Guido da Pisa

 

I fatti di Enea

 

 

 

Edizione di riferimento

Guido da Pisa, I Fatti d’Enea, con prefazione, introduzione e note del prof. FRANCESCO FOFFANO, G. C. Sansoni in Firenze Editore, 1900,

 

Rubrica XXI [1]. — Come Enea giunse alla Sibilla.

Capitato che fu Enea alla città di Cuma, andò alla Sibilla, la quale abitava fuori di Cuma in uno luogo molto segreto [2], dov’era uno bellissimo tempio fatto a onore d’Apolline, nel quale tempio stava questa Sibilla, essendo vergine perpetua e sacerdotessa piena di spirito di profezia. Ma innanzi che andiamo più oltre, sono da vedere qui quattro cose. La prima, che vuol dire Sibilla [3]. La seconda, quante furono le Sibille. La terza, chi fu questa Sibilla alla quale capitò Enea. La quarta, come ed in che modo questa Sibilla menò Enea allo ’nferno.

Rubrica XXII. — Che vuol dire questo nome Sibilla.

Sibilla non è nome propio, anzi è nome di dignitade e di ufficio, e non è generale d’ogni femmina profetessa. In lingua greca, secondo che scrive sant’Isidoro nell’ottavo libro dell’Etimologie, Sibilla tanto suona quanto Mente divina, imperciò che la mente di Dio solieno isporre ed interpretare agli uomini. E questa dignitade e onore ebbero anticamente certe femmine per la virtú della loro virginitade, ché Dio le volle rimunerare dando loro lo spirito della profezia, secondo che scrive santo Jeronimo nel primo libro contro Joviniano. E questo basti della prima parte.

Rubrica XXIII. — Quante furono le Sibille.

Le Sibille, secondo che scrive Varrone e sant’Isidoro, furono dieci. La prima fu di Persia; la seconda di Libia; la terza fu denominata Delfica, perché fu ingenerata nel tempio d’Apolline nell’isola di Delfo, e questa profetò delle battaglie di Troia innanzi che fossero; la quarta fu chiamata Cimeria, e fu d’Italia; la quinta ebbe nome Eritrea, la quale nacque in Babilonia. Questa fece un libro che si chiama in greco Vasileografe, [4] che viene a dire in latino Imperiale scrittura, lo quale libro santo Eugenio re di Cicilia recò di greco in latino. Questa disse a’ Greci, quando andarono a Troia, ch’eglino avrebbero la terra; e però durarono tanto tempo nell’assedio, essendo certi della profezia; questa Sibilla profetò eziandio, in questo suo libro, di Cristo in questo modo: Tempo verrà che la schiatta divina si umilierà, umilierassi e incarnerà, ed alla umanità si congiungerà la divinità; nel fieno giacerà come agnello, e con servigio di femmina sarà nutricato ed allevato come uomo, e averà trentatré piedi e sei dita; che viene a dire, vivente trentatrè anni e sei mesi, perché l’anno chiama piede e ’l mese dito. E poi soggiunse: E di pescatori e uomini vili eleggerà in numero di dodici, tra’ quali sarò uno demonio. Questo Iddio umanato soggiogherà lo mondo e la terra d’Enea, non con arme né con battaglie, ma coll’amo del pescatore (cioè colla predicazione di santo Piero), e con l’umilità calcherà la superbia. La sesta fu chiamata Samia, perché nacque nell’isola di Samo; la settima fu chiamata Cumana, perché fu della città di Cuma di Campagna, lo cui sepolcro è in Cicilia, secondo che scrive sant’Isidoro. Questa portò a Tarquinio Prisco, che fu lo quinto re de’ Romani, nove libri ne’ quali erano scritti li Decreti romani, cioè le cerimonie e li sacrifici che doveano fare; e per questo si mostra che ella vivesse grandissimo tempo; ché da Enea infino a Prisco Tarquinio furono cinquecento anni o più. L’ottava fu chiamata Ellesponzia, e nacque nel contado di Troia; la nona fu chiamata Frigia; la decima ed ultima fu da Tiburi [5], e fu il suo proprio nome Albunea. Questa scrisse molte cose di Dio e di Cristo, ma sopra tutte, dice sant’Isidoro, fu l’Eritrea. E questo basti della seconda parte.

Rubrica XXIV.— Chi fu quella Sibilla alla quale capitò Enea.

La Sibilla, alla quale capitò Enea, fu la Sibilla Cumana, la quale scrivea le sue profezie e scriveale per versi in foglie d’albori, e poi queste foglie ponea in sull’altare, e se ’l vento le spargeva, li suoi detti non avevano virtù né efficacia; ma quando stavano immobili; avevano virtù ed efficacia; e però dice Dante nell’ultimo canto della terza cantica della sua Commedia :

« Cosí la neve al sol si disigilla;

Cosí al vento nelle foglie lievi

Si perdea la sentenza di Sibilla ».

Questa Sibilla, se fede vogliam dare a Virgilio e ad Ovidio, ed eziandio a sant’Isidoro, visse tempo quasi incredibile. Sant’Isidoro, com’è detto di sopra, dice che questa Sibilla recò i libri de’ Decreti romani a Prisco Tarquinio, che fu lo quinto re de’ Romani. E Virgilio ed Ovidio mettono ch’ella era viva, quando Enea giunse a Cuma, ed era già vivuta settecento anni, e da Enea a Prisco Tarquinio corsono cinquecent’anni o più. Ben dice Massimo Valerio, nell’ottavo libro, capitolo De Senectute, che fu uno, ch’ebbe nome Dandone, lo quale sanza invecchiare visse cinquecento anni; anche dice che furono due re, padre e figliuolo, che l’uno visse seicento anni e l’altro ottocento. E tutto questo fu poi dopo il diluvio. E questo basti della terza parte.

Rubrica XXV [6]. — Come ed in che modo Sibilla

menò Enea allo Inferno.

Capitato Enea alla Sibilla, pregolla che quello, di che egli la volea dimandare, cioè s’egli potesse pigliare regno in Italia, non iscrivesse in foglie, acciò che ’l vento non togliesse via la sentenza della risposta [7], ma con viva voce ed aperto latino [8] gli dovesse rispondere. Allora Sibilla gli comandò ch’egli apparecchiasse sette giovenchi e e sette pecore nere, per fare sagrifizio agli Dii dello ’nferno. E fatto questo, Sibilla, quasi furiosa [9], incominciò a gridare: «O tu che se’ campato de’ grandi pericoli del mare, sappi che via maggiori pericoli ti sono serbati in terra. Nel regno di Latino veggio venire li Troiani; veggio battaglie orride e crudeli; veggio il fiume del Tevero tutto pieno di sangue; veggio un altro Achille nato in Italia, che ti darà molto che fare; ma tu non temere, chè finalmente sarai vincitore». Udito questo, Enea pregolla che lo dovesse menare allo ’nferno, per parlare ad Anchise suo padre. Al quale in questa forma rispose Sibilla: «O figliuolo d’Anchise, leggieri è a discendere allo ’nferno, però che il dí e la notte sta la porta aperta; ma a ritornare in su è troppo cosa faticosa [10]. Ma se tanto amore hai nella mente e tanto disiderio d’andarvi, due cose ti fa mestieri di fare. L’una d’andare cercando per questa selva, ch’ è a lato a questo tempio, per uno ramo d’oro, lo quale nasce in su uno arbore, e ha questa natura, che sí tosto com’egli è colto, cosí tosto ve ne nasce un altro cosí fatto; e s’egli avviene ch’egli ti si lasci schiantare, potrai andare allo ’nferno; ma se egli non si lascierà schiantare, non vi potrai andare. L’altra cosa che ti conviene fare si è, che tu sotterri in prima uno tuo compagno, ch’ è annegato in mare, e lo corpo suo è arrivato [11] a questa riva». Udito questo, Enea andò per lo ramo dell’oro e colselo, e poi sotterrò quello corpo, come Sibilla gli avea detto. Fatto questo, Sibilla lo menò allo ’nferno, ove vide le pene infornali e l’anime dannate. Poi lo menò in un luogo di riposo, che si chiama Eliso, ove vide l’anime degli uomini giusti e virtuosi, tra li quali trovò lo suo padre Anchise, il quale gli mostrò li re Albani e li re de’ Romani, che dovevano discendere di lui. Ma in che modo si fa quest’andata, è assai oscuro a vedere. Altri dicono che quest’andata fu favoleggiata da Virgilio, e questo intendimento è poetico; altri dicono che quest’andata non è altro che il savio e sottile considerare che fece Enea delle cose terrene e delle cose che doveano avvenire, e questo intendimento è morale; altri dicono che questo andare fu veramente come si dice; e fu per arte di negromanzia, e però si fa menzione d’un corpo morto, con molt’onore sotterrato da Enea, ché sanza corpo morto [12] gli spiriti non parlano delle cose dello ’nferno e delle cose che sono a venire: e questo intendimento è magicale. E se questo andare fu per arte magica, qui è il dubbio in che modo v’andasse, ovvero in sogno, ovvero vegghiando. E se egli v’andò vegghiando, anche qui nasce un altro dubbio, cioè se egli v’andò col corpo. E questo basti della quarta parte.

Rubrica XXVI [13]. — Come Enea uscí dello inferno, e capitò

in quel luogo dov’è oggi Gaeta, e quivi sotterrò la sua balia.

Uscito Enea dello ’nferno, tornò al suo navilio, e fatte vele, capitò in quella parte di Campagna ov’è oggi la città di Gaeta. Quivi, preso terra, morí la sua balia, la quale avea nome Gaeta, per la qual morte soggiornò quivi alquanti giorni; e sotterrata che l’ebbe con ricco e pietoso onore, sopra quel corpo a perpetua memoria fece una città, alla quale per amore di lei pose nome Gaeta.

Rubrica XXVII [14]. — Come Enea passò lungo le contrade di Circe.

Fatta la città di Gaeta, Enea fece vela, e passò lungo quella contrada ove abitava Circe; quivi udí Enea rumore di leoni, d’orsi, di lupi e di diversi animali, li quali la detta Circe d’uomini aveva fatti diventare bestie. Questa Circe, secondo che scrivono Virgilio, Ovidio, Boezio e molti altri savi, era chiamata Dea e figliuola del Sole: Dea era chiamata per la molta scienzia che avea; figliuola del sole era detta per la sua molta bellezza. E con sugo d’erbe che dava a bere agli uomini, o con incantamenti che dicea sopra quelli cotali beveraggi, faceva gli uomini diventare quale Lione, quale orso, quale lupo, quale volpe, qual porco, quale asino. Ma bene dicono li soprascritti savi che, bene che quelli cotali uomini diventati animali, e a chi li vedea ed a loro medesimi paressono essere bestie, la mente dentro rimaneva loro umana, che ben si raccordavano che egli erano stati uomini, e bene che fossero diventati bestie, non avevano in loro feritade, onde non nocevano ad altrui, né tra loro si facevano male. E questa cotale mutazione, che questa Circe facea degli uomini in bestie, era magicale: benché per mala moralità gli uomini per diversi vizi si trasmutino in diverse bestie, come il lussurioso e goloso è detto porco, il gridatore e l’orgoglioso è detto cane, quegli che con superbia ed arroganza vuol mangiare altrui è detto lupo, quegli ch’è molto fraudolente è detto volpe; e perciò Dante nel quartodecimo canto nella seconda Cantica della sua Commedia, dove parla de’ Toscani, che di virtuosi, che solevano essere, sono diventati viziosi, cosí dice:

« Ond’ hanno sí mutata lor natura

Gli abitator della misera valle,

Che par che Circe gli avesse in pastura».

Rubrica XXVIII [15]. — Come Enea giunse al fiume del Tevero,

dove fece una città alla gente ch’egli aven seco,

e mandò ambasciatori a Latino.

Navicando Enea per le piagge di Campagna, pervenne al fiume del Tevero, e veggendo il fiume dall’una parte e dall’ altra tutto pieno d’albori, e tutta la contrada piena d’uccelli, veggendo il paese molto dilettoso, mise lo suo navilio su per la foce del detto Tevero, montato alquanto in su, discese in terra con tutta la gente, e posesi a posare in sulla ripa del Tevero sotto gli albori, dal lato di Oriente. E apparecchiato che fu lo desinare, si posero in sull’erba ordinatamente a mangiare, e venendo meno lo pane, ché ne avevano poco, dieronsi a mangiare le croste del pane, che n’avevano fatti taglieri. Ascanio allora per dolore incominciò a gridare: « Oimè che è questo? noi mangiamo eziandio li taglieri ». Udito questa voce, Enea, tutto rallegrato e confortato, disse alle genti: « Confortatevi, che noi siamo giunti a buono porto; ecco quello, che ci fu detto nelle Strofade dalle Arpie, che noi non possiamo fare cittè, in Italia in fino a tanto che noi non avessimo sì gran fame, che noi mangiassimo i taglieri e le tavole. E ’l mio dolce padre Anchise piú volte mi disse: « a porre giú tutte le tue fatiche; quivi fonderai una nuova città,  della quale nasceranno tuoi nipoti, li discendenti de’ quali signoreggieranno tutto il mondo ». E detto questo, con molta riverenzia inchinando la testa, salutò la contrada, dicendo: Dio ti salvi, terra, la quale mi se’ fatata. E rendute grazie agli Dii del cielo, si pose in testa una corona di fresche fronde, e facendo alla gente grande festa, comandò che tutti s’apparecchiassero, sí tosto come l’altro dí fosse venuto, di fondare la città. E comandò ad alquanti Troiani che si dovessero spargere per la contrada, ad ispiare come avesse nome quel fiume, e come si chiamava la contrada; che gente vi fosse, e chi signoreggiasse il paese: li quali poi ch’ebbero ispiato da certi pastori ch’erano ivi presso, rapportarono ad Enea che quel fiume avea nome Tevere; la contrada si chiamava Italia; la gente che v’era, era gente aspra a vivere e gagliarda a battaglia; lo re che vi signoreggiava, si chiamava Latino, lo padre del quale era stato Fauno, lo padre di Fauno era stato Pico, lo padre di Pico era stato Saturno. Confortossi allora Enea di ciò che udí dalle spie, e venuto l’altro giornò, mandò allo re Latino cento solenni ambasciatori, colli rami degli ulivi in mano e colle ghirlande in testa, e con molti belli ed onorevoli presenti. E poi che gli ambasciadori furono partiti da lui, Enea con molta gente incominciò a disegnare una piccola cittadella, quanto bastasse alla gente ch’era con lui. Gli ambasciadori andando in verso la città di Laurento ove abitava lo re Latino, ch’era già quasi nell’ultima vecchiezza, come eglino s’approssimarono alla terra, videro li giovani latini chi si trastullavano, chi coll’arco, chi col balestro, chi collo sparviero, chi col cavallo, e chi in uno modo e chi in un altro; li quali giovani, come videro questa gente, si fecero alquanti di loro incontro, e domandato ch’ebbono chi erano e perché venivano, rapportarono al re Latino come nuova gente troiana con nuovi vestimenti, con rami d’ulivi in testa e in mano veniano per parlargli. Allora lo re Latino comandò che cortesemente ed umanamente fossero messi dentro; li quali, poi che furono in Laurento, furono menati dinanzi dallo re Latino, lo quale sedea in una nobile alta sedia, posta in una grandissima sala di cento colonne. E in questa sala erano le immagini de’ suoi antichi, ed era tutta intorno intorno piena di molte belle e nobili armi. In questa cotale sala lo re Latino sedendo, si fé venire dinanzi gli ambasciadori troiani; e com’egli li vide, con lieto volto disse in prima loro: «Ditemi, voi Troiani, che domandate? di che avete bisogno? che cagione v’ ha fatto pigliare porto nel fiume del Tevero? Se erramento di via o venti contrari v’hanno fatto capitare in queste contrade, non abbiate a schifo lo nostro albergo, ch’io voglio che voi sappiate che la mia casa e la casa di Troia sono nate d’uno sangue, che Dardano primo vostro padre fu nipote di Saturno, lo quale fu principio di casa mia ». Alle quali parole uno degli ambasciadori, che avea nome Ilioneo, in questa forma gli rispose:

Rubrica XXIX [16]. — La diceria di Ilioneo al re Latino

e la risposta del re a lui.

«O re Latino, figliuolo del nobile Fauno, né venti contrarii né smarrimento di via ci ha fatto capitare in queste contrade, ma per li ammonimenti delli dii, dopo molti e lunghi viaggi che abbiamo fatti, poi che noi ci partimmo da Troia, voluntariamente e scientemente siamo venuti a te per volere pigliare pacifico porto e per vivere in queste contrade pacificamente con tutti li vicini». E detto questo, quattro cose gli presentò da parte d’Enea. Prima e principalmente tutti li Troiani, ch’erano con Enea, a tutto suo servigio e piacere; poi gli presentò una preziosa coppa d’oro, tutta ornata di nobili gemme, colla quale Anchise soleva fare li sacrificii; dopo questo gli presentò uno ricco vestimento di porpora, il quale re Priamo solea tenere in dosso, quando sedendo in sedia dava legge e audienzia al popolo; ultimamente una verga d’oro, la quale lo detto re Priamo tenea in mano, quando governava lo regno di Troia. Udito che ebbe lo re Latino le parole d’Ilioneo, e veduto li ricchi presenti d’Enea, alquanto tenne la faccia chinata, e poi, alzandola, lietamente rispose a’ Troiani: «Gli dii mandino li vostri cominciamenti di bene in meglio; e quello che v’ è fatato, sperate che vi verrà a capo; e, se lo vostro re Enea vuole abitare in queste contrade e vuole essere nostro compagno, sia lo bene venuto, e non tema di venire a vedere lo mio amichevole volto. E sopra tutto dite questo da mia parte a Enea, ch’io non ho figliuolo veruno maschio, ma una sola figliuola, la quale, benché da molti baroni d’Italia mi sia stata domandata, non l’ho mai potuta maritare, imperò che li fati impediscono di darla loro; e ’l mio padro Fauno in visione m’accomandò ch’io nolla debbia dare a nessuno Latino, ma aspetti di darla a uno forestiero, lo quale mi debbe capitare alle mani, lo quale forestiere col suo sangue farà andare lo nostro nome infino alle stelle». E detto questo, fece apparecchiare cento cavalli bianchi per questi ambasciadori, acciò che tornassero ad Enea a cavallo, li quali erano venuti a piè; e altri dugento similmente bene ornati e bene acconci fece apparecchiare, con un carro molto reale, con quattro ruote e con due cavalli bianchi, dicendo: Ambasciadori, tornate a Enea voi cento in su questi cento cavalli; e questo carro con questi altri dugento cavalli menate ad Enea, acciò ch’egli con quella compagnia che gli piacerà, mi venga a vedere». Gli ambasciadori, pieni di letizia e d’onore, tornarono a Enea e rapportarono la risposta magnanima e magnifica, che fece a loro lo re Latino. Ed ecco, in quello ch’Enea s’apparecchiava d’andare al re Latino, la reina Amata, moglie di Latino e madre di Lavinia, addolorata della promessa che ’l marito avea fatta della figliuola, e perciò che con sommo desiderio la desiderava di dare a Turno re dei Rutuli, e cosí gli era stata promessa, come furiosa, n’andò dinanzi al marito dicendo: «Adunque ad uomini sbanditi sarà data la tua figliuola, o Latino? Non hai tu pietà veruna né di lei, e né di me, né di te? Vuo’ la tu dare a questo troiano, che cosí tosto, com’egli l’avrà avuta, o egli la lascierà, o egli n’andrà via con essa? Che ti giova la tua santa fede o la cura de’ tuoi antichi e la tua mano diritta, per la quale hai giurato tante volte di darla a Turno?» E detto questo, come persona arrabbiata, mosse tutta la cittade a rumore e, presa la figliuola, fuggí con lei e con molte donne latine in una selva, ed ivi ritta [17] l’appiattò, acciò che il padre non la desse ad Enea. In questo che la reina Amata aoperava tanta furia, dall’altro lato lo re Turno, al quale era stata promessa Lavinia, udendo che lo re Latino l’aveva promessa ad Enea, montato in furia, tutta la città di Ardea, dov’egli stava, e tutto lo suo regno commosse a fare guerra contra lo re Latino e contra alli Troiani.

Rubrica XXX [18]. — Come la pace tra Latino ed Enea

fu turbata per uno cervo, il quale fu ferito

a caccia da Ascanio figliuolo di Enea.

In quel ch’Enea s’apparecchiava d’andare a vedere lo re Latino, nacque cosa disavvedutamente, la quale fu cagione di perturbazione di pace e di concordia, che avea promessa lo re Latino agli ambasciatori troiani. La quale perturbazione nacque in questo modo. Ascanio con alquanti giovani troiani era andato a cacciare. In quella contrada era un cerbio dimestico, lo quale era stato notricato da piccolo da una femina della contrada, che avea nome Silvia. Questa Silvia era sí vaga di questo cerbio, che ella lo lavava, ella lo pettinava, ella gli dava mangiare la mattina per tempo, e poi, posta che gli aveva una ghirlanda in capo, lo mandava a pascere per la contrada. Il cerbio lo die si stava per le selve e la sera tornava a casa. Ascanio andava alla caccia, com’è detto, e gli venne a mano a una fontana questo cerbio; e, vedendolo cosí bello e cosí pulito, diedesi a cacciarlo; cacciando, lo saettò d’una verga ne’ fianchi. Lo cerbio cosí ferito e colla verga ne’ fianchi se ne fuggí a casa di Silvia. Silvia, quando lo vide cosí ferito, cominciò a battersi a palme e a gridare. Al quale grido tutti li villani della contrada trassero, chi con stanghe chi con vanghe e chi con securi, e chi con una arme e chi con un’altra, tutti gridando: «Muojan questi Troiani!» A quello rumore indomito de’ villani, trassero li Troiani in aiuto ad Ascanio, ed avvisandosi insieme l’una parte e l’altra, certi di questi villani furono morti dai Troiani; li corpi de’ quali poi che furono portati in Laurento, tutta la terra si commosse contro alli Troiani. E in questo modo fu turbata la pace tra Latini e’ Troiani.

Rubrica XXXI [19]. — Come Turno re de’ Rutuli

concitò molte città e molte genti contro ad Enea.

Turno re de’ Rutuli, udito che ebbe la discordia che era nata tra Latini e Troiani, con molta gente se ne venne al re Latino, lamentandosi che li Troiani erano ricevuti nel regno; e che nuova gente dovesse pigliare per moglie Lavinia ed ereditare lo regno de’ Latini, che egli, ch’era antico nella contrada, ne fosse cacciato. Al quale parlare tenne mano la reina Amata e grande parte de’ Laurentini. Ma il re Latino in nullo modo si volle piegare di tornare a dietro sue promesse né per forza d’arme cacciare li Troiani della contrada; ma, come ferma montagna, che percossa dall’onde del mare non si muove, anzi sta sempre ferma, cosí Latino per detto di Turno o della reina o del popolo non si mosse contro il suo proponimento, anzi si brigava di rivocarli dal loro cieco volere. Ma, quando vide l’animo loro ostinato, disse: «Io protesto dinanzi agli Dii che, se voi non mutate proponimento, che noi corriamo allo scoglio [20]; ma voi col maladetto [21] vostro sangue, o miseri Laurentini, ne porterete gran pene; e a te Turno dico, se tu pure piglierai questa impresa, che li fati ti saranno contro, e finalmente male te ne piglierà, e verrà ora che gli Dii, gli ammonimenti de’ quali tu non vuogli udire ora, tu chiamerai, ma lo tuo chiamare fia troppo tardi. Io per me, considerando ch’io sono vecchio e presso alla morte, camperò bene di questi mali; però io mi getto in camera e di questi fatti io mi lavo le mani». In quel tempo era consuetudine in Italia, la quale consuetudine durò poi nel regno di Alba, ed ultimamente in Roma, che, quando alcuna guerra ordinata volevano fare li Latini, che il re, vestito de’ panni reali, apria le porti di rame del tempio di Giano, lo quale a tempo di pace sempre stava serrato; e questo cotale aprire era segno che guerra si dovea fare. Onde li Latini, essendo infiammati con Turno pur di fare guerra alli Troiani, stimolavano lo re Latino che dovesse aprire le porti di Giano; ma lo re in nullo modo le volle aprire. Ed ecco subitamente le dette porti con grande stridore s’apersero per loro medesime. Aperte che furono le porti di Giano, li Laurentini colla gente di Turno s’apparecchiarono ad arme, e furono con loro, tra Latini e Greci ch’abitavano in quel tempo in Italia, xiv grandi capitani, computando Turno; li quali veggiamo per ordine brevemente, come iscrive Virgilio. Lo primo capitano e capo di tutti fu Turno: ed era questo Turno lo piú bello di tutta Italia, ed era sí grande, che dalle spalle in su era maggiore che tutti gli altri uomini; e, com’era lo piú bello, cosí era lo piú gagliardo; questi ebbe a questa guerra lo suo regno colla gente di Laurento. Lo secondo capitano fu uno re di Toscana, lo quale avea nome Mezenzio: questi fu un mal uomo e molto crudele, come si dirà di sotto, e per la sua crudelità era cacciato del regno. Lo terzo capitano fu Lauso figliuolo del soprascritto Mezenzio, del quale dice Virgilio che in tutta Italia non era piú bello uomo di lui, se non se Turno: questi ebbe seco mille giovani, buoni combattitori. Lo quarto capitano fu Aventino, lo quale, perché nacque nella selva di monte Aventino, ebbe questo nome: questi ebbe seco la gente di Savello. Lo quinto capitano fu uno greco, che avea nome Catillo, fratello carnale di Tiburte, lo quale avea fatta la città di Tiburi. Questo Catillo ebbe seco uno suo fratello, ch’ebbe nome Coraso, colla gente di Tiburi e con altri Greci. Lo sesto capitano fu Ceculo, il quale fece la città di Pilestrino, ed era chiamato Ceculo perché aveva gli occhi molto piccoli: questi ebbe seco tre cittadi, cioè Pilestrino e Gavi ed Anagna. Lo settimo capitano fu Messapo, lo quale abitava in monte Siratti: questi ebbe seco la gente di Falisca e di Fescenonia. L’ottavo capitano fu Clauso, del regno di Sabina: questi ebbe seco li Sabini e li Todini, quelli di Norcia e molti altri popoli. Lo nono capitano fu Aleso, lo quale fu della schiatta del re Agamennone: questi ebbe seco grandissimi popoli di diverse contrade. Lo decimo capitano fu Ebalo: questi ebbe seco popoli che abitavano per quelle pianure, onde passa il fiume d’Arno. L’undecimo capitano fu Ufento: questi ebbe seco gente montanina. Lo dodecimo capitano fu Umbro, lo quale era molto grande incantatore di serpenti, e sapeva eziandio incantare i loro morsi; ma la ferita, ch’egli ebbe poi in battaglia da’ Troiani, non seppe incantare: questi ebbe seco un’altra grande gente. Lo terzodecimo fu Virbio figliuolo d’Ippolito: questi ebbe seco gli Aricini. E dietro a tutti costoro fu la nobile vergine Cammilla reina de’ Volsci: questa ebbe seco schiere di cavalieri e di donzelle: le sue mani non erano usate a trafficare né fuso né ròcca, ma solamente cavalli ed arme, e fu dotata di molte virtudi e spezialmente di quattro: la prima, ch’ella fue bellissima; la seconda, che ella fu gagliardissima, ch’ella fendea e squartava gli uomini e’ cavalli a modo di rape: la terza, ch’ella fu molto leggiera, intanto che, s’ella fosse corsa su per uno campo di grano, non avrebbe piegate le spighe; o, se fosse corsa su per l’onde del mare, non s’arebbe bagnate le piante, secondo che dice Virgilio: e questo cotal dire non importa altro se non se la sua grande leggerezza: la quarta dota ch’ella ebbe, fu la sua grande verginitade, la quale amò tanto che, bene che ella fosse reina e giovane e molto bella, non volle mai marito; e, perché amò tanto questa verginitade, però le diede Iddio tanta gagliardia; e per questa ultima dota, la quale tanto amò, era chiamata e tenuta onore e bellezza d’Italia, secondo che scrive santo Ieronimo.

Tutta questa gente raunata insieme nella città di Laurento, congiurarono contra ad Enea e contro alli Troiani per liberare Italia delle loro mani. Dall’altro lato Enea colli Troiani e coll’aiuto che ebbe eziandio d’Italia, congiurò contra loro per possedere Italia. Onde per questa cagione morì molta gente dall’una parte e dall’altra, come vedremo di sotto, e spezialmente dal lato d’Enea duo grandi principi troiani, ciò furono Eurialo e Niso. Dall’altra parte morirono lo re Turno e la reina Cammilla. E però dice Dante nel principio della prima Cantica della sua Commedia, ove profetizza di quello veltro che dee cacciare la lupa d’Italia, cioè l’Avarizia e la Simonia:

«Di quell’umile Italia fia salute,

Per cui morìo la vergine Cammilla,

Eurialo, Turno e Niso di ferute».

Rubrica XXXII [22]. — Come Enea ebbe in visione consiglio

come si dovesse argomentare [23] contra Turno.

Udito ch’ebbe Enea lo raunamento che si facea contra di lui, l’animo suo fu molto pieno di dolore, e, pensato che ebbe il sì e ’l no della guerra, con questi pensieri se n’andò a dormire. Ed ecco la notte, dormendo, uno gli apparve in visione (lo quale dice Virgilio, favoleggiando, che fu lo fiume del Tevero), che gli apparve in forma d’uomo e in questa forma gli disse: «O nato della schiatta degli Dii, lo quale ci arrechi di mano de’ nimici la città di Troia, non ti pentére d’essere venuto in queste contrade: questo luogo è la tua casa, in questo luogo sono li tuoi Dii, i quali t’aiuteranno. Però non temere delle minacce di Turno, e non volere tornare a drieto quello che tu hai cominciato; ed acciò che tu non creda ch’io t’inganni, dicoti che in quello luogo dove troverai una troia bianca con trenta porcellini bianchi, quivi troverai riposo, quivi troverai consiglio contro questa gente ch’è raunata contro di te: quivi sarà «la tua città, la quale signoreggierà tutto il mondo; ché, passati trent’anni secondo il numero dei trenta porcellini, lo tuo figliuolo Ascanio farà una città, alla quale porrà nome Alba secondo il nome del colore della troia; e di questa cotale città nascerà poi la tua grande città, la fama della quale andrà infino alle stelle. Non ti dico cose incerte né vane; ed acciò che tu di questa guerra che al presente si leva, sii vincitore, va’ su per questo fiume tanto insú, che tu trovi le montagne, in su una delle quali troverai una piccola cittadella, nella quale abita lo re Evandro d’Arcadia, nimico de’ Latini; questi ti darà salutifero consiglio contra la ingiuria, che t’è fatta». E, detto questo, sparí la visione. Fatto giorno, Enea fece armare due galee e con esse si mise su per lo fiume; e, com’eglino navicavano, ed ecco subitamente videro sotto le querce in sulla ripa del fiume una troia bianca, la quale allotta allotta avea partoriti trenta porcellini tutti bianchi. Ed ecco dopo questa visione, apparire loro tra gli albori d’uno monte una cittadella. Ivi si fermarono in su la ripa del fiume; e ponendo mente tra li albori, videro alquanta. Tra questa gente era lo re Evandro col suo figliuolo Pallante, li quali con alquanto popolo faceano uno solenne sagrificio agli Dii, ché quello dí aveano una grande festa. Costoro, quando videro le galee armate, furono pieni di stupore e di paura; di stupore furono pieni, perché non erano usi di vedere per quel fiume legni armati; ed ebbero paura che non fossero persone, che venissero a fare loro danno. Per la qual cosa Pallante con uno lanciotto in mano venendo verso loro, cosí d’uno colle incominciò a parlare: «O giovani, che cagione vi muove a venire su per questo fiume? dove andate? che gente siete? onde venite? pace o guerra portate con voi?» Allora Enea con uno ramo d’ulivo in mano cosí della poppa gli rispose: «All’arme che noi portiamo, puoi vedere che noi siamo Troiani, nimici de’ Latini, e vegnamo per parlare allo re Evandro; però fategli assapere che duci troiani vengono a lui per fare compagnia con lui». A queste parole Pallante rispose: «Discendi di nave chiunque tu se’; vieni a parlare al mio padre, ed entra in casa nostra sicuramente». Allora Enea scese in terra, e Pallante pigliandolo per mano lo menò dinanzi ad Evandro, e, quando fu dinanzi da lui, in questa forma gli parlò: «O ottimo duca de’ Greci, al quale la fortuna ha voluto ch’io venga dinanzi coll’ulivo in mano a pregare; certo io non ho temuto, perché tu sia greco e signore di gente greca, bene che li Greci sieno nemici di noi Troiani; ma la mia virtù e li santi oracoli degli Dii, e li nostri antichi, tuoi e miei, che furono parenti istretti, e la tua fama, ch’è sparta in terra, m’hanno data fidanza di venire cosí sicuramente a te. Per questa fidanza non ti volsi tastare né tentare né per legati né per ambasciatori, ma io in persona volli venire. Tu sai che questa gente ch’è in questa contrada, ciò sono li Rutuli e li Latini, s’hanno brigato e brigano di cacciarti di questo paese; ed ora si raunano per cacciare me simigliantemente, se potessero; per la qual cosa io sono venuto per fare lega teco, quando tu la voglia fare meco; onde piglia fede e dammi fede, e pensa che noi Troiani siamo una giovanaglia [24], ch’abbiamo animi gagliardi a battaglia, e corpi che si confanno a sí fatti animi». In quello che Enea in questa forma, come è detto, parlava ad Evandro, Evandro lo mirava ora nel volto, ora negli occhi, ora ponea mente al suo parlare e ora alli suoi atti, ed ora gli mirava le mani, ora li piedi, tutto per ordine lo vagheggiava. E, fatto ch’ebbe Enea fine al suo dire, egli in questa forma gli rispose: «O fortissimo de’ Troiani Enea, udendoti io parlare e veggendoti dal capo al piede, tu m’ hai fatto ricordare Anchise, ché, quand’io era giovine, Anchise tuo padre capitò nel regno del mio padre; e, se ben mi ricorda, tu lo somigli tutto, e alle fattezze, alli atti e a’ costumi [25] e al parlare, e ha’mi fatto ora ricordare del grande amore che io gli portai; che mi piacque tanto, ch’io non mi poteva saziare di stare con lui e di vederlo e di udirlo; ed egli certo mi portò grande amore: ed anche mi ricordo che quand’egli si venne a partire, egli mi donò uno bello e ricco turcasso pieno di saette cretesi; anche mi donò una mantellina tutta lavorata ad oro e duo molto belli freni, li quali ha ora lo mio figliuolo Pallante. E perciò infino allora died’io la mia fede e ’l mio tutto sapere e ’l tutto podere a lui e a chi di lui discendere dovesse: per la qual cosa, sí tosto come verrà domattina, io lietamente ti darò aiuto o consiglio; ché oggi siam tutti quanti occupati, come tu vedi, a questa festa; ché cotale dí, qual’è oggi, questa contrada fu liberata da’ furti di Caco, lo quale abitava in questo monte, che ci è dirimpetto, che si chiama monte Aventino; ché tornando lo re Ercole di Spagna poich’ebbe morto Gerione e posandosi in queste contrade, per uno fraudolente furto che questo ladro Caco gli fece, in cotale dí, quale è oggi, l’uccise, e noi ogn’anno a reverenza d’Ercole facciamo questa festa».

Rubrica XXXIII [26]. — Come lo re Evandro mostrò ad Enea

quelle contrade ove fu poi Roma.

Come la festa fu compiuta, Evandro prese Enea dall’uno lato e dall’altro lato Pallante, ed egli in mezzo di loro prese la via verso la città. E, cosí andando, quando giunsono presso alla terra, Evandro disse ad Enea: «In questa contrada abitavano Fauni e Ninfe, ed abbenché alcuna abitazione vi sia, quale fatta e quale disfatta, anticamente solamente era abitata da bestie selvatiche; e, bene che alcuna gente ci avesse, quella cotale gente era salvatica, che non avea costumi né modi d’uomini, e non sapevano lavorare terra, nè piantare vigna, né fare case, anzi, come bestie, viveano, per queste selve di pomi e di erbe. Lo primo uomo che ci seminasse grano, fu «Saturno; lo quale essendo stato cacciato del suo regno di Creti da Giove suo figliuolo, capitò in questa contrada a Iano, lo quale fu lo primo re d’Italia e abitava in su quel monte che tu vedi. E dove sono quelle ruine, che tu vedi, furono anticamente due cittadelle, «l’una delle quali fece Iano e posele nome Ianicolo, e però lo detto monto si chiama Monte Ianicolo. Capitando Saturno a questo Iano, insegnògli a lavorare la terra, a piantare le vigne e a fare case e a fare vivere la gente a modo di cittadini: poi su quell’altro monte che tu vedi allato al monte Ianicolo, fece questo Saturno una cittadella, alla quale pose nome Saturnia, e questa cittadella ancora, come tu vedi, è venuta meno: poi ci sono venuto io per gli oracoli degl’Iddii e per confortamento della mia madre Carmente, la quale mi disse ch’io mi ponessi in su questo monte, dove io sto, dicendomi ch’ella vedea per ispirito di profezia che questo luogo dé’ dare ancora legge a tutto il mondo: e però non avere a schivo d’entrare in questa terra, dacch’ella è cosí bene avventurata, bene che ella sia povera terra». E detto questo, entrarono in detta terra e, poich’ebbero cenato, se ne andarono a posare, Evandro nel suo albergo ed Enea in un altro, che fu apparecchiato per lui.

Rubrica XXXIV [27]. — Lo consiglio e lo adiuto

che diede Evandro ad Enea.

Passata la notte, come incominciaron gli uccelli a cantare in su l’alba del dí, Evandro si levò del letto e, vestito che fu, si pose a collo [28] una spada arcadica e in braccio si mise una rotella [29] la quale era coperta d’uno cuoio di pantera, e con due cani, ch’egli teneva in camera per sua guardia, con solo Pallante n’andò ad Enea; ed ecco com’egli andava, si scontrò con Enea, lo quale altresí egli per tempo era levato per venire a parlare a lui; ed avea con lui solo Acate. Salutati e abbracciati che si furono, entrarono insieme in una casa; ed Evandro in prima in questa forma incominciò a parlare: «O massimo duca de’ Troiani, lo quale infino che vivi, non dirò né confesserò mai che Troia sia vinta né la sua potenzia sia venuta meno, a darti aiuto secondo che si conviene alla tua impresa, noi abbiamo piccole potenzie; e la cagione è questa, che dall’uno lato di questo monte, ove io ho fatta questa città pallantea, lo rutolo Turno mi stringe [30]; dall’altro lato sono chiuso dal fiume di Toscana, cioè dal Tevero; ma i’ ho pensato di darti in compagnia grandi populi e grassi regni: e ’l modo è questo. Non molto di lungi da questo sasso, di là dal fiume, è una città antica, la quale si chiama Agellina. In questa città regnò per molti anni uno re molto crudele (la qual crudeltà gli possa ancora tornare in capo [31]) che ha nome Messenzio. Questo Messenzio tra l’altre grandi crudeltadi che facea, era questa, ch’egli ligava gli uomini vivi con li morti, volto con volto, petto con petto, ventre con ventre, coscie con coscie, gambe con gambe, braccia con braccia; e cosí con questa misera vita e lunga morte li uccidea: ma finalmente essendo stanchi li cittadini, a rumore [32] di populo con lo fuoco li corsero a casa, ma nollo poterono giungere, ché delle loro mani si fuggío, e passato lo fiume ricoverò sotto le braccia di Turno. Ora li cittadini d’Agellina con tutta loro amistà [33] di Toscana vogliono fare guerra al detto Messenzio; e sono acconci di mai non posare [34] infino a tanto che non fanno strazio delle sue carni; e per questa cagione m’hanno mandato a questi di ambasciadori con la corona del regno e con la bacchetta dell’oro [35], dicendo che uno loro profeta dice che questa guerra non può recare a fine nullo italiano, e però a me, che sono forestiero, hanno mandato la lezione del regno e lo ducato [36] di questa guerra: ma io, imperciò che la fredda vecchiezza mi toglie l’affanno dell’arme [37], non posso pigliare questa impresa; e, se altri volesse dire ch’io facessi di questa guerra lo mio figliuolo Pallante capitano, dico che questo non posso fare, imperò che la madre è di Savello, e costoro vogliono capitano, che sia in tutto forestiero: e, però che tu se’ in tutto forestiero, che né per padre né per madre se’ italiano, voglio che, come tu se’ duca de’ Troiani, cosí sie duca di questa gente italiana che è cosí infiammata addosso a Messenzio e a chiunque lo difende; e sopra tutto questo io ti darò Pallante con ducento cavalieri, e ducento cavalli ti darò per ponere a cavallo della tua gente; e voglio che Pallante, sotto te maestro e capitano, s’ausi alli tuoi costumi di guerra e pratichi le dure e aspre battaglie di Marte». A questo Enea confortato prese l’aiuto e ’l consiglio d’Evandro; e fatto capitano della gente d’Agellina, con Pallante e con li suoi s’apparecchiò alla guerra.

Rubrica XXXV [38]. — Come Turno arse lo navilio d’Enea,

e come assediò lo campo de’ Troiani.

In quello che Enea era andato ad Evandro, ed avea presa la capitaneria degli Agellini e la compagnia di Pallante, Turno, sappiendo che Enea era partito dal navilio e dal suo campo, lo quale era affossato [39] e steccato e imbertescato, con moltitudine di cavalieri cavalcò inverso li Troiani; ed ecco, com’egli venía, li Troiani, ch’erano nel campo, per la polvere, che si levò, tutti stupefatti corsono all’arme, e uno ch’avea nome Caico, incominciò a gridare: All’arme, Troiani, serrate le porti e montate insú le bertesche e difendete la terra! Questo avea comandato Enea, quando si partí, che per nulla novità, che apparisse, dovessono uscire del campo, infino ch’egli non tornasse, anzi intendessero solamente a difendere lo campo. E però, secondo lo suo comandamento, li Troiani come videro lo pulverío levare, chiusero le porti, levarono li ponti e montarono in su le bertesche. Turno, giungendo, la prima cosa che fece, misse fuoco nel navilio, acció che per acqua li Troiani non potessono fuggire; e fatto questo corse al campo; ma veggendo levati li ponti, serrate le porti, le bertesche e le torri armate, intorniò tutto ’l campo, avvisando [40] se da niuno lato potesse entrare a combattere. Ma, poiché vide che da niuno lato vi potea entrare, pose lo campo intorno alli Troiani, ed a Messapo impose che a null’altra cosa intendesse se non ad assediare sí le porti, che li Troiani non potessono uscire a fare loro danno. Fatto questo, elesse quattordeci Rutuli ed a ciascuno diede cento cavalieri, imponendo loro che il dí e la notte andassono ciascuno a vicenda intorno a’ fossi de’ Troiani, e l’altra gente campeggiasse [41] dintorno.

Rubrica XXXVI [42]. — Come Eurialo e Niso furono morti

dalla gente della reina Cammilla.

Essendo Turno posto a campo intorno al campo delli Troiani, com’è detto, venuta la notte, li Troiani con tutta sollicitudine guardavano lo steccato, ma non senza paura, imperò che lo loro capo Enea non v’era. Per la qual cosa due grandi principi troiani, li quali guardavano una delle porti, de’ quali l’uno avea nome Niso, e questo era uno de’ più gagliardi che fusse in quel campo, l’altro avea nome Eurialo, e questi era lo più bello giovane che mai fusse veduto in Troia, e non avea ancora raso barba, parlarono insieme, cominciando Niso in questa forma: «Dicoti, Eurialo, che m’ è venuto in cuore (non so se questo ardore mi viene dalli Dii o dalla mia ardente voluntà, e non si comincia ora di nuovo) di fare alcuna grande cosa, i’ dico di fatto d’arme; e questa voluntade mi stimola sì e in tale modo, ch’io non posso trovare quiete. Tu vedi questi Rutuli con quanto ardore e con quanta fiducia ci hanno assediati; vedi ancora che pochi di loro vegghiano, perocché la maggiore parte di loro di sonno e di vino è sotterrata; onde, se ti pare, io mi vorrei mettere ad andare per Enea, e tu sai che tutto lo nostro consiglio è ordinato e preso di mandare per lui, ed io voglio essere quelli che vada per lui; io mi credo innanzi che sia giorno trovarlo e menarlo a soccorso di noi». A queste parole Eurialo, come giovane che amava onore, rispose a Niso dicendo: «Dunque me a’ grandi fatti fuggi, o Niso? Sanza me anderai a tanti pericoli? Nutricommi mio padre coll’arme in dosso, perch’io fuggissi le fatiche dell’arme, quando fosse bisogno? E se tu questo onore che vai ratío, vuoli comperare [43] con la tua vita, quale è la cagione che tu non metti a questo scotto [44] la mia? L’animo mio, o Niso, cura più dell’onore, che della vita». E fatto ch’ebbe Eurialo fine al suo dire, Niso cosí ri-spose: «Certo, Eurialo, non temeva io, né dubitava che tu non volessi con esso meco comperare questo onore con la tua vita: e s’io non dico vero, non mi faccia Iddio tornare a te allegro della ’mpresa; ma per due cose non t’invitai a venire; l’una che, s’egli avvenisse ch’io fussi morto dalli nimici, che tu ti brigassi, con moneta o in qualunque altro modo potessi, di riavere lo mio corpo e sotterrarlo, ovvero, se riavere nol potessi, che tu almeno mi facessi onore di farmi fare l’ufficio de’ morti: l’altra cagione ch’io non t’invitai, è questa che, se sciagura m’avvenisse di te in questo andare, io non volea essere cagione di tanta tristizia alla tua dolce madre, la quale da Troia in fino a qui t’è venuta dietro per tutti li viaggi che noi abbiamo fatti». A queste parole Eurialo, com’avido e desideroso pur d’andare con lui, rispose: «Indarno m’alleghi, o Niso, queste vane cagioni; se tu vogli andare, la mia sentenzia è ferma in ogni modo di venire teco». Detto questo, posero altre guardie alla porta, e ambedue se n’andarono ad Ascanio, lo quale trovarono che facea consiglio di mandare per Enea. Nel quale consiglio Niso cosí incominciò il suo dire: «Signori Troiani, udite con sane menti le mie parole e non l’abbiate a schifo per la nostra etade, che siamo giovani: noi abbiamo veduto tutto lo campo di Turno dormire; e la cagione della cattiva guardia che fanno, si è che sono tutti pieni di vino, onde egli stanno come uomini morti; abbiamo veduto eziandio e considerato per quale via si possa andare alla città pallantea per lo nostro re Enea; e però, se ci consentite che noi ci mettiamo alla ventura, noi siamo apparecchiati d’andare per lui». A queste parole uno Troiano, ch’avea nome Alete, maturo d’anni e d’animo, gittato ch’ebbe lo braccio in collo a Niso ed Eurialo, lacrimando rispose: «Quali degni premii e quali guidardoni, o nobili giovani, vi potremo noi rendere? Gl’Iddii del cielo e li vostri costumi vi daranno pure li maggiori; poi li altri, che seguitano li maggiori, vi darà colui per cui voi andate, cioè lo pietoso Enea». Dopo questo dire d’Alete, Ascanio si levò suso dicendo: «Ed io, al quale mi reputerò che rechiate salute, se mi rimenate lo mio padre, o Niso ed Eurialo, per li grandi Iddii di Troia vi giuro che infino a ora vi pongo in grembo tutta la mia ventura e tutta la mia fede; e, rimenato che m’arete lo mio padre, simigliantemente vi giuro di darvi due grandi vaselli d’ariento, molto bene lavorati, li quali mia madre recò dalla città d’Arisba [45], quando la prese: anche vi darò due grandi talenti d’oro, con una bellissima coppa d’oro e di gemme, la quale la reina Didone donò ad Enea; e, se ci viene fatto che noi pigliamo Italia, tutte l’arme di Turno e ciò che ha Turno, fuor che lo cavallo, che tu Niso li vedesti ieri sotto, e l’elmo che a avere in testa (chè vorrò io queste due cose per me) tutto l’altro voglio che sia tuo; e sopra tutto questo ti prometto di darti uno contado nel regno del re Latino». Poiché Ascanio ebbe parlato a Niso, si volse ad Eurialo in questa forma dicendo: «E a te Eurialo, venerando garzone, alla cui età s’approssima piú la mia, ti dico che nel mio petto ti ricevo per mio compagno in tutti casi: nulla gloria, nullo onore, nullo bene andrò ratío sanza te; in tutti li miei fatti a tempo di pace e a tempo di guerra, la mia fede e ’l mio amore sarà sempre teco». Alle quali parole cosí rispose Eurialo: «Com’io t’ho impromesso, così sono acconcio di fare, pure che la fortuna ci sia prospera e benigna, e non malvagia; ma sopra tutti a li doni che tu mi possi fare, o Ascanio, si è che la mia madre, la quale, come tu sai, è dell’antico sangue del re Priamo ed èmmi venuta dietro da Troia infino qui, se sciagura m’avvenisse, ch’ella ti sia raccomandata di consolarla, ch’io mi parto ora da lei e non le faccio motto, perch’io non potrei sostenere alle sue lacrime: di questo solo ti prego». A queste parole d’Eurialo tutti li Troiani, Ch’erano ivi a consiglio, percossi di pietà incominciarono a lagrimare: ma sopra tutti Ascanio, movendosi a pietade, cosí gli respose: «Promettoti, Eurialo, che, se la fortuna ti fusse iniqua, la qual cosa voglia Dio che non sia, di tenere la tua madre sempre per mia; e per questo capo ti giuro, per lo quale mio padre suole giurare, che, tornando te, farotti ciò ch’io t’ho promesso; ove tu non tornassi, osserverollo a tua madre». E, dicendo questo colle lacrime negli occhi, si levò dal lato una bellissima spada col fodero tutto d’avorio lavorato, la quale avea fatta uno nobile maestro di Creti, ch’ebbe nome Licaone, e diella ad Eurialo. Due altri capitani, cioè Mnesteo ed Alete, diedero a Niso una pelle di leone ed uno elmo. Armati, costoro montarono a cavallo e con silenzio uscendo del campo suo, entrarono nel campo di Turno; ivi trovarono tutta la gente dormire. E ’l primo luogo dove percossono, fu lo luogo di Rannete. Questo Rannete era re di corona [46], ed era auguro dello re Turno; ma con tutto lo suo augurio [47] non poté fuggire quella notte la morte; ché, come questi due, cioè Niso ed Eurialo, furono giunti a lui, egli dormía su per li tappeti, Niso, uccisi che n’ebbe assai della sua famiglia, uccise lui e poi li mozzò lo capo; e poi uccise uno bellissimo giovane, ch’avea nome Sarrano, lo quale avea tutta sera giucato. E beato a sé, se egli avesse tutta notte continuato il giuoco e non si fusse posto a dormire. Dall’altro lato Eurialo andava uccidendo, tagliando e troncando. E, fatto ch’ebbono grandissimo danno, Niso disse ad Eurialo: «Assai abbiamo fatto per una volta; andianci; e, se tu vuogli pigliare alcuna cosa del campo, sí piglia». Allora Eurialo, benché v’avesse molto ariento e molte arme e molte gioie, nulla cosa prese, se non se le coverte e lo scheggiale di Rannote; e Niso si pose l’elmo del re Messapo; e andarono via. Usciti fuori del campo prendendo la via verso la città pallantea, ebbono scontrati trecento cavalieri della reina Cammilla, li quali veniano a Turno. Allora questi due volgendo la via, lo capitano di quelli cavalieri incominciò a gridare: « State fermi, o cavalieri; che via è, questa che voi fate? «chi sete? ove andate?» Alle quali parole Niso ed Eurialo non resposero: ma, quanto potero, fuggirono per una selva piena di pruni, la quale selva, perché non avea via segnata né sentieri, Eurialo si smarritte da Niso. Ed ecco quelli trecento cavalieri presero tutte le poste; e lo capitano, con alquanti di loro si missero a cercare per la selva; ed ecco, come la sciagura volle, ebbono trovato Eurialo. Niso, ch’era campato, quando si vide senza lo compagno, addolorato a morte, incominciò a gridare: «O sciagurato a me! Eurialo, ove t’ho lasciato? ove troverotti? per quale via t’andrò ratio?» E cosí dicendo tornò addietro ritrovando lo sue pedate; o, come egli tornava, udío lo strepito e lo rumore che facieno quelli cavalieri addosso ad Eurialo; e approssimandosi più, vide al lume della luna, ch’era già, levata, intorniato Eurialo da costoro. Allora non sapendo che si fare, né in che modo liberare lo compagno, avendo due lanciotti in mano, misse mano all’uno, ed, alzando gli occhi alla luna, in questa forma orò: «O luna splendore della notte, onore e bellezza delle stelle e guardia delle selve, soccorri ora alle nostre fatiche, e drizza e guida questo lanciotto, sicch’egli non vada indarno». E detto questo, gittò quello lanciotto, e giunse ne’ fianchi a uno cavaliero, ch’avea nome Sulmone. Quegli, com’ebbe ricevuto lo colpo, cadde in terra del cavallo, e fu morto. Li compagni, voltandosi intorno e non vedendo persona, maravigliavansi donde era venuto quello colpo; ed eccoti Niso lasciò l’altro lanciotto e percosse un altro cavaliere nella tempia, ch’avea nome Togo e passollo dall’altro lato. Allora lo capitano di questa gente, tutto acceso d’ira, misse mano alla spada e gettandosi addosso ad Eurialo, disse: «Dacch’io non veggio chi ha fatto questo, tu porterai la pena di lui». Quando Niso udío ciò tutto spaventato e quasi fuori della mente, non potendo sostenere tanto dolore, cominciò a gridare: «Ecco me, ecco me; io fui, io; in me volgete il ferro, o Rutuli; questo inganno feci io, non l’ha fatto cotesti [48]». Come Niso dicea queste parole, quello capitano, col colpo della spada, passò le coste a Eurialo e lo candido petto gli ruppe. E, volgendosi Eurialo in su la morte, lo sangue gli andava per le sue belle membra, e ’l capo li cascò in su le spalle, come casca il fiore, quando gli è tagliata la radice dal vomere dell’arato [49], o come casca il fiore del papavero, quando, per troppa gravezza, si piega il suo gambo [50]. Allora Niso, vedendo morto Eurialo, gittossi tra tutti, e, intendendo con la spada in mano pure sopra colui che l’avea morto, li cavalieri l’ebbono intorniato. Quivi fu dura ed aspra battaglia; Niso rotandosi intorno, bene che ricevesse molti colpi, molti ne diede. All’ultimo, ucciso ch’ebbe quello capitano d’un colpo che li diè nella gola, gittossi a morire in sul corpo del suo diletto compagno, dove con placida morte prese riposo. Morti in questo modo questi due principi de’ Troiani, li Volsci mozzarono loro le teste, e puosorle in su le punte delle lancie, e presi li cavalli e l’arme loro, se n’andarono al campo di Turno, portando lo corpo del loro capitano in su uno palvese [51] e facendo gran pianti. Come elli giunsono al campo, fatto già giorno, trovarono non minore pianto quivi, per lo grande guasto ch’avieno trovato nel campo. Turno, poich’ebbe conosciuto alle coverte di Rannete e all’elmo di Messapo chi avea fatto quel danno, fece ficcare le lancie, dov’erano quelle due teste, dinanzi alle porte delli Troiani. E levato il rumore nel campo, comandò che tutti s’apparecchiassero a dare battaglia.

Rubrica XXXVII [52]. — Lo pianto che fece la madre d’Eurialo.

In quello che Turno s’apparecchiava a combattere lo campo delli Troiani, occo la fama volare per tutto lo campo, come Niso ed Eurialo erano stati morti. E, come la dotta fama pervenne alli orecchi della madre d’Eurialo, subitamente doventata tutta fredda e ghiacciata, le cadde lo lavorío ch’avea tra le mani, e, levata da sedere, corse alla porta, urlando, piangendo, battendosi e tutti li capelli stracciandosi. E, montata che fu in su la porta, veduto ch’ebbe lo capo del figliuolo in su la lancia, incominciò a gridare: «Cosí fatto ti veggio, Eurialo? Com’hai potuto, o tardo reposo della mia vecchiezza, lasciarmi cosí sola? E come fustú cosí crudele, che non volesti dare alla tua madre misera copia [53] di parlarti, quando a siffatti pericoli ti mettesti? Ohimé figliuolo mio, dove ti vedo giacere! Giaci, dolorosa la vita mia! in terra latina, ch’è cosí di lungi da casa tua, preda d’uccelli e di cani! e non fui, dolorosa a me! a vederti morire; gli occhi non ti pote’ chiudere; le ferite non ti pote’ lavare; e le tue membra, che giacciono nude in terra, non ti pote’ ricoprire. Dove t’andrò ratio, o Eurialo, figliuolo mio? In quali parti giacciono le tue belle membra senza ’l capo? Questo è lo dono che tu m’hai mandato nella tua morte, o figliuol mio? Che veggio! Lo tuo capo in su la punta della lancia? Per vedere questo, disavventurata! ti sono venuta dietro per mare e per terra? O Rutuli, ch’avete morto lo mio figliuolo, io vi prego, s’alcuna pietade è in voi, che colli ferri ch’avete ucciso lo mio figliuolo, voi uccidiate me: e, se questo non fate, io ti priego, Iddio del cielo, che abbi misericordia di me misera, che tu mi saetti colla tua saetta, da che in altro modo non posso finire la mia vita crudele e misera». A questo pianto si fiaccarono sì gli animi de’ Troiani, che non faceano altro che piangere; e a difendere lo campo aveano già perdute le forze. Per la quale cosa Ascanio, veggendo che la donna incendea con lo suo incendio lo dolore della gente, la fece pigliare tra braccia e portarlane a casa. Ed ecco levarsi lo rumore che Turno venía colle schiere a combattere lo campo.

Rubrica XXXVIII [54]. — Come Turno

combatté lo campo delli Troiani.

Turno acceso d’ira di quello che Niso ed Eurialo aveano fatto la notte nel suo campo, con tutta la sua gente venne a combattere lo campo de’ Troiani con gatti [55] e con iscale e con ogni fornimento che si richiede a combattere le torri. Li Troiani, veggendo ciò, s’apparecchiarono con pietre e con lancie, e con balestra e con tutti quelli argomenti, ch’erano di bisogno, a defendere lo campo. Turno vegnendo verso loro, si brigava d’empiere li fossi e di gittare in terra lo steccato, e con lo gatto combattere le torri. Li Troiani colle pietre si defendeano quanto poteano. Alla per fine li Rutuli riempierono alquanto delli fossi, e alquanto dello steccato gittarono in terra, e missero fuoco nell’una delle torri. La torre, ardendo, cadde dallo lato de’ Rutuli, e tutti quelli Troiani che v’erano dentro, morirono, eccetto due, li quali, eziandio, poi che si vidono tra li nimici, combattendo gagliardamente, morirono. A questo uno cognato carnale di Turno, lo quale avea nome Numano e ’l suo soprannome era Remulo, essendo stato ferito da Ascanio, incominciò a villaneggiare li Troiani, dicendo: «Non vi vergognate di stare assediati dentro dal fosso, o Troiani due volte [56] presi, dentro dal quale fosso vi conviene in ogni modo morire? Lasciate l’arme a noi, che siamo uomini duri e nati a battaglia; e voi, come femine, pigliate lo specchio e ’l tamburo e andate a ballare». Udendo queste parole Ascanio non si tenne, ma misse mano all’arco e saettò quello Numano nel capo, dicendo; «Va’ con dio e portane questo da parte di coloro che due volte sono stati presi». Morto questo Numano, crebbe l’ardire alli Troiani, e aperta una delle porti, diedero la via a’ Rutuli ch’entrassero dentro a combattere; li Rutuli inanimati [57] per la morte di Numano, si metteano a morire. Ed ecco, combattendo l’una parte e l’altra, dopo molti morti e dopo le molte ferite, uno Troiano chiuse la porta e tra la calca vi rinchiuse dentro Turno, che non se n’avvide. Turno, trovandosi nel mezzo delli nimici, perché uno Troiano ch’avea nome Pandaro, lo saettò indarno, dicendo: «Tu non se’ in casa del re Latino, anzi se’ nel campo d’Enea», Turno, volgendosi a lui con la spada, li fesse lo capo in fino alle spalle: a uno altro, che avea nome Linceo, a un colpo gli levò la testa con l’elmo e con la barbuta [58]. Facendo questo scempio Turno de’ Troiani, li Troiani si strinsero insieme, venendogli addosso. E Turno tirandosi indietro e rotandosi intorno con la spada in mano, tanto si tirò indietro, che venne alla ripa del fiume e con tutte l’arme vi si gittò dentro; e bene che fusse carico d’arme e li Troiani gli gittassero dietro arme e sassi in grande quantità, egli pur campò, e sano e lieto tornò al suo campo.

Rubrica XXXIX [59]. — Come Enea, in questo mezzo che ’l suo campo

era assediato, raunò molta gente, toscani e lombardi.

In questo che lo campo delli Troiani stava cosí assediato, Enea s’era partito da Evandro ed era andato con Pallante alla città d’Agellina; ivi gli fu data la signoria del regno. E presa ch’ebbe la signoria, entrò in mare per raunare gente o andò con lui Pallante e lo maggiore uomo d’Agellina, il quale avea nome Tarcone, bene accompagnato di cavalieri e di marinari, e cercò tutte le contrade della marina dalle piaggie di Roma in fino a Pisa, e raunò nobilissima gente da battaglia, fra la quale gente furono sette grandi baroni, li quali veggiamo per ordine. Lo primo fu Massico, il quale era principe della città di Chiusi; questo Massico ebbe seco mille giovani della sua cittade. Lo secondo barone fu uno ch’ebbe nome Abante, e fu di Populonia; questi ebbe seco secento cittadini della detta città di Populonia, e trecento giovani sperti e provati d’arme dell’isola dell’Elba. Lo terzo barone fu uno pisano ch’ebbe nome Asila, lo quale era uno grande astrolago [60] ed uno grande indivino; questi ebbe seco mille cavalieri pisani. Lo quarto barone fu uno ch’ebbe nome Asture; questi era uno bellissimo uomo e uno bellissimo cavalcatore; questi ebbe seco trecento gagliardi giovani di diverse contrade di Toscana. Lo quinto barone fu uno lombardo, lo quale avea nome Cinira. Lo sesto barone fu Cupavo, figliuolo del detto Cinira; questi due ebbero seco molti Lombardi. Lo settimo barone fu uno mantoano, lo quale avea nome Ocno; questi ebbe seco cinquecento Mantoani. Con questi sette baroni e con altra gente assai, Enea sene venne per mare allo suo campo con xxx navi. E navicando, come fu presso alle piagge dov’era il suo campo, udio le novelle come Turno avea arso lo suo navilio, e come avea fortemente assediato lo figliuolo e li Troiani. Allora comandò che tutta la gente ch’era seco, s’apparecchiasse all’arme; ed, approssimato che fu alla foce del Tevero, fece segno alli Troiani collo scudo levato, com’egli era tornato. Li Troiani a quel segno, conosciuto lo loro duca e veggendo cosí grande navilio, fecero grande festa; e, presa baldanza, con grande gagliardia incominciarono a saettare nel campo di Turno.

Rubrica XL [61]. — Come Enea

scendendo delle navi sconfisse la gente di Turno.

Pigliando li Troiani baldanza per la tornata d’Enea, Turno per ciò non perdette baldanza, anzi con molto vigore divise la sua gente in due parti: l’una che stesse nel campo e non lasciasse uscire fuori li Troiani; l’altra che andasse con lui alla ripa del mare, e non lasciasse posare la gente d’Enea. E, schierata ch’ebbe la gente sua, tutti in questa forma infiammò gli animi loro a battaglia, dicendo: Signori, ora è venuto lo tempo lo quale sempre avete disiderato, di mostrare vostra prodezza; la battaglia avete tra mani; ciascuno si ricordi della moglie e de’ figliuoli e della famiglia; ciascuno abbia a mente li memorabili fatti de’ suoi antichi o di somigliarsi ciascuno a’ suoi; e però volonterosamente n’andiamo alla riva e non li lasciamo scendere in terra; andiamo gagliardi, ché la fortuna aiuta colui ch’è ardito». In questo Enea scende di nave; ma Turno non pigro con le sue schiere percuote ad Enea. Enea con minore numero, ma con maggiore ardire, percote le schiere di Turno; ed uccidendo, tagliando e abbattendo, prese terra ad onta di Turno.

 

Note

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[1] Rub. XXI. — Aen., VI, 1-41.

[2] segreto, appartato.

[3] che vuol dire Sibilla, diciamo subito che la etimologia di questa voce è molto incerta: secondo alcuni viene da una radice ’sib, affine a ’sap, = sapere. Quella data da Isidoro è cervellotica.

[4] Vasileografe, parola greca composta da βασιλεὺς = re e γραϕέ = scrittura. Intorno a codesto libro ipotetico per quante ricerche abbia fatte, nulla so dire.

[5] Tiburi, Tivoli

[6] Rub. XXV. — Aen., VI, 42 sgg.

[7] la sentenza della risposta, le parole nelle quali si conteneva il responso della profetessa.

[8] aperto latino, latino adoperato come sostantivo, significò «ragionamento»: Dante, Par. xvii 34-35: per chiare parole e con preciso Latin rispose. In funzione di aggettivo vale «facile».

[9] quasi furiosa, perché invasata dal nume.

[10] troppo cosa faticosa, avverti che troppo vale qui «molto», come anche oggi nei dialetti del mezzogiorno, e che cosa faticosa è considerato come una specie di sost. neutro, rispondente al virgiliano hoc.., opus... hic labor est (v. 129); perciò troppo è premesso al sost. anziché all’attributo.

[11] arrivato, è adoperato qui nel suo vero senso di «giungere a riva».

[12] sanza corpo morto, senza l’intervento di un trapassato, che sia, per dir cosí, intermediario tra il vivente e colui collo spirito del quale si vuole parlare.

[13] Rub. XXVI. — Aen., VII, 1-7.

[14] Rub. XXVII. — Aen., VII, 3-24.

[15] Rub. XXVIII. — Aen., VII, 25-212.

[16] Rub. XXIX. — Aen., VII, 213-285 e 341-474.

[17] ivi ritta, ritte è qui un semplice suffisso, che non ha valore per il senso, e serve tutt’al piú come particella rinforzativa dell’avverbio di luogo. Cosí dissero gli antichi quiritta e quiciritta.

[18] Run. XXX. — Aen., 475-571.

[19] Rub. XXXI. — Aen., VII, 572 e seg.

[20] corriamo allo scoglio, « ci perdiamo » immagine tolta dalla navigazione.

[21] maledetto, perché aveva violato il giuramento.

[22] RUB. XXXII. — Aen., VIII, 18-275.

[23] si dovesse argomentare, «dovesse prepararsi»: comunissimo nel trecento.

[24] giovanaglia, il suffisso aglia non ebbe sempre in antico senso dispregiativo (cfr. vettovaglia, boscaglia), ma collettivo, come l’ ha qui.

[25] costumi, costume vale qui «maniera di trattare, di comportarsi colle persone» a quel modo che costumato nella lingua antica vale «cortese, creante ».

[26] Rub. XXXIII. — Aen., VIII, 306-368.

[27] Rub. XXXIV. — Aen., VIII, 454-607.

[28] si pose a collo ecc., nei tempi antichi non cingeano al fianco la spada, ma la attaccavano ad una correggia che dalla spalla destra scendeva al fianco sinistro. Noi dunque diremmo qui ad armacollo.

[29] rotella, piccolo scudo di forma circolare.

[30] mi stringe, mi tiene assediato.

[31] tornare in capo, oggi ricadere sul.

[32] rumore, sollevazione, tumulto

[33] con tutta loro amistà, con tutti i popoli amici

[34] posare, qui a deporre le armi, quietarsi».

[35] la bacchetta dell’oro, «lo scettro» di qui la frase governare o comandare a bacchetta.

[36] mandato la lezione... e lo ducato, affidato la elezione (lat. legere, eligere) ed il comando (lat. dux).

[37] mi toglie l’affanno dell’arme: mi impedisce la fatica del combattimento (ndr)

[38] Rub. XXXV. — Aen., IX, 1-167.

[39] affossato: circondato da un fosso (ndr)

[40] avvisando: «guardando», ed accenna oltre che all'atto materiale del guardare, a quello intellettuale del considerare.

[41] campeggiasse intorno, «stesse accampata attorno Laurento». Si adopera anche col complemento oggetto nel senso di «assediare».

[42] Rub. XXXVI. — Aen., XI, 168-449.

[43] comperare, ha il signif. del lat. comparare (= procacciare).

[44] scotto, scotto è il prezzo che si paga all’oste il quale ci ha fornito da mangiare, poi in generale «pagamento, mercede, ricompensa»: l’espressione del nostro vale: «perché non metti anche la vita mia come prezzo dell’onore che vuoi acquistarti tu stesso?»

[45] Arisba, città della Troade.

[46] re di corona, espressione tolta dal linguaggio de’ poemi cavallereschi; «re di vasto stato».

[47] augurio, «scienza augurale».

[48] cotesti, e non cotesto, perché riferito a persona. Oggi non si fa più alcuna differenza, usandosi più spesso costui e cotestui.

[49] arato, altra forma di aratro, comune nel trecento.

[50] La delicatissima similitudine virgiliana così è resa dall’Ugurgeri (p.302): «Allora Eurialo cadde a terra morto, e il sangue corre per le belle membra, e ’l capo se li posa nelli omeri: sí come quando il vermiglio fiore succiso dall’aratro languisce morendo, ovvero come i papaveri chinano il capo, fatigato il collo, quando avviene che sieno gravati dalla piuva».

[51] palvese, o pavese: sorta di scudo.

[52] Rub. XXXVII. — Aen., IX, 473-502.

[53] dare.... copia, «dare opportunità, dar modo». L’espressione è da avvicinare all’altra, comunissima nel trecento, fare copia di sé. (Cfr. Ordinam. Giust., 8, 70: Abbiamo ordinato che i segnori Priori delle Arti... debbano fare copia di sé e stare ad udienza ecc.)

[54] Rub. XXXVIII. — Aen., IX, 503 sgg.

[55] gatti, macchine da guerra atte a far crollare le mura.

[56] due volte, qui ed a Troia.

[57] inanimati, infiammati d’ira.

[58] barbuta, pezzo di stoffa e poi di maglia d’acciaio, che proteggeva la faccia

[59] Rub. XXXIX. — Aen., X, 146-275.

[60] astrolago... indivino, «l’astrologia, scrive un dotto del sec. xiii, Brunetto Latini (trad. di B. Giamboni, I, 3), c’insegna tutto 1’ordinamento del cielo, del firmamento e delle stelle e del corso delli sette pianeti per lo zodiaco... e come si muove il tempo al caldo e al freddo, o a piova o a siccità ecc». C’era bensí, oltre a questa, l’astrologia, come dicevano, giudiziaria, scienza chimerica che pretendeva scoprire, mediante l’osservazione degli astri, il futuro. Gl’indovini poi, detti in lat. augures, da fenomeni naturali, e specialmente dal movimento delle fibre degli animali poste sul fuoco, dicevano di trarre pronostici per l’avvenire.

[61] Rub. XL. — Aen., X, 276-476.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2006