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Edizione di riferimento
Zeitschrift für Romanische Philologie, Herausgegeben von Dr. Gustav Gröber, 1878 II. band, Halle. Max Nimeyer. 1878, recuperato in edizione. PDF dal sito della Biblioteca Nazionale Francese http://gallica.bnf.fr
Il testo è stato scritto molto probabilmente fra il 1380 e il 1420: sono queste le conclusioni cui giunge Pio Rajna nel suo scritto introduttivo al testo (pagg. 420-425 del testo citato). Abbiamo inserito il testo nel Progetto Trecento. Per approfondimenti leggere le introduzioni di Pio Rajna:
Suona per me, Apollo, una fiata,
Più dolcemente che sonasse mai,
L' alta tua cetra degnia e onorata
Con quelle melodie che tu ti sai;
Per modo ch' ogni storia passata, 5
Com' a sugetti e cari spesso fai,
El canto mio dimostri, col tuo suono,
Al piacer di chi l' ode bello e buono.
E fa, che mi bisognia, o signior mio,
Perché 'l tenpo e' pensier m' ànno tirato 10
Al tutto fuor d' ogni dolce disio,
E al sagro tuo fonte alienato.
Ritorni adunque in me, o sommo Idio,
Ogni vago piacere al modo usato;
E 'l canto delle muse tue amiche 15
Mi rapresenti tutte storie antiche.
Tirato dal piacer di molta gente,
Mie car signori, e amici, e conpagni,
Convieni ogni aultor recare a mente,
E nelle storie lor tutto mi bagni, 20
Per farvi rimaner tutte contente.
Ora spirate, Idei superni e magni,
E fate sì che quest' alta vivanda
Basti a ciascun che storia m' adimanda.
I' veggio storie, favole e novelle, 25
Nuove e antiche, tutte stare a schiera
Dinanzi a me, co lor senbianze belle,
Più che non sono e fior di primavera;
E gli aultori, or di queste, or di quelle,
M' inviton co si dolce lor matera, 30
Ch' i' non so quale in prima cominciare,
O di qual più vi piaccia udir cantare.
Lascerò dunque al buon vostro intelletto,
Se v' è in piacer questa cotal fatica,
Che eleggiate per vostro diletto 35
La favola o la storia che io dica;
Ch' i' ò d' ogniuna già sì pieno il petto,
Che l' una più che l' altra non me 'nbrica.
Ma perché la più bella vo' eleggiate,
Molte per nome ve ne fie contate. 40
Piaceriavi, signiori, udir cantare
Di nostra fé l'origine giocondo?
E come Idio cominciò a creare
In poco tenpo tutto quanto el mondo?
El fermamento, e 'l sol, la luna e l'are, 45
Uccegli e pesci, e 'l mar che non à fando,
La donna e l'uom ch'ebe tanta biltade,
E ciò che fu in questa prima etade?
Di Noé, del diluvio e de l' arca,
E come siam discesi di suo figli, 50
E quanto in ciò la scrittura ne carca?
O d'Abraham che io la storia pigli?
Come e frate' vendér Giuseppo in barca,
E de' figliol d' Isdrael ch' io mi spigli?
Savolo e' Filestei e Faraone, 55
La morte d' Oloferno e di Sansone?
O volete ch' io conti l' alte inprese
De Re Davit, che son cantar ventotto?
Di Salamon le gloriose spese
Che fece al tenpio, e sì fu savio e dotto? 60
Di Nabuc Dinasor l' aspre contese?
Di Ninive e di Sodoma e di Lotto?
Di Moisé e Giuda Macabeo,
D' Ansuero, Caldei, e d' ogni ebreo ?
Questi so dir che mi faranno onore, 65
Cantar di loro se mel concedete,
Tant'à vaghezza ogni loro sprendore,
Perch' è principio della fé ch' avete.
Vorrò discender con gioioso core
Al nostro Cristo, sì come udirete: 70
La vita tutta e' fatti suo beati,
La morte e 'l suscitar, che ci à salvati.
L' andare in cielo, e lo Spirito santo
Venire in terra per nostra salute;
Come gli apostol tutti in ciascun canto 75
Del mondo andaro, e mostrar lor virtute;
E 'l crescer della fede, e 'l caro amanto
Ch' a Pier lasciò, e le chiave rendute
Di pastore in pastor fin a Silvestro
Vi canterò con suon piatoso e destro. 80
Da l' altra parte, de' fatti mondani
Vi posso sodisfar con gran dovizia,
E cominciar come da' Taluni
Le più parte del mondo ebe primizia;
Asia prima, e po' tutti e Troiani 85
Da Dardano di Fiesol co letizia
Ebe principio, e 'l suo figliol fé Troia,
E 'l nipote Elion co molta gioia.
Questa storia, sinnior, molto si spande
Perch' è divisa in trenta duo cantare; 90
Di Lamedon è 'l primo, ed è sì grande,
Chi 'l fé morire, e Troia fé disfare;
Po' segue di Gianson per molte bande,
D' Oete e di Medea il loro affare;
E 'l terzo in Grecia Esiona mena, 95
Qual fu principio d'infinita pena.
Seguiton poi e fatti di Priàmo,
Dove e in qual tenpo stette e fu notrito.
Se di costui vi piacesse, io bramo,
Come ne regnio fu restituito; 100
Ben che di lui molte cose lasciamo
Che fé in Asia, come avete udito,
Prima che Troia mura avesse in collo,
Rifatte per Priàmo e per Apollo.
Molti comincian da' fatti di Troia, 105
Da Paris, ch' Alesandro fu chiamato:
Fanol pastore, e po' il mettono in loia,
Come nesun suo pari inamorato;
Giudicate à le dee; a l' alta gioia
Che Venus gli 'npromise, è inalzato; 110
Al padre suo n' andò, con grande onore
Ch' ogniun gli fé, ma sopra tutti Ettòre.
Di costui canterò somma biltade,
Molta destrezza e tutta cortesia,
Canti e lusinghe, e ogni vanitade, 115
Spesso parer che d' amor morto sia;
Rivolger gli occhi co molta onestade
E canti e balli, e sospirar per via;
Pettinar crini e mutar veste belle,
Per fare inamorar donne e donzelle; 120
L' andare in Grecia al tenpio Citerone,
Rapire Eléna, bianca più che 'l cegnio [1];
Per la qual cosa e Greci con ragione
Ragunâr gente, ciascuna a suo segnio;
E mille nave sotto Agamenòne 125
Venono a Troia per disfar que regnio;
Onde dieci anni e se' mesi passaro
Per fin che tutta l' arson e rubaro:
L' aspre battaglie e le molte bandiere,
Suoni e stormenti, romori e percosse, 130
Conti, principi, duchi e cavaliere,
Trabacche e padiglion co molte fosse;
Mettere aguati e ordinare schiere,
Gente con gente gridare e far mosse,
Qual gir fugendo per tornare al campo, 135
E quale a Troia per pigliare iscanpo.
D' Ettor la forza e di tutti e frategli,
D' ogni troiano ancor vi canteraggio;
L' andar d' Achille e de' Greci e drapegli,
La morte di ciascun vi piangeraggio; 140
Enea fugendo quegli aspri martegli
A Ostia, in sul Tever, porteraggio;
Vincerà Turno e prenderà Lavina,
Signioregiando ogni terra vicina.
Silvio, suo figlio, dopo lui regniare, 145
Di cui disceson tutti i regi albani,
E crescer Albia, e 'l suo principiare,
E quante inprese fecion co' Romani;
Over con Numitor lasciarò stare
La storia prima de' fatti troiani, 150
E tornerò de' Greci, e lor fortuna
Canterò, se volete, ad una ad una.
E le storie di Tebe sono ottanta,
Sì ben conposte in cantar trentasei,
Ch' ogniun dirà: De, di costui ci canta, 155
E lascia stare e Troiani e gli Ebrei!
Di Cadmo, che cercò la terra tanta,
E po' degli altri teban buoni e rei;
Per Dio, ne canta di Bacco e di Febe,
Com' Anfion di mura cinse Tebe! 160
E d' Ateon saper vorete il vero
Come e cani il mangiàr su la canpagnia
Po' che fatto fu cerbio tutto intero,
E saziò l' ira di Diana magnia;
Come le donne col viso sincero 165
Uccison ad un passo di montagnia
Quel viso bel con angosciosi duoli;
La morte d' Atamante e de' figlioli.
Po canterò e verò discendendo,
A' piacer vostri, da' fatti d' Eilao; 170
E po d' Edippo, el qual verrà, crescendo,
E come el padre uccise, e re serao;
Eteocles e Polinice intendo,
Epomedon, Tideo e Anfirao
A battaglia condurre, e altre gregge, 175
Secondo che da Stazio il ver si legge.
Tre battaglie ordinate, aspre e fiere
Più che fussin giamai, al parer mio,
Dove morrà ogni buon cavaliere,
Salvo ch' Adastro, che se·ne fuggio; 180
La quarta poi, di fuor de l' altre schiere;
E' duo frategli, co mortal disio,
L'un l'altro uccise, e 'l canpo doloroso
Riman di corpi morti sanguinoso.
Ma con qual viso, over con quale ardire 185
Canterò d' esta gente la piatade,
Di tanti greci il misero martire
E' signior morti in tanta crudeltade?
Non sarà canto, ma tristo languire,
Veder de' corpi uman piene le strade, 190
Signiori e chava' morti e armadura
Coverto trenta miglia di pianura.
Rimarrà Tebe al traditor Creonte,
Secondo che 'l cantar mi dà indizio;
Le donne argiane passeranno el monte 195
Per soppelire ogniuno in sagro ospizio;
E visi ismorti, e velat' àn la fronte,
Di lor mariti el far piatoso uffizio.
Creonte non consente il seppellire;
Verrà Teseo, e farallo morire. 200
La cu' virtù in venti sette canti,
Se v' è in talento, i' sì vi canteraccio:
Dodici prima, pien d' ogni millanti,
Conposti per messer Giovan Boccaccio;
E dopo questi dironne altretanti, 205
Ordinati per un che qui mi taccio;
Prende Teseo, con vago sermone,
Lasciando Emilia, Arcita e Palamone.
Questo canto, esiguito è si giulivo,
Ch' ogniun per sé me ne farà un priego. 210
Se volete, dirò ciò ch' io ne scrivo,
Cominciando alla morte d' Androgego,
Come e maestri il fer di vita privo,
Contro a la volontà del duca Egego;
L' adunar delle genti, e la vendetta 215
Che re Minos ne fece con gran fretta.
Non però ch' io intenda di lasciare
Di Penelape scrivere e d' Ulisse,
Né di Medea il dolce lamentare.
E ciò che Figli a Dimofonte scrisse; 220
E Dianira mi fa lagrimare
Ercol chiamando, e Oenon Parisse.
E Dido Enea, in suo mortal lavoro;
E ciò ch' Ovidio iscrisse di costoro.
Se vi piacesse più fatti di Roma, 225
Comincerò da' primi duo frategli
Lattati dalla lupa, e ciò che noma
Quel' aultor che fé questi gemegli.
Ai quanto vidde esser dolce soma
Titolivio veder parlar di quegli, 230
Concreare e pastori e Roma fare,
Bandir la festa, e le donne furare!
Numa, seguendo, ch' ordinò la legge,
Marco, Tarquino, Tulio e Pulinoro,
Tarquin Superbo, e ciò che se·ne legge; 235
E seguitando questo bel lavoro,
Dal principio di Roma e sette regge;
Parlando di Lucrezia m' innamoro,
Al tenpo di dugento quarant' anni,
Di Roma sotto i grievi loro affanni. 240
E consolati, secondo gli annali,
Di ciascun anno, e 'l nome de' franceschi,
Che arser Roma e fer cotanti mali;
E a passar più nanzi ogniun m' inveschi;
Le storie e le vitorie, tante e quali, 245
Di Francia, d' Ungeria e de' tedeschi,
Di Spagnia, di Provenza e di Borgognia,
E 'l ver vi canterò sanza menzognia.
E ciò che fecion mai e sanatori
I mille secento anni di lontano, 250
E trebun della plebe, e dittatori,
O milizie, o coorte, o capitano,
Censori, o consolati, over pretori,
Centurioni, infino ad Ottaviano,
Contr' Anibàl, Antioco; e re Brenne, 255
Pirro e Giugurta, o che Porsenna fenne.
I magnifichi fatti di Camillo,
La virtù e l' ardir di Scipione,
Ciascun dovrebe dir, de, dillo, dillo!
E po' vi conterò del buon Catone. 260
Di Catellina dir tutto mi stillo,
Come Salustio conta, o Cecerone;
Di Mario, di Metello e di Fabrizio,
D' Omuta, e di Torquato el gran patrizio.
Or so ben io che di costor cantare265
Piacer vi deba sopra ogni altra cosa;
Dunque, perché più istorie contare
Mi fate, e non lasciate l' altre in posa?
Perché comincia alcuno a mormorare?
Aciò che Julio Cesar ponga i losa, 270
E 'l gran Ponpeo, e ogni lor battaglia,
Ma sopra tutte quella di Tesaglia.
De' qua' dirò, se vi sarà in talento,
De' fatti loro inprima, e po' la morte,
Come per versi di Lucano i' sento. 275
A Ponpeo toccherà la scura sorte.
E po, come fu morto a grande istento
Ceser da' sanatori in su la corte,
E come Atavïan lo 'nperio prese,
Che dopo lui ogni altro po' discese. 280
Ma' non fu il mondo in tal tranquilitade,
Sicome al tenpo d' Ottaviano Agusto
El qual fece coltegli e altre spade
In bomer convertir, tanto fu giusto;
Verrà quel Claudio, e la gran crudeltade 285
Di lui vi conterò, aspro e robusto;
Che fé per Cristo il gran Vespesiaro,
E co la vedovella il buon Troiano.
Nerva, Domizïan, Foco e Antonio,
Marco Tiberio e 'l cortese Adriano; 290
Misenzïo, crudel più che 'l dimonio,
Con Valentino e co Massimiano;
Tutti gli metterò a questo conio.
Co Marc' Aurelio e Dïoclezïano
Ed ogni inperador greco e latino 295
Vi canterò per fino a Gostantino.
Le storie di Roma son per certo
Con verità d' ogni cantare il fiore,
E ogni talun col viso aperto
Di Roma doveria far senpre onore; 300
Inperò ch' ogni bene e ogni mesto
Che Itaglia à di senno e di valore
Roma gliel dié; e cantar più di lei.
Cantar saranno mille cento sei.
Ma se qui fusse alcuno inamorato, 305
Giovane o vecchio, o cavaliere strano,
Il qual volessi udire il bel trattato
Di Lancilotto e di misser Tristano,
Facciami cenno chelli sia a grato;
E io comincerò, a mano a mano, 310
E fatti della tavola Ritonda,
Di parte in parte, co mente gioconda.
E se vorete, dirò tanto avanti
Come la Tavola fu e in qual parte,
E di Merlino, e d' ogni suoi incanti, 315
Che ordinò co la sua maligni' arte.
O volete ch' e cavalieri eranti
Nomini prima secondo le carte?
E ciò che fer provando lor persone,
Al tenpo de re Utar Pandragone? 320
Quatro cento cantar mette ordinati
Della tavola vecchia la scrittura;
I miglior cavalier saran contati
Che fusser mai, e ogni lor ventura;
Quante fontane e pini, e quanti prati; 325
Vaghe donzelle andare alla verzura;
Dolce parlare e tutta cortesia,
Usata per cotal cavaleria.
Forse per me si gitterebe u motto,
Perché, lasciando questi, i' non venisse 330
Alla tavola nuova in Camelotto,
De re Artù parlar ciò che si scrisse,
E di Ginevre e messer Lancilotto,
D' Isotta, di Tristan, di Lionisse,
Di Breobis, e messer Agravano, 335
E l' Amoratto, cavalier sovrano.
La nascita di messer Princivallo,
E del Verzeppe ogni torniamento,
Brunoro e Gariette a cotal ballo.
Dell' esser del re Bando ciò ch' i' sento 340
Vi canterò, e di Breusso il fallo,
E di più altri ogni lor bandimento,
D' Astor di Mar, di Bordo e Dinadano,
E po' e tradimenti di Calvano.
Di Tristan canterò la falsa morte, 345
E po' la morte vera e dolorosa,
E 'l nascimento, e come venne a corte,
Dell' Amoroldo d'Irlanda ogni cosa;
Di messer Lasansissa, el pro e 'l forte,
Molte battaglie alla Guardia Gioiosa 350
Come Ginevra fu falsificata
Da la Donna del Lago inamorata,
Ben ordinato tutto 'l San Gradale,
E 'l nascimento di messer Galasso;
Ma non sie nullo che i' abia per male, 355
Parlando di costui se gli altri lasso.
O volete che prima, tale e quale,
Dica le storie per più vostro ispasso?
Ogni ventura e ogni bella inchiesta
De' cavalieri erranti, e la gran festa? 360
I dolci conti, e' destri cavalieri
E le cortese donne, e 'l bel parlare,
Da ogni storia mi fanno stranieri
E fannomi di loro inamorare.
Comincio, se volete, volentieri 365
La vecchia e nuova tavola a cantare;
Ogni battaglia e ogni bella inpresa;
Ditemi sì, sanza far più contesa.
Un conto sol di costor mi dispiace
Di legere, o di dire, o di cantarlo, 370
El quale ancora so ch'a voi non piace
La tavola distruger di cu' parlo.
Lasciàla adunque star, per Dio, in pace,
Però ch' i' sento aparecchiato Carlo
Inperador, figliol de re Pipino, 375
E 'l conte Orlando, e ogni paladino.
Forte m' alegro, figliol mie', pensando
Le croniche che son scritte in Parige:
Da Gostantin per infino ad Orlando,
E di Carlo Martello, e di Luige; 380
Se v' è in piacere, i' vel verrò contando
La cronica di punto ciò che dige
De' paladini, e poi d' ogni pagano,
O volete in francesco o in talïano.
Di Sinibaldo prima e di Gisberto,385
E Pulicane, bestia fiera e strana;
Come discese di que' duo per certo
La gesta di Chiarmonte e di Mongrana ;
Di Buovo e Guido e Bosolino sperto,
E la virtù di don Chiaro sovrana, 390
Don Riccardo di Francia e don Bosone;
Del marchese Rinier vi canterone.
E di Bernardo, sir di Chiaramonte,
Di sette suo figliol pien di bontade,
Ottone, Amone, e di Melon gran conte 395
Gherardo e Lion papa in veritade;
Di Carlo Man la 'npresa d' Aspramonte,
Seguendo po' la morte e la piatade
Del nobile Troiano l' africante,
E ciò che fé Mergone e Asperante. 400
E come conquistati da Carlone
Fur d' oro e gigli sopra 'l canpo azuro ;
E come apparve 'l santo gonfalone,
Oriafiamma, ch' è sì bello e puro;
E come uccise Bramante schiavone, 405
Guadagniò l' elmo, ch' era forte e duro;
Ogni cavalleria de' paladini
E ogni inpresa contro a' saraini.
Carsilio ad Altilia assenbrato
Con trecento migliaia a suo drappello 410
Di saraini, e com' ebe mandato
A Carlo Mano el nobile Ottonello;
Venne a Carlone, e Orlando, passato
Il ponte, conbatté con Chiariello;
Ma Carlo Man, come dice la storia, 415
Per virtù di Rinaldo ebe vittoria.
Ciò che fe 'l prenze, fi di Beatrice,
Rinaldo, e suo frate' co lor possanza,
Contr' a Manbrin de l' arme incantatrice,
Contr' a Carlone e gesta di Maganza; 420
Baiardo e la virtù di Malagice,
Gattamogliera e' pagani in tal danza;
Di Monte Albano, e anco Montesoro ;
Di settecento, e le ruberie loro.
Baldo di Fiore e Cangenua bella, 425
Vergante esimio sì vi canteraggio,
E dell' Ancroia ogni vera novella,
E ciò che fece il buon Guidon Selvaggio;
L' alta reina Fruosina sì snella,
Frusto e Tirante e'l mortal beveraggio, 430
I tradimenti e furti di Salvagnio
E di Girello, il qual fu lor conpagnio.
Po' seguirò, mutando altro latino,
Dirò di Spagnia la 'ripresa mortale,
Di Feraù e poi di Serpentino, 435
Gan traditor, ch' ordinò tanto male;
Morrò, Orlando e ogni paladino;
Grandonio, l' Argaliffa, tale e quale.
Marsilio e 'l figliolo e Falserone,
E 'l pianto e la vendetta di Carlone. 440
Ancor dirovi tutto el Nerbonese,
Guglielmo e suo frategli, ogniun sovrano,
E l' asedio d' Oringa e le difese;
Fin che Guglielmo rimase in quel piano.
Pur d' Aliscante canterò un mese; 445
Tibaldo e Rinovardo e Vivïano ;
Po' ad Alardo di Puglia verovi.
De' paladini un anno canterovi.
Alesandro magni animo e possente
Olinpiadas, e Natanabo Amone 450
In dieci canti recherovi a mente;
Dario e Ciro, ciascun pe ragione,
E ogni storia antica ultimamente,
E a ciascuna suo canto darone;
Fortune nuove, francesche e latine, 455
E novellette dirò sanza fine.
Tito Valerio e Senaca morale,
E Curcio, Svetonio e Fortino, [2]
Julio Celso[3] e 'l nobil Marzïale,
Claudïano, Orosio e Martino [4], 460
Gallo [5], Terensio, Persio e Giovanale,
Jusefo, Apulegio e Solino,
Plutargo e Alano [6] e Utropio antico
Vi rimerò più dolce ch' i' non dico.
Inteso avete oma' come cantare 465
Vi posso della Bibia e de' Troiani,
D' Alba, di Roma e d' ogni loro affare,
D' Alesandro, de' Greci, e de' Tebani,
E ogni storia qual bella vi pare,
De paladin l' ottavo e de' pagani, 470
Ogni ventura in rima o novelletta
Chiedete omai la qual più vi diletta.
P. RAJNA.
Note
______________________________
[1] cigno
[2] Fortino è senza dubbio Frontino. Può darsi che la storpiatura sia nata da abbreviazioni malintese. Tuttavia, siccome ciò è tutt' altro che certo, mi stimo zii dovere di rispettare la lezione data di comune accordo dai due codici.
[3] Crederei di errare, se mettessi una virgola tra Tulio e Celso. Julio Celso non è altri che Giulio Cesare, o, per dir meglio, l' autore dei Commentarii, chiamato in questa maniera in molti manoscritti
[4] Martino é certamente Martino Polono.
[5] Gallo (R. ghalo) sarebbe forse Gellio
[6] In Alano non so riconoscere se non il più famoso tra quanti portaron questo nome, Alanus de Insulis, l' autore dell' Anticlaudianus e di tante altre opere.
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