Guido da Pisa

 

I fatti di Enea

 

 

 

Edizione di riferimento

Guido da Pisa, I Fatti d’Enea, con prefazione, introduzione e note del prof. FRANCESCO FOFFANO, G. C. Sansoni in Firenze Editore, 1900,

Rubrica I [1]. — Come Enea si partí di Troia.

Poiché Troia fu presa da’ Greci ed arsa, regnante Latino in Italia, Enea col padre e col figliuolo, col Palladio [2] e cogli altri Iddii di Troia, e con moltitudine di Troiani, con venti navi entrò in mare essendo rimasi a Troia la moglie morta; e mettendosi cosí alla ventura, per trovare luogo dove fare potesse muove città, sostenne in mare molti e diversi [3] pericoli. E ’l primo viaggio che fece capitò nel regno di Tracia, e smontato che fu in terra, andandosi con certa sua compagnia a trastullo per una selva, dove avea molti albori di mortella, Enea divellendo una verga, della rottura uscí sangue. Vedendo ciò Enea fu ripieno di molto stupore e tremore, e maravigliandosi del sangue ch’era uscito di quella verga, volle provare l’altre verghe, se rompendole, gittassero sangue. Ed ecco, rompendone un’altra, simigliantemente gittò sangue. Pigliò la terza, e poi che a grande fatica l’ebbe divelta, ed eccoti una voce uscire delle radici ch’erano rimase sotterra, dicendo: « Perché laceri lo misero? O Enea, abbi pietá del misero che è qui sotterrato; guárdati, o Enea, di non iscellerare [4] le tue pietose [5] mani. Ohimé! fratel mio, fuggi le terre crudeli, fuggi l’avara contrada; io sono il tuo consorto [6] Polidoro, lo quale fui qui ucciso e qui sotterrato ». Questi che parlò a Enea nella mortella, fu lo minore figliuolo del re Priamo, lo quale brevemente in questo modo fu morto.

Rubrica II [7]. — Della morte di Polidoro.

Essendo lo re Priamo, come di sopra ii detto, assediato da’ Greci, e temendo di perdere la cittade, con moltitudine di tesauri mandò Polidoro, suo minore figliuolo, allo re di Tracia ch’era molto suo amico, o avea nome Polinestore, pregandolo, come amico, per sue lettere, che ’l fanciullo per suo amore avesse molto caro, e che avesse sollicita cura di lui; e se avvenisse che Troia si perdesse [8], che li detti tesauri dovesse assegnare [9] al fanciullo, quando fosse grande, acciò che con essi potesse riconquistare lo regno, o vero altro regno acquistare. Ma il traditore Polinestore, sí tosto come ebbe novelle che Troia era presa, e Priamo era morto, affamato dell’oro [10], che appo lui lo detto Priamo avea riposto, uccise Polidoro. E di ciò fa menzione Dante, nel vigesimo canto della sua Commedia [11], ove, biasimando l’avarizia, pone sette storie di sette antichi avari. Lo primo fue Pigmalione, fratello della reina Didone, il quale per avarizia uccise il suo cognato Sicheo; lo secondo fu lo re Mida, il quale domandò al suo iddio Bacco, che ciò che toccasse diventasse oro; lo terzo fa Acham, il quale contro al comandamento di Dio e di Josuè furò della preda di Jerico; lo quarto fa Anania marito di Safira, i quali vollero ingannare san Piero; lo quinto fu Eliodoro, lo quale fu mandato a spogliare il tempio di Salomone; lo sesto fu questo Polinestore, lo quale uccise, com’è detto, Polidoro; lo settimo fu Crasso romano, al quale i Parti misero in gola l’oro colato. Ed ecco li ritimi [12] suoi ne’ quali induce Ugo Ciapetta [13] (del quale è uscita questa casa di Francia ch’è oggi) contra l’avarizia, in questa forma gridando:

«Noi ripetiam Pigmalïone allotta,

Cui traditore e ladro e patricida

Fece la voglia sua dell’oro ghiotta;

E la miseria dell’avaro Mida,

Che seguì alla sua domanda ingorda,

Per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acham ciascun poi si ricorda,

Come furò le spoglie, sì che l’ira

Di Josué qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Safira;

Lodiamo i calci ch’ebbe Eliodoro;

Ed in infamia tutto ’l monte gira

Polinestor ch’ancise Polidoro;

Ultimamente ci si grida: Crasso,

Dicci, che ’l sai, di che sapore è l’oro?»

In questa storia si contiene alcuna favola: che le mortelle gittassero sangue, e del sangue uscisse voce, questo è favola. Ma Virgilio, che questo scrive nel terzo dell’Eneide, pone in figura, del tradimento e delta tirannia e dell’avarizia del detto Polinestore, che, bene che ’l detto Polinestore occultamento uccidesse Polidoro, pure la sua morte fu manifesta. E questa fu la voce che uscì della mortella.

Udendo Enea la crudeltà di Polinestore, che avea fatta al consorto, incontanente si partí. E nota tu che leggi, che tutte le storie d’Enea, che sono scritte in questo libro infino alla morte di Turno, sono estratte dall’Eneide di Virgilio.

Rubrica III. — Come Enea capitò nell’isola di Delfo [14].

Partendosi di Tracia Enea, dirizzò le sue vele verso l’isola di Delfo, per domandare consiglio ad Apolline in qual parte del mondo si dovesse posare. E giunto là, trovò che nella detta isola regnava un grande amico del padre, ch’aivea nome Anio, lo quale era re e sacerdote; dove, poiché onoratamente furono ricevuti, fatto dinanzi ad Apolline solenne sacrificio, Enea e ’l padre domandarono in qual parte del mondo si dovessero posare e nuova città edificare. Allora tutta la montagna, dov’era il tempio, cominciò a tremare, e della spelonca ov’era Apolline uscì una voce, che rispose in questa forma: « O Troiani, quella terra [15], onde vennero i vostri antichi, lietamente vi riceverà, e però andate cercando la vostra antica madre: qui si è la casa d’Enea, la quale signoreggierà tutto il mondo ». Ristata la voce dello Iddio, i Troiani cominciarono a ragionare tra loro, quale fosse l’antica loro madre. Allora Anchise, volgendosi ad Enea, disse: «Questa nostra antica madre è l’isola di Creta, della quale venne Dardano, figliuolo di Giove, con Elettra a edificare Troia; là n’andiamo, ch’ella è terra molto grassa, ed ha cento città, murate ». Ma Apolline non diceva di Creta, anzi dicea d’Italia, nella quale abitò lo detto Dardano e Teucro, marito di Elettra. E in questo modo, non intendendo bene la risposta d’Apolline, partironsi di Delfo e vennero in Creta.

Rubrica IV.  — Come Enea si partí di Delfo e andò in Creta.

Giunto che fu Enea col suo navilio in Creta, preso ch’ebbe terra, e, volendo fare una nuova città secondo la intenzione Ilio ebbe dalla risposta d’Apolline, una notte, dormendo, gli Dii di Troia, che portava seco, gli apparvero in visione [16], dicendogli: Che incontanente si dovesse partire di Creta e dirizzare le sue vele verso Italia, e soggiunsero: « Quella è la vostra antica madre, terra potente d’arme, e grassa di tutti i beni che la terra mena; nella quale terra li vostri discendenti signoreggeranno tutte le genti del mondo ». Svegliato che fu Enea, e rivelata questa visione al padre Anchise, gli disse « Figliuolo, ora mi ricordo di quello che spesse fiate Cassandra, figliuola di Priamo, mi solea profetare. E mi dicea: Io veggio la tua famiglia andare in Italia; e però, figliuolo, da che cosí piace agli Iddii, andiamne là ». Allora, fatte le vele, si partirono di Creta, o capitarono all’isole che si chiamano Strofade.

Rubrica V. — Come Enea si partí di Creta

e andonne all’isole dette Strofade.

Fatte le vele, li Troiani si partirono di Creta; e navicando per lo mare di Grecia, dopo molta tompestade che sostennero, capitarono alle Strofade. Ivi presero terra e videro armenti di buoi e di capre senza niuna custodia umana. Enea, quando vide il bestiame senza guardia, fece fare una caccia; e presi ch’ebbero de’ buoi e delle capre, fece fare un grande fuoco, e arrostilli per dare mangiare a tutta la moltitudine ch’era nelle navi. Cotta che fu la cacciagione, Enea fece porro tutta sua gente a mangiare in un prato; ed ecco, come li Troiani mangiavano, della montagna ch’aveano sopra capo, scesero l’Arpie (che sono uccelli co’ volti virginei, col corpo molto piumato, e con gli artigli molto auzzati), secondo ch’abbiamo già detto nella terza fatica d’Ercole, e volando loro sopra capo, del gran puzzo che usciva loro di corpo bruttarono le mense, e li cibi rapirono. Allora li Troiani presero l’arme e con forza d’arme le cacciarono infino nella selva, ond’erano venute. Cacciate l’Arpie, una di loro, stando in su uno albero, in questa forma, cominciò a parlare a’ Troiani: « Voi, Troiani, in luogo di battaglia, avete uccisi i buoi e i giovenchi di questa contrada, e a noi nel nostro regno avete fatta ingiuria; e però ne’ vostri animi riponete li miei detti, i quali l’onnipotente padre Apollo m’ha rivelati: voi andate ratío Italia [17], ma innanzi che voi la troviate, proverete la potenza, de’ venti, poi entrerete in Italia, e saravvi licito di pigliare porto, ma innanzi che voi muriate la città che v’ò conceduta di fare, avrete sì grande e sì crudel fame, che le mense, per rabbia di fame, mangerete ». Udendo questo Anchise, gittossi ginocchioni in terra in sulla ripa del mare, pregando gl’Iddii che quelle minacce e quel futuro pericolo togliessero via, e che placidamente gli servassero, e a porto di salute pervenire li facessero. Di questo crudele annunzio fa menzione Dante nel torzodecimo canto della prima Cantica della sua Commedia, là ove poetizza quel bosco, nel quale sono dannati gli uomini disperati [18], così dicendo:

« Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

Che cacciâr delle Strofade i Troiani

Con tristo anunnzio di futuro danno ».

Fatta ch’ebbe Anchise la soprascritta orazione, misonsi in mare, e partiti delle dette Strofade, pervennero in Epiro.

Rubrica VI. — Come Enea venne in Epiro, ove regnava

Eleno figliuolo di Priamo.

Partitisi i Trojani dalle Strofade, dopo molto circuito di mare, pervennero in Epiro, nel quale regno trovarono regnare Eleno, figliuolo di Priamo. Lo quale regno gli ora venuto alle mani per Andromaca sua moglie qua addietro [19] moglie di Ettore; la quale, presa Troia, avea presa per moglie Pirro, figliuolo di Achille, secondo che scrive sant’Isidoro nel quartodecimo libro dell’Etimologie. Quest’Andromaca, a volere ben intendere lo fatto, fu moglie d’Ettore, figliuolo primogenito di Priamo; la quale Andromaca, Pirro figliuolo d’Achille, presa che fu Troia, prese per moglie, bene ch’avesse per moglie Ermione, figliuola del re’ Menelao e della reina Elena. Ma, poiché il detto Pirro, per operazione d’Oreste, figliuolo del re Agamennone, a tradimento fu morto, la detta Andromaca nelle cui mani rimase lo governamento del regno, prese per marito lo detto Eleno, fratello carnale [20] d’Ettore, suo primo marito. E in questo modo il detto Eleno regnava in Epiro. Al quale pervenuto Enea colla sua gente, sí tosto come Andromaca il vide, uscío tutta di sé, e come tramortita cadde in terra; ma poi che fu alquanto ritornata in sé, disse ad Enea: « O figliuolo della Dea Venere, vivi tu o se’ morto? e se la tua chiara anima è partita del corpo, Ettore mio dov’è? » Questo disse, ché come Enea ed Ettore erano consorti, cosí in tutte le cose erano stati stretti compagni. Alla quale Enea con volto malinconoso rispose: « Dolce mia cognata, io sono vivo e non morto, bene che la vita a grandi e molti pericoli meni ». Ma poi che l’uno l’altro parentevolmente ebbe consolato, Enea domandò Eleno (perché avea spirito di profezia) del suo cammino. Alla quale domanda Eleno, fatto in prima solenne sacrificio, cosí rispose: « Io so che tu vai cercando d’entrare in Italia; ma innanzi che tu v’entri o nuova città, secondo il tuo desiderio, possa fondare, molti pericoli sosterravvi: li venti ti gitteranno ora in qua ora in là, sí che tu vedrai la Cicilia, e l’Affrica, e le contrade di Circe: ma quando tu sarai giunto in quello parti, ove t’è riposo servato [21], dopo molte fatiche avrai riposo e quiete. Allora tieni a mente quello che io ti dico: tu entrerai su per uno fiume, in sulla ripa del quale, da mano ritta, troverai una troia bianca giacere con trenta porcellini bianchi sotto le querce. Quivi t’ è conceduto di fare la cittade, quivi t’aspetta di riposare delle tue universe fatiche, quivi lo tuo sangue si farà sentire da tutte le genti del mondo; e delle minacce, che ti furono fatte nelle Strofade, non dubitare; ché coll’aiuto d’Apolline della detta fame tu camperai ». Confortato Enea di queste parole, fece vela, e misesi in mare, e partendosi d’ Epiro, capitò in Cicilia.

Rubrica VII. [22]  — Come Enea capitò in Cicilia,

ove sotterrò Anchise suo padre.

Confortato Enea della risposta d’Eleno, partissi d’Epiro e dopo alcuno circuito di mare capitò in Cicilia, in quella parte dov’è oggi Trapani. Quivi finì Anchise la sua lunga etade. Morto Anchise, Enea dopo molto pianto e grande corrotto [23] che fece elli e tutti quanti i Troiani, con tutto[24] onore e con tutta magnifica grandezza nelle dette parti di Trapani lo sotterrò. Che Anchise morisse in Cicilia afferma Dante nel decimonono canto della terza Cantica della sua Commedia, ove parla dell’avarizia e della viltà di Federigo[25], ch’è oggi re di Cicilia, dicendo:

Vedrassi l’avarizia e la viltate

Di quel che guarda l’ isola del foco,

Dove Anchise finì la lunga etate »

Indi si partí, e volendo venire in Italia, per venti contrari capitò in Affrica.

Rubrica VIII. [26] — Conte Enea capitò in Affrica.

e come fu edificata Cartagine.

Messo che si fu Enea in mare per venire in Italia, per venti contrari, li quali spartirono le sue navi, dopo molte tempeste e molte fatiche, pervenne in Affrica, cioè in quelle parti, dove allora si facea la grande città di Cartagine. Ma imperciò che giunti siamo a Cartagine, tratteremo brievemente del principio della detta città, secondo che pone Virgilio nel primo dell’Eneide.

Nello parti d’Oriente [27] fu uno re, lo quale ebbe nome Belo. Non fu questo Belo il suocero di Semiramide, ma fu un altro Belo, figliuolo del re Agenore. Questo Belo, di cui noi ragioniamo ora, ebbe un figliuolo maschio, lo quale ebbe nome Pigmalione, ed una femmina che ebbe nome Didone. Al figliuolo maschio diede lo regno, e la femmina maritò a Sicheo re di Tiro, lo quale Sicheo era molto ricchissimo ed avea grandissimi tesauri, de’ quali tesauri poiché notizia e fama ne venne agli orecchi di Pigmalione, incominciò ad averne gran fame: e sotto spezie di venire a visitare la sirocchia [28] e ’l cognato, lo ladro, traditore e patricida entrò nel regno di Tiro. E standosi un dí in uno tempio col cognato a solo a solo, dinanzi all’altare iniquamente e crudelmente l’uccise, in modo che non fu veduto. E questo fece con intenzione di usurpare il regno di Tiro e tutti li tesauri del detto regno, e di mettere in prigione la sirocchia; ma la notte vegnente Sicheo apparve in visione alla moglie in questa forma: ch’ a lei pareva essere nel tempio dinanzi all’altare; al quale altare Sicheo col volto smorto s’apriva il petto dinanzi e mostravale le crudeli ferite che Pigmalione gli avea date. Poi le parea che Sicheo le dicesse: « Vedi che m’ ha fatto lo tuo fratello Pigmalione! questo m’ha fatto per possedere lo regno mio e li miei tesauri, e per mettere te in prigione, ovvero per ucciderti; e perciò, cara mia sposa, fuggi e vatti via; ma quello che no puoi portare, non lasciare in mano del tuo fratello: nel porto sono molte navi, le quali, come tu sai sono vonute per fare carico di grano; ponvi suso i tesauri del mio palagio, e in cotal luogo cava, e troverai grandissimo tesauro d’oro e d’argento. Di tutti questi tesauri, che che tu no puoi portare, fa’ mettere in sulle navi, e bene accompagnata di buona gente, e spezialmente di maestri di tutte arti, mettiti alla ventura e vatti via. Ma innanzi che tu ti parta, piglia il corpo mio, ch’ è in cotale luogo nascosto, e fanne cenere, e portala teco, o là dove tu vai, sí la sotterra ». Allora Didone, secondo il comandamento che ricevette da Sicheo, caricate le navi di tesauri e d’uomini, col corpo del suo marito incenerato, si mise alla ventura per mare. E capitata alla ripa d’Affrica, la quale per altro nome s’appella Libia, e volendo pigliare terra per fare nuova città, lo re Jarba, che regnava in quel tempo in Libia, vedendo tanta gente, quanta capitata gli era a casa, dubitando che fellonescamente non vi fossero venuti, per punta d’arme contraddisse [29] loro lo scendere. Allora la reina per suoi ambasciadori gli fece assapere ch’ella non era venuta per fare novitá alcuna nel suo regno, ma perché i venti l’aveano quivi condotta: quando a lui piacesse, si volea riposare in terra. Alla quale domanda non volendo lo re in veruno modo acconsentire, la reina gli fece domandare che gli piacesse almeno di venderle tanto terreno quanto uno cuoio di bue potesse intorniare, ovvero circondare. Allora lo re Jarba, pensando che così poco terreno né a lui era gran danno, né a lei grande agio [30], non immaginando la malizia che Didone avea pensata, vendettele in sulla ripa del mare, alquanto infra terra, tanta terra quant’ella domandò. E presa la pecunia da lei della detta vendita, andossi via.

Partito Jarba, Didone ascese in terra con tutta la sua gente, e prese ch’ebbe un cuoio d’uno grande bue, lo pelo del detto cuoio fece filare, e del cuoio fece corregge tanto sottili quanto più poté, e congiunto il filo colle corregge, lo distese a tondo per terra, e quanto questo filo circondò e abbracciò, tanto prese la grandezza della città ch’ella, volea fare; e acciò che Jarba nolla impedisse, in fretta fece fare li grandi fossi e uno forte isteccato, con molte bertesche [31], dentro dal quale la reina si rinchiuse con tutta la sua gente. Jarba, come gli venne agli orecchi quello che la reina avea fatto, incontanente montò a cavallo, e con grande moltitudine di gente la venne ad assediare. La reina sentendo venire Jarba, potentemente s’apparecchiò a difendere; ma considerando ch’ella non avrebbe potato durare a guerreggiare con lui, si brigò di parlargli. E con savio ed ornato parlare narrandogli lo fortune ch’avea corso, pregollo che gli piacesse di non impedirla. Jarba, udendo lo suo ornato e savio parlare, e vedendo la sua inestimabile bellezza, disse ch’era contento ch’ella facesse la cittade e abitasse nel regno suo a tutto suo piacere, là dov’ella fosse contenta d’essere sua moglie. Didone, considerando che se questo gli disdiceva, era impedimento del suo proponimento ch’avea di fare la città, e che, se al suo volere consentisse, rompea fede alla cenere di Sicheo, al quale avea promesso di mai non conoscere più uomo, a ingegno [32] gli rispose ch’ella era contenta e acconcia [33] d’essere sua moglie, ma in prima volea fare la cittade, acciò che con gloriosa [34] dota ne potesse ire a marito. Jarba, ingannato di vana speranza consentí allo indugio, ed ella si diede a fare la città. Dice Virgilio che in mezzo di quel terreno, cho Didone prese per fare la città, era una molto bella selvetta, d’arbori molto folta. Quivi facendo cavare la reina per gittare la prima pietra del fondamento, fu trovato un capo di bue; e ciò vedendo uno sacerdote, ch’era molto alletterato, disse alla reina: « Qui non è buono fondare, imperciò che il bue che porta il giogo, significa che questa terra. « che tu vuogli fare, sarebbe sempre ad altrui soggiogata ». Allora la reina, di consiglio di quel sacerdote, fece cavare altrove, e quivi fu trovato un capo di cavallo. Veduto il sacerdote lo capo del cavallo. disse: « Qui è buono fondare, imperciò che, bene che ’l cavallo sia sottoposto all’uomo, pure egli è animale vigoroso e gagliardo e nobile e atto a battaglia, e com’egli è atto a guerra, cosí è atto a pace, ché spesse fiate si fa guerra per avere pace; onde sicuramente qui fonda, ché questa terra sarà vigorosa e gagliarda e nobile ed aspera sempre in guerra ». Allora la reina gittò la prima pietra, e fondò Cartagine. E ’l primo edificio che fece, fu uno tempio, lo qual fondò in mezzo di quella selva a nome [35] di Giunone; poi si stese a fare le mura della città con grandi torri e con alte porti [36], dentro alle quali mura fece grandissimi palagi e grandissimi edificii e molte grandi fortezze.

Rubrica IX [37]. — Come Enea capitò in Cartagine.

In questo tempo che Didone facea Cartagine, e la eletta terra era già quasi fatta, Enea partito che fu di Cicilia, poi ch’ebbe sostenuto molto fortune e smarrite dodici delle sue navi, capitò presso a Cartagine. Quivi, poi ch’ebbe preso terra, lasciò la sua gente a guardia, del figliuolo e delle navi, e con un solo compagno ch’avea nome Acate, se n’andò verso Cartagine. E perch’egli non s’assicurava nella terre altrui, acciò che impedimento non avesse, favoleggia qui Virgilio che Venere coperse loro due d’una sí fatta nebbia, ch’eglino, ne la nebbia, non erano veduti. E se questo fu vero, che invisibili entrassero in Cartagine, delle due cose fu l’una: ovvero che per operazione di spiriti andarono coperti, o eglino ebbero pietre preziose, le quali, portando in mano a carne ignuda, fanno l’uomo invisibile, se fede vogliamo dare a coloro che di ciò scrissero.

Entrando Enea in Cartagine, la prima cosa che fece, se n’andò al tempio; entrato che fu nel tempio, vide nelle volte e nelle mura d’intorno dipinta la guerra di Troia. E volgendosi ad Acate, con lagrime disse: « O Acate, qual contrada o qual regione è nel mondo, che non sia piena dello nostre fatiche? Ma sai che ti dico? Dacchè questa reina s’è dilettata di dipingere i fatti nostri, confòrtati, che io spero essere in luogo salvo venuto ». E andando lo suo animo pascendo di quelle dipinture, vide Troia e li Greci dintorno; vide li Troiani combattere coi Greci; vide Priamo, come ricomperava il corpo del suo figliuolo Ettore, con molt’oro, da’ Greci; vide Achille, come abbattea e tagliava i Troiani; vide lo re Ménnone colla sua gente nera, armata dintorno; vide la Pantesilea colle sue care donzelle armate a lune, tutta affocata in battaglia; e da l’uno de’ lati si vide sé stesso mescolato tra’ Greci. E com’egli stava tutto stupefatto e tutto intento a guardare, ecco la reina Didone con grandissima pompa e gloria venire al tempio, stipata intorno di grande compagnia di nobili giovani cavalieri e donzelli, Ed entrata che fu nel tempio si pose a sedere in su un’alta sedia. Quivi dava le leggi o gli statuti alle genti; quivi partiva le fatiche sí del murare e sí del guardare la cittade. E in questo che la reina stava nel tempio, le navi d’Enea smarrite giunsero al porto, ma quelli che stavano alla guardia del porto non lasciavano loro pigliare terra; anzi si procacciavano di saettare loro fuoco. Ciò vedendo uno Troiano, ch’ava nome Ilioneo, ch’era con alquanti già sceso in terra, a gran corsa si mise a correre alla cittade, andando tutti gridando misericordia; e udendo che la reina era, nel tempio, con queste grida n’andarono dinanzi da lei; o poi che tutto il tempio ebbero pieno di grida, gridando misericordia, la reina distese la verga dell’oro ch’avea in mano, facendo cenno che dovessero tacere.

Rubrica X [38]. — Diceria d’Ilioneo alla reina Didone

Allora Ilioneo, con ornato e piacevole parlare, cosí incominciò a dire: « O gloriosa reina, alla quale Iddio del cielo ha conceduto di fare questa nobile e alta cittade, e a cui la giustizia divina ha dato di tenere a freno le genti superbe, noi miseri Troiani, li quali siamo stati gittati da’ venti per diversi mari, ti preghiamo che tu comandi che ’l nostro navilio non sia arso. Abbi pietade, o reina, della schiatta troiana, e pietosamente ragguarda le nostre fatiche; noi non siamo venuti qui a depopolare con ferro queste contrade, né per levare preda alle nostre navi; non regna certo tanta superbia, né tanto ardire negli uomini sconfitti o vinti. Noi eravamo partiti di Troia per venire in una contrada che si chiama Italia, terra antica e potente d’arme e grassa di buono terreno; ma per contrari ed avversi venti, molti mari abbiamo corsi, e del nostro navilio molto perduto: e, sopra tutto questo, abbiamo perduto lo nostro signore, lo re Enea, il quale era lo più pietoso signore e lo più giusto, e ’l migliore uomo d’arme che fosse nel mondo. Lo quale, s’egli avviene che li fati l’abbiano servato in vita, e non sia morto ancora, te ne potrà rendere grande e buono cambio, se tu hai pietà di noi. Piacciati adunque, o reina, che a noi sia licito di mettere lo nostro navilio nel porto, e di racconciare le navi, le quali sono tutte conquassate e rotte dalli venti e da’ marosi, acciò che, rifatto il navilio, se ventura ci concede arritrovare [39] il nostro signore, o possiamo andare in Italia, o almeno, s’egli è pur morto, possiamo tornare in Cicilia al re Aceste, ch’è di nostro lignaggio». Fatto che ebbe Ilioneo fine al suo parlare, la reina, con volto dipinto di tutta pietade e onestade, cosí rispose:

Rubrica XI [40]. — La risposta della reina Didone

a Ilioneo troiano.

« Rimovete da’ vostri cuori, o Troiani, ogni paura; la novità [41] del mio regno e la dura gente ch’i’ ho d’intorno, mi costringe a fare la gran guardia che voi vedete: non è mia intenzione di fare guardia di voi, come di gente strana e non conosciuta: chi è quegli che non conosca Troia e la gente troiana? chi è quegli alli cui orecchi non sieno venute le virtù de’ Troiani e gl’incendi di tanta guerra, quanta è stata quella di Troia? E però che delle vostre virtudi io sono informata, pigliate porto e racconciate le navi, e poi che le navi saranno racconciate, o che vogliate in Italia andare, ovvero in Cicilia tornare, sani e salvi vi lascerò andare, e coi miei beni vi vorrò aiutare; e se meco in questo regno vorrete stare, la cittè ch’io fo è vostra. E nulla dai Troiani ai Cartaginesi differenza sarà: cosí volesse Iddio che qui con esso voi fosse lo vostro re Enea! Ma io farò per tutta la marina cercare, e per tutto il regno investigare [42], se trovare si potesse, ché a lui e a voi ogni umanitade intendo d’amministrare». Mentre che Ilioneo parlò alla reina Didone, e la reina rispose, Enea si stava da parte con Acate, velati di nebbia, com’è detto di sopra, e vedendo e udendo ciò che vi si fece e vi si disse, non erano veduti: ma poi che ebbe inteso la graziosa e umana risposta della reina, già disiderava che la nebbia si partisse per andarle dinanzi. Ed ecco, secondo il disiderio che aveva conceputo, Venere tirò a sé la nebbia, ed egli col compagno rimase scoperto. Sí tosto come fu egli visibile rifatto, gittossi dinanzi alla reina, dicendo: «Ecco colui che andate caendo [43], Enea troiano scampato dall’onde del mare». Poi dirizzò il suo dire in verso la reina, in questa forma parlando.

Rubrica XII [44]. — La diceria di Enea alla reina Didone.

«O sola che hai avuto pietade delle nostre fatiche e di Troia, benignamente ricevendo le reliquie dei Troiani scampati delle mani de’ Greci, a renderti degne grazie e degni guiderdoni non siamo possibili. O reina Didone, eziandio se tutti i Troiani, che sono dispersi per lo mondo, si raunassero insieme, non ti potrebbero ringraziare; ma gli Dii del cielo che pongono mente quaggiù alle cose pietose [45], o la tua coscienza netta ti ringrazino e premi condegni ti rendano. Quanto tempo correranno i fiumi per terra, e quanto tempo risplenderanno le stelle in cielo, tanto tempo l’onore tuo e le laude tue dureranno insieme col nome». Poiché Enea in questa forma ebbe parlato a Didone, colla mano ritta prese Ilioneo, e colla manca prese un altro Troiano, che avea nome Seresto. Didone, udito che ebbe Enea, stupefatta tutta sí della bellezza d’Enea, sí del suo bello e ornato parlare, sí eziandio de’ suoi infortunati casi, cosí incominciò lo suo dire: «Che caso o che fortuna per tanti pericoli ti perseguitano, o figliuolo della Dea? E che violenza con sí crudeli afflizioni ti percuote? Se’ tu quell’Enea, lo quale la dea Venere ingenerò d’Anchise troiano? Le tue condizioni e li tuoi fatti, sí di te e sí del tuo padre, sí eziandio della tua terra io seppi e conobbi già fa grande tempo, infino allora ch’un vostro cittadino, ch’ebbe nome Teucro; lo quale, essendo cacciato di Troia, ed essendo capitato allo re Belo mio padre, nel tempo ch’egli era a oste [46] nel regno di Cipri, tutto dì ci novellava de’ fatti de’ Greci e de’ Troiani. Per la qual cosa arditamente nel mio regno potete abitare; ché io, c’ho a provato li colpi della fortuna, ho impreso a soccorrere agli nomini infortunati». E detto questo, si levò da sedere, e preso che l’ebbe per mano, sí lo menò seco al palagio. Tornata la reina Didone a casa, mandò allo navi di Enea venti vitelle e cento castroni e cento schiene di porci, con molto pane e con molto vino, e fece splendidamente apparecchiare le tavole in una bellissima sala, tutta fasciata di porpora e di drappi d’oro, per mangiare con Enea. Ma bene che Enea da Didone con tanta gloria graziosamente fosse ricevuto, tanta era la cura della sua gente che aveva lasciata alle navi, e ’l dolce amore che portava al figliuolo, che la sua mente non trovava riposo. Per la qual cosa comandò ad Acate che andasse ad Ascanio, e che gli rivelasse l’onore, che aveva ricevuto dalla Reina, e che senza dimoro [47] lo menasse a Cartagine. Ancora gli comandò che recasse seco, per donare alla Reina, cinque preziosi doni e molto bellissimi, i quali avea recati seco da Troia. Lo primo fu un vestimento, tutto fatto ad oro, il quale si chiama palla; lo secondo fu un mantello tondo tutto fatto a fiori, i quale si chiama circumtesto [48], ch’era stato della reina Elena, e chiamalo Virgilio, mirabile dono; lo terzo fu una verga d’oro molto preziosamente adornata; lo quarto fu un ornamento che si chiama monile, ornato di preziose margherite, che pende dal collo dinanzi dal petto. Questi due doni, cioè la verga e ’l monile erano stati della figliuola maggiore dello re Priamo. Lo quinto dono fa una corona d’oro, piena di gemme preziose. In questo che Acate andò per Ascanio e per questi cinque presenti, favoleggia Virgilio che Venere Dea dell’amore in questa forma parlò a Cupidine suo figliuolo: «Figliuolo mio, ché tu solo se’ la mia forza e la mia grande potenza, al tuo refugio vegno, e umilmente la tua potenza adimando che la reina Didone verso lo tuo fratello Enea infiammi d’amore; e acciò che quello ch’io voglio, vegna primamente ad effetto, tieni lo modo ch’io ti pongo in mano. Ascanio per comandamento del padre si muove ora dalle navi per andare a Cartagine: io lo voglio pigliare, e con dolce sopore nelle mie braccia lo farò adormentare; e cosí tutta questa notte lo farò riposare. Tu piglia le fattezze e l’abito del suo volto, e in forma di lui pienamente trasformato vanne colli detti presenti dinanzi a Didone; e quando tu sarai giunto alla sua mensa reale, ed ella lietamente t’avrà ricevuto, abbracciandoti e dolcemente baciandoti, fa’ che tu le spiri nel petto un occulto e dolce fuoco di amore ». Ai quali comandamenti Cupidine, trasformato in forma di Ascanio, se n’andò alla reina Didone. La Reina era a tavola e cenava con Enea, e quando vide il garzone, che pareva che avesse faccia divina, e udí le sue parole composte, che parevano non di fanciullo, tanto s’invaghí di lui e tanto le piacque, che li suoi occhi non poteano saziarsi di mirarlo, né la sua mente d’udirlo. E levate le mense, prese il garzone e recollosi in collo, e fece venire dinanzi da sé sonatori e cantatori, e facendo sonare e cantare, tenea Cupidine in grembo, credendo che fosse Ascanio figliuolo d’Enea. Ed arrecandosi la gota di lui alla sua gota, Cupidine la infiammò d’uno infiammato amore verso d’Enea, facendole in prima dimenticare l’amore che aveva portato a Sicheo. Questa trasformazione di Cupidine in Ascanio non importa [49] altro se non che la reina Didone si infiammò d’amore di Enea; onde Virgilio per abbellire questo amore favoleggia che Venere, la quale secondo l’errore dei Pagani era tenuta la dea dell’amore, mandasse Cupidine in forma d’Ascanio a sedere in grembo a Didone. E di questo dice Dante nell’ottavo canto della terza Cantica della sua Commedia:

«Solea creder lo mondo in suo periclo

Che la bella Ciprigna il folle [50] amore

Raggiasse [51], volta nel terzo epiciclo [52];

Perché non pure a lei faceano onore

Di sacrificio e di votivo grido [53]

Le genti antiche nello antico errore,

Ma Dïone onoravano e cupido,

Quella per madre sua, questo per figlio,

E dicean ch’ ei sedette in grembo a Dido ».

Infiammata Didone verso Enea d’amore, fatto fine al sonare e al cantare, disse ad Enea: « L’edificazione di Troia, la sua grandezza e li suoi gran fatti, le guerre fatte e ricevute [54], le grandi battaglie e ’l lungo assedio ch’avete sostenuto, tutto ho saputo; ma in che modo Troia per inganno e per malizia de’ Greci si perdesse, questo  non ho anche bene udito; e però fàtti dall’un capo [55], e per ordine vieni dicendo come e in che modo voi perdeste la terra ». Fatto che ebbe fine la reina al suo dire, tutta la gente tenne silenzio; ed Enea, sedendo in alto, in questa forma cominciò a dire e a narrare la infortunata e dolorosa presa di Troia:

Rubrica XIII [56]. — Come e in che modo fu presa

la città di Troia.

« Tu mi comandi, o reina, ch’io rinnovelli disperato dolore che ’l cuore mi preme: come e in che modo la grandezza di Troia e lo lamentabile [57] regno delli Troiani li Greci gittassero a terra. Ma chi è quegli che, di queste cose parlando, delle lagrime temperare si potesse, non che io che colli miei occhi tutte le vidi! E già la notte c’invita a dormire; ma da poi che tanto ardore hai di sapere le nostre sciagure e d’udire l’ultime nostre fatiche, avvegnaché l’animo mio ricordandosi di ciò si conturbi, io comincierò da che a te piace [58]. Essendo li duci de’ Greci fiaccati e stracchi per la lunga guerra, volendo tornare a casa, e da’ fati essendo impediti, fecero fare un grandissimo dificio di legname, al quale posero nome cavallo di Pallade. Nel quale cavallo misero eletti e rubesti [59] cavalieri armati, con alquanta vittovaglia, e mostraro, infingendosi, che questo cavallo avieno fatto a riverenzia di Pallade, per pacificarla del « fraudolente furto, ch’avieno fatto, cavando il palladio del suo tempio della rôcca di Troia; ed eziandio perch’ella désse loro prosperosi venti a tornare allo loro magioni. Fatto questo, dissero di partirsi da Troia, e andarono, e puosorsi in aguato dopo un’isoletta ch’è dirimpetto a Troia, la quale si chiama Tenedo. Noi Troiani, credendo ch’eglino fossero veramente partiti, aprimmo le porte, e andando vedendo li campi e li luoghi ov’erano stati li Greci, vedemmo il dificio di quello mortal cavallo, che parea pur una montagna. Allora un nostro troiano, ch’aveva nome Timete, ovvero a inganno, ovvero che cosí i fati volessero, disse che gli parea che questo cavallo fosse messo e collocato nella rôcca di Troia. Ma un altro troiano, ch’avea nome Capi, lo quale poi fondò la città di Capua, pensando più sanamente, rispose: Signori Troiani, a me pare che di questo cavallo noi tegnamo una di queste tre vie, ovvero di gettarlo in mare, ovvero di cacciarvi fuoco entro, ovvero di pertugiarlo e sapere che v’è. A queste parole il popolo, che di sua natura non ha alcuna fermezza, si divise in contrarie volontadi, volendo pure che ’l detto cavallo, ch’era fatto contra di loro, fosse messo dentro da Troia. Ciò vedendo uno valente e ardito troiano, che avea nome Laocoonte, incominciò a gridare: O miseri cittadini, che pazzia è questa? Credete voi che li nemici se ne sieno andati? O credete che questo dono ch’elli ci hanno lasciato, sia sanza inganno? Non conoscete voi gl’inganni e le malizie di Ulisse? O in questo legno sono appiattati li Greci, o egli è fatto per combattere le mura di Troia. Credetemi, credetemi, Troiani, questo cavallo non è sanza inganno; a qualunque fine sia fatto, io ne pur temo. E detto questo, percosse fortemente quel cavallo ne’ fianchi coll’asta della lancia ch’avea in mano, al qual colpo risonò quel dificio come cosa vota. In quello che Laocoonte cosí parlava al popolo, ecco i pastori del Re menavano prigione un Greco colle mani legate, al quale trasse tutta la gente. E com’egli fu giunto nel mezzo del popolo, con dolorosa voce e con ingannevoli parole e con lagrime fittive incominciò a dire: Oimè dolente, qual terra o qual mare oggi mai mi riceverà? Delle mani dei Greci era campato, ed ora sono venuto a mano de’ Troiani nimici de’ Greci!

Alle cui lagrime, alle cui parole lo re Priamo, a pietà commosso, lo domandò onde fosse e chi fosse. E quegli: Signor mio re, in ti dirò la pura verità di ciò che tu mi domanderai. Io sono della gente de’ Greci, che sono stati ad oste a questa terra, e sono per la mia fortuna Sinone, parente di Palamede, lo quale fa a gran torto morto per li falsi e dolosi [60] ordinamenti d’Ulisse. Dopo la qual morte io non vissi mai sicuro; imperò che Ulisse, dubitando che io non vendicassi la morte di Palamede, la quale io sempre avea in cuore, sempre andò cercando com’io fossi morto; e questo certo gli venia fatto, s’io non fossi fuggito delle loro mani. Allora Priamo e tutti noi altri, avendo grande ardore di sapere degl’inganni d’Ulisse, non guardandoci né avveggendoci degl’inganni di questo Sinone, démmogli sicurtà che pienamente dicesse ciò che volesse sanza alcuna paura. E quegli, più assicurato, cosí proseguitò il suo dire: Spesse fiate li duci de’ Greci si vollero partire dall’assedio di questa terra, ma erano impediti da’ fati, avendo tuttavia venti contrari a’ loro cammini; per la qual cosa mandammo Euripilo nell’ isola di Delfo ad Apolline, per sapere da lui in che modo e come noi ci dovessimo partire da Troia. Apolline rispose ad Euripilo: Con sangue virgineo [61] pacificaste li venti, o Greci, quando veniste a Troia: con sangue ora vi brigate di cercare la vostra tornata; fate che a’ venti sagrifichiate un’anima greca. La qual risposta poi che pervenne agli orecchi del popolo, ciascuno fu pieno di paura e di spavento che la sorte non toccasse a lui. Allora Calcante sacerdote, alle grida d’Ulisse che lo sforzò di dire quale anima era da sacrificare, rispose: Che Apollo voleva che si sagrificasse una santa anima: ed egli non conoscea in tutto il popolo de’ Greci piú santa anima che la mia. Allora a grido di popolo fui preso e legato e messo in prigione: ma, come piacque a Dio, innanzi che venisse l’ora del sacrifizio, ruppi li legami e fuggii della prigione; ed ora m’ è tolta ogni speranza di tornarmi a casa a rivedere gli miei dolci figliuoli e ’l mio venerabile padre, lo quale forse li Greci sagrificheranno in mio scambio. Per la qual cosa ti priego, o re Priamo, per li Dii di sopra e per quella divinità che conosce se io dico vero, che abbi pietade delle mie grandi fatiche. A queste lagrime e a queste fittive parole tutti si piegano a misericordia in verso di lui; e Priamo prima comandò che fosse sciolto, e cosí amichevolmente gli rispose. Chiunque tu se’, dimentica la tua gente, e staràti qui come uno di noi; e pregoti che mi manifesti la verità di quello che ti domanderò. A che e perché questo difizio di questo cavallo fecero li Greci? Chi ne fu maestro? E che religione [62] ha in sé? E che vuol dire questo fatto?

Rubrica XIV [63]. — Come Sinone greco rispose al re Priamo.

Allora Sinone, come uomo pieno d’inganno, levò le mani al cielo, e in questa forma gli rispose: O voi, eterni fuochi, cioè sole e luna; e voi, altari, sopra li quali si fanno li sacrifici degli Dii; e voi, crudeli spade, le quali i’ ho fuggite, chiamo; e priego che mi sia licito, e non mi torni a peccato, di rivelare e di manifestare li secreti consigli e li sagrati fatti de’ Greci. Tutta la speranza de’ Greci e la fiducia della guerra che presero contra di voi, stette sempre nell’aiuto e nello appoggio di Pallade; ma poi che Diomede e Ulisse coi loro inganni e colle loro malizie cavarono lo Palladio del santo tempio della rocca di Troia, la speranza e la potenzia de’ Greci incominciò a venir meno. E di ciò ne mostrò lo eletto Palladio assai manifesti segni; ché, sí tosto com’egli fu recato nel nostro campo, incominciò fortemente a sudare. Allora Calcante sacerdote disse a’ Greci che Pallade era crucciata contra di loro, e mai non potrebbero con salute tornare a casa, se la detta Dea non fosse in prima riconciliata da loro. Per la qual cosa li Greci, con consiglio del detto Calcante, fecero fare questo mirabile cavallo a riverenza e a onore delta detta Dea Pallade; e fecerlo fare cosí grande, acciò che voi Troiani nol poteste mettere in Troia. Che se per le vostre porti si potesse mettere, Troia tornerebbe in quello stato, nel quale fu sotto la protezione e la defensione del Palladio, ché non si potrebbe mai perdere. E questa è la cagione perché lo fecero fare cosí grande; e se avvenisse che questo cavallo voi ardeste, o in altro modo guastaste o violaste, Troia sarebbe disfatta. A questo li Troiani incominciarono a gridare: Che le mura si rompessero e che lo cavallo si mettesse dentro. A questo romore rompemmo le mura, e con molti canti, li quali poi ci tornarono in pianti, mettemmo dentro il mortale cavallo. Ed ecco venuta la notte, essendo la gente stanca e piena di sonno e di vino, Sinone aperse l’uscio del cavallo, e Diomede e Ulisse e gli altri che v’erano dentro, uscirono fuora del cavallo colle spade ignude in mano, gridando: Vi-vano li Greci e muoiano li Troiani. E con fuoco fecero cenno alle «navi ch’erano in mare in aguato, come la terra era presa. Al quale segno li Greci tornarono, e per quella rottura del muro, per la quale era messo dentro il cavallo, entrarono in Troia, ardendo e rubando e uccidendo la gente. E in questo modo venne meno l’altezza e la grandezza dell’alta Troia, la quale quanto tempo durò, fu capo dell’oriente ».

Rubrica XV [64]. — Come Ettore apparve in sogno ad Enea.

In quella notte che Troia si perdette, dormendo Enea, Ettore sí gli apparve in visione pieno di tristizia e di lagrime, tutto sanguinoso delle ferite che gli aveva date Achille, e tutto pieno di polvere, perché era stato strascinato intorno alle mura di Troia co’ capelli e colla barba tutta piena di sangue. Quando il vide Enea cosí concio, con tristo volto e con voce confusa li disse: «O luce di Troia, o speranza fidatissima de’ Troiani, quanto se’ stato! onde vieni tanto desiderato? come non ci hai soccorso in tante fatiche quanto noi abbiamo sostenute? Or quale indegna cagione il tuo volto sereno ha cosí insanguinato?» Alle quali vane parole Ettore non rispose, ma con dolorosi sospiri e con lacrimosi pianti incominciò a gridare: «Oimè, figliuolo della Dea, fuggi e brigati di campare di queste fiamme; leva su, ché i nemici hanno prese le mura, e l’altezza di Troia in tutto è caduta; leva su e fuggi, ché cosí vogliono li fati; ché se fatato [65] fosse che Troia si potesse difendere, il tuo braccio è assai sufficiente a difenderla. Ma perciò che li fati ciò impediscono, brigati di campare; e acciò che le cose divine non vengano a mano de’ nemici, Troia ti raccomanda le sue sante cose: piglia adunque gli Dii di Troia, e vatti via con essi, ed eglino ti guideranno in luogo ove tu fonderai una nuova città troiana». Alle quali parole isvegliato Enea, prese gli Dii e le altre sante cose di Troia, e col padre e col figliuolo e con molta gente troiana uscí per la rottura, per la quale era entrato lo cavallo de’ Greci, e con venti navi entrò in mare, com’è detto di sopra. Di questo cavallo che fosse fatto per inganno da Diomede e da Ulisse, e che Enea uscisse di Troia per quella rottura delle mura, per la quale fu messo il detto cavallo, in tre ritimi ne fa menzione Dante nel vigesimo sesto Canto della prima Cantica della sua Commedia, ove poetizza della fiamma nella quale sono puniti li due soprascritti Diomede ed Ulisse, cosí dicendo:

«E dentro della lor fiamma si geme

L’aguato del caval, che fè la porta

Ond’uscí de’ Romani il gentil seme».

Rubrica XVI [66]. — Come Cassandra fu presa e Rifeo morto.

La notte che Troia fu presa, li Greci presero una figliuola del re Priamo, la quale era chiamata Cassandra; e questa era una vergine speciosa e molto bella, la quale, essendo profetessa, aveva profetato e detto d’innanzi la struzione di Troia; ma, come le sciagure di Troia vollero, non era dato fede alle sue parole, né alle sue profezie. Questa vergine fu trovata quella notte dolorosa in uno tempio di Troia, ed essendone cavata fuori pe’ capelli e colle mani legate, ella tenendo tuttavia gli occhi levati al cielo, certi Troiani ciò vedendo, commossi a dolore che sí nobile vergine si vilmente ne la menavano, come uomini furiosi si dierono tra’ Greci, e per forza d’arme la tolsero loro. Allora fu una dura ed aspra battaglia tra Greci e Troiani, nella quale battaglia molta nobile gente vi morí dall’una parte e dall’altra, e specialmente vi morí dal lato de’ Troiani uno ch’avea nome Rifeo, del quale dice Virgilio ch’egli solo era tra li Troiani giustissimo, cioè operatore d’ogni virtú, e aveva ed osservava in sé tutta dirittura [67]. E questa è la cagione che mosse Dante a fare menzione di lui nel vigesimo canto della terza Cantica della sua Commedia, dove dice parlando di lui:

« Chi crederebbe già nel mondo errante,

Che Rifeo troiano in questo tondo [68]

Fosse la quinta delle luci sante? »

E poi in questo medesimo Canto poetizza come e in che modo lo Dio l’alluminò alla verace fede più di mille anni innanzi che Cristo incarnasse, cosí ritimando:

L’altra [69], per grazia, che da sí profonda

Fontana stilla, che mai creatura

Non pinse l’occhio infino alla prim’onda [70],

Tutto suo amor là giú pose a drittura,

Per che di grazia in grazia Dio gli aperse

Gli occhi alla nostra redenzion futura:

Ond’ei credette in quella, e non sofferse

Da indi ’l puzzo piú del paganesmo,

E riprendíene le genti perverse.

Quelle tre donne [71] gli fur per battesmo,

Che tu vedesti dalla destra rota,

Dinanzi al battezzar piú d’un millesmo.

Rubrica XVII [72]. - Della morte del re Priamo.

Morto lo giustissimo Rifeo, Pirro, figliuolo d’Achille, con moltitudine di Greci, quella medesima notte, andò a combattere la rocca di Troia. Nella quale, poiché fu presa, entrando, trovò cinquanta bellissimi palagi, senza il palagio maggiore dove stava il re Priamo. Tutti questi edifici erano di marmo, tutte le porti erano di rame, tutte le travi e tutti li tetti erano inorati. In simile modo era il tempio di Pallade, nel quale stava lo palladio innanzi che fosse furato da’ Greci. In questa rocca fu trovata la reina Ecuba con cento nuore, ed in mezzo di questa rocca era una piazza ornata a modo d’uno tempio, con uno altare, sopra il quale lo re Priamo sacrificava. E da l’un lato di questo altare era un antichissimo orbaco [73], il quale era consecrato agli Dii; del quale non era licito di cogliere né fronde né ramo. Dall’altro lato dell’altare era la sedia reale del re Priamo. Pirro, poich’ebbe preso questa rocca, uccise uno figliuolo di Priamo dinanzi da lui. Priamo quando si vide ucciso il figliuolo dinanzi da sé, disse a Pirro: « Se alcuna pietà regna in cielo, gli Dii del cielo ti rendano buono cambio, o Pirro, di quello che hai fatto dinanzi da’ miei occhi, che non ti se’ vergognato d’uccidere il figliuolo dinanzi da me. Certo non fu cosí spietato Achille, di cui tu menti d’essere figliuolo, quando il mio Ettore uccise in battaglia; ché, come vide lo mio dolore, mi rendeo lo corpo cortesemente, e tu se’ stato sí villano, che dinanzi da me hai morto lo mio figliolo ». E detto questo, prese una saetta por saettare Pirro; ma Pirro la ricevette nello scudo, e poi se ne andò infino a lui, e prendendolo per li capelli, lo levò della sedia, ove sedeva a lato dell’altare, dicendogli: « Fàtti in qua, ché io voglio che tu ne porti novelle all’inferno infino a mio padre di questa villania ch’io t’ho fatta». E poi che l’ebbe involto nel sangue del figliuolo, gli ficcò la spada ne’ fianchi. E in questo modo finío li suoi dí quel nobile Priamo, padre di tanti e tali figliuoli, e re di sí nobile città come fu Troia, la quale, innanzi che morisse, vide assediata dieci anni, e morti i figliuoli, ed ultimamente presa, rubata e arsa, e la sua nobile rocca d’Ilion in mano de’ nemici.

Rubrica XVIII. - Come Polissena fa immolata

in sul sepolcro di Achille.

Dopo la morte di Priamo, Polissena sua figliuola, vergine speciosa, e dotata di molte virtudi, fu morta in questo modo. Pirro, figliuolo d’Achille, poi ch’ebbe morto Priamo, considerando che Polissena era stata cagione della morte d’Achille, imperciò che la reina Ecuba, sotto specie di dargliela per moglie, perch’egli fortemente l’amava, lo fece venire nel tempio d’Apolline, ove con saette fu ucciso da Paris [74]; rapío la detta Polissena di grembo alla madre, e in sul sepolcro di Achille la fece immolare. Nella quale immolazione, secondo che scrive Ovidio [75] nel terzodecimo libro del Metamorfoseos, ebbe tanta cura della sua onestade, che in sull’ora della morte, poi ch’ebbe ricevuto lo colpo della spada nel petto, si acconciò li panni tra le gambe, acciò che, cadendo o battendo li piedi, [non si scoprisse]. Questa medesima onestade mostrò Lucrezia nell’ora che s’uccise, secondo che scrive Tito Livio [76]; lo simile fece quel magnanimo Julio Cesare nell’ora della sua morte, secondo che scrive Massimo Valerio[77]. Ecuba, vedute tante tristizie, ché co’ suoi occhi vide morti gran parte de’ suoi figliuoli, vide eziandio la struzione della sua città e del suo regno, e ad ultimo vedendo morto lo marito, e Polissena, sua figliuola, immolata in sul sepolcro d’Achille, e Polidoro morto da Polinestore, uscí sí della mente, che come cane rabbioso cominciò a latrare. E quinci viene che Ovidio e gli altri poeti favoleggiano ch’ella diventasse cane. Certo ella non diventò cane realmente, ma arrabbiò per dolore a modo di cane; e però dice Dante nel trentesimo canto della prima Cantica della sua Commedia:

E quando la fortuna volse in basso

L’altezza de’ Troian che tutto ardiva, [78]

Sí che insieme col regno il re fu casso. [79]

Ecuba trista, misera e cattiva [80],

Poscia che vide Polissena morta,

E del suo Polidoro in su la riva

Del mar si fu la dolorosa accorta,

Forsennata latrò sí come cane:

Tanto il dolor le fé la mente tòrta.

Rubrica XIX [81]. — Come la reina Didone

s’uccise per amore d’Enea.

Poiché Didone ebbe udito novellare Enea dlla perdita di Troia e de’ suoi casi, essendo già ferita d’amore di lui, diedegli commiato che s’andasse a posare, ed ella se n’andò nella camera sua per pigliare riposo, s’ella potesse. Ma li diversi pensieri aveano sí ripiena, la sua mente, che riposo pigliare non poteva, anzi volgea nella sua mente la bellezza, la piacevolezza, l’ornato parlare e l’alto sangue di Enea; e in questo modo con cieco amore nutricava la sua ferita. E bene ch’ella per fine pigliasse alcuno sonno, non però prese riposo; ché l’ardente amore, ch’aveva conceputo nel cuore, non la lasciava posare. E fatto giorno, chiamò la suora sua carnale, ch’aveva nome Anna, e dissele: « Anna suora mia [82], che vari sogni hanno stanotte sospesa la mia mente! Questo gentile uomo, che m’è capitato a casa, m’è entrato sí nel cuore, ch’io non so che vuole essere questo; la sua gentilezza, li suoi alti costumi, lo suo bello e ornato parlare, mi «dànno fede[83] che sia nato della schiatta degl’ Iddii. E se non fosse ch’io m’ho posto in cuore di mai non pigliare marito, e cosí ho promesso alla cenere di Sicheo, dicoti, Anna suora mia, che questi mi piace tanto, che solo a costui mi piegherei. Conosco li segni della fiamma antica, ché quello amore ch’io portai a Sicheo quando era vivo, ora lo mi sento rinnovellare nel cuore; ma innanzi ch’io rompa fede a lui, io prego Iddio o ch’egli mi saetti con saetta folgore da cielo, o ch’egli mi faccia inghiottire alla terra». E detto questo, tutta si empie di lagrime. Allora Anna incominciò a dire a Didone: «O suora mia, che mi se’ più cara che la vita, consumeràti tu la tua fiorita età pure in pianto e in viduità? che credi tu fare ? credi tu che Sicheo curi di tua promissione? e se tu non t’ha’ mai voluta piegare né ad Jarba, re di Libia, né ad alcuno altro barone [84] che t’abbia voluto per moglie, dicoti che, pensando che tu non hai figliuolo e che se’ tra gente che, se guerra ti faranno, tu non se’ potente a difenderti, io ti saprei consigliare che tu pigliassi per marito Enea. E forse che è stata provvidenza degli Iddii ch’egli per venti contrari ti sia capitato a casa, acciò che questo tuo regno colla sua governazione vada di bene in meglio ». E con queste parole Anna infiammò l’infiammato animo d’amore della reina Didone, in tanto che matrimonio fu trattato [85] e compiuto tra lei ed Enea. Ed ecco la fama volare per tutte le contrade di Libia, come la reina Didone avea preso per marito Enea troiano. Fatto questo, favoleggia Virgilio che Giove, Iddio del cielo, mandò Mercurio ad Enea, comandandogli che si debba incontanente partire di Cartagine: che quella non era la terra che da’ fati gli era stata promessa, anzi era Italia, alla quale si brigasse d’andare senza nullo dimoro. Allora Enea comandò a’ suoi che segretamente acconciassero il navilio, acciò che la reina non s’avvedesse del suo partire. Ma chi è quello che possa ingannare gli amanti? La reina s’avvide tantosto di quello ch’egli voleva fare, come l’ebbe conceputo, e piena di molto dolore si brigò d’impedire lo suo fatale andare; ma perchè fatato gli era lo regno d’Italia, in nullo modo lo potè ritenere.

Partendosi Enea dal porto di Cartagine, Didone montò in sulla rocca, e vedendo le navi che n’andavano a vela, chiamò la sua famiglia, o comandò loro che incontanente apparecchiassero quivi uno altare, e facessero uno grande fuoco, imperocché ella voleva fare un grande sacrificio. E fatto che fu ciò che ella comandò, ornossi e acconciossi a modo reale, e tenendo in mano una spada troiana, che le aveva data Enea, e stando dinnanzi dall’altare, in questa forma orò agl’Iddii: « O tu, sole, che col tuo lume vedi tutte le cose; e tu, Giunone, che conosci e sai i dolori degli amanti; e voi, Furie infernali, che vendicate le ingiurie, rendete cambio e merito al traditore Enea, il quale contra ogni ragione e contra ogni buona e usanza mi ha tradita e ingannata. Priegovi che gli diate venti contrari, acciò ch’egli con tutto il suo navilio anneghi in mare; e se pure avviene che pigli porto in Italia e fondi nuova cittade, priegovi che sempre sia odio tra la mia gente e la sua, e che i Cartaginesi sempre vivano in guerra co’ suoi discendenti, e nullo amore e nulla fede e nullo patto sia tra loro e noi: terra contro terra, onde contra onde, arme contra arme e ferro contra ferro». E detta questa orazione, si ficcò la spada nel petto, e cosí ferita si coricò in sul fuoco, dicendo: «Voi, Iddii, pigliate questa anima, e cavatemi di queste pene, ove vissuta sono e corsa ho quel corso che la fortuna m’ ha dato. E ora la mia nobile anima andrà sotto la terra; beata a me, se le navi di Troia lo mio porto non avessero mai toccato!» E questa fu la fine della reina Didone, secondo che scrive Virgilio; ma santo Jeronimo [86] nel primo libro contra Joviniano dice ch’ella s’uccise per amore di castitade la quale aveva promesso all’ossa morte del suo marito Sicheo tutto il tempo della sua vita. Ed ecco lo parole di santo Jeronimo: « Didone, sirocchia di Pigmalione, congregato ch’ebbe molto oro e molto argento, del regno di Tiro navicò nel regno d’Africa, e quivi fece la città di Cartagine, ed essendo richiesta e molestata dal re Jarba di maritarsi a lui, tennelo in parole in fino a tanto ch’ebbe fatta la cittade: ma poi a che la città fu compiuta, vedendo che delle mani di detto Jarba campare non poteva, innanzi si volle gittare in fuoco, che rompere fede al suo marito Sicheo, o che maritare si volesse ». E poi soggiugne santo Jeronimo: «La casta femmina fece la città di Cartagine; e poi questa medesima Cartagine venne meno in laude di castitade; ché essendo ella venuta a mano de’ Romani sotto il ducato [87] del secondo Scipione Africano, la moglie del re Asdrubale, vedendo presa e intesa Cartagine, innanzi che volesse venire a mano de’ Romani, dubitando della [88] sua castitade, prese due suoi figliuoli, l’uno dall’un lato, l’altro dall’altro, e con essi amendue si gittò nel fuoco, che l’era messo di sotto, perché ella s’arrendesse alli Romani ». Questo medesimo scrive Valerio Massimo [89], nel terzo libro, capitolo De fortitudine.

Rubrica XX [90]. - Come Enea partendosi di Cartagine venne in Cicilia,

e quivi celebrò l’annuale del suo padre Anchise,

e come il padre gli apparve in visione.

Navicando Enea di Cartagine per venire in Italia, capitò in Cicilia, in quella parte dove l’anno passato avea sotterrato lo suo padre Anchise; e imperciò che quivi giunse l’anno compiuto, fece l’annuale [91] con molta solennitade. E celebrando per piú giorni questo annuale, Anchise gli apparve in visione, in questa forma parlando: « O figliuol mio che m’eri in qua dietro, quando io vivea, piú caro che la vita, per comandamento di Jove vengo a te, comandandoti da sua parte che la moltitudine dello femmine che sono teco, di vecchi, con tutti coloro che non sono bene prosperosi a battaglia, tu debba in Cicilia lasciare, fondando loro una città che rappresenti la forma e la immagine di Troia; e, fatto questo, co’ robustissimi giovani, forti d’animo, te ne va’ in Italia, dove t’è dato dalli fati di domare una gente dura ed aspra [92], la quale abita nella detta Italia. Ma in prima che tu giunga là, ti conviene andare alle case di Dite, cioè allo inferno, ove tu mi troverai; non dico nello inferno, dove sono le pene, ma in uno luogo riposato, che si chiama Eliso. Quivi ti menerà la casta Sibilla, dove tu imprenderai e conoscerai la gente che dee scendere da te e la città che debbono fare i tuoi discendenti». E detto questo, sparí come fumo. Avuta questa visione, Enea, secondo lo comandamento del padre, fece in Cicilia una città, nella quale pose la moltitudine delle donne, con tutti li vecchi e con tutti coloro che non erano bene sufficienti ad arme; e fatto questo colla gioventudine troiana forte d’animo e rubesta di corpo, fece vela e venne in Italia, e capitò ad una terra di Campagna che si chiamava Cuma. In quelle contrade abitava la Sibilla ch’era denominata Cumana.

 

  Note

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[1] Rub. I. Aen., III, 148.

[2] Palladio. « Nella delta rocca fece [Ilio] un mirabile tempio ad onore di Pallade.... E, compiuto ch’ebbe lo detto tempio, uno celestiale segno si dice che venisse in questo tempio da cielo. Lo quale segno fu una imagine di legno e di sí fatto legno, che mai non fu indu-stria umana che cognoscer lo potesse.... La dea rispose; questo è uno mio segno, lo quale si chiama palladio». (Fiore d’Italia, rub. xciii).

[3] diversi, nel senso oggimai antiquato, di «strani, spaventosi». Dante, Inf. VI 13: Cerbero, fiera crudele e diversa.

[4] iscellerare. Il Voc. registra scalerare nel senso di « commettere scelleraggini », non in quello che ha qui, di «macchiare di sangue, contaminare», suggerito all’A. dal testo virgiliano: Parce... scelerare manus (v. 12). Anche l’Ugurgeri: Non volere scellerare de tue pietose mani.

[5] piatose, o pietose, da pietas = riverente affetto verso la divinitá, i genitori, la patria. Virgilio chiama spesso Enea pius.

[6] consorto, propriam. « che corre la stessa sorte », poi « parente (come qui), compagno ». Alla rub. VI: « Enea ed Ettore.... erano consorti ».

[7] Rub. II. — Aen., III, 49-72.

[8] si perdesse, riflette, forse, il significato del lat. perdere = « mandare in rovina», (Cic. 6 Att. 1: Civitatem funditus perdidissem), ed è manifesto passivo. Alla rub. xvi: Troia ... non si potrebbe mai perdere, ed alla xv : In quella notte che Troia si perdette.

[9] assegnare, « consegnare ». Dante, Par., vi 138: Gli assegno sette e cinque (dodici) per (invece di) diece.

[10] affamato dell’oro , avido. Leggend. S. Mar. Madd. 3. 64: Se tu eri cosí affamato della moneta. Alla rub. VIII:  Incominiò ad averne [di quei tesori] gran fame.

[11] nel vig. canto, doveva aggiungere «della seconda cantica ». Cosí infatti corressero il Muzzi ed il Gamba. - Commedia intitolò Dante l’opera sua, vuoi perché scritta in istile mezzano, o, come allora dicevano, comico, vuoi perché ha triste principio e lieto line. L’argomento è noto. Qui l’A. accenna agli avari che scontano la loro pena nel Purgatorio, sdraiati bocconi per terra, con mani e piedi legali, cantando, la notte, esempi di avarizia punita, il giorno, di liberalità premiata: come uno di loro, Ugo Capeto, fa sapere a Dante che l’ ha interrogato.

[12] ritimi, o ritmi, plur. di ritmo, che è propr. l’ordinata successione degl’intervalli di tempo nella poesia, nella musica ecc.; qui « versi » (Cfr. alla rub. XVI ritimando = poetando). Oggi dicesi poesia « ritmica » quella dei greci e dei latini, fondata appunto su la lunghezza e la brevità delle sillabe, in opposizione alla poesia, « ad accenti ».

[13] Ugo Ciapetta, Ugo Capeto (in franc. Chapet), primo re della dinastia dei Capetingi. fiorito nel IX secolo, e intorno al quale è un poema francese molto noto anche in Italia.

[14] si tratta però di Delo.

[15] quella terra, onde ecc., « Attalante italico ebbe una figlia [Elettra].... Di lei generò [Giove] lo primo figlio... al quale, pose nome Dardano... Questo Dardano con la madre, la quale ebbe per marito... Teucro, andò in Frigia e quivi fece una città ... la quale ebbe poi nome Troia (Fiore d’Italia, rub. LX).

[16] in visione. «Visione, commenta il Buti (Inf. xxvi 1) è quando l’uomo nel sonno vede chiaramente... quello che poi gli avviene». Prendesi per altro anche nel senso più largo di « sogno ».

[17] andate ratìo Italia. Andar ratio ha due significati, quello cioè di andar cercando in qua e in là un uomo o una qualche cosa, e l’altro di andar vagando ed errando per rinvenire o un uomo e una qualche cosa. (P.). Nel nostro ha sempre il primo. Gli antichi dissero anche andar raticoni, che ha forse la stessa etimologia (erratico : da errare).

[18] gli uomini disp., i suicidi e i dilapidatori dello proprie sostanze.

Reco qui la traduzione del testo di Virgilio, fatta dall’Ugurgeri, e rimando a quella del Caro (III, 352-435). «Poi che siamo apportati a queste isole, entramo nelli porti: ecco che vediamo per li campi in ogni parte lieti armenti de’ buoi, e moltitudine di capre per l’erbe, senza alcuna guardia. Noi ruiniamo in loro co li ferri e li Dei ed esso Iove chiamamo in parte della preda. Allora poniamo le mense nella curva riva, e mangiamo di ricche vivande. Ma l’Arpie subbite con orribile avvenimento vengono de’ monti, e scuotono l’ali con grande suono, e tollonci le vivande, e sozzano ogni cosa con immondo toccamento: allora è udita crudele voce fra il sozzo odore. Anco poniamo le mense, chiusi d’arbori intorno, e d’ombre orribili in luogo secreto, remoto, sotto uno scoglio di pietre cavato, e riponiamo il fuoco alli altari: anco da diversa parte del cielo e da ciechi luoghi occulti, la turba sonante dell’Arpie vola intorno alla preda, con unghiati piei, e sozza le vivande co la bocca. Allora comando alli compagni cho prendano l’arme sia a fare battaglia colla cru-dele gente delle Arpie. Ed essendo lo’ [= loro] comandato, non fanno altrimenti, e pongono le spalle coperte per l’erba, e guattano [appiattano] li scudi ascondendoli. Adunqua poi che le Arpie venendo diedero suono per le torte rive, Miseno diè il segno co la tromba dall’alto luogo della guardia. I compagni assaliscono l’Arpie, e tentano nuove battaglie, o tentano di squarciare col ferro quelle sozze uccelle de ’l mare. Ma esse non ricevono alcune ferite nel dosso; nè violenzia nelle penne; e con tostana fuga, volando alle stelle, lassano la preda mezza mangiata e’ [e i] sozzi segni di piedi. Una di quelle Arpie, detta Celeno, si puose nel più alto scoglio, ed essa infelice profetessa mosse dal petto questa voce, dicendo: O Trojani, apparecchiate voi ancora battaglia per l’uccisione de’ buoi e per li abbattuti giovenchi, apparecchiate voi di fare battaglia e di cacciare l’Arpie senza colpa dal regno paterno? Prendete adunqua negli animi e ponetevi questi detti; i quali predisse il padre onnipotente, a Febo, ed a me il predisse Febo Apollo; io massima delle Furie, li manifesto a voi. Voi dimandate [siete diretti verso] Italia col vostro corso, ed andarete in Italia con venti eletti, e a voi sarà licito d’ intrare nelli porti. Ma voi non cignerete innanzi la città data a voi con edificj di mura, che per la ingiuria del nostro percotimento, fame crudele costrenga voi di prendere le mense mezze mangiate coi denti (ed. cit., pp. 82-83).

[19] qua addietro, « prima », e non va oltre il trecento.

[20] carnale, cioè nato dagli stessi genitori per legittimo matrimonio

[21] servato, qui e riservato, apparecchiato

[22] Rub. VII. — Aen., III, 570-715.

[23] corrotto, ha lo stesso significato, e forse la stessa etimologia di corruccio; per altro si prende nel senso tutto speciale di « pianto che si fa ai morti ». oggi è d’uso molto raro.

[24] con tutto onore ecc., tutto per «ogni» oggi d’uso molto più ristretto, e s’adopera solo in certe forme avverbiali: in tutta fretta, a tutto tuo agio e sim.

[25] Fedirigo ecc., Federigo 2° d’Aragona, nipote di Manfredi e pronipote di Federigo II di Svevia, che morì nel 1337 e meritò come re il biasimo di Dante.

[26] Rub. VIII. — Aen., I, 34-368 e 441-449.

[27] Nello parti d’ Oriente, vuol dire nella Fenicia, sulle coste occidentali dell’Asia.

[28] sirocchia: (dal diminutivo latino sororcula) non va oltre il trecento.

[29] contraddisse, impedí, vietò.

[30] agio, vantaggio, guadagno.

[31] bertesche, bertesca era una specie, gli torricella di legname con feritoie, posta ne’ luoghi più alti delle fortilicazioui, per velettare il nemico e per combatterlo al coperto colle balestre.

[32] a ingegno, astutamente.

[33] acconcia, apparecchiata:

[34] gloriosa, il Voc. registra borioso solamente nel sense di «ricco, sfarzoso, che fa bella mostra di sé ». Perciò qui mi parrebbe usato in senso nuovo.

[35] a nume di, intitolata a.

[36] porti, forma secondaria del plurale di porta

[37] Rub. IX. – Aen. I, 305-519

[38] Rub. X. – Aen. I, 520-561

[39] arritrovare. Pongo qui la traduzione dell’Ugurgeri, a cui faccio seguire quella men fedele, ma, a mio giudizio, molto migliore, del Lancia. «Poi che fuoro intrati, e fu lo’ [loro] dato licenzia di parlare in aperto, el massimo Ilioneo con piacevole desiderio cominciò a parlare in questa forma: O reina, alla quale Jove concedette edificare novella cittade, e di rifrenare per giustizia genti superbie, noi Trojani miseri, portati per tutti li mari da venti, ti preghiamo: vieta dalle navi nostre li crudeli fuochi; perdona alla pietosa schiatta, e piú d’appresso raguarda l’opere nostre. Noi non veniamo a guastare con ferro li Dei di Libia, overo a menare le tolte prede alla riva del mare; non è quella violenzia nell’animo nostro, né tanta superbia nelle genti sconfitte. Luogo è, il quale li Greci dicono Esperia per sopranome, ed è terra antica, potente d’arme e d’abondanzia di biade; uomini Oenotri l’abitaro; ora è fama che la gente, li successori, la chiamano Italia del nome d’Italo principe loro. Qui fu il corso nostro: quando il tempestoso Orion subbitamente surgendo con tempesta e’ ci condusse in ciechi guadi, e con venti perseveranti ci disperse e per onde e per sassi senza via, soperchiandoci el mare; noi pochi semo apportati qui nelle contrade vostre. Che generazione d’uomini è questa? e che paese sìbarbaro permette questo costume? che semo vetati dall’albergo dell’arena! movono guerra e vietanci di stare nella prima terra. Se voi disprezzale l’umana gene-razione e l’arme de’ mortali, almeno sperate che li Dei ànno memoria delle cose giuste e delle ingiuste. A noi era re Enea, del quale non fu alcuno più giusto, né maggiore in pietate né in battaglie terrene e marine. Il quale valoroso e prode uomo se li fati cel serbano, se usa [sott. esso] lo splendore de ’l cielo, né è sottoposto ancora all’ombre crudeli, non temere e non ti pentere d’esserci fatta prima ne li beneficj nostri. E ne le regioni di Cicilia so [sono] cittadi e armi, e ’l chiaro re Alceste dal sangue troiano. Sia licito e a noi d’intrare a terra in tempestoso navigio nostro, ed acconciare le travi nelle selve, e legare li remi, (se è conceduto a noi andare in Italia, ricevuto il re nostro Enea e li compagni), sí che noi dimandiamo [approdiamo] allegri Italia e Lazio; ma se c’è tolta la salute nostra, e te Enea, padre optimo de’ Troiani, à il mare di Libia, né ci resti già speranza di Julo, ma almeno el mare di Cicilia, ed almeno le sedie apparecchiate adomandiamo, e ’l chiaro re Aceste, unde semo qui venuti. Cotali parole usò Illioneo: tutti li Trojani, parlando l’uno all’altro, insieme fremivano » (ed. cit., pp. 23-24).

« O reina, alla quale Jove concede edificare nuova cittade, e con giustizia rifrenare gente superba, noi preghiamo che tu vieti li crudeli fuochi dalle nostre navi: perdona al pietoso sangue. Certo noi non siamo pirati: ma uno luogo è, il quale i Greci chiamaro Isperia terra, e che fu anticamente potente in arme, diviziosa in biada: uomini della contrada d’ Enotria prima la tennero; ma ora sono per fama minori [Virg.: ora è fama che i discendenti la chiamino ecc.): Italia fu chiamata per lo nome d’uno loro duca, nome Italo: là era il nostro viaggio; ma qua siamo dalli venti menati e provocati a battaglia qui, ed èci vietato albergo in sullo lido. Se voi dispregiate la generazione umana e le mortali armi, isperate almeno che li dii terranno a mente le cose licite e le illicite. Enea era nostro re, del quale niuno né fu di lui più giusto né più pietoso né maggiore in battaglia né in arme; il quale se i fati il ci serbano, non penterai averci sovenuti (ed. e vol. cit., pp. 170-171).

[40] Rub. XI. – Aen. I, 561-596.

[41] la novità del mio regno, «l’ essere il mio regno fondato di recente», ovvero «il modo tutto singolare onde esso ebbe origine».

[42] investigare, con significato nuovo, ma più vicino all’etimologia del vocabolo (vestigio), di « cercare traccia ».

[43] caendo. Noi siamo molto andati caendo e cercando per tutto l’imperio di Roma: cosí un trecentista (Legg. S. Eust.). Caendo dunque è sinonimo di cercando, ma forse ha minor forza. È usato solo in questa forma, e non va oltre il trecento.

[44] Rub. XII. — Aen., I, 597 sgg. e II, 1—2.

[45] pietose, ha senso oggettivo: « fatto con sentimento di pietà ».

[46] era a oste, era a campo, guerreggiava.

[47] dimoro, indugio.

[48] il quale si chiama c., il nostro frate non ha inteso qui il testo virgiliano: circumtextum croceo velamen achanto (v. 619) un velo orlato di gialle foglie d’acanto.

[49] importa, significa.

[50] folle, «vano», in opposizione all’amore verace, cioè di Dio.

[51] Raggiasse, intorno a sé, e quindi ispirasse negli uomini.

[52] nel terzo epiciclo, propr. nell’epiciclo del terzo cielo. Secondo il sistema tolemaico, nove cieli girano attorno alla terra, immobile, da est ad ovest: sette di essi portano un pianeta il quale, pur partecipando a quel moto di rivoluzione, ne ha uno suo proprio di rotazione: la sfera entro cui esso si muove, dicesi epiciclo.

[53] votivo grido, di preghiere accompagnate da voto.

[54] le guerre fatte e ricevute, ricevute spiega «sostenute per propria difesa», e ricorda il latino inferre bellum aut illatum defendere.

[55] fàtti da l’un capo, incomincia dal principio Virgilio : a prima origine (v. 153).

[56] Rub. XIII. — Aen., II, 3-151.

[57] lamentabile , «degno di essere compianto»; e traduce il virg. lamentabile.

[58] da che a te piace, parole aggiunte al testo da frate Guido, e che richiamano e compendiano il concetto antecedente. Il Carb. toglie la virgola prima di da, e allora spiegherebbesi: « comincerò dal punto ».

[59] rubesti, altra forma di robusto (alla rub. XX rubesta di corpo), oggi d’uso molto piú ristretto (rubasti trewuoti scrisse lo Zanella ne La conchiglia fossile).

[60] dolosi, ingannevoli

[61] Con sangue virgineo, col sacrificio della vergine Ifigenia.

[62] religione, voto.

[63] Rub. XIV. — Aen., II. 152-267.

[64] Rub. XV. — Aen., II, 268 sgg.

[65] se fatato fosse ecc., frate Guido non ha inteso bene il testo (vv. 291-92), che dice: Se Troia si potesse difendere per la destra d’alcuno buono cavaliere, già per questa [mia] sarebbe essuta difesa (Ugurgeri).

[66] Rub XVI. — Aen., II, 403-430.

[67] tutta dirittura, « Tutto ciò che s’appartiene a giustizia». Oggi si dice solo della mente, e vale sagacia, avvedutezza »

[68] in questo tondo, imagina Dante che le anime dei principi giusti, fasciate di mirabile lince, si dispongano avanti a lui in forma di aquila, e che cinque di esse collocate intorno ad una che sta nel centro, formino la pupilla dell’occhio.

[69] L’altra, sott. luce, cioè Rifeo.

[70] alla prim’ onda, al primo principio di essa fontana, alla sua scaturigine. Lagrazia divina, i cui procedimenti sono ignoti a noi mortali, è qui paragonata, ad una fonte di cui s’ ignora la sorgente.

[71] Quelle tre donne ecc., non ricevette materialmente il battesimo, ma praticò le tre virtú teologali, fede, speranza e carità, che in forma di donne vedesti danzare alla destra del carro (simbolo della Chiesa), apparso a te nel paradiso terrestre.

[72] Rub. XVII. — Aen., II, 431-558.

[73] orbaco, (dal lai.. lauri bacca) è lo stesso che alloro.

[74] Paris, Paride o Alessandro, il rapitore della greca Elena, e la cagione principale della guerra troiana.

[75] Ovidio, scrittore latino, contemporaneo dell’imperatore Angusto, e autore di svariate opere poetiche, molto popolari nel medio evo, tra cui le Metamorfosi o trasformazioni di personaggi mitologici in piante, in fiumi ecc.

[76] Tito Livio, l’insigne storico, fiorito nel secolo di Augusto, autore degli Annali o storia di Roma dalle origini lino ai suoi tempi, di cui non si conserva che una parte. Qui si accenna al capitolo 58 del I libro.

[77] Massimo Valerio, altro storico la tino, fiorito nel primo secolo dopo Cristo, e che scrisse Dictorum factorumq mmorabilium libri I, in cui la materia è distribuita per libri e capitoli intitolati De verecunrlia, de senectute, de religione ecc. Di essi s’ ha una traduzione anonima, del trecento, ripubblicata ai nostri giorni (Bologna, Romagnoli, 1867) e da cui tolgo il breve tratto a cui qui si accenna (libro IV, cap. 5): « Come grande vergogna fosse in Gaio Cesare, spesse volte apparve e l’ultimo die significoe. Passato elli e contaminato con più spontoni di patricidi, infra quello medesimo tempo nel quale lo spirito divino dal mortale corpo si dividea, non poteo essere tolto per xxiii ferite ch’avesse, ch’elli non seguitasse vergogna. Certo con ciascuna mano piegoe le vestimenta, acciò che la parte di sotto del corpo cadesse coperta » ( vol. cit. I, p. 301).

[78] che tutto ardiva, che si permetteva anche quello che era illecito, come ad esempio, il ratto di Elena.

[79] casso, quasi «cassato, annientato ».

[80] cattiva, schiava

[81] Rub. XIX. — Aen., IV.

[82] Anna, suora mia, « intese, scrive il Tommaseo, il traduttore poeta quanta dolcezza è in quel nome » [suora].

[83] mi danno fede, mi assicurano, mi costringono a credere.

[84] barone, nel medio evo si adoperò come epiteto o sostantivo di dignità e senza alcun riferimento al suo primo significato, onde si disse, p. es. lo barone messer sant’Antonio, e Dante chiama barone S. Pietro (Par., xxi 115). cfr. anche rub. xxxlx.

[85] trattato, quasi «combinato, contrattato», come hanno alcuni testi.

[86] santo Jeronimo, san Girolamo, dottore della Chiesa, vissuto nel quarto secolo d. C., e autore di svariate opere ascetiche, tra cui alcune Vitae dei santi padri, e due libri De excellentia virginitatis adversus Iovinianum.

[87] sotto il ducato, essendo loro duce.

[88] dubitando della, temendo per la

[89] Ecco il racconto di Valerio (lib. II, capo 3): « Ma acció ch’io racconti igualmente il cadimento de la cittade che fu nimica del popolo romano, presa Cartagine, la moglie di Asdrubale, biasimata a lui la crudeltade, non volle che da Scipione a lui solo fosse data la vita. Ma da la mano diritta e da la manca i suoi figliuoli e d’Asdrubale traendo a la morte non ricusanti, si gittoe nel foco de la sua cittade che ardeva » (De’ fatti e detti degni di memoria, ed. De Visiani, Bol., 1867, vol. I, p. 214).

[90] Rub. XX. — Aen., V.

[91] l’annuale, od anche lannovale = il giorno anniversario.

[92] dura ed aspra, Virgilio dice dura atque aspera cultu, dove cultu vale « per sistema di vita, per costume ». Alla rub. XXVIII: aspra a vivere.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2006