Dino Compagni

Cronica delle cose occorrenti nei tempi suoi

Edizione di riferimento

Cronica di Dino Compagni, Introduzione e note di Gino Luzzatto, Giulio Einaudi editore, Torino, 1968

LIBRO TERZO

1

Elezione del nuovo Pontefice Benedetto XI; e sue qualità.

Suoi primi atti; nomina del Cardinale da Prato

a paciaro in Toscana (ottobre 1303-gennaio 1304).

Nostro Signore Iddio, il quale a tutte le cose provede, volendo ristorare il mondo di buono pastore, provide alla necessità de’ cristiani. Perche chiamato fu nella sedia di San Piero papa Benedetto, nato di Trevigi, frate predicatore e priore generale, uomo di pochi parenti e di picciolo sangue, constante e onesto, discreto e santo. Il mondo si rallegrò di nuova luce. Cominciò a fare opere piatose: perdonò a’ Colonnesi, e restituilli ne’ beni. Nelle prime digiuna fece due cardinali: l’uno, inghilese; l’altro fu il vescovo di Spuleti, nato del castello di Prato, e frate predicatore, chiamato messer Niccolao, di piccioli parenti ma di grande scienzia, grazioso e savio, ma di progenie ghibellina: di che molto si rallegrorono i Ghibellini e’ Bianchi; e tanto procurorono, che papa Benedetto il mandò paciaro in Toscana.

2

Discordie tra’ Neri di Firenze:

Rosso della Tosa col popolo grasso,

e Corso Donati co’ Grandi e popolo minuto (1304, febbraio).

Innanzi alla sua venuta, si palesò una congiura ordinata da messer Rosso dalla Tosa, il quale tutto ciò che facea e procurava nella città, era per avere la signoria a guisa de’ signori di Lombardia. E molti guadagni lasciava, e molte paci facea, per avere gli animi degli uomini pronti a quello che egli disiderava.

Messer Corso Donati nonne scusava moneta; ogni uno, chi per paura, chi per minacce, gli dava del suo; non lo chiedeva, ma facea senbiante di volere.

I due nimici si guardavano a’ fianchi. Messer Rosso temea l’abbominio de’ Toscani, se contro a messer Corso avesse procurato; temea i nimici di fuori, e procurava d’abbassarli prima che contro a messer Corso mostrasse sua nimistà; e temea il nome che avea della Parte, che il popolo non si turbasse: teneasi col popolo grasso, però ch’erano le sue tanaglie, e pigliavano il ferro caldo. E messer Corso, per l’animo grande che avea, alle piccole cose non attendea e non si dichinava, e non avea l’amore di cotali cittadini per sdegno. Sì che, lasciando il popolo grasso, co’ grandi si congiurò, mostrando molte ragioni come eglino erano prigioni e in servitù d’una gente di popolani grassi, anzi cani, che gli signoreggiavano e togliènsi gli onori per loro: e così parlando, raccolse tutti i gran cittadini che si teneano gravati, e tutti si giurarono. Nella qual fu messer Lottieri dalla Tosa, vescovo di Firenze, e messer Baldo, suo nipote, in però che messer Rossellino suo consorto si tenea uno suo castello e’ fedeli; e non se ne osava dolere, mentre che papa Bonifazio visse. E furonvi i Rossi, i Bardi, i Lucardesi, i Cavalcanti, i Bustichi, i Giandonati, i Tornaquinci quasi tutti, i Manieri, e parte degli Adimari; e molti popolani vi furono. E in tutti, tra di famiglie e popolani, furno XXXII i giurati; e diceano, sopra il grano venuto di Puglia che si dava per bocche al popolo:«I popolani sono gravati, e tolto il loro colle grandi inposte, e poi convien loro mangiare le stuoie», dicendo che le tagliavano nel grano, perché la misura crescesse.

Il popolo grasso cominciò a temere, gli amici di messer Corso montarono: ma non tanto; ché ne’ consigli e nelle raunate smentivano messer Corso: molto il perseguitavano i Bordoni, che erano popolani arditi e arroganti, e più volte lo smentirono, e non guardavano a maggioranza d’aversari, né che advenire ne potesse; del Comune traevano assai guadagno, e le lode gli sormontavano. Non però i seguaci di messer Rosso gli lasciavano molestare. Posono in uno mese il grano a soldi XII, e feciono la libra, e poson MCC cavagli a fiorini L per cavallo, sanza niuna piatà. E allora mandorono gente e feciono un battifolle presso a Monte Accinico, e misonvi uomini a guardia.

3

Intervento de’ Lucchesi chiamati dal Comune per pacificatori.

Le due fazioni vengono alle mani. Corso assale il palagio della Signoria.

Si rinnova l’ufficio. Baldanza de’ Grandi; esecuzione degli Ordinamenti

di Giustizia contro i Tornaquinci (1303, dicembre; 1304, febbraio-aprile).

La congiura di messer Corso pure parlando sopramano, l’altra parte mandò pe’ Lucchesi; i quali con parole mezane credettono tòrre forteze tenea: e assegnatoli tempo a renderle, il condannorono, se non le desse a’ Lucchesi.

Messer Corso, non volendosi lasciare sforzare, richiese gli amici suoi; e molti sbanditi raccolse; e venne in suo aiuto messer Neri da Lucardo, valente uomo d’arme. E armato a cavallo venne in piaza, e con balestra e con fuoco combatté il palagio de’ Signori aspramente.

L’altra parte, di cui era capo messer Rosso dalla Tosa, insieme con la maggior parte de’ consorti, co’ Pazi, Frescobaldi, Gherardini, Spini, e il popolo e molti popolani, vennono alla difesa del palagio, e feciono gran zuffa: nella quale fu morto d’uno quadrello messer Lotteringo Gherardini; che ne fu gran danno, ché era valente.

Messer Rosso dalla Tosa e i suoi seguaci chiamorono il nuovo uficio de’ Priori, e misonli la notte in palagio sanza suoni di tronbe o altri onori. I serragli erano fatti per la terra; e circa un mese stettono sotto l’arme.

I Lucchesi, che erano venuti in Firenze per mettere pace, ebbono gran balìa dal Comune. E molto si scopersono i grandi, e voleano si rompessono le leggi contra í grandi. Raddoppiossi il numero de’ Signori: e nondimeno la parte de’ grandi rimase in gran superbia e baldanza.

Accadde in quelli dì che il Testa Tornaquinci, e un figliuolo di Bingieri suo consorto, in Mercato Vecchio fediron e per morto lasciorono uno popolano loro vicino; e niuno ardia a soccorrerlo, per tema di loro. Ma il popolo rassicurato si crucciò, e con la insegna della giustizia armati andorono a casa Tornaquinci, e misono fuoco nel palagio, e arsollo e disfeciono, per la loro baldanza.

4

Giunge in Firenze il Cardinale da Prato paciaro. Pacificazione de’ Neri tra loro.

Pacificazione di Neri con Bianchi e Ghibellini; mal veduta dai Neri, specialmente

dalla parte di Rosso. Loro atti per impedire che proceda innanzi.

La Signoria dà commissione per l’esecuzione della pace (1304, 10 marzo-maggio).

Il cardinale Niccolao da Prato, segretamente domandato da’ Bianchi e Ghibellini di Firenze a papa Benedetto per Legato in Toscana, giunse in Firenze a dì X di marzo 1303; e grandissimo onore li fu fatto dal popolo di Firenze, con rami d’ulivo e con gran festa. E posato in Firenze alcun dì, trovando i cittadini molto divisi, domandò balìa dal popolo di potere constrignere i cittadini a pace; la quale li fu concessa perfino a calendi maggio 1304, e poi prolungata per uno anno. E fece più paci tra cittadini dentro: ma dipoi la gente raffreddò, e molte gavillazioni si trovorono.

Il vescovo di Firenze favoreggiava la pace, perché con seco recava giustizia e dovizia, e a petizione del Cardinale si pacificò con messer Rosso suo consorto. Rifermò i gonfaloni delle compagnie: gli amici di messer Corso n’ebbono parte, e egli fu chiamato Capitano di Parte. Ciascuno favoreggiava il Cardinale, ed elli con speranza tanto gli umiliò con dolci parole, che gli lasciarono chiamare sindachi: che furono, per la parte dentro, messer Ubertino dello Stroza e ser Bono da Ognano; e per la parte di fuori, messer Lapo Ricovero e ser Petracca di ser Parenzo dall’Ancisa.

A dì XXVI d’aprile 1304, raunato il popolo sulla piaza di Santa Maria Novella, nella presenzia de’ Signori, fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta, e contratti se ne fece; e puosono pene a chi contrafacesse: e con rami d’ulivo in mano pacificorono i Gherardini con gli Amieri. E tanto parea che la pace piacesse a ogni uno, che vegnendo quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissono. I fuochi furono grandi, le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno: ma il palagio de’ Gianfigliazzi, che per le guerre facea gran fuochi, la sera niente fece; e molto se ne parlò per li buoni, che diceano non era degno di pace. Andavano le compagnie del popolo, faccendo gran festa sotto il nome del Cardinale, con le ’nsegne avute da lui sulla piaza di Santa Croce.

Messer Rosso dalla Tosa rimase con grande sdegno, però che troppo gli parve che la pace fusse ita innanzi a quello ch’egli volea: e però pensò d’avacciare suo intendimento con gli altri suoi, però che a lui lasciavano fare, e a lui si mostravano amichevoli. E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte dubitavano; pero che la teneano i loro adversarii, e eravi dentro messer Tolosato degli Uberti. E intanto i cavalieri e’ pedoni de’ Bianchi, tornando a Monte Accinico dal soccorso di Furlì, per questo i Guelfi dentro cominciorono a parlare viziatamente e perturbare la pace: e dopo molte altre cose, richiesono i Buondalmonti a pacificarsi con li Uberti; onde molti consigli se ne fece, per indugiarlo, ché era cosa impossibile.

A dì VI di maggio 1304 i Priori commisono nel Cardinale e in quattro chiamati pel Papa, a dare essecuzione alla pace universale; ciò è a messer Martino dalla Torre da Milano, a messer Antonio da Fostierato da Lodi, a messer Antonio de’ Brusciati da Brescia, e a messer Guidotto de’ Bugni da Bergamo.

5

In questo mezzo i Neri inducono maliziosamente il Cardinale

a uscire di Firenze per assicurarsi di Pistoia: sua andata a Prato e a Pistoia.

Tornando a vuoto da quest’ultima città, Prato gli si rivolge contro (maggio 1304).

I contrarii alla volontà del Papa, non volendo più sostenere il fascio del Cardinale, né lasciare più abbarbicare la pace, feciono tanto con false parole, che rimossono il Cardinale di Firenze, dicendogli: «Messere, anzi che andiate più avanti con la esecuzione della pace, fateci certi che Pistoia ubidisca: perché faccendo noi pace, e Pistoia rimanesse a’ nostri adversari, noi saremo ingannati». E questo non diceano, perché avendo Pistoia volessono la pace, ma per prolungare il trattato della pace. E tanto con colorate parole il mossono, che a dì VIII di maggio 1304 si partì di Firenze, e per la via da Campi albergò a un bel riparo di Rinuccio di Senno Rinucci.

L’altro dì cavalcò a Prato, donde nato era, e dove mai non era stato: e quivi con molto onore e gran dignità fu ricevuto, e con rami d’ulivo, e cavalieri con bandiere e stendardo di zendado, il popolo e le donne ornate, e le vie coperte, con balli e con stormenti, gridando: «Viva il signore». Ma tosto gliel cambiorono in onta, siccome i Giudei feciono a Cristo, come di sotto si dirà.

In quel dl cavalcò a Pistoia, e parlò co’ maggiori e reggenti della terra, e con lui cavalcò messer Geri Spini, il quale avea fatti gli arnesi, credendo avere la signoria della terra. E furono da messer Tolosato degli Uberti e dal popolo ricevuti con grande onore, e fugli data certa balìa dal popolo, ma non che desse la città a altri. Il perché vedendo che la terra si tenea con molti scalterimenti, perdé la speranza d’averla; e però se ne ritornò inverso Prato: dove credendo potere entrare con la forza de’ parenti e degli amici suoi, non poté.

6

Ritorno del Cardinale a Firenze, e scomunica de’ Pratesi.

L’esercito fiorentino esce contro Prato che tratta accordo.

Intanto in Firenze le discordie di Parte nera fra popolani

Grassi e i Grandi e il popolo minuto si fanno più gravi (maggio 1304).

Sentendo ciò che in Prato contro a lui era ordinato, di subito si partì e ritornò a Firenze; e sbandì e scomunicò i Pratesi, e bandì loro la croce adosso, dando perdono a chi contro a loro facea danno alcuno. E i parenti e amici suoi furono disfatti, e cacciati di Prato.

Il podestà di Firenze con le cavallate e co’ soldati del Comune cavalcorono sul contado di Prato, e schieraronsi nel greto di Bisenzo all’Olmo a Mezano, e stettonvi fino passata nona. Di Prato uscirono alcuni per trattare accordo, scusandosi al Cardinale, e profferendo fare ciò che egli volea; tanto che cessoron il furore: perché molti ve ne erano, che volentieri arebbono dato loro il guasto e provatisi di vincere la terra, cioè quelli ch’erano del volere del Cardinale.

Gli altri capi di Parte nera e i loro seguaci molte parole diceano piene di scandolo. E stando schierati i cavalieri, e’ fu presso che finita la guerra, tanto scandolo nacque tra quelle genti: il quale se fusse ito innanzi, i grandi e il popolo, a cui piacea la pace, amici del Cardinale, n’arebbono avuto il migliore, secondo che le volontà si dimostravano. E quelli della casa de’ Cavalcanti molto se ne mostrarono favorevoli.

Partissi l’oste, e vennene a Campi: e quivi dimorò tutto quel dì. L’altro giorno si partì, però che il Cardinale si lasciò menare per le parole, credendo fare il meglio della pace. Ma i parenti suoi, che con onta ne furono cacciati, non tornarono in Prato, e non si fidarono, e poi furono fatti rubelli.

7

Il Cardinale affretta la pace.

Venuta di capi di Parte bianca e ghibellina in Firenze, sotto sicurtà.

Slealtà de’ Neri, e poco animo de’ Bianchi e de’ Cavalcanti.

I Bianchi e Ghibellini si partono. Il Cardinale, temendo offesa,

lascia sdegnato la città, e torna al Pontefice (1304, giugno).

Attese il Cardinale ad avacciare la pace, e a darvi esecuzione. E prese per consiglio, per concordare le differenzie, di far venire de’ capi degli usciti di fuori, e elessene XIV: i quali vennono in Firenze sotto licenzia e sicurtà, e stettono oltre Arno in casa i Mozi, e fecionvi chiuse di legname e posonvi guardie per non potere esser offesi. I nomi d’alcuni sono: messer [...] de’ Conti da Gangalandi, Lapo di messer Azolino degli Uberti, Baschiera di messer Bindo dalla Tosa, Baldinaccio Adimari, Giovanni de’ Cerchi, e Naldo di messer Lottino Gherardini, e più altri. E la Parte nera, che erano in Firenze, i nomi d’alcuni: messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini, messer Maruccio Cavalcanti, e messer Betto Brunelleschi, e più altri.

Quando quelli di Parte bianca vennono in Firenze, furon molto onorati dalla gente minuta. Molti antichi Ghibellini, uomini e femmine, baciavano l’arme degli Uberti; e Lapo di messer Azolino fu molto guardato da’ Grandi loro amici, perché mnlti odii mortali avean quelli di casa sua con molti cittadini guelfi.

Il Baschiera dalla Tosa fu anche molto onorato: e egli onorò messer Rosso in parole e in vista. E grande speranza ne prese il popolo; perché i Bianchi e’ Ghibellini si proposono lasciarsi menare a’ Neri, e di consentire ciò che domandavano, acciò non avesson cagione di fuggire la pace. Ma i Neri non aveano voglia di pace: menaronli tanto con parole, che i Bianchi furono consigliati si riducessono a casa i Cavalcanti, e quivi farsi forti d’amici, e non lasciare la città loro; e molti savi uomini dissono, che se fatto l’avessono, erano vincitori. Ma mandarono messaggi a’ Cavalcanti, per parte del Cardinale e di loro, a richiederli; i quali ne tennono consiglio, e accordoronsi non riceverli. Il quale fu mal consiglio per loro, secondo i volgari; perché gran danno venne sopra loro e le lor case, di fuoco e d’altre cose, come innanzi si dirà.

I Bianchi, da poi che da’ Cavalcanti non furono ricevuti, e vedendo i dubbiosi sembianti de’ loro adversari e le parole che usavano, furono consigliati che si partissono; e così feciono a dì VIII di giugno 1304. Il Cardinale rimase. Quelli che volentieri non lo vedeano, feciono senbiante d’offenderlo: e una famiglia chiamata i Quaratesi, vicini de’ Mozi, e al palagio dove abitava il Cardinale, feciono vista di saettarlo. Il perché, dolendosene, fu consigliato si partisse: onde temendo, si partì a dì IX di giugno, lasciando la terra in male stato; e andossene a Perugia, ove era il Papa.

8

La città riprende le armi. Neri e Cavalcanti.

Incendio spaventoso, attaccato da’ Neri, con fuoco lavorato.

Cacciata de’ Cavalcanti (1304, giugno).

I buoni cittadini rimasono molto crucciosi e disperati di pace. I Cavalcanti si doleano, e molti altri; e tanto s’accesono gli animi, che la gente s’armò e comincioronsi a offendere. Quelli della Tosa e i Medici vennono armati in Mercato Vecchio con le balestra, saettando verso il Corso degli Adimari e giù per Calimala: e uno serraglio combatterono nel Corso, e abbatteronlo, il quale era guardato da gente che avea più animo a vendetta che a pace.

Messer Rossellino dalla Tosa, con sua brigata, venne a casa i Sassetti, per mettervi fuoco: i Cavalcanti soccorsono, e altre genti; e in quello trarre, Nerone Cavalcanti scontrò messer Rossellino, al quale bassò la lancia, e posegliele a petto, per modo lo gittò da cavallo.

I capi di Parte nera aveano ordinato un fuoco lavorato, pensando bene che a zuffa conveniano venire: e intesonsi con uno ser Neri Abati priore di San Piero Scheraggio, uomo reo e dissoluto, nimico de’ suoi consorti, al quale ordinorono che mettesse il primo fuoco. E così mise a dì X di giugno 1304, in casa i consorti suoi in Orto San Michele. Di Mercato Vecchio si saettò fuoco in Calimala; il quale multiplicò tanto, per non esser difeso, che, aggiunto col primo, arse molte case e palagi e botteghe.

In Orto San Michele era una gran loggia con uno oratorio di Nostra Donna, nel quale per divozione eran molte immagini di cera: nelle quali appreso il fuoco, aggiugnendovisi la caldeza dell’aria, arsono tutte le case erano intorno a quel luogo, e i fondachi di Calimala e tutte le botteghe erano intorno a Mercato Vecchio fino in Mercato Nuovo e le case de’ Cavalcanti, e in Vacchereccia e in Porta Santa Maria fino al Ponte Vecchio; ché si disse arsono più che 1900 magioni: e niuno rimedio vi si poté fare.

I ladri publicamente si metteano nel fuoco a rubare e portarsene ciò che poteano avere: e niente era lor detto, e chi vedea portarne il suo, non osava domandarlo, perché la terra in ogni cosa era mal disposta.

I Cavalcanti perderono quel dì il cuore e il sangue, vedendo ardere le loro case e palagi e botteghe, le quali per le gran pigioni, per lo stretto luogo, gli tenean ricchi.

Molti cittadini, temendo il fuoco, isgombravano i loro arnesi in altro luogo, ove credeano che dal fuoco fussono sicuri; il quale si stese tanto, che molti li perderono per volerli campare, e rimasono disfatti.

Acciò che di tal malificio si sappi il vero, e per che cagione fu fatto detto fuoco e dove, i capi di Parte nera, a fine di cacciare i Cavalcanti di quel luogo, i quali temeano perché erano ricchi e potenti, ordinarono il detto fuoco a Ognissanti: ed era composto per modo, che quando ne cadea in terra, lasciava uno colore azurro. Il quale fuoco ne portò il detto ser Neri Abati in una pentola, e miselo in casa i consorti: e messer Rosso dalla Tosa e altri il saettarono in Calimala.

Sinibaldo di messer Corso Donati, con un gran viluppo di detto fuoco, a modo d’un torchio acceso, venne per metterlo nelle case de’ Cavalcanti in Mercato Nuovo; e Boccaccio Adimari con suoi seguaci, per Corso degli Adimari fino in Orto San Michele. I Cavalcanti si feciono loro incontro, e ripinsongli nel Corso, e tolsono loro il serraglio che avean fatto. Allora mison fuoco in casa i Macci nella Corte delle Badesse.

Il podestà della terra con sua famiglia e con molti soldati venne in Mercato Nuovo; ma aiuto né difensione alcuna non fece. Guardavano il fuoco, e stavansi a cavallo, e davano impedimento per lo ingombrìo faceano, che impedivano i fanti e gli andatori.

I Cavalcanti e molti altri guardavano il fuoco, e non ebbono tanto ardire che andassono contro a’ nimici, poi che ’l fuoco fu spento; ché vincere gli poteano, e rimanere signori. Ma messer Maruccio Cavalcanti e messer Rinieri Lucardesi consigliorono, che prendessono le lumiere accese, e antassono a ardere le case de’ nimici che aveano arse le loro. Non fu seguito tal consiglio; che se seguito l’avessono, perché niuna difensione facea l’altra parte, sarebbono stati vincenti. Ma tristi e dolenti se n’andarono alle case de’ parenti loro; e i nimici presono ardire, e caccioronli della terra: e chi andò a Ostina, chi alle Stinche a loro possessioni, e molti a Siena, perché da’ Sanesi ebbono speranza di riconciliargli. E così passò il tempo, e non furono riconciliati, e da ciascun riputati vili.

9

Sbigottimento de’ cittadini.

I capi di Parte nera vanno Perugia a scusarsi al Papa.

Morte di Benedetto XI (1304, giugno-luglio).

Rimasono i cittadini in Firenze smagati per lo pericoloso fuoco e sbigottiti, perché non ardivano a lamentarsi di coloro che messo ve l’aveano, perché tirannescamente teneano il reggimento; con tutto che anche di loro arnesi assai ne perdessono quelli che reggeano.

I caporali de’ reggenti, sappiendo di certo che abbominati sarebbono al Santo Padre, diliberarono andare a Perugia, dove era la Corte. Quelli che v’andorono: messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini, e messer Betto Brunelleschi, con alcuni Lucchesi e Sanesi; credendosi, con colorate parole e con danari e con forza d’amici, annullare l’oltraggio fatto al Cardinale, legato e paciaro in Toscana, e la grande infamia aveano del fuoco crudelissimamente messo nella terra. Giunsono in Corte, dove cominciarono a seminare del seme portorono.

A dì XXII di luglio 1304 morì in Perugia Papa Benedetto XI, di veleno, messo in fichi freschi li furono mandati.

10

Ardito disegno de’ fuorusciti per nentrare in Firenze;

e come fallisce loro, per colpa del Baschiera (luglio 1304).

Dimorando i detti in Perugia, per li usciti di Firenze si fe’ un franco pensiero: che fu, che celatamente invitorono tutti quelli di loro animo, che un giorno posto dovessono esser tutti con armata mano in certo luogo: e sì segretamente menorono il trattato, che quelli che erano rimasi in Firenze niente ne sentirono. E messo in ordine subito furono alla Lastra presso a Firenze a due miglia, con MCC uomini d’arme a cavallo, con sopraveste bianche: e furonvi Bolognesi, Romagnoli, Aretini, e altri amici, a cavallo e a piè.

Il grido fu grande per la città. I Neri temeano forte i loro adversari, e cominciavano a dire parole umili. E molti se ne nascosono ne’ munisteri, e molti si vestivano come frati per paura di loro nimici: ché altro riparo non aveano, perché non erano proveduti.

I Bianchi e Ghibellini stando alla Lastra, una notte molti loro amici della città gli andorono a confortare del venire presto. Il tempo era di luglio, il dì di Santa Maria Maddalena a dì XXIl e il caldo grande. E la gente che vi dovea esser non v’era ancor tutta; però che i primi che vennono, si scopersono due dì innanzi.

Messer Tolosato degli Uberti co’ Pistolesi non era ancor giunto, perché non era il dì diputato. I Cavalcanti, i Gherardini, i Lucardesi, gli Scolari di Val di Pesa, non erano ancora scesi. Ma il Baschiera, che era quasi capitano, vinto più da volontà che da ragione, come giovane, vedendosi con bella gente e molto incalciato, credendosi guadagnare il pregio della vittoria, chinò giù co’ cavalieri alla terra, poi che scoperti si vedeano. E questo non dovean fare, perché la notte era loro più amica che ’I dì, sì per lo calore del dì, e sì perché gli amici sarebbono iti a loro di notte della terra, e sì perché ruppono il termine dato agli amici loro; i quali non si scopersono, perché non era l’ora determinata.

Vennono da San Gallo, e nel Cafaggio del Vescovo si schierarono, presso San Marco, e con le insegne bianche spiegate, e con ghirlande d’ulivo, e con le spade ignude, gridando «pace», sanza fare violenzia o ruberia a alcuno. Molto fu bello a vederli, con segno di pace, stando schierati. Il caldo era grande, sì che parea che l’aria ardesse. I loro scorridori a piè e a cavallo si strinsono alla città, e vennono alla porta degli Spadai, credendo il Baschiera avervi amici e entrarvi sanza contesa: e però non vennono ordinati, con le scure né con l’armi da vincere la porta. I serragli del borgo furono loro contesi pur li ruppono, e fedirono e uccisono molti Gangalandesi erano quivi alla guardia. Giunsono alla porta, e per lo sportello molti entrarono nella città. Quelli dentro, che aveano loro promesso, non obtennono loro i patti, come furono i Pazi, i Magalotti, e messer Lambertuccio Frescobaldi, i quali erano co’ loro sdegnati, chi per oltraggi e onte ricevute, chi pel fuoco messo nella città e altre villanie loro fatte: anzi feciono loro contro, per mostrarsi non colpevoli; e più si sforzavano offenderli che gli altri; con balestra a tornio vennono saettando a Santa Reparata.

Ma niente valea, se non fusse stato uno fuoco che fu messo in uno palagio allato alla porta della città. Onde coloro che già erano entrati nella terra, dubitarono esser traditi e volsonsi indietro; e portoronsene lo sportello della porta, e giunsono alla schiera grossa, la quale non si movea: ma il fuoco forte crescea.

Così stando, il Baschiera scntì che quelli che lo dovean favoreggiare lo nimicavano; e però volse i cavalli e tornò indietro. E la speranza e l’allegrezza tornò loro in pianto: ché i loro adversarii vinti divennero vincitori, e presono cuore come lioni; e scorrendo li seguivano, ma con grande riguardo: e i pedoni, vinti dalla calura del sole, si gittavano per le vigne e per le case nascondendosi, e molti ne trafelarono.

Il Baschiera si gittò nel monasterio di San Domenico, e per forza ne trasse due sue nipoti che erano molto ricche, e menòllene seco. E però Iddio gliene fece male.

A casa Carlettino de’ Pazi rimasono molti gentili uomini per ricogliere i loro, e per danneggiare i loro nemici; che scorrevano loro dietro: e più non li seguitorono.

Poco lontano dalla terra scontrorono messer Tolosato degli Uberti, il quale co’ Pistolesi venìa per esser al dì nominato. Vollegli rivolgere, e non poté. Il perché con gran dolore se ne tornò in Pistoia; e ben conobbe che la giovaneza del Baschiera gli tolse la terra.

Molti degli usciti ne furono morti, che si trovorono nascosi; e molti poveri infermi uccisono, i quali traevano degli spedali. Bolognesi e Aretini furon presi assai, e tutti gl’inpiccarono. Ma quelli che eran maliziosi, l’altro giorno, levarono una falsa voce, dicendo che messer Corso Donati e messer Cante de’ Gabrielli d’Agobbio avean preso Arezo per tradimento: onde i loro nimici ne dubitorono tanto, che ne perderono il vigore e non s’ardirono a muovere.

11

Giudizi e osservazioni su questo tentativo dei fuorusciti.

E così si perdé la città riguadagnata, per gran fallo: e molti dissono, che da qualunque altra porta fussono venuti, acquistavano la città. Ché difenditori non aveano, se non alcuni giovani, che non s’ariano messi tanto innanzi che perire potessono: come fece Gherarduccio di messer Bondalmonte, che tanto li seguitò, che uno si volse indietro, e aspettollo, e poseli la lancia, e miselo in terra.

Il pensiero degli usciti fu savio e vigoroso: ma folle fu la venuta, perché fu troppo sùbita e innanzi al dì ordinato. Gli Aretini ne portorono del legno dello sportello, e i Bolognesi; che a grande onta se ’l recaron i Neri.

Molte volte i tempi sono paragone degli uomini, i quali non per virtù, ma per loro volgari, sono grandi. E ciò si vide in quel giorno che i Bianchi vennero alla terra, che molti cittadini mutarono lingua, abito e modi. Pur quelli che più superbamente soleano parlare contro agli usciti, mutarono il parlare, dicendo per le piaze e per gli altri luoghi che degna cosa era che tornassono nelle loro case. E questo facea dir loro la paura più che la volontà o che la ragione. E molti ne fuggirono tra i religiosi, non per umiltà ma per cattiva e misera viltà, credendo che la terra si perdesse. Ma poi che i Bianchi si furono partiti, ricomincioron a usare le prime parole inique, accese e mendaci.

12

Elezione del nuovo pontefice, francese, col nome di Clemente V;

sua incoronazione; sue relazioni col re di Francia (1305, giugno-novembre).

La divina giustizia, la quale molte volte punisce nascosamente, e toglie i buoni pastori a’ popoli rei che non ne sono degni, e dà loro quello che meritano alla loro malizia, tolse loro papa Benedetto. I cardinali, per volontà del re di Francia e per industria de’ Colonnesi, elessono messer Ramondo dal Gotto, arcivescovo di Bordea di Guascognia, di giugno 1305, il quale si chiamò papa Clemente V; il quale non si partì d’oltramonti e non venne a Roma, ma fu consecrato a Lione del Rodano. Dissesi che alla sua consecrazione rovinò il luogo ove era, e che la corona gli cadde di capo, e che il re di Francia non volea si partisse di là. Più cardinali oltramontani fece a sua petizione, e ordinamenti di decime, e altre cose: ma richiesto publicasse eretico Papa Bonifazio, mai il volle fare.

13

I Neri, che già avevano tentato d ’aver Pistoia per mezzo del Cardinale di Prato,

vi rivolgono novamente le mire, e le pongono assedio (1305, maggio).

Il cardinale Niccolao da Prato, che molto avea favoreggiata la sua elezione, era molto in sua grazia. E essendo stato legato in Toscana, come è detto, avendo avuta balla da’ Pistolesi di chiamare signoria sopra loro per IIII anni, acciò ch’egli avesse balìa, nella pace, di ciò che di Pistoia si domandava. Ché Parte nera volea, che gli usciti guelfi tornassono in Pistoia, dicendo: «Noi non faremo pace, se Pistoia non si racconcia, però che, pacificati noi, i Ghibellini terrebbono Pistoia, perché messer Tolosato ne è signore, e così saremo ingannati»; e Pistoia si dicea esser data alla Chiesa. E la promessa del Cardinale non valse, perché di Firenze fu cacciato, come è stato detto.

Perduta i Neri ogni speranza d’avere Pistoia, diliberorono averla per forza: e con l’aiuto de’ Lucchesi vi vennon e posonvi l’assedio, e afforzoronvisi, e steccaronla, e fecionvi bertesche spesse con molte guardie.

La città era nel piano, piccioletta, e ben murata e merlata, con forteze e con porti da guerra, e con gran fossi d’acqua; sì che per forza avere non si potea, ma attesono ad affamarla: perché soccorso avere non potea i Pisani loro amici gli aiutavano con danari, ma non con le persone; i Bolognesi erano poco loro amici.

14

Assedio di Pistoia (maggio 1305 - primi mesi del 1306).

I Neri elessono per loro capitano di guerra Ruberto duca di Calavria, figliuolo primogenito del re Carlo di Puglia. Il quale venne in Firenze con CCC cavalli: e insieme co’ Lucchesi vi stettono buon pezo a assedio; perché i Pistolesi, uomini valenti della persona, spesso uscivano fuori alle mani co’ nimici e faceano di gran prodeze. Molti uomini uccisono, contadini di Firenze e di Lucca; e tenean la terra con poca gente, perché per povertà molti se ne erano usciti. E non pensando essere assediati, non si providono di vittuaglia; e poi che l’assedio vi fu, non poterono: e però la fame gli assalìa. Gli uficiali che avean la guardia della vittuaglia, saviamente la stribuivano per modo segreto. Le femmine e uomini di poco valore, di notte, passavano per lo campo nascosamente, e andavano per vittuaglia alla Sanbuca, e altri luoghi ed altre castella di verso Bologna, e agevolmente la conduceano in Pistoia. Il che sentendo i Fiorentini, s’afforzarono da quella parte, per modo che poca ve ne poteano mettere. Pur con moneta e furtivamente vi se ne mettea; infino che ’l fosso non fu richiuso e fatte le bertesche: e dipoi più non vi se ne poté mettere; però che chi ve ne portava era preso, e tagliatoli il naso, e a chi i piedi. E per questo sbigottirono per modo che niuno vittuaglia più mettervi non ardiva.

I signori e governatori della terra non la voleano abbandonare, siccome uomini che speravano difendersi. I Pisani gli aiutavano con danari, ma non con persone. Messer Tolosato Uberti e Agnolo di messer Guiglielmino, rettori, per mancamento di vittuaglia ne mandorono fuori tutti i poveri, e fanciulli, e donne vedove, e quasi tutte l’altre donne, di vile condizione.

De’, quanto fu, questa, crudelissima cosa a sostenere nell’animo de’ cittadini! vedersi condurre le loro donne alle porti della città, e metterle nelle mani de’ nimici, e serrarle di fuori! E chi non avea di fuori potenti parenti, o che per gentileza fusse ricolta, era da nimici vituperata. E gli usciti di Pistoia, conoscendo le donne e’ figliuoli de’ loro nemici, ne vituperarono assai: ma il Duca molte ne difese.

Il nuovo papa Clemente V, a petizione del cardinale Niccolao da Prato, comandò al duca Ruberto e a’ Fiorentini si levassono dall’assedio di Pistoia. Il duca ubbidì e partissi: i Fiorentini vi rimasono, e elessono per capitano messer Cante de’ Gabrielli d’Agobbio; il quale niuna piatà avea de’ cittadini di Pistoia. I quali, dentro alla terra, constrigneano le lagrime e non dimostravano le loro doglie, perché vedeano era di bisogno di cosl fare per non morire. Sfogavansi contro a’ loro adversari: quando alcuno ne prendeano, crudelmente l’uccideano. Ma la gran piatà era di quelli eran guasti nel campo: ché coi piè mozzi li ponieno appiè delle mura, acciò che i loro padri, fratelli o figliuoli li vedessono; e non li poteano ricevere né aiutare, perché la Signoria non li lasciava, acciò che gli altri non ne sbigotissono, né non li lasciavano di sulle mura vedere da’ loro parenti e amici. E così morivano i buoni cittadini pistolesi, che da’ nimici erano smozzicati e cacciati verso la loro tribolata e afflitta città.

Molta migliore condizione ebbe Soddoma e Gomorra, e l’altre terre, che profondarono in un punto e morirono gli uomini, che non ebbono i Pistolesi morendo in così aspre pene. Quanto gli assalì l’ira d’Iddio! Quanti e quali peccati poteano avere a così repente giudicio? Quelli che erano all’assedio, di fuori, sosteneano male assai per lo tenpo cattivo, e per lo male terreno, e per le spese grandi: e i loro cittadini gravavano forte, e spogliavano i Ghibellini e’ Bianchi di moneta, per modo che molti ne consumorono.

E per avere moneta ordinorono uno modo molto sottile, che fu una taglia che puosono a’ cittadini, che si chiamò la Sega. E poneano a’ Ghibellini e a’ Bianchi tanto per testa il dì; a alcuni lire III, a altri lire II, a chi lire I, secondo che parea loro che potesse sopportare: e così avea la sua taglia colui che era a’ confini come chi era nella città. E a tutti i padri che aveano figliuoli da portare arme, feciono certa taglia, se fra dì XX non si rappresentassono nell’oste. Mandavavi la città a sesti; e a mute di XX dì in XX dì. E tanto feciono i Fiorentini e’ Lucchesi, che molti loro contadini distrussono, tenendoli senza paga; però che erano poveri, e convenìa loro stare con l’arme allo assedio di Pistoia.

I governatori di Pistoia, che sapeano il segreto della vittuaglia, sempre la celavano; e a’ forestieri, che serviano la terra con arme, ne davano, e agli altri utili uomini, discretamente, come bisogno n’aveano: perché si vedeano venire alla morte per fame.

Quelli che sapeano la strettezza della vittuaglia, aveano duri partiti: e il loro pensiero era tenersi fino all’estremo, e allora dirlo al popolo, e armarsi tutti; come disperati gittarsi co’ ferri in mano adosso a’ nimici, e «O noi morremo per niente; o forse mancherà loro il cuore, e nasconderannosi, e gitteransi in fuga o in altri vili rimedi». E così diliberarono fare, quando al fine della vittuaglia si vedessono venire: e non lasciarono però la speranza dello scampo loro.

15

Gli amici de’ Pistoiesi impetrano dal Pontefice la venuta d’un Cardinale

Legato in Toscana, che è Napoleone Orsini. Ciò determina i Neri a trattare

con la città; la quale, ridotta agli estremi, si rende a patti,

che poi non sono osservati. Sdegno del Legato, che va a Bologna (1306, aprile).

Significarono i Pistolesi al Cardinale da Prato la loro miseria, e a altri loro segreti amici di fuori, li quali per loro procuravano. E tanto feciono, che in Corte fu eletto messer Napoleone Orsini cardinale, Legato in Toscana e nel Patriarcato d’Aquilea: e ciò si fece per soccorrere Pistoia, come terra di Chiesa. Il quale Cardinale subito si partì, e fra pochi dì giunse in Lonbardia.

Iddio glorioso, il quale i peccatori batte e gastiga, e in tutto non li confonde, si mosse a pietà, e mandò nel cuore de’ Fiorentini questo pensiero: «Questo signore ne viene, e giunto dirà: Questa terra è della Chiesa. E vorrà entrarvi; e noi verremo a scandolo con la Chiesa». E pensarono a venire a’ rimedii.

Perché le cose si temono più da lunge che da presso, e pensa l’uomo molte cose; sì come quando una forteza o un castello si fa, molti sono che per diversi pensieri la temono, e poi che è fatta e compiuta, gli animi sono rassicurati e niente la temono; così da lunge temerono i Fiorentini il Cardinale, e da presso poco il curarono: benché ragionevolmente temere si dovea, sì per l’alteza della Chiesa, sì per la sua dignità, e sì perché era grande in Roma, e sì per la grande amicizia avea di Signori e di Comuni. E tanto temerono la sua venuta, che disposono cercare accordo in questo modo.

Che eglino ebbono uno savio e buono frate di Santo Spirito, il quale mandorono a Pistoia a messer [...] de’ Vergellesi, de’ principali cittadini, assai suo amico. E parlando con lui, il frate li fece molte promesse speziali e generali per parte della Signoria di Firenze, profferendoli la terra rimarrebbe libera e salda nelle sue belleze, e le persone salve e le loro castella.

Quando il cavaliere sentì questo, lo manifestò agli Anziani, i quali, udendo il frate e la balìa avea, conchiusono l’accordo; non sanza volontà di Dio, che le grandi e piccole cose dispone, e non volle in tutto disfare quella città. O pietosa clemenzia, come gli conducesti in estremo fine! ché solo uno dì aveano vittuaglia da vivere, e poi si convenla la morte per fame palesare a’ cittadini. Di ciò sia tu, santissima Maestà, in eterno lodata! ché il pane che mangiavano i buoni cittadini, i porci l’arebbono sdegnato!

Fatto l’accordo innanzi la venuta del Cardinale, la porta s’aperse a dì X d’aprile 1306; e tal cittadino vi fu, che per fame patita mangiò tanto, ch’egli scoppiò.

I Neri di Firenze presono la terra, e non osservorono loro i patti: perché tanto li strinse la paura che a loro non convenisse renderla, che subito sanza alcuno intervallo gittorono le mura in terra, che eran bellissime.

Il Cardinale legato, udite le novelle di Pistoia, fortemente si turbò; perché si credea esser tale, che rimedio v’arebbe posto. Andossene a Bologna, e quivi fece sua risidenzia.

16

Condizioni di Parte guelfa di là dell’Appennino,

dopo aver Giberto da Correggio, signore di Parma, procurata

(gennaio 1306) la ribellione di Reggio e Modena al marchese di Ferrara.

Parma, Reggio e Modona s’erano rubellate dal marchese di Ferrara; il quale, per troppa tirannia facea loro, Iddio non lo vi volle più sostenere: ché quando fu più inalzato, cadde. Perché avea tolto per moglie la figliuola del re Carlo di Puglia; e perché condiscendesse a dargliele, la comperò, oltre al comune uso, e fecele di dota Modona e Reggio: onde i suoi fratelli e i nobili cittadini sdegnorono entrare in altrui fedeltà: e più vi s’aggiunse la nimistà d’uno potente cavaliere di Parma, chiamato messer Ghiberto, il quale il Marchese cercava cacciare per tradimento; ma il cavaliere dié gran conforto a’ cittadini di quelle due terre di rubellarsi, e con gente e con arme li liberò di servitù.

17

Bologna, già (marzo 1306) divenuta nera e cacciati i Bianchi e i Ghibellini,

caccia poco stante lo stesso Legato. Questi dopo tentati inutilmente

i Neri di Firenze, fa in Arezzo una radunata di forze bianche e ghibelline,

la quale per sua o dappocaggine o tristizia, va a male,

ed è l’ultima che i fuorusciti facciano (maggio 1306-luglio 1307).

Stando il Legato in Bologna, i Bolognesi rivolti cacciorono fuori i loro nimici. Credette pacificarli. I Fiorentini con danari e con conforto feciono tanto, che gli apposono colpa d’uno trattato, e di tradimento; e vilmente e con vergogna lo cacciorono di Bologna, e morto vi fu un suo cappellano. Andò in Romagna per entrare in Furlì: i Fiorentini gliel negorono. Andossene ad Arezo, e con lettere e imbasciate cercò umiliarli, e non poté.

Il Cardinale, essendo in Arezo, raunò gente assai e fecevisi forte, perché intese i Neri di Firenze v’andrebbono a oste. Vennevi in suo aiuto il Marchese della Marca, e molti gentili uomini di là, e molti Guelfi bianchi e Ghibellini di Firenze, e molti cavalli da Roma e da Pisa e da molti cherici di Lombardia; che in tutto si ragionava che fossono cavalli IImCCCC scelti.

Andoronvi i Neri di Firenze, ma con molto sospetto; ma non si advicinorono ad Arezo: tennono la via in verso Siena; poi si rivoltorono per una montagna, e entrorono su quel d’Arezo, dove disfeciono molte fortezze degli Ubertini. Al piano non discesono, perché i passi poteano esser loro contesi; e battaglia non si prese, perché i Neri forte ne dubitavano. I nimici loro confortavano il Cardinale si pigliasse la battaglia, mostrando avere gran vantaggio e la vittoria certa. Il Cardinale mai nol consentì, né che andassono a prendere i passi, o tòrre loro vittuaglia al partire: e però i Neri, sanza alcuno dubbio o offesa, se ne tornorono a Firenze.

Molto fu biasimato il Cardinale, de l’averli lasciati andare sicuri; e per molti si disse che l’avea fatto per danari, o per promessa li fusse fatta da loro d’ubbidirlo e d’onorarlo: o vero, che messer Corso Donati gli avesse promessi fiorini IIIIm e darli la terra; et egli venisse da quella parte con la sua gente, per poterli levare da oste, e avere i danari e non li dare la terra.

La gente che in aiuto erano venuti al Cardinale, sconsolati si partirono, perché vedeano il partito vinto; e aveano speso assai sanza alcuno frutto, credendosi racquistare la terra loro. E mai si raunoron più.

18

Il Cardinale, abbandonato dai Bianchi, è dileggiato dai Neri e da essi tenuto a bada

con finti negoziati di pace, finché vien rimosso dalla Legazione.

Discordie di Parte ghibellina in Arezzo (fine 1307-1308).

I Neri, beffando il Cardinale, cercorono per più vie vituperarlo, mostrando volerli ubbidire. E ritornati in Firenze, vi mandorono ambasciadori messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini; i quali il faceano volgere e girare a lor modo, traendo da lui grazie, e pareano i signori della sua corte. E tanto li feciono mandare a’ Signori un frate Ubertino, e tanti modi e tante cagioni trovavano e opponeano da un punto a un altro, che aspettorono i nuovi Signori, che speravano fussono loro più favorevoli.

Alcuni diceano che il Legato tenea i Neri giusti uomini, e fermamente dicea agli amici che pace sarebbe. Non fu mai femmina da ruffiani incantata e poi vituperata, come costui da quelli due cavalieri: e del più giovane fu detto, che più sottilmente seguitava l’opera, tenendo il Cardinale a parole, seguendo trattati di pace; nel quale buon pezzo dimororono, per lo parlare che facea.

Infine, per infamia data in Corte al Cardinale, fu rimosso dalla legazione; e con poco onore, andò a Roma.

I savi uomini s’avidono che gl’inbasciadori stavano in Arezo per mettere scandolo tra gli Aretini. E Uguccione da Faggiuola co’ Magalotti e con molti nobili, seminorono tanta discordia in Arezo, che come nimici stavano i potenti Ghibellini: ma pur poi s’atutorono.

19

Si riaccendono le discordie de’ Neri fiorentini,

tra la fazione di Corso Donati e quella di Rosso della Tosa.

Corso si apparecchia alle offese (1308, ottobre).

Sì come nasce il vermine nel saldo pome, così tutte le cose che sono create a alcun fine, conviene che cagione sia in esse che al loro fine termini. Fra i Guelfi neri di Firenze, per invidia e per avarizia, una altra volta nacque grande scandolo. Il qual fu, che messer Corso Donati, parendoli avere fatta più opera nel racquistare la terra, gli parea degli onori e degli utili avere picciola parte o quasi nulla: però che messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini, con loro seguaci, di popolo, prendevano gli onori, servivano gli amici, e davano i risponsi, e faceano le grazie: e lui abbassarono. E così vennono in grande sdegno negli animi: e tanto crebbe, che venne in palese odio.

Messer Pazino de’ Pazi fece un dì pigliare messer Corso Donati, per danari dovea avere da lui. Molte parole villane insieme si diceano, per volere la signoria sanza lui; perché messer Corso era di sì alto animo e di tanta operazione, che ne temeano, e parte contentevole non credevano che dare gli si potesse.

Onde messer Corso raccolse gente a sé dí molte guise. Gran parte ebbe de’ Grandi, però che odiavano i popolani pe’ forti Ordinamenti della Giustizia fatti contro a loro; i quali promettea annullare. Molti n’accolse, che speravano venire sì grandi con lui che in signoria rimarrebbono; e molti con belle parole, le quali assai bene colorava; e per la terra diceva: «Costoro s’appropriano tutti gli onori; e noi altri, che siamo gentili uomini e potenti, stiamo come strani: costoro hanno gli scherigli, i quali li seguitano: costoro hanno i falsi popolani, e partonsi il tesoro, del quale noi, come maggiori, dovremo esser signori». E così svolse molti degli adversari, e recò a suo animo; de’ quali furono i Medici e’ Bordoni, i quali li soleano esser nimici, e sostenitori di messer Rosso dalla Tosa.

Quando rifatta ebbe sua congiura, cominciarono a parlare più superbamente nelle piazze e ne’ consigli; e se niuno si opponea loro, li faceano senbiante di nimico. E tanto s’accese il fuoco, che, di concordia della congiura, i Medici e i Bordoni, e altri a ciò ordinati, assalirono lo Scambrilla per ucciderlo, e fedironlo nel viso in più luoghi: onde gli adversarii tennon che fatto fusse in loro dispetto; molto il vicitarono, e molte parole dissono; e guarito che fu, li dierono fanti alle spese del Comune, confortandolo che gran vendetta ne facesse. Questo Scambrilla era potente della persona, e per l’amistà di coloro cui egli seguiva: non era uomo di grande stato, ché era stato soldato.

Crescendo l’odio per le superbe parole erano tra quelli della congiura e gli altri, si cominciò per ogni parte a invitare gente e amici. I Bordoni aveano gran séguito da Carmignano, e da Pistoia, e dal Monte di sotto, e da Taio di messer Ridolfo grande uomo di Prato, e dagli uomini di sua casa e di suo animo, tanto che a’ congiurati prestò grande aiuto.

Messer Corso avea molto inanimati i Lucchesi, mostrando le rie opere de’ suoi adversarii e i modi ch’eglino usavano; i quali, veri o non veri, lui sapea ben colorare. Tornato in Firenze, ordinò che un giorno nominato fussono tutti armati, e andassono al palagio de’ Signori, e dicessono che al tutto voleano che Firenze avesse altro reggimento; e con queste parole, venire all’arme.

20

La parte di Rosso si solleva. La Signoria cita e sbandisce i Donati e i Bordoni.

Essi si afforzano e sono combattuti. Loro fuga (6 ottobre 1308).

Messer Rosso e’ suoi seguaci sentirono le invitate, e le parole si diceano, e apparecchiare l’arme: con irato animo, tanto s’accesono col parlare, che non si poterono ritrarre dal furore. E una domenica mattina andorono a’ Signori; i quali raunorono il Consiglio, e presono l’arme, e feciono richiedere messer Corso e’ figliuoli e i Bordoni. La richiesta e il bando si fece a un tratto; e subito condannati. E il medesimo dì, a furore di popolo, andorono a casa messer Corso. Il quale alla piaza di San Piero Maggiore s’asserragliò e afforzò con molti fanti; e corsonvi i Bordoni, con gran séguito, vigorosamente, e con pennoni di loro arme.

Messer Corso era forte di gotti aggravato, e non potea l’arme; ma con la lingua confortava gli amici, lodando e inanimando coloro che valentemente si portavano. Gente avea poca, ché non era il dì ordinato.

Gli assalitori erano assai, perché v’erano tutti i gonfaloni del popolo, co’ soldati e con li sgarigli a’ serragli, e con balestra, pietre e fuoco. I pochi fanti di messer Corso si difendeano vigorosamente, con lancie, balestra e pietre, aspettando che quelli della congiura venisson in loro favore; i quali erano i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, e quasi tutto il Sesto d’Oltrarno, i Tornaquinci, i Bondalmonti salvo messer Gherardo; ma niuno si mosse, né fece vista. Messer Corso, vedendo che difendere non si potea, diliberò partirsi. I serragli si ruppono: gli amici suoi si fuggivano per le case, e molti si mostravano essere degli altri, che erano di loro.

Messer Rosso, e messer Pazino, e messer Geri, e Pinaccio, e molti altri pugnavano vigorosamente a piè e a cavallo. Piero e messer Guiglielmino Spini, giovane cavalier novello, armato alla catalana, e Boccaccio Adimari e’ figliuoli e alcun suo consorto, seguitandoli forte, giunsono Gherardo Bordoni alla Croce a Gorgo: assalironlo; lui cadde boccone; eglino, smontati, I’uccisono; e il figliuolo di Boccaccio gli tagliò la mano, e portossela a casa sua. Funne da alcuno biasimato; e disse lo facea, perché Gherardo avea operato contro a loro a petizione di messer Tedice Adimari, loro consorto e cognato del detto Gherardo. I fratelli scamparono; e il padre rifuggì in casa i Tornaquinci, ché era vecchio.

21

Morte di Corso Donati. Sue qualità (6 ottobre 1308).

Messer Corso, infermo per le gotti, fuggìa verso la badia di San Salvi, dove già molti mali avea fatti e fatti fare. Gli sgarigli il presono, e riconobberlo: e volendolne menare, si difendeva con belle parole, sì come savio cavaliere. Intanto sopravenne uno giovane cognato del mariscalco. Stimolato da altri d’ucciderlo, nol volle fare; e ritornandosi indietro, vi fu rimandato: il quale la seconda volta li dié d’una lancia catelanesca nella gola, e uno altro colpo nel fianco; e cadde in terra. Alcuni monaci ne ’l portorono alla badia; e quivi morì, a dì [...] di settembre, e fu sepulto.

La gente cominciò a riposarsi, e molto si parlò della sua mala morte in varii modi, secondo l’amicizia e inimicizia: ma parlando il vero, la sua vita fu pericolosa, e la morte reprensibile. Fu cavaliere di grande animo e nome, gentile di sangue e di costumi, di corpo bellissimo fino alla sua vecchieza, di bella forma con dilicate fattezze, di pelo bianco; piacevole, savio e ornato parlatore, e a gran cose sempre attendea; pratico e dimestico di gran signori e di nobili uomini, e di grande amistà, e famoso per tutta Italia. Nimico fu de’ popoli e de’ popolani, amato da’ masnadieri, pieno di maliziosi pensieri, reo e astuto. Morto fu da uno straniero soldato così vilmente; e ben seppono i consorti chi l’uccise, ché di subito da’ suoi fu mandato via. Coloro che uccidere lo feciono furon messer Rosso dalla Tosa e messer Pazino de’ Pazi, che volgarmente per tutti si dicea: e tali li benediceano, e tali il contrario. Molti credettono, che i due detti cavalieri l’avesson morto; e io, volendo ricercare il vero, diligentemente cercai e trovai così esser vero.

22

Relazioni in che trovavasi, a questo punto, il Comune di Firenze

con la Chiesa; scomunica della città;  elezione di nuovo vescovo,

e maneggi de’ Neri per essa (estate del 1309).

La santa Chiesa di Roma, la quale è madre de’ cristiani quando i rei pastori non la fanno errare, divenuta in basseza per la reverenzia de’ fedeli minuita, richiese i Fiorentini, e fermò processo di scomunicazione, e sentenzia dié contro a loro; e scomunicò gli uficiali, e intradisse la terra, e tolse l’uficio santo a’ secolari. I Fiorentini mandoro ambasciadori al Papa. Morì il vescovo Lottieri dalla Tosa: chiamato ne fu per simonia uno altro, di vile nazione, animoso in Parte guelfa, e nel vulgo del popolo, ma non di santa vita.

Molto ne fu biasimato il Papa, e a gran torto, perché i mali pastori son alcuna volta conceduti da Dio pe’ peccati del popolo, secondo il filosafo. Molto si procurò in Corte con promesse e con denari: altri ebbe le voci, e altri la moneta; ma lui ebbe il vescovado. Uno calonaco fu eletto vescovo da’ calonaci. Messer Rosso e gli altri Neri lo favoreggiavano, perché era di loro animo, pensando volgerlo a suo modo. Andò in Corte, e spese danari assai, e il vescovado non ebbe.

23

Vacando l’Impero, la Chiesa, per iscuoter da sé la tirannide del re di Francia,

e lo scredito che questa le attira, procura la elezione d’un buon Imperatore.

E’ eletto Arrigo conte di Lussemburgo (27 novembre 1308).

Vacante lo Imperio per la morte di Federigo secondo, coloro, che a parte d’Imperio attendeano, tenuti sotto gravi pesi, e quasi venuti meno in Toscana e in Cicilia, mutate le signorie, la fama e le ricordanze dello Imperio quasi spente, lo Imperadore del cielo provide e mandò nella mente del Papa e de’ suoi Cardinali, di riconoscere come erano invilite le braccia di santa Chiesa, che i suoi fedeli quasi non la ubbidivano.

Il re di Francia, montato in superbia perché da lui era proceduta la morte di papa Bonifazio; credendo che la sua forza da tutti fusse temuta; faccendo per paura eleggere i Cardinali a suo modo; addomandando l’ossa di papa Bonifazio fussono arse, e lui sentenziato per eretico; tenendo il Papa quasi per forza; opponendo e disertando i giudei, per tòrre la loro moneta, appognendo a’ Tempieri resìa, minacciandoli; abassando gli onori di santa Chiesa; sì che per molte cose rinnovate nelle menti degli uomini la Chiesa non era ubbidita; e non avendo braccio né difenditore, pensarono fare uno imperadore, uomo che fusse giusto, savio e potente figliuolo di santa Chiesa, amatore della fede. E andavano cercando chi di tanto onore fusse degno: e trovarono uno che in Corte era assai dimorato, uomo savio, di nobile sangue, giusto e famoso, di gran lealtà, pro’ d’arme e di nobile schiatta, uomo di grande ingegno e di gran temperanza; cioè Arrigo conte di Luzinborgo di Val di Reno della Magna, d’età d’anni XL, mezano di persona, bel parlatore, e ben fazionato, un poco guercio.

Era stato questo conte in Corte, per procacciare un grande arcivescovado della Magna per un suo fratello. Il quale, avuto il detto beneficio, si partì: il quale arcivescovado avea una delle sette voci dello ’mperio. L’altre voci, per volontà di Dio, s’accordorono; e eletto fu Imperadore: il quale, per lunga vacazione dello Imperio, quasi si reputò niente a poter essere re.

24

Arrigo, tuttoché sconsigliato per opera de’ Fiorentini, discende in Italia,

e si avvicina a Milano (novembre 1308-dicembre 1310).

Il Cardinale da Prato, il quale molto avea favoreggiata la elezione sua credendo aiutare gli amici suoi e gastigare i nimici e gli adversari suoi, lasciò ogni altra speranza per minore, e attese all’altezza di costui. La cui elezione fu fatta a dì XVI di luglio 1309; e la confermazione, e bollate le lettere, nel detto anno. Il quale, eletto e confermato, passò la montagna, giurato e promesso di venire per la corona all’agosto prossimo, come leale signore volendo observare suo saramento. Nel primo consiglio fu offeso da’ Fiorentini, perché a’ preghi loro l’arcivescovo di Maganza lo consigliava che non passasse, e che li bastava esser re della Magna, mettendoli in gran dubbio e pericolo il passare in Italia.

Iddio onnipotente, il quale è guardia e guida de’ prencipi, volle la sua venuta fusse per abbattere e gastigare i tiranni che erano per Lombardia e per Toscana, infino a tanto che ogni tirannia fusse spenta. Fermossi l’animo dello Imperadore d’observare sua promessa, come signore che molto stimava la fede: e con pochi cavalli passò la montagna, per le terre del conte di Savoia, sanza arme, in però che il paese era sicuro; sì che al tempo giurato giunse in Asti. E là raccolse gente, e prese l’arme, e ammunì i suoi cavalieri; e venne giù, discendendo di terra in terra, mettendo pace come fusse uno agnolo di Dio, ricevendo la fedeltà fino presso a Milano; e fu molto impedito dal re Ruberto era in Lombardia.

25

Arrigo, incamminato verso Pavia, è indotto da Matteo Visconti a rivolgersi a Milano,

con poca soddisfazione di Guido della Torre (dicembre 1310).

Giunto lo Imperadore su uno crocicchio di due vie, che l’una menava a Milano, l’altra a Pavia, uno nobile cavaliere, chiamato messer Maffeo Visconti da Milano, alzo la mano e disse: «Signore questa mano ti può dare e tòr Milano: vieni a Milano, dove sono gli amici miei, però che niuno ce la può tòrre; se vai verso Pavia, tu perdi Milano». Era messer Maffeo stato più anni rubello di Milano, e era capitano quasi di tutta Lombardia, uomo savio e astuto più che leale. Di Milano era allora capitano e signore messer Guidotto dalla Torre, leale signore, ma non così savio. Quelli dalla Torre erano gentili uomini e d’antica stirpe; e per loro arme portavan una torre nella metà dello scudo dal lato ritto, e dall’altro lato due gigli incrocicchiati; e eran nimici de’ Visconti.

Il signore mandò un suo maliscalco a Milano, che era nato di quelli dalla Torre, e molte parole amichevoli usò con messer Guidotto, mostrandoli la buona volontà del signore: ma messer Guidotto pur dubitava della sua venuta, e temea di perdere la signoria, e non li parea per sua difesa pigliare la guerra. Fece tutti i suoi soldati vestire di partita di campo bianco e una lista vermiglia; fece disfare molti ponti di lunge dalla terra. Lo Imperadore, con piano animo, tenne il consiglio di messer Maffeo Visconti, e dirizossi verso Milano, e lasciò Pavia da man ritta.

Il conte Filippone, signore di Pavia, con gran benivolenzia mostrava aspettarlo e onorarlo in Pavia. Lo Imperadore, tegnendo la via verso Milano, passò il Tesino a guado, e per lo distretto cavalcò sanza contasto.

I Milanesi gli vennero incontro. Messer Guidotto, veggendo tutto il popolo andarli incontro, si mosse anche lui: e quando fu appresso a lui, gittò in terra la bacchetta, e smontò a terra, e baciogli il piè; e come uomo incantato, seguitò il contrario del suo volere.

26

Arrigo entra e pacifica Milano. Sua incoronazione e Corte (dicembre 1310-gennaio 1311).

Con gran festa fu ricevuto dal popolo in Milano; e pacificò messer Guidotto e messer Maffeo, insieme co’ loro seguaci, e molte altre belle cose fece e più parlamenti: e più lettere mandò nella Magna, avendo novelle che ’l suo figliuolo era coronato re di Buemia, e avea preso donna di nuovo, di che ebbe molta allegreza.

Avea lo Imperadore per antica usanza di prendere la prima corona a Moncia: per amore de’ Milanesi, e per non tornare indietro, prese la corona del ferro, lui e la donna sua, in Milano, nella chiesa di Santo Ambrogio, la mattina della pasqua di Natale a dì XXV di dicembre 1310. La quale corona era di ferro sottile, a guisa di foglie d’alloro, forbita e lucida come spada, e con molte perle grosse e altre pietre.

Grande e orrevole corte tenne in Milano; e molti doni fece la Imperadrice la mattina di calen di gennaio 1310 ai suoi cavalieri. Parte guelfa o ghibellina non volea udire ricordare. La falsa fama l’accusava a torto: i Ghibellini diceano: «E’ non vuole vedere se non Guelfi»; e i Guelfi diceano: «E’ non accoglie se non Ghibellini»: e così temeano l’un l’altro. I Guelfi non andavano più a lui: e i Ghibellini spesso lo visitavano, perché n’aveano maggior bisogno; per l’incarichi dello Imperio portati, parea loro dovere aver miglior luogo. Ma la volontà dello Imperadore era giustissima, perché ciascuno amava, ciascuno onorava, come suoi uomini. Quivi vennono i Cremonesi a fare la fedeltà in parlamento con animo chiaro: quivi i Genovesi, e presentaronlo; e per loro amore a gran festa mangiò in scodella d’oro. Il Conte Filippone stava in corte; messer Manfredi di Beccheria, messer Antonio da Foscieraco signore di Lodi, e altri signori e baroni di Lonbardia, gli stavano dinanzi. La sua vita non era in sonare, né in uccellare, né in sollazzi, ma in continui consigli, assettando i vicari per le terre, e a pacificare i discordanti.

27

Malcontento e tumulti in Milano. Cacciata de’ Torriani; trionfo dei Visconti.

L’Imperatore lascia la città, affidandola a Matteo Visconti

ed al Vicario imperiale (1311, gennaio-aprile).

I Milanesi aveano stanziati danari per donare allo Imperadore; e a raunarli, nel consiglio ebbe rampogne tra quelli dentro e gli usciti ritornati.

Messer Guido avea due figliuoli, i quali si cominciavano a pentere di quanto il padre avea fatto, e udivano le parole de’ lamentatori di lor parte. Lo Imperadore fece uno pensiero: di trarre alcuni dell’una parte e dell’altra de’ più potenti, e menarsegli seco; e tali confinare.

I figliuoli di messer Mosca, che l’uno era arcivescovo, cugini di messer Guidotto, divenuti nimici per gara, il perché lui li tenea in prigione, lo Imperadore gliene fece trarre, e rappacificogli insieme. Ma i figliuoli di messer Guidotto non ressono; e un dì appensatamente richiesono loro amici e, ricominciato l’odio, in uno consiglio si svillaneggiorono di parole; le quali ingrossorono per modo che presono l’arme e abbarroronsi nel Guasto di quelli dalla Torre. Il romore fu grande: il maliscalco dello Imperadore vi trasse, [e] messer Galeazzo figliuolo di messer Maffeo Visconti; e [messer Maffeo] trasse a piè con lo Imperadore. Il maliscalco andò al serraglio con LX cavalli, e ruppelo, e la gente mise in fuga.

Messer Guidotto era malato di gotte; fu trasportato in altra parte: dissesi che scampato era nelle forze del Dalfino. I figliuoli rifuggirono a un loro castello presso a Como, e di lunge a Milano XX miglia. Tutti i loro arnesi furono rubati. E così si cambiò la festa; ma non l’amore dello Imperadore: però che volle loro perdonare; ma non se ne fidorono. E allor cominciò a sormontare messer Maffeo Visconti, e quelli dalla Torre e i loro amici abbassare. Il sospetto crebbe più che l’odio. Lo Imperadore raccomandò la terra a messer Maffeo, e per vicario vi lasciò messer Niccolò Salinbeni da Siena, savio e virile cavaliere, e adorno di belli costumi, magnanimo e largo donatore.

28

Ribellione di Cremona dall’Imperatore, alla quale danno aiuto i Neri di Firenze.

Arrigo cavalca verso Cremona, v’entra e imprigiona i ribelli (1311, maggio).

Il Nimico, che mai non dorme ma sempre semina e ricoglie, mise discordia in cuore a’ nobili di Cremona di disubidire: e due fratelli, figliuoli del marchese Cavalcabò, n’erano signori, e messer Sovramonte degli Amati, un savio cavaliere, quasi loro adversario per gara d’onori, vi s’accordorono; e a ciò lettere de’ Fiorentini e falsi instigamenti: gridorono contro allo Imperadore, e cacciaron il suo vicario.

Lo Imperadore, ciò sentendo, non cruccioso, come uomo di grande animo, gli citò: non l’ubbidirono, e rupponli fede e saramento. I Fiorentini vi mandorono subito uno anbasciadore per non lasciare spegnere il fuoco; il quale proferse loro aiuto di gente e di danari: il che i Cremonesi accettorono, e afforzorono la terra.

Lo Imperadore cavalcò verso Cremona. Gli ambasciadori di là li furono a’ piedi, dicendo come non potean portare l’incarichi eran loro posti, e che eran poveri, e che sanza vicario il voleano ubbidire. Lo Imperadore non rispondendo, furono ammaestrati per lettere segrete che se volessono perdono, vi mandassono assai de’ buoni cittadini a domandare merzè, però che lo Imperadore volea onore. Mandoronne assai, e scalzi, con niente in capo, in sola gonnella, con la coreggia in collo, e dinanzi a lui furono a domandare merzè. A’ quali non parlò: ma eglino senpre chieggendo perdono, lui sempre cavalcava verso la città: e giunto trovò aperta la porta, nella quale entrò: e ivi si fermò, e mise mano alla spada e fuori la trasse, e sotto quella li ricevette. I grandi e potenti, colpevoli, e il nobile cavalier fiorentino messer Rinieri Buondalmonti, podestà, si partirono avanti che lo Imperadore venisse: il quale podestà vi fu mandato per mantenerli contro allo Imperadore. Il quale fece prendere tutti i potenti vi rimasono, e messer Sovramonte, che per troppo senno o per troppa sicurtà non fuggì, e prender fece tutti coloro che gli andarono a chiedere merzè; e ritenneli in prigione. La terra riformò, la condannagione levò loro, e’ prigioni mandò a Riminingo.

29

Ribellione di Brescia, e assedio. Arrigo l’ha, dopo lunga guerra, a patti (1311, ottobre).

Dimorando lo Imperadore in Cremona, i Bresciani, i quali avean fatti i suoi comandamenti e ricevuto il suo vicario, messer Tibaldo Bruciati e messer Maffeo di Maggio capi ciascuno d’una parte, messer Maffeo, che prima tenea la terra, per ubidire dipose la signoria nella volontà dello Imperadore.

Messer Tibaldo, che dallo Imperadore fu beneficiato, perché prima andava cattivando per Lonbardia, povero, co’ suoi seguaci, e da lui fu rimesso nella città, il tradì. Perché, mandando da Cremona pe’ cavalieri che venissono a ubidirlo, vi mandò della parte di messer Maffeo tutti quelli aveano ubbidito. Il quale, quando se ne avide, mandò per alcuni nominatamente; i quali non vennono: feceli citare sotto termine e pena; e anche non vennono. Lo Imperadore, intendendo la loro malizia, con pochi appresso uscì della camera, e fecesi cignere la spada, e dirizossi col viso verso Brescia, e la mano pose alla spada, e meza la trasse della guaina, e maladì la città di Brescia. E riformò la città di Cremona di vicario.

A dì XII di maggio 1311 lo Imperadore con sua gente cavalcò a Brescia, e con gran parte de’ Lonbardi, e conti e signori. E posevi l’assedio, perché così fu consigliato; ch’ella non si potea tenere, perché non erano proveduti di vittuaglia, e erano nella fine della ricolta: «E veggendo il campo posto, la gente si arrenderà tosto; e se tu la lasci, tutta la Lonbardia è perduta, e tutti i tuoi contrarii quivi faranno nidio; e questa fia vettoria da fare tutti gli altri temere». Fermò l’assedio: mandò per maestri; ordinò edifici e cave coverte; e molti palesi segni fece da combattere. La città era fortissima e popolata di pro’ gente, e dal lato del monte avea una forteza, e tagliato il poggio; la via non potea esser loro tolta d’andare a quella forteza; la città era forte a conbatterla. Quivi si stette un giorno, pensando assalirla di verso la Magna; però che avutala, la città era vinta.

Messer Tibaldo, volendo soccorrere, andò là; e, per giustizia di Dio, il cavallo incespicò e cadde: e fu preso, e menato allo Imperadore, della cui presura molto si rallegrò. E fattolo esaminare, in su uno cuoio di bue il fe’ strascinare intorno alla città, e poi li fe’ tagliare la testa, e il busto squartare. E gli altri presi fece impiccare.

Così incrudelirono quelli dentro inverso quelli di fuori: ché quando ne pigliavano uno, lo ponieno su’ merli, acciò fusse veduto, e ivi lo scorticavano, e grande iniquità mostravano: e se presi erano di quelli dentro, erano da quelli di fuori impiccati. E così, con edificii e balestra, dentro e di fuori, guerreggiavano forte l’uno l’altro. La città non si potea tanto strignere con assedio, che spie non v’entrassono mandate da’ Fiorentini, i quali con lettere gli confortavano, e mandavano danari.

Un giorno messer Gallerano, fratello dello Imperadore, grande di persona, bello del corpo, cavalcava intorno alla terra per vederla, sanza elmo in testa, in uno giubbetto vermiglio. Il quale fu fedito d’un quadrello sul collo, per modo che pochi dì ne visse: acconcioronlo alla guisa de’ signori, e a Verona fu portato, e quivi fu onorato di sepultura. Molti conti, cavalieri e baroni vi morirono, tedeschi e lonbardi: assai v’infermarono, perché l’assedio durò fino a dì XVIII di settenbre.

A dì XVIIII di settenbre 1311, perché il luogo dove era il campo era disagiato, e ’l caldo grande, la vettuaglia venia di lunge, e’ cavalieri erano gentili; e dentro alla terra ne morivano assai di fame e di disagio, per le guardie si convenia loro fare, e pe’ sospetti grandi; per mezanità di tre cardinali, stati mandati dal Papa allo Imperadore, i quali furono messere d’Ostia, messere d’Albano e messere dal Fiesco, si praticò accordo tra lo Imperadore e i Bresciani, di darli la terra, salvo l’avere e le persone: e arrenderonsi a’ detti cardinali.

Lo imperadore entrò nella terra, e attenne loro i patti. Fece disfare le mura, e alquanti Bresciani confinò, e dall’assedio si partì con molti meno di suoi cavalieri, che vi morirono, e molti se ne tornoron indietro malati.

30

Arrigo passa a Pavia e a Genova, dove è molto onorato;

ivi gli muore la moglie (1311, ottobre-dicembre).

Partissi lo Imperadore da Brescia, e andonne a Pavia, per una discordia nata tra quelli di Beccheria e messer Riccardino, figliuolo del conte Filippone, per cagione che morì il vescovo di Pavia, e ciascun volea la nuova elezione; e tanta fu, che quelli di Beccheria uccisono de’ loro adversari. Il vicario con messer Riccardino pugnorono con quelli di Beccheria, per modo che li caccioron fuori della terra, e tolsono loro le loro castella di fuori. Lo Imperadore, parendoli avere perduto assai tenpo, cavalcò inverso Genova, la quale tenea messer Branca d’Oria; dove giunse a dì XXI d’ottobre 1311. Dal quale onoratamente fu ricevuto; e giurò ubidienzia.

Messer Obizino Spinola, capo dell’altra parte, che era rubello, li si fece innanzi, e con gran reverenzia l’onorò. Arbitrossi per li savi uomini, che la divisione delle due parti lo facesse tanto onorare, perché lo feciono a gara. Ma i Genovesi di loro natura sono molto altieri e superbi e discordanti tra loro; ché il re Carlo vecchio mai li poté raccomunare. Né non si credette mai che, non che lo ricevessono per signore, per loro superbia, ma che li dessono pure il passo: «perché i cittadini sono sdegnosi, la riviera è aspra, i Tedeschi sono dimestichi con le donne, i Genovesi ne sono ghignosi: zuffa vi sarà».

Iddio, che regge e governa i principi e’ popoli, gli ammaestrò: e inchinate le loro volontà, saviamente, come nobili uomini, l’onororono e ritennono in quella città più mesi. Nel qual tempo la morte, la quale a niuno non perdona né per lunga termine, per volontà di Dio partì dal mondo la nobile Imperadrice, con nobilissima fama di gran santità di vita onesta, ministra de’ poveri di Cristo. La quale fu seppellita con grande onore, a dì XII di novenbre, nella chiesa maggiore di Genova.

31

Giberto da Correggio, con l’aiuto de’ Fiorentini, ribella Parma e Reggio all’Imperatore,

e gli ntoglie Cremona, dove rauna fuorusciti di Milano e di Brescia.

La Lombardia novamente sconvolta (ottobre 1311-gennaio 1312).

I Fiorentini in tutto li si scopersono nimici in procurare la ribellione delle terre di Lonbardia. Corruppono per moneta e per promesse con lettere messer Ghiberto, signore di Parma, e dieronli fiorini XVm, perché tradisse lo Imperadore e rubellasseli la terra. De’, quanto male si mise a fare questo cavaliere, il quale da lui avea ricevute di gran grazie in così poco tempo. Ché donato gli avea il bel castello di San Donnino, e uno altro nobile castello, il quale tolse a’ Cremonesi e dié a lui, il quale era sulla riva di Po; e la bella città di Reggio gli avea data in guardia, credendo che fusse fedele e leale cavaliere. Il quale, armato sulla piazza di Parma, gridò: «Muoia lo Imperadore!», e il suo vicario cacciò fuori della terra, e i nimici accolse. Coprivasi con false parole, dicendo che non per danari il facea, ma perché il marchese Palavisino avea rimesso in Cremona, il quale tenea per suo nimico.

Premeano i Fiorentini i loro poveri cittadini, togliendo loro la moneta, la quale spendevano in così fatte derrate. E tanto procurorono, che messer Ghiberto rimise gli adversari dello Imperadore in Cremona; però che gli ritenea e afforzò sulla riva di Po: e un giorno cavalcò contro messer Galasso, che era alla guardia di Cremona, in servigio de’ Bresciani forse con Co cavalli; e entrarono nella terra, e tanti con loro se ne appoggiorono, che pochi fedeli dello Imperadore vi rimasono: a’ quali convenne votar la terra.

Messer Guidotto dalla Torre co’ cavalieri accolti di Toscana vi cavalcò. La terra afforzarono di fossi e di palizzi. Il conte Filippone contra lo Imperadore stava con animo iroso, e cercava parentado con messer Ghiberto e congiura e lega. Gli usciti di Brescia si raunorono con loro. Però che a quello che perdonò l’umiltà dello Imperadore, non perdonò Iddio: ché la parte di messer Tebaldo Bruciato, ricevuto il perdono dello Imperadore, una altra volta gli volle ritôrre la terra; onde l’altra parte, avuto più tosto il soccorso, con l’arme in mano, di Brescia e del contado gli cacciò. De’, quanta malizia multiplicò intra’ Lonbardi in picciol tempo, in uccidersi tra loro, e rompere il saramento dato!

32

Artifizi e provvedimenti usati dai Neri fiorentini contro l’Imperadore

presso il re di Francia e il Papa, servendosi specialmente

presso quest’ultimo del Cardinale Pelagrù,

legato pontificio a Bologna per la guerra di Ferrara (1312, 1311, 1310).

I Fiorentini che erano in Firenze, pieni di temenza e di paura, non attendeano a altro che a corrompere i signori de’ luoghi con promesse e con danari; i quali traevano da’ miseri cittadini, che per mantenere libertà se li lasciavano tòrre a poco a poco. Molti ne spesono in rie opere. La lor vita non era in altro che in simili cose.

I Signori feciono messi segreti. Fra’ quali fu uno frate Bartolomeo, figliuolo d’uno canbiatore, uomo astuto, uso in Inghilterra, e in sua giovineza costumato, e di sottile ingegno. Mandaronlo in corte a tentare il Papa e’ Cardinali. E con lettere
portò messer Baldo Fini da Fighine, tentarono il re di Francia. Al quale disse il Cardinale d’Ostia: «Quanto grande ardimento è quello de’ Fiorentini, che con loro X lendini ardiscono tentare ogni signore!».

Al Papa mandorono due anbasciadori, che furono messer Pino de’ Rossi e messer Gherardo Bostichi, due valenti cavalieri: molti danari furono loro sottratti, e molti ne perderono, e dal Papa non ebbono cosa volessono.

Il Cardinale Pelagrù, nato di Guascogna, nipote del Papa, fu mandato legato a Bologna; perché essendo morto il marchese di Ferrara, un suo figliuolo bastardo tenea la terra: la quale non potendo tenere, si patteggiò co’ Viniziani, e vendella loro. I Viniziani vi vennono, e per forza la presono e tennono. Messer Francesco da Esti, fratello del Marchese, insieme co’ Bolognesi e con messer Orso degli Orsini di Roma, s’accostorono con la Chiesa. Il Cardinale andò a Ferrara, e da’ Viniziani non fu ubidito: il perché fermò loro processo addosso, e condannògli: bandì loro la croce addosso, e di più luoghi v’andò assai genti contro per lo perdono e per avere soldo. I Viniziani teneano una fortezza in Ferrara, la quale il Marchese v’avea fatta molto forte, a guisa d’uno cassero. I Viniziani vi vennono per acqua, e furonvi sconfitti, e presi e mortine assai: e fu sventurata fortuna per loro, ché molto vilmente perderono, perche i nobili che v’erano l’abbandonarono. Il Cardinale Pelagrù venne a Firenze, e con grandissimo onore fu ricevuto. Il carroccio e gli armeggiatori gli andorono incontro fino allo spedale di San Gallo; i religiosi con la processione: i gran popolani di quella parte a piè e a cavallo l’andoron a onorare.

Giunse in Firenze: e i Fiorentini molto con lui si consigliorono; e bene lo informorono come procuravano col Papa, che tardasse la venuta dello Imperadore; e pregarono nel confortasse, e così promise fare. Donaronli danari, i quali volentieri accettò, e di quelli riscosse la sua legazione; e d’accordo con loro, di Firenze partì.

Andossene il Cardinale allo Imperadore, il quale sapea i ragionamenti avea avuti co’ Fiorentini, e però non li mostrò gran benivolenzia. Ritornossi al Papa: il quale, confortandolo di quanto da’ Fiorentini era pregato, gli tenea in speranza, tanto che da loro ritrasse molti danari. E questo faceano, perché lo Imperadore si consumasse.

33

Morte d’uno de’ nunzî pontificî ad Arrigo, del Vescouo di Liegi,

e de’ due ambasciatori fiorentini al Papa (1311-1312)

Di tre cardinali avea mandati il Papa allo Imperadore, quando era ad assedio a Brescia, ne morì uno, ciò è quello d’Albano; il quale venne infermo a Lucca, e morì quivi.

Il vescovo di Leggie anche vi morì, grande amico dello Imperadore: al quale avea donato Rezuolo, il quale è tra Reggio e Mantova; il quale i Mantovani di poi tolsono a colui a cui era rimaso.

I due anbasciadori fiorentini erano in Corte, vi morirono: e prima messer Pino de’ Rossi; e per premio di sua fatica furono fatti due suoi consorti e parenti cavalieri del popolo, e donato loro molti danari, di quelli togliean a’ Ghibellini e a’ Bianchi. E con tutto che i Bianchi tenessono alcuna vestigia di Parte guelfa, erano da loro trattati come cordiali nimici. Di poi morì messer Gherardo; e non furono i suoi onorati né di cavalleria né di danari, perché non era stato così fedele come l’altro.

34

Condizioni politiche della Toscana durante la discesa di Arrigo.

Lega guelfa toscana contro l’Imperatore.

Ricevimento che vi avevano trovato gli ambasciatori di lui.

Disegni ch’egli avea fatti circa la via da tenere per venire in Toscana (1310-1311).

I Fiorentini, acciecati dal loro rigoglio, si misono contro allo Imperadore, non come savi guerrieri, ma come rigogliosi, avendo lega co’ Bolognesi, Sanesi, Lucchesi, e Volterrani, e Pratesi, e Colligiani, e con l’altre castella di lor parte. I Pistolesi, poveri, lassi, e di guerra affannati e distrutti, non teneano del tutto con loro: non perché non fussono d’uno animo, ma perché vi metteano podestà con sì grandi salari, che non poteano sostenere alle paghe. Il perché non arebbono potuto pagare la loro parte della taglia, però che pagavano al maliscalco e a’ suoi fiorini XLVIIIm l’anno; e teneansi per loro, acciò che i Fiorentini non v’entrassono.

I Lucchesi sempre aveano anbasciadori in corte dello Imperadore; e alcuna volta diceano d’ubbidirli, se concedesse loro lettere, che le terre tenieno dello Imperio potessono tenere, e non vi rimettesse gli usciti. Lo Imperadore niuno patto fe’ con loro, né con altri: ma mandò messer Luigi di Savoia e altri anbasciadori in Toscana. I quali da’ Lucchesi furono onoratamente ricevuti e presentati di zendadi e altro. I Pratesi li presentarono magnificamente, e tutte l’altre terre; scusandosi erano in lega co’ Fiorentini.

Siena puttaneggiava: ché in tutta questa guerra non tenne il passo a’ nimici, né dalla volontà de’ Fiorentini in tutto si partì. I Bolognesi si tennono forte co’ Fiorentini contra lo Imperadore, perché temeano forte di lui: molto s’afforzorono, e steccarono la terra. Dissesi che contro a lui non aveano difesa alcuna, perché dalla Chiesa avea il passo: ma perché li parve aspro cammino a entrare in Toscana, no ’l fece. Dissesi che i marchesi Malispini il voleano mettere per Lunigiana, e feciono acconciare le vie e allargare nelli stretti passi; e se quindi fusse venuto, entrato sarebbe tra i falsi fedeli; ma Iddio l’ammaestrò.

35

Venuta di Arrigo, per Genova, a Pisa. Firenze non gli manda ambasciatori,

confermando per tal modo l’ostilità

già mostratagli col dispregiare e disobbedire gli ambasciatori suoi.

Guerra scoperta tra Firenze ed Arrigo (1311-1312).

Andossene a Genova per venire a Pisa, tutta d’animo e di parte d’Imperio; che più speranza ebbe della sua venuta che niuna altra città, e che fiorini LXm gli mandò in Lonbardia, e fiorini LXm gli promise quando fusse in Toscana, credendo riavere le sue castella e signoreggiare i suoi adversarii: quella che la ricca spada in segno d’amore gli presentò; quella che delle sue prosperità festa e allegreza faceva; quella che più minacce per lui ricevea; quella che diritta porta per lui è sempre stata, e per li nuovi signori, che venuti sono in Toscana per mare e per terra, che a loro parte attendano; quella che da’ Fiorentini è molto raguardata, quando s’allegrano delle prosperità d’Imperio.

Giunse lo Imperadore a Pisa a dì VI di marzo 1311 con XXX galee; dove fu con gran festa e allegreza ricevuto e onorato come loro signore. I Fiorentini non vi mandorono anbasciadori, per non esser in concordia i cittadini. Una volta gli elessono per mandarli, e poi non li mandorono, fidandosi più nella simonìa e in corrompere la corte di Roma che patteggiarsi con lui.

Messer Luigi di Savoia, mandato anbasciadore in Toscana dallo Imperadore, venne a Firenze; e fu poco onorato da’ nobili cittadini, e feciono il contrario di quello doveano. Domandò, che anbasciadore si mandasse a onorarlo e ubbidirli come a loro signore: fu loro risposto per parte della Signoria da messer Betto Brunelleschi, «che mai per niuno signore i Fiorentini inchinarono le corna». E inbasciadore non vi si mandò, ché arebbono avuto da lui ogni buon patto; perché il maggior impedimento ch’avesse, eran i Guelfi di Toscana.

Partito lo anbasciadore, se ne tornò a Pisa. E i Fiorentini feciono fare un battifolle a Arezzo, e ricominciarvi la guerra: e in tutto si scopersono nimici dello Imperadore, chiamandolo tiranno e crudele, e che s’accostava co’ Ghibellini, e i Guelfi non volea vedere. E ne’ bandi loro diceano: «A onore di santa Chiesa, e a morte del Re della Magna». L’aquile levarono dalle porti, e dove erano intagliate e dipinte; ponendo pena a chi le dipignesse, o le dipinte non ne spegnesse.

36

Arrigo passa da Pisa a Roma, e si ristringe coi Ghibellini.

Pratiche de’ Fiorentini con Re Roberto di Napoli.

Incoronazione d’Arrigo in San Giovanni Laterano (1312).

Lo Imperadore, schernito da’ Fiorentini, si partì di Pisa, e andonne a Roma: dove giunse a dì VII di maggio 1312, e onoratamente fu ricevuto come signore, e messo nel luogo del senatore. E intendendo le ingiurie gli eran fatte da’ Guelfi di Toscana, e trovando i Ghibellini che con lui s’accostavan di buona volontà, mutò proposito e accostossi con loro: e verso loro rivolse l’amore e la benivolenzia che prima avea co’ Guelfi; e proposesi d’aiutarli, e d’aiutarli a rimetterli in casa sua, e i Guelfi e i Neri tenere per nimici, e quelli perseguitare.

I Fiorentini sempre teneano anbasciadori a piè del re Ruberto, pregandolo che con la sua gente offendesse lo Imperadore, promettendoli e dandoli danari assai.

Il re Ruberto, come savio signore e amico de’ Fiorentini, promise loro d’aiutarli, e così fe’: e allo Imperadore mostrava di confortare e amunire i Fiorentini gli fussono ubbidienti, come a loro signore. E come sentì che lo Imperadore era a Roma, di subito vi mandò messer Giovanni suo fratello con CCC cavalli, mostrando mandarlo per sua difesa e onore della sua corona; ma lo mandò, perché s’intendesse con gli Orsini, nimici dello Imperadore, per corrompere il senato, e impedire la sua coronazione: che ben la ’ntese.

Mostrando il Re grande amore allo Imperadore, li mandò suoi anbasciadori a rallegrarsi della sua venuta, facendoli grandissime proferte, richieggendolo di parentado, e che li mandava il fratello per onorare la sua coronazione, e per suo aiuto, bisognando.

Rispose loro il savissimo Imperadore di sua bocca: «Tarde sono le proferte del Re, e troppo tostàna è la venuta di messer Giovanni». Savia fu la imperiale risposta, ché bene intese la cagione di sua venuta.

A dì primo d’agosto 1312 fu incoronato in Roma Arrigo, conte di Luzinborgo, Imperadore e Re de’ Romani, nella chiesa di San Giovanni Laterano, da messer Niccolao cardinale da Prato, e da messer Luca dal Fiesco cardinale da Genova, e da messer Arnaldo Pelagrù cardinale di Guascogna, di licenzia e mandato di papa Clemente V e de’ suoi cardinali.

37

Giustizia di Dio contro i Neri. Quanti e chi fossero rimasti i capi di Parte nera (1308).

La giustizia di Dio quanto fa laudare la sua maestà, quando per nuovi miracoli dimostra a’ minuti popoli, che Iddio le loro ingiurie non dimentica! molta pace dà a coloro nell’animo, che le ingiurie da’ potenti ricevono, quando veggiono che Iddio se ne ricorda. E come si conoscono aperte le vendette di Dio, quando egli ha molto indugiato e sofferto! ma quando lo indugia, è per maggior punizione: e molti credono che di mente uscito gli sia.

Quattro erano i capi di questa discordia, de’ Neri; ciò è messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Betto Brunelleschi, e messer Geri Spini. Dipoi vi se ne aggiunse due: cioè messer Teghiaio Frescobaldi, e messer Gherardo Ventraia, uomo di poca fede.

Questi sei cavalieri strinsono Folcieri, podestà di Firenze, a tagliare la testa a Masino Cavalcanti e a uno de’ Gherardini. Costoro faceano fare i Priori a loro modo, e gli altri uficî dentro e di fuori. Costoro liberavano e condannavano chi e’ voleano, e davano le risposte e faceano i servigi e’ dispiaceri come voleano.

38

Qualità e fine di Rosso della Tosa. Suo parentado (1309).

Messer Rosso dalla Tosa fu cavaliere di grande animo, principio della discordia de’ Fiorentini, nimico del popolo, amico de’ tiranni. Questi fu quello, che la intera Parte guelfa di Firenze divise in Bianchi e’ Neri; questi fu, che le discordie cittadinesche accese; questi fu quello, che con sollicitudine, con giure e promesse gli altri tenea sotto di sé. Costui a Parte nera fu molto leale, e i Bianchi perseguitò; con costui si confidavano le terre dattorno di Parte nera, e con lui avevano composizioni.

Costui, aspettato da Dio lungo tempo, però che avea più che anni LXXV, uno dì andando, uno cane li si attraversò tra’ piè e fecelo cadere, per modo si ruppe il ginocchio: il quale infistellì, e martoriandolo i medici, di spasimo si morì: e con grande onore fu sepulto, come a gran cittadino si richiedeva.

Lasciò due figliuoli, Simone e Gottifredi; che dalla parte furono fatti cavalieri, e con loro un giovane loro parente, chiamato Pinuccio, e molti danari furono donati loro. E chiamavansi i cavalieri del filatoio; però che i danari, che si dierono loro, si toglievan alle povere femminelle che filavano a filatoio.

Questi due cavalieri suoi figliuoli, volendo tener gran vita per esser onorati, perché parea loro che l’opere del padre il meritassono, cominciorono a calare, e messer Pino a sormontare; il quale in poco tempo si fece grande.

39

Qualità e fine di Betto Brunelleschi (1311).

Messer Betto Brunelleschi e la sua casa erano di progenie ghibellina. Fu ricco di molte possessione e d’avere; fu in grande infamia del popolo, però che ne’ tempi delle carestie serrava il suo grano, dicendo: «O aronne tal pregio, o non si venderà mai». Molto trattava male i Bianchi e i Ghibellini sanza niuna piatà, per due cagioni: la prima, per esser meglio creduto da quelli che reggevano; l’altra, perché non aspettava mai di tal fallo misericordia. Molto era aoperato in anbascerie, perché era buono oratore: familiare fu assai con papa Bonifazio; con messer Napoleone Orsino cardinale, quando fu legato in Toscana, fu molto dimestico, e tennelo a parole, togliendoli ogni speranza di mettere pace tra i Bianchi e’ Neri di Firenze.

Questo cavaliere fu in gran parte cagione della morte di messer Corso Donati; e a tanto male s’era dato, che non curava né Dio né ’l mondo, trattando accordo co’ Donati, scusando sé e accusando altri. Un giorno, giucando a scacchi, due giovani de’ Donati con altri loro compagni vennono a lui da casa sua, e fedironlo di molte ferite per lo capo, per modo lo lasciarono per morto: ma un suo figliuolo fedì un figliuolo di Biccicocco, per modo che pochi dì ne visse. Messer Betto alquanti dì stette per modo che si credea campasse; ma dopo alquanti dì, arrabbiato, sanza penitenzia, o soddisfazione a Dio e al mondo, e con gran disgrazia di molti cittadini, miseramente morì: della cui morte molti se ne rallegrorono, perché fu pessimo cittadino.

40

Qualità e fine di Pazzino de’ Pazzi (1312, gennaio).

Messer Pazzino de’ Pazzi, uno de’ IIII principali governatori della città, cercò pace co’ Donati per sé e per messer Pino, benché poco fusse colpevole della morte di messer Corso, perché era stato gran suo amico, e d’altro non si curava. Ma i Cavalcanti, che era potente famiglia, e circa LX uomini erano da portare arme, aveano molto in odio questi sei cavalieri governatori, i quali aveano stretto Folcieri podestà a tagliare la testa a Masino Cavalcanti, e sanza dimostrazione alcuna il soportavano.

Un giorno, sentendo il Paffiera Cavalcanti, giovane di grande animo, che messer Pazino era ito sul greto d’Arno da Santa Croce con uno falcone e con un solo famiglio, montò a cavallo con alcuni compagni, e andoronlo a trovare. Il quale, come gli vide, cominciò a fuggire verso Arno; e seguitandolo, con una lancia li passò le reni, e caduto nell’acqua gli segorono le vene, e fuggirono verso Val di Sieve. E così miseramente morì.

I Pazzi e’ Donati s’armorono, e corsono al palagio: e col Gonfalone della Giustizia, e con parte del popolo, corsono in Mercato Nuovo a casa i Cavalcanti, e con stipa misono fuoco in tre loro palagi: e volsonsi verso la casa di messer Brunetto, credendo l’avesse fatto fare. Messer Attaviano Cavalcanti soccorso fu dai figliuoli di messer Pino e da altri suoi amici: e feciono serragli, e con cavalli e pedoni s’afforzorono, per modo niente feciono; ché dentro al serraglio era messer Gottifredi e messer Simone dalla Tosa, il Testa Tornaquinci e alcuni loro consorti, e alcuni degli Scali, degli Agli e de’ Lucardesi, e di più altre famiglie che francamente li difesono, fin che constretti furono di disarmarsi.

Quietato il popolo, i Pazzi accusorono i Cavalcanti, de’ quali ne furono condannati XLVIII nell’avere e nella persona. Messer Attaviano si rifuggì in uno spedale, a fidanza de’ Rossi; di poi n’andò a Siena.

Di messer Pazino rimasono più figliuoli: de’ quali due ne furon fatti cavalieri dal popolo, e due loro consorti; e dati furono loro fiorini IIIIm, e XL moggia di grano.

41

Morti atrocemente i principali capi de’ Neri, rimane a triste vita un d’essi, Geri Spini (1312).

In quanto poco spazio di terreno sono morti cinque crudeli cittadini, dove la giustizia si fa e punisconsi i malifattori di mala morte! i quali furono messer Corso Donati, messer Nicola de’ Cerchi, messer Pazino de’ Pazi, Gherardo Bordoni, e Simone di messer Corso Donati: e di mala morte, messer Rosso dalla Tosa e messer Betto Brunelleschi: e de’ loro errori furono puniti.

Messer Geri Spini senpre dipoi stette in gran guardia, perché furono ribanditi i Donati e i loro sequaci e i Bordoni con grande onore, a cui poco innanzi furono le case disfatte dal popolo con gran vergogna loro e danno.

42

Conchiusione.

Così sta la nostra città tribolata! Così stanno i nostri cittadini ostinati a malfare! E ciò che si fa l’uno dì, si biasima l’altro. Soleano dire i savi uomini: «L’uomo savio non fa cosa che se ne penta». E in quella città e per quelli cittadini non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono; il male per legge non si punisce; ma come il malfattore ha degli amici, e può moneta spendere, così è liberato dal malificio fatto.

O iniqui cittadini, che tutto il mondo avete corrotto e viziato di mali costumi e falsi guadagni! Voi siete quelli che nel mondo avete messo ogni malo uso. Ora vi si ricomincia il mondo a rivolgere addosso: lo Imperadore con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per terra.

  

Indice Biblioteca Progetto Trecento

©  - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 marzo 2008