Anonimo

GIBELLO

Edizione di riferimento

Poeti minori del Trecento, a cura di Natalino Sapegno, Letteratura Italiana - Storia e Testi vol. 10, direttori Raffaele Mattioli, Pietro Pancrazi, Alfredo Schiaffini, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli 1962

La novella di Gibello deve ritenersi composta prima del 1390, perché vi si può riconoscere la probabile fonte di un episodio dei Reali di Francia. La materia, che essa svolge, è in parte affine a quella del Liombruno, del Bel Gherardino e della Pulzella Gaia; in parte rielabora un motivo leggendario largamente sfruttato nel medioevo e che ha trovato la sua espressione poetica più alta nel Lai de Fraisne di Maria di Francia.

1.

O gloriosa Vergine pulcella,

umile santa, pura e salva nave [1],

del paradiso se' lucente stella,

gloria de' santi e delle sante chiave [2];

concedi grazia a mia [debol] favella

che co' memoria [3] ti possa dire: - Ave,

Maria, gratia plena, Dominus teco -,

e del tuo frutto non mi metti nego [4].

2.

Dirò un cantar vivo con allegrezza

dello re Tarsiano di Bravisse,

com'alle donne facea gran gravezza

e guerra mantenea a torto con esse:

e' non voleva, in nessuna grandezza [5],

veruna due figliuoli partorisse;

quale [6] gli partorìa, fa giudicare

e per sentenza ad ardere menare.

3.

E nel suo tempo giustiziar ne fece

e disformare al fuoco, sanza conto [7]

egli apponea lor ch'era meretrice

qual duo figliuo' partoriva in un [ponto].

Secondo che la storia parla e dice,

quella reina gionse in su quel ponto,

che due figli una notte ingeneròe,

per qua' [8] lo re dall'un sconfitto fòe.

4.

Essendo la reina ingravidata,

venne lo tempo dello partorire.

Ella si stava in camera celata,

perché due figli le parea sentire,

con una balia secreta e giurata,

facendosi onorare e ben servire.

Con questa balia sola partorìe,

ch'altra donna né balia non sentìe.

5.

Abbiendo la reina partorito,

presi i fantini fur sanza dimoro [9],

da quella balia ciascuno è nudrito

ed ammantati in un bel drappo ad oro.

Perché non fosse dallo re sentito,

coll'un la balia si partì di loro,

e l'altro lasciò star colla reina,

e quel portò a gittare alla marina.

6.

Rimase la reina dolorosa

con altre donne e balie accompagnata;

e questa balia secreta e nascosa

della città usciva sconsolata

con quel fantino, ch'è sì bella cosa.

Così andando, ella si fu inviata [10]

e per gittarnelo al mare portollo:

là trovò mercatanti e a lor donollo.

7.

Tornossi indietro e disse ch'era morto,

e la reina se ne fu credente.

Gli mercatanti fur tosto ad un porto,

trovarongli una balia immantinente;

facévallo nudrire e dar conforto,

ché ciascun lo vedeva allegramente;

cavarol del reame di Bravisse,

portarlo alla città di Genudrisse.

8.

Giugnendo a Genudrisse la cittade

la balia col fantino e' mercatanti,

le donne e gli signor di gran biltade

per vederlo si furo lor davanti,

ch' a' più parea che l'alta [11] Maestade

vi fosse stata a fallo, e gli altri santi;

parea che fosse nato in paradiso,

tant'era di bellezze nuove affiso [12].

9.

Questa cittade vi si mantenea,

ciò è Genudrisse, per una pulcella [13],

che Argogliosa appellare si facea

ed era di nov'anni, molto bella.

Vide la gente ch'al fantin traea [14],

dimandò ch'era e seppe la novella;

disse a' suoi bali [15]: - Or mel fate venire,

ché per mio servo il vo' fare a nudrire. -

10.

I mercatanti fur sanza soggiorno

davanti alla pulcella col fantino.

La pulcelletta, bello viso adorno,

veggendolo sì bel da piccolino

e che la gente andava lor dintorno,

ché rassembrava [16] un angelo divino,

chiesel a' mercatanti in dono caro [17],

ed e' con allegrezza gliel donaro.

11.

Molte balie [fur tolte] a governarlo,

che innamorata ciascuna parea,

e di quel drappo ad oro dismantarlo [18],

e la pulcella sì lo riponea [19],

come persona ch'è di gran legnaggio.

Gibel la dama nome gli ponea;

tosto lo fece crescere e allevare

con più maestri a legger e a studiare.

12.

Egli era veramente tanto destro,

il gaio giovinetto, ad ogni cosa,

da ciascuno era tenuto maestro,

e la sua fama cresce valorosa.

Ed alle cose era maniero [20] e presto

vie me' [21] che gli altri; e quella gentil cosa

della pulcella n'avea tal piacere

ch'altro disio non ha che lui vedere.

13.

Crescendo il giovinetto valoroso,

alla schermaglia comincia ad usare,

della qual vene tanto copioso [22],

che a quel paese non trovava pare.

Di costumi e di danze più gioioso,

più che null'altro me' le sapea fare,

di salti e di lanciare e di destrezza;

e in belle cacce tuttora s'avvezza.

14.

Usava molto Gibel il giostrare

e di ciò ne prendea molto diletto;

ancor così faceva il bigordare [23]

l'ardito, franco, gaio giovinetto.

Fa a molti [cavalier] selle votare,

che della piazza [24] lor facea far letto.

Così si mise un dì ad una giostra

(per quel che 'l libro qui chiaro mi mostra),

15.

ov'era molta gente di valore,

conti baroni e molti cavalieri:

ciascun procaccia di avere l'onore [25],

e similmente fanno gli scudieri [26].

Quivi si mostra chi ha valenza o core,

vitando forte ognuno i buon destrieri;

qual va per terra e qual rompe la lancia,

chi fier nell'elmo e chi fier nella pancia.

16.

Gibel giunse alla giostra ardito e franco;

colla grossa asta in man, punge il destriere

scontrossi in un che il ferì nel fianco

per farli a terra votar le groppiere [27];

ma il buon Gibello non parve già stanco

e fiere lui in tostane maniere [28];

a terra il traboccò [29] isconciamente,

e videl ciaschedun ch'era presente.

17.

Poi ferì un cavalier ch'avea già vinto

la maggior parte del torniamento [30]

(e del ben far e' non s'era già infinto [31],

per quel che da ciascun per vero i' sento);

diégli nel petto, ebbelo in terra pinto [32]

con grande sconcio (di ciò non vi mento).

Pur si rizzò quel cavaliere, e disse

queste parole pronte aperte e fisse [33]:

18.

- Noi non sappiam di cui se' imparentato; -

diceva 'l cavalier falso ed astioso -

da' mercatanti qui fosti portato,

però non esser contro a noi argoglioso. -

Udendolo, Gibel si fu cambiato,

e 'l cor suo allegro divenne pensoso;

fessi contar per punto e per ragione [34]

come non era della lor nazione.

19.

Udendo la novella, il donzelletto

dalla giostra si fu tosto partuto,

alla donzella se n'andò soletto,

fulle davanti e dielle un bel saluto;

contolle come stato gli era detto

che d'altre parti quivi era venuto

con mercatanti lontani e stranieri,

sì come gli avea detto il cavalieri.

20.

E la pulzella gran dolore avìa,

udendo le novelle di Gibello;

il braccio in collo quella gli ponìa;

piangendo dice: - Giglio mio novello,

i' t'aggio [35] amato alla mia signoria.

Donde venissi, deh, lascia andar quello!

Dolce 'l mio amor, non languir né aver doglie,

sia mio marito ed io sarò tua moglie. -

21.

Allor Gibello, lo gentil garzone, disse:

- Pulzella, moglie non torrei,

se mio legnaggio in prima non sone [36];

amor di donna mai non prenderei.

Cercar ve' di mia gesta [37], s'io potròne. -

E dove [38] andasse, domandòne lei;

ella gli disse come l'avea tolto

e diégli il drappo ad oro, in che fu involto.

22.

La pulzelletta, sanza dimorare,

innanzi che Gibello cavalcasse,

chi 'l proverbiò [39], ella il fece pigliare,

volea la testa che gli si tagliasse.

Allor Gibello nolla lasciò fare,

anzi pregolla che gli perdonasse:

ella gli perdonò, poi ch'a lui piacque;

ma a tutta l'altra gente ne dispiacque.

23.

Argogliosa pulcella di dolore

en el suo cuore era tutta smarrita

e sì dicea: - Lassa! Dolce el mio amore,

poi che ti parti, i' non vorre' più vita.

Ad altra donna donera' lo amore,

poi che da me così fai dipartita.

Dogliosa a me, ch'io ho fatto nutricarti! [40]

Or quando ti vedrò? perché ti parti? -

24.

Disse Gibello: - Pulzella, amor mio,

s'io truovo dond'io nacqui e di che gesta,

i' giuro ed imprometto all'alto Iddio

di tornar, se me n'andasse la testa.

Ad altra donna non mi darò io,

ch'io son donato [41] alla vostra podesta. -

E la pulcella a Dio lo raccomanda.

Gibel del drappo ad oro fece banda [42].

25.

Nel torno [43] avea Gibel di sedici anni

quando si mosse a cercar sua ventura;

entrò 'n cammin con angosciosi affanni,

su un destriere armato di misura [44];

e Iddio pregando andava sanza inganni

che gli desse a trovar di sua natura [45].

Arrivò, come dice il libro el vero,

nella Val Bruna del Cavalier Nero.

26.

Nella Val Bruna Gibel fu arrivato:

infino a mezzo giorno e' cavalcava,

e nel Cavalier Ner si fu scontrato,

che quel passo tuttavia lo guardava:

cavalier né baron da nessun lato,

per lo fermo, passar non vi lasciava,

e sia chi vuol, vegna donde volesse,

che vassallaggio giurar nol facesse.

27.

Per forza d'arme acquistati n'avea

dugento, che 'n sua corte gli fa stare,

sanza quegli altri che morti egli avea,

qual [46] vassallaggio non volea giurare.

Quando Gibello da lungi vedea,

fugli davanti e disse:- Non passare;

tosto dismonta, se non vuoi la morte,

e sta cogli altri a servir la mia corte. -

28.

Allor Gibello tutto pien di gioia

arditamente rispuose al barone:

- Oggi è quel dì che convien che tu muoia,

ovver che tu qui sarai mio prigione.

Veracemente troppo m'è a noia

star qui ad isforzar contr'a ragione. -

Di mal talento [47] a morte disfidarsi,

presor del campo ed a fedire andarsi.

29.

Le lancia i' mano ed in braccia gli scudi

vans'a fedir come dragon mortali;

misero i ferri ai loro isberghi [48] ignudi

amendue gli baroni imperiali [49].

Per gli gran colpi dispietati e crudi

e destrier ruppon cinghie e pettorali.

Ma lo garzon di tal voler [50] l'afferra

che sconciamente l'abbatteva in terra.

30.

Allor Gibello disse: - Cavalieri,

or per prigion vo' che t'arrenda a me:

giurami fedeltà, e volentieri,

come volevi ch'io facessi a te. -

El Cavalier Nero non fu lanieri [51],

colla sua gente suo servo si fe',

e tutti quanti fedeltà giurarli [52]:

egli stette tre dì a signoreggiarli [53].

31.

Passati gli tre giorni, cavalcava.

E 'l Cavalier Nero, suo servidore

com'era in prima signor, l'ambasciava [54]:

così Gibello il lasciò reggitore.

Da lui si parte ed oltre cavalcava

e fu arrivato ad un altro signore,

che si chiamava lo Vermiglio Conte,

che guardava una rocca sotto un monte.

32.

Trecento cavalier di grande ardire

ha sotto sé quello Conte Vermiglio,

tutti acquistati per forza, al ver dire,

ciascun possente, gaio come giglio;

e mille o più n'avea fatti morire

per forza d'arme, sanza alcun consiglio [55].

La guardia in sul cammin tenea per mostra,

a chi passava facìa chieder giostra.

33.

La guardia vide il donzelletto gaio,

gridò al conte, ed egli udendo armossi

e della rocca uscì su un destrier baio,

in sul cammin con Gibello scontrossi.

Vedendo il Conte Gibel tanto gaio,

subitamente di lui innamorossi,

cortesemente disse che scendesse

e vassallaggio cogli altri facesse.

34.

Allor Gibello, pieno di valenza,

arditamente al Conte rispondìa:

- Fede non giurerei, se tua potenza

imprima non si pruova colla mia.

Veramente tu hai vana credenza

a domandar ch'io tuo servo stia;

ma per prigion vo' che tu a me t'arrenda:

s'altro vuo' dir, la spada mi difenda! -

35.

Se prima il Conte n'era innamorato,

udendol doppiamente innamoronne

e disse: - Giovinetto ingraziato [56],

di tua possanza un colpo aspetteronne,

e s'io da te saraggio iscavallato [57]

giurerò fedeltà, teco verronne;

ma se tu non mi abbatti del cavallo

giurami fe' che starai mio vassallo. -

36.

Allor Gibello prendeva il partito

siccome lioncel pien d'arditanza,

e nel suo cuore era tutto fiorito [58];

bracciò [59] lo scudo ed impugnò la lanza

e ritorna a fedire il Conte, ardito,

d'amor pensando alla sua dolce 'manza [60]:

lui e 'l cavallo al campo fe' cadere

'nnanz' alla gente che stava a vedere.

37.

Disse Gibel : - Baron, tu se' mio servo,

sanza dimoro a me t'arrenderai. -

El Conte rispondea con latin verbo [61]

- Or ben se' il fior di quanti mai trovai,

e fedeltà volentieri t'osservo:

entra 'n tenuta [62] e per signor sarai [63]. -

E tutti quanti l'ubbidiro a fiotta [64]

e misserlo in tenuta nella rocca.

38.

Quando e' si fu posato [65] al suo volere,

di questa rocca a partir [66] ch' e' si prese,

il Conte [67] in signoria fe' rimanere,

sì com'egli era quando quivi scese.

Cercando di sua gesta a suo podere,

fu arrivato in un altro paese,

a una città d'un duca crudo e strano,

il qual è sotto lo re Tarsiano.

39.

Serpentina avea nome la cittade,

drento Gibello sì vi fu entrato

le donne e li signori in veritade

di lui parea ciascuno innamorato.

Vedendo il duca ben la sua biltade,

della duchessa si n'è impaurato:

disse: - Egli è bello e bella è la duchessa.

Veramente venuto egli è per essa. -

40.

Pensando il duca, non gli [68] parea gioco.

La notte 'l fe' pigliare in nel suo letto

e nel palagio suo, in uno loco,

imprigionar lo fe', sanza difetto [69].

E la duchessa d'amor prese fuoco,

com'ella in prigion vide il donzelletto.

El duca, che sua morte avrà da esso,

per gelosia [70] 'l si recò da presso.

41.

Noi lascerem Gibello in Serpentina

imprigionato, secondo la storia,

e direm della madre sua reina

e del re Tarsian, ch'ha gran vettoria,

ch'ebber consiglio tale una mattina

dar moglie all'altro figlio con gran gloria [71]:

per consiglio eletta fu 'n isposa,

se 'n piacer gli é, la pulzella Argogliosa.

42.

Il re fe' imbasciadori, e cavalcaro;

sanza soggiorno [72] a Genudrisse furo;

la pulzella Argogliosa ivi trovaro

e l'ambasciata contar [73] di sicuro.

Argogliosa, col suo viso chiaro [74],

che per Gibello avea lo cor sì duro [75],

non volle ascoltar l'ambasciaria,

rispuose che marito non volìa.

 

43.

Da lei si dipartir gl'imbasciadori

ed al re Tarsiano ritornarsi

e disson ch'ella avea gravi dolori

e non volea quel tempo [76] maritarsi.

El re coi suoi baroni ne' lor cuori

di tal risposta forte infiammarsi,

gridaro a boce [77]: - Oste [78] le mandiamo

sì che per forza all'onta sua l'abbiamo. -

44.

Per tutto il suo reame immantanente

re Tarsiano grand'oste bandìe:

cavalieri e di popolo gran gente

collo re Tarsiano al campo uscìe.

Duca di Serpentina miscredente

andò in quell'oste, ma non più redìe [79].

Re Tarsiano sue insegne ebbe poste

intorno a Genutrisse con grand'oste.

45.

Il valoroso Gibel, ch'è in prigione,

per nulla guisa non si rallegrava,

sentendo che lo re contra a ragione

la pulzelletta su' amanza assediava.

La duchessa dicea: - Gentil garzone,

- davanti alla prigion sì gli parlava -

o donzel ch'hai d'ogni biltà corona,

gioi' vo' che prendi della mia persona. -

46.

Gibello a sue parole no' attendea,

e nel suo cuore già era conquiso;

e la duchessa parlava e dicea:

- Or che ha' tu, angel di paradiso? -

Allor Gibello sì le rispondea:

- I' sento che la morte sì m'ha priso,

perch'io a Genutrisse andar non posso

contro a re Tarsian, che a torto è mosso. -

47.

E la duchessa, veggendo Gibello

che a Genutrisse avea voglia d'andare,

disse: - Io ti lascerò, giglio novello,

se mi prometti di qui ritornare. -

Ed egli rispondea, chiarito [80] e bello:

- S' i' non son morto, i' giuro di tornare.

Se mi lasciate andar, fate merzé [81],

che la pulcella difenda dal re. -

48.

E la duchessa pensò in suo cuore:

« Sed io a Genutrisse andar lo lasso,

forse al tornar mi donerà il suo amore,

se 'l qual non ho di questa vita passo.

E s'io 'l potessi, 'l fare' imperadore,

pur ch'allegrasse un poco il mio cor lasso.

Dogliosa a me, ch'io arei tutto bene,

se mi traesse una volta di pene! »

49.

Poi gli diceva: - Amor, po' che tu vuoi

a Genutrisse andar, cheggioti un dono:

che 'l duca mio uccidi, se tu puoi,

e ogn'altra fallenza ti perdono. -

Ed e' rispuose: - Lui e' baron suoi

vorre' uccider, quanti ve ne sono,

e quanti ve n'ha ancor d'altri paesi

vorrei che fosser tutti morti o presi. --

50.

Allor Gibello di prigion fu tratto,

l'arme e 'l destrier avanti [82] sì gli gìo;

sanza dimoro [83] in fretta s'armò ratto:

non prese staffa, ch'a caval salìo.

Della città uscì e con quel patto

ver del Conte Vermiglio se ne gìo;

tosto 'l fe' adobbar con sua compagna [84]

e l'altro dì entrò per la campagna.

51.

E nella Valle Bruna egli è arrivato

ov'era il Cavalier Ner di gran vaglia,

e 'l fatto e la maniera gli ha contato

com'egli andavan per voler battaglia.

I suo dugento cavalier s'armaro

tutti per punto e non mancò lor maglia.

I tre baroni a Genutrisse giéno [85]

con cinquecento cavalier ch'aviéno.

52.

Furo arrivati a Genutrisse presso;

d'in sulla torre la guardia vede' li:

allor Gibello mandò il suo messo

come colla sua gente soccorre' li.

Le porte aperte gli furon adesso [86]:

egli entrò drento con que' suo fedeli.

Tutta la gente mena gioia a scorso [87],

veggendo venir tanto bel soccorso.

53.

Tant'allegrezza avea la giovinetta

che uom che sia [88] contare nol potrebbe;

con sue compagne fu [89] l'amorosetta;

corse a Gibello e abbracciato l'ebbe:

or si posò la gente [90] giulivetta,

allegra più che lingua nol direbbe.

Gibello fece andar per l'oste il bando

e lo re Tarsian mandò sfidando.

54.

Subitamente tutti i buon baroni

conti e marchesi della damigella

trovar lor armi e correnti roncioni [91];

ciascun s'armava e poi montò in sella.

Similemente fanno i compagnoni;

e' mercatanti sono, a tal novella,

per esser fuori alla battaglia presti [92],

ché del combatter sono arditi e destri.

55.

Usciti fuori alla bella campagna,

quivi si cominciaro a far le schiere

de' buon baron sanza [93] avere magagna:

riguardan selle e ferri al buon destriere;

d'aver la zuffa verun se ne lagna;

ciascun vorrebbe pur esser primiere

a cominciar lo stormo [94] crudo e aspro;

ciascun di ciò se ne crede esser mastro.

56.

Così re Tarsian fece guernire [95]

ciò che bisogna a tutta la sua genti,

armati, presti a battaglia venire;

credendo della guerra più possenti

esser degli altri, e per non fuggire,

si fur più innanzi e sì come valenti

cominciaron lo stormo sanza fallo.

Piacciavi, gente, udir come andò il ballo.

57.

Or chi vedesse istormo incominciare,

fedir di spade e di spunton tagliente,

balestra grosse aprire e diserrare,

lanciarsi come fa dragon mordente;

ciascun si briga alle spade menare;

quivi si vede qual è il più possente;

qual taglia teste e quale gambe e braccia;

ciascun del ben combatter vi si avaccia [96].

58.

Un cavaliere dello re Tarsiano

si fece innanzi con molto valore;

una gross'asta e' si recò per mano

e ferì nello stormo con furore0

ed abbatténe cinque giù nel piano.

Allor si cominciò sì gran romore

che parea che giù il secol venisse [97]

e che lo 'nferno del tutto s'aprisse.

59.

Subitamente uno gli viene manco [98].

Un baccellier [99] di quel Conte Vermiglio

con una lancia grossa, il guerrier franco,

scontrò quel cavalier con gran periglio;

tal colpo gli donò nel lato manco

che lo passò per tutto lo 'nteriglio [100]:

e morto cadde nel crudele stormo,

per quel ch' i' sent'e nel libro m'informo.

60.

El figliuol del re con gran baronaggio [101]

combatté con Gibel pien d'ardimento

dando e togliendo colpi di vantaggio [102]:

ciascun mostrava suo gran valimento [103].

Colla sua gente Gibel prode e saggio

avea il fratello già sconfitto e vinto;

ma lo re Tarsian lo soccorrìa

e con due schiere allo stormo ferìa.

61.

Il Cavalier Nero di gran valore

allo figliuol del re ferìa per costa [104],

donando colpi di tanto vigore

che nessun può durare alla sua posta;

sicché il figliuol del re è perditore,

non poté più durare alla proposta [105];

e 'l buon Conte Vermiglio di gran vaglia

dall'altra parte dié al re la battaglia.

62.

Gibel col popol suo di Genutrisse

viene le schiere tagliando e fedendo,

e de' campion del regno di Bravisse

quanti ne scontra egli ne va uccidendo.

Il Cavalier Nero ferìa tra esse,

così gran colpi dando e ricevendo,

ov'egli andava isgomberar facea

coi suoi dugento cavalier ch'avea.

63.

Duca di Serpentina si scontròe

col buon Gibello, combattendo a schiera,

e l'uno e l'altro a fedire s'andòe

infra la gente infiammata e fiera;

e sì gran colpo Gibel gli donòe,

morto l'abbatte sotto sua bandiera.

Gli scudi e gli elmi vi facien ta' suoni,

parea che fosse balenar e tuoni.

64.

La battaglia era sì gravosa e dura,

l'aria e la terra n'era intenebrata.

Ferro non vi valea né armadura

contro a Gibel, ch'avea gente pregiata.

Chi prova un colpo suo, per sua sventura,

vorria [106] tornare a dirne l'ambasciata!

Re Tarsian colla sua gente stolta,

non potendo durar, misesi in volta [107].

65.

Allor Gibel con suoi baron vedea

che contra a lui non era chi durasse.

Lo re e 'l figlio del campo si partea.

Gibello fé bandir che non cacciasse [108]

l'un contro all'altro; parlava e dicea:

- Viltà saria a fedir chi n'andasse. -

E fe' sonar le trombe a ringioiarsi

e dentro la città a ritornarsi.

66.

Le donne e li signor della cittade

ciascun menava riso gioia e canto;

e la pulzella piena di biltade

tant'era allegra, non si può dir quanto.

Allor Gibello, pien di lealtade,

s'accommiatò, quando fu stato alquanto;

e la pulcella, di lui innamorata,

più che prima rimase sconsolata.

67.

Della pulcella egli si dipartia,

Gibel da' suo baron commiato prese

e in Serpentina prigion se reddia.

Gli altri, ciascun tornarsi in lor paese.

E la duchessa, quando lo vedia,

pensossi di venir con lui alle [prese] [109];

d'amor cantava e davasi conforto,

com'ella seppe che 'l duca era morto.

68.

La duchessa d'amor chiede mercede,

e sì dicea: - Giovane ingraziato,

gentil valletto, gioi' prendi di mene,

dammi il tuo amor, non stare imprigionato:

migliore dama non puo' aver per tene:

sarai signor di tutto il mio ducato. -

Ed e', ch'avea dato il suo amore altrui,

stava com'ella non dicesse a lui.

69.

Questa duchessa ogni dì il predicava

che per amor gioia di lei pigliasse,

ma lusingare niente le giovava,

ché non parea che di lei si curasse.

En questo tempo il re Tarsian mandava

alla duchessa ch'alla corte andasse,

ch'ogn'anno il duca andare vi solea

per una festa che lo re facea.

70.

E quando la duchessa fu richiesta,

non avea con cui gire accompagnata;

dicea: - Lassa, come andrò io a festa,

che la mia gente è tutta isbarrata? [110] -

E scapigliossi la sua bionda testa

e piange come donna isconsolata:

allor face lamento del marito

che di sei mesi o più era transito [111].

71.

Piangendo la duchessa a capo chino,

Gibel piacevolmente le parlòne:

- Gentil duchessa, rosa di giardino,

se v'é in piacere i' v'accompagneròne.

Fate che andar possa a mio dimino [112]

e ch'io non torni più in vostra prigione. -

Ed ella pensò: « S'io il menerò làe,

forse el re per marito mel daràe. »

72.

Ella dicea: - Molto volentieri! -

Trassel fuor di prigion sanza [113] tornare;

ed e' mandò per gli suoi cavalieri

e in Serpentina egli i fe' appresentare.

Quivi fur giunti i nobili guerrieri;

sanza dimoro brigan cavalcare;

sotto la 'nsegna di Gibel sovrano

fur alla corte di re Tarsiano.

73.

Tutta la gente trae per maraviglia,

quando vidon sì bella baronia,

e isguardando la gente vermiglia,

ch'eran trecento in sua compagnia,

e i ner dugento ch'erano in famiglia:

più bella gente non si troverìa.

Colla duchessa nella città entraro

presso la corte di re Tarsiano.

74.

Sotto sua insegna il nobile Gibello

per la città ognindì cavalcava:

chi lo vede, l'assomiglia al fratello,

alla fattezze ch'egli in sé portava.

E la reina un dì mandò per ello

e dond'egli era sì lo dimandava;

ed e' rispuose e disse la novella

che' mercatanti il diero alla pulzella.

75.

E tutto il fatto a punto e' le contòe

(di ritrovare sua gesta s'ingegna)

e come a Genutrisse egli arrivòe

ammantato di quella sua insegna [114],

 e come la pulzella lo allevòe,

e com'ell'era del suo amore degna,

e come 1'have cresciuto e allevato,

come dal cavalier fu proverbiato.

76.

La reina ch'estende il convenente [115],

disse fra sé: «Questo è de' miei figliuoli»;

la balia fe' venire immantanente,

disse: - Dì 'l vero, se morir non vuoli:

questi è mio figlio ben certanamente.

Non lo uccidesti, come dir mi suoli [116]. -

La balia tutto il fatto le contòe,

com'ella a' mercatanti lo donòe.

77.

E la reina allor s'inginocchiava;

piangendo disse: - Dolce figliuol mio! -

Davanti a lui umilmente parlava,

merzé [117] gli chiede per l'amor di Dio,

e perché 'l fece morir gli contava,

dicendo:- Per te arsa or sarò io,

ma allegra, figliuol mio, io sì morraggio

poiché ricognosciuto hai 'l tuo lignaggio. -

78.

Disse Gibello, lo garzon reale:

- Dolce mia madre, non aver paura,

ch' i' ho con meco gente imperiale

che da tre re vi terrebbon sicura.

Questa giustizia non è ragionale [118],

e proverollo colla mia armatura.

A Genutrisse lo re sconfiggemmo,

sì che voi ben, madonna, francheremmo [119]. -

79.

La novella si spande per la corte

come Gibello era figliuol del rene [120].

Tutta la gente se n'allegra forte

e 'l suo fratel gran feste sì ne féne.

Lo re fe' giudicar [121] la reina a morte,

ched ella ne fosse arsa in fuoco e in pene.

Armato fu Gibel, quando lo 'ntese,

colla sua gente lo palazio prese.

80.

E lo fratello ne fe' gran sollazzo;

disse:- Io non vo' che la reina s'arda -;

immantanente montò in sul palazzo

con quella gente ch'egli ha in sua guarda;

e ciascun de' baron, se non fu pazzo,

de' giovani [122] ubbidir niente tarda;

e lo re Tarsian mena gran duolo

ch'a tal bisogno si ritruova solo.

81.

Veggendosi così 'l re abbandonato

da' suoi baroni, gran dolor n'avia.

Allor Gibello, savio e insegnato [123],

con molta gente al padre se ne gìa.

Davanti a lui e' si fu inginocchiato,

umilemente parlava e dicìa:

- Padre mio, a ragion [124] or m'intendete,

ché diritta giustizia mi farete. -

82.

El padre rispondea con gran dolore:

- Dì ciò che vuoi, che io l'ascolteròe. -

Allor Gibello rispuose e parlòne:

- A onor di Dio i' sì vel conteròe:

come non fu impossibile al Signore

di fare Adam, primo uom che formòe,

così non gli è 'mpossibile di fare

duo figliuol in un'ora [125] ingenerare. -

83.

El padre disse: - Dolce figliuol caro,

tu m'hai mostrato il ver sì apertamente,

ond'io cognosco e veggio puro e chiaro

che uno e duo [126] sono in Dio possente. -

E gli baroni Iddio ringraziaro,

veggendo il re del vero conoscente.

Allora il re Gibel per man pigliòe,

allato a sé a sedere l'assettòe [127].

84.

Veggendo il re che non facea giustizia,

in tutto fece van [128] quello statuto.

Franca [129] fu la reina da malizia,

perché Gibello le donava aiuto.

Allor Gibello, pieno di letizia,

per messo [130] alla pulzella 'l fe' saputo.

Come Argogliosa intese la novella,

con sue compagne tosto montò in sella.

85.

La pulzella Argogliosa ingraziata

con cinquanta pulzelle in compagnia,

da cento cavalieri accompagnata,

sanza dimoro si fu messa in via.

Alla corte del re fu ismontata,

dov'era Gibel pien di cortesia.

Tutta la gente trae per vedella,

che 'n fra l'altre lucea com'una stella.

86.

Il buon Gibello con allegro cuore

isposò la pulzella innanzi al padre.

Tutta la gente cantava d'amore;

ma sopra tutte era allegra la madre.

Le donne e le donzelle di valore

gran festa ne facean in veritade;

tutta la gente danzava per essa.

Morta d'amor cadde allor la duchessa.

87.

Sì grande è l'allegrezza e 'l giuoco e 'l riso,

un anno e più bastò [131] corte bandita.

Il buon Gibel con amoroso viso

della pulzella prese gioi' fiorita.

Chiamato [132] fu signor di tutto, assiso,

poi che 'l padre passò di questa vita,

e 'l fratel per signor d'altre contrade.

E noi sì salvi l'alta Maestade.

 

Note

_____________________________

 

[1] salva nave: nave di salvezza.

[2] delle sante chiave: del regno dei santi, custodito dalle sacre chiavi affidate a san Pietro.

[3] memoria: ragione.

[4] del tuo ecc.: non negarmi il tuo fecondo soccorso. Per le frasi metter al nego, far nego, cfr. Dante, Inf., xxvi, 67; Purg., xvii, 60; xxv, 33.

[5] in nessuna grandezza: in nessuna condizione, per quanto alta e nobile.

[6] quale ecc.: qualunque fosse la donna che dava alla luce gemelli, la faceva condannare al rogo.

[7] sanza conto: innumerevoli.

[8] per qua' ecc.: a causa dei quali, da uno di essi.

[9] sanza dimoro: senza indugio.

[10] inviata: avviata.

[11] che l'alta ecc.: che fosse stato Dio stesso a farlo, insieme coi santi

[12] affiso: adorno.

[13] si mantenea ... per una pulcella: era retta da una fanciulla.

[14] traea: accorreva. Cfr. Dante, Purg., Il, 71. 

[15] bali: precettori, governatori.

[16] rassembrava: somigliava.

[17] in dono caro: come un dono prezioso.

[18] dismantarlo: lo spogliarono.

[19] lo riponea: riponeva il drappo, s'intende, come indizio di nobile origine.

[20] 93. maniero: facile ad apprendere. Si diceva di solito dei falchi che si lasciavano agevolmente addomesticare; presto: svelto.

[21] vie me': meglio

[22] copioso: esperto.

[23] bigordare: lanciar bigordi, dardi.

[24] della piazza ecc.: li faceva cadere distesi sul campo.

[25] l'onore: la vittoria.

[26] vitando: eccitando, spronando.

[27] groppiere: selle.

[28] in tostane maniere: in modo pronto.

[29] traboccò: fece cadere.

[30] torniamento: torneo.

[31] del ben far ecc.: aveva dimostrato d'esser valente per davvero, e non per finta.

[32] pinto: spinto.

[33] aperte e fisse: chiare e nette.

[34] per punto e per ragione: distesamente e chiaramente.

[35] t'aggio ecc.: ti ho amato così da volerti al mio servizio.

[36] sone: so.

[37] gesta: schiatta, casato.

[38] dove ecc.: chiese a lei dove potesse recarsi per aver notizie.

[39] chi 'l proverbiò ecc.: fece arrestare colui che l'aveva ingiuriato.

[40] ch'io ecc.: che ti ho fatto allevare.

[41] donato ecc.: sottomesso alla vostra signoria, vostro vassallo.

[42] banda: bandiera, insegna.

[43] Nel torno: all'incirca

[44] di misura: di tutto punto.

[45] natura: origine.

[46] qual: ognuno che.

[47] Di mal talento: con ira.

[48] isberghi: corazze.

[49] imperiali: valenti come paladini.

[50] di tal voler ecc.: con tale impeto lo colpisce col suo ferro.

[51] lanieri: pigro (ant. franc. lanier). Cfr. Intelligenza, CLVII, 3: « e disse a' suoi: Or non siate lanieri »; Chiaro Davanzati: « Augel di buon ailar non è lanero ».

[52] giurarli: gli giurarono.

[53] signoreggiarli: accoglierli sotto la sua signoria.

[54] l'ambasciava: lo turbava. Gli dispiaceva di portarselo dietro come servo, mentre era stato fin'allora signore; e perciò lo lasciò là coll'incarico di governare quegli uomini in sua vece.

[55] sanza alcun consiglio: senza pensarci su.

[56] ingraziato: adorno di grazie.

[57]iscavallato: scavalcato. (fatto cadere giù dal cavallo)

[58] fiorito: baldanzoso.

[59] bracciò: imbracciò.

[60] 'manza: amante.

[61] latin verbo: chiaro, aperto linguaggio.

[62] tenuta: tenitorio, signoria;

[63] per signor sarai: vi starai come signore.

[64] a fiotta: in frotta.

[65] posato: riposato.

[66] a partir ecc.: quando decise di partire.

[67] il Conte ecc. Cfr. vv. 242-44.

[68] non gli ecc.: la cosa non gli pareva uno scherzo. 316

[69] sanza difetto: senza fallo.

[70] per gelosia ecc.: spinto dalla gelosia, si portò in casa addirittura colui che avrebbe dovuto in seguito ucciderlo.

[71] con gran gloria: in un modo glorioso.

[72] sanza soggiorno: senza indugiare.

[73] contar: esposero.

[74] chiaro: luminoso.

[75] duro: fermo, costante.

[76] quel tempo: per allora.

[77] a boce: a gran voce;

[78] Oste: esercito.

[79] redie: ritornò.

[80] chiarito: splendente.

[81] merzé: un atto generoso.

[82] avanti ecc.: gli vennero, gli furon portati innanzi.

[83] sanza dimoro ecc. Il canterino accumula enfaticamente tre formule del suo repertorio di identico significato.

[84] compagna: compagnia.

[85] giéno: andavano.

[86] adesso: subito.

[87] a scorso: sfrenatamente.

[88] uom che sia: qualsiasi uomo.

[89] fu: venne, si trovò là.

[90] or si posò la gente: allora finalmente ebbe pace la gentile.

[91] correnti roncioni: cavalli veloci da battaglia.

[92] presti: pronti.

[93] santa ecc.: senza difetti.

[94] lo stormo: la mischia.

[95] guernire: rifornire.

[96] si avaccia: si affretta.

[97] parea ecc.: pareva che fosse il finimondo.

[98] uno gli viene manco: sbaglia un colpo.

[99] baccellier: scudiere, giovane avviato alla milizia.

[100] lo 'nteriglio: l'intestino.

[101]baronaggio: seguito di baroni.

[102] di vantaggio: di gran forza.

[103] valimento: valore.

[104] per costa: di fianco.

[105] proposta: sfida.

[106] vorria ecc.: invano desidererebbe di poter tornare a riferirne.

[107] misesi ecc.: fuggì.

[108] non cacciasse ecc.: non si inseguissero i fuggenti.

[109] [Prese]. Il ms. legge mani.

[110] isbarrata: in segno di lutto.

[111] transito: morto.

[112] a mio dimino: a mia voglia.

[113] sanza ecc.: senza obbligo di tornare.

[114] insegna: il drappo, di cui egli aveva fatto la sua insegna.

[115] il convenente: la faccenda.

[116] mi suoli: mi solevi.

[117] merzé: perdono.

[118] ragionale: ragionevole.

[119] francheremmo: riusciremmo a salvarvi.

[120] rene: re.

[121] giudicar: condannare.

[122] de' giovani ecc.: si risolve subito ad ubbi dire ai giovani principi.

[123] insegnato: Sinonimo di savio.

[124] a ragion ecc.: ascoltatemi come è giusto; e così mi renderete giustizia.

[125] in un'ora: in un punto.

[126] uno e duo ecc.: il nascere uno o due è in poter di Dio.

[127] l'assettòe: lo pose.

[128] fece van ecc.: re vocò quella legge.

[129] Franca ecc.: la regina fu liberata da ogni male.

[130] per messo: per un messaggero lo fece sapere.

[131] bastò: durò.

[132] Chiamato ecc.: fu eletto re e collocato sul trono, allorché il padre morì e il fratello andò a governare altre terre

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Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2011