Francesco Foffano

 

Introduzione

a

I fatti di Enea

di

Guido da Pisa

 

 

 

Edizione di riferimento

Guido da Pisa, I Fatti d’Enea , con prefazione, introduzione e note del prof. FRANCESCO FOFFANO, G. C. Sansoni in Firenze Editore, 1900,

PREFAZIONE

Quando Dante rappresentò, nella Divina Commedia, la gentildonna fiorentina, che

traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava colla sua famiglia

De’ Trojani, di Fiesole e di Roma,

non ritrasse soltanto una consuetudine domestica del buon tempo antico, ma fermò uno dei fatti più notabili nella vita italiana del medio evo: il conservarsi e il rifiorire in racconti sempre nuovi d’ intreccio e di forma, delle leggende classiche, specialmente romane.

In quei secoli dopo il mille, nei quali la poesia era tanta parte della vita pubblica, la leggenda di Troia colle sue molteplici ramificazioni offriva pascolo gradito alla fantasia del popolo italiano; al tempo stesso ne appagava il sentimento, ché ai cittadini dei liberi comuni, latin sangue gentile, piaceva rintracciare le origini della propria città negli avvenimenti storici o leggendari dell’antichità classica, ed ognuna di queste narrò, come Firenze, la storia della sua fondazione intrecciandola più o meno strettamente: colla saga troiana. [1]

Aggiungi che le parti notevoli di essa avevano già trattate i poeti antichi, anzi le opere di costoro, ammiratissime durante il medio evo, rappresentavano il sommo della perfezione artistica; onde anche dalle scuole veniva un efficace impulso alla diffusione ed alla popolarità di quei racconti.

Furono appunto, da una parte l’immenso favore che godette nel medio evo il poema virgiliano, dall’altra la duttilità della leggenda, che poteva accogliere facilmente in sé stessa elementi romanzeschi od intrecciarsi coi racconti locali, le precipue cagioni per cui le avventure di Enea ebbero cosí larga diffusione in Italia, come attestano e le modificazioni introdottesi via via per trasmissione orale, e la molteplicità delle redazioni, e il numero stragrande di codici che contengono l’una o l’altra di esse. [2]

Le redazioni a noi note, sono nove: due in latino, quattro in prosa volgare e tre in rima; ma è pur da pensare che facevano, per cosí dire, concorrenza ad esse le versioni francesi, le quali più concedevano al gusto e alle tendenze della società medievale, sì da sovrapporsi e mescolarsi talvolta alle stesse redazioni italiane; e non meno di quelle, la veneranda autorità del poema virgiliano, che alcuni avranno preferito ai rimaneggiamenti italiani e stranieri. Difatti se ne conoscono quattro traduzioni, appartenenti al secolo decimoquarto. [3] La prima in ordine di tempo pare quella attribuita, con molta probabilità, al notaio fiorentino Andrea Lancia, che avrebbe posto mano al suo lavoro ne’ primi anni del trecento. E condotta su un’ « abbreviatura » del poema, fatta da un frate Anastagio, « uomo discreto e litterato »: perciò non domanderemo ad essa fedeltà od esattezza d’interpretazione. [4] Segue quella di Ciampolo di Meo degli Ugurgeri, senese, lavorata tra il 1324 e il 1343, e che si avvantaggia sulla prima « per la fedeltà e la proprietà del tradurre »; anzi in un certo senso è la sola vera traduzione del buon secolo. [5] Una terza, creduta inedita, è quella contenuta nell’Aquila volante, compilazione storica impressa senza nome di autore nel 1492. Essa è, come quella del Lancia, un compendio, sebbene molto piú ampio, del poema latino. [6] Infine s’ha una traduzione in versi de’ primi sei libri, poverissima cosa.[7]

Ma come la severità classica del racconto virgiliano appagava i dotti e i semidotti, cosí il pubblico meno colto trovava maggior diletto nella florida varietà e ricchezza dei rifacimenti ; onde non è meraviglia che il numero di questi superi del doppio le traduzioni.

Fondamento di essi è sempre, più o meno, il poema di Virgilio; ma vi si sono infiltrati elementi romanzeschi, episodi, aneddoti di varia natura; alcune parti del racconto appariscono rimutate, e, in generale, ai personaggi sono attribuiti sentimenti e abitudini propri delle dame e dei cavalieri della società feudale.

Tra le varie redazioni cui ho accennato più sopra, due sono specialmente degne di nota, le quali per molti secoli furono tenute come un’opera sola: [8] quella di Armannino Giudice, e l’altra di frate Guido da Pisa. Sono le sole di cui si conoscano gli autori, ed ambedue fanno parte di quelle compilazioni storiche o morali, in servigio delle persone meno colte, e forse delle scuole, che nel medio evo si dissero Fiore o Fiorita. A noi importa la seconda, da cui furono ricavati i cosiddetti Fatti d’ Enea.

 

Chi fosse frate Guido, non sappiamo con certezza. È noto solo che fece parte « dell’ordine dei frati del Carmino », e che per la nascita o la dimora si chiamò « da Pisa ». [9] Poco si può dire anche circa il tempo in cui sarebbe fiorito. Codici ugualmente autorevoli alla rub. VII dei Fatti d’Enea leggono Federico che fa re di Cicilia e Federigo ch’è oggi re, onde non sappiamo se cominciasse a scrivere avanti o dopo il 1336, anno della morte di quello. Anche il ragionamento del Carbone, il quale afferma che Guido compose il Fiore tra il 1321 e 1337, non regge dopo gli ultimi studi su la cronologia delle varie parti del poema dantesco. [10] Il Roediger non dubita punto che la Dichiarazione poetica dell’ Inferno dantesco, di cui dirò tra poco, sia del terzo decennio del secolo; onde la nascita sarà da porre molti anni avanti il 1330. Qualsiasi altra affermazione parrebbemi arrischiata.

Fornito di cultura abbastanza larga per i suoi tempi, come attestano le molte citazioni di scrittori classici e medievali, Guido pose mano ad un commento della Divina Commedia, che non si estende oltre il ventesimosettimo canto dell’Inferno, [11] e ad una Dichiarazione poetica dell’Inferno dantesco (cosí l intitola il Roediger, che la pubblicò di su un codice del Museo britannico) [12] breve poemetto di otto canti in terza rima, piú una prefazioncella, pure in rima, nel quale egli espone l’allegoria fondamentale del poema, chiarisce la distribuzione dei dannati e commenta alcune parti. Il poemetto è poi accompagnato da una continua chiosa latina, pure di Guido. [13]

Ma più che per questi lavori, i quali fanno fede, oltre che di larga coltura, di ottimo discernimento, [14] il nostro frate è ricordato per il Fiore d’Italia.

Ci fa sapere egli stesso che, avendo molte ore d’ozio, pensò « di translatare di latino in volgare alquanti memorabili fatti e detti degli antichi e spezialemente de’ romani », come quelli che colle loro opere « hanno illuminato il mondo ». Si propose insomma, con disegno ben determinato, di raccontare la storia d’Italia dai tempi remotissimi fino (per quel che pare) alla caduta dell’impero d’occidente, mescolandovi « fatti degni di laude dell’altre nazioni, che concorsono in quelli tempi », [15] non escluso il popolo ebreo.

La materia doveva essere distribuita in sette libri, di cui il primo trattava degli antichissimi re d’ Italia, il secondo della venuta e dello stabilimento di Enea in Italia; ma a questo punto l’opera di frate Guido s’arresta, o, almeno, non sono pervenuti a noi i libri successivi.

Il primo (un estratto del quale col titolo di Fiore di Mitologia fu pubblicato in Bologna, nel 1845) è suddiviso in cinque parti. Vi si tratta successivamente de’ primi cinque re d’Italia, Giano, Saturno, Pico, Fauno, Latino, e dei fatti occorsi ai loro tempi; ma il buon frate, seguendo certi suoi criteri cronologici, trova modo di innestarvi la storia del popolo ebreo e un lungo ragionamento sugli dei e semidei pagani, sugli eroi e le loro imprese individuali o collettive; si che questo primo libro potrebbe dirsi un compendio di quanto si seppe o si favoleggiò al suo tempo circa la storia de’ popoli antichi avanti il preteso viaggio di Enea in Italia. Il quale occupa tutto intero il secondo libro, conosciuto volgarmente sotto il nome di Fatti d’Enea.

L’essere la materia di esso ben circoscritta, e il seguire che fa, quasi passo passo, il popolarissimo poema virgiliano, fu cagione che in breve si cominciasse a leggerlo separatamente dall’altro, e diventasse come un’operetta stante di per sé. La qual cosa dovette succeder molto presto se il codice marciano seguito dal Gamba, e che appartiene al secolo decimoquarto, alle parole qui facciamo fine a questo secondo libro sostituisce facciamo fine a questa breve operetta; come alla rubrica quinta lascia la parentesi secondo che abbiamo già detto nella terza fatica d’Ercole.

È chiaro per le cose toccate più addietro, che questi Fatti non sono una redazione più o meno fantastica delle avventure del pio eroe troiano, scritta col solo intento di dilettare, ma sì la pretendono a storia veridica; e della storia hanno il colorito, l’intonazione, la gravità. Frate Guido non attinge a versioni latine o francesi della leggenda, come fa, per esempio, Armannino; ma conoscendo abbastanza bene il latino, ricorre (e vuole si sappia) direttamente al poema virgiliano. Che se, come vedremo, introduce cose nuove, lo fa solamente in omaggio alla verità storica, o per chiarire e dilucidare qualche parte del racconto, e sempre seguendo l’autorità di reputati scrittori.

Del resto, in codesto lavoro di traduzione egli procede con molta libertà, qui sopprimendo, là aggiungendo, più spesso compendiando fortemente il testo. In generale mira diritto al suo scopo, lasciando quei particolari che non gli sembrano degni d’importanza e restringendosi al fatto principale. Cosí, per esempio, il viaggio di Enea dall’Epiro in Sicilia e la morte di Anchise, che occupano nell’Eneide l’ultima parte del terzo libro (vv. 506-715), sono qui appena accennati con poche parole (rub. VII); lo stesso dicasi del modo e delle circostanze nelle quali Enea parte di Troia (Eneide, II, 298-804 = rub. XV). Meno compendiosamente racconta i fatti nelle rubriche che corrispondono agli ultimi sei libri del poema (XXVIII-LVII). Del pari è ben difficile che sopprima del tutto le parlate, le quali forse, nella sua ingenuità, egli reputa la parte più nobile e più artistica del racconto.

Altre omissioni sono dovute alla diversa età in cui fiorirono i due scrittori. Lo storico (chiamiamolo cosí) del trecento toglie via tutto il soprannaturale pagano, cioè la parte che prendono gli dei ai casi d’Enea e i prodigi da loro direttamente operati. Por lui, come per tutti nel medio evo, le peregrinazioni di Enea e la sua venuta in Italia erano state volute da Dio, ché quegli doveva essere padre dell’alma Roma e di suo impero»; perciò gli sarebbe parso profanare la religione non meno che la storia narrando i concilii degli dei, lo scudo donato da Venere al figliuolo, la trasformazione delle navi in ninfe, ed altre finzioni poetiche. Per questa stessa ragione del libro sesto, che descrive la discesa di Enea all’inferno, dà appena un magro compendio.

Anche nella esposizione dei fatti frate Guido non segue sempre l’ordine del poema. Virgilio ci presenta l’eroe troiano che, sbattuto dai venti sulle coste dell’Africa, sbarca a Cartagine (lib. I) e quivi, accolto ospitalmente da Didone, narra a lei l’eccidio di Troia (lib. II) e le sue peregrinazioni fino a quel giorno (lib. III); nel quarto libro il poeta ripiglia il racconto. Il nostro invece, prendendo le mosse dal libro terzo, narra per ordine la partenza di Enea da Troia, il suo approdo in Tracia, il viaggio alla volta della Sicilia e via via. Per altro, comprendendo la ragione artistica che move Virgilio a mettere in bocca ad Enea il racconto della caduta d’Ilio, lo lascia al suo luogo, laddove logicamente avrebbe dovuto porlo o nel libro primo o sul principio del secondo.

Ho lasciato intendere come Guido allarghi talvolta il racconto virgiliano o introduca nel poema notevoli digressioni.

Con maggiore ampiezza e con particolari nuovi è narrata la venuta di Didone da Tiro in Africa ed i suoi accorgimenti per non essere molestata dal re Jarba (rub. VIII); lo stesso è a dire della morte di Polissena (rub. XVIII). Fonte di quest’ultimo racconto sono le Metamorfosi di Ovidio. La materia delle quattro ultime rubriche in parte è un compendio di cose già dette, in parte deriva da cornpilazioni medievali.

In qualche punto gli piace anche dramatizzare il racconto di Virgilio, come là dove questi narra l’ incontro degli ambasciatori troiani coi giovani Latini.

Digressioni notevoli sono quelle sugli avari (rub. II), su le sibille (rub. XXI—XXIV), su Circe (rub. XXVII). Moltissimi poi sono i luoghi nei quali il narratore si fa innanzi a dichiarare, correggere, commentare, mosso ora da zelo di religione, ora da amore di scienza. Nella rub. II spiega l’allegoria contenuta, secondo lui, nel racconto delle verghe onde esce sangue, e nella XII quella di Cupido trasformatosi in Ascanio. Mostra come si ha da intendere che Ecuba diventò cane (rub. XVIII), che Circe mutava gli uomini in animali (rub. XXVII), ed espone le varie opinioni sul modo di interpretare la discesa di Enea agl’inferni (rub. XXV). Dove parla della morte di Didone (rub. XIX), non si perita di contrapporre all’autorità di Virgilio quella di San Girolamo, che vuole l’infelice regina vittima volontaria della giurata castità.

Alle volte s’atteggia ad erudito e reca notizie piú o meno peregrine a illustrazione di nomi, di fatti, di luoghi (rub. XVIII, XXI, ecc.). Giacché il buon frate non s’è saputo sottrarre alla consuetudine propria del suo tempo, di sfoggiare larga coltura letteraria citando, direttamente o di seconda mano, a ragione od a sproposito, autori classici e medievali. Livio, Ovidio, Sallustio, Seneca, Varrone, Giovenale, Valerio Massimo, Boezio, S. Girolamo, S. Bernardo, S. Isidoro sono gli scrittori che nomina piú spesso: alcuni poi cita cosí di frequente (per esempio, S. Isidoro) che non si può dubitare non abbia attinto direttamente alle loro opere.

Ho lasciato a bella posta da parte Dante, perché questi si può dire « il maestro e l’autore » di frate Guido. Ben tredici sono i passi riportati, talora anche commentati, della Divina Commedia; la quale per lui è il gran libro che serve a far discernere il vero dal falso, ciò che è da credere e ciò che è da ripudiare in ordine alle cose umane.

Tale la contenenza di questo libretto che, temperando, per dir cosí, la severità del poema classico colla piacevolezza del romanzo, sí da appagare il gusto cosí dei dotti come delle persone poco colte, ebbe ai suoi tempi immensa diffusione, ed ora ricomparve in veste rifatta nell’una o nell’altra regione d’Italia, ora, contaminato con altre redazioni del secolo, diede origine a nuove versioni; ora fu rifatto in rima, ed ora fu innestato in opere di maggior mole.

Ma se la fama di esso rifiorí ai nostri giorni e i Fatti d’Enea sono reputati una delle cose piú belle della nostra letteratura, questo si deve ai pregi di stile e di lingua che vi sono in gran copia.

Frate Guido è artista della penna, e sebbene talvolta la non perfetta conoscenza del latino gli faccia prendere degli abbagli, pur tuttavia ei gusta le bellezze del testo e le sa rendere quasi sempre con pari felicità, quand’ anche non ne aggiunga di nuove.

Nota il Parodi che nella descrizione dei funerali di Pallante, quell’aggiunta « la notte era già venuta » accresce la tristezza della scena pietosa; e il Tommaseo chiama Guido « il traduttore poeta », appunto perché certe delicatezze di stile non possono darsi che in un vero poeta. Veggasi quanto efficacemente il nostro compendî la descrizione della strage che mena Eurialo nel campo dei Rutuli (En., IX, 342-350): «Dall’altro lato Eurialo andava uccidendo, tagliando e troncando » (rub. XXXVI). Cosí la descrizione di Metabo fuggente colla figliuoletta in collo, incalzandolo i Volsci e impedendogli il passo le acque del fiume ingrossato (rub. XLIX), è degna del Boccaccio e del Passavanti.

Dei quali scrittori egli non ha il periodare magnifico e il costrutto latineggiante, ma contempera la vivezza del discorso parlato colla regolarità del discorso scritto, sí che la sua prosa per questo rispetto s’avvicina piú che qualsiasi altra del trecento, alla moderna.

Per tali ragioni la lettura di questo libretto non potrà non tornare utile ad alunni che cimentano le loro deboli forze nel comporre italiano, e non hanno ancora appreso l’arte di distribuire le loro semplici idee in bene ordinati periodi.

Non solo: ma impareranno anche a rappresentar quelle nella forma piú chiara ed efficace, ché altra dote del nostro scrittore è la, vorrei dire, pienezza dell’espressione, per cui ogni concetto si presenta con contorni ben delineati e in piena luce. Impareranno la proprietà del vocabolo; e se alle forme antiquate (non molte per verità, e agevoli ad essere intese) si eserciteranno a sostituire le moderne, anche di là donde potrebbe venire loro un danno (cosí la pensava il marchese Puoti), ricaveranno un vantaggio.

A darci una buona edizione dei Fatti d’Enea (la prima, anzi, a quel che pare, l’unica, fatta in Bologna nel 1490 e comprendente tutti due i libri del Fiore, diventò rarissima e poi so ne perdette la notizia) [16] posero mano ai giorni nostri eletti ingegni, sebbene le loro fatiche non abbiano sortito il desiderato effetto.

Il merito di aver fatto conoscere quell’antica edizione, è di Salvatore Muzzi, il quale anzi la ripubblicò integralmente nel 1824, [17] «purgandola, come egli dice, da infinite mende, non che dalla rozzografia e breviature di quei tempi ». Ma l’edizione non fu condotta secondo gl’intendimenti e col metodo con cui era stata intrapresa; ché il testo reca nelle prime quarantuna rubriche parecchie varianti, tratte da codici dei quali non si dà alcuna indicazione, e alquante note; poi non piú note né varianti. Certamente il Muzzi non poté compiere il lavoro divisato; infatti il libro non reca nemmeno il nome dell’editore.

Sette anni dopo, il Gamba pubblicava di su un codice marciano il secondo libro del Fiore; [18] ma come egli s’era ingannato nel reputare inedita l’opera di frate Guido, cosí s’ingannò nel credere autorevole un codice il quale, sebbene « stupendo per nitore di caratteri e per conservazione perfetta », è però « in sostanza assai magagnato». [19] Ed al suo errore si studiò di riparare nel modo piú degno. Giovandosi della prima edizione del Fiore e di « nuovi ragguagli e correzioni » comunicategli da Luigi Biondi, dal Betti, dal Tommaseo e dal Bellotti, [20] poté « correggere un ammasso di spropositi nei quali l’aveva trascinato la fede prestata al codice marciano »; e fatta, tre anni dopo, una nuova edizione, si dichiarò pronto a mandarla senza spesa alcuna (oh gran bontà degli editori antichi!) ai possessori della prima. Nello stesso anno 1834 il marchese Basilio Puoti, non sapendo della onorevole ammenda fatta dal Gamba del suo errore, procurava un’altra edizione dei Fatti d’Enea. [21] Il purista napolitano, ripubblicando l’operetta in servizio degli studiosi, attenevasi specialmente all’edizione antica, riprodotta dal Muzzi, ma stimava opportuno toglier via « parole, frasi viete, scure locuzioni », per timore che, lasciandovele od anche solo ponendole in nota, quelli avessero ad apprenderle ed usarle ne’ loro scritti.

Avuto notizia della nuova edizione del Gamba, pose mano egli pure ad una ristampa della sua, giovandosi dell’egregie fatiche » del Gamba stesso e di quegli altri valentuomini, « in moltissimi luoghi », ma conservando la lezione di prima là « dove i mutamenti erano di poco conto niente non aggiungevano né di grazia né di vivacità alla sentenza ». Inoltre, contrariamente all’avviso del Manuzzi, espungeva senza misericordia forme, voci, locuzioni arcaiche. Se ci fu mai edizione arbitraria, è proprio questa!

Le due edizioni del Gamba e del Puoti furono riprodotte più e più volte, [22] finché il Carbone nel 1867 diede un’edizione condotta con criteri nuovi, e la quale ebbe la fortuna di parecchie ristampe. [23]

Egli tenne a riscontro l’edizione del Muzzi, del Gamba e del Puoti, e si giovò anche di cinque codici, due del secolo decimoquarto, due del decimoquinto ed uno di data incerta; con tali aiuti cercò di restituire la scrittura di frate Guido « a quella lezione che la concordanza de’ codici, il riscontro continuo del testo virgiliano, l’uso corrente in quel secolo ed il discorso della sana critica gli persuasero essere più conforme alla vera e propria maniera del Nostro ».

Giova per altro avvertire che il Carbone ignorò la ristampa fatta dal Gamba, della sua edizione del 1831, [24] la quale accoglie correzioni, fondate, come pare, su l’autoritá di codici, del Tommaseo, del Betti, del Biondi e del Bellotti, e che egli scelse, forse, i codici del Fiore ch’ebbe piú alla mano, non quelli piú autorevoli per bontà di dettato.

Se io dovessi dare de’ Fatti d’Enea un’edizione critica, non è dubbio che dovrei sopra di questi fissare il testo; ma poiché la mia vuol essere solo una edizione scolastica, basterà che io cerchi di avvicinarmi alla lezione genuina, giovandomi delle edizioni che ho registrato piú addietro. Ora è chiaro che tre sole di esse possono servirmi a tal uopo: quella del Muzzi, quella del Gamba (1834) e quella del Carbone.

La prima riproduce un’edizione ormai rarissima, dell’estremo quattrocento; ma ognuno sa quanta poca cura si dessero allora gli editori, di scegliere tra vari codici di un’opera, il piú autorevole o corretto. In realtà la lezione data da quella stampa, spesse volte è manifestamente errata, né il Muzzi ha potuto o saputo emendarla; tanto che in molti luoghi il Tommaseo non dubita di preferire quella del codice marciano, come più limpida e più elegante. [25] D’ altra parte questo, per confessione stessa del Gamba, è molto scorretto, onde l’edizione condotta sopra di esso, per quanto emendata, ha un peccato d’origine. Resta l’edizione dol Carbone, autorevole, se non sicurissima; e questa io credetti di poter seguire, riscontrandola colle due del Muzzi e del Gamba, e valendomi della libertà consentita a un editore di antichi testi, per correggere quello che mi paresse meno accettabile. Dei cambiamenti darò ragione nelle note; ma, lo dico subito, essi sono pochissimi; ché non mi piaceva, senza ragioni di molto peso, metter le mani in un testo condotto sopra manoscritti autorevoli; anzi per ciò appunto non ho alterato notevolmente l’ interpunzione.

Quanto alle varianti, non essendo la mia un’edizione critica, era naturale seguissi criterî speciali. Lascio, adunque, tutto ciò che o non altera il senso o, dal confronto col testo virgiliano, appare manifestamente errato; e accolgo solo le lezioni veramente importanti o che possono suggerire all’insegnante osservazioni di lingua e di stile.

Le note sono esegetiche, o più specialmente intese a dichiarare, per via di esempi, quei modi di dire e quei costrutti che si scostano alquanto dall’uso moderno. Poche e adatte agli alunni delle scuole secondarie le note di pura erudizione grammaticale. [26] Certo questo bellissimo prosatore del trecento, che sembra tender la mano, da una parte agli scrittori popolareggianti, dall’altra al Boccaccio, e sa riuscire snello e decoroso, vivo ed elegante ad un tempo, richiederebbe un commento ben più elevato, nel quale lingua, sintassi e stile fossero studiati con criteri scientifici, e in relazione colla coltura del suo secolo. Ma tale indagine riserbo, s’a Dio piaccia, ad altro tempo; e ad ogni modo io non dovevo varcare i limiti impostimi dalla natura di questa collezione.

Nel numero delle note ho cercato di serbare il giusto mezzo ed evitare cosí l’eccesso, che è inutile ingombro, come il difetto, che non appaga il lettore; ma quanto sia difficile far questo, chi ha pratica di cosiffatti lavori, se lo sa. Chi poi nol sa, non ha diritto di parlare.

Nelle ultime rubriche, dove il racconto di frate Guido è quasi una versione dell’ Eneide, ho cercato di lumeggiare il testo col citare i versi di Virgilio. Metto anche a riscontro, quando mi pare opportuno, il rifacimento di frate Guido, là dove esso è quasi una traduzione del testo latino, colle due versioni del trecento ricordate più addietro.

Il vocabolarietto in fondo al volume vuol essere, secondo il mio concetto, qualche cosa di più che un nudo elenco delle voci e locuzioni più peregrine od eleganti o remote dall’uso o bisognevoli in qualsiasi modo di spiegazione. Esso, registrando tutto ciò che, e riguardo al lessico e riguardo la sintassi, è disforme dall’uso moderno, agevola ai giovani lettori il modo di farsi un concetto sufficientemente esatto dello scrittore. Nel tempo stesso compie ed integra il commento, essendovi segnati vocaboli e costrutti che dovevano bensí essere rilevati, ma o perché chiari di per sé stessi, o perché spiegati piú addietro, non richiedevano una nota speciale. Esso infine ripara a qualche involontaria omissione.

Le definizioni e gli esempi sono tolti, per i vocaboli che cominciano colle lettere A—I dalla quinta impressione del Vocab. degli Accad. della Crusca; per gli altri dalla edizione dello stesso Vocabolario curata dal Manuzzi, o, dove questo non mi soccorreva, dal Dizionario della lingua ital. del Tommaseo e dal Vocabolario italiano della lingua parlata del Rigutini.

Per la grammatica ricorro di solito alla Morfologia italiana di Egidio Gorra (coll. Hoepli), per la sintassi alla Sintassi italiana dell’uso moderno (Firenze, Sansoni, 1881) del Fornaciari, e per le etimologie al Dizionario etimologico dello Zambaldi (1889).

Gli esempi latini sono attinti al dizionario del Porcellini (ed. moderna); le citazioni dal testo virgiliano sono conformi all’edizione curata dal Sabbadini (Torino, Loescher, 1884—87), del commento del quale mi valgo anche per l’interpretazione di alcuni passi.

Riportando luoghi dell’Ugurgeri e del Lancia, ho seguito la lezione data dagli editori. Ma poiché essi stessi confessano di essere stati talvolta incerti tra due lezioni, mi sono permesso di preferire, qualche volta, quella relegata in nota come men buona. In due soli punti ho creduto di rimutare (tenendo sott’occhio i versi di Virgilio) il testo dell’Ugurgeri, perché parevami che, cosí come stava, non desse assolutamente senso. Sono ambidue a pag. 17.

Pavia, gennaio del 1900.

Francesco Foffano.

 

Note

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[1] Cfr. Gorra, Testi inediti di storia troiana, Torino, 1887, p. 58 egg., e Parodi, I rifacimenti e le traduzioni ital. dell’ Eneide (in Studi di fil. rom., fasc. 5), p. 342: per citare soltanto quelli che trattarono il tema ex professo.

[2] Parodi, op. cit., pag. 337.

[3] Di quelle dei secoli successivi, naturalmente io non mi curo. Puoi vederne un catalogo abbastanza esatto in Gamba, Diceria bibliografica intorno ai volgarizzamenti ital. delle opere di Virgilio, Verona, Ramanzini, 1831.

[4] Compilazione della Eneide fatta volgare per ser Andrea Lancia, in Etruria, a. I, fasc. 3, pag. 162 sgg., ed anche a parte. Nello stesso volume e fascicolo (p. 140) è una notizia Della vita e delle opere di A. Lancia di L. Bencini. Vedi poi Parodi, op . cit. p. 312 sgg.

[5] L’Eneide di Virgilio volgarizzata nel buon secolo della lingua ecc., Firenze, Le Monnier, 1858. La pubblicò A. Gotti, facendola precedere da una assennata introduzione, e seguire da un Saggio delle postille esistenti nel codice senese.

[6] Parodi, op. cit., p. 323.

[7] Id., p. 328.

[8] 4 Cfr. la prefazione del Muzzi alla edizione del Fiore d’Italia di frate Guido (Bologna, 1824) e gli Indici in appendice al Vocabolario della Crusca.

[9] Il prof. D’Ancona, che ebbe sott’occhio alcuni appunti del defunta prof. Paganini, ci fa sapere (Antol. della lett. it., I, 484) che questi non era riuscito a identificare il nostro Guido con alcuno dei molti frati di tal nome, vissuti in Pisa tra il 1250 ed il 1350.

[10] I Fatti d’Enea ecc., Firenze Barbèra, 1868 (ed. seconda), pag. vi della prefazione.

[11] Il Roediger nell’articolo qui appresso citato (pag. 342) dice che alcuni codici contengono un commento latino di Guido a tutto intero l’Inferno, ma non s’arrischia ad affermar nulla circa l’ autenticità di esso. Cfr. anche WITTE, Danteforschungen, I, 28 n.

[12] Propugnatore, N. S., Vol. I, p. 2, p. 62 sgg.

[13] Gli è anche attribuita con verosimiglianza una Miscellanea historica geographica in latino, per la quale vedi Parodi, op. cit., p. 182 e 360.

[14] Il Roediger ( op . cit., p. 345) afferma che frate Guido « aveva un concetto in generale giusto del divino poema ».

[15] Fiore d’It., ed. Mazzi, p. 4 sgg.

[16] Giova per altro avvertire che ebbe parecchie edizioni, dal 1492 in poi, l’ Opera intitulata l’Aquila volante, malamente attribuita a Leonardo Aretino, e che contiene quasi tutto il secondo libro del Fiore d’Italia.

[17] Piú tardi qualche libraio sostituí al frontispizio (che doveva recare la data « Bologna, Turchi, 1824 ») un altro in cui si legge: Fiore d’ Italia, testo di lingua ridotto a miglior lezione e corredato di note da Luigi Muzzi, Bologna, nel sec. XIX. Vedi a questo proposito l’accenno del Tommaseo nella recensione dei Fatti d’Enea, editi dal Gamba: recensione inserita nell’ Antologia, vol. XLIV (anno 1831), p. 122, e riprodotta nel Di zionario estetico.

[18] I fatti di Enea tratti dalla Eneide di Virgilio e ridotti in volgare da frate "Guido da Pisa.... testo di lingua per cura di Bart. Gamba, Venezia, Alvisopoli, 1831.

[19] Le parole tra virgolette sono tratte dalle prefazioni all’edizione or ora citata, e a quella nuova del 1834, non che dalla Serie dei testi di lingua dello stesso Gamba, ediz. quarta, pag. 141, all’art. Fiore d’Italia.

[20] Che queste correzioni fossero, almeno in parte, fondate su l’autorità dei codici, il Gamba non dice. Lo afferma invece esplicitamente il Puoti, nella prefazione alla seconda delle edizioni da lui curate; e pare probabile anche a me. Infatti il Tommaseo, nella citata recensione dei Fatti d’Enea editi dal Gamba nel ’31 (pag. 126), dice di aver avuto sott’occhio ben quattordici codici, e spigola alcune varianti.

[21] Napoli, Stamperia del Fibreno.

[22] Notevole la ristampa di quella del Puoti, che ebbe nuove cure da parte dell’ ab. V. Di Giovanni (Palermo, Cutrera, 1858). Il quale pubblicò nel 1867 la terza edizione di un suo libretto Modi scelti di lingua raccolti da classici scrittori ecc. (Palermo, Biondo), dove è un dialogo Fra Guido da Pisa o sia i Fatti d’ Enea, che i giovani potrebbero leggere utilmente.

[23] I fatti d’Enea illustrati con note di vari e ridotti a corretta lezione coll’aiuto de’ manoscritti per cura di D. Carbone, Firenze, Barbera, 1867. Essa è lodata anche dal D’Ancona (op. e vol. citati, p. 485).

[24] Si potrebbe anche dubitare se abbia avuto sott’occhio quella del 1831. Infatti nella prefazione (pag. vii) attribuisce al Di Giovanni il merito di una osservazione circa l’età di frate Guido, che è stata fatta invece dal Gamba nella brevissima introduzione.

[25] Loc. cit., h. 125 n.

[26] Qualche rara volta mi servirò delle note del Puoti (P.) del Di Giovanni (D. G.) e del Carbone (C.), indicandole colle sigle poste tra parentesi. Di altri commenti pin o meno recenti, non ho creduto tener conto.

 

 

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2006