Messer Simone Forestani da Siena

Storia d'una fanciulla

tradita da un suo amante

XIV secolo

Edizione di riferimento:

Messer Simone Forestani da Siena, Storia d'una fanciulla tradita da un suo amante, scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIV, Dispensa VI., Bologna Presso Gaetano Romagnoli, 1862; Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati: n. 181

Al Molto Illustre Signore

Sig. Aw. Augusto Cesare Marzocchi

Già professore di lingua italiana e francese all'isola

d'Elba, segretario del regio Provveditore agli Studi

in Bologna, socio di varie accademie,ecc.

Chiarissimo Signore,

Se io volessi degnamente corrispondere alla graziosa offerta, di che Ella nel passato anno mi fu cortese, bene a grave cosa dovre' io porre la mano; ma perchè so quanto, alla non comune dottrina, la S. V. aggiunga di discrezione, di gentilezza e di modestia, io mi confido grandemente nel poco, che ora a titolo di semplice contraccambio le presento. La quale modestia di Lei, o prestantissimo Signore, io stimo sopra tutto; onde i superbi uomini e gli orgogliosi, qui ed altrove, chi che si fossero, anche in alto seggenti, non curai punto, ed in legger capitale tenni quelle virtù che in lor potessero apparire, stante che non molto le virtù sogliono rifulgere, quando dalla nebbiosa arroganza vengono offuscate: e la studiata gravità del loro contegno, e lo stare gonfi e pettoruti sull'onorevole, con ognun disdegnosi, quasi aventi la sapienza di Salomone, o procedenti dagli antichi reali di Francia, avvegnacchè per poco talvolta dalle cloache venutici, le più fiate dall'intrigo e dalla matta fortuna balzati in alto, piuttosto che rispetto e reverenza, mi addussero sempre il riso e mi ingenerarono la compassione.

Ma a noi tornando, dirò, che quella sua offerta, o gentilissimo Signor mio, dei Centonovanta brevi Racconti pei Fanciulli, fu da me gradita senza fine. Essi meritano a buon dritto, secondo il mio avviso, che ogni fanciullo gli abbia alle  mani,  non solamente per gli aurei morali precetti onde da capo a fine il libricciuolo tutto s'infiora, ma eziandio per la semplice e ad un tempo elegante foggia, di che Ella ha saputo sì nobilmente vestirle. Ma che possono i fanciulli, quando altri noi faccia loro conoscere? o quando non venga ammesso alle scuole infantili? Niente per verità.

Il Poemetto che ora io le affero, o mio riverito Signore, scritto sul finire dell'aureo trecento, ed inedito per quanto io mi sappia, è lavoro di Simone di Dino Forestani da Siena, detto comunemente per la sua dottrina, il Saviozzo, il quale stette alcun tempo a posta del Conte d Urbino, Federigo di Montefeltro, nel grado di Cancelliere. Non è noto l'anno preciso della sua morte, ma è però certo che egli vivea ancora nel 1404. Dicesi ch'ei s'uccidesse delle sue proprie mani, sendo prigione d'ordine del suo Signore; e che prima di uccidersi componessse quella Disperata, che comincia: Le infastidite labbia in cui già posi.

Ora, comunque questo Poemetto non vada scevro da quei difetti, onde vengono imbrattate le antiche rime, non ostante ha del buono assai, a parer mio; sicché potrebbero reputarsi molto fortunati cotali moderni verseggiatori, se altrettanto sapesser fare. Nel ridurlo alla più corretta lezione, io mi sono servito di tre antichi codici mss. Uno della Biblioteca Comunale di Siena, N. 1 viii. 36: un altro della R. Universitaria, bolognese, N. 1739; e il terzo finalmente della Mediceo-Laurenziana, 35 i. Plut. 90 inf, il quale non porta nome alcuno d autore, ma invece ha in fronte: Capitolo d'una fanciulla, la quale fu tradita e ingannata da un suo amante e infine morta: e fece saviamente l'autore a non ci mettere il nome d'alcuno di loro, perchè fu gran Signor che commisse tale errore e inconveniente. La quale nota, che pur precede questo medesimo componimento, senza nome d'Autore, leggesi eziandio nel codice Vaticano di numero 3212, alla pag. 226 verso e seguenti. Sopra i predetti tre codici manoscritti dunque, seguendo or la lezione dell'uno, or quella dell'altro, secondo che più corretta e consentanea all'indole dell'autore mi pareva, ho condotto il mio lavoro, allogando in fine quelle varianti, che io avvisai più opportune.

Accetti di buon grado, o illustre signor professore, questa tenue offerta in argomento di gratitudine, di stima e di affetto, e mi creda sempre

Di Bologna, nel Gennaio del 1862.

Suo Devotissimo Servidore

F. ZAMBRINI.

O magnanime donne, in cui beltade

Posto ha sua forma; e vo', superni Dei,

Udite i dolor miei ,

Dell'impia morte et aspra crudeltade !

 

Prendete esempio, e prendavi pietade ,

Leggiadre giovinette, al mio cordoglio;

Ch' io non so quale iscoglio

Non si movesse a far di me vendetta.

 

Io fui ne' tener anni giovinetta [1]

Leggiadra , sì che spesse volte i rai

Del bel sol contrastai,

Né potè lui a me toglier vigore.

 

I' non temea il traditor d'Amore,

Nè di sua guerra, né di suo trattato [2]:

Ma avea deliberato

Di viver sempre serva di Diana.

 

E spesso andava sola a una fontana,

Mostrando alle chiare onde il mio bel viso,

Che tal forse Narciso

Non vide, quando il suo tanto li piacque.

 

Ninfe già non curavan le chiare acque [3],

Mentre miravan gli occhi miei giolivi,

E negli ornati rivi

Del fonte mi facean seder fra loro.

 

Ivi era nato un sacro arbor d' alloro,

Che copre il fonte, e poi di sua ombrìa

Una rama scendia

Nella finestra d'un mio car consorto.

 

E gli edifizi circondavan l'orto

Del parentado mio, ch'era lì sito,

Sì che mai apparito

Ivi non era alcun fuor di mia gente.

 

I' non so per che caso, oimè dolente !

Dal mio cugin fu convitato un giorno

Un giovinetto adorno

Ne' modi, vago, onesto e pellegrino;

 

Il qual, mirando, vidi nel giardino.

Dall'una parte è il fonte e la verdura;

Dall'altra mia figura;

Nel mezzo il dispietato Dio d' amore.

 

E l'occhio vago, che m'aperse il core,

In un punto mirando, fu mirato;

Però che 'n simil fato

Il suo voler col mio giunse ad un tratto [4].

 

Non fu nel giunger l'occhio mio sì ratto,

Quando paura, anzi stupor m'assale ,

E l'amoroso strale

A figgermi nel cuor le sue quadrella.

 

Non posso più restar, sì mi martella

Amor, dicendo: or mira con disio

Questo novello Iddio,

Venuto in terra a dimandar merzede.

 

E Onestà, ch' ancor non li dà fede,

Più volte disse: - oimè! Diana, corri

Per Dio, or mi soccorri!

Ch' io temo che 'l tuo aiuto non sia tardo.

 

Poi mi dicea Amor: quel suo bel guardo

Vorrestilo vedere in altra forma,

Sì che Diana l'orma

Gli desse d'Ateon, facendol cervo?

 

Oimè no! perchè ciascun mio nervo

Mi si strugge di duol, mentre ci penso:

E quel dolore immenso

Mi fece in terra quasi tramortire.

 

Ma poi ch'alquanto si cessò il martire:

Vinto hai l'impresa, omai di te mi fido:

Invocando Cupido,

Di novo rimirai l'alta finestra.

 

In nella quale ancora Amor balestra

Saette d'oro a quel corpo divino,

Con lo aurato crino

Composto in ciel nel benedetto coro.

 

Qual Ganimede, oimè! qual Polidoro,

Quale Ippolito bello, e qual

Narciso Non rimarria conquiso?

Di beltade costui ogn' altro eccede [5]!

 

Io, sperando mercè, con pura fede,

Mirava l'occhio suo più bel che 'l sole,

E quel fonte che vuole

Portar la fama omai d' ogni bellezza.

 

Le guance son di tanta leggiadrezza

Di colore immortal, che non so dirti:

Vivificar li spirti

Si veggono a chi 'l mira per diletto!

 

Il mento picciolino, e 'l fiero petto,

La bianca man, ch'a Giove [6] seria bella,

E i modi e la favella

Arien innamorato un cuor di pietra.

 

Da poi mirava lui, che dentro impetra:

Trafitto per amor fisso mirava,

E merzè addimandava

Con gli occhi che la lingua nol può dire.

 

Intanto 1' ombra cominciò a partire,

E Febo col suo carro gira il monte;

Onde da quel bel fonte

Feci, una con Amor, di lì partenza.

 

Non mi può più veder, per reverenza

Di miei congiunti, dentro a quel giardino;

Ma spesso per cammino

Vidi a cavallo il nobile scudiero.

 

Or sopra un, or sopra altro bel destriero,

Per le strade che van dal mio palazzo,

Venia per suo sollazzo,

Nel cavalcar più fier che leopardo.

 

Or corre , or salta, et io, misera, il guardo

Con l'occhio assai più presto che baleno!

Ahi gentil palafreno!

Dicea fra me, riguarda il mio signore.

 

E poi dicea : o dispietato Amore,

Che m' hai condotta a questo ministerio!

Perchè 'l suo desiderio

Non fai col mio in un punto felice?

 

Modo non so trovar, se tu nol dice,

Che abbracciar possa sue membra leggiadre;

Però che l'impia madre

Già di lui teme et ha di me gran cura [7].

 

E così stando assai tempo alla dura,

Per fin che un mio parente fu creato

Ambasciador, mandato

In lunghe parti e strane del paese;

 

Il giovin, che d' Amor sentia le offese,

Seppe con miei cogin tanto ben fare,

Ch'ei venne ad abitare

Nel loco, onde quel s' era partito.

 

Un contiguo mur tenia spartito

Il suo viso dal mio, ma non il core;

Onde più forte Amore

M'accese, quando il vidi esser sì presso.

 

E lacrimando a piè del muro spesso,

Maledicea i fati e la fortuna,

I cieli e ancor la luna,

Che messo avean quel muro fra no' dui.

 

Ma poco tempo trapassò che lui

Per affanni d'amor si levò suso,

E fé nel muro un buso [8],

Mentre ch'ogni animal, dormendo, posa.

 

Allor del letto mi leva' 'ngosciosa:

Combattuta d'Amor, tutta infiammata,

Vo come disperata,

Or qua or là per casa discorrendo.

 

E mentre andava Amor maledicendo,

Il giovinetto vei [9], per la fessura

Del mur, la mia figura,

E sente il dir della dolente voce.

 

O signor mio, che ad una simil croce

D' amor siam posti, cominciò egli a dire,

Tu sol mi fai morire :

Per Dio soccorri un poco al mio tormento.

 

Da amorosi pensieri i' son sì vento,

Che se in prestarmi aiuto non se' accorta,

Tu vederai qui morta

In breve spazio mia gentil persona.

 

Con simili parol costu' ragiona,

Con le qual Paris se ne tolse Elèna;

Ma paura, ogni vena

Mi fé tremar, dappoi ch' io l'ebbi udito ;

 

E raccordar mi fé del mal partito.

Che prese Tisbe, della morte acerba,

Che fé sopra dell' erba.

Appiè del mor che po' cangio colore!

 

Che pensi, tapinella, disse Amore,

Non ve' tu quel per cui sei sì penata?

Sera' tu tanto ingrata,

Ch'a si gentil parlar non dii risposta?

 

Deh! non, per Dio: ta sai ben quanto costa

Il pentirsi! Dappoi pensai nel grido

Che diè la trista Dido,

Quando non potè più vedere Enea.

 

Lassa! questo pensier sì mi mordea,

Che ritrar non mi puotti [10] dall' impresa,

Ma senza altra difesa

Seguii con presto passo ove Amor vuole.

 

Cominciai, lacrimando, este parole:

O lume agli occhi miei, qual sempre adoro!

Soccorrimi, ch' io moro

Per tua cagion, se non mi dai rimedio!

 

Dentro al mio core Amor posto ha l'assedio,

Tal, che sarebbe ogni difesa in vano:

Se la tua degna mano

Non mi soccorre, e' mi convien morire.

 

Le pene tue mi dan maggior martire,

Gentil madonna, assai che  'l mio dolore,

Rispose il mio Signore :

Ahi! crudo mur, perchè non ci dai loco?

 

L'un si consuma, e l' altro arde nel foco;

L'un chiama aiuto, e l'altro misercordia;

E non giova concordia

Esser fra noi, che 'l mur e' era nimico.

 

Ogniuno è ricco , e ciascuno è mendico;

E stavam come Tantal, che vuol bere,

E non ne puote avere,

Benché abbia assai dell'acqua intorno al viso.

 

Poi cominciò a parlar con presto avviso

Il giovine più bello che Assalonne:

O fior di quante donne

Fur mai nel mondo, ascolta il mio parlare:

 

Un modo a nostre voglie sol mi pare

E che in eterno le farà contente;

E non temer niente;

Pur che in seguir Amor sie animosa.

 

Tu dei saper che mai non ebbi sposa,

E di stirpe gentil son pur creato,

E son il più onorato

Che uom che viva in tutto il mio paese.

 

Io son fornito di ciascun arnese,

Sì che più nulla ti de dar temenza;

Facciano dunque partenza,

Che insieme viverem sempre felice.

 

Pensai più volte quel che costui dice;

E benché Amor mi desse grande ardire,

E' mi pare morire,

Mentre pensava far tal dipartita.

 

E ricorda'mi allor della smarrita

Adriana, rimasta sola al lito,

Poi che si fu partito

Quel che per sua cagion vinse il gran mostro.

 

E poi dicea fra me: per certo il nostro

Amor non potrebb' esser con inganno;

Pensando nell'affanno

Che 'l traditor per me mostrò d' avere.

 

Nell' ultimo pensai pur di volere

Venire a quel che ne seguì mia morte;

E, con parole accorte,

Risposi a quel che 'n desiderio aspetta:

 

Fa, signor mio, di me che ti diletta,

Pur che la mente tua tegni pietosa

A prendermi per sposa,

Quando saremo in tuoi paesi gionti:

 

Ma prima il giurerai con atti pronti,

Per quanti son deificati in cielo,

E per lo sacro velo

Che porta quella, a cui sola diservo [11].

 

Io priego il cielo che ciascun mio nervo

Sia fulminato, simile a' giganti;

E li Dei tutti quanti

Mi sien contrari, e tutto il mondo in guerra:

 

Chiudasi l'aere, et aprasi la terra

Ad inghiottirmi senza alcun riparo;

E come fé ad Amfiaro,

E' sia contra di me ciascuna stella;

 

Dal ciel tempesta e subita procella,

Qual Faraon già nel mar rosso vidde,

E Scilla, ancor Caridde;

E cibo sia de* pesci o d' altre fiere,

 

S' io non ti sposo ancor per mia mogliere;

E, non che sposa, serai mia madonna,

Al mio viver colonna,

Conforto agli occhi miei, pace e diletto.

 

Questo parlar produsse tanto effetto,

Che non sì presto della notte il nodo

Si sciolse, che noi modo

Trovammo di partir subito allora.

 

E mentre che le stelle all'aurora

Tutte fan loco, salvo che Diana,

Lassai la Ninfa aquana

Con l' altre dee, e 'l fonte e 'l bel verzieri:

 

E nell'arcion d' un possente destrieri

Posemi Amor con sue opre leggiadre:

Ma la dolente madre

Non si svegliò alla subita rapina.

 

Lassa! benché invocassi ogni divina

Et eterna potenzia e ciascun nume,

Che lo lor sacro lume

Fusse al mio andar conforto, guida e duce,

 

Non potei sì invocar la santa luce,

Che mi volgesse la beata spera;

Ma l'infernal Megera

E l'infelici arpìe [12] mi fur presenti.

 

Le triste voci e l' anime dolenti

Mi venien presso, e non Iove o Mercurio:

Ogni spietato augurio

Dicea del mal che mi dovea seguire.

 

Ma io, cupida pur di voler gire,

Una col mio signor, sanza intervallo

Mossi il fiero cavallo,

E alli segni mortal levai li orecchi.

 

Chi ci vedea, dicia: simil parecchi [13]

Natura non produsse mai nel mondo:

Or qual viso giocondo

Non perderia la fama intra costoro?

 

Il sòl mostrava ormai un color d'oro,

E parte n'era giunto alla Dioma (sic).

E già l'aurata chioma

Lustreggiava per lui, sì m' era presso.

 

Ei convien ch'oramai veloce egresso

Via ne conduca, disse il giovinetto,

Acciò che niun difetto

Al disiato andar non desse impaccio.

 

Allora il destro sul sinistro braccio

Mi pose, ragionando pur d' amore,

E così in piccol ore

Giungemmo alle confin di quel distretto.

 

I' non saprei descrivere il diletto,

Né lingua non seria che 'l profferisse,

Ch' io ebbi, quando ei disse:

Ormai no' siamo fuor d'ogni pensieri.

 

Quivi era un fiume, dove i buon destrieri

Lasciavam rinfrescar nell'acqua un poco,

E noi in festa e in giuoco

Laudammo Amore e tutti gli altri Iddìi.

 

Intanto una gran voce chiara udii,

E non una, ma più dicean: prendete.

E qual dicea: correte

A' passi, che non possa trapassare.

 

Ciascun mio senso incominciò a tremare,

E fiso rimirava il mio compagno.

Deh! non vi date lagno,

Madonna, disse, e cavalchiam via forte.

 

Credea fuggire, e seguitava morte:

Drieto a lui già tutta abbandonata,

Vo come disperata,

Timida fatta e divenuta mesta.

 

Poco durò l'andar, ch'a una foresta,

Terribile a mirar, mostrando oscura,

Giunti, sol per paura

Ciascun procura di trovar ricovero.

 

E sì facem come animal che povero

Si vede d'arme natural privato,

Che ad ogni picciol guato

A un subito gridar ritrova il centro.

 

Ma, poi che stati assai fummo lì dentro,

E non sentimmo spesseggiar le strida,

Ben ch' io fossi smarrida,

Volsesi il giovinetto ai servidori.

 

Io voglio andare a saper che rumori

Son stati questi, e poi andremo via;

E voi, per compagnia

Della mia donna, rimarrete seco:

 

Ch'i' non vo che nessun venga con meco.

Ma poco seguitò dopo la traccia

Che senti ch' una caccia

Questa era stata drieto a un capriolo.

 

Da me non si cessò timor né duolo,

Fin che nol vidi innanzi a me tornato,

Il qual con viso grato

Disse: i' non veggio nulla da temere;

 

Ma mi par meglio alquanto a rimanere

Colla mia donna in questo loco fosco,

E voi nell'aspro bosco,

Disse a' famigli, cercherete intorno.

 

Così smontò del palafreno adorno;

Presa la staffa dismontai po' io:

E così si partìo

Ciascun di quegli, e rimanemmo dui.

 

Subito e presto cominciò po' lui :

Tardo e struggo d' amorosa face;

Rendimi adunque pace [14];

Che qui non è più mur che ci dia impacci.

 

Àllor risposi: gli amorosi lacci,

Che insieme te e me sai che legaro,

Già non deliberaro

Che pudicizia qui perdesse 'l grado.

 

Ma quando trovarem tuo parentado,

E sposata m'avrai, come hai promesso,

E confirmato spesso,

Arai d' amor la affettual vittoria.

 

I' son disposto d' aver questa gloria

Tra me, innanzi che 'l sol vegna all'occaso:

Però son qui rimaso,

Rispose il traditor subito allora.

 

Questo parlar fra me stessa m' accora,

E con pietosa voce, lacrimando,

E più volte pregando

Ch' alli promessi patti tegna fede,

 

Quanto più dico, tanto lui men crede:

Talora priega, e talvolta minaccia,

E d' accostar la faccia

Dell' un viso con l' altro assai procura.

 

Po' ch'i' non pote' star più alla dura,

Per minor male al suo voler mi addusse:

E lì venne Venusse,

Che di veder tal cosa avea gavazzo [15].

 

Preso che 'l traditore ebbe sollazzo,

E di mia fanciullezza il fior rapito,

Fra sé prese partito

Lassarmi tralle fiere in quel diserto.

 

Io t'ho 'l principio e 'l mezzo discoperto,

Acciò che po' nel fin la crudeltade [16]

Ti commova a piatade,

E a maladir la dispiatata mano [17].

 

O cruda stella, o ver spirto profano

Nimico a pace, a ciò il tenne trafisso;

O furia dell' abisso,

Contraria a me, li sopravvenne addosso.

 

Lo iniquo, da' pensier tutto commosso,

Or qua or là per la foresta guarda.

Omai è l' ora tarda,

E qui non si può star se non digiuno,

 

Cominciò lui, i' vuo' mirar se alcuno

Di nostra gente al ritornar si assetta:

E vo' una ghirlandetta,

Fra 'l tempo, intesserete per mio amore.

 

Così da me si parte il traditore:

E io, semplice e pura, a quello ingrato

Avea già incominciato

A coglier di que' fior bianchi e vermigli.

 

Ma poco stando, al cielo alzai li cigli [18],

E vidi 'l sol che poco avea a gir lunge:

Allor sì mi compunge

L'animo di dolore et ogni spirto,

 

E 'l capel d' or s'incominciò a far irto,

E ciascun senso par che si distruga;

Onde subita fuga

Dirieto al traditor seguir m'invia.

 

Ciascadun sterpo uno animal parìa:

Qual mi par orso, e qual mi par leopardo ;

Quanto più oltra guardo,

Tanto la selva mi parea più folta :

 

Lassa! tapina me! dove son colta

A morir qui tra questi lochi alpestri!

Che gli anima' silvestri

In briève spazio m'andran divorando !

 

E tanto andai per quella selva errando,

Che dalla lunga vidi il giovinetto

Andar per quel distretto.

Giunta già presso a una terribil foce,

 

Quanto piue, gridai di maggior voce :

Deh torna, signor mio, or mi conforta,

Ch' io son già quasi morta :

Deh ! fìn ch' io giunga a te, per Dio, m'aspetta.

 

Quanto più grido, tanto più si affretta:

In nel fuggir veloce, alcuna volta

Inver di me si volta,

Mirando i modi e la smarrita faccia.

 

Era come animal, che si discaccia;

Che quando al correr si vede vantaggio,

Si volta per viaggio,

Mirando il spesseggiar del bon levriere.

 

Dolor sopra dolor crudel mi fiere,

E più che d'animai la poca fede;

E pensai che, mercede

A domandarli, più non mi  giovava.

 

Silvano e gli altri Iddei tutti invocava,

Ch'anno nei boschi piena libertade,

Che, mos'si a caritade,

Salva mi ritraessen di quel nido.

 

Or quinci or quindi per la selva strido,

E' tristi passi mie' mossi all'insuso,

E mo, rivolti in giuso,

Piangendo, pur chiamava: aiuta, aiuta.

 

Nulla speranza mai mio cor saluta,

Ma ad ora ad or mi par sentir li denti

Di tigri e di serpenti,

O d'idra , o di lion, di lupa o d' orso.

 

Ahi impio Amor! ov' era il tuo soccorso?

Da po' ch' io volsi tue leggi seguire,

Tu lassarmi morire

Non mi dovevi in sì disperso loco!

 

Cacciando lì Diana in festa e gioco,

M' apparve; omè! mostrossi assai nimica

A me, che fu' impudica

Sotto l'amore, e dinegommi aiuto.

 

Lassa! s' io avessi tanto core avuto,

Ch'i' fussi andata a lei con pura fede

A dimandar mercede,

Forse a qualche piatà l'arei commossa.

 

Ma i sensi miei non ebber tanta possa,

Come chi erra che non vuol concordia,

Nè cerca misercordia

Dal suo Signor, da poi ch' egli à fallito.

 

Ahi lassa me! che ma' sì grave 'nvito

Contra d'Amor non ebbe donna alcuna,

Nè che sotto la luna

Fossen le carne sue tanto straziate!

 

E po' pensava, se mai sventurate

Fur donne al mondo per cagion d' amore,

Che con simil dolore

Rendessen l'alma al ciel, provando morte:

 

Se mai vi furno, in suo martir consorte,

A me seriano, assai con minor lagno;

Ch' avendoci il compagno

Temprarla più 'l mio dolore intenso.

 

E più volte pensai poi nello immenso

Dolor che provò Tisbe alla fontana,

Di se stessa inumana,

Fu per Piramo suo di vita priva.

 

Oimè, oimè ! ch' ella può esser diva,

Rispetto a me, perchè non fu tradita;

Anzi perdè la vita

Il suo signor con quella spada propia.

 

Mira la ninfa che perde la copia

Del bel Paris, in Grecia navicando;

E mira Biblis, quando

A scelerato amor si sottomise:

 

E pensa in Dido che d' amor si uccise:

Che sol costei ti dè esser riparo

Al tuo piangere amaro,

E fu d' Amor, come tu sei, gabbata.

 

E poi dicea: oimè! ch'ella menata

Non fu tra' boschi a sì dolenti sorte;

Sì che già la sua morte

Non debbe dare a me conforto o pace.

 

Poi penso a Filomena che non tace,

Benché ancor abbia sua lingua tagliata:

Ella fu vendicata,

Et io, misera! a ciò non veggio il modo:

 

A te non gì impunito il crudel frodo;

Benché Medea ancor per simil dolo

Il suo proprio figliuolo

Mangiar facesse al suo padre Iasonne.

 

Ma io, che son fra le dolenti donne

La più infelice, perchè almen non posso

Avventarmeli addosso

Con una spada, e dimembrarlo tutto [19]?

 

Ma poco s' indugiò che 'l grave lutto

Fu più e più forte, che la nostra luce

A tramontar s'induce ;

E già mostrava i boschi essere scuri.

 

O Dei superni, non state sì duri!

Deh! prendavi pietà di qui cavarmi,

E di tal pene trarmi:

Le man piegate, al ciel levai la luce.

 

Da poi seguii dove fortuna duce

I passi miei per quella oscura valle,

E tra l'orribil calle

Vagando già, sì come furiosa;

 

E poi diceva: o madre dolorosa,

Al cui vivere i' fui unica spene,

Pace, conforto e bene,

Ecco ch' io moro, e tu non mi soccorre !

 

Mentre sì stava, il dispietato corre

Con mortal faccia, e ben ch' io lo vedesse

Con che viso venesse

Verso di me, assai mi diè conforto;

 

E nella faccia sua mostrava smorto

Con fiero cor d'ogni pietà mendico,

Come chi 'l suo nimico

Subito aspetta a far di lui vendetta...

 

Fa, disse lui po' a me, che ti diletta [20]:

S'io ti menassi, io potre' esser preso,

O in altro modo offeso;

Però tu sola a camminar t' invia.

 

Qui son pastor che per lor cortesìa

T aiuteran da po' che ti vedranno;

Forse ti condurranno

In loco, dove salva potrai stare:

 

I' non volea di qua da te tornare;

Pure e' m'ha mosso qualche misercordia;

E non star più in discordia,

Ch'egli è ormai tardi: briga fuggir fuore.

 

Pensa fra te, lettor, come 'l mio core,

Udendo tal parlar, diventò ghiaccio:

In ginocchion mi caccio

Con le man giunte e gli occhi al ciel levati.

 

Per quanti sono in ciel deificati,

E per que' sacri giuri che facesti,

Allor che promettesti

Quel che ben de' saper, che non mi scorda;

 

Non so se di color mo ti ricorda,

Che fer contra li Dei in loco sagro:

Deh! non esser tanto agro,

E non aver li spirti tuoi tanto empi :

 

Che fai, signor, che 'l mio voler non empi?

Di modi e di costumi sei gentile;

Deh! vogli esser più umile,

Cominciai poi, alla mia fanciullezza:

 

Non è orso o leon di tanta asprezza,

Quand' egli è ben commosso a crudeltade,

Che a qualche caritade

Sol le lacrime mie noi comovessero.

 

Se i sospiri e la fé non ti movessero

Di aver pietà, pure il divin timore

E 'l nostro unico amore

Mover dovrian tua mente ad aiutorio.

 

Gli occhi e le man che sembran pur d'avorio,

E che per te soffriscon tanto male,

Vorrà' tu che animale

Feroce sia qui lor sepultura?

 

O Signor mio, io non ebbi paura,

Servendo te, venir contra

Diana; Ma s'io fussi una strana

Placar dovrei la mente a compassione [21].

 

Non fa mestier seguir più tal sermone,

Rispose il traditor, ch'i' son disposto

A partirmi via tosto

Sol sanza di te  e sia ciò ch'esser puote.

 

Questo parlare il cor sì mi percuote

A tremar, come a chi batte in Caridde :

O a Mario, quando vidde

Sopra la testa la tagliente spada!

 

Più volte replicai, non una fiada,

Per gli uomin, per la terra e per li Dei,

E per gli affanni miei

Per lui sofferti, che non mi sconforte.

 

Ma poi ch' io vidi appresso me la morte,

E che Iddio, né uom più non m'aida,

Dissi con gravi strida:

Nimico di pietà, figiti un poco;

 

Poi che convien che dentro in questo loco

Queste misere carni abbian lor letto,

Assai minor dispetto

Mi fìa il morir da te, ch'altri m' uccida;

 

Sol quella man, ch'a viver mi deffida,

Sia ch'i mie' giorni faccia qui finire:

Ch' io non vo' omai più gire

Chiamando aiuto, poi che tu mi lasse.

 

E pensa' pur che questo dir placasse

In qualche modo la sua mente cruda;

Ma con la spada nuda

Volsesi verso me quello inumano.

 

Col cor divoto al ciel levai la mano;

Poscia ch' io vidi la mortal tempesta,

Con voce grave e mesta,

In tal modo invocai l'alta potenza:

 

O lume eterno, o divina clemenza,

O superno Motor, clemente e pio,

O iustizia di Dio,

Che, invocata col cor, sempre soccorri,

 

Dell' impia morte a far vendetta corri:

O Eolo, o Nettuno, con tue posse,

Megera et Atroposse,

Proserpina con gli altri Dei d'abisso,

 

Non ritenete 'l vostro braccio fisso,

Ma fate di costui simil disfazio,

E punite lo strazio

Che fa di me la dispietata mano:

 

Sagitta, Giove, e fabbrica, Vulcano,

Sopra le carni a questo traditore,

Che con legge d'amore

Ne' boschi oscuri a morte mi conduce :

 

Sia contra lui ogni beata luce,

E sien le stelle a disfarlo in concordia,

Però ch' è misercordia

Essere contra a un traditor, feroce:

 

Convertasi la terra in fiamma atroce,

Che, dove ei passa, e' trovi un Mongibello

Tal, che pure a vedello,

Non che a toccarlo, si distrugga et arda:

 

Io priego il ciel, che ciò che costui guarda

Quant'ella sia più disïosa e bella,

Si converta in procella,

Che a divamparlo mai non li dia pace:

 

Gli animal tutti, e quello uccel rapace

Ch'umana carne becca e fane guasto,

Prendan di te lor pasto:

E' l'aer nimico, sempre a te sia oscuro:

 

Ogni pietoso cor ver te sia duro,

E 'l cibo perda la sua propria forma,

Consimile a quella orma [22]

Ch'avea, da quel che 'n l'or fu collocato.

 

Oimè, oimè ! se pur avessi fato,

Come fé la sua donna a Menelao,

O quella d'Amfiarao,

Io non seria nell'ultimo partito!

 

Ahi lassa me! che per torre a marito

Costui, di cui le man sono empie e ladre,

Lassai la trista madre

Nel proprio letto; e disprezzai l'onore!

 

Dov' è la festa? dov'è, traditore,

Che far per me da' tuoi parenti cresi [23]?

Usasi in tuo' paesi

Consumare in tal forma il matrimonio?

 

O glorïoso lume, o divin conio [24],

O disprezzati giuri che lui fece,

Vendicate la nece

Che 'l dispietato cor mi fa sentire;

 

Assai men doglia mi serà il morire.

Quando serò tra l'altre tapinelle

Anime, le novelle

Sentrò del traditor aspere e crude.

 

Vezzose giovinette, siate nude

Di pietate e crudel contra ciascuno,

Per amor di quest' uno,

In cui chiamar merzè è stato indarno.

 

O mare, o Po, Tesin, Tebero et Arno,

O ciascun fiume d' ogni ornata riva,

Per Dio, se costu' arriva

Tra le vostre acque, fatene vendetta.

 

I' non posso più star, so che m'aspetta

Entro l'abisso, Adriana con Dido:

Oimè, ch'i' sento il grido

Di molti che vi stanno in sempiterno!

 

E trovare nel tenebroso Inferno

Fillis, Proserpina e Fedra leggiadra,

Medea con Gleopadra,

E so ch'aran di me compassïone :

 

Non lassare [25] per quella aspra regione,

Ma sol per questo iniquo vuo' cercare ;

Che se 'l potrò trovare

Incitare ver lui ciascun dimonio :

 

E non penso che sia spirto sì ironio,

Né aspro cor di tigre o di serpente,

Che udendo me dolente,

Non si volti ver lui con mortal lavie :

 

E voi, che rimanete, siate savie,

Piccole e grandi, giovani e pulzelle:

E non siate sì felle

In consentir, com'io feci, ad Amore:

 

Mirate pur quanto egli è traditore!

E chi mai nel principio a lui consente,

Non giova esser dolente,

Poi che a lui consentir mostra una fiada.

 

Oimè! ch'io veggio la dolente spada

Che arà 'l mio cor di subito sommerso!

Ma priego, in universo,

Di tanta crudeltà ne sia memoria.

 

Seguir non posso la dolente istoria;

Che al fin delle parole, il colpo lassa

Tal, che 'l petto mi passa;

E poi si sfionda a vulnerar la testa,

 

Infìn ch' io cade' morta alla foresta.

Ei fuggì poi, che dir non è mestiere.

All'affamate fiere

Fur le mie carni cibo e nutrimento,

E fu di questa vita il lume ispento.

 

Notizia bibliografica de' componimenti a stampa

di m. Simone Forestani detto il Saviozzo

 

I. — Forestani. Serdini o Sardinia Hesser Simone detto il Saviozzo: Cerbero invoco, il qual narra, come una fanciulla abbandonata dal suo innamorato si lamenta, e conta le bellezze di lui, e poi per disperata si buttò in Mongibello. ( In fine ) stampata in Firenze appresso Giovanni Baleni, l'anno 1584, in 4. Carte 4, a due colonne.

Stanno nell'opuscolo le seguenti cose: prima le Terzine dell'amante disperata, che incominciano:

Cerbero invoco el suo crudel latrare.

Segue la Risposta parimente in terzine, che comincia:

Certo Iesu intendo di  chiamare.

E inoltre una Canzone del Saviozzo intitolata : Lo specchio di Narciso , che comincia :

O specchio di Narciso, o Ganimede;

O signor mio leggiadro Pulidoro;

e finalmente un Sonetto.

Nel Catalogo Libri (1847), N. 1187, è citata una edizione senza data, della fine del 400, dov'è Cerbero e la Risposta, ed una Disperata di Antonio Tibaldi. — È a notarsi però che questo Cerbero invoco, in un codice già Redi, è attribuito ad un Francesco d'Arezzo, forse l'Accolti.

II. — Disperata.

Questa Canzone , di sette strofe, si stampò nella Raccolta delle Rime di Agostino Staccoli, pubblicata da Cesare Torto; Firenze , Bonaccorsi, 1490,  in 4. Comincia :

Le infastidite labbia in cui già posi.

È quella stessa Canzone che vuolsi avere il Forestani composta poco innanzi di darsi la morte: ribocca di sacrileghe ed empie imprecazioni.

III. — Capitolo in lode di Dante.

Fu inserito dal Gorbinelli, come d'autore anonimo, a fac. 76 de Vulgari Eloquentia di Dante; Parisiis, Gorbon, 1577, in 12. Comincia :

Come per dritta linea l'occhio al sole.

Si riprodusse dal Torri al vol. IV, pag. 168 delle Opere minori di Dante; Livorno, Vannini, 1843-50, in 8 ; di cui si tirarono alcuni pochi esemplari a parte. Se ne rinnovellò la stampa da Mons. Telesforo Bini; Lucca, Giusti, 1852, in 8. ; e finalmente dal ch. sig. Enrico Narducci nel Giornale Arcadico, a f. 126 e seg. de' fasc. Luglio e Agosto, anno 1858, migliorandone la lezione colla scorta di un codice Ricardiano, di cui pure si eseguirono tirature a parte, insieme a un Capitolo di Francesco d'Areno, poeta del sec. XV.

IV. — Sonetto.

Leggesi nell'Istoria della Volgar Poesia ecc. di Gio. Mario Grescimbeni, al vol. 3 pag. 209; Venezia, Baseggio 1731 e segg. vol. VI in 4. Comincia:

S'io vidi Amore deificare in parte.

V. — Sonetto.

Comincia :

Gloriosa virtù chui forte vibra.

Fu inserito a pag. 121, vol. 2 del Commentario sulla Corte Letteraria di Sigismondo Malatesti, aggiunto alle Opere di Basinio Parmense; Rimino, Albertini, 1794, in A.

VI. — Sonetto.

Comincia :

Fa che tu sia leale e costumato.

Venne inserito dal celebre Card. Mai nel vol. 1 p. 687 dello Spicilegium Romanum;. Romae, 1839 e segg., in 8.

VII. — Capitolo a Maria Vergine.

Questo Capitolo venne  composto  dal Saviozzo, per la peste del 1390, e si pubblicò la prima volta dal Card. Mai  nel predetto Spicileg. Rom. al vol. VIII. Comincia: Madre di Cristo gloriosa e pura.

Si ristampò dal ch. sig. Gaetano Milanesi; Siena, Tipogr. dell'Ancora, 1845, in 8.; e quindi da Mons. Telesforo Bini, inserendolo tra le Rime e Prose  del  buon  secolo della  lingua;  Lucca,  Giusti,  1852, in 8. a due colonne.

VIII. — Capitoli di Simone di Ser Dino da Siena, detto il Saviozzo.

Stanno dalla pag. 38 alla 42 delle Rime e Prose del buon secolo della lingua, pubblicate per cura di Mons. Telesforo Bini; Lucca, Giusti, 1852, in 8. a due colonne. Sono tre: il primo è il sopra indicato sulla Commedia di Dante, che comincia: Come per dritta linea l'occhio al sole. Il secondo è intitolato Morale all'Annunziata di Firenze, ed è quello parimente sopra registrato che comincia: Madre di Cristo gloriosa e pura. Il terzo finalmente verte sulla Natività di N. Signore, ed ha questo principio: Colsemi al primo sonno della notte.

IX. — Canzoni.

Sono sei, e stanno dalla pag. 61 alla 67 della predetta raccolta di Rime e Prose del buon secolo. Nella prima si spone l'Ave Maria e la Salve Regina: comincia: Madre celeste, stella mattutina. Nella seconda l'autore riprende se medesimo della sua mala vita; comincia: Perchè V opere mie mostran già 'l fiore. Nella terza si tratta presso a poco sullo stesso argomento: comincia: Il tempo fugge e l'ore son sì brevi. La quarta è composta dall' autore in Laude di Venezia, e comincia: Diletta a Dio e sola albergo e loco.

La quinta è fatta per la Morte del Marchese Niccolò da Este: eccone il capoverso: O alta fiamma di quel sacro monte. La sesta finalmente è una preghiera a Dio, colla quale l'autore chiama misericordia da lui. Comincia: Per pace eterna inestimabil gloria.

X. — Canzone a laude di M. Giov. Galeazzo Duca di Milano.

Fu inserita dal ch. sig. prof. Francesco Corazzini nella Miscellanea di cose inedite o rare, alla pag. 317, Firenze, Baracchi, 1853, in 12. Comincia: Novella monarchia, giusto Signore.

XI. — Canzone morale a laude della Vergine Maria, dove si espone l'Ave Maria e la Salve Regina.

È quella stessa Canzone più sopra registrata, pubblicata da Mons. Telesforo Bini, la quale comincia: Madre celeste, stella mattutina.

La dette fuori il sig. D. F. M. M. (Don Francesco Maria Mignanti), insieme ad altra Canzone sullo stesso argomento di M. Antonio Referendario del Comune di Firenze, col titolo di Due Canzoni Morali Inedite; Roma, Chiassi, 1858, in 8. L'editore, a pag. 8., spingendo poc'oltre le sue ricerche intorno alle rime pubblicate del Saviozzo, in una nota dice, che scrisse un Capitolo pubblicato dal Torri, nelle Opere minori di Dante. Questo ed un altro sulla peste di Firenze del 1390, ed una Canzone contro un suo inimico, sono le uniche cose, che del medesimo Forestani siano state divulgate finora.

 

Note

______________________________

 

[1] Il Codice Senese legge: mamoletta.

[2] Nota trattato in signif. di macchinazione, trama e simili. Ne abbiamo esempi in Giov. Villani, nel Boccaccio e in molti altri antichi scrittori.

[3] Ninfe non curan prati e le belle acque. Cod. Lau.

[4] Il suo mirar col mio giunse a un tratto. Cod. Sen.

[5] Di beltà e di costumi ogn' altro eccede. Cod. Un.

[6] Cod. Un. ch' a ogni uomo. Cod. Sen. ch' a Bacco.

[7] Cod. Sen. Sospetta già di te, di me tien cura. Cod. Un. Di lui sospetta già, di me tien cura.

[8] In forza della rima: buco. Negli scrittori del 300, trovansene però ess. anche in prosa: come pure abbiamo busare per bucare.

[9] vei per vide: Oss. l'Analisi critica de'verbi italiani del Prof. Nannucci.

[10] Cioè potei: desinenza irregolare del perfetto di potere. Ma V. di questa materia nell'Analisi critica de' Verbi Italiani del prof. Vincenzio Nannucci. — Ch'io retrar non me podde da l'impresa: cod. Sen. — Che ri trar non mi potei dall'impresa: Cod. Lau.

[11] Inferisce a Diana, cui la giovane, come vedemmo più sopra, era consacrata.

[12] E l'infelice uccel me fuor presente: Cod. Sen. E l'infelice uccel mi fu presente: Cod. Un.

[13] Cioè, pariglia, coppia e simili.

[14] Rèndimi, donno, pace: cod. Sen.

[15] Da Gavazzare, che vale Rallegrarsi smoderatamente.

[16] Lettor, perchè nel fin la crudeltade: cod. Un.

[17] impetuosa mano: cod. Un.

[18] coglier di que' fior ch'eran li varie. Ma poco stette ch'io mirando a l'arie; cod. Lau. ; e così per poco il Senese.

[19] Ricoverarli addosso Con uno stocco e dismembrallo in tutto? Codd. Sen. e Lau.

[20] Cod. Sen. Fa disse ornai de te que ti diletta. E il cod. Lau. Fa dissi a lui di me che li diletto.

[21] Manca nel cod. Univ. questa quartina. Il cod. Lau. legge: gli orecchi a compassione.

[22] Che adrera quel, che 'n lor fo collocato: Cod. Un. Che venne a quel che lor facea tal atto : cod. Lau. Che a di fora del suo proprio tatto: cod. Sen.

[23] Cod. Un dovresi: cod. Sen. da tuoi parente ciese. Cresi, vale credetti, dal verbo Cresere, di cui abbiamo assai esempi negli antichi scrittori, e conservasi tuttavia nella lingua del popolo in varie Provincie d'Italia.

[24] Maniera assai ardita, colla quale invoca la divinità, siccome quella che dà forma a tutto.

[25] Neutr. pass. ; cioè non mi stancherò.

Indice Biblioteca Progetto Trecento

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 giugno 2007