Fazio degli Uberti

 

Rime

 

 

 

 

 

XVIII

ROMA

 

 

Quella virtù che ’l terzo cielo infonde

Ne’ cuor che nascon sotto la sua stella

Servo mi fe di quella

Che ne’ belli occhi porta la mia pace;

La qual nulla distanzia a me nasconde,                                           5

Sì nella mente Amor me la suggella;

E la dolce favella

Che udir mi pare ogn’or ch’ella più tace.

Ogni pensier fuor che di lei si sface,

Prima che alla mente giunto sia,                                                       10

Nella mia fantasìa;

Ché senza lei non può punto durare.

Ma, perché io veggio Italia devastare,

I’ prego Amor che per sua cortesìa

Tanta grazia mi dia,                                                                           15

Ch’io possa in sua difesa recitare

Quello che in visïone udi’ narrare

Ad una donna con canuta chioma,

La qual mi disse ch’era l’alma Roma.

 

Sol con amore un giorno a piccol passo                                    20

Della mia donna ragionando mossi.

Uscendo fuor de’ fossi

Tenni per un sentier d’un bel boschetto,

Per lo qual mille volte mi vo a spasso

Purgando gli umor freddi secchi e grossi;                                        25

Poi montai gli alti dossi

De’ verdi colli per più mio diletto.

Quivi mi posi senza alcun sospetto

Tutto disteso in un prato di fiori;

E poi a quelli odori                                                                             30

Sopra le braccia riposai la testa.

Così dormendo vidi in bruna vesta

Una donna venir tra più signori;

E quanti e quali onori

Si posson far, tutti faceano a questa.                                                35

Ell’era antica solenne et onesta;

Ma povera pareva e bisognosa;

Discreta nel parlare e valorosa.

 

Ne’ suoi sospiri dicea lagrimando

Con voce assai modesta e temperata:                                               40

— O lassa isventurata,

Come caduta son di tanta altezza,

Là dove m’avean posto trïonfando

Gli miei figliuol, magnanima brigata!,

Che m’hanno or visitata                                                                    45

Col padre loro in tanta gran bassezza.

Lassa!, ch’ogni virtù ogni prodezza

Mi venne men quando morir costoro,

I quai col senno loro

Domaro il mondo e riformarlo in pace                                             50

Sotto lo splendor mio, ch’ora si face

Di greve piombo e poi di fuor par d’oro.

Or di saper chi fôro

Arde la voglia tua sì che no ’l tace.

Ond’io farò come chi satisface                                                          55

L’altrui voler nella giusta dimanda,

E perché di lor fama ancor si spanda.

 

Quel biondo grande che sta sol da parte

Con reverenzia fra questi maggiori

Ha in cielo quelli onori                                                                       60

Che l’opere sue belle gli acquistaro:

Egli è ’l mio genitor, figliuol idi Marte.

E gli altri più reverenti signori

Son cento senatori,

Che dopo lui sì ben mi nutricaro                                                       65

Un anno e mezzo. E poi mi governaro

Dugento quarant’anni e tre puntati

Quei sette coronati,

Fin che Tarquin fu da Bruto cacciato.

Poi resse e governommi il consolato                                                 70

Quattrocento sessanta e sette ornati

Anni ben numerati,

Essendo consol pria Bruto chiamato;

Ve’ Publicola ancor che gli è da lato.

Ma, perch’è forte a dir di tutti quanti,                                              75

Di loro e d’altri mostrerotti alquanti.

 

Quel che tu guardi con tanto diletto

Per la real sembianza ch’e’ ritiene

È quel da cui conviene

Prendere esemplo ognun che cerca onore:                                       80

Egli è ’l mio Cesar onde ogni altro è detto,

Cesar che mia corona in testa tiene,

Cesar di buona spene,

Cesar del mondo franco domatore.

Quel che gli è dietro fu suo successore,                                             85

L’avventurato Augusto.

E poi da lato Gli vedi l’onorato

Pompeo Magno e l’ardito Affricano

E ’l savio Scipïone Emilïano

E Scevola e Cammillo e Cincinnato.                                                 90

Vedi Bruto e Torquato,

Rigidi padri colle scuri in mano.

L’altro è Orazio, colui che nel piano

Combattè co’ nimici a fronte a fronte,

Facendo dietro a sè tagliare il ponte.                                                95

 

Or volgi egli occhi al mio giusto Catone:

Ve’ la sua contenenza e ’l forte petto

Che sempre fu recetto

D’ogni virtù et onorato ostello;

Egli ha da lato il savio Cicerone.                                                       100

Fabio Massimo è quel c’ha dirimpetto,

Che tien per mano stretto

Il dignitoso e nobile Marcello.

Mira due scagli, Fabrizio e Metello;

Mira le man callose per l’arare                                                          105

D’Attilio consolare

Che abbattè trionfando tante schiere.

L’altro è Siccio Dentato il battagliere

Che fu veduto nello stormo entrare

con onor tornare                                                                                 110

Cento venti fïate a mie bandiere.

O figliuol mio, omai leva il pensiere

In far mia voglia, e pensa se t’è briga;

Chè mal s’acquista onor senza fatiga.

 

Onor ti sarà grande et a me stato,                                             115

Se per tuo operar son consolata,

Essendo abbandonata

Da tutti que’ che mi dovrìeno aitare.

Raccomandar mi volli al mio senato

Che m’ha con le sue man dilacerata:                                                120

La porta era serrata,

E trovai la ragion di fuora stare;

In su la soglia vidi, per guardare,

Superbia invidia et avarizia ria,

E vietârmi la via;                                                                                125

Sì che miei passi indarno fêr lor corso.

Or come avrò dal buon Carlo soccorso,

Che m’ha lasciata avendomi in balìa,

E non per mia follìa?

O buon principio, dove se’ trascorso!                                                130

Nè spero da’ Pugliesi aver soccorso

Che fan contento ogni uomo a cui diletta

Giusto giudicio e divina vendetta.

 

Però surgi gridando, o figliuol mio!

Desta gl’Italiani addormentati,                                                         135

D’amore inebrïati

Delle triste guardiane c’h’or nomai.

Di' lor come a figliuoli il mio desìo,

Chè sempre fûr compagni de' miei nati.

Non sien pigri nè ingrati                                                                    140

A pormi nel gran seggio ond'io cascai.

Un sol modo ci veggio, e quel dirai;

Che piglino quel buono uom che può fare,

Che mi debbe donare

Un virtuoso re che ragion tegna                                                       145

E la ragion dello impero mantegna;

Sicchè, com'è in pensier, passi oltremare,

Facendo ognun tremare

Ch'arme pigliasse contro alla sua 'nsegna;

Perchè a tanto signor par che s'avvegna                                          150

La destra fiera e la faccia focosa

Contro a' nemici, e agli altri grazïosa.

 

O figliuol mio, da quanta crudel guerra

Tutti insieme verremo a dolce pace,

Se Italia soggiace                                                                                155

A un solo re che al mio voler consenta!

Poi quando Iddio ce lo torrà di terra,

Gli altri non sien chiamati a ben ti piace;

Ma, come ogni re face,

Succederà il figliuolo o il più parente.                                               160

Di che seguiterà immantinente

Che ciascun rio pensier di tiranna

Al tutto ispento fia

Per la succession perpetuale.

E quando il suo vessillo imperiale                                                     165

Menerà il padre santo a casa mia,

Vedrai di mercanzia

Tutto adornato il paese reale.

Or vedi la grandezza dove sale

Questa ch'è donna delle altre province,                                            170

Se 'l suo peccato stesso non la vince. —

 

Canzon mia, cerca l'italo giardino

Chiuso da' monti e dal suo proprio mare;

E più là non passare,

Chè più non disse chi mi diè la 'mposta.                                          175

E guarda ad ora ad or da costa a costa

Gli atti che vedi a chi t'ascolta fare;

Ché si vuol giudicare

Tal’or di for l’intenzïon nascosta.

E se trovi la gente mal disposta,                                                        180

Se dagli orbi superbi sei derisa,

Lascia pur fare; e vedrai belle risa.

 

(Dai Codd. Ricc. 1126, 1156, 735.)

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2004