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Io so’ la mala pianta di Superba,
Che generò di ciascun vizio il seme;
E quel cotal non ama Dio nè teme
Che si nutrica di questa mia erba. 4
Io son mal grata arrogante ed acerba,
Per cui il mondo tutto piange e geme;
Io so’ nelle gran case e nell’estreme
Colei che compagnìa rompe e disnerba: 8
Io so’ un monte tra ’l cielo e la terra,
Che chiudo gli occhi vostri a quella luce
Che ’l sol della igiustizia in voi conduce. 11
Col sommo bene sempre vivo in guerra:
Ver è che, quando regno in maggior pompe,
Giù mi trabocca e tutta mi dirompe. 14
Io so’ la magra lupa d’Avarizia;
Di cui mai l’appetito non è sazio,
Ma quanto più di vita ho lungo spazio
Più moltiplica in me questa tristizia. 4
Io vivo con sospetto e con malizia,
Nè lemosina fo, nè Dio ringrazio.
Deh odi s’io mi vendo e s’io mi strazio,
Che mor’ idi fame e dell’oro ho dovizia. 8
Non ho parenti, nè cerco memoria,
Nè credo sia diletto nè più vivere
Che d’imborsare far ragione e scrivere. 11
L’inferno è monumento di mia storia;
E questo è quello bene in cui m’annidolo :
Il fiorin pregio, e Dio tengo per idolo. 14
Ed io Invidia, quando alcuno guardo
Che si rallegri, vengo umbrosa e trista;
Nei membri nel parlare e nella vista
Discuopro il fuoco d’entro ove io ardo. 4
Da fratello a fratel non ho riguardo:
Ognun sa ben quel che per me s’acquista;
Morir fe Cristo e cercare il salmista
Dinanzi da Saùl co’ lo mio dardo. 8
Io consumo lo core dov’io albergo:
Io posso dir dh’io sia discordia e morte
Di città di reami e d’ogni corte. 11
Ai colpi miei ,non può durare sbergo,
Per ciò ch’a tradimento gli disserro:
lo dico colla lingua e non col ferro. 14
Io so’ la scelerata di Lussuria
Che legge nè ragion mai non considero,
Ma tutto quel ch’io voglio e ch’io desidero
Giusto mi pare, e qui non guardo ingiuria. 4
Io sono un fuoco acceso pien di furia,
Che i Greci e gli Troian già mai me videro.
L’anima perdo, ed corpo m’assidero;
E vivo con malizia e con ingiuria. 8
E come ch’io dimostre nel principio
Un dolce ed un contento desiderio,
Pur la mia fine è danno e vituperio. 11
Del porco nel costume participio;
E quanto è da lodar l’uomo e la femina,
Che fugge l’esca che per me si semina! 14
Io so’ la Gola che consumo tutto
Quanto per me e per altrui guadagno,
E in ogni altro bisogno mi sparagno
Per satisfare a questo vizio brutta. 4
Lassa mi trovo e col palato asciutto,
Con tutto che lo dì e la notte ’l bagna;
Del corpo sono ’l vecchio e nuovo lagno,
E del ciel perdo l’angelico frutto. 8
Trova chi colga ’ben di ramo in ramo,
Ch’al mondo fui principio d’ogni male
Nel pomo che gustò Eva ed Adamo. 11
La fine mia ’pei mio soverchio è tale,
Che guasto gli occhi e partitica vegno
E casco in povertà senza ritegno. 14
Ira son io sana ragiona e regola,
Subita, furibonda, con discordia;
Pace nè amore con misericordia
Trovar non può chi con meco s’impegola. 4
Tutta mi struggo e rodo come pegola;
Minaccie e grida sempre con discordia
Dov’io albergo; non trova concordia
Figliol con padre quando sono in fregola. 8
Tosto com’ foco ogn’or più sento accendere
Entro all’animo mïo, ciò lo torbida,
Dove non pote mai il ver comprendere. 11
Paura nè lusinghe me rimorbida;
Dispregio Dio, fè, battesmo e cresima;
Uccido altrui e quando me medesima. 14
Ed io Accidia so’, tanto da nulla
Che gramo fo di chïunque m’adocchia;
E per tristezza abbascio le ginocchia,
E ’l mento su per esse si trastulla. 4
Io so’ cotal qual m’era nella culla;
Non ho più piedi nè mani nè occhia;
Gracido e muso come la ranocchia,
Discinta e scalza, ed ho la carne brulla. 8
A me non vale esempio di formica;
Deh odi s’io son pigra, che gustando
E il mover della bocca m’è fatica! 11
In somma, quando vengo ben pensando,
Dico fra’ miei pensier tristi ed infermi:
— Io venni al mondo sol per darme a’ vermi. — 14
(Ricavati tutti sette da’ Poeti antichi dell’Allacci; Napoli, 1661; e riveduti sopra altri testi.)
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