Pio Rajna

 

Il Cantare dei Cantari

Introduzione

(seconda parte)

Edizione di riferimento

Zeitschrift fur Romanische Philologie, Herausgegeben von Dr. Gustav Gröber, 1878 II. band, Halle. Max Nimeyer. 1878.

Dalla considerazione della materia, volgiamoci alle altre questioni. Chi sia l'autore, ignoro affatto. Tra i cantatori da piazza non lo annovererei facilmente. Uno di costoro avrebbe piuttosto subordinata la storia ai cantari, anziché i cantari alla storia. Poi, dei cicli cavallereschi, che nella recitazione prevalevan di tanto, dovremmo aspettarci un'esposizione meno succinta ed incompiuta. E invece è l'antichità che qui tiene il primo posto, ed occupa la maggior parte della scena. Già ce ne accorgiamo dall'invocazione, diretta ad Apollo, non già a Dio ed ai santi. È vero che siamo in Italia; il paese dove le memorie classiche si mantenner sempre più vive, anche tra il popolo. Ma qui il grado e l'intensità del classicismo rivelano un uomo non isfornito di coltura. Ed una mente disciplinata appare altresì dalla struttura dell'edificio, che vedemmo esser regolarissimo nella sua semplicità. S'aggiunga che devono esser frutto di una certa arte i trapassi, felici per lo più, da questo a quel soggetto. Invece potrebbe anche attribuirsi semplicemente a naturali attitudini poetiche l'esposizione, abbastanza spesso ingegnosa e vivace. Tutto sommato, inclineremmo a rappresentarci l'autore come un quid simile del Pucci; un uomo semicolto, che scrive per un pubblico d'illetterati.

Queste sono osservazioni abbastanza vaghe. Di positivo non ho - o credo di avere - se non un fatto già rilevato: che prima di questo poemetto il rimatore aveva composti quindici cantari sulle imprese di Teseo. È pochino assai, a dir il vero; eppure di buon grado rinunzieremmo à toglierci ogni altra curiosità rispetto alla persona del poeta, se ci si offrisse in compenso la data della composizione. Ché questa ne rischiarerebbe altre parecchie; sarebbe qualcosa, nelle condizioni attuali, il poter dire che i poemi e poemetti menzionati qua dentro son tutti quanti anteriori ad un anno determinato. Invece siam costretti a segnar limiti larghi. Da certi silenzii ci guarderem bene di voler cavare deduzioni; perché si parla della Teseide e si tace del Filostrato, non pretenderemo già di allogare tra i due poemi il poemetto nostro. Così ci troviam ridotti a fondarci quasi per intero sull'età delle copie.

Ne conosco due sole, nessuna datata. L'una sta nel codice riccardiano 2829. È questo un manoscritto cartaceo, in 40., mutilo in principio ed in fine, che consta attualmente di 229 carte, le ultime delle quali (220-229) lacere. Contiene:

1. Sei ottave del Vanto dei Paladini (f 0. 1).

2. Il nostro poemetto (f 0. 2a-10a).

3. La Spagna in rima, di una redazione diversa in parte dalla stampata [1] (fo. 12a-229b).

La scrittura può assegnarsi all' incirca al secondo quarto del secolo XV.

L'altra copia si trova nel 180 dei codici Gaddiani Reliqui magliabechiani un tempo, indi passati alla Laurenziana. Per la descrizione posso rimandare al Bandini, Supplem., II, 17-19. Soltanto non consentirò nel giudicare il manoscritto saec. XIV. exeuntis. Sostituirò, se mi si permette, della prima metà del quattrocento, con una forte inclinazione, dato che dovessi precisare di più, ad allontanarmi dal principio di questo periodo, ed a portarmi verso la fine.

Fino a qui l'età dei codici viene a dirci una cosa sola: il nostro cantare fu composto di sicuro avanti la metà del secolo XV. Vediamo se ci sia modo di ricavare qualche cosa di più dallo studio dei rapporti, in cui stanno tra di loro i due apografi.

Confrontando bene, si vede che, né il gaddiano deriva dal riccardiano, né il riccardiano dal gaddiano. La lezione genuina ora si ha in questo, ora in quel codice.

Leggiamo la seconda stanza. Il codice riccardiano così ne scrive i primi sei versi:

 

E fa che mi bisognia o signior mio

perche el tenpe e pensier mano tirato

al tutto son dogni dolce disio

e al sagro tuo fonte elienato

ritorni a me adunque disio

ogni vago piacere al mondo usato . . .

 

La scorrezione è manifesta. Ebbene, subito abbiam pronto il rimedio nel testo gaddiano, che legge, lasciando le differenze minori, al tutto fuor - alienato - ritorni adunque in me o sommo idio - al modo.

Prendiamo adesso la stanza 14. Vi si parla di Paride. Al posto del quarto verso il gaddiano dà un vero mostro: giu ad Leedee e lalta gioia. Evidentemente l'errore è corretto e spiegato dal riccardiano: giudichate ale dee - int. à le dee. .

Inutile moltiplicare gli esempi. Affrettiamoci piuttosto a rilevare come i due mss. si trovino a volte perfettamente d' accordo nel male. La prima stanza, si legga poi nell' uno o nell' altro, zoppica terribilmente e alla medesima maniera. La sintassi non corre. Vogliam supporre che il rimatore stesso ne abbia smarrito il filo? Ebbene, guardiamo più oltre. Nella stanza 8a., v. 5, manca sicuramente un di in ambedue i codici. Al principio della 12a, troviamo in entrambi: Questa storia signiòr molto mi piace, mentre la rima dev'essere in -ande. Il riccardiano s'è bensì ravveduto, e ha scritto sopra si spande; ma ciò non toglie che l'errore non sia stato commesso, e che non ne risulti per i due manoscritti una comune origine da un progenitore già allontanatosi alquanto dalla genuinità primitiva. Questa deduzione è confermata da più altri passi: St. 12, V.4 e 7; st. 14, V.4; St. 20, v.5; St. 22, v.7; st.58, v.4.

Ho parlato di un progenitore comune: per l'uno dei nostri apografi, quello che più spesso, nei passi difficili, reca la miglior lezione, potrà esser forse un padre; per l'altro, un nonno. Le differenze son troppe, perché pajano supponibili rapporti più semplici. D'altra parte è troppa anche la convenienza, - pur in cose minute, dipendenti da circostanze specialissime, come sarebbe a dire la forma di certe lettere, l'omissione di qualche segno grafico - perché ci sia motivo d'immaginare un'ipotesi più complicata. Però proporrei, a un dipresso, questo schema:

 

 

Tra A e C pongo per semplicità un solo intermediario; ma, beninteso, poté essercene più d'uno. E invero, qualche appiglio a supporne almeno un pajo, sembrerebbe che s'avesse nel v. 7 della St. 22.

Orbene: posto che ambedue i codici appartengano all'incirca al quarto o quinto decennio del secolo XV, ne risulterà per la composizione una data verosimilmente anteriore al 1420. Se poi, dall'altro lato, si consideri che il poemetto presuppone una letteratura poetica da piazza assai copiosa, ci persuaderemo dell'opportunità di non iscostare di troppo l'altro limite estremo. Fissandolo al 1380, crederei di esser nel vero, o di andarne ben poco lontano.

Ho dunque attribuito al codice gaddiano un contatto più immediato cogli originali. Ciò non dice nulla affatto rispetto alla minore o maggiore antichità in confronto dell'altro manoscritto, e nemmeno gli accresce autorità quanto alle particolari determinazioni fonetiche e grafiche. Per ciò che si riferisce a queste, ben lo sappiamo, ogni trascrittore di cose volgari segue le proprie abitudini più assai che il modello.

Così è tolta per solito all'editore la speranza di ristabilire il testo nella sua genuinità primitiva. Tanto più che gli autori stessi, pochi eccettuati, eran ben lontani essi medesimi dall' attenersi a norme costanti. Pur trattandosi di un unico suono - e spesso coesistevano, come coesistono anche adesso, forme e profferenze diverse - potevan esser varii i modi di rappresentarlo. Come si fa, per esempio, a determinare con precisione il grado d'intensità dove s'abbia a cominciare a scriver raddoppiate le consonanti? E le difficoltà della rappresentazione grafica s'intrecciano ed ingarbugliano coi diritti della tradizione, la quale sempre afferra per le briglie la scrittura, e fa sforzi inauditi per impedirle di seguire di pari passo la pronunzia.

Guardiamo i nostri due apografi. Entrambi ci manifestano caratteri peculiari. Il riccardiano, sebbene scritto da un toscano in Toscana, mostra un'avversione spiccatissima per la geminazione delle consonanti; perfino - cosa abbastanza insolita - delle continue. Tra le momentanee il solo t fa un po' d'eccezione. Il gaddiano dà a conoscere invece tendenze diverse. Non che vi manchino le scempie, anche in casi nei quali il raddoppiamento del segno è per noi di rigore, e di certo rappresenterebbe meglio anche la pronunzia di quei tempi; ma è ben sicuro esservisi oltrepassata la misura dell'originale, o, più propriamente, del codice donde si spicarono le nostre due lezioni. Può farci da spia il v. 2 della st. 44. La lezione genuina richiede vera, come scrive il riccardiano. Il gaddiano pone invece verra, e trasforma l'aggettivo in un verbo. Evidentemente si è franteso. E la causa dev'essere, pare a me, l'abitudine a non trovar ben distinta graficamente nel proprio esemplare la durata e l'intensità delle consonanti.

Già qui si scorge nel gaddiano una certa quale inclinazione a correggere il modello. E la medesima tendenza viene a rivelarsi più chiara in altre cose. Guardiamo i nomi proprii, storici o mitologici. Sono parecchi quelli che, mentre stanno nel riccardiano in una forma popolarmente alterata, nel gaddiano appajono invece nella loro purezza etimologica. Così, per esempio, un codice scrive Agusto, l' altro Augusto; uno Senacha, l'altro Seneca; questo Misenzio, quello Massenzio. Orbene: quali fra queste scritture riterremo noi genuine? - Se si considera come in altri casi i due manoscritti s'accordino nell'offrirci forme alterate, come entrambi ci diano Salamon, Ansziero od Anssuero (st. 8), Gianson (st. 12), Adastro (st. 23), Catellina (st. 33), finiremo per ritenere che gl'intrusi non sian già coloro che ne avrebbero l' aria. E ce ne fornisce una conferma la st. 28, v. 4, dove Filis, come legge il gaddiano, dà al verso una sillaba di troppo.

Filis ci mostra la preoccupazione del latino. Altrettanto si dica dei frequenti et; di ad dinanzi a consonante, di grafie, quali thebe, septe, indicio, officio, e analogamente anche milicie, ospicio, ecc. Il trascrittore ci si rivela pertanto intinto d' erudizione. E qui si rifletta altresì che il codice contiene quasi per intero roba d'autori classici: le opere di Sallustio, nella traduzione di Fra Bartolommeo da San Concordio, la diceria di Cicerone contro Catilina, l' Eneide, voltata in prosa italiana dal Lancia. C'è bensì anche una novella. Ma ecco da quali parole la si fa precedere: (f0. 18) Quando gli huomini molte volte ànno letto e studiato in su alcuna lettura di vertude  e  di grande autorità, come è la passata, giova loro di leggere tali novelette, come è la sottoschritta; e perché la fuvera, tanto è più piacevole. E una noticina informata precisamente ai sentimenti medesimi, si legge anche dinanzi al nostro poemetto: (f 0. 123) O tu letore, che diletto ài preso della inantipasata storia del serenisimo poeta Vergilio, no avere a sdegno di legere la sottoposta  frottola. E per ch'ella sia alla venerabile storia apichata, non sene vergogna; perch'ella fa  ragione d'essere in vivanda, come la carne seccha col chapone. Queste avvertenze vengono sicuramente dal trascrittore. Esse crescono in noi la stima per la sua coltura; ma per ciò appunto ci vietano d'aspettarci da lui una materiale riproduzione del modello, specialmente là dove si tratti di roba d'indole popolare.

Ho rilevata una sensibile differenza tra i due codici nella grafia dei nomi proprii. Naturalmente, non s' ha qui se non un caso particolare d'una legge pressoché generale. Tutta oramai la fonologia presenta analoghe diversità. Il codice riccardiano ci manifesta dovunque una certa tintura provinciale; il gaddiano invece appare per solito d'accordo con quella, che poteva dirsi di già la lingua comune dell' Italia. Poiché, la selezione delle forme non cominciò nient'affatto colla stampa e coi grammatici. Essa si era già venuta preparando ed effettuando in gran parte per opera d'una serie non interrotta di scrittori più colti, alla testa dei quali possiam mettere l'Alighieri. Ora, a questa schiera non apparteneva l'autore nostro. Ce lo attestan le rime, che, a dispetto dei codici, obbligano a scriver cegnio, e non cigni o cigno (st. 16; cfr. degno, segno ecc.). Similmente le rime richiedon le forme Luige, Parige (st. 48); venisse alla 1a. persona (st. 42); incantiatrice (st. 53), cantare (St. 12) e perfino cavaliere (st. 17) al numero plurale. Tutti questi esempi accusano, in fondo, un'unica tendenza, e vengono a confermarci fuor di rima i plurali chiave (st. 10), parte (st. 11), nave (st. 16) del riccardiano, di fronte a chiavi, parti, navi del gaddiano.

E il riccardiano ottiene una sentenza favorevole anche per cié) che si riferisce alle forme dell'articolo maschile, che sono in esso el, e,nel gaddiano quasi costantemente il, i. Almeno almeno bisogna ammettere che le prime fosser di già nella fonte comune dei due apografi. Cominciano dal darcene sentore gli esempi che han trovato modo di mantenersi anche nel gaddiano: el savio (st. 8), el far (St. 25); e due (St. 23), e signor (St. 24), e septe (st.30), e chavalieri (st. 40). Ma meglio ce ne persuade qualche osservazione minuta. Nella stanza 23, parlandosi di Edipo, il gaddiano ci dice di voler raccontare „come il padre uccise il Re serrao". Questo povero re, che Lao dovrebbe aver ammazzato, non è, ch' io sappia, meno sconosciuto alle favole medievali, che alle antiche. Prendiam l'altro codice. Questo invece si profferirà di narrare „come el padre uccise ere serao",cioé, come Edipo uccise Lao, e diventerà poi re [2]. Ora, lo sproposito del gaddiano non si spiega appieno - un po' di colpa ci ha pure quella strana forma del verbo - se non supponendo il trascrittore avvezzo a trovare nei suo modello la forma el per l'articolo [3] Ché questa, dinanzi a r, per una legge pressoché costantemente osservata nel riccardiano, perdeva di norma la consonante [4].

Ho fretta di conchiudere, e però rimando alle note altre osservazioni analoghe. Una sola non so tacere, perché può in certo modo riassumerci il giudizio sul carattere dell'originale primitivo e sui rapporti suoi colle nostre due propaggini. In cambio di italiano, il riccardiano scrive taliano in tre casi; i soli in cui ci si presenti il vocabolo (st. 11, 38, 48). Nei primi due luoghi il gaddiano ha invece la forma colta; ma nel terzo, o inavvertitamente, o per rassegnazione, accetta l'altra esso pure. Questo sembra voler dire che taliano, e non italiano, doveva essere dappertutto la lezione del codice donde i nostri due provengono. Ma possiamo andar più oltre, e ritenere che così s'avesse a leggere anche nell'autografo. Poiché nel terzo esempio, O volete in francesco o in taliano, il verso richiede propriamente taliano. Ché italiano non è comportato dalla misura del verso, essendo voce che, con buona pace dei nostri poeti moderni, conta, o almeno contava, cinque sillabe belle e buone.

Ora possiam dirci in grado di prender partito, siccome editori, di fronte ai due manoscritti. Attenendoci, per ciò che riguarda la fonetica, al codice riccardiano, andrem meno discosti dalla lezione primitiva. Meno discosti: mi si permetta d'insisterci; giacché altro non è in nessun modo da presumere per le cose dette qui dietro. Tra due mali inevitabili, scegliamo il minore. Giacché, si badi, ci mancano gli elementi per discutere i casi uno per uno. Quanto all'ortografia, distinguo. Non so rassegnarmi alle continue scempie del manoscritto preferito. Ne risulterebbe falsata la pronunzia. Qui si tratta puramente di una grafia difettosa, che però giova correggere. Tuttavia non accetto tutte quante le doppie del gaddiano, né introduco mai una geminazione, che non s'appoggi a nessuno dei codici. Le varianti di questo genere non istò a registrare in nota, salvo per le prime stanze, affine di evitare un' inutile ingombro. E, per la medesima ragione, non vi registro gl'innumerevoli h, che, nel riccardiano quasi sempre, nel gaddiano talora, accompagnano il c e il g gutturali, pur dinanzi a vocale forte. È questa la grafia dominante nei manoscritti. Chi guardi a siffatta scrittura non potrà certo meravigliarsi che in parecchi codici - e il riccardiano è del numero - si attribuisca nei casi analoghi al semplice g ed al c un valore palatile, ponendo, per esempio, goia, piaca. S'intende che anche in questi casi ho derogato alla regola generale, e seguito il manoscritto che per solito si trovava posposto.

Del resto, non c'è bisogno di soggiungere che la preferenza data al riccardiano riguarda solo le varianti d'ordine fonetico e grafico, e cessa immediatamente, se appena il senso si trova poco o tanto implicato. Quando ciò avvenga, il gaddiano, meno discosto, come si vide, dalla comune radice, ripiglia il sopravvento. Solo è necessario tener gli occhi ben aperti, per evitare, possibilmente, di lasciarsi vendere per lezioni originarie le correzioni sue proprie.

 

Note

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[1] V. La Rotta di Roncisvalle, nel Propugnatore, vol. IV; p. 337.

[2] Il futuro allo stesso modo che nel verso antecedente: E po' (canterò) d'Edipo, el qual verà crescendo.

[3] V. anche 12,3, dove, a quanto mi sembra, l'aver preso el come semplice articolo, trasse il trascrittore del gaddiano a sopprimere il verbo, che penso ci fosse nell'originale (è 'l).

[4] Quindi qua dentro de re (st. 8, 40, 42, 43, 47), que re (st. 16), ecc.

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Ultimo aggiornamento: 12 agosto 2010