Dino Compagni

Cronica delle cose occorrenti nei tempi suoi

Edizione di riferimento

Cronica di Dino Compagni, Introduzione e note di Gino Luzzatto, Giulio Einaudi editore, Torino, 1968

LIBRO SECONDO

1

Ai Guelfi neri di Firenze.

Levatevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani, e distendete le vostre malizie. Palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più; andate e mettete in ruina le belleze della vostra città. Spandete il sangue de’ vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio. Seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Fate come fe’ Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in X anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate a’ vostri antichi, se ricevettono merito nelle loro discordie: barattate gli onori ch’eglino acquistorono. Non vi indugiate, miseri ché più si consuma in un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e picciola è quella favilla, che a distruzione mena un gran regno.

2

Papa Bonifazio VIII fa paciaro in Toscana Carlo di Valois,

a danno de’ Guelti bianchi (1301, autunno).

Divisi così i cittadini di Firenze, cominciarono a infamare l’uno l’altro per le terre vicine, e in Corte di Roma a papa Bonifazio, con false informazioni. E più pericolo feciono le parole falsamente dette, in Firenze, che le punte de’ ferri. E tanto feciono col detto Papa, dicendo che la città tornava in mano de’ Ghibellini, e ch’ella sarebbe ritegno de’ Colonnesi;’ e la gran quantità de’ danari mischiata con le false parole, che, consigliato d’abbattere il rigoglio de’ Fiorentini, promise di prestare a’ Guelfi neri la gran potenzia di Carlo di Valois de’ reali di Francia, il quale era partito di Francia per andare in Cicilia contro a Federigo d’Araona. Al quale scrisse, lo volea fare paciaro in Toscana contra i discordanti dalla Chiesa. Fu il nome di detta commissione molto buono, ma il proponimento era contrario; perché volea abattere i Bianchi e innalzare i Neri, e fare i Bianchi nimici della casa di Francia e della Chiesa.

3

Ambascerie de’ Neri e de’Bianchi di Firenze a Carlo in Bologna,

e suo passaggio dinanzi a Pistoia (1301, agosto).

Essendo già venuto messer Carlo di Valois a Bologna, furono a lui imbasciadori de’ Neri di Firenze, usando queste parole: «Signore, merzè per Dio, noi siamo i Guelfi di Firenze, fedeli della casa di Francia: per Dio, prendi guardia di te e della tua gente, perché la nostra città si regge da Ghibellini».

Partiti gli anbasciadori de’ Neri, giunsono i Bianchi, i quali con grandissima reverenzia li feciono molte proferte, come a loro signore. Ma le maliziose parole poterono più in lui, che le vere: perché li parve maggior segno d’amistà il dire «guarda come tu vai», che le proferte. Fu consigliato che venisse per lo cammino di Pistoia, per farlo venire in isdegno co’ Pistolesi; i quali si maravigliarono facesse la via di là, e per dubbio fornirono le porti della città con celate armi e con gente. I seminatori degli scandali li diceano: «Signore, non entrare in Pistoia, perché e’ ti prenderanno, però ch’eglino hanno la città segretamente armata, e sono uomini di grande ardire e nimici della casa di Francia». E tanta paura li misono, che venne, fuori di Pistoia, per la via d’un piccolo fiumicello, mostrando contro a Pistoia maltalento.

E qui s’adempié la profezia d’uno antico villano, il quale lungo tempo innanzi avea detto: «Verrà di ponente un signore su per l’Onbroncello, il qual farà gran cose: il perché gli animali che portano le some, per cagione della sua venuta, andranno su per le cime delle torri di Pistoia».

4

Carlo di Valois in Corte di Roma.

Ambasceria de’ Guelfi bianchi al Pontefice (1301, settembre-ottobre).

Passò messer Carlo in Corte di Roma, sanza entrare in Firenze; e molto fu stimolato, e molti sospetti li furono messi nell’animo. Il signore non conoscea i Toscani né le malizie loro. Messer Muciatto Franzesi, cavaliere di gran malizia, picciolo della persona, ma di grande animo, conoscea ben la malizia delle parole erano dette al signore: e perché anche lui era corrotto, li confermava quello che pe’ seminatori degli scandoli gli era detto, che ogni dl gli erano dintorno.

Aveano i Guelfi bianchi inbasciadori in Corte di Roma, e i Sanesi in loro compagnia, ma non erano interi. Era tra loro alcuno nocivo uomo: fra’ quali fu messer Ubaldino Malavolti giudice, sanese pieno di gavillazioni, il quale ristette per cammino per raddomandare certe giuridizioni d’uno castello il quale teneano i Fiorentini, dicendo che a lui appartenea; e tanto impedì a’ compagni il cammino, che non giunsono a tempo.

Giunti li anbasciadori in Roma, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: «Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi; e abiano la mla benedizione, se procurano che sia ubidita la mia volontà».

5

Nuova Signoria in Firenze, la quale tenta invano e con soverchia dolcezza

la pacificazione delle parti. Pessima disposizione de’ Guelfi neri (1301, ottobre).

In questo stante furono in Firenze eletti nuovi Signori, quasi di concordia d’amendue le parti, uomini non sospetti e buoni, di cui il popolo minuto prese grande speranza; e così la Parte bianca, perché furono uomini uniti e sanza baldanza, e aveano volontà d’acomunare gli ufici, dicendo: «Questo è l’ultimo rimedio».I loro adversari n’ebbono speranza, perché li conosceano uomini deboli e pacifici; i quali sotto spezie di pace credeano leggiermente poterli ingannare.

I Signori furono questi, che entrorono a dì XV d’ottobre 1301: Lapo del Pace Angiolieri, Lippo di Falco Canbio, e io Dino Compagni, Girolamo di Salvi del Chiaro, Guccio Marignolli, Vermiglio d’Iacopo Alfani, e Piero Brandini Gonfaloniere di Giustizia; i quali come furono tratti, n’andarono a Santa Croce, però che l’uficio degli altri non era compiuto. I Guelfi neri incontanente furono accordati andarli a vicitare a quattro e a sei insieme, come a loro accadeva, e diceano: «Signori, voi sete buoni uomini, e di tali avea bisogno la nostra città. Voi vedete la discordia de’ cittadini vostri: a voi la conviene pacificare, o la città perirà. Voi sete quelli che avete la balìa; e noi a ciò fare vi proferiamo l’avere e le persone, di buono e leale animo». Risposi io Dino per commessione de’ compagni, e dissi: «Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a usarle: e richieggiànvi che voi ci consigliate, e pognate l’animo, a guisa che la nostra città debba posare». E così perdemo il primo tempo, che non ardimo a chiudere le porti, né a cessare l’udienza a’ cittadini: benché di così false profferte dubitavamo, credendo che la loro malizia coprissono con loro falso parlare.

Demo loro intendimento di trattare pace, quando convenìa arrotare i ferri. E cominciamoci da’ Capitani della Parte guelfa: i quali erano messer Manetto Scali e messer Neri Giandonati, e dicemo loro: «Onorevoli capitani, dimettete e lasciate tutte l’altre cose, e solo v’aoperate di far pace nella parte della Chiesa; e l’uficio nostro vi si dà interamente in ciò che domanderete».

Partironsi i capitani molto allegri e di buono animo, e cominciarono a convertire gli uomini e dire parole di piatà. Sentendo questo, i Neri subito dissono che questo era malizia e tradimento, e cominciorono a fugir le parole.

Messer Manetto Scali ebbe tanto animo, che si mise a cercar pace tra i Cerchi e li Spini, e tutto fu riputato tradimento. La gente, che tenea co’ Cerchi, ne prese viltà: «Non è da darsi fatica, che pace sarà». E i loro adversari pensavano pur di compiere le loro malizie. Niuno argomento da guerra si fece, perché non poteano pensare che a altro che a concordia si potesse venire, per più ragioni. La prima, per piatà di parte, e per non dividere gli onori della città: la seconda, perchè cagion non v’era altro che di discordia, però che l’offese non erano ancora usate tante, che concordia esser non vi dovesse, raccomunando gli onori. Ma pensorono che coloro che aveano fatta l’offesa non potessoro campare, se i Cerchi non fussono stati distrutti e i loro sequaci: e questo male si potea fare sanza la distruzione della terra, tanto era grande la loro potenzia.

6

Carlo viene a Siena, e manda a Firenze ambasciatori,

che sono ricevuti dalla Signoria (1301, ottobre).

Ordinorono e procurorono i Guelfi neri, che messer Carlo di Valois, che era in Corte, venisse in Firenze: e fecesi il diposito, pel soldo suo e de’ suoi cavalieri, di fiorini LXXm; e condussollo a Siena. E quando fu quivi, mandò anbasciadori a Firenze messer Guiglielmo francioso, cherico, uomo disleale e cattivo, quantunque in apparenza paresse buono e benigno, e uno cavaliere provenzale che era il contrario, con lettere del loro signore.

Giunti in Firenze, visitorono la Signoria con gran reverenzia, e domandarono parlare al gran Consiglio; che fu loro concesso. Nel qual per loro parlò uno advocato da Volterra, che con loro aveano, uomo falso e poco savio: e assai disordinatamente parlò: e disse che il sangue reale di Francia era venuto in Toscana, solamente per metter pace nella parte di santa Chiesa, e per grande amore che alla città portava e a detta parte; e che il Papa li mandava, siccome signore che se ne potea ben fidare, però che il sangue della casa di Francia mai non tradì né amico né nimico; il perché dovesse loro piacere, venisse a fare il suo uficio.

Molti dicitori si levarono in piè, affocati per dire e magníficare messer Carlo, e andarono alla ringhiera tosto ciascuno per esser il primo; ma i Signori niuno lasciorono parlare. Ma tanti furono che gli anbasciadori s’avidono che la parte che volea messer Carlo era maggiore e più baldanzosa che quella non lo volea: e al loro signore scrissono, che aveano inteso che la parte de’ Donati era assai innalzata, e la parte de’ Cerchi era as sai abbassata.

I Signori dissono agli anbasciadori, risponderebbono al loro signore per anbasciata; e intanto preson loro consiglio: perché, essendo la novità grande, niente voleano fare sanza il consentimento de’ loro cittadini.

7

La Signoria, richiesto prima il Consiglio di Parte guelfa e delle Arti, manda ambasciatori a Carlo, 

a fargli giurare la sicurezza della città. I  Neri ne affrettano la venuta (1301, ottobre).

Richiesono adunque il Consiglio generale della Parte guelfa e delli LXXII mestieri d’Arti, i quali avean tutti consoli, e inposono loro, che ciascuno consigliasse per scrittura, se alla sua arte piacea se messer Carlo di Valois fosse lasciato venire in Firenze come paciaro. Tutti risposono, a voce e per scrittura, fusse lasciato venire, e onorato fusse come signore di nobile sangue: salvo i fornai, che dissono che né ricevuto né onorato fusse, perché venìa per distruggere la città.

Mandoronsi gli anbasciadori, e furono gran cittadini di popolo, dicendoli che potea liberamente venire: commettendo loro, che da lui ricevessono lettere bollate, che non acquisterebbe contro a noi niuna giuridizione, né occuperebbe niuno onore della città, né per titolo d’Inperio né per altra cagione, né le leggi della città muterebbe né l’uso. Il dittatore fu messer Donato d’Alberto Ristori, con più altri giudici in compagnia. Fu pregato il cancelliere suo, che pregasse il signore suo che non venisse il dì d’Ognissanti, però che il popolo minuto in tal dì facea festa con i vini nuovi, e assai scandoli potrebbono incorrere, i quali, con la malizia de’ rei cittadini, potrebbono turbare la città: il perché diliberò venire la domenica sequente, stimando che per bene si facesse lo indugio.

Andorono gli anbasciadori più per avere la lettera innanzi la sua venuta, che per altra cagione; avisati che, se avere non si potesse come promesso avea, prendessono di lui ria fidanza, e a Poggi Bonizi gli negassono il passo, il quale era ordinato d’afforzare per salveza della terra; e commessione n’ebbe di vietarli la vivanda, messer Bernardo de’ Rossi, che era vicario. In questo tempo la lettera venne, e io la vidi e feci copiare, e tennila fino alla venuta del signore: e quando fu venuto, io lo domandai, se di sua volontà era scritta; rispose: «Sì, certamente». Quelli che ’l conduceano s’affrettarono: e di Siena il trassono quasi per forza; e donaronli fiorini XVIIm per avacciarlo, però che lui temea forte la furia de’ Toscani, e venìa con gran riguardo. I conducitori lo confortavano, e la sua gente, e diceano: «Signore, e’ sono vinti, e domandano indugio di tua venuta per alcuna malizia, e fanno congiure»; e altre sospinte gli davano. Ma congiura alcuna non si facea.

8

Dino raduna i cittadini

in San Giovanni, esortandoli alla concordia e alla difesa

della città. Falsi giuramenti e maligne parole (1301, ottobre).

Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero, imaginando: «Questo signore verrà, e tutti i cittadini troverrà divisi; di che grande scandalo ne seguirà». Pensai, per lo uficio ch’io tenea e per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci. Dove furono tutti gli ufici; e quando mi parve tempo, dissi: «Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendesti il sacro baptesmo di questo fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari frategli; e ancora perché possedete la più nobile città del mondo. Tra voi è nato alcuno sdegno, per gara d’uficî, li quali, come voi sappete, i miei compagni e io con saramento v’abiamo promesso d’accomunarli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni e fate pace tra voi, acciò che non vi trovi divisi: levate tutte l’offese e ree volontà state tra voi di qui adietro; siano perdonate e dimesse, per amore e bene della vostra città. E sopra questo sacrato fonte, onde traesti il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciò che il signore che viene truovi i cittadini tutti uniti».

A queste parole tutti s’accordorono, e così feciono, toccando il libro corporalmente, e giurorono ottenere buona pace e di conservare gli onori e giuridizion della città. E così fatto, ci partimo di quel luogo.

I malvagi cittadini, che di tenereza mostravano lagrime, e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono i principali alla distruzion della città. De’ quali non dirò il nome per onestà: ma non posso tacere il nome del primo, perché fu cagion di fare seguitare agli altri, il quale fu il Rosso dello Stroza; furioso nella vista e nell’opere;6 principio degli altri; il qual poco poi portò il peso del saramento.

Quelli che aveano maltalento, dicevano che la caritevole pace era trovata per inganno. Se nelle parole ebbe alcuna fraude, io ne debbo patire le pene; benché di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere. Di quel saramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia.

9

Arrivo di Carlo di Valois in Firenze, e suo ricevimento (1 novembre 1301).

Venne il detto messer Carlo ne la città di Firenze domenica addì IV di novenbre, e da’ cittadini fu molto onorato, con palio e con armeggiatori. La gente comune perdé il vigore, la malizia si cominciò a stendere. Vennono i Lucchesi, dicendo che veniano a onorare il signore: i Perugini, con CC cavalli, messer Cante d’Agobbio con molti cavalieri sanesi e con molti altri, a VI e a X per volta, adversarii de’ Cerchi: a Malatestino e a Mainardo da Susinana non si negò l’entrata, per non dispiacere al signore. E ciascuno si mostrava amico. Sì che co’ cavalli di messer Carlo, che erano VIIIc, e con quelli de’ paesani d’attorno venuti, vi si trovarono cavalli MCC al suo comandamento.

Il signore smontò in casa i Frescobaldi. Assai fu pregato smontasse dove il grande e onorato re Carlo smontò, e tutti i grandi signori che nella città venìano, però che lo spazio era grande, e il luogo sicuro; ma i suoi conducitori non lo feciono, anzi providono afforzarsi con lui oltrarno, imaginando: «Se noi perdiamo il resto della città, qui rauneremo nostro sforzo».

10

La Signoria elegge cittadini d’ambedue le parti,

e si consiglia con loro della salute della città.

Proposta d’una nuova Signona mista di Bianchi e di Neri;

perché non potuta accettare da’ Priori dell ’ottobre (ottobre-novembre 1301).

I signori Priori elessono XL cittadini d’amendue le parti, e con loro si consigliavano della salveza della terra, acciò che da niuna delle parti non fussono tenuti sospetti. Quelli che aveano reo proponimento, non parlavano: gli altri aveano perduto il vigore.

Bandino Falconieri, uomo vile, dicea: «Signori, io sto bene; perch’io non dormia sicuro»; mostrando viltà a’ suoi adversari. Tenea la ringhiera impacciatal mezo il dì; e eravamo ne’ più bassi tempi dell’anno.

Messer Lapo Salterelli, il quale molto temea il Papa per l’aspro processo avea fatto contro a lui, e per appoggiarsi co’ suoi adversari, pigliava la ringhiera, e biasimava i Signori, dicendo: «Voi guastate Firenze: fate l’uficio nuovo comune; recate i confinati in città». E avea messer Pazino de’ Pazi in casa sua, che era confinato; confidandosi in lui che lo scampasse, quando fusse tornato in stato.

Alberto del Giudice, ricco popolano, maninconico e viziato, montava in ringhiera biasimando i Signori, perché non s’affrettavano a fare i nuovi, e a fare ritornare i confinati. Messer Lotteringo da Monte Spertoli dicea: «Signori, volete voi esser consigliati? fate l’uficio nuovo, ritornate i confinati a città, traete le porti de’ gangheri; ciò è, se voi fate queste due cose, potete dire d’abbattere la chiusura delle porti».

Io domandai messer Andrea da Cerreto, savio legista, d’antico ghibellino fatto guelfo nero, se fare si potea uficio nuovo sanza offendere gli Ordini della Giustizia. Rispose che non si potea fare. E io, che n’era stato accusato, e appostomi che io avea offesi quelli Ordini, proposimi observarli, e non lasciare fare l’uficio contro alle leggi.

11

Tornano da Roma due degli ambasciatori.

La Signoria si rimette nella volontà del Pontefice e, segretamente, chiede un suo legato.

Lo risanno i Neri: loro timori e supposizioni.

Com’era internamente ordinata la Parte nera (novembre 1301).

In questo tempo tornorono i due anbasciadori rimandati indietro dal Papa: l’uno fu Maso di messer Ruggierino Minerbetti, falso popolano, il quale non difendea la sua volontà ma seguiva quella d’altri; l’altro fu il Corazza da Signa, il quale tanto si riputava guelfo, che appena credea che nell’animo di niuno fusse altro che spenta. Narrarono le parole del Papa: onde io a ritrarre sua anbasciata fui colpevole: missila ad indugio, e feci loro giurare credenza; e non per malizia la indugiai. Appresso raunai sei savi legisti, e fecila innanzi loro ritrarre, e non lasciai consigliare: di volontà de’ miei compagni, io propuosi e consigliai e presi il partito, che a questo signore si volea ubidire, e che subito li fusse scritto che noi eravamo alla sua volontà, e che per noi addirizare ci mandasse messer Gentile da Montefiore cardinale. Intendi questo signore per Papa e non per messer Carlo.

Colui, che le parole lusinghevoli da una mano usava e da l’altra producea il signore sopra nol, spiando chi era nella città, lasciò le lusinghe e usò le minacce. Uno falso anbasciadore palesò la imbasciata, la quale non aveano potuto sentire. Simone Gherardi avea loro scritto di Corte, che il Papa gli avea detto: «Io non voglio perdere gli uomini per le femminelle».

I Guelfi neri sopra ciò si consigliarono, e stimarono per queste parole che l’inbasciadori fussono d’accordo col Papa, dicendo: «Se sono d’accordo, noi siamo vacanti». Pensarono di stare a vedere che consiglio i Priori prendessono, dicendo: «Se prendono il no, noi siam morti: se pigliano il sì, pigliamo noi i ferri, sì che da loro abbiamo quello che avere se ne può». E così feciono. Incontanente che udirono che al Papa per li rettori si ubbidia, subito s’armorono, e missonsi a offendere la città col fuoco e’ ferri, a consumare e struggere la città.

Priori scrissono al Papa segretamente: ma tutto seppe la Parte nera; però che quelli che giurarono credenza non la tennono. La Parte nera avea due priori, segreti di fuori: e durava il loro uficio sei mesi; de’ quali l’uno era Noffo Guidi, iniquo popolano e crudele, perché pessimamente aoperava per la sua città, e avea in uso che le cose, facea in segreto, biasimava, e in palese ne biasimava i fattori: il perché era tenuto di buona temperanza, e di malfare traeva sustanza.

12

I Priori acconsentono alla proposta d’una nuova Signoria mista.

L’arroganza de’ Neri ne impedisce l’esecuzione.

Animosa onestà di Dino (novembre 1301).

I signori erano molto stimolati da’ maggiori cittadini, che facessono nuovi signori. Benché contro alla Legge della Giustizia fusse, perché non era il tempo da eleggerli, accordamoci di chiamarli, più per piatà della città che per altra cagione. E nella cappella di San Bernardo fui io in nome di tutto l’uficio, e ebbivi molti popolani, i più potenti, perché sanza loro fare non si potea. Ciò furono Cione Magalotti, Segna Angiolini, Noffo Guidi, per Parte nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e ’l Corazza Ubaldini, per Parte bianca. E a loro umilmente parlai, con gran tenereza, dello scampo della città, dicendo: «Io voglio fare l’uficio comune, da poi che per gara degli uficî è tanta discordia». Fumo d’accordo, e eleggemo sei cittadini comuni, tre de’ Neri e tre de’ Bianchi. Il settimo, che dividere non si potea, eleggemo di sì poco valore, che niuno ne dubitava. I quali, scritti, posi su l’altare. E Noffo Guidi parlò, e disse: «Io dirò cosa, che tu mi terrai crudele cittadino». E io li dissi che tacesse; e pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò che mi piacesse far loro parte, nell’ufficio, maggiore che l’altra: che tanto fu a dire, quanto «disfa’ l’altra parte», e me porre nel luogo di Giuda. E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento, dare’ i miei figliuoli a mangiare a’ cani. E così da collegio ci partimo.

13

Insidie di Carlo contro i Priori: parlamento in Santa Maria Novella (5 novembre).

Consigli che vengon dati alla Signoria, e suoi provvedimenti (nouembre 1301).

Messer Carlo di Valois ci facea spesso invitare a mangiare. Rispondavàlli, che per nostro saramento la legge ci costrignea che fare non lo potavamo (e ciò era vero), perché fra noi stimavamo che contro a nostra volontà ci arebbe ritenuti. Ma pure un giorno ci trasse di palazzo, dicendo che a Santa Maria Novella fuori della terra volea parlamentare per bene de’ cittadini; e che piacesse alla Signoria esservi. Ma perché troppo sospetto mostrava il negarlo, diliberamo che tre di noi v’andassimo, e gli altri rimanessono in palazo.

Messer Carlo fe’ armare la sua gente, e posela alla guardia della città alle porti, dentro e di fuori: però che i falsi consiglieri gli dissono che dentro non potrebbe tornare, e che la porta li sarebbe serrata. E sotto questo protesto aveano pensato malvagiamente che se la Signoria vi fusse ita tutta, d’ucciderci fuori della porta, e correre la terra per loro. E ciò non venne loro fatto, perché non ve ne andorono più che tre; a’ quali niente disse, come colui che non volea parlare, ma sì uccidere.

Molti cittadini si dolfono di noi per quella andata, parendo loro che andassono al martirio. E quando furono tornati, lodavano Iddio che da morte gli avea scanpati.

I Signori erano stimolati da ogni parte. I buoni diceano che guardassono ben loro e la loro città: i rei li contendeano con questioni; e tralle domande e le risposte il dì se ne andava: i baroni di messer Carlo gli occupavano con lunghe parole. E così viveano con affanno.

Venne a noi un santo uomo, un giorno, celatamente e chiuso, pregocci che di suo nome non parlassimo, e disse: «Signori, voi venite in gran tribulazione, e la vostra città. Mandate a dire al vescovo facci fare processione, e imponeteli che la non vada oltrarno: e del pericolo cesserà gran parte». Costui fu uomo di santa vita e di grande astinenzia e di gran fama, per nome chiamato frate Benedetto. Seguitammo il suo consiglio; e molti ci schernirono, dicendo che meglio era arrotare i ferri. Facemmo, pe’ consigli, leggi aspre e forte, e demo balìa a’ rettori contro a chi facesse rissa o tumulto, e pene personali imponemo, e che mettessero il ceppo e la mannaia in piaza, per punire i malifattori e chi contrafacesse.

A messer Schiatta Cancellieri capitano di guerra crescemo balìa, e confortamo di ben fare; come che niente valse, però che i messi, famigli e berrovieri lo tradirono. E trovossi che XX berrovieri de’ loro doveano avere fiorini M e ucciderli, li quali misono fuori del palazo. Molto si studiavano difendere la città dalla malizia de’ loro adversari; ma niente giovò, perché usoron modi pacifici, e voleano esser repenti e forti. Niente vale l’umiltà contro alla grande malizia.

14

Minacce e apparecchio de’  Neri; impaccio e dappocaggine de’ Bianchi (novembre 1301).

I cittadini di Parte nera parlavano sopra mano, dicendo: «Noi abiamo il signore in casa; il Papa è nostro protettore; gli adversari nostri non sono guerniti né da guerra né da pace; danari non hanno; i soldati non sono pagati». Eglino aveano messo in ordine tutto ciò che a guerra bisognava, per accogliere tutte le loro amistà nel sesto d’Oltrarno; nel quale ordinorono tenere Sanesi, Perugini, Lucchesi, Saminiatesi, Volterrani, Sangimignanesi. Tutti i vicini avean corrotti: e avean pensato tenere il ponte a Santa Trinita, e dirizare su due palagi alcuno edificio da gittare pietre: e aveano inviati molti villani dattorno, e tutti gli sbanditi di Firenze. I Guelfi bianchi non ardivano mettersi gente in casa, perché i Priori gli minacciavano di punire e chi raunata facesse: e così teneano in paura amici e nimici. Ma non doveano gli amici credere che gli amici loro gli avessono morti, perché procurassono la salvezza di loro città, benché il comandamento fusse. Ma non lasciarono tanto per tema della legge, quanto per l’avarizia; perché a messer Torrigiano de’ Cerchi fu detto: «Fornitevi, e ditelo agli amici vostri».

15

I  Neri incominciano scandalo. Primo sangue, per mano de’ Medici.

Gli Ordinamenti di Giustizia rimangono senza effetto.

La città si arma (4 novenbre 1301).

I Neri, conoscendo i nimici loro vili e che aveano perduto il vigore, s’avacciorono di prendere la terra; e uno sabato a dì [...] di novenbre s’armorono co’ loro cavalli coverti, e cominciorono a seguire l’ordine dato. I Medici, potenti popolani, assalirono e fedirono uno valoroso popolano chiamato Orlanduccio Orlandi, il dì, passato vespro, e lascioronlo per morto. La gente s’armò, a piè e a cavallo, e vennono al palagio de’ Priori. E uno valente cittadino chiamato Catellina Raffacani disse: «Signori, voi sete traditi. E’ viene verso la notte: non penate, mandate per le vicherìe; e domattina all’alba pugnate contro a’ vostri adversari». Il podestà non mandò la sua famiglia a casa il malfattore: né il gonfaloniere della giustizia non si mosse a punire il malificio, perché avea tenpo X dì.

Mandossi per le vicherìe. E vennono, e spiegorono le bandiere: e poi nascosamente n’andorono dal lato di Parte nera, e al Comune non si appresentorono. Non fu chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio de’ Signori, quantunque il gonfalone della giustizia fusse alle finestre. Trassonvi i soldati, che non erano corrotti, e altre genti; i quali, stando armati al palagio, erano alquanto seguiti. Altri cittadini ancora vi trassono a piè e a cavallo, amici; e alcuni nimici, per vedere che effetto avessono le cose.

I signori, non usi a guerra, occupati da molti che voleano esser uditi: e in poco stante si fe’ notte. Il Podestà non vi mandò sua famiglia, né non si armò: lasciò l’uficio suo a’ Priori; ché potea andare alla casa de’ malfattori con arme, con fuoco e con ferri. La raunata gente non consigliò. Messer Schiatta Cancellieri capitano non si fece innanzi a operare e a contastare a’ nimici, perché era uomo più atto a riposo e a pace che a guerra; con tutto che per li volgari si dicesse, che si dié vanto d’uccidere messer Carlo: ma non fu vero.

Venuta la notte, la gente si cominciò a partire; e le loro case afforzorono con asserragliare le vie con legname, acciò che trascorrere non potesse la gente.

16

Pratiche di conciliazione fra potenti famiglie di Parte bianca e di Parte nera;

come questo fatto noccia ai Bianchi (novembre 1301).

Messer Manetto Scali (nel quale la Parte bianca avea gran fidanza, perché era potente d’amici e di sèguito) cominciò afforzare il suo palagio, e fecevi edificii da gittar pietre. Li Spini aveano il loro palazo grande incontro al suo, e eransi proveduti esser forti: perché sapeano bene che quivi era bisogno riparare, per la gran potenzia che si stimava della casa degli Scali.

Infra il detto tempo cominciorono le dette parti a usare nuova malizia, ché tra loro usavano parole amichevoli. Li Spini diceano alli Scali: «De’, perché facciamo noi così? Noi siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi non abiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo che tiene il popolo a voi e a noi; e saremo maggiori che noi non siamo. Mercè, per Dio; siamo una cosa, come noi dovemo essere». E così feciono i Buondalmonti a’ Gherardini, e i Bardi a’ Mozi, e messer Rosso dalla Tosa al Baschiera suo consorto: e così feciono molti altri. Quelli che riceveano tali parole, s’ammollavano nel cuore per piatà della parte: onde i loro seguaci invilirono; i Ghibellini, credendo con sì fatta vista esser ingannati e traditi da coloro in cui si confidavano, tutti rimasono smarriti. Sì che poca gente rimase fuori, altro che alcuni artigiani, a cui commisono la guardia.

17

Signoria la guardia della terra e delle porte:

la quale, per Oltrarno, gli è, però senza le chiavi, concessa.

Sua mala fede. Ritorno degli sbanditi, e violenza de’ Tornaquinci.

Smarrimento della Signoria (5 novembre e notte seguente).

I baroni di messer Carlo e il malvagio cavaliere messer Muciatto Franzesi sempre stavano intorno a’ Signori, dicendo che la guardia della terra e delle porti si lasciasse a loro, e spezialmente del sesto d’Oltrarno; e che al loro signore aspettava la guardia di quel sesto; e che volea che de’ malfattori si facesse aspra giustizia. E sotto questo nascondeano la loro malizia: per acquistare più giuridizione nella terra il faceano.

Le chiavi gli furono negate, e le porti d’Oltrarno li furono raccomandate, e levati ne furono i Fiorentini, e furonvi messi i Franciosi. E messer Guiglielmo cancelliere e ’l maniscalco di messer Carlo giurorono nella mani a me Dino, ricevente per lo Comune, e dieronmi la fede del loro signore, che ricevea la guardia della terra sopra sé: e guardarla e tenerla a pitizione della nostra Signoria. E mai credetti che uno tanto signore, e della casa reale di Francia, rompesse la sua fede: perché passò piccola parte della seguente notte, che per la porta, che noi gli demo in guardia, dié l’entrata a Gherarduccio Bondalmonti, che avea bando, accompagnato con molti altri sbanditi.

I signori domandati da uno valente popolano, che avea nome Aglione di Giova Aglioni, e disse: «Signori, e’ sarà bene a fare rifermare più forte la porta a San Brancazio». Fulli risposto, che la facesse fortificare come li paresse; e mandoronvi i maestri con la loro bandiera. I Tornaquinci, potente schiatta, i quali erano bene guerniti di masnadieri e d’amici, assalirono i detti maestri e fedironli e missonli in rotta; e alcuni fanti, che erano nelle torri, per paura l’abbandonorono. Laonde i Priori, per l’una novella e per l’altra, vidono che riparare non vi poteano. E questo seppono da uno che fu preso una notte, il quale, in forma d’uno venditore di spezie, andava invitando le case potenti, avisandoli che innanzi giorno si dovessono armare. E così tutta loro speranza venne meno; e diliberorono, quando i villani fussono venuti in loro soccorso, prendere la difesa. Ma ciò venne fallito: ché i malvagi villani gli abbandonarono, e le loro insegne celavano spiccandole dall’asti; e i loro famigli li tradirono; e i gentili uomini da Lucca, essendo rubati da’ Bordoni, e tolte loro le case dove abitavano, si partirono e non si fidarono; e molti soldati si volsono a servire i loro adversari. Il podestà non prese arme, ma con parole andava procurando in aiuto di messer Carlo di Valois.

18

Simulazione di Carlo verso la Signoria. Corso Donati in Firenze.

Carlo chiede alla Signoria statichi dalle delle parti,

e manca vituperosamente di fede a quelli di Parte bianca (6 novembre 1301).

Il giorno seguente i baroni di messer Carlo, e messer Cante d’Agobbio, e più altri, furono a’ priori, per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole. Giuravan che il loro signore si tenea tradito e ch’elli facea armare i suoi cavalieri, e che piacesse loro la vendetta fusse grande, dicendo: «Tenete per fermo, che se il nostro signore non ha cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare la testa». E questo medesimo dicea il podestà, che venia da casa messer Carlo, che gliele avea udito giurare di sua bocca che farebbe impiccare messer Corso Donati. Il quale (essendo sbandito) era entrato in Firenze la mattina con XII compagni, venendo da Ognano: e passò Arno, e andò lungo le mura fino a San Piero Maggiore, il quale luogo non era guardato da’ suoi adversari, e entrò nella città come ardito e franco cavaliere. Non giurò messer Carlo il vero, perché di sua saputa venne.

Entrato messer Corso in Firenze, furono i Bianchi avisati della sua venuta, e con lo sforzo poterono gli andorono incontro. Ma quelli che erano bene a cavallo, non ardirono a contrastarli; gli altri, veggendosi abbandonati, si tirorono adietro: per modo che messer Corso francamente prese le case de’ Corbizi da San Piero, e posevi su le sue bandiere; e ruppe le prigioni, per modo che gli incarcerati n’uscirono; e molta gente il seguì, con grande sforzo. I Cerchi si rifuggirono nelle loro case, stando con le porti chiuse. I procuratori di tanto male falsamente si mossono, e convertirono messer Schiatta Cancellieri e messer Lapo Salterelli; i quali vennoro a’ priori, e dissono: «Signori, voi vedete messer Carlo molto crucciato: e vuole che la vendetta sia grande, e che ’l Comune rimanga signore. E per tanto a noi pare che si eleggano d’amendue le parti i più potenti uomini, e mandinsi in sua custodia; e poi si faccia la esecuzione della vendetta, grandissima».

Le parole erano di lunge dalla verità. Messer Lapo scrisse i nomi: messer Schiatta comandò a tutti quelli che erano scritti che andassono a messer Carlo, per più riposo della città. I Neri v’andarono con fidanza, e i Bianchi con temenza; messer Carlo li fece guardare: i Neri lasciò partire, ma i Bianchi ritenne presi quella notte, sanza paglia e sanza materasse, come uomini micidiali.

O buono re Luigi, che tanto temesti Iddio, ove è la fede della real casa di Francia, caduta per mal consiglio, non temendo vergogna? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta corona fatto non soldato ma assassino, imprigionando cittadini a torto, e mancando della sua fede, e falsando il nome della real casa di Francia! Il maestro Ruggieri, giurato alla detta casa, essendo ito al suo convento, gli disse; «Sotto di te perisce una nobile città». Al quale rispose che niente ne sapea.

19

La Signoria, dopo chiamati inutilmente i cittadini alla difesa,

incominciandosi la distruzione della città, esce d’ufficio. Riforma dello Stato

con una nuova Signoria di Priori neri. Elezione di nuovo Potestà (6-9 novembre 1301).

Ritenuti così i capi di Parte bianca, la gente sbigottita si cominciò a dolere. I Priori comandorono che la campana grossa fusse sonata, la quale era su il loro palazo: benché niente giovò, perché la gente, sbigottita, non trasse. Di casa i Cerchi non uscì uomo a cavallo né a piè, armato. Solo messer Goccia e messer Bindo Adimari, e loro fratelli e figliuoli, vennono al palagio; e non venendo altra gente, ritornorono alle loro case, rimanendo la piaza abandonata.

La sera apparì in cielo un segno maraviglioso; il qual fu una croce vermiglia, sopra il palagio de’ Priori. Fu la sua lista ampia più che palmi uno e mezo; e l’una linea era di lungheza braccia XX in apparenza, quella attraverso un poco minore; la qual durò per tanto spazio, quanto penasse un cavallo a correre due aringhi. Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemo comprendere che Iddio era fortemente contro alla nostra città crucciato.

Gli uomini che temeano i loro adversari, si nascondeano per le case de’ loro amici; l’uno nimico offendea l’altro: le case si cominciavano ad ardere: le ruberie si faceano; e fuggivansi gli arnesi alle case degli impotenti: i Neri potenti domandavano danari a’ Bianchi: maritavansi fanciulle a forza: uccideansi uomini. E quando una casa ardea forte, messer Carlo domandava: «Che fuoco è quello?». Erali risposto che era una capanna, quando era un ricco palazzo. E questo malfare durò giorni sei; ché così era ordinato. Il contado ardea da ogni parte.

I Priori per piatà della città, vedendo multiplicare il malfare, chiamorono merzè a molti popolani potenti, pregandoli per Dio avessono pietà della loro città; i quali niente ne vollono fare. E però lasciorono il priorato.

Entrorono i nuovi Priori a dì VIII di novembre 1301: e furono Baldo Ridolfi, Duccio di Gherardino Magalotti, Neri di messer Iacopo Ardinghelli, Ammannato di Rota Beccannugi, messer Andrea da Cerreto, Ricco di ser Compagno degli Albizi, Tedice Manovelli gonfaloniere di giustizia; pessimi popolani, e potenti nella loro parte. Li quali feciono leggi, che i Priori vecchi in niuno luogo si potessono raunare, a pena della testa. E compiuti i sei dì utili stabiliti a rubare, elessono per podestà messer Cante Gabrielli d’Agobbio; il quale riparò a molti mali e a molte accuse fatte, e molte ne consentì.

20

Corso Donati; Carlo di Valois; Donati, Rossi, Tornaquinci, Bostichi:

loro ruberie e malefizi (novembre 1301).

Uno cavaliere della somiglianza di Catellina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile d’ingegno, con l’animo sempre intento a malfare, col quale molti masnadieri si raunavano e gran sèguito avea, molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio a’ Cerchi e a’ loro amici; molto avere guadagnò, e in grande alteza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la terra, molti gridavano: «Viva il Barone»; e parea la terra sua. La vanagloria il guidava, e molti servigi facea.

Messer Carlo di Valois, signore di grande e disordinata spesa, convenne palesasse la sua rea intenzione, e cominciò a volere trarre danari da’ cittadini. Fece richiedere i Priori vecchi, i quali tanto avea magnificati, e invitati a mangiare, e a cui avea promesso, per sua fede e per sue lettere bollate, di non abbattere gli onori della città e non offendere le leggi municipali; volea da loro trarre danari, opponendo gli aveano vietato il passo, e preso l’uficio del paciaro, e offeso Parte guelfa, e a Poggi Bonizi aveano cominciato a far bastìa, contro all’onore del re di Francia e suo: e così gli perseguitava, per trarre danari. E Baldo Ridolfi, de’ nuovi Priori, era mezano, e dicea: «Vogliate più tosto darli de’ vostri danari, che andarne presi in Puglia». Non ne dierono alcuno; perché tanto crebbe il biasimo per la città, ch’egli lasciò stare.

Era in Firenze un ricco popolano e di gran bontà, chiamato per nome Rinuccio di Senno Rinucci, il quale avea molto onorato messer Carlo a uno suo bel luogo, quando andava a uccellare co’ suoi baroni. Il quale fece pigliare e poseli di taglia fiorini IVm, o lo manderebbe preso in Puglia. Pur, per preghiere di suoi amici, lo lasciò per fiorini VIIIc. E per simil modo ritrasse molti danari.

Grandissimi mali feciono i Donati, i Rossi, i Tornaquinci, e i Bostichi: molta gente sforzarono e ruborono. E spezialmente i figliuoli di Corteccione Bostichi: i quali presono a guardare i beni d’un loro amico, ricco popolano chiamato Geri Rossoni, e ebbono da lui per la guardatura fiorini C; e poi furono pagati, eglino il rubarono. Di che dolendosene, il padre loro gli disse che, delle sue possessioni, gli darebbe tante delle sue terre egli sarebbe soddisfatto; e vollegli dare uno podere avea a San Sepolcro, che valea più che non gli aveano tolto. E volendo il soprapiù che valea, in danari contanti, Geri li rispose: «Dunque vuoi tu ch’io ti dia danari, acciò che i figliuoli tuoi mi tolgano la terra? questo non voglio io fare, ché sarebbe mala menda». E così rimase.

Questi Bostichi feciono moltissimi mali, e continuaronli molto. Collavano gli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezo della città; e di mezo dì li metteano al tormento. E volgarmente si dicea per la terra: «Molte corti ci sono»; e anoverando i luoghi dove si dava tormento, si dicea: «A casa i Bostichi in Mercato».

21

Vittoria de’ Neri. Difesa de’ vecchi Priori bianchi.

Molti disonesti peccati si feciono: di femmine vergini; rubare i pupilli; e uomini impotenti, spogliati de’ loro beni; e cacciavanli della loro città. E molti ordini feciono, quelli che voleano, e quanto e come. Molti furono accusati; e convenia loro confessare aveano fatta congiura, che non l’aveano fatta, e erano condannati in fiorini M per uno. E chi non si difendea, era accusato, e per contumace era condannato nell’avere e nella persona: e chi ubidia, pagava; e dipoi, accusati di nuove colpe, eran cacciati di Firenze sanza nulla piatà.

Molti tesori si nascosono in luoghi segreti: molte lingue si cambiorono in pochi giorni: molte villanie furono dette a’ Priori vecchi a gran torto, pur da quelli che poco innanzi gli aveano magnificati; molto gli vituperavano per piacere agli adversari: e molti dispiaceri ebbono. E chi disse mal di loro mentirono: perché tutti furono disposti al bene comune e all’onore della repubblica; ma il combattere non era utile, perché i loro adversari erano pieni di speranza, Iddio gli favoreggiava, il Papa gli aiutava, messer Carlo avean per campione, i nimici non temeano. Sì che, tra per la paura e per l’avarizia, i Cerchi di niente si providono; e erano i principali della discordia: e per non dar mangiare a’ fanti, e per loro viltà, niuna difesa né riparo feciono nella loro cacciata. E essendone biasimati e ripresi, rispondeano che temeano le leggi. E questo non era vero; però che venendo a’ signori messer Torrigiano de’ Cerchi per sapere di suo stato, fu da loro in mia presenza confortato che si fornisse e apparecchiassesi alla difesa, e agli altri amici il dicesse, e che fusse valente uomo. Nollo feciono, però che per viltà manco loro il cuore: onde i loro adversarî ne presono ardire, e inalzorono. Il perché dierono le chiavi della città a messer Carlo.

22

Ai cittadini colpevoli della distruzione della città.

O malvagi cittadini, proccuratori della distruzione della vostra città, dove l’avete condotta! E tu, Amannato di Rota Beccannugi, disleale cittadino, iniquamente ti volgesti a’ Priori e con minaccie studiavi le chiavi si dessono, guardate le vostre malizie dove ci hanno condotto!

O tu, Donato Alberti, che con fastidio facevi vivere i cittadini, dove sono le tue arroganze, che ti nascondesti in una vile cucina di Nuto Marignolli? E tu, Nuto, proposto e anziano del Sesto tuo, che per animosità di Parte guelfa ti lasciasti ingannare?

O messer Rosso dalla Tosa, empi il tuo animo grande; che per avere signoria dicesti che grande era la parte tua, e schiudesti i fratelli della parte loro.

O messer Geri Spini, empi l’animo tuo: diradica i Cerchi, acciò che possi delle fellonie tue viver sicuro.

O messer Lapo Salterelli, minacciatore e battitore de’ rettori che non ti serviano nelle tue questioni: ove t’armasti? in casa i Pulci, stando nascoso.

O messer Berto Frescobaldi, che ti mostravi così amico de’ Cerchi e faceviti mezano della questione, per avere da loro in presto fiorini XIIm, ove li meritasti? ove comparisti?

O messer Manetto Scali, che volevi esser tenuto sì grande e temuto, credendoti a ogni tempo rimanere signore, ove prendesti l’arme? ove è il sèguito tuo? ove sono li cavalli coverti? Lasciastiti sottomettere a coloro, che di niente erano temuti appresso a te.

O voi, popolani, che disideravate gli ufici, e succiavate gli onori, e occupavate i palagi de’ rettori, ove fu la vostra difesa? nelle menzogne, simulando e dissimulando, biasimando gli amici e lodando i nimici, solamente per campare. Adunque piangete sopra voi e la vostra città.

23

Caduta e sperpero dei Guelfi bianchi (novembre 1301).

Molti nelle rie opere divennoro grandi, i quali avanti nominati non erano: e nelle crudeli opere regnando, cacciarono molti cittadini, e feciolli ribelli, e sbandeggiorono nell’avere e nella persona. Molte magioni guastorono, e molti ne puniano, secondo che tra loro era ordinato e scritto. Niuno ne campò che non fusse punito: non valse parentado, né amistà; né pena si potea minuire né cambiare a coloro, a cui determinate erano: nuovi matrimoni niente valsero: ciascuno amico divenne nimico: i fratelli abbandonavano l’un l’altro, il figliuolo il padre: ogni amore, ogni umanità, si spense. Molti ne mandorono in esilio di lunge LX miglia dalla città: molti gravi pesi imposono loro e molte imposte, e molti danari tolson loro: molte riccheze spensono. Patto, pietà, né mercè, in niuno mai si trovò. Chi più diceano: «Muoiano, muoiano i traditori! », colui era il maggiore.

Molti di Parte bianca, e antichi Ghibellini per lunghi tempi, furono ricevuti da’ Neri in compagnia, solo per loro malfare; fra’ quali fu messer Betto Brunelleschi, messer Giovanni Rustichelli, messer Baldo d’Aguglione, e messer Fazio da Signa, e più altri; i quali si dierono a distruggere i Bianchi. E oltre agli altri, messer Andrea e messer Aldobrando da Cerreto, che oggi si chiamano Cerretani, per antico d’origine ghibellina, e diventorono di Parte nera.

24

Valore e lealtà del giovane Baschiera Tosinghi.

Baschiera Tosinghi era uno giovane figliuolo d’un partigiano, cavaliere, nominato messer Bindo del Baschiera, il quale molte persecuzioni sofferì per Parte guelfa, e nel castello di Fucecchio perdé uno occhio per uno quadrello gli venne, e nella battaglia cogli Aretini fu fedito e morì. Questo Baschiera rimase dopo il padre: dovendo avere degli onori della città, come giovane che ’l meritava, ne era privato, però che i maggiori di casa sua prendevano gli onori e l’utile per loro e non li accomunavano. Costui, acceso nell’animo di Parte guelfa, quando la terra si volse nella venuta di messer Carlo, vigorosamente s’armò; e contro a’ suoi consorti e adversari pugnava con fuoco e con ferri, con la compagnia de’ fanti che avea seco.

I fanti, che il Comune avea a soldo, di Romagna, vedendo perdere la terra, l’abbandonorono; e andorono al palagio per avere le loro paghe, e chiesonle per avere cagione di partirsi. I Priori accattarono fiorini C da Baldone Angielotti, e dieronli a’ fanti; e colui che li prestò, volle i fanti stessono appresso a lui per guardia della casa sua: e così perdé il Baschiera i fanti che erano con lui. Di tanto vigore fussono stati gli altri cittadini di sua parte, che non arebbono perduto! ma vanamente pensorono, dandosi a credere non esser offesi.

25

Andata di Carlo a Roma (febbraio 1302).

Inique e fraudolenti condanne di Bianchi, dopo il suo ritorno in Firenze (marzo 1302).

Proscrizione d’aprile 1302.

Poi che messer Carlo di Valois ebbe rimesso Parte nera in Firenze, andò a Roma: e domandando danari al Papa, gli rispose che l’avea messo nella fonte dell’oro.

a pochi dì si disse, che alcuni di Parte bianca teneano trattato con messer Piero Ferrante di Linguadoco, barone di messer Carlo, e carte de’ patti se ne trovorono, che dovea a loro petizione uccidere messer Carlo. Il quale, tornato da Corte, raunò in Firenze uno consiglio segreto di XVII cittadini, una notte; nel quale si trattò di far prendere certi che nominavano colpevoli, e fare loro tagliare la testa. Il detto consiglio si recò a minor numero, perché se ne partirono VII, e rimason X: e fecionlo, perché i nominati fuggisson e lasciasson la terra.

cessare la notte segretamente messer Goccia Adimari e ’l figliuolo, e messer Manetto Scali, che era a Calenzano e andonne a Mangona: e poco poi messer Muccio da Biserno, soldato con gran masnada, e messer Simone Cancellieri, nimico di detto messer Manetto, giunsono a Calenzano credendolo trovare; e cercando di lui, fino la paglia de’ letti con ferri fororono.

Il giorno seguente messer Carlo gli fece richiedere, e più altri; e per contumaci e per traditori gli condannò, e arse loro le case, e’ beni publicò in comune per l’uficio del paciaro. I quali beni messer Manetto fece ricomperare a’ suoi compagni fiorini Vm, acciò che i libri della compagnia di Francia non li facesse tòrre; e difesonsi per la detta compagnia.

Messer Giano di messer Vieri de’ Cerchi, giovane cavaliere, era in palagio di messer Carlo, richiesto, e dato in guardia a due cavalieri franciosi, che onestamente lo teneano per la casa. Messer Paniccia degli Erri e messer Berto Frescobaldi, sentendolo, andorono nel palagio, che era loro, e misonsi tra il cavaliere e le due guardie, parlando con loro, e a lui feciono cenno di partirsi; e così segretamente si partì. Dissesi, che tolti gli arebbe danari assai e poi la persona. Il simile advenne a più richiesti, che partiti erano: gli condannava nell’avere e nella persona, e i beni confiscava in comune. Per modo che dal Comune ebbe fiorini XXIVm, e egli finì tutto ciò che egli avea applicato sotto il titolo del paciaro.

Del mese d’aprile 1302, avendo fatti richiedere molti cittadini ghibellini, e guelfi di Parte bianca, condannò gli Uberti, la famiglia degli Scolari, de’ Lamberti, delli Abati, Soldanieri, Rinaldeschi, Migliorelli, Tebaldini: e sbandì e confinò tutta la famiglia de’ Cerchi; messer Baldo, messer Biligiardo, Baldo di messer Talano e Baschiera Tosinghi; messer Goccia e ’l figliuolo, Corso di messer Forese, e Baldinaccio Adimari; messer Vanni de’ Mozi, messer Manetto e Vieri Scali, Naldo Gherardini, i Conti da Gangalandi, messer Neri da Gaville, messer Lapo Salterelli, messer Donato di messer Alberto Ristori, Orlanduccio Orlandi, Dante Allighieri che era anbasciadore a Roma, i figliuoli di Lapo Arrighi, i Ruffoli, gli Angelotti, gli Ammuniti, Lapo del Biondo e’ figliuoli, Giovangiacotto Malispini, i Tedaldi, il Coraza Ubaldini, ser Petracca di ser Parenzo dall’Ancisa, notaio alle Rinformagioni; Masino Cavalcanti e alcuno suo consorto; messer Betto Gherardini, Donato e Teghia Finiguerri, Nuccio Galigai e Tignoso de’ Macci; e molti altri: che furno più di uomini DC, i quali andorono stentando per lo mondo, chi qua e chi là.

26

La Signoria della città rimane ai Guelfi neri.

Rimase la signoria della città a messer Corso Donati, a messer Rosso dalla Tosa, a messer Pazino de’ Pazi, a messer Geri Spini, a messer Betto Brunelleschi, a’ Buondalmonti, agli Agli, a’ Tornaquinci, a parte de’ Gianfigliazi, a’ Bardi, a parte de’ Frescobaldi, a’ Rossi, a parte de’ Nerli, a’ Pulci, a’ Bostichi, a’ Magalotti, a’ Manieri, a’ Bisdomini, agli Uccellini, a’ Bordoni, agli Strozi, a’ Rucellai, agli Acciaiuoli, agli Altoviti, agli Aldobrandini, a’ Peruzi, e a’ Monaldi, a Borgo Rinaldi e ’l fratello, a Palla Anselmi, a Manno Attaviani, al Nero Canbi, a Noffo Guidi, a Simone Gherardi, a Lapo Guaza; e a molti altri, cittadini e contadini. De’ quali niuno si può scusare che non fusse guastatore della città; e non possono dire che alcuna nicissità gli strignesse, altro che superbia e gara degli ufici; però che gli odii non eran tanti tra i cittadini, che per guerra di loro la città se ne fusse turbata, se i falsi popolani non avessono avuto l’animo corrotto a malfare, per guadagnare, anzi rubare, e per tenere gli ufici della città.

Uno giovane chiamato Bertuccio de’ Pulci tornato di Francia, trovando i suoi compagni sbandeggiati fuori della terra, lasciò i suoi consorti in signoria, e co’ suoi compagni stette fuori: e questo advenne per grande animo.

27

I  Neri conducono Carlo anche contro Pistoia,

tenuta sempre dai Cancellieri bianchi (dicembre 1301). Vani tentativi.

Solamente più tardi i Pistoiesi perdono le castella di Serravalle (1302) e del Montale (1303).

Messer Schiatta Cancellieri capitano (della cui casa naquono le due maledette parti in Firenze ne’ Guelfi) se ne tornò a Pistoia, e cominciò a armare e fornire le castella, e spezialmente il Montale dalla parte di Firenze, e Serravalle dalla parte di Lucca.

La Parte nera di Firenze furono subito con messer Carlo di Valois, inducendolo a prendere Pistoia, e promettendoli dargliene molti danari: e con questa intenzione vel feciono cavalcare con la sua gente, assai male ordinata.

La città era forte, e di buone mure guernita e di gran fossi e di pro’ cittadini; e più volte vi fu menato: per modo che Mainardo da Susinana il riprese, dicendoli che follemente andava. E per esser mal guidato, a tempo di piove, si condusse ne’ pantani, sé e sua gente, in luogo che, se i Pistolesi avessono voluto, l’arebbono preso: ma temendo la sua grandeza, il lasciarono andare.

I Fiorentini e’ Lucchesi posono l’assedio a Serravalle, sappiendo non era fornito; perché parlando messer Schiatta con messer Geri Spini e con messer Pazino de’ Pazi, più savi di lui, disse loro non era fornito. Onde il castello s’arrendé a patti, salve le persone: i quali non furono loro attesi, perché i Pistolesi andarono presi.

Montale, per trattato tenea con chi v’era dentro messer Pazino de’ Pazi, quivi vicino, a Palugiano, fu dato per fiorini 3000 n’ebbono da’ Fiorentini, e fu disfatto.

28

Carlo di Valois parte di Firenze per la impresa di Sicilia.

Persecuzione de’ Neri contro gli usciti Bianchi, i quali si rifugiano in Arezzo

presso Uguccione della Faggiuola, in Forlì, in Siena.

Loro disavventura al castello di Piantravigne (1302, aprile-giugno).

I Neri di Firenze, volendo più tosto la città guasta che perdere la signoria, partito messer Carlo di Valois che n’andò in Puglia per fare la guerra di Cicilia, si misono a distruggere i loro aversari in ogni modo.

I Bianchi n’andarono ad Arezo dove era podestà Uguccione dalla Faggiuola, antico ghibellino, rilevato di basso stato. Il quale, corrotto da vana speranza datali da papa Bonifazio, di fare uno suo figliuolo cardinale, a sua petizione fece loro tante ingiurie, convenne loro partirsi. E buona parte se ne andorono a Furlì, dove era vicario per la Chiesa Scarpetta degli Ordalaffi, gentile uomo di Furlì. A parte bianca e ghibellina accorsono molte orribili disaventure. Egli aveano in Valdarno un castello in Pian di Sco, nel quale era Carlino de’ Pazi con LX cavalli e pedoni assai. I Neri di Firenze vi posono l’assedio. Dissesi che Carlino li tradì per denari ebbe; il perché i Neri vi misono le masnade loro, e presono gli uomini, e parte n’uccisono, e il resto feciono ricomperare: e fra gli altri, uno figliuolo di messer Donato di messer Alberto Ristori, chiamato Alberto, feciono ricomperare lire IIIm. E due degli Scolari, e due Bogolesi, e uno de’ Lamberti, e uno de’ Migliorelli, feciono impiccare, e alcuni altri.

I Ghibellini e Bianchi, che erano rifuggiti in Siena, non si fidavano starvi, per una profezia che dicea: «La lupa puttaneggia», ciò è Siena, che è posta per la lupa; la quale quando dava il passo, e quando il toglieva. E però diliberarono nonne starvi.

29

I Bianchi e i Ghibellini, aiutati dagli Ubaldini e da’ Pisani,

guerreggiano in Mugello (estate del 1302).

Seconda sventura per imprudenza d’uno della parte (...gennaio 1303).

Con l’aiuto degli Ubaldini, i Bianchi e Ghibellini cominciorono guerra in Mugello; ma prima vollono esser sicuri di loro danni. E i Pisani li sicurorono: ma Vannuccio Bonconti pisano tenea per moneta con Parte nera; e però da lui niuno aiuto ebbono o favore.

Messer Tolosato degli Uberti, tornato di Sardigna, sentendo questa discordia, s’acconciò co’ Pisani, e soccorse parte ghibellina, e in Bologna e in Pistoia personalmente fu; e molti altri della casa degli Uberti. I quali più di XL anni erano stati rubelli di loro patria, né mai merzè né misericordia trovorono; stando sempre fuori in grande stato; e mai non abbassorono di loro onore, però che sempre stettono con re, e con signori stettono, e a gran cose si dierono.

La Parte nera passò l’alpe; ville e castella arsono; e furono nel Santerno, nell’Orto degli Ubaldini, e arsollo. E niuno con arme si levò alla difesa! Che s’eglino avessono tagliati pur de’ legni che v’erano, e messigli in terra e intraversati agli stretti passi, dei loro adversarii niuno ne sarebbe canpato.

Ebbono i Bianchi una altra ria fortuna, per simplicità d’uno cittadino rubello di Firenze, chiamato Gherardino Diedati: il quale stando in Pisa e confidandosi ne’ consorti suoi, scrisse loro che i confinati stavano in speranza di mese in mese essere in Firenze per forza; e così scrisse a alcuno suo amico. Le lettere furono trovate: il perché due giovani suoi nipoti, figliuoli di Finiguerra Diedati, e Masino Cavalcanti, bel giovane, furono presi, e tagliata loro la testa; e Tignoso de’ Macci fu messo alla colla, e quivi morì; e fu tagliato il capo a uno de’ Gherardini. De’, quanto fu la dolorosa madre de’ due figliuoli ingannata! che con abbondanza di lagrime, scapigliata, in mezo della via, ginocchione si gittò in terra innanzi a messer Andrea da Cerreto giudice, pregandolo con le braccia in croce per Dio s’aoperasse nello scampo de’ suoi figliuoli. Il quale rispose, che però andava a palazo: e di ciò fu mentitore, perché andò per farli morire. Pe’ sopradetti malifici i cittadini che aveano speranza che la città si riposasse, la perderono; però che fino a quel dì non era sparto sangue, il perché la città posare non dovesse.

30

Terza disavventura de’ Bianchi, respinti dalla spedizione di Puliciano

tentata insieme coi Ghibellini. Ne remangono presi e morti:

il che rafforza e assicura l’amicizia tra Ghibellini e Bianchi (1303, febbraio-marzo).

La terza disaventura ebbono i Bianchi e Ghibellini (la quale gli accomunò, e i due nomi si ridussono in uno) per questa cagione: che essendo Folcieri da Calvoli podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli Ordalaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Folcieri. E sotto lui raunorono loro sforzo, e vennono a Pulicciano apresso al Borgo a San Lorenzo, sperando avere Monte Accenico, edificato dal cardinale degli Ubaldini, messer Attaviano, con tre cerchi di mura. Quivi s’ingrossorono con loro amici, credendo prendere Pulicciano, e quindi venire alla città. Folcieri vi cavalcò con pochi cavalli. I Neri v’andorono con grande riguardo: i quali, vedendo che i nimici non assalirono il podestà, che era con pochi, ma tagliarono i ponti e afforzaronsi, presono cuore ingrossandosi. A’ Bianchi parea esser presi; e però si levorono male in ordine; e chi non fu presto a scampare, rimase; però che i villani de’ conti d’attorno furono subito a’ passi, e presonne e uccisonne molti.

Scarpetta con più altri de’ maggiori rifuggirono ln Monte Accinico. E fu l’esercito de’ Bianchi e Ghibellini cavalli VIIc e pedoni IIIIm. E quantunque la partita non fusse onorevole, fu più savia che la venuta.

Messer Donato Alberti tanto fu lento che fu preso, e uno valente giovane nominato Nerlo di messer Goccia Adimari, e due giovani degli Scolari. E Nanni Ruffoli fu morto da Chirico di messer Pepo dalla Tosa.

Fu menato messer Donato vilmente su uno asino, con una gonnelletta d’uno villano, al podestà. Il quale, quando il vide, lo domandò: «Siete voi messer Donato Alberti?». Rispose: «Io sono Donato. Così ci fusse innanzi Andrea da Cerreto, e Niccola Acciaiuoli, e Baldo d’Aguglione, e Iacopo da Certaldo, che hanno distrutta Firenze ».

Allora lo pose alla colla, e accomandò la corda allo aspo, e così ve ’l lasciò stare: e fe’ aprire le finestre e le porti del palagio, e fece richiedere molti cittadini sotto altre cagioni, perché vedessono lo strazio e la derisione facea di lui. E tanto procurò il podesta, che li fu conceduto di tagliarli la testa. E questo fece, perché la guerra gli era utile, e la pace dannosa: e così fece di tutti. E questa non fu giusta diliberazione: ma fu contro alle leggi comuni, però che i cittadini cacciati, volendo tornare in casa loro, non debbono esser a morte dannati; e contro all’uso della guerra, ché tenere li dovean presi. E perché i Guelfi bianchi, presi, furon parimente morti co’ Ghibellini, s’assicurorono insieme: ché fino a quel dì sempre dubitarono, che d’intero animo fussono con loro.

31

La divisione di Parte guelfa è compiuta. I nomi di Guelfo e Ghibellino,

diventati Ghibellini i Bianchi già Guelfi, si confondono stranamente.

O messer Donato, quanto la fortuna ti si volse in contrario! ché prima ti presono il figliuolo, e ricomperastilo lire IIIm; e te hanno decapitato! Chi te lo ha fatto? I Guelfi, che tu tanto amavi, e che in ogni tua diceria dicevi uno colonnello contro a’ Ghibellini. Come ti poté esser tolto il nome di guelfo per li falsi volgari? come da’ Guelfi fosti giustiziato tra i Ghibellini? Chi tolse il nome a Baldinaccio Adimari e al Baschiera Tosinghi, d’esser Guelfi, che tanto i padri loro feciono per Parte guelfa? Chi ebbe balìa di tòrre e dare in picciol tempo, che i Ghibellini fussono detti guelfi, e i grandi Guelfi detti ghibellini? Chi ebbe tal privilegio? Messer Rosso dalla Tosa e suoi seguaci, che niente operava ne’ bisogni della parte, anzi nulla appo i padri di coloro, a cui il nome fu tolto. E però in ciò parlò bene un savio uomo guelfissimo, vedendo fare ghibellini per forza, il qual fu il Corazza Ubaldini da Signa, che disse: «E’ sono tanti gli uomini che sono ghibellini e che vogliono essere, che il farne più per forza non è bene».

32

I Neri tentano l’impresa di Bologna;

ma la città è ben difesa da una fazione de’ Guelfi bolognesi e dai Bianchi fiorentini.

Lega di Romagna, alla quale partecipano Bianchi e Ghibellini toscani (1303, aprile-giugno).

Tanto crebbe la baldanza de’ Neri, che si composono col marchese di Ferrara di tòrre Bologna (e l’una delle due parti dentro, che erano amendue guelfe, dovea assalire l’altra il dì della Pasqua di Resurresso), cavalcandovi con VIc cavalli e con VIm pedoni.

I Bianchi che erano rifuggiti in Bologna, virilmente s’armorono e feciono la mostra: i Neri temerono, e non assalirono. Il marchese disfece l’armata; e i Neri si partirono. Il perché la condizione de’ Bianchi migliorò in Bologna, e furonvi poi veduti volentieri, e i Neri tenuti per nimici. I Bolognesi feciono compagnia co’ Romagnuoli, dicendo che il marchese gli avea voluti tradire, e, se fatto l’avesse, arebbe confusa Romagna.

quella compagnia fu Furlì e Faenza, e Bernardino da Polenta, e la Parte bianca di Firenze, e i Pistolesi, e il conte Federigo da Montefeltro, e i Pisani.

Del mese di giugno 1303 i detti congiurati feciono taglia di Vc cavalli, e feciono capitano messer Salinguerra da Ferrara.

33

I Bianchi cavalcano dal Mugello nel Fiorentino, e si uniscono cogli Aretini,

prendendo alcune castella: ma non sanno valersi dell’occasione.

Uguccione è rimosso dalla potesteria d’Arezzo (estate del 1303).

I Bianchi cavalcarono da Monte Accinico fino presso alla Lastra, ardendo ciò che trovorono. Gli Aretini racquistorono Castiglione e ’l Monte a San Savino, e guastorono Laterina, che la teneano i Neri; i quali non la poterono soccorrere, perché erano co’ Lucchesi intorno a Pistoia: i quali sentendolo, lasciorono i Lucchesi a guardia di Firenze, e co’ cavalieri del marchese cavalcorono a Montevarchi per soccorrere Laterina.

Raunoronsi gli Aretini co’ Bianchi e con gli amici loro di Romagna e con soldati pisani, e cavalcarono a Castiglione degli Ubertini: e credettesi che avisamento fusse di battaglia.

Ma i Neri si partirono; e combatterono Castiglione Aretino; e ricevetton danno di fanti a piè: e di poi fornirono Montalcino e Laterina.

I Bianchi erano cavalli MCC e pedoni assai, e mostrarono con gran vigore aspettare la battaglia; i quali furono ingannati da certi traditori, che da loro nimici ricevettono moneta, e negarono la battaglia, mostrando che a’ Pisani non piacesse mettere in adventura la guerra, che sicura vincere si potea.

In Arezo era Uguccione da Faggiuola, come è detto, che per alcune sue opere sospette fu rimosso dalla siznoria, e data al conte Federigo, figliuolo del buon conte Guido da Montefeltro di cui graziosa fama volò per tutto il mondo. Il quale venne ad Arezo, e prese il governo accompagnato da Ciappettino Ubertini.

34

Discordia in Firenze nella Parte nera tra i popolani grassi e Corso Donati.

Malumore contro la Signoria. Sindacato de’ fatti passati.

Rimpatrio de’ confinati (1303, agosto).

Tornorono i Neri in Firenze, e poco dipoi nacque tra loro discordia, perché messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, e messer Geri Spini, col sèguito del popolo grasso, aveano la signoria e gli onori della città. Messer Corso Donati, il quale si tenea più degno di loro, non li parendo avere la sua parte (valentissimo cavaliere in tutte le cose che operare voleva), proccurò d’abbassarli, e rompere l’uficio de’ Priori, e innalzare sé e suoi seguaci. E cominciò a seminare discordie, e sotto colore di giustizia e di piatà dicea in questo modo: «I poveri uomini sono tribolati e spogliati di loro sustanzie con le imposte e con le libbre, e alcuni se ne empiono le borse. Veggasi dove sì gran somma di moneta è ita, però che non se ne può esser tanta consumata nella guerra». E questo molto sollicitamente domandava innanzi a’ Signori e ne’ consigli. La gente volentieri l’ascoltava, credendo che di buono animo lo dicesse: nondimeno pure amavano che ciò si ricercasse. L’altra parte non sapea che si rispondere, però che l’ira e la superbia l’impediva. E tanto feciono, colli uficiali che erano con loro, che diterminorono che delle forze e delle violenze e ruberie si ricercasse: i giudici forestieri chiamorono ragionieri. Poi s’ammollarono le parole; e i popolani, che reggeano, per accattare benivolenzie, ribandirono i confinati che aveano ubbidito, a dì primo d’agosto 1303.

35

Cattura e morte di papa Bonifazio VIII:

come sentita dai Bianchi e dai Neri (1303, settembre-ottobre).

Sciarra dalla Colonna, in sabato a dì VII di settenbre 1303, entrò in Alagna, terra di Roma, con gente assai, e con quelli da Ceccano, e con uno cavaliere che era quivi per lo re di Francia, e con la sua insegna e con quella del Patrimonio, cioè delle Chiavi. E ruppono la sagrestia e la tesoreria del Papa, e tolsonli molto tesoro. Il Papa abbandonato dalla sua famiglia, rimase preso. Dissesi che messer Francesco Orsini cardinale vi fu in persona con molti cittadini romani: e tennesi fusse congiura fatta col re di Francia, perché il Papa s’ingegnava d’abbassarlo, e la guerra de’ Fiaminghi fattali contro si disse fu per sua diliberazione; onde molti Franciosi perirono.

Il re di Francia per questa cagione raunò in Parigi molti maestri in teologia e baccellieri, de’ frati Minori e Predicatori e d’altri ordini: e quivi il fece pronunziare eretico, e poi il fece ammunire, accusandolo di molti orribili peccati. Il Papa era preso in Alagna; e sanza fare alcuna difesa o scusa, fu menato a Roma, ove fu ferito nella testa, e dopo alcuni dì arrabbiato si morì.

Della sua morte molti ne furono contenti e allegri, perché crudamente reggea, e accendea guerre, disfaccendo molta gente e raunando assai tesoro: e spezialmente se ne rallegrorono i Bianchi e Ghibellini, perché era loro cordiale nimico; ma i Neri se ne contristoron assai.

36

I Bianchi e Ghibellini, sotto il comando di Tolosato degli Uberti, radunansi ad Arezzo.

Impresa di Ganghereto e di Laterina (1303, settembre-novembre).

Del detto mese di settenbre i Bianchi e i Ghibellini di Firenze s’accozorono con messer Tolosato degli Uberti, nobile cavaliere di Firenze e valentissimo uomo d’arme. Cavalcarono ad Arezo con soldati pisani. I Sanesi dierono loro il passo: perché i cittadini di Siena marcavano bene con ambo le parti; e quando sentivano i Bianchi forti, li sbandiano, ma il bando era viziato, che non agravava; davan aiuto a’ Neri nelle cavalcate, e mostravansi fratelli: e però parlò di loro una profezia, la quale, fra l’altre parole della guerra di Toscana, dicea: «La lupa puttaneggia»; ché per la lupa si intende Siena. Raunoronsi ad Arezo i Bianchi e Ghibellini di Firenze, romagnuoli, pisani, e ogni altro loro amico: sì che in calendi novembre furono a cavallo.

I Neri cavalcorono a Fighine, e i Bianchi scesono a Ganghereto. Gli Aretini vennono a Laterina, e afforzarono i passi, perché vittuaglia non vi si mettesse. Il castello si perdea, per fame e per discordia fu tra gli Aretini; però che in segreto i loro maggiori prenderono prezo, e lasciaronlo fornire.

  

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Ultimo aggiornamento: 13 marzo 2008