Marco Cirillo

 

IL TIRANNO IN

COLUCCIO SALUTATI

UMANISTA DEL TRECENTO

 

Per gentile concessione dell'Autore

 

SOMMARIO

Introduzione
1. LA POLITICA FIORENTINA

Il cancelliere fiorentino

Il periodo storico

La Guerra degli Otto Santi (1375-1378)

Il Tumulto dei Ciompi (Estate 1378)

Giangaleazzo Visconti e Milano

2. LA FILOSOFIA DI COLUCCIO SALUTATI

Vita attiva

Premesse al trattato del De Tyranno

De Tyranno

La posizione di Dante nel pensiero di Salutati

Fonti per determinare la definizione di Tiranno in Coluccio Salutati

3. DOPO I TIRANNI

Premessa

L’insuccesso di una formula nota

La riscoperta del De Tyranno

a)   La visione storica proposta da Hans Baron e Armando Petrucci

b)   Le considerazioni di Daniela De Rosa

c)   Le opinioni di Ronald Witt

La Filosofia del Tiranno

Conclusioni
Appendici
Bibliografia

INTRODUZIONE

Il termine “tiranno” è stato da sempre associato ad “un potere illegale e spesso violento” tanto che la riflessione politica su tale termine si è soventemente intrecciata con quella morale, senza distinguerne le diverse finalità, specie in epoca medievale. In questo quadro, la figura di Coluccio Salutati emerge per uno sforzo di chiarificazione innovativo del contenuto e del significato del termine tiranno.

Coluccio Salutati (1332-1406) [1], infatti, è convinto che sia necessario l’uso di termini appropriati nel linguaggio, soprattutto nel linguaggio politico.

Unire la cultura alla politica, cercando di imprimere un significato corretto alla terminologia usata dai governanti della Repubblica di Firenze, senza per questo perdere le connotazioni estetiche dell’epistolografia politica del tempo, si può considerare come uno dei tanti obiettivi raggiunti da Coluccio Salutati.

L’esperienza di cancelliere della Repubblica di Firenze (che va dal 1375 al 1406 anno della sua morte), segna una svolta non solo nella vita di quest’intellettuale fiorentino, ma anche nella Repubblica stessa che si avvale – o che si può finalmente avvalere – delle capacità letterarie della cancelleria per dare vita ad una vera e propria opera di propaganda politica nel senso moderno del termine.

Per unanime convinzione dei critici, l’originalità del Salutati rispetto ai suoi predecessori sta nel fatto che egli, per primo, riuscì a dare una struttura solida all’ideologia di Firenze. L’ideale di libertà (florentina libertas) professato dal governo della Repubblica Fiorentina è antecedente all’arrivo del cancelliere (1375), ma è altrettanto vero che solo con l’apporto di quest’uomo è possibile manifestarlo a tutta l’Europa e far sì che esso appaia, non più come un esile preambolo da citare ai paesi vicini nelle lettere della Repubblica ma, come una sensazione appartenente ad ogni singolo membro della Repubblica stessa; in tal modo ogni fiorentino diviene a sua volta “manifesto vivente” della politica cittadina, perché con Coluccio Salutati essere cittadini di Firenze significa implicitamente essere difensori della libertà.

La notorietà di questo umanista varca i confini dei territori annessi a Firenze ed anche della penisola italica e le sue lettere, sia pubbliche che private, vengono lette con ammirazione in ogni corte d’Europa.

La figura del Salutati, così come è riportata dai suoi contemporanei – Giovanni Gherardi da Prato (1367-1446) ne “Il Paradiso degli Alberti [2]” e Leonardo Bruni (1374-1444) nel suo “Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus [3]” – è descritta ai nostri occhi come quella di un abile oratore, uomo umile, filosofo, filologo, editore, amante della storia e cittadino esemplare. È difficile non fidarsi di questi giudizi, perché non solo tra gli “amici” del Salutati c’era rispetto verso la sua persona, ma questo sentimento era presente anche tra gli “avversari”, fossero essi politici o umanisti, come ad esempio Antonio Loschi (1365-1441) o Giangaleazzo Visconti (1351-1402).

Non c’è da stupirsi quindi, che venissero recapitate al suo indirizzo anche lettere di semplici studenti i quali chiedevano al “maestro” un’opinione riguardante i temi in voga del periodo. Salutati, nonostante gli impegni lavorativi cui era costretto, rispondeva sempre a queste missive e ciò a dimostrazione del suo impegno attivo nel promuovere la cultura anche aldilà dei confini della Toscana.

Proprio da una di queste lettere nacque l’idea di scrivere il “De Tyranno”. La lettera in questione, scritta dallo studente padovano Antonio Dell’Aquila, chiedeva cosa ne pensasse il cancelliere di quei passi in cui Dante condannava Bruto e Cassio al supplizio infernale assieme a Giuda e che opinione l’umanista avesse di quel “concittadino” che, attaccando gli assassini di Cesare attaccava anche i “difensori della Repubblica Romana”.

L’argomento dell’epistola possiede in sé i tipici caratteri delle possibili discussioni tra umanisti, che cercavano di ripercorrere la “Storia di Roma” con occhio critico ma che apprezzavano e s’impegnavano concretamente anche nel salvaguardare il patrimonio a loro contemporaneo: in questo caso la figura di Dante e l’utilizzo del volgare. Da tali riflessioni poi, sorgevano degli spunti che permettevano ulteriori confronti tra il mondo classico e quello in cui essi vivevano. Il Salutati rispose a quella domanda seguendo proprio questo sentiero e cioè quello di una “discussione razionale” che permettesse prima di delineare il significato di “tiranno” e poi di tracciare una “memoria storica” degli eventi che ebbero come protagonista Giulio Cesare, per concludere con una propria riflessione sui versi danteschi.

Tutto questo dunque, il Salutati portò avanti, nonostante i continui impegni gravanti la cancelleria e, infatti, grazie all’interesse sincero con cui soleva rispondere a queste lettere, riusciva a dare non solo un’opinione personale, ma approfondiva di volta in volta gli argomenti che gli venivano sottoposti con uno studio accurato sui temi proposti. Questa meticolosità richiedeva però tempi ben precisi e perciò poteva accadere, come purtroppo accadde, che il mittente della lettera che diede lo “spunto” al Salutati per la stesura del suo trattato politico, morisse ancor prima di ricevere una risposta.

La novità importante, in questo contesto, non riguarda tanto il rapporto tra Coluccio Salutati e Antonio Dell’Aquila piuttosto, la novità si riferisce a quel “clima culturale” che il cancellerie fiorentino, assieme ad altri umanisti, contribuiva a creare. Questa testimonianza è importante, all’interno della storia culturale del Medioevo, perché consente di capire come si stesse formando in quel periodo storico una nuova coscienza intellettuale, dove il sapere veniva diffuso con ogni mezzo possibile, permettendo agli studiosi del quattordicesimo secolo di ampliare ed approfondire i propri studi ed allo stesso tempo di condividere le proprie ricerche e riflessioni con intellettuali di altre città d’Italia e d’Europa.

Coluccio Salutati non rappresenta semplicemente un intellettuale di fine Trecento, e il trattato del “De Tyranno” non è nemmeno un lavoro accademico. Finito di scrivere nell’estate del 1400, esso rappresenta un testo capace di unire l’esperienza pratica dell’uomo politico alla passione per gli studi, tipica dell’umanista.

Cap. 1 LA POLITICA FIORENTINA

Il cancelliere fiorentino.

Lo sviluppo dei comuni, dall’XI secolo in poi, non risulta omogeneo nell’Italia centro settentrionale, poiché si è consolidato ed accresciuto secondo le esigenze delle singole comunità [4]. Ogni comune è stato perciò caratterizzato da un percorso autonomo, non lineare e di conseguenza anche le figure istituzionali in esso presenti si sono evolute all’interno dello stesso secondo le necessità che di volta in volta si presentavano. Frequentemente si può notare un cambiamento nel numero dei cittadini aventi diritto alle diverse cariche urbane; è possibile inoltre che la stessa carica di governo sorgesse prima in una città piuttosto che in un’altra, e che all’interno della stessa città tale carica variasse secondo le esigenze del comune per numero di rappresentanti o per le funzioni che questi avrebbero dovuto svolgere; inoltre, è plausibile che una medesima carica fosse percepita, nel territorio limitrofo, in maniera diversa dai governati. Quest’insieme d’aspetti, che riguardano la “storia dei comuni”, hanno consentito la creazione di una spontanea diversità, sia nello sviluppo delle singole realtà italiane, che negli apparati politici di rappresentanza.

Firenze, a fine Trecento [5] , gestiva la propria politica interna in maniera non molto diversa dal resto dei comuni dell’Italia centro settentrionale. La lotta di fazioni che la città toscana aveva vissuto nei secoli precedenti [6] , non si era realmente chetata e così, le leggi che servivano a dare stabilità e trasparenza alla Repubblica, venivano ignorate per favorire gli interessi personali dei singoli, che riuscivano a gestire il potere abusando delle proprie competenze. Per fornire al paese una continuità politica che non fosse preda delle parti, che all’interno del comune si opponevano, era necessaria una figura istituzionale non soggetta a limitazioni temporali, in modo tale che un eventuale cambio di governo, o semplicemente il cambio di chi ricopriva una carica comunale, non fosse motivo di confusione e instabilità politica. Per Firenze questa figura era rappresentata dal cancelliere. Quest’ultimo, infatti, era privo di un qualsiasi potere decisionale, eppure, vista la sua posizione nei confronti del governo, era al contempo informato d’ogni cosa all’interno della Repubblica dato che egli curava i rapporti politici attraverso le lettere inviate e ricevute dal suo ufficio.

 

La carriera politica [7] di Coluccio Salutati decolla a Firenze, quando nel 1374 la città lo nomina “notaio delle tratte”; un anno dopo sarebbe divenuto cancelliere ed avrebbe avuto il compito di “mantenere i rapporti di politica estera [8] ”. Coluccio Salutati è stato sicuramente uno dei protagonisti più importanti della Firenze di fine Trecento. Grazie a lui, la cancelleria della Repubblica Fiorentina è divenuta nota in tutta Europa, anche perché i compiti che svolse in quel trentennio non furono certamente facili. Tra le mansioni di cui si doveva occupare, ricordiamo innanzitutto quella legata alla politica interna della città: essendo il cancelliere una figura istituzionale stabile all’interno del sistema di governo, era suo compito informare i nuovi eletti sulla situazione in cui la Repubblica versava. L’incarico principale del cancelliere, però, riguardava la politica estera e famoso del Salutati rimane l’epistolario, testimonianza dell’interazione di Firenze con gli stati stranieri, avvenuta tramite le sue celebri lettere [9] . La funzione di queste missive riguardava la gestione degli interessi di natura finanziaria, con particolare attenzione alle relazioni commerciali, che avevano fatto del comune toscano una grande città nota in tutt’Europa; esse servivano pure a tutelare gli interessi dei mercanti impegnati all’estero, e spesso trattavano argomenti di natura diplomatica consentendo al governo fiorentino di comunicare con il resto del mondo. Il cancelliere prendeva parte infine alle riunioni di governo, dove di volta in volta si stabilivano le scelte politiche da attuare; a tal proposito molti autori si sono chiesti se la partecipazione a questi consigli prevedesse degli interventi critici attivi o di semplice condivisione sugli argomenti trattati. L’interpretazione più diffusa vede il cancelliere discutere costruttivamente assieme a magistrati e priori per delineare le linee politiche future della città.  

Occorre precisare ancora che il ruolo di Coluccio Salutati è e rimane comunque marginale rispetto a chi detiene una magistratura, non bisogna confondere quindi il cancelliere con un’attuale Ministro degli Esteri [10] o nemmeno con un ambasciatore. Le lettere scritte dal Salutati per conto della Repubblica di Firenze in realtà sono le lettere scritte dalla Repubblica di Firenze. Se è comunque vero che le “lettere private” risultano assai simili per contenuto e forma a quelle “ufficiali” una distinzione è d’obbligo: bisogna sottolineare che il Salutati è stato sempre un uomo di governo, che ha assistito all’evoluzione della Repubblica Fiorentina vivendo anche i suoi momenti più drammatici, quindi non c’è da stupirsi se il suo pensiero non si discosta dalla linea politica ed ideologica del suo governo, linea alla quale lo stesso Salutati aveva contribuito sia alla costruzione che alla diffusione.

Come abbiamo detto sopra, il lavoro svolto presso la cancelleria di Firenze ha reso Coluccio Salutati uno dei più noti cancellieri del Medioevo; tale notorietà si deve al metodo di lavoro che egli ha adottato nel trentennio in cui ha ricoperto tale carica. Effettivamente, i cambiamenti che il Salutati ha apportato, soprattutto nel campo dell’epistolografia politica medievale, pur non essendo certo radicali, ebbero una notevole influenza su molte corti d’Europa. La letteratura sull’argomento è unanime nell’affermare che, Coluccio Salutati, pur utilizzando la formula prevista dall’epistolografia cancelleresca medievale, che prevedeva: la Salutatio, il Proverbium, la Narratio, la Petitio e la Conclusio; ebbe modo di personalizzare ogni fase dell’epistola in base alle proprie esigenze narrative. È frequente perciò trovare nelle sue lettere una Salutatio piuttosto breve ed un Proverbium – soprattutto quando egli esprimeva teorie politiche – piuttosto lungo. Inoltre ci fu l’interesse nel Salutati di utilizzare (e si potrebbe aggiungere promuovere) l’uso del cursus [11].

La principale preoccupazione del cancelliere fiorentino, nell’ambito delle proprie mansioni, era quella di utilizzare un linguaggio che fosse corretto ma anche persuasivo, che non perdesse il contenuto politico ma che non dovesse essere per forza accademico.

Con linguaggio corretto ci si riferisce in particolare alle modifiche che hanno subito sia il “Latino” che la “Lingua Volgare” nel Basso Medioevo. Per quanto riguarda la lingua latina, c’è stato sicuramente nel XIV secolo un interesse sincero da parte dell’ambiente intellettuale – sia laico che ecclesiastico – nell’effettuare un recupero del latino classico per intervenire concretamente sul latino medievale. Lo studio e le letture delle opere di autori quali Seneca, Cicerone, Ovidio ed altri ancora, hanno influenzato profondamente i giovani umanisti che volevano riprendere dagli autori del passato sia lo stile che la grammatica. Questo atteggiamento nei confronti dell’antico ha addirittura generato delle tensioni tra maestri e discepoli. Ad esempio, Coluccio Salutati era ben consapevole delle carenze del proprio latino e degli inevitabili errori che commetteva nello scrivere alcuni termini nella forma medievale eppure, per abitudine, li riproponeva pur conoscendo la forma classica. “I giovani”, come Leonardo Bruni o Poggio Bracciolini però, criticavano il maestro ed in generale l’intero sistema letterario del XIV secolo, perché sostenevano la necessità del ripristino integrale della lingua di Cicerone.

Un esempio di come gli umanisti vedessero gli antichi può esser tratto dal “Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus [12]” dove Leonardo Bruni fa pronunciare questa frase a Niccolò Niccoli: “Il padre stesso del parlare latino, Marco Tullio Cicerone, del quale io, Salutati, mi soffermo a pronunciare i tre nomi, per averlo più a lungo in bocca, a tal punto egli è per me come un dolce cibo […] [13]” è la dimostrazione di come gli autori dell’antichità fossero visti dalla nuova generazione di umanisti. La risposta che viene data dal Salutati ad affermazioni di questo genere – in un’altra occasione e non al Bruni ma a Poggio Bracciolini – è l’invito a non far degli antichi un idolo. Questa affermazione sembra evidenziare “l’equilibrio intellettuale” del cancelliere fiorentino, che non rinnegava il proprio “passato – di studi – medievale” ma che non desiderava nemmeno che esso fosse cancellato dalla generazione a lui seguente. Egli non voleva infatti rischiare di perdere tutta una serie di valori che si potevano trarre dalla teologia, dal diritto e dalla filosofia nonché da altre discipline, tra cui non si può ignorare la storia [14] che, nel corso di quei secoli post-impero romano, avevano comunque avuto uno sviluppo che a suo avviso non doveva né poteva essere ignorato.

Comunque, dal Petrarca al Salutati [15] passando per Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini la lista degli “umanisti”[16] che si è interessata al recupero dei testi antichi, allo sviluppo di una filologia critica ed accurata degli stessi, e ad una integrazione o miglioria del latino tardo medievale, è estremamente vasta. Inoltre, va sottolineato anche un altro aspetto riguardante questi studi e cioè quello della collaborazione tra diversi pensatori del Trecento e della loro consapevolezza che tutto ciò sarebbe stato utile anche ai secoli successivi. In effetti, tale sforzo ha permesso un’accelerazione rapida, ma anche costante, di idee e progetti per una rinascita e diffusione della cultura.

È importante sottolineare come questi uomini fossero coscienti del lavoro che stavano compiendo sia nel recuperare la storia che li aveva preceduti, che nel recuperare gli antichi valori che appartenevano alla cultura classica. Ad esempio si riappropriano del termine patria [17] ma vi aggiungono le proprie sfumature; così fanno pure col latino – soprattutto quello “ciceroniano”, nell’ambito artistico si segnala il ritrovamento di molte opere d’arte appartenenti alla cultura classica latina e greca. Tutti questi sforzi non possedevano dunque solo un valore intellettuale, ma erano volti a trovare nell’applicazione pratica un riscontro concreto. Essi vi cercavano un insieme di concezioni che andavano riprese e rinnovate nell’Italia e nell’Europa di fine Trecento. Come è stato detto da Nicola Abbagnano “il ritorno all’antico non consiste nella semplice ripetizione dell’antico, ma nella ripresa e nella continuazione di ciò che il mondo antico aveva realizzato.[18]

In quest’ottica rientra anche l’opera del cancelliere fiorentino che integra gli studi umanistici con le mansioni del suo ufficio. L’utilizzo di un latino che si rifaceva al modello ciceroniano, ma anche l’uso di numerosi riferimenti storici e filosofici, rendeva sicuramente le sue lettere interessanti e per certi aspetti innovative [19]. Tale metodo, che contraddistinse tutta l’opera del Salutati, non aveva però trovato sempre dei riscontri positivi, soprattutto agli inizi della sua carriera: ad esempio, il comune di Lucca dove il Salutati era stato cancelliere non apprezzò il metodo del Salutati e il suo non essere “accademico” [20]. Aldilà di alcune difficoltà iniziali, gli studi e gli interessi di Coluccio Salutati furono però ripagati, non solo dalle onorificenze che ricevette dal comune per il lavoro svolto nella cancelleria fiorentina, ma anche da un’intima curiosità per tutto ciò che concerneva lo sviluppo culturale della Repubblica e in primo luogo la lingua volgare. Oltre alla “passione” nei confronti della lingua latina, che lo portava a spendere i propri danari per procurarsi testi antichi e costruirsi una biblioteca costituita da manoscritti che andavano dal periodo classico sino a quello più recente [21], egli infatti non disdegnò di scrivere alcune epistole in lingua volgare. A ben vedere, lo scrivere in volgare presso la cancelleria fiorentina, non fu un’innovazione del Salutati, visto che già alcuni dei suoi predecessori avevano utilizzato tale lingua per sostituirla, nelle lettere ufficiali della Repubblica, al latino. Ma con Coluccio Salutati la lingua volgare fu utilizzata con più razionalità [22], anche se si può notare come essa appaia solo nelle missive che riguardavano i rapporti meno impegnativi per la Repubblica di Firenze. Il suo interesse però, era rivolto anche alla lingua parlata nella sua città. Durante le discussioni tenute presso la Villa degli Alberti [23], prendendo le difese dei vari poeti e prosatori fiorentini, in primis di Dante e di Petrarca, emerge chiaramente un suo interesse per gli sviluppi di tale lingua, soprattutto in correlazione agli scritti degli autori fiorentini.

C’è da segnalare che, contemporaneamente al Salutati, vive in Firenze Franco Sacchetti (1332-1400), che con le sue “Trecento Novelle” offre una visione della vita quotidiana nella Repubblica Fiorentina ed allo stesso tempo dell’evoluzione della lingua volgare. Ciò a dimostrazione di come in questo periodo, gli interessi inerenti al mondo culturale, non si fermassero solo agli antichi. Giovanni (1280-1348), Matteo (1280-1363) e Filippo (1325-1405) Villani si impegnano nella “Chronica de Origine Civitatis [24]”. Si sa che Filippo Villani chiese a Coluccio Salutati di supervisionare l’opera, ed il suo apporto fu certamente notevole secondo Ronald Witt, il quale asserisce che gli studi sulle origini della città mostrarono come essa fosse stata certamente costruita dai romani, ma nuovi studi, ad opera proprio del Salutati, misero anche in luce che la fondazione di Firenze non traeva origine da Giulio Cesare, come si era fino ad allora pensato ma dai veterani di Silla [25]: “[…] the discovery that Florence was founded not by Caesar but by Sulla’s veterans […] [26]

Ecco perché si può sostenere che, nel trentennio della cancelleria, Coluccio Salutati è stato sicuramente uno degli uomini più importanti del capoluogo toscano, capace di svolgere in maniera eccellente – da un punto di vista politico – la propria carriera professionale ma anche quella culturale, vista la sua attenzione verso la comunità. Tutto ciò ha fatto sì che, la sua figura, ne conseguisse un notevole prestigio che si diffuse ben presto nelle diverse corti del continente europeo.

Il periodo storico.  

Prima di approfondire il pensiero di Coluccio Salutati, bisogna ricordare almeno tre avvenimenti storici che accaddero alla Repubblica di Firenze durante il periodo del suo cancellierato (1375-1406).

La Guerra degli Otto Santi (1375-1378).

La Guerra degli Otto Santi è un conflitto che vede di fronte due schieramenti opposti, da una parte gli “Stati Italiani [27]” capeggiati da Firenze e dall’altra parte il Papato, guidato da Gregorio XI (papa dal 1370 al 1378).

Aldilà degli eventi bellici e degli intrighi politici [28] che si intersecano durante il triennio della guerra, è interessante notare il ruolo assunto da Coluccio Salutati e dalla Repubblica Fiorentina nel corso degli scontri. La posizione ufficiale del Governo di Firenze è antipapale, anche se a dire il vero, Firenze svilupperà durante i tre anni della “Magistratura degli Otto” [29] una condotta politica estremamente complessa, la cui linea guida sarà basata piuttosto su di un’ideologia patriottica antifrancese. La definizione antifrancese, così come la definizione antipapale richiedono però alcune spiegazioni.

I termini “patria” e “libertà”, ripresi soprattutto nelle accezioni che avevano nella classicità, sono in verità, difficilmente rapportabili e compatibili con la realtà che si presentava alla fine del Trecento. Come vedremo, questa sovrapposizione di concetti, dovuta alle citazioni più o meno libere che il cancelliere proponeva nelle epistole della Repubblica Fiorentina, saranno capaci di animare la “passione” che il mondo antico, ed in particolare quello Romano, suscitavano tra i lettori delle diverse corti che ricevevano le missive ma, allo stesso modo, non si conciliavano perfettamente con il mondo medievale in cui tali lettori appunto vivevano.

Uno dei concetti che viene ripreso durante il Trecento e che risulta piuttosto complesso da spiegare, è quello inerente al significato di “Patria [30]”. Non è semplice definire il senso che questo vocabolo assunse alla fine del XIV secolo, ma è possibile chiarire la posizione di Firenze – nell’ambito della Guerra degli Otto Santi – sull’utilizzo che essa fece di questo termine all’interno dell’ideologia propagandata dalla Repubblica e con quali sfumature Coluccio Salutati utilizzasse questo vocabolo nelle proprie lettere.

La “cattività avignonese (1309-1377)”, era basata su una politica filo-francese che riuscì, in meno di settant’anni, non solo a porre al vertice della Chiesa i pontefici nati nel regno di Francia ma riuscì pure, attraverso il nepotismo e forme di nomine ecclesiastiche affini, ad aumentare in modo consistente la stessa presenza francese all’interno del clero. Quando si arrivò all’anno 1375, tale presenza, unita all’estensione del dominio pontificio in Italia, creò un malcontento generale nella penisola. Inoltre l’Italia, a differenza di luoghi come la Francia o l’Inghilterra, tendeva a mantenere e a confermare le scelte di una “politica comunale” che permetteva alle città maggiori di essere indipendenti le une sulle altre, oltre ad avere un dominio sulle frazioni minori, dominio che naturalmente portava a degli inevitabili scontri per rimarcare il possesso su terre e commerci. In questo periodo si può affermare che, oltre alla tensione interna tipica dell’Italia, si aggiunse anche “il fattore esterno” legato alla posizione del clero francese nella penisola. Naturalmente gli scontri che portarono alla Guerra degli Otto Santi erano già iniziati nel 1373, quando papa Gregorio XI costituì una lega contro i Visconti [31] di Milano. L’incombente ritorno del pontefice a Roma – più volte annunciato – e l’appropriarsi [32] di quelle terre dell’Italia Centrale che, a causa del trasferimento della sede papale ad Avignone, si erano emancipate dal potere pontificio, diffusero un immagine negativa di Gregorio XI, immagine negativa amplificata dallo scontro politico. Il papa che tornava a Roma quindi, rappresentava di più l’immagine di un usurpatore piuttosto che quella del vicario di Cristo. Inoltre, va sottolineato come l’emancipazione di una vasta area dell’Italia centrale dal potere ecclesiastico durante il periodo avignonese, rispecchi il modo politico di porsi dei comuni italiani. La mancanza di un governo centrale, fosse esso l’impero o il papato, su un’area piuttosto vasta come l’Italia, creava le basi all’interno dei comuni per la formazione di un nuovo governo cittadino che sarebbe poi stato legittimato ed inglobato all’interno dell’istituzione [33]. Tale operazione si stava ripetendo anche nei territori pontifici, dove i diversi comuni si erano dati un proprio governo, diverso da quello imposto dal pontefice, nel tentativo di emanciparsi dal potere centrale, ossia dal papa e dai legati da lui scelti. Gregorio XI perciò, prima di ritornare a Roma, cercava di ristabilire nelle terre delle Chiesa il proprio potere. È facile immaginare come molte città approfittassero dell’occasione per ribellarsi al vicario di Cristo e per unirsi in una lega antipapale molto ampia.

In sintesi, si potrebbe riassumere la situazione che si creò nell’anno 1375 affermando che chi si oppose a papa Gregorio XI cercava: o di emanciparsi dall’Istituzione Ecclesiastica (ed è il caso delle città che appartenevano ai territori della Chiesa), o di difendersi da un’eventuale espansione pontificia (ad esempio Firenze) o addirittura di aggredire gli alleati o i territori più estremi della Chiesa cercando di espandere i propri domini (come nel caso dei Visconti). 

Firenze, per paura di un’espansione dei territori pontifici si legò alle altre città nella lotta “in difesa della patria”. Questa fu una novità nel “mondo delle alleanze” che si stavano creando nei conflitti all’interno del territorio italiano, poiché Firenze, da sempre guelfa, era solita prendere le difese dei territori ecclesiastici piuttosto che di altre fazioni. La “Guerra degli Otto Santi” riveste un valore particolare proprio perché segna una svolta, anche a livello europeo, nei riguardi del Papato, che alla fine del Trecento, come era già successo all’Impero poco più di secolo prima, si trovava ora ad affrontare i comuni italiani, divenuti ormai degli Stati coscienti della propria forza.

Se l’Impero, in quello scorcio di secolo, era sicuramente in declino, e i “comuni” si erano già fortemente emancipati dal suo potere centrale con la “Battaglia di Legnano (29 maggio 1176)”; l’anno 1375 mostrava come nell’Italia centro-settentrionale una nuova lega di città potesse porsi senza timore dinanzi all’altro grande potere: quello papale. Diversi autori evidenziano il valore simbolico della Guerra degli Otto Santi e il fatto che, dopo la morte di Gregorio XI, l’equilibrio avignonese sarebbe stato scosso fortemente dallo “Scisma d’Occidente”.

Ma ritornando a Coluccio Salutati e a Firenze, è necessario ripartire dalla terminologia usata dal cancelliere nelle proprie lettere e quindi dal termine patria.

In questo caso, il termine patria si lega a tutta la penisola italiana, la patria è intesa come l’Italia, le cui origini sono ben delineate nella storia, ed in particolare nella Storia Romana Repubblicana. Questo è un particolare interessante nel quadro culturale sviluppato dal Salutati: non a caso egli, diversamente da quanto facevano sia i filosofi che i giuristi [34] medievali, si rifà non all’Impero ma alla Repubblica Romana. La scelta di rifarsi alla Repubblica piuttosto che all’Impero è legata al fatto che a Firenze, il governo era repubblicano. Per Coluccio Salutati, l’essere Firenze erede di una storia così importante – come quella del popolo romano – diviene il tema centrale della propria analisi politica e quindi delle lettere pubbliche della cancelleria [35]. Ronald Witt osserva come “l’eredità romana” comporti per Salutati sia un titolo d’onore che delle responsabilità, legate ad esempio ai patti di fedeltà, o al mantenere le parole date. Ma chiaramente ciò che emerge dall’eredità romana è “l’amore per la libertà”, e nei tre anni di conflitto il cancelliere pose l’accento su come gli eredi, soprattutto quelli diretti come i “nuovi romani”, dovessero ribellarsi alla Chiesa proprio in nome di quel valore che era la libertà.

Salutati poteva poi rilanciare un “primato di grandezza” della Repubblica Romana rispetto all’Impero sostenendo che nel periodo repubblicano Roma era già grande, ed il passaggio da Repubblica ad Impero non aveva apportato delle grosse modifiche a quello che già era stato fatto, in ogni campo della conoscenza, dai Romani. Ed anche se il Salutati poteva riconoscere in alcuni imperatori delle grandi qualità, la Storia di Roma nel suo complesso non poteva affermare che l’Impero era superiore alla Repubblica. Questa tesi riguardante la superiorità del periodo repubblicano rispetto a quello imperiale lasciava spazio a diversi giudizi e discussioni sulle preferenze storiche che ogni umanista poteva avere, ma avrebbe permesso poi di spiegare come anche la libertà romana fosse un carattere peculiare di quel popolo già dai tempi repubblicani, anzi l’esempio delle “origini” della città di Firenze era, a riguardo, eclatante: Giulio Cesare non ebbe la possibilità di dare il nome voluto a quella nuova colonia (Firenze appunto) perché il Senato lo impedì [36]. Questo aspetto insignificante [37] della leggenda fu invece ripreso ed enfatizzato dal cancelliere che vide in questa mossa politica, della collettività/senato contro il volere del singolo/Giulio Cesare, un principio repubblicano di libertà e nella forza della collettività quell’insieme di valori che impediscono al singolo di dominare. Con un passo indietro, ma seguendo lo stesso percorso, la tesi politica messa in atto da Firenze era questa: unire le forze delle città italiane contro il potere del papa, del singolo. Uniti per difendere quella libertà che era già insita nelle radici del popolo romano prima e che ora riemergeva negli eredi della grande Roma.

In questo contesto i francesi vengono visti come se fossero dei barbari, ma la guerra non è contro la Francia [38], così come non lo è verso il papato. In realtà nessuno oserebbe nemmeno dichiarare una guerra al papa, poiché tutti i membri della coalizione della “Guerra degli Otto Santi” sono naturalmente cristiani, e nessuno mette in discussione il pontefice poiché tutti lo ritengono il simbolo della cristianità.

La tesi del Salutati fa forza piuttosto su episodi di “mancato comportamento corretto” o meglio di “mancato comportamento cristiano”; si tratta di un atteggiamento che mira a dimostrare come gli uomini posti dal pontefice nella penisola italiana non siano degni dell’ufficio che è stato dato loro. La Guerra degli Otto Santi in altri termini, non è da intendersi come una guerra religiosa, ma fu una guerra contro lo “Stato” della Chiesa.

Valeri scrive [39]Le inquietudini dei fedeli furono chetate con l’affermazione, sovente ripetuta, che la guerra avviata dalla signoria non era guerra contro “la nostra venerata Santa Madre Chiesa” (come gli Otto scrissero a Malatesta), ma contro gli stranieri che la curia aveva mandato in Italia per spogliarla, contro i “misarabili che si nutrivano della roba e del sangue dei latini”, devastando crudelmente il Lazio sventuratissimo”.

Salutati scrisse “non sopportate che l’Italia, divenuta per opera dei vostri avi signora del mondo, sia ora suddita di barbari e di stranieri [40]”.

Oltre al termine patria c’è e si affianca ad esso, quello già citato di libertà, ma cosa fosse poi la libertà d’Italia e da chi dovesse essere liberata l’Italia non è chiaro, come già in molti hanno sottolineato. La realtà è che serviva un pretesto ideologico che, seppur confuso, consentisse ai comuni di allearsi in una lega ove l’obiettivo principale riguardava l’emancipazione dal potere papale. Grazie a Firenze e alla sua propaganda, numerose città insorsero, il papato perse quasi tutte le sue “proprietà” comprese le città di Perugia e Bologna poi “il sospetto reciproco degli alleati cominciò a minare gli effetti di quell’eroico furore e le rivalità tra le diverse città papali insorte, non più contenute dall’autorità dei legati di Avignone, avvelenarono ogni nobile proposito. [41]” Quello che mancò in quegli anni fu un piano politico preciso, alla fine prevalse ancora una volta la volontà delle singole città di essere autonome le une dalle altre. Dal sogno di libertà alcune passarono alle solite lotte di fazioni per comandare il comune, magari in modo tirannico. Firenze fu colpita dall’Interdetto (aprile 1376), ciò paralizzò buona parte dei suoi commerci con gravi ricadute a livello economico, anche perché l’Interdetto permetteva agli stati che lo applicavano di confiscare i beni dei mercanti fiorentini, con enormi guadagni e poca fatica.

Di fatto, nel gennaio del 1377 papa Gregorio XI era di nuovo a Roma, la sua posizione si era rafforzata col rientro di alcune delle maggiori città italiane tornate ai comandi del pontefice, mentre la posizione di Firenze, basata su un’ideologia di libertà e di patria, si stava sgretolando, lasciando la città sempre più sola.

Un colpo di coda, come il massacro di Cesena (1 febbraio 1377) causato dai mercenari assoldati dalla Chiesa, riaccese in diverse parti d’Italia quel moto di ribellione nei confronti della curia straniera, ma alla fine, per quanto cruento fosse stato l’episodio esso venne semplicemente inglobato all’interno del conflitto. I possedimenti che Gregorio XI contava prima della Guerra degli Otto Santi rientrarono nei beni della Chiesa e nel 1378 anche Firenze, ultimo baluardo della lega antipapale, si accinse a firmare il documento di pace.

Coluccio Salutati fu sicuramente uno dei maggiori protagonisti della Guerra degli Otto Santi, la sua volontà di incidere nel conflitto grazie alle proprie capacità letterarie non può essere ignorata. La propaganda politica che Firenze intraprese per creare alleanze e malumori, soprattutto all’interno di quello che era lo Stato della Chiesa, è una chiara dimostrazione di come l’umanista intendesse utilizzare i mezzi a sua disposizione. Certamente il paragone con “la Battaglia di Legnano” che alcuni testi propongono rimane affascinante, soprattutto perché dopo Urbano VI (papa dal 1378 al 1389) [42], i francesi elessero Clemente VII dando vita allo Scisma d’Occidente. Diviene difficile però stabilire se la Guerra degli Otto Santi abbia innescato questo meccanismo oppure no, forse è più semplice affermare che l’Italia, attraverso alcuni dei suoi maggiori principati, cercasse un’indipendenza sia dall’Impero che dal Papato.       

Il tumulto dei Ciompi [43] (Estate 1378)

Utilizzando una terminologia moderna, il Tumulto dei Ciompi può essere considerato una rivoluzione [44]. La rivolta dei “Salariati della Lana” e il governo di Michele di Lando, seppur per breve tempo, hanno condizionato e modificato, la condotta politica della Repubblica Fiorentina.

Storicamente il Tumulto dei Ciompi è riconducibile a due fattori principali: lo sfruttamento dei salariati delle Arti Minori e il malcontento nei confronti del Governo Repubblicano, che esce dalla Guerra degli Otto Santi con una forte ammenda da pagare al nuovo papa, Urbano VI.

 

Secondo gli “Ordinamenti di Giustizia (1293)” i diritti politici erano posseduti solo da coloro i quali appartenevano alle associazioni corporative, cioè alle Arti [45]. Nel 1378, Firenze era enormemente cambiata, in meno di un secolo lo sviluppo commerciale aveva reso questa città uno dei centri più importanti d’Europa. Diversi testi parlano della Firenze di fine Trecento come di una società precapitalistica [46]; alla guida degli ultimi governi c’erano gli imprenditori delle Arti Maggiori, il cosiddetto Popolo Grasso, che dominavano la scena cittadina. Il Popolo Grasso nel corso del XIV secolo riuscì politicamente a creare un distacco sempre maggiore con il Popolo Minuto. Il “Sistema Corporativo” che obbligava i cittadini aventi diritti politici a legarsi ad un’Arte, si dimostrerà poi non essere così vantaggioso, perché l’Arte dettava un monopolio su tutti gli iscritti. Inoltre, il fatto che “la base delle società fiorentine è molto spesso familiare [47]” fa capire gli sforzi che dovevano essere sostenuti dalle famiglie/impresa per resistere alle difficoltà economiche che incombevano. Queste famiglie soccombevano però, non solo dinanzi alle difficoltà private alle quali erano costrette, ma anche di fronte alle compagnie (corporazioni di lavoratori) costituite dagli imprenditori all’interno dell’Arte. Naturalmente per avere dei diritti politici bisognava appartenere alle Arti – com’era previsto dagli “Ordinamenti di Giustizia” – e le famiglie che non riuscivano a rimanere nella corporazione finivano per divenire “sottoposti, operai, molto numerosi ma pressappoco privi di diritti [48]” e così, gli imprenditori più facoltosi erano anche quelli che dirigevano la politica e che non facevano nulla per diminuire questa distanza sociale che si era creata nell’ultimo secolo.

Nell’estate del 1378, le condizioni a cui erano costretti i fiorentini più poveri e le conseguenze della Guerra degli Otto Santi – che nel periodo dell’interdetto aveva sì mostrato una Firenze unita contro il papato, ma che aveva anche perso molti dei suoi guadagni a causa delle pene inflitte ai commercianti, oltre all’ammenda finale che avrebbe poi dovuto versare la città ad Urbano VI – portarono le classi meno abbienti alla rivolta. La rivolta aveva la pretesa di cambiare gli equilibri politici della Repubblica, e a questo scopo servì l’introduzione di tre nuove Arti: Tintori, Farsettai e l’Arte del Popolo Minuto (quella legata ai Ciompi). Bisogna ricordare che i Ciompi non possedevano diritti politici, “non godevano dei diritti di cittadinanza e quindi non partecipavano della cosa pubblica [49]” poiché non appartenevano alle Arti, visto che erano dei semplici salariati, quindi la creazione di tre nuove Arti avrebbe permesso loro di entrare nella politica cittadina. I Ciompi inoltre non erano organizzati politicamente, non avevano un piano preciso per il nuovo governo, poiché si potrebbe dire che a loro il governo della Repubblica Fiorentina andava “bene”, in realtà ciò che essi desideravano era solo potervi partecipare e divenire un soggetto attivo assieme alle altre Arti. Una realtà politica che invece sembra aver avuto in quel 1378 un piano politico era quella costituita dalla parte del Popolo Grasso che non partecipava al governo [50], e che avrebbe istigato e permesso ai Ciompi di creare i disordini a Firenze.

Il comportamento di Coluccio Salutati nel corso di questo evento storico è parso ad alcuni incoerente rispetto alle scelte intellettuali e politiche che il cancelliere solitamente prendeva. In un primo tempo egli era fuggito da Firenze [51], intimorito come molti altri che gli atti violenti potessero colpire pure lui poi, richiamato dagli stessi Ciompi, che elessero il Gonfaloniere di Giustizia Michele di Lando, riprese la sua attività di cancelliere. A molti autori questo atteggiamento “remissivo” di Coluccio Salutati, non è parso coerente con il ruolo che aveva avuto nella Guerra degli Otto Santi. Secondo questi autori passare dalla parte opposta, cioè passare dal governo del Popolo Grasso a quello del Popolo Minuto costituisce un’incoerenza politica per l’umanista che aveva elaborato e diffuso l’ideologia della florentina libertas.

I fatti che seguirono i giorni dei disordini sono noti, ci furono case bruciate, sia di magnati che di uomini politici, ci fu l’elezione di un nuovo Gonfaloniere e la nascita di tre nuove Arti. La disomogeneità dei “rivoltosi” ed il loro non saper gestire la nuova situazione che si era creata, alla fine però favorirono nuovamente il Popolo Grasso, che riuscì a “corrompere [52]” il Gonfaloniere e ripristinare il vecchio governo, il governo rientrante confermò due delle tre nuove Arti cittadine ma eliminò quella dei Ciompi. I rivoltosi furono uccisi, alcuni riuscirono a fuggire da Firenze, i salariati che rimasero in città persero quei diritti che avevano imposto nel loro breve governo e ritornarono a quello stato di malessere che aveva preceduto il Tumulto.

Dalle lettere di Coluccio Salutati, riferite all’estate del 1378, si evince come il cancelliere non fosse soddisfatto del governo instaurato dal Popolo Minuto, ed è probabile che il cancelliere conoscesse anche i “piani politici” di chi voleva ritornare al potere. Questo ci permette di ipotizzare che, la decisione di ritornare al proprio ufficio si legava sia alle necessità familiari dell’umanista, sia all’amore che egli nutriva per il proprio lavoro ma anche, alla conoscenza dell’imminente ritorno del Popolo Grasso al potere, unito alla convinzione della mancanza di conoscenze politiche adeguate per governare una città come Firenze da parte dei Ciompi stessi.

La scelta del governo di Michele Di Lando d’altro canto, dimostra come anche il nuovo governo ed in generale il Popolo Minuto, avesse apprezzato il lavoro svolto dal Salutati nei tre anni precedenti quest’evento, e di questo ne doveva essere consapevole anche il Salutati.

Il 1378 è un anno importante per Firenze poiché esso vede la fine della Guerra degli Otto Santi e lo scoppio del Tumulto dei Ciompi; entrambi gli eventi dimostrano l’interesse dei cittadini nel prender parte della vita politica della città. Il 1378 è l’anno in cui inizia, con una politica aggressiva, il periodo oligarchico. Il Popolo Grasso inizia ad allontanare i nemici e fa quadrato su se stesso, diviene sempre più forte fino ad ottenere nel 1382 un’autorità tale da non temere più nessuno all’interno delle proprie mura.

Tra il 21 e il 24 gennaio del 1382 avviene l’abolizione dell’Arte dei Tintori e di quella dei Farsettai; metà dei priori dovranno appartenere alle Arti Maggiori – Gonfaloniere compreso; il 18 dicembre dello stesso anno i due terzi del Consiglio del Popolo e del Consiglio di Podestà sono membri delle Arti Maggiori; l’atto finale si può considerare quello che avviene tra il 23 e il 24 maggio del 1387 dove il Governo della Repubblica deciderà che al di fuori di Firenze nessuna carica politica potrà essere data a membri delle Arti Minori.

Coluccio Salutati vive e condivide queste fasi che la Repubblica attraversa, poiché come si era detto in precedenza è molto probabile che egli partecipasse alle riunioni di governo e che forse vi partecipasse in modo attivo, esprimendo perciò le proprie opinioni.  

Giangaleazzo Visconti e Milano

Quando nel 1400 Coluccio Salutati scrisse il “De Tyranno”, che rimane l’unica opera politica del cancelliere fiorentino, lo scenario italiano era ben definito e le prospettive che apparivano all’orizzonte sembravano piuttosto chiare.

Per capire comunque cosa fosse successo negli ultimi cinquant’anni del XIV secolo, Domenico Agasso ha riportato in due cartine geografiche a carattere storico, quelli che sono stati gli sviluppi delle azioni politiche dei maggiori stati italiani.

Dal loro confronto si capisce come sia il governo di Firenze che quello di Milano, nel cinquantennio in questione, siano stati i protagonisti della scena storica italiana. Queste due città, non solo sono riuscite a confermare la propria autonomia territoriale ma sono riuscite pure ad espandersi attuando due atteggiamenti politici molto diversi.

 

[L’immagine è tratta dal testo di Domenico Agasso,

Storia d’Italia vol. III, Arnoldo Mondadori 1978]

Nel 1350 quindi, prima della Guerra degli Otto Santi e del Tumulto dei Ciompi, l’Italia centro-settentrionale appare divisa in piccoli stati indipendenti l’uno dall’altro. Questo frazionamento è la conferma di quella strategia politica per cui “la grande città” domina sulle zone circostanti inglobando le realtà più piccole. Naturalmente c’è chi riesce ad imporsi anche nei confronti delle regioni più vicine, sia attraverso il commercio che militarmente. L’obiettivo principale dei governanti rimane però quello di difendere la propria indipendenza, poiché è questo principio che garantisce la libertà d’azione dei singoli, in particolare dei mercanti che, in questo scorcio di secolo hanno favorito lo sviluppo delle stesse città. 

Nella seconda cartina che Domenico Agasso propone, lo scenario cambia. L’Italia alla fine del Trecento risulta sempre divisa in piccoli stati, ma risulta anche evidente che la Repubblica di Firenze e il Ducato di Milano hanno centrato la loro politica sull’espansionismo territoriale e ciò li ha portati ad avvicinarsi sempre più l’uno all’altro e quindi al confronto. Gli anni di maggior tensione tra queste due realtà, sono appunto quelli che precedono e quelli che succedono l’anno 1400.

La figura di maggior rilievo del periodo storico in questione, è Giangaleazzo Visconti (1351- 1402), che sogna di guidare un regno italiano, capace di imporsi in Europa alla pari dei regni che si stavano già formando nel continente, il riferimento va soprattutto a Francia ed Inghilterra. La politica della famiglia Visconti è sempre stata chiara, poiché ogni membro della casata ha sempre puntato ad espandere i propri territori [53]. Il culmine del successo visconteo arriva con Giangaleazzo Visconti – definito poi “Il Grande [54]” – che attraverso la diplomazia e gli inganni politici nonché gli scontri militari riuscì a conquistare gran parte dell’Italia Settentrionale [55] .

[L’immagine è tratta dal testo di Domenico Agasso,

Storia d’Italia vol.III, Arnoldo Mondatori, 1978]

La situazione che caratterizza il 1400, vede una Firenze più grande rispetto al 1350 ma allo stesso tempo, essa risulta accerchiata dal Visconti, pronto ormai ad invaderla. Lo scontro che vede opposte Firenze e Milano non deve essere visto solo come un confronto militare per il dominio dell’Italia Centrale, esso deve essere inquadrato anche all’interno di un periodo di rinascita culturale: l’umanesimo. Firenze e Milano infatti si affronteranno pure sul piano intellettuale per dimostrare all’avversario che la politica del proprio “paese” si fonda sulla “Ragione”. Ancora una volta riecheggiano i termini “patria” e “libertà”, ma in questo caso, mentre Giangaleazzo vuole creare il Regno d’Italia e fondare (rifondare, ricostruire) la patria italiana per unire i suoi popoli nel nome della pace, Firenze non vuole soccombere al “tiranno che si vuole imporre ai popoli” ma desidera difendere la propria “libertà” e quella altrui, come ai tempi della Guerra degli Otto Santi.

“Il mito di Firenze e della libertà repubblicana, […] in contrapposizione ai temi della propaganda viscontea, scaturisce originale dalla riflessione sui modelli romani e greci, mediati attraverso l’eredità del cristianesimo comunale traversato da impeti di ribellione e insofferente di chiusure [56]

La risposta di Antonio Loschi (1365-1441), che esercitava funzioni diplomatiche presso la corte di Giangaleazzo Visconti, si basava sulla necessità di avere in Italia una figura dominante che potesse sedare le controversie tra i vari stati che la formavano, e tale figura era naturalmente quella di Giangaleazzo che diveniva quindi un pacificatore e non un tiranno.

“L’umanesimo milanese opporrà al mito della “Libertas” il mito petrarchesco della pace generale dell’Italia, la “pax Italiae”, che solo un grande stato unificato sotto un unico principe (naturalmente il signore di Milano) avrebbe potuto garantire; ma allora l’umanesimo fiorentino replicherà asserendo che la pace è solo una mistificazione ideologica tesa a mascherare la vera natura di un regime tirannico, mentre è la libertà a costituire il fondamento della ricchezza, della manifattura e dei traffici, dello splendore architettonico e dell’intensa vita intellettuale di Firenze [57]”.

Quando ormai Giangaleazzo Visconti è pronto per l’assedio, forte del suo potere che gli ha permesso di conquistare buona parte dell’Italia Settentrionale e di sconfiggere nel 1401 il neoimperatore Roberto il Piccolo (1352-1410), avviene improvvisa la sua morte (1402) e con essa la fine del potere visconteo [58] e il sogno di unificare l’Italia. 

Cap. 2 LA FILOSOFIA DI COLUCCIO SALUTATI

Vita Attiva

Se c’è una ragione vera dell’opposizione dell’età nuova al Medioevo, questa è da cercarsi appunto nel rifiuto di continuare la via della speculazione contemplativa e di inaugurare invece quella della vita attiva [59]”, con queste parole Giuseppe Maria Sciacca introduce quel cambiamento intellettuale, destinato a propagarsi nella società di fine del Trecento noto come Umanesimo.

L’atteggiamento culturale assunto alla fine del quattordicesimo secolo nei confronti del passato, rappresenta naturalmente solo una delle numerose forme attraverso cui si manifestò la rinascita culturale che, segnerà l’inizio di una nuova fase storica per l’intero continente europeo. Oggi appare chiaro come tale frattura non sia stata così marcata come si era invece creduto, soprattutto alla fine dell’Ottocento, ed inoltre anche l’enfasi posta sulla riconsiderazione dei valori del mondo antico, visti dagli uomini più rappresentativi della cultura del Quattrocento, non poteva di certo aver cancellato i valori cristiani dell’epoca medievale per sostituirli con quelli pagani della classicità. Più volte si è ribadito come l’antico costituisse un modello di continuità col presente, certamente il fattore legato all’imitazione del classico giocava un ruolo notevole per l’esteta ma era sempre il contenuto che voleva essere ripreso.

La dimostrazione del rapporto di continuità tra Medioevo e Umanesimo si può notare in molti campi del sapere eppure, come ha detto Sciacca, essa sembra emergere proprio nel nuovo significato che assume la vita attiva sulla contemplativa soprattutto nei confronti della comunità. In quest’ambito deve essere valutato il lavoro svolto dai primi umanisti, che riuscirono a mutare radicalmente l’atteggiamento che l’uomo aveva dinanzi alla cultura e alla sua diffusione nella società. 

La discussione filosofica inerente la “superiorità della vita contemplativa sulla vita attiva”, coinvolse anche Coluccio Salutati, cosciente pure lui, del mutamento che si stava verificando nel periodo in cui visse.

Secondo Coluccio Salutati, la vita politica rappresentava la risposta che poteva soddisfare la domanda filosofica in questione ossia, se la vita attiva potesse essere superiore alla vita contemplativa. Il pensiero del Salutati, sviluppato negli anni della sua cancelleria attraverso l’epistolario [60], riporta riflessioni anche sul ruolo che nella comunità umana deve avere il saggio. Il saggio o meglio, i sapienti, sono coloro i quali devono indirizzare la società verso il benessere dell’intera collettività, in modo tale che tutti ne possano beneficiare. Naturalmente queste persone sono rappresentate dai letterati, nel senso più ampio del termine e sono gli uomini di cultura ossia gli umanisti. La società che il Salutati propone, vede nell’impegno civile dei suoi cittadini, ed in particolar modo di quelli più dotti, la strada che conduce non solo alla realizzazione della città stessa ma anche alla realizzazione del singolo cittadino che, divenendo un uomo virtuoso piacerà a Dio. Sue sono infatti le parole di una lettera in cui invitava lo Zambeccari a vivere una vita attiva: “[…] io rimanendo nel mondo potrò alzare il cuore al cielo. E tu, se alla famiglia, ai tuoi figli, al prossimo, agli amici, al tuo Stato, che tutto abbraccia, provvederai, servirai, penserai, non potrai non innalzare il cuore al cielo e non piacere a Dio [61]”.

In un altro passo delle epistole Coluccio Salutati sostiene che: “È un detto di Platone, anzi della stessa filosofia, che i sapienti debbono occuparsi dello Stato, perché i malvagi e i disonesti non s’impadroniscano del timone abbandonato con danno e rovina dei buoni [62]”.

Questa convinzione permette di emancipare la vita attiva da quella contemplativa, alla quale essa era sempre stata subordinata nel medioevo. Tale distacco è favorito e reso più autorevole dal Salutati, grazie all’intervento dei filosofi greci, per mezzo dei quali egli può esprimere il proprio pensiero, o come ha sostenuto Abbagnano, “può nel ripetere gli antichi, continuare ciò che loro avevano realizzato [63]” e da questa posizione egli prosegue il suo discorso senza però negare la concezione filosofica medievale, che riteneva la vita contemplativa superiore alla vita attiva. Era convinzione pure del Salutati che la vita contemplativa fosse superiore a quell’attiva “Io so […] che è più alta e perfetta la vita di coloro che contemplano quel divino oggetto, che prima di tutto e soprattutto dobbiamo e siamo chiamati ad amare; vita più perfetta di quella di quanti sono immersi nell’azione, poiché gli uni contemplano ed amano Dio, mentre gli altri, pur amandolo, provvedono e servono alla creatura [64]”. Cosciente del fatto che la vita contemplativa non possa essere l’unico mezzo per raggiungere la felicità eterna, Coluccio Salutati esalta la vita attiva, non come alternativa alla contemplativa ma come scelta di vita, praticata da molti ed “apprezzata” da Dio “[…] come senza paragone sono più numerosi coloro che si dedicano alla vita attiva, che non quelli che si occupano solo di cose spirituali, così sono molti di più gli uomini che si salvano nella vita attiva che non quelli eletti dalla vita contemplativa [65]”.

Allo stesso modo in cui è possibile affermare la superiorità della vita contemplativa su quell’attiva, si può stabilire anche quale sia l’occupazione che maggiormente, nella comunità umana, esalti il percorso scelto dal fedele per giungere a Dio nell’ambito della vita attiva [66] . In coerenza con l’affermazione di Platone, “il saggio ha l’obbligo di darsi alla vita politica [67]”, Coluccio Salutati riteneva doveroso che gli uomini colti potessero incidere sulla società, grazie alle loro cariche istituzionali, non per comandare lo stato/polis ma per servirlo mettendo a disposizione la loro conoscenza [68]. Nella concezione politica dei primi umanisti, e soprattutto in quella del cancelliere fiorentino, riguardante la gestione dello stato, è evidente la ricerca di un’interazione tra cultura ed attività politica. Compito quindi dell’umanista è servire la patria attraverso la propria conoscenza che deve divenire patrimonio della comunità ed è probabilmente per questo motivo che la biblioteca del Salutati era aperta a tutti i giovani studenti che volessero seguire gli studi classici [69], poiché era questo il desiderio del cancelliere, quello di “liberare” la cultura e permetterle di diffondersi, perché solo attraverso essa poteva migliorare la civiltà.

Se è vero, come ripete Coluccio Salutati, che ogni occupazione ha un valore ed uno scopo che non possono essere ignorati per la loro importanza all’interno di una società, è altrettanto vero che esistono delle mansioni il cui obiettivo risiede nel servire, non gli interessi del singolo che le svolge ma, l’intera comunità. Ancora una volta il cancelliere si serve di un autore dell’antichità per affermare le proprie posizioni: “Cicerone loda e celebra l’agricoltura, e giustamente: è infatti un occupazione onestissima che tuttavia riguarda esclusivamente i privati. Ben più divine sono le cose che giovano a molti [70]”.

Tuttavia, alla fine del Trecento, il concetto di vita attiva – così anche com’è spiegato da Coluccio Salutati – viene contrapposto sempre meno a quello di vita contemplativa e s’identifica sempre più con l’impegno civile: “La vita activa del cittadino, ossia l’efficace attività dell’uomo nella vita pubblica, non era altro che la politica nel suo esercizio pratico. La politica era l’umanità del cittadino attivata nello Stato e per lo Stato [71]”.

Le posizioni filosofiche che si venivano a formare tra le file degli umanisti, ed è bene ricordarlo, non riscuotevano necessariamente successo e approvazione da parte degli organi di cultura già esistenti anzi, talvolta si potevano creare delle forti opposizioni da parte di chi difendeva le “dottrine ufficiali” nei confronti di chi proponeva una nuova visione su determinate tematiche. La nuova valutazione della vita attiva, proposta da Coluccio Salutati ad esempio, trovò una forte resistenza nel domenicano Giovanni Dominici (1357-1419) che difendeva le tesi tomistiche sulla superiorità della vita contemplativa nei confronti di quella attiva, “tanto da rimproverare (la posizione di Coluccio) come un fondamentale errore teologico [72]

Per il cancelliere fiorentino appare chiaro ormai come la vita mondana debba essere intesa sempre più come impegno civile [73]. Nel corso della sua vita, Coluccio Salutati non ha mai disatteso questo compito: coerente con le idee che ha professato nelle epistole, egli ha servito la Repubblica di Firenze come cancelliere, reputando tale professione un onore e per questo vantandosene “[…] è questo io penso da quel che è capitato a me, cui per dono divino capitò di occuparmi di sì grande Stato [74]”. La diffusione della cultura era per quest’uomo un obbligo morale che egli attuava ogni giorno, discutendo con gli amici – come si è potuto vedere nei dialoghi di Leonardo Bruni o di Giovanni Gherardi da Prato, oppure attraverso le missive della cancelleria – impregnate di aneddoti storici e filosofici, ma anche con atti più concreti: si deve al Salutati l’arrivo di Manuele Crisolora (1350-1415), insegnante di greco in Firenze fino all’anno 1400; o semplicemente, come si era accennato prima, lasciando ai giovani studenti libero accesso alla propria biblioteca.

Premesse al trattato del De tyranno

Scritto nel corso del 1400 per rispondere alla lettera di uno studente di Padova, Antonio Dell’Aquila, il “De Tyranno” è l’unica opera politica di Coluccio Salutati. Il giovane studente veneto chiedeva al maestro fiorentino, quale fosse la sua opinione in merito alla posizione assunta da Dante Alighieri nella Divina Commedia, dove, il “divin poeta” condannava Bruto e Cassio per l’omicidio di Giulio Cesare (Inferno, canto XXXIV).

Per il Salutati, la risposta era complessa e richiedeva che alla lettera ricevuta fosse indirizzata non una semplice missiva ma un vero e proprio trattato, poiché i temi che sarebbero stati affrontati non potevano essere risolti in poche righe. Le tematiche che si sarebbero incontrate nel “De Tyranno” avrebbero spiegato la scelta dell’Alighieri ma avrebbero pure chiarito la posizione di Giulio Cesare, il quale, nel quattordicesimo secolo, era visto come il tiranno che aveva fatto cadere la Repubblica Romana portandola ad una profonda crisi dalla quale poi, sarebbe sorto l’Impero. Coluccio intende invece rivalutare la posizione di Cesare e quindi la stessa difesa di Dante. Perciò era necessaria una spiegazione che non riguardasse solo il “caso storico” in sé, ma anche una valutazione filosofica sull’argomento “tirannide” e su chi rappresentasse realmente una minaccia per il proprio popolo. Solo una volta appurato chi potesse essere un tiranno si poteva procedere alla determinazione degli eventi che avevano per protagonisti: Bruto, Cassio e Cesare per poi dare un giudizio sui versi danteschi.

La domanda posta da Antonio Dell’Aquila inoltre, era in quell’anno di un’attualità estrema, poiché l’espansione del Visconti minacciava ormai la vicina Repubblica Fiorentina. Giangaleazzo Visconti, in pochi anni era riuscito a conquistare buona parte dell’Italia settentrionale e per farlo aveva usato sia i mezzi militari che quelli diplomatici, ma non solo, egli era riuscito a rafforzare la sua posizione acquistando il titolo di duca (1395) da Venceslao IV di Boemia (1361-1419) ed ora voleva fondare il regno d’Italia, del quale sarebbe stato naturalmente, il sovrano. Nell’ambito della propaganda antiviscontea che Firenze aveva attuato alla fine del Trecento, il duca di Milano era rappresentato come un tiranno dal quale era necessario difendersi. Coluccio Salutati, l’esponente maggiore dei valori repubblicani fiorentini si sentiva in obbligo di fornire una definizione accurata del termine tiranno e del suo significato.

La risposta che Coluccio Salutati offre allo studente padovano costituisce inoltre, come è stato osservato, “una delle più mature e complesse affermazioni di un pensiero politico che ha trovato i suoi fondamenti in una lunga preparazione dottrinale, ben lungi dall'essere una elaborazione  retorica su scolastiche impostazioni di temi [75]”.

L’argomento tirannide è estremamente sentito da chi si occupa di politica alla fine del secolo quattordicesimo, poiché non era raro nell'Italia di quel particolare periodo storico, che chi detenesse un potere chiedesse la legittimazione dell’autorità che di fatto aveva imposto in una determinata area, per vedere legalizzata la propria posizione. “Impero e Chiesa si limitavano a legalizzare stati di fatto e usurpazioni in cambio di omaggi e giuramenti di fedeltà che erano ridotti alla sostanza di semplici forme rituali cui corrispondeva in assai scarsa misura una realtà di potere legittimante, perché in possesso di forza coercitiva reale [76]”.

Già Bartolo da Sassoferrato (1314-1357) aveva ripreso da San Tommaso ed esposto la teoria politica riguardante la legittimazione del potere tirannico distinguendo tra il tiranno ex defectu tituli ed il tiranno ex parte exercitii [77]. Nel momento in cui Bartolo riprende questa diversificazione, che distingue due tipi di tiranno, il termine stesso acquisisce una connotazione giuridico-filosofica nella situazione italiana del Trecento. Sono i giuristi [78] infatti che evidenziano la tipologia dei tiranni definendo quelli: ex defectu titoli coloro che governavano senza aver diritto di governare (sine iusto titulo [79]) mentre, ex parte exercitii coloro che “governavano comportandosi da despoti e con attività dirette al raggiungimento di scopi egoistici e non del bene pubblico [80]”.

L’ascesa di Giangaleazzo Visconti ed il titolo di duca offertogli da Venceslao di Boemia, configurano per i suoi avversari, una minaccia concreta: c’era la sensazione che nella penisola potesse realmente formarsi un regno e che questo fosse legittimato dall’imperatore. Era evidente che, chi temeva un’aggressione da parte del duca di Milano, poteva certamente trovare nella teoria del tiranno “bartoliana [81]” degli argomenti da sfruttare anche nella realtà italiana.

La discussione che si svolse alla fine del Trecento sulla tirannide, veniva quindi a correlarsi al comportamento che i singoli governanti dovevano avere nei confronti dei governati; così essa superava l’ambito della speculazione filosofica, e la cultura umanistica viene ad affacciarsi realmente al mondo politico.

“È per esempio, particolarmente illuminante leggere il trattato di Salutati sulla tirannia in cui la conoscenza storica ottenuta con lo studio degli antichi veniva senza difficoltà legata e confermata con la sua conoscenza pratica delle condizioni dell’Italia settentrionale, in quel tempo [82]”. Ancora W. Ullmann, sottolinea come “doveva essere lo studio della storia a fornire modelli adeguati alla politica e alla sua gestione, ossia, detto in altro modo, la storia veniva approfondita perché servisse all’umanesimo con gli importanti exempla che presentava. La consultazione di opere storiche era dunque soltanto un mezzo per un fine, non un fine in se stessa. Quello che similmente Salutati ci fa capire è che il modo dei contemporanei di concepire e percepire la realtà avrebbe tratto grande beneficio dall’allargamento della loro conoscenza [83]

De Tyranno

Scritto seguendo la forma epistolare, il trattato fu spedito il 30 agosto a Francesco Zabardella, l’amico comune di Antonio Dell’Aquila e Coluccio Salutati, perché esso facesse da tramite tra il maestro fiorentino e lo studente padovano. Purtroppo però, quest’ultimo era già deceduto, nel periodo in cui il cancelliere compose la sua unica opera politica e perciò non riuscì a leggerla [84]. Secondo Ercole il “De Tyranno”, dalla ricostruzione di alcune lettere del Salutati indirizzate ad “amici umanisti [85]”, sarebbe stato scritto nell’estate del 1400. Un anno dopo, l’opera del cancelliere circolava già per le vie di Firenze, dato che Leonardo Bruni, suo fedele discepolo, la citava nel suo Ad Petrum  Paulum Histrum Dialogus.

Come abbiamo accennato poco sopra, il quesito di Antonio Dell’Aquila, apparentemente semplice, diviene nella riflessione del cancelliere fiorentino, estremamente complesso. La domanda che riguardava il giudizio di Dante – espresso nell’ultimo canto dell’Inferno della Divina Commedia, nei confronti di Bruto e Cassio sull’omicidio di Cesare – era posto dallo studente patavino in modo tale che Cesare apparisse come un tiranno, a prescindere da una valutazione storica degli eventi. Effettivamente, era opinione molto diffusa a fine Trecento che Cesare si fosse comportato da tiranno, ma quest’idea non era condivisa dal Salutati, o almeno, era necessario per l’umanista compiere una ricerca per stabilire se il dittatore romano fosse stato giustamente o no, accusato di tirannia. Il cancelliere, che per tutta la vita aveva studiato i classici, scoprendo ad esempio che il De Bello Gallico attribuito da sempre a Celso era invece di Giulio Cesare [86], o trovando numerose parti mancanti delle Familiari di Cicerone [87], probabilmente aveva una visione della Storia Romana più articolata di alcuni suoi predecessori. Per giungere ad una risposta che soddisfacesse lo studente padovano, bisognava specificare innanzitutto, quale fosse il reale significato del termine tiranno – seguendo quelle che erano le nozioni attribuitegli dalla filosofia – poi si sarebbe dovuto ricostruire il periodo storico in questione, per vedere se Giulio Cesare rientrasse o meno in una delle definizioni di tiranno ed infine, si sarebbe potuto valutare il lavoro di Dante per comprendere se il poeta fosse stato o meno in errore.

Salutati iniziò a stendere il proprio trattato affrontando il primo di quei grandi autori che, secondo lui, avevano espresso una posizione filosofica significativa nei riguardi della figura del tiranno, e questi era San Gregorio Magno. I passi ripresi dal cancelliere fiorentino, dimostrano come in questo papa, la visione del tiranno fosse collegata al lato morale del despota. La tirannia descritta da Gregorio riguarda la malvagità [88] della persona che esercita il potere, la malvagità in quanto tale però, non si manifesta solo negli uomini politici ma anche sugli altri: “talora, infatti, uno esercita questa tirannia nel governo dello stato con la potenza del grado che gli è stato conferito, un altro in una provincia, un altro ancora in una città, un altro in casa sua, un altro infine, per una tal quale nequizia, è tiranno col pensiero [89]”. Sarà Dio a giudicare questi uomini, poiché solo Lui può conoscerli guardando i loro cuori. Chiunque si comporti in modo dispotico, sarà perciò tiranno.

Questa distinzione di Gregorio si allontana dalla teoria politica di Aristotele, poiché nel pensatore cristiano mancano le descrizioni delle diverse tipologie di governo e le loro degenerazioni. In Aristotele è il modo in cui si governa, cioè per il bene comune oppure no, che fa la differenza, mentre in Gregorio l’amplificazione del comportamento tirannico si estende sino a chi è tiranno in casa sua, o a chi è tiranno col pensiero. In Gregorio manca perciò la distinzione tra un discorso politico e quello morale, e quest’ultimo in ultima analisi prevale. Quindi l’autore nel classificare i despoti, non distingue coloro i quali in casa propria hanno un atteggiamento tirannico, da chi invece lo possiede quando governa.   

Salutati, dopo la citazione del santo, riprende la parola ed afferma che il governo tirannico consiste nel “Mandare in rovina le leggi, nel comportarsi da superbo, nel pensare all’utile proprio, anziché al bene dei sudditi, […] è di badare al massimo alla propria ricchezza [90]”, e fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo rispetto alla visione che filosoficamente, dai tempi di Platone in poi, sarebbe stata associata al despota [91] , ma proprio a questo punto del trattato Coluccio Salutati pone una distinzione nuova, in ambito filosofico, anche se già posta su un piano giuridico da Bartolo da Sassoferrato: “Giacchè altro non significa essere tiranno, se non governare illegittimamente o contro il diritto: il che può accadere per due motivi: o in quanto alcuno si sia arbitrariamente impadronito in uno stato di un potere che non gli spetta, o in quanto alcuno governi ingiustamente, violando la legge e il diritto [92]”.

L’usurpazione del potere, in quanto alcuno si sia arbitrariamente impadronito in uno stato di potere che non gli spetta, era una condizione che si ripeteva costantemente in Italia, poiché era il “sistema legittimante” che non funzionava correttamente. Per acquisire il potere e divenire vicarii imperiali, serviva l’approvazione dell’imperatore che avrebbe conferito ai governanti dello stato in questione il titolo, mettendoli però in una condizione d’inferiorità di potere rispetto all’istituzione, essi quindi sarebbero stati nei confronti dell’Impero degli stati “superiorem recognoscentes”. La confusione che si genera in questa serie d’operazioni, è che non c’è una reale comunicazione tra Impero e Stati a lui sottoposti, in effetti, quando lo Stato chiede un’approvazione sul sistema di governo prescelto, di fatto il governo è già vigente.

Ad esempio: il popolo decide per sé quale sia la migliore forma di governo che è bene avere per gestire la comunità, la scelta potrebbe quindi ricadere su una qualsiasi forma di governo riconosciuta a fine Trecento, sia esso una repubblica, una signoria e via dicendo, una volta instaurato il governo, si richiede all’Impero di riconoscerlo valido e di approvare la scelta fatta dal popolo, a questo punto l’Impero dà o meno la propria approvazione ad una “amministrazione politica” che è già esistente.

La condizione in cui agiva l’Impero era il risultato di un progressivo indebolimento nella gestione dei territori, che si era aggravata nel corso della storia fino a che esso, non riuscì più a controllare “le sue zone periferiche” e quindi si ritrovò a legalizzare come si era visto prima, “stati di fatto e usurpazioni in cambio di omaggi e giuramenti di fedeltà [93]”.

La distinzione posta dal Salutati, si basa probabilmente anche sulla sua esperienza di cancelliere, che conoscendo il mondo politico ha avuto occasione di appurare come, la degenerazione del potere centrale (l’Impero) e l’instaurazione di nuovi poteri a livello periferico (gli Stati Italiani) fosse da considerarsi una forma di tirannide (in quanto alcuno si sia arbitrariamente impadronito in uno stato di potere che non gli spetta) poiché, la legittimazione prescindeva dalla conoscenza dei problemi che avevano portato alla formazione di un nuovo governo, in particolare nel caso di certe Signorie. L’esempio concreto e per il cancelliere contemporaneo, si ha in Giangaleazzo Visconti, che non solo espande i propri territori ma chiede ed ottiene da Venceslao di Boemia il riconoscimento del titolo ducale.

Una volta esposta la teoria inerente alla tirannide, ed aver concluso che essa si può manifestare sia attraverso l’appropriazione indebita del titolo (ex defectu tituli) sia attraverso l’abuso del potere a fini personali (ex parte exercitii), Coluccio Salutati passa ad argomentare la liceità del tirannicidio.

L’introduzione a questa tematica si fonda sull’importanza della Legge all’interno dello Stato, Coluccio infatti sostiene che, se la legge è capace di tutelare il singolo individuo, tanto più dovrà tutelare la comunità nel suo insieme e dice: “troppo ingiuste sarebbero le leggi, anzi non sarebbero affatto leggi se, ciò che si consente nei pericoli e nelle offese dei privati, si negasse alla salvezza della libertà e dello stato [94]” e così passa ad elencare una serie di esempi tratti dalla Storia Romana sulla difesa personale, che diviene difesa dello Stato se si eliminano coloro i quali tentano di divenire tiranni. La Storia di Roma offre ancora all’umanista diversi casi che possono essere citati per asserire che “Grave a tal segno parve sempre del resto, ai Romani, l’usurpare il potere dello Stato, da giudicar degno di morte il solo sospetto di tal delitto, giudicando senz’altro non cittadino, ma pubblico nemico chiunque pretendesse potere più delle leggi e del Senato, o sembrasse aspirare al regno[95]”.

La conclusione a cui egli giunge dopo una serie di brevi aneddoti è “Ma ritorniamo all’argomento (il tirannicidio). A proposito del quale mi sembra sia ormai a sufficienza dimostrato come a buon diritto, non solamente una parte del popolo, ma anche un qualsiasi privato cittadino possa impunemente resistere a chi voglia farsi tiranno, schiacciando crudelmente un tal mostro con le armi e col sangue. Né soltanto nell’atto, in cui egli usurpi il governo, ma anche dopo che l’abbia usurpato, e anche se sia trascorso del tempo, durante il quale si sian forse raccolti mezzi e aiuti per ricacciarlo [96]”.

Il popolo, una parte di esso o addirittura il singolo può e deve fermare il tiranno, e l’estremità di questa gesto, giunge con l’atto del tirannicidio che sarebbe lecito nei confronti di chi usurpa il potere (per tirannie ex defectu tituli o per città non superiorem ricognoscentes [97]).

Il Salutati, continua però con un caso in cui il tirannicidio non è conveniente e cioè quando s’instaura un governo tirannico presso un popolo già abituato “alla passività del servire [98]”. Come sottolinea Iannizzotto, a parlare qui “non è il repubblicano o l’uomo della libertà, ma l’uomo di stato a cui a volte più che i valori del buon governo, fra i quali la libertà ha il primo posto, preme la conservazione dell’ordine costituito, anche se questo è tirannico [99]”, ed in effetti, il rischio di una ritorsione sul popolo da parte del despota potrebbe peggiorare i rapporti tra tiranno e popolo.

Storicamente, Coluccio Salutati nota come dall’evoluzione di discordie interne alla comunità, dalla lotta tra famiglie, tra fazioni, si sia – sempre per volontà popolare o della sua maggioranza – eletto un Signore. “E legittimo sarà senza dubbio il governo se, in un popolo soggetto alla sovranità di un principe, alla decisione popolare seguirà la conferma per parte di questo (dall’autorità legittimante) [100]”. Tale decisione, poche righe dopo, diverrà irregolare se “l’eletto del popolo assuma di fatto il governo senza attender la superiore conferma [101]” perché Coluccio rivela che, l’elezione popolare non ha alcun valore giuridico, e quindi l’eletto diverrà tiranno (ex defectu tituli).

La volontà principale di Coluccio Salutati rimane legata alla liceità di insorgere contro chi, signore o principe, nonostante il diritto che gli appartiene a governare, si comporti da tiranno (ex parte exercitii). Va premesso che, il cancelliere esclude l’autorità superiore che detiene il potere di legittimare o meno gli stati perché questo è superiorem non recognoscentes, ed è quella autorità che decide se legalizzare o meno i governi. In ciò il Salutati intende precisare l’importanza del valore della legge: in effetti, egli afferma che il despota sarà deposto e non ucciso dall’autorità competente e, se sarà condannato a morte, sarà la stessa autorità a deciderlo. Se la legge non prevede la pena capitale, il popolo non potrà ammazzare il tiranno, poiché andrebbe contro una sentenza e quindi contro la legge. Nei governi che non hanno la necessità di riconoscere un potere a loro superiore, sarà il popolo direttamente a decidere le sorti del tiranno.

Il tirannicidio deve essere quindi “legale”. Non è quindi su una base d’esempi storici che Coluccio ha trovato una risposta alla domanda di Antonio Dell’Aquila ed è per tale motivo che critica Giovanni di Salisbury ed il suo Policraticus che, secondo lui, sarebbe eccessivamente ricco di aneddoti risalenti tanto alle Sacre Scritture quanto ad autori pagani e cristiani; fatto che dimostrerebbero solamente che il tirannicidio è “un atto frequentemente compiuto [102]” nella storia dell’umanità e dei suoi popoli e niente più. Coluccio Salutati denuncia il difetto della teoria di Giovanni di Salibury, nel fatto che non trova nei suoi esempi storici un limite da porre all’omicidio dei tiranni.  È facile per Coluccio dimostrare, almeno sul piano giuridico, la confusione presente nel Policraticus ed in generale all’epoca in cui l’autore inglese lo scrisse. Infatti conclude il confronto, riportando la legge che nel Trecento limitava i casi d’omicidio nei confronti di chi deteneva il potere “la verità è che a un tal giudizio (quello del tirannicidio) deve precedere, ove sia possibile provocarla, la sentenza dell’autorità superiore, o, dove questa manchi, devesi rimettere la sentenza al popolo [103]”. Con questa “sentenza”, il Salutati condanna la minoranza, sia essa rappresentata dal singolo individuo o da una parte del popolo, che vuole farsi garante della legge, ma nell’agire in solitudine non rispetta la legge, che richiede appunto o un’autorità superiore oppure la valutazione del popolo intero [104] e non di una sua parte. Si può, per analogia, ricordare il Tumulto dei Ciompi [105], ove una minoranza diede avvio alla rivolta in modo violento, cambiando pure gli ordinamenti politici di Firenze, e tutto questo senza avere l’autorizzazione d’un’autorità superiore o l’approvazione dell’intera popolazione. Per questa ragione, i rivoltosi furono condannati nel momento in cui si ripristinò il vecchio governo fiorentino ed è probabilmente per lo stesso motivo che si inasprirono le leggi nei loro confronti. Una postilla viene ancora aggiunta dal Salutati nei riguardi del “delitto fortunato, considerato virtù [106]”, ed è il caso ove il tirannicidio sia gradito al popolo anche se esso sia avverso alla legge. “Per quel che io penso, come è bene lodare e premiare chi abbia giustamente abbattuto un tiranno, così deve ritenersi degno di ogni più grave castigo chi abbia ingiustamente ucciso il suo legittimo signore, anche se questi governasse iniquamente [107]”, nuovamente il valore della legge è rimarcato come unico criterio di giudizio, poiché chi uccide in questo caso il suo Signore credendo di fare il bene comune, non è legittimato da nessuna autorità ed il suo giudizio diviene arbitrario visto che, il presunto tiranno (perché solo la legge può stabilire se lo sia o meno) poteva, nel maltrattare i sudditi agire allo stesso modo per il loro benessere. Su questo punto, legato al delitto fortunato considerato virtù, M. Iannizzotto interviene sostenendo che Coluccio, “allorché condanna, in talune circostanze, la ribellione al tiranno, che, invece non dovrebbe mai essere deplorata, essendo un atto di giustizia e di libertà, e ritiene buon governo un reggimento dispotico ma incline al pubblico benessere, perde di vista la libertà, o addirittura, la sacrifica a interessi come l’ordine e il benessere materiale [108]”. Il giudizio di Iannizzotto, credo non valuti alcuni aspetti che invece Coluccio aveva evidenziato: il primo è l’importanza della Legge, unico mezzo su cui fondare uno stato e dalla quale ripartire una volta fatto cadere il tiranno; essa, e il Salutati è esplicito, deve avere una fonte (autorità superiore o popolo) che ne garantisca l’applicazione e che decida se far cadere il tiranno o meno altrimenti il pericolo è l’anarchia. Secondariamente, a mio parere, la valutazione di Iannizzotto sul concetto di libertà appare troppo “moderna”, rispetto ai tempi in cui il cancelliere visse, poiché la libertà che Iannizzotto associa al Salutati è estremamente democratica mentre invece, il concetto di libertà com’era percepito alla fine del quattordicesimo secolo, si legava piuttosto, a quelle minoranze che gestivano i rapporti politici delle loro città, cercando di mantenere il benessere delle comunità (attraverso appunto l’ordine e il benessere materiale), mantenendo la loro indipendenza ed autonomia nei confronti dei grandi poteri medievali: l’Impero e la Chiesa.

Si deve tener presente che, il trattato del “De Tyranno” è una risposta ad un quesito che poneva la questione relativamente ad una forma di governo in cui c’era una sola persona a comandare, e non era prevista la partecipazione del popolo o dei suoi rappresentati più o meno aristocratici. Quindi, a mio parere, la discussione sulla monarchia è legata a tale risposta e non inficia la naturale predisposizione del Salutati a schierarsi in favore della Repubblica. C’è da ricordare che in quel periodo, andavano costituendosi in Europa le prime forme monarchiche e le prime Signorie, a seguito del disfacimento progressivo dell’autorità imperiale. In realtà, l’attualità della posizione di Coluccio fu proprio nel parlare della monarchia piuttosto che delle forme di governo repubblicano, la cui evoluzione nell’esperienza comunale italiana e forse nelle Fiandre, sembrava in via d’estinzione.     

Il trattato arriva dunque a Cesare. Per stabilire se Cesare fosse o meno un tiranno, il Salutati riprende in mano nuovamente il Policraticus di Giovanni di Salisbury e riporta “tuttavia colui (Giulio Cesare), essendosi con le armi impadronito del governo, fu tenuto per tiranno, e col consenso della maggioranza e del Senato, finito a pugnalate nel Campidoglio [109]” A rafforzare questa posizione c’è persino il giudizio di Cicerone, che nei Doveri conferma la sua avversione nei confronti di Cesare ma, avverte Coluccio Salutati, la posizione di Cicerone non è da valutarsi come definitiva, infatti, in altri testi troppe volte egli aveva lodato Cesare, e nel corso della sua analisi addirittura il Salutati dubita che ci sia stato un giudizio negativo in una visione globale degli scritti ciceroniani. Del resto, il giudizio di Cicerone sulla vicenda Cesare contro Pompeo, prima che questa si risolvesse in favore di Cesare, sosteneva che la sorte futura, non sarebbe stata molto diversa se a trionfare fosse stato Pompeo. Il timore di Cicerone, era quello di veder finire la Repubblica nelle mani di un sol uomo e che fosse Cesare o Pompeo non aveva importanza perché avrebbe comunque creato un danno che, oltre alla guerra civile, avrebbe portato alla dissoluzione del governo repubblicano in favore del governo di un sol uomo, ed anche se Cicerone non usa il termine Monarchia, egli ha ben presente che la degenerazione del governo di un uomo solo è la tirannide. “Sicchè, stando così le cose, io penso che ciò, che ai più eminenti uomini politici di Roma spettava di fare, non era di parteggiare per l’una o per l’altra delle parti, ma piuttosto di opporsi con ogni proprio consiglio, mezzo e sforzo a che si combattesse, e impedire con armi giuste la guerra civile: dato che si combatteva, non perché nessuno potesse impadronirsi del potere, ma perché l’uno o l’altro dei due rivali potesse conquistare il governo e dominare lo stato [110]”.

Quello che conta per il Salutati, riguarda però un’altra questione, quella posta da Antonio Dell’Aquila, che chiedeva quale fosse la posizione del cancelliere in merito all’omicidio del tiranno romano e cosa pensasse l’umanista dei versi scritti da Dante nella sua Divina Commedia a riguardo. Ed allora il Salutati riprende la trama del discorso chiedendosi se, una volta battuto Pompeo, Cesare si sia comportato veramente da tiranno; per rispondere a questa domanda, l’autore toscano ha ancora bisogno delle fonti latine, prima tra tutte, quella di Cicerone.

Vedemmo compiuta la tua vittoria con la fine delle battaglie, non vedemmo in Roma una sola spada senza guaina. Quei cittadini, che abbiamo perduto, li abbattè la forza di Marte, non la collera della vittoria: sicchè nessuno dubiti che, anzi, moltissimi, se fosse stato possibile, C. Cesare avrebbe richiamati in vita, giacchè di quello stesso esercito conserva tutti quelli che può salvare. – e dopo aver citato Cicerone, Coluccio Salutati riprende parola – E chi crederà che questa condotta, questi sentimenti, queste imprese possano chiamarsi tirannide? [111]” Ancora una citazione chiude questa parte, ed è quella riferita a Floro: “volle quindi la gratitudine dei cittadini che in un unico principe si riunissero tutti gli onori: le sue immagini furono poste nei templi; in teatro ebbe una corona adorna di reggi; nella curia una tribuna, il frontone sulla casa; in cielo il nome di un mese. Oltre a ciò, fu proclamato padre della patria e dittatore a vita [112]”, con queste parole, il Salutati riesce, in un’ottica che per lui diviene contemporanea, a dimostrare come Cesare non potesse essere considerato né allora (ai tempi di Roma) né adesso (ai suoi), un tiranno. Nelle parole di Floro, la volontà popolare (unico metro di giudizio assieme all’autorità superiore) gli conferì onori e gloria e non il titolo di tiranno (ex defectu tituli) mentre le parole di Cicerone non vedemmo in Roma una sola spada senza guaina, ammettono la bontà, la clemenza e la rettitudine di Giulio Cesare che, sicuramente rappresentano quelle qualità da cui si distingue l’uomo di governo dal tiranno (ex parte exercitii).

Giunto a questo punto, Coluccio Salutati si chiede se sia stato giusto o meno uccidere Cesare. Il ragionamento del cancelliere è arrivato all’apice, poiché se Giulio Cesare non poteva essere annoverato tra i tiranni era chiaro che il gesto di Bruto e Cassio non poteva trovare fondamento nella Legge. Inoltre, il comportamento dei due omicidi sembrava incoerente con le cariche che essi avevano ricevuto dallo stesso dittatore romano [113], e con la coerenza che queste cariche, nel rispetto delle leggi, esigevano. Il Salutati accusa anche Cicerone [114] che ignora come “la plebe romana dopo il funerale assalì minacciosa la casa di Bruto e di Cassio [115]” e nel suo ripercorrere la storia, il cancelliere fiorentino in prima persona esprime il suo giudizio, rammaricandosi della morte di Cesare e sostenendo, nuovamente contro Cicerone, icona della cultura Romana a cui gli umanisti si ispiravano “mi persuado che Cesare aveva saputo così conquistarsi coi benefici i suoi seguaci, con la clemenza gli avversari, e con la saggezza e la magnanimità l’universalità dei cittadini, da far si che a pochissimi potesse essere gradita la sua morte [116]”.  Anche se storicamente il Salutati ammette che il piacere nutrito dagli avversari di Cesare nella sua morte, non stesse tanto nella morte dell’uomo quanto in quella del condottiero irraggiungibile da un punto di vista prettamente politico, ed allora la morte diviene liberazione non dal tiranno ma dall’impossibilità dei suoi avversari di poterlo eguagliare, ecco che, senza Cesare, è possibile ristabilire un rapporto equo all’interno delle forze politiche della Repubblica Romana: “[…] non per odio a Cesare, ma piuttosto per la speranza di riacquistare quella posizione sociale e quegli onori, di cui essi sapevano non poter mai godere in grado uguale ai vincitori, finchè egli avesse governato [117]”.

Il Salutati politico, che analizza le vicende storiche, non dimentica di ricordare allo studente padovano il dopo Cesare, e gli rammenta la mancanza di una strategia politica da parte dei nemici che, una volta eliminato il condottiero romano, non seppero riorganizzare la Repubblica e scrive: “quando si muta la forma di governo, per solito seguono tante sciagure e si sollevano tanti scandali, che è meglio sopportare ogni cosa, che cadere nel pericolo dei mutamenti [118]”. L’eco di questa ammonizione risente sì delle condanne cui furono sottoposti i cesaricidi, ma non dimentica nemmeno la recente attualità dei Ciompi che il Salutati aveva conosciuto. L’esperienza del cancelliere, approfondisce o capisce più approfonditamente quale fu, il clima in cui Roma sopportò a mal partito (la plebe assalì minacciosa la casa di Bruto e Cassio) l’eliminazione della propria guida politica, ed è evidente ancora quell’atteggiamento sospettoso che il cancelliere avanzava contro chi – il singolo o la minoranza – scavalcando la Legge – autorità superiore o popolo – cercava nel delitto fortunato di divenire uomo di virtù. È lampante il richiamo al rapporto Roma Antica e Firenze del Trecento qualche riga dopo, quando nel descrivere la relazione che intercorre tra “pensiero – azione – risultato” il Salutati ricorda che la rivoluzione (così come viene pensata) nel momento in cui si attua (così come viene eseguita) non risulta mai uguale all’ideale che aveva spinto gli uomini ad agire in un tal senso, e diverse sono le cause e qui il richiamo “tanto più che in una grande città, vari sono gli ingegni, differenti i modi di pensare e molte le volontà, e nel gettare le basi di uno stato, ciascuno pensa al proprio onore e alla propria utilità [119]”, e ciò che era valevole per i cesaricidi si potrebbe applicare anche ai Ciompi, ma la generalità dell’argomento con cui Coluccio Salutati tratta i rapporti che intercorrono tra gli uomini diviene per analogia trasferibile pure ai rapporti di alleanze tra Stati, ed allora potrebbe esser applicato agli Stati che parteciparono, stretti in un’alleanza, alla Guerra degli Otto Santi quello che si legge nel trattato: “onde avviene che, prima che si possa venire ad un unico accordo, e si acquieti l’ambizione di tutti, sorgono molte agitazioni, infinite discordie e innumerevoli tentativi, non senza che si manifestino pericoli, anche se cessino le armi, e non si venga del tutto al sangue [120]”. Il paragone Firenze-Roma non diviene mai esplicito nel “De Tyranno”, e rimane congettura di chi lo studia, probabilmente è vero invece che, il procedere del trattato, basato sulla definizione di tiranno e sulle due distinzioni, ex defectu tituli ed ex parte exercitii diviene, per l’umanista, un assioma imprescindibile che può venire applicato così, senza distinzione di tempo, a tutte le figure di tiranno o ai casi di tirannicidio che la Storia offre.

La risposta che Antonio Dell’Aquila attendeva, doveva però risultare molto diversa da quelle che erano le sue aspettative, infatti, nel trattato, Coluccio passò d’improvviso dall’accusa di Bruto e Cassio, quali uccisori di Cesare e non difensori della libertà della Repubblica Romana (come invece sosteneva la maggior parte del mondo intellettuale repubblicano fiorentino), all’esaltazione del regime monarchico. Questo passaggio apre una serie di prospettive interessanti ed inattese per il cancelliere che aveva lodato le doti della Repubblica Fiorentina, desumendole quali eredità di quella Romana. Nella coerenza che aveva contraddistinto tutto l’operato della sua vita, il Salutati si era sempre dimostrato un fedele repubblicano eppure pone un elogio alla monarchia. In queste righe rivolte al “Cicerone che non prevede né vede la reazione politica del suo paese” l’accusa che viene mossa al letterato romano è dura. Cicerone, come si è già detto, è il rappresentante della cultura romana e “di riflesso” di quell’umanistica, ed il suo atteggiamento politico, la sua incapacità di comprendere la realtà dei fatti, e quel non vedere che il bene della Repubblica era rappresentato da Cesare e che i tempi per una “monarchia” erano giunti – non tanto per trasformare i liberi cittadini di Roma in sudditi quanto per placare quelle guerre civili che, scomparse dopo la morte di Pompeo riapparvero con la morte di Cesare – dimostrano il limite di quest’uomo. Coluccio insiste nel sottolineare come la Repubblica fosse ormai divenuta ingestibile e come l’avvento di Ottaviano dimostrasse, poco tempo dopo, che le scelte politiche di Cesare erano quelle più corrette. La posizione del Salutati, è quella di chi conosce già gli avvenimenti storici e le sue parole diventano quelle dell’umanista che, nell’odiare il suo Cicerone gli dimostra in realtà, un senso d’amore, un amore incapace di accettare l’errore politico del senatore romano, poiché esso toglie quell’aurea divina che gli umanisti “gli avevano posto sul capo”. 

L’elogio della monarchia: “non è forse verità politica e conforme all’opinione di tutti i sapienti, che la monarchia è da preferirsi a tutte le altre forme di governo, se avvenga che ci sia a dirigerla un uomo buono e desideroso di saggezza? Non vi è libertà maggiore che quella di obbedire ad un ottimo principe, quando questi ordini cose giuste [121]” appare secondo alcuni autori in netto contrasto con la posizione repubblicana di Coluccio.

Ronald Witt, ripercorrendo il percorso epistolare del Salutati giunge ad affermare che il cancelliere, riteneva corretta una forma di governo monarchico per territori molto vasti, quali l’Impero ed i regni. Quest’istituzione politica, come la Fumagalli Beonio Brocchieri è “in grado di assicurare la necessaria coordinazione a società sempre più articolate e complesse, e soprattutto, sempre più ampie, […] essa garantisce alle diverse comunità locali che ne fanno parte la protezione necessaria contro i nemici esterni e contro i turbamenti interni, per quanto possibile nel rispetto dei loro ordinamenti particolari […] gestisce le forze militari e le risorse economiche comuni, in particolare la riscossione dei tributi, mantiene inoltre la pace e l’ordine interno, gestisce l’amministrazione della giustizia punendo i trasgressori [122]”. Il regime repubblicano poteva invece attuarsi in territori più limitati e gestibili. Dalle parole di Witt, sembra che il Salutati ne fosse consapevole. Witt continua poi discutendo le capacità letterarie degli umanisti, che permettevano loro di affrontare gli argomenti in utramque partem, il Salutati a questo punto della riflessione “potrebbe essere caratterizzato come un repubblicano o un monarchico o nessuna delle due cose, a seconda delle condizioni in cui si trovava a scrivere e dell’idea perseguita nelle singole occasioni [123]”. Questa capacità letteraria permetteva secondo D. De Rosa [124] - che ritiene la spiegazione del Witt “la più valida ed accettabile sull’atteggiamento del Salutati [125]” - al cancelliere di possedere diverse nozioni di libertà e per contrasto di tirannia senza che egli si rendesse conto di questa confusione. In disaccordo con la posizione di questi due autori, appare il giudizio M. A. Levi, autore di “La controversia sulla uccisione di Giulio Cesare e le fonti latine del De Tyranno di Coluccio Salutati”, il quale sostiene che la scelta delle fonti, e quindi l’uso che ne viene fatto dal Salutati, siano frutto della ragione, di una pura e libera scelta intellettuale e non della semplice voglia di dimostrare la validità di un argomento a priori, come si potrà vedere successivamente in “Fonti per determinare la definizione.di Tiranno in Coluccio Salutati” Io non credo vi sia stata, nell’umanista fiorentino, per quanto inconsapevole, una schizofrenia intellettuale che lo portava ad argomentare di un tema o del suo opposto al fine di dimostrare l’autorevolezza del suo magistero. Probabilmente, e la De Rosa lo sostiene successivamente nel suo libro “il Salutati credeva che una forma di governo, come tale, non fosse applicabile sempre e dovunque e riteneva legittimo, ma soltanto in determinate circostanze storiche, mutare gli ordinamenti politici [126]”. La prospettiva in cui rientrerebbe il Salutati non sarebbe perciò quella dell’umanista, proposta da Witt e accettata dalla De Rosa, il quale applica le proprie conoscenze al fine di dimostrare una teoria, ma sarebbe piuttosto quella dell’uomo politico che affronta i problemi relativi allo stato attraverso i mezzi che gli offre la cultura. Ed in effetti, la De Rosa prende le distanze dal Witt nel momento in cui afferma la coerenza del Salutati, anche se, in lei permane quel giudizio che vincola il Salutati alle sue radici medievali, ed allora l’umanista diventa “l’umanista cristiano [127]” legato a quei valori, soprattutto nell’ambito spirituale, che appartenevano al Medioevo e spiega come per l’autore toscano il regime repubblicano fosse quello che garantiva non solo le maggiori libertà tra i suoi abitanti, che non erano sudditi di alcuno ma, esso “permetteva di perseguire quello sviluppo spirituale e politico di un popolo libero e maturo che sappia autogovernarsi [128]”. Tutto questo discorso è stato fatto dalla De Rosa per ripristinare il pensiero del Salutati all’interno di una coerenza tra lo scrittore/storico-filosofico e il cancelliere/uomo politico, e non mancano a difesa del pensiero del Salutati le citazioni dalle epistole scritte negli anni precedenti al trattato, ed anche di quelle scritte dopo. Nessuno quindi negherebbe la coerenza e la costanza che si manifestano attraverso l’eredità letteraria di quest’uomo, nel suo promuovere i valori repubblicani ma, a questo punto, il trattato scompare e con esso l’elogio della monarchia.

Tra i discepoli del Salutati, il maggiore è Leonardo Bruni che nei propri scritti parla e ricorda sempre il maestro non solo con affetto, ma anche con ammirazione e devozione; effettivamente l’operato del cancelliere fiorentino, soprattutto in ambito culturale ha segnato tutta la seguente generazione d’umanisti ed è naturale che egli, anche dopo la morte abbia rappresentato – nonostante i difetti che ogni uomo ha – l’esempio da seguire. Le lodi rivolte a Coluccio sono infatti numerose, come si è già evidenziato nel primo capitolo, nella parte “il cancelliere fiorentino”. L’unico attacco che gli è stato rivolto dai letterati del suo tempo è inerente al latino, che rimane legato ancora alla tradizione “medievale”. Quindi, nei suoi discepoli, non vi è una critica sulle posizioni prese dall’umanista nei confronti del governo repubblicano in opposizione a quello monarchico – come invece suppongono De Rosa e Witt – e tale atteggiamento dei discepoli sarebbe potuto emergere in un qualsiasi momento, sia nel periodo immediatamente successivo al trattato, in modo tale che il Salutati potesse difendersi di persona da un eventuale attacco, sia dopo la morte del cancelliere, quando sarebbe stato ovvio, e forse più facile, criticare la posizione del maestro. La mancanza di una valutazione “sull’elogio della monarchia” che compare nel trattato, sembra dovuta al fatto che tale elogio, non abbia poi così tanto scandalizzato i contemporanei del Salutati. La soluzione, che pretende ancora di chiarire come si sia allora manifestata la coerenza del cancelliere, può venire forse da un dubbio: che la sua coerenza non debba esser cercata nel rapporto tra epistole e trattati ma che venga dall’impostazione che il Salutati diede ai propri studi, quindi al metodo critico di analisi delle fonti ed alla ricostruzione storica dei fatti, basata non più sulla pretesa che esista una sola verità e che essa si fondi magari, sull’autore più quotato del momento (che in tal caso sarebbe Cicerone). Da questo punto di vista, la ricostruzione storica degli eventi cioè l’inserire al posto giusto non solo i personaggi principali che vi hanno partecipato ma anche la posizione dei filosofi e dei letterati che vi hanno assistito, sembrano sicuramente le operazioni filologiche, storiche e filosofiche che gli umanisti tentavano di applicare ai manoscritti che riuscivano a recuperare. Questo è stato comunque il modo di agire del Salutati.

Nessuno dei suoi “allievi” mette in dubbio il suo esser repubblicano poiché il loro interesse si rivolge al trattato e alla posizione assunta da Coluccio nei confronti di Cicerone: è la critica a quest’autore – che riveste un’importanza capitale nell’umanesimo civile fiorentino, ed in effetti nel Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus, il Bruni fa dire al Salutati: “Io, tuttavia,per quel che mi riguarda, non mi sono mai potuto indurre a considerare Cesare parricida della patria; e di tale argomento, mi sembra, ho trattato, e credo a sufficienza, nel libro che ho scritto Sul Tiranno, dove ho concluso con buoni argomenti che Cesare non regnò empiamente [129]

Nel pronunciare queste battute, si afferma dunque l’implicita accettazione del giudizio salutatiano sulla vicenda del cesaricidio, visto che il mancato dibattito che ne segue (il dialogo si sposterà su altri temi) è la dimostrazione che i discepoli del cancelliere hanno compreso la valutazione del maestro e nel comprenderla l’hanno condivisa.

Certamente, l’approfondimento della De Rosa, che basa l’elogio monarchico del Salutati su una visione della cultura prettamente cristiana, potrebbe apparire esatto quando afferma che: “se da un punto di vista umano, la creazione della monarchia romana poteva essere deprecata, poiché l’istituzione repubblicana, con la sua libertà aveva tanto esaltato il carattere e le qualità del popolo, su un piano metafisico e metastorico la sua legittimità era consacrata dai decreti della Provvidenza: nel trattato De tyranno questo sentimento è senza dubbio costantemente presente [130]” e questo si potrebbe evincere anche dalla storia umana, così com’è descritta dalla Bibbia nel momento in cui “Dio, irato verso il popolo di Israele che, a causa dei contini dissidi interni si era mostrato incapace di eleggere serenamente i propri giudici, per mantenere l’ordine e l’osservanza della legge, gli imponesse il governo dei re [131]”. Tale esempio è stato proposto anche da Giovanni di Salisbury [132], nel Policraticus, del resto ampiamente criticato dal Salutati, come si è visto precedentemente.

Nel “De Tyranno” infatti, all’elogio della monarchia segue la frase “non vi è libertà maggiore che quella di obbedire ad un ottimo principe, quando questi ordini cose giuste. Perché, se nulla vi fu di più santo e migliore che l’universo governato da un solo Dio, tanto migliore è il governo umano, quanto più si avvicina a quello. Ma certamente non può essere somigliante a quello, che quando uno solo governi [133]”.

Nel trattato si è dimostrato come Giulio Cesare non si fosse comportato in modo tirannico ma in maniera giusta, fu quindi un ottimo principe, ed allora era giusto sottostare non al tiranno ma al principe, poiché l’elogio della monarchia è l’elogio di una forma corretta di governo, e tra quelle proposte da Aristotele è quella che più si avvicina al modo di governare di Dio, se analizzata da un punto di vista cristiano.

Il “De Tyranno” non rinuncia ad introdurre l’esito storico fallimentare seguito alla morte di Cesare, e la riflessione risulta semplice per il Salutati, che conosce la storia e scrive “e quando leggiamo che Ottaviano avrebbe più volte pensato a restaurare la repubblica, credo che nulla abbia più contribuito a rimuoverlo da tale intenzione, quanto la previsione che con la discordia sarebbero risorti tutti i mali di prima [134]”, a questo punto però, lo scontro con la posizione sostenuta da Cicerone era già giunta alla sua conclusione, ed il cancelliere ritorna alla questione posta da Antonio Dell’Aquila per svolgere l’argomento finale inerente alla Divina Commedia.

La posizione di Dante nel pensiero di Salutati

La formazione culturale di Coluccio Salutati, come abbiamo visto, è basata sullo studio dei testi classici, ma si fondava non solo sull’istruzione ricevuta in giovinezza, nell’esilio bolognese da Pietro da Moglio [135], ma anche sulla cultura a lui più vicina, in particolare quella rappresentata dal Petrarca. È noto che Coluccio Salutati fosse considerato dai suoi contemporanei l’erede del poeta fiorentino, col quale tra l’altro aveva intrattenuto un carteggio. Egli ne aveva preso le difese, nei dibattiti che si accendevano tra gli intellettuali della sua epoca, quando si discutevano i temi riguardanti la “cultura fiorentina” o il “confronto tra la lingua latina e il volgare [136]” (ad es.). Questa disposizione intellettuale nei confronti degli autori degli anni immediatamente precedenti, sembra cozzare con il cambiamento nelle preferenze stilistiche della cultura umanistica, che si orienta verso gli antichi più che verso gli autori medievali del Duecento e del Trecento. A conferma di tale presa di posizione, si può inoltre aggiungere che, durante il principato letterario del Salutati, il pubblico commento dantesco in Firenze – eredità del Boccaccio – non ebbe seguito [137]. Tuttavia sarebbe errato pensare che l’umanesimo potesse evitare il confronto con il recente passato, la posizione del Salutati nei riguardi di Dante e l’ammirazione per questo poeta appare evidente negli ultimi anni della vita del cancelliere, ed in particolare dopo l’anno 1390 [138].

Oltre agli sparpagliati commenti che si possono trovare nelle epistole redatte dal Salutati, la fonte maggiore delle sue riflessioni sul pensiero dantesco compare nel trattato del “De Tyranno”. “Questa testimonianza (riferita a Dante), per la data e per l’argomento, s’inquadra nella polemica suscitata allora a Firenze da giovani umanisti, che riconoscevano maestro loro il Salutati, ma che ai maestri dell’età precedente, al Boccaccio e allo stesso Petrarca, guardavano con crescente distacco critico, e apertamente si ribellavano al culto di Dante [139]”. Sulla continuità dello studio e della diffusione di quello che la “Enciclopedia Dantesca” definisce “il culto di Dante”, ci sono diversi testi e diverse tesi. La stessa Enciclopedia sostiene che, una volta affermatasi in Firenze la corrente umanistica e dopo che la stessa ha privilegiato lo studio degli antichi, si sarebbe insinuata la necessità di rivalutare anche gli autori “contemporanei” della città, in funzione proprio di quel patriottismo che era tipico del capoluogo toscano. Questa visione delle cose però, si sarebbe svolta secondo alcuni, non seguendo una consequenzialità temporale così rigida. L’operato del Salutati dimostra come il cancelliere si fosse accostato anche agli autori a lui contemporanei, ed egli non fu l’unico, come si è visto precedentemente: lo studio degli antichi infatti non escludeva i contemporanei, tanto è vero che nella letteratura di fine Trecento compaiono autori che non scrissero in latino ma in volgare, come il Sacchetti o i Villani. Lo stesso atteggiamento degli umanisti era culturalmente aperto e il Salutati, pur studiando i classici non disdegnava le opere di Petrarca e Boccaccio, e ripetiamolo, collaborò anche con gli scrittori di “rime volgari”.

Dante è uno di quegli autori che non possono essere esclusi dal percorso intellettuale di nessun letterato, nemmeno alla fine del quattordicesimo secolo, quando il mondo greco latino era pienamente ritornato in auge. Eppure, c’era sicuramente chi cercava di evitarlo, e con lui di evitare una certa tipologia d’autori ma, il “divin poeta” in un modo o nell’altro s’imponeva e con la sua figura e le sue opere era necessario confrontarsi.

Nella biografia del Salutati si nota come, nei suoi ultimi quindici anni di vita, Dante appare con una costanza sempre superiore, tanto da sostituire l’amato Petrarca. I motivi rimangono ignoti, e forse fanno semplicemente parte di quel percorso che caratterizza le scelte di ogni uomo – come scriveva Borges – il quale, nel percorrere il proprio itinerario, non può evitare alcune tappe fondamentali, costituite dai grandi autori della letteratura.

Nel trattato del “De Tyranno”, quest’incontro con Dante avviene quando la passione per il poeta fiorentino è al massimo livello, quando il cancelliere è già un esperto di Dante. Perciò, capire quei versi di condanna nei confronti di Bruto e Cassio non è compito difficile, e la spiegazione si trasforma in lezione. Comprendere quelle parole fiorentine, che scivolano tra un mondo mistico e sacro dove personaggi storici nuovi ed antichi si confondono, è per l’umanista un privilegio perché non solo egli può riscattare la figura di Cesare, ma può anche elogiare il proprio connazionale, grande e divino poeta che nel suo scrivere è pari, nel talento, agli antichi [140].   

I versi che destarono la curiosità e le perplessità dello studente patavino sono:

« Quell’anima là su c’ha maggior pena,»

disse ’l Maestro, « è Giuda Scariotto,

che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si torce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio, che par sì membruto […] » [141]

Come si è premesso, i contemporanei di Coluccio Salutati che consideravano Giulio Cesare un tiranno non erano pochi, è altrettanto certo che “la condanna degli uccisori di Cesare costituiva uno dei capi d’accusa più frequenti dei classicisti contro Dante [142]”. Il cancelliere, giunto ormai alla fine del trattato, ha dimostrato che Cesare non fu un tiranno e che quindi la morte che gli fu riservata da Bruto e Cassio non poteva ritenersi corretta. “Tutti però riconoscono che Dante volle in Bruto e Cassio punire, non tanto gli uccisori di un giusto e legittimo signore, quanto i violatori della sacra autorità imperiale nella persona del suo fondatore, e che la sua sentenza è da tal punto di vista del tutto coerente e giustificabile [143]”. Per Coluccio la questione si pone in modo diverso, basandosi su quei principi inviolabili costituiti dalla “Legge”, e dalle norme corrispondenti alla definizione di tiranno ex defectu tituli o tiranno ex parte exercitii. La colpevolezza di Bruto e Cassio viene imputata all’atto dell’omicidio, aggravato dalle conseguenze che si ebbero in Roma, cioè dai disordini sociali. La visione del Salutati, coerente col pensiero svolto nel trattato è però in aperto contrasto con la “tradizione repubblicana [144]” che vedeva in Cesare un tiranno e in Bruto e Cassio i restauratori della libertà. Dante invece ne vide i violatori della sacra autorità imperiale e per questo punibili con la massima pena. Il Salutati dunque scrive e conferma quelle che sono le linee generali del ragionamento dantesco “Infatti, mise insieme ed a pari nella sede e nella persona di Lucifero punitore quei traditori, dei quali l’uno aveva tradito per denaro il figlio di Dio, eterno padre e creatore di tutte le cose, e gli altri avevano ucciso col delitto di tradimento il padre della patria [145]”, l’analisi dell’umanista prosegue poi chiarendo le allegorie del testo dell’Alighieri, associando i peccatori ai volti di Lucifero sulla base del colore che il “divin poeta” ha dipinto sul triplice volto demoniaco.

C’è una distinzione che va anteposta alle riflessioni del Salutati e che riguarda i colori del volto di Lucifero, Ercole riporta nel 1915 questo ragionamento: “Egli (Coluccio Salutati, n.d.t.) si trova così di fronte al quesito del significato simbolico delle tre facce di Lucifero (inf. XXXIV, 37-45). Questo quesito tenne per qualche tempo incerti i moderni commentatori del poema: ma oggi, scartate certe insostenibili interpretazioni politiche e geografiche, è opinione quasi universalmente accolta fra i dantisti che le tre facce e i tre relativi colori di esse simboleggino i tre attributi contrari agli attributi della Trinità divina: cioè l’impotenza, l’odio e l’ignoranza. Con che, l’esegesi moderna non ha fatto invero che tornare all’antico: vale a dire all’interpretazione offerta dalla maggior parte dei primi commentatori [146]”. L’Enciclopedia Dantesca nel 1970, alla definizione di Cassio [147] spiega invece: “poiché è incerta la significazione dei colori che Dante attribuisce ai tre volti di Lucifero, non è chiara nemmeno la relazione tra la tinta giallastra e la colpa di Cassio; ma ove, come pensano i più, il colore indicasse l’invidia, la corrispondenza potrebbe riferirsi all’opinione già accennata che il movente del tradimento perpetrato da Cassio contro il suo benefattore fosse appunto di tal natura [148]”.

Gli Studi Danteschi, nel corso di 55 anni [149] , hanno fornito interpretazioni diverse sui colori attribuibili al volto di Lucifero, e nel 1970 il dubbio rimane ancora (è incerta la significazione dei colori che Dante attribuisce ai tre volti di Lucifero) , ed allora, se non vi è una “interpretazione assoluta” valida per tutti gli studiosi dell’argomento, rimane paradossalmente libera l’idea che ogni interpretazione sia plausibile, quella proposta dal Salutati nel suo “De Tyranno” diverrebbe perciò valida quanto le altre. Naturalmente anche questa ipotesi non è del tutto accettabile, poiché, Ercole, che introduce la teoria del Salutati è pronto, dopo una prima esaltazione a sostenere che, la sua interpretazione, inedita rispetto a quelle circolanti in quel tempo, non ebbe un reale seguito nemmeno tra i discepoli che lo seguivano [150]. Ercole, non menziona però due ipotesi che invece rilancerebbero la versione salutatiana: la prima è inerente alla scarsa diffusione del trattato, l’altra è la vicinanza del cancelliere sia al Boccaccio, ma anche allo stesso Dante. 

I colori che Dante attribuisce ai volti di Lucifero sono: rosso per Giuda; nero per Bruto e bianca-giallastra per Cassio. Secondo il cancelliere fiorentino, “i colori dei tre volti si possono riferire ai tre effetti, che si producono negli animi dei peccatori: primo è il rossore, derivante dal rimorso della coscienza, secondo è il pallore, che nasce dal timore della pena, terzo, è la nerezza, che indica la macchia di coscienza [151]”.

Il trattato si conclude con quest’interpretazione sui versi della Divina Commedia, e Coluccio non manca quindi di salutare Antonio, ma prima di congedarsi scrive ancora “Se poi non ti avrò, come credo, soddisfatto, accusa la mia ignoranza. Sono infatti, più pronto ad apprendere che a insegnare [152]”. Questa postilla, che si ricollega a quanto scritto nel primo capitolo, dimostra come gli umanisti volessero concretamente cambiare la cultura attraverso uno scambio reciproco d’opinioni e di riflessioni, che non conducessero a dogmi intellettuali ma che servissero sempre a sviluppare la ricerca.

Fonti per determinare la definizione di Tiranno in Coluccio Salutati

Coluccio Salutati, nel rispondere ad Antonio Dell’Aquila, è cosciente che il percorso che lo porterà a scrivere il trattato politico del “De Tyranno” dovrà basarsi su un metodo che gli consenta di far conoscere quell’insieme di fonti che gli hanno permesso di esprimere un giudizio critico sull’intera questione.

Aldo Vallone sottolinea come “il Salutati ha mezzi e metodi nuovi: è un critico che fa il critico e legge da critico e non assume i testi altrui in funzione dei propri testi. Nasce il metodo del giudizio: la comparazione secondo principi generali e segni del gusto e soprattutto l’esperienza dell’altro a fronte dell’autore studiato. [153]

Nella parte introduttiva del trattato del “De Tyranno”, Coluccio Salutati spiega chi sia il tiranno e in che modo si manifesti la tirannide. Questa spiegazione riconduce il lettore a due filosofi medievali, Gregorio Magno e Tommaso D’Aquino. Quest’ultimo, a differenza del primo, non viene nominato nel trattato in modo esplicito, anche se, la teoria della tirannide del Salutati può farsi risalire a quella proposta da Tommaso.

Il primo autore proposto, nel trattato politico del cancelliere fiorentino, non è però un filosofo bensì un poeta, Virgilio, e la scelta – come quelle che del resto accompagneranno il trattato – non è casuale. Virgilio non è solo, come dice lo stesso Salutati, “l’ottimo dei poeti [154]” egli era anche la guida di Dante nell’Inferno. Ecco perché il viaggio che il Salutati compirà verso la soluzione al quesito posto dallo studente padovano nei confronti dei versi danteschi avrà, almeno nelle battute iniziali, la stessa guida del divin poeta [155] .

Dopo Virgilio, l’autore scelto da Coluccio Salutati è Gregorio Magno, il quale – come si è visto – pur non seguendo la distinzione aristotelica che associava, opponendole, la coppia tirannia-monarchia, riesce ad avvicinarsi al concetto di tirannide che il cancelliere già possiede. La parte di testo che viene citata, dal XII libro dei Moralia in Job dice: “è detto infatti, propriamente tiranno colui che, in un libero stato, governa contro il diritto [156]” e questa visione della tirannia ricorda quella del tiranno ex defectu tituli, poiché questo è il caso di chi governa senza averne il diritto. Dallo stesso autore Coluccio riprende anche la distinzione “morale”, riferibile invece al tiranno ex parte exercitii e scrive, riprendendo le parole di Gregorio “[…] ogni superbo esercita a modo suo la tirannide, taluni […] nel governo dello stato, […] un altro in provincia, un altro ancora in una città, un altro in casa sua, un altro […] è tiranno col pensiero [157]”. Dopo queste citazioni, il Salutati chiarisce la propria posizione nei riguardi del tiranno, esponendo la dottrina del tiranno ex defectu tituli ed ex parte exercitii. Prima di chiudere questa parte, l’umanista sceglie dei versi di Seneca, scritti nell’Ercole Furioso [158] nei quali il tiranno Lico afferma: “Io, dice, nella destra vittoriosa terrò il dominio strappato, sia pure con la forza, e farò ogni cosa senza il timore delle leggi [159]”. Salutati conclude questo capitolo ribadendo che: “è tiranno, non meno colui, che, avendo usurpato il potere, non ha alcun titolo valido per esercitare il governo, che colui, il quale governa superbamente, commettendo ingiustizie o non osservando i diritti e le leggi, come al contrario, è legittimo principe colui, al quale il governo fu legittimamente conferito e che è solito esercitarlo, rispettando la giustizia e le leggi [160]”.

Questi passi si possono accostare al pensiero politico di San Tommaso D’Aquino riguardante la tirannide, pensiero che si ritrova nel “De regimine principum”. La fonte di Tommaso però non è semplice da riscontrare in Coluccio, primariamente perché, dagli studi fatti da Berthold Ullman sembrerebbe che, l’unico testo dell’Aquinate posseduto dal Salutati fosse un commento al De caelo et mundo. Inoltre, in tutti i testi del Salutati si nota che “the absence of citation is certainly significant as showing a lack of enthusiasm for Thomas[161]”. Mario Attilio Levi, giunge alla conclusione che il pensiero tomistico sia pervenuto a Coluccio Salutati attraverso le opere di Egidio Colonna[162], dalle ricerche di Ullman si evince infatti che il cancelliere fiorentino possedeva due copie del “De Regimine Principum” di Egidio Colonna [163] nel quale, come sottolinea Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri “l’Aristotele politico mediato  dall’interpretazione  di Tommaso  è la  presenza  più interessante  nel  pensiero  di Egidio,  quella che gli permette di comprendere la genesi e la natura della comunità politica e del potere [164]”. Naturalmente, Coluccio Salutati non doveva per forza possedere un testo per citarlo, il “De regimine principum” di Tommaso D’Aquino poteva essere posseduto da un qualsiasi altro fiorentino che conoscesse il cancelliere.

M. A. Levi aggiunge, a conclusione della ricerca sulle fonti usate da Coluccio che “persino le apparenti somiglianze e derivazioni di Coluccio da Bartolo da Sassoferrato non erano che la comune pratica di questi testi medievali di dottrina politica, e quindi Seneca compare nella citazione, allo stesso modo come vi compariva poco prima Virgilio, e cioè perché, ad appoggio di una teoria ricevuta dalla dottrina medievale, era utile aggiungere le citazioni classiche che risultavano facilmente accettabili e persuasive in un ambiente saturato dalla cultura umanistica [165]”.

Cap. 3 DOPO I TIRANNI

Premessa

Le valutazioni sul trattato del “De Tyranno” non possono essere concluse senza le conseguenze che questo testo ha portato con sé. Tre sono le linee guida che possono essere esaminate e che permettono di comprendere le critiche che sono state poste al trattato, delineando il rapporto tra lo studioso moderno e le teorie trecentesche del Salutati: la prima si riferisce al contesto storico in cui visse il cancelliere fiorentino; la seconda riguarda gli studi che sono stati compiuti nell’ultimo secolo sull’autore toscano ed al suo rapporto col mondo politico di fine Trecento; la terza si occupa dell’apporto che il Salutati fornisce alla “definizione” filosofica di tirannide e di tirannicidio.

Questi tre percorsi non si escludono a vicenda anzi, spesso s’intersecano, in base alla ricostruzione del pensiero del Salutati che gli autori hanno esposto.

L’insuccesso di una formula nota

Il trattato di Coluccio Salutati non ebbe nessuna diffusione aldilà del ristretto ambiente fiorentino in cui fu divulgato e, esclusa la citazione del Bruni, non se ne seppe molto fino alla sua rivalutazione avvenuta agli inizi del ventesimo secolo. Le motivazioni di questa mancata notorietà si devono proprio ai contenuti del testo.

Prima però di parlare dei contenuti del trattato in relazione al periodo in cui fu scritto, bisogna ricordare che, il diretto interessato - cioè Antonio Dell’Aquila - era deceduto durante il periodo di stesura del “De Tyranno”.    

Quest’annotazione non sottintende che, aldilà dello studente padovano, gli argomenti del testo fossero sconosciuti da un pubblico più vasto, eppure, non bisogna dimenticare che il trattato non conteneva informazioni nuove per gli intellettuali di fine Trecento. Francesco Ercole scrive “In che consisteva allora la tirannia ex defectu tituli? Né Bartolo né Coluccio ce ne danno una esplicita definizione, quasi presupponendone già chiaro il concetto al lettore [166]”.

Molto probabilmente l’Italia del Trecento era rappresentata da un elevato numero di governanti che illegittimamente, poiché non era stato conferito loro alcun potere da nessuna autorità, governavano nelle città e negli “Stati” che formavano la penisola. La definizione di Bartolo da Sassoferrato, sostenuta in modo diverso anche dal Salutati, non rappresentava perciò una novità ma, la legittimazione letteraria (sia giuridica che filosofica) di un modo di agire piuttosto diffuso in Italia.

Ancora Ercole, nella prefazione all’edizione italiana del “De Tyranno” aggiunge che, “Nonostante l’importanza e, in parte, l’originalità del suo contenuto, il De Tyranno di Coluccio Salutati ebbe scarsa fortuna, come si rileva dalla circostanza che esso non è, a quanto si sa, giunto a noi che in cinque manoscritti [167]”. All’interno del contesto inerente “la diffusione delle idee politiche contenute nel trattato del cancelliere fiorentino”, possiamo annoverare un’altra testimonianza di valore ancor più significativo. È quella espressa da Ercole nei riguardi del trattato di Bartolo che dice: “Questa scarsa fortuna del De Tyranno del Salutati ci sorprende molto meno, se constatiamo che sorte poco diversa è toccata, nella pubblicistica italiana dei secc. XV e XVI, al trattato sullo stesso argomento di Bartolo, nonostante l’assai più largo prestigio goduto da questo nella tradizione giuridica, e benché il De Tyrannia di Bartolo paresse realmente destinato a ben più larga diffusione, anche perché fu edito spesso insieme con altri trattati dei più insigni giuristi [168] ”.

Dunque il quadro finale che si può trarre sulla diffusione del trattato di Coluccio Salutati è che, “il trattato non sia uscito dalla cerchia degli amici più intimi del suo autore, e che la dottrina di Coluccio sulla tirannide sia rimasta senza eco diretta sulla letteratura pubblicistica italiana [169]”.

Il rapporto che lega le teorie sulla tirannide di Bartolo da Sassoferrato a quelle del cancelliere fiorentino, sembrerebbe in apparenza non sussistere. Sulla base degli studi di Berthold Ullman sui manoscritti posseduti da Coluccio e su quelli da lui utilizzati nei propri testi (missive comprese), gli scritti di Bartolo non compaiono[170] . Questo sembrerebbe logico in rapporto anche all’analisi fatta da Ercole sulla diffusione degli scritti dei due autori. D. De Rosa però sostiene che, la teoria sulla tirannide ex defectu tituli e quella sulla tirannide ex parte exercitii siano opere di Bartolo da Sassoferrato riprese poi da Coluccio, il quale “non le ricorderebbe direttamente nel De Tyranno ma senza dubbio sarebbero da lui conosciute e al Bartolo imputate, poiché nel De nobilitate legum et medicinae il Bartolo è ricordato quale grande giurista[171]”.

Le perplessità rimangono e si legano, come si è visto, alla diffusione dei trattati di questi due autori nel corso del Trecento. È dubbia anche la paternità della teoria sulla tirannide ex defectu tituli ed ex parte exercitii, attribuita a Bartolo anche perché essa si potrebbe trovare in filosofi di periodi precedenti, tra i quali Tommaso D’Aquino. L’affermazione della De Rosa rimane perciò isolata rispetto agli altri autori che hanno studiato il pensiero politico del Salutati.

 

La riscoperta del De Tyranno

a) La visione storica proposta da Hans Baron e Armando Petrucci

Nel capitolo precedente si è visto come il giudizio positivo a proposito della monarchia acquisisca un valore importante, anche se circoscritto all’interno del trattato; per questo motivo il suo contenuto può essere chiaramente distinto da quello dell’epistolario del Salutati, onde evitare di confondere le missive della Repubblica Fiorentina con il suo lavoro da “umanista”. Quest’ultimo comprendeva valutazioni filologiche, storiche e filosofiche dei manoscritti recuperati, nonché la comparazione tra autori diversi per inserire in una corretta cronologia gli eventi e le posizioni intellettuali che i protagonisti dell’antichità possedevano. 

I giudizi politici formulati dal cancelliere fiorentino nei confronti della Repubblica Romana sono di carattere generale, e perciò potrebbero trovare una “collocazione storica” non solo nel periodo in cui Cesare fu all’apice della propria gloria, ma anche in epoche seguenti, persino nella stessa Firenze in cui visse il Salutati. Queste considerazioni sono state proposte in corrispondenza di eventi come il “Tumulto dei Ciompi” o “La Guerra degli Otto Santi”. 

Alcuni autori concepiscono il trattato in modo diverso, attribuendogli un significato puramente storico, così il “De Tyranno” s’intreccerebbe con gli avvenimenti di fine Trecento; tra questi hanno particolare rilevanza Hans Baron e Armando Petrucci, che riprendendo appunto una tesi del Baron scrive “il Salutati ha sostenuto la necessità di un governo, e cioè di un potere esecutivo insieme legittimo e forte, che come era già riuscito di fare a Cesare, sapesse sedare le fazioni cittadine, agire da pacificatore, far rispettare la legge, naturalmente un tale tipo di governo doveva salire legittimamente al potere e rispettare le leggi[…]. Se si confrontano tali esigenze e tali enunciazioni con la contemporanea politica interna del regime oligarchico fiorentino, basata sulla concentrazione del governo in poche mani, sull’esercizio del potere mediante istituzioni eccezionali quali le Balie e sulla pacificazione sociale ottenuta con una dura repressione giudiziaria, non possiamo non riscontrarvi una sostanziale concordanza di motivazioni e di realizzazioni con l’impostazione giuridico-storica del trattato colucciano [172]”. Armando Petrucci propone un’ulteriore interpretazione del testo ed aggiunge che “Forse il vero messaggio politico del vecchio Coluccio era nascosto proprio tra le righe dell’ambiguo trattato sulla tirannia, ove di “libertas” si parla tanto poco, e tanto invece di sicurezza, di pace, di concordia sociale [173]”. La tesi di quest’ultimo autore è che il Salutati, attraverso il proprio trattato, avesse l’intenzione di “ammonire” i propri governanti circa il loro comportamento politico, che stava diventando tirannico (o meglio, oligarchico). Il trattato quindi, attraverso l’esempio storico, diverrebbe una specie di “specula principum” per i potenti di Firenze. Hans Baron e Petrucci negano che il Salutati abbia potuto, pur nella sua lungimiranza, prevedere un parallelo storico in grado di fare evolvere la Repubblica di Firenze nel governo della Signoria dei Medici come la Repubblica di Roma fu trasformata nella dittatura di Cesare. I due studiosi si soffermano a sottolineare che lo scritto conteneva solo un messaggio politico. Nonostante ciò, il testo di Petrucci non dedica molte pagine al trattato politico del cancelliere fiorentino e non si può comprendere pienamente quale fosse l’opinione dell’autore nei confronti del “De Tyranno”. È possibile opporre comunque due obiezioni alle sue parole, la prima è: in base a quali motivi il trattato può essere definito ambiguo? L’ambiguità legittimerebbe esclusivamente il paragone tra la Roma Repubblicana di Cesare e la Firenze Repubblicana di Coluccio, il confronto reggerebbe però solo fino ad un certo punto, viste le notevoli differenze esistenti tra le due realtà storiche che l’umanista dà prova di conoscere. La seconda obiezione che si potrebbe rivolgere a Petrucci, riguarda il valore etico implicito nel trattato. Infatti non esiste nessuna testimonianza a riguardo, né tra i contemporanei del Salutati né tra gli studiosi che recentemente si sono interessati alla sua figura.

Inoltre, dalle pagine di Petrucci dedicate al trattato di Coluccio Salutati, scompare il nome di Antonio Dell’Aquila, destinatario principale del “De Tyranno”. Si potrebbe anche sostenere, ingenuamente, che il Salutati avrebbe potuto rispondere alla missiva dello studente patavino con una semplice lettera personale, mentre avrebbe potuto scrivere un trattato sulla tirannide e sull’omicidio di Giulio Cesare in un secondo tempo, dando quindi al testo un valore politico. Manca a nostro parere, nell’analisi di quest’autore, anche una valutazione sulla diffusione che il testo ebbe dopo la sua stesura. La comparazione tra il trattato e le lettere della cancelleria sembrerebbe dimostrare invece che, lo scopo di questo testo non fosse legato alla propaganda politica fiorentina, come sostiene il Petrucci, e nemmeno che possedesse dei precetti morali.

Certamente il Salutati, com’erede del Petrarca e come maggiore rappresentante dei letterati di Firenze, non ignorava l’ipotesi che “qualcuno” si aspettasse da lui, “una lezione di etica” specialmente in ambito politico. Trattando problemi legati alla morale politica è certo che l’umanista fiorentino avrebbe evitato il ricorso eccessivo ad esempi storici. Il cancelliere, nei confronti di Giovanni di Salisbury, citato proprio nel trattato in questione, diede un’opinione poco favorevole all’enorme numero d’aneddoti storici fatti dall’autore ecclesiastico nel suo Policraticus, i quali non dimostrarono se l’omicidio del tiranno dovesse essere sempre legittimato o se, il tirannicidio non fosse semplicemente un atto compiuto frequentemente nella storia dell’umanità. L’idea di proporre una lezione di politica e morale, basata sul delitto compiuto da Bruto e Cassio, non sembra quindi, accettabile. Si possono aggiungere ancora le testimonianze degli allievi del cancelliere toscano – ad esempio, quella legata al dialogo di Leonardo Bruni – che non denotano una particolare attenzione alla presunta posizione “filo-monarchica” assunta dal Salutati nel trattato.

Lo studio di Baron e Petrucci, che mette a confronto il “De Tyranno” con gli eventi della fine del quattordicesimo secolo, si baserebbe sulla propaganda antiviscontea della Repubblica Fiorentina, in quest’ottica il trattato assume un valore storico significativo perché, implicitamente, il tiranno sarebbe identificabile con Giangaleazzo Visconti.

Hans Baron afferma che “sappiamo che la persona allora generalmente chiamata – il tiranno – a Firenze era Giangaleazzo Visconti [174]”  e nel suo testo “La Crisi del primo Rinascimento Italiano”, appare nitido come, il titolo del trattato del “De Tyranno” sia connesso esplicitamente a quest’argomento “perciò non fu un caso che il Salutati scegliesse per la sua opera il titolo De Tyranno piuttosto di quello più ovvio di De Caesare o De Monarchia [175]”.

Il Baron rileva nel Salutati anche un atteggiamento pessimistico, negli ultimi anni della propria vita, nei confronti dell’innovazione portata dall’umanesimo verso gli autori antichi. Secondo il Baron “ogni tentativo degli storici del Trecento di oltrepassare il confine tra la simpatia tradizionale per l’Imperium Romanum e quella nuova per la Respublica Romana, si era concluso con un ritorno all’universalismo imperiale del Medioevo [176]”. L’atteggiamento “filo-monarchico” sarebbe in Salutati, l’evoluzione di una riflessione che nel tempo, avrebbe attenuato gli entusiasmi giovanili legati alla classicità tramite la riscoperta dei valori espressi nel pensiero medievale. Con queste affermazioni Baron vuole spiegare come il Salutati, nonostante molte delle sue “intuizioni” che lo proiettarono nella weltanschauung umanistica, fosse ancora un uomo saldamente legato alle proprie radici culturali medievali. Il ragionamento di quest’autore non diviene un’accusa al cancelliere fiorentino, e non si può nemmeno considerarlo come un tentativo di ridimensionamento delle opere salutatiane. Questa posizione cerca solo di inquadrare il pensiero dell’umanista toscano e le sue valutazioni sull’antichità, in un periodo in cui, le nuove generazioni di letterati tendevano a difendere – anche entusiasticamente – gli autori del passato a scapito di quelli medievali.

Baron è l’autore che per primo ha utilizzato la definizione di “umanesimo civile”, in relazione agli sviluppi culturali verificatisi nella prima parte del Quattrocento ed in particolare a quelli relativi a Firenze. La tesi di quest’autore propone un legame tra i fatti e le opere che furono stese in quel particolare periodo dagli autori che, in un modo o nell’altro, gravitavano nella zona fiorentina. Il Salutati, non appartiene ancora alla cerchia degli umanisti benché in un certo senso ne fosse il maestro (o il precursore). La tesi di Hans Baron stabilisce come data iniziale dell’Umanesimo l’anno 1402, anno in cui morì Giangaleazzo Visconti ed anno in cui Firenze acquisì la piena consapevolezza del valore di libertà. Questa teoria, che vede nella città toscana l’unico luogo in cui potesse realmente sorgere un movimento intellettuale capace di fondersi con gli interessi civili, si fonda su due piani che divengono convergenti nel momento in cui muore il tiranno lombardo; essi sono rappresentabili da: la realtà politica del Quattrocento e lo studio accurato degli antichi.

La realtà politica, nell’ultimo ventennio del Trecento – durante lo scontro tra Firenze e Milano – accelera il lavoro degli umanisti nel cercare una legittimazione politica delle ideologie dei propri stati, Firenze propone così il parallelismo tra sé e la Repubblica Romana, mentre Milano ricorda come essa fosse, nell’antichità, l’unica città a poter incoronare l’imperatore oltre a Roma [177]. Il confronto con la Repubblica Romana porterà Firenze alla consapevolezza che, solo in una città libera si può creare quell’osmosi tra piano civile ed intellettuale, e solo nell’ampia partecipazione alla vita politica si può indurre il cittadino a non essere succube delle scelte di un tiranno. La resistenza della città toscana, dopo che le alleate italiane soccombono, assieme agli aiuti stranieri – vedi eserciti francesi o la missione di Roberto il Palatinato – è la base su cui creare una nuova mentalità. Con la morte improvvisa di Giangaleazzo, Firenze acquisisce la consapevolezza e il ruolo, d’essere l’unica realtà della penisola a poter difendere non solo i propri diritti ma anche quelli altrui.

Hans Baron nota perciò che, a partire dal 1402, l’ideale di vita attiva riesce finalmente ad allontanare quello di vita contemplativa e nel farlo, l’uomo, si allontana anche da quella visione teologica che aveva caratterizzato tutto il Medioevo, vita politica compresa.

Le opinioni del Baron trovano il fondamento anche in uno straordinario legame che egli riesce a creare tra le opere degli umanisti, e per farlo è disposto a cambiare alcune date di “pubblicazione” delle stesse, avvicinando o allontanando così alcuni dei personaggi come il Vergerio, il Salutati, il Bruni e via dicendo. In modo tale, la sua teoria che propone una Firenze al centro della cultura italiana, riesce a dare una profondità notevole a carteggi ed incontri che si sono verificati tra gli stessi umanisti, un esempio riguarda proprio il trattato sulla tirannide di Coluccio Salutati: “come il Petrarca aveva rimproverato Cicerone […], così ora il Salutati si rivolge a Cicerone per accusarlo di aver sbagliato anche dal punto di vista della vera filosofia politica. Questa vera filosofia politica è molto vicina a quella professata dal Conversino, e poiché questi aveva soggiornato a Firenze nei primi mesi del 1400 e in tale occasione aveva avuto conversazioni col Salutati su argomenti letterari, è assai probabile che alcune di quelle idee che si rinvengono negli scritti del Conversino fossero state personalmente discusse allora fra il Salutati, ancora intento alla stesura del De Tyranno (scritto nella seconda metà del 1400), e il suo amico settentrionale che avrebbe composto la Dragmalogia solo quattro anni più tardi [178]”. La Dragmalogia di Giovanni Conversino da Ravenna (1343-1408), è un’opera che confronta il governo tirannico con il governo repubblicano – in base alle esperienze dell’autore – il quale afferma che il governo tirannico è superiore a quello repubblicano, poiché i governi repubblicani sono gestiti da mercanti i cui interessi non riguardano il mondo culturale bensì i guadagni economici ed inoltre, i tiranni, volendo lasciare in eredità ai propri posteri i loro averi, tendono ad arricchire le proprie città con delle strutture che non siano semplicemente funzionali ma che possiedano anche un valore estetico. 

Dalle letture che si possono fare sui testi degli umanisti si evince che sicuramente tra loro vi era un legame intellettuale, forse dalle loro discussioni nasceva anche l’esigenza di approfondire alcuni temi e di eseguire delle ricerche specifiche ma, è difficile dire che vi fosse, come vorrebbe dimostrare il Baron, un legame che si trasforma in una “genealogia” delle opere. Affermare che il Salutati parla con Conversino di tirannide e repubbliche e poi che scriva nel “De Tyranno” che la monarchia sia la migliore forma di governo per gestire una comunità - nell’anno 1400, e che dai discorsi di quattro anni prima, dalle proprie esperienze e da un carteggio col cancelliere fiorentino il Conversino scriva che la tirannide è superiore alla repubblica nel 1404, sembra improbabile. Il legame che unisce gli umanisti, si riferisce forse di più alle loro ricerche sugli antichi manoscritti ed ai confronti sugli autori romani o greci. L’influenza reciproca sui problemi a loro contemporanei, soprattutto nell’ambito politico, sono difficili da provare, lo stesso Baron per supportare la propria tesi è costretto ad ammettere che le date di alcuni scritti quattrocenteschi dovrebbero essere cambiate. Con ciò, non si vuole confutare l’opinione dell’autore americano, ma si cerca solo di capire se il testo di Coluccio avesse realmente avuto una qualche ambizione politica tale da influenzare gli ambienti intellettuali italiani.

Il trattato di Coluccio Salutati diviene estremamente complesso se si cerca di spiegarlo in chiave storica ed il Baron giunge a due successive conclusioni che costringono l’autore ad affermare che “il trattato De Tyranno fu scritto col proposito di rendere un servizio patriottico a Firenze, salvando la più preziosa eredità culturale della città, la tradizione scaturita dal maggior monumento di lingua e letteratura fiorentina. La Divina Commedia [179]”, se così fosse, perché sarebbe stata interrotta la lettura pubblica del testo dantesco dopo la morte di Boccaccio? Ed infine, e così conclude il Baron, inaspettatamente, facendo un confronto con altri autori ed opere di inizio Quattrocento “il trattato è stato troppo spesso sopravvalutato [180]”.

La valutazione sull’opera politica di Salutati si riferisce al paragone della stessa con quelle immediatamente successive dei primi umanisti. Il “De Tyranno”, per quanto possa essere un testo molto “innovativo” rispetto agli scritti medievali o di fine Trecento, poiché contiene dei valutazioni critiche sulla Storia della Repubblica Romana e un ottimo utilizzo delle fonti, esso risente di quei due giudizi (la monarchia e l’intervento divino nello scontro Pompeo-Cesare) che secondo il Baron non rendono ancora “umanistico” il trattato.

Se sulla monarchia, l’influenza del modello divino non scompare immediatamente dopo il 1402, come lo stesso Baron è costretto a notare, il coinvolgimento divino nello scontro tra Pompeo e Cesare rimane comunque presente. Coluccio infatti scrive “ora, poiché i cittadini, divisi in due fazioni, vollero combattendo, decidere chi mai dovesse avere il dominio, avvenne per disegno divino che Cesare rimanesse vincitore [181]”.

Con questo ragionamento Baron pone Coluccio tra gli autori medievali ma, quello che ad Hans Baron è sfuggito, è proprio la valutazione politica che lui stesso avrebbe potuto dare al trattato, ponendo così in rilievo quel suo tentativo di dimostrare che le opere scritte dai primi umanisti contenevano anche dei significati politici inerenti alla realtà in cui vivevano. Baron cercava in Vergerio, che visse a Padova tra il 1390 e il 1405 e che soggiornò a Firenze per studiare greco col Bruni dal maestro Crisolora, e in Giovanni Conversino da Ravenna, pure lui abitante di Padova ma a Firenze nell’anno 1400, una connessione letteraria con il Salutati. Se Coluccio però chiese loro notizie su Padova e sull’avvento del nuovo tiranno (Giangaleazzo Visconti), non fu per scrivere un trattato anonimo (vista la sua diffusione nell’ambito di un gruppo di amici) ma per inviare la risposta e le sue riflessioni al destinatario della missiva che chiedeva informazioni sui versi danteschi: Antonio Dell’Aquila. Coluccio Salutati avrebbe potuto scrivere ad Antonio Dell’Aquila un trattato in cui avrebbe espresso il proprio pensiero sulla tirannia viscontea. Nell’ambito delle ipotesi si potrebbe sostenere che il tiranno sia Giangaleazzo Visconti (come sostengono Baron e Petrucci), che sogna di conquistare l’Italia Settentrionale per costituire un regno, ma si sarebbe poi comportato da re o da tiranno? Sarebbe stato un nuovo Cesare o meno? Dal trattato, il paragone Giangaleazzo-Cesare non lascia dubbi sulle notevoli differenze tra il condottiero romano e il despota lombardo, poiché il Visconti era un tiranno, ma allora come comportarsi, bisognava ribellarsi a costui? Padova, fu prima dell’avvento del Visconti la Signoria dei Carraresi, anche loro – secondo il Baron – una famiglia di tiranni, ed allora il consiglio del Salutati al giovane studente padovano sarebbe stato quello di non ribellarsi, poiché il gesto sarebbe risultato molto pericoloso per il popolo padovano. Se questa ipotesi fosse plausibile, sarebbe presente in Coluccio Salutati quel legame che il Baron voleva nelle opere degli umanisti civili, ossia un testo con dei significati inerenti la contemporaneità in cui fu scritto.

b) Le considerazioni di Daniela De Rosa

Daniela De Rosa, non accetta la tesi di un trattato in funzione del periodo in cui fu scritto: è vero che Coluccio Salutati considerava Giangaleazzo Visconti un tiranno ex defectu tituli, perché il titolo di duca era stato comprato da Venceslao di Boemia e l’ascesa di Giangaleazzo era collegata alla morte dello zio Bernabò, a lui imputabile. Il Visconti era poi anche un tiranno ex parte exercitii, poiché il suo comportamento era crudele, dispotico e non conforme alle leggi; e su questi punti era stata costruita la propaganda fiorentina, ma ciò non basterebbe per affermare il rapporto che intercorre tra il trattato e gli avvenimenti che vedevano protagonisti i governi di Milano e di Firenze. Per ribadire la mancanza di un collegamento tra il “De Tyranno” e i fatti che ruotavano intorno al conflitto tra Repubblica Fiorentina e il Ducato di Milano, l’autrice sostiene che l’esempio di Cesare non sarebbe idoneo a rappresentare lo scontro tra i due Stati Italiani perché “non si trattava di un dissidio civile, come nel caso di Roma antica, che avrebbe potuto distruggere dall’interno le strutture della repubblica [182]”, infatti il Ducato di Milano e la Repubblica Fiorentina erano due Stati opposti.

La conclusione della De Rosa, è la riduzione del trattato a semplice difesa di Dante: “Il De Tyranno fu scritto per rivendicare la giustizia della condanna inflitta da Dante a Bruto e a Cassio [183]”, evitando così quelle forzature che nel ventesimo secolo avevano condotto alcuni autori a distorcere il significato originale del testo.

Molto probabilmente, il trattato voleva semplicemente rispondere alla domanda dello studente patavino Antonio Dell’Aquila ma, la risposta non poteva essere diretta perché Coluccio sapeva che il termine “tiranno” doveva trovare una definizione che fosse accettata dalla comunità intellettuale del nuovo secolo. Conscio di dover e voler svolgere un compito così arduo, decise perciò di approfondire i temi storici legati alla figura di Giulio Cesare e nel farlo era persino pronto a criticare le posizioni assunte da Cicerone, che grazie alla propria ambiguità nel giudicare il grande condottiero romano, diveniva egli stesso, maestro d’eloquenza, punto debole del discorso. Rimane difficile proporre un paragone tra la Roma di Giulio Cesare e la Firenze di Coluccio Salutati, e non è meno complicato supporre che il trattato sia la rivendicazione della superiorità del potere monarchico su quello repubblicano. Questa visione del “De Tyranno”, si basa sullo scontro che alla fine del Trecento opponeva il Ducato di Milano alla Repubblica Fiorentina, e che vedeva nel Salutati l’icona del difensore degli ideali repubblicani. La Repubblica però, nel periodo di maggiore pericolo chiese aiuto a Roberto il Palatinato, che scese giù in Italia ma che perse lo scontro con Giangaleazzo Visconti, è difficile quindi per la De Rosa affermare che esistesse “una lotta fra il principio repubblicano e quello monarchico […], quando la Repubblica sperava di essere salvata dal monarca universale ed era alleata coi principali principi della penisola [184]”.

La De Rosa sostiene che “contrariamente a molte opere, il De Tyranno voleva essere soltanto un’indagine storica a sostegno di Dante, senza alcun diretto scopo politico o implicazione ideologica, seppure non in contrasto con gli immediati interessi di Firenze in quel periodo [185]”.

c) Le opinioni di Ronald Witt

Dopo aver accettato le definizioni di tirannide proposte da Coluccio Salutati, Ronald Witt si chiede se veramente il cancelliere fiorentino, potesse giustificare la dittatura di Giulio Cesare. La posizione di Witt sorge dal confronto che il Salutati fa all’interno del trattato tra Pompeo e Cesare, dal quale emergerebbe che entrambi possedevano le stesse possibilità di vittoria, e l’umanista cita a tal proposito, proprio la frase di Lucano “chi impugni l’armi con maggior ragione non ci è dato sapere [186]” e subito dopo continua “poiché i cittadini, divisi in due fazioni, vollero, combattendo, decidere chi mai dovesse avere il dominio, avvenne per disegno divino che Cesare rimanesse vincitore [187]”. Allontanandosi dall’interpretazione che diversi autori del Novecento hanno proposto, sul fatto che l’intervento divino ponga sul trattato una visione tipicamente medievale piuttosto che umanistica, Ronald Witt, cerca la coerenza all’interno del pensiero “salutatiano”. Da questo punto di vista emergerebbe che dalla guerra civile ne uscì un unico vincitore, che con l’utilizzo della forza s’impose. Solo dopo la guerra e l’uso della forza Cesare ebbe una legittimazione popolare, ed il cancelliere lo attesta con le parole di Floro “volle quindi la gratitudine dei cittadini che in un unico principe si riunissero tutti gli onori [188]”. La giustificazione storica degli eventi che portarono Cesare al successo è già stata commentata dal cancelliere nel corso del trattato, così come la linea politica attribuita ad Augusto ed al suo “volere re-instaurare la Repubblica Romana”. C’è in questa visione del Cesare che sale al potere e che legittima il proprio ruolo attraverso il consenso popolare, un paragone implicito coi metodi attraverso i quali, i Signori potevano legittimare nel Trecento, la loro posizione, eppure il paragone sembra essere insoddisfacente. In realtà per il Salutati, secondo le parole di Witt, fu il desiderio di porre fine alle guerre civili che consentì al Senato e al popolo di scegliere Cesare quale condottiero di Roma, è il Cesare padre della patria e portatore di pace, è il Cesare che perdona gli avversari ad essere eletto dai romani come loro dittatore.

La dittatura di Cesare, già all’epoca dei fatti creò non poche polemiche, effettivamente Giulio Cesare divenne dittatore per mezzo del pretore Marco Lepido. “Il dittatore doveva essere designato, secondo le norme vigenti, da un console: ma nel 49 entrambi i consoli, Gaio Claudio Marcello e Cornelio Lentulo Crure, sono fuggiti, con Pompeo, dall’Italia. Di qui la necessità di una nuova legge che consenta al magistrato più alto in grado dopo i consoli, cioè al pretore, di procedere alla designazione di un dictator. Lepido […] eletto alla pretura nell’anno precedente […] ha dato a Cesare una veste legale [189]”, restava dubbia per alcuni, tra cui Cicerone, la procedura seguita da Lepido, poiché egli aveva agito in assenza di poteri dello Stato a lui superiori.

Coluccio Salutati non aveva chiaramente tutte le conoscenze odierne sul periodo specifico in cui Cesare salì al potere, rimane il fatto che, anche se il trattato fosse solo una difesa di Dante, “it can be said that the De tyranno is a literary work designed as a defence of the reputation of immortal Dante[190]” la stessa figura di Cesare, e la sua condotta politica sarebbero legittimate.

Ronald Witt è consapevole del valore “propagandistico” di Dante, il quale rappresenta una parte molto importante della cultura fiorentina di fine Trecento ed inizio Quattrocento che è giusto salvaguardare. La domanda che si pone quest’autore riguarda però l’estrema posizione a cui è costretto il Salutati per “proteggere” l’eredità dantesca, la difesa di Dante è divenuta, nel caso specifico la difesa di Cesare, che implicitamente è divenuta la difesa di quello, che nel corso del Trecento, era considerato un tiranno. Il Salutati riesce a dimostrare che Cesare non fu un tiranno, ma un ottimo principe, tale conclusione porta il cancelliere fiorentino ad un’altra posizione estrema, quella che esalta la monarchia. Attraverso tali ragionamenti si ritorna al dubbio iniziale, perché il Salutati avrebbe dovuto difendere la monarchia quando per anni è stato un fervente sostenitore della libertà e del regime repubblicano? Solo per salvare Dante? “How is this contradiction to be explained? [191]

La risposta che il Witt propone a tali quesiti è che, il Salutati stava semplicemente agendo come un oratore, che esponendo le proprie teorie, cercava la legittimazione delle proprie affermazioni attraverso il consenso del lettore, senza badare alla correttezza e alla veridicità del discorso che esponeva.

Ronald Witt, riferendosi a pratiche ed esercizi tipici delle discussioni dei primi umanisti, asserisce che il Salutati, naturalmente, non ha mai agito da persona ambigua nel corso della propria carriera presso la cancelleria fiorentina, egli riusciva però ad argomentare il discorso secondo la direzione voluta. Questo era possibile perché, il cancelliere possedeva diverse “notions of the meaning of liberty and by contrast of tyranny [192]”.

Il pensiero di Witt si può concludere con le sue parole “What I’m suggesting is that certain monarchical sentiments and ideas were always alive in Salutati’s mind. Under proper conditions these tendencies could result in a basically honest dfense of monarchy, especially in a case where Salutati’s was engaged in an argument which for him had no reference to contemporary political life. In the case of De Tyranno Salutati’s essential sincerity can be shown by the fact that in the year or so just preceding its composition the influence of Dante on him was at its highest and the world vision of the Florentine poet reinforced in Salutati certain intellectual tendencies which had always been present but in more moderate form [193]”.

La filosofia del Tiranno

La tirannia è una forma di governo che trova le proprie origini presso la Grecia Antica, e tiranno era colui il quale acquisiva il potere da chi lo deteneva legittimamente. Il comportamento e l’esercizio dell’autorità che costui aveva nei confronti della comunità era irrilevante al fine di stabilire se ci si trovasse o no, di fronte ad un tiranno, si ebbero così, nella Storia dell’Antica Grecia, “tiranni buoni” (Pisistrato ad Atene ad es.) e “tiranni cattivi” (come Dioniso di Siracusa). In origine, la tirannide possedeva quindi solo un valore giuridico, quello cioè di una monarchia incostituzionale. Con Platone ed Aristotele però, il termine tiranno assume un nuovo valore, esso si riferirà al governante che regnerà in maniera dispotica ed autocratica, cercando di fare i propri interessi a scapito di quelli della comunità su cui governa, la nuova definizione di tiranno acquisisce un valore morale e politico più che giuridico.

Nei secoli successivi tale definizione sarà ripresa da autori diversi senza particolari variazioni, lasciando intendere, anche nel corso del Medioevo che il tiranno, è soprattutto morale più che politico. Così lo vedrà anche Gregorio Magno (540-604) che portando agli estremi il “lato oscuro” del tiranno, finirà col sostenere che è atto tirannico anche il solo pensare/desiderare cose malvagie.

Nell’Alto Medioevo la discussione inerente alla tirannia si era concentrata soprattutto sui valori morali negativi attribuibili al tiranno e al suo comportamento, distogliendo l’attenzione da quella che era la divisione posta da Aristotele alle tre forme di governo ed alle loro degenerazioni: monarchia-tirannia; aristocrazia-oligarchia; democrazia-demagogia.

La riscoperta di Aristotele porta con sé il ripristino di quei rapporti tra le forme di governo che il filosofo greco aveva sostenuto, e così nel Basso Medioevo autori come Tommaso D’Aquino, Egidio Colonna, Marsilio da Padova, potranno parlare nuovamente di governo monarchico in antitesi al governo tirannico, ed estendendo il concetto, in antitesi, a qualsiasi forma di governo dove governasse un sol uomo. Nonostante tutto, l’aspetto morale che si lega alla figura del tiranno è ancora forte.

Tommaso D’Aquino nell’esporre la propria teoria “distinse tra il tiranno che è tale perché non ha titolo (absque titulo), e quello che lo è per il modo in cui esercita il comando (quoad exercitum) [194]

Il modo di valutare il carattere tirannico del potere espresso da Tommaso – tirannide come inordinato amore del potere, vuoi per l’indebito acquisto vuoi per l’esercizio perverso -, tradotto in formula giuridica, coincide con la distinzione bartoliana tra tirannide manifesta ex defectu tituli ed ex parte exercitii. La distinzione bartoliana – la cui importanza deve essere ricercata non tanto in una sua originalità, quanto piuttosto nella sua caratteristica di formula, di tentativo (riuscito) di sistemazione giuridica – nasce dunque su un territorio consolidato[195]

Con Bartolo da Sassoferrato, la distinzione tra tiranno ex defectu tituli e tra tiranno ex parte exercitii, evidenzia il valore giuridico della forma con cui s’instaura presso un popolo, la tirannide. Questa distinzione, per Bartolo, non rappresenta due forme di tirannia bensì due modi di essere tiranno, poiché nel Trecento il tiranno si oppone sempre al governo del monarca, ma lo fa seguendo due modalità appunto, quella ex defectu tituli o quella ex parte exercitii. La posizione di Bartolo, permette l’emancipazione della teoria della tirannide dal piano teologico a quello giuridico.

La nascita di nuove forme istituzionali di governo, quali la Signoria, il Ducato eccetera, era soggetta a quel tipo di degenerazione politica che portava il governante legittimo a divenire tiranno.

Diego Quaglioni sottolinea come, nel corso del Trecento, “Tiranno, tirannide (siano) nomi polemicamente rinati in funzione anti-signorile [196]”.

Nella riflessione dei giuristi italiani (ma non solo) il tiranno è un elemento di turbamento dello specifico ordine politico-giuridico dell’impero o del regno, una stortura nelle strutture di potere dell’edificio politico: il discorso perciò si concentra soprattutto sui tiranni che si collocano ai livelli intermedi o inferiori della gerarchia politica e che si rendono colpevoli del crimine di lesa maestà[197]”.

Per quanto sia simile alla teoria bartoliana, la posizione di Coluccio Salutati è diversa, e si avvicina di più alla visione politica del Tommaso D’Aquino del De Regimine Principum. La ripresa del concetto di tirannia ex defectu tituli ed ex parte exercitii appartiene sicuramente al pensiero politico del Trecento, ed è difficile stabilire chi abbia sviluppato tale formula, ma se Bartolo riesce ad inserirla nel contesto giuridico, la stessa formula, nelle parole del Salutati e nel successivo dialogo del Bruni, dove viene citato il trattato del “De Tyranno” – in cui essa compare – dimostrano come tale concetto si fosse imposto a “livello civile”. Le vedute del Salutati sono vicine a quelle dell’Aquinate, anche nell’ambito del tirannicidio, San Tommaso infatti sconsigliava l’insurrezione armata, se la tirannide non arrivava ad eccessi era meglio non insorgere contro il governo [198]. San Tommaso non ritiene lecito il tirannicidio[199], Salutati invece lo ritiene lecito solo se è un’autorità superiore ad imporlo e non il sentimento del singolo o del popolo, sciolto dai vincoli della legge.

Con Coluccio Salutati, la definizione di tiranno e le modalità con cui si impone il despota alla comunità, dimostrano come la diffusione di una teoria - alla cui base vi era la visione politica di Tommaso, si sia legittimata, perdendo quel significato teologico, in una proposizione giuridica ad opera di Bartolo da Sassoferrato e come essa sia divenuta parte integrante della società italiana alla fine del quattordicesimo secolo.

Il fatto che la teoria del tiranno ex defectu tituli ed ex parte exercitii, riproposta da Coluccio Salutati, venga data per scontata al lettore del “De Tyranno” e che, un anno dopo il Bruni non critichi il testo del cancelliere fiorentino, ci dà la dimensione di come il mondo intellettuale si sia ormai fuso col mondo civile.

Conclusioni

Alcuni autori, tra i quali Ronald Witt, sostengono che il “De Tyranno” di Coluccio Salutati sia un’opera squisitamente letteraria [200], poiché essa, altro non sarebbe se non una difesa di Dante Alighieri e della Divina Commedia. Altri studiosi, come il Baron e Petrucci, pongono il trattato in stretta relazione agli eventi storici di fine quattordicesimo secolo. Tali posizioni non si escludono a vicenda, anzi, il giudizio della De Rosa per esempio, tende ad unificare le teorie dei primi coi secondi, alla ricerca di una soluzione che possa eliminare le incongruenze delle posizioni sopraccitate se messe a confronto. 

In queste valutazioni però è assente, o meglio non compare mai in primo piano, il problema riguardante “che cosa sia la Legge per Coluccio Salutati” e quale valore essa abbia per l’umanista all’interno di una comunità politica.

Il caso della tirannia permette a Salutati di riproporre la stretta relazione tra libertà e il rispetto della legge, perché nonostante la durezza della legge, la vera libertà consiste proprio nel vivere sotto il diritto e sotto le leggi [201]”.

Ciò che rimane da chiarire in Coluccio, è quale sia la Legge che permetterebbe alla comunità di perseguire il bene comune. Se la Legge è quella dell’Impero, laddove questo è ancora presente, oppure se essa è rappresentata dalla volontà del popolo, ove l’impero non c’è, quest’ultima sarebbe comunque una Legge Umana. La Legge può essere però anche quella Morale, che impedisce di uccidere il tiranno ex defectu tituli, mentre accetta l’uccisione di chi è ex parte exercitii, perchè questi viola col proprio comportamento la Legge di Dio. 

Salutati resta in un ambito politico preferendo la Legge Umana, che diviene per lui vincolo al quale attenersi. In ciò si distingue chiaramente dalla teorizzazione di S. Tommaso. Il richiamo alla Legge Morale gli appare allora temibile, infatti, quale sarà l’interpretazione corretta della moralità? Il caso di Bruto e Cassio sembra allora emblematico, agirono essi in funzione del bene pubblico o la loro fu la scelta del singolo che si ribella al governante? Qual è il parametro per giudicare il comportamento immorale e come agire quando qualcuno violi tale parametro?

È un problema di certezza della Legge che sembra sorgere in Salutati di fronte agli incerti giudizi morali sul tema del tirannicidio. Ma c’è di più: il timore per l’instabilità che succede nei casi di uccisione del tiranno, se non è legittimato da una Legge Umana, provoca ancora più danni di quanti ne vorrebbe evitare, chi avrà infatti l’autorità per ristabilire la moralità negata dal tiranno?

Storicamente, siamo in una fase in cui la disgregazione dell’Impero comincia a dar origine agli stati e con loro ad un nuovo modo di intendere la legge, essa diverrà qualcosa di positivo, espressione della volontà del sovrano.

Senza dubbio Coluccio mostra di accettare l’istituzione monarchica in quanto il re, fornito di autorità grandissima su tutti gli altri, è in grado di mantenere la convivenza fra i sudditi facendo rispettare la legge [202]”.

È ancora prematuro forse il tempo per questa nuova concezione di Legge, ma certo Salutati percepisce l’inadeguatezza del suo significato medievale, troppo impregnato dal richiamo dell’assoluto morale.

Già nel De Nobilitate Legum et Medicinae[203], il Salutati si era espresso in favore dell’uso della Legge dimostrando come essa fosse universale nel suo agire; infatti la Legge non fa il bene del singolo, non cura il singolo – a differenza della medicina che curerebbe anche il tiranno – ma agisce sull’intera società, punendo chi non la rispetta e salvaguardando i diritti della collettività.

Mi sembra quindi che questa sua decisa flessione verso l’istituto monarchico, possa leggersi non come un ritorno al passato ma, piuttosto, come un precorrimento del futuro, diversamente dall’opinione di alcuni pur autorevoli critici.

La figura del Salutati che emerge dalla riflessione sul trattato del “De Tyranno”, ci dimostra come lo sviluppo filosofico dell’argomento Tirannia fosse sentito con particolare attenzione nel contesto storico tardo medievale italiano. La posizione di Coluccio, oltre a riprendere e a discutere le valutazioni di autori quali Gregorio Magno, Giovanni di Salisbury e Tommaso D’Aquino, le amplia inserendo nuovi punti di vista, come aveva già fatto prima di lui, l’altro autore trecentesco Bartolo da Sassoferrato. Si può affermare che, il giudizio esposto da Coluccio Salutati nel De Tyranno, pone il concetto di tirannide in stretta relazione con quello di Legge, e da questo rapporto emerge la limitatezza della libertà all’interno di una collettività. La Legge, infatti, tutela tanto il singolo cittadino quanto la comunità.  Pur accettando le diverse forme di governo presenti nella realtà europea del Trecento, il Salutati ritiene che la monarchia rappresenti la forma più vicina alla realizzazione del bene comune nei confronti della collettività.    

APPENDICI

L’appendice vuole essere uno strumento integrativo del testo, ed ha una duplice funzione: la prima è quella di illustrare al lettore alcuni eventi o personaggi storici importanti, che hanno fatto parte della vita di Coluccio Salutati e che non potevano essere trattati durante la stesura della tesi. Essi, per la loro rilevanza però, non potevano nemmeno essere trascurati. Il secondo fattore, che si lega al primo, è la scelta di non interrompere la lettura con una serie innumerevole di note al testo.

Le appendici non avranno ulteriori note, le fonti utilizzate sono le stesse della bibliografia, vi si aggiunge solo il “Dizionario Biografico degli Italiani” nella totalità dei volumi finora stampati. Nel caso in cui fosse stato utilizzato un solo testo, tale testo verrà specificato, verranno menzionati (se utilizzati) dizionari ed enciclopedie che non compaiono nella bibliografia, perché inerenti solo al contesto dell’appendice.

Appendice A

La Guerra degli Otto Santi (1375-1378)

La situazione che precede la Guerra degli Otto Santi vede i parenti Amedeo VI di Savoia (1334-1383) detto il Conte Verde e Bernabò Visconti (1319-1385) Signore di Milano, in lotta per la conquista di Asti. La Chiesa, che vede nei Visconti e nella loro espansione nel nord Italia una minaccia, si allea con il Regno di Napoli che reclama nel piemontese i propri territori angioini. Il Regno di Napoli si affida perciò ad Ottone di Brunswick. Ottone di Brunswick si allea poi con Amedeo VI per conquistare Asti.

Nel 1372 Giovanni Acuto (1320-1394) lascia Milano per allearsi al papa.

Giovanni Acuto, assieme al cardinale Roberto di Ginevra, a Niccolò D’Este, ad Amedeo VI di Savoia e con l’aiuto delle truppe del Regno di Napoli formò la Lega Italica. Il papa occupò quindi le terre angioine piemontesi per il Regno di Napoli.

Amedeo VI però, non contento delle proprie sorti si alleò Bernabò Visconti, a cui diede Asti, da tale alleanza riuscì ad ottenere le terre del Monferrato.

Firenze, città molto ricca dove fioriscono le banche, non si allea contro Milano e la Chiesa, senza i soldi della città toscana, inizia a fare debiti.

Una carestia a cavallo del 1374-1375 blocca le esportazioni di provviste alimentari (in particolare del grano) dalla Romagna ai territori della Repubblica di Firenze. Questo episodio coinvolge il cardinale legato a Perugia Pietro Noellet e verrà ripreso nella propaganda politica del Salutati come dimostrazione di comportamento scorretto da parte dei legati francesi in Italia. Noellet si giustificherà dicendo che la carestia colpiva anche i territori della Chiesa, dove il grano fu utilizzato per salvare anche le fasce più povere della popolazione.

Nell’estate del 1375 scoppia la Guerra degli Otto Santi. La guerra prende il nome dalla magistratura che si instaura a Firenze: gli Otto della Guerra. Bisogna ricordare che in caso di necessità, il governo di Firenze poteva istituire una magistratura speciale che si interessasse del “problema” in questione. La trasformazione del nome “Otto della Guerra” in “Otto Santi” può avere due origini: il primo sembra essere di tipo mistico, poiché la guerra era rivolta contro il clero francese della Chiesa, quindi, in segno di devozione per i propri governanti, i fiorentini avrebbero dato questo soprannome alla magistratura; il secondo motivo sarebbe invece sarcastico, poiché il soprannome alla magistratura fiorentina lo avrebbero dato proprio gli uomini della Chiesa. I testi consultati o non forniscono la spiegazione o ne danno una escludendo l’altra. Personalmente credo che, gli avversi di Firenze diedero tale soprannome per sbeffeggiare i nemici e tale soprannome fu riutilizzato dai fiorentini in chiave mistica.

Coluccio Salutati inizia la sua propaganda inneggiando i destinatari delle missive a lottare in favore di quegli antichi valori, tra cui quello della Libertà. Si legano a questo spirito del “noi combattiamo per difendere la nostra libertà” anche Pisa e Lucca.

La Francia interviene in soccorso del pontefice inviando in Italia 4000 cavalieri e 6000 fanti. Questo fatto alimenta ancor di più lo “spirito nazionale italiano”. Firenze si allea con Milano. Milano conquista la Romagna.

Nel giugno del 1375 i mercenari di Giovanni Acuto sconfinano nei territori toscani.

Il 27 giugno 1375, Caterina da Siena scrive una lettera a Giovanni Acuto, per chiedergli di lasciare l’Italia e partire per una crociata.

Firenze per fermare l’Acuto e le sue incursioni sborsa 130.000 fiorini.

Sempre nel 1375 Giovanni Acuto saccheggia Faenza e Cesena.

La propaganda di Coluccio Salutati ottiene un enorme successo, si ribellano al pontefice Romagna, Anconetano, Civitavecchia, Viterbo e le città minori del Lazio.

Nel 1376 Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli, sposa Ottone di Brunswick.

Il 4 gennaio 1376 Coluccio Salutati incita Roma alla rivolta (Lettera ai Romani).

Il 19 marzo 1376 Bologna si ribella a Gregorio XI

Il 31 marzo 1376, lo Stato Pontificio scomunica e dà l’interdetto a Firenze. Uno dei motivi che portano il papato a questa scelta è sicuramente la propaganda aggressiva di Salutati. L’immediata conseguenza di questo provvedimento è l’espulsione di 600 mercanti e banchieri dalla Francia e dalla Provenza. Francia ed Inghilterra, coinvolte nella Guerra dei Cent’anni (1339-1453), danno vita a quella che sarà definita la “Rapina Benedettina”, che consisteva nel confiscare tutti i beni fiorentini.

Il 13 settembre 1376 Gregorio XI lasciò Avignone per tornare a Roma, consigliato da Santa Caterina da Siena, il 15 dicembre dopo un terribile viaggio il papa giunse a Corneto.

Il 14 gennaio 1377 Gregorio XI sbarcò ad Ostia ed il 17 dello stesso mese fu nella capitale.

Il 1 febbraio 1377 ci fu il massacro di Cesena, ad opera dei bretoni dopo aver ricevuto l’ordine di agire dal cardinale Roberto di Ginevra. Ci furono 8000 vittime, oltre che saccheggi e violenze che provocarono l’indignazione dell’Italia intera.

Nell’aprile del 1377 Firenze compra i servigi di Giovanni Acuto, il quale, dopo il massacro di Cesena aveva deciso di cambiare bandiera. Il capitano fiorentino Rodolfo da Varano passa al servizio del papa e va a comandare i bretoni che gravitavano ancora intorno a Cesena.

In luglio Bologna tratta la pace, seguita da numerose altre città (tra cui Pisa e Siena), ma anche i Visconti decidono di concludere la loro parte nel conflitto, solo Firenze resiste.

Nel marzo del 1378 Firenze cede ed inizia le trattative di pace.

Il 27 marzo 1378 papa Gregorio XI improvvisamente morì.

Il 28 marzo 1378 Urbano VI (papa dal 1378 al 1389) concorda la pace coi fiorentini, ed infligge loro un’ammenda di 350.000 (altri testi sostengono 250.000) fiorini da pagare a Roma.

Appendice B

La definizione di Arti è tratta da: Dizionario del Medioevo di Barbero, Frugoni, Ed. Laterza 1994

Corporazione: le corporazioni, che nel Medioevo si chiamavano piuttosto Arti o Mestieri, o nei paesi germanici Gilde, rappresentano la forma di organizzazione del lavoro più consueta nelle città dell’Europa occidentale, a partire dalla prima età comunale e fino a tutto l’Antico Regime; non si tratta dunque di un fenomeno tipicamente medievale, anche se i primi secoli della loro esistenza sono di solito i più studiati. La corporazione è in sostanza l’associazione di tutti coloro che in una data città esercitano lo stesso commercio o lo stesso mestiere; ma non s’intende d’apprendisti e salariati, i quali non hanno alcuna parte nell’organizzazione corporativa, bensì solamente dei padroni. La corporazione è soggetta al controllo dell’autorità politica, sia quella del comune o del principe, ma è a sua volta incaricata di regolamentare l’esercizio del traffico, del commercio o del mestiere, in condizioni di monopolio; vale a dire che nessuno, senza essere iscritto all’Arte, può esercitare un’attività. La corporazione stabilisce in piena autonomia prezzi, salari e condizioni di lavoro, consentendo a mercanti ed artigiani sia di escludere la concorrenza forestiera, sia di sfruttare come meglio credono la manodopera, cui è negato il diritto di associazione e di sciopero. Non tutte le corporazioni, evidentemente, hanno eguale prestigio; quelle che riuniscono lanaioli, mercanti, banchieri, giudici, notai (conosciute a Firenze come Arti Maggiori) hanno maggior peso rispetto a quelle dei mestieri artigianali (Arti Minori). In alcuni casi, fra cui quello fiorentino è il più studiato, le corporazioni e in particolare le Arti Maggiori sono integrate nell’organizzazione amministrativa del Comune, e fra il Due e Trecento giungono almeno teoricamente a dominarlo, nominando direttamente i massimi magistrati cittadini; un esito che sancisce il predominio dei più ricchi mercanti e uomini d’affari, col consenso della maggioranza dei negozianti e artigiani, a scapito tanto dell’aristocrazia militare quanto del proletariato urbano. In seguito il venir meno delle libertà urbane metterà fine al ruolo politico delle corporazioni, che tuttavia continueranno ancora per secoli, in Italia come altrove, a regolamentare la vita economica del mondo urbano.

BIBLIOGRAFIA

La bibliografia non comprende tutti i dizionari o le enciclopedie che sono stati usati nel corso del lavoro svolto, ma solo quelli che, all’interno della tesi, hanno avuto una particolare importanza.

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SITI INTERNET

I siti internet usati hanno sempre una bibliografia di riferimento.

www.sardimpex.com/Visconti/viscontiducali/html questo sito fa capo al sito www.sardimpex.com che tratta delle “Genealogie delle Dinastie Nobili Italiane” ed è curato da D. Shamà e da A. Dominaci Battelli, il sito contiene anche una Bibliografia dei testi usati.

www.valdesiascuole.it/crosior/1medioevo/comune_firenze/html per una cronologia riguardante “L’evoluzione del comune di Firenze nel medioevo”

www.melegnano.net/storia/pagina004sf.html sito riguardante la famiglia e l’albero genealogico dei Visconti

www.unifi.it/_RM/iper/informatio/pagine/less01.html 

www.lastoria.org/definizioni/tirannide.html

 

Note

_________________________

 

[1] Molti testi, anche quelli stampati più recentemente, propongono come data di nascita per Coluccio Salutati l’anno 1331, tale data è riconducibile agli studi del Novati. Essa è stata però corretta di un anno e spostata al 1332 “sulla base di evidenti prove documentali”.  MALATIO, “Il quattrocento” in Storia della Letteratura Italiana, vol III, Salerno Editrice, Roma 1996, p.214.

[2] G. GHERARDI DA PRATO, Il Paradiso degli Alberti, a cura di A. Lanza, Salerno Editrice, Roma 1975.

[3] L. BRUNI, Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus, Einaudi, Torino 1976.

[4] D. WALEY, Le città repubblica dell’Italia Medievale, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1978.

[5] A. TENENTI, Firenze dal Comune a Lorenzo il Magnifico, Mursia Editore, Milano 1972.

[6] Tratto da www.valdesiascuole.it/crosior/1medioevo/comune_firenze/html.

[7] E. GARIN, La cultura filosofica del rinascimento italiano, Sansoni,, Firenze 1979; D. DE ROSA, Coluccio Salutati, il cancelliere e il pensatore politico, La nuova Italia, Firenze 1980; quasi ogni libro dedicato a Salutati possiede una breve biografia rimando quindi alla Bibliografia finale per verificare altre fonti.

[8] E. GARIN, La cultura filosofica del rinascimento italiano, cit., pp.4-5.

[9] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, Istituto Storico Italiano, Roma 1891-1911.

[10] D. DE ROSA, Coluccio Salutati, il cancelliere e il pensatore politico, La Nuova Italia, Firenze 1980, l’argomento viene svolto da p.57 a p. 75.

[11] R. WITT, Coluccio Salutati and his public letters, Libraire Droz, Genéve 1976; Per “la storia del passaggio dalla scrittura gotica alla scrittura carolingia o umanistica” si veda anche B. L. ULLMAN, The Origin and Development of Humanistic Script, Ed. Storia e Letteratura, Roma 1960, dove l’autore asserisce “[…] Coluccio was experimentig with a new script […]” riferendosi a delle varianti che venivano poste su alcune lettere come la d oppure la s e che designano un cambiamento nel modo di scrivere tardo medievale.

[12] L. BRUNI, Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus, Einaudi, Torino 1976.

[13] Ivi, p. 57.

[14] Storia intesa come eventi storici, di cui il Salutati sembra conoscerne molti, si veda F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, Istituto Storico italiano, Roma 1891-1911.

[15] Coluccio Salutati era considerato dai contemporanei il discepolo diretto di Francesco Petrarca.

[16] Chiaramente non è possibile definire chi sia un umanista e quali qualità debba avere un umanista e così anche il Petrarca in diversi testi sembra essere il primo umanista o almeno la figura intellettuale che ispirò l’umanesimo, per altri autori è il Salutati, e potrei dire che si sono formate diverse correnti di pensiero su chi possa essere stato l’ispiratore dell’umanesimo, rimando il lettore quindi alle diverse antologie, enciclopedie e testi che riguardano l’argomento, e tra queste fonti (discordanti) vi aggiungo anche i testi della bibliografia. 

[17]   “L’umanesimo esercitò un’azione facilmente riconoscibile sul culto della patria e sull’autoglorificazione nazionale, e l’eroicizzazione finale del guerriero morto per la patria fu opera degli umanisti. Non vi è dubbio che l’amor patriae romano resuscitato, coltivato e così appassionatamente glorificato dagli umanisti abbia modellato la moderna mentalità laica.” E. KANTOROWICZ; I Due Corpi del Re; Einaudi, Torino 1989, p. 213.

[18]   N. ABBAGNANO, Storia della Filosofia vol. II, Unione Tipografico – Editrice Torinese, Torino 1963, p. 13.

[19] “[…] la sua prosa si forma su una tradizione che va da Cicerone a Petrarca, passando per il XII sec. […] nell’elegante ricercatezza delle citazioni o nella costruita solennità dei periodi […]” E. GARIN, “La letteratura degli umanisti”, in Storia della Letteratura Italiana vol. III, Garzanti, Italy 1970, p.13.

[20] Per ulteriori approfondimenti si veda nota n. 7.

[21] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, Istituto Storico Italiano, Roma 1891-1911.

[22] Si veda in D. DE ROSA, Coluccio Salutati, il cancelliere e il pensatore politico, cap.II “Lingua, stile, cultura”.

[23] G. GHERARDI DA PRATO, Il Paradiso degli Alberti, Salerno Editrice, Roma 1975.

[24] R. WITT, “Coluccio Salutati and the origins of Florence”, in Storia delle Idee Politiche e Sociali, Leo S. Olschki, Firenze 1969.

[25] In realtà gli studi di Witt sulle lettere del Salutati che narrano la nascita di Firenze dimostrano come le ricerche sulle origini della città si intrecciassero per smentire o confermare le diverse leggende che circolavano da tempi remoti, una delle quali affermava che Firenze, distrutta una seconda volta, fu ricostruita da Carlo Magno. La versione dei veterani di Silla è comunque quella che, alla fine del Trecento, era comunemente accettata come vera.

[26] R. WITT, Coluccio Salutati and the origins of Florence, cit., p.162.

[27] Per la definizione di Stato vedi A. BARBERO - C. FRUGONI, Dizionario del Medioevo, Laterza, Bari 1994.

[28] Si veda l’Appendice A.

[29] Si veda l’Appendice A.

[30] E. KANTOROWICZ, I due corpi del re, Einaudi, Torino 1989; A. PETRUCCI, Coluccio Salutati, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1972.  

[31] AA. VV., I papi, 20 secoli di storia, Libreria Editrice Vaticana, Foggia 2002.

[32] In realtà il termine corretto da usare sarebbe “riappropriarsi”. 

[33] D. WALEY, Le città repubblica dell’Italia medievale, in particolare il cap.III p.44-86.

[34] M. FUMAGALLI BEONIO BROCCHIERI, Il pensiero politico medievale, Laterza III ed., Donato Milanese (Mi) 2004.

[35] “As a theme of florentine propaganda, Florence’s Roman heritage was a little important prior to Salutati’s appointment to the chancery in 1375. After this date, however, it became one of the central themes of the Florentine publics letters […]” R. WITT, “Coluccio Salutati and the origins of Florence”, in Storia delle Idee Politiche e Sociali, Leo Olschki, Firenze 1969 p. 162.

[36] La storia riportata da R. Witt sulle origini di Firenze in “Coluccio Salutati and the origins of Florence,1969” narra di come fosse nota nella città toscana la leggenda che narrava di un Giulio Cesare, ultimo generale romano rimasto sui campi di battaglia,  che riuscì a battere i Fiesolani e a ricevere in cambio l’onore di fondare una nuova città sul luogo degli scontri. Il nome che sarebbe poi stato dato alla colonia fu quello di Fiorino, uno dei primi generali a morire nell’assedio. Questa storia sarebbe rimasta valida per tutto il periodo della Guerra degli Otto Santi, poi, ulteriori studi, effettuati anche dal Salutati evidenziarono una realtà diversa, vedi nota 26.

[37] R. WITT, “Coluccio Salutati and the origins of Florence”, in Storia delle Idee Politiche e Sociali, Leo Olschki, Firenze 1969.

[38] D. DE ROSA, Coluccio Salutati il cancelliere e il pensatore politico, p.83-85.

[39] N. VALERI, L’Italia nell’età dei principati, A. Mondadori Editore, Italia 1969 pp.179-180.

[40] Ivi, p. 180.

[41] Ivi, p. 182.

[42] AA. VV., I papi, 20 secoli di storia, Libreria Editrice Vaticana, Foggia 2002.

[43] “Ciompi: con questo nome di incerta origine si designavano nel ‘300 a Firenze i salariati sottoposti alle varie Arti o i professanti le più umili mansioni al di fuori di qualunque Arte, ma soprattutto i lavoratori dipendenti dall’Arte della Lana e ascendenti per numero a molte migliaia.” AA. VV., Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere e Arti, Istituto dell’Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma 1949.

[44] “Rivoluzione: è il tentativo accompagnato dall’uso della violenza di rovesciare le autorità politiche esistenti e di sostituirle al fine di effettuare profondi mutamenti nei rapporti politici, nell’ordinamento giuridico costituzionale e nella sfera socioeconomica”. BOBBIO, MATTEUCCI, PASQUINO, Il Dizionario di Politica, Utet, Torino 2004.

[45] Vedi Appendice B.

[46] I termini in corsivo non virgolettati della parte “Il Tumulto dei Ciompi (Estate 1378)” sono gli stessi utilizzati nei testi presenti nella bibliografia. 

[47] A. TENENTI, Firenze dal Comune a Lorenzo il Magnifico, Mursia Editore, Milano 1972, p.26.

[48] Ivi, p.27.

[49] AA. VV., Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, Istituto dell’Enciclopedia Italiana G. Treccani, Roma 1949.

[50] La parte in questione viene da alcuni autori chiamata la Parte Guelfa, ed era all’interno del Popolo Grasso quella che era rimasta vicina alla Santa Sede sempre, e che probabilmente si era opposta alla Guerra degli Otto Santi; chiaramente gli individui che la formavano avevano – in questo evento - soprattutto interessi commerciali. La connotazione “Guelfa” però ha certamente perso il valore che possedeva  nel corso del XIV secolo, indi per cui, non tutti gli autori la utilizzano.

[51] Per ulteriori approfondimenti si veda la nota n. 7.

[52] È plausibile che ci sia stato un atto di corruzione nei confronti di Michele di Lando, anche se non è documentabile, ma le mansioni che svolse nel dopo Tumulto fanno immaginare che, se non furono dei soldi in contanti a corromperlo, lo furono allora le promesse allettanti che modificarono il suo tenore di vita. Per maggiori informazioni si possono consultare i diversi testi storici della bibliografia.

[53] Tratto da  www.sardimpex.com/Visconti/viscontiducali/html.

[54]   Ibidem.

[55] Ibidem. Informazioni rilevate: Gian Galeazzo I detto “il Grande” o “il Conte di Virtù” (* Melegnano 11-1351 + Pavia 3-9-1402), Signore di Pavia, Como, Novara, Asti, Vercelli, Tortona,  Alessandria e Vigevano (associato al padre dal 3-1374, Vicario di Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona e Casale dall’8-1-1375) dal 1378, Consignore di Milano 1378/1385, Vicario Imperiale con Diploma del 17-1-1380, Signore assoluto (= Signore Generale) di Milano dal 6-5-1385; 1° Duca sovrano di Milano e Principe del S.R.I. con Diploma Imperiale del 1-5-1395 (confermato  il 30-3-1397 con l’elenco delle città che comprendevano lo stato : Brescia, Como, Bergamo, Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio Emilia, Parma, Cremona, Riva di Trento, Crema, Soncino, Bormio, Borgo San Donnino, Pontremoli, Masio, Novi, Felizzano, Rocca d’Arazzo, Verona, Sarzana, L’Aversa, Carrara, Santo Stefano e il distretto di Luni); Conte di Pavia con le signorie di Bassignana, Valenza e Casale Sant’Evasio con Diploma Imperiale del 3-2-1397; Conte di Angera con Diploma Imperiale del 25-1-1397; Conte di Vertus dal 1361 (feudo ceduto alla figlia Valentina come dote); Signore di Verona e Vicenza dal 18-10-1387, Signore di Treviso, Feltre e Belluno dal 12-1388 (definitivo dal 24-1-1389), Signore di Perugia dal 1400,  compra la città di Pisa il 18-2-1399 (Signore dal 31-3-1400), investito con Bolla Papale della contea di Angera nel 1385 a nome della moglie. Si aggiunga: Milano 8-10-1360 Isabella Principessa di Francia, figlia del Re Giovanni  II e di Bona (Jutta) di Lussemburgo Principessa di Boemia (* Bois-de-Vincennes 1-10-1348 + di parto, Pavia 11-9-1372), che porta in dote la contea di Sommières poi cambiata con quella di Vertus, mentre dal marito ebbe in dono le città di Bobbio e Pontremoli.

[56] E. GARIN, La letteratura degli umanisti, cit., p. 17.

[57] V. DE CAPRIO, S. GIOVANARDI, Letteratura Italiana, Einaudi Scuola, Milano 1997, pp. 690-691.

[58] Questa affermazione viene fatta in relazione alle conquiste e alle perdite dei territori che gli eredi di Giangaleazzo subirono.

[59] G. M. SCIACCA, La visione della vita nell’umanesimo e Coluccio Salutati, Palombo, Palermo 1954, p. 29.

[60] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, Istituto Storico Italiano, Roma 1891-1911.

[61] Ivi, pp. 303-307; E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano 1941 pp. 158-166.

[62] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, cit., pp. 453-455; E. GARIN, Il rinascimento Italiano, cit., pp. 154-158.

[63] Parafrasando N. ABBAGNANO, Storia della Filosofia vol. II, cit., in riferimento a p. 6 del presente lavoro.

[64] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, cit., pp. 303-307; E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, cit., p. 164.

[65] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, cit., pp. 303-307; E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, cit., p. 163.

[66] Con questa affermazione non si vuole confondere la vita attiva con un mestiere, ma si vuole associare l’importanza che alcune attività offrono, al percorso spirituale che esse potenzialmente permetterebbero.

[67] E. GARIN, La Letteratura degli umanisti, cit., p.16.

[68] E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, tale argomento  viene svolto nell’Introduzione.

[69] A. C. DE LA MARE, The Handwriting of Italian Humanists, The Association Internationale de Bibliophilie, Oxford 1973.

[70] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, cit., pp. 453-455; E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, cit., p. 158.

[71] W. ULLMANN, Radici del Rinascimento, Biblioteca della Cultura Moderna Laterza, Bari 1980, p.201.

[72] E. GARIN, La letteratura degli umanisti, cit., p. 15.

[73] E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, tale argomento viene svolto nell’Introduzione.

[74] F. NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati, cit., pp. 453-455; E. GARIN, Il Rinascimento Italiano, cit., p. 157.

[75] M.A LEVI, La controversia sull'uccisione di Giulio Cesare e le fonti latine del De Tyranno di Coluccio Salutati, Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere, Milano 1967, p. 720.

[76] Ivi, p. 721

[77] Tratto da http://www.unifi.it/_RM/iper/informatio/pagine/less01.html

www.lastoria.org/definizioni/tirannide.html.

[78] Bartolo da Sassoferrato, allievo di Cino da Pistoia, era un giurista.

[79] F. ERCOLE, Sulle fonti e sul contenuto della distinzione tra tirannia ex defectu tituli e tirannia exercitio, Contributo alla storia della pubblicistica e del diritto pubblico italiano del rinascimento, Firenze 1912, p. 2.

[80] Ibidem.

[81] Non è detto che la teoria sia effettivamente di Bartolo da Sassoferrato.

[82] W. ULLMANN, Radici del Rinascimento, cit., p. 224.

[83] Ivi, p. 214.

[84] C. SALUTATI, Il trattato “De tyranno e lettere scelte”, a cura di F. Ercole, Zanichelli Ed., Bologna 1942, si veda l’Introduzione p. XXIX.

[85] In queste lettere il Salutati avrebbe chiesto dei chiarimenti riguardo ad alcune fonti da lui usate.

[86] AA.VV., Storia della Letteratura Italiana, vol. III, Salerno Editrice, Roma 1996.

[87] E. GARIN, Letteratura degli Umanisti, p.13.

[88] In realtà il Salutati, prima di esporre la teoria politica di Gregorio Magno, inserisce dei versi di Virgilio, si veda in questo capitolo “Fonti per determinare la definizione di tiranno in Coluccio Salutati”.

[89] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., pp. 159-160.

[90] Ivi, 160.

[91] Si esclude qui la differenza posta dagli autori medievali che ignorarono i rapporti tra le tre forme di governo aristoteliche e le loro degenerazioni,

[92] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., pp. 160-161.

[93] M. A. LEVI, La controversia sull'uccisione di Giulio Cesare e le fonti latine dei De Tiranno di Coluccio Salutati, cit., p. 721.

[94] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 163.

[95] Ivi, p. 164.

[96] Ivi, p. 167.

[97] M. IANNIZZOTTO, Saggio sulla filosofia di Coluccio Salutati, Casa Ed. Dott. Antonio Milani, Padova 1959, p.134.

[98] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 167.

[99] M. IANNIZZOTTO, Saggio sulla filosofia di Coluccio Salutati, p. 135.

[100] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 168.

[101] Ibidem.

[102] Ivi, p. 169.

[103] Ivi, p. 170.

[104] Il popolo inteso come  chi rappresenta la collettività

[105] Sicuramente uno dei momenti più drammatici della vita di Coluccio, come si evince dall’epistolario; vedi F.NOVATI, Epistolario di Coluccio Salutati.

[106] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 170.

[107] Ibidem.

[108] M. IANNIZZOTTO, Saggio sulla filosofia di Coluccio Salutati, cit., p.136.

[109] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 171.

[110] Ivi, p. 173.

[111] Ivi, p. 174.

[112] Ivi, p. 174.

[113] Che rappresentavano l’ennesimo gesto di clemenza di Cesare ai suoi avversari

[114] L’accusa di Coluccio nei confronti di Cicerone, che riveste all’interno dell’umanesimo, soprattutto quello fiorentino, un’importanza fondamentale; è segno di imparzialità nei confronti dell’intera vicenda del cesaricidio.

[115] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 176

[116] Ibidem.

[117] Ibidem.

[118] Ivi, p. 177.

[119] Ivi, p. 177.

[120] Ivi, p. 177.

[121] Ivi, p. 179.

[122] M. FUMAGALLI BEONIO BROCCHIERI, Il pensiero politico medievale, cit., pp. 50-51.

[123] R. WITT, “The De tyranno and Coluccio Salutati’s view of politics and Roman history”, in  Nuova Rivista Storica, III-IV, Società Editrice Dante Alighieri, Firenze 1969, p. 470.

[124] D DE ROSA, Coluccio Salutati: il cancelliere e l’uomo politico, p.142.

[125] Ivi, p. 142.

[126] Ivi, p. 144.

[127] Ivi, p. 145.

[128] Ibidem.

[129] L. BRUNI, Ad Petrum Paulum Histrum dialogus, cit., p. 79.

[130] D. DE ROSA, Coluccio Salutati: il cancelliere e l’uomo politico, cit., p. 143.

[131] Ivi, p. 147.

[132] G. DI SALISBURY, Policraticus, Ed. JacaBook, 1984, Libro VIII cap. 18,  pp. 251-252.  “Infatti Samuele era divenuto vecchio ed i suoi figli non seguivano più le sue orme, ma l’avarizia ed il vizio: perciò il popolo, che forse si era meritato simili sacerdoti, costrinse Dio, che prima aveva disprezzato, a dare loro un re. Fu così eletto Saul”.

[133] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 179.

[134] Ibidem.

[135] A. PETRUCCI, Coluccio Salutati.

[136] L. BRUNI, Ad Petrum Paulum Histrum Dialogus.

[137] AA. VV. Enciclopedia Dantesca,vol. IV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, fondata da G. Treccani, Roma 1973, p. 1087.

[138] Ibidem.

[139] Ibidem.

[140] “ Il Salutati dice, pur con molto rispetto e trepidazione, che qualora Dante, sommo poeta, avesse usato la lingua latina nessun altro degli antichi e dei moderni gli si sarebbe potuto affiancare” A. Vallone, Coluccio Salutati e l’umanesimo fiorentino dinanzi a Dante, Romanische Philologie, 1978

[141] D. ALIGHIERI, Tutte le opere, Grandi Tascabili Economici Newton, Milano 1997, p.230.

[142] F. ERCOLE, “Coluccio Salutati e il supplizio dantesco di Bruto e Cassio”,  in Bullettino della Società degli Studi Dantesca Italiana, Firenze 1915, pag. 4 [128].

[143] Ivi, pp. 5-6 [129-130].

[144] Ivi, p. 6 [130].

[145] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 181.

[146] F. ERCOLE, Coluccio Salutati e il supplizio dantesco di Bruto e Cassio, cit., p. 8 [132].

[147] La definizione di Bruto non accenna alla tematica dei colori del volto di Lucifero.

[148] AA. VV., Enciclopedia Dantesca, cit., p. 862.

[149] Le interpretazioni sulle varie allegorie della Divina Commedia, iniziano con la sua diffusione, in questa tesi vengono citate solo di due fonti recenti (XX secolo), che per la loro importanza si possono definire autorevoli, “il Bullettino della Società Dantesca Italiana”, cessato di esistere nel 1923 ed è stato poi sostituito dagli “Studi Danteschi” (per informazioni si veda il sito internet – non segnalato in bibliografia – www.lelettere.it/periodici/danteschi/danteschihome.html); e l’Enciclopedia Dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, fondata da G. Treccani.

[150] F. ERCOLE, Coluccio Salutati e il supplizio dantesco di Bruto e Cassio, p. 8 [132].

[151] C.SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 181.

[152] Ivi, p. 184.

[153] A. VALLONE, “Coluccio Salutati e l’umanesimo fiorentino dinanzi a Dante”, in Romanische Philologie, Germany 1978.

[154] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 159.

[155] F. Ercole, dopo uno studio sulle epistole del Salutati afferma che, a quanto pare, il cancelliere fiorentino fu il primo ad attribuire all’Alighieri l’appellativo di “divin poeta”, F. ERCOLE, Coluccio Salutati e il supplizio dantesco di Bruto e Cassio, cit., p.5.  

[156] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 159.

[157] Ivi, pp. 159-160.

[158] SENECA, Tutte le tragedie, Newton &Compton Editori, Roma 2004, p. 55, versi 399-401; M. A. LEVI, La controversia sulla uccisione di Giulio Cesare e le fonti latine del De Tiranno di Coluccio Salutati, cit., p. 723.

[159] La traduzione è quella riportata da F. ERCOLE in “Coluccio Salutati, Il trattato De tyranno e lettere scelte, Zanichelli Ed., 1942”, i versi latini (ripresi anche nei testi della nota 166) sono: ego rapta quamvis sceptra victrici geram/ dextra regamque cuncta sine legum metu/ quas arma vincunt , pauca pro causa loquar nostra. 

[160] C. SALUTATI, Il trattato “De tyranno” e lettere scelte, cit., p.161.

[161] B. ULLMAN, The Humanism of Coluccio Salutati, cit., p. 253.

[162] M. A. LEVI, La controversia sulla uccisione di Giulio Cesare e le fonti latine del De Tiranno di Coluccio Salutati, cit., p. 723.

[163] B. ULLMAN, The Humanism of Coluccio Salutati, cit., p. 214.

[164] M. FUMAGALLI BEONIO BROCCHIERI, Il pensiero politico medievale, cit.

[165] M. A. LEVI, La controversia sulla uccisione di Giulio Cesare e le fonti latine del De Tiranno di Coluccio Salutati, cit., p. 723.

[166] F. ERCOLE, Sulle fonti e sul contenuto della distinzione tra tirannia ex defectu tituli e tirannia exercitio, cit., p. 29.

[167] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. XLI.

[168] Ivi, pp. XLI-XLII.

[169] Ivi, p. XLI.

[170] B. ULLMAN, The Humanism of Coluccio Salutati, cit. (Per maggiori approfondimenti si veda il cap. X).

[171] Parafrasando una frase di D. DE ROSA, Coluccio Salutati, il cancelliere e il pensatore politico, cit., p. 141; il riferimento che l’autrice propone si trova in C. SALUTATI, De Nobilitate Legum et Medicinae, Vallecchi Editore, Firenze1947 a cura di E. Garin p. 73.

[172] A.PETRUCCI, Coluccio Salutati, cit., p. 90.

[173] Ivi, p. 92.

[174] H. BARON, La crisi del Primo Rinascimento Italiano, G. C. Sansoni Editore, Firenze 1970, p. 180.

[175] Ivi, p. 178.

[176] Ivi, p. 114.

[177] Ivi, p. 160.

[178] Ivi, p. 163.

[179] Ivi, p. 181.

[180] Ivi, p. 183.

[181] C. SALUTATI, Il trattato “De Tiranno”  e lettere scelte, cit., p.173.

[182] D. DE ROSA, Coluccio Salutati: il cancelliere e il pensatore politico, cit., p. 162.

[183] Ivi, p. 165.

[184] Ivi, p. 165.

[185] Ivi, p. 168.

[186] C. SALUTATI, Il trattato De tyranno e lettere scelte, cit., p. 173.

[187] Ibidem.

[188] Ivi, p. 174.

[189] L. CANFORA, Giulio Cesare, il dittatore democratico, Editori Laterza, Bari 2003, pp. 316-317.

[190] R. WITT, The De tyranno and Coluccio Salutati’s view of politics and roman history, cit., p. 441.

[191] Ivi, p. 455.

[192] Ivi, p. 471.

[193] Ivi, p. 463.

[194] BOBBIO, MATTEUCCI, PASQUINO, Dizionario di Politica, cit., p. 359.

[195] D. QUAGLIONI,Politica e Diritto nel Trecento Italiano, il “De Tiranno” di Bartolo da Sassoferrato (1314-1357), Leo S. Olschki, Firenze 1983, p. 48.

[196] Ivi, p. 8.

[197] C. FIOCCHI, Mala Potestas. La tirannia nel pensiero politico medioevale, Lubrica, Bergamo 2004, p.15.

[198] AA. VV. Storia delle Idee Politiche  Economiche Sociali, vol. II, Unione Tipografico Editrice Torinese, Torino 1983.

[199] Ivi, p. 483.

[200] D. QUAGLIONI, Politica e Diritto nel Trecento Italiano, il “De Tiranno” di Bartolo da Sassoferrato (1314-1357), cit. p.13, “squisitamente letteraria” è un affermazione di Quaglioni in riferimento ad un giudizio di Emerton.

[201] C. FIOCCHI, Mala Potestas. La tirannia nel pensiero politico medievale, cit., p. 150.

[202] D. DE ROSA, Coluccio Salutati, il cancelliere e il pensatore politico, cit., p. 149.

[203] C. SALUTATI, De Nobilitate Legum et Medicinae,Vallecchi, Firenze 1947.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2006