BOSONE DA GOBBIO

La Commedìa di Dante

 

 

 

 

 Edizione di riferimento

Rime di Cino da Pistoia e d’altri del secolo XIV, a cura di Giosue Carducci, Istituto editoriale italiano, s.d. (che riproduce l’edizione per la collezione Diamante Barbera del 1862)

 

 

Di messer Bosone da Ugobbio sopra la esposizione e divisione della Commedia di Dante Alighieri di Firenze; in casa del quale messer Bosone esso Dante della sua maravigliosa opera ne fe e compì la buona parte. Il quale canto in tre parti si divide; prima dividendo la prima parte della Commedia, poscia la seconda, all’ultimo la terza; come chiaro si manifesta leggendo.

 

 

Però che sia più frutto e più diletto

A quei che si dilettan dei sapere

Dell’alta Commedìa vero intelletto;                                       3

Intendo in questi versi proferère

Quel che si voglia intender per li nomi

Di quei che fan la dritta via vedere                                      6

Di questo autor, ch’e’ glorïosi pomi

Volse cercar e gustar sì vivendo

Che sapesse de’ morti tutti i domi.                                       9

Dico che anni trentacinque avendo

L’autor, che son nel mezzo dei sessanta

Dai quali in ’su si vive poi languendo;                                12

Stando nel mondo, ove ciascuna pianta

Sì di cogitazioni e di rancura

L’appetito vagante nostro pianta;                                       15

Vedea della virtù l’alzante altura,

E destava di salire in cima,

Chè discernea già il bel della pianura.                                18

E così vôlto innanzi i venne prima

Quella leonza che per lo diletto

E per la creazion ’buona si stima.                                       21

E poi, perchè ’l saver non lassa il petto

Ben conducer lo freno, il leon fue

La superbia che offusca ogni intelletto.                             24

Quella lupa ch’avendo ogn’or vuol piùe

Fu l’avarizia che per mantenere

Uom la sua facoltà fa giacer giue.                                     27

Queste fur le tre bestie che ’l volere

Gli fecer pervenir d’andare al monte

Dove virtù se ne solea sedere.                                             30

Ma perchè l’alma che si prende al fonte

Del nostro battistèo ci dà un lume

El qual ci fa le cose di Dio conte,                                        33

Venne dal lustro del supremo lume

Una grazia di fede, che si dice

Che ’nfonde l’alma come terra il fiume,                             36

E mosse lui colla ragion felice,

Per fargli ben conoscer quelle fere;

In che ci allegoreggia Beatrice.                                           39

E la ragion, per cui da lor non père,

Descrive per Virgilio, e vuol mostrare

Ch’ebbe da’ libri suoi molto sapere.                                    42

Questi gli mostra come ner mal fare

Si dee ricever pena, e poi agguaglia

La pena al mal come me’ può adequare.                           45

E perchè ’l magistero più gli vaglia,

La ragion, se ragion si può chiarire,

Mostra come la spada infernal taglia :                               48

E questo mostra per voler partire

Non pur lui da peccato e da far male,

Ma farne all’uditor crescer desire;                                       51

Sicchè ’l buon viver nostro naturale

Non erri, e, se pur erra, che si saccia

E pentere e doler quanto ci vale.                                         54

In questo la sentenza par che giaccia

Di questa prima parte, che l’Inferno

Par che comunemente dir si faccia.                                    57

Poi la seconda parte del quaterno,

Tuttochè la ragione ancor lo mena,

Siccome fece per lo foco eterno;                                          60

Caton lo ’nvia per la gloriosa pena

Che purga quegli spirti che pentuti

Diventan pria che sia l’ultima cena;                                   63

E, perchè i lor voler sien bene acuti

E liberi di far ciò che lor piace,

Vuol ch’uom per libertà vita rifiuti.                                    66

In questo il nome di quel canto giace,

Mostrando come uom dee fuggir lentezza

E tardanza d’aver con l’alma pace.                                     69

Poscia descrive con bella fortezza

Di poetrìa [1], come un’aquila venne

Nel pensier suo della divina altezza:                                  72

E questa è quella grazia che pervenne,

Come il divin volere in lui la ’nfonde

Che di lei e d’un segno si sovvenne.                                   75

Ella ci scalda, e non conoscemo onde;

Se non che noi rischiara un poco stante

Una donna gentil colle sue onde:                                       78

E questa è quella grazia che è giovante,

La qual descrive in nome di Lucia

Che i fe colla ragion veder sì avante.                                  81

Chè ben conobbe come si salìa

Su per li gradi della penitenza

E come il prete su in essi sedìa;                                           84

E fa tra essi quella differenza

Di color di fortezza e di virtute,

Che descrive la chiesa e la credenza.                                  87

Poi mostra come per aver salute

Si vuol tre volte percuoter lo petto

Con non voltarsi alle cose vedute;                                       90

Chè per tre modi corre uom nel difetto

Di far peccato, o per superba vita,

O per aver degli occhi mal diletto,                                      93

per aver la carne troppo trita;

E quinci vengon li sette peccati,

Che fa d’ognun la spada sua ferita.                                    96

Non vuol avere i vestimenti ornati

Lo sacerdote, ma umilemente

Oda i difetti che gli son mostrati;                                        99

E ’n le due chiavi che tenea latente

Mostra l’autorità e discrezïone,

Che l’una toglie e l’altra ha nella mente.                            102

Faccia lo diocesan comparazione

Fra prete e prete, e non idia capomanno

Se non gli avviene quel di Salomone.                                 105

Poi vede chiar come pentuti stanno

E purgati ciascun del suo mal fare,

E per lo suo contrario la pena hanno.                                 108

Ma, perchè io voglio alquanto dimostrare

Una bella figura che vi mette,

Ricolgan gli uditori il mio parlare.                                      111

Perchè ci sien le virtù più dilette

E i vizi più ci sieno abominati,

Dinanzi al bel purgar ciascun de’ sette                               114

Mostra come gli par veder davanti

(Qual scolpito, quale udìa, qual vedea,

E qual sognando, e qual parea per canti)                          117

Molte novelle di cui si sapea

Ch’ebber l’ornata eccellenza del mondo,

Perchè ’l contrario di quel vizio fea.                                    120

E questo mette, prima che nel fondo

Salga dal grembo, per forza che faccia

Correre altrui nell’opera giocondo :                                    123

Poscia di retro descrive la traccia

Di quei che per quel vizio rovinaro,

E questo infrena altrui come quel caccia.                           126

E perchè Stazio fu fedele e caro,

Dice che i libri suoi con la ragione

La via d’esto cammin gli dimostraro,                                 129

In sommità di questo monte pone

Quel luogo, ove si crede che Adamo

Vivesse e fesse poi l’offensïone.                                            132

E per lo ben che vien di ramo in ramo,

Lodando il luogo, di fuor della riva,

Sedeva lamentando alcun richiamo.                                  135

Poi lì da alto della selva diva,

Sol con quell’atto che l’effetto importa,

Vede allegra seder la vita attiva.                                         138

E lì dinanzi dalla prima scorta

Fu lasciato egli, perocchè la fede

La ragion mostrativa non comporta.                                 141

Lo fondamento d’essa oggi mai vede :

Li sette don dello Spirito Santo

Eran quel ’lume che ’nnanzi procede;                                144

E i ventiquattro che facean quel canto

I libri della Bibbia erano, quelli

Che hanno mo di chiarezza ciascun manto;                      147

E i quattro che avieno ali più che uccelli

Eran gli Evangelista, che mostraro

L’esser di Dio da’ piè fino a’ capelli.                                    150

Cristo era quel grifon che vedea chiaro,

Che menava la Chiesa santa dietro,

Chè le sue carni Dio ed uom portaro:                                 153

E le tre donne che scrive ’l suo metro

Eran quelle teologiche perfette

Che non si veggion che per divin vetro:                             156

L’altre eran quattro cardinai dilette,

Che n’andavano a modo di prudenza

Ch’è nei tre tempi, come I’autor mette:                              159

Li due che medicâr la nostra essenza

Fur Paulo e Luca, e gli altri quattro fôro

Quei che epistole fare ebber potenza :                               162

E ’l vecchio ch’era dietro a tutti loro

Fu Moïsè. E così ci descrive

E mettene per questo stretto foro.                                       165

Poi dice appresso perchè mal si vive

Per gli pastor di quella navicella,

Come l’opere lor furon lascive.                                            168

E quella volpe di cui ci favella

Fu Maometto, che diede un gran crollo

Al carro, come conta la novella:                                          171

Poscia lo impero per aquila pôllo,

E scrive come il bell’ arbor del mondo

Per dare al papa si fece un rampollo.                                 174

Mette poi Eunoè che mostra il fondo,

Per la chiarezza sua, di questa fede;

E quinci uscì per gire al ciel rotondo.                                 177

Quivi la gloria di Dio tutta vede,

Come la Teologia lo vi conduce,

Per pagamento di quel che si crede.                                   180

Qui mostra come la luna riluce

Fin di sopra Saturno tutti cieli,

Che ben guardando chiaramente induce.                          183

E poi il sito da molti candeli

Gli fu mostrato, e poi la somma altezza:

Poi della Trinità par che riveli                                             186

Ciò che se ne può scriver per chiarezza

E ciò che lo intelletto ne comprende.

E qui fa del suo libro la fermezza.                                      189

Adunque noti chi lui ben intende,

Che speculando queste cose vede:

E così tutto il dicer suo si prende,

Fortificando la cristiana fede.                                    193

 

(Dal volume V della Divina Commedia di Dante Alighieri, Padova, Minerva, 1822; dov’è impresso a cura di G. Manzi, da un Codice della Barberiniana.)

 

Nota

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[1] poetria: voce dotta dal latino medievale: poetica, trattato di poetica, maniere poetiche, poesia

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 09 giugno 2006