FAZIO DEGLI UBERTI

 

Rime

 

 

 

 

 

Edizione di riferimento:

Cino da Pistoia, Le rime, con una prefazione di Giosue Carducci, - sottotitolo: Rime di Cino da Pistoia e d’altri del secolo XIV, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1863

 

 

Canzoni

 

I

 

Nel tempo che s’infiora e copre d’erba

La terra sì che mostra tutto verde,

Vidi una donna andar per una landa,

La qual cogli occhi vaghi in essa serba

Amore e guarda sì che mai no ’l perde.                                            5

Luceva intorno a sè da ogni banda:

Per farsi una ghirlanda

Poneasi a sedere in su la sponda,

Dove batteva l’onda

D’un fiumicello, e co’ biondi capelli                                                  10

Legando i fior quai le parean più belli.

 

D’alberi chiusa dentro ad un bel rezzo,

Su la rivera d’un corrente fiume,

Legava insieme l’un con l’altro fiore.

E’ raggi suoi passavan per lo mezzo                                                15

De’ rami e delle foglie, con quel lume

Che si vedea nel suo gentil valore.

Quivi con lei Amore

Vedeva star con tanta leggiadrìa,

Che fra me dir sentìa                                                                          20

— Questa è la donna che fu in ciel creata

Ed ora è qui come cosa incarnata. —

 

Volgeva ad or ad or per la campagna

Gli occhi soavi che parean due stelle

Vêr quella parte d’onde era venuta.                                                  25

E poco stando, vidi una compagna

Venir di donne e di gaie donzelle,

Che tanta gioia mali non fu veduta.

Ciascuna lei saluta;

Ed essa all’ombra per più bella festa                                                30

Poneasi in su la testa

La ghirlandetta che sì ben le stava,

Che l’una all’altra a dito la mostrava.

 

In poco stante, a guisa d’una spera,

Dinanzi all’altre lei vid’io venire,                                                       35

Pavoneggiando per le verdi piagge:

E come il sol in su ’l far della sera

L’aere fa d’oro fin spesso apparire,

Così per gli occhi suoi le vedea ragge.

E tal’or per le fogge                                                                            40

Dov’io nascoso m’era si volgea :

Quel ch’io di lei credea

E con quanti sospiri e pensier fui

Dicalo Amor, ch’io no ’l so dire altrui.

 

Canzon, figliuola mia, tu te ne andrai                                      45

Colà dove tu sai

Ch’onesta leggiadrìa sempre si trova,

Sì come Amor fa prova,

E par sì come su la spina rosa:

Così tutta vezzosa,

Se puoi, per modo ch’altri non ti vegga,

Entrale in mano, e fa’ ch’ella ti legga.

 

(Dalle Rime di diversi antichi autori toscani, Giunti 1527; dov’è attribuita ad incerto. Si restituisce ora a Fazio per autorità di più codici e per identità di forma.)

 

 

II

 

Io miro i crespi e gli biondi capegli

De’ quali ha fatto per me rete Amore:

D’un fil di perle e quando d’un bel fiore

Per me pigliar i’ trovo ch’e’ adesca.

E poi riguardo dentro gli occhi begli,                                               5

Che passar per gli miei dentro dal core

Con tanto vivo e lucente splendore

Che propriamente par che dal sol esca:

Virtù mostra che loro onor più cresca.

Ond’io che sì leggiadra star la veggio                                              10

Così fra me sospirando ragiono

— Oimè, perchè non sono

A solo a sol con lei ov’io la chieggio?

Sicch’io potessi quella treccia bionda

Disfarla a onda a onda,                                                                      15

far de’ suoi begli occhi a’ miei due specchi,

Che lucon sì che non trovan parecchi. —

 

Poi guardo l’amorosa e bella bocca,

La spaziosa fronte e ’l vago piglio,

I bianchi denti, e ’l naso dritto, e ’l ciglio                                          20

Polito e brun tal che dipinto pare.

’l vago mio pensiero allor mi tocca

E dice — Vedi allegro dar di piglio

In su quel labbro sottile e vermiglio,

Che’d’ogni dolce saporito pare!                                                         25

Deh odi il suo vezzoso ragionare

Quanto ben mostra morbida e pietosa,

E come il suo parlar parte e divide!

Guarda quand’ella ride,

Che’ per diletto passa ogni altra cosa!                                              30

— Così di quella bocca il pensier mio

Mi sprona; perché io

Non ’ho nel mondo cosa che non desse

A tal che un sì con buon voler dicesse.

 

Poi guardo la sua svelta e bianca gola                                      35

Com’esce ben delle spalle e del petto,

’l mento fesso e tondo e piccioletto

Tal che più bel cogli occhi no ’l disegno.

quel pensier che sol per lei m’invola

Mi dice — Guarda e vedi bel diletto                                                 40

Aver quel collo fra le braccia stretto

E fare in quella gola un picciol segno! —

Poi sopraggiugne e dice — Apri lo ingegno:

Se le parti di fuor son così belle,

L’altre che dên valer che dentro copre?                                            45

Ché sol per le bell’opre

Che sono in cielo, il sole e l’altre stelle,

Dentro da lor si crede il paradiso.

Dunque se miri fiso,

Pensar ben dèi ch’ogni terren piacere                                               50

Si trova dove tu non puoi vedere. —

 

Poi guardo i bracci suoi distesi e grassi

La bianca mano morbida e pulita;

Guardo le lunghe e sottilette dita

Vaghe di quell’anel che l’un tien cinto.                                             55

E ’l mio pensier mi dice — Or se tu fossi

Dentro a quei bracci, fra quella partita,

Tanto diletto avrebbe la tua vita

Che dir per me non si potrebbe il quinto!

Vedi ch’ogni suo membro par dipinto!                                             60

Formosa e grande quanto a lei s’avvene;

Con un colore angelico idi perla;

Graziosa a vederla,

E disdegnosa dove si convene;

Umile vergognosa e temperata,                                                        65

E sempre a virtù grata:

In tra suoi bei costumi un atto regna,

Che d’ogni riverenza la fa degna.

 

Soave a guisa va d’un bel pavone,

Diritta sopra sè come una grua:                                                        70

Vedi che propriamente ben par sua

Quanta esser può donnesca leggiadrìa.

E se ne vuoi veder viva ragione

(Dice il pensier), apri la mente tua

Ben fisamente quando ella s’addua                                                  75

Con donna che gentile e vaga sia:

Chè, come par che fugga e vada via

Dinanzi al sol ciascuna altra chiarezza,

Così costei ogni adornezza sface.

Or vedi s’ella piace;                                                                            80

Chè amore è tanto quanto sua bellezza,

E somma e gran beltà con lei si trova.

Quel che a lei piace e giova

È sol d’onesta e di gentile usanza,

Ed io nel suo ben far prendo speranza. —                                       85

 

Canzon, tu puoi ben dir sicuramente

Che, poi che al mondo bella donna nacque,

Nessuna mai non piacque

Generalmente quanto fa costei;

Perchè si trova in lei

Beltà di corpo e d’anima bontade,

Fuor che le manca un poco di pietade.

 

(Dalle Rime antiche dell’ediz. giunt., ov’è fra quelle d’incerti. Per autorità di molti codici la rendiamo a Fazio; riscontrata e migliorata la lezione sul testo Fratic. nelle R. Apocrife di Dante, e con alcune delle var. del cod. marciano adottate da P. Zanotto nei Lirici del sec. primo, sec. secondo e terzo; Venezia, Antonelli, 1858; non senza l’aiuto de’ codd. ricc. in alcun luogo di questa e delle precedenti.)

 

 

III

 

S’io sapessi formar quanto son belli

Gli occhi di questa donna onesti e vaghi,

Amor, quando ’l cor piaghi,

Per dolci bramerei i colpi amari;

E canterei con versi tanto chiari,                                                       5

Che non che i nostri cor ma que’ de’ draghi

Farei udendo appaghi

E per le selve innamorar gli uccelli.

E non suonar con più diletto quelli

D’Anfïone co’ quai movea le pietre,                                                  10

Nè di Mercurio a chiuder gli occhi d’Argo

(Deh! nota ciò ch’io spargo),

Nè contra Marzia d’Apollo le cetre,

Che e’ miei, Amor; s’io avessi savere,

Quant’hanno in lor piacere.                                                              15

Ond io a te che puoi e di cui sono

A giunte man domando questo dono.

 

Come per primavera innanzi il giorno

Ride Diana nell’aere serena

D’una luce sì piena                                                                             20

Che par che ne risplenda tutto ’l cielo:

Così all’ombra del candido velo,

Dove la tua virtù raggia e balena,

Ride un piacer che a pena

Si puote imaginar quanta è adorno.                                                 25

I’ penso ben, quando mi giro intorno

Per veder lei ch’i’ cerco, di Medusa

Che trasformava i corpi umani in sasso.

Or qui che poss’io, lasso?

La sua beltà e ’l tuo poter mi scusa                                                   30

E la virtù del ciel che a ciò mi tira;

Che, sì come si gira

L’ago alla calamita per natura,

Mi giro e volgo ov’è la sua figura.

 

Io guardo alcuna volta dentro al sole,                                       35

Imaginando di voler vedere

Là dove ha più potere

O in lui o nel bel volto ch’io ragiono.

Poi tanto vinto e soperchiato sono

Da quella in cui s’avviva il mio piacere,                                           40

Che del folle volere

Rido fra me, com’uom d’altrui far suole;

E dico — E’ son parole

Che cosa che si veggia l’assomigli,

Se non come Erigon face Attalante. —                                             45

Or, s’io muto sembiante

Per mirar lei di sotto a’ suo’ bei cigli,

Come Atteon per riguardar Dïana

Nella chiara fontana,

Meraviglia non è nè parer dee;                                                          50

Perch’ella è soda il sol dell’altre dee.

 

Dico tra’ pensier miei ad ora ad ora

— O Giove mio, quanto fosti felice,

Quando, come si dice,

Rapisti Europa e conducesti altrove!                                                 55

Deh perchè non fai me, come te, hove!

Ch’i’ potessi rubar questa fenice,

Ch’è proprio la radice

Della mia vita e della morte ancora. —

Dopo sì bel pensier vien l’altro allora,                                               60

Sì come Paris diede il pomo d’oro

A colei che gli fe grazia d’Elèna:

E qui con voglia piena

Piego le braccia in croce e quella adoro,

Chiamando — O luce o stella del mio nome,                                  65

Non che donarti un pome

Ma, se mio fosse ’l mondo, i’ tel darei,

Per acquistar da te l’amor di lei. ‒

 

Con questo pensier vago e pellegrino,

In el centro del cor l’alma si chiava:                                                  70

E chi non me ne cava,

Niente m’è passar vespro e le squille.

Qui mi sovvien del contemplar d’Achille,

Quando nel tempio de’ Troiani stava,

Dove colei mirava                                                                               75

Che fu cagion al fin del suo cammino.

Amor, che poss’io dir del mio destino,

Se non ch’esser mi par quel liocorno

Che ’n grembo alla donzella è preso e morto?

E perchè ’l tempo è corto,                                                                  80

Come a signor nelle tue braccia torno;

Che scolpir facci in su la tomba mia,

Se questo avvien che sia,

Dopo il mio nome — Qui giace colui

Che amando è morto; — e non dira’ per cui.                                   85

 

Sai tu, caro signor, perch’io non voglio

Il nome suo su la mia sepoltura?

Poi che io ho paura

Che segnata non fosse per crudele.

Chè tu sai ben ch’ell’è senz’alcun fele,                                              90

Nè io la ’ncolpo di mia morte scura;

Chè, s’ella è bella e pura,

Degli occhi miei e non di lei mi doglio.

Poi non vorrìa che prendesse cordoglio,

Se mai leggesse che la sua beltate                                                     95

Fosse stata cagion de la mia morte;

Chè turberebbe forte;

Chè cor gentil non è senza pietate.

E ciò sarebbe all’alma mia gran pianto.

Se scolorasse alquanto;                                                                      100

Come colei che dopo morte spera

Di tornarla a veder dov’ella è vera.

 

Canzon, quando sarai nel dolce loco

Dove tu vai, farai che sì t’avanzi,

Ch’entri dinanzi a ogni tua sorella:                                                   105

Poi con pulita e soave favella

Dirai — O più che stella,

I’ fui per voi creata in un boschetto

Sopra bei fiori all’ombra d’una spina,

Tra l’alpe e la marina                                                                         110

Dove la Magra fa suo corso e letto.

E dissemi colui da cui io vegno

— Così grida per segno,

Se vuoi ch’ella conosca che se’ sua

E che die fede alla parola tua. —                                                      115

 

(Pubblicata, monca e scorretta, da F. Trucchi in Serventese e Poesie liriche di F. degli Uberti; Firenze, Benelli, 1841; da noi compiuta ed emendata sui codd. ricc. 1050-1100.)

 

 

IV

 

Io guardo in fra l’erbette per li prati,

E veggio isvarlar di più colori

Gigli vïole e fiori

Per la virtù del sol che fuor li tira.

son coperti i poggi, ove ch’io guati,                                                  5

D’un verde che rallegra i vaghi cori;

con soavi odori

Giunge l’orezzo che per l’aere spira;

qual prende e qual mira

Le rose che son nate in su la spina.                                                   10

così par che Amor per tutto rida.

Il disìo che mi guida

Però di consumarmi il cor non fina;

Nè farà mai; se non veggio quel viso

Dal qual più tempo stato son diviso.                                                 15

 

Veggo gli augelli a due a due volare

l’un l’altro seguir fra gli arboscelli,

Con far nidi novelli,

Trattando con vaghezza lor natura.

E sento ogni boschetto risonare                                                         20

De’ dolci canti lor, che son sì belli

Che vivi spiritelli

Paion d’amor creati a la verdura;

Fuggita è la paura

Del tempo che fu lor cotanto greve.                                                  25

E così par ciascun viver contento.

Ma io, lasso!, tormento

E mi distruggo come al sol la neve;

Perchè lontan mi trovo dalla luce

Che ogni sommo piacer da sè conduce.                                           30

 

Simil con simil per le folte selve

Si trovano i serpenti a suon di fischi;

In fino a’ basilischi

Seguon l’un l’altro con benigno affetto;

E i gran dragoni e l’altre fere belve,

Che sono a riguardar sì pien di rischi,

Punti d’amor e mischi

D’un natural piacer prendon diletto.

E così par costretto

Ogni animal che in su la terra è scorto

In questo allegro tempo a seguir gioia.

Sol io ho tanta noia

Che mille volte il dì son vivo e morto,

Secondo che mi sono o buoni o rei

I subiti pensier ch’io fo per lei.

 

Surgono chiare e fresche le fontane

L’acqua spargendo giù per la campagna,

Che rinfrescando bagna

L’erbette i fiori e gli arbori che trova.

E i pesci ch’eran chiusi per le tane

Fuggendo del gran verno la magagna,

A schiera e a compagna

Giuocan di sopra sì ch’altrui ne giova:

così si rinnova

Per tutto l’alto mare e per li fiumi

Fra loro un disìo dolce che gli appaga,

E la mia cruda piaga

Ogn’or crescendo par che mi consumi;

E farà sempre; fin che ’l dolce sguardo

Non la risanerà d’un altro dardo.

 

Donne, donzelle e giovinette accorte

Rallegrando si vanno alle gran feste,

D’amor sì punte e deste

Che par ciascuna che d’amor s’appaghi;

Et altre in gonnellette a punte corte

Giuocano all’ombra delle gran foreste,

Tanto leggiadre e preste

Qual soglion ninfe stare appresso i laghi;

E giovanetti vaghi

Veggio seguire e donnear con loro,

E tal’ora danzare a mano a mano.

Et io, lasso!, lontano

Da quella che parrebbe un sol tra loro,

Lei rimembrando tale allor divegno,

Che pianger fo qual vede il mio contegno.

 

Canzone, assai dimostri apertamente

Come natura in questa primavera

Ogni animale e pianta fa gioire,

E ch’io son sol colui che la mia mente

Porto vestita d’una veste nera

In segno di dolor e di martìre;

Poi conchiudi nel dire,

Che allor termineran queste mie pene

Che a occhio a occhio rivedrò il bel volto.

Ma vanne omai! ch’io ti conforto bene,

Che a ciò non starò molto,

Se gran prigione o morte non mi tiene.

 

(Dalla Raccolta di rime antiche di diversi toscani, ecc., del Corbinelli; la lezione fu riscontrata e migliorata su ’l testo che ne dà il Trucchi (Serventese nazionale, ecc.) e su’ codd. ricc.)

 

 

V

 

Amor, non so che mia vita far deggia

Nè qual cammino a campar possa prendere;

Chè i miei lamenti intendere

Non par l’Angiola bella, tanto è frigida.

Na però la tua fiamma non s’alleggia,                                             5

Ma più mi sento dentro al core accendere,

lei pare sì ’ntendere

Di me sì come pietra o cosa rigida.

Costei crescendo in tempo più s’infrigida,

Non segue il nome suo nè forma angelica;                                      10

Ma come fera belica

Contra ètti; e seco non mi val retorica,

Ch’ i’ possa informar lei di tua teorica.

 

Per la virtù d’arïete appaiono

Le verdi foglie e ’l vago fior s’ingenere;                                            15

Ogni fronda vien tenere,

partorisce pregna dallo zeffiro.

Le stelle fredde al nostro polo spaiono.

Ogni animale e augelletto è in Venere

pulisce sua penere,                                                                             20

del passato gel par che si beffino.

quale in più frondifero

Bosco celata sta bestia selvatica,

In l’amorosa pratica,

Sentendo il dolce tempo, si dimestica.                                              25

Ma pur questa crudel non vien domestica.

 

Su’ più frigidi monti si dileguano

Le bianche nevi e giuso al pian fan rivoli;

E quei che più piacevoli

Fiumi son stati allor crescono; e strepita                                           30

Delle lor guerre il mar. I pesci attreguano

E vanno a prova nuotando piacevoli,

Diventando amorevoli,

Sentendo crescer l’acqua e farsi tepida.

Tutta la terra crepita                                                                          35

dai più duri sassi fuora germina.

Ma pur costei non termina

La sua durezza; ed io pur la desidero;

piangon gli occhi che poco la videro.

 

Il mar profondo non fromba non litica,                                    40

Cessa dall’ondeggiar forte e malivolo,

diventa benivolo,

Sì che li marinai lieti pileggiano.

Eolo s’acqueta e sua asprezza mitiga.

E quei t’hanno d’amore il cor più schivolo,                                      45

Per l’amoroso sivolo

Degli augelletti ch’ al verde vagheggiano,

Contr’ a te non aspreggiano,

per lo dolce tempo si confortano

Nè più durezza portano.                                                                   50

Ma pur costei non s’addolce, nè scorgere

La posso a te nè per servirla svolgere.

 

Omai saper t’ho fatto il gran pericolo,

Amor, da cui nè so nè posso fuggere,

veggomi distruggere

Per lei la vita senza ’l tuo rimedio.

Soperchio è il mio dolor, signor, ch’ i’ cigolo,

Bench’io m’accheto e non ardisco muggere;

Sentomi il sangue suggere

Da’ suoi begli occhi, onde alla morte espedio.

Ma se da cotal tedio

Mi fai da lei, com’io disio, dissolvere,

Fin che di me fia polvere.

Con fedeltà proclamerò tua gloria

E vivo e morto avrò di lei memoria.

 

Pubblicata dal Trucchi (Serventese, ecc.)

 

 

VI

 

Nella tua prima età pargola e pura

Ch’eri qual novelletta primavera,

Cara mia luce e vera,

Con gli occhi tuoi mi apristi lo ’ntelletto;

E se allor ti mostrasti schiva e dura,                                                  5

Come tu sai, meraviglia non era

Perchè d’amor la spera

Non riscaldava ancora il tuo bel petto.

con molto sospetto

Chiamai più soli il tuo piacere acerbo;                                              10

Ma pur qui non so dir siccome strugge

Bramar beltà che fugge,

Se non che io consumava ogni osso e nerbo.

Così t’amai nella tua puerizia;

se allor t’era in ugge,                                                                          15

Sempre attendea, per ben soffrir, letizia.

 

 

Moltiplicava a dì a dì amore

In me, siccome in te facea beltate,

Ch’ogn’or più delicate

Mostravi, a innamorar, le tue fattezze.                                             20

tanto fu così vago il mio cuore,

Che tu venisti in la seconda etate;

E, come alber l’estate,

Mostrasti più virtute e più bellezze.

Qui provai le dolcezze                                                                       25

Che è amare chi a ragione intenda;

Qui fu pietà soccorso del mio pianto;

Qui facesti ben tanto

Ch’ i’ non so mai come il merito renda.

Certo io non dico ch’ i’ fossi sì oltre                                                   30

Ch’ io mi possa dar vanto

Ch’ io ti vedessi mai sotto la coltre.

 

Ott’anni fu, che non mi parve un’ora,

Tanto mi piacque il tempo che diviso

Col tuo vezzoso riso                                                                           35

Ogni spirito mio facea contento.

Ed altrettanti ne son iti ancora

Ch’ i’ mi trovo lontan dal tuo bel viso,

E tanto son conquiso

Che ciascun dì mi paion più di cento.                                               40

Lasso!, se or tormento

Poichè non posso tua beltà vedere,

Certo non è da maraviglia farsi;

Però che mai non arsi

Com’io ardeva del tuo bel piacere.                                                    45

E quanto amor mi combatte e martìra

Sì nel mio pianto parsi,

Che qualunque mi guarda ne sospira.

 

Or se dubbiassi ’e mi volessi dire

Che è che non sia morto in tanti stridi,                                             50

E poi come mi fidi

D’aver portato fede a que’ begli occhi;

I’ ti rispondo che tal’or venire

Mi par vedere Amore e che te guidi

Gentil quanto ti vidi                                                                           55

Quando prima provai gli ardenti stocchi.

E par neve che fiocchi

Del tuo bel viso l’amorosa manna

Colla qual cibi gli spiriti miei;

Sicché tu se’ colei                                                                                60

Che campi me che morte non mi danna

E poi mia fede è tal che, s’io volessi,

Partir non mi potrei

Da te nè far ch’un’altra mi piacessi.

 

Così com’egli é vero ciò ch’io scrivo.                                         65

Sì disbrami io di te veder la voglia

In prima che ti toglia

La tua terza stagion le verdi fronde;

Bench’io pur pensi che, come l’ulivo

O ver l’abete al fin non perde foglia,                                                70

Così mai non si spoglia

Da te beltà per tempo che secondi;

Ch’i capei crespi e biondi

Gli occhi e la bocca ed ogni beltà tua

Non fece Iddio perché venisser meno,                                              75

Ma per mostrare a pieno

A noi l’esempio della gloria sua.

O luce mia a cui mi raccomando,

Per merito sì pieno,

Sia graziosa a questa ch’io ti mando.                                               80

 

Canzoni, non è bisogna ch’io ti dica

Dove tu ’dèi andar; ch’il sai com’io.

Sol ti prego per Dio

Che del tornar, quanto tu puoi, t’affretti;

Chi ti sai ben che sopra ogni fatica                                                   85

All’uom c’ha stato bisognoso e rio,

Come vedi ch’è il mio,

È l’aspettare e viver con sospetti.

Poi t’ammonisco che non ti diletti,

Come hanno fatto le sorelle tue,                                                        90

Delle bellezze sue,

Tanto che del tornar tu fossi niente;

Chè degno quel servente

Di mille smorti, che ’l suo cammin tarda

Al gran bisogno, come fece il corbo.                                                 95

Or va’, figliuola, e guarda

Al tuo dover ed al mio grave morbo.

 

(Pubblicata dal Trucchi (Serventese, ecc.); da noi corretta sul cod. rice. 1091.)

 

 

VII

 

O povertà, come tu sei un manto

D’ira d’invidia e di cosa diversa!

Così sia tu dispersa,

E così sia colui che ciò non dice!

Io dico sol per sodisfarmi alquanto                                                   5

Di te, o sposa d’ogni cosa persa,

Per la quale è sommersa

D’onor al mondo ogni viva radice.

Tu privazion d’ogni stato felice,

Tu fai la morte altrui sempre angosciosa                                          10

Bizzarra e disdegnosa;

Tu più che morte per ragione odiata

E nel voler d’ogni animo privata.

 

Con ragion più che morte sei fuggita,

Sol perchè morte ogni uom tardo la spera;                                      15

Ma idi te, cruda fera,

Mai non si vede cosa giusta e diva.

La morte può ben l’uom privar di vita

Ma non di fama e di virtude altera:

Anco felice e vera                                                                                20

Riman perpetual nel mondo e viva.

Ma chi a tua foce sconsolata arriva,

Sia quanto vuol magnanimo e gentile,

Che pur tenuto è vile;

E perciò chi nel tuo abisso cala                                                          25

Non speri in alcun pregio spander l’ala.

 

E perciò ha terror mia mente ingombra,

Ch’io prenda alquanto studio ai mio riparo:

Chè, s’io discerno chiaro,

Per te al furto il leal si conduce,                                                         30

Per te l’uom giusto a tirannia sè adombra,

Per te diventa il magnanimo avaro;

E d’ogni vizio amaro,

Secondo il mio parer, tu ne se’ duce.

Adunque non s’acquista per te luce,                                                 35

Anzi si vien nel tenebroso inferno;

E, come chiar discerno,

Infermità prigion morte e vecchiezza

Al tuo rispetto è luce di dolcezza.

 

E con ipocresia benché sian molti                                             40

Che appellan te con verace desio,

Ed allegano Iddio

Come il tuo stato non gli parve grave;

Ma ben si sa per gli uomini non stolti

Se è pover chi di tutto può dir mio;                                                   45

Lo me ’ntendo ben io,

Che a quello il grande affanno par soave.

Di Dio fu tutto, e tutto ebbe, e tutto have:

Non dirà alcun che lui povero fu

Nel tempo che qua giù                                                                      50

Per dar la gloria a noi visse visibile,

Perciocchè tutto aver gli era possibile.

 

Canzon, tu te ne andrai peregrinando;

E s’alcun trovi che contro ti dia,

Che povertà non sia                                                                           55

Assai più fiera ed aspra ch’io non dico,

La tua risposta sia breve parlando;

E di’ che ’n lui si move ipocresìa.

E poi con voce pia

Dirai che poco men son che mendico,                                              60

E non poss’esser di me stesso amico.

 

(Attribuita a G. Cavalcanti ; e ora per autorità de’ codd. restituita all’Uberti.)

 

 

VIII

 

Lasso! che, quando imaginando vegno

Il forte e crudel punto dov’io nacqui

E quanto più dispiacqui

A questa dispietata di fortuna;

Per la doglia crudel che al cor sostegno,                                           5

Di lagrime convien che gli occhi adacqui

E che ’l viso ne sciacqui,

Ch’ogni duolo e sospiro al cuor s’aduna.

Come farò io, quando in parte alcuna

Non trovo cosa che aiutar mi possa,                                                 10

E quanto più mi levo più giù caggio?

Non so: ma tal viaggio

Consumato have sì ogni mia possa,

Ch’io vo chiamando morte con diletto;

Sì m’é venuta la vita in dispetto.                                                       15

 

Io chiamo, io prego, io lusingo la morte

Come divota cara e dolce amica,

Che non mi sia nemica

Ma vegna a me come a sua propria cosa.

Ed ella mi tien chiuse le sue porte,                                                    20

E sdegnosa vêr me par ch’ella dica

Tu perdi la fatica,

Ch’io non son qui per dare a’ tuoi par posa.

Questa tua vita cotanto angosciosa

Di sopra data ti è, se ’l ver discerno;                                                  25

E però il colpo mio non ti distrugge. —

Così mi trovo in ugge

A’ cieli al mondo all’acqua ed all’inferno.

Ed ogni cosa c’ha poder mi scaccia;

Ma sol la povertà m’apre le braccia.                                                 30

 

Come dal corpo di mia madre usci’ io,

Così la povertà mi fu da lato,

E disse — T’è fatato

Ch’io non mi deggia mai da te partire. —

E s’ tu volessi dir come ’l so io,                                                          35

Donne che v’eran me l’hanno contato;

E più manifestato

M’è per le prove, s’io non vo’ mentire.

Lasso! che più non posso sofferire;

Però bestemmio in prima la natura                                                  40

E la fortuna, con chi n’ha potere

Di farmi sì dolere :

E tocchi a chi si vuol, ch’io non ho cura.

Ché tanto è ’l mio dolore e la mia rabbia,

Ch’io non posso aver peggio ch’or i’o m’abbia.                               45

 

Però ch’io sono a tal punto condotto,

Ch’io non conosco quasi ov’io mi sia;

E vado per la via

Com’uom ch’è tutto fuor d’intendimento;

Nè io altrui nè altri a me fa motto,                                                    50

Se non alcun che quasi com’io stia;

Più son cacciato via,

Che se di vita fossi struggimento.

Ahi lasso me! chè così vil divento,

Che morte sola al mio rimedio chieggio.                                          55

Il cuore in corpo e la voce mi trema,

Io ho paura e tema

Di tutte quelle cose ched io veggio;

Ed ancor peggio m’indivina il core,

Che senza fine sarà il mio dolore.                                                     60

 

Mille fïate il dì fra me ragiono

— Deh, che pure fo io che non m’uccido?

Perché me non divido

Da questo mondo peggior che ’l veleno? —

E riguardando il tenebroso suono                                                     65

Io non ardisco a far di me micido;

Piango lamento e strido,

E com’uom tormentato così peno.

Ma quel dì ch’io verrò piuttosto meno

Si è, ch’io odo mormorar la gente                                                     70

Che mi sta più che ben se io ho male;

E ch’è gente cotale,

Che, se fortuna ben ponesse mente

In meritargli quel che sanno fare,

E’ non avrebbon pan da manicare.                                                  75

 

Canzon, io non so a cui io mi ti scriva;

Ch’io non credo che viva

Al mondo uom tormentato com’io sono;

E però t’abbandono,

E vanne ove tu vuoi, u’ più ti piace,

Ché certo son ch’io non avrò mai pace.

 

Dalla Raccolta di rime antiche di diversi toscani del Corbinelli, ecc., ragguagliata e migliorata su la lezione che ne dà il Tiucchi (Serventese, ecc.)

 

 

Indice Biblioteca Indice delle rime di Fazio degli Uberti

© 1996 - Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2004