Dino Compagni

Cronica delle cose occorrenti nei tempi suoi

Edizione di riferimento

Cronica di Dino Compagni, Introduzione e note di Gino Luzzatto, Giulio Einaudi editore, Torino, 1968

Proemio

Quali cagioni ebbe l'Autore a scrivere, e quali occasioni:

su quale soggetto e con quali intendimenti.

Le ricordanze dell'antiche istorie lungamente hanno stimolato la mente mia di scrivere i pericolosi advenimenti non prosperevoli, i quali ha sostenuti la nobile citt?figliuola di Roma, molti anni, e spezialmente nel tempo del giubileo dell'anno MCCC. E io, scusandomi a me medesimo siccome insufficiente, credendo che altri scrivesse, ho cessato di scrivere molti anni: tanto che, multiplicati i pericoli e gli aspetti notevoli s?che non sono da tacere, propuosi di scrivere, a utilit?di coloro che saranno eredi de' prosperevoli anni, acci?che riconoscano i benefic?da Dio, il quale per tutti i tempi regge e governa.

LIBRO PRIMO

1

Metodo propostosi dall'Autore. Descrizione di Firenze.

Quando io incominciai, propuosi di scrivere il vero delle cose certe che io vidi e udi', per?che furon cose notevoli, le quali ne' loro princip?nullo le vide certamente come io: e quelle che chiaramente non vidi, proposi di scrivere secondo udienza; e perch?molti secondo le loro volont?corrotte trascorrono nel dire, e corrompono il vero, proposi di scrivere secondo la maggior fama. E acci?che gli strani possano meglio intendere le cose advenute, dir?la forma della nobile citt? la quale ?nella provincia di Toscana, edificata sotto il segno di Marte, ricca e larga d'imperiale fiume d'acqua dolce il quale divide la citt?quasi per mezo, con temperata aria, guardata da nocivi venti, povera di terreno, abondante di buoni frutti, con cittadini pro' d'armi, superbi e discordevoli, e ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta, per sua grandeza, dalle terre vicine, pi?che amata.

Pisa ?vicina a Firenze a miglia XL, Lucca a miglia XL, Pistoia a miglia XX, Bologna a miglia LVIII, Arezo a miglia XL, Siena a miglia XXX, San Miniato in verso Pisa a miglia XX, Prato verso Pistoia a miglia X, Monte Accienico verso Bologna a miglia XXII, Fighine verso Arezo a miglia XVI, Poggi Bonizi verso Siena a miglia XVI; tutte le predette terre con molte altre castella e ville, e da tutte le predette parti, sono molti nobili uomini conti e cattani, i quali l'amano pi?in discordia che in pace, e ubidisconla pi?per paura che per amore. La detta citt?di Firenze ?molto bene popolata, e generativa per la buona aria; i cittadini bene costumati, e le donne molto belle e adorne; i casamenti bellissimi, pieni di molte bisognevoli arti, oltre all'altre citt?d'Italia. Per la quale cosa molti di lontani paesi la vengono a vedere, non per necessit? ma per bont?de' mestieri e arti, e per bellezza e ornamento della citt?

2

Danni e antica origine delle discordie civili in Firenze tra Guelfi e Ghibellini (1215).

Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli; i quali, per loro superbia e per loro malizia e per gara d'ufic? hanno cos?nobile citt?disfatta, e vituperate le leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro male siccome a colpevoli, i quali erano liberi da non potere esser soggiogati.

Dopo molti antichi mali per le discordie de' suoi cittadini ricevuti, una ne fu generata nella detta citt? la quale divise tutti i suoi cittadini in tal modo, che le due parti s'appellorono nimiche per due nuovi nomi, ci??Guelfi e Ghibellini. E di ci?fu cagione, in Firenze, che uno nobile giovane cittadino, chiamato Buondalmonte de' Buondalmonti, avea promesso t?re per sua donna una figliuola di messer Oderigo Giantruffetti. Passando di poi un giorno da casa i Donati, una gentile donna chiamata madonna Aldruda, donna di messer Forteguerra Donati, che avea due figliuole molto belle, stando a' balconi del suo palagio, lo vide passare, e chiamollo, e mostr?li una delle dette figliuole, e disseli: ?Chi hai tu tolta per moglie? io ti serbavo questa?. La quale guardando molto li piacque, e rispose: ?Non posso altro oramai?. A cui madonna Aldruda disse: ?S? puoi, ch?la pena pagher?io per te?. A cui Bondalmonte rispose: ?E io la voglio?. E tolsela per moglie, lasciando quella avea tolta e giurata. Onde messer Oderigo, dolendosene co' parenti e amici suoi, diliberarono di vendicarsi, e di batterlo e farli vergogna. Il che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia e potenti, e suoi parenti, dissono voleano fusse morto: che cos? fia grande l'odio della morte come delle ferite; cosa fatta capo ha. E ordinorono ucciderlo il d? menasse la donna; e cos?feciono. Onde di tal morte i cittadini se ne divisono, e trassersi insieme' i parentadi e l'amist?d'amendue le parti, per modo che la detta divisione mai non fin? onde nacquero molti scandoli e omicidi e battaglie cittadinesche. Ma perche non ?mia intenzione scrivere le cose antiche, perch?alcuna volta il vero non si ritruova, lascer?stare: ma ho fatto questo principio per aprire la via a intendere donde procedette in Firenze le maladette parti de' Guelfi e Ghibellini: e ritorneremo alle cose furono ne' nostri tempi.

3

Le discordie tra' Guelfi sono cagione ch'essi si riconcilino co' Ghibellini.

Ambedue le parti ottengono a paciaro ed arbitro un Legato della Chiesa (...-1279, 1280).

Nell'anno dalla incarnazione di Cristo MCCLXXX, reggendo in Firenze la parte guelfa, essendo scacciati i Ghibellini, usc?d'una piccola fonte uno gran fiume, ci?fu d'una piccola discordia nella parte guelfa una gran concordia con la parte ghibellina. Ch? temendo i Guelfi tra loro, e sdegnando nelle loro raunate e ne' loro consigli l'uno delle parole dell'altro, e temendo i pi?savi ci?che ne potea advenire, e vedendone apparire i segni di ci?che temeano (perch?uno nobile cittadino cavaliere, chiamato messer Bonaccorso degli Adimari, guelfo e potente per la sua casa, e ricco di possessioni, mont?in superbia con altri grandi, che non riguard?a biasimo di parte, ch?a uno suo figliuolo cavaliere, detto messer Forese, di?per moglie una figliuola del conte Guido Novello della casa de' conti Guidi, capo di parte ghibellina), onde i Guelfi, dopo molti consigli tenuti alla Parte, pensarono pacificarsi co' Ghibellini che erano di fuori. E saviamente concordarono ridursi con loro a pace sotto il giogo della Chiesa, acci?che i legami fussono mantenuti dalla fortezza della Chiesa: e celatamente ordirono che il Papa fusse mezo alla loro discordia. Il quale, a loro petizione, mand?messer frate Latino, cardinale, in Firenze, a richiedere di pace amendue le parti. Il quale giunto, domand?sindachi di ciascuna parte, e che in lui la compromettessono; e cos?feciono. E per vigore del compromesso sentenzi?che i Ghibellini tornassono in Firenze con molti patti e modo; e accord?tra loro li ufic?di fuori; e al governo della citt?ordin?XIV cittadini, cio?VIII Guelfi e VI Ghibellini; e a molte altre cose pose ordine, e pene ad amendue le parti, legandoli sotto la Chiesa di Roma. Le quali leggi e patti e promesse fe' scrivere tra le leggi municipali della citt?

La potente e superba famiglia degli Uberti, sentenzi?stesse alcuno tempo a' confini, con altri di loro parte: e dove fussono le loro famiglie, godere i loro beni come gli altri; e a quelli che sostenessono lo incarico de' confini, fusse dato dal Comune, per ristoro del suo esilio, alcuni danari il d? ma meno al non cavaliere che al cavaliere.

4

Correndo la citt?nuovamente pericolo per civili discordie, alcuni popolani,

 fra' quali Dino, si consigliano insieme: e per assicurare il Popolo dalla prepotenza

dei Grandi, istituiscono il Magistrato delle Arti o de' Priori (1280-1282).

Stando amendue le parti nella citt? godendo i benefic?della pace, i Guelfi che erano pi?potenti cominciorono di giorno in giorno a contraffare a' patti della pace. Prima tolsono i salar?a' confinati; poi a chiamare gli ufic?sanza ordine, i confinati feciono rubelli: e tanto mont?il soprastare, che levorono in tutto gli onori e' benefic?a' Ghibellini, onde crebbe tra loro la discordia. Onde alcuni, pensando ci?che ne potea advenire, furono con alcuni de' principali del popolo, pregandoli ci ponessono rimedio, acci?che per discordia la terra non perisse. Il perch? alcuni popolari gustando le parole si porgeano, si raunorono insieme sei cittadini popolani, fra' quali io Dino Compagni fui, che per giovaneza non conoscea le pene delle leggi, ma la purit?de l'animo e la cagione che la citt?ven? in mutamento. Parlai sopra ci? e tanto andamo convertendo cittadini, che furono eletti tre cittadini capi dell'Arti, i quali aiutassono i mercatanti e artieri dove bisognasse: i quali furono Bartolo di messer Iacopo de' Bardi, Salvi del Chiaro Girolami, e Rosso Bacherelli; e raunoronsi nella chiesa di San Brocolo. E tanto crebbe la baldanza de' popolani co' detti tre, vedendo che non erano contesi; e tanto li riscaldorono le franche parole de' cittadini, i quali parlavano della loro libert?e delle ingiurie ricevute; e presono tanto ardire, che feciono ordini e leggi, che duro sarebbe suto di rimuoverle. Altre gran cose non feciono, ma del loro debole principio ferono assai. Il detto uficio fu creato per due mesi, i quali cominciorono a d?XV di giugno 1282: il quale finito, se ne cre?sei, uno per sestiero, per due mesi, che cominciorono a d?XV d'agosto 1282. E chiamoronsi Priori dell'Arti: e stettono rinchiusi nella torre della Castagna appresso alla Badia, acci?non temessono le minacce de' potenti: e potessono portare arme in perpetuo: e altri privilegi ebbono: e furono loro dati sei famigli e sei berrovieri.

5

I nuovi magistrati fanno mala prova per disonest?e avarizia,

favorendo i Grandi di Parte guelfa (1282).

Le loro leggi in effetto furono, che avessono a guardare l'avere del Comune, e che le signorie facessero ragione a ciascuno, e che i piccoli e impotenti non fussono oppressati da' grandi e potenti. E tenendo questa forma, era grande utilit?del popolo: ma tosto si mut? per?che i cittadini che entravano in quello uficio, non attendeano a observare le leggi, ma a corromperle. Se l'amico o il parente loro cadea nelle pene, procuravano con le signorie e con li uficiali a nascondere le loro colpe, acci?che rimanessono impuniti. N?l'avere del Comune non guardavano, anzi trovavano modo come meglio il potessono rubare; e cos?della camera del Comune molta pecunia traevano, sotto protesto di meritare uomini l'avesson servito.

L'impotenti non erano aiutati, ma i grandi gli offendevano, e cosl i popolani grassi che che erano negli ufici e imparentati con grandi: e molti per pecunia erano difesi dalle pene del Comune, in che cadevano. Onde i buoni cittadini popolani erano malcontenti, e biasimavano l'uficio de' Priori, perch?i Guelfi grandi erano signori.

6

Origine della guerra d'Arezzo, pel favore concesso da' Fiorentini

ai Guelfi cacciati da quella citt?(1282-1289)

Arezo si governava in quel tempo pe' Guelfi e Ghibellini per equal parte, et erano nel reggimento di pari, e giurata avieno tra loro ferma pace. Onde il popolo si lev? e feciono uno della citt?di Lucca che si chiamava Priore, il quale condusse il popolo molto prosperevolmente, e i nobili constrignea a ubidire le leggi. I quali s'accordorono insieme, e ruppono il popolo; e lui presono e misono in una citerna, e quivi si mor?

I Guelfi d'Arezo stimolati dalla Parte guelfa di Firenze di cercare di pigliare la signoria, ma o che fare non lo sapessono, o non potessono, i Ghibellini se ne advidono, e cacciaronli fuori. I quali vennono a Firenze a dolersi de' loro adversar? coloro che li aveano consigliati, gli ritennono, e presongli aiutare. I Ghibellini, n? per ambasciate n?per minacce avessono da Firenze, non li accettorono; e richiesono gli Uberti, Pazi di Valdarno e Ubertini, e 'l Vescovo, che sapea meglio gli ufici della guerra che della Chiesa, il quale era de' Pazi, uomo superbo e di grande animo. Era prima scaduta una differenzia tra lui e' Sanesi per uno suo castello gli avean tolto, la quale era rimessa nella Parte guelfa di Firenze; e volendo la parte aiutare i Sanesi e gli usciti d'Arezo, nimicando il Vescovo, ingener?gran discordia tra i Fiorentini e 'l Vescovo e i Ghibellini. Per che ne seg? la terza guerra de' Fiorentini in Toscana, nel 1289.

7

Disposizioni e preparativi alla guerra dall'una parte e dall'altra (1289).

I Guelfi fiorentini e potenti aveano gran voglia andare a oste ad Arezo: ma a molti altri, popolani, non parea; s?perch?diceano la impresa non esser giusta, e per sdegno aveano con loro degli ufic? Pur presono a soldo uno capitano, chiamato messer Baldovino di Soppino, con CCCC cavalli: ma il Papa lo ritenne, e per?non venne.

Gli Aretini richiesono molti nobili e potenti Ghibellini di Romagna, della Marca, e da Orvieto: e mostravano gran francheza di volere la battaglia, e acconciavansi a difendere la loro citt? e di prendere il vantaggio a' passi. I Fiorentini richiesono i Pistolesi, i Lucchesi, Bolognesi, Sanesi, e Sanminiatesi, e Mainardo da Susinana gran capitano, che avea per moglie una de' Tosinghi.

In quel tempo venne in Firenze il re Carlo di Sicilia, che andava a Roma; il quale fu dal Comune onoratamente presentato, e con palio e armeggerie:' e da' Guelfi fu richiesto d'uno capitano con le insegne sue. Il quale lasci?loro messer Amerigo di Nerbona, suo barone e gentile uomo, giovane e bellissimo del corpo, ma non molto sperto in fatti d'arme, ma rimase con lui uno antico cavaliere suo balio, e molti altri cavalieri atti ed esperti a guerra, e con gran soldo e provisione.

8

Trattato de' Fiorentini col Vescovo di Arezzo; come impedito dagli Aretini (1289).

Il Vescovo d'Arezo, come savio uomo considerando quel che advenire gli potea della guerra, cercava patteggiarsi co' Fiorentini, e uscire con tutta la schiatta sua d'Arezo, e dar loro le sue castella del vescovado in pegno; e per le rendite e pe' fedeli volea, l'anno, fiorini IIIm, i quali li promettesse messer Vieri de' Cerchi ricchissimo cittadino. Ma i Signori che erano in quel tempo, erano in gran discordia: i quali furono messer Ruggieri da Cuona giudice, messer Iacopo da Certaldo giudice, Bernardo di messer Manfredi Adimari, Pagno Bordoni, Dino Compagni autore di questa Cronaca, e Dino di Giovanni, vocato Pecora, che furono da d?XV d'aprile a d?XV di giugno 1289. La cagione della discordia fu che alcuni di loro voleano le castella del Vescovo, e spezialmente Bibiena bello e forte, alcuni no; n?non voleano la guerra, considerando il male che di quella segue pur infine per tutti si consent?di pigliarle, ma non per disfarle. E d'accordo rimisono in Dino Compagni, perch?era buono e savio uomo, ne facesse quanto li paresse: il quale mand?per messer Durazzo, nuovamente fatto da lui cavaliere, e in lui commise conchiudesse il trattato col Vescovo il meglio potesse.

Il Vescovo d'Arezo in questo mezo pens?che se consentisse al trattato, sarebbe traditore; e per?raun?i principali di sua parte, e quelli confort?prendessono accordo co' Fiorentini: e che egli non volea perdere Bibbiena, e che la fusse afforzata e difesa; altrimenti prenderebbe accordo egli. Gli Aretini, sdegnati per le parole sue, perch?ogni loro disegno si rompeva, ordinavano di farlo uccidere: se non che messer Guglielmo de' Pazi, suo consorto, che era nel consiglio, disse che sarebbe stato molto contento l'avessono fatto, non l'avendo saputo; ma essendo richiesto, non lo consentirebbe, ch?nor volea esser micidiale del sangue suo. Allora deliberarono di pigliarla eglino; e come disperati, sanza altro consiglio si misono in punto.

9

I Fiorentini si dispongono a uscire per la via del Casentino, insieme coi collegati.

Sentitasi pe' Fiorentini la loro diliberazione, i capitani e governatori della guerra tennono consiglio nella chiesa di San Giovanni, per qual via fusse il megliore andare,' s? che fornire si potesse il campo di quel bisognasse. Alcuni lodavano l'andata per Valdarno, acci? che, andando per altra via, gli Aretini non cavalcassono quivi, e non ardessono i casamenti del contado; alcuni lodavano la via del Casentino, dicendo che quella era migliore via, assegnandone molte ragioni. Uno savio vecchio chiamato Orlando da Chiusi, e Sasso da Murlo, gran castellani, temendo di loro deboli castella, dierono per consiglio si pigliasse quella via, dubitando che, se altra via si pigliasse, non fussono dagli Aretini disfatte, ch?erano di loro contado; e messer Rinaldo de' Bostoli, che era degli usciti d'Arezo, con loro s'accord? Dicitori vi furono assai; le pallottole segrete si dierono: vinsesi d'andare per Casentino. Ma con tutto fusse pi?dubbiosa e pericolosa via, il meglio ne segu?

Fatta tal diliberazione, i Fiorentini accolsono l'amist? che furono: i Bolognesi con CC cavalli, Lucchesi con CC, Pistolesi con CC; de' quali fu capitano messer Corso Donati cavaliere fiorentino: Mainardo da Susinana con XX cavalli e CCC fanti a pi? messer Malpiglio Ciccioni con XXV, e messer Barone Mangiadori da San Miniato, i Squarcialupi, i Colligiani, e altre castella di Valdelsa: sl che fu il numero, cavalli MCCC e assai pedoni.

10

Battaglia di Campaldino; della quale per?i Fiorentini vincitori

 non sanno raccogliere tutti i frutti.

Mossono le insegne al giorno ordinato i Fiorentini, per andare in terra di nimici: e passarono per Casentino per male vie; ove, se avessono trovati i nimici, arebbono ricevuto assai danno: ma non volle Dio. E giunsono presso a Bibbiena, a uno luogo si chiama Campaldino, dove erano i nimici: e quivi si fermorono, e feciono una schiera. I capitani della guerra misono i feditori alla fronte della schiera; e i palvesi, col campo bianco e giglio vermiglio, furono attelati dinanzi. Allora il Vescovo, che avea corta vista, domand? ?Quelle, che mura sono??. Fugli risposto: ?I palvesi de' nimici?.

Messer Barone de' Mangiadori da San Miniato, franco et esperto cavaliere in fatti d'arme, raunati gli uomini d'arme, disse loro: ?Signori, le guerre di Toscana si sogl?no vincere per bene assalire; e non duravano, e pochi uomini vi moriano, ch?non era in uso l'ucciderli. Ora ? mutato modo, e vinconsi per stare bene fermi. Il perch?io vi consiglio, che voi stiate forti, e lasciateli assalire?. E cos?disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo s?vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de' Fiorentini forte rincul? La battaglia fu molto aspra e dura: cavalieri novelli vi s'erano fatti dall'una parte e dall'altra. Messer Corso Donati con la brigata de' Pistolesi fed?i nimici per costa. Le quadrella pioveano: gli Aretini n'aveano poche, et erano fediti per costa onde erano scoperti: l'aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri de' cavalli con le coltella in mano, e sbudellavalli: e de' loro feditori trascorsono tanto, che nel mezo della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel d? che erano stimati di grande prodeza, furono vili; e molti, di cui non si parlava, furono stimati. Assai pregio v'ebbe il balio del capitano, e fuvi morto. Fu fedito messer Bindo del Baschiera Tosinghi; e cos?torn?a Firenze, ma fra pochi d?mor? Della parte de' nimici fu morto il Vescovo, e messer Guiglielmo de' Pazi franco cavaliere, Bonconte e Loccio da Montefeltri, e altri valenti uomini. Il conte Guido non aspett?il fine, ma sanza dare colpo di spada si part? Molto bene prov?messer Vieri de' Cerchi et uno suo figliuolo cavaliere alla costa di s? Furono rotti gli Aretini, non per vilt?n?per poca prodeza, ma per lo soperchio de' nimici. Furono messi in caccia, uccidendoli: i soldati fiorentini, che erano usi alle sconfitte, gli amazavano; i villani non aveano piat? Messer Talano Adimari e' suoi si tornorono presto a loro stanza: molti popolani di Firenze, che aveano cavallate, stettono fermi: molti niente seppono, se non quando i nimici furon rotti. Non corsono ad Arezo con la vittoria; ch?si sperava, con poca fatica l'arebon avuta.

Al capitano e a' giovani cavalieri, che aveano bisogno di riposo, parve avere assai fatto di vincere, sanza perseguitarli. Pi?insegne ebbono di loro nimici, e molti prigioni, e molti n'uccisono; che ne fu danno per tutta la Toscana.

Fu la detta rotta d?XI di giugno, il d?di San Bernaba, in uno luogo che si chiama Campaldino, presso a Poppi.

Dopo detta vittoria non ritornorono per?tutti i Guelfi in Arezo: ma alcuni s'assicurorono; a' quali fu detto che, se vi voleano stare, facessono la loro volont? Tra i Fiorentini e gli Aretini pace non si fe': ma i Fiorentini si tennono le castella aveano prese, cio? Castiglione, Laterina, Civitella, Rondine, e pi?altre castella; e alcuno se ne disfece. Dopo poco tempo i Fiorentini rimandorono gente d'arme a Arezo, e posonvi campo; e andoronvi due de' Priori. E il d?di San Giovanni vi feciono correre un palio; e conbatterono la terra, e arsono ci?che trovorono in quel contado. Dipoi andorono a Bibbiena, e quella presono e disfeciono le mura. Molto furono biasimati quelli due di tale andata, cio?de' Priori, perch?non era loro uficio, ma di gentili uomini usi alla guerra. Dipoi se ne tornorono con poco frutto; perch?assai vi si consum? con affanni di persone.

11

Malumore in Firenze tra Popolo e Grandi.

Il Gonfaloniere di Giustizia e gli Ordinamenti di Giustizia (1289-1293).

Ritornati i cittadini in Firenze, si resse il popolo alquanti anni in grande e potente stato; ma i nobili e grandi cittadini insuperbiti faceano molte ingiurie a' popolani, con batterli e con altre villanie. Onde molti buoni cittadini popolani e mercatanti, tra' quali fu un grande e potente cittadino (savio, valente e buono uomo, chiamato Giano della Bella, assai animoso e di buona stirpe, a cui dispiaceano queste ingiurie) se ne fe' capo e guida, e con l'aiuto del popolo (essendo nuovamente eletto de' Signori che entrarono a d?XV di febbraio 1292), e co' suoi compagni, afforzorono il popolo. E al loro uficio de' Priori aggiunsono uno con la medesima bal? che gli altri, il quale chiamorono Gonfaloniere di Giustizia (Baldo Ruffoli per Sesto di Porta Duomo), a cui fusse dato uno gonfalone dell'arme del popolo, che ?la croce rossa nel campo bianco, e mille fanti tutti armati con la detta insegna o arme, che avessono a esser presti a ogni richiesta del detto Gonfaloniere, in piaza o dove bisognasse. E fecesi leggi, che si chiamorono Ordini della Giustizia, contro a' potenti che facessono oltraggio a' popolani: e che l'uno consorto fusse tenuto per l'altro; e che i malif?i si potessono provare per due testimoni di pubblica voce e fama: e diliberorono che qualunque famiglia avesse avuti cavalieri tra loro, tutti s'intendessono esser Grandi, e che non potessono esser de' Signori, n?Gonfaloniere di Giustizia, n?de' loro collegi; e furono, in tutto, le dette famiglie [...] e ordinorono che i Signori vecchi, con certi arroti, avessono a eleggere i nuovi. E a queste cose legarono le XXIV Arti, dando a' loro consoli alcuna bal?.

12

Cavilli de' Giudici contro gli Ordinamenti di Giustizia; seuera esecuzione dei medesimi;

opposizioni, dal Popolo e da' Grandi; ardire e fermezza di Giano della Bella (1293).

I maladetti giudici cominciorono a interpetrare quelle leggi: le quali aveano dettate messer Donato di messer Alberto Ristori, messer Ubertino dello Stroza e messer Baldo Aguglioni. E diceano che, dove il malificio si dovea punire con effetto, lo distendevano in danno dello adversario; e impaurivano i rettori: e se l'offeso era ghibellino, e il giudice era ghibellino; e per lo simile faceano i Guelfi: gli uomini delle famiglie non accusavano i loro consorti per non cadere nelle pene. Pochi malif?i si nascondevano, che dagli adversari non fussono ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. E i primi che vi caddono furono i Galligai; che alcuno di loro fe' uno malificio in Francia in due figliuoli d'uno nominato mercatante, che avea nome Ugolino Benivieni, ch?venneno a parole insieme, per le quali l'uno de' detti fratelli fu fedito da quello de' Galligai, che ne mor? E io Dino Compagni, ritrovandomi Gonfaloniere di Giustizia nel 1293, andai alle loro case e de' loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Questo principio seguit?agli altri gonfalonieri uno male uso; perch?se disfaceano secondo le leggi, il popolo dicea che erano vili se non disfaceano bene affatto. E molti sformavano la giustizia per tema del popolo. E intervenne che uno figliuolo di messer Bondalmonte, avea commesso uno malificio di morte, gli furono disfatte le case; per modo che dipoi ne fu ristorato.

Molto mont?il rigoglio de' rei uomini, per?che i grandi, cadendo nelle pene, erano puniti; per?che i rettori temeano le leggi, le quali voleano che con effetto punissono. Questo effetto si distendea tanto, che dubitavano, se l'uomo accusato non fusse punito, che il rettore non avesse difensione n?scusa: il perch?niuno accusato rimanea impunito. Onde i grandi fortemente si doleano delle leggi, e alli essecutori d'esse diceano: ?Uno caval corre, e d?della coda nel viso a uno popolano; o in una calca uno dar?di petto sanza malizia a uno altro; o pi? fanciulli di piccola et?verranno a quistione; gli uomini gli accuseranno: debbano per?costoro per s?piccola cosa esser disfatti??.

Giano della Bella sopradetto, uomo virile e di grande animo, era tanto ardito che lui difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri tacea; e tutto facea in favore della giustizia contro a' colpevoli: e tanto era temuto da' rettori, che temeano di nascondere i malif?i. I grandi cominciorono a parlare contro a lui, minacciandolo che non per giustizia ma per fare morire i suoi nimici il facea, abbominando lui e le leggi: e dove si trovavano, minacciavano squartare i popolani che reggeano. Onde alcuni, che gli udirono, rapportorono a' popolani; i quali cominciorono a inacerbire, e per paura e sdegno innasprirono le leggi; s?che ciascuno stava in gelosia. Erano i principali del popolo i Magalotti, per?che sempre erano stati aiutatori del popolo: e aveano gran s?uito, e intorno a loro aveano molte schiatte che con loro si raunavano d'uno animo, e pi?artefici minuti con loro si ritraevano.

13

I Grandi congiurano in pi?modi a' danni di Giano (1293-1294).

I potenti cittadini (i quali non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti Grandi) per sdegno del popolo, molti modi trovorono per abbatterlo. E mossono di Campagna un franco e ardito cavaliere, che avea nome messer Gian di Celona, potente pi?che leale, con alcune giuridizioni a lui date dallo imperadore. E venne in Toscana patteggiato co' grandi di Firenze, e di volont?di papa Bonifazio VIII, nuovamente creato: ebbe carta e giuridizioni di terre guadagnasse; e tali vi posono il suggello, per frangere il popolo di Firenze, che furono messer Vieri de' Cerchi e Nuto Marignolli, secondo disse messer Piero Cane da Milano procuratore del detto messer Gian di Celona. Molti ordini dierono per uccidere il detto Giano, dicendo: ?Percosso il pastore, fiano disperse le pecore?.

Un giorno ordinorono di farlo assassinare; poi se ne ritrassono per tema del popolo. Poi per ingegno trovoron modo farlo morire, con una sottile malizia; e disson: ?Egli ? giusto: mettianli innanzi le rie opere de' becca? che sono uomini malferaci e maldisposti?. Tra' quali era uno chiamato Pecora, gran beccaio sostenuto da' Tosinghi, il quale facea la sua arte con falsi modi e nocivi alla republica; era perseguitato dall'Arte, per?che le sue malizie usava sanza timore; minacciava i rettori e gli uficiali, e profferevasi a mal fare con gran possa di uomini e d'arme.

Quelli della congiura fatta contro a Giano, essendo sopra rinnovare le leggi nella chiesa d'Ognissanti, dissono a Giano: ?Vedi l'opere de' becca?quanto multiplicano a mal fare??. E Giano rispose: ?Perisca innanzi la citt? che ci?si sostenga?; e procurava fare leggi sopra loro. E per simile diceano de' giudici: ?Vedi: i giudici minacciano i rettori al sindacato, e per paura traggono da loro le ingiuste grazie, e tengono le questioni sospese anni tre o quattro, e sentenzia di niuno piato si d? e chi vuole perdere il piato di sua volont? non pu? tanto impigliano le ragioni e 'l pagamento, sanza ordine?. Giano, giustamente crucciandosi sopra loro, dicea: ?Faccinsi leggi, che siano freno a tanta malizia?. E quando l'ebbono cos?acceso alla giustizia, segretamente mandavano a' giudici e a' becca?e agli altri artefici, dicendo che Giano li vituperava, e che facea leggi contro a loro.

14

Dino scuopre a Giano la congiura. Consigli in Ognissanti (1294, dicembre).

Scoprissi la congiura fatta contro a Giano uno giorno che io Dino ero con alquanti di loro per raunarci in Ognissanti, e Giano se ne andava a spasso per l'orto. Quelli della congiura fermavano una falsa legge, che tutti non la intendevano; che si avesse per nimica ogni citt?o castello che ritenesse alcuno sbandito nimico del popolo: e questo feciono, per?che la congiura era fatta con falsi popolani, per sbandeggiare Giano e metterlo in odio del popolo. Io conobbi la congiura, e dubitai per che faceano la legge sanza gli altri compagni. Palesai a Giano la congiura fatta contro a lui, e mostra' li come lo faceano nimico del popolo e degli artefici, e che, seguitando le leggi, il popolo li si volgerebbe addosso, e che egli le lasciasse, e opponessesi con parole alla difensione. E cos?fece, dicendo: ?Perisca innanzi la citt? che tante opere rie si sostengano?. Allora conobbe Giano chi lo tradiva, per?che i congiurati non si poteano pi?coprire. I non colpevoli voleano esaminare i fatti, saviamente; ma Giano, pi?ardito che savio, gli minacci? farli morire. E per?si lasci?di seguire il fare le leggi, e con grande scandolo ci partimo.

Rimasono quivi i congiurati contro a Giano; i quali furon messer Palmieri di messer Ugo Altoviti, messer Baldo Aguglioni giudice, Alberto di messer Iacopo del Giudice, Noffo di Guido Bonafedi, e Arriguccio di Lapo Arrighi. I notai scrittori furono ser Matteo Biliotti e ser Pino da Signa. Tutte le parole dette si ridissono assai peggiori; onde tutta la congiura s'avacci? di ucciderlo; perch?temeano pi?l'opere sue che lui.

15

Consiglio de' Grandi in Sa' Iacopo (1294-1295).

I Grandi feciono loro consiglio in San Iacopo Oltrarno, e quivi per tutti si disse che Giano fusse morto. Poi si raunorono uno per casa; e fu il dicitore messer Berto Frescobaldi, e disse, ?come i cani del popolo aveano tolti loro gli onori e gli ufic? e non osavano entrare in palagio: i loro piati non possono sollicitare: se battiamo uno nostro fante, siamo disfatti. E pertanto, signori, io consiglio che noi usciamo di questa servit? Prendiam l'arme, e corriamo sulla piazza: uccidiamo amici e nimici, di popolo, quanti noi ne troviamo, s?che gi?mai noi n?nostri figlioli non siamo da loro soggiogati?.

Appresso si lev?messer Baldo della Tosa, e disse: ?Signori, il consiglio del savio cavaliere ?buono, se non fosse di troppo rischio; perch? se nostro pensiero venisse manco, noi saremo tutti morti: ma vinci?li prima con ingegno, e scomuni?li con parole piatose, dicendo: I Ghibellini ci torranno la terra, e loro e noi cacceranno, e che per Dio non lascino salire i Ghibellini in signoria: e cos?scomunati, conci?li per modo che mai pi?non si rilievino?. Il consiglio del cavaliere piacque a tutti; e ordinorono due per contrada, che avessono a corrompere e scomunare il popolo, e a infamare Giano, e tutti i potenti del popolo scostassono da lui per le ragion dette.

16

Tumulto popolare contro il Potest? occasione a' nemici di Giano per infamarlo.

Giano si parte dalla citt? ed ?condannato (1295).

Cos?dissimulando i cittadini, la citt?era in gran discordia. Advenne che in quelli d?messer Corso Donati, potente cavaliere, mand?alcuni fanti per fedire messer Simone Galastrone suo consorto: e nella zuffa uno vi fu morto e alcuni feriti. L'accusa si fe' da amendue le parti; e per?si convenia procedere secondo gli Ordini della Giustizia, in ricevere le pruove e in punire. Il processo venne innanzi al podest? chiamato messer Gian di Lucino, lonbardo, nobile cavaliere e di gran senno e bont? E ricevendo il processo uno suo giudice, e udendo i testimoni prodotti da amendue le parti, intese erano contro a messer Corso: fece scrivere al notaio per lo contrario; per modo che messer Corso dovea esser assoluto, e messer Simone condannato. Onde il podest? essendo ingannato, prosciolse messer Corso, e condann?messer Simone. I cittadini che intesono il fatto, stimorono l'avesse fatto per pecunia, e che fosse nimico del popolo; e spezialmente gli adversari di messer Corso gridarono a una voce: ?Muoia il podest? Al fuoco, al fuoco!?. I primi cominciatori del furore furon Taldo della Bella e Baldo dal Borgo, pi?per malivolenzia aveano a messer Corso, che per piet?dell'offesa giustizia. E tanto crebbe il furore, che il popolo trasse al palagio del potest?con la stipa per ardere la porta.

Giano, che era co' Priori, udendo il grido della gente, disse: ?Io voglio andare a campare il podest?delle mani del popolo?; e mont?a cavallo, credendo che il popolo lo seguisse e si ritraesse per le sue parole. Ma fu il contrario, ch?li volsono le lancie per abbatterlo del cavallo: il perch?si torn?adietro. I Priori, per piacere al popolo, scesono col gonfalone in piaza, credendo attutare il furore. Et e' crebbe s? ch'eglino arsono la porta del palagio, e ruborono i cavalli e arnesi del podest? Fuggissi il podest?in una casa vicina; la famiglia sua fu presa; gli atti furono stracciati; e chi fu malizioso, che avesse suo processo in corte, and?a stracciarlo. E acci?procur?bene uno giudice che avea nome messer Baldo dell'Ammirato, il quale avea molti adversari, e stava in corte con accuse e con piati: e avendo processi contro, e temendo esser punito, fu tanto scalterito con suoi sequaci, ch'egli spez?gli armari, e stracci?gli atti, per modo che mai non si trovorono. Molti feciono di strane cose in quel furore. Il podest?e la sua famiglia fu in gran fortuna, il quale avea menata seco la donna, la quale era in Lonbardia assai pregiata e di grande belleza; la quale col suo marito, sentendo le grida del popolo, chiamavano la morte fuggendo per le case vicine, ove trovarono soccorso, essendo nascosi e celati.

Il d?sequente, si raun?il Consiglio; e fu diliberato, per onore della citt? che le cose rubate si rendessono al podest? e che del suo salario fusse pagato. E cos?si fe': e partissi.

La citt?rimase in gran discordia. I cittadini buoni biasimavano quello che era fatto; altri dava la colpa a Giano, cercando di cacciarlo o farlo mal capitare; altri dicea: ?Poi che cominciato abiamo, ardiamo il resto?: e tanto romore fu nella terra, che accese gli animi di tutti contro a Giano. E acci?consentirono i Magalotti suoi parenti; i quali lo consigliorono che, per cessare il furore del popolo, per alquanti d?s'assentasse fuori della terra: il quale, credendo al loro falso consiglio, si part? e subito li fu dato bando; e condannato nell'avere e nella persona.

17

Assetto delle cose dopo cacciato Giano.

Dissensi fra i Grandi e l'inviato imperiale Gianni di Ch?ons.

Trame di questo co' Ghibellini e co' Guelfi; e fine della sua commissione (1295).

Scacciato Giano della Bella a d?V di marzo 1294 e rubata la casa e meza disfatta, il popolo minuto perd?ogni rigoglio e vigore, per non avere capo; n?a niente si mossono. I cittadini chiamarono per Podest?uno che era Capitano. E cominciorono ad accusare gli amici di Giano; e furonne condannati alcuni, chi in lire Vc chi in lire M, e alcuni ne furono contumaci. Giano e suo legnaggio si part?del paese: i cittadini rimasono in gran discordia; chi il lodava, e chi il biasimava. Messer Giovanni di Celona, venuto a petizione de' Grandi, volendo fornire ci?che promesso aveva, e aquistare ci?che gli era stato promesso, domandava la paga sua di cavalli Vc che seco avea menati. Fugli dinegata, essendogli detto non avea atteso quello avea promesso. Il cavaliere era di grande animo: andossene ad Arezo agli adversari de' Fiorentini a' quali disse: ?Signori, io sono venuto in Toscana a petizione de' Guelfi da Firenze: ecco le carte: i patti mi niegano; ond'io e' miei compagni saremo con voi a dar loro morte come a nimici?. Onde gli Aretini, i Cortonesi, e gli Ubertini, li feron onore.

I Fiorentini, sentendo questo, mandorono a papa Bonifazio, pregandolo che si inframmettesse in fare tra loro accordo. E cos?fece: che giudic?i Fiorentini li dessono fiorini XXm; i quali gliel dierono; e rifatti suoi amici, vedendo che gli Aretini si fidavano di lui, ordinorono con lui che, tornando ad Arezo, si mostrasse nostro nimico, e che li conducesse a t?ci Saminiato, che dicea appartenersi a lui per vigore d'Inperio, per lo quale era venuto e aveane mandato. Ma uno, il quale sapea il segreto, il pales?per leggiereza d'animo, e per mostrare sapea le cose segrete; e colui a cui lo disse, lo fece assapere a messer Ceffo de' Lanberti: onde gli Aretini lo sentirono, e al cavaliere dierono licenzia con tutta la sua gente.

18

Condizione di Firenze negli anni susseguenti alla cacciata di Giano.

Prepotere de' cattivi popolani; corruzione morale. Il gran beccaio Pecora (1295-1299).

I signori che cacciorono Giano della Bella furono Lippo del Velluto, Banchino di Giovanni beccaio, Gheri Paganetti, Bartolo Orlandini, messer Andrea da Cerreto, Lotto del Migliore Guadagni, e Gherardo Lupicini gonfaloniere di giustizia, che entrorono a d?XV di febraio 1294. Cominciorono i cittadini accusare l'un l'altro, e a condannarli, e a metterli in esilio; per modo che gli amici di Giano erano impauriti, e stavano suggetti. I loro adversari gli soprastavano con molto rigoglio, infamando Giano e' suoi seguaci di grande arroganza, dicendo che avea messo scandalo in Pistoia, e arse ville e condannati molti, quando vi fu rettore. Delle quali cose dovea avere corona perch?avea puniti gli sbanditi e' malfattori, i quali si raunavano sanza temere le leggi. E il fare giustizia, diceano lo facea per tirannia. Molti diceano di lui male per vilt?e per piacere a' rei. Il gran beccaio che si chiamava il Pecora, uomo di poca verit? seguitatore di male, lusinghiere, dissimulava in dire male di lui per compiacere a altri. Corrompea i popolani minuti, facea congiure, e era di tanta malizia, che mostrava a' Signori che erano eletti, era per sua operazione. A molti promettea ufic? e con queste promesse gl'ingannava. Grande era del corpo, ardito e sfacciato, e gran ciarlatore, e dicea palesemente chi erano i congiurati contro a Giano, e che con loro si raunava in una volta sotterra. Poco era constante, e pi?crudele che giusto. Abbomin?Pacino Peruzzi, uomo di buona fama. Sanza esserne richiesto, aringava spesso ne' consigli, e dicea che era egli quello che gli avea liberati dal tiranno Giano, e che molte notti era ito con picciola lanterna, collegando il volere degli uomini per fare la congiura contro a lui.

19

La Potesteria di messer Monfiorito (1299).

I pessimi cittadini per loro sicurt?chiamorono per loro Podest?messer Monfiorito da Padova, povero gentile uomo, acci?che come tiranno punisse, e facesse della ragione torto e del torto ragione, come a loro paresse. Il quale prestamente intese la volont?loro, e quella segu? che absolvea e condannava sanza ragione, come a loro parea: e tanta baldanza prese, che palesemente lui e la sua famiglia vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezo per piccolo o grande che fusse. E venne in tanto abbominio che i cittadini nol poterono sostenere, e feciono pigliar lui e due suoi famigli, e feciollo collare: e per sua confessione seppono delle cose, che a molti cittadini ne segu?vergogna assai e pericolo. e vennono in discordia, ch?l'uno volea fusse pi?collato, e l'altro no. Uno di loro, che avea nome Piero Manzuolo, il fe' un'altra volta tirar su: il perch?confess?avere ricevuta una testimonanza falsa per messer Niccola Acciaiuoli; il perch?nol condanno: e funne fatto nota. Sentendolo messer Nicola, ebe paura non si palesasse pi? ?bene consiglio con messer Baldo Aguglioni, giudice sagacissimo e suo advocato; il quale di?modo avere gli atti dal notaio per vederli, e r?ene quella parte ven? contro a messer Niccola. E dubitando il notaio degli atti avea prestati, se erano tocchi, trov?il raso fatto. Accusolli: fu preso messer Niccola, e condannato in lire IIIm; messer Baldo si fugg? ma fu condannato in lire IIm, e confinato per uno anno. In molta infamia caddono i reggenti; e molti furono, che cercorono i malif?i si trovassono, che ne furono malcontenti, per esser colpevoli.

Messer Monfiorito fu messo in prigione. Pi?volte lo mandorono i Padovani a domandare: nol vollono rendere per amore n?per grazia. Poi si fugg?di prigione, perch?una moglie d'uno degli Arrigucci, che avea il marito in prigione ove lui, fece fare lime sorde e altri ferri, co' quali ruppono le prigioni, e fuggirono.

20

Principio della nuova divisione fra' cittadini (1300):

 nimicizie tra i Cerchi e i Donati (1280-1297).

La citt? retta con poca giustizia, cadde in nuovo pericolo, perch?i cittadini si cominciorono a dividere per gara d'ufic? abbominando l'uno l'altro. Intervenne che una famiglia che si chiamavano i Cerchi (uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano bene, e teneano molti famigli e cavalli, e aveano bella apparenza), alcuni di loro comperorono il palagio de' conti, che era presso alle case de' Pazzi e de' Donati, i quali erano pi?antichi di sangue, ma non s?ricchi: onde, veggendo i Cerchi salire in altezza (avendo murato e cresciuto il palazzo, e tenendo gran vita), cominciorono avere i Donati grande odio contra loro. Il quale crebbe assai, perch?messer Corso Donati, cavaliere di grande animo, essendoglisi morta la moglie, ne ritolse un'altra figliuola che fu di messer Accierito da Gaville, la quale era reda; ma non consentendo i parenti di lei, perch?aspettavano quella redit? la madre della fanciulla, vedendolo bellissimo uomo, contro alla volont?degli altri conchiuse il parentado. I Cerchi, parenti di messer Neri da Gaville, cominciorono a sdegnare, e a procurare non avesse la redit? ma pur per forza l'ebbe. Di che si gener?molto scandolo e pericolo per la citt?e per speziali persone. E essendo alcuni giovani de' Cerchi sostenuti per una mallever? nel cortile del Podest?come ?usanza, fu loro presentato uno migliaccio di porco, del quale chi ne mangi?ebbe pericolosa infermit? e alcuni ne morirono; il perch?nella citt?ne fu gran romore, perch?eran molti amati: del quale malificio fu molto incolpato messer Corso. Non si cerc?il malificio, per?che non si potea provare; ma l'odio pur crebbe di giorno in giorno, per modo che i Cerchi li cominciorono a lasciare, e le raunate della Parte, e accostarsi a' popolani e reggenti. Da' quali erano ben veduti, s?perch?erano uomini di buona condizione e umani, e s?perch?erano molto serventi, per modo che da loro aveano quello che voleano; e simile da' rettori. E molti cittadini tirarono da loro, e fra gli altri messer Lapo Salterelli e messer Donato Ristori giudici, e altre potenti schiatte. I Ghibellini similmente gli amavano per la loro umanit? e perch?da loro traevano de' servigi e non faceano ingiurie: il popolo minuto gli amava, perch?dispiacque loro la congiura fatta contro a Giano. Molto furono consigliati e confortati di prendere la signoria, che agevolmente l'arebbono avuta per la loro bont? ma mai non lo vollono consentire.

Essendo molti cittadini un giorno, per seppellire una donna morta, alla piazza de' Frescobaldi, e essendo l'uso della terra a simili raunate i cittadini sedere basso in su stuoie di giunchi, e i cavalieri e dottori su alto sulle panche, e essendo a sedere, i Donati e i Cerchi, in terra (quelli che non erano cavalieri), l'una parte al dirimpetto all altra, uno o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si lev?ritto. Gli adversari, per sospetto, anche si levorono, e missono mano alle spade; gli altri feciono il simile: e vennono a]la zuffa: gli altri uomini che v'erano insieme, li tramezorono, e non li lasciorono azuffare. Non si pot?tanto amortare, che alle case de' Cerchi non andasse molta gente; la quale volentieri sarebbe ita a ritrovare i Donati, se non che alcuni de' Cerchi nollo consent?

Uno giovane gentile, figliuolo di messer Cavalcante Cavalcanti, nobile cavaliere, chiamato Guido, cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio, nimico di messer Corso, avea pi?volte diliberato offenderlo. Messer Corso forte lo temea, perch?lo conoscea di grande animo; e cerc?d'assassinarlo, andando Guido in pellegrinaggio a San Iacopo; e non li venne fatto. Per che, tornato a Firenze e sentendolo, inanim?molti giovani contro a lui, i quali li promisono esser in suo aiuto. E essendo un d?a cavallo con alcuni da casa i Cerchi, con uno dardo in mano, spron?il cavallo contro a messer Corso, credendosi esser segu?o da' Cerchi, per farli trascorrere nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanci?il dardo, il quale and?in vano. Era quivi, con messer Corso, Simone suo figliuolo, forte e ardito giovane, e Cecchino de' Bardi, e molti altri, con le spade; e corsogli dietro: ma non lo giugnendo, li gittarono de' sassi; e dalle finestre gliene furono gittati, per modo fu ferito nella mano.

Cominci?per questo l'odio a multiplicare. E messer Corso molto sparlava di messer Vieri, chiamandolo l'asino di Porta, perch?era uomo bellissimo, ma di poca malizia, n?di bel parlare; e per?spesso dicea: ?Ha raghiato oggi l'asino di Porta??; e molto lo spregiava. E chiamava Guido, Cavicchia. E cos?rapportavano i giullari, e spezialmente uno si chiamava Scampolino, che rapportava molto peggio non si diceva, perch?i Cerchi si movessero a briga co' Donati. I Cerchi non si moveano, ma minacciavano con l'amist?de' Pisani e delli Aretini. I Donati ne temeano, e diceano che i Cerchi aveano fatta lega co' Ghibellini di Toscana: e tanto l'infamarono, che venne a orecchi del Papa.

21

Il Pontefice, insospettito de' Cerchi, come d'amici a' Ghibellini,

 manda a Firenze un Cardinale a paciaro. Sua mala riuscita.

Confino de' principali delle due parti (1300- ... -giugno).

Sedea in quel tempo nella sedia di San Piero papa Bonifazio VIII, il quale fu di grande ardire e alto ingegno, e guidava la Chiesa a suo modo, e abbassava chi non li consentia. Erano con lui sua mercatanti gli Spini, famiglia di Firenze ricca e potente: e per loro stava l? Simone Gherardi, uomo pratico in simile esercizio; e con lui era uno figliuolo d'uno affinatore d'ariento, fiorentino, si chiamava il Nero Canbi, uomo astuto e di sottile ingegno, ma crudo e spiacevole. Il quale tanto aoper?col Papa per abbassare lo stato de' Cerchi e de' loro sequaci, che mand?a Firenze messer frate Matteo d'Aquasparta, cardinale Portuense, per pacificare i Fiorentini. Ma niente fece, perch?dalle parti non ebbe la commessione volea, e per?sdegnato si part?di Firenze.

Andando una vilia di San Giovanni l'Arti a offerere, come era usanza, e essendo i consoli innanzi, furono manomessi da certi grandi, e battuti, dicendo loro: ?Noi siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino; e voi ci avete rimossi degli ufic?e onori della nostra citt? I Signori, sdegnati, ebbono consiglio da pi?cittadini, e io Dino fui uno di quelli. E confinorono alcuni di ciascuna parte, cio? per la parte de' Donati, messer Corso e Sinibaldo Donati, messer Rosso e messer Rossellino dalla Tosa, messer Giachinotto e messer Pazino de' Pazi, messer Geri Spini, messer Porco Manieri, e loro consorti, al Castel della Pieve; e per la parte de' Cerchi, messer Gentile e messer Torrigiano e Carbone de' Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo Gherardini, e de' loro consorti, a Sarezano, i quali ubidirono e andorono a' confini.

Quelli della parte de' Donati non si voleano partire, mostrando che tra loro era congiura. I rettori li voleano condannare. E se non avessono ubidito e avessono presa l'arme, quel d?avrebbono vinta la terra; per?che i Lucchesi, di conscienza del Cardinale, veniano in loro aiuto con grande esercito d'uomini.

Vedendo i Signori che i Lucchesi veniano, scrissono loro, non fussono arditi entrare su loro terreno; e io mi trovai a scrivere la lettera: e alle villate si comand?pigliassono i passi. E per studio di Bartolo di messer Iacopo de' Bardi tanto si procur? che ubidirono.

Molto si pales?allora la volont?dcl Cardinale, che la pace, che egli cercava, era per abbassare la parte de' Cerchi e inalzare la parte de' Donati. La quale volont? per molti intesa, dispiacque assai. E per?si lev?uno di non molto senno, il quale con uno balestro saett? uno quadrello alla finestra del vescovado (dove era il Cardinale), il quale si ficc?nell'asse: e per paura si parti di quindi, e and?a stare oltrarno a casa messer Tommaso per pi?sicurt?

I Signori, per rimediare allo sdegno avea ricevuto, gli presentorono fiorini MM nuovi. E io gliel portai in una coppa d'ariento, e dissi: ?Messere, non li d?degnate perch?siano pochi, perch?sanza i consigli palesi non si pu?dare pi?moneta?. Rispose gli avea cari; e molto li guard? e non li volle.

22

Quale era stato il fatto, che determin?la nimicizia tra le due parti de' Cerchi

e de' Donati: quali famiglie tennero per gli uni o per gli altri (1300, maggio)

Perch?i giovani ?pi?agevole a ingannare che i vecchi, il diavolo, accrescitore de' mali, si fece da una brigata di giovani che cavalcavano insieme: i quali, ritrovandosi insieme a cena una sera di calendimaggio, montarono in tanta superbia, che pensarono scontrarsi nella brigata de' Cerchi e contro a loro usare le mani e i ferri. In tal sera, che ?il rinovamento della primavera, le donne usano molto per le vicinanze i balli. I giovani de' Cerchi si riscontrorono con la brigata de' Donati, tra' quali era uno nipote di messer Corso, e Bardellino de' Bardi, e Piero Spini, e altri loro compagni e seguaci, i quali assalirono la brigata de' Cerchi con armata mano. Nel quale assalto fu tagliato il naso a Ricoverino de' Cerchi da uno masnadiere de' Donati, il quale si disse fu Piero Spini, e in casa sua rifuggirono. Il quale colpo fu la distruzione della nostra citt? perch?crebbe molto odio tra i cittadini. I Cerchi non palesoron mai chi si fusse, aspettando farne gran vendetta.

Divisesi di nuovo la citt? negli uomini grandi, mezani e piccolini; e i religiosi non si poterono difendere che con l'animo non si dessono alle dette parti, chi a una chi a una altra. Tutti i Ghibellini tennono co i Cerchi, perch?speravano avere da loro meno offesa; e tutti quelli che erano dell'animo di Giano della Bella, per?che parea loro fussono stati dolenti della sua cacciata. Fu ancora di loro parte Guido di messer Cavalcante Cavalcanti, perch?era nimico di messer Corso Donati; Naldo Gherardini, perch?era nimico de' Manieri, parenti di messer Corso; messer Manetto Scali e suoi consorti, perch?erano parenti de' Cerchi; messer Lapo Salterelli, loro parente; messer Berto Frescobaldi, perch?avea ricevuti da loro molti danari in prestanza; messer Goccia Adimari, per discordia avea co' consorti; Bernardo di messer Manfredi Adimari, perch?era loro compagno; messer Biligiardo, e 'l Baschiera, e Baldo dalla Tosa, per dispetto di messer Rosso loro consorto, perch?da lui furono abbassati degli onori. I Mozi, i Cavalcanti (il maggior lato), e pi?altre famiglie e popolani, tennono con loro.

Con la parte di messer Corso Donati tennono messer Rosso, messer Arrigo e messer Nepo e Pinuccio dalla Tosa, per grande usanza e amicizia; messer Gherardo Ventraia, messer Geri Spini e suoi consorti, per l'offesa fatta; messer Gherardo Sgrana e messer Bindello per usanza e amicizia; messer Pazino de' Pazi e suoi consorti, i Rossi, la maggior parte de' Bardi, i Bordoni, i Cerretani, Borgo Rinaldi, il Manzuolo, il Pecora beccaio, e molti altri. E di popolani furono co' Cerchi, Falconieri, Ruffoli, Orlandini, quelli delle Botte, Angiolieri, Amuniti, quelli di Salvi del Chiaro Girolami, e molti altri popolani grassi

23

Degli sbanditi, alcuni rompono il confino, altri sono richiamati.

Consiglio de' Donati in Santa Tnnita (1300...1301, aprile-giugno).

Essendo messer Corso Donati a' confini a Massa Trebara, gli ruppe, e andossene a Roma, e non ubbid? il perch?fu condannato nell'avere e nella persona. E col Nero Cambi che era compagno degli Spini in Corte, per mezo di messer Iacopo Guatani, parente del Papa, e d'alcuni Colonnesi, con grande stanzia pregavano il Papa volesse rimediare, perch?la Parte guelfa periva in Firenze, e che i Cerchi favoreggiavano i Ghibellini. Per modo che il Papa fece citare messer Vieri de' Cerchi; il quale and?a Roma molto onorevolmente. Il Papa, a petizione degli Spini suoi mercatanti e de' sopradetti amici e parenti, lo richiese facesse pace con messer Corso; il che non volle consentire, mostrando non facea contro a Parte guelfa; il perch?da lui fu licenziato, e partissi.

La parte de' Cerchi, che era confinata, torn?in Firenze. Messer Torrigiano e Carbone e Vieri di messer Ricovero de' Cerchi, messer Biligiardo dalla Tosa, e Carbone e Naldo Gherardini, e messer Guido Scimia de' Cavalcanti, e gli altri di quella parte, stavano chetamente.

Ma messer Geri Spini, messer Porco Manieri, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de' Pazi, Sinibaldo di messer Simone Donati, capi dell'altra parte, non contenti di loro tornata, co' loro seguaci si raunorono un d?in Santa Trinita, diliberati di cacciare i Cerchi e loro parte. E feciono gran consiglio, assegnando molte false ragioni; e dopo lunga disputa, messer Bondalmonte, savio e temperato cavaliere, disse che era gran rischio, e che troppo male advenire ne potea, e che al presente non si sofferisse. E a questo consiglio concorse la maggior parte; per?che messer Lapo Salterelli avea promesso a Bartolo di messer Iacopo de' Bardi (a cui era data gran fede), le cose s'acconcerebbono per buono modo. E sanza niente fare si partirono.

24

Dino s'intromette, per la pace della citt? fra la Signoria e i Donati.

I Cerchi gridano contro: e si scuopre e punisce una congiura

ordinata dai Donati pel Consiglio di Santa Trinita (1301, aprile-giugno).

Ritrovandomi in detto consiglio io Dino Compagni, disideroso di unit?e pace fra' cittadini, avanti si partissono dissi: ?Signori, perch?volete voi confondere e disfare una cos? buona citt? Contro a chi volete pugnare? contro a' vostri fratelli? Che vettoria arete? non altro che pianto?. Risposono che il loro consiglio non era che per spegnere scandalo e stare in pace.

Udito questo, m'accozai con Lapo di Guaza Ulivieri, buono e leale popolano, e insieme andamo a' priori, e conducemovi alcuni erano stati al detto consiglio, e tra i priori e loro fumo mezani, e con parole dolci raumiliamo i Signori: e messer Palmieri Altoviti, che allora era de' Signori, fortemente li riprese sanza minacce. Fu loro risposto che di quella raunata niente pi?si farebbe e che alcuni fanti eran venuti a loro richiesta, fussono lasciati andare sanza esser offesi. E cos?fu da' signori priori comandato.

La parte adversa continuamente stimolava la Signoria gli punisse, perch?aveano fatto contro agli Ordini della Giustizia, per lo consiglio tenuto in Santa Trinita, per fare congiura e trattato contra il reggimento.

Ricercando il segreto della congiura, si trov?che il Conte da Battifolle mandava il figliuolo con suoi fedeli e con arme a petizione de' congiurati: e trovaronsi lettere di messer Simone de' Bardi, per le quali scrivea facessono fare gran quantit?di pane, acci?che la gente che venia avesse da vivere. Il perch?chiaramente si comprese la congiura ordinata per lo consiglio tenuto in Santa Trinita; onde il Conte e 'l figliuolo e messer Simone furono condannati in grave pena.

Scopertisi gli odii e le malivolenzie d'amendue le parti, ciascuno procurava offendere l'altro: ma troppo pi?baldanzosamente si scopriano i Donati che i Cerchi, nello sparlare, e di niente temeano.

25

I Cerchi si afforzano in Pistoia. Parte nera e Parte bianca de' Cancellieri.

Capitaneria di Cantino Cavalcanti. Condizioni della cittadinanza pistoiese.

Capitaneria di Andrea Gherardini. Cacciata de' Neri (estate del 1301)

I Cerchi procuravano avere i Pistolesi dalla loro parte; i quali aveano data giuridizione a' Fiorentini vi mandassono podest?e capitano. E essendovi mandato Cantino di messer Amadore Cavalcanti per capitano, uomo poco leale, ruppe una legge aveano i Pistolesi, che era che i loro Anziani si eleggessono per amendue le parti loro, cio?Neri e Bianchi. Queste due parti, Neri e Bianchi, naquono d'una famiglia che si chiamano Cancellieri, che si div?e: per che alcuni pi? congiunti si chiamorono Bianchi, e gli altri Neri; e cos?fu divisa tutta la citt? e cos?eleggeano gli Anziani.

Questo Cantino ruppe la loro legge, e fece chiamare tutti gli Anziani di parte bianca. Il quale, essendone ripreso, dicea per sua scusa averlo di comandamento da' Signori di Firenze. E non dicea la verit?

I Pistolesi, malcontenti, viveano in gran tribulazioni, ingiuriandosi e uccidendosi l'uno l'altro; e da' rettori erano spesso condannati e male trattati, a diritto e a torto; fu loro tratti di mano molti danari. Per?che naturalmente i Pistolesi sono uomini discordevoli, crudeli e salvatichi. Messer Ugo Tornaquinci, podest? di simili condannagioni ne trasse fiorini IIIm; e cos?molti altri cittadini fiorentini, furono l?rettori.

Giano della Bella era stato l?capitano: il quale lealmente li resse; ma crudele fu, perch?arse a loro case di fuori, dove riteneano sbanditi, e non ubidiano.

In Pistoia era uno pericoloso cavaliere della parte de' Cancellieri neri, che avea nome messer Simone da Pantano, uomo di meza statura, magro e bruno, spiatato e crudele, rubatore e fattore d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati: e con la parte adversa era uno altro chiamato messer Schiatta Amati, uomo pi?vile che savio, e meno crudele; il quale era parente de' Cerchi bianchi.

In questo tempo i Fiorentini mandorono per capitano a Pistoia Andrea Gherardini, il quale fu fatto cavaliere. E in quel tempo li fu mostro come i Lucchesi veniano a Pistoia per pigliare la terra. Onde il detto messer Andrea confin?molti cittadini: i quali, per suo comandamento, non si vollono partire, anzi s'afforzorono, e cercorono di difendersi, credendo avere soccorso; e il detto messer Simone invit?pi?suoi amici e fanti forestieri. Il podesta assegn?loro termine a partire, e non ubidirono: onde sdegn? e punigli con l'arme e col fuoco, avendo aiuto da Firenze, e i loro seguaci fece ribelli. Alcuni dissono, il detto messer Andrea n'avea avuti fiorini IIIIm, e alcuni dissono gli furono dati dal Comune di Firenze, per rispetto della nimicizia ne avea acquistata.

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Deplorevoli conseguenze, alla citt?di Ptstoia, della cacciata de' Neri.

Accenno all'assedio che poi i Neri di Firenze posero a Pistoia nel 1306.

Quanta bella e utile citt?e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani, posseditori di cos?ricco luogo, attorniato di belle fiumane e d'utili alpi e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi, il perch?tal citt?fu quasi morta. Per?che ivi a picciol tempo si cambi?fortuna; e furono da' Fiorentini assediati; in tanto che davano la carne per cibo, e lasciavansi tagliare le membra per recare alla terra vittuaglia, e a tanto si condussono, che altro che pane non mangiavano fino all'ultimo d? A' quali Iddio glorioso provide, che per accordo furono ricevuti (nol sappiendo i loro adversari) con patti fatti di loro salvezza: i quali osservati non furono; perch? poi che l'ebbono avuta, le belle mura della citt?furono dirupinate.

Cessata la pistolenza e la crudelt?del tagliare i nasi alle donne che usciano della terra per fame (e agli uomini tagliavano le mani), non perdonarono alla bellezza della citt? che come villa disfatta rimase. Del loro assedio, e del loro pericolo e fame, e delli assalimenti, e delle prodeze che feciono coloro che dentro vi si rinchiusono, n?di loro belle castella che perderono per tradimento, non intendo scrivere, per?che altri pi?certamente ne scriverr? il quale se con piat?le scriverr? far?gli uditori piangere dirottamente.

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I Cerchi non sanno proftttare in Firenze della vittoria procurata a Parte bianca

in Pistoia. Schiatta Cancellieri, Capitano di guerra in Firenze.

Prime arti de' Donati contro i Cerchi: divisione di Parte guelfa (estate del 1301).

Finito l'uficio di detto messer Andrea, la Parte bianca, non sappiendosi reggere perch?non avea capo (perch?i Cerchi schifavano non volere il nome della signoria, pi?per vilt? che per piat? perch?forte temeano i loro adversar?, chiamorono messer Schiatta Amati, de' Cancellier bianchi, per loro capitano di guerra; e dieronli tanta bal?, che i soldati rispondeano a lui, mandava i bandi da sua parte, e pene imponea, e cavalcate contra i nimici, sanza alcuno consiglio. Era il detto cavaliere uomo molto piatoso e temoroso; la guerra non li piacea; e tutto era contrario al suo consorto, messer Simone da Pantano de' Cancellier neri.

Non prese il detto capitano la citt? come dovea; il perch?i nimici nol temeano. I soldati non erano pagati; danari non aveano, n?ardimento da porne: e fortezza niuna non prese, e confinati non fece. Dicea parole minaccevoli; e facea viste assai; ma con effetto nulla seguia. E quelli che nol conosceano li teneano ricchi, e potenti, e savi; e per questo stavano in buona speranza. Ma i savi uomini diceano: ?E' sono mercatanti, e naturalmente sono vili; e i lor nimici sono maestri di guerra e crudeli uomini?.

I nimici de' Cerchi cominciorono ad infamarli a' Guelfi, dicendo che si intendevano con li Aretini e co' Pisani e co' Ghibellini. E questo non era vero. E con molta gente si volsono loro contro, appognendo loro il falso; per?che con loro niuno trattato aveano, n?loro amicizia; ma a chi ne li riprendeano, non lo negavano, credendo esserne pi?temuti e con questo batterli, dicendo: ?E' ci temeranno pi? dubitando che noi non ci accostiamo a loro: e i Ghibellini pi?ci ameranno, avendo speranza in noi?. E volendo i Cerchi signoreggiare, furono signoreggiati, come innanzi si dir?

  

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Ultimo aggiornamento: 13 marzo 2008