Guido da Pisa

 

I fatti di Enea

 

 

 

Edizione di riferimento

Guido da Pisa, I Fatti d’Enea , con prefazione, introduzione e note del prof. FRANCESCO FOFFANO, G. C. Sansoni in Firenze Editore, 1900,

 

Rubrica XLI [1]. — Come Pallante

figliuolo del re Evandro fu morto da Turno.

In questa prima battaglia, nella quale s’assaggiarono li Troiani con li Rutuli e li Rutuli con li Troiani, bene che Enea avesse al cominciamento vittoria, com’è detto di sopra, non di meno l’ebbe assai dolorosa, ché, continuando la battaglia, vi perdette Pallante, figliuolo del re Evandro, e perdettelo in questo modo. Pallante, combattendo con la gente di Turno, facea uno grande guasto di quella gente. Ed ecco Turno, come ciò ebbe sentito, trasse là tutto infiammato e, vedendo li suoi essere stanchi, incominciò a gridare: «Solo io con Pallante voglio combattere; da me solo Pallante de’ essere morto; cosí potesse Evandro essere in luogo che questo vedesse». E, detto questo, comandò alla sua gente che tutta stesse di cesso [2]. Pallante, veduto ed udito ch’ebbe questo, tutto quasi venne meno, maravigliandosi della persona di Turno, ch’era sí grande, e delli suoi occhi, ch’erano cosí pieni di crudeltade. E, preso ch’ebbe vigore in sé stesso, disse in verso Turno: «Oggi è quel dí nel quale io arò grande onore, uccidendo te, o essendo ucciso da te; e perciò togli via le minacce, o Turno, e fàtti innanzi». A queste parole amendue procedettono a mezzo il campo alla battaglia; e, come l’uno andava incontro dell’altro, Pallante inverso a Turno lanciò la lancia, e altresí tosto mise mano alla spada. La lancia, volando, rasentò lo capo a Turno e andògli su per la spalla manca, ma non sí invano, che alcuna cosa non ne portasse. Turno allora con la sua lancia andò inverso di lui, dicendo: «Poni mente quale lancia è migliore tra la mia e la tua». E, detto questo, percosselo nello scudo di sí grande colpo, che la lancia passò lo scudo e le corazze, e passolli lo petto dall’altro lato. Morto Pallante, Turno disse alli Arcadi, cioè alli cavalieri d’Evandro: «Abbiate a memoria di dire ad Evandro ch’io gli rimando Pallante tale, quale egli ha meritato di riaverlo». Questa ambasciata mandò Turno ad Evandro, perch’ egli volle più tosto dare lo regno di Italia ad Enea, ch’era troiano, che a lui, ch’era italiano. E però dice Dante nel sesto canto della terza cantica della sua commedia, dove parla dello segno dell’aquila [3], lo quale Enea recò di Troia in Italia:

Vedi quanta virtú l’ha fatto degno

Di riverenzia; e cominciò dall’ ora,

Che Pallante morí per dargli il regno.

Data ch’ebbe Turno l’ambasciata che si dovesse portare ad Evandro, soggiunse: «L’onore, che si richiede alla sepoltura di costui (e toccollo col piede) in consolazione del padre concedo e dono». E detto questo, vide uno bellissimo scheggiale d’oro cinto a Pallante, nel quale era ismaltato con molta arte e con molta sottilitá lo grande male, che fecero le cinquanta figliuole del re Danao, quando le quarantanove di loro uccisero, una notte, li quarantanove loro mariti e fratelli. Questo scheggiale scinse [4] Turno a Pallante, ma male a suo uopo, come si dirà alla fine di queste battaglie; ché la mente umana, che non sa quello che le si dee finalmente incontrare, non sa servare né tenere modo, quando è levata in alto. Li cavalieri d’Arcadia con molto pianto presero lo corpo di Pallante, e portaronlo in su uno scudo ad Enea, andando dicendo: «Oh grande onore, oh grande dolore che fia questo al re Evandro! Questo è lo primo dí, o Pallante, che ti misse in battaglia e che t’ha fatto finire le battaglie».

Rubrica XLII [5]. — Lo grande fracasso [6]

che fece Enea per l’anima di Pallante.

Come la fama della morte di Pallante venne agli orecchi d’Enea, acceso e infiammato tutto d’ira contro a Turno, partissi del loco dov’egli era, e percosse nella gente di Turno; e tagliando e uccidendo chiunque gli si parava dinanzi, vennergli alle mani alquanti nobili cavalieri giovani, li quali non uccise, ma servolli per immolarli vivi vivi per l’anima di Pallante. E andando facendo questo fracasso per lo campo di Turno, lo re Messenzio gli si parò incontro. E, poi che tra loro due fu una dura e aspera battaglia, Enea gli diede uno colpo di lancia, che gli passò lo scudo e andògli a’ fianchi. Ciò vedendo Lauso, figliuolo di Messenzio, tanto lo strinse la pietà paternale, che per difendere lo padre si misse alla morte. Missesi tra lo padre ed Enea, che giá avea messo mano alla spada per darli un altro colpo mortale; e ricoprendolo collo scudo lo fece campare. Campato Messenzio, Enea si diede addosso a Lauso, e con uno colpo di spada che gli diede per traverso, quasi lo ricise per mezzo; e, poi che l’ebbe morto, mosso a pietade li disse: «L’arme, di che ti se’ dilettato, misero garzone, ti lascio; ed acciò che tu possi esser sotterrato con le mani di tuo padre, a lui ti rimando». Messenzio essendo uscito dal campo, se n’era andato al fiume del Tevero per lavarsi le ferite; ed aveasi cavato l’elmo di testa ed appiccato ad uno albore, e l’arme avea poste per terra. E giacendo appoggiato ad uno albore, in su la riva del fiume, dicea alla famiglia: «Andate a Lauso, e ditegli da mia parte che si parta del campo, e non voglia provare li colpi d’Enea». Ed ecco in quello che questo dicea, li compagni di Lauso lo recavano in su uno scudo morto. Quando Messenzio udí lo pianto da lunga, la mente, che molte volte indivina lo suo danno, gli disse come lo figliuolo era morto. E strappandosi li capelli canuti, incominciò a gridare colle palme levate al cielo, dicendo: «Tanto disiderio di vivere mi tenne, o figliuolo, ch’io per questo sostenni che tu intrassi in battaglia in mio luogo? Son’io campato per te, acciò ch’io per la tua morte vivessi, o figliuolo? Ohimè misero sciagurato, a che ultima miseria sono venuto, che ti veggio morto per lo mio peccato! Le pene, certo, ch’io dovea sostenere per la mia mala vita, per la quale io fui cacciato del regno, io veggo ora nelle tue ferite! O figliuolo, te veggio morto e me veggio vivo? Ma questa vita lascerò io ben tosto». E detto questo, si rimisse l’arme cosí ferito; e pigliando lo destriere per lo freno, gli disse: «Fàtti in qua, o cavallo; ché questo è quel dí che tu o vincendo recherai l’arme insanguinate con lo capo d’Enea, e vendicherai la morte di Lauso, o, perdendo, morrai oggi con esso meco; ché tanto se’ stato meco, ch’io credo che tu non sosterresti di stare sotto a nullo Troiano». E, montato che fu a cavallo, furioso si mise nel campo; e tre volte con grande voce chiamò Enea a battaglia. Enea, conosciuto che l’ebbe alla voce, pregava Iddio pure che Messenzio incominciasse la pugna. E, com’elli furono avvisati amendue alla battaglia, Messenzio, tenendo la lancia levata, disse ad Enea: « A che, o crudelissimo, poi c’hai morto lo mio figliuolo, mi spaventi? Questa è sola quella via, per la quale tu mi potessi tôrre la vita; ché, morto egli, non curo di vivere; però non temo la morte, né con nullo gentile uomo schiferei la battaglia; onde lascia stare le minaccie, ch’io vengo a morire con esso teco, e questi doni in prima t’arreco ». E sì tosto, com’ebbe detto questo, tre lancie, l’una dopo l’altra, per ordine li lanciò. Lo quali lancie Enea ricevette tutte e tre nello scudo; e, broccando [7] lo cavallo, ferí con la sua lancia lo cavallo di Messenzio tra’ mendue le tempie. Lo cavallo ferito alborò [8] con calci dinanzi, e, gittato ch’ebbe il signorso a terra, caddegli addosso rovescio con grande fracasso. Enea, veduto che l’ebbe per terra, misse mano alla spada e correndogli addosso gli disse: «Ove è aguale lo duro ed aspero Messenzio, e quella potenzia del suo animo bestiale?» Messenzio, vedendosi di sopra Enea, cosí gli rispose: « O amaro nimico, perché mi di’ villania e perché mi minacci di uccidere? Già non venni io a questa battaglia se non per morire; ma d’una cosa ti priego (se alcuna cortesia si dè’ fare al nimico, ch’è vinto), che tu lasci alli miei sotterrare lo mio corpo; e non sostenere, ti priego, che lo mio corpo venga a mano de’ miei nimici, che sono teco, acciò che non ne facciano strazio; anzi mi concedi ch’io sia sotterrato con lo mio figliuolo». E, detto questo, ricevette lo colpo da Enea, e fue transíto. Morto Messenzio, Enea gli cavò tutte l’arme e consecrolle a Marte, dio delle battaglie.

Rubrica XLIII [9]. — Come Enea

mandò lo corpo di Pallante allo re Evandro.

Morti due re con molta nobile gente dal lato di Turno, Enea convocò li suoi duci e, convocati che li ebbe, in questa forma parlò loro: «Grandi cose abbiam oggi fatte, o signori, ed anco ce ne restano a fare; la guerra non è ancora finita; però apparecchiate li animi vostri all’arme, d’andare in fino allo mura della città di Laurento, ove abita lo re Latino, con isperanza di quivi combattere; onde sí tosto come le ’nsegne si moveranno, ciascuno si muova ad andare: ma in questo mezzo ci brighiamo di sotterrare li nostri compagni, li quali col nobile sangue loro questa patria ci hanno già partorito; e perciò voi Troiani onorate quanto potete con sommi onori le corpora loro: ma in prima al doloroso Evandro sia mandato Pallante, lo quale non vôto di virtú ci tolse l’oscuro dí della sua morte». E detto questo, si volse colle lacrime negli occhi e andò dove giacea lo corpo di Pallante, intorno al quale stava la gente sua dolorosa con grande turba di troiani. E, com’egli fu giunto, vi si levò uno sí gran pianto, che andò in fino al cielo. E, com’egli vide lo volto di Pallante, che parea pure di neve, e nel petto gli vide lo colpo che gli avea dato Turno, con lacrime disse: «O Pallante, miserando garzone, ben veggio che la fortuna, quando mi cominciò a venire lieta, ebbe invidia di me, ch’ella non volle che tu mi vedessi lo regno di Italia con la spada in mano guadagnato, né che tu tornassi con onore vincitore alla sedia del tuo padre: non sono queste l’impromesse ch’io feci al tuo padre, quando da lui mi parti’, di rimandargliti sano e salvo: O disavventurato Evandro, vedrai tu cogli tuoi occhi lo tuo figliuolo morto: questo è lo nostro tornare; questi sono li nostri desiderati triunfi. Ohimè, Italia, e tu, Ascanio, quanto aiuto e quanto appoggio avete oggi perduto»! E poi ch’Enea con gran pianto ebbe detto le soprascritte parole, comandò che ’l miserabile corpo di Pallante fusse levato di terra e posto in su una bara ch’era fatta di frasche d’arbori fresche, e lui fece vestire d’uno bellissimo vestimento di purpura ad oro, lo quale avea fatto con le sue mani la regina Didone, e avealo donato ad Enea; e sopra lo corpo fece porre uno prezioso drappo, lo quale era stato ancora della detta regina. Cosí vestito e addobbato fu posto in quella bara, fasciato intorno con molta freschezza, che parea pur uno fiore che di poco fusse stato colto, lo quale né è in suo vigore, né ha in tutto perduta sua bellezza. E con lui mandò mille eletti cavalieri della sua gente, li quali fussero ad accompagnare lo misero pianto d’Evandro. E sopra tutto questo, mandò dinanzi alla bara gonfaloni ed arme ch’erano state prese in battaglia, della gente di Turno; mandò eziandio molte teste e diverse membra in su le punte delle lancie, ch’erano state delli baroni e delli duci di Turno morti in quella medesima battaglia, e alquanti uomini vivi, con le mani legate di dietro, per immolarli nel fuoco, quando s’ardesse lo corpo di Pallante, per l’anima sua [10]. Con questa processione si portò infino alla città pallantea con grandissimi pianti. E dietro al corpo venía lo suo destriere tuttavia lacrimando; e dall’uno lato era portata la lancia sua, dall’altro lato l’elmo; ché l’altre arme avea preso Turno quando l’uccise. Passato che fu tutta la processione per ordine, Enea si resse[11] e con grande pianto gridò: «Va’ con dio, Pallante mio, ch’io per me ad altre lacrime [12] sono chiamato dalli fati». E detto questo ritornossi al campo suo. Ed ecco li ambasciadori del re Latino già erano là giunti per parlare ad Enea.

Rubrica XLIV [13]. — L’ ambasciata che lo re Latino

mandò ad Enea per riavere li corpi morti

della sua gente; e la risposta d’Enea.

Gli ambasciadori del re Latino vennero al campo d’Enea colli rami dell’ulivo in mano e, quando furon dinanzi da lui, pregaronlo che gli piacesse di dare pace alli morti loro, cioè di concedere ch’eglino potessero pigliare li loro corpi morti, li quali erano sparti per li campi e per le fosse, per fare loro debito onore di sepoltura. Alle quali parole lo buono Enea cosí rispose: «Quale indegna [14] fortuna in tanta guerra v’ha cosí inviluppati, o Latini, che ci fuggiate di volerci aver per amici? Voi mi pregate ch’io dia pace alli morti; certo io vorrei concedere questo eziandio alli vivi; né non sono venuto io in questo paese, né venuto ci sarei, se li fati non mi ci avessero chiamato; né voluntieri combatto con la mia gente, la quale dalli fati m’è stata data. Lo vostro re Latino mi ricevette quando io giunsi, e poi a petizione di Turno m’ha rifiutato ed hassi fidato piú nelle sue arme che nelle mie; ma piú giusta cosa sarebbe stata, se Turno ha intendimento di cacciarmi di questa contrada e di finire questa guerra, ch’egli fusse venuto con esso meco alla battaglia ei solo, e tanta buona gente non fusse morta; ché ora viverebbe l’uno di noi, lo quale Iddio volesse, o la sua mano diritta gli desse: andate adunque, e alli vostri miseri cittadini apparecchiate la sepoltura del fuoco». Udito ch’ebbono li ambasciatori queste parole, tutti pieni di stupore tennero silenzio, e poi che s’ebbono guatato l’uno l’altro, si volsero ad Enea. E ’l piú seniore di loro, lo quale avea sempre odio e rancore con Turno, ed era chiamato Drance, cosí li rispose: «O grande di fama, maggiore in arme, uomo troiano, con quali degne laude ti pareggierò io al cielo? In che dirò io che tu sia maggiore, o in giustizia di vita perfetta, o in arme, o in sapere durare fatica? Le tue risposte noi rapporteremo alla nostra cittade e, se la fortuna ci darà alcuna via, noi ti congiugneremo [15] con esso il re Latino; e Turno si procacci di fare li fatti suoi. E sopra questo ti diciamo: se la città che v’è fatata intendete di fare, noi ci diletteremo d’arrecare li sassi con le nostre spalle a fare le vostre mura». Questo medesimo promissero tutti li altri ambasciatori. E, fatta triegua per dodici dí, si partirono da Enea. In questi dodici dí attesono a seppellire li loro morti.

Rubrica XLV [16]. — Come lo corpo di Pallarte

giunse alla città pallantea.

In quello che lo corpo di Pallante si portava alla città pallantea, ecco la fama di tanto pianto volò innanzi e tutta la città ebbe ripiena. Allora li cittadini tutti corsono alla porta, o di costuma e d’usanza antica si fecero dinanzi al corpo colle lumiere [17] e colle facelline de’ morti accese in mano. E, scontrati ch’ebbono li Troiani che veniono con lo corpo, si congiunsono con loro, e piangendo l’una parte e l’altra, se ne vennero infino alle porti. La notte era già venuta, e le donne della città si fero intorno al corpo tutte scapigliate, e, come la terra fue tutta piena di dolore e di pianto, niuno poteo tenere Evandro che non venisse incontro al figliuolo. E, com’egli fue giunto, si gittò in sul corpo lacrimando e piangendo, e tanto dolore gli strinse lo core, che, volendo parlare, non poteo. Ma poich’alla fine la natura gli diede via alla voce, in questa forma parlò: «Non sono queste le ’mpromosse che mi facesti, o Pallante, che mi dicesti che non ti gitteresti alla disperata tra li ferri; e non mi giovaro né valsero né ammonimenti né prieghi ch’io ti facessi; e le orazioni e li voti, ch’io feci alli Dii, da nullo mi sono stati esauditi. Oh beata a te, santissima donna mia, che non se’ viva e non se’ stata servata a vedere sí fatto dolore». E con questo pianto e con questi lamenti corse tutta quanta la notte; e, come lo giorno fu fatto, li Arcadi e li Troiani insieme celebrarono l’ossequio di Pallante. Da questo Pallante era dinominata questa città Pallantea; ché, nascendo ad Evandro questo figliuolo della sua donna, che fu di Savello, posegli nome Pallante, e per amore di lui nominò la città Pallantea: oggi si chiama Palazzo Maggiore [18], ed è uno delli setti monti che sono dentro da Roma.

Rubrica XLVI [19]. — Lo consiglio che tenne lo re Latino

de’ duri casi ch’ avea tra le mani.

Tornati li ambasciadori della città di Laurento a Latino con la risposta d’Enea, tanto dolore e tanto pianto fu in la città per la moltitudine delli loro morti, e tanta ammirazione per la pietosa risposta d’Enea, che tutta la terra fu quasi a rumore. La maggiore parte della gente si lamentava di quella guerra, dicendo ch’elli era meglio l’amistà e la compagnia d’Enea che quella di Turno, e che sarebbe meglio di dare Lavinia per moglie ad Enea ch’a lui. Altri v’erano, che dicevano il contrario; o spezialmento la reina Amata, la quale con tutti suoi desiderii desiderava d’avere per genero Turno. E, come la città stava in questi rumori, ecco gli ambasciatori, li quali lo detto re Latino, di consiglio e di volere di Turno, avea mandati allo re Diomede infino nel cominciamento di questa guerra, tornarono in Laurento. Questi ambasciatori erano stati mandati principalmente per tre cose; la prima, per ispiare [20] da Diomede delle condizioni e de’ fatti d’Enea e della sua gente; la seconda, per domandare da parte degl’Italiani aiuto e consiglio da lui; la terza, per fare lui capitano di questa guerra contro ad Enea; ed acciò che egli fusse più favorevole loro, gli portarono molto oro e molti presenti. E com’elli furono tornati, dissero a Latino che nulla cosa aveano fatto, ché quello gentile uomo non s’era mosso né alli loro prieghi né alli loro presenti: per la qual cosa li Latini delle due cose facessero l’una, ovvero di procacciare altra arme ed altra compagnia, ovvero di fare pace con Enea. A queste parole venne meno di gran dolore lo re Latino, dicendo: «Io voggio manifestamente Enea signore di questa guerra; e questo mi danno a vedere principalmento due cose: l’una, che questa terra gli è data dalli fati; l’altra, li molti mucchi do’ morti ch’io mi veggio dinanzi alla porta». E, detto questo, comandò che lo consiglio si raunasse. E, raunato che fu, Latino si pose a sedere in su la sua alta sedia, non con lieta fronte, tenendo la verga reale in mano. E, posto che fu a sedere, comandò agli ambasciatori che tutto por ordine dovessero riferire la risposta della loro ambasciata. Allora, fatto silenzio, uno degli ambasciatori, che aveva nome Venulo, cosí rapportò: «Vedemmo, o cittadini di Laurento e voi tutti Latini, lo re Diomede, al quale ci mandaste; e, giunti a lui, toccammogli la mano, quella mano che gittò a terra la città di Troia, e avuta che avemmo la copia del parlare [21], postogli inprima dinanzi li doni e li presenti che portammo, dicemmoli per ordine la nostra ambasciata. Alla quale, detto che noi avemmo, con piacevoli parole cosí rispose: O fortunate genti, o regni saturnini, o antichi Ausonî, che fortuna è quella che conturba la vostra quiete, e che vi mette in cuore di volere essere distrutti e disfatti da guerre non conosciute? Voi non conoscete chi è Enea; voi non conoscete li Troiani chi sono. Tutti noi Greci, che con ferri guastammo li campi di Troia (lasciamo stare li danni che avemmo per dieci anni intorno alle mura), ci è mal colto e mal pigliato. Lo re Menelao, per la cui moglie nacque quella guerra, tristo e tapino ne va per lo mondo: lo re Ulisse, che ’n tutte le cose fu mio compagno, va errando per mare, ed ora è intorno alla montagna di Mongibello. Che dirò di Pirro, figliuolo d’Achille, c’ha perduto insieme lo regno e la vita? Che dirò delli altri baroni, che sono spersi per diverse parti del mondo e nullo n’è mai tornato a casa? Agamennone, che fu duca di quella guerra, fu morto da colui che gli tenea la moglie: ed io, volendo ritornare nel mio regno di Calidonia [22], fui impedito dalli fati, ché mai non vi pote’ ritornare, e però, gittato dalli venti in queste contrade, mi sono posto, come voi vedete, a fare una terra; e sopra tutto questo, terribile e spaventevole cosa m’è avvenuta: che li miei compagni ch’io menai meco da Troia, nel cammino doventarono uccelli e tutta la marina riempirono co’ suoi lacrimosi stridori. E però io non sono acconcio di pigliare più briga con Troiani: ché di quella ch’io presi, non me ne lodo; li vostri doni, che da casa vostra m’avete arrecati, riportateveli e dateli di mio consiglio ad Enea. Questo dico, ch’io so chi egli è, che spesso volte in quella guerra noi ci provavamo insieme; credetemi, ch’io sono esperto di lui; ché io so com’egli sa tenere lo scudo in braccio, e come sa vibrare e gittare una lancia; e dicovi che, se la città di Troia avesse avuto due cosí fatti uomini come Enea, noi Greci saremmo cosí vinti e sconfitti da loro, com’eglino sono stati da noi; ché tutte le grandi cose delli fatti d’arme e delli fatti di guerra che si facevano a Troia per li Troiani, si facevano per Ettore e per Enea; e la gran dura [23] che fe Troia per dieci anni, fu solamente a per opera di questi due: questi due erano pure li maggiori che fussero in Troia, e che aveano li maggiori animi, e che erano più uomini d’arme, ed in tutte le cose si somigliavano insieme, salvo che in pietate era Enea maggiore: e però vi consiglio che voi facciate pace con lui, e guardatevi che con lui non veniate a battaglia. Questa è la risposta che noi t’arrechiamo da Diomede, o ottimo re Latino». A pena ebbe compiuto Venulo di dire questa risposta, che per tutto lo consiglio si cominciò uno grande fremito e uno grande pispigliare. E, poiché gli animi furono un poco acchetati, lo re Latino in questa forma parlamentò al consiglio: «Importuna guerra, o cittadini, abbiamo con gente della schiatta degl’Iddii e con uomini che non si possono mai vincere, li quali nulle battaglie gli affaticano, né vinti si possono astenere dalli ferri: e però la speranza che infino a qui avete avuta nell’arme, ponetela giuso; e a quanta ruina giacciono li nostri fatti, dinanzi alli occhi e tra le mani l’avete: la sentenzia della mia mente io vi dirò e con poche parole dichiarirò li animi vostri. Io ho presso al fiume di Toscana, cioè al Tevero, una antica contrada, la quale è abitata dagli Aurunci e da’ Rutuli; questa diamo a possedere alli Troiani; compognamo con loro statuti e patti di vivere o di stare in pace con loro, e eglino similemente con noi, o in questo modo chiamiamli nel nostro regno compagni. Se questo piace loro, pongansi in quella contrada e facciano loro cittade: se altre contrade o altra gente vogliono fuori del nostro terreno, vadansi con Dio, e noi daremo loro xx navi con molta moneta; e però mandiamo ad Enea cento solenni ambasciatori cogli ulivi in mano, li quali portino questi patti e rechino la risposta; e portino con loro talenti d’oro e d’avorio, con una sella [24] reale e con uno vestimento reale: sopra questa vicenda voi cittadini consigliate quello che vi pare e alli nostri fatti soccorrete, che sono stanchi». Fatto ch’ebbe fine lo re latino al suo dire, Drance, ch’era nimico di Turno, lo quale era buono uomo di ricchezza e migliore di lingua, ma la mano avea fredda a battaglia, disse: «Cosa oscura a nullo, né ch’abbia bisogno di nostra voce, hai detta e consigliata, o buono re Latino: tutti costoro che sono in questo consiglio, sanno e conoscono che porta seco fortuna, ma ciascuno dubita di dire: ma dea libertà di parlare e renda lo fiato colui per lo quale è nata questa pericolosa guerra; e allora diranno quello ch’è da dire, od io per me sono acconcio di dire, bene che egli con l’arme mi minacci di morte. Noi vedendo molti duci essere morti, noi vedemo tutta la città giacere in pianto, quando questi tenta l’arme troiane, confidandosi nel fuggire, e ’l cielo spaventa con l’arme: una cosa eziandio sopra quelli doni c’hai comandato si portino ad Enea, ti piaccia di giugnere, o ottimo re e tra tutti re, e non ti vinca violenzia di nissuno: che tu la tua figliuola dia per moglie a questo nobile uomo Enea; e questa pace che tu vuogli fare, legala e fermala con questo eterno legame. A che o per che li tuoi miseri cittadini, o buono re Latino, in sí aperti pericoli tante volte gitti? O capo e cagione di questi mali d’Italia, Turno, nulla salute si trova nella guerra; pace ti domandiamo tutti quanti noi; abbi misericordia de’ tuoi, o Turno; poni giú gli animi tuoi ed isforzato vatti via; assai della gente nostra morti abbiamo veduti, e, se pure la fama d’avere onore ti muove, se tanta forza nel petto hai conceputa, e se tanto t’è in core d’avere questo regno in dota, sii valente e fàtti col petto incontro ad Enea ».

Rubrica XLVII [25]. — La risposta di Turno

nel consiglio contro a Drance.

A queste parole di Drance fue infiammata l’ira di Turno e levatosi alla ringhiera, con pianto negli occhi, dello profondo del petto li uscirono queste voci, dicendo: «Sempre hai avuta larga, o Drance, la copia del parlare; e, quando le guerre hanno bisogno d’aiuto, convocati li padri al consiglio, tu se’ lo primo che ci vieni con le parole; ma non è da riempiere la corte di parole: contro li nimici non vai mai, e me chiami timido e codardo; le tue valentíe tu hai sempre nella tua lingua ventosa e nelli piedi, che tu hai bene atti a fuggire. Tu di’ ch’io mi vada via; ma io non sono acconcio di lasciare questa guerra in fino a tanto che ’l fiume del Tevero non cresce del sangue d’Evandro, e ch’io nol disfaccia in avere e in persona, e ch’io non ispogli l’arme di dosso a tutti gli Arcadi. Tu di’ che nulla salute [26] si truova nella battaglia; ma questa canzone voglio che tu, o smemorato [27], canti in capo ad Enea e sopra li fatti tuoi; né non lasciare di turbare con ispavento e con paura tutti li fatti nostri, e di magnificare e d’esaltare dall’uno lato le forze della gente due volte sconfitta e vinta, e dall’altro lato di vilipendere e d’abbattere l’arme di Latino. — Aguale [28] a te e a quello c’hai consigliato, o grande padre, io torno: se tu nulla speranza hai oggimai nelle nostre arme, se cosí in tutto siamo venuti meno, e se per una volta ch’abbiamo perduto, caduti siamo a fondo, e la nostra fortuna non può tornare di sopra, domandiamo pace e facciamo croce [29] alli nimici: quello magnanimo ch’avea partito meco le fatiche della fortuna (io dico di Messenzio), per non vedere questo, volle innanzi morire e morendo diede di morso alla terra, quando con altra arme non la potea tenere ad Enea; e, benché ci sia venuto meno egli, non è venuto meno la gagliarda giovanaglia ch’abbiamo con noi. Noi abbiamo in nostro aiuto tante città d’Italia e tanti populi: di che dubitiamo noi? E se li Troiani hanno avuto onore e gloria di noi, hànnola avuta con molto loro sangue; ellino hanno de’ morti altresí bene come noi; e questa tempesta è stata cosí per loro, come per noi; dunque perchè in su l’uscire dell’uscio vegniamo sí vituperosamente meno? Perché, innanzi che suonino le trombe, ci triemano le braccia? Non veggiamo noi che la fortuna colui ch’è di sopra, mette di sotto, e colui che è di sotto mette di sopra? E, se con noi non sono quegl’Italiani che sono con li Troiani, con noi sono quelli che non sono con loro; noi abbiamo dal nostro lato Messapo e lo avventurato Tolunnio; abbiamo eziandio con noi tutti li più forti duci e la più scelta giovanaglia d’Italia; e sopra tutto questo, abbiamo con noi quella nobile vergine Cammilla, reina della gente de’ Volsci, che ha sotto di sé cosí fiorite schiere di cavalieri e di donzelle a cavallo; e, se li Troiani vogliono pure me alla battaglia, ecco me, ch’io non sono acconcio a rifiutarla». Mentre che Turno cosí arringava nel consiglio dinanzi a Latino, eccoti levare uno rumore che Enea venía dal fiume del Tevero, con tutta la sua gente schierata, alla città di Laurento.

Rubrica XLVIII [30]. Come Enea venne

con le sue schiere verso la città di Laurento,

e come li Laurentini s’acconciarono a difendere la terra.

In quello che Turno arringava nel consiglio dinanzi al re Latino, in quella forma ch’è detto di sopra, giunse uno messo allo re Latino, lo quale disse come Enea con tutta la sua gente schierata ne venía dal fiume del Tevero inverso la terra, e copria tutto lo piano. A queste novelle furono incontanente turbati gli animi del consiglio, ed al populo venne meno lo cuore; ma nondimeno presono l’arme, e la nobile giovanaglia cominciò tutta a fremire. Li padri e li vecchi stavano tristi e dubitavano; chi piangea e chi gridava; e cosí diverso rumore era per la terra. Turno allora, vedendosi il bello [31], cominciò a gridare: « O cittadini, raunate il consiglio e lodate la pace sedendo; e coloro vengono con l’arme nel regno». E senza dire più parole, gittasi fuori del palagio ad ordinare la guardia della cittade, e per uscire fuori coll’arme in dosso contro ad Enea. Lo re Latino, tutto turbato nella mente, lasciò il consiglio e gittossi in camera, accusandosi sé stesso e pentendosi ch’egli non avea ricevuto, e per la sua bella voglia, Enea per genero. Li Laurentini correano tutti alle mura: chi guardava le porte, chi portava sassi alle mura, chi bolcioni [32], e chi archi, e chi balestre; chi s’argomentava [33] con una cosa e chi con un’altra. Le donne e li fanciulli stavano in su le mura; l’ultima fatica chiamava ogni gente alla guardia. Ma la trombetta ch’andava per la terra, diede un mal segno, ch’ella faceva uno verso fioco, come fa la voce dell’uomo infreddato. In questo tanto rumore ch’avea tutta la città occupata, la reina Amata con moltitudine di matrone se n’andòe al tempio di Pallade, per pregare dello stato della terra; e con lei andava la sua figliuola vergine Lavinia; la quale, considerando ch’ella era cagione di tanto male, portava li suoi begli occhi per terra. E, intrate che furono nel tempio, vaporando tutto lo tempio col fumo dello incenso, gridavano ad alte voci dicendo: «O armipotente combattitrice, che se’ sopra le battaglie, vergine Minerva, rompi con la tua mano la lancia di questo ladrone di Troia, lo quale è venuto per rubare questo regno, e lui dinanzi alle nostre porti stramazza sí, che dia della bocca per terra ».

Turno, poi ch’ebbe ordinata la guardia della cittade, s’apparecchiava d’andare alla battaglia, e andava con quello vigore e con quella gagliardia che va lo cavallo iscapestrato e sfrenato. Ed eccoti ch’ebbe scontrato la reina Cammilla con la schiera delli Volsci. La quale come vide Turno, gittossi a terra del destriere, e tutti li suoi cavalieri fecero lo simigliante; e, come ella fu ismontata, disse a Turno: «Senza dubbio, o Turno, se fiducia e speranza de’ essere nell’animo forte, io ardisco, e cosí prometto, d’andare in contro la schiera delli Troiani; io sola mi voglio mettere contra tutti li cavalieri di Toscana; lasciami andare me sola e tentare colla mia mano li primi periculi della battaglia: tu ti sta’ qui a piede e guarda le mura ». A queste parole Turno, tenendo gli occhi nella terribile vergine, disse: «O vergine, onore e bellezza d’Italia, quali grazie ti posso rendere pure di questo c’hai detto? Ma, da che questo animo hai, de’ partire meco questa fatica. Enea, secondo che c’è rapportato per nostre spie, ha fatto due parti della sua gente: l’una parte da cavallo manda per lo piano, ed egli con l’altra se ne viene su per lo giogo del monte; per la qual cosa io voglio andare a porre uno aguato nella selva per la quale egli dee venire; e tu va’ per l’altra via del piano, per la quale viene l’altra gente, e fa’ quello che ti pare; tu hai teco la gente tua, e anche sarà teco Messapo e le schiere latine». Ma innanzi che andiamo più oltre, mettiamo qui come fu nutricata e allevata all’arma questa nobile reina Cammilla.

Rubrica XLIX [34]. — Come la reina Cammilla

fu nutricata all’ uso del portare l’ arme.

Questa mirabile femina, della cui virtù già è detto in parto di sopra, fu reina d’uno regno lo quale anticamente fu chiamato regno de’ Volsci; e questo regno era in su le montagne di Campagna. Lo suo padre ebbe nome Metabo e la sua madre ebbe nome Casmilla; e la principale città del regno ha nome Privarne. Ora avvenne che, essendo nata questa fanciulla, Metabo, per invidia, porch’egli era molto nobile ed alto e potente signore, fu cacciato del regno, e fu la sua cacciata sí di subito, che in su quella ora che li Privernati levarono lo rumore, egli non poté ricoverare [35], né ricorrere [36] a pigliare veruna cosa, se non la fanciulla ed uno lancione. Di solo la fanciulla ebbe cura, por lo grande amore ch’egli le portava; e perché non avea altro figliuolo, né maschio né femina, e per l’amore della moglie la quale avea nome Casmilla, posele nome Cammilla, cavandone l’esse; e fuggendo con essa in collo verso le selvatiche montagne di sopra a Priverno, e li Volsci a cavallo ed a pié tenendoli dietro, giunse al fiume Amaseno, lo quale traboccava da ogni ripa, perché era di poco piovuto. E, giunto che fu alla ripa, veggendo il fiume grosso, non sapea che si fare, ché né passare potea, temendo della fanciulla, né quivi potea aspettare lo mancare dell’acqua, per la molta gente che gli poggiava addosso. Ed eccoti di subito venirgli un pensiero di lanciare la fanciulla di lá dal fiume e poi di mettersi egli a passare; e tenne questo modo: ch’egli prese la fanciulla e fasciolla in una scorza di suvero, ché la contrada era tutta piena di selve di suveri, e, poiché l’ebbe cosí fasciata, la legò all’asta dello lancione ch’avea in mano; e, levandola in alto con la mano diritta, cosí orò verso lo cielo. «O chiara dea delli boschi, vergine Diana, io, che sono padre di questa fanciulla, a te la do e a te la raccomando, a te la voto tutto lo tempo della sua vita; pigliala per tua servigiale [37]: o dea celestiale, guardala in questo cammino per lo quale to la mando per l’aere». E detto questo, lanciò lo lancione con la fanciulla su per lo fiume all’altra ripa. Lo lancione cadde in uno cespuglio senza fare nullo male alla fanciulla; e come la fanciulla fu lanciata di là dal fiume, ecco la gente, ch’era già sopraggiunta addosso a Metabo. Metabo, veggendo sí presso la gente, si mise a passare, e passò sano e salvo, e passato ch’egli fu, prese la fanciulla e ricoverò in su l’alte montagne, nelle quali non avea né città, né castella, né case, né tetti, e qui si pose a abitare con le fiere salvatiche. In queste cosí fatte contrade nutricò la sua figliuola con latte ferino, mungendole in bocca le poppe delle cavalle selvatiche. E sí tosto come la fanciulla poté fermare li piedi in terra, cosí tosto lo padre le pose in mano uno lanciotto, e a collo le pose l’arco e le saette, ed insegnavale lanciare e saettare. E, com’ella venía crescendo, cosí l’ausava a saettare con la frombola le grue, li cèceni [38] e li altri uccelli. E, bene ch’ella stesse nelle selve e nelli boschi appiattata, la sua fama non potè stare nascosa, che di lei non si ragionasse eziandio per tutta Toscana, onde molte donne la disideravano d’avere per loro nuora: ma ella, essendo contenta di servire a Diana, a cui il padre l’avea votata, studiava solamente a guardare la sua virginitade, o davasi allo studio della caccia. Ma poich’ella fu femina fatta, ritornò nel suo regno e fu fatta reina. E per non rompere lo voto del padre, mai non volle marito; e ’l suo diletto e ’l suo studio non era se non arme e cavalli, ed era sí della persona prode e sí valente, che nullo uomo in veruno atto d’arme si potea con lei; ed al suo esempio molte nobili pulcelle del suo regno si dierono a mantenere virginitade e a studiare nell’arme. E con questa gente venne contro alli Troiani.

Rubrica L [39]. — Come Cammilla n’andò incontro

alle schiere troiane, e ’l grande guasto che fece.

Cammilla, poich’ebbe udito lo detto di Turno, rimontò a cavallo, colle schiere de’ suoi cavalieri e delle sue donzelle, avendo seco lo re Messapo e le schiere latine, vigorosamente si misse incontro alla gente troiana, e incontro alli duci di Toscana, e incontro a tutti gli eserciti li quali Enea facea venire per lo piano inverso la città di Laurento, venendo egli per l’altra via del giogo del monte con l’ altra gente. Li Troiani con li duci di Toscana ne veniano ordinatamente schierati co’ cavalli gagliardi e coll’arme splendienti: li campi risonavano per lo fremito delli cavalli, e risplendeano tutti delle belle arme, ch’erano tutte a oro. Ed ecco, come l’una parte scoperse l’altra, ciascuna parte cominciò a scuotere le lancie e mettere mano alle spade e alli archi; e, venendo con grandi grida l’una parte incontro all’altra, quando furono presso a una balestrata, l’una parte e l’altra si stette ferma. E, poiché furon alquanto retti l’una parte e l’altra, di subito cominciarono a gridare, e con le grida cominciarono a saettare lancie e dardi e verrettoni [40] e saette in tanta quantità, che cielo era dell’arme annuvolato, e l’aere parea che nevicasse di tante arme che pioveano dall’una parte e dall’altra. Cosí saettandosi l’una parte con l’altra, muovesi di subito uno cavaliere della gente d’Enea, con la lancia in pugno, invêr la schiera delli Latini. Ed ecco uno cavaliere uscire della schiera delli Latini colla lancia simigliantemente in pugno; e venendogli incontro e percotendosi insieme, lo Troiano gittò della sella quello cavaliere del colpo della lancia che gli diede nel petto, mortale. Per la cui morte turbati li Latini, si diedero a fuggire verso la terra. Allora lo prencipe Asila, aspro cavaliere d’arme, con la schiera delli Pisani e delli altri Toscani pinse addosso alli Latini e incalciolli fino allo mura; ma com’elli furono presso alle porti, li Latini presono vigore, e volgendosi a loro, li ricacciarono in dietro. Asila con la sua gente ora rinculava addietro, ed ora si pigneva innanzi; o facea come l’onda del mare, che porcuote alla piaggia e ivi rinfranta si ritorna addietro; cosí due volte percosse e due volte tornò addietro. Alla terza volta, avvisati insieme l’una parte e l’altra a battaglia, di piano convento [41] combatterono a mano, cavalieri con cavalieri. Quivi fa un’aspera e dura battaglia e grande mortalità, imperciocché nullo vi fu che volgesse viso; quivi si feciono li mucchi d’arme e di cavalli e d’uomini morti, e stavano mescolati insieme li mezzi morti con esso li morti. Veggendo questo Cammilla, trasse là e misesi alla battaglia; e ora senza nulla fatica lanciava dardi o lancie, ora menava a due mani una scure, ora mettea mano all’arco e alle saette; e nullo colpo gittava indarno; e, s’ella alcuna volta fusse cacciata, od ella d’industria volesse fuggire, saettava indietro, e nullo colpo le venía mai fallito; e sempre intorno al suo destriere erano donzelle dotte e ammaestrate in ogni atto d’arme, le quali la servivano in ciò che si richiede in battaglia; e spezialmente continovo [42] erano dintorno a lei quattro nobilissime vergini deputate alla sua guardia, colle scuri in mano, ciò erano Larina, Tulla, Acca e Tarpeia. Con costoro intorno, andava tagliando e uccidendo la gente d’ Enea, e non vi ora nissuno che con lei se ne potesse; quanti colpi menava, tanti, brevemente, uccidea. E, com’ella andava facendo questo fracasso, vide uno cavaliere armato tutto quanto ad oro, il quale avea di sopra all’arme uno cuoio di giovenco, e in capo, sopra l’elmo, una testa di lupo con la bocca aperta; ed era sí grande che lo capo soprastava a tutti li altri. Invaghita Cammilla di dargli morte, gli disse: «A combattere con fiere credi essere venuto, che se’ coperto di cuojo di fiera? Io voglio che tu porti novelle all’inferno, come tu abbi ricevuto questo colpo di mano di Cammilla». E detto questo, punge ’l destriere, e vagli addosso, e caccialo morto a terra del cavallo; poi volgendosi per lo campo, vide due grandi baroni troiani di grande statura: lascia stare ogni gente e percuote a costoro, e, come fu giunta a loro, diede uno colpo all’uno, ch’avea nomo Bute, tra ’l capo e ’l collo, e ad uno colpo l’ebbe riciso. Veggendo ciò il compagno, ch’avea, nonno Orsiloco, diessi a fuggire. Cammilla veggendolo fuggire, tennegli dietro. Quegli fuggia quanto potea, e ora andava in là, ora in qua per farla stancare; ma ella, non curando d’affanno, tanto lo seguitò, che l’ebbe giunto e diègli uno colpo sopra l’elmo, che ’l fesse fino alla gola. Dopo questo, le venne alle mani uno cavaliere del monte Apennine, molto bene a cavallo e bene armato. Questi, come vide Cammilla che gli venía addosso, si brigò di fuggirle dinanzi. Ma, poi che vide che ’l fuggire non gli valea, si brigò di volerla ingannare con parole, dicendole: «Che valentía è la tua, o femina, che ciò che tu fai, fai per bontà del forte cavallo che tu hai sotto? Se tu se’ cosí valente, come tu ti tieni, dismonta da cavallo o facciamo insieme tu ed io a piede, e conoscerai chi di noi due n’andrà onorato ». A queste parole Cammilla accesa di furore e d’acerbo dolore gittossi incontanente in terra del destriere e recossi lo scudo in braccio e mette mano alla spada. Lo giovane, come la vide a piedo, punse lo cavallo di forza e levala via quanto puote. Come Cammilla si vide ingannata, cominciò a gridare verso colui che fuggía: « Poco ti varrà lo tuo inganno; questa tua fallacia non ti rimenerà a casa tua». E dicendo questo, tennegli dietro tutta quanta affocata, co’ piè leggieri, che parea che volasse; e, passata che gli fu dinanzi, si rivolse, e presogli il cavallo per lo freno e dandogli di grappo [43], tirollo a terra della sella, e, come lo sparviere, poi c’ha presa la colomba, tutta la sviscera e sbudella, cosí Cammilla fe’ di costui. E rimontata a cavallo, tutto lo campo sparpagliava in qua e in là. Veggendo Tarcone, ch’era prencipe della città d’Agillina, la gente in volta, incominciò a gridare, e massimamente contro a’ Toscani, dicendo: «Che paura è questa, o dolorosi Toscani? Che codardia è questa ch’avete nelli vostri cuori? Una femina, o sciagurati uomini, ha messo in volta tutte le vostre ischiere? A che portate li ferri in mano, a che l’arme in dosso? Voi non sete cosí vili né cosí codardi al mangiare e al bere». E con queste voci riconfortando la gente, si misse nella battaglia e fue da capo ricominciata la pugna.

Rubrica LI [44]. - La morte della reina Cammilla.

Intrato Tarcone in battaglia, per rinvigorire le schiere toscane e troiane, ch’erano in volta por quello che Cammilla facea, diessi addosso a Venulo di Laurento, e gittandogli lo braccio in collo, levollo da cavallo, e, com’egli andava con l’occhio cercando per quale via gli potesser ficcar ferro addosso, Venulo s’avvinghiò con esso lui, e furono insieme aggruppati, e fu tra loro quella pugna ch’è tra l’aquila e la serpe; che quando l’aquila piglia la serpe e portala in alto, la serpe s’aiuta ora co’ denti mordendo, or colla voce fischiando, or colla coda, avvolgendola alle gambe ed a’ piedi; e l’aquila dall’altro lato, pizzicandola, le toglie l’orgoglio [45]; cosí facevano questi due. In questo ch’elli s’uccidevano insieme, uno Toscano, che aveva nome Aronte, avea gli occhi addosso a Cammilla, guardando ciò ch’ella facea, e sempre le andava dietro da lungi, scostato da lei, avvisando se in veruno modo la potesse colpire; ma non ardiva di pararlesi innanzi, imperciò ch’ella squartava ed ismembrava chiunque a mano le venía. Ed ecco in quello ch’ella andava roteando in qua e in là, uccidendo e abbattendo la gente, vide uno Troiano in su uno grosso cavallo covertato tutto ad oro, ed egli avea indosso le più belle armi e lo più risplendienti e le piú ricche che niuno cavaliere di tutto il campo; e ’n collo avea un turcasso d’oro, con uno arco o con saetto tutto a oro. Allora Cammilla, invaghita di quelle armi per la sua sciagura, ovvero per appiccare nel tempio di Diana, per cui amore mantenea virginitade, ovvero per avere quell’oro del quale s’invaghí (e solo in questo fu femmina), lasciò stare tutti gli altri, e diessi, cieca cacciatrice, per lui cacciare. Questi, fuggendo per lo campo, non avendo ardimento di combattere con lei, fuggivale dinanzi, ed ella avida e disiderosa di quella preda, cioè dell’oro che quegli avea addosso, lo seguitava, e non s’avvedea di quello toscano Arunte, che le andava pure dietro per darle morte a tradimento. Ed ecco, com’ella cacciava colui, Arunte, quando si vide il bello, alzò la lancia e gittolla a Dio la rivegga. Come la lancia andava per l’aera, al suono ch’ella fece, tutti li Volsci convertirono gli occhi, di paura gridando, a Cammilla; ma ella era sí intenta a seguitare pur colui, ch’ella non udí lo grido de’ suoi, né s’avvide della lancia quando cadde, in fino che nolla ebbe nel petto. Quella lancia cadendo le intrò tra piastra e piastra delle corazze, e ficcollesi per la poppa manca. A questo colpo corsero le sue donzelle tutte spaventate, e vedendola cadere del destriere, la ricevettero tra braccia, acciò che quelle nobili carni non toccassero terra. Arunte, vedendo Cammilla cadere, pieno di spavento e di letizia insieme, si diede a fuggire; ma una delle donzelle di Cammilla, poi che vide la sua donna ferita, non dimise mai quello Arunte, che l’uccise in su uno monte, dov’era fuggito. Cammilla, poi che fu in braccio alle sue care donzelle, ella stessa prese la lancia per cavarsela del petto; ma cavandosela, lo ferro le rimase nelle coste, and’ella, sentendosi venir meno il cuore, chiamò Acca, ch’era molto sua diletta compagna, e dissele: «Acca, suora mia, vattene a Turno, e datigli questa ultima ambasciata, ché mai non ne dee avere piú niuna da me, ch’io mi muoio. Digli com’io sono morta; ond’egli entri a governare questa guerra e guardi bene la cittade, sí che li Troiani non v’entrino dentro: e digli da mia parte ch’egli si faccia con Dio, ch’io me ne vo nell’altra vita ». E detto questo, l’anima si partí delle carni, e fu transíta.

Morta Cammilla, levossi uno grido ch’andò fino alle stelle, la sua gente piangendo e l’altra godendo. Tutti li Troiani e li Toscani colla schiera d’Evandro si strinsero insieme per dare addosso alli Latini, a’ Rutuli e a’ Volsci; ed ecco, com’ebbono percosso, l’una delle schiere di Cammilla fu rotta, onde li Rutuli turbati si diedero a fuggire con esso li Latini inverso la terra. I Troiani colli loro compagni Toscani ed Arcadi li seguitarono infino presso alle mura; ed ecco per lo fuggire dell’una parte e per lo cacciare dell’ altra, levossi uno grande polverio che oscurò le porti e le mura della città. Le donne e li fanciulli ch’erano in su le mura alla guardia, non sapendo che cosa era questa, cominciarono a battersi li petti con urli ch’andavano infino al cielo. Coloro che fuggiano innanzi, entrarono dentro alle porti, e coloro che cacciavano, mescolati con loro si brigavano similemente d’entrare. Ma como li Latini s’avvidero di ciò, non rifiutarono la misera morte per difendere la terra, anzi in su l’uscio moriano con esso li nemici. Altri resistevano a’ nemici, altri si brigavano di serrare le porti, altri non lasciavano entrare eziandio li compagni e gli amici. Ed eccoti per questo incominciare una misera tagliata di gente: chi difendea, chi combattea, chi fuggia e chi cacciava. Li padri vedeano li figliuoli tagliare dalli nemici, o non li potevano dentro dalle porti ricoverare. Le fosse si empievano degli uomini che vi cadevano per la grande calca che v’era. Ma come lo corpo di Cammilla fu giunto alle porte, lo donne ch’erano in sulle mura, urlando e piangendo, mostrarono che cosa è lo vero amore della patria. Veggendo li loro cavalieri venuti meno per quella morte, si diedero a difendere la terra e a volere morire per amor delle mura; che gittavano le lancie, li sassi e li bolcioni a’ nemici, e anzi volevano morire in su le mura, che si volessero da’ merli levare. In quello che sí crudele e pericolosa battaglia era alle mura della cittade, Acca giunse a Turno in quella selva, dove egli aveva posto agitato ad Enea, per tenergli il passo che non venisse alle mura. E come ella fu giunta, dandogli l’ambasciata che la detta Cammilla le ’mpose, dissegli come le schiere de’ Volsci erano sconfitte e disperse, e come Cammilla era morta, e come li nemici n’andavano in verso la terra. Udendo questo Turno, tutto pieno di furia, abbandonò li colli che aveva assediati; ed ecco appena era egli giunto nel piano, che vide Enea che ratto se ne andava alla terra, per la novella che avea avuta della morte di Cammilla. Vedendo ciò Turno, si brigava quanto poteva ch’Enea non gli entrasse dinanzi; anzi colli passi e salti pari amendue se ne vennero a Laurento, e quivi arebbono combattuto, se non fosse la sera che sopravvenne. E ciascuno di loro pose campo dinanzi alle mura.

Rubrica LII [46]. — Come Turno andò a parlare al re Latino,

e la risposta ch’ebbe da lui.

Turno, poi che vide per avverse battaglie rotti li Latini ed essere quasi venuti meno, entrò in Laurento per parlare allo re Latino; e come fu dinanzi da lui, in questa forma, tutto turbato, gli disse: «Nullo indugio è in Turno, nulla cosa è che ritardi o che faccia tornare addietro quello ch’io ti dissi, cioè di combattere con Enea, pure ch’egli non ricusi la sua impromessa. Io sono acconcio in ogni modo d’entrare in campo con lui; e perciò, o padre, ordina lo sacrificio della battaglia, e poni li patti nel mezzo del campo. O io con questa mano manderò oggi all’inferno Enea fuggiasco d’Asia, e i Latini seggano o veggano combattere; o egli vincerà me, e avrà Lavinia per moglie». Alle quali parole Latino con animo riposato rispose:

«O giovane di grande animo, quanto tu di piú feroce valentía passi gli altri uomini, tanto mi pare ch’io sia tenuto di darti piú diritto consiglio, e di sponerti tutti li casi della fortuna che mi fanno temere. Tu hai lo regno di Dauno tuo padre, tu hai piú terre che te l’hai guadagnate, ed hai, sopra tutto questo, l’oro e ’l tesoro mio e l’animo mio. In Italia e nella città di Laurento e nel suo distretto sono altre donne, fuori della mia figliuola, molto grandi e molto nobili, che non hanno marito, delle quali puoi pigliare qualunque tu vuogli; ché tu sai che la mia figliuola non m’era licito di maritarla a nessuno Italiano, e questo mi vietavano gli Dii e gli uomini. E io nondimeno, tanto mi stringeva l’amore tuo e le lagrime della mia donna, ch’io ruppi tutti li legami ch’io aveva fatti con Enea, di farlo mio genero; io gliela promisi, e poi per suo amore gliela disdissi, e sopra tutto questo, crudele guerra gli ho mosso. Tu sai, Turno, che casi mi possono seguitare; tu vedi che guerra è questa; tu vedi quante fatiche hai già sostenute; tu vedi che già due volte siamo vinti, l’una volta per la morte del re Mezenzio e di Lauso, e l’altra per la morte della reina Cammilla; e siamo già venuti a tanto, che appena appena questa città ci difende; e i fatti d’Italia vanno sí che il fiume del Tevero rosseggia del nostro sangue, e li campi biancheggiano delle ossa de’ morti e nostri. Che pazzia è questa che ha mutata la mente mia? Se fia a udire che, morto Turno, io pigli li Troiani per compagni, perché non innanzi, essendo te sano e salvo, tolgo via queste battaglie e questi pericoli? Che diranno li tuoi parenti, che diranno li Rutuli, che dirà tutta l’altra Italia, se la ria ventura ti conduce alla morte solo per voler per moglie la mia figliuola? Poni mente, Turno, per Dio, le svariate cose delle battaglie, ed abbi misericordia e pietà del tuo padre ch’è vecchio». A queste parole del re Latino non si piegò in nullo modo la violenza di Turno, anzi, quanto piú si brigava di medicare, tanto più montava la sua superba febbre; poi che ebbe potere di parlare, ché la lingua gli era già quasi venuta meno per la risposta di Latino, cosí gli rispose: «Questa cura, che tu hai di me, o ottimo padre, io ti prego che tu la ponga giuso; e lasciami pattovire la morte per laude». Dall’altro lato la reina Amata, spaventata della sorte della battaglia, piangeva udendo Turno, e pigliandolo per lo braccio, gli disse: Turno, per queste lagrime e per l’onore della reina Amata, se l’animo ti tocca mio onore, ti prego che tu lasci stare di combattere con Enea; pensa che tu se’ speranza e riposo della mia vecchiezza, tu se’ onore e bellezza di Latino; lo suo imperio sta in te, e a te s’appoggia tutta la sua casa che inchina; però ti prego che tu non vogli mettere a tanto pericolo la casa di Latino; ché se sciagura m’avvenisse di te, io mi caverei gli occhi per non vedere Enea mio genero». Come la reina Amata scongiurava Turno, Lavinia piangeva e le sue belle gote tutte rigava, e lo suo volto di bianco e di vermiglio era colorato, e pareva pure una canestra di rose vermiglie mescolate co’ gigli, ovvero avorio dipinto con grana. Turno, vedendo quel volto cosí fatto e pieno di lagrime, l’amore lo conturbava, e ficcava gli occhi in quel virgineo volto, e quanto piú la poneva mente, tanto piú ardea d’andare alla battaglia; e con poche parole cosí rispose alla reina: «Priegoti, o madre, che con queste lagrime non mi contristi, né con questo annunzio non mi venghi dietro a questa dura battaglia». E detto questo, chiamò uno suo cavaliere e dissegli: «Vanne incontanente ad Enea, e digli da mia parte che, come il sole è levato, io voglio essere alle mani con lui; però s’apparecchi alla battaglia, e faccia riposare li suoi, ch’io farò riposare li miei; noi soli due ditermineremo questa guerra col nostro sangue; in quel campo si saprà chi dee avere per moglie Lavinia». E data l’ambasciata, fece apparecchiare lo destriere, ed egli tutto pieno di furia s’incominciò ad armare.

Rubrica LIII [47]. — Come di piano convento

fu ordinata la battaglia tra Turno ed Enea.

Fatto giorno ed avuto Enea l’ambasciata di Turno, s’acconciò alla battaglia, e il suo cheto animo svegliò coll’ira; e a Latino mandò ambasciadori dicendo che gli piacea di combattere con Turno, e di componere li patti della pugna; per la qual cosa egli stesso Latino componesse i patti ed uscisse fuori, e stesse, come mezzo, a vedere la battaglia. E veggendo li suoi, e spezialmente Ascanio, temere, consololli e confortolli con dolci parole, mostrando loro come li fati l’avevano chiamato in Italia, onde dovessero pigliare buona speranza. E come il sole fu in alto levato, la gente di Turno e la gente d’Enea s’apparecchiarono schierati dinanzi alle mura della città di Laurento, lasciando in mezzo uno gran campo, dove questi baroni dovessero combattere. E tutti gli altri cavalieri stavano armati, come se tutti insieme dovessero combattere; e i stringitori [48] de’ campi erano, dal lato d’Enea, Mnesteo troiano e ’l forte Asila pisano; dal lato di Turno era Messapo, domator di cavalli. Le donne di Laurento con i vecchi e con i fanciulli stavano in sulle mura e ’n sulle torri a vedere. Ed ecco lo re Latino in su uno carro a quattro ruote e con quattro cavalli bianchi, uscire fuori della cittade e venire al campo. E aveva in capo una corona d’oro e dodici razzi, che pareva pure un sole, e in mano una verga reale. Ed a lato a lui veniva lo re Turno in su un altro carro con due cavalli bianchi, e aveva da ciaschuna mano una grossa lancia con largo ferro. Dall’altro lato apparve Enea, origine della schiatta romana, dirimpetto a loro, facendosi loro incontro in su uno grosso destriero, armato tutto, egli e ’l cavallo, ad arme molto risplendienti: e a lato di lui venía Ascanio, ch’era l’altra speranza di Roma. E un sacerdote vestito di bianco andava dinanzi da loro col sacrificio in mano [49], che si dovea immolare in su l’altare ch’era fatto in mezzo del campo. E come questi quattro, cioè Latino e Turno, Enea ed Ascanio, furono in mezzo del campo, innanzi che il sacrificio si facesse, stando ognuno cheto e tenendo silenzio, Enea pietoso, tenendo la spada ignuda in mano, in questa forma parlò, cogli occhi levati al sole: «Siatemi ora testimoni, o sole, e questa terra per la quale ho potuto sostenere tante fatiche, e tu, padre onnipotente, o Giove, o Saturnina Giunone, e tu eziandio, padre o Marte, che se’ sopra le battaglie, ch’io giuro, e cosí imprometto d’osservare, che se la fortuna darà la vittoria a Turno, che Julio mio figliuolo colla gente troiana se ne andrà a stare alla città d’Evandro, e che mai poi non leveranno arme ribelle contra questa contrada, né con ferro guasteranno questo reame. E s’egli avviene ch’io abbia vittoria, com’io piuttosto credo, e la quale cosa gli Dii mi concedano, dico, e cosí prometto, ch’io non comanderò, né vorrò che gl’Italiani obbediscano, né che sieno sottoposti a’ Troiani: né io non intendo di volere essere re; ma con pari e con eguali leggi amendue queste genti debbano vivere in eterno. Io intenderò a darvi le cerimonie e li sacrifici, e darovvi gli Dii ch’io ho arrecati meco da Troia; e ’l re Latino abbia l’imperio dell’una gente e dell’altra; ed egli intenda all’arme e al governo del regno, ed io intenderò alle cose spirituali. Non sono acconcio di cacciare veruno uomo di casa sua per abitarvi io colla mia gente; anzi la mia gente mi farà una città, alla quale Lavinia porrà lo suo nome».

Compiuto ch’ebbe Enea lo suo dire, Latino levò gli occhi al cielo e ’l braccio diritto, in questa forma dicendo: «Ed io ti giuro, o Enea, per la terra, per lo mare, per lo sole, per la luna, e per Giano che ha due fronti, e per la potenzia degli Dii dello ’nferno (e questo giuro oda quello Iddio, lo qual con saetta folgore conferma li patti), che questa pace non si romperà mai per gli Italiani, vinca chi vuole; né veruna forza, sia quale si vuole, mi muoverà mai da questo; non se la terra andasse in mare, o ’l cielo si congiugnesse con esso lo ’nferno. E questo ch’i’ ho detto, giuro d’osservare». E cosí toccò gli altari e ’l santo fuoco consecrati agli Dii. Confermati che furono li patti dinanzi a’ baroni dall’una parte e dall’altra, fecesi lo sagrificio che si facea in quel tempo quando si venia a combattere, immolando pecore e altri animali.

Rubrica LIV [50]. — Come la battaglia fu turbata

per lo remore che si levò dalla parte di Turno.

Come lo sagrificio si facea nel mezzo del campo, stando dall’una parte la gente d’Enea, dall’altra quella di Turno, li Rutuli incominciarono a dubitare di Turno, ed era uno grande bisbiglio tra loro. Ciascuno dubitava veggendo la gagliardia d’Enea, e Turno eziandio dubitava e già era smorto nel viso. Ed ecco, compiuto che fu lo sagrificio, in su quell’ora che questi due doveano combattere insieme; la suora di Turno incominciò a gridare: «Non vi vergognate voi, o Rutuli, che Turno vada alla morte per voi, e ponga l’anima sua per la vostra? Come non siete voi sufficienti a combattere colli Troiani? Volete voi che Turno muoia per voi, e voi, poi che avrete perduto la terra, ubbidirete a questa gente superba? A queste parole furono accesi e infiammati gli animi de’ giovani Rutuli, e cominciossi uno grande mormorio per tutto lo campo di Turno. E già li Laurentini colli Rutuli e colli Latini furono mutati, e come poc’ore innanzi speravano d’avere riposo e pace, cosí ora vogliono la guerra, e li patti vogliono che si rompano, avendo pietate dell’iniqua sorte di Turno. Ancora venne uno grande segno da cielo in quell’ora, lo quale turbò e ingannò non meno o piú le menti degl’Italiani; ché un’aquila apparve in aria, la quale, volando e roteando, percosse alla marina, dov’era grande turba d’uccelli, e percosso ch’ebbe tra loro, ghermí uno grande cécino cogli artigli, e portollone suso in aere. Ed ecco di subito tutta questa turba degli uccelli si levò a volo dietro all’ aquila, e fatto ch’ebbero una schiera di loro, che parea uno nuvolo, perseguitarono tanto l’aquila, ch’ella, venendo meno per lo peso, lasciò cadere lo cecino e fuggissi via sopra il mare. Allora li Rutuli con grandi grida salutarono quello augurio, e uno indovino ch’era tra loro, ch’avea nome Tolunnio, incominciò a gridare: «Questo è quel segno ch’io aspettava, e quello che gli Dii m’hanno mostrato; io voglio ora essere vostro duca, o Rutuli; pigliate li ferri e andiamo addosso a’ Troiani, li quali ci spaventano e sparpagliano, come quest’aquila, che avete veduta, ha spaventato e sparpagliato la turba degli uccelli. Quest’aquila è Enea, che porta l’aquila nella insegna, gli uccelli della marina siamo noi; ché come l’aquila ha percosso agli uccelli, cosí questi a noi: e come gli uccelli, facendo schiera di loro, hanno percosso all’aquila e hannola, cacciata via, cosí noi, stringendoci insieme e percuotendo a lui, cacceremlo via per quella via che ci è venuto a casa. Per la qual cosa tutti quanti percuotiamo a un’otta, e ’l nostro re Turno (che ’l crede avere ghermito) caviamogliele degli artigli, e lui con tutta sua gente cacciamo di questo paese». E detto questo, punse lo cavallo inverso la gente d’Enea, e lanciò tra loro di grande forza la lancia. Questa lancia stridendo per l’aere, cadde in una parte della gente d’Enea, dov’erano nove bellissimi giovani, tutti fratelli carnali, nati per padre d’uno arcado e per madre d’una toscana; e per-cosse all’uno di loro sotto la fibbia dello scheggiale, e cacciollo incontinente in terra morto. A questo tutti gli altri fratelli, accesi d’animo e di pianto, misono mano alle spade e agli archi, e come ciechi si misono contra la gente di Turno, alli quali si fecero incontro le schiere de’ Laurentini. Veggendo questo li Troiani, pinsono oltre contra loro cogli Agillini e cogli Arcadi; e combattendo tutti d’un animo, ché l’una parte o l’altra avea uno medesimo animo e volere, gli altari andarono per terra, e l’aere era piena d’uno nuvolo di lancie, di dardi e di saette. Lo re Latino, veggendo turbati li patti ordinati, si fuggí del campo e andossene in Laurento, gridando e lamentandosi che gli Dii erano cacciati da loro per li patti non osservati. Fuggito Latino, la tagliata fu grande dall’una parte e dall’altra; e veggendo ciò lo pietoso Enea, colla mano ritta disarmata levata in alto, a capo nudo o con grido chiamava li suoi dicendo: «Dove rovinate? Ond’è venuta questa repente discordia tra voi? Costrignete l’ire; rimettete li ferri ne’ foderi, non rompete li patti che sono ordinati; lasciatemi entrare me solo in battaglia con Turno, e voi state a vedere».

Rubrica LV. — Come Enea fu ferito disavvedutamente,

e come dopo il colpo, non potendo trovare Turno,

andò col fuoco alla città  di Laurento.

Come Enea richiamava li suoi dalla pugna, ed ecco una saetta venire per l’aire, la quale non si seppe mai chi l’avesse gittata, e percosselo in tale modo, che ’l ferro entrò nell’osso ed egli cadde a terra del cavallo. Veggendo Turno caduto Enea e li suoi duci tutti turbati, ardendo tutto di buona speranza, mette mano a’ ferri, e va per lo campo correndo, tagliando, dimembrando e uccidendo la gente di Enea. E com’egli andava mestando il sangue colli piedi del cavallo, uno grande Troiano ch’aveva nome Eumede, gli si fece incontra, e poi ch’ebbono alquanto combattuto insieme, Turno lo ferí d’una lancia. Quegli ferito gli fuggiva dinanzi, e fuggendo cadde a terra del cavallo: allora Turno si gittò a terra della carretta, e colla spada in mano giugnendogli addosso, gli pose piede in su la gola, e dandogli un colpo in su la testa, gli disse: «O Troiano, stenditi quanto puoi, e misura col tuo giacere questi campi, ne’ quali coll’armi se’ intrato, e sappimi dire com’è lunga Italia; questi guiderdoni avrà chiunque vorrà assaggiare li miei ferri: e in questo modo farete la città ch’andate ratio». E detto questo, uccise tanti Troiani, che ne fece uno mucchio addosso a costui. In questo che Turno faceva questo guasto della gente troiana, Mnesteo, Acate ed Ascanio, avendo portato Enea nel campo per medicarlo, uno medico, lo quale avea appo sé una radice d’erba che si chiama dittamo, lo quale si trova nell’isola di Creti, la virtú del quale mostrarono in prima li cervi, che, quando sono feriti a caccia e hanno le saette per le carni o nell’ossa, vanno a mangiare questa erba, e incontanente lo ferro salta fuori delle carni, pose questa radice in su la ferita d’Enea, e sí tosto come la v’ebbe posta, il ferro saltò fuori e ’l sangue fu ristagnato. Ripreso ch’ebbe Enea vigore, prese l’arme e ’l cavallo, e baciando il figliuolo gli disse: «Imprendi [51], o garzone, ad essere oggimai virtuoso, e brigati d’essere gagliardo, ch’io ora ti menerò alle dure battaglie, e fa’ che quando tu sarai in piú matura etade, che ti ricordi ed abbi a mente gli esempli de’ tuoi maggiori; e ad esempio di me e del tuo zio Ettorre, tu ti svegli ad essere valente».

E detto questo, con una grossa lancia in mano uscí fuori del campo steccato, ed entrò nel campo aperto, e con lui andò tutta la sua gente. E correndo per quella pianura, si levò un polverio, che non vedeva l’uno l’altro, e la terra tremava per lo suono che faceano li piedi de’ cavalli. Turno, veggendo d’uno poggetto dov’era, uscito fuori del campo Enea, incominciò tutto quanto a tremare, e gl’ Italiani simigliantemente con lui. Ed ecco Enea, poi ch’ebbe fatto uno drappello, percosse con tutta sua gente alla gente di Turno, e ’l primo che vi fu morto, si fu Tolunnio indovino, ch’era stato il primo che avea turbati li patti della battaglia. Nella quale percossa turbati li Rutuli per la molta gente che cadeva morta di loro, dieronsi a fuggire per li campi ch’erano oscurati per lo grande polverio. Ma Enea, bene che andasse abbattendo la gente, non toccava veruno che gli desse le reni, ma per quello cieco polverio andava cercando solamente di Turno, il quale andava fuggendo e faceva quelle volte per lo campo, appiattandosi per lo fumo della polvere, qual fa la rondine volando per l’aere. Enea, veggendo che in veruno modo non potea venire alle mani con Turno, foce volgere tutte le sue schiere a combattere la città di Laurento; e giunto che fu alle mura, colle scale misse fuoco nelle bertesche e nelle armadure ch’erano in su le mura. Ed ecco per questo levarsi uno rumore dentro nella cittade: altri diceano: «Apriamo le porti e mettiamo dentro li Troiani, e diamo il regno ad Enea»; altri furono che trassero alle porti, chi a difendere le mura.

Rubrica LVI [52]. — Come la reina Amata

per ira si impiccò per la gola.

Veggendo la reina Amata, moglie del re Latino e madre di Lavinia, di su la rocca i Troiani alle mura e ’l fuoco volare alle torri, non veggendo, per cagione del grande polverio, né Turno né la sua gente, credette che Turno fosse morto in battaglia; e per questo turbata di gran dolore, incominciò a chiamarsi cagione e capo di questi mali; e uscita per dolore e per ira quasi di sé, si squarciò la porpore ch’avea indosso, e appiccato ch’ebbe una fune con uno cappio corsoio alla trave, s’impiccò per la gola. E questo fece per non vedere la figliola moglie d’Enea. Lavinia, udito ch’ebbe come la madre s’era impiccata, trasse là piangendo, stracciandosi li suoi biondi capelli e squarciandosi lo suo volto rosato; e come la vide morta, disse: «O dolce madre mia, che hai fatto? Che ira è stata questa che t’ha vinto? Per non perdermi m’hai perduta!» E perciò dice Dante nel decimo settimo canto della seconda cantica della sua Commedia cosí:

Sorse in mia visïone una fanciulla

Piangendo forte, e diceva: O regina,

Perché per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t’ hai per non perder Lavina:

Or m’ hai perduta; i’ son essa che lutto,

Madre, alla tua pria ch’ all’ altrui ruina.

Piangendo Lavinia e gridando, la sciagurata fama di questa morte andò per tutto Laurento, ed eccoti ogni uomo e ogni femmina ciascuno uscir della mente. E lo re Latino, udendo questo sciagurato infortunio, si squarciò li panni, e tutto lo capo canuto s’empiette di polvere, lamentandosi che non avea con salvamento di casa sua data la figliuola per moglie ad Enea.

Rubrica LVII [53]. — Come Turno fu morto

da Enea combattendo insieme.

Turno essendo dall’altra parte della cittade e udendo il rumore ch’era levato per la morte della reina, uno de’ suoi venne a lui e dissegli: «Turno, in te sta la salute de’ tuoi, per Dio abbi misericordia di loro. Enea fulmina colli ferri in mano, e minaccia di gittare per terra le rocche e le fortezze d’Italia, e ha messo fuoco nelle bertesche e nelle torri di Laurento, sicché già infino a’ tetti vola la fiamma. Li Latini tutti guardano a te, e lo re Latino non sa che si fare, e sta tra due di dare la figliuola ad Enea o a te. E sopra tutto questo la reina Amata a tua cagione s’è impiccata per la gola; e soli due, cioè Messapo e l’aspro Atina, sostengono la battaglia alla porta; e intorno a loro stanno le schiere armate, che, se Messapo viene meno, incontanente entreranno dentro alla terra. E tu vai quincioltre volgendo le ruote del carro e non so che tu ti fai». A queste parole Turno tutto confuso e stupefatto, venne sí meno che non poteva parlare, e ’l cuore gli ardeva tutto, imparò che l’aveva pieno di vergogna, di rabbia o di dolore. E l’amore di Lavinia e la sua chiara virtude, ché naturalmente era gagliardo e valente, lo faceano furioso. Onde, poi che fu ritornato in sé e gli occhi infiammati gittò alla terra, e vide la fiamma volare a cielo, tra sé medesimo disse: «Andiamo là dunque [54] Dio e la dura fortuna mi chiama». E detto questo saltò incontanente a terra del carro, e missesi a correre verso la cittade in quella parte dov’era il campo d’Enea. E come giunse là, alzò la mano verso la terra, con grande voce gridando: «State cheti, o Rutuli, e voi, Latini, ponete giuso li ferri; quale fortuna dea essere, io voglio che sia mia, io voglio innanzi morire io, che moriate voi tutti quanti; perciò lasciatemi combattere, e voi vi state cheti ».

A questo detto l’una parte e l’altra stette cheta e posono giú l’arme. Enea, veduto e udito ch’ebbe Turno, fece cessare tutta la gente addietro, e lasciato uno grande spazio in mezzo, dall’uno lato stette la gente sua, e dall’altro la gente di Turno, e in su le mura stavano li vecchi e li fanciulli e le donne; e lo re Latino si maravigliava che due cosí nobili uomini di diverse parti del mondo la fortuna li avea condotti a combattere dinanzi alle sue mura. E poi che questi due savi fono in mezzo del campo, l’uno venne contra l’ altro e, gittate via le lancie, si percossero con gli scudi e colle spade sopra all’arme tanto fieramente, che tutto il campo facevano tremare; e come due tori colle corna cozzano insieme, non altrimenti questi due baroni si percuotevano con gli scudi sonanti. E percotendosi insieme in questo modo, Turno si levò in su le staffe, e con due mani, alzata ch’ebbe la spada, ferí d’uno grandissimo colpo Enea, al quale colpo li Troiani e li Latini levarono uno grande grido, costoro di letizia, coloro di paura; ma lo colpo non ebbe luogo, ché la spada si ruppe per mezzo. Turno, veggendosi in mano il mozzicone della spada, diessi a fuggire tutto quanto tremando. Allora la schiera de’ Troiani si mosse, non per pigliare né per uccidere Turno, ma solo per non lasciarlo fuggire, ed ebbonlo tutto intorno rinchiuso, ché dall’uno lato era uno grande padule, dall’altro lato erano le mura della città, ed eglino erano dall’altro lato schierati. Turno fuggendo chiamava li suoi per nome che ’l venissero ad aiutare, e che gli fosse data una spada; ma Enea, udendo ciò, minacciava d’uccidere chiunque l’aiutasse, e di disfare infino alla fondamenta la città di Latino. E correndo dietro a Turno, Turno diede dieci volte [55] per quello luogo dove li Troiani l’avevano rinchiuso, ed Enea tante volte gli tenne dietro con grande gagliardia. Ma poi che vide che col correre nollo potea giungere in modo che colla spada il potesse ferire, e vedendo spezialmente che la suora di Turno s’era messa a passare [56] le schiere e pòrtogli una spada, fecesi porgere a’ suoi la sua lancia. Avuto Turno la spada, ed Enea presa la lancia, con grande vigore l’uno si levò contro l’altro per combattere un’altra fiata. Ed ecco, com’erano per percuotersi insieme, una coccoveggia [57] apparve sopra il capo di Turno volando, la quale piú volte coll’ale, col becco e colli piedi lo percosse nel volto. A questo tristo e sciagurato segno gli venne meno lo cuore, e tutti li capelli gli s’arricciarono ad-dosso, e la voce gli venne meno. Enea, veggendolo temere, incominciò a gridare: «Che indugio è questo, o Turno? Ché non ti fai innanzi, se tu hai cuore? E se se’ valente, mostra la tua gagliardia e brígati colla fama di volare alle stelle». E Turno, crollando il capo, rispose: «Non mi spaventano li tuoi fervidi detti, o feroce Troiano; gl’Iddii mi spaventano, e Giove che m’è diventato nimico». E senza dire piú gittossi a terra del cavallo, e vedendo uno termine [58] di campi, lo qual era un sí grande sasso, che appena dodici uomini l’avrebbero levato in collo, ed egli lo divelse di terra: tanta furia ed ira lo fecero valente! e gittandolo inverso d’Enea, lo sasso andò invano, ché nollo percosse. Allora Enea mise mano alla lancia, e lanciandola, gli passò la punta dello scudo e le corazze, e andògli tra il fianco e la coscia. Turno, caduto in terra, si rizzò in su le ginocchia, e con umile voce, drizzando gli occhi e ’l braccio dritto ad Enea, che già gli era addosso colla spada nuda in mano, in questa forma fu udito parlare: «Certo i’ ho bene meritata la morte; tienti la sorte tua oramai; e se toccare [59] ti può la riverenzia del mio misero padre; se tale ti fu Anchise a te, quale Dauno è stato a me, priegoti ch’abbi pietade della sua vecchiezza. E se pure mi vuogli togliere la vita, rendimi a’ miei poi ch’io sono morto. Tu hai vinto, e dinanzi a tutti gl’Italiani mi chiamo vinto, e colli loro occhi veggono ch’io ti porgo chiuse le mani. Lavinia è tua moglie, e però non contendere più mece con odio». A questo parlare di Turno, Enea volse gli occhi, e la spada tirò a sé, e già era piegato a misericordia di lui; ed ecco, come la fortuna volle, videgli cinto lo scheggiale che fu di Pallante. Allora, ricordandosi come Turno aveva morto Pallante, di furia e d’ira tutto acceso, brevemente gli rispose dicendo: «Collo scheggiale del mio Pallante mi camperai dalle mani? Pallante con questa ferita rivendica la sua morte». E detto questo, ficcògli la spada nel petto, e in questo modo fu la finita [60] di Turno.

[qui finisce l’Eneide di Virgilio].

Rubrica LVIII. — Come lo re Latino diede per moglie

la figliuola ad Enea, e la diceria che gli fece.

Morto Turno, com’è detto di sopra, lo re Latino aperse le porti e ricevette Enea con tutta sua gente: e poi che con grande festa l’ebbe messo dentro, menollo al tempio, e fatto lo solenne sagrificio per la guerra ch’era finita, in questa forma gli parlò: «In queste mie contrade d’Italia, o Enea, è una terra che si chiama Corito, nella quale abitò Dardano, figliuolo di Giove e di Elettra; questa Elettra fu figliuola dello re Atalante italico (italico dico, non libico, però che furono più Atalanti), e fu moglie di Teucro. Da questa Elettra e da Giove, re di Creti, nacque Dardano; questo Dardano abitò, com’è detto, in Corito, e partendosi di Corito, andò con Elettra, come piacque agli Dii, in Frigia, e quivi fondò la vostra città e posele nome Dardania, alla quale fama trasse Teucro e aiutollo fare la cittade; e quinci viene che voi Troiani siete chiamati Dardani e Teucri. Ora è piaciuto alla provvidenza divina che ’l seme italiano onde nacque Troia, ritorni in Italia; onde nulla differenzia dee essere tra voi e noi, anzi amore e carità grandissima, imperciò che voi siete nostri figliuoli, e Italia è la vostra prima madre. Anco ci ha un altro parentado tra voi e noi, lo quale non meno ci dee stringere insieme; ché di Creti venne Saturno, cacciato da Giove, suo figliuolo, in queste contrade, lo quale fu avolo di mio padre; ch’io fui figliuolo di Fauno, Fauno fu figliuolo di Pico, e Pico fu figliuolo di Saturno, sicché Saturno viene a me bisavolo, ed a mio padre viene avolo; e tu, se io ho bene a mente la tua generazione, tu e tuo padre siete nati di Saturno; ché Saturno fu bisavolo del re Erittonio; Erittonio fu bisavolo di Capi, Capi fu l’avolo tuo. Ed ecco il parentado per ordine: Saturno fu padre di Giove; Giove fu padre di Dardano; Dardano fu padre d’Erittonio, sicché Giove e Pico mio avolo furono fratelli carnali di Dardano; e Fauno e mio padre furono fratelli primi cugini; e io ed Erittonio vegniamo fratelli secondi; ed Erittonio che mi viene  fratello, fu padre di Troo, lo quale chiamò la vostra città Troia. Questo Troo, che a me viene nipote, a tuo padre viene bisavolo, ché egli fu padre d’Assaraco; Assaraco fu padre di Capi, Capi fu padre di Anchise, e tu se’ figliuolo di Anchise; sicché essendo noi nati d’uno sangue, dobbiamo molto ringraziare la divina provvidenzia, la quale ci ha raunati insieme. E io, volendomi conformare colla divina volontade, voglio confirmare e rinnovellare e da capo fare nuovo parentado con voi; ch’i’ ho una mia figliuola, della quale ho avuto molti segni di non maritarla a nessuno italiano, bene che da molti nobili e alti baroni con molta istanzia mi sia stata domandata, e spezialmente da Turno. E delli grandi segni che io ho avuti, ti voglio narrare alquanti. In questa mia città di Laurento ha uno antico orbaco lo quale ti voglio mostrare ».

E detto questo, prese allora Enea per mano e menollo dov’era quest’orbaco, e com’egli fu giunto là, gli disse: «Questo álbore che tu vedi, è consegrato con sacre religioni de’ miei antichi ad Apolline, del quale álbore non è licito di toccare ad uso umano né ramo, né foglia, né orbaca, nè scorza. In su questo álbore apparve una volta uno grande sciame di api con grande stridore e con gran rumore: al quale rumore io traendo, vidi una mirabile cosa, cioè che queste api pendeano intorno a questi rami appiccate l’una all’altra e tenevansi per li piedi; per la quale cosa io ricoverai al tempio, e fatti li sacrifizi, li sacerdoti mi dissero che questo sciame significava che uno grande duca con nuova gente dovea venire in queste contrade, e arrecare melliflua vita e dolci costumi. E come io stava nel tempio, subitamente dell’altare saltò una fiamma di fuoco in capo a Lavinia, la quale m’era dallato, e tutto il capo l’ebbe appreso senza farle veruna lesione, o alla corona ch’avea in testa, o a’ capelli. Io, stupefatto di questo segno, domandai li sacerdoti e gl’interpreti de’ segni, che volea essere questo. Ed eglino mi dissero che questo era uno segno che mostrava che la fanciulla doveva essere gran cosa e venire in grandissimo stato; ma che una grande guerra nascerebbe di lei nel popolo. Io allora, stupefatto di questo segno, mi raccomandai agli Dii; ed ecco, la notte vegnente, lo mio padre Fauno m’apparve in visione dicendo: Guàrdati, o caro mio figliuolo, di non dare Lavinia per moglie a nessuno Italiano di fuori viene chi la dee avere; però aspetta infino che venga quello che la dee avere, il quale col suo sangue farà andare lo nostro nome infino alle stelle; e coloro che nasceranno di lui, signoreggeranno tutta la terra ch’è intorneata dal mare. E però io veggo, Enea, che tu se’ colui che mi se’ stato impromesso per genero; onde, senza più indugio, io ti voglio dare per moglie Lavinia mia figliuola».

RUBRICA LIX. — La risposta che fece Enea allo re Latino.

Compiuto ch’ebbe Latino il suo dire, Enea cosí gli rispose: «O ottimo re Latino, molto m’hai col tuo dire consolato l’animo mio, imperciò ch’ora do più fede, per lo tuo dire, agli oracoli ed alle visioni ch’i’ ho avute; ché quando mi partii da Troia, la notte che fu la fortunata e dolorosa presa della città, lo mio caro fratello e in tutte le cose caro e dolce compagno, Ettore, mi apparve in visione, dicendo: Ohimè, figliuolo della Dea, fuggi e brigati di campare di queste fiamme; leva su, ché i nimici hanno prese le mura, e l’ altezza di Troia è in tutto caduta; leva su e fuggi, ché cosí vogliono li fati; ché se fatato fosse che Troia si potesse difendere, lo tuo braccio è assai sofficiente a difenderla; ma perciò che li fati ciò impediscono, brigati di campare; e acciò che le cose divine non vengano a mano delli nimici, Troia ti raccomanda le sue sante cose. Piglia adunque gli Dii di Troia e vatti via con essi, ed eglino ti guideranno in luogo, dove tu fonderai una nuova città troiana. Partito ch’io mi fui da Troia, andai nell’isola di Delfo, e quivi domandai ad Apolline in quale parte del mondo io mi dovessi posare e nuova città edificare. Allora tutta la montagna dov’era il tempio, incominciò a tremare, e dalla spilonca dov’era Apolline, uscí una voce che rispose in questa forma: O Troiani, quella terra onde vennero li vostri antichi, lietamente vi riceverà; e però andate e cercate la vostra antica madre; quivi è la casa d’Enea, la quale signoreggerà tutto il mondo. Noi intendendo che la nostra antica madre fosse Creti, ne venimmo in Creti; e come noi pigliammo terra, la notte vegnente ebbi li santi oracoli degli Dii, li quali io portava meco. Questi mi comandarono che incontanente io mi dovessi partire di Creti e dirizzare le vele verso Italia, dicendo che Italia era la nostra antica madre, terra potente d’arme e grassa di buono terreno, nella quale terra li nostri discendenti signoreggerebbero tutte le genti del mondo. Le quali parole poi ch’io ebbi rivelate al mio venerabile padre Anchise, mi disse: Figliuolo, ora mi ricordo di quello che spesse fiate Cassandra, figliuola di Priamo, mi solea profetare dicendo: Io veggio, o Anchise, la tua famiglia andare in Italia. Poi, vegnendo noi nelle Strofade, la reina delle Arpie, cioè Celeno, con tristo annunzio ci predisse: Voi andate ratio Italia, o Troiani; io vi dico che voi la troverete, e fiavi licito di pigliare porto; ma innanzi che voi possiate murare la città che v’è conceduto di fare, voi avrete sí grande e sí crudele fame, che le mense per rabbia di fame mangerete. E io ti dico, o ottimo re Latino, che quando noi giugnemmo al fiume del Tevero, che noi per necessità di pane mangiammo le croste del pane, delle quali avevamo fatto taglieri. Poi che noi fummo partiti delle Strofade e giunti in Epiro, Eleno sacerdote mi disse: «Io so che tu vai cercando d’entrare in Italia; ma innanzi che tu nella detta Italia possi entrare, e nuova città secondo lo tuo desiderio fondare, io ti dico che tu sosterrai molti pericoli. Li venti ti getteranno ora in qua ora in là, sicché tu vedrai la Cicilia e l’Africa e le contrade di Circe. Ma quando tu sarai giunto in quelle parti dove t’è riposo servato, e dopo le molte fatiche avrai riposo e quiete, allora tieni a mente quello ch’io ti dico: tu entrerai su per uno fiume, in su la ripa del quale, da mano ritta, troverai una troia bianca con trenta porcellini bianchi sotto le quercie giacere. Quivi t’è conceduto di fare la cittade, quivi t’aspetta di riposare dalle tue universe fatiche; quivi lo tuo sangue si farà sentire da tutte le genti del mondo. E io ti dico, o padre, che com’egli mi disse, cosí trovai in su la ripa del fiume la troia bianca co’ trenta porcellini bianchi. Poi per tutto quanto lo cammino ch’io ho fatto insino a qui, ho avuto visioni divine di non pormi in veruna parte del mondo se non se in Italia. Sí ch’io comprendo e veggo sí per li tuoi oracoli e sí per li miei, che dispensazione [61] divina è stata ch’io sia venuto in queste contrade. Ma vorrei che fosse piaciuto agli Dii che ’l mio venire fosse stato senza pianto dello re Evandro, che ci ha perduto il figliuolo, e senza tuo danno, che ci hai perduto la tua nobile moglie e tanti baroni. Ma sopra tutto mi duole di quella nobile vergine Cammilla reina de’ Volsci, la quale era ornamento e bellezza di tutta l’Italia. Lascio stare de’ miei, li quali in queste battaglie sono morti, benché mi dolga di loro, e spezialmente d’Eurialo e di Niso; ché nullo grande onore si puote avere senza danno di molti. Ben sarei stato più contento d’averlo con loro; ma dacché cosí è piaciuto agli Dii, è bisogno che piaccia somigliantemente a noi. La tua figliuola, o ottimo padre, io accetto, al cui nome farò la città alla gente troiana ch’è meco; ch’io non voglio che nullo Italiano si scacci per noi, e te intendo di tenere sempre per padre ».

Finito ch’ebbe Enea lo suo dire, Latino gli diede la figliuola per moglie, e diègli la possessione del regno d’Italia, com’egli con la spada l’avea guadagnato.

Rubrica LX. — Come Enea fece una città,

alla quale pose nome Lavinio per amore di Lavinia.

Enea, poi ch’ebbe preso per moglie Lavinia, fece una città al suo nome, ponendole nome Lavinio, la quale città è ancora in piede. In questa città pose ad abitare tutta sua gente, collocandovi dentro gl’Iddii ch’arrecò seco da Troia, de’ quali Iddii avvenne uno grande segno poi che Enea fu morto, secondo che scrive Massimo Valerio nel primo libro, capitolo de’ miracoli, dicendo: «Enea pose gli Dii ch’arrecò seco da Troia, in Lavinio; poi lo suo figliuolo Ascanio, avendo fatta la città d’Alba, levò li detti Iddii da Lavinio e collocolli in Alba, li quali Iddii furono ritrovati nel loro pristino luogo dove Enea gli aveva collocati. Ma imperciò che questo fatto si poteva opinare che fosse stato per opera umana, un’altra volta li fece portare in Alba, ed ecco simigliantemente si trovarono riposti in Lavinio».

Rubrica LXI. — Come Enea morí,

e co’ egli e’ suoi successori furono chiamati re de’ Latini.

In questa città di Lavinio tenne Enea la sedia reale d’Italia tre anni, secondo il maestro delle storie, e compiuto lo suo imperiato, rimanendo Lavinia gravida, annegò in uno fiume, secondo che dice Giovenale, dove tratta della morte di Ercole e della sua, dicendo: L’uno, cioè Enea, per acqua, l’altro, cioè Ercole, per fiamma n’ andò alle stelle. E qui è da notare che tutti li re che regnarono in Italia, da Latino infino a Romolo, li quali furono quindici computando Enea, furono chiamati re delli Latini, e questo soprannome ovvero titolo, presero per riverenzia di Latino, da cui e per cui noi Italiani siamo appellati Latini.

E qui facciamo fine a questo secondo libro.

FINE

INDICE

                   PREFAZIONE

I.                 Come Enea si partí di Troia

II.                Della morte di Polidoro

III.              Come Enea capitò nell’isola di Delfo

IV.              Come Enea si partí di Delfo e andò in Creta

V.               Come Enea si partí di Creta e andonne all’isole dette Strofade

VI.              Come Enea venne in Epiro, ove regnava Eleno figliuolo di Priamo

VII.             Come Enea capitò in Cicilia, ove sotterrò Anchise suo padre

VIII.            Come Enea capitò in Affrica, e come fu edificata Cartagine.

IX.              Come Enea capitò in Cartagine

X.                Diceria d’Ilioneo alla reina Didone

XI.              La risposta della reina Didone a Ilioneo troiano

XII.             La diceria di Enea alla reina Didone

XIII.            Come e in che modo fu presa la città di Troia

XIV.            Come Sinone greco rispose al re Priamo

XV.             Come Ettore apparve in sogno ad linea

XVI.            Come Cassandra fu presa, e Rifeo morto

XVII.          Della morte del re Priamo

XVIII.         Come Polissena fu immolata in sul sepolcro di Achille

XIX.            Come la reina Didone s’uccise per amore d’Enea

XX.             Come Enea partendosi di Cartagine venne in Cicilia, e quivi celebrò l’annuale del suo padre Anchise, e come il padre gli apparve in visione

XXI.            Come Enea giunse alla Sibilla

XXII.           Che vuol dire questo nome Sibilla

XXIII.         Quante furono le Sibille

XXIV.         Chi fu quella Sibilla alla quale capitò Enea

XXV.          Come ed in che modo Sibilla menò Enea allo Inferno

XXVI.         Come Enea uscí dello inferno, e capitò in quel luogo dov’è oggi Gaeta, e quivi sotterrò la sua balia

XXVII.        Come Enea passò lungo le contrade di Circe

XXVIII.       Come Enea giunse al fiume del Tevero, dove fece una città alla gente ch’egli avea seco, e mandò ambasciatori a Latino

XXIX.         La diceria di Ilioneo al re Latino e la risposta del re a lui

XXX.           Come la pace tra Latino ed Enea fu turbata per uno cervo, il quale fu ferito a caccia da Ascanio figliuolo di Enea

XXXI.         Come Turno re de’ Rutuli concitò molte città e molte genti contro ad Enea

XXXII.        Come Enea ebbe in visione consiglio come si dovesse argomentare contra Turno

XXXIII.       Come lo re Evandro mostrò ad Enea quelle contrade, ove fu poi Roma

XXXIV.       Lo consiglio e lo adiuto che diede Evandro ad Enea

XXXV.        Come Turno arse lo navilio d’Enea, e come assediò lo campo de’ Troiani

XXXVI.       Come Eurialo e Niso furono morti dalla gente della reina Cammilla

XXXVII.     Lo pianto che fece la madre d’Eurialo

XXXVIII.    Come Turno combatté lo campo delli Troiani

XXXIX.       Come Enea, in questo mezzo che ’l suo campo era assediato, raunò molta gente, toscani e lombardi

XL.             Come Enea scendendo delle navi sconfisse la gente di Turno

XLI.            Come Pallante figliuolo del re Evandro fu morto da Turno

XLII.           Lo grande fracasso che fece Enea per l’anima di Pallante

XLIII.         Come Luca mandò lo corpo di Pallante allo re Evandro

XLIV.         L’ambasciata che lo re Latino mandò ad Enea per riavere li corpi morti della sua gente; e la risposta d’Enea

XLV.          Come lo corpo di Pallante giunse alla città pallantea

XLVI.         Lo consiglio che tenne lo re Latino de’ duri casi ch’avea tra le mani

XLVII.        La risposta di Turno nel consiglio, contro a Drance

XLVIII.       Come Enea venne con le sue schiere verso la città di Laurento, e come li Laurentini s’acconciarono a difendere la terra

XLIX.         Come la reina Cammilla fu nutricata all’uso del portare l’arme

L.                Come Cammilla n’andò incontro alle schiere troiane, e ’l grande guasto che fece

LI.              La morte della reina Cammilla

LII.             Come Turno andò a parlare al re Latino, e la risposta ch'ebbe da lui

LIII.            Come di piano convento fu ordinata la battaglia tra Turno ed Enea

LIV.            Come la battaglia fu turbata per lo romore che si levò dalla parte di Turno

LV.             Come Enea fu ferito disavvedutamente, e come dopo il colpo, non potendo trovare Turno, andò col fuoco alla città di Laurento

LVI.            Come la reina Amata per ira si impiccò per la gola

LVII.          Come Turno fu morto da Enea combattendo insieme

LVIII.         Come lo re Latino diede per moglie la figliuola ad Enea, e la diceria che gli fece

LIX.            La risposta che fece Enea allo re Latino

LX.             Come Enea fece una città, alla quale pose nome Lavinio per amore di Lavinia

LXI.            Come Enea morí, e com’ egli e’ suoi successori furono chiamati re de’ Latini

 

Note

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[1] Rub. XLI. — Aen., X, 476-509.

[2] di cesso, in disparte (lat. cedere = allontanarsi), ed ha molti esempi. Alla rub. LVII: fece cessare la gente addietro.

[3] dello segno dell’aquila, l’aquila, che adorna anche oggi le corone dei re e gli elmi e i berretti dei generali, era simbolo dell’autorità temporale, rappresentata nel medio evo dall’imperatore tedesco, come la spirituale era rappresentata dal pontefice. Secondo il concetto dantesco, questa autorità esercitarono nell’evo antico i Romani, discendenti dai Troiani, e propriamente da Enea, del quale perciò qui si dice che ne recò il segno di Troia in Italia.

[4] scinse, da scingere, usato anche nel cinquecento. Oggi si adopera solo discinto da discingere, anch’ esso arcaico.

[5] Rub. XLII. — Aen., X, 510 sgg. XI, 1-11.

[6] fracasso, « strage, rovina, e si disse anche di morbi contagiosi e d’ altro.

[7] broccando, spronando, ed è un francesismo venutoci forse coi poemi cavallereschi. Non è piú dell’uso.

[8] alborò, da alberare (oggi inalberare, inalberarsi), e dicesi di un cavallo che per súbita paura s’alza sui piè posteriori a guisa d’albero.

[9] Rub. XLIII. — Aen., XI, 12-99.

[10] per l’ anima sua, per placare l’ombra di Pallante, morto nel fiore degli anni. Si riferisce all’ intero concetto per immolarti nel fuoco.

[11] si resse, si fermò. Ha molti esempi, tutti del trecento.

[12] Ecco come traduce l’Ugurgeri i versi di Virgilio, xi, 29-99. "Cosí parla lacrimando, e prende la via al palagio: dove el corpo del morto Pallante el vecchio Aceste guardava, il quale dinanzi fu scudiere a Evandro; ma allora non andava ugualmente con felici avvenimenti, essendo dato compagno al caro figliuolo. In torno a lui andavano tutti i donzelli e la turba trojana e le donne trojane dolorose scapigliate, secondo l’usanza. E come Enea si mise per l’alte porte, subitamente lievano alle stelle gran pianto, percotendosi nel petto: e la reale casa risonava di tristi lutti. E quando elli vidde il capo e ’l viso sustentato del candido Pallante, e vidde l’aperta ferita della lancia ausonia nel giovenile petto, parla cosí con lacrime di dolore: O giovano, dice elli, del quale la gente si dié tutta dolore, la fortuna concio sia cosa che lieta venisse, invidiotti a me, acciò che non vedessi i nostri regni né fusse [= fussi] portato vincitore alle paterne sedie? Queste pro-messe non aveva io date di te al padre Evandro partendomi da lui; quando me andante abracciando, mandommi nel grande imperio, e temendo mi diede amonizione che fussimo forti uomini, e valenti a combattere con dura gente. E per certo elli ora, preso di molta vana speranza, per avventura fa voti e carca li altari di doni : noi il giovano morto, il quale già nulla dee ad alcuno celeste, lui tristi accompagnamo con vano onore. O infelice, che vedrai la crudele morte del figliuolo! Questa è la nostra ritornata e i desiati triunfi? Questa è la mia grande fede? Ma tu, Evandro, non vedrai [sott. lui] cacciato per ferite di vergogna [= vergognose]; né padre, desiderrai al figliuolo salvo crudele morte. Oimè quanto aiutorio Ausonia, e quanto tu perdi, Iulo !

                  Poi che ebbe dette queste parole con lagrime, comanda che sia tolto el miserabile corpo, e manda mille uomini eletti di tutta la gente i quali seguono l’ultimo onore [sott. funebre]; e sieno presenti alle lagrime del padre; piccioli sollazzi del lutto grande, ma debiti al misero padre. Altri non lenti fanno la bara, e intessonla di verghe d’aburto [arbuti = arbusti] e di vime di quercia, e innombranla di velo di fresca fronde. Qui pongono l’alto giovano fra belle erbette: quale da mano virginea intagliato fiore della bella viola, overo del languente iacinto, al quale né lo splendore ancora né la fortuna sua è partita; né già il nudrisce la madre terra, né le forze ministra [somministra]. Inde appresso Enea levò alte due veste raccamate con purpura, le quali Dido di Sidonia, lieta delle fadighe, a lui aveva fatte per tempo arieto colle sue proprie mani, e avevale tessute figurate con oro. L’una di queste con molto dolore veste al giovano per l’ultimo onore, e coll’altra vela le come de’ capegli che ardere dovieno; anco accumula doni molti acquistati nella battaglia di Laurenza, e comanda che la preda sia menata con longo ordine. Similemente agiunge ca-valli e lancie colle quali spogliati [sott. aveva] i nimici. E doppo il dosso aveva legate le mani di coloro, i quali doveva mandare per sacrificare all’ombre, bagnando le fiamme del sangue d’occisi; e comanda che essi duci portino i tronchi vestiti dell’armi de’ nemici, e sievi scritto il nome di ciascuno. L’infelice Aceste vecchio è menato, ora el petto coi pugni squarciandosi, ora il viso coll’unghie, e lasso con tutto il corpo si trabocca a terra. E elli menò i carri bagnati del sangue de’ Rutoli. Poi il combattente cavallo, Eton, poste giú le insegne, va lagrimando e si bagna il viso di gutte grandi. Altri portano l’asta e l’elmo, perciò che Turno vincente tiene l’altre cose. Poi la gente dolorosa e i Trojani seguono i Tirreni tutti, e quelli d’Arcadia coll’armi volte [int. a terra). E poi che ogni ordine di compagni era passato innanzi lungamente, Enea si fermò e agiunse queste parole, con alto pianto: essi fati orribili di battaglia ci chiamano quinci ad altre lagrime. Dio t’allegri in eterno, o massimo a me Pallante, e Dio ti dia in eterno gioia quanto ti piace. E non piú parlando andava all’alte mura, e prendeva la via verso il campo (ed. cit., pp. 360-362).

[13] Rub. XLIV. — Aen., XI, 100-138.

[14] indegna, «immeritata, e quindi anche dannosa».

[15] congiugneremo, riporteremo amicizia fra te e il re Latino [ndr]

[16] Rub. XLV. — Aen., XI, 139-181.

[17] lumiere, qui «faci, fiaccole grandi».

[18] Palazzo Maggiore, il Palatino.

[19] Rub. XLVI. — Aen., X, 182—395.

[20] ispiare, interrogare per conoscere

[21] la copia del parlare, la facoltà, il permesso

[22] Calidonia, nell’Etolia, provincia della Grecia centrale.

[23] dura, durata (la guerra durò dieci anni) [ndr]

[24] sella, per sedia si scrisse fino al cinquecento.

[25] Rub. XLVII. — Aen. XI, 376-445.

[26] salute, salvezza, scampo.

[27] smemorato, corrisponde al virg. demens; e invero questo aggettivo nella lingua antica ha un significato molto più largo che nella moderna, e s’adopera in senso ingiurioso. Cosí ghiottone.

[28] Aguale, ora.

[29] facciamo croce, la intera far croce delle braccia ad uno, cioè «uimliarsi innanzi ad uno, chieder pietà».

[30] Rub. XLVIII. — 415-519.

[31] vedendosi il bello, conoscere, vedere, aspettare o aspettarsi il bello vale «conoscere il momento opportuno». Alla rub. LI: Quando si vide il bello, alzò la lancia e gittolla.

[32] bolcioni, bolcione o bolzone «era una sorta di freccia con capocchia in cambio di punta, che si tirava con balestra grossa». Suoi derivati sono bolzonare e bolzonata.

[33] s’argomentava, «s’ingegnava» come in Dante, Inf., xxii 21: Che s’ ergomentin [i marinai] di campar lor legno.

[34] Rub. XLIX. — Aen., XI, 539-531.

[35] ricoverare, lo stesso che recuperare

[36] ricorrere, tornare addietro.

[37] servigiale, «serva». Oggi si dice della monaca che è destinata ai servigi del convento.

[38] cèceni o cèceri (come hanno altri codici) : cigni.

[39] Rub. l, Aen. 597-740

[40] verrettoni, verrettone è accrescitivo di verretta (prob. dal lat. veru, schidione, giavellotto) = freccia a guisa di spiedo da lanciare con mano o con balestra.

[41] di piano convento, convento dissero nel trecento per «patto»; piano poi parmi in questa frase adoperato nel senso di «tranquillo, quieto». (Dante in Inf., XXII 85, usò la locuz. di piano, che alcuni vogliono derivata dal dialetto sardo, per «alla cheta, pianamente»).

[42] continovo, avverbio: sempre

[43] dandogli di grappo, ’grappo’ è usato sole in questa, locuzione, che equivale ad aggrapparsi, dar di mano.

[44] Rub. LI. — Aen., XI, 741 sgg.

[45] le toglie l’orgoglio, cioè la forza e il coraggio di nuocerle.

[46] Rub. LII. — Aen., XII, 1-106.

[47] Rub. LIII. — Aen., XII, 107-215.

[48] stringitori de’ campi, traduce il virgil. ductores, che ha il significato più ovvio di «condottieri» (l’Ug. i capitani), e che il nostro interpreta « quelli che nei duelli regolano il combattimentoo o, come si dice comunemente, i « padrini ».

[49] col sacrificio in mano, recando le cose necessarie al sacrificio. Veramente Virgilio a questo punto dice che il sacerdote accostò le vittime all’altare, e di coloro che portavano il fuoco, l’acqua lustrale ecc., fa cenno più addietro.

[50] Rub. LIV. — Aen., XII, 216-317.

[51] Imprendi, qui «impara».

[52] Rub. LVI. — Aen., XII, 593-613.

[53] Rub. LVII. — Aen., XII, 650 e sgg.

[54] là dunque, cosí hanno tutti i codici, meno uno che legge là dove unque.

[55] diede dieci volte per, fece dieci girate a tondo.

[56] passare, oltrepassare. Avverti per il senso che la sorella di Turno era dea, e che (frate Guido nol dice) per far ciò, aveva preso le sembianze di Metisco, auriga di lui.

[57] coccoveggia, «civetta»: non è registrata nei diz. dell’uso moderno, ma è vivo in qualche parte di Toscana.

[58] termine, pietra che segnava il confine.

[59] toccare, muovere a pietà.

[60] la finita, la morte. Ecco come descrivono la morte di Turno l’Ugurgeri e Andrea Lancia.

Enea scrulla la lancia fatale verso Turno che dimorava, ellegge il loco dove il vuol ferire, e con tutto il corpo sí si sforza, e movendosi da lunga pinge la lancia. Giamai sassi pinti da manganella non fremiscono cosí, né tanto fracasso esce di folgore. Vola l’asta come tempestoso vento portando grande pericolo, e apre la lorica e lo scudo a sette volumi. E stridendo, li passa la coscia per mezzo. Turno ferito cadde a terra, grande inginocchiandosi. I Rutoli allora si lievano piangendo, tutto ’l monte intorno rinsuona, e l’alte selve rimandano le voci. Quelli umile, e abbassando li occhi, e la destra pregante protendendo, parla cosí: In verità io l’aggio meritato, e non ti prego; usa della sorte tua. Se del misero padre ti può toccare alcun pensiero sí ti prego (e a te fu cotal padre Anchise), aggi misericordia della vecchiezza di Dauno; e me, o se piutosto vuoli, il corpo spogliato del lume rende [= rendi] ai miei. Hai vinto, e vinto tendere le palme mànno veduto i Latini. Tua moglie è Lavinia: non andare più oltre con odii. Stette fermo agro nell’armi Enea, vogliendo gli occhi, e ripremette la destra, e già piú e piú la parola l’aveva cominciato a piegare, pensando, quando apparbe dall’omero alto l’infelice scheggiale e risplendente per le note balle del giovane Pallante, il quale vinto per ferita Turno aveva abbattuto, e alli omeri portava la nemica insegna. Quelli poi che vidde coll’occhi memoria e ricordamento del crudele dolore, e li spogli [= le spoglie], acceso di furia e d’ira terribile dice: Deh! tu vestito degli spogli de’ miei, sara’ mi tolto quinci? Pallante ti sacrifica questa ferita, e prende la pena del sangue scellerato. Questo dicendo ascondegli il ferro nel petto. E a Turno si dissolvono le membra per freddo, e la vita indegnata fugge con pianto sotto l’ombre (ed. cit. pp. 430-31).

Enea sta contra Turno e la lancia dicrolla dicendo: Che dimoranza è ora? o tu, Turno, che pensi? s’alcuna cosa puoi, colla mano, coll’arte ora la dimostra. Quelli, dicrollando il capo, dice: Non me le tue parole spaventano, ma l’iddii e ’l nimico Jove. Queste cose ab-biendo dette, un sasso termine d’un campo, il quale a pena da dodici uomini, ch’ ’ntorno produce la terra, potrebbe eseere portato, gittò contra lui piú alto di lui: allora la pietra in vano per vòto rivolta né tutto lo spazo passò, né tutta la percossa compié. Cosí a Turno per qualunque virtù egli addomanda via, la crudele iddea gli negò seguitamento. Ma Enea il percosse coll’asta e colla percossa gli passò il pettignone [= basso ventre]: cadde Turno a terra: levasi il pianto de’ Latini; quelli, umile e con prieghi, li occhi e la diritta mano porgendo, disse: Io ho meritato; e non priego la vita; usa la ventura tua; ma, se alcuna rangola [= pietà] del padre ti può toccare, io ti priego, se ti fu a te tale il padre Anchise, abbie misericordia della vecchiezza di Dauno e ’l corpo mio rendi a’ miei: tua moglie è Lavina; rimangano oggimai i nostri odi. Enea volse li occhi e la diritta mano costrinse; e già lo [= lui] ’ndugiante la parola avea cominciata a piegare; ma apparve lo scheggiale di Turno e la cintura del giovane Pallas resplendiente alle conosciute spranghe. Allora Enea, con fresca memoria adirato, disse: Pallas ti sacrifica questa fedita e vendetta piglia dello scellerato sangue. Queste cose dicendo, il ferro nello sventurato petto nasconde, e da colui con freddo isciolgonsi le membra e la disdegnata vita con pianto fugge per l’ombre (ed. e vol. cit., p. 758).

[61] dispensasione, «disposizione, provvidenza: da dispensare, di cui il primo senso è appunto «compartire pesando ».

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2006