Anonimo

LIBRO DE' SETTE SAVI DI ROMA.

Edizione di riferimento

Commissione per i testi di lingua, Il libro dei sette savi di Roma, tratto da un codice del sec. XIV,  a cura di Antonio Cappelli, Bologna, ed. Gaetano Romagnoli 1865.

- Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna sulla edizione Romagnoli datata 1968. 

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Un imperatore romano avea uno suo figliuolo unico da lui molto amato [il quale ebbe nome Stefano]. Pervenuto questo a etade di sette anni, l'imperatore lo diede da ammaestrare a sette suoi filosofi ch'egli avea nella corte sua: e li filosofi, ricevuto il figliuolo dello imperatore, lo condussero fuori della terra in uno luogo assai dilettevole e sepreto, il qual distava dalla terra miglia dieci, acciò che meglio 'l polessero ammaestrare. Lo giovane imparava tanto, che i filosofi molto si maravigliavano; ond' esso fece sì buon portamento che in ispazio di dieci anni diventò più perfetto che niuno de' suoi maestri, e non era in lo mondo uno così savio com' egli. Addivenne che fra lo mezzo di questi dieci anni la moglie dell'imperatore e madre di costui morì; e lo imperatore, di consiglio de' suoi savi, ne tolse un'altra molto giovene e bella. La quale avendo inteso della fama e bellezza di esso giovane, avvegnachè fusse suo figliastro, niente di manco s'innamorò grandemente di lui, che non si potea contenere, molestando ogni dì l'imperatore che dovesse mandare per lui, conciossiachè molto lo desiderava di vedere. L'imperatore innamorato, com'è usanza de' vecchi, i quali amano molto le gioveni, si sforzò di satisfarla: onde subito il sabato mandò suoi messi alli sette filosofi, dicendo che se il figliuolo suo era assai dotto il dovessero condurre a casa. Ed acciocchè i filosofi potessero dare risposta alli messi, si unirono insieme ed interrogarono il giovane proponendogli diverse questioni, il quale sì mirabilmente loro rispose, che cadette in grande ammirazione di quelli filosofi, conciossiachè essi non le avriano saputo sì pienamente dichiarare. E veduto questo, ritornano alli messi, dicendo: Affrettatevi a partire e dite all'imperatore che il suo figliuolo è 'l più savio uomo del mondo, e che domani noi insieme con lui verremo alla terra. E così i messi ritornarono allo imperatore; e quegli molto allegro, e la sua donna, fece bandire a tutti li suoi Conti e Baroni che dovessero venire domenica a lui per accompagnarlo incontra al suo unico figliuolo. Partiti li messi, li filosofi stettero parlando con lo giovane; e così stando, lo giovane forte guardava una stella, però che era grande astrologo, e guardando si cominciò tutto a conturbare e piangere amaramente. Vedendo questo li filosofi gli domandarono la cagiolle del pianto. Il quale disse: Non vedete voi il segno di quella stella? I quali dissero: Che segno? Ed egli disse: Il segno si è questo, che per tale via io debba andare in pericolo di crudel morte. E guardando li filosofi, viddero ch' esso dicea il vero: e molto contristati non sapeano che si fare, conciossiachè se andavano temeano 'l pericolo del giovene mostrato per la stella, e se non andavano, temevano la indignazione dell'imperatore per la promessa a lui fatta. Lora disse il giovane: Io considero per la stella, che se posso campare otto dì io sarò salvo. Lora ciascuno delli sette filosofi gli promise di salvarlo lo suo dì. Ond' esso disse: Se voi avete animo di salvarmi per sette dì, menatemi da mio, patre, altramente no. E così tutti promisero di salvarlo. Sicchè venuta lo domenica, cominciarono a cavalcare verso la terra, e cavalcando, ecco lo imperatore con una grande comitiva di Baroni sì gli viene incontra. Ed essendo avvicinati, l'imperatore si andò al suo figliuolo, e abbracciandolo il salutava: della qual cosa egli non rispose nulla, anzi pareva che fosse muto. Lora lo imperatore molto irato e conturbato, perchè credeva trovar il suo figliuolo savio, fece chiamare li filosofi, dicendo minacciandoli: Voi mi diceste il mio figliuolo essere più savio uomo del mondo, e non mi favella! I quali molto contristati, dissero: Alcuna cosa ha esso veduto per la quale non vuol parlare. Tornato lo imperatore a casa [1] , annunciò alla moglie ciò che del figliuolo era addivenuto, la quale ebbe grande letizia perchè era già appresa del suo amore: e sì lo fece venire a lei, parlando incontra lui, il quale non rispondea ad alcuna questione. Lora [2] disse la donna allo imperatore: Fate ch'egli venga meco in camara solo, ed io lo farò parlare, se mai parloe. E lo imperatore, non avendo mala speranza, mandollo solo in camara, e la donna l'incominciò di dire parole d'amore, e che moria per lui. Questo non rispondendo a lei niente, disse la donna: O tu farai la volontà mia in giacere meco, o io mi squarcerò tutta e cridaroe, e diroe al principe ed a tutti li signori della corte sua che tue hai voluto giacere meco. E ditto questo, lo giovane immantenente si partì fuggiendo della camara: e quella fori della camara cridando e piangendo e squarcendosi dicea, che lo figliastro era voluto giacere seco. L'imperatore, udendo ciò, s'egli era tristo nanzi, allora fue piue, credendo ch'el figliuolo abbia voluto fare uno sì grande disinore, e comandò ch' egli fosse menato in pregione.

Disse la donna allo imperatore: Sappiate per fermo ch'egli non è vostro figliuolo; ch'egli non avrebbe pensato tanta malizia. Dunque fatelo uccidere, e se nollo fate uccidere addiverravvi questo, che vi farae morire a mala morte. Lora comandò l'imperatore che la mattina fosse menato alle forche.

La mattina si levò l'uno dei filosofi, e con grande riverenza andò allo imperatore e salutollo. Il quale rispose villanamente, dicendoli: Avete voi così insegnato a mio figliuolo? lo lo faccio appendere per la gola, e quello farò anco di voi.

Lora rispose lo filosofo, e' meravegliavasi che così savio uomo alla domandagione d'una femina fesse uccidere lo figliuolo senza cagione: Ma a voi addiverrà come addivenne a un cavaliere d'uno suo levreri il quale amava molto. Disse l'imperatore: Come? Disse lo filosofo: Nollo fate uccidere oggi, ed io vi dirò sì belle parole, che a voi piaceranno; altramente farete di noi e di lui lo vostro piacere. Promise l'imperatore d'indugiare, e comandò che 'l figliuolo fosse tornato in pregione.

Disse lo filosofo: = Un cavaliere avea un suo levreri molto bello, giovene e compito e di tutta bontà, ed avea uno fanciullino il quale facea nutrire in cuna. Addivenne un giorno che in Roma si dovè fare un torniamento. II cavaliere gli andò per vedere, e la donna e le servigiali montorno di sopra per vedere, e lassarono lo fanciullo e 'l levreri solamente in casa. La casa era multo vecchia, sì che d'una crepatura delle mura uscì uno serpente molto grande e terribile per divorare lo fanciullo. E lo cane veggiendo ciò volea difendere lo fanciullo, e combattea per questo con lo serpente: e così combattendo ad uno, la cuna del fanciullo si rivolse sotto sopra, sì che lo fanciullo rimase sotto sano e salvo. E faciendo la grande battaglia lo cane e lo serpente, alla fine il cane uccise il serpente, e rimase lo cane forte impiagato. Ritornando una delle servigiali, vide il cane con la bocca insanguenata, crette [3] ch' egli avesse morto lo fanciullo, cominciò a fuggire cridando. La donna udendo ciò, dimandò la cagione, la quale ella li disse. La donna strangosciò incontenente, cridando e piangendo con tutte le sue servigiali. In questa giunse lo cavaliere a casa e dimandò la cagione dello pianto. Fugli detto: Lo cane il quale avete tanto amato hae morto lo fanciullo vostro. Egli guardando al cane, videlo insanguenato; crette che così fusse; immantenente l'uccise. E poscia andò alla cuna e levolla suso, e trovò lo fanciullo sano e salvo. E poscia guardando nella camara vide lo serpente morto, e cioe cognobbe che lo cane l'avea morto, e molto fue tristo del suo cane ch'egli avea morto; chè dove li venia buon guiderdone si ebbe la morte =. Così addiverrà a voi, che se fate uccidere vostro figliuolo ve ne pentirete alla morte; ch'egli dovrebbe conseguire guiderdone da voi, e voi lo volete fare uccidere. Udendo questo, l'imperatore rilassò la sentenza del figliuolo.

Ritornando la sera lo principo alla moglie, trovolla molto trista e turbata perchè non era andata la sentenza a secuzione. Lora disse la donna a lui: = Questi vostri filosofi vi disertaranno ed addiverravvi come addivenne a uno che avea uno suo giardino, [ed] aveali un pino il quale gittò una bella pianta e ritta, della quale molto si allegrava. E quando si partie, comandò allo lavoratore che di quella pianta avesse cura, eziandio s'egli dovesse [tagliare] tutte l'altre piante, e partissi. Stando lungo tempo ritornò allo giardino per vedere la sua pianta, la quale vide tutta torta, e turbossi molto. Fecie venire l'ortolano, e disseli: Perchè hai avuto sì mala cura di questa pianta, servo malvagie? E quegli rispose: Per li rami del pino. Lora disse il signore: Servo maledetto, non t'avea io detto che tue devessi tagliare tutti li rami perch'ella andasse ritta? E comandò che tutti li rami del pino fossero tagliati, e così Fecie =. E lo simile addiverrà a voi, chè questi filosofi attendono molto alla difesa di questo giovene che voi appellate vostro figliuolo, il quale vi disertarae e sarà signore con loro. Certo, disse l'imperatore, io diserterò nanzi lui. E comandò xh' egli fusse menato a giudicare.

E incontenente venne l'altro filosofo, e disse allo imperatore, come aveva detto l'altro dinanzi dell'indugia: Messere l'imperatore, così addiverrà a voi come addivenne allo savio d'Ippocras. Disse l'imperatore: Come? E quegli disse, che devesse fare quello dì indugia al giudicio. Impromiseli di farlo.

Disse il filosofo: = Ippocras si avea uno suo nipote molto savio in medicina. Addivenne lora in quella parte che uno figliuolo d'uno re si ammalò gravemente, che tutti li medici l'aveano abbandonato. Ebbe consiglio il re che dovesse mandare per Ippocras; che venisse a curare lo figliuolo senza dimoranza. Mandò il re li soi messi con grandissima copia di moneta per conducerlo.

Li messi furono a lui, esposeno loro ambasciata. Lo quale li rispose che non li potea venire per gravezza di tempo [4] , e disseli: Io vi darò mio nipote ch'è molto savio; e s'egli è uomo nel mondo ch'el debbia guarire egli lo farà. Veggiendo li messi che non poteano avere Ippocras, menarono lo nipote. E quando fue a l'infermo guardò lo re e la reina, e dimandò li medici delli accidenti dell'ammalato, e cognovve, secondo i filosofi, ch' egli non era figliuolo dello re, anzi era spurio. Onde si fece mostrare l'urina di ciascuno e cognovve con tutta verità che lo malato non era figliuolo di messere lo re: e disse che in secreto volea parlare alla donna, e disseli: Se mi devete dire il vero di quello ch' io vi dimandarò, vostro figliuolo guarirae, altrementi non potrà guarire. La reina li rispose, che bene li direbbe la verità. Disse lo medico: Chi è patre di questo giovane? Rispuose la reina: Che vi credete che sia suo patre, se no il re, e di che cosa mi fate questione? Disse il medico: poscia che non mi dite la verità, io mi parto. Veggiendo questo la reina, la quale desiderava la sanità del figliuolo, manifestò al medico, che uno era venuto nella corte il quale la richiese d'amore, ed avvenne questo giovene. E poscia lo medico curoe lo giovane, sì che guarie. Lora li fece dare lo re grande quantità d'oro e d'argento. Ritornato il medico a Ippocras, narroe a lui ciò ch' era addivenuto. Ippocras udendo questo fue pieno d'invidia; pensò che questi serebbe migliore medico di lui; imperciò che Ippocras avea fatti molti libri delli quali temea che la memoria perisse: e perciò si pensò di ucciderlo. Andò con lui in uno giardino, nel quale avea molte erbe vertudose, e disseli: Vedi tu alcuna erba vertudosa? Ed egli disse, che sì; e colsene e narrò tutte le virtù di quelle. Ippocras veggiendo un'altra erba, disse al nipote, che la cogliesse: e quando si chinò per coglierla, Ippocras trasse fuori un coltello, e sì l'ebbe morto, e celatamente lo seppellie. Addivenne che Ippocras cadde in una grande infermità di flusso di corpo, sì grande che con tutte sue medicine non si potea astrignere. Lora disse alli medici soi: Io non posso astrignere lo corpo mio – ; ed a ciò che [ fosse cognosciuta la sua ] scienza, comandoe che uno vasello forato fosse arrecato, e [ poscia comandoe che fosse] pieno d'acqua, e miseli entro una polvere la quale fecie stagnare tutti i pertusi, chè per la virtù della polvere non potea uscire fora l'acqua. E disse Ippocras : La mia infermità non si può curare. E piangiea, dicendo: Se lo nipote mio vivo fosse, questa infermità serebbe curata per lui. Onde Ippocras uccise colui per lo quale avrebbe avuto vita =. E così volete voi fare uccidere vostro figliuolo per lo quale avrete anco vita ed accrescimento. Udendo questo l'imperatore rilassò la sentenza del figliuolo.

Ritornando la sera alla moglie, trovolla molto trista per la sentenza che non era mandata a secuzione, e[d ella] disse allo imperatore: Così addiverrà a voi per questi filosofi come addivenne d'uno porco il quale fue morto per grattare. Disse l'imperatore: Come? Ed ella disse: Se mi promettete di mandare la sentenza a secuzione, dirovvelo, e sì disse: = in uno bosco era un porco selvatico, grande e molto forte, ed in quello bosco si avea un pero molto bello, e recava molte pere: al quale venìa lo porco, e crollava di queste pere, e mangiavene. Addivenne che un pastore ch'era in quelle parti perdè un suo boe il quale fuggìe al bosco là dove stava questo porco. Lo pastore lo seguìa, nè nollo trovava; e andando per lo bosco trovò le pere le quali mangiava questo porco, e cominciò a cogliere di queste pere per portare al suo signore, per mitigare sua ira. Un'altra volta ritornò al pero, e cominciò di empiere suo sacco di queste pere, e montò suso 'l pero, non sapiendo del porco niente. E così staendo, il porco venne al pero, e lo pastore si temeva a discendere per paura di lui. Lo porco vogliendo mangiare delle pere, cominciò a crollare il pero como era usato. Lo pastore grande [5] cominciò a gittare giuso delle pere pianamente perchè lo porco mangiasse e partissesi pascio [6]. E quando lo porco ebbe mangiato assai, appoggiossi all'albero; e lo pastore discendendo pianamente in terra [ si appressò ] allo porco e fregavalo [dolcemente]. Lo porco [ sentendo piacere ] cominciò [ a piegarsi vicino a terra ], e quegli fregando verso la pancia fessi gittare il porco riverso in terra, e lì si addormentò. Lo pastore veggendo così, tolse suo coltello e sì l'occise E così faranno a voi, mess. l'imperatore, questi filosofi, che con queste sue parole v'uccideranno. Udendo lo re questo, comandò che 'l figliuolo fosse menato la mattina al giudicio.

Venne lo terzo filosofo, e disse all'imperatore: A voi pare d'uccidere vostro fìgliuolo a petizione d'una femina ingiustamente . Ma voi dovrete fare a lei come fece uno savio di tempo a una sua donna giovene e bella, la quale volea bene a uno giovene. E vogliendo fare secretamente suoi fatti con lui, sì lo disse alla matre, la quale matre ne li sconfortava: e quando pur vide sua volontà, disseli che dovesse fare una grande ingiuria al suo signore, e s' egli non se ne turbasse lora potrebbe fare ciò che li piacesse. Lora la donna andò allo giardino e sterponne un moro, il quale molto era a diletto di lui, e miselo al fuoco. Lo marito veggiendo questo dimandò cui avea fatto sì mal'opera; e la donna disse che l'avea fatto perchè non avea legne. Lo marito, perchè molto l'amava, disseli: Male hai fatto; ma non t'addivegna mai tal cosa. La donna immantenente andò alla matre e dissele ciò ch' era stato, e che volea sua promessa, Lora disse la matre: Voglio che tue provi un'altra cosa: va, e sì uccidi lo suo lavorere, il quale ama molto, e prendi cagione ch'egli guasti i panni. E ciò fue fatto. Lo marito li disse di questo come avea detto dell'altro. Ritornando la donna alla matre, disse ciò che li era addivenuto. Disse la matre: Voglio che tue facci la terza, e s' egli non si muta di senno farò tutta tua volontà. Serai domenica, quando tuo marito farà grande convito [ di suoi ] amici, andarai e sederai appresso lui, e ligherai la borsa all'anello della tavola sì che si ribalti; e se di questo non si turba, poscia farai tua volontà. E fatto questo, lo marito si turbò molto contra lei, ma no ne mostrò niente contra coloro ch'erano alla mensa. Immantenente fece apparecchiare l'altra mensa compiuta di tutte cose. E quando fu partita la brigata, lo marito fecie fare un gran fuoco, e fecie venire la donna dinanzi dal fuoco, e dirseli: Tu hai troppo sangue pazzo addosso; e fecela lora salassare di ambe le braccia, e tanto gli ne fece torre che parea che la morisse. E lora comandò che li fosse stagnato, e fecela portare a letto. Vegnendo la matre a lei, dicea: rigliuola mia, fotti venire quello che mi dimandavi? E quella appena potea rispondere, e dicea che nollo volea più =. Mess. l'imperatore, così dovreste fare voi: torre lo sangue matto di corpo alla donna vostra, e nolli dovreste credere quello che la vi dice, di fare morire vostro figliuolo. Udendo questo l'imperatore rilassò la sentenza.

Ritornando la sera alla moglie, ella disse: = Che si addiviene a voi come addivenne a uno re che non vedea lume di fuori dalla sua città, ed a molti savi uomini ne dimandava consiglio, nè non potea trovare rimedio niuno di guarire. Ed eziandio avea e tenea VII filosofi, [a] li quali devea accertare di dare moneta come egli interpetravano li insonii. Ed in quello tempo era un savio che avea nome Merlino, e fu dato consiglio a messere lo re che mandasse per lui. Mandoe soi messi con grande quantità d'oro: li quali andando a Merlino, ed essendo dinanzi a lui, uno passava il quale fece venire a sè, e disseli: Tu vai alli filosofi dello re per dimandare d'uno [sonio], e quello che porti in mano si è uno bisanto [7] ; e se tu lo mi vuoi dare, dirotti ciò che significa lo sonio tuo, il quale egli non ti diranno. Disse quegli: Messere, volontieri. Disse Merlino. Tue t'hai insoniato che una fontana era in casa tua. E quegli confessò ch'era vero. Lora disse Merlino: Vattene e guarda sotto il focolare tuo, e troverai molto argento. Questi se n'andò e trovoe come avea detto lo savio; e li messi dello re andarono seco per vedere questo, e molto si meravigliarono. Ritornarono a Merlino e menarolo a messere lo re. Disse Merlino allo re: Volete voi guarire del vostro male? E quelli disse, che sì. E Merlino disse: Fate tagliare le teste alli VII filosofi che sono in vostra corte, e serete guarito. Lo re s'attristava molto perchè sua corte si reggea per loro. Lora disse Merlino al re, che devesse fare cavare sotto il suo letto. E quegli fece cavare, e trovò bollire una caldana che li mandava sette vapori, la quale aveva ordinata questi VII filosofi [ per arte magica. Disse Merlino: Fate tagliare la testa ad uno de' filosofi ] e l'uno de' vapori cesserae. Disse lo re: S' io trovaró come tu dici, faroe tutto lo tuo volere. E così trovoe come Merlino li disse. Lora fece tagliare le teste a li VII filosofi, e guarie della sua infermità =. Così questi filosofi v'hanno accecato lo intendimento vostro, di che non vedete la verace via: ma voi li dovreste fare tagliare le teste perchè hanno male insegnato al figliuolo vostro. Disse l'imperatore: Io disertarò loro –; e comandò che 'l figliuolo fosse menato al giudicio.

Ecco il detto del quarto filosofo, che disse sì come avean detto gli altri: Voi dovreste fare alla vostra donna come fece un savio cavaliere: Disse l'imperatore: Che li fe'? Rispuose lo filosofo: = Un cavaliere avea una sua moglie, che amava un giovene. Lo cavaliere avea una aregazza [8] ch'era sì ammaestrata, che dicea al cavaliere ciò che vedea, ed aveala messa presso all'uscio della camara. Una fiata che lo cavaliere andò a cacciare, la donna mandoe per lo giovene. La gazza lo vide, e disse: Madonna, voi fate male, chè vituperate lo signore vostro, e certo io la gli diroe. La donna crette ingannare la gazza: fece montare la fante suso 'l tetto della casa, facendo cadere acqua in due bacili perchè mostrasse che piovesse [ e losinasse ]. Ancora mandò la fante subitamente con una lume in mano a serrare la porta sì che mostrasse ch'egli si levassi l'altro dì. Vegnendo lo marito dalla caccia, la gazza li disse ciò che avea fatto la donna. Lo cavaliere era irato con la donna; voleala uccidere. La donna disse: Dimandatela quando fu. Disse la gazza: Fue ieri. Disse la donna: Che tempo era? Disse la gazza: Pioveva e losinava [9] –; e quello dì era stato buon tempo. Disse la donna: Voi vedete che la si mente per la gola. Lo signore fue molto irato contra la gazza, e uccisela. E stando alquanti dì, guardò e vide di sopra un bacìle che la fante s'avea dimenticato. Pensò la malizia della donna: fece venire la fante, dicendoli perchè quello bacino era lassuso. Quella volea negare lo vero: fecela mettere al tormento, e lora disse la verità. Incontenente il cavaliere fecie ardere la sua donna =. Messere l'imperatore, così dovreste voi fare della vostra donna, che giudica vostro figliuolo. Udendo questo l'imperatore comandò che la sentenza fusse rilassata.

Ritornando la sera l'imperatore alla moglie, ella disse all'imperatore. Così addiverrà a voi come addivenne d'uno che fue morto dal figliuolo. E come fue? E quella disse: = Fue un re che avea in sua corte due sescalchi: l'uno era avarissimo, l'altro larghissimo spenditore, che in poco di tempo consumò quella pecunia ch' egli avea per mano. Chiamò un dì lo figliuolo, e disseli che non avea più da spendere. Lo figliuolo rispose: Patre mio, voi spendete troppo, e non dovreste fare sì grandi spese come fate. Disse lo patre al figliuolo: Truova ferramenti, e romperemo la torre nascostamente e spenderemo lo tesoro di messere lo re là dove noi vorremo; e così fecero più fiate. Spendendo questo avere, addivenne che quello sescalco avaro andò un dì alla torre., e trovò essere rotto lo muro e tolto una grande quantità d'avere. E veggendo questo fue molto tristo, e pensò come potesse prendere questo ladro. Lora fece fare una fossa presso alla rompetura del muro e empiè la fossa di viscio e di pegola, e coprilla Andando questo ladro con lo figliuolo in la torre, cadde nella fossa, e andò nel viscio e nella pegola insino alla gola, sì che la testa rimase fuori solamente. Disse lo patre al figliuolo: Non ti fare più innanzi, ché tue li rimarressi. Disse lo figliuolo al patre: Che faremo? Ed egli rispose, che nollo sapea: se no che mi tagli la testa a ciò ch'io non sia accognosciuto, e tue camperai la vita. E lora tagliò la testa al patre, e sotterrolla. Ritornato a casa lo figliuolo disse alla sua famiglia [ciò ch'era avvenuto, e] che non dovessino piangere. Levandosi la mattina l'altro castaldo, credendo di trovare lo ladro, trovollo con la testa tagliata, e non cognoscea cui egli si fusse. Comandò ch'egli fosse strascinato per tutta la città acciò che la sua famiglia piagnesse quando passasse per casa sua. E veggendo questo la sua famiglia, non si potenno stare di piangere. Il figliuolo fue vessato [10]: tolse un coltello e ferissi nella coscia. Lora disseno li officiali: Che avete che piagnete? Disse il figliuolo: Tagliando un legno mi ferii d'uno coltello nella coscia, perciò questi piagneno. Credendo li ufficiali che fusse vero si si partirono =. Così addiverrà a voi, mess. l'imperatore, che vostro figliuolo vi taglierà anco la testa. Lora disse l'imperatore che nanzi la farebbe al figliuolo tagliare, che 'l figliuolo a lui.

Lo quinto filosofo venne, e disse: Messere l'imperatore, voi non dovreste credere alla malizia di questa femina, perchè ne rimarrete ingannato, e addiverravvi come addivenne ad uno savio giudice che avea una molto bella donna la quale amava molto, e per gelosia la mise in una sua torre molto alta in la quale non avea finestra se non di sopra, e non si potea ire a lei per alcun luogo, chè 'l marito portava la chiave della torre, e la donna non uscìa mai se non quattro feste dell'anno. Uno giovene venne alla città per vedere la festa, alla quale festa era la donna. E quando il giovene vide la donna così bella, fu preso d'amore di lei e andolli dietro. La donna si accorse che quello giovene l'amava, ma non ne curò, perchè sapea che non li potea giovare. Lo giovene era molto ricco, e veggiendo questo comparò una casa ch'era presso a quella torre, e cominciò a fare grandissime spese, e addivenne amico del giudice ch'era marito di questa donna, facendo grandi mangiari con lui. Questo giovene fece fare una casa appresso la torre molto scura, e fece fare molti ferramenti da rompere lo muro di questa torre nascostamente, e cominciò di notte a rompere il muro per mezzo [11] sì che non si potea sentire, e tanto ne ruppe ch'egli giunse alla camara là dove era la donna. Entrò nella camara a lei; ebbe molti suoi piaceri. E rispondea la rompetura sotto il letto, sì che non se ne potea avvedere lo marito; e la donna tenia suoi panni dinanzi da quella, ché non volea che fosse veduta. E' voleasi partire, e disse al giovene: Io t'ammaestrarò si che tue mi potrai torre per moglie. Torrai li panni del meo marito e vestiralliti, e andarai dinanzi da lui e discenderai giuso nella tua casa per andare a vederlo, ed egli si maraveglierà molto: e fatto ciò allora tornerai li panni suoi al suo luoco. [ Lo giovene fece come disse la donna. Il marito guardava li panni, che gli parevano li suoi, ] e quegli non sapea che si dovesse dire. E tornando alla torre lo giovane per più breve via, tornava li panni. Lo giudice tornando a lei, trovando ciò si maravigliava molto: credea che 'l giovene fosse vestito di nuovo. E così fecie fare la donna d'uno cagnuolo del marito. Alla fine disse la donna al giovene: Voglio che tu mi togli per moglie [ in sua presenza. Lo giovene ] allora fece intrare in mare in una galea ch' egli tolse tutti suoi amici, e disse al marito della donna: Io voglio sposare una mia donna; piacciavi di farmi onore. E quegli rispuose: Volentieri –, e fue nella galea con gli altri. Poscia andò alla donna e fecela apparecchiare e torre tutte sue gioie e altre cose nascostamente. e menolla al mare là dove era questa giente. Lo marito guardando quella volsela cognoscere; ma per quello ch'avea veduto dinanzi non si ardiva dire niente, e gli altri che erano lì la conosceano bene; ma per lo marito che si stava cheto non diceano nulla. Lo giovene la sposoe presente il suo marito e tutti gli altri, e tolse licenza da loro, e intrò in mare, e partissi. Lo giudice ratto [12] ritornandosi a casa credea trovare la moglie, ed erasene andata =. E così addiverrà a voi, messere l'imperatore, chè vostra mogliere v'ingannarae, confortandovi che pognate il vostro savio e caro figliuolo alla morte. Udendo questo l' imperatore, comandò che la sentenza fosse rilassata.

Tornando la sera alla moglie trovolla molto turbata perchè non aveva mandato la sentenza e secuzione, e disseli: = Così serete ingannato da questi filosofi come fue un re pagano ch'era in oste attorno Roma con grande giente di pagani: e tanto vi stette ad assedio che li romani non si poteano tenere, sì che l'imperatore gittò sua corona alli romani, dicendoli, che difendessero la corona: per la quale cagione li romani voleano ire alla battaglia. E con esso l'imperatore avea tre maestri, che li diceano: Messere, non andate alla battaglia, chè l'ultimo rifugio è quello della battaglia. E l' uno disse: lo farò sì che li pagani non verranno questo dì alla battaglia. E così fecie l'altro il secondo dì. E lo terzo dì s'aspettavano d' avere la battaglia. Lora venne il terzo maestro e fessi fare vestimenta lunghissime vermiglie e d' oro; e fessi fare grandi ale, e tolse una spada grande e lucente, e montò suso una grandissima torre nello levare del sole. Li pagani vedendo questo si maraveglionno molto: dubitonno che fosse Dio de' romani che li menacciasse, e lora si partirono dall'assedio . Udendo questo l'imperatore comandò che 'l figliuolo fosse menato al giudicio.

Lo sesto filosofo vegnendo la mattina, disse all'imperatore: Così addiverrà a voi come fecie a un cavaliere che fue morto per amore d'una sua moglie. Disse l'imperatore: Come? Disse lo filosofo: Un cavaliere avea una molto bella donna ch'egli amava molto, e mangiando seco a una tavola, ed ella tagliando pane, sì si tagliò la mano sconciamente. Lo marito veggiendo ciò si morie. Ella veggiendo lo marito morto per lei cominciò a fare grande pianto sì che niuno nolla potea consolare. E quando lo marito fue portato alla sepoltura, ella si fece fare una casa, e lìe stava die e notte piangiendo. Addivenne in quello tempo che lo re fece appendere uno per la gola, e comandò al suo cavaliere che 'l dovesse guardare che non fusse portato via. E guardando questi dì e notte, venne la terza notte che 'l cavaliere, avea grandissima sete, e fussi raccordato del luoco là dove era questa donna. Andolli e dimandolli bere, e la donna gli arrecò dell'acqua. Questi quando la vide sì bella, disseli: Voi piangiete, e non vi torna ad alcuno utile. Tanto li disse, ch'ebbe di lei sua volontà. Tornando alle forche trovò che l'uomo n'era portato; di che fue molto gramo, perché temea della persona. Lora tornò alla donna, e disseli ciò che gli era addivenuto. Risposeli la donna: Se mi vuoi impromettere di farmi per tua moglie, io t'aitarò di questo pericolo. E questi glilo impromise. Disse la donna: Togli questo mio marito della sepoltura, e appiccalo nel luoco di quello. Disse colui, che si temea, e che nollo farebbe. Venne la donna e tolse una stroppa e ligolla alla gola dello suo primo marito, e strascinollo in sino alle forche; poscia disse a colui: Or monta su le forche, e sì l'appicca. Ed egli disse, che si temea. Ed ella montò suso, e sì l'impiccoe, e disse: Questi è quegli ch'era impiccato. – Disse lo cavaliere: Quegli avea una piaga suso 'l capo, e questi non l'hae, di che si potrebbe accognoscere. Ed ella disse: Or monta su le forche con la spada in mano, e fagli la piaga. E quegli disse, che nollo farebbe. Disse la donna: Or mi dà la spada in mano –; montò su le forche, e ferì lo marito nella testa sì come gli avea detto quegli che lo guardava. Ancora diss' egli alla donna: Egli avea dui denti meno dinanzi. Disse la donna: E tue glieli rompi. E quegli disse, che nollo farebbe. Lora disse la donna: Dammi una pietra, ed io glieli romperoe –; e così fece quella allo marito. Poscia disse a costui: Or mi sposa. E quegli rispose: Certo non farò, chè così come hai fatto a costui, ch'era tuo marito, così farestu a me, ed anco peggio, se fare si potesse [13]. Or guardate, messer l'imperatore, come sono fatte l'opere delle femine, sì che voi non dovreste dare fede alle parole di vostra mogliere. Udendo questo l'imperatore comandò che la sentenza fusse del figliuolo prolungata.

E tornando la sera alla moglie, trovolla molto trista sì come l'altre fiate. Disse questa: Così addiverrà a voi, messer l'imperatore, come addivenne a un altro imperatore di Roma, che fue ingannato da tre fanti. Disse l'imperatore: Come fue? Lora disse la donna: = Uno imperatore fu in Roma ch'avea una statova d'uomo, la quale avea un arco in mano con una sitta [14], ed innanzi dalla statova avea un fuoco che ardeva continuo, sì ch'era di molta utilità a tutta gente, e massimamente a' poveri. E quella statova avea scritto nella fronte: cui ferirà me, io ferirò lui. Venne uno prete pazzo, e ferì la statova. Immantenente l'arco trasse nel fuoco, e ammortollo. Un'altra maraviglia era in Roma; ciò era uno specchio grande nello quale si cognoscea ciascuna provincia ovvero città la quale si volesse rivellare [15] con tra l'imperio di Roma. Un re era in Cicilia il quale avea molto in odio li romani: ma per questo specchio nolli potea offendere. Pensava come potesse disfare questo specchio: venne a lui tre frategli [16] per doverlo involare, e disseno: Cile ci volete dare se vi l'arrecheremo? Disse lo re: Io vi darò tutto ciò che saprete dimandare acciò ch'io l'abbia. Impromiseli grande quantità d'avere: ed egli disseno: Trovate tre barilette d'oro che noi portiamo con noi. Fatto questo, andorono a Roma, e le barilette ascoseno fuori di Roma, l'una per sè [17] , l'altre due insieme. Lori andorono all'imperatore, e disseno che li voleano parlare. L'imperatore disse che venisseno; e quegli dissero: Messere, noi sappiamo trovare oro, e li nostri insonii sono veraci. L'imperatore molto desiderava di vedere oro ed avere, e molto li ricevette benignamente. Disse l'uno: Io mi sognai stanotte ch' io trovava una bariletta d'oro: datemi uomini che venano meco –. ed andando dicea: Menatemi in cotale parte, [anzi in cotale altra parte ] –, per non mostrare che ciò fusse [ fatto a malizia ], e mostrava che tuttavia precantasse [18] e mesurasse terra insino che fu là dove avea sotterrato la bariletta dell'oro. E quegli tornarono all'imperatore con grande allegrezza, ed egli disse: Quale di voi si sognava di trovare du tant'oro? [19] Disse lo secondo: Io. E di questo fue l'imperatore molto alliegro, e attrovossi le due barilette là dove erano riposte; e ritornoe e nunciò questo oro. Lo terzo disse: io so grande quantità d'avere. Disse l'imperatore: lo voglio venire a vedere questo, e fecesi menare in quello luoco là dove era lo specchio, e questi mostravano fare grandi orazioni [20], e disseno: Cavate qui. Disse l'imperatore: Guardate che lo specchio mio non si guastasse. Disseno: Faremo sì che non si guastarae e che noi vederemo l'oro, e noi stessi volemo cavare. E' comincionno a cavare pianamente intorno allo speccchio, e feceno così insino alla sera; e disseno all'imperatore: Dimane tornaremo e torremo questo oro. La notte quando ogn'uomo fue partito, venne questi tre frategli, andarono allo specchio, ed ebbenlo furato a messer l'imperatore, e portaronlo allo re di Cicilia . E così vi dico, messer l'imperatore, questi filosofi con sue belle parole v'ingannaranno. Udendo questo l'imperatore comandò che 'l figliuolo fosse menato la mattina ad impiccare.

Venne la mattina lo settimo filosofo all'imperatore e salutollo, il quale villanamente li rispose: Ed imperò che avete così ammaistrato lo mio figliuolo, io gli farò perdere la vita, e la vostra vi sarae poco cara. Lora disse lo filosofo: messer l'imperatore, che vi move a dimandagione d'una malavage femina volere fare morire vostro figliuolo? E, disseli: Se volete indugia al giudicio un dì fare, io vi dirò uno bello esemplo. E quegli indugiossi come avea fatto agli altri. Disse lo filosofo: Uno si avea una sua moglie, la quale commettea avolterio con uno giovene: e una sera venne questo giovene, e toccò alla porta. Quella mise cagione d'ire fuori per altro, e andò a lui. Lo marito si corse [21] di ciò, e levossi e serrò la porta, sì che la moglie rimase di fuori. In quella terra era uno ordine: cui era trovato di fuori di casa dopo la guardia sì era scopato [22] per la città. E quella vegnendo alla porta pregava lo marito che li devesse aprire, e scusavisi molto. Egli non volea, ch'avea veduto l'avolterio [23] . Dinanzi dalla casa si avea un pozzo, e quella essendo li tolse un sasso grande e miselo sopra questo pozzo, e tornò al marito, e disseli: Se non mi lassi venire in casa, io t' imprometto ch'io mi gittarò nel pozzo, nanzi ch' io voglia essere scopata. Disse lo marito: Or fostu annegata. Lora andò quella al pozzo, dicendo: Poi che no mi vuoi aprire gittaroglimi dentro. Gittogli lo sasso, e fece grande rumore; e quella s'ascose dall'altra parte del pozzo. Lo marito credendo che la fosse essa, si mosse a pietà, ed aperse la porta, ed andò al pozzo per vedere questa cosa. La moglie entrò dentro dall'uscio pianamente, ed ebbelo serrato, e cominciò a gridare molto forte, e dicea: Vedete questo puttaniere del mio marito a che ora torna a casa? Ed in questo vennero le guardie, trovarono costui, e menarolo in palazzo, e la mattina fu scovato [24] per la terra =. Onde vedete, messer l'imperatore, quali sono l'opere delle femine; e non credete alle mai [25] parole di vostra mogliere. Udendo questo l'imperatore rivocò la sentenzia.

L'ottavo giorno lo giovene cominciò a parlare alle guardie, e disseli: Fatemi parlare all'imperatore. Le guardie furono molto alliegri [26] , e immantenente venneno al Signore, e dissenoli ciò ch'egli avea detto. L'imperatore molto fue alliegro; comandò ch'egli venisse a lui: e quegli vegnendo a lui con grande riverenzia, gittossi a terra salutandolo, e dicea: Padre mio, piacciavi d'udirmi. – Meraviglia mi pare grandissima come la sapienza d'uno così savio uomo come voi siete si muova a domandagione d'una così iniqua femina a fare perire me dilettissimo vostro frgliuolo. E per avventura così addiverria a voi come fece ad un altro patre che, per invidia volse annegare lo figliuolo. Disse l'imperatore: Or dì, figliuolo. E questi disse: = Uno mercatante avea un suo figliuolo molto saccente, e menollo seco in mercatanzia, e navicò molto per mare. Una fiata arrivò presso una isola, e dui uccelli si poseno suso un albore della nave, e cantavano molto bene. Disse lo mercatante al figliuolo Hoe inteso che gli è d'uomini litterati che intendeno certi uccelli. Rispose il frgliuolo: Non intendete voi cioe che dicono? Disse di no. Disse lo figliuolo: Dicono che in tanto dèbbo essere glorificato in questo mondo, che voi vi terrete ancora appagato se mi vi lasserò dare dell'acqua alle mani, e mia matre potrà tenere la tovaglia. Lo patre mosso fue ad invidia, e disseli: Tu mai non vederai quel giorno –, e prese lo figliuolo e gittollo in mare, e partissi, credendo ch'egli fosse morto. Come piacque a Dio, lo mare lo gittò all'isola sano e salvo, e li stette due dì che non mangiò né bevvè. Intendea gli uccelli che diceano: Non ti muovere, chè tue avrai soccorso. Al terzo dì apparve una nave, e quegli fece insegna al patrone della nave; ed egli era misericordioso, e tolselo in nave. E lo patrone lo cominciò a dimandare di sua ventura, e quegli disse: Datemi nanzi mangiare –, e quando ebbe mangiato sì narrò per ordine sua ventura. Lo signore della nave non avea figliuolo niuno; pensò d'avere e di volere costui per suo figliuolo adottivo, perchè era molto bello e che molto servía bene. Disse questo signore al giovene: Poscia che saremo a terra, che ha' tue imaginato di fare? Rispose lo giovene: La mia volontà si è di fare sempre il vostro piacere, perchè m'avete liberato, e sempre sarò vostro servitore. Lo signore l'annunciò alla moglie, la quale molto ne fue contenta, e tenìanolo per suo figliuolo, e molto li servia bene. A quello tempo era in quella città un re che quando uscía fuori, tre corvi si gli poneano suso 'l capo, facendo grande rumore. Abiendo sofferto questo un grande tempo, tenìalo in grande disgrazia, e pensava che fosse per peccati che fossero in lui, e di questa cosa ebbe grande infamia. A tanto venne, ch'egli fece bandire per tutto il suo regname, che tutti suoi consiglieri e altri savi dovesseno venire alla corte; e se alcuno potesse trovare rimedio in quello, ch'egli gli darebbe sua figliuola per moglie con mezzo il suo regname. Fu richiesto da certi savî questo signore dalla nave, il quale avea questo giovene per suo figliuolo, e menollo con lui. E quando lo consiglio fue adunato, lo re propose la cagione per la quale ello gli avea richiesti, alla quale niuno li sapea rispondere. Lora disse lo giovene: Vogliovi dare lo mio consiglio –, e disse: messer lo re, s' io dirò a voi perchè questo v'addiviene, daretemi voi vostra tigliuola con ciò ch'avete impromesso? Ed egli glil promise. Disse quegli: Questi corvi sono tre: uno giovene, uno vecchio e una femina. La femina era moglie del corvo vecchio: egli la cacciò via da sé per un tempo di carastìa, e lo giovene la ricevette: ora viene il vecchio, e sì la dimanda al giovene, e quegli dice che non gli la vuole rendere. Or vi dimandano la sentenza; e sì tosto come l'avrete data si partiranno. Lora disse lo re: Ed io la doe, che la debbia essere del corvo giovene –; e immantenente si partirono. E quando lo re fue liberato, si diè la figliuola a questo giovene. Questo giovene rendeo grande cambio al suo signore. Addivenne che questo re morie, e questo giovene fue fatto re. In piccolo tempo fue una grande carastia nella terra del patre e della matre, sì che si partirono e vennero nelle terre di questo suo figliuolo. Cavalcando questo giovene per la terra inscontrossi nel patre e nella matre, e conovveli, e mandò suoi donzelli dietro a loro per sapere del suo albergo. E la mattina tolse grande compagnia di giente ed andò a loro a casa dell'oste, e dirseli ch'egli volea desinare con loro, e fece bene apparecchiare da mangiare, e tornò a ora di mangiare; della qual cosa gli suoi cavalieri molto si maravigliavano. E lo re dimandò dell'acqua per lavarsi le mani, e lo patre tolse l'acqua in mano, e gittossi ingenocchioni in terra, e la matre tolse la tovaglia. Disse lora lo re: Or lassate fare li miei famigli ––; e comandò che lo patre fosse posto in capo di tavola, ed egli andò presso a lui, poscia sua matre con altre donne. Fatto il desinare, disse lo re al patre e alla matre: Com'è il vostro nome? E questi glil disseno. Poscia disse al padre: Cognoscetemi voi? E quegli allora li parve suo figliuolo, e poscia si pensava che l'avea gittato in mare. Disse lo re al patre: Quale male v'addivenne per l'onore mio?... e sappiate ch'io sono vostro figliuolo, il quale voi gittaste in mare: io sì vi perdono, e voglio che siate signore di tutto il mio regname –; e molto furono alliegri il patre e la matre =. Così dico a voi, messer l'imperatore, che male facevate a farmi tagliare la testa, ché per me sarae condotto tutto il vostro regname. Dunque fate brusare [27] questa ria femina che hae commesso tanto male, com'è di volermi torre la vita. Veggiendo questo l'imperatore comandò ch'ella fosse brusata immantenente.

La cagione perchè questo giovene non parloe in VII dì, fue per la stella ch'egli avea veduto e per campare lo pericolo della morte. E la sua sapienza reggiè per tutto il mondo, e ciascuno venia a lui per consiglio. E poscia che l'imperatore fue morto, regnò costui nell'imperio molti anni in grande pace per lo suo senno; ed agli filosofi che lo ammaistronno e camponno da morte donolli molto grande tesoro, e fecegli grandissimi signori.

 

F I N I S

 

Note

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[1] Fin qui ho tentato supplire alla mancanza della prima carta del codice modenese colla scorta della lezione data da Giovanni Della Lucia ristampata a Bologna nel 1662. Altre brevi omissioni o luoghi dubbi o abrasi di esso codice saranno aggiunti per conghiettura fra due parentesi quadre [  ].

[2]Il codice ha costantemente, salvo due casi, lora per allora, troncato dal latino illa hora. Cosi scriviamo lorchè per allorchè.

[3] sincopato di credette.

[4] età

[5]Superiore, stando in alto.

[6] pasciuto.

[7] Il codice modenese legge insonio. Correggo col testo dato dal prof. D' Ancona, Pica 1864. E veggasi in fine del volume.

[8] Gazzera.

[9] Balenava. Nel dialetto modenese abbiamo lusnér e losna, mandar luce, lampo.

[10] Soprappreso da grande Travaglio.

[11] Modo.

[12]Il codice ha irato, che mi parve errore del copista in luogo di ratto.

[13]Questa novella Petroniana della Matrona di Efeso, che avevamo ancora nel Novellino, nelle Favole d'Esopo volgarizzate e in altri testi del Libro de' sette savi, parmi svolgersi nel presente libro con più aggraziata maniera, regolarità e vivacità.

[14]Dal lat. sagitta, saetta, che risponde nel dialetto modenese a silta.

[15] Ribellare, rivoltare.

[16] II cod. ripete fanti, che corressi in frategli, come leggo più innanzi.

[17] Da per se, sola

[18] Facesse incantazioni, indovinamenti.

[19] Due volte tanto oro.

[20] Spergiurazioni.

[21] Accorse. Così scrive secuzione, nunciò ec.

[22] scopato: arrestato e messo alla berlina; cacciato dal territorio. (ndr)

[23] avolterio: adulterio. (ndr)

[24] scovato: lo stesso che scopato; per la terra: territorio del paese (ndr)

[25] Mali. « Che al re giovane diedi i mai conforti , Dante.

[26] allegre, allietate.

[27] Brusare, per bruciare, è pur de' nostri dialetti.

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Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2007