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1.
Apri le labbra mie, dolce Signore,
Ch’i’ possa annunzïar la tua gran laude;
La qual mal conosciuta dà dolore
A chi la preterisce o le fa fraude.
O theos Cristo maestro maggiore, 5
La mia parola, se ti piace, esaude;
E sol ti priego di esaudir mie’ prieghi,
Prima che dall’aiuto tuo ci sleghi.
2.
Non so con qual colore e con qual faccia
Mi muova a far questa domanda pronta 10
Universal, perch’oggi ogni uomo scaccia
Li tuo’ comandamenti, e ’l vizio monta;
E quanto più ci dài festa e bonaccia,
Tanto t’è fatto da’ cristian più onta;
Ma perchè s’apparecchian cose nuove 15
Nel mondo, a domandar pietà mi muove.
3.
Pianga chi ha de’ cristian fede tanta
Quant’è un granel di senape o di miglio;
Pianga la corte della Chiesa santa;
Pianga quel di Baviera, ancor suo figlio; 20
Pianga il re d’Inghilterra che si vanta
Mettere a fondo il campo azzurro e ’l giglio;
Pianga ’l re di Buena e d’Ungheria
E quel di Francia, e pianga Italia ria.
4.
Doler si può ciascuno or nominato, 25
Pensando che ’l mastino arma la coda.
Venuto il tempo tanto profetato,
Nel qual si proverà l’arme più soda.
In fino a qui ’più volte i’ v’ho cantato
Di quel ch’è auto: or chi si vuol si m’oda; 30
Chè quel che s’apparecchia dire intendo
E come finirà, se ben comprendo.
5.
Regnan pianeti, e nuove novitadi
Sono apparite con veraci segni:
La stella di Mercur presso a tre gradi 35
Al sole è apparita con disdegni.
I detti de’ profeti gravi e radi
Partoriran, che sono istati pregni;
E dell’Apocalisse il vero senso
Sarà di corto per lo mondo accenso. 40
6.
Dunque attenda ciascun che si diletta
Di saper quel che ’1 tempo seco adduce,
tutta la speranza sua qui metta
Chi vuole futuro tempo luce.
Di molte profezie che ’l mondo aspetta 45
È tratto il fior, che appresso il dir conduce
Ed io di quelle alquanto intendo dire
E come debbon più pensier finire.
7.
O Lodovico duca di Baviera
Che sì grande hai nell’animo la impresa; 50
Cioè d’abbatter la tonduta schiera,
E’ suo’ pastor, se ti faran difesa,
E per aver il tesoro in primiera,
E poscia far tra’ cristian larga spesa;
E mostri che d’aitalla ti cominci, 55
La qual poscia vorrai, se questo vinci :
8.
Perché la ’mpresa a buon fine non fai,
L’effetto non vedrai cogli occhi vivi,
Ma gran cominciamento di darai;
E que’ baron che teco saran quivi, 60
Per quell’error, ch’a morte lascierai,
Saranno del seguir la ’mpresa privi!
In fin che ’l successor conosceranno,
E in breve poi la ’mpresa compiranno.
9.
O sacerdote grande, alto Clemente, 65
Col mal consiglio c’hai dal re di Francia,
E da alcun cardinal, dov’hai la mente?
Già tutto ’l mondo ti pare una ciancia:
La voglia tua non savia non si pente,
Ma dài a Carlo di fortuna mancia, 70
Per divider Lamagna in cotal modo
E gli altri tuo’ vicini, e tu star sodo.
10.
In te si forma uno specchio evidente
Nel qual potrà mirare ogni superbo;
Per te vien men la consegrata gente, 75
Per te fia il mondo periglioso e acerbo,
Per te ogni prelato fia dolente:
Di te alcuna cosa a a dir mi serbo.
E fie cagion di questo grave male
Quel che tu tien che più ti sia leale. 80
11.
Sarà la Chiesa de’ pastor privata;
Fie beato qual potrà negare
Il chericato e rifiutar l’entrata:
Fìane cagion la terra d’oltremare:
Invidia, gola al chericato guata, 85
Superbia, simonìa, lussurïare:
Poi fie la Chiesa ornata di pastori
Umili e santi, come fur gli autori.
12.
O re Giovanni, di Buemme sire,
Del bel piacer ch’allo ’ntelletto prendi 90
Te fai sì grande, che del deservire
Inviti alcun che col voler offendi:
Tu pensi di far tanto, tu di dire,
Che lo sbandito già da Dio difendi,
Non per amor che tu dolce gli porti, 95
Ma per lo ben che speri che t’apporti.
13.
Tre volte muterai, anzi che giunga
Il colpo del martel che ti conficchi
Nel core il ben, che dal voler tralunga,
E prima che profitto se ne spicchi: 100
Avrai una perfetta pace e lunga
Di quella guerra in la qual non arricchi;
Ma goderalla poco il tuo figliuolo:
Pur sarai poi d’imperïale stuolo.
14.
O messer Carlo, nato in isperanza 105
Vestito della nobile intenzione
La quale avete tutti per usanza,
Ma tu la pigli come derisione,
Senza pensar la tua poca possanza,
Ardito in te contra tanta unïone; 110
E d’esser credi grande, disservendo
Quel gran poder dh’io nel mio dir prendo;
15.
Torrattisi da lato un molto antico,
Sanza parlarti, e faratti ripresa
Colle viste e cogli atti, come amico, 115
E faratti partir dalla contesa,
Ed umil ti farà più ch’i’ non dico
Con tuo volere e con picciol’ offesa;
Poscia arai pace grandezza e onore
Così com’alcun altro gran signore. 120
16.
O re Filippo, che la Francia guidi
E pur con negligenza ti sostieni,
Tanto della potenza tua ti fidi
E sì del padre che per minor tieni;
De’ leopardi d’Inghilterra ridi, 125
E fagli nel pensier di viltà pieni;
Pace non vuo’, la qual ti fu proferta,
Finché non vedi tua possa diserta;
17.
Tu farai dormendo un aspro sogno,
No ’l crederai, che fie verificato: 130
Li tuo’ borghesi nel maggior bisogno
Tu gli vedrai averti abbandonato:
Un disleal trattato, il ver ti pogno,
Doppio ti leverà d’un grande stato;
E tu ti cruccerai come mastino: 135
Qui lascierai la pelle: o te tapino!
18.
Or, Adoardo re dell’Inghilterra,
Che per ragion dimandi il gran reame
E vuoi pigliarlo per forza di guerra,
Perc’hai d’aver grandezza una gran fame 140
Con intenzion di far alcuna terra
Rimaner molte genti triste e grame :
Così suggelli con reame doppio
E fai ogn’inimico pien di loppio;
19.
Tu ti leverai da un forte passo 145
Per forza d’arme e riceverai danno,
Non che però per questo vadi in basso;
Ma poi seguiterai que’ che più sanno:
Di gente grande, di pecunia grasso,
Vorrai aiuto; ed egli ti daranno : 150
E poi con senno e colla forza immensa
Farai di Francia quel ch’altri non pensa.
20.
Ohi, Unghero signor con bruna vesta,
Per lo crudele strazio de’ Pugliesi,
Di gran potenzia tu hai fatta inchiesta 155
Per visitar con gli dolori accesi
Col fuoco e colla spada e con tempesta
I falsi traditor ma non offesi;
E occhi aperti tien contra Vinegia
E contra ’l gran pastar che ti dispregia; 160
21.
Le penne cresceranti sì dell’ale,
Che ti faranno al primo colpo stanco,
E sol per un che non sarà leale,
Che ti verrà di una promessa manco;
Non che senza vendetta stia tal male; 165
E tu ti rimarrai col valor franco
Dando sostegno in fino a primavera;
Poi di Puglia farai tua voglia intera.
22.
O rei Pugliesi diversi e crudeli,
O Giovanna reina dolorosa! 170
Lungo tempo credete che si celi
La giustizia di Dio ch’or è nascosa?
O di Puglia reali amari e feli!
Ciascuno che costà vuol aver posa
Sanza pater vi state contumaci, 175
E siete più che mai lupi rapaci.
23.
Fra voi vien fiamme pestilenza e ferro.
Morte e languore e uccisïon per forza,
Scandolo grande con zenzaria et erro,
Fin’ all’ossa levandovi la scorza; 180
E quando avrete la coda nel cerro,
Per coscïenza tal mal non s’ammorza;
Chè più città vi fieno al pian ridutte,
Ville e castella assai vi fien distrutte.
24.
E tu, Giovanna, ti farai romita 185
Più per paura che per coscïenza;
Molti de’ tuoi perderanno la vita,
Per far entro a lor nidi residenza;
E così Puglia rimarrà schernita
Con grande duol della papal potenza: 190
Riposerassi in Puglia tal tristizia
Pe’ suoi peccati e per la sua nequizia.
25.
O Aluisi di Cicilia re!
O tu duca Giovanni, or più signore,
Contra ’l poter del capo della fè! 195
Allegro se’ che vedi il distruttore
De’ tuoi nemici, e tu parte ne se’:
Ed è già patteggiato dentro al core
Della fermezza di tua signorìa,
E troverai del ben pensar la via. 200
26.
Vittorïando viverai con fede
Tu Aluisi, e ’l duca t’abbandona
Per una infermità ch’ora il possiede:
Così ti lasserà colla persona:
Onde per questo chi or più ti crede 205
Ed ama ti vorrà tôr la corona;
E tu te n’avvedrai subripando,
Chè viverai con guardia trïonfando.
27.
O Vinegia città non trïonfante,
Non hai ancor voluto prender pace: 210
Ed or che non se’ più grande volante
Se’ sopra Giarrettin fatta mordace;
Ma non conosci il pasto c’hai davante,
Nè credi alcun trovarne mai tenace :
Tanta speranza ti dà la superba 215
Che tua falsa grandezza in te riserba.
28.
Se tu non ti ripari al gran podere
Di Genova Sicilia e Ungarìa
E di Puglia racconcia, ed al sapere
D’alcun Lombardo grande; tu se’ in via 220
Nel basso con gran danno di cadere,
Perché tra’ tuoi maggiori ha zenzarìa:
E quando i Genovesi ti fien contra.
Muterai stato come spesso incontra.
29.
Ciò t’avverrà per gli gravosi affanni 225
C’hanno già fatti e fanno star dolenti
Sì nel presente ed ancora più anni
Gli Schiavi egli cristian che so’ innocenti;
Similemente que’ gravosi inganni
Ch’a’ Fiorentin fecion tua maggiorenti 230
Ed a più altri con tua falsa legge,
La qual segue il mal sangue che ti regge.
30.
O Lombardìa affannata di tiranni,
Sotto qua’ se’ per invidia venuta;
Tu credi riparare a questi affanni 235
Per esser dentro di guerra fronduta;
E credi viver sotto gli altrui danni,
Benché tu se’ da’ tuoi troppo premuta;
E se’ vivuta in isperanza tanto,
Ch’ogni guerra ti pare un dolce canto. 240
31.
In te si levan duo feroci cani
Con molti catellini in compagnìa,
Che si percoteranno colle mani
Sì che per l’un sarà l’impresa ria;
E quel perdente con più altri strani 245
Intrerà sotto nuova signorìa,
Che i gran Lombardi terrà sotto l’ala;
E egli ultimi saran que’ della Scala.
32.
Toscana ricca, a te par aver fatto
Assai, chè a pace tutta se’ recata, 250
Legata insieme d’un secreto patto,
Non fermo: ma pur ti se’ avvisata
Di riparare a qual fusse sì matto
Che con forza volesse fare intrata
In te per tôrre il popolare stato, 255
Lo quale a molti è già caro costato.
33.
La morte di due uomini attempati
Manderà la Toscana sotto sopra.
E molti, di for terre fuori stati
Gran tempo, potran dare a tornar opra. 260
Mutando alcuna città gli suoi stati;
Per quel la vita di color si sciopra;
Poscia vien della Magna un forestiero
Signor, che la porrà ’n stato sincero.
34.
Nelle qua’ tutte sopraddette cose 265
Si faran sette battaglie di campo.
Le tre faranno l’erbe sanguinose,
Quando si vederà più verde il campo;
L’altre quattro saran pericolose,
E d’esser presi più che dello scampo : 270
Ma pure in tutto sarà più di cento,
Venti mila fïen di vita spento.
35.
Senza che assai ne spegnerà la morte
Per febbre per cammino e per fatica,
E per posteme da freddezza scorte, 275
E per quel mal che molto si notrica.
Ahi mondo, quante dolorose sorte
Superbia t’apparecchia a Dio nemica!
Quanti voltar di rota e quanti stati
Si muteran che son oggi innorati! 280
36.
Ma, quel ch’è più in dispetto, di qui a poco
Fia una carestìa di vettovaglia:
Nella Magna sarà suo primo loco,
Po’ per la Lombardia farà frastaglia,
E ’nfine a Napol sarà cotal gioco, 285
Che varrà tre quel ch’ora una medaglia:
E questo sarà forse a molti peggio
Che l’altre novità, per quel ch’i’ veggio.
37.
Permette Iddio questa general pena
Per gli sfrenati vizi ove ci trova: 290
Ed oggi il mondo per suoi frutti mena
Superbia tradimenti, e fa la prova,
E dal lussurïar ciascuno sfrena:
Inganno e crudeltà a molti giova:
Per l’avarizia e tutte opere ladre 295
Amor non regna più tra figlio e padre.
38.
Sicché, se ’l mondo non si diradasse
Di molti, crescerebbe tanto il vizio,
Che biasmo tornerìa, se si trovasse
Alcun ch’alla virtù pur desse inizio: 300
Così nessun sarta che mai andasse
Per operare il bene al sant’ospizio,
Che Dio ha fatto sol per nostro bene.
O felice colui che al ben far tene!
39.
Dunque ciascun bene operando viva, 305
Acciò che Dio così non ci abbandoni.
Ben può lodare lddio chi bene arriva
E chi si guarda da cota’ bocconi;
Chè qual della sua grazia Cristo priva
Entra nelle crudel man de’ demoni : 310
Pensi ciascuno in sè medesmo quale
Ha fatto più... tra bene o tra male.
40.
Nessun sotto il poter di Dio s’asconda,
Perch’egli ha in ogni parte gli occhi aperti;
E spesso que’ che più la fan gioconda, 315
Son que’ ch’al primo colpo son diserti.
Senno, poter, ricchezza o testa bionda
Da Dio non son graditi quanto i merti :
Qui si dimostreranno i pro’ e gagliardi:
Dunque chi s’ha a guardar bene si guardi. 320
41.
Prima che molti vecchi smorte prenda,
Le sopradette cose avranno effetto;
Non che però per certo i’ le difenda,
Chè al piacer fie di Cristo benedetto;
Ma per quel ch’io d’assai savi comprenda 325
E d’assai profezìe, ho questo detto.
Ben puote Cristo a questo por rimedio,
Ingiuria non facendogli nè tedio:
42.
Siccome quando Iddio rivelò a Giona
Ch’alla città di Ninive dicesse 330
Che condannata l’aveva in persona,
Se penitenzia del mal non facesse;
E Giona il predicò, come il ver suona,
Perchè del mal far Ninive si stesse;
Ninive s’ammendò, fe penitenzia, 335
Onde Iddio rivocò quella sentenzia:
43.
Per simigliante via dico che Dio
Potrà le dette cose rivocare,
Che degnò noi qual padre giusto e pio
Del proprio sangue suo ricomperare. 340
Lasciate il vizio, e ’l ben vi sia in disìo,
Se queste profezie vogliam mutare:
Non val doler, poi che ’l tempo è perduto.
Al vostro onore il mio dire è compiuto.
(Pubblicata dal Crescimbeni nel vol. II, parte II, libro III, della Storia della volgar poesia; Venezia, Basegio, 1730; con qualche lacuna, che noi riempimmo col cod. laurenz. XXXVIII, plut. XLII.)
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