FAZIO DEGLI UBERTI

 

Rime

 

 

 

 

 

I PECCATI MORTALI

 

 

IX

Superbia

 

Io so’ la mala pianta di Superba,

Che generò di ciascun vizio il seme;

E quel cotal non ama Dio nè teme

Che si nutrica di questa mia erba.                                                    4

Io son mal grata arrogante ed acerba,

Per cui il mondo tutto piange e geme;

Io so’ nelle gran case e nell’estreme

Colei che compagnìa rompe e disnerba:                                          8

Io so’ un monte tra ’l cielo e la terra,

Che chiudo gli occhi vostri a quella luce

Che ’l sol della igiustizia in voi conduce.                                          11

Col sommo bene sempre vivo in guerra:

Ver è che, quando regno in maggior pompe,

Giù mi trabocca e tutta mi dirompe.                                                14

 

 

X

Avarizia

 

Io so’ la magra lupa d’Avarizia;

Di cui mai l’appetito non è sazio,

Ma quanto più di vita ho lungo spazio

Più moltiplica in me questa tristizia.                                                4

Io vivo con sospetto e con malizia,

Nè lemosina fo, nè Dio ringrazio.

Deh odi s’io mi vendo e s’io mi strazio,

Che mor’ idi fame e dell’oro ho dovizia.                                           8

Non ho parenti, nè cerco memoria,

Nè credo sia diletto nè più vivere

Che d’imborsare far ragione e scrivere.                                            11

L’inferno è monumento di mia storia;

E questo è quello bene in cui m’annidolo :

Il fiorin pregio, e Dio tengo per idolo.                                               14

 

 

XI

Invidia

 

Ed io Invidia, quando alcuno guardo

Che si rallegri, vengo umbrosa e trista;

Nei membri nel parlare e nella vista

Discuopro il fuoco d’entro ove io ardo.                                             4

Da fratello a fratel non ho riguardo:

Ognun sa ben quel che per me s’acquista;

Morir fe Cristo e cercare il salmista

Dinanzi da Saùl co’ lo mio dardo.                                                    8

Io consumo lo core dov’io albergo:

Io posso dir dh’io sia discordia e morte

Di città di reami e d’ogni corte.                                                         11

Ai colpi miei ,non può durare sbergo,

Per ciò ch’a tradimento gli disserro:

lo dico colla lingua e non col ferro.                                                   14

 

 

XII

Lussuria

 

Io so’ la scelerata di Lussuria

Che legge nè ragion mai non considero,

Ma tutto quel ch’io voglio e ch’io desidero

Giusto mi pare, e qui non guardo ingiuria.                                      4

Io sono un fuoco acceso pien di furia,

Che i Greci e gli Troian già mai me videro.

L’anima perdo, ed corpo m’assidero;

E vivo con malizia e con ingiuria.                                                     8

E come ch’io dimostre nel principio

Un dolce ed un contento desiderio,

Pur la mia fine è danno e vituperio.                                                  11

Del porco nel costume participio;

E quanto è da lodar l’uomo e la femina,

Che fugge l’esca che per me si semina!                                            14

 

 

XIII

Gola

 

Io so’ la Gola che consumo tutto

Quanto per me e per altrui guadagno,

E in ogni altro bisogno mi sparagno

Per satisfare a questo vizio brutta.                                                    4

Lassa mi trovo e col palato asciutto,

Con tutto che lo dì e la notte ’l bagna;

Del corpo sono ’l vecchio e nuovo lagno,

E del ciel perdo l’angelico frutto.                                                       8

Trova chi colga ’ben di ramo in ramo,

Ch’al mondo fui principio d’ogni male

Nel pomo che gustò Eva ed Adamo.                                                11

La fine mia ’pei mio soverchio è tale,

Che guasto gli occhi e partitica vegno

E casco in povertà senza ritegno.                                                      14

 

 

XIV

Ira

 

Ira son io sana ragiona e regola,

Subita, furibonda, con discordia;

Pace nè amore con misericordia

Trovar non può chi con meco s’impegola.                                       4

Tutta mi struggo e rodo come pegola;

Minaccie e grida sempre con discordia

Dov’io albergo; non trova concordia

Figliol con padre quando sono in fregola.                                        8

Tosto com’ foco ogn’or più sento accendere

Entro all’animo mïo, ciò lo torbida,

Dove non pote mai il ver comprendere.                                           11

Paura nè lusinghe me rimorbida;

Dispregio Dio, fè, battesmo e cresima;

Uccido altrui e quando me medesima.                                             14

 

 

XV

Accidia

 

Ed io Accidia so’, tanto da nulla

Che gramo fo di chïunque m’adocchia;

E per tristezza abbascio le ginocchia,

E ’l mento su per esse si trastulla.                                                      4

Io so’ cotal qual m’era nella culla;

Non ho più piedi nè mani nè occhia;

Gracido e muso come la ranocchia,

Discinta e scalza, ed ho la carne brulla.                                            8

A me non vale esempio di formica;

Deh odi s’io son pigra, che gustando

E il mover della bocca m’è fatica!                                                     11

In somma, quando vengo ben pensando,

Dico fra’ miei pensier tristi ed infermi:

— Io venni al mondo sol per darme a’ vermi. —                             14

 

(Ricavati tutti sette da’ Poeti antichi dell’Allacci; Napoli, 1661; e riveduti sopra altri testi.)

 

 

 

Indice Biblioteca Indice delle rime di Fazio degli Uberti

© 1996 - Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2004