Anonimo

LEGGENDA DI LAZZARO MARTA E MADDALENA

SCRITTA NEL BUON TEMPO DELLA LINGUA ITALIANA

E DATA NUOVAMENTE IN LUCE

SOPRA UNA RARA EDIZIONE DEL SECOLO XV.

PER CURA DI CESARE CAVARA

Edizione di riferimento

Leggenda di Lazzaro Marta e Maddalena, scritta nel buon tempo della lingua italiana e data nuovamente in luce sopra una rara edizione del secolo XV. Per cura di Cesare Cavara. Società Tipografica Bolognese, Bologna, 1853

Al chiarissimo signore

Francesco Zambrini

Una leggenda, che appartiene al buon tempo della bellissima lingua nostra, è tal libro, che può a Lei presentarsi con certezza di essere cortesemente accolto. Non è Ella assai tenero amico delle opere, che furono dettate nell’aureo Trecento? E quale prova più evidente di ciò, che i forbiti suoi scritti, e quella non breve serie di cose di lingua, ch’Ella con tante cure è venuta a tempo a tempo rendendo di pubblico diritto colle stampe? A Lei dunque intitolo questa leggenda, sì perchè desideroso di far cosa che possa piacerle, sì ancora perchè un libro, che da parecchi secoli non comparve alla luce, ed il quale, per essere ignorato, non fu, come doveva, tenuto in pregio di buonissimo Testo, abbia nello accoglimento che da Lei gli verrà fatto, una valida raccomandazione. Amo poi ch’Ella si compiaccia di riconoscere nella mia offerta una testimonianza della singolare stima che fo di Lei, ed un qualsiasi tributo di riconoscenza, che io le porgo per avere Ella sì bene meritato del nostro idioma. E pregandola di conservarmi sempre la sua benevolenza, che tengo in moltissimo conto , me le dichiaro

Bologna il 15 ottobre 1855.

Obbligatiss. servo ed amico Cesare Cavara

I libri, non altrimenti che gli uomini, sono dominati da una cieca fortuna: chi non sel vede, se (per tacere di tanti, che sventuratamente perirono) molti di essi, degni per la loro bontà di essere ognor tenuti in gran conto, giaccionsi abbandonati alla polvere ed alle tignuole, mentre altri, i quali avrebbono meritato di perire appresso al loro nascere, pur vivono, a danno dei primi, una vita non disgiunta da qualche celebrità?

La Leggenda che ora ricomparisce alla luce è stata per lo spazio di quattro secoli affatto obliata [1]: eppure essa è a, parer mio, uno de’ pregevolissimi scritti che lasciarono sì bella fama all’intemerato trecento. Nel secolo XV s’ebb’ella l’onore di parecchie edizioni: d’allora in poi nessuno si diè più il pensiero di far gemere per lei i torchi: gli esemplari divennero oltremodo rari, siccome di libro, che letto, più che per altro, per devozione, all’assiduo contatto di pie mani dovette ben presto rimanere consunto.

Quattro furono pertanto le edizioni che, per quello che io mi sappia (e che con molta fatica sono venuto scoprendo), ne furono fatte nel quattrocento. Una, della quale esiste un esemplare nella Magliabechiana di Firenze, in 4.°, senza luogo, e senza nota tipografica: i caratteri la dicono anteriore al 1490. — Altra di Pescia: un esemplare di questa conservasi nella Corsiniana di Roma, senza anno e senza indicazione del tipografo, con un legno nel principio, che rappresenta la resurrezione di Lazzaro. — Altra di Firenze 1494, che è la sola citata nel catalogo della già libreria Capponi di monsig. Giorgi al N. 223: è in 4.° senza nome dello stampatore, ed ha in fine un capitolo di Bernardo Pulci in terza rima. Il Denis al N. 3213 riporta l’indicazione del Capponi, alla quale sola riferisce altresì il Panzer; dal che appare che a’ bibliografi non era nota che questa. Altro esemplare di tal edizione non saprei dire ove esista, da quello in fuori che è nelle mie mani, e che ha servito per la presente ristampa. — Una quarta edizione finalmente si fece in Venezia per Matheo di co de ca (sic) da Parma, 1494, in 4. con rozzi intagli in legno al principio di parecchi capitoli, allusivi per lo più alle cose in essi contenute; e con una rozzissima poesia in una specie di versi sciolti, nell’ultimo, cominciami così :

Dime gloriosa martha con quanto ardore

Miravi el tuo sposo Ghristo hospite caro,

Quando lui veniva a casa tua.

Una copia di quest’edizione fu ultimamente acquistata dal signor march. Antonio Zappi, molto amatore delle nostre lettere, dal quale mi venne cortesemente prestata, affinchè me ne giovassi per istituire dei confronti nella ristampa.

Fino dal primo momento (e sono già molti anni) che mi venne alle mani l’esemplare indicato, avendo preso assaissimo diletto dalla candida semplicità del suo dettato, e dalla purità della lingua, e molta ammirazione per la eloquenza, che tratto tratto, come rivo sgorgato da una purissima, abbondante fontana, vi si appalesa, sentii nascere in me il desiderio di ripubblicarla, e finalmente vengo a porre ad effetto il mio divisamento.

Spero che gli amatori della bellissima nostra favella mi sapranno buon grado di una tale determinazione, e non dubito che non sieno per trovare questo scritto meritevole di starsi accanto a quelli che servirono di base al gran codice della lingua, voglio dire al Vocabolario della Crusca, il quale avendo dato luogo a vocaboli presi da altre scritture di lega inferiore a questo, perchè ignoto, non ha potuto concedere l’onore di una citazione.

Quantunque per mancanza sinora di manoscritti, non si possa con argomento di fatto sostenere che la Leggenda sia del secolo XIV, chiunque voglia attentamente esaminarla, non dubiterà di convenirne, e di ascriverla forse alla prima metà di quel classico secolo. [2] Nè a questa mia opinione fanno ostacolo alcuni parlari che hanno l’impronta di un tempo un po’ più vicino, giacchè tali maniere o tali vocaboli, come le tante volte è intervenuto, (se essi pure non hanno una cittadinanza remota) saranno stati intrusi nella stampa; nè mi distolgono dal mio avviso i frequenti latinismi, conciossiachè, poniamo che con questi prendesse maggior familiarità la lingua nostra nel quattrocento, pure anche nel secolo anteriore si usavano con molta frequenza, nelle opere spezialmente, che passi di latini scrittori voltati in volgare recavano, come si puote vedere nelle prediche di frate Giordano, e nelle più polite opere di molti altri. Qual cosa più naturale, che cercare di accrescere, se possibil fosse, la venustà di questa bellissima figlia, con qualche gioiello preso dai tesori della formosissima madre? Al qual proposito cademi in concio di osservare che l’autor nostro anche in ciò appalesa grandissima maestria, e che molte parole da lui introdotte, fermeranno certamente l’attenzione del lettore intelligente. Toltone poi questo tributo pagato a tempo a tempo alla maestà della lingua madre, il pio scrittore mostrasi affatto indipendente, e parla in tutta la sua purezza quel linguaggio, che non era in uso che nei primi felici tempi del risorgimento delle lettere.

Chi fosse l’autore della Leggenda è ignoto, e forse dopo le più faticose ricerche non si saprebbe mai [3]. Appartiene esso alla classe di que’ veri filantropi, che scrivevano solo pel bene de’ loro simili, non brigandosi punto di acquistar rinomanza. Tutto umiltà, tutto zelo per l’onore dei Santi da esso celebrati, e per l’utilità spirituale de’ suoi lettori, confessa egli medesimo, nell’introduzione della Leggenda, di essere persona insufficiente e idiota, e prega chi cercasse ornato parlare di lasciar stare di leggere la sua Leggenda. Non ostante però questa sua modestia, noi nati cinque secoli dopo di lui, gusteremo il suo scritto, come opera di tutt’altro che di un idiota, che non fu certamente tale chi, oltre allo scrivere così aggiustatamente nel nativo idioma, mostrava di avere in quello del Lazio profonda cognizione.

L’Autore, come accennai dissopra, oltre all’usare una purissima lingua, e forme, che spesso sono della più squisita eleganza, è tratto tratto assai eloquente; sempre poi tenero, espansivo: le più lievi circostanze acquistano sotto la coscienziosa sua penna molto interesse. La sua fede è così viva, e tanto egli s’accende delle cose che narra, che ti pare continuamente vederlo fra i personaggi di cui descrive la storia, i nomi de’ quali suol sempre accompagnare con qualche gentile epiteto [4] che palesa la compiacenza e il rispetto onde gli esprime. Direbbesi che non poche volte è prolisso, ed in vero, senza mostrare di accorgersene, ripete non di rado parole, che nella stessa sentenza ha già poste, e ciò fa spessissimo delle particelle pronominali, delle congiunzioni ecc. ecc.; ma non conviene dimenticare ch’egli scriveva per devozione, e che gli stava sommamente a cuore non di parer bello, ma di essere inteso; il perchè non pago di avere espressa una volta un’idea, cerca con nuovo giro di parole di porla sott’altro punto di vista, e dovendo condurre a termine un periodo alquanto allungato, per tema che i suoi leggitori non ne perdano il filo, ripete delle parole, che logicamente sono da dirsi non necessarie. Giova altresì osservare che avendo dato luogo a molte devote espansioni, la maniera da esso tenuta risente del modo delle più patetiche omelie.

Ora è a discorrere della ristampa da me fatta, e de’ mezzi che m’hanno a ciò servito. Premetterò che l’esemplare che io possiedo è di alcune pagine monco, di una delle quali in fine, che avrà portata l’indicazione del luogo ecc. della stampa. Per molto tempo cercai inutilmente il modo di riempiere quelle lacune, giacchè nè le pubbliche biblioteche di questa città, nè quelle di molti privati che consultai, possedevano la Leggenda. Avendo poi dirette, col mezzo ancora di miei benevoli, ai quali mi professo molto obbligato, delle dimande a Roma ed a Firenze, nella quale ultima città spezialmente nudriva speranza di scoprire qualche manoscritto per collazionare la stampa, seppi che nella Magliabechiana esisteva (come accennai) una edizione del Secolo XV, ed altra nella Corsiniana di Roma, e mercè la cortesia del Reverendo P. Andrea Maria Vallesio, Barnabita, mi furono fatte tenere da quest’ultima le poche cose mancanti, perchè vidi completato il mio libro.

Quasi contemporaneamente poi, e come da cosa nasce cosa, il lodato signor Marchese Zappi potè accomodarmi dell’edizione Veneta, che ho medesimamente testè indicata.

Queste pertanto furono le basi della nuova stampa. Diedi fedelmente l’edizione da me posseduta, e che nelle annotazioni indicai con un A, cioè anonima, ignorando allorchè cominciai il lavoro ciò che in processo scopersi, e la diedi perchè offre una lezione limpida e toscanissima. Della Veneta mi servii per formare dei confronti, e ne tolsi quelle sole varianti che si appalesavano di qualche momento, lasciando tutte le altre, che non erano di alcun vantaggio, o che avrebbono deteriorato. E qui debbo far noto che quanto l’edizione Fiorentina è corretta e precisa, altrettanto la Veneta è inesatta e negligente, a tal segno che non sarebbe stato possibile su quella dare una ristampa, senza lasciare qua e là delle lacune e molte altre imperfezioni; ed il male sta altresì nell’essersi infarcito il testo di maniere veneziane, talchè la lingua toscana a quando a quando scompare, per dar luogo a vocaboli di dialetto; di che ho porto alcun saggio nelle brevi mie annotazioni. Non ostante però il concetto di molta bontà, in che è da tenersi la edizione Fiorentina, credetti nel riprodurla di potermi prendere qualche licenza risguardante l’ortografia. Se avessi pubblicato un manuscritto contemporaneo all’autore, mi sarei ben guardato dal farlo; ma trattandosi di un’edizione posteriore a quell’epoca, mi permisi qualche lievissimo, ragionevole cambiamento; ed è perciò che in luogo di Magdalena scrissi Maddalena, invece di crucifixo, dicto, baptizzare, delectare, oratione, fluxo, compunctione, propheta, confidenta, sancto, fructo, dilungharsi, vengha, habitatione, Martha, helemosyne, fede, regnio, agniello ecc. scrissi: crucifisso, detto, battezzare, delettare, orazione, flusso, compunzione, profeta, confidenza, santo, frutto, dilungarsi, venga, abitazione, Marta, elemosine, fece, regno, agnello ecc. Il lettore pratico di queste cose potrà a colpo d’occhio vedere in quali discretissimi limiti mi sia tenuto; anzi a far meglio rilevar ciò, darò qui appresso un tratto della Leggenda secondo la precisa scrittura della edizione Fiorentina, al quale contrapporrò quello della Veneta, perchè si veda la prevalenza in pregio di quella su questa. Del resto, se poco ho variato nell’ortografia, nulla affatto ho cambiato circa le parole ed il costrutto, avendo religiosamente conservate anche le ridondanze e gl’idiotismi. Non piacerà ad alcuno il vedere come l’Autore usi costantemente lui, lei, loro nei casi retti, gli per a lei e per a loro, e come in queste maniere, che oggi si direbbono errate, egli spessissimo multiplichi, e s’inviluppi; ma non piacque neppure a me di guadagnarmi la taccia di avere svisato con puerile raffazzonamento un buonissimo scritto originale, mentre invece mi sono piccato di essere fedelissimo. Nelle annotazioni poi fui assai parco; giacchè non mi proposi d’indicare le frasi, o fare altro ufficio utile ai ragazzi (pei quali non è destinato questo libro) inutile per coloro che sono pratici della nostra lingua.

Per seguire poi l’esempio de’ più diligenti editori, e rendere di tutta utilità il libro, ho posta in fine la tavola delle voci e maniere non citate nel Vocabolario della Crusca, od appoggiate ad esempi di autori che vissero dopo il buon secolo; e questo lavoro fu compilato con quell’esattezza che è tutta sua, dai ch. signor Giansante Varrini, in siffatte cose tanto sottile conoscitore, al quale godo di esprimere qui tutta la mia riconoscenza [5].

Se pertanto le fatiche mie e dell’egregio Collaboratore troveranno presso al colto pubblico buona accoglienza, ne saranno eccitamento dolcissimo a qualche altra pubblicazione, non già per viste di guadagno, essendo così gravi i dispendii che s’incontrano e quasi sicura la perdita in riprodurre cosiffatti libri, ma per amore de’ buoni studi, e per accrescere ognor più (se pur possibil fosse) lo splendore di questo nostro italico leggiadrissimo linguaggio.

[Cacciata di Marta e Maddalena da Israele, stampa contenuta nell'edizione A]

NEL NOME DELLA SANTISSIMA TRINITADE.

Incomincia la miracolosa leggenda di Lazzaro [6]

e delle dilette spose e care ospite di Cristo

Marta e Maddalena.

Nel tempo che Ottaviano imperadore regnava, fu in Ierusalem uno barone e grande maestro, il quale era ebreo ed aveva grande signoria di molti castelli e ville, e signoreggiava [7] una grande parte di Ierusalem il quale aveva nome Sciro, ed aveva una donna per moglie [8] la quale aveva nome Eucaria, e tuttadua erano di stirpe regale, e non erano manco virtuosi che [9] nobili. Questi mediante la divina grazia ebbero tre figliuoli, cioè Lazzaro, il quale fu resuscitato da Cristo benedetto, essendo stato quattro giorni nel munimento, e Marta carissima ospita del dolce Iesu, e la santa peccatrice Maria Maddalena, la quale è tanto laudata dal suo dolce maestro nel sacro evangelio: li quali furono tre grandi maestri e campioni e lumi della santa madre chiesa. Delli quali volendo parlare, intendo principalmente di dire delle due sante ed immaculate sorelle, spose e care ospite di Cristo Marta e Maddalena, avvenga che ancora dirò pur qualche cosa del loro fratello Lazzaro, e il dire mio sarà per la maggior parte secondo la verità delli santi evangeli, ovvero di qualche opinione delli dottori, aggiugnendogli molte cose immaginate alla santa orazione, le quali pietosamente si possono credere, perocchè per devozione ed amore di essi santi sono scritte, acciocchè gli sia portato devozione e reverenza. E chi andasse cercando ornato parlare, lasci stare di leggere questa leggenda, perocchè colui che l’ha scritta e vulgarizzata [10] è assai insufficiente e idiota, e grande tempo è che per la sua insufficienza, essendo inspirato di ciò, non l’ha scritta; ma al presente essendo fatto cieco dello amore e devozione che lui porta a esse dilette ospite di Cristo Marta e Maddalena, ha presunto di scriverla, avendo non piccola confidenza che esse sante gl’impetreranno la indulgenza di questa presunzione, perocchè conoscono che non procede se non da devozione ed amore. Adunque pertanto è da sapere che la prudentissima sposa di Cristo Marta infino dalla puerizia tutta si dette a Dio creatore suo, osservando li suoi comandamenti, e portando grande reverenza al suo padre ed alla sua madre, e molto si dilettava della scrittura sacra, nella quale poneva tutti li suoi piaceri. E da poi ch’ella aveva bene studiato, come vera angeletta [11], andava poi alla orazione a ruminare e contemplare la infinita bontade dello altissimo Dio; e tanto si abbraciava [12] dello amore divino, che le vanitadi del mondo reputava, come veramente sono, transitorie e caduche, e che li suoi seguaci conduce alla dannazione eterna. E per tanto quasi ogni giorno riprendeva la sua sorella Maria Maddalena, la quale era tutta mondanaccia, ed a tutti li piaceri del mondo in tal modo si dava, che da tutti era domandata peccatrice. Per le quali riprensioni la Maddalena non voleva vedere l’angeletta Marta, ma gli diceva ipocrita, col collo torto, pinzocchera e simili villanie. La quale, Marta, come vera angeletta, sopportava con grande pazienza, e pur non cessava di riprenderla di sue disonestadi. Onde dappoi che fu passato di questa vita il padre e la madre, Maria Maddalena si dette a tutti li piaceri di questo misero mondo più che non faceva imprima. Per tanto si pone nel sacro evangelio che ella aveva addosso li sette demoni, cioè, secondo che dice santo Gregorio, fu piena di tutti li sette peccati mortali, li quali sono: superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira ed accidia. Per la qual cosa la sua sorella Marta ne piangeva e sospirava ogni giorno dinanzi a Dio, pregandolo che gli piacesse di dargli vero conoscimento, e che la facesse venire a penitenza. Ed oltre a questo ogni giorno la riprendeva; ma lei, come superba che era, non poteva aver pazienza, nè gli dava udienza, ma faceva ogni giorno peggio. Della qual cosa l’angeletta immaculata Marta, della quale non si trovò mai che peccasse mortalmente, non si turbava, ma sosteneva pazientemente ogni cosa per lo amore di Dio, avvenga che ne avesse tanto dolore, che quasi veniva meno.

E credo che tra per quello, e tra per la penitenza ch’ella faceva, diventasse molto infermiccia, perocchè, come dice lo evangelio, portò sette anni il flusso del sangue, del quale fu poi sanata dal suo caro ospite Cristo benedetto. Ma Lazzaro essendo cavaliere, stava pur in Ierusalem, onde la prudente e sollecita Marta saviamente e prudentemente [13] governava la sustanza dell’uno e dell’altro, ministrando virtuosamente le cose necessarie a tutta la famiglia, e quello che gli avanzava, distribuiva alli poveri.

Come l’angeletta Marta si fece battezzare da Santo Giovanni Battista.

E così perseverando la santa vergine Marta nel bene operare, santo Giovanni Battista cominciò a predicare la penitenza e battezzare il popolo, dal quale Marta devotissima fu battezzata del battesimo della santa penitenza. Onde poi che fu battezzata faceva tanta penitenza, ch’era uno stupore ed ammirazione a tutti. Della quale la peccatrice Maddalena se ne faceva beffe, e dicevagli: O quanto sei sciocca [14]! chi ha buon tempo in questo mondo l’ha ancora nell’altro. Alla quale Marta, come vera sposa di Dio, per contrario rispondeva e diceva: O poveretta e sciagurata, come sei ingannata, perocchè ti bisognerà rendere ragione a Dio d’ogni minima offesa che tu gli fai! or guarda come tu farai, essendo così ribalda e grande peccatrice. E poi gli disse: Sorella mia, io vorrei che tu mi facessi tanta grazia, che una sola volta tu venissi alla predica di Giovanni Battista, che io spero che lui ti darà ad intendere che tu sei in male stato. E così più e più volte gli diceva, ma essa Maddalena non gli dava udienza, ma faceva ogni giorno peggio, in tanto che una grande parte delli giovani di quelle contrade erano tratti a peccare con lei per la sua grande disonestade, e molti di loro si ferivano ed ammazzavano. O quanti guai aveva l’angeletta Marta vedendo e sentendo tanto male dalla sua sorella procedere! O quanta vergogna ne sosteneva, considerando la sua sorella in tanto difetto essere trascorsa [15]! O quante lacrime e sospiri [16] gettava, considerando la grande offensione di Dio, ed il peccato che ne seguitava! O quanta pena portava vedendo l’anima della sua sorella e di tanta moltitudine di uomini andare a perdizione! Veramente, o santissima Marta, io mi meraviglio che tu non crepavi di dolore, vedendo e udendo tanta iniquitade. Io credo che se il timore di Dio non fusse stato in te, che tu l’aresti più presto morta [17] con li denti, che sofferire la grande vergogna ch’ella faceva al parentado tuo e suo. Ma secondo che io penso, umile Marta, tu ricorrevi pur alla orazione piangendo e sospirando, e con grandissima istanza domandavi a Dio che gli desse vero conoscimento, e che la volesse inducere a fare penitenza.

Come alla gloriosa Marta fu detto che Cristo veniva a predicare in Ierusalem.

E così perseverando l’angeletta immacolata Marta or [18] pregando Iddio per lei, ed or facendogli parlare dalli sacerdoti e dalli suoi amici, gli venne alli orecchi come uno profeta, il quale si domandava [19] Iesu Nazareno, predicava in Galilea, e fugli detto come aveva fatto di acqua ottimo vino alle nozze. Alle quali parole l’angeletta immaculata Marta dando udienza, perocchè molta gente vi andava, deliberò di andarvi, dicendo in fra se medesima: Se questo uomo è da Dio, come credo che sia, io spero che lui e [20] col suo dire e per li suoi preghi impetrerà alla mia misera sorella la grazia della contrizione e compunzione. E così stando in questo pensiero l’angeletta Marta, venne uno messo, e dissegli come Iesu Nazareno grande profeta veniva a predicare in Giudea. Della qual cosa Marta, tutta allegra e gioconda ringraziava Iddio. E venendo il nostro Signore in Ierusalem a predicare, grande moltitudine di gente a lui veniva [21], tra li quali era l’angeletta Marta, e quasi sempre era la prima che vi andasse. E tanto gli piaceva il predicare del nostro Signore, che il predicare di due o tre ore non gli pareva che fosse una mezza ora. E per tanto continuando la innocente, angeletta Marta di andare alla predica, tanto s’innamorò e s’infiammò dello amore del dolce Iesu, che altro non sapeva dire, nè pensare, perocchè a ogni persona con la quale [22] parlava, altro non sapeva dire se non del suo dolce Iesu. E quando era venuta dalla predica parlava alla sua Marcella del dolce Iesu, dicendogli: Sorella mia, io voglio per ogni modo che tu venga alla predica di questo Iesu, grandissimo profeta, il quale io credo veramente che sia il vero Messia e vero figliuolo di Dio, perocchè il suo parlare è sopra ogni umano ingegno, e creatura umana, secondo il mio parere non può avere tanta scienza e tanta eloquenza. Lui sa tutta la scrittura, come se lui l’avesse fatta, ed ha nuovi e belli modi di predicare, ed è delli belli uomini che fusse mai veduto, tanto è bene complessionato, che tutti li suoi membri e gesti gridano e dicono santitade ed onestade. Pertanto, Marcella mia diletta, io voglio che tu vada a Maddalo, e prieghi grandemente la mia sorella Maddalena che voglia venire alla predica di questo Iesu Nazareno. Alla quale la umile Marcella obbedette, e con molte lagrime persuase a Maddalena che volesse andare alla predica. Ma la infiammata e superba Maddalena fece uno spavento e uno grande rabbuffo alla umile Marcella. Per la qual cosa ritornando alla sua madonna Marta, gli riferì ogni cosa. La qual cosa udendo la umile Marta, incominciò a piangere ed a suspirare, e levando la mente sua disse: Signor mio, io li raccomando questa mia misera sorella. Maddalo era uno castello, il quale era appresso a Nazaret, il quale era toccato in sorte alla grande peccatrice Maddalena, al quale ella era andata ad abitare per essere in libertade, e per poter meglio peccare, ed ancora perchè non poteva supportare le reprensioni che gli faceva la sollecita Marta.

Come Santa Marta fu sanata del flusso del sangue.

E pigliando la fervente Marta per sua compagna Marcella, andò, alla predica, ed il nostro Signore predicò con tanto fervore e stupore e ammirazione di ciascheduno, che non si potrebbe dire; onde dopo la predica la turba per grande ammirazione l’accompagnavano. La qual cosa considerando la fervente Marta, tanto si accese di amore e di fede [23], che non poteva creder altro se non che Iesu fosse figliuolo di Dio. Onde ricordandosi della sua infermitade, incominciò a pensare fra se medesima, dicendo: Essendo costui figliuolo di Dio, mi può rendere sanitade. E come veramente umile e vergognosa, diceva infra se medesima: Io non ardirei mai di parlare infra tanta gente [24]; ma credo che se pur gli toccherò la fimbria del vestimento suo, sarò sanata. E così deliberando di fare, prese Marcella per la mano, e con una onesta importunitade si sforzava di appropinquare appresso il suo dolce Iesu, dicendo sempre: Se io toccherò pur la fimbria del suo vestimento sarò sanata. O gloriosa Marta, quanta è la tua fede! o immaculata sposa di Dio, come sei innebriata del vino del divino amore! A te, agnella fedelissima, sposa del santissimo agnello immaculato, basta di toccare solamente la fimbria del vestimento. Va adunque sicura, perocchè il tuo sposo sa e conosce la tua grande fede, e già ha deliberato di sanarti; già ha apparecchiato lo elettuario della grazia, per infonderlo nell’anima tua, e già ti ha fatta sua sposa per la fede diritta che t’ha donata. Se toccherò pur la fimbria del suo vestimento, sarò sanata. E così dicendo continuamente, si appropinquò e toccò la fimbria del vestimento del suo dolce Iesu. O infinita bontade di Dio, quanta è grande la tua misericordia! Incontanente che la fedelissima ed immaculata Marta toccò la fimbria del vestimento del suo diletto sposo Iesu, fu sanata perfettamente. Ed il Signore guardandosi indrieto disse: Abbi confidenza, figliuola, perocchè la tua fede ti ha fatta sana. Per le quali parole, si può conoscere che l’angeletta Marta ebbe grande fede, e non dubitò niente. Il quale miracolo conoscendo Marcella compagna [25] e fantesca di essa Marta, per grande ammirazione e stupore gridò con alta voce: Beato sia il ventre che t’ha portato, beate sieno quelle mammelle che t’hanno allattato! quasi dicendo: Così fatto miracolo non può fare se non chi è santo, e se il frutto è santo, cioè il figliuolo, ancora la radice è santa, cioè la madre. E questo fu grande laude alla vergine Maria.

Come la innamorata Marta offerette e dedicò la sua casa

per ospizio di Cristo e della sua santa madre Vergine Maria.

Vedendosi adunque la fedelissima Marta sanata di così grande infermitade, tanto s’innamorò e s’infiammò dello amore del dolce Iesu, che continuamente desiderava di vederlo. E per tanto secondo la sentenza del dottore irrefragabile santo Ambrogio, la immacolata Marta fece una immagine simile a Cristo, e nel suo giardino la puose [26] onorevolmente: alla quale quando il Signore si dilungava per alcuni giorni da Betania la innamorata Marta per desiderio che lei aveva di vedere Cristo andava a contemplare quella statua ovvero immagine [27], ed alcuna volta tanto s’innebriava dell’amore di Cristo, che si dimenticava il mangiare ed il bere, e di tanta virtude erano l’erbe che nascevano sotto la detta imagine, che essendo con esse toccati gl’infermi, diventavano sani. E poi da quella ora innanzi la fervente Marta ebbe grande famigliaritade e dimestichezza con la vergine Maria. Onde da poi sempre volse che ella stesse in casa sua, e facevagli tanto onore e reverenza, quanto era possibile a creatura umana. Onde pertanto la Vergine gloriosa portava singolare amore a Marta e prese lei e Marcella in sue dilette figliuole e compagne, alle quali insegnava a servire il Signore, ed a stare alla orazione, e darsi alla devozione, manifestandogli come veramente il suo figliuolo Cristo benedetto era Iddio e vero uomo, e, come era nato remanendo lei vergine, e tutti li gesti della vita sua. Onde per tanto la fervente angeletta Marta tanto si abbraciò dello amore del dolce Iesu, che tutto il suo studio era di fargli cosa che gli fusse grata; e domandava la vergine Maria che gli dicesse quello che dovesse fare, e che modi dovesse tenere. Alla quale la vergine Maria dava di molti ammaestramenti. Onde si deliberò di dargli alloggiamento e ricetto in casa sua, e quivi fece apparecchiare uno luogo conveniente secondo la sua possibilitade [28]. E poi mandò Lazzaro suo fratello con alquanti altri ad invitare il suo Iesu, che gli piacesse di voler venire ad alloggiare e lui e li suoi discepoli a casa di essa Marta in Betania, allegandogli come era luogo atto per lui, perocchè era appresso alla cittade, ed ancora al monte Oliveto, dove aveva usanza di andare alla orazione. Il Signore al quale ogni cosa è manifesta, conoscendo quello che doveva fare, e quanta utilitade delle anime sue doveva seguitare, acconsentì e andò ad alloggiare [29] a casa di Marta sua diletta. Ma innanzi che il Signore giungesse, Lazzaro mandò ad avvisare la sua sorella Marta, la quale udendo come il dolce sposo dell’anima sua doveva andare a casa sua, non sapeva tenere modo, nè che si fare, tanta era la consolazione ed il gaudio che ella aveva. Onde andava ora a questa fenestra, or a quell’altra, or suso, or giuso, or in sulla strada, ed or in sulla porta per vedere se lui venisse. Ed approssimandosi il Signore appresso all’abitazione [30], la umile innamorata Marta vestita umilmente, secondo la sua usanza, accompagnata dalla sua Marcella e da altre donne oneste, si fece innanzi al Signore, ed inginocchiandosi devotamente in terra con gli oochi bassi pieni di devote lacrime, e con voce sommessa e devota, cominciò a parlare, dopo la salutazione del suo sposo, dicendo così: Ben venga il mio Signore, il quale sia sempre laudato e ringraziato della grande grazia che lui mi ha fatta, sanandomi della mia infermitade. Io ti ringrazio [31] sommamente che ti sei degnato di visitare me, misera peccatrice, indegna di ricevere tanto ospite. Ma per questa grazia ti prego che tu mi voglia concedere quello che io ti domando, cioè che tu voglia ricevere per te, e per la tua santissima madre, e per li tuoi discepoli la mia casa per alloggiamento [32] per sempre mai. Alla quale il Signore con grande allegrezza respuose: Figliuola mia diletta, io sono contento di consolarti, ed al presente ti costituisco mia ospita e della mia santissima madre, la quale ti concedo che continuamente sia con teco, e voglio che ella ti sia raccomandata. Allora Marta consolata ricevette tanta consolazione e gaudio che non si potrebbe dire. E facendo entrare in casa sua il suo diletto ospite Cristo, gli fu apparecchiato da cena solennissimamente con grande sollecitudine e di Marta e degli altri, intanto che il Signore e li discepoli si meravigliavano. O consolata, o beata Marta, quanto gaudio, quanta letizia, quanta consolazione ed allegrezza avevi, sappiendo che avevi in casa tua il Signore del paradiso e la regina degli angeli con li senatori di Ierusalem superno! O giubilante [33] Marta, io penso che il tuo cuore non era nel tuo corpo; ma era continuamente col dolce sposo dell’anima tua. Godi adunque, gloriosa Marta, e fa grande festa e letizia, perocchè oggi sei fatta degna di essere ospita nobilissima del Signore delli Signori, il quale desideravano li santi Patriarchi Abraam, Isaac e Jacob, e tutti gli altri di vedere ed alloggiare.

Come la immacolata Marta supplicò a Cristo benedetto

per la sua sorella peccatrice Maddalena.

E così secondo che il Signore gli promise, gli osservò [34], perocchè spesse volte andava ad alloggiare alla casa della sua ospita Marta, la quale pur non si poteva dimenticare la sua sorella peccatrice Maria Maddalena. Onde ella disse alla gloriosa vergine Maria come aveva una sorella la quale era tanto ribalda e peccatrice, quanto poteva essere. E la vergine Maria lo disse al suo caro figliuolo, insieme con la sua diletta figliuola Marta, la quale piangeva e lacrimava per dolore ch’ella aveva della sua sorella. Alle quali lacrime il dolce suo sposo Iesu Cristo avendo compassione, disse: Marta, carissima ospita mia, sappi che io so come la tua sorella è una peccatrice; ma non dubitare niente che ancora darà tanto buono esempio al mondo, quanto ha dato cattivo. Per lo tuo amore io pregherò il mio padre, il quale per la sua pietade e misericordia, e per tua consolazione gli darà grazia ch’ella si convertirà, e farà solennissima penitenza, e riceverà grande grazia dal mio padre, e da me. Va pure, ospita mia cara, e tieni modo di conducerla alla mia predica, perocchè se ella ci viene ridendo per dissoluzione e allegrezza mondana, ne ritornerà poi piangendo e sospirando di dolore delli suoi peccati, perocchè molto più sarà l’amore spirituale, che non è stato il carnale. Sicchè sta pure allegra, e datti pace, e, come ti ho detto, tieni modo di conducerla alla mia predica.

Come la sollecita Marta andò a Maddalo per conducere

la Maddalena alla predica, e come assai gli predicò.

Allora la fervente Marta mandò messi alla Maddalena, pregandola caramente che gli piacesse di venire infino a lei, perchè alcune cose gli aveva da dire, che gli piacerebbero. Alli quali messi Maddalena non dette udienza, ma respuose e disse: Dite così a Marta che s’ella vuole cosa alcuna [35], venga lei qua a me, perocchè io ho altro che fare, perocchè domane io faccio fare uno desinare [36] alli miei amici. Questi suoi amici erano li suoi amadori, ed adulteri. La quale risposta udendo la pietosa Marta, cominciò a piangere ed a sospirare, ed andossene alla orazione pregando Iddio che illuminasse la sua sorella peccatrice, e dessegli vero conoscimento, e grande e vera contrizione [37]. E l’altra mattina essendo andato Iesu di là dal fiume Giordano, dove voleva fare dimora per alcuni giorni, Marta infervorata del zelo della salute dell’anima della sua sorella, e piena di caritade, avendo fede alle parole del suo sposo Iesu, il quale aveva detto come la sua sorella si doveva convertire, andò a Maddalo per conducere la peccatrice alla predica. Ed entrando in casa della sua sorella, trovò in essa uno grande convito di molti giovani ribaldi, li quali ballavano, sonavano e cantavano, e mangiando e bevendo ogni piacere pigliavano con la peccatrice, lo studio della quale era di dare piacere al suo corpo e a quelli giovani, che non dico per onestade più apertamente. E pertanto la Maddalena vedendo la sua sorella Marta, avvenga che fusse sfacciata, nientedimeno perchè Marta era di tanta onestade e di tanta maturitade, che quasi non si potrebbe dire, si confundettono e lei e li suoi amatori, onde tutti si partirono confusi e sconfitti. Li quali l’angeletta Marta con grande maturitade ed onestade, e con molta severitade li riprese, minacciandoli che se mai più vi tornassino, altro farebbe delli fatti loro che non pensavano. E poi facendo serrare la porta dell’abitazione, Marta infervorata abbracciando la sua misera sorella e baciandola, con lagrime infinite, e con umili parole, incominciò a dire: [38] Sorella mia carissima, che cose sono queste? Sono forse cose di così gentil donne come siamo noi? Dov’è il timore di Dio? Dov’è l’onore del nostro parentado? Dov’è lo zelo della onestade? Dov’è la buona fama [39] del nostro padre e della nostra madre? È questa la consolazione che tu dai al tuo fratello ed a me tua sorella, ed a tuti li nostri parenti ed amici? Dov’è il tuo onore e la tua buona fama? Non ti ricordi tu di quanta onestade sono stati li nostri parenti predecessori? Non ti ricordi tu che Iddio ti ha creata perchè tu ti debba salvare? Non consideri tu come ora sei fatta figliuola del demonio dello inferno? Or non pensi tu mai di morire? Che scusa potrai tu avere dinanzi a Dio, avendoli fatti tanti benefìci, delli quali tutti ti bisognerà rendere ragione? Certo ti converrà render ragione dell’anima, la quale t’ha data Iddio così nobilissima, acciocchè tu lo laudi e adori, e tu la vituperi facendola acconsentire a tutte le iniquitadi e peccati del mondo. Converratti rendere ragione delli cinque sentimenti, per li quali tu adempi ogni tuo piacere; li quali li ha dati Iddio acciocchè tu lo conoscessi e gustassi, ed amassi, e poi lo possedessi, e tu non vuoi gustare, nè conoscere, nè amare, nè possedere se non carnalitade e piaceri mondani? Non ti ricordi tu ancora di quello che dice la scrittura: Delle cogitazioni inique al giorno del giudicio sarà fatta la esaminazione? Or come farai, poveretta, perocchè tutti li tuoi pensieri sono in offensione di Dio, e nella tua bocca non si trova altro che disonestade? E come farai, perocchè ancora delle parole oziose ti converrà render ragione? Il tuo corpo, il quale doverebbe servire all’anima, lo dai a tanta moltitudine di ribaldi? Dove è la vergogna che tu hai, o poveretta? Perchè non ti confondi? Tu non ti puoi più avvilire, come tu fai. Che dirai tu a Dio, quando ti domanderà ragione delle tue opere, perocchè non fai altro che male? Iddio ti ha dato uno angelo per tua custodia, e tu da lungi [40] lo scacci da te per li tuoi peccati. Ora come farai a rendere ragione dello intelletto, il quale tu hai sì nobile e speculativo, e sì lo eserciti [41] ed adoperi in cose terrene? Or che sarà di te, quando il Signore vorrà vedere ragione della tua prudenza e della tua ricchezza, la quale tu spendi drieto alle vanitadi di questo misero mondo, e li poveri lasci morir di fame? Or dimmi, come farai a rendere ragione della bellezza tua, della tua sanitade corporale, e delli altri innumerabili benefici che Iddio t’ha fatti? Guai, guai, guai a te sorella mia, se altra via non tieni! Può essere, o poveretta, che tu voglia a posta di uno poco di piacere di questo mondo perdere il reame di vita eterna, ed acquistare il fuoco eterno del tenebroso inferno nel quale arderanno tutti li peccatori disobbedienti alli comandamenti di Dio; nel quale inferno saranno tenebre oscure e palpabili, fuoco di zolfo, catene affuocate, li demoni orribili, il vermine della coscienza, il quale continuamente grida: Mai, mai, mai non uscirò di queste pene: la puzza e il fetore vi sarà intollerabile, infermitadi gravissime senza rimedio e senza sanitade, sete grandissima e niente da bere, fame rabbiosa e niente da mangiare, freddo intollerabile, caldo incomprensibile, affanno senza misura, stridore di denti, pianti dolorosi. E che bisogna più dire? quivi sarà ogni male ed ogni guai, e quivi mancherà ogni bene ed ogni consolazione. Adunque sorella mia, pensa e considera di quanto tormento sei fatta degna, e quanta gloria hai perduta, perocchè per li tuoi peccati sei privata del paradiso e di vita eterna, nella quale è ogni piacere e ogni dilettazione: sanitade senza infermitade, gioventude senza vecchiezza, bellezza senza deformitade, sazietade senza fastidio, ed ogni bene, senza alcuno male. Per tanto, sorella mia carissima, io ti prego per amore di Dio, e per onore delli tuoi parenti che tu voglia oramai lasciare il peccato, e dare commiato a questi tuoi amadori, e lasciar il male e far bene, avvisandoti che Iddio è misericordioso, e perdona al peccatore che torna a penitenza. Tu sai bene come si legge di David, il quale commise lo adulterio con l’omicidio, e nientedimeno, perchè pianse e fu malcontento del suo peccato, Iddio gli perdonò e fecegli misericordia. È Iddio così misericordioso al presente come era eziandio allora, ed è molto più apparecchiato a ricevere il peccatore a penitenza, che non è esso peccatore ad andargli.

Come la fervente Marta disse alla Maddalena

che Cristo era venuto, e del suo predicare.

Io ti avviso e certifico, sorella mia, ch’egli è venuto il vero Messia, il quale (come credo che tu sappia) fa di grandi e stupendi miracoli, perocchè ha mondato Simone nostro germano dalla sua lebra, ed ha resuscitato una figliuola morta di uno principe, e me ha sanata dalla mia grande infermitate, solamente toccandogli la fimbria del suo vestimento. Per lo quale miracolo tu puoi comprendere che se lui ha possanza per toccare il suo vestimento, di sanare li corpi, e se le erbe che nascono sotto la sua imagine hanno virtude di sanare gl’infermi, essendo toccati con esse erbe, quanta virtude e possanza debbe avere lui in convertire le anime. Io non dubito che se tu lo udissi pur una volta predicare, che ti verrebbe volontade di lasciare il peccato, avvisandoti che lui è molto mio amico, ed è alloggiato in casa mia molte volte, e la sua santissima madre del continuo sta in casa mia, la quale è tanto bella e piacevole, savia e prudente, ed ha il parlare tanto dolce e suave, che non è creatura in questo mondo, a chi non facesse venire volontade di far bene, sentendola parlare. Per la qual cosa [42], sorella mia carissima, io ti priego che ti piaccia di venire a vedere e udire questo Messia, il quale era desiderato grandemente dalli antiqui nostri Patriarchi, e dal quale tu puoi impetrare misericordia delli tuoi peccati. Alla quale la misera peccatrice Maddalena tutta gonfiata di superbia fece uno grande rabuffo, dicendogli che era una ipocrita e una santonia [43], e altre villanie simili, dicendogli: Va drieto alli sacerdoti e alli Farisei, come sei usata, e non mi dare impaccio, perocchè io non voglio fare come tu fai, ma voglio fare quello che faccio publicamente, e non voglio essere tenuta quella che io non sono: Chi ha buon tempo in questo mondo l’ha ancora nell’altro. Tu m’hai ben detto dello inferno e del paradiso, e che mi bisognerà rendere ragione: io ho speranza di andare in paradiso come te, e meglio. Mentre che [44] sono giovane mi voglio dare piacere e buon tempo; quando sarò poi vecchia farò penitenza, e sarò salva come te, e meglio. Alla quale la umile angeletta Marta avendo compassione, perocchè comprendeva che ella era cieca nelle vanitadi e carnalitadi del mondo, vedendo che non gli valeva minaccie, umilmente gli disse: Sorella mia, non sai tu che la Scrittura dice: Quello, cioè Iddio, che ti promette di perdonare, non ti promette già di lasciarti vivere infino alla vecchiezza; e per tanto, sorella mia, considera che ti bisogna morire, e non sai quando. E se accadesse al presente che ti bisognasse morire, che sarebbe delli fatti tuoi? dove andrebbe l’anima tua? Certamente nel grande inferno. Per tanto sia contenta di fuggire questo pericolo, e di venire con meco alla predica; perocchè io non dubito niente che il dolce Iesu, vero Messia, col suo ben predicare ti farà venire volontade d’essere buona, e di lasciare tanto male, nel quale sei inviluppata. Alla quale la misera peccatrice rispuose: Ora mi maraviglio delli fatti tuoi; io non temo nè Iddio, nè li Santi, nè la gente del mondo; e non mi vale reprensione di parenti, di sacerdoti, nè di profeti; nè mi vale minaccie che mi possa fare mio fratello, con quanta possanza lui ha. E tu credi che uno uomo povero e profeta, che predica bene, mi debba far lasciare il peccato? Or tu mi pari una bestia; va, e non mi dare più impaccio. E dicendo queste parole, la misera peccatrice voltò le spalle alla immaculata Marta, e andava per la casa tutta altiera e superba [45], vestita delli suoi vani ornamenti. Alla quale Marta umile andava drieto dicendogli: Sorella mia, disposta sono che almeno mi facci questa grazia, che sabbato che viene tu venga alla predica, se tu non vuoi lasciare le tue vanitadi e li tuoi peccati; perocchè sarà pur buono esemplo a molti. Alla quale respuose la misera peccatrice: Pur sette [46]: io ti dico che non ne voglio fare niente: vattene a casa tua, e non mi dare più impaccio; altrimenti io farò altro che parole con teco. E poi disse alle fantesche: Scacciatemi di casa questa pinzochera. Ella si pensa pur lei di farmi fare a suo modo: non gli riuscirà il pensiero, perchè non voglio essere pinzochera. E detto questo, andò a una fenestra, dove era lo specchio, e quivi si puliva e faceva bella: e poi guardava nella strada, e faceva segni e atti alli suoi amadori e ribaldi ruffiani. Le quali cose passavano il cuore alla umile Marta; onde si puose quivi appresso in una camera in orazione, e con molte lacrime e sospiri pregava Iddio per la sua misera sorella, la quale vedeva così indurata, e fuori del timore di Dio, dicendo così: Signore e eterno Iddio, io prego la tua [47] bontade e clemenza che per li meriti del vero figliuolo unigenito, sposo dell’anima mia, il quale tu hai mandato nel mondo per ricomperare la umana generazione, ti piaccia di voltare questa mia misera sorella, che voglia venire alla predica, e che si converta perfettamente a te, Iddio omnipotente, secondo che il tuo figliuolo, caro mio ospite, m’ha promesso, il quale vive e regna con teco e con lo Spirito Santo in secula seculorum amen. Finita la orazione, Marta conobbe che era stata esaudita, e però n’ebbe grande consolazione. E dopo alquanto spazio, parendo alla fervente Marta mille anni che potesse conducere la sua misera sorella alla predica, si levò e andò per parlare alla peccatrice. E trovandola in sulla porta a ragionare con li suoi amadori, si fece di fuori per farsi vedere alli amorosi di Maddalena, li quali, come la viddono, tutti confusi e spaventati si partirono, e rimase sola Marta e Maddalena. Onde vedendosi Maddalena così svergognata, fece una grande ed una faccia tutta oscura inverso di Marta, dicendogli: Ancora sei qua? or mi credeva che tu fussi con li sacerdoti e profeti, e col tuo Cristo. Alla quale l’angeletta Marta, con una faccia allegra e gioconda, disse: Sappi, sorella mia, che tu mi sei più cara che tutti li sacerdoti, e per tuo amore io farei ogni cosa che ti fusse in piacere; e pare che tu non mi voglia vedere, e fai a me quasi come se io non fussi tua sorella. Io voglio, voglia tu o no, essere tua fedelissima sorella, e voglio che tu sia mia. E così dicendo, gli gettò le braccia al collo, stringendola dolcemente con grande tenerezza e con molte lacrime. Alla quale la peccatrice Maddalena disse: Io credo che tu voglia impazzare: che cose sono queste? tu non sei però usata di farmi tanta festa: io conosco che pur mi vuoi menare alla predica. O peccatrice, sta forte, che io ti avviso che la tua sorella ti vuole lusingare e ingannare d’uno santo inganno. Alla quale l’angeletta Marta disse: Sorella mia carissima, vero è che io vorrei che tu solamente questa grazia mi facessi, se mai speri di consolarmi. Alla quale la Maddalena disse: Sorella mia, tu ne sarai mal contenta, se io vengo; perocchè io verrò ornata di innumerabili ornamenti, e grande moltitudine d’uomini si scandalezzeranno, e offenderanno a Dio, desiderando di peccare con meco; e io similmente, vagheggiando questo e quell’altro, farò tanto male, che sarà troppo, e crescerà il numero delli miei amadori: della qual cosa ti converrà rendere ragione, perocchè tu ne sei cagione. E perchè io amo l’anima tua più che la mia, perocchè se io ben voglio esser cattiva, o peccatrice, non voglio però esser cagione della perdizione dell’anima tua, pertanto io non voglio venirvi, ma voglio stare a casa con li miei amici per meno male. Alla quale la umile Marta respuose dicendo: Non ti curare di questo, sorella mia, perocchè io ho speranza che venendo tu alla predica, molto bene ne seguiterà, perocchè li tuoi amadori ti verranno drieto, come tu dici, e il vero Messia Cristo ha tanta grazia di predicare, che forse e tu e loro vi convertirete dal mal fare, e farete penitenza. Alla quale Maddalena sorridendo disse: O puritade, tu credi pur che tutti siamo come sei tu! Io so del certo che non ci convertiremo, perocchè non abbiamo volontade di far bene, ma di darci alli piaceri del mondo. Per tanto minor male sarà che io stia a casa a vagheggiare tre o quattro giovani, che venire alla predica, e vagheggiare ed esser vagheggiata da più che cento. Alla quale la sollecita Marta disse: Sorella mia, se pur tu sei disposta di perseverare nelli tuoi piaceri, fammi questa consolazione, vieni e lascia tutto il peccato a me; avvisandoti che questo profeta che predica, è delli belli uomini che fosse mai veduto, formoso ed elegante; per tanto se non vuoi venire per udire la predica, almeno vieni per vagheggiarlo. Allora la Maddalena disse: Orsù io sono contenta di consolarti per una volta. Domane andremo in Betania, poi sabbato in Ierusalem alla predica: ma sono certa che una di noi ne ritornerà mal contenta. Alla quale l’angeletta Marta tutta gioconda e allegra disse: Io ti ringrazio, sorella mia, di questa consolazione che mi fai. Io ti sono sempre obbligata, e mai più ti sarò contraria, anzi sarò al tuo comando sempre mai. O Marta prudente, o Marta sagace, e astuta, o Marta fervente e sollecita; tanto hai saputo dire e combattere, che n’hai portata la vittoria. Allora essa Marta domandando in casa la sua sorella, gli diceva e predicava le opere di Cristo, e li miracoli che lui faceva. E venendo la sera, fu apparecchiato da cena, e cenarono insieme con grande consolazione, e la peccatrice beffava [48] e dileggiava Marta, traendogli bottoni [49] delle sue devozioni, e la umile Marta ne pigliava grande piacere, e non gli contradiceva niente, per non farla adirare; ma acconsentiva ad ogni cosa che [50] lei diceva, ridendosene per consolazione. E venendo il tempo del dormire, fu assegnata una camera alla mansueta Marta, nella quale entrando, poi che furono partiti tutti, si puose in orazione, ringraziando Iddio della vittoria che gli aveva data della sua sorella, pregandolo che gli desse grazia di perseverare nella promissione che gli aveva fatta. E con lagrime e sospiri lo pregava che ancora gli volesse dare vero conoscimento delli suoi peccati, dandogli vera contrizione e grazia di ben fare. E così perseverò in lacrime e sospiri la maggior parte di quella notte.

Come la fervente Marta condusse la peccatrice Maddalena in Betania.

E la mattina per tempo Marta sollecita uscendo fuori della camera, chiamò li famigli e le fantesche, e fece apparecchiare li cavalli per andare in Betania, perocchè da Maddalo a Betania erano circa di dieci [51] miglia. Ed essendo apparecchiato ogni cosa, Marta sollecita se n’andò alla camera della sua sorella con molta gioconditade ed allegrezza dicendo: Iddio ti salvi, sorella mia. E così dicendo, l’abbracciò dolcemente, e poi disse: Tempo è che noi andiamo: ogni cosa è in ordine [52] ed ho mandato a fare apparecchiare da desinare in Betania. O sollecita e fervente, o gloriosa Marta: quanto sei sollecita di questa tua sorella! Certo tu non gli lasciavi mancare niente. E sbavigliando, e torcendosi la Maddalena nel letto, disse: Io vorrei dormire ancora un poco, e tu sei venuta a tribularmi. Allora Marta aprendo la fenestra, il sole entrò nella camera, il quale Maddalena vedendo si levò. E dopo molte altre parole, ornandosi delli suoi vani ornamenti, salirono [53] a cavallo e andarono in Betania, castello di Marta appresso a Ierusalem due miglia, e questo fu uno venerdì. E dismontati che furono, fu apparecchiato da desinare molto solennemente. E dopo il desinare Marta assegnò una camera alla sorella, nella quale dovesse andare a stare a sua posta. Onde la Maddalena non curandosi di stare in camera, andava per la contrada e per li orti e giardini tutta vana e pomposa con li suoi amadori, li quali già gli erano venuti drieto, pigliandosi piacere e sollazzo di Marta, dicendo a quelli suoi amadori: Che vi pare? mia sorella Marta dice, che se noi andiamo alla predica, che ci convertiremo: che ne credete voi? Alla quale rispuosero: Bene sta: appunto appunto ella ha indovinato, e abbiamone grande volontade; e così beffavano l’angeletta Marta. La quale, poi ch’ebbe desinato, andò alla camera della gloriosa vergine Maria, perocchè era quivi in casa sua, e quivi stava continuamente, e con grande reverenza, dopo la debita salutazione gli disse come la sua misera sorella era venuta, e che gliela raccomandava. Alla quale la vergine Maria respuose: Figliuola mia carissima, sarebbe buono che lo mandassi a dire al mio diletto figliuolo, tuo caro ospite: avvenga che lui sappia ogni cosa innanzi che si faccino, pur sarebbe tuo debito di farglielo assapere. Alla quale Marta disse: Santissima madre mia, mi pare ben fatto. E così mandò uno messo, al quale Cristo disse: Dirai alla mia cara ospita Marta che quello che gli ho detto, sarà; perocchè la sua sorella si convertirà veramente a Dio, e farà grande penitenza delli suoi peccati; sicchè molto più sarà manifesto al mondo la sua penitenza, che non è stato il suo peccato. Della quale risposta l’angeletta Marta n’ebbe grande consolazione, e facevane grande festa e letizia con la Vergine Maria e con Marcella: perocchè credeva fermamente che Cristo fusse figliuolo di Dio, il quale sapesse ogni cosa. E così stette la gioconda Marta tutto quel giorno con grande allegrezza e giubilo. Della qual cosa la peccatrice Maddalena maravigliandosi, gli disse: Che vuol dire, sorella mia, che tu sei tanto allegra? Non ti viddi mai così bella, lieta e gioconda, come sei al presente. Alla quale l’angeletta Marta respuose: Sorella mia, sappi che la mia letizia non procede se non dallo amore che io ti porto. Or non debbo stare allegra, avendo la mia sorella in casa mia, la quale è un grande tempo che non ci fu altra volta? Io ho tanta consolazione vedendoti, che non posso contenermi di ridere. E così dicendo, gli gettò le braccia al collo con grande allegrezza e letizia. E dopo alquanto disse Marta: Sorella mia, se ti fusse grato a parlare alla gloriosa Madre di Cristo, a me parrebbe che fusse tuo onore; avvisandoti che lei non esce mai di camera, ma sta continuamente alla orazione. Alla quale Maddalena respuose: io non me ne curo: non la voglio impedire dalle sue devozioni. Questo diceva la peccatrice, perocchè si confondeva delli suoi grandi peccati, e le cose spirituali gli puzzavano, ed aveva grande erubescenza considerando la sua miseria a comparazione della santitade della Vergine gloriosa. E fatto che fu sera la Maddalena andò a dormire, e l’angeletta Marta, secondo la sua usanza, entrando nella sua camera si puose in orazione, ringraziando Iddio delli suoi innumerabili benefici, e pregando per tutti, e massimamente per la sua misera sorella, e poi si misse a posare.

Come la fervente e sollecita Marta condusse la peccatrice Maddalena alla predica.

E la mattina seguente per tempo la sollecita Marta fu presto levata, e sollecitamente procurò di far levare la famiglia, e poi andò alla camera della peccatrice Maddalena e trovolla a dormire. La quale volendola svegliare [54], si gettò sopra lei [55], e pianamente gli tirava ora il naso, or gli orecchi, or li capelli, acciocchè si levasse allegramente. E poi che fu svegliato, la innocente Marta disse: Sorella mia, e’ passa il tempo di andar alla predica: tu sai che siamo dilungi due miglia; per tanto ci bisogna andare per tempo. Alla quale la Maddalena respuose: Va pur tu, che verrò ben poi io, perocchè voglio dormire ancora un poco, e poi mi leverò. Alla quale Marta fervente disse: Sorella mia, tu sai bene quello che m’hai promesso: sappi che io non anderò senza te. E così dicendo, e ridendo, la prese [56] onestamente alla traversa, e trassela [57] fuori del letto, e questo fece per scacciare il sonno. Della qual cosa molto si maravigliava la peccatrice Maddalena, perocchè non era usata Marta d’essere così domestica, pur mostrò di ridere, e dissegli: Porta qua li miei panni, e li miei ornamenti. Allora Marta sollecita domandò le fantesche che portassero li suoi ornamenti, le quali presto gli portarono [58]: E alcune di loro portava la veste, alcune le calze, altre le cinture, chi gli ornamenti del capo, chi le pianelle, chi le ampolluzze del liscio e cose odorifere, e chi una vanitade e chi un’altra. E Marta quivi stava [59], e sollecitava che presto fusse ornata, acciocchè presto andasseno alla predica. Ma poi che la peccatrice fu quasi acconcia e ornata, si fece portare lo specchio, nel quale sguardandosi [60], e parendo a lei di non stare bene, levossi ogni cosa, gridando e bestemmiando le fantesche. Della qual cosa Marta n’aveva grande passione, e pregava le fantesche che l’acconciassino diligentemente; onde ricominciarono da capo; ma la peccatrice le scacciò via, dicendo a esse villanie, e cominciò ad acconciarsi da se medesima: per la qual cosa Marta si addolorava nel suo cuore, perocchè pareva a lei che passasse l’ora della predica; e nientedimeno mostrando di ridere, aiutava la peccatrice il meglio che sapea. E poi gli disse: Sorella mia, l’ora passa, e già credo che il popolo sia congregato. Alla quale la peccatrice disse: Se tu vuoi andare va, io so ben la via: non vi verrò in fino che non sono acconcia a mio modo. E tanto fece, che pur a suo modo si adornò con li ricci e lisci, sonaglietli, corni, fermagli, e la collana al collo di perle, e di oro e di argento, con le vestimente bellissime ricamate, e con cintole preziosissime e con tante vanitadi, e circa a lei, e circa alle sue donzelle, che sarebbe grande difficultade a dire. Ed essendo così bene ornata, si fece innanzi alla immaculata Marta, e disse: Che te ne pare, sorella mia? Ti pare forse ch’io faccia vergogna alla casa nostra, ed al nostro parentado? Or può avere la casa nostra maggiore onore, che avere una donna bella e savia e bene ornata, e che si sappia dare buon tempo? Che sarai tu mai da fare? Orsù, che più gente guarderanno, oggi drieto a me, che a te: or vedi che la nostra casa sarà oggi più nominata e laudata per me che per te. Alla quale Marta rispuose: Sorella mia, non si potrebbe dire come tu sei bella, e bene ornata: certamente tu pari non creatura umana, ma angelica, e se tu fussi onesta, e non tenessi le cattive compagnie, faresti grande onore al nostro parentado. E poi soggiunse dicendo: Sorella mia, passa il tempo di andare, non stiamo più. Alla quale la peccatrice Maddalena disse: Andiamo. Ed avviandosi, la umile Marta si puose di drieto, come se fusse fantesca, ed andando diceva fra se medesima con grande letizia: Va pur là! ho speranza che tornerai in drieto scapigliata e disornata di queste vanitadi, e ornata della virtude della penitenza. Ma la Maddalena peccatrice andava col capo levato, guardando in qua e in là con grandissima vanitade, in tanto che tutta la gente soprastava per maraviglia, vedendola così bella, e ben ornata, e così sfacciata; perocchè mostrava le spalle e le mammelle come meretrice che era, le quali aveva piene di liscio e poi coperte di perle, e altre pietre preziose.

Come la Maddalena giunse in sulla piazza di Ierusalem,

e come Marta pregò per lei in spirito, e fu esaudita.

E giungendo in Ierusalem in sulla piazza, tutta la gente si voltò per meraviglia, per vedere questa peccatrice, ed ogni uomo stupiva delli fatti suoi, e parlavano insieme, e dicevano: Ben ti so dire che questa viene alla predica per devozione! credo bene che n’abbia assai della devozione! Certo ella è una delle perfette ribalde e meretrici che sieno in queste parti. Ella non viene alla predica perchè abbia volontade di far bene; ma ella è venuta per vagheggiare ed esser vagheggiata. Onde la innocente Marta udendo e vedendo tanto strepito e tanto ragionamento [61] che si faceva per la sua sorella, n’aveva grande confusione e vergogna, intanto che non ebbe mai ardimento di levare gli occhi da terra. E questo fu perchè Marta non era usata di andare con tale compagnia, ma con oneste donne. E poi che furono giunte dove si predicava, gli fu apparecchiata una sedia [62] alta in uno luogo eminente, acciocchè potesse ben vedere ed essere ben veduta. E poi che fu posta a sedere [63] la umile Marta si voltò verso il suo caro ospite, e con gli occhi pieni di lacrime si restringeva nelle spalle, quasi che dicesse: Signor mio, ecco qui quella misera peccatrice di mia sorella: pregoti che ti sia raccomandata. Alla quale il dolce sposo dell’anima sua, Cristo benedetto, dette audienza, perocchè era cogitatore delli cuori, e mandò grande confidenza e consolazione nella mente della sua sposa e cara ospita Marta, in tal modo che lei conobbe esser stata esaudita. E mettendo poi Cristo silenzio al popolo, sospirando levò la mente al suo padre, pregandolo per questa misera anima della Maddalena, e fu esaudito per sua reverenza.

Come Cristo convertì la Maddalena.

E stando Cristo così sopra di se, come se pensasse quello che dovesse dire, la peccatrice Maddalena, poi che ebbe ben guardato in qua e in là, si ricordò di quello che la innocente Marta gli aveva detto, cioè che Cristo era uno delli bellissimi uomini che fosse mai veduto. E guardando verso di lui, per vagheggiarlo, vidde la faccia di Cristo tutta turbata e tanto terribile che creatura umana non arebbe potuto guardarlo per spazio d’uno battere d’occhio, senza grande spavento. Per la qual cosa la peccatrice ebbe grande paura, e tremò tutta, e diventò smorta, e perdette il colore. E poi quasi confondendosi, discese della sedia, e puosesi a sedere in terra, della qual cosa molti si maravigliavano. E in questo conobbe la Maddalena che Cristo era sopra la natura umana, e pertanto s’inclinò a dare audienza al parlare suo. E questo gli mostrò Cristo, dandogli ad intendere quanto terribile sarà poi al giorno del giudicio, se ancora in carne si mostrò così severo. E guardandolo poi ancora un’altra volta la peccatrice Maddalena, vidde essa faccia di Cristo tanto bella e graziosa, che lingua umana non lo potrebbe esprimere. Per la qual cosa la peccatrice si infocò e riscaldò [64] del divino amore tanto fortemente [65], che già il suo cuore sentiva grandissimo dolore e amaritudine delli suoi peccati tra per lo timore che lei aveva avuto vedendo la faccia di Cristo turbata, e tra per lo amore che aveva conceputo, vedendo la faccia di Cristo gioconda; e tanto era il dolore, che a fatica lo poteva nascondere. E per tanto questo considerando l’umile Marta, se gli appressò, e disse: Sta pur forte e attenta alla predica, sorella mia, e non temere, perocchè Iddio è misericordioso. E poi ponendosi il capo in grembo, quasi crepava e scoppiava di consolazione e allegrezza, conoscendo come la sua sorella, si convertiva. Cristo adunque, al quale ogni cosa è manifesta, vedendo l’anima della peccatrice già trappassata e sagittata di quelle due sagitte acutissime, cioè del timore e dello amore, cominciò a predicare, e aprendo la sua santissima bocca disse: Anime peccatrici, fate penitenza, perocchè si appropinqua il regno di vita eterna. E poi prepuose quella parabola del sacro evangelio di quel Signore il quale dette ad alcuni delli suoi servi cinque talenti, ad alcuni dua, e ad alcuni uno. E dichiarando tutta la detta parabola, venne a quello che aveva nascoso il talento in terra: e dilatandosi sopra questo diceva: Quello che ama più le creature che il creatore, questo ha posto il suo talento in terra. Quello che ama più li figliuoli e la moglie che Iddio, questo ha posto il suo talento in terra. Quello che ama più la roba e le ricchezze di questo mondo, che Iddio, quello ha posto il suo talento in terra. Quello che è disobediente alli comandamenti di Dio, questo ha posto il suo talento in terra. Quello che ama più li piaceri di questo mondo, che quelli di vita eterna, questo ha posto il suo talento in terra. Quello che ama più il corpo suo, che l’anima del prossimo, questo ha posto il suo talento in terra. Quello che è superbo e altiero, ponendo il suo fine in ben mangiare e in ben bevere, questo ha posto il suo talento in terra. Quello il quale ha posto il suo fine in ben vestire e ben pompeggiare nelle vanitadi di questo mondo, questo ha posto il talento suo in terra. Quello che ha dato il corpo suo alla lussuria e spurcizie della carne, questo ha posto il talento suo in terra. Quello che dispregia di ben operare, questo ha posto il suo talento in terra. E quello che ha posto il talento, cioè il suo intelletto nelli peccati di questo mondo, volendo esser superbo, altiero, lussurioso, iracondo, bestemmiatore, giucatore, ballatore e pieno d’ogni peccato, a questi tutti sarà data la sentenza terribile: Andate maledetti al fuoco eterno: e quivi saranno legati li piedi e le mani, e posti nelle tenebre esteriori, dove sarà pianto e stridore di denti. O anima peccatrice che hai posto il talento in terra, come farai, perocchè mai mai uscirai di quello tenebroso inferno? E così predicando Cristo queste e simili cose, il cuore della peccatrice era trapassato da ogni parola che lui diceva, perocchè ogni cosa toccava a lei, la quale era piena di tutti li sette peccati mortali. Per la qualcosa il dolore di essa peccatrice cresceva tanto, che non lo poteva nascondere, ma con lacrime e sospiri e singhiozzi si faceva sentire da molti, e a poco a poco si disornava. Onde dispuose le collane e l’altre gioie, e in capo si puose uno panno per voler celare il suo dolore; e tutti quelli ornamenti che lei poteva, con buon modo si levava, e la innocente Marta gli riponeva con grande allegrezza, avvenga che non si potesse contenere di lacrimare per compassione della sua sorella. E pur perseverando Cristo nel predicare, prepuose quell’altra parabola della dracma perduta, e della centesima pecora smarrita. E dichiarandola, diceva: La pecorella [66] smarrita è l’anima peccatrice, la quale va vagabonda nelli peccati di questo mondo. Il pastore è Iddio, il quale la cerca e domanda dicendo: Ritorna, ritorna al tuo padre e pastore Iddio. E poi ancora prepuose quell’altra parabola del figliuol prodigo, il quale dopo che ebbe fatto ogni male, tornò poi al padre, dicendo come aveva peccato in cielo e dinanzi a lui: onde il padre lo ricevette con grande onore, facendolo rivestire, e abbracciandolo e facendo far grande convito. E dichiarando questa parabola, diceva che il figliuolo prodigo era l’anima peccatrice, la quale voleva ritornare al suo padre Iddio per la penitenza. E dilatandosi Cristo sopra ciò diceva: Anima peccatrice, tu hai fornicato con amadori, ma torna a me, ed io ti riceverò volontieri. Anima peccatrice, tu hai commessi tutti li peccati mortali, ed infinite [67] volte: nientedimeno ritorna a me, e io ti riceverò allegramente. Anima peccatrice, tu hai disprezzato Iddio e li suoi comandamenti; nientedimeno ritorna a me, e io li riceverò volontieri. Anima meschina, tu hai scandalizzate molte anime, ed hai confusa la tua noiblitade; nientedimeno ritorna a me; e io ti farò più nobile che in prima. Anima peccatrice, tu sei fatta e misera e miserabile; nientedimeno ritorna a me, e io ti farò gloriosa, e restituirotti la tua bellezza, e vestirotti della prima stola. Anima sciagurata, tu hai ingannato, è confuso il tuo sposo Iddio: nientedimeno ritorna a me, e io ricevendoti, ti sposerò del mio anello. Anima peccatrice, tu sei sempre stata ingrata e sconoscente delli beneficii ricevuti, nientedimeno ritorna a me, e io ti retribuirò ogni bene. Anima peccatrice, tu sei stata figliuola dello inferno, partendoti dal timore di Dio; nientedimeno ritorna a me, e io ti farò figliuola di vita eterna. E perseverando Cristo in queste e simili parole, la misera Maddalena non poteva più contenersi per lo dolore grandissimo che lei aveva delli suoi orribili peccati; onde cominciò a gridare: Misericordia, misericordia, signor mio; e così piangendo, si scapigliava e batteva il petto, e gettavasi con la faccia in terra, dicendo: Misera a me, che farò? meschina a me, che sarà delli fatti miei? misera a me, dove anelerò, che tanti e tali peccati ho commessi, che mai non furono uditi? La quale, la pietosa Marta confortava, avvenga che per compassione non si potesse contenergli lacrimare fortemente, per compassione [68] di quella peccatrice, la quale faceva gesti e con le mani, e col capo, e col suo parlare e con la persona, che arebbe provocato, per modo di parlare, se fusse stato possibile, le pietre a piangere seco. E tanto abbondò [69] il pianto e della Maddalena e delli altri, che Cristo non poteva predicare. Onde dopo molte altre parole incitative a penitenza, e provocative a confidenza della misericordia di Dio, conoscendo Cristo come la peccatrice era perfettamente convertita, e vedendo il tumulto del popolo, che si faceva per lo grande pianto, fece fine al predicare. E poi che ebbe data la benedizione, venendo fuori del pergamo, fu invitato da uno Fariseo, che si chiamava Simone, al quale Cristo acconsentì, e andò con li suoi discepoli a desinare con lui. E venuta l’ora del desinare, si puoseno a tavola [70] dopo la benedizione.

Come la peccatrice Maddalena n’andò a casa

piangendo e lacrimando dopo la predica.

Ma la peccatrice Maddalena era tanto addolorata, che poi che fu partito il popolo, rimase quivi con Marta, ed alquanti altri suoi amici, e tanta era la veemenza del dolore, che non poteva andare, nè quasi stava in piede. Allora la prudente e sollecita Marta, vedendo che dava da dire alla brigata, disse alla Maddalena: Sorella mia carissima, e’ ti conviene fare buono animo: non hai tu speranza che Iddio ti debba perdonare? Non dubitare niente, perocchè la misericordia di Dio è molto più infinita che li tuoi peccati. Or levati suso, e andiamo a casa qui in Ierusalem, dove potrai piangere a tuo modo, perocchè non è senza ammirazione della gente, stare qui in piazza da questa ora: penseranno tutti che tu sia impazzata. E così dicendo Marta e Marcella la presono sotto le braccia, e drizzoronla suso, e presono la via verso la sua casa, che avevano in Jerusalem. E andando per la via la Maddalena tutta disordinata e scapigliata, andava piangendo e sospirando, e con molte lagrime diceva: Misera a me, che farò? dove andrò, scellerata a me, che tante offensioni ho fatte a Dio? meschina a me, che tanti scandali ho dati al prossimo! Misera a me, che tanti uomini sono feriti e morti per me! disgraziata a me, che tante anime ho suffocate [71] e morte con le mie vanitadi e disonestadi! e poveretta a me, meschina a me, chi mi potrà liberare dallo inferno, che ho meritato cento migliaia di volte? E così dicendo, molte volte li singhiozzi e li sospiri con le lagrime rompevano le parole. Alla quale la innocente Marta e Marcella, e tutti gli altri che la sentivano, gli avevano grande compassione, e piangevano insieme con lei amaramente, e massimamente Marta pietosa, la quale non tanto piangeva del dolore, quanto della allegrezza e consolazione che ella aveva, vedendo la sua sorella essere convertita perfettamente. E giunte che furono a casa la peccatrice Maddalena se n’andò nella sua camera, e quivi piangeva e sospirava senza rimedio; ma Marta ritenne alcuni, di quelli suoi amici e parenti che erano venuti con loro, acciocchè desinassino quivi, e consolassino la sua sorella. E poi lasciando la Maddalena in camera, provvedevano al [72] desinare.

Come la peccatrice Maddalena occultamente si partì da casa,

ed andò a trovare Cristo a casa di Simone.

Allora la peccatrice occultamente uscì di casa per andare a trovare Cristo. Onde tutta scapigliata, con la faccia piena di lacrime, e con gli occhi rossi ed enfiati [73] a modo di una ebbria diceva a quelli che ella scontrava: Dove è andato il Messia? dove lo troverò? Onde gli fu detto che era a casa di Simone Fariseo. Per la quale cosa ella pigliando uno vasello di ottimo unguento, andò a casa di Simone. Questo unguento portò la peccatrice per annullare [74] il fetore che usciva delli suoi grandi peccati. Ed entrando in casa senza dire altro, e gettandosi alli piedi dello sposo dell’anima sua, cominciò a piangere amaramente, tanto che lavava con le lacrime li piedi di Cristo, e poi gli asciugava con li capelli e baciavagli; e poi gli unse di quello ottimo unguento, domandandogli misericordia delli suoi peccati. O ardita, o dolorosa, o innebriata peccatrice, l’amore ed il dolore t’hanno fatto dimenticare la tua alterigia e superbia, perocchè tu sei andata al convito non invitata, e quivi tanto ti sei umiliata, e tanto hai pianto li tuoi peccati, la quale ti facevi beffe della tua sorella, e delli altri che facevano penitenza. E così stando a quelli benedetti piedi di Cristo la piangente Maddalena, toccandogli, ed abbracciandogli, e baciandoli, il Fariseo cominciò a mormorare infra se medesimo, dicendo: Se questo fusse profeta, conoscerebbe chi è quella, e come è fatta, la quale lo tocca e bacia. Avevano li Giudei tanta superbia, reputandosi giusti, che non si lasciavano toccare da niuno peccatore. E conoscendo Cristo li pensieri e la mormorazione di Simone Fariseo, gli disse: Simone, io t’ho a dire una cosa. Erano duo debitori, e l’uno di loro doveva dare al suo creditore cinquecento danari, e l’altro cinquanta, e non avendo questi il modo di pagare, il creditore donò a tuttadue il suo credito: Dimmi chi lo ama più di questi dua? Al quale respuose il Fariseo: Io estimerei che quello, al quale ha lasciato più, lo amasse più. Al quale Cristo disse: Tu hai giudicato drittamente. E voltandosi verso della piangente, disse a Simone: Vedi tu questa donna? Io sono entrato in casa tua, e non mi hai lavati li piedi; ma questa donna, dappoi che è entrata, non resta di bagnarmeli di lacrime, che procedono per dolore delli suoi peccati. Tu non mi hai baciata la bocca, e questa non cessa di baciarmi li piedi. Il capo mio non m’hai unto di olio, e questa ha unto di ottimo unguento li miei piedi. Per la qual cosa, Simone, gli sono perdonati li suoi peccati, perocchè ha amato molto. E poi disse alla piangente Maddalena peccatrice: Perdonati ti sono li tuoi peccati: va in pace, perocchè la tua fede t’ha fatta salva. O clemenza di Dio, o infinita bontade, o smisurato amore di Dio, quanta è la tua misericordia! Certo ella è infinita, perocchè questa peccatrice forse dua o tre anni, e forse più, si è data a tutte le disonestadi, e a tutti li piaceri del mondo, ed è stata cagione della morte di molte anime, e forse di molti corpi; ed insomma era piena di tutta la moltitudine delli sette peccati mortali, e perchè uno poco ha pianto li suoi peccati, e uno poco ha amato, tanta è stata la tua misericordia, che gli hai perdonati li suoi peccati, dicendo; Perdonati ti sono li tuoi peccati, va in pace. O meretrice santa, o peccatrice contrita, o penitente fervente, tu hai acquistato in spazio di tre ore tanta grazia da Dio, che non solamente t’ha perdonato tutti li tuoi peccati, ma ancora è fatto tuo defensore e tuo laudatore, e già t’ha sposato dello anello della caritade e del suo amore! Certamente il tuo dolore è stato grande; ma il tuo amore è stato maggiore, e la tua fede è stata massima. Godi, godi adunque, e fa festa e letizia, peccatrice santa; perocchè oramai non ti sarà più detto peccatrice, ma innamorata. Onde non è da dubitare che la innamorata Maddalena, udendo quelle parole melliflue: Perdonati ti sono li tuoi peccati, va in pace, che il suo cuore sentì tanto abbraciamento d’amore e caritade, che lingua umana dire non lo potrebbe. Io credo che poi tanto piangesse per amore, come aveva fatto per dolore, e molto più, onde però non cessava di piangere, alli piedi di Cristo, e non si sapeva partire, avvenga che il Signore molte volte dicesse: Va in pace. E pur quella innamorata non si sapeva partire, tanta dolcezza aveva trovata a quelli santissimi piedi! E finalmente essendo ben saziata di piangere, e sentendosi alleggerita, e discaricata della soma delli suoi peccati infiniti, levandosi suso, levò le mani al cielo, e ringraziò Iddio e il suo dolce maestro, offerendogli la sua sustanza o la sua casa per lui e per li suoi discepoli, e poi gli domandò la benedizione: la quale il suo amoroso Cristo benedicendola disse: Tu sia benedetta dal mio padre e da me. Va e fatti insegnare quello che ti bisogna fare dalla tua sorella Marta, cara mia ospita. Onde la Maddalena, facendo segno di reverenza inverso di Cristo, si partì. E Cristo poi che fu partita la innamorata peccatrice, cominciò a dire, e laudare essa Maddalena, dicendo che la sua contrizione era stata grandissima, e come tutta era abbraciata del divino amore, ed altre assai laude diceva di lei.

Come la innamorata Maddalena tornò a casa sanata dell’anima e del corpo.

Ma tornando la innamorata Maddalena per la via gli pareva essere più leggieri che una penna, e tanta consolazione sentiva nel suo cuore, che crepava di amore, e non poteva contenersi che non piangesse e lacrimasse grandemente. Onde alcuni maravigliandosi dicevano: Forse che è impazzata? Ed altri dicevano: No, ma il profeta non gli ha forse voluto parlare, perocchè è stata grande peccatrice, e però piange. Ed altri stupendosi dicevano: Per certo questa è stata grande contrizione! E così molti dicevano diverse cose. Ma essa innamorata non poteva dire quello che fusse, tanto abbraciamento di amore sentiva; ma pur andava piangendo e sospirando [75]. Ma infra questo tempo che la innamorata Maddalena andò a casa di Simone, la sollecita Marta andò alla camera della sua sorella, e non trovandola, domandò quelli della contrada se l’avessino veduta, li quali disseno che sì, e che era andata piangendo a casa di Simone Fariseo. Allora la fervente Marta gli mandò drieto duo famigli per cercarla, e vedere dove fusse. Li quali poi che l’ebbono trovata, e che l’ebbono veduta piangere alli piedi di Cristo, e che ebbono udito che Cristo gli aveva perdonati li peccati, tornorono alla sollecita Marta, e gli narrorono ogni cosa per ordine. La quale innocente Marta udendo come il suo sposo aveva perdonati li suoi peccati alla sua sorella, si rallegrò tanto, che pareva che fusse fuori di se medesima, e quasi pareva che il cuore gli mancasse; e lacrimando per dolcezza descendeva della casa per andare contro alla sua carissima sorella, la quale era mondata e lavata da ogni macula di peccato. E innanzi che l’angeletta Marta fusse discesa della scala, ecco la sua carissima sorella giunse tutta innebriata d’amore, e tutta piangente. Le quali correndo appresso l’una all’altra s’abbracciorono cordialmente e strettamente, guardandosi nella faccia l’una l’altra, e per dolcezza che aveva l’una dell’altra, non si potevano dire niente: ma piangevano insieme, e l’una vedeva le lacrime dell’altra, e parlare non si potevano, tanta era la consolazione e il gaudio che avevano. Onde pur stavano così abbracciate, baciandosi devotamente l’una l’altra. E tanto così stettono, che era uno stupore a tutti. E dopo alquanto spazio la fervente Marta cominciò a dire: Sorella mia! La quale parola udendo la innamorata Maddalena crepava di dolcezza, considerando quanto l’aveva amata teneramente. E pur Marta con voce piena di lacrime disse: Sorella mia carissima, sei tu or consolata? Alla quale la innamorata Maddalena non potette rispondere per l’abbondanza delle lacrime, ma gli fece segno che andassino suso nella camera. E andando [76] nella camera, nella quale poi che furono state alquanto, la sollecita Marta disse: Or dimmi, Sorella mia carissima, come stai, come ti senti tu, e come hai fatto? Alla quale la innamorata Maddalena rispuose: Sorella mia dolcissima, io non stetti mai meglio, e mai non fui tanto consolata, come sono al presente; e non conosco altro desiderio in me, se non di fare la volontà de di Dio, e far penitenza delli miei peccati, avvenga che il nostro misericordioso Signore me li abbia perdonati. Ben ho esperimentato, sorella mia, quello che mi dicevi, cioè che era tanto eloquente, e tanto pietoso e misericordioso, e come aveva possanza di sanare gl’infermi delle loro infermitadi. Ma certo io credo che abbia possanza ancora di sanare le anime; e di ciò io n’ho veduta la esperienza, avvisandoti che quando io fui giunta in sulla piazza, e che lo guardai, lo viddi così terribile e adirato, che non mi era possibile di guardarlo per spazio d’uno battere di occhi. Onde mi misse tanto timore, che quasi cominciai a mancare; e come tu vedesti, diventai smorta e pallida, e sì mi fu necessario di sedere in terra per le ambascie [77] grande che mi andavano al cuore; e quasi avevo il sudore della morte, e parevami già di esser giudicata a quelle pene dello inferno, delle quali tu m’avevi detto il giorno innanzi. E poi ritornando in me un poco, lo guardai un’altra volta, ed io viddi la sua faccia tanto graziosa e risplendente, che non la potevo ben comprendere per li raggi che da lei uscivano. Onde entrò nel mio cuore una fiamma grandissima d’amore, la quale così fortemente m’infiammò, che considerando io li benificii di Dio, e li miei peccati, non mi potevo tenere di piangere. E quando il Signore predicava del talento posto in terra, ogni parola che lui diceva, mi fendeva il cuore, e però non potevo stare ferma; ma mi gettavo in terra, e poi mi levavo piangendo e sospirando, come tu vedevi. Ma poi quando seguitando il predicare diceva: Anima peccatrice, ritorna a me; tanto era lo amore che era conceputo nel cuore mio, considerando io la misericordia e infinita bontade di Dio, che così pietosamente mi domandava, che non mi potevo tenere che non gridassi, come tu udisti, e però seguitò poi il pianto nel popolo. E credo che se il nostro dolce maestro avesse perseverato nel predicare, che sarei crepata e morta. Ma quanto sia stato il mio dolore non si potrebbe dire; ma tu lo puoi comprendere in ciò che io perdetti tutte le forze, e come tu vedi, m’ho squarciate le guancie, ed estirpati li capelli, e grande abbondanza di sangue m’è uscito della bocca, ed ancora, come tu vedi, li miei labri sono emfiati e scoppiati, e tutta la mia persona è afflitta. Ma poi che sono stata a casa di Simone, ed ho domandata misericordia delli miei peccati con grande pianto, e molto dolore, da poi che il Signore mi disse: Li tuoi peccati ti sono perdonati, va in pace; io ho sentito tanta consolazione e tanto piacere, che lingua umana non lo potrebbe esprimere. E poi partendomi, mi disse che io venissi a te, sorella mia, che m’insegneresti quello che mi bisognava fare. Per la qual cosa, sorella mia, ti priego ti sia raccomandata; perocchè poco aresti fatto procurando la conversione mia, se ancora non ti curi d’insegnarmi a ben vivere. Alla quale la umile angeletta Marta abbracciandola e baciandola dolcemente, con lagrime allegre [78] disse: Iddio ne sia laudato, sorella mia, di tanta grazia, quanta m’ha fatta con teco. Oramai, sorella mia carissima, sta di buona voglia, che il nostro dolce maestro e la gloriosa vergine Maria sua madre insegneranno a me e a te a fare la volontà de di Dio.

Come la consolata Marta condusse la Maddalena sua sorella dalla Vergine Maria.

E dopo molte altre parole di consolazione, che disseno insieme, l’angeletta Marta disse: Sorella mia, io voglio che andiamo a visitare la madre di Jesu Cristo. Alla quale la innamorata Maddalena disse: Sorella mia, io mi vergogno di andarvi, perocchè non so che dire, nè che fare, quando sarò dinanzi a lei. Alla quale la consolata Marta disse: Sorella mia, quando tu sarai dinanzi a lei, gettati in ginocchioni, e ringraziata di tanto bene che t’ha procurato, e domandagli perdonanza della tua negligenza, e poi gli proferisci te, e la tua sustanza al suo comando; avvenga che io so che lei non vorrà che tu stia in ginocchioni, perocchè è tanto umile, che non si potrebbe dire; ma pur farai il tuo debito. E detto questo Marta l’acconciò un poco legandogli li capelli, e ponendogli uno panno onesto in capo. E così andorono alla vergine Maria. O stupore del mondo, o cosa ammiranda, o mutazione della mano destra di Dio omnipotente! Ecco questa, alla quale per lo adrieto non bastavano tutte le vanitadi del mondo, ora gli basta uno panno vile, e sì se ne contenta! O Maddalena, come sei acconcia! Tu credevi pur di fuggire, e non hai potuto; la tua sorella Marta t’ha ben saputo ingannare d’uno santo inganno. Tu ti maravigliavi pur assai perchè era così domestica con teco, e perchè era tanto allegra: ecco ora il frutto della sua allegrezza e della sua familiaritade. O Maddalena, dove sono ora li tuoi ornamenti? Dimmi, vuoi tu che ti sieno portati? Non più ornamenti transitorii, perocchè mi voglio ornare delli santi ornamenti della penitenza. O innamorata Maddalena, dove sono li tuoi suoni, canti e balli? hai tu volontade di vedergli ed udire? Non più, non più suoni, nè balli, nè canti, perocchè io voglio piangere quel tempo che ho ballato, cantato e sonato. O gioconda Maddalena, dove sono li tuoi piaceri? vuoi tu ancora delettarti delli piaceri di questo mondo? No, No, ma voglio pigliare piacere delle cose celestiali. O santa peccatrice, dove sono li tuoi amanti e li tuoi compagni? vuoi tu che ti sieno domandati? No, no, perocchè non voglio più cattiva compagnia, ma voglio che la mia compagnia sia seguitare il mio dolce maestro, e la mia sorella carissima Maria. O innamorata, o innebriata, o beata, o gloriosa e benedetta Maddalena, quanta edificazione hai oggi data al mondo! Certo tu sei stata specchio di penitenza a tutta la città, e credo che abbi satisfatto competentemente al popolo per li tuoi peccati; e però godi, e fa letizia e festa, perocchè in poco tempo hai assai lavorato. E così umilmente entrando Marta e Maddalena dalla intemerata vergine Maria, la innamorata Maddalena in fervore di spirito inginocchiandosi salutò la vergine Maria dicendo: Iddio ti salvi, madre di mesericordia. La quale vedendola la maestra della umiltade, vergine Maria, gli andò appresso e sì gli gettò le sue benedette e gloriose braccia al collo, abbracciandola e baciandola, e sì la levò suso da terra, lacrimando per dolcezza e dicendo: Sta suso, figliuola mia, sta suso, perocchè solo Iddio si debbe adorare. E poi che la vergine Maria l’ebbe fatta drizzare, si misse a sedere, e volse che la Maddalena e Marta sedessino appresso a lei. E poi che furono assettate, la innamorata Maddalena con lacrime e sospiri disse con grande reverenza: Madonna, io vi ringrazio sommamente della grazia che m’avete impetrata che Iddio m’abbia perdonati li miei peccati, io non era degna di visitarvi: ma mi pare sì grande il beneficio che io ho ricevuto dal vostro benedetto figliuolo, che sono costretta di ringraziarvi, ed offerisco me, ed ogni mia cosa al vostro comando e del vostro figliuolo; e quando vi fusse cosa grata, io starei volentieri con voi, servendovi in quello che io sapessi, avvenga che ne sia indegna. Onde la madre di misericordia, mostrando di non conoscerla, disse a Marta: Figliuola mia; chi è questa che pare così afflitta e umiliata? Alla quale la reverente Marta rispuose: Reverendissima madre, ella è la mia sorella, per la quale voi avete tanto pregato, che siete stata esaudita. Allora la vergine Maria disse a Maddalena: Sei tu quella della quale si diceva tanto male? Sei tu quella che eri tanto vana e disonesta? Sei tu quella che avevi tante vanitadi, e tanti amadori? Sei tu quella che non temevi Iddio, nè li Santi? Dove hai lasciate le tue vanitade? dove sono li tuoi piaceri? dove sono li tuoi amadori? e come sei così umiliata? E sentendo la Maddalena queste parole, crepava di dolore, e non si poteva tenere di lacrimare e sospirare. Onde vedendo ciò la vergine Maria, l’abbracciò e baciò dolcemente, dicendo: Non più lacrime, figliuola mia, perocchè ti sono perdonati li tuoi peccati. Bene hai fatto di acconsentire alla tua cara sorella di andare alla predica, perocchè per la sua sollecitudine, e procurazione sei fatta degna della grazia di Dio. O umiltade delli santi! o gloriosa virtude! Ecco che nelle gloriose e perfette spose e figliuole di Dio, vergine Maria e Marta, hai posto la tua perfezione; perocchè Marta dice che per li meriti e intercessione della vergine Maria, Maddalena è fatta salva; e la vergine Maria dice che per la sollecitudine e procurazione di Marta, Maddalena è fatta degna della grazia di Dio. O virtude laudabile e gloriosa, quanto sei degna d’essere abbracciata, e li tuoi possessori quanto sono consolati! Certo Marta tu sei stata molto prudente, perocchè io so che il tuo sposo e caro ospite t’aveva promesso di consolarti della tua sorella; ma per fuggire il peccato della vanagloria, tu la getti pur addosso alla vergine Maria; e lei per la sua profondissima umilitade dice che sei stata tu. Ma certo io credo che tutte a due ne siete state cagione, e che li meriti di tuttadue abbino meritato di fare degna la Maddalena della grazia di Dio, mediante le santissime orazioni di Cristo vostro dolce sposo.

Come la vergine Maria con le sue dilette figliuole Marta e Maddalena andorono a desinare insieme quel giorno che ella si convertì.

E dopo alcune altre buone e sante parole, essendo già passata l’ora del desinare, la vergine Maria disse alla fervente Marta: Figliuola mia, passata è l’ora del desinare, e questa tua sorella è tutta afflitta, come tu vedi: va adunque, e fa apparecchiare. Alla quale la sollecita Marta disse: Reverendissima madre, egli è apparecchiato [79]. Allora la vergine Maria e Marta e Maddalena andorono a desinare. O felice, o beata Maddalena, non ti bastò di baciare li piedi di Cristo, ma ancora sei fatta degna di essere abbracciata dalla gloriosa vergine Maria, regina degli angeli, e madonna del paradiso. O santa peccatrice, quanto gaudio, e quanta letizia ebbe il corpo tuo con l’anima insieme, quando la vergine Maria t’abbracciò e baciò! Certo io credo che si consumava di dolcezza, sentendo l’odore sua-vissimo che procedeva dalla sua virginitade ed onestade; e volesse Iddio che pur una volta io fussi degno non solamente d’essere abbracciato e baciato da lei; ma pur di vederla una sola volta gloriosa in vita eterna! O cosa ammiranda e stupenda! o mutazione dello eccelso Iddio! Maddalena, ieri tu eri figliuola dello inferno, ed oggi sei fatta figliuola di vita eterna: ieri tu servivi al mondo, al diavolo ed alla carne, ed oggi tu sei data in ancella e serva del padre, figliuolo e spirito santo: ieri tu eri accompagnata da moltitudine di adulteri ed amadori iniqui, ed oggi tu sei fatta compagna della santissima vergine Maria, madre di Cristo, e di Marta, e di Marcella: ieri tu eri una meretrice, oggi sei una santa penitente: ieri tu avevi tutto il tuo cuore nelle vanitadi e piaceri di questo mondo, oggi tu l’hai nelle virtudi e nell’amore di Dio: ieri tu ti delettavi d’essere allegra e gioconda, oggi tu ti deletti del piangere. O mutazione della mano diritta dello eccelso Iddio! Qual è quella mente che non stupisca considerando la grandissima bontade e misericordia di Dio, la quale ha verso la sua creatura? E per tanto si confondono quelli li quali sono ostinati nelli loro peccati, disperandosi di non potere aver misericordia, perocchè non procede da Dio, ma dalla loro ostinazione ed iniquitade. E stando quella gloriosa compagnia a tavola, parlavano pur delle opere e santitade di Cristo, e la vergine Maria pigliava del suo pane, e benedicendolo lo dava alle sue dilette figliuole Marta e Maddalena e Marcella; le quali con grande reverenza lo pigliavano, massimamente Marta e Marcella, le quali avevano per consuetudine di non mangiare niente senza la sua benedizione. O glorioso e nobile convito! O chi avesse veduto con quanta religiositade mangiavano! Veramente io credo e sono certo che chi gli avesse veduto mangiare si sarebbe innamorato della loro religiositade. Nel quale convito la sollecita Marta serviva con ogni diligenza innanzi alla vergine Maria, ministrandogli delle migliori cose che avesse; ma essa pietosa vergine Maria toglieva di quelle cose che aveva innanzi, e sì le dava alla afflitta Maddalena, e confortavala, ed esortava al bene, allegandogli com’era stata in grande pericolo, e laudandola che aveva fatto bene a lasciare il mondo ed il peccato. E l’angeletta Marta aveva tanta letizia e tanto gaudio, che non poteva stare ferma. Ed andando per la casa per fare alcuna cosa, andava dicendo: Tu sia laudato, Signor mio sempremai; tu sia ringraziato, Signor mio, in secula seculorum [80]. Ed alcuna volla gettava lacrime per dolcezza; ed alcuna volta come impazzata della allegrezza, rideva forte, massimamente essendo con la sua Marcella, alla quale diceva ridendo: Che te ne pare? ti pare che sia bene umiliata? Certo, sorella mia Marcella, ora aremo grande consolazione. E poi che fu fornito il desinare, e dopo molte buone parole, e referite le grazie a Dio, la vergine Maria disse: Marta figliuola mia, e Marcella; io vi raccomando la vostra sorella Maddalena, fategli buona compagnia. E poi secondo la sua usanza andò nella sua camera, la fenestra della quale respondeva nel giardino della angeletta Marta: alla quale fenestra la vergine Maria andava spesso per vedere la imagine del suo figliuolo, la quale aveva fatta Marta per sua devozione. E dopo che Marta e Maddalena ebbono accompagnata la vergine Maria nella camera sua, ritornando in drieto la fervente Marta non poteva cessare di abbracciare e baciare la sua sorella, tanto era l’amore che gli portava, e dicevagli: Ora veramente sei mia sorella. Alla quale la innamorata Maddalena rispondeva: Sono e voglio essere sempre mai, e priegoti che io ti sia raccomandata. Alla quale la fervente Marta disse: Sorella mia, sta di buona voglia, e non dubitare niente, che sempre mi sarai raccomandata, e non ti verrò mai meno; pur che io sappia e possa far cosa che ti sia grata. Alla quale la umiliata peccatrice disse: Sorella mia, e’ mi pare ancora che io sia quella che sono usata d’essere, vedendomi questi panni mondani e discollati e vani in dosso: pertanto io ti priego che tu mi presti delli tuoi, per infino a tanto che ne facciamo fare delli altri; avvisandoti che grande vergogna ho ricevuta stando con la vergine Maria con questi panni disonesti. Alla quale Marta sollecita rispuose: Sorella mia, io non desidero altro, se non che tu deponga ogni indizio di vanitade mondana; ed incontinente mandò a torre delli suoi vestimenti onesti, delli quali si vestì la innamorata Maddalena. O gloriosa, o giubilosa, o gaudente Marta, chi potrebbe narrare o scrivere la tua consolazione e la tua dolcezza, e il tuo gaudio che avevi, vedendo questa tua sorella nelli panni della umiltade, la quale la mattina avevi ornata di tanti vani ornamenti, e di tanti diversi colori? Certo io credo che creatura umana non lo potrebbe narrare nè scrivere. E così vestita la innamorata Maddalena, Marta stette insieme con lei tutto quel giorno infino alla sera, parlandogli sempre del suo sposo e caro ospite Cristo, ed ammaestrandola che via dovesse tenere. E venendo l’ora del dormire, la umile Marta accompagnò la sua cara sorella nella camera, e fece dormire con lei Marcella, acciocchè ella avesse qualche consolazione; ma essa innamorata Maddalena come fu partita Marta, si cominciò a ricordare delli suoi peccati e della bontade di Dio, e cominciò a piangere con grandissimo dolore, e quasi tutta quella notte stette in pianto ed in lamento, avvenga che la devota Marcella molto la consolasse: ed alcuna volta la faceva cessare dal pianto, e facevala dormire qualche poco; ma come era addormentata, si svegliava, piangendo e sospirando li suoi peccati: e così stelle tutta quella nolle, e poco dormì.

Come la immaculata ospita di Cristo Marta

ringraziò Iddio che la Maddalena era convertita.

Ma la fervente e innamorata, cara ospita di Cristo, tornando alla sua camera, tutta infervorata ed abbruciata di caritade ed amore di Dio si misse alla orazione, secondo che era usata, e considerando li grandi e infiniti beneficii di Dio, e quanta grazia aveva ricevuta la sua cara e diletta sorella, tutta si smarrì [81] in Dio, intanto che li sentimenti esteriori del corpo erano addormentali [82] e morti in lei; e così stette infino all’aurora, contemplando e gustando la infinita bontade e clemenza di Dio. O contemplativa e devota Marta, o beata e gloriosa ospita di Cristo, dove sei ora? con chi parli tu? O quanto è dolce e suave questo tuo sonno! Certo io mi maraviglio come tu fusti così forte, che potessi sostenere tanto rapimento [83] di mente; ma quello che ti fece sana, e che ha convertita la tua sorella, è stato quello che t’ha dato fortezza, cioè il tuo dolce sposo, ed ospite Cristo Iesu. Ma venendo l’aurora, la contemplativa e serafica Marta tornò in se medesima; e pensando quello che aveva veduto e conosciuto della divina bontade, cominciò a benedire e laudare Iddio con grande fervore, dicendo: Benedetto sia lo eterno Signore Iddio delli nostri padri, e laudato e superesaltato in secula. Sia benedetto e ringraziato l’onnipotente Iddio, creatore del cielo e dell’universo, e laudato e superesaltato in secula. Benedetto e ringraziato sia lo eterno ed altissimo Iddio, redentore e conservatore dell’umana generazione, e laudato e superesaltato in secula. Sia laudato e benedetto e ringraziato il pietoso e misericordioso Iddio, il quale ha convertito la mia carissima sorella, e laudato e sopra esaltato in seculorum secula. O voi, serafini, laudate e benedicete, e superesaltate il vostro Signore in seculorum secula. O voi cherubini, laudate e benedicete e superesaltate il vostro Signore in secula. O voi, troni, laudate e benedicete, e superesaltate il vostro Signore in secula. O voi, dominazioni, laudate e benedicete e superesaltate il vostro Signore in secula. O voi, principati, laudate il vostro Signore in secula. O voi potestate, laudate il vostro Signore in secula. O voi, arcangeli, laudate e benedicete il vostro Signore in secula. O voi, angeli e spirili beati, laudate e benedicete il vostro Signore in secula. O voi, patriarchi e profeti, laudate e benedicete il vostro Signore in secula. O sole, o luna, o stelle, o cielo, o terra, o mare, ed ogni cosa creata, laudate e benedicete il vostro Signore in seculorum secula, amen: perocchè ha convertita la mia carissima sorella, la quale era piena di tutti gli universi peccati di questo mondo. E perseverando la infervorata ed innamorata Marta in queste e simili laude di Dio, il cuore suo non era con seco, ma era congiunto con lo sposo suo eterno Iddio. O angeletta, o benedetta, o santa, o immaculata, o innocente, o gloriosa, o consolata Marta, quante nozze fai tu? Certo la sposa del mondo una sola volta fa nozze; ma la vera sposa di Cristo cento volte l’anno fa nozze grandissime alla barba tuo, mondo. E fatto il giorno, la sollecita Marta andò a trovare la sua cara sorella, la quale trovò che era levata, e che stava in orazione, tutta bagnata di lacrime. Alla quale la piangente Maddalena disse: Sorella mia, io andrei volentieri alla predica, se il nostro Signore e maestro predicasse. Alla quale Marta sollecita respuose: Sorella mia, io ho inteso che il Signore è andato in Galilea, e che oggi non predica. Ma desiderando pure la innamorata Maddalena di vedere Cristo suo maestro, disse: Non potremmo ancora noi andare in Galilea? Alla quale la prudente Marta rispuose: No, sorella mia, perocchè l’ora è tarda, e la via è lunga; ma lascia venire Lazzaro nostro fratello, e manderemolo a domandare che gli piaccia di venire domane a desinare a casa nostra in Betania, per consolazione della sua madre, e nostra.

Come le dilette sorelle Marta e Maddalena mandorono

a invitare Cristo che venisse in Betania.

Lazzaro allora non era nella cittade, ma era cavalcato duo giorni innanzi a Maddalo, castello della Maddalena. Onde stando in queste parole, Lazzaro giunse. E poi ch’ebbe inteso come la Maddalena era perfettamente convertita, n’ebbe grande consolazione. E poi ch’ebbono parlato insieme alquanto, Marta e Maddalena pregorono il suo fratello che gli piacesse di andare in Galilea ad invitare Cristo a desinare in Betania, la mattina seguente. Alle quali Lazzaro acconsentì, e andovvi, e Cristo gli respuose che era contento di andarvi. E per tanto la vergine Maria, Marta, Maddalena e Marcella andorono in Betania a casa della sollecita Marta, per apparecchiare da desinare al suo diletto sposo Iesu ed alli suoi discepoli. Onde la sollecita Marta fece [84] apparecchiare uno bellissimo [85] desinare. E la mattina, venendo Cristo in Betania, fu ricevuto dalla cerimoniosa Marta con grande allegrezza. E poi che Cristo ebbe parlato con la sua madre vergine Maria, essendo ora di desinare, andorono a tavola. Ma la innamorata Maddalena si puose a sedere alli piedi del suo maestro, appresso alli quali aveva ricevuto tanta misericordia; della quale Cristo benedetto n’aveva grande consolazione, ed a Marta sollecita si consumava il cuore di devozione, vedendo la sua sorella tanto devota ed innamorata. E avvenga che la fervente ospita Marta fosse così sollecita che sufficientemente serviva, pur nientedimeno pareva a lei che alli altri dovesse parere che non bastasse lei sola a servire a tanto signore, quanto era il figliuolo di Dio.

Come la sollecita Marta pregò Cristo

che facesse che la Maddalena l’aiutasse a ministrare.

Onde volendo pigliare un poco di piacere spirituale della sua cara sorella, disse al suo caro ospite e sposo: Signor mio, a me pare che voi non vi curiate che la mia sorella mi lasci ministrare sola; se vi piace, ditegli un poco ch’ella m’aiuti. Le quali parole sentendo la santa peccatrice, guardò fisso la sua sorella, parendogli che dovesse esser contenta ch’ella stesse alli piedi del dolce suo maestro. O innamorata Maddalena, dimmi: Hai tu paura che il Signore non li dica che tu vada ad aiutare la tua sorella? Non avere paura, ma sta allegra, perocchè il Signore ti escuserà, perocchè lui conosce che tu sei cieca nello amore. E l’allegra Marta, guardando in faccia al Signore, faceva volto da ridere, come se dicesse: Signore, vedete come la mia sorella vi ama, perocchè teme che non la scacciate dalli vostri santi piedi. Alla quale Marta Cristo rispuose dicendo: Marta, Marta, tu sei tanto sollecita che non è bisogno che nessuno ti aiuti. O amore infinito, o dolcezza smisurata, o felice gaudio! Ecco, Marta immaculata, che eziandio il tuo sposo si diletta di nominarti, e non gli basta di dire una volta Marta, ma dice: Marta Marta! O manifestissimo segno d’amore! Bene è vero, senza dubbio, quello che dice Santo Giovanni nello evangelio: Diligebat eam Jesus. Marta, agnella immaculata, veramente il tuo caro ospite e sposo ti amava dolcemente; e però ti diceva: Marta, Marta, tu sei sollecita; come se dicesse: Non è bisogno che la tua sorella ti aiuti, perocchè Maria ha eletta la meglior parte, la quale non sarà tolta a lei in eterno, cioè la vita contemplativa, la quale è significata per quella innamorata Maddalena, la quale è più perfetta che non è la vita attiva, la quale è significata per la sollecita Marta. E qui alcuni errano, volendo dire che la Maddalena fu detta da Cristo essere più perfetta che Marta, la qual cosa non è vero: perocchè Cristo (come detto è) disse la vita contemplativa essere più perfetta che l’attiva. Questo disse Cristo per dare ad intendere alla sua cara ospita Marta che la sua sorella era bene innebriata di grande amore, e che secondo che si era delettata nelli piaceri mondani e carnali, così per contrario voleva che si delettasse maggiormente nelle cose celestiale. E però volse concedere allora alla santa peccatrice la grazia della contemplazione, acciocchè per lo suo esemplo li peccatori s’inanimassino a tornare a penitenza. La qual contemplazione non fu però negata alla devota Marta; ma come si dirà più dissotto, fu singularmente dotata di essa contemplazione. E così stando la innamorata peccatrice alli santi piedi di Cristo, ascoltava diligentemente la parola di Dio, e molto la gustava. E finito il desinare Marta sollecita, e Maddalena innamorata, inginocchiate dinanzi a Cristo, lo ringraziorono sì perchè si era degnato di venire a casa loro, e sì perchè l’aveva fatte degne della sua grazia; e poi la Maddalena soggiunse dicendo: Signore e maestro mio dolcissimo, io voglio domandarvi questa grazia, e priegovi che non me la neghiate; cioè, che siate contento che io venga con l’altre donne che vengono con voi, ministrando le cose necessarie. Alla quale Cristo disse: Figliuola mia, egli è poco tempo che sei convertita: per tanto voglio che tu stia qui alquanti giorni con la tua sorella, dalla quale imparerai qualche religiositade; e poi sarò contento che facci quello che tu vorrai. Alla quale la innamorata Maddalena disse: Farò la vostra volontade, Signor mio; ma pregovi almeno che vogliate spesse volte venir qua, acciocchè vi possiamo udir parlare qualche volta. E domandata, e ricevuta la benedizione, Cristo stette alquanto con la sua santissima madre, e poi si partì.

Come poi che la Maddalena fu convertita, li suoi amadori la tentavano.

E rimanendo la santa peccatrice in casa della sollecita Marta, si stette alquanto con la vergine Maria, la quale gli mostrava grande familiaritade e dimestichezza, e con tutto il suo potere gli insegnava La via di seguitare Iddio. Ma li amadori e adulteri per la santa peccatrice, vedendo che avevano perduta la sua amante, venivano, e circundavano la casa con suoni e canti dilettevoli, per provocare la Maddalena penitente al mal fare. Della qual cosa avvedendosi la sollecita Marta, mandò alquanti uomini [86] per pigliare quelli adulteri, li quali accorgendosene si partirono, e mai più vi tornorono. E poi che comprendettono che la innamorata Maddalena era veramente convertita, molti di loro tornorono a penitenza. Ma Cristo andava per le cittadi e castella predicando e facendo di molti miracoli. E quando predicava in Ierusalem, ovvero quivi appresso, le sue dilette figliuole e spose Marta e Maddalena andavano insieme con la vergine Maria.

Come la innamorata Marta riceveva e serviva alli infermi,

ammaestrandogli nella fede, e come gli faceva sanare da Cristo,

e come alcuna volta ancora lei ne sanava molti nel nome di Cristo.

Ed in quel tempo che il Signore si dilungava [87] per andare predicando, la fervente e caritativa Marta essendo quasi una fattrice [88] e madre delli poveri, secondo che Cristo le aveva imposto, mai non si stava oziosa, ma sempre operava alcuna cosa; massimamente si occupava circa alli poveri tribulati ed infermi, confortandogli, e sovvenendogli delle cose neccessarie, e predicando a essi la fede di Iesu Cristo. Onde gli consolava e dell’anima e del corpo, e molti infermi mandava a Cristo, ammaestrandogli come dovessino con fede e con reverenza domandare misericordia. Onde essi infermi così ammaestrati andavano a Iesu Cristo da parte di essa caritativa ospita Marta, domandandogli misericordia con fede e con umilitade, e il nostro Signore Iesu gli riceveva con allegrezza, e tutti gli sanava. E rallegravasi molto Iesu Cristo della sua benedetta figliuola Marta, vedendola così ferventemente adoperare. E gl’infermi tornavano alla fervente Marta sanati del corpo e dell’anima, ringraziandola con molta reverenza; ma essa Marta non voleva questo; ma gl’induceva che dovessino ringraziare Cristo Iesu. Riempieva essa Marta la sua casa d’infermi e di poveri e di tribulati, e a tutti serviva e faceva servire di ciò che gli bisognava. E quando sentiva che Cristo dovesse andare a casa sua, Marta sollecitamente visitava gl’infermi, ed ammaestravagli che quando Cristo venisse, con fede gridassero tutti: Misericordia, misericordia. Onde entrando Iesu Cristo [89] in casa, tutti gl’infermi gridavano misericordia, secondo che erano stati ammaestrati dalla caritativa Marta, aspettando con devozione di ricevere la grazia del dolce Iesu Cristo, e Cristo diceva a essi: Levate suso e state sani, e andate a cercare il regno del cielo. E incontinente quelli si levavano sani e salvi dell’anima e del corpo, e si gettavano alli piedi del pietoso Iesu, domandando la benedizione. E dipoi Iesu stava con Maria e con Maddalena e con Lazzaro e li discepoli insieme, e pigliava quel cibo e quel riposo che gli pareva, e poi si partiva. E Marta sollecita di acquistare anime a Dio, andava pur cercando di empiere la casa sua di poveri infermi, e poi che l’aveva ben piena, li confortava a pazienza, servendogli diligentemente, ed ammaestrandogli che portassino la infermitade volentieri e con pazienza, per infino a tanto che venisse il vero medico Iesu Cristo. Onde essi infermi umilmente ricevevano gli ammaestramenti della fervente Marta, aspettando con fede e devozione la grazia della sanitade. E così gli addiveniva, perocchè, come Cristo veniva, sanava tutti quanti quelli che vi ritrovava. E questo facendo Marta molte volte, la fama si sparse per tutta la Giudea. Onde molti infermi di diverse infermitadi, e ricchi e poveri, e maschi e femine venivano a casa della sollecita Marta; e quelli che non potevano venire, si facevano portare, essendo essi certi che Cristo dovesse pur quivi venire [90]. Onde alcuna volta ve ne trovava tanti, che non potevano tutti alloggiare in casa di Marta; perocchè l’abitazione non era tanto grande; onde era bisogno che li vicini gli alloggiassi, li quali lo facevano volentieri per amore di Cristo, indutti dallo esemplo della fervente Marta. E per tanto addivenne che tutta la Betania era quasi uno ospitale; e quando veniva Cristo, vero medico delle anime e delli corpi, la fervente e sollecita Marta si gettava alli suoi piedi, pregandolo con devotissime lacrime che sanasse essi infermi, ed essi tutti ad una voce, quando entrava dentro in casa, gridavano: Abbi misericordia di noi, figliuolo di David; e Iesu Cristo pietoso, per amore della sua nobilissima ospita, tutti gli sanava e del corpo e dell’anima; onde si sgombrava la casa e il castello. Alcuna volta partendosi Cristo per più giorni, accadeva di venire alcuni infermi, che non potevano aspettare che Cristo venisse: e per tanto la fedelissima Marta con grande fervore gli benediceva da parte del suo nobilissimo sposo, ed ospite Cristo, e rimanevano sani e salvi. E alcuna altra volta andava alla statua, o vero imagine che lei aveva fatta fare e posta nel suo giardino, e pigliava delle erbe, e toccava la fimbria, e poi toccando con esse gl’infermi gli sanava perfettamente. O gloriosa Marta, chi era tribolato, che con lui tu non fussi tribolata? Chi era infermo, che con lui tu non fussi inferma? Chi era povero, che con lui tu non fussi povera per compassione o per amore? O benedetta, o caritativa, o fedelissima, o nobilissima ospita di Cristo Marta, madre pietosa delli poveri tribulati: certamente tu fusti la più graziosa e pietosa ed abbondante donna del mondo nelle opere della misericordia, e mai non si trovò la simile. E più eri ancora nel desiderio che nelle opere; perocchè molto più desideravi di fare, che non era a te possibile per la tua grande caritade; perocchè ti pareva esser tanto obbligata a Dio ed al suo figliuolo Iesu Cristo, mandato in questo mondo per redimere l’umana natura solo per sua cortesia o grazia, che quello che tu facevi, ti pareva niente. O che cosa devota era vedere andare la sollecita Marta con tanta caritade e fervore ed amore, a servire, confortare ed ammaestrare tutti quelli infermi, che pur a pensarlo ci doveremmo infervorare di fare il simile! Certamente, gloriosa Marta, tu fusti il gonfalone di tutta la vita attiva nella santa madre chiesa delli Cristiani. Or non sei tu stata via ed esemplo a tutti li perfetti attivi? A te dunque, sollecita Marta, è dato il gonfalone e il nome principale di questo principio, e ben ti si conveniva, perocchè più delli altri hai operato, e però li Santi dicono che per Marta s’intende la vita attiva. Or fu mai niuno che si partisse dal mondo e andasse a fare penitenza, che in prima non gli convenisse appresentarsi sotto questo gonfalone? Certo no. Onde eziandio essa vergine Maria di se medesima diceva, che se doveva avere alcune consolazioni spirituali, gli bisognava che s’affaticasse. E questo fu la cagione che la Maddalena incontinente, poi che fu convertita, incominciò a digiunare, a vegghiare, disciplinare, e fare strazio del suo corpo, acciocchè in prima fusse Marta, e poi Maria, alla quale non fusse mai tolta la ottima parte, cioè la vita contemplativa. Certamente adunque la vita contemplativa è sotto il gonfalone della vita attiva. Passò mai, o può passare niuno alla contemplazione di Dio, che in prima non si convenga passare e rappresentarsi a Marta, cioè alla vita attiva? Certo no. È adunque convenevole che a Marta si convenga il gonfalone della vita attiva, perocchè la sollecita Marta fu la più perfetta donna in vita attiva, che mai si trovasse. La vergine Maria fu nel desiderio più di lei; ma nelle opere di fuori non tanto, perocchè fu povera nelle cose temporali, e poi era tutta contemplativa, e Marta era tutta pietosa e desiderosa di tutte le buone operazioni, perocchè vedeva che tanto piaceva a Cristo il sovvenire al prossimo per lo amore di Dio. E Cristo l’aveva eletta per esemplo del mondo; imperocchè quando Marta serviva alli poveri ed alli infermi, e vestiva li nudi, e faceva altre opere della misericordia, gli pareva farlo propriamente a Cristo, ricordandosi delle parole che lui aveva detto: Quando voi servite a uno povero, voi lo fate alla mia persona. E però la sollecita Marta avendo continuamente nel suo cuore queste parole, faceva l’opere della misericordia, come se sempre vedesse Cristo, giorno e notte pensando come più e meglio potesse fare, e ancora far fare queste opere della misericordia. Sicchè senza cagione non gli è dato questo gonfalone e questo titolo nella santa madre Chiesa. O adunque pietosa e caritativa Marta, certo se la tua vita attiva non fusse stata, la tua sorella diletta Maddalena, la quale significa la vita contemplativa, nè ancora Lazzaro tuo fratello, non sarebbono convertiti, perocchè tu fusti cagione della loro salute. O quanto ti dovevano amare! perocchè eri stata la prima, la quale fusti illuminata della vera fede e caritade, e poi gli fusti buona procuratrice per la salute della loro sanitade [91] e del corpo e dell’anima; perocchè per tuo mezzo ricevetteno il vero lume della vera fede di Iesu Cristo. Era adunque la sollecita Marta singularmente amata da Cristo, e però gli faceva tante grazie. Onde molti uomini e donne si raccomandavano a lei, e lei gli raccomandava a Iesu Cristo, e lui a essi donava sanitade e la sua grazia, mediante li prieghi della sua cara ospita Marta.

Come Lazzaro e Marta e Maddalena, poi ch’ebbono

 udita la predica, deliberarono di consigliarsi con Cristo.

Quando Cristo predicava in Ierusalem, o quivi appresso, la ferventissima Marta, e la innamorata Maddalena andavano sempre alla sua predica. Onde una volta tra l’altre Cristo predicò, che chi amava più il padre e la madre e li figliuoli, e il marito, e la moglie o vero possessioni, che lui, non era degno di lui. Ed ancora chi non aveva in odio tutti li parenti e la roba ed eziandio l’anima sua, non poteva esser suo discepolo. E ancora chi abbandonava il padre e la madre, figliuoli, fratelli, sorelle, il marito la moglie e possessioni per lo nome suo, riceverà cento tanti, e vita eterna possederà. Ed eziandio chi voleva esser perfetto andasse e vendesse ogni cosa che lui avesse, e sì lo desse alli poveri, e seguitasse lui. Udendo queste cose li gloriosi santi Maddalena, Marta e Lazzaro, infervorati nel suo cuore, desideravano d’essere perfetti discepoli del loro maestro Cristo, e pensavano ciascheduno nel suo cuore quello che dovessino fare. Onde, finita la predica, tornando tutti e tre a casa insieme, con la vergine Maria, cominciorono a conferire insieme della predica che avevano udita. E domandando consiglio alla vergine Maria che dovessino fare, gli respuose dicendogli: Figliuoli miei, voi dovete aspettare che il mio figliuolo, vostro maestro, venga a casa vostra, e piglierete il consiglio da lui. E così deliberorono. E per tanto desideravano del continuo che il Signore venisse alla loro casa, acciocchè lo potessino vedere e parlargli e consigliarsi con lui, che dovessino fare delle ricchezze che essi avevano, avvenga che già la caritativa Marta avesse speso di molta roba e molti danari circa alli poveri ed infermi, tanto che quasi non gli era rimaso altro che le abitazioni e possessioni, sopra le quali aveva fatto molti debiti.

Come Marta sollecitamente serviva a Cristo,

e come conservava del pane e del vino che Cristo toccava.

Ma Iesu Cristo, al quale era noto ogni cosa, volendo consolare quella benedetta famiglia, tornò quella sera medesima in Betania; ed entrando nel castello, alcuni poveri che erano quivi corsono presto a dirlo alla loro madre Marta, per fargli cosa grata. Allora la fervente Marta domandando la santa peccatrice Maddalena, corseno fuori di casa insieme con Lazzaro e con molti altri, e con grandissima allegrezza si misseno ginocchioni alli piedi del loro diletto maestro, con molta reverenza, e Cristo gli ricevette allegramente, e dette ad essi la sua pace. E levandosi suso di terra, entrorono in casa con lui e con li suoi discepoli; e in prima (secondo che era usato), andò a visitare li poveri infermi che erano in casa, e benedicendogli, tutti gli fece sani e salvi, e fece dare ad essi elemosina dalla fervente Marta, e tutti consolati si partirono. E fatto questo, la sollecita Marta andò per serrare la porta, acciocchè potesse meglio stare col suo nobilissimo ospite Cristo. Alla quale trovò molte persone, le quali la pregorono che facesse che parlassino a Cristo, e che gli raccomandasse a lui. Ma lei come prudente e desiderosa di stare con Cristo, respuose a essi che lui era occupato per quella sera; ma disse che venisseno la mattina, che gli farebbe avere la grazia: onde rimaseno contenti, e lei serrò la porta. E andando poi Marta, fece portare dell’acqua e lavare li piedi a Cristo e alli discepoli. Onde Lazzaro con alquanti di quelli di casa lavava li piedi a Cristo e alli discepoli, e Marta e Maddalena innamorata stavano ginocchioni tenendo li panni, desiderando sempre di poter fare ancora essi il simile. Ed essendo apparecchiata la cena, poi che fu un poco riposato, disse la sollecita Marta a Cristo: Signor mio, egli è apparecchiato ogni cosa, tempo è da cenare. Onde Cristo levandosi con li discepoli e con la sua santissima madre, andossene nella sala dove avevano apparecchiato, e pigliando Lazzaro il bacino, dava l’acqua a Cristo per lavarsi le mani, e la fervente Marta pigliando un altro bacino, dava dell’acqua alla sua madre; ma la innamorata Maddalena porgeva la tovaglia per asciugarsi a Cristo ed alla sua madre, e questo facevano con grandissima reverenza, amore e devozione. E fatta la benedizione, si misero a sedere; e Cristo fece sedere appresso di se la sua santisima Madre, cioè dalla mano destra, Lazzaro dall’altra parte, e poi tutti gli altri discepoli ordinatamente; ma la santa ed innamorata peccatrice Maddalena pigliando li bicchieri, o vero tazze [92] poneva del vino a Cristo ed alla sua madre, e poi del pane, e poi si poneva alli piedi suoi, secondo la sua usanza. Ma la sollecita e fervente Marta, andando alla cucina, faceva portare fuori della vettovaglia, e veniva dinanzi alli servidori tutta vestita e ornata di panni bianchissimi, come vera sposa e donzella del vero agnello immaculato Cristo benedetto. E pigliando le minestre [93] le poneva innanzi al suo Signore ed alla sua madonna con grandissima devozione e riverenza; e poi agli altri discepoli molto sollecitamente, con tanta onestade ed allegrezza, che sarebbe impossibile a dire. Onde Cristo e la sua madre e li discepoli la contemplavano con molta ammirazione, avendo grandissimo piacere della loro sollecitudine e devozione. O anima mia, contempla un poco, e vedi questa gloriosa dapifera [94] Marta stare dinanzi al Signore [95], ed al re di vita eterna, con la regina degli angeli, e con li Senatori di Ierusalem superno, con una faccia serafica, vestita d’ogni onestade, tenendo il tagliere nella mano sinistra pieno di diverse vivande, e nella mano diritta il coltello per ponere dove mancasse. Pensa, anima mia diletta, che consolazione, che gaudio, e che giubilo sentivano nel cuore le dilette spose Marta e Maddalena, stando in presenza dello sposo delle loro anime. Io credo che non si potevano saziare di guardare in quella faccia divina; e se pur per riverenza si ritraevano [96] dalla faccia di Cristo, si tornavano alla faccia della regina degli angeli vergine Maria, sua reverendissima maestra. O benedette, o gloriose, o mirifiche [97] spose di Cristo Marta e Maddalena, certamente io mi maraviglio che il vostro cuore non si struggesse [98] per amore, e crepasse per dolcezza, contemplando il sole della faccia di Cristo, e la luna, cioè la faccia della vergine Maria. Io penso che queste innamorate figliuole di Cristo, Marta e Maddalena, conservassino del pane che toccava Cristo, e similmente del vino, massimamente la caritativa Marta, la quale [99] credo che come Cristo aveva innanzi la scodella, e messovi drento il pane, gliela levasse, ponendone un’altra; e similmente, come aveva gustato un poco di vino, levandogli il bicchieri, o vero tazza, lo votava, riponendo dell’altro fresco: il quale pane e vino ella conservava, e per sua devozione ne mangiava e beeva, e del quale pane e vino molti infermi ella sanava. E molte persone devote, poi che Cristo era partito, venivano alla caritativa e sollecita Marta, e domandavano di quel pane o vino, o vero qualche altra cosa che avesse toccato Cristo; e lei a tutti ne dava, confortandogli nella fede di esso Cristo, suo caro ospite.

Come la sollecita Marta, e la innamorata Maddalena, e il devoto

Lazzaro domandorono consiglio a Cristo che dovessino fare della loro roba.

E fatta la cena, e rendute le grazie, dopo il parlare mellifluo delle cose divine, la sollecita e fervente Marta disse a Cristo: Maestro e Signore nostro, mio fratello e mia sorella, ed io insieme con essi abbiamo grande desiderio di parlare con voi d’alcune nostre faccende. Alla quale [100] Cristo disse che era contento. E separandosi dalli suoi discepoli entrò in una camera con la sua madre, Lazzaro, Marta e Maddalena, e puosesi a sedere lui e sua madre; ma Lazzaro e Marta e Maddalena si misseno ginocchioni dinanzi ad essi, e con grandissima umilitade e reverenza disseno a Cristo: Signore nostro, come voi sapete, noi abbiamo di molte ricchezze e possessioni e abitazioni [101], pertanto vi preghiamo che vi piaccia di consigliarci quello che noi ne dobbiamo fare, secondo che è beneplacito del nostro Padre celestiale: noi siamo disposti a fare ciò che ci comanderete, e adempiere li vostri comandamenti a tutto nostro potere [102]. Alli quali Cristo, con la sua divina faccia tutta allegra, respondendo disse: Figliuolo e figliuole mie dilette: voi m’avete udito [103] predicare come è bisogno che renunziate a ogni cosa, se dovete essere miei discepoli, e ancora che per uno che ne lasciate ne riceverete cento. Per tanto, figliuoli miei, io voglio [104] che voi vendiate ogni cosa e distribuite alli poveri; e voglio che renunziate alla signoria; e poi che andiate al castello di Maddalena e che vendiate ogni cosa, e il prezzo che vi resterà lo portiate a Marta, acciocchè ella lo dispensi alli poveri. E fatto questo, voglio che vendiate qui in Betania, se tempo ci sarà, ma sono certo che tempo non ci sarà, come presto conoscerete; pur col tempo lo farete. Il quale santo consiglio e comandamento molto piacque a tutti a tre, e con grandissima allegrezza ringranziandolo disseno: Sarà fatta la vostra santissima volontade. E dopo molte altre parole dette e resposte, Cristo, pigliando licenza, andò con Lazzaro e con li discepoli nel monte Oliveto, secondo la sua consuetudine. E penso che la sollecita Marta e Maddalena rimanessino con la vergine Maria, parlando sempre del suo dolce maestro. E poi che furono stati alquanto in orazione, andorono a riposarsi.

Come Lazzaro lasciò la signoria, e come puose in vendita ogni cosa,

e come andò a Maddalo con la Maddalena per vendere ogni cosa.

E la mattina seguente Cristo disse [105] a Lazzaro: Or va, figliuolo mio, e fa presto quello che io t’ho detto, perocchè il tempo ti mancherà. Al quale Lazzaro s’inginocchiò, e accettando la pace e la benedizione da Cristo, se n’andò in Ierusalem, e renunziò alla [106] signoria, e ad ogni dignitade mondana, e poi vendette tutte le sue possessioni ed abitazioni [107]. E tornando in Betania narrò ogni cosa alla vergine Maria e alle sue dilette sorelle, e poi disse alla innamorata [108] Maddalena: Sorella mia, saria buono che andassimo a Maddalo, e che vendessimo ogni cosa, secondo che ha consigliato il nostro maestro. Al quale la innamorata Maddalena respuose: Fratello mio dolcissimo, io te ne priego, e, quanto più presto, più sono contenta, avvisandoti che mi pare cento anni che io sia libera da queste cose mondane, acciocchè io sia vera discepola del mio amantissimo maestro Cristo. Alla quale Lazzaro disse: Andiamo, sorella mia. E presa la benedizione dalla vergine Maria, e licenza da Marta, andorono a Maddalo, castello di Maria Maddalena, e venderono tutto quello che poterono; e poi liberorono tutti li loro poveri debitori, e li schiavi misseno in libertade, donando ad essi grande [109] elemosine, e alli loro massari donorono tutti li loro debiti, facendo a essi molte elemosine. E poi costituirono alcuni fattori e messi, che vendessino ogni cosa che era restato, cioè le possessioni ed abitazioni, e ordinorono che il prezzo portassino a Marta in Betania. E fatto questo, tornorono in Betania tutti allegri e giocondi, portando con loro molti danari, oro e argento e altre cose, che non avevano potuto vendere, e presentorono ogni cosa alla fervente Marta, pregandola che con sollecitudine le desse alli poveri, e sovvenisse alli infermi, pagando prima li loro debiti, che avevano fatti per sovvenire alli poveri e infermi. Onde la caritativa Marta, accettandogli, si studiò con prestezza [110] di adempiere al comandamento del suo maestro Cristo. Ma dopo alcuni giorni, vedendo li Giudei che Cristo faceva tante grandi cose, e che tutto il popolo l’aveva in grande reverenza, cominciorono ad averlo in odio, ed a poco a poco crescette tanto la loro malizia e invidia, che già pubblicamente lo perseguitavano. Onde molte volte lo volleno riprendere [111] del suo parlare; alcune altre volte lo volleno pigliare, ed alcune altre volte lo volleno lapidare. Ma volendo Cristo dare luogo alla ira, andò di là dal fiume Giordano, dove santo Giovanni Battista era stato a battezzare e a fare penitenza, e quivi stette alcuni giorni con li suoi discepoli, li quali ammaestrava del regno celestiale. E perchè [112] la vergine Maria era stata alquanti giorni con la sollecita e fervente Marta, e con la innamorata e santa Maddalena, udendo le sue sorelle Maria Iacobi, e Maria Cleofe che Cristo era perseguitato e odiato dalli Giudei, vennono in Betania a narrare alla vergine Maria, e a Maria, e a Maddalena simil cosa [113], cioè come il suo dolce figliuolo e maestro e padre era odiato. E dopo molti pianti e sospiri che feciono insieme, condusseno la vergine Maria in Ierusalem, acciocchè la consolassino, ed acciocchè vedessino di fargli qualche provvedimento: alla quale la sollecita Marta mandava ogni giorno delle sue sustanze, come faceva a Cristo. Ma perchè il tempo della morte di Lazzaro e della passione di Cristo s’approssimava, li gloriosi santi Lazzaro e Marta e Maddalena non poterono vendere se non poco delle sue cose; ma dopo l’assunzione venderono ogni cosa, distribuendo alli poveri.

Come le innamorate ospite Marta e Maddalena mandorono

a dire a Cristo come il suo fratello era infermo, e come fu resuscitato.

Et in questo mezzo Lazzaro fratello di Marta e di Maddalena cadette in gravissima infermitade; e vedendo le sue dilette sorelle che fortemente si aggravava, mandorono uno messo a Iesu Cristo, il quale gli dicesse [114] come Lazzaro, da lui tanto amato, era gravemente infermo. O fedelissime spose, o benedette discepole, o innebriate e pazze d’amore! a voi bastava [115] di notificare allo amico e sposo vostro come il vostro fratello era [116] infermo. Ma perchè, dilette spose, non pregavate che volesse venire a visitarlo e sanarlo? Perocchè noi sappiamo che al vero amico basta notificare la necessitade, e lui sa poi quello che ha a fare. Noi sappiamo che Cristo sa quello che debbe essere delli fatti suoi, e sappiamo che ama e noi e il nostro fratello, avvenga che noi ne siamo indegne. O fedeltade grande, o speranza certa, o amore immenso! Quello che tu ami è infermo. Al quale messo Cristo respuose: Questa infermitade non è alla [117] morte; ma acciocchè il figliuolo di Dio sia glorificato. Perocchè esso Cristo sapeva bene quello che doveva fare; e però si fermò quivi due giorni, e poi disse alli discepoli: Lazzaro amico nostro dorme, andiamo a destarlo. Al quale li discepoli respuoseno: Signore, se lui dorme sarà salvo. Alli quali Cristo disse apertamente: Figliuoli miei, Lazzaro amico nostro è morto; ma andiamo a resuscitarlo. E poi soggiunse dicendo: Io ho grande allegrezza per voi, acciocchè crediate che io non ero qui. Come se dicesse: Io son figliuolo di Dio, al quale è manifesto ogni cosa. E poi disse: Or andiamo, e vedrete la gloria del Figliuol di Dio. E andando Cristo con li suoi discepoli, vennono appresso a Betania, e quivi gli fu detto come Lazzaro era morto e sepolto già quattro giorni passati. Per la qual cosa Cristo si fermò un poco, e predicò alli discepoli delle pene dell’inferno e del purgatorio; e per la morte di Lazzaro molti Giudei erano venuti in Betania per consolare Maddalena e Marta, sue sorelle. Onde la Maddalena piangeva in casa, e li Giudei la confortavano. Ma la sollecita Marta trovandosi di fuori, gli fu detto come Cristo veniva: la quale presto si misse ad andargli incontro senza dire altro. E pervenendo dove era lo sposo dell’anima sua Cristo benedetto, inginocchiandosi con grande reverenza ed umiltade, disse: Signor mio, se tu fussi stato qui, il mio fratello non sarebbe morto; ma io spero che quello che tu domanderai a Dio, ti sarà dato. Come se dicesse: Se tu vuoi, lo puoi resuscitare. O fedelissima Marta, chi ti ha donato tanta fede? Certo il tuo sposo. Alla quale Cristo respuose: Figliuola mia, e ospita mia cara, sappi che il tuo fratello resusciterà. Al quale Marta disse, tentando di farlo dire ciò che lui aveva in intenzione di fare: Signore, io so bene che resusciterà nel giorno del giudicio universale. Alla quale Cristo disse: Marta, ospita mia cara, io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, ancora se fusse morto, viverà; e tutti quelli che vivono e credono in me, non morranno in eterno. Credi tu questo? Al quale la fedelissima Marta disse: Signor mio, io lo credo, perocchè tu sei Cristo figliuolo di Dio vivo, il quale sei venuto in questo mondo per redimere l’umana generazione. O Marta fedelissima, o nobilissima ospita di Cristo, o contemplativa, o innamorata, o benedetta e gloriosa Marta, dove hai saputo che Cristo sia figliuolo di Dio? Chi te l'ha insegnalo? Chi t’ha ammaestrata di dire che Cristo sia figliuolo di Dio vivo? Certo, fedelissima Marta, egli è stato esso figliuolo di Dio, il quale ha aperti gli occhi del tuo intelletto, ed ha fatto conoscere che Cristo è figliuolo di Dio vivo. O gloriosa Marta, quanta dolcezza sentiva il tuo cuore, quando tu dicevi: Sei Cristo, figliuolo di Dio vivo! Certo io credo che ti smarrissi per lo amore, il quale era in te senza misura. Alla quale il dolce sposo dell’anima sua disse: Marta, figliuola mia, va e domanda la tua cara sorella. Allora la obbediente Marta, levandosi suso, andò a domandare la sua sorella Maddalena. Onde entrando in casa, la trovò in mezzo di molti Giudei piangere il suo fratello; alla quale l’angeletta Marta gli misse la bocca appresso alle orecchie e disse: Il nostro dolce maestro è venuto e domandati. E come la innamorata Maddalena intese che il suo maestro era venuto, e che la domandava, levandosi presto andò dove era Cristo. Onde vedendola li Giudei, che erano con lei per consolarla, che andava così presto, dicevano: Ella va al monumento a piangere, e però gli andorono drieto. E pervenendo Marta e Maddalena dinanzi al suo dolce maestro s’inginocchiorono in terra con lacrime, dicendo: Signor nostro, se voi fussi stato qui, il nostro fratello non sarebbe morto. Le quali Cristo vedendole così piangere, non si potette contenere che non piangesse e lacrimasse. E però li Giudei mormorando dicevano: Ecco come lo amava; non poteva fare costui, che ha aperti gli occhi del cieco nato, che Lazzaro non morisse? E poi Cristo disse alle sue dilette ospite Marta e Maddalena: Dove l’avete voi posto? Al quale rispuoseno: Signore, venitelo a vedere. E pervenendo al sepolcro, Cristo si turbò nello spirito e pianse, vedendo piangere la Maddalena e gli altri Giudei. E poi disse: Togliete via la pietra della sepultura. Al quale la fervente Marta disse: Signore e’ debbe già puzzare, perocchè sono quattro giorni che lui è sepellito. Alla quale Cristo disse: Marta, non t’ho io detto che se tu credi, tu vedrai la gloria di Dio? E poi fremendo fra se medesimo, sospirò, e levò la mente e gli occhi al padre con lacrime dicendo: Padre mio, clarifica il tuo figliuolo: io so bene che sempre tu m’hai esaudito; ma quello che io dico, lo dico per li circunstanti, acciocchè essi credino che tu m’hai mandato. Ed essendo levata la pietra della sepultura, gridò con grandissima voce, dicendo: Lazzaro, vieni fuora. O grande stupore, o ammirazione stupenda, o omnipotenza di Dio infinita! Incontinente che Cristo ebbe detto: Vieni fuora, quello che era morto diventò vivo. E poi comandò Cristo agli Apostoli che lo sciogliessino [118] e lasciassino andare, ed esso Cristo si partì. Ma allora le fervente ed innamorate spose di Cristo Marta e Maddalena, cominciorono ad alta voce a piangere e lacrimare molto, più per stupore e dolcezza e ammirazione della resurrezione del suo fratello, che non avevano pianto per la sua [119] morte. Onde senza misura crescette l’amore e la fede che avevano al suo dolce maestro, onde non potevano stare senza lui, e però lo seguitavano dove andava, e ministravano le cose necessarie alla umana natura. E massimamente la innamorata Maddalena seguitava Iesu Cristo, perocchè era [120] innamorata e piena di fervore, e non era ammirazione a nessuno di vedere che lei seguitasse il sua dolce sposo, perocchè era stata grande peccatrice. Ma la innocente Marta, perocchè era vergine, e non era usanza, non che condecente, che seguitasse Cristo, per non dare da dire alla gente, di volontade del suo caro ospite e maestro, si stava pur a casa con la vergine Maria, alla quale sempre faceva compagnia dove voleva andare, ed ogni giorno mandava delle sue cose, là dove sapeva che il suo sposo e caro ospite fusse. O benedette spose di Dio, quanta grazia ha fatta a voi l’onnipotente Iddio! Veramente io credo, e son certo, che in tutta quanta la Giudea, non fusse le simili di voi.

Come Lazzaro fu menato a casa, e di molte parole che lui disse dello inferno.

E dappoi che fu sciolto, il resuscitato Lazzaro, lui con le sue sorelle e con li Giudei, che erano con lui, andorono a casa, avvenga che non fussino molto lontani [121]. E poi che la sollecita Marta e Maddalena, lacrimando e piangendo, ebbono lavato e vestito il suo caro fratello, gli apparecchiorono da desinare: e poi che fa alquanto confortato, la fervente Marta lo domandò delle cose dell’altro mondo. E dopo molte lacrime lui cominciò a parlare, in presenza delli Giudei e di tutte le donne di casa, dicendo come e quanto erano terribili le pene dello inferno, e come era il vermo della conscienza che sempre rode; e come vi sono tenebre palpabile ed oscure; e come li dannati sono flagellati e battuti; come v’è grande freddo, e grande caldo e fuoco; come li demonii sono asperi da vedere; e che non è supplicio così terribile, che la creatura non sopportasse [122] più presto, che guardare pur un poco [123] uno demonio, tanto è terribile da vedere; e come v’ è ogni puzza e ogni fetore intollerabile, pianto, stridore di denti, ed ogni confusione. E concludendo con lacrime e sospiri disse: A creatura umana non è possibile a dirne delle mille parti una di quelle pene che vi sono. E voltandosi verso la sua sorella Maddalena disse: O sorella mia, sappi che tutte queste pene dello inferno erano a te apparecchiate; ma perchè hai fatto penitenza, ed hai pianto il tuo peccato, Iddio t’ha apparecchiato grandissimi premii in vita eterna. Al quale Maddalena con molte lacrime e sospiri disse: Iddio e la sorella mia Marta ne siano laudate e ringraziate [124]. Ma la umile Marta disse: Iddio è operatore e datore d’ogni bene. E alcuni delli Giudei disseno a Lazzaro: Dimmi, hai tu potuto comprendere o conoscere certamente chi sia questo Cristo, che t’ha resuscitato, e onde abbia tanta possanza? Alli quali respondendo disse: Di questo non dubitate niente, ma siate certi che questo Iesu Cristo è figliuolo di Dio vivo, ed ha possanza in cielo e in terra e nello inferno. Avvisandovi come li nostri santi Padri, cioè Abraam, Isaac e Iacob, e tutti gli altri che sono nel limbo, lo conoscono, ed hanno ferma credenza [125] che lui gli debba aprire le porte del paradiso. E come io giunsi nel limbo, tutti mi furono d’intorno, domandandomi delle sue opere. Ed io narrando a essi come lui faceva innumerabili miracoli, e come e quali modi teneva, e della sua dottrina, tutti cominciorono a fare grande allegrezza, allegando a [126] essi la scrittura santa in testimonio di lui. Ma santo Giovanni Battista, avvenga che già gli avesse detto come era Cristo, cominciò di nuovo, e disse: Sappiate, e non dubitate niente, santissimi Padri miei, come questo Iesu è verissimo figliuolo di Dio; avvisandovi che innanzi che lui nascesse io lo conobbi, e me santificò nel ventre della mia madre, essendo ancora lui nel sacratissimo ventre della gloriosa vergine Maria. E poi quando io lo battezzai, viddi descendere lo Spirito Santo sopra il capo suo in spezie di colomba, secondo che il nostro Iddio eterno m’aveva detto, perocchè, comandandomi che dovessi battezzare, mi disse: Sopra quello che vedrai descendere lo Spirito Santo mio, quello è quello che toglie li peccati del mondo; e pertanto avendo io veduto sopra il capo di Cristo lo Spirito Santo in spezie di colomba, ed avendo sentito la voce paterna dicendo: Questo è il mio figliuol diletto, a lui date audienza; io gridai predicando alli popoli: Ecco l’agnello di Dio, ecco quello che toglie e purga li peccati del mondo. Ed ancora gli diceva: Nel mezzo di voi è uno, il quale io conosco; ma voi non lo conoscete, il quale debbe venire dopo me: questo è quello che battezza in Spirito Santo. E poi, essendo in prigione, gli mandai duo delli miei discepoli per sapere la certezza chi lui fusse, e fui certificato da lui, come lui era vero figliuolo di Dio. Pertanto, santissimi Padri miei, stiamo allegri, perocchè presto saremo liberati di questa carcere. Per le quali parole tutti li santi Padri facevano grande festa e allegrezza; ma li demonii ne avevano grande dolore e paura, e non potevano resistere a quello che lui voleva: avvisandoti che quando lui gridò: Lazzaro vieni fuori, li demonii mi volleno per forza tenere, ma non potettono. Pertanto credi [127] fermamente e non dubitare niente che quello è figliuolo di Dio vivo ed eterno, e verrà a giudicare li vivi e li morti. E narrando Lazzaro queste e molte altre cose, che sarebbono [128] lungo a dire, sempre lacrimava e piangeva e incitava gli altri a piangere. E poi che fu sera, li Giudei, che erano venuti per consolare le dilette sorelle Marta e Maddalena, ritornorono in Ierusalem e narrorono tutte queste parole alli pontefici, li quali infiammati cercavano di far morire Lazzaro, perocchè predicava Cristo essere figliuolo di Dio vivo; ma Cristo per alquanti giorni si partì [129], e andò fuori della Giudea.

Come l’angeletta Marta stava in compagnia della vergine Maria.

Ma l’angeletta e innocente Marta (come è detto) si stava pur con la gloriosa vergine Maria in casa, servendola con somma reverenza, e dandosi alla devozione: e la vergine Maria molto conferiva e parlava con lei, narrandogli tutte le sue orazioni e devozioni [130]. O Marta gloriosa, o innamorata Marta, o felice e beata Marta, quanto sei esaltata! Non ti bastò d’essere cara ospita del figliuol di Dio, e delli suoi discepoli, ma ancora sei fatta secretaria della gloriosa Regina delli angeli. Deh, dimmi, fervente Marta, per quello amore che tu porti al tuo caro ospite e sposo, quanta consolazione avevi, quando tu stavi a parlare con la Regina di vita eterna, e quando ella poneva la sua santissima e melliflua bocca appresso alla tua, volendoti dire qualche cosa secreta e piano, che gli altri non sentissino? Certo io penso, innocente Marta, che tu ti consumassi di dolcezza, e che il tuo cuore si disfacesse come cera. E penso che quando tu volevi avere qualche consolazione spirituale, [131] tu t’inginocchiavi dinanzi a essa Regina di vita eterna, e contemplavi quella sua faccia gloriosa, della quale li raggi grandissimi risplendevano. E penso che tutta la tua casa, sollecita Marta, rendesse grande odore suavissimo eziandio a quelli che erano di fuori, il quale descendeva dalla grande fragranza delle virtudi della gloriosa vergine Maria, e delli tuoi. Certo io penso, immaculata Marta, che giorno e notte non pensavi altro se non come tu potessi fare cosa che piacesse a Cristo, ed alla sua madre vergine Maria. O quante volte andavi con la vergine Maria a quella imagine del tuo sposo, che tu avevi fatta e posta nel tuo giardino, a contemplare il tuo dolce Iesu. O quante volte tu l’abbracciavi e baciavi, e lacrimavi per dolcezza del tuo caro Iesu!

Come la innamorata Maddalena seguitava Cristo.

Ma la innamorata Maddalena seguitava Cristo, e ogni giorno n’andava a casa della sua sorella Marta ad annunziargli come stava Cristo, e dove fusse, e a togliere delle cose necessarie per Cristo e per li discepoli. Ma la sollecita Marta con ogni studio e sollecitudine la teneva fornita, e con tanta diligenza e prudenza faceva quelle sue cose, che, come erano presentate dinanzi a Cristo, le conosceva, ed alcuna volta diceva alli discepoli: Queste sono delle sustanze [132] della mia cara ospita Marta. E poi diceva [133]: Che vi pare di questa mia sposa Marta? io non conosco in lei se non amore e devozione. Guardate con quanta diligenza ella fa queste sue cose, e come sono buone e nette e bene stagionate! In veritade vi dico che Iddio gli darà ancora grande grazie, e farà grande cose per lei; perocchè grande moltitudine d’anime si salveranno per lei, e molti per li suoi buoni esempli, e per la sua buona vita torneranno a penitenza.

Come la santa peccatrice unse Cristo, prevedendo la sepultura.

E dopo alquanti giorni, approssimandosi il tempo della redenzione umana, il nostro Salvatore tornò in Giudea. E, venendo in Betania, fu invitato da Simone lebroso, germano della innocente Marta, il quale era stato sanato della lebra da esso Salvatore; il quale Simone faceva grandi conviti [134], e molti Giudei v’erano venuti, tra per vedere Lazzaro, perocchè era uno delli invitati, e perchè erano invitati da Simone, ed altri erano venuti per vedere Cristo, che aveva resuscitato Lazzaro. Ed in questo convito ministrava la sollecita e prudente Marta con somma diligenza. E già li Giudei cercavano di occidere Cristo, e pertanto l’innamorata Maddalena considerando l’affanno che portava e sosteneva il suo diletto maestro, volendolo un poco ricreare, prese uno vasello di alabastro pieno di unguento finissimo, e rompendo lo alabastro sparse quello suave unguento sopra il capo del suo maestro; il quale unguento era di tanta virtude e di tanto odore, che tutta la casa si riempiette di quello suave odore, e discese infino alli piedi di Cristo. Della qual cosa mormorando Iuda e gli altri apostoli, Cristo escusando la sua innamorata Maddalena, disse: Lasciatela stare, e non la tribulate, perocchè sempre arete li poveri con voi alli quali potrete fare bene; ma me non arete sempre [135]: quello che ella ha fatto, l’ha fatto prevedendo la mia sepultura, come si dice, perocchè quando sarò morto, non mi potrà ungere secondo la usanza, e però ora m’ha voluto ungere. E per tanto in veritade vi dico, che quello che lei ha fatto si predicherà per tutto il mondo, e grandemente sarà laudata di quello che ha fatto. O gloriosa peccatrice, o santa innamorata, sta ben sicura e non temere, perocchè hai uno defensore il quale ti defende ed escusa da tutti. Certo, innamorata Maddalena, io non so come tu abbia fatto a fare che Cristo ti sia così propizio; lui ti escusa, lui ti lauda, lui ti ama singularmente: d’onde procede questo, certo io non lo so, se non procede dalla sua pietade e bontade. E forse che procede per lo tuo amore, perocchè tu lo ami molto, e l’amore perfetto e reciproco transforma lo amante nello amato; e forse ancora procede perchè sei stata grande peccatrice. Per te dona e per te fa tante grazie, acciocchè li peccatori, ciò considerando, non si desperino, ma tornino a penitenza. D’onde questo proceda, certo lui è pur tutto tuo. Godi adunque e fa grande festa nel tuo cuore, e intercedi per li tuoi amici e devoti, poi che gli sei tanto [136] cara, e così volentieri ti esaudisce.

Come la fervente Marta accompagnò sempre la vergine

Maria nelli guai che ebbe della passione del suo figliuolo.

Or lasciando indrieto [137] la istoria della passione di Cristo, perchè è cosa manifesta [138] a tutti, ne diremo solo qualche parte, alle quali Marta e Maddalena furono presenti, e sì n’ebbono grandissimo dolore e affanno. Onde non è dubbio alcuno che sempre la infervorata Marta non fusse con la vergine Maria nel tempo della passione, accompagnandola in tutti li suoi guai. Ed avvenga che li santi evangelii non ne faccino espressa menzione, nominandola per nome, come fanno di Maddalena, nientedimeno ne fanno menzione, nominandola implicitamente. Onde dopo che hanno nominate le Marie, dicono poi: E molte altre donne le quali erano stale sanate da esso Cristo di diverse infermitadi; perocchè in queste molte era la fervente Marta. E se li evangelisti avessino detto ogni cosa, saria stato il suo dire infinito, perocchè Cristo fece innumerabili cose, che non mettono li evangelisti, perocchè se singularmenle essi avessino dovuto nominare tutte le donne che seguitavano esso Cristo, non essendo molto necessario, arebbono avuto assai da dire; e però parse alli santi evangelisti solamente di nominare la Maddalena per nome, per le grandi cose che Cristo aveva adoperato in lei, convertendola al ben fare, e però è nominata molte volte, acciocchè, come è detto, li peccatori abbino confidenza, e si sforzino di venire a penitenza. Non è adunque dubbio nessuno che la fervente Marta non fusse sempre con la piangente e dolorosa madre di Cristo nel tempo della passione; e più e più volle tramortì di dolore con essa Vergine dolorosa; e massimamente il lunedì, e il martedì, e il mercoledì dinanzi alla sua passione, nelli quali giorni ogni sera Cristo andava in Betania, dove era la sua dolorosa madre; e poi che aveva parlato con loro della acerbissima passione e che aveva cenato, se n’andava al monte Oliveto: sicchè in quel giorno [139] le dolorose spose del dolce Iesu ebbono grande dolore e pena, perocchè ad ogni ora avevano messi di Ierusalem, che gli dicevano quello che ordinavano li Sacerdoti e li Scribi e li Farisei. E poi quanto dolore avessino [140], quando udirono dire che era preso e legato e battuto e lacerato, e quando lo sentivano battere e flagellare: quando lo viddono coronato di spine, sanguinato e sputacchiato, di porpora vile vestito, con la canna in mano dileggiato e truffato: quando viddono li capelli stracciati, la barba pelata, e la bocca e la faccia sanguinata; quando udivano gridare il popolo: Tolle, Tolle, Crucifige, Crucifige; quando udivano dare la sentenza come doveva esser crucifisso: quando lo viddeno tra duo ladroni esser menato con una grande croce in sulla spalla [141] per esser crucifisso; quando lo viddeno cadere [142] in terra con la croce addosso: o dolore inestimabile, o guai incomprensibili; o scoppiamento di cuore grandissimo! Allora la madre e il figliuolo caddeno in terra come morti, e le sue dilette ospite, Marta e Maddalena, poco mancava che l’anime loro non uscisseno del corpo. Quando poi lo viddono spogliare nudo e gettarlo in terra stranamente, e quando udivano il martello battere in su li chiodi del li piedi, e delle mani, tante lance erano al cuore delle dilette spose, quante volte il martello batteva, massime alla dolorosa sua madre. Quando poi lo viddeno levare in alto tutto sanguinato e da quattro parti gettare il sangue, come da una fontana, allora le dolorose figliuole caddeno in terra come morte. O pietade grandissima! o dolore immensissimo! o angustie irremediabili! o Giudei cani, più crudeli che bestie, perchè più presto non crucifiggete queste dolorose figliuole, e lasciate il padre di queste dilette [143]? Quando lo viddono levare in alto così maltrattato, crucifisso, che lingua umana non lo potrebbe, nè saperrebbe dire; quando poi cominciò a parlare pregando per li crucifissori, e poi domandò il paradiso al ladrone; e poi quando disse: Donna, ecco il tuo figliuolo; allora la dolorosa madre perdette li sentimenti, e cadde in terra tramortita. E poi quando disse: Sitio. O angustie grandissime, o dolore immenso! Crepavano e scoppiavano tutte vedendo che il suo maestro domandava da bere, e non gliene potevano dare: perocchè quelli cani Giudei crudelissimi avevono bevuto il buon vino, e davano aceto con fiele misto al figliuolo di Dio e della Vergine. O inimici di Dio, Giudei cani dispietati, più crudeli assai [144] che bestie! E poi quando disse: Consumatum est. E quando disse: Nelle tue mani, Signore, raccomando lo spirito mio, e inclinando il capo, l’anima uscì del suo corpo [145]: Allora tutto il suo corpo s’aperse, e le vene piovevano sangue per tutto. O dolorose figliuole, o famiglia di Dio angustiata! E poi quando Longino passò il costato di Cristo, ancora passò l’anima della gloriosa madre, e delle dilette discepole. O dolorosa madre, o angustiate [146] figliuole, come stava il vostro cuore, e l’anima vostra, vedendo fare tanta crudelitade al vostro sposo e maestro a torto, e senza cagione? Certo io mi maraviglio che non moristi e crepasti di spasimo e di dolore. Così concludendo di tutti gli atti [147] della passione, avendo tanto dolore, che non è possibile a dire nè a scrivere. E poi ancora quanta compassione ebbono alla vergine Maria, quando il santissimo corpo fu tolto giù dalla croce, e fu sepellito! E poi ritornando a casa in Ierusalem, quella notte e il giorno, e l’altra notte sequente quanto pianto fusse fatto dalla vergine Maria, e dalle dilette discepole Marta e Maddalena, non è possibile a narrare. Ebbono adunque tanto dolore della passione di Cristo le innamorate discepole e care ospite Maria e Maddalena, quanto sia possibile a creatura umana di patire e sostenere in questo mondo. Considera adunque, e sì le vedrai appresso alla vergine Maria, e non hanno possanza di sostenersi, tutte smorte e palide e scapigliate: la faccia loro sanguinata, e tutte le loro vestimenta insanguinate del proprio sangue, il quale per veemenza del dolore gli usciva della bocca e del naso, e del sangue preziosissimo del suo sposo, perocchè stando sotto la croce ricoglievano il suo sangue, per grande devozione e amore che gli portavano. O dolorose e angustiose, o sconsolate e svedovate discepole e figliuole!

Come fu fatto lo unguento, e come le Marie

andorono al munimento per ungere il corpo di Cristo.

E poi alquanto respirate le dilette figliuole e discepole, mandorono per le spezierie [148] e altre cose necessarie per fare lo unguento, per ungere il corpo del suo diletto sposo e maestro, secondo la usanza delli Giudei. Al quale unguento la sollecita Marta ferventemente s’affaticava; e lei e l’altre, facendolo continuamente piangevano e lamentavano [149]; in tanto che alcuna volta bisognava che si fermassino e posassino, perocchè il dolore e il pianto toglieva a esse la forza e la possanza. E poi quando fu finito [150] e fatto lo unguento, Maria Maddalena tutta addolorata con l’altre Marie la domenica mattina al levare del sole preseno il detto unguento e andorono al munimento per ungere il santissimo corpo del suo maestro; ma la innocente Marta rimase a casa con la dolorosa e angustiosa vergine Maria per dargli qualche consolazione: perocchè non era usanza che le vergine andassino in simil luogo; ma sì le maritate e le [151] vedove. E così la dolorosa vergine Maria con Marta e con gli altri discepoli piangevano senza rimedio; e così perseverorono infino appresso al giorno della domenica.

Come Cristo resuscitato apparve alla vergine Maria,

e alla sua cara sposa Marta.

E così la domenica mattina la dolorosa vergine Maria ponendosi in [152] orazione, pregava Iddio che volesse dare qualche consolazione a lei e alle sue dilette discepole. E così stando, gli apparve uno angelo, il quale salutandola devotamente, con grande reverenza disse: Iddio ti consoli, madre dolorosa; e poi disse: Madonna nostra, ormai non è più tempo di [153] piangere, perocchè il tuo dolce signore e figliuolo è resuscitato glorioso, e non sente più nè dolore nè pena, e prestamente verrà da te, avvisandoti che lui è andato al limbo a liberare li santi Patriarchi. Le quali parole dettono tanta consolazione alla vergine Maria, che non si potrebbe dire, e parevagli cento anni che potesse vedere il suo glorioso figliuolo. E così stando la vergine Maria a parlare con l’angelo, ecco che incontinente cominciò a entrare nella camera uno grande splendore, con uno suavissimo odore, che con fatica lo poteva sostenere. E indi a poco vidde venire grande moltitudine d’angeli e di santi Padri; e dinanzi avevano uno stendardo bianco con una croce rossa in mezzo; e drieto a quella bella compagnia vidde venire il suo Signore e figliuolo Iesu Cristo, tutto glorioso e risplendente senza comparazione più che il sole [154], con le risplendiente stigmate nelle mani, e nelli piedi e nel costato, le quali risplendevano più che le stelle: e approssimandosi alla sua dolcissima madre, stando lei ginocchioni con grandissima reverenza disse: Sei tu il mio dolce figliuolo? E ciò dicendo, non si poteva contenere di lacrimare per dolcezza. Alla quale Iesu Cristo respuose: Santissima madre mia, io sono quello [155]. E, così dicendo, gli gettò le santissime braccia al collo, abbracciandola e baciandola dolcemente. E poi disse: Madre mia santissima, non più pianti, non più dolori, non più guai, ma festa, allegrezza e giocondità; perocchè, come vedi, ho fatta la redenzione dell’umana generazione, e sono resuscitato glorioso, e mai più non sentirò pena, nè dolore. Pertanto cessa di piangere, e sta allegra e gioconda. E così stettono un buon pezzo parlando insieme della gloriosa resurrezione, e della gloria di vila eterna. O gloriosa e gioconda madre, o allegra e consolata Madonna sopra tutte l’altre donne! Io penso, madre gloriosa, che tu non sapevi fare altro che abbracciarlo e baciarlo e guardarlo per stupore e maraviglia, toccandogli il capo, li piedi, le mani, il costato e tutto il suo glorioso corpo: e credo che non ti potevi tenere di lacrimare per dolcezza. O grande festa, o grande gaudio, o grande pasqua [156], o consolata madre totalmente! E poi che la vergine Maria fu ben saziata di toccare e di baciare il suo dolce figliuolo, mostrando esso Cristo di volersi partire, la vergine Maria disse: Sia laudato Iddio e tu, figliuol mio, che ti sei degnato di consolarmi: non vuoi tu consolare un poco la tua cara ospita? Alla quale respuose: Madre mia santissima, io la voglio [157] consolare, perocchè è cosa ragionevole. E così dicendo, la fervente [158] Marta, la quale stava all’uscio [159] della camera, ascoltando ogni cosa, entrò dentro nella camera, e vedendo tanto splendore, e sentendo il suavissimo odore, stupendosi cadde come morta in terra. Onde il dolce e pietoso Iesu gli andò appresso, e pigliandola per la mano disse: Sta suso, ospita mia cara, e non temere, perocchè io sono il tuo diletto sposo; e ritornando in se, e vedendo Cristo così glorioso, non poteva parlare di dolcezza, ma, lacrimando, si gettò alli piedi gloriosi, e abbracciavagli, e baciavagli, e toccava le gloriose stigmate, e Cristo la lasciava fare, e diceva: Marta, ospita mia cara, degna cosa è che tu sia consolata, perocchè ti sei sforzata di consolare la mia dolorosa madre nelli suoi dolori, ed è cosa conveniente alla carne vergine e gloriosa [160]. Per tanto, figliola mia cara, io voglio che tu sia mia cara sposa e diletta, e darotti ciò che tu mi domanderai [161]. E dopo molte altre parole dette per consolazione della vergine Maria e della fervente Marta, Cristo disse: Madre mia santissima, ed ospita mia cara, tempo è che io vada a consolare la innamorata Maddalena, perocchè ora ella sta al munimento senza consolazione, e piange senza remedio. Ed abbracciando la sua madre e la sua sposa e cara ospita Marta, e benedicendole, disse: State consolate, perocchè spesso vi visiterò; e poi disparve. O Marta gloriosa, o Marta benedetta, o Marta eletta, quanta grazia hai ricevuta, perocchè sei fatta degna di vedere e toccare il Signore delli signori, e il creatore delli angeli, e di tutte le cose create! O Marta innamorata, quanto gaudio, quanta letizia, quanta consolazione! Or io credo che tanta è stata questa consolazione, che già ti sei dimenticata tutto il dolore, e l’afflizione del li giorni passati. E poi che fu partito Cristo, la vergine Maria e Marta rimaseno tanto [162] consolate, che non è possibile a dire; e credo che si abbracciassino insieme e baciassino, e per dolcezza non si potevano tenere di lacrimare, e non potevano star ferme, perocchè erano fatte fuori di se medesime. E tanto odore di vita eterna era rimaso, che per niuno modo sapevano, nè potevano uscire della camera, perocchè l’odore suavissimo, con la memoria di Cristo gl’innebriava. E così parlando della gloriosa resurrezione stavano insieme. O felice compagnia, o beata familiaritade! O quanto gaudio, o quanta festa e letizia facevano queste due spose elette da Dio! Io credo e penso che or levavano le mani al cielo, alcuna volta alla terra [163]: or s’abbracciavano: or correvano alla fenestra, e guardavano la imagine di Cristo suo diletto, la quale era nel giardino, e poi che l’avevano veduta, diventavano ratte [164] e fuori di sè medesime, e a modo di colombi gemivano U. U. U. [165] per lo grande amore e dolcezza, che sentivano, e così erano quasi in uno paradiso: perocchè non si ricordavano nè di mangiare nè di bere. O stupore grande, o cosa degna di ammirazione! Iddio è consolazione [166]. Ieri si trattava della morte, oggi della vita: ieri il corpo morto giaceva nel sepolcro, oggi è resuscitato glorioso: ieri li santi Padri erano imprigionati, oggi sono liberati; ieri li popoli erano tribulati e addolorati, oggi sono gaudenti e consolati. O cosa ammirabile, o stupenda e miracolosa degnazione di Dio! o Marta benedetta quanto sei lieta e gioconda! Io credo che non eri più sollecita a fare cose mangiative, ma [167] a gustare la dolcezza di vita eterna. O innocente Marta, sposa eletta e cara ospita del dolce e mellifluo Iesu: certo tu hai eletta al presente la ottima parte, la quale non ti sarà tolta in eterno. O diletta Marta, che bisogna che io dica più della tua consolazione? Io penso che già avevi il paradiso, essendo ancora in questa terra.

Come la Maddalena stava appresso al munimento, e Cristo gli apparve.

Ma pervenendo [168] le Marie al munimento innanzi che fusse giorno ben chiaro, [169] trovorno rivolta la pietra del munimento. Per la qual cosa, tremefatte e spaurite, tornorono indrieto, e annunziorono alli discepoli come Cristo era stato tolto, e non sapevano dove fusse stato portato. Onde Pietro e Giovanni corseno al sepolcro, li quali la innamorata Maddalena seguitava. E pervenendo al munimento trovorono solamente li lenzuoli e il sudario, e non trovando Cristo si partirono e tornarono indrieto; ma la piangente Maddalena stava appresso al munimento e piangeva. O innamorata Maddalena quale è quella cosa che ti fa piangere e che ti fa rimanere al sepolcro del tuo maestro, partendosi li discepoli? Certo io credo che l’amore vi ti faceva stare, e il dolore ti faceva piangere, e credo che tu guardavi in qua e in là, per vedere il tuo dolce maestro. E inclinandosi la Maddalena e guardando nel sepolcro, vidde duo angeli vestiti di bianco, uno al capo, e l’altro alli piedi, dove era stato il corpo del dolce Iesu, li quali gli disseno: Donna, che piangi tu? O Maria, ecco che tu hai trovati gli angeli delli quali ti puoi consolare: domanda a essi quello che è del tuo maestro, e essi ti diranno quello che n’è. Ma la dolorosa Maddalena poteva dire [170]: Come mi possono consolare, se non sanno perchè io pianga? Io cerco il Signore dell’angeli, e non essi angeli, perocchè non mi possono consolare: e se mi sapessino consolare, saperrebbono quello che io cerco. Io credo che mi domandano perchè piango, acciocchè mi faccino cessare dal pianto; ma non se lo credino, perocchè mai non gli obbedirei, e prima mi lascierei ammazzare; e mai non cesserò di piangere, infino che io non truovo il mio Signore. Ma che farò per trovarlo? Dove andrò? Da chi domanderò? Chi mi consolerà monstrandomi quello che ama l’anima mia, dove ei sia posto, e dove ei riposi? O ammirabile, o desiderabile, o delettabile sposo dell’anima mia, mostrami, [171] ti priego, la presenza tua, e fa che la tua voce si senta nelle mie orecchie, perocchè la tua voce è dolce, e la tua faccia è decora e bella. O speranza mia, non mi confondere, perocchè io in te spero, e le aspetto, che mi mostri la tua gloriosa faccia. E queste e simili parole dicendo la innamorata Maddalena, piangendo e sospirando guardò in drieto, e vidde il suo dolce maestro, e non conosceva che fusse Iesu; il quale disse: Donna, perchè piangi tu, e chi cerchi tu? O desiderio dell’anima sua, essa innamorata in questi tre giorni passati t’ha veduto con li proprii occhi inchiodare in su la croce, e poi morire, e con le proprie mani t’ha sepellito; ed ora il tuo corpo gli è stato tolto, e sì la domandi: Che piangi tu, chi cerchi tu? Credi tu Signore che lei ti dica: Io cerco te, e piango te? Io credo, Signore, che lei non ti conosca, perocchè per te ella è fuori di se medesima, e mai, Signore, non ti conoscerà, infino che tu non ti mostri a lei. Ma credendo [172] la Maddalena che fusse uno ortolano, gli disse: Messere, se tu l’hai tolto, dimmi dove tu l’hai posto, e io lo piglierò. O dolore smisurato, o amore intollerabile, o Maria pazza d’amore! se il corpo del tuo maestro fusse in casa di Pilato, come faresti tu? Io lo piglierei. O Maddalena audace, Iosef non ebbe ardire di pigliarlo della croce senza licenza di Pilato, e tu lo vuoi togliere del palazzo, o impazzata e legata d’amore? Io lo toglierò [173]. Ecco che ora lo toglierai. E Cristo disse: Maria! O nome suave, o voce dolcissima. Incontinente che le sue orecchie udirono quella voce di vita eterna, gli occhi suoi furono aperti, e conobbe che lui era quello che lei cercava. E però dicendo: Rabi [174], che vuol dire maestro, corse alli piedi per abbracciargli; ma lui volendo levare la mente di essa Maddalena alle cose celestiale disse: Non mi toccare. O mutazione di Dio eccelso! il dolore è mutato in grande gaudio! O Maddalena, come sei consolata, e quanto gaudio hai sentito udendo dire: Maria! O voce suavissima, e delettabile, e piena di ogni dolcezza: Maria! E quella correndo alli piedi; gli voleva baciare; ma Cristo gli disse: Non mi toccare, perocchè non sono ancora salito [175] al Padre. Come se dicesse: ancora il tuo cuore non crede perfettamente che io sia una cosa e una sustanza col padre mio, e con lo Spirito Santo. E poi disse; Va, e narra a Pietro e alli altri discepoli come io sono resuscitato, e che vadino in Galilea, e quivi apparirò; e incontinente disparse. O gloriosa Maddalena, o santa peccatrice, o illuminata, quanta grazia hai ricevuta, perocchè sei fatta degna ambasciatrice del Re delli re, e del Signore delli signori, tra lui e li suoi senatori e principi. O benedetta Maddalena, quanto gaudio e quanta letizia sentisti in quella ora! Io mi maraviglio come potesti sostenere tanto dolore, e poi tanto amore; ma credo che l’uno temperasse l’altro. E andando a casa la consolata Maddalena, andava con furore [176] tutta sbalordita e quasi alienata, e pareva che non conoscesse alcuno. E trovando li discepoli, disse come Cristo era resuscitato, e che andassino in Galilea, che quivi apparirebbe.

Come Marta e Maddalena furono consolate della resurrezione

e ascensione, e della missione dello Spirito Santo.

E poi senza tardare [177] andò alla gloriosa Vergine Maria e a Marta per annunziargli come Cristo era resuscitato, e come l’aveva veduto. Ma entrando nella camera, e trovandole tutte allegre e gioconde non sapeva quasi che dire; ma come pazza corse alli piedi della vergine Maria, non potendosi astenere di lacrimare per dolcezza; e non potendo parlare, la stringeva fortemente per lo grande giubilo che sentiva. E similmente la Vergine Maria, e Marta inebbriate di gaudio non sapevano nè potevano parlare; ma mostravano grande letizia nelli atti esteriori con le mani e col capo. E dopo alquanto [178] tornando in se medesime, la vergine Maria disse: Figliuola mia, il mio figliuolo, tuo maestro, è resuscitato. Alla quale la Maddalena respuose; Madre mia santissima, io lo so, e sì l’ho veduto, e sì gli ho parlato, e grandemente mi ha consolata. Per la qual cosa la vergine Maria e Marta n’ebbono grande consolazione, e narravano l’una all’altra come avevano fatto con lui, e che gli avevano detto, e così facevano grande pasqua [179] O inestimabile gaudio, o nozze grandissime, o letizia infinita! O quanta allegrezza avevano sappiendo come il suo sposo e caro ospite era Iddio eterno, creatore dell’universo col Padre, e con lo Spirito Santo! E secondo che le dilette discepole di Cristo avevano avuto grande dolore della passione, così molto più ebbono poi gaudio e letizia della resurrezione; perocchè esso Cristo spesse volte gli appariva, e quasi ogni giorno lasciandosi toccare ed abbracciare e baciare, come volevano. E così in questi gaudii e feste perseverorono infino al giorno della ascensione di Cristo. Ma allora quanto gaudio [180] avessino, non si potrebbe dire; perocchè innanzi che salisse [181] in cielo, dopo molte parole allora dette [182], benedicendogli sì gli abbracciò e baciò tutti quanti dolcemente, promettendogli di visitargli spesso con le consolazioni spirituali: e poi di venirgli a togliere nell’ora della sua morte con grandi trionfi, e menargli in vita eterna. Onde salendo in cielo per virtute propria, le devote figliuole e li discepoli stavano ratti guardando in suso. Alli quali poi che fu salito, gli apparse duo angeli vestiti di bianco, dicendo; O viri Galilei, quale ammirazione avete, che guardate in cielo? Questo Iesu il quale è salito in cielo, così verrà a giudicare li vivi e li morti in virtude propria. O gloriosa compagnia, o ammirabile consiglio, o santitade incomprensibile. Ora erano insieme tutti quelli, per li quali il mondo si doveva convertire. O quanta caritade, o quanto amore, o quanta religiositade e reverenza era in tutti questi Santi! E dopo questo la vergine Maria con li discepoli, e Marta e Maddalena e molti altri uomini e donne, andorono nel monte Sion per aspettare lo Spirito Santo che Cristo glorioso gli aveva promesso, e quivi perseverorono in orazione e devozione. E alcuna volta parlavano insieme la vergine Maria e Marta e Maddalena della resurrezione, e alcuna volta della ascensione e della gloria di vita eterna; e così si godevano e davano piacere col parlare di Dio, e quasi non sapevano dire altro se non del suo redentore e creatore Iesu. O stupore, o maraviglia grande, o cosa miracolosa! O cuore mio, perchè non ti fendi, e perchè non stupisci, considerando la grande bontade, e infinita clemenza di Dio, la quale si è degnata di fare tale e tante grazie e consolazione alle sue dilette spose Marta e Maddalena? E perchè non ti consumi, considerando il grande gaudio e la smisurata letizia, la quale sentivano queste dilette figliuole di Dio? perocchè quanto fu possibile all’umana natura sentirono e gustorono li beni di vita eterna? E venendo poi il giorno della Pentecoste, discese lo Spirito Santo in forma di lingue affocate [183], e riempiette tutti quelli che erano quivi presenti, e la vergine Maria, e li discepoli, e le care ospite Marta e Maddalena e tutti gli altri, e diventorono ebrii del divino Spirito. O beate discepole, o gloriose spose, o care ospite, o amantissime figliuole di Dio Marta e Maddalena, che v’ha potuto fare Iddio, più di quello che v’ha fatto? Lui v’ha create alla immagine e similitudine sua, e sì v’ha dotate di singulari doni e spirituali e corporali e temporali; lui v’ha convertite, e sanate del corpo e dell’anima; lui v’ha fatte sue care ospite e servitrice; lui v’ha dato copia delli fatti suoi vivendo, e morendo; lui v’apparse in persona dopo la sua madre, quando resuscitò; lui v’ha abbracciate e baciate centinaia di volte dopo la sua gloriosa resurrezione, per tenerezza di amore; lui ha voluto che voi siate state presente quando salì in cielo, e poi v’ha ripieni di Spirito Santo; lui v’ha fatto conoscere la santissima Trinitade, predicandovi il Padre, mostrandovi e dandovi il Figliuolo a maneggiare nelle mani vostre; e poi facendovi gustare la suavitade e dolcezza dello Spirito Santo. O belle [184] dilette spose e figliuole, che v’ha potuto fare più? E quando si partì di questo mondo, vi promesse di venire lui in persona ad accompagnarvi al glorioso regno di vita eterna, santificandovi, e ponendovi in così fatto stato che non potavate peccare, se bene avessi voluto. Certo io stupisco, considerando tali e tanti beneficii, che li simili non si truovano, nè maggiori. O gloriose spose, o care ospite, o dilette figliuole, che maraviglia è se siete allegre e gioconde? Certo io mi maraviglio, che non siete crepate e scoppiate di dolcezza. A questo modo adunque le serafiche spose Marta e Maddalena stettono, e goderono Cristo e la gloriosa vergine Maria, e grandissimamente furono da loro amate e dilette.

Come le poverette figliuole di Cristo Marta e Maddalena venderono

ogni cosa dopo l’ascensione di Cristo, e delle persecuzioni

che ebbono, infino che la vergine Maria passò di questa vita.

Ma poi che Cristo fu salito in cielo, e poi che ebbe mandato lo Spirito Santo [185], Marta e Maddalena e Lazzaro venderono tutta la loro sustanza [186], eccetto che la casa, la quale gli Apostoli non lasciorono vendere, ma la feceno donare alla santa madre Chiesa. Della quale ne fu poi fatto uno ospitale, nel quale stava la vergine Maria, Marta, Maddalena e Marcella, e molte altre, vivendo in comune a modo d’uno monastero, con tanta pace e carità e dilezione, che era uno paradiso, vivendo della sua fatica, o vero di elemosine. E ogni giorno la vergine Maria, con le sue dilette figliuole Marta e Maddalena, visitava li luoghi devoti, e massimamente l’orto che era nel monte Oliveto, nel quale Cristo soleva spesso andare, nel quale luogo fu preso dalli Giudei; e poi il monte Calvario, dove fu crocifisso; e poi dove fu sepellito, e dove salì in cielo, e dove riceverono lo Spirito Santo, e  tutti gli altri luoghi devoti, dandosi alla orazione, e contemplando li beni di vita eterna, e facendo le opere sue della pietade, servendo alli infermi, massimamente la fervente Marta, la quale n’era tanto sollecita, che quasi pareva che avesse naturalmente inserto nell’anima sua di fare le opere della caritade. E secondo alcune probabili opinioni la vergine Maria vivette anni XIIII dopo la passione del suo diletto figliuolo, con la quale sempre stettono le sue dilette figliuole Marta e Maddalena e Marcella. Nelli quali quattordici anni, io penso e credo che avessino infiniti guai e tribulazioni dalli cani rinnegati Giudei, li quali erano più crudeli che bestie salvatiche, perocchè molte volte le minacciavano di abbruciarle e di occiderle, ed alcuna volta gli rovinavano la casa [187], e facevano altre villanie; e in somma, ogni male che potevano, gli facevano. Ma esse, come vere figliuole di Dio, niente si turbavano, ma si rallegravano d’essere compagne di Cristo nelle tribulazioni, acciocchè giustamente fussino poi compagne delle consolazioni e gaudii di vita eterna: e pareva a esse che quella che fusse più villaneggiata e battuta, fusse più beata, e però erano contente d’essere tribulate; ed alcuna volta cercavano le tribulazioni, facendo esse le opere buone e sante; ma il suo diletto Signore e sposo Cristo benedetto gli dava grandissime consolazioni confortandole e consolandole molte volle; perocchè spesse volte e quasi ogni giorno gli mandava qualche angelo, ovvero lui in persona apparendogli per sua pietade, massimamente alla sua santissima madre vergine Maria. O quante consolazioni ebbono in quelli quattordici anni! Io credo (se dire si può) che fussino beati eziandio in questa vita, in quanto al contentamento dell’anima sua; perocchè si contentavano di quello che piaceva a Dio, avvenga che non fussino però contenti perfettamente, perocchè desideravano pur d’essere in vita eterna, dove potessino conoscere perfettamente Iddio eterno, come lui era. E in capo di quattordici anni la vergine Maria passò di questa vita; per la qual cosa le dilette figliuole Marta e Maddalena [188] n’ebbono grande dolore e grande consolazione. Dolore grande n’ebbono, perocchè si vedevano private di tanta e tale madre e di tanto tesoro. Grande consolazione n’ebbono, perocchè viddono Cristo con grande moltitudine di angeli e di santi venire e portare la sua santissima Madre in vita eterna. E meritorono di vedere tutti gli Apostoli, li quali erano stati discepoli per lo mondo predicando; perocchè tutti per disposizione divina furono portati in uno porto [189] dinanzi alla casa dove era la vergine Maria, innanzi che lei passasse di questa vita; e quivi feciono gli esequii con grandissima devozione. Ebbono ancora grande consolazione, perocchè erano contenti che la sua Madonna andasse al suo reame a contemplare il suo dolce figliuolo, il quale tanto teneramente amava. Ma prima che la vergine Maria passasse di questa vita, ringraziò grandemente Marta e Maddalena sue care discepole e figliuole, del li grandi beneficii che da esse aveva ricevuti e della buona compagnia che avevano fatta a lei ed al suo figliuolo, ministrandogli le cose necessarie al vivere umano. E poi che l’ebbe abbracciate e baciate, le confortò che non si lasciassino mancare l’animo; ma che fussino forte e constante, e perseverassino infino al fine; e che s’apparecchiassino, perocchè gli bisognava sostenere grandi cose innanzi che morissino. E poi disse: Figliuole mie dilettissime, avvenga che io v’abbandoni corporalmente, non mi partirò però da voi spiritualmente, perocchè sempre sarò con voi, e spesse volte vi verrò a visitare e consolare, e pregherrò per voi il vostro signore, sposo delle anime vostre, che vi faccia vittoriose di ogni tentazione e tribulazione che vi sarà data. Alla quale le fervente e devote figliuole Marta e Maddalena respuoseno: Reverendissima Madre nostra, noi vi domandiamo perdonanza d’ogni irreverenza che usata avessimo inverso di voi; perocchè noi siamo state domesticamente con voi, pertanto vi preghiamo che se offesa alcuna [190] v’abbiamo fatta, ci perdoniate, e sì vi preghiamo che vogliate fare quello che ci avete detto; cioè che spesse volte ci visiterete. E queste e simili parole dicendo l’una all’altra, gettavano lacrime d’amore e devozione. E poi finalmente benedicendole, passò di questa vita, e fu assunta alla gloria di vita eterna, accompagnata da tutta la corte celestiale. O amorose dilette, o infiammate e piene di grazie, certo io non so più che dire in vostre laude. A me pare che si possa dire di voi quello che si dice della gloriosa vergine Maria, cioè che alli Santi e Sante gli sia dato parte delle grazie, ed a voi sieno date tutte e pienamente. O immensa pietade, o misericordia infinita, o bontade di Dio smisurata che hai potuto fare più a queste tue figliuole dilette di quello che hai fatto? Certo non lo conosco. A me pare che gli abbi dato e donato tutte le grazie e tutte le consolazioni che sieno possibile a possedere da creatura umana, della qual cosa tu ne sei laudato e ringraziato. O fervente e sollecita Marta, o innamorata e affocata Maddalena, quanto bene avete acquistato! Avete lasciato il mondo, e avete acquistato il paradiso: avete lasciati li piaceri mondani, e avete trovato li celestiali; avete lasciate le tenebre ed avete acquistata la luce; avete lasciata la roba del mondo, e siete fatte possessori di vita eterna; avete lasciate le cose miserabili di questo mondo, ed avete acquistate quelle del paradiso. Pertanto godete e fate festa e letizia, e pregate per li vostri devoti, e per tutti gli altri peccatori.

Come la innocente Marta e Maddalena con molti altri

furono scacciati della Iudea, e come vennono a Marsilia,

e convertirono il Principe col popolo.

Ma poi che la vergine Maria fu assunta in cielo, li cani Giudei crudeli più che bestie, ingrati delli beneficii che ricevuti avevano da’ Cristo e dalli discepoli, scacciorono tutti li Cristiani di Ierusalem e di tutta la Giudea, flagellandogli e tribulandogli, alcuni occidendo, e alcuni lapidando, come avevano ancora fatto a santo Stefano. In questo sbandeggiamento la paziente e innocente Marta con Maddalena e Marcella e Lazzaro e Massimino, il quale era uno delli settantadua discepoli, e molti altri dopo molte battiture e molti martirii furono messi in una nave trista e rotta, senza remi, e senza vettovaglia, acciocchè annegassino nel mare. Onde conoscendo essi questo, si armorono del segno della santa croce, ed entrorono nella detta nave, e secondo che entravano, si ponevano in ginocchioni adorando e ringraziando Iddio, e raccomandandosi a lui, perocchè aspettavano di annegare incontinente. Ma Iddio pietoso, la cui misericordia e bontade è infinita, provedette alle sue dilette e care ospite e figliuole. Onde essendo entrati tutti nella detta nave, incontinente per virtude divina la nave cominciò a camminare senza aiutorio e governo umano, ma mediante il ministerio delli angeli furono guidati e condotti dalla detta nave sani e salvi in Marsilia. Or chi avesse veduta questa santa compagnia come allegramente, senza mormorare, entravano nella detta nave godendosi d’essere tribulati per l’amore di Dio, certamente gli sarebbe venuto volontade di andare con essi. Ma poi conoscendo essi il miracolo di Dio, quante grazie gli referissino, non è penna che scrivere lo potesse; onde io penso che grande gaudio e letizia fusse in essi. E descendendo poi della detta nave, entrarono nella detta cittade di Marsilia. E dopo che ebbono assai cercato, non trovando nè ospizio, nè vettovaglia [191] per potere mangiare, tutti insieme si puoseno a stare sotto uno portico, il quale era dinanzi a uno tempio, nel quale quelli infedeli andavano a sacrificare alli Idoli. Onde vedendo Marta e Maddalena concorrere li popoli a sacrificare, tutti si levorono suso, e con le faccie allegre e serene, e con parlare dolce e mellifluo, cominciorono a ritrarre gli uomini dal sacrificio delli Idoli. E predicando di Cristo, gli esortavano che volessino credere in uno Iddio omnipotente. Onde tra per la sua bellezza e facondia, e tra per lo suo dolce parlare, e ancora per la novitade di quello che dicevano, grande popolo si congregava quivi. E perseverando nel predicare, il signore e principe della provincia con la sua donna venne quivi per sacrificare alli Idoli, acciocchè potesse avere uno figliuolo; al quale Maddalena infervorata, ed abbraciata del zelo delle anime, predicando, lo rimosse [192] dal sacrificio. E avvenga che allora non si convertisse, nientedimeno gli dava grande audienza, ma non gli sovveniva però nelle sue necessitadi, Onde dopo alquanti giorni la innamorata Maddalena apparve in visione una notte alla donna di esso principe, e sì gli disse: Perchè, essendo voi così ricchi ed abbondanti, lasciate morir di fame e di freddo quelli uomini e sante donne che sono sotto il portico del tempio? E poi gli disse: Fa a ogni modo che il tuo marito gli sovvenga, altrimenti ne farà male. O afflitta compagnia, or siete fatti veri Cristiani, perocchè seguitate Cristo nella grandissima povertade e pazienza. Io penso pur che voi eravate di carne, e che vi era bisogno di mangiare, e non avendone, vi fu necessario avere grande pazienza. Ma io son certo che tanta era la consolazione che voi avavate, la quale procedeva dallo Spirito Santo che era in voi, che non vi curavate di mangiare. Ma la donna del Principe non ebbe ardimento di dire niente al suo marito. Onde la infervorata Maddalena similmente gli apparve la seconda notte, minacciandola, come aveva fallo in prima; ma la donna ancora non ebbe ardimento di dire niente al suo marito [193]. Ma la terza notte, nel mezzo della notte, la fervente Maddalena tutta irata, col volto tutto igneo ed affocato e resplendente più che il sole, apparve al Principe ed alla donna, e disse: O crudele tiranno, o membro del tuo padre diavolo, o inimico di Dio e delli Santi, o più crudele che bestie, dormi tu con la vipera della tua donna, la quale non t’ha voluto manifestare li miei comandamenti? O inimico della croce, tu ti riposi bene pieno d’innumerabile diversitade di cibi, a modo di uno porco, e li Santi di Dio lasci morire di fame e di freddo. Tu stai nel palazzo con li panni di seta e con grande delizie, e li Santi lasci senza consolazione e senza alloggiamento, e non te ne curi [194]. Non dubitare, che tu ne sarai punito e flagellato [195], perchè tanto gli hai lasciati stentare. E queste, e molte altre minaccie fece, e poi disparve. Onde il Principe con la sua donna svegliandosi, con grandi sospiri, e con grande tremore, la donna disse tutta spaurita e tremebonda: Signor mio, hai tu veduto il sogno che io ho veduto? Alla quale il Principe respuose: Io l’ho veduto, e ho avuto grande paura, e ancora tremo di spavento che ho avuto: ma che rimedio e’ è? Al quale la donna disse: Signor mio, a me pare che sia meglio di fare a questi ciò che vogliono, che incorrere nella disgrazia di quello Iddio che essi predicano. E così la mattina levandosi a buonora, mandorono a dire a Maddalena e Marta, ed alli loro compagni che andassino ad alloggiare nella loro casa. La qual cosa udendo Maddalena e Marta e li loro compagni, benedicevano e laudavono Iddio grandemente, il quale così mirabilmente provvedeva li suoi servi. E così entrando nel palazzo del Principe, furono ricevuti con grande timore e reverenza. E perchè il detto Principe aveva avuto tanto orrore e spavento nella notte precedente, non aveva ardimento di guardare la innamorata Maddalena, nè alcuno delli altri nella faccia; ma tutto stava umiliato; ma le dilette spose di Cristo Maddalena e Marta con grande allegrezza, e con molta facundia confortavano il principe e la donna, e tanto gli seppeno ben dire, che gli feciono mutare il timore in amore. Onde domesticamente, e familiarmente stavano e parlavano insieme. E un giorno parlando la infervorata Maddalena delli miracoli di Cristo, e delli Apostoli, e massime di santo Pietro; esso Principe disse alla Maddalena: Credi tu, e bastati l’animo di provare e mantenere quello che tu predichi? Al quale la santa Peccatrice disse: Io sono preparata a defendere e mantenere quello che predico, e ciò sarà per li miracoli espressi.

Come le care ospite di Cristo Marta e Maddalena impetrorono

da Dio che la donna del Principe di Marsilia avesse uno figliuolo.

Allora il Principe con la sua donna disseno: Noi siamo preparati di fare ogni cosa che tu saprai dire e comandare, se tu impetri dal tuo Iddio che ci dia un figliuolo. Alli quali la innamorata Maddalena con la fedelissima Marta respuoseno: Noi pregheremo Iddio che vo’ lo conceda. E così le fervente e innamorate spose del divino amore si puoseno in orazione e pregorono per essi e furono esaudite; perocchè essa donna del Principe incontinente concepette uno figliuolo. O dilette e care ospite di Cristo, quanto siete amate da Dio, perocchè ogni cosa che gli domandate vi concede! [196]. E poi che il Principe vidde [197] che la sua donna aveva conceputo, conoscendo che Iddio di Maddalena e di Marta era omnipotente, per diverse parte lo pubblicava. E sparsa che fu questa fama, tutti li popoli concorrevano alle fedele spose di Cristo, le quali piene di Spirito Santo constantemente predicavano; ed era grande stupore per quella provincia, e tanta gente concorrevano, che tutti a cinque, cioè Maddalena, Marta, Marcella, Massimino e Lazzaro non bastavano a predicare: perocchè molte persone si partivano non potendogli intendere per la grande calca. Onde fu fatto che grande moltitudine di gente convertirono, tra per lo predicare, e per li miracoli che facevano. Li quali considerando il Principe stupiva, e desiderava grandemente di vedere santo Pietro, del quale Maddalena e Marta tante cose stupende dicevano. E però esso Principe disse alla innamorata Maddalena: Io vorrei, e sarei contento di andare in Antiochia e trovare santo Pietro per vedere e provare se vero è quello che voi dite di lui. Al quale la sua donna disse: Che cosa è questa? Credete voi di andare senza me? Non farete già, perocchè partendovi voi, mi partirò ancora io, e tornando voi, tornerò ancora io, e morendo voi, morirò ancora io. Alla quale il Principe disse: Tu non potresti, perchè sei gravida, e per le grande fortune del mare, ti potresti fare male: per tanto tu starai a casa, ed arai cura delle nostre possessioni, e delle altre cose. Al quale la donna con lacrime si gettò alli piedi, con grande instanza pregandolo che la menasse con seco; alli prieghi della quale il Principe acconsentì. Onde poi che ebbono fatto preparare una nave delle cose necessarie, la innamorata Marta e Maddalena gli dette la benedizione, facendo il segno della croce a tuttadua in sulla spalla. E così si missono in viaggio [198] per trovare santo Pietro, lasciando in guardia alle dilette spose di Cristo Marta e Maddalena tutta la sua sustanza. E così entrando in mare cominciorono a navigare.

Come per la fortuna del mare la donna del Principe

morì, parturiendo uno bello figliuolo.

E poi che ebbono navigato un giorno e una notte, si mosse in mare una così grande e terribile fortuna, che tutti cominciorono ad aver paura [199] e sbigottirsi: e massimamente la donna del Principe peregrino, la quale, come è detto, era gravida, intanto che li dolori del parto gli vennono. E finalmente, morendo, parturì un figliuolo, il quale come fu nato cominciò a piangere [200] e cercare delle mammelle, e non trovando da potersi allattare, cominciò a piangere per la fame, come è usanza delli fanciulli piccolini. Ma il peregrino padre del fanciullo grande dolore aveva vedendo la donna morta e il figliuolo stare per morire, perocchè non vi era chi lo nutricasse, e lamentandosi didiceva: Guai a me misero, che farò? ho avuto desiderio di avere uno figliuolo, ed ho perduto la madre col figliuolo! Ma li nocchieri della nave gridavano e dicevano che lui gettassi quel corpo morto in mare, altrimenti tutti insieme profonderebbono, e infino a tanto che il detto corpo morto non fussi gettato in mare, la fortuna non cesserebbe. E così dicendo preseno il corpo per gettarlo in mare [201]. Ma il povero e meschino Peregrino cominciò a gridare e dire: Abbiate almeno compassione al fanciullino, se non la volete avere alla madre; perocchè forse non è morta, ma è tramortita per lo dolore del parto, e per la grande fortuna del mare. E così dicendo viddono una isoletta quivi appresso. Onde il Peregrino pregò tanto efficacemente li nocchieri, che s’approssimorono alla detta isola, e descendendo della nave portorono il corpo della donna del misero Peregrino fuori della nave, per sepellirlo [202] in quell’isola. E volendo cavare per fare la fossa, trovorono che era tutta una pietra, e non poterono fare la sepultura. Onde il misero Peregrino misse il corpo della sua donna in terra, e poi puose il figliuolo appresso alle sue mammelle con grandissime lacrime e lamenti [203] dicendo: O Maria Maddalena perchè venisti mai a Marsilia per farmi così misero e meschino? [204] O infelice a me, perchè credetti alli tuoi consigli, ho preso questo peregrinaggio. O Maddalena, hai tu forse domandato al tuo Iddio che la mia donna concepesse acciocchè ella morisse? Ecco che lei ha conceputo e parturendo è morta. Ecco che il figliuolo è nato, e bisogna che muoia, perocchè gli manca chi lo nutrisca. Ecco quello che ho ottenuto da te! A te, Maria Maddalena, ed alla tua sorella Marta ho raccomandato ogni mio tesoro [205], al vostro Iddio raccomando l’anima della mia donna, e per li vostri preghi abbia misericordia del figliuolo [206]. E così dicendo e piangendo amaramente coperse il corpo della sua donna ed il figliuolo col suo mantello, e poi piangendo e lamentandosi angustiosamente salì in su la nave. E navicando pervennono in Antiochia; alli quali santo Pietro inspirato dallo Spirito Santo venne incontro e vedendogli il segno della croce in sulla spalla, domandò chi lui fusse. E respondendo gli narrò come era passata ogni cosa per ordine, con grandissime lacrime. Al quale santo Pietro dette la pace, e dissegli: Bene hai fatto a credere al consiglio di Maria Maddalena, e non aver dolore della tua donna e del tuo figliuolo, perocchè il nostro Iddio è potente di restituire il tolto, e di donare a chi gli piace, e di togliere a chi gli pare [207]: e può commutare la tua tristezza [208] in grande gaudio. E così santo Pietro lo condusse in Ierusalem, e sì gli mostrò tutti li luoghi dove Cristo predicava, e dove aveva sanati gl’infermi. E massimamente gli mostrò dove la immaculata Marta fu sanata del flusso del sangue, e dove fu sanata la peccatrice Maddalena e del corpo e dell’anima. E ancora gli mostrò dove era stato preso Cristo, legato, battuto e flagellato, dove fu sentenziato, dove fu crucifisso e sepulto; dove apparve dopo la resurrezione, dove salì in cielo, e dove fu mandato lo Spirito Santo; e poi ammaestrandolo sufficientemente nella fede. E dopo duo anni accettando la benedizione da santo Pietro salì in su la nave, per ritornare a casa sua in Marsilia.

Come il Principe peregrino, tornando a casa, trovò

la sua donna viva col fanciullo, per li meriti della santa Peccatrice.

E navigando, per disposizione divina, pervennono appresso a quella isola, dove aveva lasciato il corpo della sua donna col figliuolo. Onde esso Peregrino tanto pregò [209] li nocchieri, offerendogli danari assai, che s’approssimorono alla detta isola, e pervenendo quivi appresso, vidde uno fanciullo [210] giocare circa alla ripa del mare; e maravigliandosi molto, discese [211] in terra; ma il fanciullo ebbe paura, e corse alle mammelle della madre, dalle quali era stato nutricato quelli duo anni, e si nascose sotto il mantello. Ma il Peregrino, volendo vedere questo fatto, s’appressò al corpo della donna, e discoprendolo, lo trovò così fresco, come se pur allora vi fusse stato posto, e trovò il figliuolo bello e sano, il quale toccava le mammelle della madre. E pigliando il fanciullo, lo abbracciava e baciava con grande allegrezza, e con molte lacrime disse: O gloriosa e beata Maddalena, quanto io sarei beato e consolato, e come ogni cosa mi sarebbe stata prospera, se la mia donna avesse respirato, e fusse resuscitata! Ma io so certamente e credo che tu, la quale m’impetrasti questo figliuolo, e che per duo anni l’hai nutricato, che con li tuoi prieghi puoi ancora impetrare la resurrezione della madre. O cosa stupenda e ammiranda! O bontade di Dio infinita, quante grazie hai donate a questa tua innamorata Maddalena! Incontinente che il Peregrino ebbe detto queste parole, la donna cominciò a sbadigliare, come se fusse svegliata [212] d’uno grave sonno, dicendo: Di grandissimo merito sei gloriosa, Maddalena, ed hai grande possanza appresso a Dio, perocchè mi sei stata aiutatrice [213] nel parto, e in ogni mia necessitade m’hai servito. Le quali parole udendo il Peregrino suo marito, tutto stupefatto disse: Sei tu viva, donna mia diletta? Al quale la donna disse: Viva sono: e dove sei stato tu, sono stata ancora io; perocchè quando santo Pietro ti condusse in Ierusalem, e sì ti mostrò quelli luoghi devoti, la gloriosa Maddalena e io eravamo con teco. E cominciando a narrargli come aveva fatto e dove era stato, gli sapeva dire ogni cosa, e meglio che lui, e più gli aveva nella sua memoria che lui. Allora il Peregrino ebbe tanta allegrezza e tanta letizia e gaudio, che dire non si potrebbe. E laudando e ringraziando Iddio e la sua innamorata Maddalena, e pigliando la sua donna, col suo carissimo figliuolo sano e bello, salirono in su la nave per andare in Marsilia con grande ammirazione e stupore, e con grande allegrezza di tutti li nocchieri. O gloriosa e diletta Maddalena, quanto grandemente ti ama il tuo dolce Maestro, perocchè non ti sa negare niente, ma ciò che gli domandi ti concede!

Come il Principe con la sua donna pervenne a Marsilia,

e come si battezzò lui e tutto il suo popolo.

E dopo alcuni giorni pervennono a Marsilia con grande prosperitade di venti. E dismontando della nave, trovorono che la Maddalena e Marta e gli altri suoi compagni predicavano e ammaestravano il popolo. Alli quali gettandosi alli piedi, con grandissimo pianto di allegrezza gli riferirono grazie infinite, narrando a essi e a tutto il popolo ogni cosa per ordine che gli era addivenuto. Onde per questo tutto il popolo perfettamente si convertì, e dopo alcuni giorni Massimino e Lazzaro battezzorono il Principe con tutto il popolo, e di consentimento di tutto il popolo, e ancora di Maddalena e Marta, fu ordinato vescovo Lazzaro in Marsilia. E così Massimino e le dilette spose di Cristo Marta e Maddalena stettono quivi col Principe e col popolo per alcuni giorni, predicando e ammaestrandogli bene nella via della salute, e dandogli grande consolazione. E in questo mezzo tutti li Idoli di Marsilia furono abbruciati; delli quali li demonii uscivano gridando e volando [214], e tutti li templi furono distrutti, e la croce di Cristo fu dirizzata in piedi [215], e molte chiese furono edificale. E poi che compreseno che perfettamente erano convertiti e bene ammaestrati, per disposizione divina andorono a un’altra cittade, che si chiamava Aquense, [216] la quale non era molto lontana [217] da Marsilia. E mediante la grazia divina, e li miracoli che facevano predicando, similmente tutto il popolo di Aquense si convertì perfettamente. E poichè furono battezzati, di consentimento di tutti elessono per suo vescovo Massimino. E così susseguentemente convertirono, mediante la grazia di Dio, tutta quella provincia. E, dopo che furono bene instrutti e ammaestrati, la innamorata e infocata Maddalena, desiderando pur di gustare e aver piacere delle cose celestiale, secondo che aveva avuto delle cose mondane, con licenza di Massimino, e della sua sorella innocente Marta, e del suo fratello Lazzaro, se, n’andò in uno deserto asprissimo, nella sommità d’uno monte, in uno luogo preparato dalli angeli, nel quale luogo non era nè acqua, nè erbe, nè alcuni piaceri mondani, e stette trenta anni, che mai uomo vivente la conobbe: nel quale tempo sette volle il giorno era levata dalli angeli tanto in alto, che udiva con le sue orecchie corporali li canti celestiali e angelici; onde si saziava tanto di essi canti, che non gli era bisogno d’altro cibo corporale. O gloriosa, o innamorata, o serafica, o beata, o santa peccatrice, veramente in te si adempie quella scrittura [218] che dice: Dove è abbondato molto il peccato, quivi è superabbondata la divina grazia. Godi adunque e fa pasqua e grande festa, e ricordati della tua cara sorella, e delli tuoi devoti.

Come Marta, predicando, convertiva gente assai,

e come fece ammazzare uno grande dracone.

Ma la immaculata Marta rimanendo in Aquense, era tanto amata e reverita, che era uno stupore, perocchè aveva grandissima grazia di predicare, ed era bellissima e graziosa, e molto piacevole, intanto che chi andava una volta alla sua predica, era quasi costretto di ritornarvi un’altra volta. E così stava quivi predicando, ed esortando il popolo al servizio di Dio, e molti uomini e donne sì convertiva a servare perpetua verginitade e castitade. Onde gli uomini dava [219] a santo Massimino, il quale gli faceva sacerdoti e clerici, ma le donne teneva appresso di se, ammaestrandole e insegnandogli servare perfettamente il tesoro [220] della santa virginitade e onestade, e le altre virtudi, e facevale imparare a leggere la Scrittura sacra. Onde in brieve tempo la buona maestra congregò uno grande numero di sante monache, tra le quali la sua diletta Marcella era la più fervente e devota, ed aveva grande grazie di fare miracoli, e di stare alla orazione. E così perseverando la detta sposa e cara ospita di Iesu Cristo, Marta, predicando e facendo ogni giorno miracoli, li popoli vennono a lei dicendogli come appresso a uno fiume, il quale si chiamava Rodano, in uno bosco tra Arelate [221] e Vignone, era uno grandissimo dracone, il quale era più grosso che uno bue, e più lungo che uno cavallo, e aveva li denti acuti [222] e taglienti come una spada, ed era cornuto da ogni parte della testa, il quale stava nascosto nel fiume, e tutti quelli che passavano [223] erano morti e mangiati da lui, e faceva sommergere di molte navi. Il qual dracone era venuto per lo mare da Galacia in Asia, generato da uno serpente aquoso e ferocissimo, e da uno altro animale, il quale si chiamava Omaco [224], il quale, nasce in Galacia; il qual serpente gettava il suo sterco come se fusse una sagitta per lungo spazio, e ciò che toccava abbruciava a modo di fuoco. Al quale serpente la innocente Marta, fedelissima sposa di Iesu Cristo, essendo pregata dalli popoli, andò armata del segno della croce, e portando dell’acqua santa accompagnata dalle sue dilette discepole e figliuole e da grande moltitudine di gente. E pervenendo nel bosco, li popoli, impauriti per lo detto serpente, avevano paura di andare più avanti; ma la innamorata e innocente Marta, fedelissima sposa del vero agnello, con le sue dilette figliuole, sicuramente procedendo nel bosco, trovorono il serpente che mangiava uno uomo; al quale appressandosi la fedelissima Marta, gli mostrò la croce e poi gli fece lo asperges con l’acqua santa, e così per virtude divina diventò tutto mansueto, e perdette la sua ferocitade. Per la qual cosa la pura ed innocente Marta, pigliando la sua coreggia con la quale ella era cinta, la misse al collo al detto serpente, ed alli popoli che erano venuti con lei lo fece poi ammazzare con lance e con sassi e con altre arme, tenendo lei sempre la coreggia in mano. O gloriosa ospita, fedelissima sposa, o innamorata e infervorata figliuola di Dio, quanto sei stata sicura, perocchè contro a quel serpente, che faceva fuggire tutti li popoli, andasti armata solamente della vittoriosa croce del tuo diletto sposo, e caro ospite Cristo! Certamente la tua fede è stata grandissima, intanto che hai meritato d’avere la vittoria contro a questo serpente.

Come la santissima Marta fece edificare uno grande monasterio

a onore della gloriosa vergine Maria sua maestra.

Questo dracone si domandava Tarastare, e in memoria di questo quello luogo ancora si domada Tarastare [225], il quale in prima si domandava Verluch, cioè luogo negro, perocchè per li arbori grandi, che facevano grande ombra, era negro ed oscuro. Nel quale luogo e nel quale bosco, la umile ed innocente Marta con le sue dilette figliuole, con licenza [226] di santo Massimino e di santo Lazzaro suo fratello, vescovo di Marsilia, rimase sempre infino alla morte. Nel quale luogo fece edificare una. grandissima chiesa con uno grandissimo monasterio ad onore della gloriosa vergine Maria, sua nobilissima maestra. Nel quale monasterio fece fare due abitazioni grandissime; una per le donne, e un’altra per li uomini cotalmente [227] separate, che gli uomini non potevano vedere le donne, nè le donne gli uomini; ma tutti e ciascheduno stava nelli suoi chiostri ordinati. Nel quale monasterio la gloriosa e immaculata angeletta Marta, cara ospita di Iesu Cristo, stette tutto il tempo della vita sua, facendo asprissima penitenza; perocchè non mangiava nè carne, nè uova, nè formaggio, nè altre cose grasse e delettevoli: ma solamente una sola volta il giorno mangiava un poco di pane, e beveva uno poco d’acqua, con alquante erbe crude, con la benedizione di Dio. Il vino era sbandito da lei e dalle sue figliuole, come se fusse tossico o veleno. Cento volte il giorno, e cento volte la notte s’inginocchiava, adorando Iddio, e pregando per la salute delle anime create alla imagine e similitudine di Dio, e ricomperate del prezioso sangue dello agnello immaculato, caro suo ospite. Era a tutti benigna e cortese, e tanto risplendevano in lei tutte le virtudi, che pareva un’altra vergine Maria; perocchè li superbi faceva umiliare [228] colla sua umilitade; li invidiosi faceva diventare zelanti dello onore del prossimo con la sua caritade e cortesia; li lussuriosi faceva diventare casti e onesti per la sua grandissima onestade, la quale tanto risplendeva in quella immaculata angeletta Marta, che chi avesse avuto cattivi pensieri nella mente, guardando lei, si partivano. Li furiosi faceva diventare quieti con la sua modestia ed equitade; li golosi faceva diventare austeri e amatori di continenza con la sua astinenza e parcitade; li accidiosi faceva diventare presti e ferventi con la sua sollecitudine, perocchè mai non perdeva tempo nè col corpo, nè eziandio con la mente: perocchè o vero orava, o vero predicava, o vero si dava allo esercizio delle opere della pietade spirituali o corporali, servendo con sommo studio alli infermi. Li impazienti faceva diventare tranquilli o quieti con la sua pazienza: la quale tanto era sua amica, che mai non si turbava, ma pareva che essa angeletta Marta fusse la propria [229] pazienza. Li infedeli faceva diventare fedeli con la sua grandissima fede, facendo grandi e stupenti [230] miracoli: la qual fede fu in lei perfettamente ancora innanzi che Cristo fusse crucifisso, perocchè lo confessò dicendo: Io ti credo ogni cosa, perocchè sei figliuolo di Dio vivo. O fedelissima Marta, chi te l’ha fatto conoscere, se non esso sposo dell’anima tua? Certo io non dubito niente che lui t’inspirò di dire quelle parole: Tu sei Cristo, figliuolo di Dio vivo. Alli crudeli insegnava essere pietosi con la sua grande pietade che in lei era: perocchè pareva che lei fusse essa misericordia e pietade. Che bisogna più dire? Questa gloriosa vergine immaculata Marta fu piena di tutte le virtude, in tanto che eziandio meritò di resuscitare li morti con le sue santissime orazioni.

Come la santissima ed innocente Marta resuscitò uno morto.

Onde una volta predicando appresso a Vignone tra la città e il fiume, uno giovane il quale era di là dal fiume desiderando di udire predicare la immaculata ed innocente angeletta Marta, non potendo passare il detto fiume, perocchè nè ponte, nè nave, nè porto quivi era, si spogliò nudo per passare di là; ma come vi fu dentro, fu sommerso ed annegato dalla furia del fiume. Il corpo del quale fu trovato l’altro giorno sequente, e fu portato alli piedi della fedelissima Marta da molte persone, pregandola con molte lacrime che lo volesse resuscitare, pregando Iddio per lui. Alli quali prieghi la pietosa Marta condescendendo, si misse in orazione, gettandosi in su la terra a modo di croce, con le braccia estese, così dicendo: Altissimo Signore mio, Iesu Cristo, ospite mio, il quale resuscitasti il mio fratello, tuo diletto, priegoti che guardi alla fede delli circunstanti, e che resusciti questo giovane. E pigliando il detto giovane per la mano, si resuscitò, e tornò vivo, e fecesi battezzare, e fu buono cristiano. O gloriosa, o beata, o santa, o fedelissima ed innocente Marta, quanto sei amata teneramente dal tuo caro ospite Iesu Cristo, perocchè ti concede ogni cosa che tu gli domandi! E questo, è perchè ancora tu non hai negato niente a lui, perocchè essendo lui vivo in questo mondo, tu lo ricevevi in casa tua, e ministravigli le cose necessarie alla sustentazione sua, e delli discepoli. E poi che fu resuscitato e salito in cielo, ogni cosa vendendo, desti alli poveri; e poi (che è più) tu gli hai dato il corpo e l’anima offerendo te al suo servizio, e sostenendo ogni pena e tribulazione e ogni guai pazientemente per suo amore. O innamorata, o infiammata del divino amore, quanto sei oggi laudata e glorificata! Perocchè tutto il popolo che era circunstante, cominciò a gridare e dire con grandissima voce: Veramente ella è santa e beata, e la fede che lei predica è verissima. Onde in quel giorno grande moltitudine di gente si convertì tra per lo miracolo, e tra per la efficacia del suo predicare; perocchè predicava con tanto fervore, che pareva una serafica, e fendeva e riscaldava li cuori delli auditori, tanto grandemente, [231] che erano constretti a credere in Cristo, e battezzarsi. O gloriosa e innamorata Marta, per la abbondanza del cuore la bocca tua parlava.

Come la santissima e immaculata Marta convertiva,

e faceva assai monache, e come predicava spesse volte [232].

E così perseverando, nel predicare, tutta quella provincia si convertì perfettamente, e furono ammaestrati e da lei e dalli altri suoi compagni nella fede, e poi nutricati; perocchè la gloriosa angeletta Marta, cara ospita di Cristo, infino al giorno della sua morte, non cessò di predicare esortando e confortando, e nutricando le anime di quelli popoli, tenendogli nell’amore di Dio e nelle cose spirituali; ed ogni pochi giorni riceveva qualche monache a professione, o vero ne vestiva di nuovo, in tanto che innanzi che lei morisse e andasse alla beatitudine di vita eterna, erano a numero più che dugento monache. Alle quali dilette figliuole, poi che Maria fervente era tornata a casa, avendo predicato al popolo, spesse volte faceva a esse di belle prediche. E predicando alcuna volta a esse della santa virginitade, gli diceva [233] come era sopra tutte le virtudi e grazie la più gloriosa e nobile che sia data all’umana generazione: e che era bisogno resistere alle tentazioni fuggendo, e non combattendo; perocchè volendo vincere le tentazioni della concupiscenza per ragione, non è ben sicuro massime alli imperfetti; sicchè per tanto li cattivi e disonesti pensieri si dovevano fuggire, e prima che entrassino nel cuore cacciargli, e non gli lasciare entrare, perocchè poi che li nemici sono entrati nella rocca con maggiore fatica e pericolo si scacciono, ed alcuna volta non si possono bene scacciare, ma rubano il preziosissimo tesoro [234] della virginitade e onestade. E diceva che di questo avevano lo esemplo di Iesu Cristo, e della sua gloriosa madre vergine Maria, la quale fu vergine innanzi al parto e nel parto e dopo il parto; e tanto odore usciva della sua verginitade, che li lussuriosi si convertivano guardando la sua faccia. Tutte queste cose predicava la fervente Marta alle sue dilette figliuole, sempre esortandole che da se scacciassino il puzzolente tentatore delli piaceri carnali. Alcuna altra volta predicava a esse della povertade, dicendo: Figliuole mie carissime, la povertade volontaria è la più sicura cosa che possa essere, perocchè ella non ha chi gli porti invidia, e non ha cura nè sollecitudine, se non di Dio, quando ella è virtuosa. Avvisandovi che il nostro sposo Iesu Cristo, e la sua santa madre con li discepoli, l’abbracciorono perfettamente, non volendo avere alcuna cosa propria in questo mondo; ma vivevano di elemosine, come facciamo ancora noi. E di ciò io ne posso rendere testimonianza, perocchè per molto tempo gli ministrai delle mie cose, a lui necessarie per lo suo vivere; e spesse volte lui alloggiava in casa mia [235], non avendo lui nè casa nè tetto, dove potesse reclinare il suo capo. Alcuna altra volta predicava a esse della santa obbedienza, senza la quale non è sacrificio a Dio accetto, dicendo a esse: Figliuole mie dilette, non considerate chi sia quello, o vero quella che vi comanda, ma considerate per chi voi obbedite, cioè per lo amore di Dio e di Iesu Cristo vostro sposo e padre, il quale volle essere obbediente insino alla morte della asprissima croce, per noi misere peccatrici: per tanto siate preste e sollecite a obbedire più presto che comandare, perocchè molto piace a Dio la presta obbedienza fatta senza mormorazione e senza negligenza. Alcuna altra volta predicava a esse della caritade e amore fraterno, dicendo: Figliuole mie dolcissime, amatevi insieme con dolcezza di cuore, perocchè Iesu Cristo diceva alli Apostoli: Il mio comandamento è che vi amiate insieme. E in uno altro luogo disse: Il mio nuovo comandamento è che vi amiate insieme, perocchè in questo si conoscerà che sarete miei discepoli. Così di voi, figliuole mie, se vi amerete insieme, sarà detto che voi siete figliuole e dilette spose di Iesu Cristo. Ma, figliuole mie carissime, vogliate tenere in questo mondo quello che vi bisogna avere nell’altro, cioè amarvi insieme perfettamente, sappiendo che chi ha in odio il suo fratello, o vero la sua sorella è omicida, e cammina per le tenebre, e ha in odio la luce. Amatevi insieme, come Cristo vostro sposo ha amato voi, perocchè per la sua caritade e amore ha posto la vita di questo mondo alla morte crudele e aspera della croce per li suoi amici; e non solamente per li amici, ma eziandio per li suoi nimici, se si vogliono convertire. Per tanto seguitatelo in questo mondo, se volete poi goderlo nell’altro glorioso. Alcuna altra volta predicava a esse della santa orazione, dicendo: Figliuole mie carissime, non è possibile essere vero cristiano o cristiana senza orazione: per tanto, figliuole mie, io vi esorto e conforto che voi l’abbracciate con perfetto cuore, perocchè non è cosa in questo mondo che più presto vi faccia dispregiare il mondo con le sue delizie e pompe e piaceri [236], come fa la santa e devota orazione. E la ragione è che stando la creatura alla orazione, pensa li suoi peccati, e pensandogli, se ne duole, e piange la offesa che ha fatto a Dio con grande contrizione. E poi pensando li grandi e innumerabili beneficii di Dio, li quali non si potrebbono estimare nè pensare quanto sieno grandi; e così pensandogli conosce la infinita bontade di Dio, e conoscendola se ne innamora, e innamorato che n’è, se ne deletta, e degnandosi di Dio e delle cose celestiali e spirituali, dispregia il mondo ed ogni suo diletto, considerando il grande bene che aspetta. Per tanto, figliuole mie, non v’ incresca di affaticarvi per acquistare questa santissima virtude e grazia, perocchè ella è quella che vi può guidare e drizzare in sulla via della vita, ed è quella che vi farà perseverare nel benfare. E così altre volte gli predicava or d’una cosa, e ora d’un’altra. Alle quali prediche le devote figliuole stavano attente, e niuna parola cadeva in terra, ma le mettevano in operazione. Onde venneno in tanta perfezione e santitade che, stando in questo mondo, facevano [237] vita angelica amandosi insieme con tutto il cuore e sopportandosi ed escusandosi l’una l’altra, e servando la santissima onestade e l’altissima povertade abbracciando, e sottomettendosi alla perfetta obbedienza, ed avendo perfetta pazienza nelle tribulazioni: e singularmente si davano alla santa orazione e alla devotione. E in somma erano piene di tutte le virtudi intanto che molte di loro facevano miracoli mediante la divina grazia: della quale cosa la santa ed immaculata Marta, sua carissima madre, aveva grande consolatione e somma letizia; e tanto grandemente le amava, che non si potrebbe dire. E similmente le dilette figliuole amavano la sua santissima madre Marta, angeletta immaculata; ma sopra tutte Marcella era sua diletta, perocchè in lei resplendeva la grazia di Dio più abbondantemente, che nelle altre: e però la teneva per sua cara sorella, e menava con seco dove voleva che andasse per sua compagnia; eccetto quando si dilungava molto dal monasterio, perocchè allora ella la lasciava a casa per governare [238] il monasterio.

Come la innocente Marta aveva la grazia della contemplazione.

Aveva questa gloriosa ed immaculata vergine Marta, cara ospita di Iesu Cristo, la orazione e contemplazione per sua familiare amica, perocchè la maggiore parte [239] della notte stava alla orazione, e ancora una parte del giorno dedicava alla devozione e orazione; perocchè dopo che aveva predicato la mattina, stava poi alla orazione infine alla ora del suo mangiare, cioè infino dopo vespro; e similmente la sera, poi che aveva esortate e consolate le sue dilette figliuole nel benfare, si reduceva alla sua cella, e ponevasi alla santa orazione e contemplazione. E molte volte e spesso gli appariva il suo dolce sposo, e caro ospite Iesu Cristo, il quale gli dava grande consolazione spirituale. E molte altre volte gli appariva la gloriosa vergine Maria, con la quale aveva grande familiaritade, e stava con lei, come se fusse stata viva in questo mondo. Onde per la grande familiaritade che lei aveva con Cristo suo dolce sposo, e con la gloriosa vergine Maria, la faccia sua gettava raggi risplendenti a modo d’uno sole, e sapeva e conosceva le cose passate, e le presenti e le future. O gloriosa e deifica, e serafica Marta, angeletta immaculata, questi erano li tuoi piaceri, li tuoi cibi, e le tue vivande delicate, cioè stare col Signore, e con la Madonna di vita eterna.

Come Cristo revelò alla sua cara ospita Marta

come doveva morire lei e la Maddalena.

E perseverando Marta con le sue dilette figliuole di bene in meglio, ed approssimandosi il tempo che Iesu Cristo voleva remunerare le sue dilette figliuole e care ospite, Marta e Maddalena, delle sue fatiche, uno giorno apparendo esso Cristo alla immaculata Marta, sua cara ospita, gli disse: Figliuola mia, Marta, il tempo s’approssima che tu debbia venire a godere meco li beni di vita eterna; e però sappi che da qui a uno anno tu passerai di questa vita, e sì ne verrai in vita eterna. Al quale la umile ed innamorata Marta, ringraziandolo, disse: Signor mio, fa la tua santa volontade; ma una grazia ti [240] domando, che mi faccia vedere la mia sorella prima che io muoia, per sua e mia consolazione. Alla quale Cristo, dolce sposo dell’anima sua, disse: Io sono contento, e sappi che lei debbe passare di questa vita [241] otto giorni innanzi di te [242]; e prima che ella sia portata in vita eterna, io farò che lei ti verrà a visitare. Al quale la umile Marta disse: Signor mio, tu [243] sia laudato sempre e ringraziato: io so bene che sempre m’hai consolata ed esaudita: a te mi raccomando [244]. E domandata e ricevuta la benedizione, secondo la sua usanza, Cristo disparve, e la immacolata Marta s’incominciò a infermare. O beata, o santa, o gloriosa o deificata Marta: quante volte essendo tu ancora in questo misero mondo, abbracciasti e baciasti li santi piedi, e le sante mani di Cristo e della gloriosa vergine Maria! Certo io credo che essi non fussino lontani da te; ma penso che, quando tu volevi, essi non ti sapevano negare niente: per tanto godi, e fa pasqua con essi.

Come la paziente angeletta Marta si gloriava nella sua infermitade,

e come esortava le sue dilette figliuole al benfare.

Essendo adunque assalita la innocente Marta da una grandissima febre [245] con grande allegrezza e fortezza sosteneva la sua infermitade, e più ferventemente predicava alle sue dilette figliuole e spose che in prima, esortandole a pazienza, e a sopportare le avversitade, dicendo: Figliuole mie carissime, questa è la via che ci conduce al sicuro porto: questa è quella per la quale il nostro Signore e sposo è andato. Questa è quella della quale si delettavano li santi Apostoli, quando erano battuti e flagellati dalli sacerdoti, perocchè si partivano allegri e giocondi, perchè erano fatti degni di sostenere qualche tribulazione per lo glorioso nome del dolce Iesu. Questa è quella che ci fa conformi e sì ci congiunge col nostro sposo diletto. E però, figliuole mie, abbracciate essa pazienza con le braccia del corpo e dell’anima, sopportando volontieri ogni infermitade e ogni tribulazione per amore del nostro altissimo Iddio, il quale ci ha apparecchiato il copioso e grandissimo premio di vita eterna. E dicendo lei queste e simili parole con grande fervore, tutte le sue figliuole desideravano d’infermarsi per sostenere qualche tribulazione per amore del suo diletto sposo, e per essere compagne della sua santissima madre Marta nella tribulazione della infermitade. E così la innocente e immaculata Marta, gloriandosi nella sua infermitate, perseverò con grande fervore e devozione infino alla fine.

Come Iesu Cristo apparve alla innamorata Maddalena,

annunziandogli la morte, e come uno santo sacerdote

la vidde elevare in aere dalli angeli.

E innanzi a quindici giorni che doveva morire, Cristo apparve alla sua sorella innamorata e angelica Maddalena, manifestandogli come la voleva remunerare delle sue opere, e come presto doveva passare di questo mondo, e andare alla gloria di vita eterna; per la qual cosa l’angelica Maddalena n’ebbe grande consolazione ed allegrezza. E approssimandosi il tempo, un giorno essendo elevata l’angelica Maddalena dalli angeli in aere a udire li canti angelici e divini, secondo che era usata [246], uno santo sacerdote che stava appresso alla santa Peccatrice per divina inspirazione vidde come gli angeli portavano ed elevavono la santa Peccatrice in aere, e udì li canti angelici; il quale sacerdote da Dio inspirato venne più innanzi per vedere e udire questa cosa tanto maravigliosa [247]. E approssimandosi appresso a uno tratto di pietra, non poteva andare più avanti [248], perocchè gli mancavano le gambe. E vedendo lui di non potere andare più innanzi, per una presunzione devota, scongiurò la santa Peccatrice da parte di Dio, che gli dicesse chi lei fusse. Al quale, poi che tre volte l’ebbe scongiurata, la santa Peccatrice respuose, e disse: Vieni più appresso. E approssimandosi uno poco, la santa e umile Maddalena gli disse: Ricorditi tu, di quella famosissima peccatrice Maria Maddalena, della quale si dice e narra nel santo evangelio che lavò con le sue lacrime li piedi di Cristo, ed asciugogli con li suoi capelli, e sì gli baciò, ungendogli di ottimo unguento? Alla quale il santo sacerdote respuose: Io me ne ricordo, ed è gran tempo che questa cosa crede e confessa la santa madre chiesa. Al quale, l’angelica Maddalena disse: Io sono quella la quale per spazio di trenta anni sono stata qui e incognita a tutti gli uomini del mondo [249]: e, secondo che ieri meritasti di vedermi, così sette volte ogni giorno sono stata elevata in aere dalli angeli, e con le mie orecchie corporali ho meritato di udire li dolci canti e melodie di vita eterna. E perocchè Iesu Cristo m’ha rivelato che io debbo passare, di questa vita, ti prego che tu vada a trovare santo Massimino, e che gli dica come io debbo passare di questa vita, e che il giorno della pasqua che viene, nella ora del matutino, solo entri nell’oratorio, perocchè lui mi troverà essere elevata in aere dalli angeli. Il quale sacerdote, udiva la voce, la quale più tosto gli pareva angelica, che umana, e non vedeva niente. Dopo le quali parole, il santo sacerdote, più presto che potette, lo notificò a santo Massimino, narrandogli ogni cosa per ordine. Della qual cosa santo Massimino n’ebbe grande letizia e gaudio, e infinite grazie, ne riferì a Dio onnipotente.

Come santo Massimino trovò l’angelica Maddalena nell’oratorio,

e sì la comunicò, e come lei passò di questa vita.

E venendo il giorno della resurrezione, entrò solo nell’oratorio nell’ora del matutino, e quivi vidde l’angelica Maddalena stare infra li cori delli angeli elevata in aere più di dua braccia con le mani giunte ed elevate in orazione. E non avendo santo Massimino ardimento di appresentarsi, l’angelica Maddalena si guardò indrieto, e disse: O dolcissimo padre mio, piacciati di venire appresso di me, e non volere fuggire la vera diletta figliuola. Il quale, approssimandosi, vidde la faccia di essa santa Peccatrice più risplendiente che il sole, perocchè, secondo che si legge nelli suoi libri, più facilmente poteva guardare nel sole, che nella faccia della serafica Maddalena: e questo era per la continua conversazione che lei aveva avuta con gli angeli di vita eterna. E dopo molte sante parole dette insieme, santo Massimino fece congregare tutti li sacerdoti e altri religiosi [250] e con grande solennitade portò il corpo di Cristo alla santa Peccatrice: la quale con molte lacrime, e con grandissima devozione lo ricevette. E poi che fu comunicata, si puose in terra ginocchioni, innanzi allo altare in orazione, e così orando, la sua santissima anima uscì del suo felice e beato corpo; la quale fu presa dalli angeli con grande festa e giubilo, e fu accompagnata in vita eterna, e fu collocata con li santi ed eletti di Dio omnipotente. E poi che fu passata di questa misera vita, grandissimo e suavissimo odore rimase nell’oratorio, il quale per più di sette giorni si sentiva da quelli che entravano nell’oratorio: e santo Massimino gli fece fare una bellissima sepultura di marmoro, e fu sepellita con grande giubilo e letizia. E poi ordinò che dopo la sua morte lui fusse sepellito appresso a lei, per la devozione che gli portava.

Come la immaculata Marta vidde portare l’anima della sua sorella

in vita eterna, e come li suoi figliuoli e figliuole si dolevano della sua partita.

Ma in quella ora che la santa Maddalena passò di questa vita, la immaculata angeletta Marta, essendo gravemente inferma, e stando in orazione, vidde portare la felice anima della sua cara sorella da grande moltitudine di angeli in cielo: alla quale con grande allegrezza diceva: O bellissima, o gloriosa sorella mia, tu vai col tuo diletto maestro, caro ospite mio: godi e giubila, e ricordati di me, tua cara sorella. E poi essa innocente angeletta Marta fece domandare tutti li frati e le monache, e con grande fervore disse a essi: O cavalieri nobili, e spose ferventi e dilette, fate grande festa e letizia con meco, perocchè io ho veduto portare l’anima della mia sorella dalli angeli in vita eterna, e sì l’ho veduta collocare in quelle sedie della gloria superna, e presto debbe venire per me, per conducermi dove ella è, e sempre goderemo col nostro dilettissimo ospito. Allora tutti li frati e le monache cominciorono a piangere fortemente per grande tenerezza, per molta devozione e consolazione che avevano della Maddalena santa, essendo certificati della sua beatitudine. E conoscendo poi come ancora la sua santa madre Marta in brieve tempo gli doveva abbandonare, cominciorono a piangere e sospirare e dire: Or che faremo noi senza te, madre nostra, dove andremo noi? Tu ci hai allevati e ammaestrati nella via di Dio. Tu sei stata lume delli nostri occhi, ed esemplo d’ogni virtude e di innocenza: or piacesse a Dio che noi ne venissimo con teco, perocchè senza te non saperremo vivere. Guai, guai, guai a noi, quanta perdizione facciamo oggi! O lume nostro, non ti vedremo mai più da questa ora innanzi: or che faremo noi tuoi figliuoli e figliuole, perocchè eri timone e governo della nostra nave? Tu eri quella che col coltello del tuo ben parlare ammazzavi li nostri inimici: tu ci confortavi, tu ci esortavi e inanimavi al ben operare. A te noi ricorravamo nel tempo delle nostre tentazioni, e tu ci liberavi: ma che aiutorio aremo ora, madre santissima?

Come la pietosa Marta confortò li suoi figliuoli, e figliuole carissime.

Allora la pietosa angeletta Marta, lacrimando per compassione delli suoi figliuoli e figliuole, disse: O buoni cavalieri, e fedeli spose di Iesu Cristo, abbiate confidenza in Dio, e nella potenza della sua virtude. Non abbiate paura, ma confidatevi della sua infinita bontade, perocchè chi in lui spererà, non sarà mai abbandonato. Lui vi guiderà e conforterà, e defenderavvi dalli vostri inimici e persecutori. Valentemente adunque operate, e confortate li vostri cuori, e sostenete il vostro Signore Iddio, perocchè lui è pietoso e misericordioso alli suoi servi, e alle sue dilette spose, e aiutale maravigliosamente. Abbiate ancora speranza nella madre della misericordia vergine Maria, alla quale vi raccomando: la quale vogliate avere in speziale vostra avvocata, perocchè ciò che lei vuole e domanda, gli è concesso e dato; state di buono animo, e non dubitate di niente, perocchè essendo io col mio diletto sposo: Cristo, ospite mio in cielo, sarò più in vostro aiutorio, che non sono stata in questo misero mondo; perocchè il mio sposo e caro ospite m’ha promesso di concedermi ciò che io gli domanderò, e io non cesserò mai di pregare per tutti quelli che porteranno devozione al nome mio, e mai non cesserò di pregare per voi, tanto che voi verrete quivi dove io vado, cioè nel trionfante paradiso: e non starete molti giorni, ma presto sarà. Rallegratevi adunque infra voi, e state di buona voglia, perocchè sarete consolati. La mia cara figliuola Marcella rimarrà con voi, alla quale potrete ricorrere, la quale vi consolerà; per la quale io priego il mio dolce e caro ospite che gli conceda maggior grazia [251], che non ha fatto a me, acciocchè siate consolati. Lei sarà a voi madre, e voi sarete a lei buone figliuole, e obedienti in caritade: con ogni umilitade, e con tutta pazienza in tutte le vostre necessitadi ricorrete a lei, e sarete consolati. Siate solleciti di conservarvi in uno legame di spirito e di pace, e il Signore della pace sarà con voi. Siate uno cuore e una anima, come siete eletti in una speranza della vostra vocazione. Uno è lo Iddio d’ogni cosa, al quale desiderate di piacere insieme, e di vivere in perfetta caritade. Siate adunque seguitatori di lui, come carissimi figliuoli e figliuole, e state in perfetta dilezione e amore con Dio, e lui amate sopra ogni cosa, perocchè lui si sottomesse alla morte della crudelissima e asprissima croce per voi ricomperare. Amatevi insieme perfettamente, ed osservate li comandamenti di Dio, e dove vado io, presto verrete ancora voi, e quivi ci rivedremo, e conosceremo, e regneremo in quella infinita gloria in secula seculorum. Amen.

Come la innocente e santa Marta si comunicò

del glorioso corpo del suo caro ospite Iesu Cristo.

E dopo queste parole, conoscendo la immaculata e santa Marta che il tempo del suo transito s’approssimava, comandò che gli fusse portato il santissimo corpo di Cristo. Onde come lo vidde venire, si puose ginocchioni, avvenga che con grande fatica; e con molte lacrime e sospiri, levando le mani in orazione, disse: Signor mio, sposo mio, chi sono io, che sia degna che tu entri nella casa mia? Certo, ospite mio, io non ne sono degna, perocchè tu sei uomo perfetto, e Iddio eccelso, il quale per me, misera peccatrice sostenesti l’asprissima croce. Certamente tu sei quello, il quale fusti e sei Iddio col tuo Padre eternalmente innanzi a tutti li secoli, e senza principio genito del tuo Padre Iddio; eternale, e investigabile generazione, nella quale con esso Padre, e con lo Spirito Santo sei uno Iddio onnipotente. Tu sei beatitudine di tutti li supernali cittadini, e sei la loro gloria, e tutti contemplano la specie della tua altezza. O ineffabile maraviglia, o novitade d’ogni novitade: gli occhi veggono in te la bianchezza, il gusto sente il sapore, il naso sente l’odore; il tatto truova sottilitade; ma lo udire del cuore conosce in te tutte le perfezioni. Pane sei, ma tutto intero sei Iesu Cristo: sì come sei in cielo residente dalla mano dritta del tuo Padre, così sei Iddio e uomo. Iddio ti salvi, pane di vita, il quale descendesti dal cielo, dando a quelli che degnamente ti prendono vita eterna. Certo chi ti prende degnamente, qualunque morte faccia il corpo, l’anima non morirà in eterno. Tu sei il pane degli angeli, perocchè per la tua visione gli glorifichi, e dai a essi ogni consolazione. Tu sei quello il quale dicesti a me: Confidati figliuola, perocchè la tua fede ti ha fatta salva. Tu sei quello che dicesti alla mia sorella Maddalena: Perdonati ti sono li tuoi peccati, va in pace. Tu sei quello il quale molte volte alloggiasti in casa mia: tu sei quello il quale resuscitasti il mio fratello, dicendogli: Lazzaro vieni fuori. Tu sei quello il quale io viddi morire in sulla croce per la salute mia, e di tutta l’umana generazione; tu sei quello il quale io viddi molte volte, dappoi che fusti resuscitato; tu sei quello il quale debbi venire a giudicare li vivi e li morti; tu sei quello il quale mi hai sovvenuta e confortata infino a questa ora, e mi hai dato vittoria delli miei inimici. Tu sei esca dell’anima, non ingrassando il corpo, ma la mente; e quello che in te non ingrassa di virtude, cade in grande infirmitade. Tu transmuti in te quello che ti mangia degnamente; ma guai a quelli, li quali indegnamente ti prendono! Certo a essi sarà grande pena e tormento, perocchè per lo loro peccato un’altra volta ti crucifiggono. O grande e inscrutabile misterio! o nobile convito, nel quale sotto spezie di pane e di vino tu, Cristo Iddio ed uomo sei ricevuto! O esca sacratissima, o viatico santo della nostra peregrinazione, per lo quale da questo iniquo seculo si perviene alla compagnia della celestiale Ierusalem! O mangiare delicatissimo, il quale sei suavitade d’ogni perfetto odore e sapore, e sei ogni diletto e ogni medicina, e ogni bene che desiderare si possa. Certamente tu sei quello, il quale per te vive e muore ogni creatura. Tu sei vita perpetua, dolce, amabile e gioconda. Tu sei quella luce incomprensibile la quale illumina ogni uomo, che viene in questo mondo. Signor mio, tu hai possanza in cielo, in terra, in mare e nello abisso: nessuna cosa è che possa resistere alla tua volontade, e per te è ogni cosa, e senza te è niente. Per tanto, Signore mio, sposo mio, e ospite mio carissimo, priegoti per la tua infinita misericordia, che mi faccia degna di riceverti degnamente, e che mi conduchi e guidi con teco in vita eterna, dove io ti laudi e adori per infinita secula seculorum. Amen. O fedele anima mia, rallegrati e fa grande convito, e non tardare [252] a pascerti di questo delicato cibo, e non essere pigra di mangiare in questo convito santissimo. E poi che la santissima Marta ebbe detto queste e simili parole, stando ginocchioni in terra, con molte lacrime e sospiri approssimandosi il sacerdote, si comunicò devotissimamente; e poi che fu comunicata, stette ratta e quasi fuori di se medesima per grande spazio, considerando la infinita bontade di Dio.

Come la santissima Marta passò da questa vita, e come gli apparve

Iesu Cristo con la gloriosa Vergine Maria, e con la sua sorella Maddalena.

E ritornando poi in se medesima disse alla umile Marcella e alli altri che accendessino li doppieri e le lampane dintorno a lei, e che vegghiassino con lei, perocchè presto doveva passare. E venendo la mezza notte, innanzi che passasse, venne uno terribile vento con un grande terremuoto, il quale spense tutti li doppieri e le lampane, e incontinente la santa, e immaculata Marta vidde venire grande moltitudine di demonii, li quali venivano per tentarla, e avevano una scrittura, nella quale erano scritti tutti li suoi peccati e defetti. Onde vedendogli Marta così terribili e oscuri, ebbe grandissima paura, e ponendosi in orazione disse: Signore mio, ospite mio, padre mio santissimo, li seduttori e inimici miei si sono congregati per tentarmi. Iddio mio, deh non ti dilungare da me. Adonai, Deus in adiutorium meum intende. O gloriosa Vergine Maria, Madre mia santissima, aiutami, e confondi questi inimici dell’umana generazione. O sorella mia carissima, dove sei, che non aiuti la tua diletta Marta? Il mio diletto sposo Iesu Cristo m’ha pur detto che tu mi verrai a vedere, prima che io finisca la mia vita [253]: or perchè stai tanto? E così dicendo, gli apparve la sua diletta sorella Maddalena con una fiamma [254] di fuoco rilucente in mano, con la quale accese tutti li doppieri e tutte le lampane; e poi approssimandosi alla sua diletta sorella Marta, abbracciolla dolcemente, e disse: Non temere, sorella mia; perocchè tu hai vinto, e li tuoi inimici si sono partiti confusi, e da questa ora innanzi non ti tenteranno più. Alla quale l’angeletta Marta disse: Sia laudato Iddio, e tu, sorella mia. Or sarebbe possibile a te, sorella mia, di dirmi quanta gloria t’ha donata il nostro caro ospite Iesu Cristo? Alla quale la gloriosa Maddelena respuose: Sorella mia, non è possibile a dirtene delle cento milia parti pur una minima: perocchè nè occhio umano lo vidde mai, nè mai orecchia lo intese, nè mai fu cuore di puro [255] uomo che potesse comprendere la smisurata gloria che ha apparecchiato il nostro Iddio a quelli che lo temono e con perfetto cuore Lo amano. E così parlando insieme per nome si domandavano l’una l’altra, ed era in esse tanta letizia, che l’angeletta Marta non si poteva contenere di lacrimare di dolcezza, vedendo la sua sorella essere venuta in suo aiutorio. E così stando insieme e faccendo grande letizia, eccoti che Cristo glorioso gli apparve, accompagnato dalla sua santissima Madre, e da innumerabile moltitudine di angeli e di santi; il quale approssimandosi alla sua cara ospita e sposa Marta, disse: Vieni a me, diletta mia ospita, perocchè dove sono io, voglio che quivi sia la mia sollecita e fervente ospita e ministra. Tu mi ricevesti [256] in casa tua, e io ti riceverò nel mio cielo: tu mi servisti, ministrandomi con molta diligenza delle tue cose, e io voglio servirti, ministrandoti me medesimo. Tu mi amasti grandemente, e io voglio che perfettamente tu sia amata da me e consolata. Tutti quelli che t’invocheranno domandandomi qualche grazia per li tuoi meriti e prieghi, voglio che siano esauditi per tuo amore, E così dicendo, s’inclinò [257] sopra di lei, e fecegli il segno della croce nella fronte [258], dicendo: Non temere più, ospita mia cara; perocchè non sarai più molestata nè tentata dalli tuoi nimici; ma sta di buona voglia perocchè sei scritta nel libro della eterna vita. E perchè hai fatta buona e fedele compagnia [259] alla mia santissima madre in questo mondo, io voglio che ancora tu gli faccia compagnia nel cielo empirio, e voglio che la tua sedia sia appresso alla sua. O beata, o santa, o gloriosa sposa e cara ospita e diletta figliuola di Iesu Cristo, Marta, angeletta immaculata, quanta consolazione e quanta grazia hai ricevuta! E poi la gloriosa vergine Maria approssimandosi alla sua diletta figliuola e cara ospita e buona discepola Marta, inchinandosi sopra di lei, l’abbracciò ponendo la sua gloriosa faccia sopra quella della innocente Marta, e baciandola dolcemente, gli disse: Sta consolata e di buona voglia, figliuola mia carissima, perocchè hai vinto il nimico, e presto verrai con noi nel trionfante regno di vita eterna. Per le quali tutte cose la immaculata Marta si struggeva e consumava [260], e quasi crepava di dolcezza e di smisurato gaudio, considerando quanto teneramente era amata da Iesu Cristo e dalla sua madre, vergine Maria. O Marta innocente, o sposa immaculata, o vergine illibata, o veramente cara ospita di Cristo, vero agnello immaculato, come potesti sostenere tanto gaudio e tanta letizia? Certo io non lo conosco, eccetto che forse eri già congiunta con Dio, e parendo essere in questo mondo, eri dell’altro. E approssimandosi, l’ora del suo transito, si fece portare dalle sue dilette figliuole di fuori, dove potesse vedere il cielo, e sì si fece mettere in sulla cenere con una sola vile tonaca, comandando che il segno della croce gli fusse tenuto innanzi, e che la passione, gli fusse letta. E levando le mani al cielo disse: Ospite mio carissimo, io ti priego che la tua poveretta ospita ti sia raccomandata; e come ti degnasti di alloggiare in casa mia, così ti piaccia di ricevermi nella tua gloria. Amen. E poi abbracciando [261] le sue dilette figliuole e con molte lacrime di tutte quante benedicendole, con le braccia in croce, leggendosi quelle parole della passione: In manus tuas Domine commendo spiritum meum, ed essa felice Marta spesso replicando le dette parole, cioè [262] la santissima anima, la quale Iesu Cristo accompagnato dalla gloriosa vergine Maria, e dalla sua diletta Maddalena, e da innumerabile moltitudine di angeli e di santi la condusse e accompagnò in vita eterna, cantando e iubilando e facendo grandissima festa, e solennissima pasqua. O felice, o beata, o santissima e immaculata angeletta Marta, sposa del vero agnello immaculato Iesu Cristo, godi, iubila, e fa grande festa e grande nozze con esso sposo e con tutti li santi e angeli di vita eterna, e ricordati delli tuoi devoti, intercedendogli la divina grazia, acciocchè poi venghino con teco a laudare esso Iddio omnipotente in secula seculorum. Amen. E poi che fu passata quella beata e gloriosa anima di questo misero mondo, le sue dilette figliuole addolorate della sua madre [263] facevano [264] quasi infiniti pianti e lamenti, non tanto per la morte della sua dolce madre, quanto per tenerezza d’amore, e ancora per grande consolazione; che avevano veduto la sua madre essere così magnamente da Dio onorata e glorificata; e grandissimo e suavissimo odore rimase per più giorni quivi in quello luogo, dove ella passò di questa vita, intanto che [265] quasi non lo potevano sostenere. E dopo il molto pianto e il molto gaudio e consolazione, li diletti figliuoli e figliuole cominciorno a ragionare della sua sepultura. Onde deliberorono di aspettare infino che fosse fallo mezzo giorno, perocchè la santissima Marta passò di questa misera vita nel levare della aurora del giorno della domenica; e in quello medesimo giorno fu sepellita. E divulgata che fu la fama come santa Marta era morta, tutti li popoli circunstanti concorsono e maschi e femine, e grandi e piccolini, e ricchi e poveri, e nobili e contadini, e fedeli e infedeli; e molti infermi per li suoi meriti furono sanati di diverse infermitadi; e tutti quelli che vi andavano erano grandemente consolati, e tutti ritornavano a casa sua con grande festa e letizia, laudando e ringraziando Iddio e la sua santissima e cara ospita Marta, angeletta immaculata.

[266] Come Iesu Cristo benedetto fu alli esequii

della sua cara ospita Marta, angeletta immaculata,

e, dopo che ebbono cantato lo officio, la sepellirono.

Ma Iesu Cristo, carissimo suo sposo, gli volle mostrare ancora dopo la morte come singularmente l’amava, poichè la volle sepellire colle proprie sue santissime mani, la qual cosa non si legge di nessun’altra santa. Onde la domenica mattina, essendo santo Frontone [267] vescovo nella città detta Tegrarica [268], cantando la messa, ed essendo, mentre si cantava la epistola, addormentato [269], Cristo gli apparve, dicendogli: Dilettissimo mio Frontone, se tu vuoi adempiere quello che tu, già molto tempo, promettesti alla mia cara ospita, Marta, levati suso, e seguitami. Il quale levandosi in ispirito, lo seguitava. E venendo tuttadue a Trascone, nel monasterio della gloriosa vergine Maria, nel quale Marta era passata di questa vita, Iesu Cristo col santo vescovo Frontone cominciorono a fare le esequie sopra il corpo della sua cara ospita Marta, angeletta immaculata. Per la qual cosa tutti li frati e le monache stavano stupefatti, e non si potevono saziare di guardare la gloriosa faccia di Iesu Cristo, tanto era bella: e cantava tanto dolcemente, che dire non si potrebbe. E poichè ebbono finito l’ufficio, esso Iesu Cristo con le proprie mani, con santo Frontone sepellirono il santissimo corpo della immaculata Marta, sua cara sposa e figliuola. O amore smisurato dello Altissimo, o infinita bontade divina! O miracolosa e stupenda degnazione di Iesu Cristo, il quale si degna di servire a quelli che degnamente lo servono! Ecco come lui si è ricordato delli molti servigii e benefici! che aveva ricevuti da questa sua nobilissima ospita. E per mostrare il grande amore che lui li portava, non gli bastò mandare degli angeli, come aveva fatto alla sua sorella Maddalena, ma lui personalmente [270] ha accompagnata l’anima, e ha voluto sepellire il corpo con le sue proprie mani, come se non si fidasse di nessuno, e come se fusse geloso e avesse paura che fusse maltrattato. Veramente, beata e santa angeletta Marta, cara ospita e figliuola di Iesu Cristo, tu fusti grandemente diletta e amata [271] da esso agnello immaculato. E non è ben [272] chi potesse scrivere delle mille parti una del grande amore che ti portava. O quanti dolci canti, o quanta suavitade di melodia, o quanta dolcezza, o quante feste e iubilazioni faceva il Signore glorioso, cantore delli cantori, col suo mellifluo cantare! Certo quelli che erano presenti si struggevano e stupivano di dolcezza, udendo tante melodie, e così dolce canto. O beate orecchie; giacchè sole sentivano quella voce deifica! O cuori ben consolati, menti ben pasciute e ripiene di quelli divini canti! Certo io penso che li auditori si consumassino [273] nelli loro cuori, e che uscissino fuori del sentimento, vedendo e udendo fare tanto onore al corpo della santa immaculata Marta, ospita nobilissima. E poichè Iesu Cristo ebbe sepellito il santo corpo, fece festa di voler partire, onde uno frate per devota presunzione, vedendolo partire, gli andò drieto , e dissegli: Signore qual è il vostro nome? Al quale il Signore non gli respuose niente; ma gli mostrò uno bellissimo libro scritto di lettere d’oro, e dissegli che lo leggesse. Il quale leggendo [274] trovava in ogni carta, o vero foglio scritto: In memoria mea erit ista iusta hospita mea, ab auditione mala non timebit in die novissimo, cioè: Nella gloria eterna, cioè nel Paradiso, sarà questa mia ospita santa, e non temerà del giorno del giudicio la severa sentenza che sarà data alli dannati. E volgendo quel frate tutto quel grande libro, altro non vi trovava; e poichè l’ebbe cercato tutto, Iesu Cristo con santo Frontone disparvono, e li frati e le monache rimasono tanto consolate che dire non si potrebbe, e crescevano di virtude in virtude ogni giorno. E volendo il diacono che serviva, ovvero ministrava al vescovo Frontone nella messa, la benedizione, per cantare lo evangelio, perocchè l’ora era tarda, e al popolo rincresceva di aspettare più, lo destò dal sonno, e domandogli la benedizione. Al quale santo Frontone respuose: Perchè, mi avete destato [275] così presto? Il nostro Signore Iesu Cristo mi ha menato a Trascone alle esequie del santo corpo della sua diletta e cara ospita Marta, e con grande solennitade e festa l’abbiamo sepellita. E che questo sia vero, mandate presto a Trascone nel suo monasterio a togliere il mio anello e li miei guanti, li quali mi trassi delle mani [276] quando io volli aiutare Iesu Cristo a sepellire il glorioso corpo di essa Marta, e sì gli detti al sagrestano, li quali poi per dimenticanza li ho lasciati. Onde mandorno uno messo, e così trovorono essere secondo che il santo Vescovo aveva detto, e portorono l’anello e un solo guanto; perocchè il sagrestano ritenne l’altro in memoria di questa cosa. O beatissima, o santissima, o gloriosa Marta, quanto se’ oggi esaltata! A me pare che tutto lo studio del tuo santissimo ospite fosse un farti onore e magnificarti: perocchè non so che più ti abbia potuto fare di quello che ti ha fatto. Non sarebbe bastato se lui ti avesse mandato uno angelo, o dua ad accompagnarti in paradiso, ed a sepellirti, senza che lui in persona vi venisse, e sepellisse il tuo corpo con le proprie mani? Certo, Marta, agnella immacolata, vero è quello proverbio che dice che l’amore non si può celare [277]; perocchè se il tuo caro ospite non ti amasse sopra le altre, non ti farebbe tante cose, e tante grazie più che agli altri. Ma perchè lui ti porta un singularissimo amore, li ha voluto fare e concedere singulari privilegii e doni; perocchè mai non ho letto che Cristo, tuo caro ospite, sepellisse alcun’altra santa, che la immaculata agnella. Oh infinita bontade di Dio! oh clemenza smisurata del Salvatore! oh amore incomprensibile dello Altissimo, il quale porta alli suoi fedeli amatori! Certamente perchè l’innamorata Marta molto amò e molto servette, è stata molto amata e servita. E questo è quello che esso Cristo disse nel santo Evangelio, cioè che li suoi servi fedeli farà sedere alla sua mensa, e che lui li servirà, amministrandoli se medesimo. Oh grandezza della carità di Dio! quanto siamo da lui amati! Oh quanto adunque siamo obbligati al nostro pietoso e misericordioso Iddio, il quale tanto amore ci mostra, e tanta caritade ci dona! Certo se noi amassimo lui, servendolo bene, come doveremmo fare, lui servirebbe ancora a noi, come ha fatto alle sue discepole e figliuole, e care ospite, Marta e Maddalena; perocchè lui è così benigno e misericordioso al presente, come era eziandio allora, e se noi fussimo così preparati a ricevere delle sue grazie, come lui è preparato a darle, noi saremmo beati. E poi che furono sepelliti li gloriosi corpi delle santissime e nobilissime spose e care ospite e dilette figliuole di Iesu Cristo, Marta e Maddalena, li popoli con grande devozione e fede concorrevano alle loro sepulture, portandovi e conducendovi molti infermi aggravati da diverse infermitadi, li quali tutti ritornavano a casa sani e allegri, magnificando e laudando Iddio e le sue gloriose sante, Marta e Maddalena. Tra li quali venne uno re di Francia, che aveva nome Gleodosio [278] il quale era infermo di diverse infermitadi, ma singularmente era aggravato [279] da grande dolore di reni; il quale stando dinanzi al sepolcro della immaculata Marta, con grande devozione e fede, ricevette perfetta sanitade. Per la qual cosa esso re dotò abbondantemente esso monasterio, facendolo libero, e donandogli tutte le ville e castella d’intorno, appresso tre miglia; della qual cosa Iddio ne sia laudato per infinita secula seculorum. Amen. Chi adunque ben considera questa Leggenda, può conoscere quanto sia stata gloriosa e virtuosa, e quanto sia degna di essere laudata e esaltata la immaculata vergine e santa Marta diletta figliuola e sposa e cara ospita del glorioso vero agnello immaculato Iesu Cristo benedetto; perchè in lei si trova tutto il collegio di tutte le sante virtudi, e fu vera discepola di Iesu Cristo, e sì lo seguitò, secondo la umanitade, grandemente in esse virtudi,

Come la innocente Marta sempre fu vergine.

Seguitò primamente Marta il suo diletto sposo Iesu Cristo con la santa verginitade, perocchè fu vergine immaculata e del corpo e della mente, e, come detto è nella Leggenda, era di tanta onestade, che [280] li disonesti e lussuriosi faceva diventare casti e onesti: e se alcuna delle sue figliuole monache sentivano qualche tentazione, ovvero riscaldamento di carne, essa immaculata Marta lo conosceva per ispirito, e pertanto andava a trovarle, e parlandoli d’Iddio, e quanto fosse gloriosa la verginitade, e quanto fosse vituperabile ed abbominevole lo atto carnale, scacciava da esse le tentazioni, e sì le dava grande consolazione spirituale. Onde pertanto avevano per consuetudine [281] esse monache, incontinenti che sentivano qualche tentazione, di ricorrere prestamente da essa immaculata Marta, madre sua dilettissima, per adiutorio; alle quali soccorreva molte volte, pur solo col suo sguardo, perocchè il demonio che tentava della lussuria, temeva grandemente [282] la innocente angeletta Marta per la sua grandissima onestade; la quale onestade essa immaculata Marta elesse infino dalla sua puerizia per sua cara diletta. E tanto era usata in essa onestade, che quasi naturalmente era inserta in Dio, e quasi non sentiva alcuna tentazione, e non poteva sentir dire, nè parlare, nè ancora vedere cose disoneste. E però degnamente è detta Marta perocchè tanto è a dire Marta, quanto dominante, ovvero provocante; perocchè essa gloriosa vergine Marta provocava le creature di Dio alla onestade, e al bene operare, dominava e signoreggiava sopra tutti li vizii suppeditandogli [283], e sopra li demonii, perocchè li scacciava per tutto. Li quali demonii non la potevano udire nominare, nè pure vedere dipinta. E pertanto chi si sente tentato, ricorra a lei.

Come santa Marta fu sempre fedelissima.

Fu ancora la innocente Marta sempre mai fedelissima figliuola di Dio, perocchè eziandio innanzi che Cristo predicasse, credeva ogni cosa che si conteneva nella legge mosaica, ed aspettava lo avvenimento di Iesu Cristo. E perocchè santo Giovanni Battista predicava che esso Cristo era già venuto, ella credette, e da lui si fece baltezzare del battesimo della penitenza. E poichè Cristo cominciò a predicare, e manifestarsi al mondo, la sollecita Marta si fece battezzare da esso suo caro ospite del battesimo dello Spirito Santo, e credette eziandio innanzi che Cristo sostenesse passione e che resuscitasse, che lui fusse figliuolo di Dio vivo. Onde però, secondo il santo Evangelio, lei disse a esso Cristo: Signore, io credo ogni cosa che tu dici, però che sei figliuolo di Dio vivo. Non si trova scritto che lei mai dubitasse della fede, come si trova delli discepoli, e della sua sorella Maria Maddalena; ma sempre fu fedelissima. E però quando Iesu Cristo la fece sana della sua infermitade, li disse: Abbi confidenza, figliuola mia, perocchè la tua fede t’ha fatta salva. Ecco che sicuramente possiamo dire alla immaculata angeletta Marta: Figliuola fedelissima, dappoichè Cristo, creatore dell’universo, il quale non può mentire, la domandò per figliuola fedelissima. E tanta fede ebbe questa carissima ospita e figliuola di Iesu Cristo, in questa vita, che ogni grazia, che lei domandava a Dio, otteneva. E che questo sia vero, si manifesta, quando li diceva: Se io toccherò pure la fimbria del tuo vestimento, sarò sanata. Oh fede grandissima: oh fede perfettissima! Con la sua fede impetrava alli ciechi di vedere, alli sordi otteneva lo udire, alli morti impetrava la vita. E brievemente a tutti li infermi, che a lei ricorrevano con fede e devozione, mediante la divina grazia, per li meriti della sua perfettissima fede, impetrava sanitade. Chi adunque desidera di essere sanato dalle infermitadi corporali e spirituali, ricorra alla santissima Marta con fede e devozione, perocchè lei è piena di pietade, e potrà impetrare ogni grazia, che li sarà addomandata. Perocchè esso Iesu Cristo, il quale non può mentire, gli promise nell’ora della sua morte di esaudire tutti quelli che lei invocassino per sua avvocata. Pertanto chi ha bisogno di qualche grazia, la domandi a Dio per li meriti della sua santissima e immaculata angeletta Marta, sua cara ospita, con perfetta fede e devozione, e senza dubbio alcuno sarà esaudito, secondo che sarà il meglio dell’ anima sua [284].

Come Santa Marta fu sempre obediente.

Fu ancora la innocente Marta sempre mai vera obediente a Dio, ed alli suoi superiori: perocchè infino dalla sua puerizia fu obedientissima al padre e alla madre, sforzandosi di fargli cosa che gli fusse grata e consolatoria. E poi che il suo padre e la sua madre furono passati di questa vita, fu obediente alli suoi parenti e superiori. Ma sopra ogni cosa in tutto il tempo della vita sua (il quale, secondo che si può comprendere, fu circa settanta quattro anni) si sforzò di osservare li comandamenti di Dio. Ed era molto zelante delli comandamenti e ordinazioni delle cerimonie delli santi patriarchi e profeti e sommi sacerdoti. Ma poi che Cristo fu salito in cielo, osservò perfettamente il santo Evangelio, e sommamente si dilettava così delli consigli, come ancora delli comandamenti. E quasi sempre mai il suo predicare e parlare era del santo Evangelio, perocchè sempre lo portava nel cuore per lo amore, nella bocca per lo parlare, e nelle mani per lo bene operare. Fu eziandio molto obediente a santo Massimino vescovo, e in ogni cosa d’importanza si reggeva secondo il suo santo consiglio, il quale gli era buono pastore e governatore. E oltra di questo fu obediente alle buone inspirazioni, e alla sua buona conscienza, perocchè incontinente che lei si sentiva pungere e avvisare dallo Spirito Santo, apriva gli orecchi del cuore, e mandava ad esecuzione ciò che gl’inspirava. O come è soave cosa e dolce a gustare lo Spirito Santo! Certo chi attendesse alla buona conscienza ammaestrata [285] dallo Spirito Santo, mai non peccherebbe, perocchè il più giusto e il più bello e migliore libro che sia, è la buona conscienza. E se la creatura sempre vi studiasse dentro, non farebbe mai male; perocchè prima che la persona faccia il male, la buona conscienza lo avvisa, dicendo: Non fare, non fare, perocchè è peccato. Se vogliamo adunque andare quivi dove è andata la santa e immaculata Marta, cara ospita di Iesu Cristo, cioè in vita eterna, studiamo nel giustissimo libro della buona conscienza, come faceva lei, e siamo a lui obedienti, come lei faceva, e saremo salvi, e anderemo con lei alle nozze del vero agnello immaculato Iesu Cristo benedetto.

Come santa Marta diventò poverissima per amore di Dio.

Fu eziandio poverissima, perocchè perfettamente volle seguitare Iesu Cristo, suo nobile maestro e caro ospite, senza niente. Onde dette a Dio l’anima sua e il suo corpo, facendolo fare la sua volontade in ogni opera virtuosa, soggiogando ogni suo proprio volere, e negando se medesima, e portando la croce del suo diletto sposo Cristo. La sua sustanzia e tutta la sua roba dette alli poveri per amore di Dio, e poi viveva di elemosine, e del lavorare che faceva lei e le sue monache. Desiderava alcuna volta che le cose necessarie gli mancassino per sopportare [286] e sostenere qualche cosa in memoria del disagio che avea sostenuto il suo caro ospite Iesu Cristo, e la sua diletta maestra e gloriosa vergine Maria. E non poteva sopportare che niuna delle sue monache fusse peggio vestita di lei. Una sola tonaca gli bastava con la onesta [287], e col velo grosso, e semplicemente lo portava, non curandosi della vanitade di questo mondo, ma in ogni cosa dispregiandola. Una sola volta mangiava il giorno uno poco di pane e di acqua, essendo lei sana; e questo faceva dopo il vespro.

Come santa Marta fu umile.

Fu eziandio la vera discepola di Iesu Cristo umilissima, perocchè in lei singularmente risplendeva essa umiltade, perocchè in ogni cosa si umiliava, e non si sdegnava di servire; ma, secondo il santo Evangelio, volentieri ministrava, e sollecitamente serviva, parendogli di non essere degna, nè sufficiente di servire e di ministrare a Iesu Cristo, suo carissimo ospite, e diletto padre e sposo; e però gli disse: Signore, io ti priego che tu dica alla mia sorella che lei mi aiuti a ministrare. E poi che ebbe fatto fare il monasterio, lei era quella che con la sua umilitade dava esempio a tutte le altre, perocchè si studiava di fare in casa tutte le cose più vile, come è di fare la cucina, di lavare [288] le scodelle e di nettare ogni immondizia, lavando volentieri li panni, e forbendo [289] con grande allegrezza le pignatte delli infermi. E per tanto le sue dilette figliuole si sforzavano [290] vincere l’una l’altra, nella santa umilitade. Onde erano venute a tanto, che in quello santo monasterio non si trovava chi volesse essere servita, ma ciascheduna di loro voleva servire [291]. O cosa stupenda e degna di grande ammirazione, vedere tanto collegio di monache ornate in tanta umilitadel E per tanto, in esso monasterio ogni cosa bene ordinata.

Come santa Marta fu contemplativa.

Fu eziandio la contemplativa Marta impazzata di amore e di grande devozione di Dio e delle cose celestiali; perocchè in tutto il tempo della sua vita si dette a Dio e alla servitudine [292]. E non si truova che lei mai peccasse mortalmente, ma ben si truova che amò grandemente; e tanto fu grande lo amore che lei portò a Iesu Cristo, suo caro ospite e diletto sposo, che non potendo vedere presenzialmente la sua santa faccia, andava a quella imagine che lei aveva nel suo giardino, e quivi per desiderio di Cristo l’abbracciava e baciava devotamente, e con grande reverenza [293]. Onde alcuna volta piangeva amaramente l’assenza del suo diletto sposo Iesu Cristo, e alcuna volta diventava ratta e fuori di sè medesima, e molte volte, dormendo, si sognava d’essere in vita eterna; e questo gli addiveniva per lo grande desiderio che lei aveva d’essere con Dio. Quanto fusse smisurato lo amore e la devozione di questa santissima vergine Marta, non si potrebbe dire, nè pensare; perocchè, chi ben considera [294], tutta la sua vita non fu altro che devozione e amore. Perocchè tutte quelle eccellenti e stupende cose che si legge che lei ha fatte, sono procedute dalla grazia di Dio, mediante la santa orazione, la quale aveva per speziale [295] esercizio; e sempre mai stava nelli buoni pensieri e meditazioni. Alcuna volta pensava della infinita bontade di Dio omnipotente, come aveva creato tutto il mondo bene ordinato, e ornato delli elementi, e di tante nobili creature, come sono gli uomini e le donne, e tutte le creature irrazionali, il sole, la luna, le stelle, e gli altri pianeti e ornamenti del cielo e della terra. E così pensando, spesse volte usciva fuori di se medesima, e stava per molto spazio ratta con Dio, ringraziandolo di tanto beneficio, che aveva fatto al mondo. Alcuna volta pensava della incarnazione, di Iesu Cristo, come lui incarnò per Spirito Santo: e come la individua trinitade si adoperò in essa incarnazione, considerando lo ineffabile gaudio che ricevette la gloriosa e immaculata vergine Maria in quella felice ora di essa incarnazione. Alcuna volta pensava della gaudiosa nativitade di Iesu Cristo, come la gloriosa vergine Maria lo parturì senza pena con grandissimo gaudio, e come gli angeli cantavano : Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis. E come nacque poverello, e come fu posto [296] sopra il pungente fieno, e come li pastori lo adororono. Alcuna volta pensava e contemplava come li santi Magi lo vennono ad adorare, e come furono guidati [297] dalla Stella, e come gli offersono oro e incenso e mirra, e come la vergine Maria e Iosef n’ebbono grandissima letizia e consolazione. Alcuna altra volta pensava della presentazione nel tempio, come santo Simeone prese [298] Iesu Cristo nelle sue braccia [299], profetando che lui era il figliuolo di Dio; e come il detto Simeone n’ebbe grande gaudio e letizia. Alcuna altra volta pensava della vita sua, cioè come faceva essendo piccolino, e crescendo come faceva con la sua madre vergine Maria, quanta consolazione n’aveva, e come gli era reverente e obediente. Alcuna altra volta pensava della circoncisione, come lui cominciò a spargere il suo preziosissimo sangue. Alcuna altra volta pensava di tutta la passione, or come fu preso, or come fu legato e battuto, come fu sputacchiato e schernito, pelato, di spine coronato, come fu accusato, come fu sentenziato, come fu crucifisso, morto e sepellito. Alcune volta pensava della resurrezione e della assunzione; alcuna altra volta pensava della gloria di vita eterna; e alcuna altra volta dello inferno. Alcuna altra volta pensava della gloriosa vergine Maria, della sua vita, e della sua assunzione in vita eterna. E così sempre mai nel suo cuore orava, pensando sempre di Dio, e imaginando sempre li gesti e li costumi di Iesu Cristo, e della vergine Maria. E prima che volesse fare cosa alcuna, pensava di farla a laude e gloria di Dio e della vergine Maria. Alcuna volta faceva orazioni vocali; onde si legge di lei che cento volte il giorno, e cento volte la notte faceva orazione a Dio, ringraziandolo delli suoi innumerabili beneficii, e pregandolo che avesse misericordia della umana generazione. E quasi del continno stava con la mente e con la faccia inverso il cielo elevata, e non pareva creatura umana, ma angelica e divina.

Come santa Marta fu caritativa inverso il prossimo.

Fu ancora piena di caritade inverso il prossimo, perocchè tutte le creature razionali teneva per suoi fratelli e sorelle, e sì gli sovveniva secondo la sua possibilitade, avendo compassione alli tributati, alli poveri, e alli infermi. E come vedeva alcuna persona tribulata, pareva che propriamente lei medesima avesse quella tribulazione. Onde gli confortava ed esortava alla pazienza, e sovvenivagli in quello che poteva. Alle sue figliuole, dilette monache, aveva tanta caritade, che dire non si potrebbe; e grande sollecitudine e cura aveva delli loro corpi e delle loro anime, e molto più che se fussino state sue figliuole carnale. E quando accadeva che alcuna di loro infermasse, tanto le confortava, e tanta consolazione gli dava, che gli faceva portare la infermitade senza pena, servendogli con tanta diligenza, come se fussimo stati angeli di vita eterna: pensando che quello che lei faceva a esse, io faceva al suo diletto sposo e caro ospite Iesu Cristo, il quale dice nel sacro Evangelio: Quello che voi farete a uno delli miei minimi servi, lo farete a me.

Come santa Marta fu pazientissima.

Fu eziandio la diletta ospita di Iesu Cristo Marta, pazientissima in tutte le tribulazioni, perocchè grandissime persecuzioni e tribulazioni sostenne tutto il tempo della vita sua, e massimamente in quelli quattordici anni che lei stette in Giudea con la gloriosa vergine Maria, perocchè con penna non potrei scrivere li grandissimi guai, che sostennono dalli crudelissimi e arrabbiati cani Giudei, delli quali si reputava più beato quello che maggiori ingiurie gli poteva fare. Le quali ingiurie la pazientissima Maria immaculata sposa e cara ospita di Iesu Cristo, vero maestro di essa pazienza sosteneva e sopportava con grandissima tranquillitade e pazienza, e alcuna volta, e molto spesso, usciva fuori di casa per essere villaneggiata e dispregiata per accompagnarsi col suo diletto sposo Iesu Cristo; perocchè allora si credeva essere ben congiunta con lui, quando per suo amore sosteneva alcuna tribulazione. E oltre a tutte le avversitadi che lei ebbe in vita sua, le quali furono infinite [300], perocchè lei e li suoi compagni furono battuti e legati e incarcerati, e furono messi nella nave senza governo, patirono freddo e caldo smisurato, fame e sete e grandissima fatica, facendo eziandio asprissima penitenza. Ed era tanto innamorata e infervorata a dovere sostenere [301], che dire non si potrebbe; perocchè più amava d’essere tribulata, che d’essere consolata, e questo faceva, perocchè sapeva che il suo sposo aveva detto che il reame del cielo s’acquistava per forza, cioè per sostenere il male, e per operare il bene. E però spesse volte diceva alle sue figliuole monache: Figliuole mie carissime, il nostro sposo non venne in questo mondo per darsi alli piaceri di questo mondo; ma venne per sostenere le tribulazioni e li guai di questo misero mondo, acciocchè a noi desse la consolazione e il gaudio di vita eterna. Bene è adunque trista, misera e ingrata quella anima, che non vuole accompagnarsi col suo sposo [302] Cristo nelle tribulazioni con pazienza per suo amore: avvisandovi che non è cosa che ci faccia più simili e conformi al nostro Cristo, quanto fanno [303] le tribulazioni ben sopportate con pazienza per suo amore. Per tanto, se volete essere a lui simili in questa vita eterna [304], seguitatelo, e siate a lui conformi e simili in questo mondo, sostenendo con pazienza le tribulazioni e gli affanni, li quali presto passano: ma il merito della pazienza mai non passa, ma sempre si gode in vita eterna. E infra tutte le altre tribulazioni e affanni, la pazientissima ospita di Cristo Marta, più si gloriava e godeva delle infermitadi corporali, perocchè conosceva il grande frutto che ne seguitava alli servi di Dio. Onde diceva alla sue figliuole monache: Figliuole mie, in questo mondo a noi non è cosa più utile, quanto è la infermitade corporale, perocchè il corpo nostro è grande inimico dell’anima, e se lui è debole e infermo, non può recalcitrare; e non è bisogno che lo affliggano [305], facendolo fare penitenza, perocchè ha assai da fare a sostenere la infermitade. E avvenga che il corpo sia infermo, l’anima nondimeno può sempre vacare e stare con Dio in orazione. E se bene ancora la infermitade fusse gravissima, in tanto che la mente non potesse attendere alla orazione, avendo buona pazienza per lo amore di Dio, meriterebbe più che se si stesse tutto il giorno in croce, e non mangiasse se non pane e acqua, e facesse tutte le astinenze del mondo. E la ragione è questa, perocchè facendo queste cose per lo amore di Dio, n’abbiamo grande piacere, e facciamole per propria volontade. Ma sostenendo la gravissima infermitade, non abbiamo piacere alcuno; ma è contro a ogni nostra consolazione e nostro piacere, e molto ci duole; e però avendo buona pazienza, meritiamo grandemente. Onde essa immaculata, pazientissima Marta, pareva che si consumasse [306] di desiderio d’essere inferma; e in tutto quello anno che stette inferma, prima che passasse di questa misera vita, fu molto consolata e pazientissima, e più ferventemente parlava di Dio, che prima. Ed era tanta la sua pazienza, che pareva a lei non avere male, avvenga che fusse gravemente inferma. Onde si può dire che lei fusse la propria pazienza.

Altre cose stupende si potrebbono scrivere di questa santissima, immaculata angeletta Marta, cara ospita di Iesu Cristo; ma per brevitade le lasciamo. Queste, che sono scritte, le abbiamo scritte, acciocchè lei sia conosciuta, e perchè l’abbiamo in devozione [307], avvenga che per uno, che ne sia detto, se ne potria dire cento; perocchè Iesu Cristo gli donò tante grazie, che quasi non si potrebbono narrare, nè scrivere. Questo che è scritto sia a laude di Dio e di esse Sante, le quali regnano nella gloria superna, alla quale ci conduca Iddio omnipotente per la sua misericordia, mediante li preghi e le intercessioni delle sue gloriose spose Marta e Maddalena. Amen [308].

Orazione

alla immaculata santa Marta vergine gloriosa.

O gloriosa santa e immaculata vergine Marta, ospita cara, e sposa diletta del vero e immaculato agnello Iesu Cristo benedetto, nostro Redentore e Signore, priegovi per quelle infinite e innumerabili consolazioni e grazie, che ricevesti da Dio in questo mondo e nell’altro, che io misera peccatrice [309], entri nella vostra grazia, e meriti d’essere vostra ancilla, benchè indegna, sicchè io vi sia raccomandata tutta, cioè il corpo mio e l’anima mia; e priegovi che voi impetriate che io passi così per le faccende e occupazioni di questo misero mondo, che io non perda li beni di vita eterna, intercedendomi grazia di sapermi dare alla orazione e di seguitare lo spirito, e dare bando alle opere della sensualitade, e di sapermi perfettamente conformare con la volontade del vostro caro ospite Iesu Cristo benedetto, ed in ogni cosa che io ho a fare, dandomi conoscimento e intendimento e intelletto e fortezza nel bene operare, e di servirgli con devozione e amore; acciocchè poi finalmente nella ora della morte per li meriti della sua santissima passione, mediante li vostri santissimi prieghi mi dica quelle parole che lui disse a voi, cioè: Vieni a me, sposa mia diletta, perchè dove sono io, voglio che sia l’anima della mia ministra e ancilla; e così presto venga a laudare e servire e benedicere Dio omnipotente, il quale vive e regna in secula seculorum. Amen.

FINITO MARTA E MADDALENA.

Tavola di voci e maniere di dire, tratte da questa leggenda,

non registrate nel vocabolario della crusca, o mancanti

di esempio, o che non lo hanno se non di autore moderno [310]

abbracciare. O virtude laudabile e gloriosa, quanto sei degna d’essere abbracciata, e li tuoi possessori quanto sono consolati! pag. 44, 45. — Qui vale Eleggere, Scegliere, Preferire. Nella Cr. impress. V. al §. XVI. vi sono es. solamente moderni.

abbraciamento. Il suo cuore sentì tanto abbraciamento d’amore e caritade, che lingua umana dire non lo potrebbe, pag. 37. — Cioè Infuocamento, Fervore ecc.

addormentato. Li sentimenti esteriori del corpo erano addormentati e morti in lei pag. 49. — Cioè Sopiti, presi da sopore, divenuti pressochè insensibili per l’intensità del dolore: e poco appresso, richiamando le stesse idee adopera le voci Sonno e Rapimento»

alla traversa. Così dicendo, e ridendo, la prese onestamente alla traversa, e trassela fuori del letto. pag. 26. — Qui vale pel traverso della persona.

alleggerito. Sentendosi alleggerita, e discaricata della soma delli suoi peccati infiniti ecc. pag. 37. — Vi è es. del Borgh. e del Buon.

ambasciatrice, Quanta grazia hai ricevuta, perocchè sei fatta degna ambasciatrice del Re delli re, pag. 91. — In senso retto non vi è es.

ammirando. O cosa ammiranda e stupenda! Maddalena, ieri tu eri figliuola dell’inferno, ed oggi sei fatta figliuola di vita eterna, pag. 46. — Non vi ha che es. del 500.

andar cercando. Chi andasse cercando ornato parlare, lasci stare di leggere questa leggenda, pag. 2. — Bel modo esprimente il cupido indagare gli altrui scritti. La Cr. ha solamente andare cercando di frignuccio.

angeletta. Da poi ch’ella aveva bene studiato, come vera angeletta, andava poi alla orazione, pag. 2.— La Cr. ha un solo es. del Petr.

angustiosamente. Poi piangendo e lamentandosi angustiosamente salì in su la nave. pag. 106. — Manca.

antiquo. Il quale (Messia) era desiderato grandemente dalli antiqui nostri Patriarchi, pag. 17. — Nel Voc. vi ha solo es. dell’ Ar. Fur. e Rucell. Ap.

a posta. Può essere, o poveretta, che tu voglia, a posta di uno poco di piacere di questo mondo, perdere il reame di vita eterna, pag. 15. — Qui vale In grazia» Il Voc. ha un solo es. del Cecch.

appunto. Bene sta: appunto appunto ella ha indovinato, e abbiamone grande volontade pag. 25. — Nel Voc. al § III. vi è questo appunto appunto con es. dell’ Ar- Fur. e Dep. Decam.

asperges. Maria (al serpente) gli mostrò la croce, e poi gli fece lo asperges con l’acqua santa, e così per virtude divina diventò tutto mansueto. pag. 112. — Cioè lo asperse, da Aspergere, che è l’azione del Sacerdote quando coll’aspersorio, formando cogli spruzzi una croce, benedice le persone o le cose.

avvenga che. Avvenga che ancora dirò pur qualche cosa del loro fratello Lazzaro, e il dire mio ecc. pag. 2. — La Cr. ha avvegnachè.

avvenga che, e avvengachè. E perchè non anche avvenga che?

benfare. La sera, poi che aveva esortate e consolate le sue dilette figliuole nel benfare ecc. pag.121 — Come Malfare ecc. Manca

bottone. La peccatrice beffava e dileggiava Marta, traendogli bottoni delle sue devozioni, pag. 22. — Qui non vale Sbottoneggiare, cioè lanciar parole pungenti che includono offesa: qui trar bottoni vale indirizzare parole beffarde e derisorie: che in Maddalena vi era cagione da essere offesa, ma non ne aveva nessuna da offendere la sorella.

cogitatore. Alla quale (Marta).... Cristo benedetto, dette audienza, perocchè era cogitatore delli cuori, e mandò grande confidenza e consolazione, pag. 28. — Qui vale Conoscitore, Scrutatore. Si potrebbe registrare anche Cogitare in questo senso. Il Tramater l’ha preso dalla Minerva che la dà come Voce di regola, senz. es.

come. Perchè non ti confondi? Tu non li puoi più avvilire, come tu fai. pag. 15. — Qui usato ellitticamente, e vale di quello che tu ora stai così operando; modo efficacissimo, proprio di chi vorrebbe ristringere in poco il molto da dire.

constantemente. Le quali (Maria e Madd.) piene di Spirito Santo constantemente predicavano, pag. 103. — Vi è solo es. del Giacomino Oruz.

dapifero. O anima mia, contempla un poco, e vedi questa gloriosa dapifera Marta ecc. pag. 63— Da Dape, e vale portatrice di vivande: Dante nel Par. 23. disse: Così la mente mia, tra quelle dape Fatta più grande ecc. qui figuratam.

dar da dire. La prudente e sollecita Marta, vedendo che (Maddalena) dava da dire alla brigata, disse ecc. pag. 34. — Vi è solo es. dell’Or. Fur.

dare impaccio. Va drieto alli sacerdoti ed alli Farisei, come sei usata, e non mi dare impaccio, perocchè io non voglio fare come tu fai, pag. 17. — Qui vale Notare, Infastidire ecc.

dar luogo. Molte volte lo volleno riprendere... alcune altre volte lo volleno lapidare. Ma volendo Cristo dare luogo alla ira, andò di là dal fiume Giordano. — Al § III. della Cr. il Monti nella Proposta, chiama strano il Dar luogo in senso di Allontanare, Dar bando, usato dal Boccaccio: io non vi so ravvisare stranezza, spiegando il Dar luogo a per Lasciare, Mettere in non cale, Tralasciare; e l’es. di questa Leggenda, che per la sua naturale semplicità direi scrittura anteriore al Decamerone, mi par togliere ogni dubbio. E si trova pure nella Vit. S. Mar. Madd. 46. (dettata, a quel che sembra, dopo la presente Leggenda, ma prima del Bocc.). Sicchè Messer Gesù diede luogo al furore loro, perchè non era ancora venuta l’ora sua.

delettevole. Non mangiava nè carne, nè uova, nè formaggio, nè altre cose grasse e dilettevoli. pag. 113 e 114.— Come Delettabile, Delettamento, Delettare ecc. Manca.

delicatissimo. O mangiare delicatissimo, il quale sei suavitade d’ogni perfetto odore e sapore. pag. 131.— Il Voc. ha soli es. mod.

desiderabile. O ammirabile, o desiderabile, o delettabile sposo dell’anima mia, mostrami ecc. pag. 89. — Vi è solo es. del Fir.

dilatare. La quale (anima peccatrice) voleva ritornare al suo padre Iddio per la penitenza. E dilatandosi Cristo sopra ciò, diceva: ecc. pag. 32 — Qui vale Estendersi in parole.

dire. È (il Messia) delli belli uomini che fusse mai veduto, tanto è bene complessionato, che tutti li suoi membri e gesti gridano e dicono santitade ed onestade. pag. 7.— Qui vale Mostrare evidentemente.

discaricato. V. l’ es. in Allegerito. — Vi è solo es. di Discarcato.

discollato. E’ mi pare ancora che io sia quella che sono usata d’essere, vedendomi questi panni mondani e discollati e vani in dosso. pag. 48. — Cioè panni che lasciano il collo scoperto: detto modestamente per non dire il petto, che allora chiamerei spettorato» Il Buon. nell’introd. alla giorn. 2 att.2 della Fiera dice: Sbracciatevi, allentatevi, La veste al fianco alzatevi, Il seno spettoratevi»

disornare. Con lagrime e sospiri e singhiozzi si faceva sentire da molti, e a poco a poco si disornava. pag. 31. — Qui n. p. per Disabbellirsi, Trarsi gli ornamenti’

disornato. Ho speranza che tornerai in drieto scapigliata e disornata di queste vanitadi, e ornata della virtude della penitenza, pag. 27. Cioè inornata, Senza ornamenti. Il Voc. Cr. non ha nè disornare, disornato. Il Bergantini ha l’uno e l’ altro, ma tratti da autori non approvati, e, direi, non approvabili.

dissoluzione. Se ella (Maddalena) et viene (alla predica) ridendo per dissoluzione e allegrezza mondana, ne ritornerà poi piangendo e sospirando, pag. 14. — Qui vale licenza, Disonestà, Sfrenatezza.

dissotto. Ma, come si dirà più dissotto, fu (Marta) singularmente dotata di essa contemplazione, pag. 54. — La Cr. ha solamente di sotto, e disotto.

domandare. A tutti li piaceri del mondo in tal modo si dava, che da tutti era domandata peccatrice. pag. 3. — In senso di Nominare vi è solo es. del Car.

dua. V. in questo spoglio Tuttadua, e la Leggenda a pag 36. lin. 20.

ebbrio. Con gli occhi rossi ed enfiati a modo di una ebbria diceva a quelli che ella scontrava ecc. pag. 35. — Nella Cr. vi è Ebbrezza, Ebbriaco » Ebbrioso ecc. ecc.

elettuario. Già (Iesu) ha apparecchiato lo elettuario della grazia, per infonderlo nell’anima tua. pag. 8. — Qui per similit. vale Conforto.

empirio. Voglio che ancora tu gli faccia compagnia nel cielo empirio. pag. 134. — Così scritto manca.

escusare. Amandosi insieme con tutto il cuore e sopportandosi ed escusandosi l’una l’altra ecc. pag. 120. — Neutr. pass. ha solo es. del Guicciard.

esteso. Si misse in orazione, gettandosi in su la terra a modo di croce, con le braccia estese, pag. 115 —. Manca di es. Qui vale stese.

familiaritade. Ecco ora il frutto della sua allegrezza e della sua familiaritade. pag. 42. — Di questa desinenza non ha es.

far consolazione. Sorella mia, se pur tu sei disposta di perseverare nelli tuoi peccati, fammi questa consolazione, vieni e lascia ecc. pag. 21. E appr. Io ti ringrazio, sorella mia, di questa consolazione che mi fai. - Il Voc. non ha es.

far pasqua. Narravano l’una allaltra come avevano fatto con lui, e che gli avevano detto, e così facevano grande pasqua, pag. 92. — E vale Consolarsi, Congioire. Si trova anche in S. Bon. op. 341. (Ver. 1851). Parlano insieme, e fanno pasqua con gran diletto e con grande amore.

fattrice. La fervente e caritativa Marta, essendo quasi una fattrice e madre delli poveri,... mai non si stava oziosa, ma sempre operava alcuna cosa. pag. 55. — Qui vale Operatrice, da fattore §. III.

fenestra. Detto questo andò a una fenestra, dove era le specchio, e quivi si puliva e faceva bella, pag. 19. — Il Diz. del Tramater reca un solo es. del Bemb.

fornito. Poi che fu fornito il desinare, e dopo molte buone parole ecc. pag. 47. — Nel senso del tema di Fornire, manca al Voc.

giocondo. O gioconda Maddalena, dove sono li tuoi piaceri? pag. 43. - Questa voce, in questo senso, non ha es. di prosa.

giubilante. O Giubilante Marta, io penso che il tuo cuore non era nel tuo corpo; ma era continuamente col dolce sposo dell’anima tua. pag. 11. — La Cr. ha un solo es. del Segner.

giubiloso. O gloriosa, o giubilosa, o gaudente Marta, chi potrebbe ecc. pag. 48. - Il Diz. del Tramater registra Giubbiloso con es. del Salvin, ma era già riportato dal Bergant. Voc. ital.

gonfalone. Certamente, gloriosa Marta, tu fusti il gonfalone di tutta la vita attiva nella santa madre Chiesa delli Cristiani, pag. 58. — Cioè: a te fu dato il primato, tu fosti la prima, perchè il Gonfalone precede le armate, o la processione.

gonfiato. V. l’es. in santonia. — Qui vale figuratam. Irata, Inciprignita.

grande. Vedendosi Maddalena così svergognata, fece una grande ed una faccia tutta oscura inverso Marta, pag. 20. — Qui faccia grande e oscura vale Altera e Corrucciosa.

gridare. V. Dire.

guai. Guai, guai, guai a te, sorella mia, se altra via non tieni! pag. 15. — Questa esclamazione triplicata è dignitosamente affettuosa: si trova in altre scritture del buon secolo.

immensissimo. Quando poi lo viddeno levare in alto tutto sanguinato... le dolorose figliuole caddeno in terra come morte. O pietade grandissima! o dolore immensissimo! pag. 81. — Manca al Voc.

impedire. Alla quale Maddalena respuose: io non la voglio impedire dalle sue devozioni, pag. 25. — Qui vale Distogliere, Distrarre.

importunitade. Così deliberando di fare... con una onesta importunitade si sforzava di appropinquare appresso il suo dolce Iesu. pag. 8. — La Cr. non ha es. di questa desinenza.

inchiodare L’ha veduto ( Madd.) con li proprii occhi inchiodare in su la croce, pag. 90. — Vi è solo es. di poesia.

indotto. Era bisogno che li vicini gli alloggiassino, li quali lo facevano volentieri per amore di Cristo, indutti dallo esemplo della fervente Marta, pag. 57. — Il Diz. Bol. ha solo es. del Corsin. Torr.

inserto. Pareva che avesse naturalmente inserto nell’anima sua di fare le opere della caritade. pag. 96. — Non vi è che es. del Tass. Ger. in inserito e inserto.

irrefragabile. Secondo la sentenza del dottore irrefragabile santo Ambrogio, la immacolata Marta ecc. pag. 9. — La Cr. ha un solo es. dei Galil.

iubilare. Iesu Cristo... la condusse e accompagnò in vita eterna, cantando e iubilando. pag. 155. — Il Tramater lo registra Jubilare.

iubilazione. O quante feste e iubilazioni faceva il Signore glorioso ecc. pag. 138. — Manca.

lebra. Ha mondato Simone nostro germano dalla sua lebra, ed ha resuscitato una figliuola morta. pag. 17.— Dal lat. lepra mutato il p in b. E Lebbra da che deriverà?

lebroso. E, venendo (il Salvatore) in Betania, fu invitato da Simone lebroso. pag. 77. — V. qui sopra.

madre. Alcuni poveri che erano quivi, corsono presto a dirlo alla loro madre Marta, per fargli cosa grata. pag. 61. —Qui Madre è detto per affettuosa gratitudine, e vale benefattrice, protettrice, ecc.

mai. O anima peccatrice — come farai, perocchè mai mai uscirai di quello tenebroso inferno? pag. 31. — Chi non sente la forza di quel replicato mai e delle quattro terminazioni in ai! Quanto sono penetranti!

mangiativo. Io credo che non eri più sollecita a fare cose mangiative, ma a gustare la dolcezza di vita eterna, pag. 88. — Non vi è che es. moderno.

mare. V. in nave la nota.

marmoro. Santo Massimino gli fece fare una bellissima sepoltura di marmoro. pag. 127. — Manca.

matutino. Nella ora del matutino, solo entri nell’oratorio, perocchè ecc. pag. 123. — Dal Lat. matutinus. Il Voc. ha solo Mattutino.

misera e miserabile. Anima peccatrice, tu sei fatta e misera e miserabile. p. 32. — Cioè: tu sei divenuta e Colpevole e Degna di compassione. Il Crescenzio libr. 1 cap. I 3 disse: Dee prevedere la qualità dell’aere, s’egli è buono, o pestilente e misero; cioè malvagio.

mondanaccia. La quale (Maddalena) era tutta mondanaccia, ed a tutti li piaceri del mondo in tal modo si dava ecc. pag. 3. — Voce mancante al Voc., e che sarebbe opportuna anche al mascolino.

munimento. V. l’es. in resuscitare. - La Cr. ha moni - monu - e muninimento , ma in questa ortogr. non reca es.

nave. Or che faremo noi tuoi figliuoli e figliuole, perocchè eri timone e governo della nostra nave? pag-128— Qui per bellissima allegoria vale vita umana, come il mare vale il mondo onde il Petrarca: Passa la nave mia colma d’oblio Per aspro mare.

omnipotente. O mutazione della mano destra di Dio omnipotente! pag. 42. — Vi è Omniscio che sa più di latino di questo. Il Tramater ha omnipotentissimo.

onesta. Una sola tonaca gli bastava con la onesta e col velo grosso. — Parte del vestimento delle monache che attornia il collo e specialmente cuopre il petto.

oscuro. V. l’es. in grande - Quivale Corruccioso, Sdegnoso ecc.

ospita. Leggenda... delle dilette spose e care ospite di Cristo Marta e Maddalena pag. 1. E Marta carissima ospita del dolce Iesu ecc. ivi. — La Cr. ha solo es. del mascolino.

ospitale. Pertanto addivenne che tutta la Betania era quasi uno ospitale. pag. 57.— Nel senso di Spedale non è registrato; pur si usa comunemente.

procuratrice. Gli fusti buona procuratrice per la salute della loro sanitade del corpo e dell’anima. pag. 59. — Vi è solo es. del Tolom. lett. e Salvin. disc.

procurazione. Per la sua sollecitudine e procurazione sei fatta degna della grazia di Dio. pag. 44. — Con questa ortografia nel tema manca di es.

pure. Sorella mia, sta di buona voglia e non ti verrò mai meno: pur che io sappia e possa far cosa che ti sia grata, pag. 48. — Qui vale Quando, Ogni volta che ecc.

puzzare. Si confondeva delli suoi grandi peccati, e le cose spirituali gli puzzavano, ed aveva grande erubescenza, considerando ecc. pag. 25. — Qui vale Infastidire, Rincrescere.

rabuffo. V. l’es. in santonia. — Questa voce così scritta mi par più naturale, nè so trovar ragione di geminarvi il b.

Religiositade. O chi avesse veduto con quanta religiositade mangiavano! Veramente io credo e sono certo che chi gli avesse veduto mangiare si sarebbe innamorato della loro religiositade. pag. 46. — Alla quale (Maddalena) Cristo disse:... voglio che tu stia qui alquanti giorni con la tua sorella, dalla quale imparerai qualche religiositade. pag. 54 — Qui vale Atti di pietà e religione— Con questa desinenza manca al Voc. e religiosità non ha che es. del Segneri; dove però, vale Compostezza, Raccoglimento ecc.

remedio. Ora ella (Maddalena) sta al munimento senza consolazione, e piange senza remedio, pag. 86. — Così scritto manca.

respirato. E poi alquanto respirate le dilette figliuole e discepole, mandarono per le spezierie e altre cose necessarie per fare lo unguento, pag. 83 - Manca al Voc. Qui vale alquanto allenate dal dolore.

resuscitare. Ebbero tre figliuoli, cioè Lazzaro, il quale fu resuscitato da Cristo benedetto, essendo stato quattro giorni nel munimento. pag. 1. — Il Voc. Cr. ha ri e resuscitare, ma di questo non reca esempio.

resuscitato. E dappoi che fu sciolto il resuscitato Lazzaro, lui con le sue sorelle... andarono a casa. pag. 72. — Manca al Voc. il quale ha Resuscitare senza es. che è alla seguente pag. di questa Leggenda: Hai tu potuto comprendere o conoscere certamente chi sia questo Cristo, che l’ha resuscitato?

riferito. E riferite le grazie a Dio , la vergine Maria disse ecc. — Nel senso del §. III. di Riferire.

sagitta. V. l’es. in Sagittato.

sagittari V. Sagittato.

sagittato. Cristo - vedendo l’anima della peccatrice già trapassata e sagittata di quelle due sagitte acutissime, cioè del timore e dello amore ecc. pag. 40. — Qui fig. per Punta, Percossa, ecc. Si potrà dunque registrare sagitta e sagittari.

santonia. Alla quale (Marta) la misera peccatrice Maddalena, tutta gonfiata di superbia , fece uno grande rabuffo, dicendogli che era una ipocrita e una santonia. pag. 17. — Tengo per certo che il ms. leggesse Santoccia, e che qualche schizzo o zacchera d’ inchiostro

saltato nei due ce li facesse prendere per un ti: il veneto editore stampò Santona meglio di Santonia; io preferirei Santocchi.

serafico. Sust. Predicava con tanto fervore, che pareva una serafica. pag. 116. — Manca.

sette. § pur sette. Alla quale (Marta) rispuose la misera peccatrice (Maddalena): Pur sette: io ti dico che non ne voglio far niente. pag. 19— Qui esprime la noia importuna del ripreso per le ripetute ammonizioni del riprensore: tratta, io credo, la similitudine dal giuoco della mora, nel quale l’uno, per coglier l’altro nel punto, ripete più volte il cinque, il sette ecc. la qual ripetizione all’altro spiace assai, temendo d’esservi còlto.

sguardare. Poi che la peccatrice fu quasi acconcia e ornata, si fece portare lo specchio, nel quale sguardandosi, e parendo a lei ecc. pag. 26. — La Cr. ha sguardare. Lo stesso che Guardare: qui però non è un semplice guardare, ma un considerare contemplandosi, come nella var.

smarrire. Considerando (Marta)... quanta grazia aveva ricevuta la sua cara e diletta sorella, tutta si smarrì in Dio. pag. 49. — Cioè perdette ogni senso, e fu ratta in Dio.

spurcizia. Quello che ha dato il corpo suo alla lussuria e spurcizie della carne, questo ecc. pag. 31. — Ort. lat. lo stesso che Sporcizia nel senso del §. nel quale non è che es. di moderni.

sputacchiato. Quando lo viddono coronato di spine, sanguinato e sputacchiato, ecc. pag. 80. — Questo particip. manca.

stagionato. Queste sono delle sustanze della mia cara ospita Marta... Guardate con quanta diligenza ella fa queste sue cose, e come sono buone e nette e bene stagionate! pag. 77. — Qui vale cotte e condite con ogni diligenza.

stigmata. Vidde venire il suo Signore e Figliuolo... tutto glorioso, con le risplendiente stigmate nelle mani, e nelli piedi e nel costato. pag. 84. — Vi è solo Stigma.

stupente. Li infedeli faceva diventare fedeli con la sua grandissima fede, facendo grandi e stupenti miracoli, pag. 114. — Manca; e qui per miglior suono a scanso di cacofonia.

svedovato. O dolorose e angustiose, o sconsolate e svedovate discepole e figliuole! pag. 85. — Qui l’s aggiunta a vedovate non ha forza distruttiva, ma aumentativa, come in Sbeffare, Sbuffonchiare, Sghignazzare che valgono più che Beffare, Buffonchiare, Ghignazzare.

suffocare. Disgraziata a me, che tante anime ho suffocate e morte con le mie vanitadi e disonestadi! pag. 34. — Il Voc non ha es. Qui vale Opprimere.

superesaltare. Benedetto sia lo eterno Signore Iddio delli padri, e laudato e superesaltato in secula. pag. 50— Sopraesaltato, o Sopresaltato, in questo luogo, mi sarebbe piaciuto assai meno.

suppeditare. Essa gloriosa vergine Marta... dominava e signoreggiava sopra tutti li vizii suppeditandogli. pag. 143 — V. la nota dell’Edit.

suspirare. Incominciò (Marta) a piangere ed a suspirare, e levando la mente sua disse: Signor mio ecc. pag. 7. — Come sospensione e suspensione.

tener modo. Sta pure allegra, e datti pace, e, come ti ho detto, tieni modo di conducerla alla mia predica, pag. 14. — Nessuno degli es. recati dal Voc. è dell’efficacia di questo, per aver usato il modo imperativo retto dalla preposizione Di.

timone. V. l’es. in nave. — Il Voc al §. II. ha un es. dell’ Alam.

torcere. E sbavigliando e torcendosi la Maddalena nel letto, disse: io vorrei dormire ancora un poco. pag. 23. — Qui vale Protendersi.

tuo. Il quale (odore) descendeva dalla grande fragranza delle virtudi della gloriosa vergine Maria, e delli tuoi. pag. 76. — Qui è sust. e vi si sottintende di casa, cioè Maddalena e Lazzaro. Al §. II. di tuo del Voc. l’ es. Petr. son. 264 sta in senso di Parenti o Cittadini.

Tuttadua. Fu in Jerusalem uno barone... il quale aveva nome Sciro ed aveva una donna per moglie, la quale aveva nome Eucaha, e tuttadua erano di stirpe regale. pag. I. — Parola composta dell’avv. Tutti, della particella A, e del numerale due (forse) dall’idiotaggine del copista mutato in Daa; toscanismo plebeo che trovai in varii Classici, e fra gli altri nel Berni Catrina Sc. 2. Mecherino dice: Io non vo’ far con dua, cioè con Nanni e Beco. Che fra il tutto e il due o tre s’ interponesse l’a, V. il Cinon. Oss. ling. it. (Ver. 1722) in tutto § XXI. che riporta questo es. M. VIII. 3, 79. I Catalani con tutte a tre le cocche si dirizzar contro all’armata de’ Genovesi; e nella Sc. 3. della Catrina si legge: E tutt’a tre balzerete in pregione. Nel Saggio di Scherzi comici, poi, opera del Segretario della Crusca, il ch. G. B. Zannoni, si trova: E’ s’era spose fresche tuttadua ( Fir. 1825 pag. 43). E che si possa scrivere questa dizione unitamente, ne dà es. il gran Salviati, che nel Decamerone da lui corretto (Giunti 1582. del mese di novembre a pag. 384 lin. 30) stampò tuttiettrè!  Onde opinerei si potesse scrivere Tuttadue e Tuttidue, ecc.

tuttadue. Non avendo questi (doe debitori) il modo di pagare, il creditore donò a tuttadue il suo credito. pag. 36.—V. qui sopra Tuttadua.

villaneggiato. Pareva a esse che quella che fusse più villaneggiata e battuta, fusse più beata, pag. 96. — Non è registr.

voltare. Signore..., io prego... ti piaccia di voltare questa mia misera sorella, che voglia venire alla predica, pag. 19.— Qui vale Smuovere, Indurre ecc.

vulgarizzare. Colui che l’ha scritta e vulgarizzata è assai insufficiente e idiota, pag. 2. — La Cr. non ha es.

 

IMPRIMATUR

Fr. P. Caj. Feletti Inqu. S. O.

Pro E.mo et R.mo DD. Card. Arch. Bon. Fr. Ferd. Romanengo O P. Cens. Dep.

 

Note

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[1] Dico obliata, avendo riguardo a ciò che significa notizia o rinomanza letteraria; giacchè fra il popolo avrà questa Leggenda avuto per non breve tempo un buon numero di conoscenti; e una prova ancora me n’offre certa Historia di Lazzaro, Marta e Maddalena, che ultimamente ebbi occasione di vedere. È dèssa in ottava rima, scritta da qualche poeta plateale, e mostra di essere stata tolta di peso dalla presente Leggenda, alla quale lo scrittore allude sicuramente, quando usa questa e simili formole: Siccome trovo scritto nell’autore. Tre dì e tre notti, siccome si legge. Siccome trovo scritto in sulla carta. L’edizione è di Trevigi del 1636. Il contenuto di detta Historia, dopo breve preambolo, si restringe quasi esclusivamente a narrare l’arrivo dei Santi in Marsiglia, ed il miracolo della moglie resuscitata, avvenuto al principe Peregrino, che comincia a narrarsi a pag. 107 di questa Leggenda.

[2] Sarebbe mai che l’autore dell’antichissima Vita di santa Maria Maddalena, pubblicata dal Manni nelle Vite di alcuni Santi, volesse riferire alla nostra Leggenda con queste parole «Ancora dice nella sua Leggenda che ella sanava gl’infermi con quell’erbe che contava la scrittura che ella aveva allevate nell’orto, per ricordarsi di Gesù, quando ella nol potea vedere ec. ec?» Intorno alle quali erbe prodigiose veggasi la nostra Leggenda a pag. 9, indi a pag. 57. Il confronto poi che potrà istituirsi fra la Vita suddetta e la Leggenda presente, oh quanto tornerà a quest’ultima vantaggioso!

[3] Non risparmiai cure, per iscoprire, se mi fosse stato possibile, questo autore; ma indarno. Non ignorando che il P. Serafino Razzi assai istrutto nelle nostre lettere, diede nel 1587 le Vite di Lazzaro, Marta e Maddalena, sperai di trovare in quel libro qualche lume. Egli cita bensì dei libri e degli autori antichi, ed anche stranieri, nulla però dice del nostro, per cui è da supporsi che a lui pure, quantunque dovesse avere raccolto tanto materiale per iscrivere quelle Vite, mancasse la notizia, non che dell’ autore, ma della stessa Leggenda.

[4] Il solo nome di Marta nel torno di pochi de’ primi capitoli si trova unito agli aggiunti seguenti: Carissima ospita del dolce Iesu, prudentissima sposa di Cristo, sposa diletta e cara ospita di Cristo, angelètta. immaculata, mansueta, umile, pietosa, santa vergine, santissima, gloriosa, beata madonna Marta; sollecita, fervente, fedelissima, prudente, sagace, astuta, consolata, giubilosa, ecc. ecc.

[5] È da desiderarsi che alcuno assuma la ristampa del Novellino, che il signor Varrini trasse da un prezioso Ms. e corredò delle varianti delle migliori edizioni; colla quale ristampa verrebbe a rivendicarsi una gloria alla nostra Bologna, avendo il signor Varrini addotte forti ragioni, per far ritenere quel libro (la cui vera nominazione è Fiore di parlare) fattura di un antico nostro concittadino, cioè dell’ Autore dei Fiori di Rettorica.

[6] Nell’edizione che ora si riproduce leggesi: Nel nome ecc. Incomincia la miracolosa leggenda delle dilette spose e care ospite di Cristo Lazzaro, Marta, e Maddalena. Nella veneta per togliere l’inconvenienza che appare, il nome di Lazzaro è soppresso, e ciò non va bene; giacchè come dice lo stesso pio autore nella introduzione, quantunque egli si proponga principalmente di parlare delle due sante ed immaculate sorelle, pure dirà qualche cosa anche del loro fratello Lazzaro; credo adunque sarà approvato il lieve trasponimento da me fatto.

[7] dominava — Avvertasi che le parole poste immediatamente, come questa, dietro le chiamate, sono le varianti che offre l’edizione veneta del 1494.

[8] mogliere, e così molte volte.

[9] come

[10] Vulgarizzata — per quello che riguarda i passi dell’evangelio, e le sentenze dei dottori, giacchè nel resto la Leggenda è originale.

[11] agnelletta, e così sempre.

[12] L’ediz. da me riprodotta legge abbracciava, la Veneta abrasava, cioè affuocava, che è migliore lezione, ed alla quale ho data preferenza; e così in parecchi altri passi dove ricompariva questo verbo.

[13] strenuamente e saviamente.

[14] Deh, bestia che sei.

[15] così avvillanizzata.

[16] Singulti.

[17] mortificata e morduta.

[18] mo' e così spessissimo

[19] chiamava.

[20] tra per lo suo dire e tra per ecc.

[21] si convenne.

[22] con chi.

[23] L’ediz. A. ha fervore, la V. fede che ho prescelto.

[24] in tanta gente.

[25] compagnessa, così in altri luoghi.

[26] acconciò.

[27] Le parole a contemplare quella statua ovvero imagine sono un di più, aggiunto per avventura da qualche amanuense. Le due ediz. vanno d’accordo.

[28] possanza.

[29] albergare, e così altrove.

[30] stanza, come in altri luoghi.

[31] vi ringrazio ecc.

[32] giubilosa.

[33] albergo.

[34] attese.

[35] s’ella vuole niente.

[36] pasto.

[37] e grazia di vera contrizione.

[38] Osservisi quanto sia tenero ed eloquente questo discorso!

[39] nominanza.

[40] dalla lunga.

[41] metti.

[42] per le quali tutte cose.

[43] santona.

[44] tanto che.

[45] enfiata ed elata, dal latino elatus.

[46] L’E. V. pur soto, con error manifesto, giacchè il pur sette è un modo proverbiale usato dagli antichi, che dicevano ancora sette mio, sette suo ecc. con che volevano indicare sia che puot’ essere, tal sia di me, tal sia di lui; ecc.

[47] la vostra ecc.

[48] L’Ediz. v. truffava, come di frequente. Truffare per beffare, o truffarsi per farsi beffe, è modo usato dai trecentisti, e trovasi anche più avanti nell’Ediz. da me riprodotta.

[49] Trar bottoni vale gettare motti pungenti, ed è maniera anche questa usitata presso gli antichi.

[50] a tutto che.

[51] circa dieci.

[52] apparecchiato.

[53] montarono.

[54] destare.

[55] Ecco uno dei passi nei quali l’edizione veneta si è scostata molto dal testo per dar luogo a vocaboli di dialetto. Se gitò sopra lei, e pianamente li tirava mo le oregie, mo per li cerudeti, e mo per li borboci, acciochè se levasse alegramente. Peccato che tanti buoni manoscritti per questo spirito di municipalismo siano stati guasti!

[56] la pigliò

[57] la cavò.

[58] Qui pure l’edizione veneta sfoggia più del solito co’suoi vocaboli di dialetto. Ecco il passo: Et alcune di loro portava le veste, alcune la zacheta, alcune altre chi li tessuti, chi li corni, chi li paniceli, chi li zubri, chi li busuleti delo belleto e unguento, e chi una vanitade e chi un’altra.

[59] instava.

[60] contemplandosi.

[61] cianciare.

[62] assettata.

[63] cattedra, e così più avanti.

[64] abbraciò.

[65] così fattamente.

[66] ovicella, latinismo,

[67] centinaia di.

[68] Per compassione, sono parole ripetute, a quanto pare, oziosamente, giacchè si potevano tacere nel primo luogo. Non è questa la sola volta che il pio Autore per servire alla somma chiarezza, fece uso di parole che dir si possono superflue. Qui però alcuni s’alzeranno per avventura a difendere il n. Autore, ravvisando nel suddetto passo una eleganza simile a quella che l’Ariosto pose in questi due versi:

Stato era in campo, avea veduta quella

Quella rotta che dianzi ebbe re Carlo!

della quale difesa mi dichiarerò arcicontento pel moltissimo pregio in che tengo quest’aurea Leggenda.

[69] crescette

[70] alla mensa.

[71] accorate.

[72] si occupano in fare il ecc.

[73] infiammati.

[74] ammorzare.

[75] gemendo.

[76] L’E. V. andono, cioè andarono, il che migliora la costruzione del periodo.

[77] angustie.

[78] Osservisi bellissimo modo per dire: piangendo di consolazione.

[79] L’E. V. aggiunge: già è uno buono pezzo.

[80] Ommisi qui, ed in qualche altro luogo, di porre il dittongo alla prima sillaba di queste parole, anche dietro l’autorità delle due edizioni del secolo XV. La dimestichezza che tali formole latine hanno contratta colla lingua italiana, è tale che volentieri rinunciano per lei ad alcuno de’ loro natii distintivi.

[81] si assorbì.

[82] sopiti.

[83] ratto.

[84] L’edizione da me posseduta leggeva erroneamente per in luogo di fece: la veneta mi ha qui servito per emendare.

[85] solennissimo.

[86] li mise una brigata di uomini.

[87] assentava.

[88] forse fautrice. Quando mai fattrice non dovesse considerarsi qui come femminile di fattore in senso di facitore degl’altrui negozi.

[89] Messere Iesu, così altre volte.

[90] capitare.

[91] In questa ridondanza di parole le ediz. concordano.

[92] li bicchieri ovvero goti; e più innanzi il bicchiere ovvero moiolo.

[93] Pare che minestra sia qui nome generico, per indicare qualsiasi vivanda che viene ministrata.

[94] donzella.

[95] al Signore delli signori ed al re ecc.

[96] voltavano.

[97] delfiche.

[98] dileguasse

[99] La quale credo che, come il Signore aveva spezzato uno pane, ne levasse qualche pezzo, ponendone uno altro, e similmente.

[100] Alla quale lo sposo dell’anima sua disse: A vostro piacere. E così dicendo ecc.

[101] e stanze.

[102] a tutta nostra possanza

[103] sentito.

[104] sono contento.

[105] Fatta la mattina, il Signore disse ecc.

[106] la.

[107] stanze.

[108] abbraciata.

[109] di grande.

[110] a sua possanza.

[111] appuntare.

[112] L’E. V. perocchè, forse deve leggersi poichè, cioè dopo che.

[113] il fatto.

[114] dicendo: Signore Lazzaro, il quale tu ami, è ecc.

[115] basta.

[116] è, e più innanzi pregate che voglia ecc.

[117] Infirmitas haec non est ad mortem. (S. Gio.) che il Martini spiega : Non è per morte, e per finire colla morte. La maniera usata qui dal nostro Autore per recar in volgare quel passo, me ne richiama alia mente una simile, che è nell’introduzione della Leggenda: Aggiungendogli molte cose alla santa orazione, dove quel alla significa parimenti fine, e deve intendersi affine di servire alla santa orazione.

[118] slegassino.

[119] della sua.

[120] L’Ediz. V. aggiunge balda.

[121] dalla lunga

[122] patisse.

[123] pur un poco.

[124] lodati e ringraziati.

[125] fermezza.

[126] Questo a sembra intruso, e cambia il vero senso del periodo, mentre è da intendersi che i Padri stessi del limbo allegassero la Scrittura. L’ediz. V. toglie l’incertezza, poichè vi si legge allegando loro ecc., cioè essi.

[127] credete fermamente, e non dubitate.

[128] sarebbe.

[129] diede loco per alquanti dì.

[130] tutte le sue secrete e grandi consolazioni.

[131] Qui l’ediz. A. aggiungeva un quando che turbava la sintassi; io l’ho soppresso colla scorta della V.

[132] cose.

[133] pongasi mente alla soavità e semplicità di questo tratto.

[134] gran convito, il che sta meglio in relazione a ciò che segue.

[135] sempremai.

[136] tanta cara.

[137] publica.

[138] lasciando stare.

[139] Forse devesi leggere: in quei giorni, giacchè si è parlato poc’anzi del lunedì, del martedì, e del mercoledì. Anche l’edizione di Venezia: in quel dì.

[140] quanto patissino.

[141] in collo.

[142] cascare.

[143] L’ediz. V. offre in questo passo e nel seguente delle varianti assai utili. Io le riporto, lasciando questi due brani nella loro ortografia, tranne le abbreviature. O Iudei cani, più crudeli cha bestie, perche non crucifigeti queste dolorose figliole con lo suo padre, inanti che tormentarle e cruciarle a questo modo? {Pensiero più logico che quello di lasciar libero il padre e mettere in croce le figlie). Quanto fusse il dolore de queste dilete, quando el vidono levare in alto così mal traciato e crucifixo, lingua humana non la poria, ne saperia dire.

[144] cento volte.

[145] emise lo spirito.

[146] angustiose.

[147] Così l’ediz. V. L’A. porta qui la parola altri invece di atti, il quale è errore troppo palese.

[148] specie.

[149] compito

[150] doloravano.

[151] alle vedove.

[152] alla.

[153] da.

[154] cento migliara di volte.

[155] sì che son quello.

[156] Pasqua dall’ebraico pesach (passaggio), oltre i solenni significali che ha nella Chiesa, vale ancora festa, allegrezza in genere.

[157] sì che la voglio ecc.

[158] la innocente agnelletta Marta.

[159] alla porta.

[160] L’ediz. veneta: Ed è cosa conveniente che la carne vergine e gloriosa debbia e possa vedere e toccare la carne vergine e gloriosa. Nel qual modo il pensiero rimane più chiaramente e più compiutamente spiegato.

[161] saprei domandare.

[162] tante, e così spesso.

[163] Le due ediz. non variano.

[164] Questo diventavano ratte, giustifica l’erano fatte ratte, che leggesi un poco più addietro, giacchè esser fatto è sinonimo di diventare.

[165] L’Ediz. V. ha, hu, ha. È cosa notevole che il nostro autore, il quale nelle sue maniere è cosi spontaneo e indipendente, abbia qui imitato un passo che trovasi ne’Fioretti di S. Francesco Cap. 32 Faceva un giubilo a modo di colombo ottuso UUU; se però lo scrittore de’ Fioretti nol tolse dal nostro, il che sarebbe forse arduo a decidersi.

[166] Qui è oscurità, e L’ediz. V. non somministra alcun lume, benchè offra una lieve variante: o chosa degna de grandissima admiratione e de dio e consolatione!

[167] ma sì bene.

[168] giungendo, e così altre volte.

[169] L’ediz. V. tace la voce giorno, e mi pare graziosa ellissi.

[170] Questo passo, anzi quest’intero capitolo, sente moltissimo dell’Omelia di Origene tradotta dal Passavanti, e spesso le parole dei due scrittori volgari sono conformi.

[171] Ho emendato q. luogo coll’ ediz. V. giacchè l’A legge monstrandomi.

[172] estimando.

[173] O impazita ligata de amore il toro. Ecco uno dei soliti enigmi che offre l’ediz. V. per causa ancora della pessima ortografia. Ci vorrebbe altro che il filo di Arianna per uscire dal labirinto, chi non avesse edizione che quella.

[174] Raboni.

[175] asceso.

[176] in prèssa, e tutta pallida e quasi alienata.

[177] senza dimora.

[178] un buon pezzo.

[179] Qui l’esempio è ancora più espressivo, perchè fare pasqua sembra che propriamente significhi far festa in compagnia di altri.

[180] festa, grande allegrezza.

[181] ascendesse.

[182] La parola dette è presa dall’ediz. V. nell’A. mancava.

[183] Così l’ediz. V.: VA. lingua affocati.

[184] o elette e dilette.

[185] e da poi che lo Spirito Santo ebbono ricevuto.

[186] tutta la sua sobstantia Martha e Maddalena e Lazzaro vendetteno e la miseno ali piedi deli Apostoli, excepto che li Apostoli non lassono vendere la casa de Martha, ma la feceno donare alla santa madre Chiesia.

[187] e alcuna volta li zetavano zoso della casa. L’editore veneto questa volta si prese una licenza un po’ troppo grande, giacchè v’è assai divario fra il rovinare la casa ad uno, ed il cacciarlo giù dalla casa!

[188] e Marcella.

[189] Cioè: in un solo trasportamento.

[190] nessuna.

[191] L’Ediz. A. non trovando niente di vettovaglia: mi sono quindi attenuto alla lezione della Veneta, perchè migliore.

[192] lo fece cessare.

[193] Ponga mente il lettore quanto energica sia questa piccola descrizione, e il breve discorso che seguita.

[194] e te ne passi.

[195] non dubitare che tu non n’ andrai senza punizione e senza flagello.

[196] perocchè niente vi sa negare,

[197] si accorse.

[198] andare.

[199] avere paura di perdersi.

[200] comenzò a palpitare e cercare la teta e non trovando da tetare, comenzò a piangere per la fame, come fanno li putini pizolini.

[201] fuora.

[202] sotterrarlo.

[203] gridò.

[204] e doloroso.

[205] il mio avere.

[206] Questo discorso, spezialmente nella chiusa, non potrebbe meglio esprimere l’animo del Principe peregrino combattuto fra la fiera lotta del dolore, e la nascente fede.

[207] L’A. ripete; a chi gli piace.

[208] gramezza.

[209] seppe pregare.

[210] fantolino, e così più avanti.

[211] saltò a terra.

[212] eccitata.

[213] comare.

[214] e dolendo.

[215] Bel modo, per dire che la croce fu colà piantata.

[216] Axais, che è la città Aquense.  Razzi Vita di s. Maria Maddalena.

[217] da lungi.

[218] Cioè: quel detto della Scrittura, maniera usata anche dal Cavalca.

[219] andavano.

[220] la margarita.

[221] oggi Arles città della Provenza.

[222] aguzzi.

[223] ammazzava e mangiava.

[224] Che animale fosse quest’Omaco, genitore del grande serpente Tarastare, lascieremo indagarlo ai naturalisti.

[225] Trovo che Tarasteix è un villaggio di Francia negli Alti Pirenei presso Tarbes, e che Verlus è altro villaggio nel dipartimento del Gers, presso Air: ma questi due luoghi così distanti fra loro e dal Rodano, non possano essere quel solo e medesimo che il n. Autore pone fra Arelate e Vignone. È pertanto a notarsi che qui per Tarastare deve intendersi Tarascona (o Trascina, come chiama questa città più innanzi lo stesso n. Autore, ove parla del convento di s. Marta) essendo essa città precisamente situata fra Arles e Avignone, lungo il Rodano. Difatti il p. Serafino Razzi nella sua Vita di s. Marta, parlando egli pure di questo serpente e di questo luogo, chiama il primo Tarasco, il secondo Tarascona.

[226] di licenza.

[227] L’ediz. A. totalmente; il cotalmente mi è stato somministrato dalla V.

[228] Notisi quanta varietà in questi antitesi, e quanta proprietà di termini.

[229] essa.

[230] stupendi.

[231] sì fattamente.

[232] fiate.

[233] Lediz.V. ponendo il ragionamento che segue senza le debite transizioni ora in bocca del pio autore, ora di s. Marta, fa nascere un grande garbuglio.

[234] il tesoro incomparabile.

[235] e molto spesso lo albergava ecc.

[236] con le sue dilette pompe, e piaceri.

[237] menavano

[238] reggere.

[239] la più grande parte.

[240] una grazia vi domando, che mi facciate vedere ecc.

[241] di questo mondo.

[242] davanti a te.

[243] voi siate laudato ecc.

[244] mi arricomando, così altrove.

[245] saltata addosso alla innocente Marta la grande febra.

[246] Dio aperse gli occhi a uno prete santo il quale stava con la santa Peccatrice, e gli fece vedere come gli angeli portavano ecc.

[247] ammiranda

[248] più procedere.

[249] Il più gentile poeta del trecento, cioè Metter Francesce Petrarca dedicò un carme latino a questo sacro recesso della Santa, da lui, mentre trovavasi in Avignone, più volte visitato. Quel carme comincia: Dulcis amica Dei, lacrymis inflectere nostri, Atque humiles attende preces, nostraeque saluti ecc.

[250] e tutti li frati.

[251] due volte tanta grazia, come ha fatto a me.

[252] indugiare.

[253] innante che io mora.

[254] con una facella di fuoco ecc.

[255] saputo.

[256] albergasti, e così più innanzi.

[257] S’inchinò, e medesimamente più oltre.

[258] nel fronte.

[259] sei stata buona compagnessa, come un pò più avanti.

[260] dileguavasi.

[261] e baciando.

[262] Così anche l’ediz. V. Ma qui luna e laltra sicuramente sono errate, dovendosi leggere invece del cioè spirò, rese, o qualche altro verbo di consimile significato, col quale lieve cambiamento si riduce alla vera sintassi un bellissimo periodo.

[263] della morte della sua madre.

[264] davano.

[265] così fattamente che.

[266] Qui cominciano tre Capitoli mancanti nell’esemplare nell’ediz. A., tolti dall’edizione di Pescia, e che vanno d’accordo colla V.

[267] Frondone, e così altrove.

[268] Il beato Frondone, Vescovo Petragoricense. Razzi.

[269] e sedendo tanto che si cantava la epistola, si addormentò.

[270] in persona.

[271] certo e veramente sei diletta e amata senza misura ecc.

[272] e non è penna ecc.

[273] si liquefacessino.

[274] leggente.

[275] disposi.

[276] eccitato.

[277] ascondere.

[278] Devesi intendere Clodoveo.

[279] pativa di ecc.

[280] eziandio non poteva quasi riprendere le figliuole sue, se cascavano in qualche errore, tanto gli erano odiose le disonestadi. E se alcune delle sue ecc.

[281] avevano in usanza.

[282] temeva come il foco.

[283] Cioè tenendoli sotto i piedi, conculcandoli, anche nel qual senso suppedito usato dai latini.

[284] Qui termina la lacuna che trovasi nell’esemplare dell’Ediz. A.

[285] instrutta.

[286] per patire, e così più innanzi.

[287] Forse è lo stesso che soggolo. Vedasi la Tavola del sig. Varrini.

[288] di lavare li lavezzi.

[289] spazzando.

[290] s’ingegnavano.

[291] ma sibbene chi voleva servire.

[292] e alla virtù.

[293] e baciava devotamente e teneramente, tanto era lo perfetto amore che portava al vero Figliuolo di Dio Iesu Cristo benedetto, intanto che alcuna volta piangeva ecc.

[294] esauriva.

[295] continuo.

[296] reclinato.

[297] menati.

[298] tolse.

[299] onde sentirà tanta suavitade , che moriva dello amore del dolce fantolino.

[300] le quali non poteria annunciare.

[301] patire.

[302] accompagnare il suo sposo.

[303] quanto sono.

[304] Eterna anche l’edizione V; ma ognun vede che deve leggersi terrena, volendosi qui intendere la vita che si conduce sulla terra.

[305] L’edizione V. affliggemo cioè affliggiamo.

[306] dileguasse.

[307] e avuta in devozione.

[308] Fra questa conclusione e l’orazione seguente, nella edizione A ed in quella di Pescia, è posto il capitolo di Bernardo Pulci di 45 terzine , che comincia:

Quello acceso desir, che già ti spinse

A seguir drieto al tuo maestro degno,

E che sola al convito ti sospinse.

Io ho creduto bene lasciarlo, per non accrescere la mole del libro con una scrittura che non è del buon secolo, e che a vero dire, considerandola come poesia di un genere elevato, non mi sembra gran fatto bella.

[309] La presente orazione, come ognuno vede da queste parole, è stata aggiunta da una donna, e trovasi anche nell’edizione di Pescia e nella Veneta. Per non cadere in errore, supponendo che l’intera Leggenda potesse essere opera d’ingegno femminile, rammenti il lettore ciò che è detto nell’introduzione: Colui che l’ha scritta e vulgarizzata è assai insufficiente e idiota. Essa orazione poi mancante in parte nell’Edizione A, fu completata coll’ aiuto dell’Edizione di Pescia, e della Veneta.

[310] Chi avesse voluto notare tutte le bellezze osservabili di questo saporitissimo scritto, avrebbe fatto opera da Retore, non da Spogliatore; e l’ufficio del Vocabolario è ben diverso da quello della Rettorica!

 

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Ultimo aggiornamento: 01 giugno 2007