, raccomandò l’anima sua a Dio, e mai più in questa vita non parlò; ed ivi poco stante ella si morì. Furono presi que’ corpi e portati via. Fu questa crudeltà da certi lodata, e da certi biasimata. Ora avvenne che questa balia, quando fu il tempo, lo rammentò a questi due figliuoli; di che il detto messer Francesco fu fatto impazzare, e andò pazzo per lo mondo più tempo, e fu in grandissima discordia co’ figliuoli e massimamente col minore. Il detto messer Francesco stava e dormiva per le selve a modo d’uno uomo salvatico, facendo tutte quelle pazzie che s’appartengono fare a’ pazzi; e così si dice che seguì la vendetta di quella donna.

NOVELLA II.

Finita ch’ebbe la sua novella il frate, cominciò Saturnina e disse: Grandissima crudeltà certo fu cotesta; ma io te ne vo’ dire una ch’intervenne in Romagna, non è molto tempo, in su cotesta materia, la quale dice così.

Egli ebbe in Romagna nella città di Arimino un valente signore e barone, il quale ebbe nome messer Galeotto Malatesti, che fu il più valente cavaliere ch’avesse Romagna già gran tempo, e ’l più savio e ’l più prudente; e sempre tenne ricca e magnanima vita, e sempre mantenne bene lo stato suo. Ebbe questo messer Galeotto una sua nipote ch’era vedova, e aveva nome madonna Gostanza, che fu figliuola di messer Malatesta Unghero de’ Malatesti, valoroso anch’egli e pratico cavaliere. Questa madonna Gostanza teneva ia Arimino bellissima corte di donne, di donzelle e di scudieri, e teneva vita di nobilissima donna, com’ell’era; e per amore di messer Galeotto l’era fatto grandissimo onore; e teneva e possedeva ciò che il padre suo e il marito le avevan lasciato; e forse che non aveva in tutta Romagna, nè in Toscana o nella Marca, una sua pari, fornita di più nobili gioielli, nè la più ricca donna di lei. E, brevemente, costei aveva tutti que’ piaceri che onestamente una sua pari potesse avere, e me’ dotata dalla natura; perciocch’ella era giovane, bella, costumata, ricca e ben nata, e pareva savia, e aveva la grazia di tutte le genti, e di lei sperava messer Galeotto fare un ricco e nobil parentado. Aveva messer Galeotto un suo soldato, ch’era caporale di cinquanta lance, e aveva nome Ormanno, ed era Tedesco dell’Alamagna alta, d’un castello che si chiama Cham, e aveva fratelli e figliuoli de’ fratelli, i quali erano cavalieri e antichi gentiluomini, e così dava la vista sua; ed egli era cortese e costumato e gagliardo della persona, e perciò messer Galeotto gli voleva tutto il suo bene. Ora avvenne che ’l detto Ormanno passando più volte dal palazzo di madonna Gostanza, essendo la donna alle finestre, gli occhi dell’uno e dell’altro si incontrarono per modo, che Ormanno s’innamorò forte di questa donna, e seppe tenere sì fatti modi che la donna se n’avvide, e cominciò amar lui. E moltiplicò tanto questo amore, che si cominciarono a donare insieme di ricchi doni, e massimamente la donna a lui, e favellarono insieme più volte, e diedero ordine che detto Ormanno avesse a ottenere ciò che richiede amore. Ma non seppero tener coperto il fuoco dello ardente amore, nè prudentemente fare i fatti loro, perchè amore è cieco, e il nemico è sottile. Per che usando Ormanno in casa la donna a otte non oneste, fu più volte detto a messer Galeotto, ed egli non credeva. Avvenne ch’essendo creato per la divina potenzia papa Urbano sesto da tutto il collegio de’ cardinali a Roma, dopo la morte di papa Gregorio undecimo, ed essendo per parte di tutto il collegio de’ cardinali italiani e oltramontani significato a tutti i signori e comunità di cristianità, come avevano eletto papa Urbano sesto, il detto messer Galeotto, come figliuolo e devoto di santa Chiesa, volse andar a visitare il papa di nuovo creato; e innanzi che si movesse, mandò per Ormanno, e dissegli queste parole: Egli è vero che m’è stato detto che tu usi in casa la mia nipote Gostanza: io non lo credo: nondimeno io ti prego che tu tenga sì fatti modi, che questo fatto non mi venga mai più agli orecchi. Ormanno gli disse: Signor mio, voi troverete che questo non è vero; e colui che ve lo dice è qualch’uno che mi vuol male, che cerca di mettermi nella disgrazia vostra. Ma io sono acconcio di provarglielo dalla mia alla sua persona; e di questo fece grandissima scusa. Messer Galeotto gli rispose et disse: Ormanno, tu sei savio, e hammi inteso; non ti dico più, se non ch’io ti lascio la guardia d’Arimino e di ciò ch’io ho, e lascioti capo della gente d’arme, tanto ch’io torni di corte di Roma; e fa sì che alla mia tornata io non mi biasimi di te. Ormanno disse: Signor mio, e’ sarà fatto. Messer Galeotto si mosse e andò a visitare il papa, e lasciò questo Ormanno alla guardia, com’è detto. Per che Ormanno non essendo savio in seguire amore, usava in detta casa, non avendo risguardo nè riverenza alcuna al signor suo, ma più tosto seguendo la volontà dello sfrenato amore, dal quale egli era legato; e la donna gli aveva donata alcuna cintola d’argento. Or avvenne che alla tornata di messer Galeotto gli fu detto, come questo Ormanno non si rimaneva dello usare in casa di madonna Gostanza; e che gran parte degli uomini e delle donne d’Arimino sapevano questo fatto. Messer Galeotto fece por mente a questo, e segretamente fece star la guardia, per veder se ciò era vero. Dove Ormanno, non essendo avvisato di questo, fu veduto entrare in casa la donna di notte, e subito fu fatto a sapere a messer Galeotto, il quale incontanente fece attorniare la casa a certi fanti che teneva alla guardia sua, e comandò loro, ch’a pena della vita guardasser sì, che Ormanno non uscisse, così fu fatto. Mandò poi per certi suoi cittadini, e consigliossi con loro sopra questo fatto; e chi consigliava a un modo, e chi a un altro. Ora avvenne ch’essendo presso al giorno, Ormanno volendo uscir di casa, vide e sentì questi fanti ch’erano intorno alla casa. Per ch’ei tornò alla donna, e dissele come il fatto era. La donna si levò, e fecesi alla finestra, e disse queste parole: Che vuol dir questo? Che guardie? che novità son queste? non vi vergognate voi a pormi le guardie intorno all’uscio? Furono quelle parole cagione della morte sua; però che s’ella non si fosse fatta alle finestre, ella non moriva per quella volta, perchè messer Galeotto aveva già nell’intrinseco riparato all’onore della donna, con apporto a una delle sue cameriere. Dove essendogli detto, com’ella s’era fatta alle finestre, ed aveva dette quelle parole prese, partito come savio e valente signore, e chiamò un suo conestabole di fanti a piè, e disse: Va in casa mia nipote, e troverai Ormanno e la Gostanza; fa che tu me li tagli tutti a pezzi incontanente. Disse questo conestabole, che aveva nome Santolino da Faenza: Signor mio, io lo farò bene a lui, ma a lei no; e perdonatemi, ch’io non metterei mai mano al sangue de’ Malatesti. Messer Galeotto disse: Va e fallo a lui; ed egli subito si mosse e andò. Messer Galeotto poi chiamò un altro conestabole, e gli disse: Va e fa che tu tagli a pezzi la Gostanza mia nipote. Rispose costui: Signor mio, e’ sarà fatto; e andossene a casa di madonna Gostanza. Avvenne che Santolino giugnendo all’uscio della camera, bussò, e madonna Gostanza disse: Che vuoi tu? disse Santolino: Madonna, aprite, ch’io vo’ a fare una ambasciata per parte del signore. La donna gli fece aprire. Disse Santolino: Madonna, dov’è Ormanno? Rispose la donna: Quale Ormanno? Soggiunse Santolino: Brevemente, il signore sa ch’egli è qui, e mandami a lui ch’io gli faccia una ambasciata, e però spacciate me e voi innanzi che ne segua peggio. Disse la donna: Tu sai bene che qui non usa stare uomo nessuno. Disse Santolino: Se voi non me lo insegnate, ve ne pentirete. La donna udendo dire a quel modo, disse: Egli è in tal luogo. Santolino andò a lui e disse: Ormanno, io t’ho a fare una ambasciata per parte del signore. Disse Ormanno: Di’ ciò che tu vuoi. Disse Santolino: Andiamo in luogo segreto, ch’io non voglio essere udito: ed entrarono in una cameretta, dove Santolino gli disse: Ormanno, e’ ti convien morire, e questo è posto in sodo. Ormanno venne tutto meno, e poi disse: Hacci rimedio niuno ch’io non muoia? Rispose Santolino: No, perchè al tutto è deliberato così. Ormanno allora s’inginocchiò a piè di Santolino, e alzò le mani al cielo, poi si chinò e prese della terra e misesela in bocca; e poi si mise le mani agli occhi per non vedere la morte sua, e chinò il capo a terra. Allora Santolino alzò la spada, e subito l’ebbe morto a suoi piedi. Quel conestabole ch’era ito per fare il simigliante alla donna, giugnendo nella camera, disse: Madonna, io v’ho a fare una ambasciata per parte del signore. Disse la donna, quasi tutta smarrita: Di’ ciò che tu vuoi; ed egli disse: Fate cessare tutte queste vostre cameriere. La donna le mandò fuor della camera, e costui s’accostò all’uscio e serrollo, e cacciò mano alla spada e disse: Madonna, e’ vi convien morire. La donna mise un grandissimo strido, e poi volse fuggire. Disse costui: Madonna, non fuggite, che non vi varrebbe, però ch’il signore ha preso per partito che voi moiate, e altri che Dio non vi può campare. Disse la donna: Come? sarà il signore micidiale delle sue carni medesime? Rispose questo conestabole: Orsù spacciatevi. E tu, disse la donna, avrai ardire di metter mano al sangue di messer Malatesta Unghero, che fu mio padre? Disse costui: E’ mi convien fare quello che m’è comandato, e però perdonatemi, ch’io lo fo mal volentieri. Disse la donna: Hacci rimedio nessuno che io non muoia? Rispose costui: No. La donna se n’andò a piè della tavola di nostra Donna, e disse queste parole: Se fosse vivo il magnanimo e valoroso padre mio, io non farei questa morte tanto oscura e tanto vituperosa; e però nelle braccia vostre, dolcissima vergine Maria, accomando l’anima e lo spirito mio, e quella di questo valent’uomo, il quale va a ricevere tanta passione e morte per me; e di più ti prego, Madre di grazie, che in questa oscura e vituperosa morte mi facci forte e costante, acciocchè portandola pazientemente, l’anima mia, come martire, possa venire alla gloria del vostro santissimo figliuolo Giesù Cristo. E veramente io son vissuta in questo mondo poco contenta secondo mia pari. E poi si volse a colui che aveva la spada ignuda sopra ’l capo, e disse: Perchè la vanità mia m’abbia condotto a questo punto, piacciati di non aver così gran fretta; ma abbia alquanto di misericordia inverso di me, tanto ch’io saluti dieci volte la vergine Maria. E increscendone a costui, disse: Dite, ma spacciatevi tosto. Dove salutando ella la vergine Maria con molte lagrime, quasi sbalordita guardava pure alla mano della spada. Ora quando ella ebbe detto un poco, disse costui: Avete voi detto? Rispose la donna, che non ancora. Disse il conestabole: Come no, ch’io n’avrei detto più di venti? La donna allora disse: Gostanza sventurata, a che partito se’ condotta! O amor cieco, perchè m’hai ingannata, e perchè me ne mandi con tanto vituperosa fama? Morta foss’io innanzi ch’io fossi nata. E parendo a colui ch’ella stesse troppo, disse: Dite Ave Maria. Ed ella divotamente disse: Ave Maria, Ave Maria, Ave Maria. Costui allora alzò la spada e dielle, e così l’uccise; ed ella cascò morta a’ suoi piedi. Il signore fece mettere questi due corpi sventurati in un sacco, e gittare in mare; e poi mandò il bando, che chi dovesse aver niente da questo Ormanno, si venisse a pagare; fe’ pagare ogni persona che doveva avere delle paghe sue, e e poi cassò tutta la brigata di detto Ormanno, e mandolli via.

Di questo fatto ne fu messer Galeotto per alcuni commendato, e per alcuni biasimato.

Posto fine alla novella, cominciò frate Auretto una canzonetta quasi sopra la detta materia, di questo tenore, e disse:

Non segua Amor chi non ha il cor prudente,

Se non vuol ne la fine esser perdente.

Lo specchio abbiam de’ famosi passati,

Del bon Tristan, del valoroso Achille,

Che per amor fur di vita privati,

Sentendo al cor d’amor le dolci stille;

E d’altri uomini illustri più di mille,

Che per ria morte son lor fame spente.

E chi più ne conosce, men ne vale,

Perchè a la fin si trovano ingannati.

Vergilio per amor ne perde l’ale,

Con molti altri poeti chiari e ornati,

Ch’ebbero il senno, e pur furo gabbati.

Perchè egli è traditore ad ogni gente.

Ma pigli esempio ogniun che segue Amore

Da questa sventurata di Gostanza,

E non si lasci mai ingannare il core

Per atti o sguardi ch’abbia da sua manza;

Che spesse volte falla la speranza

A chi non è di ciò molto intendente.

Ballata mia, a gli amanti n’andrai,

Ammaestrando ogniun che savio sia;

E quantunque tu puoi li pregherai,

Che in quel ch’Amor gli sprona e li disvia,

Sien cauti e savi, e tengan tuttavia

Il freno in man, per non esser corrente.

Dato fine alla canzonetta, i detti due amanti posero per quel giorno fine a’ loro tranquilli ragionamenti, e presersi per mano facendo l’uno all’altro grandissima festa, e con molta riverenza s’inchinarono e presero commiato, e ciascuno si partì lieto e contento.

GIORNATA OTTAVA

NOVELLA I.

Ritornati l’ottavo giorno gli amanti all’usato parlatorio, incominciò Saturnina e disse: Perchè oggi tocca a me, io voglio che noi entriamo in un morale ed alto ragionamento; e però io ti voglio dire, onde e come nacque parte guelfa e parte ghibellina, e come il maladetto seme venne e cominciò in questa nostra Italia; e cominciò così.

Nell’Alamagna furono già due carissimi compagni, i quali erano gentili e ricchi, e vicini l’uno all’altro un miglio, e l’uno aveva nome Guelfo e l’altro Ghibellino. Avvenne che tornando loro un dì da cacciare, ebbero quistione insieme per una cagna, e dove che prima egli erano compagni ed amici, diventarono nimici, e sempre attesero a inimicare l’un l’altro; e vennero in tanta divisione, che l’uno e l’altro faceva le invitate e le radunate grandi di loro amici, per farsi guerra insieme. E moltiplicò tanto questo scandalo, che tutti i signori e baroni dell’Alamagna ne vennero divisi per questo, però che l’uno teneva con Guelfo, e l’altro con Ghibellino, ed ogni anno ne morivano assai dell’una parte e dell’altra. Ora veggendosi Ghibellino oltraggiare da Guelfo, e parendogli che Guelfo avesse più potenzia di lui, raccomandossi allo imperatore Federigo primo, il quale regnava a quel tempo. Per che veggendo Guelfo che Ghibellino s’era raccomandato all’imperadore, mandò a papa Onorio secondo, il quale era in discordia con l’imperadore, e a lui si raccomandò, e significò il fatto come stava. Dove il papa intendendo che l’imperadore avea presa la parte de’ Ghibellini, prese anch’egli la parte dei Guelfi. E quinci derivò che la Sedia Apostolica è guelfa, e l’imperio ghibellino. Sì che quella maledetta cagna fu origine e fondamento di parte guelfa e ghibellina. Ora avvenne che negli anni di Cristo mccxv il detto seme venne in Italia in questo modo. Essendo podestà di Firenze messer Guido Orlandi (ed era un grande e bello ufficio l’esser podestà di Firenze), era in casa i Buondelmonti un cavaliere ch’aveva nome messer Buondelmonte, il quale era bello e ricco e valoroso. Il detto messer Buondelmonte giurò una fanciulla degli Amidei per moglie, e impalmolla, e promise con quelle solennità che s’appartengono intorno a ciò. Passando poi messer Buondelmonte un giorno da casa i Donati, una donna, la quale ebbe nome madonna Lapacia, vide messer Buondelmonte, e chiamollo e disse: Messere, io mi maraviglio forte di voi, come voi vi siate inchinato a tor per moglie una che non si confarebbe a scalzarvi; ed io v’aveva servata una mia figliuola, la quale io voglio che voi veggiate. E subito chiamò questa sua figliuola, la quale aveva nome la Giulia, bella e vaga quanto fanciulla di Firenze, e mostrolla a messer Buondelmonte e disse: Questa vi serbava io. Per che messer Buondelmonte veggendo questa fanciulla, se ne fu innamorato, e disse: Madonna, io sono apparecchiato di fare ciò che voi volete: e innanzi che si partisse, la tolse per moglie, e dielle l’anello. Sentendo gli Amidei che messer Buondelmonte aveva tolta un’altra moglie, e non voleva la loro, furono insieme, e con loro altri amici e parenti si consigliarono di vendicarsi di questo che aveva fatto loro messer Buondelmonte. Nel qual consiglio si trovò Lambertuccio Amidei e Schiatta Ruberti e ’l Mosca Lamberti ed altri assai. E chi consigliava che si gli desse delle busse, e chi diceva che si gli desse un colpo nel volto, e chi diceva una cosa e chi un’altra. Ove si levò su il Mosca Lamberti, e disse: Cosa fatta capo ha; quasi volendo intendere che uomo morto non fa mai guerra. Fu preso dunque partito d’ucciderlo, e così fu fatto: che tornando messer Buondelmonte una mattina di Pasqua da mangiare d’oltr’Arno da casa Bardi, essendo insù un palafreno tutto bianco, ed egli vestito d’una roba bianca, essendo a piè del ponte vecchio, di qua, dov’era una statua di Marte, la quale adoravano i Fiorentini quando erano pagani, ed era dove oggi si vende il pesce, uscì addosso a costui una brigata, e tiraronlo a terra del cavallo, e quivi l’uccisero: di che Firenze n’andò a romore per la morte di questo messer Buondelmonte. E per detta morte si divisero le nobili famiglie e casati di Firenze; e chi tenne co’ Buondelmonti, i quali si fecero capo di parte guelfa, e chi tenne con gli Amidei, che si fecero capo di parte ghibellina. Quei che tennero parte guelfa furono questi: Buondelmonti, Nerli, Iacopi, Dati, Rossi, Bardi, Frescobaldi, Mozzi, Pulci, Gherardini, Foraboschi, Bagnasi, Guidalotti, Sacchetti, Manieri, que’ da Quona, Luccardesi, Chiaramontieri, Cavalcanti, Compiombesi, Giandonati, Scali, Gianfigliazzi, Importuni, Bosticchi/Tornaquinci, Vecchietti, Tosinghi, Arigucci, Agli, Adimari, Bisdomini, Tedaldi, Cerchi, Donati, Arighi e que’ della Bella. Tutte queste famiglie con altre popolane, per la morte di messer Buondelmonte, si fecero guelfe. E quelle che diventarono ghibelline furono queste: Gli Uberti, Amidei, e ne furono capi i conti da Gangalandi, Ubriachi, Mannelli, Fifanti, Infangati, Malespini, que’da Volognana, Scolari, Guidi, Galli, Capiardi, Lamberti, Soldanieri, Cipriani, Toschi, Amieri, Palermini, Migliorelli, Pigli (benchè parte di loro si fecero poi guelfi), Barucci, Catani, e Catani da Castiglione, Agolanti, Brunelleschi (benchè poi si facessero guelfi) Caponsacchi, Elisei, Abati, Tedaldini, Giuochi, Galigai. Tutti questi diventarono ghibellini per la morte di messer Buondelmonte; dove si vennero partendo e dividendo tutti i signori e popoli d’Italia, e riempiendosi di questo mal seme; e tutti i guelfi tennero con Santa Chiesa, e i ghibellini con lo imperadore. Sì che ora hai udito che per una cagna si cominciò parte guelfa e parte ghibellina nell’Alamagna, e poi in Italia nacque per una femina, come detto è di sopra.

NOVELLA II.

Frate Auretto udendo finita la novella della Saturnina, incominciò e disse: Poi che tu m’hai incominciato a ragionare di questa materia, io ti vo’ dire, come i ghibellini usciti di Firenze ritornarono in Firenze e cacciarono fuora i guelfi, e come sottilmente ingannarono il popolo di Firenze.

Essendo già più tempo stati cacciati i ghibellini di Firenze, stavansi a Siena, e facevano guerra al contado di Firenze, perchè egli avevano dal re Manfredi ottocento Tedeschi, tutti buoni uomini d’arme. Ora avvenne che messer Farinata degli Uberti e messer Gherardo Lamberti, essendo capi di tutti gli usciti ghibellini, insieme imaginarono di volere ingannare il comune di Firenze: e come uomini savi e maliziosi ebbero due valenti frati dell’ordine di san Francesco, e dissero loro: Noi vogliamo che voi andiate a Firenze a’ signori che reggono, e diciate loro, per parte di sette maggiori cittadini di Siena, che se vogliono dar loro dieci mila fiorini, che daranno loro Siena. I frati dissero che andrebbono; ma eglino volevano vedere i cittadini, cioè quei sette che dicevano, e poi sarebbono iti. Per che messer Farinata e messer Gherardo dissero loro ch’erano contenti; e scopersero a’ sette cittadini di Siena ciò che volevano fare, e di concordia segretamente se n’andarono a questi frati, e dissero loro come eglino non si contentavano della signoria di messer Provenzano Salvani, il qual reggeva Siena, e ch’egli erano più contenti della signoria de’ Fiorentini. Dove questi due frati tolsero la lettera della credenza e i suggelli di questi cittadini, e andaronsene a Firenze, e fecero capo a’ Priori e disser loro: Signori, noi siamo venuti per onore e stato e accrescimento di questo Comune, e abbiamo cose segretissime a dire. Perchè i signori che reggevano allora elessero due popolani, che avessero a udire e conferire con questi frati; l’uno fu messer Giovanni Calcani, e l’altro lo Spedito di porta San Piero. I quali conferendo con questi frati, udirono e intesero, come eglino avevano da certi cittadini di dar loro Siena, e che il Comune facesse apparecchiamento d’una gran gente, e facessero vista d’andare a fornire Montalcino, e fermassersi in su ’l fiume d’Arbia presso a Siena a quattro miglia, ed ivi stessero tanto che questi cittadini darebbono loro quella porta che va verso Arezzo, che si chiama la porta a Santa Vieni; ma prima mettessero in deposito i dieci mila fiorini. E così mostrarono i suggelli e la fede ch’egli avevano da poter mostrare. Per che questi due popolani furono molto contenti, e di subito misero in deposito dieci mila fiorini; e poi fecero ragunare il consiglio, dove furono molti nobili uomini cittadini pratichi e maestri di guerra, e missero questa petizione, che per bene e onore del Comune volevano fare per fornire Montalcino. Ove si levò il conte Guido Guerra, e disse che questo non gli pareva in nessun modo da fare; conciossiacosa ch’egli aveva veduto quell’anno la mala pruova ch’aveva fatta il nostro popolo a Santa Petronella, e poi veduta la nuova masnada de’ Tedeschi ch’aveva mandata il re Manfredi, dove con picciola spesa, diceva egli, gli Orvietani riforniranno Montalcino; sì che fatto ogni ragione, a me non piace che per ora si vada. Levossi poi messer Teghiaio Aldobrandi, e disse che questo non gli pareva per molte ragioni e cagioni. Perchè si levò lo Spedito, come uomo assai prosontuoso, e disse a messer Teghiaio, che s’egli aveva paura, si cercasse nelle brache. Rispose messer Teghiaio: Tu non ardirai a seguire nella battaglia, dove mi metterò io. E finite le parole, si levò messer Cece Gherardini, per dir quello che aveva detto il conte Guido. Dove i signori gli comandarono che a pena di cento lire e’ non dicesse nulla; e il cavaliere le volle pagare per poter dire. Ove i signori gli comandarono che a pena di dugento lire egli si stesse cheto, e anco le volle pagare. E di poi gli fu comandato a pena di lire trecento, e anco le volle pagare. Alla fine gli fu comandato alla pena del capo ch’e’ non dicesse, e per questo rimase che non disse. E così si prese partito per lo popolo di Firenze, che questa cosa si facesse al presente. Ove e’ richiesero i Lucchesi, i quali vivevano a Comune, i Bolognesi, i Pistoiesi, i Pratesi, i Samminiatesi, i Colligiani, i Sangimignanesi, e andaronvi la maggior parte del popolo di Firenze, e delle famiglie de’ grandi a piè e a cavallo, e menarono per più pompa il caroccio, e una campana, che si chiamava la Martinella, in su un carro in su un castello di legname; e così si mossero e giunsero nel contado di Siena in su il fiume dell’Arbia, a un luogo detto Monte Aperti. E quivi si ritrovarono gli Orvietani, e i Perugini in aiuto del popolo di Firenze, e furono tre mila cavalieri, cioè tre mila uomini a cavallo e tre mila uomini a piè in quel campo. Ora avvenne che i detti maestri del trattato, cioè messer Farinata e messer Gherardo, avevano prima mandato a Firenze altri frati, e tenevano trattato con certi ghibellini, acciocchè venisse lor fatto. Essendo i detti due attendati con questa gente in su i colli di Monte Aperti, aspettando che i traditori dessero loro la porta promessa, un ghibellino di Firenze, che aveva nome Razante, sentendo che in Siena era trattato, con volontà d’altri ghibellini ch’eran nel campo, si mosse e andossene a Siena, per dire agli usciti di Firenze, come in Siena era trattato. E giugnendo in Siena, lo disse a messer Farinata e a messer Gherardo. Costoro gli dissero: Tu ci faresti morire se tu dicessi coteste parole, perciocchè il popolo di Siena impaurirebbe, e non vorrebbe combattere; e per noi fa la battaglia, ora che abbiamo questi ottocento Tedeschi, e di mettersi alla fortuna, innanzi che volere andar più per lo mondo tapinando. E però ti prieghiamo che tu dica il contrario, come tu saprai dire. Costui, udendo il fatto, disse: Lasciate fare a me. Misergli dunque in testa una ghirlanda d’olivo; per ch’essendo egli nel parlamento dov’era tutto il popolo di Siena, disse: Io vengo dal campo, per parte di tutti i ghibellini che vi sono, significando che l’oste è male guidata, e male in concordia; e però percoterete arditamente, che voi sarete vincitori. Per che subito si levò il romore, e furono sotto l’armi, e misersi innanzi questi Tedeschi, e poi il popolo e i cavalieri addietro, gridando: Alla morte, alla morte. Veggendo la gente de’ Fiorentini venire così subitamente questa gente con animo di combattere, dissero: Noi siamo traditi; e attesero a far le schiere; e molti Ghibellini ch’erano nel campo se n’uscirono, e andarono dal lato de’ Senesi. Ora giugnendo questi Tedeschi dov’era la schiera grossa de’ Fiorentini, messer Bocca degli Uberti corse addosso a messer Iacopo de’ Pazzi, che aveva la insegna in mano, e come traditore, essendo in sua compagnia, gli tagliò la mano con la quale e’ teneva la insegna. Veggendo il popolo di Firenze che le insegne erano a terra, e ch’egli erano traditi, subito si misero in volta e in rotta. Ove questi Tedeschi diedero tra costoro, ed ebbero ciò ch’e’ vollero, e massimamente di quei ch’erano a piè, i quali erano rifuggiti nel castello di Monte Aperti, tra i quali aveva Lucchesi e Orvietani assai, che furono tutti morti, e perderono il caroccio e la campana detta Martinella, e furono morti più di due mila cinquecento, e presi più di mille cinquecento. Per che tornando gli sconfitti guelfi da Monte Aperti a Firenze, funne per la città il lamento e pianto grandissimo, perchè quasi d’ogni famiglia di Firenze ve n’eran rimasi. E sentendo i guelfi che i ghibellini confinati cominciavano a tornare in Firenze, si partirono con le famiglie loro, e andarono a stare a Lucca. E questo fu nel mcclx a’ dì 4 settembre. Dove i ghibellini usciti, ch’erano a Siena col conte Giordano ch’era capo di quegli ottocento Tedeschi, essendo ricchi della roba che avevano acquistata a Monte Aperti, si tornarono in Firenze senza contrasto nessuno. E così Firenze si resse a parte ghibellina, e funne fatto podestà il conte Guido Novello dei conti Guidi; ed egli fece fare una porta, che si chiamò la porta ghibellina, la quale risponde verso il Casentino, per poter mettere e trarre de’ suoi a sua posta. E dapoi in qua si chiamò, dalla porta infino a dov’egli teneva ragione, via ghibellina. E furono i guelfi di Firenze forte biasimati, perchè se n’uscirono, e non videro per cui. Avvenne ch’essendo giunta la novella in corte di Roma, come i Fiorentini erano stati sconfìtti a Monte Aperti, molto dispiacque al papa e a gran parte de’ cardinali, perchè la Chiesa di Roma ne dibassava, e il re Manfredi ne venia grande. Ma il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, ch’era ghibellino, ne fece gran festa; onde il cardinal Bianco, ch’era grande astrologo, profetizzò e disse queste parole: I vinti vittoriosamente vinceranno, e in eterno non saranno mai vinti. Ora sì come i guelfi uscirono di Firenze, così uscirono que’di Pistoia e quei di Prato e que’ di san Miniato e di san Gimignano, e andarono tutti ad abitare a Lucca, in quel borgo ch’è intorno a san Friano: e la loggia ch’è dirimpetto a san Friano, fu fatta dagli usciti guelfi di Toscana. Sì che reggendosi tutte le terre di Toscana a parte ghibellina, fecero un parlamento a Empoli, e volevano che la città di Firenze si disfacesse e recassesi a borghi; e sarebbesi vinto, se non fosse stato messer Farinata, il quale non volse consentire. E così i ghibellini fecero il conte Guido loro capitano, e andarono a oste in su quel di Siena, ed ebbero Santa Croce, Castelfranco e Santa Maria a Monte; e poi posero l’oste a Fucecchio, e non lo poterono avere, perchè v’era dentro tutto il fiore de’ guelfi toscani. Allora gli usciti guelfi mandarono nell’Alamagna ambasciaria, per sollevare il picciolo Curradino, che passasse di qua; ma la madre non volse, perch’egli era ancora troppo picciolo. La state vegnente il conte Guido con tutta la taglia di parte ghibellina se ne venne a oste in su quel di Lucca per introdotto dei Pisani; e i Lucchesi presero accordo co’ ghibellini, e cacciarono i guelfi di Lucca, che parte se n’andarono a Bologna e a Modona, e parte in Francia e in Inghilterra a guadagnare. E quindi nacquero le grandi ricchezze che vennero poi a Firenze. Sì che ora hai udito, come i Guelfi si lasciarono ingannare, e poi si uscirono di Firenze, e non videro per cui. Col finire della novella cominciò l’amorosa Saturnina una bellissima canzonetta di questo tenore.

Sì mi riscaldan gli ardenti desiri,

Che rinnovano al cor doppi martiri.

Tant’è la fiamma penetral che m’arde

Del lume de’ begli occhi di costei,

Che quanto più l’effigio, più riarde

La mente mia per l’amor ch’ho in lei.

Veggomi consumare, e non vorrei

Poter partire il ben ch’ho co’sospiri.

Per che s’i’ trovo un dolce in quello amaro,

Che fa portare in pace ogni tormento,

Il suo diletto m’è sì grato e caro,

Che mi fa viver poi lieto e contento;

Dunque s’io amo ed ardo non men pento;

Che nel fine hanno pace i miei desiri.

Detta la canzonetta con molta leggiadria dalla vezzosa Saturnina, i due amanti posero per quel giorno fine a’ loro amorosi ragionamenti, e presersi per mano, facendo l’uno all’altro grandissima festa, e con molta riverenza s’inchinarono e tolsero commiato; e così ognuno di loro si partì.

 GIORNATA NONA

NOVELLA I.

Tornati i detti due amanti all’usato parlatorio il nono giorno, con molta allegrezza cominciò frate Auretto, e disse: Perchè tocca oggi a me a dire, io ti vo’dire una novella, la quale io credo che ti piacerà.

Nella nobilissima città di Vinegia fu già un doge, il qual era uomo magnanimo, savio e ricco, assentito e prudente comunemente in ogni cosa, che aveva nome messer Valeriano di messer Vannozzo Accettani. Ed alla chiesa maggiore di san Marco in Vinegia aveva un campanile, il quale era il più bello e il più ricco, e la maggior dignità che avesse Vinegia a quel tempo; e detto campanile stava per cadere per certi difetti ch’erano nei fondamenti. Il per che messer lo doge fece cercare per tutta Italia e metter bando, che qualunque maestro volesse tôrre a conciare il detto campanile, venisse a lui, e ch’egli avrebbe quei danari ch’egli sapesse chiedere e domandare. Dove un valente maestro fiorentino, il quale aveva nome Bindo, essendo a Fiorenza, e udendo come il campanile stava, s’immaginò d’andare a questa impresa, e mossesi da Fiorenza con uno suo figliuolo e con una sua donna, e andossene a Vinegia; e veduto il campanile, s’immaginò d’acconciarlo, e andossene al doge e disse: Signore, io son venuto qui per acconciarvi il campanil vostro; di che il doge fece a costui grandissimo onore, e dopo molte parole disse: Maestro mio, io vi prego che voi cominciate il più tosto che si può questo lavoro, sì ch’io vi vegga. Disse il maestro: Signor mio, e’ sarà fatto; e subito diede ordine a lavorare, e con molta diligenza e in poco tempo acconciò questo campanile in modo e in forma, ch’egli era più bello che prima. Ove questo piacque molto al doge, e si gli donò que’ denari che ’l maestro chiese, e poi lo fece cittadino di Vinegia e diegli una ricca provigione; poscia gli disse: Io voglio che voi mi facciate un palagio il quale abbia una camera, nella quale stia tutto il tesoro e tutto il fornimento del comune di Vinegia. Dove il maestro subito mise in ordine a fare il detto palagio, e fece una camera fra l’altre più bella e me’ situata, dove il detto tesoro avesse a stare; e vi commise per ingegno artificialmente una pietra, la quale passava dentro e fuori, imaginandosi di potere entrare nella detta camera a suo piacere; e di questa entrata non sapeva persona del mondo, se non egli. Fatto che fu il palagio, il doge fece mettere in questa camera tutto il fornimento, e drappi di damasco lavorati d’oro, e capoletti e pancali e cioppe, e altri fornimenti, e oro e argento assai. E questa si chiamava la Turpea del doge e del comune di Vinegia, e stava serrata sotto cinque chiavi, e le quattro tenevano i quattro maggiori cittadini di Vinegia, i quali erano diputati sopra ciò, ed erano chiamati i camerlinghi sopra la guardia del tesoro di Vinegia, e la quinta chiave teneva il doge; sì che la detta camera non si poteva aprire, che conveniva che vi fossero tutti e’ cinque, cioè costoro che tenevano le chiavi. Ora standosi questo Bindo con la famiglia sua a Vinegia, essendo fatto cittadino, cominciò a spendere e tenere ricca vita; e questo suo figliuolo, che aveva nome Ricciardo, si diede a spendere disordinatamente, dove in ispazio di tempo venne a mancar loro la roba per le soverchie spese. Onde il padre chiamò una notte il figliuolo, e tolse una scaletta e alcun ferro fatto a ciò, e portò un poco di calcina e andarono alla buca; la quale il detto maestro aveva fatta artificialmente a questa camera; e quivi pose la scala, e traendone quella pietra entrò in camera, e trassene una bella coppa d’oro ch’era in uno armario, e poi se n’uscì fuora, e racconciò la pietra com’ella doveva stare. E tornati a casa, spezzarono la detta coppa, e a pezzo a pezzo la mandarono a vendere a certe città di Lombardia; e a questo modo mantenevano la disordinata vita ch’eglino avevano cominciata. Ora avvenne che arrivando un cardinale a Vinegia al doge, volendogli fare onore, fu mestiere che facesse aprire questa camera, per lo fornimento che aveva dentro, cioè argento e capoletti e altre cose, sì che aperta questa camera, e cavandone fuori le dette cose, vi si trovò meno la coppa; di che tra questi massai ne fu gran remore, e furono al doge, dicendogli come si trovava meno questa coppa. Il doge si maravigliò e disse loro: Fra voi è questo fatto. E dopo molte parole, comandò loro che non ne dicessero nè facessero niente infino a tanto che il cardinale che veniva fosse partito; e così fu fatto. Il cardinale venne, a fugli fatto l’onor grande; e poi che e’ fu partito, il doge mandò per que’ quattro carmelinghi, e voleva sapere come questa coppa fosse ita. E comandò loro che non si partissero di palagio che la coppa fosse ritrovata, dicendo loro: Tra voi è questo fatto. Questi quattro uomini furono insieme e pensavano sopra ciò, e non sapevano nè potevano imaginare come questa coppa fosse ita. Disse un di loro: Poniamo mente, se in questa camera si può entrare d’altronde che dall’uscio, e posero mente per la camera, e non seppero vedere nessuna entrata. E poi vollero vedere più tritamente, e fecero empire la camera di paglia molle, e miservi fuoco, e serrarono l’uscio e le finestre, acciochè il fumo non potesse sfiatare. Sì che ardendo questa paglia molle, fu tanto il vigore del fumo, che gemette e uscì fuora di quella buca. Ove costoro s’avvidero donde il danno era stato fatto, e furono al doge, egli dissero come il fatto stava. Disse il doge: Non se ne faccia motto, perciocchè noi giugneremo al furto questo ladro. E fece porre una caldaia di pegola [23] in quella camera a piè della buca, e dì e notte comandò che le fosse fatto fuoco sotto, per modo che sempre bolliva. Ora avvenne ch’essendo mancati i denari della coppa, il mastro e il figliuolo se n’andarono una notte alla buca, e cavato la pietra, il maestro andò dentro e cadde nella caldaia della pegola che bolliva tuttavia. Per ch’essendo egli nella caldaia infino a cintola, e non si potendo partire, accusossi morto; e subito prese partito, e chiamò il figliuolo e disse: Figliuolo mio, io son morto, e però tagliami il capo, sì che lo imbusto non sia conosciuto, e portane teco il capo, e sotterralo in luogo che non sia trovato, e conforta tua madre, e sappiti partire saviamente; e se persona ti domandasse di me, di’ ch’io sia ito a Firenze per certi nostri fatti. Il figliuolo cominciò a piagnere e a dolersi forte, percotendosi e dicendo: Ohimè! padre mio. Disse il padre: Figliuol mio, egli è meglio che ne muoia uno che due, e però fa quel ch’io ti dico, e spacciati. Dove il figliuolo tagliò la testa al padre e portònela via, e il corpo rimase in quella caldaia, e bollì tanto nella pegola, che tutto si consumò e diventò a modo d’un cepperello. Il figliuolo si tornò a casa, e sotterrò la testa del padre al meglio che seppe e puotè, e poi il disse alla madre. Ove ella volle levare un gran pianto, e il figliuolo le fece croce delle braccia, dicendo: Se voi fate romore, noi saremo a pericolo d’esser morti, e però, madre mia, siate savia; e a questo modo la racchetò. La mattina vegnente questo corpo fu trovato e portato al doge, il quale si fe’ di ciò grandissima maraviglia; e’ non potendo imaginare chi e’si fosse, disse: Perchè certo questi sono due, noi abbiamo giunto l’uno, giugniamo ora l’altro. Disse l’uno de’ quattro massai: Io ci ho trovato il modo, ed è questo. E’ non può essere che costui non abbia moglie o figliuoli, o qualche parente in questa terra, e però facciamo strascinare questo corpo per tutta questa città, e mandiamo le guardie che pongon mente, se nessuna persona ne piagne o conduole; e se si trova, si pigli ed esamini; e questo è il modo a trovare il compagno. E così presero partito, e fecero strascinare questo corpo per tutta la città con le guardie dietro. Dove passando dalla casa sua, la donna si fece alle finestre, e veggendo così maltrattare il corpo del marito suo mise un grande strido. Disse allora il figliuolo: Oimè! madre mia, che fate voi? E avveggendosi del tratto, prese un coltello e diessi sulla mano, e fecesi una gran tagliatura. Le guardie sentendo lo strido che fe’ la donna, corsero in casa, e domandarono alla donna quel che ella aveva: Rispose il figliuolo: io tagliava con questo coltello, e vennemi dato sulla mano; il per che questa mia madre mise un grande strido, credendo ch’io m’avessi fatto più male che io non mi feci. Le, guardie veggendo la mano sanguinosa, e la ferita e ’l caso occorso, sel credettero, e andarono per tutta la terra, e non trovarono più nessuno che se ne mostrasse pur crucciato. E tornati al doge presero per partito d’impiccare questo corpo sulla piazza, e porvi simigliantemente le guardie di nascoso, che guardassero bene di dì e di notte, se persona venisse a piagnerlo o dolersi. Così fu impiccato per li piedi sulla piazza, e fattovi stare segretamente le guardie che guardassero bene di dì e di notte, se persona veniva a piagnerlo o dolersi. La voce si sparse per la città, come questo corpo era impiccato sulla piazza, ove molta gente l’andò a vedere. Questa donna udendo dire come il marito era impiccato sulla piazza, disse più volte al figliuolo, che questo gli era grandissima vergogna ch’il padre stesse impiccato in quel modo. Rispose il figliuolo: Madre mia, per Dio! state cheta, perchè ciò che fanno di quel corpo, fanno per raggiugner me; piacciavi, per Dio! sofferire un poco, tanto che questa fortuna passi via. La madre non potendo sofferire, gli disse più volte: S’io fossi uomo come io son femmina, io non l’avrei ora a spiccare; e se tu non ne lo lievi, io me n’andrò una notte io stessa. Veggendo questo giovane la volontà della madre, e s’imaginò di spiccare questo corpo; e accattò dodici cappe nere da frati, e andossene una sera al porto, e menò seco dodici bastagi [24] , e misesigli in casa dall’uscio di dietro in una sua cella, e diè loro bere e mangiare quantunque e’ vollero. E quando gli ebbe bene avvinazzati, ei mise loro queste cappe indosso con certe maschere contraffatte al viso, e diè a ogni uno di loro in mano una fiaccola di fuoco accesa, dove ei parevano pure diavoli d’inferno, tanto erano con quelle maschere contraffatti. Ed egli salse in su un cavallo coverto tutto di nero, e la coverta del cavallo era tutta piena d’arpioni, e a ogni arpione era una candela accesa; e postasi in viso una maravigliosa maschera, si mise innanzi costoro e disse loro: Fate ciò che farò io. Così se ne andarono sulla piazza dov’era impiccato questo corpo, e si diedero a correre per la piazza in qua e in là, essendo passata la mezza notte, e grandissimo buio. Dove le guardie veggendo questa novità, ebbero paura, e imaginaronsi ch’e’ fossero dimoni d’inferno, e che quel da cavallo in quella forma fosse Lucifero maggiore: per che veggendolo correre verso le forche, cominciarono per paura a fuggire, costui prese il corpo e poseselo sull’arcione del cavallo, e ricacciossi innanzi quella brigata, e menossigli a casa, e poi diè loro parecchi denari, e trasse loro le cappe e mandolli via, e poi sotterrò quel corpo, come gli parve, celatamente. La mattina fu detto al doge come questo corpo era stato tolto; e il doge mandò per le guardie, e volle sapere dove questo corpo fosse ito. Le guardie gli dissero: Signor nostro, egli è vero che stanotte, passata mezzanotte, venne una gran brigata di dimoni, e con loro vedemmo chiaro Lucifero maggiore, il quale crediamo che si divorasse quel corpo; il per che noi fuggimmo, vedendo venire tanto esercito per quel corpo. Il doge vide chiaro che questo era fatto maliziosamente, e posesi in cuore di voler sapere e di spiare chi era costui, e segretamente ebbe suo consiglio, e deliberarono che si stesse venti dì che non si vendesse carne fresca in Vinegia. Così fu fatto. Ove di questo ogni persona si maravigliava. Poscia fe’ tagliare una bellissima vitella da latte, e fella mettere a un fiorino la libra, e disse a colui che la vendeva, che ponesse mente a chiunque ne togliesse, imaginandosi e dicendo fra sè: Comunemente il ladro dee esser ghiotto; dove costui non si potrà tenere che non venga per essa, e non si curerà di spendere un fiorino la libra. E mandò il bando, che chi voleva della carne, venisse in piazza. Tutti i mercatanti e gentil uomini venivano per questa vitella; e sentendo che ne voleva un fiorino la libra, nessuno ne toglieva. Sparsesi la voce per la terra, e venne agli orecchi della madre di questo giovane, il quale aveva nome Ricciardo; ove ella disse a questo suo figliuolo: E’ m’è venuto voglia d’un poco di quella vitella. Rispose Ricciardo: madre mia, non abbiate fretta; lasciate ch’ella si manometta per altri, e io farò che voi n’avrete, però ch’io non voglio essere il primo che ne tolga. La madre, come femina poco savia, sollecitava pure che ne voleva, e il figliuolo, per paura che ella non ne mandasse a comperare per altri, fe’ fare una crostata ed ebbe un fiasco di vino alloppiato da far dormire, e tolse parecchi pani e questa crostata e questo vino, e come fu notte, si mise una barba e un capperone [25] , e andò allo stazzone [26] dove si vendeva questa vitella, la quale era ancora tutta intera, e poi che ebbe picchiato, disse una di queste guardie: Qual sei tu? Disse Ricciardo: Sapetemi voi insegnare lo stazzone d’uno ch’ha nome Ventura? Rispose un di costoro: Qual Ventura? Disse Ricciardo: Io non so il sopranome, che maladetto sia io, che mai venni a star con lui. Soggiunse un di costoro: Chi ti manda? Rispose Ricciardo: mandami la donna sua e diemmi queste cose ch’io gli dessi, perch’e’ cenasse. Ma fatemi un servigio, serbatemi queste cose, tanto ch’io vada a casa a saper meglio dov’egli sta. E non vi maravigliate perchè io non lo sappia, però ch’egli è poco ch’io venni a stare in questa terra; e lasciò loro la crostata e il pane e ’l vino, e fe’ vista di partirsi, dicendo: Io tornerò immantinente. Costoro presero queste cose; dove uno d’essi disse: Vedi Ventura che c’è venuta stassera; e posesi a bocca questo fiasco, e bevve, e poi lo porse al compagno e disse: Tira, che tu non beesti mai meglio. Il compagno bevve; e così favellando sopra questo fatto, s’addormentarono. Ricciardo, che stava a un fesso [27] dell’uscio, quando li vide dormire, entrò dentro, e prese questa vitella, e portossela a casa così intera, e disse alla madre: Or ve ne togliete bene la voglia; e spezzò questa vitella, ove la madre ne cosse una gran pignatta. Il doge tosto che seppe come questa vitella era stata furata, e il modo che egli aveva tenuto a furarla, maravigliossi forte, e posesi in cuore di volere sapere chi costui fosse; e fece venire cento poveri, e preseli tutti per nome, e poi disse loro: Andate per tutte le case di Vinegia, e fate vista di domandare limosina, e ponete mente se voi vedete in nessuna casa cuocer carne, o gran pignatta a fuoco; e fate tanto dello impronto [28] , che voi ve ne facciate dare o carne o brodo; e chi di voi me ne recherà punto, gli farò dare venti fiorini. Ove questi cento gaglioffi si diedero attorno per la terra domandando limosina; di che uno di questi s’abbattè andare in casa di questo Ricciardo, e giunto su, vide chiaramente la carne che costoro cocevano, e domandonne per Dio; dove la donna poco savia, veggendosene avere a dovizia, gliene diè un pezzuolo. Costui la ringraziò e disse: Io pregherò Dio per voi; e diella giù per la scala. Abbattessi Ricciardo in questo povero sulla scala, e veggendogli quella carne in mano, gli disse: Torna su, che te ne darò più. Questo povero tornò su con lui, e Ricciardo lo menò in camera e diegli d’una scure sulla testa, e avendolo morto, lo gittò giù per lo necessario [29] , e serrò l’uscio. La sera tutti questi poveri tornarono al doge, come avevano promesso, e ogniun disse che non ne aveva potuto trovar niente. Il doge li fece annoverare e rassegnare per li nomi loro, e trovandone meno uno, maravigliossi, e poi s’avvisò e disse: Per certo costui è stato morto. E ragunò il consiglio, dicendo: Veramente e’ conviene ch’io sappia chi è costui. Ove fu detto per alcun suo consigliere: Signor nostro, voi avete provato col vizio della gola, provate ora col vizio della lussuria. Disse il doge: Chi più ne sa, più ne adoperi. Furono dunque richiesti venticinque giovani della terra, i più maliziosi e i più astuti, e quelli di cui il doge aveva più sospetto, frai quali fu uno questo Ricciardo. Per ch’essendo eglino sostenuti [30] in palagio, ciascuno si maravigliava, dicendo l’un con l’altro: perchè ci fa il doge sostenere? E di poi il doge fe’ fare in una sua sala venticinque letta, dove ciascun di questi giovani dormiva nel suo; e poi fece fare nel mezzo della sala un ricco letto, dove dormiva la figliuola, la quale era una bellissima creatura. E ogni sera, quando costoro erano iti tutti a dormire, venivano le cameriere, e mettevano a letto questa figliuola del doge; e il padre gli aveva data una scodella piena di tinta nera, ed avevale detto: Fa che chi viene al letto a te, tu lo tinga nel volto, sì che si conosca. Di questo ognun si maravigliava, e nessuno aveva ardire d’andare a lei, dicendo: Per certo questo non è meno che gran fatto. Ricciardo si pensò fra sè di volere andare a costei una notte fra le altre, passata mezza notte; e così essendo spento il lume, ed essendo soperchiato dalla volontà, levossi pianamente e andossene al letto dov’era costei, e pianamente se le coricò a lato, e cominciolla abbracciare e basciare. La fanciulla si risentì, e subito intinse il dito nella scodella e tinse il viso a Ricciardo, il quale non si sentì [31] . Fatto quello perch’e’ v’andò, e avuto quel piacere che volse, tornossi al letto suo, e incominciò a pensare: Questo che vorrà dire? che ingegno vorrà esser questo? E poco stando, a costui piacque il pasto, e vennegli voglia di ritornare alla fanciulla, e così fece. Per ch’essendo con questo agnolo di paradiso, ella risentendosi, lo tinse e fregogliela al viso. Di che avveggendosi Ricciardo, tolse quella scodella, ch’era sulla lettiera sopra il capo di costei, e andossene intorno intorno, e tinse tutti quegli altri, ch’erano per quelle letta, pianamente, che nessuno non si sentì: a chi ne diè due fregate, a chi sei, e a chi dieci, e a sè ne diè quattro, oltra quelle due che gli aveva fatte la fanciulla, e poi ripose la scodella a capo al letto, e con molta dolcezza le diè la bene andata, e tornossi nel suo letto. La mattina per tempo le cameriere vengono al letto della fanciulla per aitarla a vestire, e poi la menarono al doge, il qual la domandò come era ito il fatto. Disse la figliuola: Bene; però che io ho fatto ciò che voi m’imponeste. Egli è vero che uno venne a me tre volte, e ogni volta lo tinsi. Il doge mandò subito per coloro con cui s’era consigliato, e disse: Io ho giunto l’amico, e però ho mandato per voi, ch’io voglio che noi l’andiamo a vedere. E andaronsene nella sala, e guardando or questo or quello, e veggendoli tutti tinti, cominciarono a fare le maggiori risa del mondo: dicendo: Per certo costui ha il più sottile ingegno che nessuno che si vedesse mai. E troppo bene s’avvisarono che uno avesse tinto tutti gli altri. Dove l’uno con l’altro di que’ giovani veggendosi tinti, se ne presero insieme grandissimo piacere e diletto. E poi il doge li esaminò tutti quanti, e non potendo spiare chi fosse stato, prese per partito di volerlo sapere, e promise a chi fosse stato dargli questa sua figliuola per moglie con una grandissima dote, e perdonargli, però che non poteva essere se non uomo di grandissimo sentimento. Per che veggendo e intendendo Ricciardo la volontà del doge, andossene a lui dimesticamente, e gli disse, ogni cosa dal principio alla fine. Il doge l’abbracciò, e poi gli perdonò, e con molta festa gli diè la figliuola per moglie. Ricciardo riprese cuore, e diventò tanto magnanimo, da bene e valoroso, che quasi tutto quello Stato andava per sua mano. E così visse gran tempo in pace e in amore di tutto il comune di Vinegia.

NOVELLA II.

Giunto il frate alla fine della sua novella, cominciò Saturnina e disse: Per certo, questa è stata una piacevole cosa a udire, e però io te ne vo’ dire una, la qual credo che ti diletterà assai.

Il re di Raona ebbe una figliuola, la quale aveva nome Lena, giovane, bella, vaga, costumata e savia, quanto la natura l’avesse potuta far più; onde per tutto il paese risplendeva la fama di questa nobil creatura, e molti valorosi signori la domandavano per moglie, e il padre a tutti la dinegava e non voleva dare. Ora il figliuolo dello imperadore, che aveva nome Arrighetto, udendo dire delle bellezze di costei, se ne fu innamorato, e non pensava se non com’egli la potesse aver per moglie, e in breve, e’ fece uno alto e nobile avviso. Egli ebbe a sè uno orafo, il miglior maestro che si potesse trovare, e fecegli lavorare una bellissima aquila d’oro, e tanto grande, quanto un uomo vi potesse star dentro nascoso. E quando questa aquila fu fatta, tanto bella e maestrevole, quanto dir si potesse, egli la diè a questo maestro che l’aveva lavorata, e disse: Vattene con questa aquila in Araona, e rizza uno stazzone dell’arte tua sulla piazza dirimpetto al palagio dove abita la figliuola del re, e trai fuori in su ’l banco questa aquila ogni dì, e di’ che tu la voglia vendere; e io vi sarò allotta che tu, e farai quello ch’io ti dirò, e non t’impacciare in altro. Il maestro tolse questo suo lavoro, e prese danari assai e andò in Araona, e a punto fece uno stazzone dirimpetto al palazzo dove abitava questa figliuola del re, e cominciò a lavorare del magistero suo; e poi certi dì della settimana poneva fuori questa aquila. Ove tutta la città trasse a vedere questo fatto, tant’era maravigliosamente e ben fatta. E facendosi un giorno alla finestra questa figliuola del re, vide l’aquila, dove mandò a dire al padre che la voleva per gioiello. Il padre la fe’ chiedere in compera a quello maestro, essendo già giunto Arrighetto, e il maestro lo disse con lui, il quale si trovava in casa questo orafo certamente. Disse Arrighetto al maestro: Rispondi che tu non la vuoi vendere, ma che, s’ella gli piace, tu gliela donerai volentieri. L’orafo n’andò al re e disse: Signor mio, io non la venderei; ma se ella vi piace, prendetela, ch’io ve la dono volentieri. Rispose il re: Falla arrecar quassuso, e poi noi saremo ben di concordia. Disse il maestro: Egli sarà fatto. E tornò da Arrighetto e dissegli: Il re la vuol vedere. Allora Arrighetto subito entrò nell’uccello, e portò seco certi confetti, i quali avevano a dar sostenimento alla natura, e acconciò sì l’uccello dal lato di dentro, che si poteva aprire e serrare a sua posta, e poi lo fe’ portare innanzi al re. Il quale veggendo sì bella cosa, la presentò alla figliuola, e il maestro andò là a conciargliela in camera presso al letto di questa donzella. E poi che l’ebbe acconcio, le disse: Madonna, non lo coprite con niente, però che questo è un certo oro, che s’egli stesse coperto, annerirebbe, e non sarebbe così lucente. E poi le disse: Madonna, io ci tornerò spesso a rivederla; e la donzella gli rispose puramente che era contenta; e l’orafo ritornò dal re, e disse come l’uccello piaceva molto alla donzella, e poi soggiunse: Ed anco farò che le piacerà più, però ch’io lavoro una corona, che il detto uccello porterà in testa. Al re piacque molto; e poi fe’ venire molti danari, e disse: Maestro, pagati a tuo senno. Rispose il maestro: Signor mio, io son pagato, poi ch’io ho la grazia vostra. E dopo molte parole, il re non gli potè mai appiccar danaro addosso, sempre dicendo: Io son pagato. Avvenne ch’essendo una notte la detta Lena a letto, e dormendo, il detto Arrighetto uscì dall’uccello, e pianamente se n’andò al letto dov’era colei ch’egli amava più che se medesimo, e pianamente le baciò la sua candida e vermiglia gota. La donzella si risentì, ed ebbe una grandissima paura, e cominciò a dire: Salve Regina misericordia; e parte tremando, chiamò una sua cameriera, ed Arrighetto subito tornò nell’uccello. La cameriera si levò e disse: Che volete? Disse costei: Io sentii uno che m’era a lato, e toccommi il volto. La cameriera cercò tutta la camera, e non vide nè sentì niente, e non trovando niente, si ritornò a letto, dicendo: Per certo ella avrà sognato. E stando un pezzo, Arrighetto tornò soavemente al letto, e con molta dolcezza la baciò, dicendo pianamente: Anima mia, non aver paura. La fanciulla fu desta, e mise un grande strido. Le cameriere tutte si levarono, dicendo: Ch’hai tu, che non fai altrochè sognare? Arrighetto era di fatto ricorso nell’uccello; ed elle posero mente all’uscio e alle finestre, e trovandole serrate, e non vedendo niente, cominciarono a far romor con costei, dicendo: Se tu ci fai più motto, noi lo diremo alla maestra tua. Come! che pazzie son queste a non ci voler lasciar dormire? Un bel costume è questo a gridar la notte. Or fa che tu non ci facci più motto, e briga di dormire e lascia dormir noi. La mammola ebbe paura; e stando un pezzo, quando parve ad Arrighetto il tempo, egli uscì dell’uccello, e pianamente andò al letto e disse: Lena mia, non gridare e non aver paura. Disse costei: Chi sei tu? Disse Arrighetto: Io sono il figliuolo dell’imperadore. Disse costei: Come ci sei tu entrato? Disse Arrighetto: Reverendissima donna, io te lo dirò. Egli è più tempo ch’io m’innamorai di te, udendo dir le bellezze tue, e più e più volte ci venni per vederti, e non potendo avere altro modo, io feci far quest’aquila, e sonci venuto dentro, solo per poterti parlare. E però ti prego che ti piaccia aver di me misericordia, conciossiacosa ch’io non ho altro ben che te in questo mondo; e vedi ch’io mi sono messo alla morte per te. La fanciulla udendo le dolci parole ch’Arrighetto le disse, volsesi a lui, ed abbracciollo e disse: Considerato quello che tu ti sei messo a far per me, la mia sarebbe grandissima villania a non te lo rimunerare. E però io son contenta che tu faccia di me ciò che tu vuoi; ma prima voglio veder, come tu sei fatto, e però tornati al luogo, tuo, e non temere, che domani io farò vista di voler dormire, e serrerò l’uscio della camera, e rimarrò sola, sì che noi potremo vederci insieme, e allora potremo parlare più distesamente. Arrighetto rispose e disse: Madonna, se io morissi, io son contento, considerato che tu m’hai accettato per servidore; ma piacciati in segno di ciò basciarmi una volta. La donzella graziosamente lo baciò, perch’ella già sentiva al cuore le fiamme dell’ardente amore; ed Arrighetto tornossi nell’uccello. Il dì seguente la donzella disse che voleva dormire, perchè le pareva mill’anni di vedere Arrighetto; e mandò fuori le cameriere, e serrata la camera, se n’andò a questo uccello, del quale subitamente Arrighetto uscì fuori, e inginocchiossele ai piè. Ed ella quando lo vide così giulivo e bello, subito se gli avventò al collo, ed egli prestamente la ricevette nelle braccia, dicendo: Io sono il più contento uomo che sia al mondo, ch’io ho quel piacere ch’io ho tanto tempo desiderato; e così le contò tutto il casato, e chi egli era, con parole tanto dolci e soavi, che parevano viole ulentissime, mescolate con saporiti baci. Non si potrebbe narrar l’amor che di nuovo si puosero; e così stettero più dì e notti in questa maniera; e la donna lo tenne fornito di confetti e vini che passavano le stelle. E l’orefice veniva spesso a veder l’uccello, e parte domandava Arrighetto, se voleva niente, ed ogni volta gli rispondeva che no. Avvenne ch’Arrighetto disse una volta alla donna: Io voglio che noi ce n’andiamo nell’Alamagna a casa nostra. Rispose la donna: Arrighetto mio, io son contenta a ciò che ti piace. Disse Arrighetto: Io me n’anderò, e verrò con un naviglio al castello del re ch’è in su la marina, e sarovvi la tal notte; e tu dirai a tuo padre che tu vuoi andare a spasso a veder la marina, e m’aspetterai in questo castello, ed io vi verrò una notte, e metterotti su la nave, e andremci via; e la donna disse: Così sia fatto. La donna mandò per l’orefice e disse: Portane questo uccello, e fa che tu me gli faccia quella corona, sì che alla mia tornata io trovi che sia fatta. Disse il maestro: Se ’l signore vuole, io son contento. Disse la donna: Fa quel ch’io ti dico; e il maestro fe’ portare l’uccello allo stazzone suo. E quando fu il tempo, Arrighetto se n’uscì, e pigliò commiato dal maestro, e andossene segretamente in suo paese, e diè ordine di fornire una bella nave con certe galee armate in difesa di detta nave, e poi si mosse e venne inverso questo castello del re d’Araona, com’era dato l’ordine. In questo mezzo la donna disse al padre: Signor mio, io voglio andare al porto a veder la marina, e starmi al vostro castel qualche dì. Il padre fu contento, e felle dar compagnia di donne e donzelle assai ch’andassero dandosi spasso con lei. La donna se n’andò con quest’altre donne a questo castello, e con molta allegrezza aspettava Arrighetto, pregando Dio ch’e’ venisse tosto; e tutto il dì guardava fra il mare s’ella lo vedesse; e una notte, all’ora data, Arrighetto giunse ai piè di questo castello. La donna subito scese giù a lui, e abbracciollo, e prestamente entrarono nella nave, e fecero vela e andaronsi con Dio; e Arrighetto se la menò in suo paese. La mattina non trovandosi costei, ne fu romor grande, e fu fatto sentire al re, come i corsali [32] di mare erano venuti a questo suo castello, e avevano furata la figliuola. Il re n’ebbe grandissimo dolore, considerato com’egli l’aveva perduta. E non sapendo il fatto, mandò un suo figliuolo, il qual era un gagliardissimo uomo di sua persona, e dissegli: Io ti comando a pena della vita, che tu non torni mai, che tu sappia dove ella è, e chi l’ha tolta. Costui si mise per mare, seguendo quel naviglio, e sentì e seppe che il figliuolo dell’imperadore se ne l’aveva menata; ed essendone certo, se ne tornò al padre, e dissegli che il figliuolo dell’imperadore era venuto ivi in persona, e furata l’aveva. Onde il re fe apparecchio grande per andare a osteggiarlo infin nell’Alamagna, e richiese il re di Francia e ’l re d’Inghilterra e ’l re di Navarra e ’l re di Maiolica e ’l re di Scozia e ’l re di Castiglia e il re di Portogallo, con altri assai signori e baroni di ponente: Di che sentendo l’imperadore l’apparecchiamento che faceva costui per venirgli addosso, fe’ il simigliante, e invitò e richiese il re d’Ungheria e ’l re di Boemia, ed altri assai marchesi, conti e baroni di Alamagna; sì che l’una parte e l’altra ragunava e faceva grandissimo esercito per combattere insieme, per lo modo che voi udirete. Avvenne che quando il re d’Araona ebbe ragunato l’esercito suo, egli si mosse, e venne nell’Alamagna su per lo terreno dell’imperadore; e sentendo l’imperadore la venuta sua, feglisi incontra a una città che si chiama Vienna con gran moltitudine di gente: e quando furono presso l’un campo all’altro, il re di Araona ebbe suo consiglio, e deliberò di richiedere di battaglia lo imperadore, e così fu fatto; che subito mandò per un suo trombetto un guanto tutto sanguinoso in su un pruno. Arrighetto, come maggior dell’oste, accettò la battaglia graziosamente; e dato l’ordine, deliberarono, il giorno che si dovesse essere in sul campo. La notte dinanzi il re d’Araona fece dodici maestri sopra l’esercito, i quali erano uomini di gran valore e sentimento. E la prima schiera furono tre mila buoni uomini d’arme, tutti vestiti a nero, e feceli la maggior parte cavalieri a spron d’oro, e chiamavansi i cavalieri della morte, e diè per lor capo il figliuolo, il qual aveva nome messer Princivale, e poi gli disse: Figliol mio, oggi è quel giorno che si racquista l’onore di tua sorella, e però ti prego che tu sii valente e gagliardo, e fa che ogni ramo di paura sia spento in te, e prima acconsenti d’esser tutto tagliato, che tu ti volga mai. E diegli uno stendardo, dov’era un leon d’oro nel campo azzurro con una spada in mano. La seconda schiera era il duca di Borgogna con tre mila Borgognoni e Francesi, tutti bene a cavallo e bene armati, e per arme portò quel giorno gigli d’oro nel campo azzurro. La terza schiera guidò il duca di Lancastro con tre mila Inglesi esperti e coraggiosi nell’arme, e tutti armati di panzera e di petto e di rilucenti bacinetti, e tutti assettati sotto uno stendardo dov’erano tre leopardi d’oro nel campo vermiglio. La quarta schiera guidò il re di Castiglia e il re di Scozia con quattromila uomini d’arme, tutti ben a cavallo e bene armati, portarono due gonfaloni, e nell’uno era dipinto un castel bianco nel campo vermiglio, e nell’altro un drago verde nel campo vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo. La quinta schiera guidò e resse il re, di Maiolica e il re di Navarra con due mila buoni combattenti, e per arme portarono quel giorno due bandiere, e nell’una era una lupa nera nel campo bianco, e nell’altra tre scacchi vermigli nel campo bianco, e una lista vermiglia in mezzo. La sesta schiera guidò il conte Novello di Sansogna con mille cinquecento Provenzali, e in sua bandiera per arme portava nel pennone tre rose vermiglie nel campo bianco. La settima ed ultima schiera guidò il valoroso re d’Araona con quattro suoi nepoti, con cinque mila Araonesi bene armati e di buono apparecchio, e bene a cavallo su grossi destrieri, tutti coverti di piastra e di maglia, e per insegna portò quel giorno un angelo con una spada in mano, e intorno a questa schiera aveva due mila arcieri a piè; e di continovo i dodici maestri dell’oste attendevano a conciare e assettare le schiere con tante trombe e pifferi, che pareva veramente un tuono. Similmente l’imperadore attese a far le schiere sue, e fe’ cavalliero e conte quella mattina il figliuol suo messer Arrighetto di Soave, e più gli diè tre mila tra baroni e cavalieri in sua compagnia, tutti grandissimi gentiluomini, e diegli per insegna uno stendardo imperiale, dov’era dipinta un’aquila nera nel campo d’oro, e portò quel giorno una donzella dipinta nello scudo con una palma in mano, e quello scudo gli donò colei per cui questa battaglia si faceva. E poi che l’imperador gli ebbe dato questo stendardo e compagnia, gli disse: Figliuol mio, questo fatto è tuo; e però non ti dico più. La seconda schiera guidò un nipote del re d’Ungheria con cinque mila Ungheri benissimo in punto, e per arme portava in suo stendardo gigli d’oro nel campo azzurro, e liste bianche e vermiglie. La terza schiera guidò l’antico re di Boemia con, sei mila cavalieri tutti bene armati e bene a cavallo, e ben volontarosi alla battaglia, e per insegna portava in suo stendardo un leon bianco con due code nel campo vermiglio. La quarta schiera guidò il Seri della Lipa, duca da Osterliche, con sette mila cavalieri di grand’ardimento, e bene usi nell’arme e pratichi in battaglia, per insegne portava due pennoni, e nell’uno era un’aquila bianca con due teste nel campo rosso con certi punti bianchi, e nell’altro era dipinto un monte bianco nel campo azzurro con una spada fitta in detto monte. La quinta schiera guidò il conte di Savoia e il conte Guglielmo di Luzimborgo con tre mila cinquecento cavalieri, tutti uomini valorosi e gagliardi, senza nessuna paura, e per insegne portavano due pennoni, e nell’uno era dipinto un orso di suo pelo nel campo giallo, e nell’altro erano fatti quartieri bianchi e rossi. La sesta schiera guidò il Patriarca d’Aquilea con mille e quattrocento conti e baroni e cavalieri a spron d’oro, e per insegna portava nel suo stendardo una mitra nel mezzo di due pastorali bianchi nel campo vermiglio. La settima ed ultima schiera guidò l’imperadore con quattro, mila Tedeschi, tutti provati, i quali parevano nati nell’arme, e portò per arme quel giorno quel gonfalone ch’arrecò l’Angelo a Carlo Magno, cioè oro e fiamme, il quale è una fiamma di fuoco nel campo d’oro. E veramente questa ultima schiera fu accompagnata da molti valorosi e valenti uomini di guerra, ed ogni schiera aveva quattro siniscalchi, i quali andavano sempre intorno alle schiere loro, acciocchè nessuno potesse uscir di schiera, tal che niuno sinistro o mancamento vi fosse. Essendo ordinate e fatte le schiere dall’una parte e dall’altra, e venuti innanzi gli spianatori tagliando sepali [33] e alberi e riempiendo fosse, come fu fatto giorno, dall’una parte e dall’altra si cominciarono a vedere i raggi del sole che percotevano in quell’arme rilucenti, e vedevasi che il vento faceva isventolare gli stendardi e pennoni e bandiere, e udivasi l’annitrire che facevano i cavalli, e il romore che facevano i pifferi e trombetti dell’una parte e dell’altra; che pareva che ’l mondo balenasse e tonasse. Non si vide mai tanta fiorita e nobil gente in su un campo assembrata, quanta fu questa, nè tanti valorosi e savi e buoni uomini d’arme dall’una parte e dall’altra, quanti aveva in quel bellissimo campo. E se mai fu retta o guidata con senno oste nessuna, fu quella del valoroso re d’Araona; il quale, come fu fatto giorno, tal che si potevano vedere e conoscere insieme, se n’andava confortando le sue schiere, e ammaestrandole ne’ fatti dell’arme, e pregandole che si portassero bene e valentemente; conciofosse cosa che quel giorno e’ torrebbono il titolo dello imperio con la spada in mano agli Alamanni, adducendolo nelle lor parti con grandissima gloria e trionfo, come già fu al tempo del buon re Carlo Magno, e però pregava che ciascun fosse paladino, considerando in quanta perpetua fama ne verrebbono con li loro successori in quello benedetto e vittorioso giorno nel qual Dio e il beato messer san Georgio li farebbe vincitori. E però, diceva egli, fate che le vostre spade taglino, e che niuno degl’inimici sia tolto a prigione, però che un uomo morto non fa guerra. E chi avesse pensier di non esser buon uomo in volere in questo dì d’oggi acquistar tanta nobile e gloriosa fama, faccia ragion di morire; però che noi siamo ne’ paesi loro, nè vi abbiamo nessun rifugio; che per noi non ci sono se non le spade, sì che per forza ci convien essere valenti uomini. Ed appresso comandò che se alcuni di sua gente si volgessero indietro per fuggire, ch’eglino fussero i primi morti.

A tutte le schiere sue pareva mill’anni d’essere alle mani, perchè pareva lor combattere a ragione. E lo simigliante fece l’imperadore a messer Arrighetto a tutta la gente loro, rammentando loro che ’l sangue alamanno era il più nobile e il più valoroso che fosse al mondo; e non sine quare [34] dicevano eglino, abbiamo acquistata la santissima corona imperiale, e posseduta già tanto tempo; e però siate valorosi e gagliardi a spegnere l’orgoglio e l’audacia di questi gallici tramontani, che sono venuti per la lor superbia infino nelle nostre parti per volerci divorare; e ricordatevi de’ nostri passati, i quali furono sempre maestri nell’arme, e desiderosi d’acquistar fama alla patria loro, come fu il buono e valoroso Otho di Sassonia primo imperadore, e il franchissimo Arrigo primo e il primo Corradino, e il secondo e terzo e quarto Arrigo imperadore, e il buon Barbarossa Federigo primo, e il quinto Arrigo di Svevia, ed Otho quarto di Sassonia, ed altri assai. Medesimamente il patriarca d’Aquilea andava per le schiere segnando e perdonando a ciascuno i suoi peccati, dicendo che tutti combattessero francamente, che sarebbono vincitori. E segnata l’una, e l’altra parte col suo segno, e dato il nome della battaglia per la parte dell’ imperadore, San Polo, e per la parte del re d’Araona, San Giorgio cavaliere, le prime due schiere s’incominciarono appressare, e, abbassate le lancie, gagliardamente si trassero a ferirsi, e senza paura valorosamente l’un l’altro assalì; e, spezzate le lancie, misero mano alle spade, porgendosi e dandosi quegl’ ismisurati colpi su per li rilucenti bacinetti, che infino al cielo mandavano le faville, tanto di volontà l’una parte e l’altra si ferivano e percotevano insieme. Avvenne che ’l cavallo di messer Arrighetto gli fu morto sotto, di che e’ cade; ma subito si rizzò in piè, e con la spada in mano si faceva far piazza. Molti de’ cavalieri della morte gli erano intorno, e nessuno lo poteva afferrare; e messer Princivale correndo per lo campo, s’abbattè di ventura a costui, e conobbersi insieme. Del che messer Princivale lo sgridò, dicendo: Traditore, tu sei morto. Rispose messer Arrighetto: Io ti prego per amor di tua sorella che tu non m’uccida. Disse messer Princivale: Non piaccia a Dio nè voglia ch’ io riguardi te, che non riguardasti me; e alzò la spada e diegli, e se non fossero state l’arme buone e provate ch’egli aveva in dosso, per certo egli, era morto quel dì, e gli tagliò tutto lo scudo in braccio. Di che il nipote del re di Ungheria lo soccorse con tutta la schiera degli Ungheri, e subitamente fu riposto a cavallo con la spada in mano, dando fra costoro; ove l’avversa parte cominciò a piegar per lo troppo soperchio di gente, che premette loro addosso: ove il duca di Borgogna percosse con la schiera sua, e quivi fu grandissima battaglia, e mortalità di gente; ma pur gli Ungheri si scostavano e aprivano gli archi con tutta ruina, che le cocche quasi si raccozzavano insieme, e così ferivano e uccidevano coi loro assaglimenti molta gente, sì che per forza i nimici cominciarono a rinculare indietro; e per questo si mosse il duca di Lancastro con li valorosi e gagliardi cavalieri inglesi, e giunto come un leone scatenato tra questi Ungheri, gridando alla morte, quegli Ungheri si fuggirono lor d’innanzi che parevano pecore. E così si riscontrò nel nipote del re d’Ungheria, e, abbassata la lancia, gli corse addosso, e buttollo da cavallo quanto la lancia fu lunga, e subito gli furono addosso e d’intorno; e perchè egli era di casa regale, non lo volsero uccidere, ma lo tolsero a prigione. Vedendo gli Ungheri preso il capo loro, tutti si misero in rotta: e vedendo questo il re di Boemia, mosse gagliardamente la sua schiera, gridando inverso i nemici: Carne, carne; e quivi fu una durissima ed aspra battaglia, e così mossono le altre seguenti schiere il re di Castigliano, il re di Scozia e il duca di Osterliche. Riscontrandosi insieme queste schiere, era sì grande il rumore e le strida, e il risuonare che facevano coi loro corpi, che pareva che l’aria e la terra ne tremasse. E correndo per lo campo, si riscontrarono insieme il re di Scozia e il duca di Osterliche, e con molto ardir l’uno e l’altro si corsono addosso, e spezzate le lancie, missero mano alle spade; ove il duca inaverò [35] il re di Scozia di una punta nel braccio, per modo che ’l detto re non poteva più menar la spada; e il duca lo prese ed ebbelo prigione; La gente sua vedendo andar preso il signor loro, fecero capo e strinsonsi insieme, e fecero siepe addosso al duca, e per forza d’arme glielo tolsero. Del che il duca incanito [36] si cacciò tra loro con tanta furia, che beato era quello che gli poteva fuggire d’innanzi; e così si lasciò tanto trasportare alla volontà, ch’egli trascorse nella quinta schiera, dove era il re di Navarra e il re di Maiolica i quali prudentemente correvano alla battaglia; e riscontrandosi in lui, il re di Maiolica chinò la lancia, e posegliela al petto e passollo dall’un lato all’altro, e così cadde in terra e morì il valoroso duca di Osterliche. E così vittoriosamente quei di quella schiera avendo fatto buon principio, presero ardire, e franchissimamente corsero infino alla schiera del conte e duca di Savoia e del conte Guglielmo, e quivi fu una dura ed aspra battaglia, e per forza furono atterrate le bandiere dei detti due conti, e quasi messi in isconfitta. Il che vedendo il patriarca d’Aquilea, subito si mosse con la schiera sua addosso alla furia del re di Maiolica, ed era tanto ben a cavallo e con buona brigata, che per forza si fe’ far luogo, e corse con gran furia dov’era il valoroso messer Princivale, il qual diligentemente se gli fece incontro, e ferillo con una lancia per modo, che parte del troncon della lancia gli rimase nel petto; ma pur fu tanta la possanza sua, che lo trasportò via; e così ferito come egli era faceva gran danno a’ nemici, ma per la gran quantità del sangue che gli usciva d’addosso, la vista gli cominciò a mancare; e correndo per lo campo, s’abbattè in messer Arrighetto, il quale conoscendolo e vedendolo così ferito, gli disse: Oimè! signor mio, ch’è questo? Disse il patriarca. Figliuol mio; sferrami, ch’io son morto; ed egli subito lo sferrò, ed il patriarca disse: Io non vedo quasi lume, però turami e fasciami molto ben questa ferita, e poi mi mena dove è la folta battaglia, che per certo innanzi ch’io muoia, per man mia ne morranno parecchi; e così fu; che poi che fu fasciato, basciò messer Arrighetto, e diegli la sua benedizione e disse: Figliuol mio, non ti sgomentar per la morte mia, ma piglia esempio da me, e fatti con Dio, però che non è tempo da stare a far parole; e cacciossi nella battaglia con la spada a due mani, e guai a chi gli veniva presso; e così si resse un pezzo, e poi morì. Avvenne che messer Arrighetto vedendo venir la schiera del conte di Sansogna, si mosse con li suoi, i quali erano rinfrescati, e disperatamente corse addosso al conte, ed egli vedendolo venire tanto disperatamente verso di lui, con molto ardir gli corse addosso, e messer Arrighetto gli pose la lancia al petto, e per forza lo passò dall’un lato all’altro; e così cade da cavallo il valoroso conte, e poco stante si morì, ed il suo corpo fu preso dalla sua gente e fu portato nel lor campo. Vedendo il re d’Araona morto il buon conte di Sansogna, non si puotè tener di lagrimare; e poi si recò la lancia in mano, e disse: Brigata, chi mi vuol ben, mi segua; e mossesi, che pareva una tempesta, mettendo a taglio di spada chi innanzi se gli parava; e così andava per lo campo com’un dragone; e d’innanzi gli fuggiva ogni persona. Vedendo questo l'imperadore, mosse la schiera sua con un animo adirato, inverso il re d’Araona, e riscontrandosi insieme le dette due schiere, parevano demoni dell’inferno, tanta era la tempesta che l’una e l’altra parte faceva, dando e togliendo quei colpi smisurati. Il re d’Araona si gittò lo scudo dietro alle spalle, e recossi la spada a due mani, tagliando chi innanzi se gli parava, in modo che ogniuno gli fuggiva d’innanzi, perchè non potevano sofferire i suoi grandissimi colpi; e molti baroni e conti furono morti per le sue mani; e così era la cosa mescolata, dando e ricevendo grandissimi colpi, tagliando arme, mani, braccia, e facendo grandissima sparsione [37] di sangue per tutto ’l campo. Pur l’imperadore con sua brigata fece grandissimo danno a’ nimici. Avvenne che il re di Araona s’abbattè a una fontana, dov’era disarmato della testa messer Arrighetto che si voleva rinfrescare, e il re d’Araona smontò da cavallo, e smontato, conobbe all’arme messer Arrighetto, e senza dir altro, menò la spada d’un man rovescio, e diè a messer Arrighetto un gran colpo, a traverso il volto, dicendo: Questo ti do innanzi tratto per parte della dote di mia figliuola; e rimontò a cavallo, e disse ad Arrighetto: Ripiglia l’arme tua, ch’oggi è quel dì che per le mie mani ti convien morire a questa fonte. Rispose messer Arrighetto: Non è usanza di cavaliere di combatter con chi è sì villanamente ferito, come sono io: Rispose il re: Fasciati la ferita, e poi monta a cavallo, però ch’io intendo di veder se tu se’ così gagliardo come ho inteso. E mentre che egli stavano in questa quistione, venne il conte Guido di Luzinborgo con certi suoi baroni, i quali venivano alla fonte a rinfrescarsi, e conosciuto ch’ebbe il re di Araona e messer Arrighetto, e udita, la quistione, rivolsesi al re e disse che voleva terminar quella quistione; del che il re e messer Arrighetto furono contenti. E il conte disse: Messer lo re, io voglio che per questo dì d’oggi si ponga fine a questa battaglia, e in tanto messer Arrighetto si farà medicare, e come egli sia in atto di poter combattere; potrete essere amendue in su ’l campo, e tra voi due determinare questa quistione, acciò che tanti buoni uomini non muoiano per una femina; che per mia fe' io non vidi mai la più sanguinosa battaglia di questa. Il re fu contento, e messer Arrighetto ancora, e impalmaronsi del combattere insieme, e poi si partirono, e ritornati nel campo, ciascun di loro fe’ dare nelle trombette sue e sonare a raccolta; e fu grandissima fatica a dipartir quella crudelissima zuffa. Ed essendo ciascuna delle parti ritornata la sera ai campi loro, il re dAraona fece ragunare tutti i suoi re e conti e baroni, e disse lor ciò ch’egli aveva fatto e promesso; e quasi tutti ne furono contenti, salvo messer Princivale, il qual disse: Signor mio, io intendo di voler combatter con lui io, però ch’io son giovane come egli, e tutto ’l dì d’oggi lo sono ito cercando per lo campo, e non l’ho mai potuto trovare. Disse il padre: Figliuol mio, lascialo guarire, e poi farai ció che tu vorrai. Avvenne che intendendo il papa le grandissime ragunate che avevano fatte questi due signori, vi mandò due cardinali per pacificarli insieme, e trovando la cosa tanto maldisposta, parlarono più volte con l’imperadore e col re d’Araona, il quale molto mal volentieri veniva a questa pace. Ma pur furono tante le preghiere dei signori e i comandamenti che fecero loro i cardinali per parte del papa, sotto pena d’escomunicazione, che facessero pace, che, come piacque a messer Domenedio, s’accordarono, e con molta festa e allegrezza il detto messer Arrighetto tolse per moglie questa figliuola del re d’Araona, e messer Princivale tolse per moglie la figliuola dell’imperadore, sirocchia di messer Arrighetto. E quando s’ebbero perdonato l’un all’altro, e fatta pace e parentado insieme per le mani di quei due cardinali, con molta consolazione e festa si partirono, e ciascun si ritornò nelle sue contrade con buona ventura.

Finita la novella, cominciò frate Auretto e disse: Per certo questa è stata una ricca novella, e molto m’è piaciuta: ora io ti dirò una canzonetta, la qual comincia e dice così:

Donne, che siate d'ogni mal radice,

E vede ogniuno, e non vi si disdice;

Perchè l'Amor è cieco, e la fe' manca,

E lealtà non si trova in nessuna.

Adunque è folle ciascun che s’ammanta,

A por amore, o, credere a nessuna;

Perchè e' non fu mai bianca nè bruna.

Che fe' portasse se non a pendice.

Disfessi Troia per amor di donna,

E tanti gran signor ne fur disfatti

Sol per amor di Lena e d'Esionna,

Per disvïati sguardi e lor vani atti;

benché quelle persone furon matti.

Guastando per amor il ben felice.

Dunque s'accheti chi è innamorato,

E non seguisca quel che non si trova,

Quanti ingannati n'ha il tempo passato,

Ch' hanno voluto vederne la prova!

Pensi ciascun che non è cosa nova,

Che la prima ne fu pianta e radice.

Canzon, cortesemente, parlerai

Fra donne o giovanetti innamorati,

Per ch'io son certo che tu troverai

Che i versi tuoi ti saran biasimati.

Non ti curar, che quei son gl’ingannati,

Ch'hanno nel cor quel che di fuor non dice,

Finita la canzonetta, i detti due amanti si presero per mano, e ringraziando l'uno l'altro, presero commiato, e si partirono con buona ventura.

GIORNATA DECIMA

NOVELLA I.

Ritornati i detti due amanti il decimo giorno all'usato parlatorio, cominciò Saturnina e disse: Io ti vo’ dire una novellai la qual credo che ti piacerà, perch'ella tratta di cosa della quale mi pare che tu ti diletti; e dice così.

Ebbe un Re di Francia una figliuola che si chiamò Dionigia, bella e vaga quanto donna de' suoi tempi; e il padre volendola maritare, e per molti danari, la voleva dare ad un grandissimo signore dell'Alamagna; il quale era vecchio di settanta anni; mala fanciulla non lo voleva, quantunque il padre disponesse di dargliele a suo dispetto. E la fanciulla non pensando ad altro che a trovar via onde ella si fuggisse, una notte Vestendosi ad uso di pellegrino, tignendo il viso con certe erbe che la cambiarono di colore e pigliando certe pietre preziose che l'erano state lasciate dalla madre alla sua morte, s'avviò verso la marina, e giunta al mare e montata sopra un naviglio, si trasferì all'Isola d'Inghilterra. Ma il Re suo padre non trovando la mattina la figliuola, ne fece cercare tutta la città, e per tutto il regno, nè trovandola si pensò che per lo dolore si fosse affogata. La fanciulla, poi che ella fu discesa in terra, s’inviò verso una città, ed abbattessi ad un monistero, che era il più ricco di quell'isola, del quale era priora una parente del Re dell'isola, ed ivi giunta, la fanciulla disse alla priora che volentieri si farebbe monaca e la priora le domandò chi ella era, di cui figliuola, e d’onde venisse. Costei rispose che era figliuola d' un borghese del reame di Francia, e che era morto il suo padre e la sua madre, e che ella avendo fatto certi viaggi, si voleva dare al servigio d’Iddio. Allora la priora veggendo costei benigna ed amena, s'imaginò di fare una allieva, e in parte esser servita, e disse: Io figliuola mia, ti riceverò molto volentieri, ma prima fia bene che tu provi la nostra regola e la nostra vita, e poi piacendoti le casa, ti potrai vestire. Dionigia fu molto contenta; ed entrata nel munistero, cominciò con tanta umiltà a servire la priora e le altre suore, che quante ne erano in quel munistero le avevano grandissimo amore, e si maravigliavano della sua bellezza e de’ costumi, dicendo: per certo costei dover esser gran gentil donna. Avvenne che da indi a poco il re d’Inghilterra, sendogli per quei tempi morto il padre, e andandosi per le sue terre a spasso, arrivò a questo munistero per visitare questa sua parente, cioè la priora, e da quella gli furono fatte accoglienze ed onore grandissimo. E nel dimorar quivi, gli venne veduta la Dionigia, la quale gli entrò sì fattamente nell’animo, che non si potrebbe dire, e domandò la priora chi ella fusse; la quale gli rispose, narrandogli come e quando vi arrivò, e i modi che ella teneva; ed egli fece pensiero di torla, per moglie, e lo disse alla priora, la quale gli disse, che non voleva, conciossiach’è non sapeva chi ella si fosse, e a lui si conveniva una figliuola di re o d’imperadore; alla quale egli soggiunse: Veramente che costei è figliuola di qualche gran signore, ai modi, ai costumi e alla bellezza sua. Ella è tale, rispose la priora. Disse il re: Per certo io la voglio così fatta come ella è e sia chi si voglia. La priora, fattala chiamare, le disse: Dionigia, Iddio ti ha apparecchiata una grandissima ventura, e odi come: Il re d’Inghilterra ti vuole per moglie. Costei, udendo ciò, si cambiò nel volto, e disse che a patto nessuno non voleva, ma che si voleva star monaca, e però le piaccia non ragionarle più di così fatte cose; e la priora lo disse al re, ed egli finalmente conchiuse che, levando ogni occasione, la voleva ad ogni modo. La priora vedendolo risoluto, tanto e tanto la lusingò, che ella fu contenta; e così, presente la priora, la sposò; e licenziatosi dalla priora, con la sua sposa se ne venne in Londra, dove nel suo palazzo fece la festa grandissima, e convitò tutti i suoi baroni, i quali vedendo così gran bellezza, tanta onestà e così bei costumi, non vi aveva uomo che non ne fosse innamorato. Ma la madre del re, per aver tolto costei, non si volse trovare a sì fatte nozze; ma con molta collera se ne andò ad una sua terra. Avvenne che questa Dionigia fece tanto co’ suoi portamenti, che il re voleva meglio a lei che a se stesso; la quale non molto dopo ingravidò e al re suo marito convenne con grosso esercito andare ad una isola che si era ribellata; e però pigliando commiato dalla sua moglie, e commettendo ad un suo vicerè che ne avesse cura, e la onorasse come regina, e lo avvisasse come ella avesse partorito, e del fatto, da Inghilterra si partì. Al tempo debito la donna partorì due figliuoli maschi, e il vicerè lo scrisse al suo signore; e colui che portò la lettera arrivò nel castello dove dimorava la madre del re, e quivi si posò, e diede nuove alla madre del re dei due fanciulli nati, la quale da doppia ira mossa, quando la notte il corriere dormiva gli cambiò le lettere che ’l portava, scrivendo come erano nati due bertuccini più sozzi e più contraffatti che mai si vedessero; e il giorno seguente, onorato il corriere, lo licenziò, commettendogli che alla tornata facesse la via di là oltra; il che egli promettendogliene, si partì, e cavalcando arrivò all’oste, e pose la falsa lettera in mano del suo signiore, il quale leggendo e intendendo così fatta cosa, ne rimase stupito, e nondimanco scrisse al suo vicerè, che li facesse nutrire, e non restasse di accarezzare la moglie fino al suo ritorno, che sarebbe presto; e spacciato il medesimo messo con lettere, se ne restò molto dolente. Il corriere prese le lettere, e come egli aveva promesso, passò, dal castello ove dimorava la madre del suo signore, ed ivi si riposò, e la notte mentre che dormiva, la donna gli tolse le lettere del figliuolo, e lettele ed inteso il tenore, non conoscendovi la morte della nuora, ne restò dolente; e in vece della vera, ne scrisse una falsa, dicendo: All’avuta di questa piglierai la moglie con que’ due fanciulli, e, perchè io so che non sono miei figliuoli, gli ammazzerai con lei ancora; e la ripose nella tasca al corriere che ancora dormiva, e la mattina, fattogli molte carezze, lo licenziò. Il corriere, non sapendo di ciò niente, si partì, e giunto al vicerè, gli presentò la lettera, il quale leggendola ne restò maravigliato, e domandò il messo chi gli aveva data quella lettera; al quale egli disse: Il re proprio; e in segno di ciò egli si turbò tutto, leggendo quella che gli mandaste. Allora il vicerè, udita sì fatta novella, cominciò a piangere fortemente, e così piangendo se ne andò alla regina, e le mostrò quella lettera e disse: Leggete, signora mia. La regina leggendo sì fatta lettera, cominciò fortemente a piangere e a dire: Ahi sfortunata la vita mia, che mai non ebbi un’ora di bene! e poi si recò i figliuoli in braccio, dicendo: Figliuoli miei, con quanta ria fortuna veniste in questo mondo! E che colpa avete voi commessa per la quale abbiate a morire? E così facendo il maggior pianto del mondo, basciava questi suoi poveri figliuolini, che erano belli come due stelle; e il vicerè faceva con lei grandissimo pianto, nè sapeva che partito si pigliare; e volto alla donna, le disse: Madonna, che volete fare? e che volete che io faccia? Voi vedete quanto il mio signore mi scrive; nondimanco io non avrei ardimento porvi le mani addosso; e però pigliate i figliuoli vostri segretamente, ed io vi accompagnerò fino al porto, ed entrerete in mare e andrete con Dio; in qualche lato vi guiderà la fortuna, dove forse sarete più contenta; alla qual cosa ella si accordò. E la notte seguente togliendo segretamente i suoi figliuoli, e gitasene al porto; si accostò ad un marinaro e disse: Lievami e portami a Genova, e pagati. Il vicerè raccomandandola al marinaro, gli diede danari, e piangendo si partì. La nave, facendo vento, in poco spazio ne portò la dolente donna a Genova; ed ella vendendo alcune gioie che ella aveva, tolse due balie e due cameriere, e di quindi si trasferì a Roma, dove fece allevare i due figliuoli assai diligentemente, a’ quali pose nome ad uno Carlo, e all’altro Lionetto. E vivendo in onesta vita: allevava questi suoi figliuoli, i quali, crescendo in virtù quanto in persona, facevano stupire chi li conosceva; e la madre facendoli da buoni maestri insegnare, loro fece imparare tutte le buone lettere che a gentil uomini si appartengono; e crescendo, li fece usare nella corte del papa, senza dire di chi si fussero figliuoli. Il papa sentendo la onesta e santa vita di così fatta donna, e vedendo la costumatezza e bellezza di quei suoi figliuoli, gli amava grandemente, e dava loro grossa provvisione, tanto che eglino potevano tenere servi e cavalli e bella vita. Avvenne che il papa volse fare il passaggio di oltra mare sopra i Saracini, e richiese tutti i re e signori di cristianità, fra i quali chiamò il re di Francia e ’l re d’Inghilterra, che piacesse loro venire personalmente a Roma, perchè voleva il lor consiglio sopra questo passaggio; e così i due re per comandamento del papa si trovarono a Roma. Ma prima è da sapere però, che il re d’Inghilterra tornando dal racquisto dell’isola che se gli era ribellata, e giungendo a Londra, dimandò il vicerè della sua douna e dei suoi figliuoli, egli fu risposto averne fatto quanto gli scrisse, e meno ancora, perchè egli gli aveva scritto che gli ammazzasse, ed egli gli aveva mandati via, e in fede di ciò gli mostrò le littere. Per la qual cosa il re si turbò molto, e volse sapere chi era stato cagione di sì fatta cosa; e conosciuto veramente che era stata la madre, spinto dalla collera, la ammazzò, e poi mandò in molte parti cercando per questa sua donna; e quando gli fu detto che gli erano nati due così bei figliuoli, egli fu per morire di dolore, e ste’ gran tempo che alcuno non gli poteva mai favellare, nè mai si rallegrò, tanto era l’amore che egli portava a questa sua donna, la quale sì sciaguratamente avea perduta. Ora avendo avuto questo comandamento dal papa di dovere essere a Roma col re di Francia, egli si partì, e giunto in Francia; insieme col re di Francia si trasferì a Roma, e furono con molte carezze raccolti dal papa. Avvenne che passeggiando, loro per Roma, furono dalla donna conosciuti, l’uno per fratello (perchè il padre fra questo mezzo era morto) e l’altro per marito; ed ella presentandosi davanti al papa, gli disse: Beatissimo padre, vostra santità sa che io mai non le ho voluto manifestare di chi sieno nati questi figliuoli, nè ch’io mi sia; ma ora che egli è venuto occasione da’ fare e l’uno e l’altro, io lo farò, lasciando seguirne quanto a vostra santità piacerà. Sappia dunque vostra santità che io fui figliuola del re di Francia, e sorella di quello che è qui in Roma: e per esser troppo baldanzosa, io, perchè mio padre mi voleva maritare ad un vecchio e contro mia voglia, mi partii, e andaimene in Inghilterra, e mi stava in un munistero; ma il re d’Inghilterra vedendomi, s’invaghì di me e mi prese per moglie, senza saper ch’ io era, ed in poco spazio di tempo io gli feci questi due fanciulli; ed egli non sendo allora nel regno, mandò a dire che io fossi ammazzata coi poveri figliuoli, negando esser suoi: ma io col mezzo di un suo ministro me ne andai, e mi venni fino a qui, dove io son vivuta allevando questi sfortunati figliuoli, come vostra beatitudine sa, e qui si tacque. Il papa confortatala, la licenziò, e mandato per li due re e per li fanciulli, parlò in questo modo al re di Francia: Conoscete voi, o serenissimo re, questi Fanciulli? Al quale egli disse: No veramente; e domandandone l’altro, gli fu risposto nel medesimo modo. Allora il papa volgendosi al re d’Inghilterra e all’altro, fece loro nota la cosa come stava, e all’uno per figliuoli, è all’altro per nipoti li diede; i quali li riceverono con quella festa e con quella allegrezza maggiore che potero; e domandando della madre, il papa la fece venire: la quale giugnendo, fece grandissime abbracciate al fratello senza far motto al marito; e domandata perchè; perchè ho ragione, disse ella, considerata la crudeltà che tu mi usasti. Il re piangendo, le raccontò la cosa come stava e chi n’era stato cagione, e la vendetta che egli ne aveva fatta. Ove accettando la donna la scusa si fecero la maggior festa del mondo; e in così fatta festa dimorarono in Roma più giorni vivendo allegramente. Ma licenziati dal papa con l’ordine del passaggio, egli diedero ordine di partirsi. E la donna disse al marito: Io ti do questi per tuoi figliuoli, e sì te li raccomando, e vatti con Dio, perchè io mi voglio rimanere qui per salvar l’anima mia e non esser più al mondo. Il marito le rispose, che mai non si partirebbe di Roma senza lei; e quivi fu grandissima quistione tra loro. Ma il papa e ’l re di Francia suo fratello la pregarono tanto, che ella si ritornò col marito, il quale fu il più contento signore che fusse mai; e pigliando commiato dal papa, si partirono, e col re di Francia se ne andarono in Francia, dove si fece festa grandissima, e quindi andarono in Inghilterra.

NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò frate Auretto e disse: Certo questa novella è stata bella. Ora perchè e’ mi pare che di Roma si facciano più alti e nobili ragionamenti, che di niuna altra città che mai fosse non solo nell’Italia, ma ancora in tutto il mondo, per quelle gran cose che in lei si fecero, io ti vo’ dire, com’ella fu edificata, e in qual tempo; e cominciò così.

Egli ebbe nella città di Alba un re, il quale discese dalla progenie di Enea figliuolo di Anchise, il quale ebbe nome Proca, ed ebbe due figliuoli, de’ quali l’uno ebbe nome Numitore e l’altro Amulio. Questo Amulio con sua malizia e forza cacciò del regno il fratello suo maggiore, e poi fece pigliare una figliuola di questo Numitore, la quale ebbe nome Rea, e fella rinchiudere in un munistero della dea Vesta, acciò che ella non potesse aver figliuoli. Avvenne che la detta Rea fu ingravidata da un sacerdote del Dio Marte, e partorì due figliuoli, uno de’ quali fu nomato Romulo e l’altro Remo. Questo Amulio, per lo sacrilegio che costei aveva commesso, la fece sotterrar viva in quel luogo dove è oggi la città di Rieti, la quale fu poi edificata, e per nome fu chiamata Reate; e poi fece pigliare que’ due fanciulli e comandò che fussero gittati nel Tevere; di che ai famigli ne venne compassione, e non gli affogarono, ma li gittarono in una sièpe di pruni, dove passando un pecoraio che aveva nome Faustulo, e trovando que’ fanciulli, li prese e se li portò a casa, e diedeli a sua moglie, che li nutricasse, la quale aveva nome Laurenzia; e così fur nutriti. Vero è che alcuni, dicono che questi due fanciulli furono generati dal Dio Marte, e questo non è vero, ma furono generati dal sacerdote del tempio del detto Dio; e anco dicono che furono nutricati nella detta siepe da una lupa, e questo anco non è vero. Ma perchè la moglie di questo pastore fu femina mondana, che volentieri faceva servigio di sè agli uomini, ella era chiamata Lupa; che mai non si sazia. Crescendo questi due fanciulli, cominciarono tra’ pastori essere i più gagliardi, e però presero tanto cuore, che e’ raunarono tutti gli sbanditi e ladri del paese, e fecero guerra e conquistarono molte ville, e poco poi sendo molto seguiti edificarono Roma, e muraronla intorno intorno, che prima era un bosco, e dove una e dove una altra fecero cotali casette di paglia, dove albergavano i pastori. Il detto Romulo venne in tanto stato, ch’egli fece uccidere il fratello in questa modo. Egli mandò un bando, che alcuno non dovesse passare le mura di Roma a pena della testa; e Remo suo fratello andando a uccellare, e fuggendogli un uccello gli convenne passare il detto termine; onde sapendolo il fratello, gli fece tagliare la testa, e così non avendo più che ventidue anni, rimase signore. E sendo in Roma carestia di donne, ordinò di fare una bellissima festa con molti giuochi, ed ivi vennero molte belle donne forestieri, e massime delle Sabine; e quando questa festa fu finita, i Romani, come Romulo già a loro aveva ordinato, per forza presero queste donne, e se le tennero per mogli. Dapoi Romulo elesse cento dei più vecchi per suoi consiglieri, facendo leggi e statuti, e resse Roma dieciotto anni; e in età di trenta anni essendo vicino a un fiume, fu coperto da una nebbia, la quale nebbia essendo sparuta, non si vide di Romulo nè ossa, nè pelle, nè indizio alcuno; e i suoi dissero che lo Dio Marte, cioè suo padre, se lo aveva portato in cielo in anima e in corpo. Ma quanto a me, io credo che quel fiume se ne lo portasse. E così fu edificata Roma da questo Romulo, e questo fu nel quattro mila quattrocento ottantaquattro anni dal cominciamento del mondo.

Finita la novella, cominciò Saturnina la sua canzona, e disse così.

Non perda tempo chi cerca aver fama.

O voglia acquistar grazia di sua dama.

Il perder tempo a chi più sa più spiace;

Dunque non dorma chi ha da veggiare;

Che ’l tempo passa a quel che in piume giace,

E tardi mal poi si può racquistare.

Adunque cerchi ogniun che vuol trovare

Il desiato fin, di ch’egli ha brama.

E non aspetti, se può, nel futuro;

Che tardi viene, se non se l’acquista;

Che pur ne l’acquistar pare altrui duro,

Benchè non sia, come altrui pare in vista;

Che non è poi fatica a chi resista,

Quanto egli è il cominciar per lunga trama.

E’ non fa mai d’amor donna sì nova,

Che s’io non dormo a volerla seguire,

Da durezza di cor non la rimova;

E fia rimunerato il mio servire.

Dunque non dorma chi vuol pervenire

Al fine di quel ben ch’ogniun tanto ama.

Ballata mia, a chi è negligente

Non t’accostar, nè sia di sua brigata;

Ma di chi ha il cor valoroso e prudente

Sia la fama, per te sempre onorata;

Perchè tu sarai meglio accompagnata,

Rispondendosi ogn’ora a chi altrui chiama.

Finita la canzona, i detti due amanti ringraziando l’un l’altro, e sorridendo, con molta dolcezza si basciarono insieme, e poi inchinando l’uno all’altro, presono commiato, e ciascuno si partì con buona ventura.

GIORNATA DECIMAPRIMA

NOVELLA I.

Tornati i detti amanti il decimo primo giorno all’usato parlatorio, cominciò frate Auretto e disse: Perchè e’ tocca oggi a cominciare a me, io ti voglio dire, come la città di Fiorenza fu edificata; sì che sta attenta.

A volere dire distesamente la edificazione di Fiorenza, mi conviene dire l’origine e la cagione perchè Fiesole fu disfatta, e poi seguire la edificazione di Fiorenza, Egli ebbe in Roma nel tempo che ella si reggeva a consolato, due senatori che ebbero nome, l’uno Marco Tullio Cicerone, e l’altro Marc’Antonio; ed era in Roma un cittadino disceso dalla progenie di Tarquinio, che si chiamava Catilina, il quale era uomo di dissoluta vita, ma gagliardo e prode della persona, e bello favellatore, ma poco savio. E non piacendogli la signoria de’ consoli, ordinò contro a’ senatori di disfarli, e correr la città e mettervi fuoco, per esser signore egli solo; e gli sarebbe successo facilmente, se non era il consiglio di Marco Tullio; e così ne venne Roma in gran differenza e in disfacimento. E per esser detto Catilina di gran seguito, non ebbero ardimento di porgli le mani addosso; ma egli si partì con gran gente di sua setta, e vennesene in Toscana all’antica città di Fiesole, e quivi trovò Maluis suo compagno con molta gente ragunata, e rubellò Fiesole dalla signoria dei Romani, e quivi ragunò tutti gli sbanditi di Roma e di Toscana, e cominciò a far guerra alla patria. I Romani veggendo questo, vi mandarono Publio con una legione e con altre genti, che fermò l’oste a Fiesole, e poi scrisse a Quinto Metello, il quale tornava di Francia con un grosso esercito, che egli vennesse a Fiesole con l’esercito suo. Sentendo questo Catilina, e non aspettando soccorso da nessun canto, e che Quinto Metello era già in Lombardia, diterminò di partirsi e fuggirsene; e così fece. Egli si partì da Fiesole, ed arrivò nel piano di Pistoia: ma sendo sentito [38] , di tratto gli fu gito dietro; la qual cosa sentendo Catilina, e veggendo tanto esercito, fece le sue schiere gagliardamente, e poi fece una nobile diceria con dire: Signori, siate gagliardi, che mai nessuno popolazzo fece prove, e però diamo loro gagliardamente addosso, perchè gli è meglio morire con onore che «vivere con vergogna o arrenderci; più tosto mettiamoci in mano della fortuna, che esser menati a Roma prigioni; e, fatte le schiere, diede nella battaglia. E in conclusione, in questa dura ed aspra battaglia Catilina con tutti i suoi furono morti, e il campo rimase a’ Romani, benchè pochi ne camparono, ed i feriti fecero per tutto capanne, e medicaronsi nel luogo dove è oggi la città di Pistoia; e quinci dirivò il nome della detta città, che per la grande mortalità e pistolenza di uomini morti si chiamò sempre Pistoia. Quinto Metello essendo in Lombardia, e sentendo questa sconfitta, venne ritto quivi, e veggendo la grande mortalità che era stata, se ne fece grandissima maraviglia, e spogliò li morti ed il campo, e se ne venne a ponere oste a Fiesole; ed tra suo mariscalco, che aveva nome Fiorino, faceva ai Fiesolani grandissima guerra. Là onde i Fiesolani uscendo un giorno fuore, per forza lo rispinsono di là dal fiume Arno; e così furono più volte grandissime scaramucce tra l’una parte e l’altra. Quinto Metello e Fiorino, parendo loro poca gente, mandarono a Roma per gente, ed i Romani vi mandarono Giulio Cesare, Cicerone e Macrino con la milizia dei cavalieri e pedoni, e così posero, campo a Fiesole, e stettonvi sei anni: poscia per li grandi disagi, che ivi avevano ricevuti, erano molto affannati e scemati, e però si partirono e tornarono a Roma; e Fiorino vi rimase con le sue genti, e fece una bastìa [39] su ’l fiume Arno, ed afforzolla con fosse e steccati, e fece loro grandissima guerra. Avvenne che i Fiesolani avendo preso cuore, uscirono una notte fuora, e con iscale ed altri strumenti, come disperati, presero questa bastia ed entrarono dentro, e uccisono Fiorino e la donna sua e suoi figliuoli, e quasi tutta la sua gente, che pochi ne camparono; di che n’andò la novella a Roma, come Fiorino era morto con tutta la sua gente, ove di questo si fece grandissimo lamento, e vi mandarono un grossissimo oste, nel quale, fra gli altri furono Cesare, Pompeo, Cicerone, Macrino, il conte Rinaldo, Tiberino, Albino, Gneo, Marzio, Camerino, e il conte di Todi, e con questo assediarono Fiesole, dandovi grandissime e smisurate battaglie; ma per la fortezza delle mura della città, e per lo sito, non se ne curavano. E veggendo quei di fuora che eglino poco danneggiavano quei di dentro, e che vi pativano di gran disagi, tutti que’ caporali si partirono e tornaronsi a Roma con le loro genti, salvo Cesare che giurò di non partirsi, che egli la disfarebbe. E non è da maravigliarsi, se ella non si poteva vincere per battaglia, perchè ella fu fatta per la più forte e meglio situata comunemente di ogni cosa, che terra fusse in Europa; perchè si dice che Atlante disceso da Giafet, terzo figlio di Noè, ebbe una moglie che si chiamò Elettra, discesa da Caim, e il detto Atlante con Elettra sua donna e con molti che lo seguirono, per augurio di Apolline suo astrologo e maestro, vennero nel paese d’Italia, nella provincia di Toscana, la qual era tutta disabitata; e quivi si posarono, trovando per astrologia quello essere il più sano e il me’ situato luogo che fosse in tutta l’Europa. L’Europa confina così. Il primo suo confino comincia in levante dal fiume detto Tanai, il quale è in Soldania, e mette nella Meotica palude, e la Meotica palude va nel mar Pontico, in su ’l qual mare è parte dell’Europa, cioè la Carmania, Rossia, Valacchia, Bulgheria e Alania, stendendosi fino in Costantinopoli; e poi verso il mezzogiorno seguitano le isole dell’Arcipelago nel nostro mare di Grecia, e tutta la Grecia comprende fin all’Acaia o vero Morea, e poi si estende verso settentrione nel mar detto seno Adriatico, chiamato oggi seno di Vinegia, sopra il quale è parte di Romania verso Durazzo, e la Schiavonia e alcun capo di Ungheria, distendendosi fino ad Istria e nel Friuli, e poi torna alla mano dritta a Trevigi e alla città di Vinegia; e poi verso mezzogiorno vien aggirando il paese di Italia, Romagna e la Marca d’Ancona, Abruzzi, Puglia, e viene fino in Calavria incontro a Messina e all’isola di Sicilia, e poi va verso ponente per la riviera del nostro mare a Napoli e a Gaeta infino a Roma, e poi scorre il paese toscano infino a Pisa e Genova, lasciando allo scontro l’isole di Corsica e Sardegna. Dapoi seguita la Provenza e la Catalogna ed Araona, e l’isola di Maiolica e Granata, e parte di Spagna, fino all’incontro di Sivilia, dove s’affronta con l’Africa in poco spazio di mare, e poi si volge a man dritta in sulla riva di fuori del gran mare Oceano, circondando la Spagna, Castiglia, Portogallia e Galizia verso tramontana. Seguita poi Navarra, Brittagna e Normandia, lasciandosi incontro l’isola di Irlanda, e poi vien Piccardia, Fiandra e parte del reame di Francia, lasciando incontro verso tramontana in piccolo spazio di mare l’isola d’Inghilterra, che fu già chiamata la gran Brittagna, e l’isola d’Ibernia, e poi di Fiandra venendo verso levante e tramontana, seguita Islanda e tutta la Alamagna, Boemia, Ungheria, Sassonia e Svevia, tornando in Rossia al detto confino del fiume Tanai; e questi sono i confini dell’Europa. Avendo il detto Atlante eletto questo luogo e sito per lo migliore che fusse nell’Europa, cominciò a edificare la città di Fiesole per consiglio del detto Apolline, il quale, come è detto, trovò per arte di astrologia che questa era la migliore e la più sana parte che fusse in tutta l’Europa; però che ella era in mezzo fra due mari che accerchiano l’Italia, cioè il mar Tirreno e il mare Adriatico, e per cagione de’ detti mari e delle montagne che ivi sono dintorno, vi regnano molti venti, e più purificati e più sani che in altra parte. Ancora le stelle che signoreggiano il detto monte di Fiesole promettevano ogni bene a questa città, la quale eziandio fu fondata sotto tale ascendente e tal segno, che dà allegrezza e buona influenza a tutti gli abitanti, più che nessuna parte dell’Europa; e quanto più si sale alla sommità del monte, tanto è più sano e migliore. Nella detta città era un bagno, che si chiamava bagno reale, che sanava molte infermità; e venivano nella città per un condotto dalle montagne di sopra, acque bonissime e in grand’abbondanza. Fece Atlante murare la città con fortissime torri e grossissime mura, e nella cima del monte fece una ròcca bellissima e grande, dove egli abitava come ancora si può vedere per li fondamenti. Sì che non è da maravigliarsi, se i Romani si partirono dall’assedio della città; pure sendo ivi rimaso Cesare con le sue genti, e togliendo loro le acque, guastando i condotti, ed avendoli affamati i Fiesolani si arrenderono a Cesare a patti; onde la città fu distrutta e spianata fino ai fondamenti. E sendo minata la città, Cesare scese nel piano col suo oste presso alla riva d’Arno, là dove, Fiorino co’ suoi era stato morto, e in quel luogo cominciò a edificare una nova città, acciò che i Fiesolani non rifacessero Fiesole. E avendo cominciato a edificare, volendo porle nome dal suo nome Cesarea, gli fu dal senato di Roma proibito, e ordinarono che quelli senatori che erano stati alla guerra di Fiesole, dovessero andare con Cesare a edificare la detta città, e che qualunque di loro avanzasse gli altri in prestezza di edificio, chiamasse la città dal suo nome. Macrino, Albino, Pompeo, Gneo e Marzio vi vennero co’ maestri e con ordinamenti da Roma, e con Cesare divisono le parti della città in questo modo. Albino prese a lastricare la città, e ancora si trova detto smalto cavando nel sesto di San Piero Scheraggio e in porta di Duomo, dove si mostra che fosse l’antica città. Macrino fece fare i condotti dell’acque dolci, facendole venire da fuori della città sette miglia, che veniva detto condotto fino da monte Morello di Val di Marina, ricogliendo tutte te acque di Quinto, di Sesto e di Colonnata; e poi in Firenze facevano capo ad un palagio che si chiamava termine d’acque, che in nostro volgare si chiamava Capando, che ancora oggi si vede in Terma dell’anticaglie. E debbi sapere che gli antichi beevano dell’acqua delle fontane guidate per condotti, perchè erano più leggiere e più sane, e pochi beevano altro che acqua, conciossiachè in quel luogo non erano vigne. Pompeo faceva fare le mura di mattoni con rôcche sopra ritonde. Marzio tolse a fare il Campidoglio a modo di quel di Roma, e quello fu di miracolosa bellezza, e questo palagio o fortezza fu dove oggi è mercato vecchio. Avvenne poi che quei signori compirono tutti ad un’otta l’edificio loro, di che alcuno non puotè chiamar la città a suo modo; e però prima la chiamarono la piccola Roma, e poi per la morte di Fiorino la chiamarono Floria, perchè ella fu abitata dal fiore de’ cittadini di Roma; ma in discorso di tempo fu chiamata Florentia, e oggi si chiama Fiorenza, ed ancora si chiamerà Firenze, per la tristaggine de’ suoi cittadini; ben che non è da maravigliarsi, se quel popolo disceso da due sangui contrarii l’uno all’altro, cioè Romano e Fiesolano, si nimica. Sì che ora hai udito, come Fiorenza fu edificata; il che fu innanzi all’avvenimento di Cristo settanta anni, come raccontano le croniche.

 NOVELLA II.

Finita la novella, cominciò Saturnina e disse: Per certo questa edificazione molto m’è piaciuta. Or perchè tu m’hai conto come Fiorenza fosse edificata, io ti voglio contare come Attila la distrusse.

Negli anni di Cristo quattrocento quaranta, regnando Teodosio e Valentiniano imperatori, ebbe nelle parti d’Aquilone un re di Gozia, il quale ebbe nome Attila. Questi fu barbaro e senza legge, crudele in costumi e in ogni cosa, nato nella provincia di Svezia, e per la sua crudeltà uccise i fratelli e si dispose a distruggere l’imperio di Roma, e ragunò gran moltitudine di gente in suo paese, e si mosse con l’esercito per venire in Italia: e volendo passare gli fu dai Romani e da’ Francesi contrastato, i quali fecero con lui grandissime battaglie nel Friuli, con grandissima mortalità di gente, sì che il detto Attila essendo sconfitto, si tornò nel suo paese. E pure volendo seguire il suo proponimento, cioè distruggere l’imperio di Roma, fatto maggior esercito che prima, si mosse con quello, e giunto in Italia, pose assedio alla città d’Aquilea, e stettevi tre anni, e pigliandola la disfece; e tanto fece a Vicenza, a Brescia, a Bergamo, a Milano, e quasi a tutte le terre di Lombardia, salvo che a Modona; il che fu per li meriti di San Gimignano, perchè per gli prieghi di costui la trapassò senza vederla. E distrusse Bologna, facendo martirizzare San Procolo, vescovo di detta città; e così distrusse tutta la Romagna, e poi passò in Toscana, e trovò la città di Fiorenza possente e forte; e vedendo come ella era stata edificata dai Romani, ed era camera loro, e che in quelle contrade era stato morto Radagasio re de’ Goti suo antecessore, comandò che fosse assediata, e più tempo ivi stette in vano. E veggendo che per assedio non si poteva avere, nè per forza, per esser forte e ben guardata, si pensò averla per tradimento. E avendo i Fiorentini continua guerra coi Pistoiesi, Attila mandò a dire a’ Fiorentini che voleva disfare la città di Pistoia; e mostrando voler esser loro amico, e promettendo loro franchigia ed altri, larghissimi patti, i Fiorentini mal consigliati credettero alle sue false lusinghe, e però furono poi sempre detti Fiorentini ciechi; e così lo misero dentro alla città con tutta la sua gente, ed abitò nel palagio maggiore, e sendo dentro la città con tutta la forza sua, mostrò fare un giorno un grandissimo consiglio, al quale richiese molti dei migliori cittadini, e come egli a uno a uno entravano nel palagio, li faceva ammazzare ad un valico di una camera, non sapendo però l’uno dell’altro; e poi gli faceva gittare in una fogna grande che riusciva in Arno, la quale era sotto questo palagio, acciocchè niuno se ne accorgesse, e così ne fece morire grandissima quantità che alcuno poi se ne accorse, se non che la bocca di questa fogna cominciò a correr sangue all’entrare di Arno, tanto che il fiume ne diveniva vermiglio. Allora la gente si accorse dell’inganno e tradimento che Attila faceva; ma fu indarno, perchè egli aveva di già fatto armare tutta la sua gente. E come la cosa fu scoperta, egli comandò loro che eglino correndo la città, uccidessero ogni uno, nè guardassero a sesso nè età, e così fu fatto senza alcuno riparo, perchè i cittadini erano senza arme e sproveduti. E in quel tempo la città di Fiorenza faceva più di dodici mila uomini, senza i vecchi e fanciulli, de’ quali chi puotè campare, se ne andò in contado, nascondendosi per fosse, per boschi e per caverne; e fatto questo, fu spogliata la città di ricchezze, ed arsa e disfatta sì crudelmente, che non vi rimase pietra sopra pietra, se non verso occidente una torre che fe’ fare Pompeo, ed una porta verso settentrione, il duomo di San Giovanni, che allora si chiamava il tempio di Marte; e invero questo duomo non si disfece, mai, nè disfarà fino al dì del giudicio; e così si trova scritto nello smalto del duomo. A questo modo fu disfatta la nobil città di Fiorenza, ed ivi fu morto il beato Maurizio vescovo di quella. E debbi sapere che a quel tempo i vescovi non erano fatti come quelli di oggi, ma santi e buoni. Il corpo di questo santo vescovo giace in Santa Reparata. Ora avendo Attila disfatta la città di Fiorenza, se ne andò su ’l monte di Fiesole, e fece rifare la città, facendo franco che ivi volesse abitare. Là onde molti discesi da Fiesole, e di quelli di Fiorenza vi corsono, e così fu rifatta la città di Fiesole di mura e di cittadini, e come prima nimica de’ Romani. Poscia il detto Attila disfece Pisa, Lucca, Volterra, ed Arezzo, e le fece arare e seminare di sale; e distrusse Perugia, facendo strangolare il beato Erculario; e fece disfare molte città di campagna di Roma e molti santi monaci ed eremiti furono da lui martirizzati; e fece grandissime persecuzioni a’ Cristiani, rubando e disfacendo chiese è spedali. Poi andò per distruggere Roma, e sendo in mare, morì di repentina morte, e la notte ch’egli morì apparve in visione a Marziano imperadore, il quale, era in Grecia, come l’arco di Attila era rotto; per la qual cosa intese che egli era morto in quella medesima notte. Questo Attila fu il più crudele e più possente tiranno che fosse mai, e per la sua crudeltà fu nominato Attila flagellum Dei; e veramente fu flagello di Dio per consumare la superbia de’ tiranni, e per punire gl’Italiani dei loro peccati; però che in quel tempo erano molto corrotti nella eresia ariana contro la fede di Cristo, e in molti altri peccati dispiacenti a Dio. E così la divina potenzia punì questi peccatori per lo crudel tiranno giustamente.

Finita la novella, cominciò frate Auretto e disse: Veramente questo Attila fu un crudelissimo uomo, e credo che da allora in qua non sia stata tal ruina nelle terre de’ Cristiani; però meritamente egli fu detto flagello d’Iddio. Io ora ti vo’ dire una canzonetta, la quale credo che ti piacerà, e cominciò così:

Chi sente nella niente il dolce foco

Diventi savio se vuol, trovar loco.

Poniamo che sia duro il comportare

I crudei colpi che ’l Dio d’amor dona;

Dunque chi vuol perfettamente amare,

Vinca se stesso quando Amor lo sprona; 

E porterà nel fin degna corona,

Benchè contra sua voglia indugi un poco.

Perchè le donne savie son contente,

Quando si veggon saviamente amare,

E veggon più che l’uom non crede o sente;

Ma l’onestà nol lascia lor mostrare;

Ma quando il tempo vien del meritare,

Elle il san far con ogni vago gioco.

Adunque, amanti, che seguite Amore,

Non ispendete il tempo oltra il dovere.

Chi porta in sè la passïon nel core,

Sappiala onestamente mantenere,

Sì che nessun giammai l’abbia a vedere,

Se non colei per cu’ egli vive in foco.

Ballata mia, va agli amanti di pregio,

Che sanno con prudenza Amor seguire,

E diventa se puoi del lor collegio,

Perchè son savi, e ti staranno a udire.

Con lor t’allarga in ciò che tu sai dire:

Con gli altri non parlar nulla né poco.

Finita la canzonetta, i due amanti con zelo e con amore si presero per mano, riguardandosi negli sfavillanti occhi l’uno all’altro, e con molta dolcezza si basciarono, e poi ciascuno di loro si partì con buona ventura.

GIORNATA DECIMASECONDA

NOVELLA I.

Ritornati i detti due amanti il duodecimo giorno all’usato parlatorio, e facendosi gran festa insieme, cominciò Saturnina e disse: Poi che entrati siamo in alti e nobili ragionamenti, io ti voglio dire, come Carlo Magno re di Francia venne in Italia ad istanza di papa Adriano, il quale era oppresso da Costantino imperadore di Grecia, e di Costantinopoli, e Desiderio re dei Longobardi; e come esso Carlo Magno fu fatto imperadore.

Costantino figliuolo di Leone imperadore di Grecia e di Costantinopoli con le sue forze fece cominciare guerra in Puglia contro alla Chiesa, ed in Toscana medesimamente dal re Desiderio che fu figliuolo del re Telofre; ed inimicando la Chiesa di Roma per ogni camino, papa Adriano, che reggeva a quel tempo la Chiesa, vedendosi oppressare fortemente da costoro, mandò in Francia per Carlo Magno figliuolo del re Pipino, acciocchè egli venisse in Italia a difendere la Chiesa da Desiderio e da’ suoi seguaci; e Carlo Magno, come divoto figliuolo della Chiesa, si mosse con grandissimo esercito di gente, e se ne venne in Lombardia, e combattè con Desiderio e col figliuolo, dandogli un’aspra battaglia; poscia assediò la città di Pavia, e per assedio la pigliò, e prese Desiderio, e la moglie e figliuoli, salvo che il maggiore, e tutti i suoi baroni, e fece giurar loro fedeltà a santa Chiesa, e similmente fece giurare a molte città d’Italia, e poi mandò il detto Desiderio e la moglie e figliuoli in Francia, e là morirono in prigione; e così fu liberata Italia dalla signoria dei Longobardi, che era durata anni duecento cinque, per le forze dei Francesi e del buon re Carlo Magno; e non ebbe poi più re nessuno in Lombardia. Avendo Carlo Magno avuta la detta vittoria, se ne venne a Roma, e da papa Adriano e da’ Romani fu ricevuto graziosamente, e gli fu fatto sommo onore e grandissimo trionfo. Ed appressandosi alla città di Roma, a Monte Mari smontò a piedi fino alla città, e con gran divozione basciò le porte di quella, e poi andò a ciascuna chiesa offerendo riccamente, e da’ Romani fu fatto cittadino di Roma; ed egli dirizzò lo Stato della Chiesa in Italia, lasciando ognuno libero, e abbattè ogni forza dell’imperadore di Costantinopoli, e del re di Lombardia e de’ loro seguaci; e ridotta la Chiesa come il re Pipino l’aveva lasciata, di più accrescendole il ducato di Spoleto e di Benevento, andò fino in Puglia, e là ebbe più battaglie, e di tutte fa vincitore. Ed avendo cacciati o morti tutti i rubelli della Chiesa, e posta quella e l’Italia in pacifico stato, attese a nimicare i Saracini, i quali avevano occupato Provenza, Navarra e Spagna, e con la forza de’ suoi baroni, cioè coi dodici paladini, conquistò quelle tre provincie. E perchè in una città che si chiama Arli di Provenza presso alla marina avevano fatto i Saracini ogni loro sforzo per combattere con Carlo Magno, sendovi venuti molti signori Saracini, Carlo Magno che era a Marsilia, ed aveva presa quella città per forza di battaglia, bene e valorosamente combattendo, sentendo di questo apparecchiamento, venne con la gente sua presso alla detta città di Arli; e ragunati tutti li suoi baroni, fra i quali era il conte Orlando, il vescovo Turbino, Ulivier di Brettagna, il marchese Uggieri, il danese di Danismarco, il duca Namo di Baviera, Astolfo d’Inghilterra ed altri signori, disse queste parole: Figliuoli miei, io ho inteso che i Saracini qui sono ragunati per voler provar l’ultima lor fortuna; e però io vi prego che ogni uno dica il suo consiglio. Allora si levò il conte Orlando e disse: Santa corona, ancora ch’io sia indegno a tanta risposta, pure io risponderò per tutti questi miei fratelli e vostri figliuoli che sono qui adunati. A noi pare che si mandi a questi nostri nimici il guanto della battaglia animosamente, conciossiachè noi abbiamo Iddio e la ragione dal lato nostro; e se Dio è con noi, chi ci fia contro, tagliando le nostre spade come hanno fatto pel passato? Carlo si maravigliò udendo le alte ed animose parole che aveva detto il conte Orlando, e disse: Io temo che la volontà non ti faccia trascorrere a dire queste parole. Rispose il vescovo Turpino: Santa corona, egli vi ho detto in breve l’animo nostro troppo meglio che non ve lo avremmo saputo dir noi, e però confermiamo quanto egli ha detto. Allora Carlo Magno mandò il guanto della battaglia ai Saracini, ed essi lo accettarono gagliardamente. E venuto il dì che si doveva combattere, con molta diligenza l’uno campo e l’altro fecero le schiere; e dato il segno, le genti si abboccarono insieme, cominciandosi a dare e tôrre grandissimi colpi; e quivi fu una delle gran battaglie che Carlo facesse mai, però che vi rimaser morti molti Cristiani, fra i quali fu il vescovo Turpino, ed altri di gran valore. E durò la battaglia tutto il giorno fino a gran pezzo di notte; pure i Saracini rimasero sconfitti; perlochè fu data la città a Carlo, ed egli fece la mattina attendere a medicare i suoi Cristiani. E perchè i morti erano mescolati, nè si conoscevano da’ Saracini i Cristiani, Carlo fece priego a Dio, che gli desse grazia che egli conoscesse i Cristiani da’ Saracini, acciocchè si potessero sotterrare; e per divina grazia a ogni Cristiano nacque un fiore per me’ la bocca, ed a Saracini un pruno; per la qual cosa tutti fur conosciuti, e di più si trovarono la mattina centinaia di sepolture di pietra fatte per sotterrare i Cristiani; e così fu fatto, che con molto onore vi furono seppelliti tutti, e fra gli altri fu trovato il corpo del vescovo Turpino, che era morto per la fede di Cristo; e così Carlo scacciò i Saracini di Provenza, Navarra e Spagna. Dopo questo Carlo passò oltra il mare a richiesta di Michele imperadore di Costantinopoli e del patriarca di Gierusalem, e conquistò la Terra Santa, la quale era occupata dal re de’ Saracini; e tornando in Costantinopoli, lo imperadore Michele gli volse donare grandissimo tesoro, e nulla volle pigliare, se non alquanta del legno della santa croce di Cristo, ed uno dei chiovi coi quali egli fu confitto in quella, le quali cose egli portò a Parigi. E poi che egli fu tornato a Parigi, signoreggiò, per sua potenza e virtù, la Italia, la Provenza, la Navarra e la Spagna, e per sua bontà fu rifatta Fiorenza, solo dico per la sua bontà e virtù e però mi pare da contare la progenie sua e de’ suoi discendenti, fino che venne meno al tempo di Ugo Ciapetta duca di Orliens. Dopo Carlo Magno regnò imperadore e re di Francia Luigi suo figliuolo; e poi Lottieri suo figliuolo; e Carlo Calvo fu l’altro imperadore due anni, e Luigi figliuolo di Luigi fu re di Baviera, e di là rimasero re i suoi descendenti; e poi fu re l’altro Luigi Balbo suo figliuolo; questi non ebbe lo imperio, ma fu imperadore Luigi figliuolo di Lottieri. Di questo Luigi Balbo nacquero due figliuoli; l’uno ebbe nome Luigi e l’altro Carlo Magno, ma non nacquero d’un medesimo maritaggio. Questi regnarono cinque anni, e poi furono morti, ed i baroni di Francia diedero la corona al Grosso imperadore, che fu figliuolo di Carlo Calvo, e regnò cinque anni, essendo imperadore e re di Francia. Questo fu quel Carlo, che pacificò i Normandi, e fece parentado con loro, e feceli diventare Cristiani, e poi divenne sì ammalato, che era del corpo e della mente; onde per necessità fu deposto dallo imperio e dal reame, e per li baroni dell’imperio fu eletto Arnolfo imperatore, ma non fu della schiatta di Carlo, nè poi fu più alcuno imperadore di Francia; e poi fu fatto imperadore Otho figliuolo di Uberto conte di Argenti, e regnò nove anni, e fu buono uomo; ma sendo in Guascogna, i baroni fecero re di Francia Carlo Semplice figliuolo di Luigi Balbo della diritta schiatta reale; onde ciò sapendo Otho, di Guascogna venne in Francia, e fece guerra cinque anni, e poi si morì. Questo Carlo Semplice regnò ventisette anni, e mentre che egli era re, parte dei baroni di Francia fecero re il figliuolo del detto Otho, il quale aveva nome Ruberto, e fu per questo grandissima battaglia insieme; ma alla fine questo Ruberto fu sconfitto e morto dal detto Carlo Semplice, e poi il detto Carlo fu preso da un Ruberto che era del lignaggio di Otho, e tanto lo tenne prigione, che egli si morì, onde la moglie del detto Carlo se ne andò in Inghilterra dal fratello che era re d’Inghilterra, e menonne seco un suo figliuolo che aveva nome Luigi, ed i baroni fecero re Ridolfo figliuolo del duca di Borgogna, il quale regnò due anni, e poi si morì; per che i baroni di Francia mandarono in Inghilterra per lo giovane Luigi figliuolo di Carlo Semplice, e fecerlo re di Francia. Questo Luigi regnò anni ventisette, ed ebbe per moglie la sorella di Otho Alamanno imperadore, ed ebbe due figlinoli, cioè Lottieri e Carlo, poi fu preso nella città di Lione su ’l Rodano da Ugo il grande, che era suo nimico; il che sapendo Otho imperadore, venne in Francia con grande esercito, e prese la città di Lione, e trasse di prigione Luigi suo cognato, e poi pose l’assedio alla città di Parigi, dove era Ugo il Grande, la quale si arrendè al detto Otho; e pacificati insieme costoro, fu rimesso il re Luigi in una signoria. Dopo la morte di questo Luigi, fu fatto re di Francia Lottieri suo figliuolo, il quale regnò anni trentauno, ed ebbe guerra con Otho suo cugino, ma fecero alla fine pace; dopo la morte del detto re Lottieri, fu fatto re di Francia il figliuol del detto re, che ebbe anco egli nome Lottieri, e costui regnò un anno, e poi morì senza erede; ed allotta i baroni di Francia fecero lor re Ugo Ciapetta duca di Orliens negli anni di Cristo novecento novanta, ed allora mancò la buona schiatta di Carlo Magno, e così regnò il legnaggio del re Pipino padre di Carlo Magno ducento trenta sei anni che il detto Carlo Magno sendo tornato di oltra mare, come detto è, e sendo signore d’Italia, di Provenza, di Navarra e di Spagna, i malvagi Romani co’ Toscani e Lombardi si ribellarono dalla Chiesa, presero papa Leone terzo mentre che egli andava a processione, ed abbacinarono [40] e tagliarono le mani e poi lo mandarono via. Ma, come piacque a Dio, e come santo ed innocente, riebbe la vista, e andossene in Francia a pregare Carlo Magno che venisse a Roma a rimettere la Chiesa in sua libertà; ed egli insieme col papa se ne venne a Roma, e rimise la Chiesa ed il papa in suo stato e in libertà, e fece vendetta contra coloro che avevano rivolto sotto sopra lo Stato della Chiesa. Avendo Carlo Magno fatto tanto per la Chiesa, e messo in pace quasi tutta la cristianità, il papa con tutti li cardinali ed i Romani privarono lo imperadore di Roma e di Costantinopoli e di Grecia, e per decreto fecero imperadore il detto Carlo Magno re di Francia; sì come uomo degnissimo dello imperio; e dopo che egli fu consacrato e coronato la mattina di pasqua maggiore, imperò quattordici anni, dieci mesi e quattro dì, signoreggiando tutto l’imperio di Ponente e le provincie dette di sopra, ed eziandio lo imperio di Costantinopoli era alla sua ubbidienza, e fece edificare tante badie quante lettere sono nell’alfabeto, cominciando il nome di ciascuna per la sua lettera: e cosi visse in santa, perfetta e buona vita, ed accrebbe molto la Chiesa di Dio e la cristianità, e visse settantadue anni, e molti segni apparirono innanzi la sua morte, e lasciò grandissimi tesori per far chiese e spedali, ed altri luoghi pii.

NOVELLA II.

Detta la novella, cominciò frate Auretto e disse: Io ti vo’ dire, come il comune di Pisa andò, in Maiolica, e come i Fiorentini guardarono la loro città, e come eglino ne furono poi rimeritati; e cominciò così.

Nel tempo che i Pisani erano quasi signori del mar nostro, volsero con la loro armata andare in Maiolica, la quale tenevano i Saracini; e preso per partito di andare, subitamente fecero ogni loro sforzo di navi, galee ed altri legni, e fecero grande e bella armata, e fornita di ciò che bisognava all’impresa, e tirarono via. E sendo di già con l’armata sopra Vada, il comun di Lucca venne a oste a Pisa per pigliarla, conciossiachè non vi erano se non vecchi, fanciulli e donne, E sentendo i Pisani che i Lucchesi veniano, dierono volta con l’armata per temenza di non perder la città loro; il che i Lucchesi veggendo, si partirono e tornarono a Lucca. E i Pisani avendo fatta la impresa dell’armata per andare a Maiolica, e lo spendio grande, se lo riputarono in gran vergogna, e presono partito di mandare a Fiorenza, e pregare i Fiorentini che guardassero loro Pisa fin a che fussero tornati, e vi mandarono ambasciaria; e i Fiorentini, come amorevoli vicini; vi mandarono gran gente, e i Pisani presero la via del mare, e i Fiorentini si accamparono fuora di Pisa due miglia; ed il capitano mandò banda nell’oste, che alcuno non entrasse in Pisa, solo per onore delle donne, a pena della forca. Avvenne che un figliuolo del capitano, come giovane innamorato, udì dire che in Pisa era una bellissime donna; se ne innamorò, udendo dire di sue bellezze, senza averla mai veduta e disposesi di vederla, e, senza altro, un giorno ad una festa entrò in Pisa e la vide, e, senza fare o dire atto alcuno disonesto, se ne tornò nel campo. Il padre sentendo che il figliuolo era corso a Pisa, fecelo pigliare, e domandandolo se era vero che egli fusse entrato là entro, rispose di sì, ma che non aveva fatto cosa alcuna disonesta; ma il padre lo imprigionò, e si dispose appiccarlo. La qual cosa sentendo i Vecchi che erano in Pisa, uscirono e lo pregarono che volesse esser contento perdonare all’età del mal avventuralo giovane; ma il capitano, per aver egli valicato il suo comandamento, non ascoltò i lor preghi. E la madre sentendo, la sentenza del padre contro il figliuolo, per lettere lo pregò che non la volesse orbare di quel suo figliuolo, e senza speranza di averne; ma il marito, non ascoltando nè la moglie nè altri, si dispose appiccarlo; e gli uomini di Pisa gli protestarono, che non volevano, che egli lo facesse morire su ’l terreno loro. Per la qual cosa egli comperò da un villano un pezzuolo di terra, nel quale fece rizzare un paio di forche, e quivi lo fece appiccare, e questo fe’ per dare esempio agli altri, acciocchè i Pisani non potessero dolersi de’ Fiorentini. E così guardarono quella città, tanto che i pisani tornarono da Maiolica vittoriosi; ed in segno di ciò ne recarono due colonne di porfido, le quali avevano questa virtù, che ciascuno che si trovava meno cosa nessuna, e fusse ito a queste colonne, vedeva il ladro col furto in mano; e di più recarono una porta intagliata di metallo. Giunti i Pisani a Pisa, dierono le prese a’ Fiorentini, che pigliassero una di queste due cose, cioè, o le Colonne, o la porta. I Fiorentini presero le colonne e i Pisani per invidia le guastarono con fuoco e fumo, togliendo loro la chiarezza, e le fasciarono di panno scalattino; e questo fu il merito che i Pisani renderono a’ Fiorentini per la guardia che eglino avevano fatta alla città loro. Ove questo inganno molto spiacque a’ Fiorentini; ma pure questo non fu il cominciamento della nimicizia che fu tra ’l comune di Fiorenza e quel di Pisa; anzi fu che negli anni di Cristo mille duecento venti, sendo incoronato Fimperadore Federigo secondo a Roma, e l’imperadrice Costanza sua moglie da papa Onorio terzo, con grandissimo trionfo e gloria, il dì di santa Cecilia, tutti i comuni d’Italia per fargli onore gli mandarono ambasciadori; e sendovi quello di Firenze e quello di Pisa per fare onore all’imperadore, e sendo in casa gli Annibali un valoroso cardinale che si chiamava, messer Pantaleone, esso cardinale invitò a desinare, con seco l’ambasciadore fiorentino, e avendo costui un bellissimo catellino [41] francese da camera, quello ambasciadore glielo chiese, e il detto cardinale glielo donò; e la mattina dipoi invitò l’ambasciadore pisano, che medesimamente gli chiese, quel cane, ed egli non si ricordando di averlo promesso, glielo donò; ma la mattina seguente il Fiorentino mandò per esso, e il cardinale glielo mandò, e il Pisano poscia mandando per esso, seppe come il Fiorentino l’aveva avuto e ne prese molto sdegno. E ritrovandosi un giorno cavalcando questi ambasciadori, si dissero per questo cagnuolo di sconce e villane parole, e dalle parole vennero a’ fatti, e ne restò soperchiato il Fiorentino, conciossiachè il Pisano avesse con lui gente d’arme; e però il Fiorentino fece ragunata di altri Fiorentini che erano nella corte dell’imperadore e del papa, ed assalirono i Pisani, e fecero loro vergogna e danno, e i Pisani avendo ricevuto questo, scrissero a Pisa come il caso stava; là onde il comune di Pisa subitamente fece arrestare e tôrre tutta la mercatanzia che era in Pisa de’ Fiorentini, la quale fu in grandissima quantità; e il comune di Fiorenza mandò più e più volte a Pisa pregando che questa mercatanzia fusse resa, ricordando loro il servigio che il comune di Fiorenza gli aveva fatto per lo tempo passato. I Pisani si scusavano che la detta mercatanzia era stata trabalzata, e non dava loro il cuore di poterla trovare; ove i Fiorentini dissero loro: Se voi non ce la rendete, noi proveremo di riaverla con la spada in mano, se voi signoreggiaste più mare e più terra, che non fate. I Pisani risposero, che ogni volta che lo sapessero, gli mozzerebbeno la vita; ed allora veggendo il comune di Fiorenza esser oltraggiato dal comune di Pisa, mossonsi con grande esercito, e andarono per mettere oste a Pisa, e i Pisani animosamente si fecero loro incontro, come egli avevano promesso, e si riscontrarono a Castel del Bosco, e quivi si affrontarono insieme e fecero grandissima battaglia; ma alla fine i Pisani rimasero sconfitti e vennero presi mille trecento Pisani de’ mignori, e così fu attutato [42] per quella volta il rigoglio [43] de’ Pisani. Sì che ora hai udita la cagione perchè cominciò guerra tra Pisani e Fiorentini e chi ebbe di questo principio il torto, benchè pare che i Fiorentini sempre abbiano avuto il torto di ogni guerra e il peggio; L’opera loda il fine; che eglino son pur soggetti a lor dispetto.

Finita la novella per frate Auretto, cominciò Saturnina la canzonetta sua, e disse così.

Chi d’amor sente, ed ha il cor pellegrino,

Non ismarrisca mai il dritto camino;

E ancor ch’egli abbia da sua donna sguardi,

O atti, o modi, ond’ei non si contenti,

Non perda mai la speme e non ritardi,

Ma porti onestamente i suoi tormenti,

E sempre segua con savi argomenti,

Come Amor vuole, or alto, or basso, or chino.

E chi d’Amor vuole imparar dottrina,

Abbia il cor franco ad esser sofferente,

E non sgomenti d’ogni cosellina,

Ma sempre sia a sua donna ubidiente,

Però che ciaschedun ch’è sofferente,

Porta ghirlanda di fior di giardino.

Benchè chiamar si possa avventurato.

Chi pone amore a donna valorosa;

Perchè non sa ne trova mai ingannato,

Amando drittamente in ogni cosa;

Che sempre si gli mostra graziosa,

Avendo il core e l’alma in suo domino.

Vanne, ballata, al mio signore Amore,

E fa che da lui tu prenda licenza;

E poi dirai a ciascuno amadore,

Ch’a la sua donna porti riverenza;

Perchè le donne savie han conoscenza,

Ed hanno in lor del chiaro e del divino.

Finita la canzona, i detti due amanti si presero per mano, e ringraziando l’uno l’altro, con molta piacevolezza si donarono la pace, e ciascuno si partì con buona ventura.

 GIORNATA DECIMATERZA

NOVELLA I.

Tornati i due amanti all’usato parlatorio il decimoterzo giorno, cominciò frate Auretto e disse: Io ti voglio dire dove prima nacquero le parti bianca e nera; e cominciò così.

Egli ebbe nella città di Pistoia, nel tempo che ella era in grande stato, una famiglia di nobili, i quali si chiamavano i Cancellieri, discesi da un messer Cancelliere, il quale fu mercatante e guadagnò moneta assai. Ebbe questi di due mogli figliuoli assai, i quali per la lor ricchezza furono tutti cavalieri, uomini valorosi e da bene, magnanimi e cortesi in ogni cosa; e moltiplicarono tanto, che in poco tempo furono più di cento uomini d’arme; e Sendo ricchi di avere e di persone più che famiglia che fusse in quel paese, per una fantesca, che era assai bella e graziosa, nacque fra loro una maledetta divisione di parole è di alcuna ferita; di che sendosi divisi in due parti, l’una si chiamava Cancellieri bianchi, cioè che discesero dalla prima moglie, ed altri si chiamarono Cancellieri neri, e questi discesero dalla seconda. E sendosi tocchi insieme, e avendo i Bianchi sopraffatto i Neri, e volendo di questi tornare alla emenda, mandarono colui che aveva fatta la offesa, a chiedere misericordia e perdonanza alla parte de’ Neri, che erano quelli ch’erano stati offesi, avvisandosi che questo atto di umiltà troverebbe pietà. Sì che giungendo colui che’aveva offeso nella presenza degli offesi, umilmente s’inginocchiò, e chiese perdonanza per l’amor d’Iddio, dicendo che di lui pigliassero quella vendetta che volessero; ed alcuni degli offesi più giovani che ivi erano, presero costui, e tiraronlo in una stalla e dissero: Cava fuori la mano ritta; e costui lagrimarido, con molta paura disse queste parole: Io vi prego che abbiate misericordia di me, perchè maggior vendetta non potete fare, che potendola fare, non la fare; e costoro con forza gli posero la mano ritta su la mangiatoia, e gliela tagliarono; della qual cosa per tutta Pistoia fu grandissimo romore, e ne furono molto biasimati dal lato de’ Neri; e per questo si divise quasi tutta Pistoia, e l’una parte tenne coi Neri, e l’altra coi Bianchi, ed ebbervi tra loro più battaglie. I cittadini, per tema che le dette parti non facessero ribellione nella terra, a contemplazione di parte guelfa, si rimisero nei Fiorentini, che li racconciassero insieme; là onde i Fiorentini presero la terra, e mandarono le dette parti a’ confini a Fiorenza, là ove la parte de’ Neri si ridusse dalle case de’ Frescobaldi, e i Bianchi da quelle de’ Cerchi nel Garbo, per li parentadi che erano fra loro. E sendo in Fiorenza questo maladetto seme, divise a parti tutta la città; e l’una parte de’ cittadini teneva con una parte di loro, e l’altra con l’altra; e i Cerchi erano capo della parte bianca e i Donati della nera. E multiplicò tanto questo maledetto seme nella città di Fiorenza, che più volte ne andò a romore, e per questo ne venne guasta e diserta, e prima era stata gran tempo in pacifico stato. Or fu fatto sentire a papa Bonifacio, come la città di Fiorenza era guasta per queste maladette parti; per che egli vi mandò il cardinale di Acquasparta, che la racconciasse e riformasse, e il detto cardinale fece quanto puotè, ma non puotè far nulla, e non potendo fare detti accordi, partissi e lasciò la città interdetta. E sendo la città di Fiorenza in tanto pericolo, era tutto il giorno all’armi. Messer Corso Donati con gli Spini e i Pazzi, e i Tosinghi e i Cavicciulli e i lor seguaci popolani di parte nera, e con volontà, de’ capitani, mandarono a papa Bonifacio, che si movesse qualche signorìa della casa di Francia, che venisse di qua a metterli in stato, ed abbattesse parte bianca, e in ciò spendessesi quanto si potesse. E come questo fu sentito, subito fu dato bando a messer Corso Donati dell’avere e della persona e a più altri caporali di quella setta, ed assai ne furo condannati in pecunia, e pagarono, e poi furono mandati a’ confini. Messer Corso Donati se ne andò a Roma, e tanto fe’ con papa Bonifacio, che egli mandò in Francia per messer Carlo di Valois fratello del re di Francia, e diegli intendimento di farlo re de’ Romani, cioè imperadore; sotto la quale intenzione e promessa il detto Carlo passò in Italia, e rimise messer Corso e la parte nera in Fiorenza; e di questo ne seguì un gran male, perchè tutti i Bianchi che erano meno possenti furono rubati, e poi il detto Carlo ne fu nimico di papa Bonifacio, e fu quello che ’l fece morire. Però che il detto papa gli aveva promesso di farlo imperatore, e poi non lo fe’; tal che quasi si può dire che questo maladetto seme fu grandissimo disfacimento della città di Fiorenza e di Pistoia e dell’altre terre di Toscana, e che per questo seme nacque la morte di Bonifacio ottavo.

NOVELLA II.

Essendo venuta a fine la novella di frate Auretto, cominciò suor Saturnina e disse: Io ti voglio dire una novella che ti piacerà; e cominciò così.

Essendo per la morte di papa Nicola d’Ascoli vacato il papato per due anni per discordia de’ cardinali che erano partiti, e ciascuna delle sette voleva uno de’ suoi papa; ed essendo i cardinali in Perugia costretti aspramente da’ Perugini ch’eleggessero un papa, come piacque a Iddio, furono in concordia di non eleggere alcuno di loro collegio, ma elessero un santo uomo, il quale aveva nome fra Pietro del Murrone di Abruzzi. Questi era romito e di aspra penitenza, e, per lasciare le vanità del mondo, rinunziato aveva il munistero che egli aveva edificato, ed era andato a fare penitenza nella montagna del Murrone, la quale è sopra a Sulmona. Ed essendo eletto e incoronato, fu detto papa Celestino, e fece subito dodici cardinali per consiglio di Carlo re di Sicilia, e la maggior parte oltramontani: e poscia ne andò con la corte a Napoli, e dal re Carlo fu ricevuto graziosamente e con grande onore! Ma perchè egli era uomo semplice e non letterato, e delle pompe del mondo non si travagliava, i cardinali l’apprezzavano poco, e pareva loro a utile della Chiesa non aver fatta buona elezione; onde il detto santo padre accorgendosi di ciò, e non sentendosi sufficiente al governo della Chiesa, come quegli che amava più servire Iddio che alle pompe del mondo, cercava ogni via come egli potesse rinunziare al papato. Tra i cardinali ve n’era uno, il cui nome era messer Benedetto Gaietani d’Alagna, savio molto, delle cose del mondo assai pratico e sagace, il quale aveva gran volontà di pervenire alla dignità papale, e quello con ordine aveva procacciato col re Carlo, e già aveva dal re la promessa, la quale poi gli venne fatta. Questi si mise innanzi al papa, sentendo che egli aveva voglia di rinunziare il papato, e consigliollo che egli facesse un decreto, che per utile dell’anima sua ogni papa potesse rinunziare il papato, mostrandogli lo esempio di santo Clemente, che quando san Pietro venne a morte, lasciò che presso a lui fusse papa egli; ed esso per utilità dell’anima sua non volse essere, e fu prima di lui S. Lino, e poi S. Cleto, e poi fu S. Clemente. E come il detto cardinale lo consigliò, così fece il detto papa Celestino detto decreto. Ed essendo il papa in concistoro con tutti i cardinali, fece una sua diceria, e poi in lor presenza si cavò la corona e il manto papale, e rinunziò il papato. Vero è che molti dicono che il detto cardinale gli venne una notte segretamente con una tromba a capo al letto, e chiamollo tre volte; ove papa Celestino gli rispose e disse: Chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono l’Angel da Iddio mandato a te come suo divoto servo, e da parte sua ti dico che tu abbia più cara l’anima tua che le pompe di questo mondo; e subito si partì. Di che papa Celestino non restò ch’egli rinunziò, e poi si partì di corte, e tornassi a essere romito e a fare, le sue penitenzie; e così stette nel papato questo papa Celestino cinque mesi e otto dì. Suo successore fu messer Benedetto Gaietani, il quale fu poi chiamato papa Bonifacio ottavo. Dicesi che poi detto papa Bonifacio fe’ pigliare papa Celestino nella montagna di Santo Agnolo in Puglia, di sopra a Ostia, dove si era ridotto a fare penitenzia, e fello mettere in prigione nella rocca di Sulmona, ed ivi lo fece morire, acciocchè egli vivendo non si potesse opporre alla sua elezione; però che molti cristiani tenevano Celestino per vero e diritto, papa, non ostante la sua rinunzia, opponendo che sì fatta degnità, come è il papato, per nessun decreto si poteva rinunziare, ma che colui ch’è creato papa, abbia da esser papa fin che ’l vive; e così detto papa Bonifacio fece morire papa Celestino. E dipoi la sua morte, mostrò Iddio molti miracoli per lui; e crebbe tanto la fama della santità sua, che al tempo di papa Giovanni ventesimo secondo ei fu canonizzato, e chiamossi san Pietro del Murrone.

Finita la novella, cominciò frate Auretto e disse: Per certo questa è stata una ricca novella; ora ti dirò una canzonetta, la quale dice così.

Troverò io pace in te, donna, giammai.

Che sai ch’i’ t’amo più che me assai?

Tu se’ sola colei che puoi dar pace

A l’anima fedèl che tanto ama. 

Adunque apri le braccia, se ti piace,

Al servo tuo, il qual t’onora ed ama.

Or t’innamora, mentre che sei dama,

E non perdere il tempo quando l’hai.

Quanto felice e bene, avventurata

Si può chiamar colei che d’Amor sente!

Dunque che fai, che non se’ innamorata

Verso comi che t’è tanto ubbidiente?

Che per te dentro il core il foco sente,

E dì e notte consumare il fai?

Amor non sta là dove è crudeltade,

Nè mostra suo poter dov’è durezza,

Ma vuol trovar nel cor benignitade»

Sì che possa mostrar la sua dolcezza;

E però scopri la sua gentilezza

Al servo tuo: e poi che legato il trai.

Vanne, ballata, a quella chiara stella,

La quale adoro e tengo per mia insegna;

Poi con pulita e soave favella

E di’ la pena che nel mio cor regna;

E di’ se l’alma mia sarà mai degna

Di trovar pace a gl’infiniti guaj.

Finita la canzonetta, i detti due amanti posero fine a’ loro dolcissimi ragionamenti per quel giorno, poi si presero per mano, e ciascuno di loro si partì con buona ventura.

Note

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[1] si   ghermì:   nel   Vocabolario ghermire vale il pigliar che fanno gli animali rapaci la preda colla branca; ma qui sembra che stia per combattere con gli artigli. (AMS)

[2] valentigia: Questa voce manca nel Vocabolario; e in questo luogo sta per bravura, opera valorosa. (AMS)

[3] ricadìa: cioè noja , molestia ,  travaglio (AMS)

[4] capogirlo: è una specie di infermità, altrimenti chiamata vertigini. (AMS)

[5] aggavignato (contr. disaggavignare): pigliar per le gavigne, per il collo; ed anche prendere con forza, e tenere stretto.

[6] ragioni: cioè qualità (AMS).

[7] diserti: cioè infelici o spogliati. (AMS)

[8] beate: beviate.

[9] manza (amanza): donna innamorata.

[10] reda: erede.

[11] continenza: contegno.

[12] caendo: cercando.

[13] masserizia: guadagna accumulato nell'anno e non speso o impiegato.

[14] maniero: ubbidiente, sottomesso.

[15] tolsero combiato: presero commiato.

[16] infigneva: sembra che in questo luogo stia per incresceva. In questo senso non ve n'è esempio nel Vocabolario ove infignere, infingere per fingere, far vista di checchessia ec. (AMS)

[17] coviere: cantiniere, frate addetto alla cantina.

[18] stàioro: unità di misura agricola dei terreni, variabile da luogo a luogo

[19] propaginato: t. storico: sotterrare gli assassini a capo all’ingiù

[20] termine: pietra che segnava il confine tra due proprietà

[21] maniera: mansueta, ubbidiente.

[22] taccolino: Spezie di veste, oggi incognita, forse così detta da TACCATO per iscreziato. (Voc. della Crusca). Panno ruvido e rozzo.

[23] pegola: pece

[24] bastagi: facchini portatori

[25] capperone: grande cappuccio che tirato sulla testa copriva anche il cappello.

[26] stazzone: bottega, stanzone.

[27] fesso: apertura.

[28] impronto: detto di persona senza discrezione, che chiede con insistenza o piglia con troppa padronanza.

[29] necessario: eufemisticamente era il vaso da notte in casa o la latrina dove si scaricavano i vasi; per estensione: pozzo nero.

[30] sostenuti: trattenuti.

[31] non si sentì: non si risentì, o non si destò. (AMS)

[32] corsali: corsari.

[33] sepali: siepi (AMS)

[34] non sine quare: non senza motivo.

[35] inaverò: ferì, infilzò.

[36] incanito: imbestialito, arrabbiato.

[37] sparsione: spargimento

[38] sentito: qui significa accorto, cauto, giudizioso

[39] bastìa: tipo di fortificazione protettiva con tronchi d'albero.

[40] abbacinarono: antico supplizio: accecare con bacino rovente.

[41] catellino: cagnolino.

[42] attutato: mitigato, quietato, affievolito.

[43] rigoglio: orgoglio.

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Ultimo aggiornamento: 01 giugno 2008