Anonimo

Il bel Gherardino

Edizione di riferimento

Poesia italiana, vol. 1 Duecento Trecento, La biblioteca di Repubblica, Antologia della poesia italiana diretta da Cesare Segre e Carlo Ossola, Gruppo editoriale l'Espresso S.p.A. Roma 2004

Questo genere letterario di narrativa in ottave, destinato - almeno in origine - alla recitazione orale in luogo pubblico, e quindi prevalentemente a un uditorio semicolto cittadino, ha suscitato molteplici e contrastanti ipotesi per quanto riguarda la sua natura e le sue origini nonché la datazione, l'area di produzione, i rapporti con altre maggiori esperienze narrative (in particolare di Boccaccio e dell'epica rinascimentale). Appare anzitutto opportuno differenziare il cantare vero e proprio, in genere breve (circa 50ottave), unità di recitazione a volte duplicabile - come si vede nel caso del Bel Gherardino - dal piú articolato poema cavalleresco diviso in piú «cantari» (cioé unità di recitazione), caratteristico dell'età di Andrea da Bar-berino (1370-1432circa) piuttosto che di quella di Antonio Pucci (m. 1388 ?),e largamente sperimentato nella prima metà del Quattrocento sia in Toscana che nell'Italia del Nord (come ha ben argomentato Dionisotti in un fondamentale intervento - 1957 -, a proposito delle redazioni della Spagna in rima, rispettivamente in 34 e 40 cantari). A segnare fra Tre e Quattrocento il confine fra queste due forme non mancano cicli di sei o sette cantari, come quelli toscani di Febus el Forte o di Lancillotto; piú ampi sono l'Aspramonte o la serie agiografica senese di cui si dirà piú avanti. Ancora andranno prudentemente distinte le numerose testimonianze duecentesche sui cantori di piazza e sul loro repertorio (per es. del giurista Odofredo - m. 1265 ? - per Bologna; di Lovato de' Lovati, nel 1287, per Treviso) dall'effettiva esistenza di testi in ottava rima recitati.

Domenico De Robertis (1961) ha richiamato l'attenzione sul «carattere eminentemente rielaborativo, anziché riproduttivo» della tradizione testuale dei cantari, cosicché ogni esecutore, o copista, diviene rifacitore e co-autore, e l'editore moderno nonpuò che datare il testo all'altezza cronologica del manoscritto che lo trasmette. Tali premesse - formulate su piano rigorosamente filologico-testuale, con il corollario che i cantari sicuramente trecenteschi costituiscono un corpus in complesso limitato - sono state sviluppate su piano storico da Carlo Dionisotti (1964), negando risolutamente l'esistenza del genere cantare in ottave in epoca anteriore al Filostrato e al Teseida (1339-40) e attribuendo senz'altro al Boccaccio l'invenzione del metro e della sua applicazione narrativa. L'ampio dibattito successivo ha visto affrontarsi la teoria di un'origine colta dell'ottava rima (essenzialmente derivante da modelli lirici, oitanici per Roncaglia e Picone, stilnovistico-ciniani per Gorni) che grazie alla geniale mediazione di Boccaccio diviene duttile strumento di una narrativa semicolta, e la posizione di chi (Balduino e Limentani) - pur disincantato nei confronti del mito ottocentesco del-l'antichità e della popolarità di questo metro - non rinuncia a vagliare ciò che le testimonianze presuppongono e a delineare dietro ai poemi del Boccaccio un panorama denso e frastagliato di esperimenti narrativi in versi - dal contrasto alla lauda al serventese -, sottolineandone le analogie con la letteratura canterina, e per elementi metrici e per orizzonte d'attesa dei desti-natari. Al di là dell'assoluta non convergenza di tali posizioni, il dibattito si è rivelato prezioso per l'esplorazione di zone in complesso trascurate della rimeria trecentesca e della funzione mediatrice di alcune forme metriche come il serventese (De Robertis e Balduino 1984).

Il piú antico cantare trecentesco attestato é quello di Florio e Biancifiore, copiato attorno al 1343, e non derivante, a quanto pare, dal Filocolo del Boccaccio. In ogni caso è proprio lo stretto margine cronologico che lo separa dal piú antico poemetto in ottave boccacciano (il Filostrato databile intorno al 1339) ad alimentare le perplessità di quanti si oppongono a un Boccaccio inventore dell'ottava. Passata la metà del secolo, i cantari attestati si fanno piú frequenti: in una produzione per lo piú anonima, si distinguono gli autori senesi di cantari religiosi legati all'ambiente di santa Caterina (Niccolò Cicerchia, Felice da Massa, Neri Pagliaresi) e il banditore fiorentino Antonio Pucci, versatile autore di rime, capitoli e serventesi, al quale sono attribuibili cantari d'argomento fiabesco (Reina d'Oriente, Gismirante, Brito di Brettagna, Madonna Lionessa, Apollonio di Tiro) e storico (La guerra di Pisa). La materia narrativa riflette il bagaglio culturale modesto dell'autore e dei destinatari: raccon-ti evangelici o agiografici (La Passione del Cicerchia, la Leggenda di sant'Eufrosina del Pagliaresi e altri); avventure cavalleresche o fiabesche (piú o meno strettamente connesse al ciclo arturiano, come i citati cantari del Pucci, il Bel Gherardino, il Febus, il Tristano); episodi del piú vulgato repertorio classico (Piramo e Tisbe) o tratti dalla storia recente (La guerra degli Otto Santi). A questo proposito il Cantare de' Cantari (del primo Quattrocento) lungo catalogo dei possibili argomenti dei canterini - nonostante il suo carattere di «vanto» e come tale da non prendersi alla lettera - finisce per disegnare una mappa assolutamente tipica degli orizzonti e dei materiali di tale letteratura.

Alla scelta del metro dell'ottava e della materia narrativa, fa riscontro la creazione di un linguaggio comunicativo semplificato, ma efficace, largamente costruito su elementi paratattici (la tipica ottava quadrimembre, per distici) e rime semplici, per lo piú suffissali o topiche. Si tratta di un'elementare retorica che fa ampio ricorso a sintagmi formulari e cristallizzati, sia in sede di aggettivazione, di espressioni proverbiali, di sommari paragoni, quanto per introdurre interventi d'autore ed esibizioni dell'auctoritas che fonda il racconto. Viene così affermandosi un linguaggio modulare dalle movenze tipiche, una sorta di «grammaire» canterina ancora riconoscibile alla base delle maggiori esperienze epico-cavalleresche del nostro Rinascimento (Limentani, Alhaique Pettinelli, Cabani).

Il Bel Gherardino é il piú antico prototipo di cantare fiabesco italiano. Si tratta di un testo toscano dove si narra la vicenda del giovane cavaliere che, impoverito per la sua « magnanimi-tas», ottiene l'amore di una fata, lo perde perché non ne rispet-ta le condizioni, e lo riconquista dopo una serie di prove, fra cui la prigionia dov'é soccorso da un'altra donna e un torneo dove risulta vittorioso. Si tratta di uno schema narrativo molto diffuso, con molteplici varianti, soprattutto in testi antico-francesi (il Bel Inconnu di Renaut de Beaujeu, il Partonopeu e i lais, dal Lanval di Maria di Francia agli anonimi Gräelent, Guingamor, Desiré). Ma é significativo che tale schema conosca varie applicazioni in ambito italiano, nel poemetto franco-veneto di Belris e in cantari attestati successivamente al Bel Gherardino come il Carduino, il Liombruno, la Ponzela Gaia. Nel Corbaccio (1365 circa), proprio a definire un orizzonte culturale modesto, il Boccaccio ricorda, nel grottesco ritratto della vedova, letture come «i franceschi romanzi e le canzoni latine» e paradigmi eroici come «Marco Bello... e il Bel Gherardino che combatté con l'orso»: allusione che anche qualora non si attribuisca al cantare che cosí s'intitola, indica inequivocabilmente la redazione narrativa svolta da quest'ultimo. Infatti caratteristica del Bel Gherardino (oltre al combattimento con l'orso) è proprio la presenza di Marco Bello, in una sorta di duplicazione dell'eroe protagonista che riflette l'antico tema epico del «compagnonnage». Si può ancora notare che questo testo si diversifica dalla maggior parte dei paralleli francesi e italiani (Bel Inconnu, Lanval, Ponzela Gaia, Carduino) che fanno del protagonista un cavaliere arturiano, per inserirlo invece sullo sfondo di una Roma fantasiosamente medievale. Inoltre, a una prima parte prevalentemente fiabesca incentrata sull'amore fra il cavaliere e la fata (fondamentale è l'indagine di L. Harf-Lancner su questo tema), segue una riconquista della donna amata assolutamente scevra di elementi magici, diversamente da quanto accade nel Belris, nel Carduino, nel Liombruno e in genere nei lais francesi, e se mai desunta dai romanzi sull'iniziazione del giovane cavaliere (Partonopeu, Ipomedon). Affiora inoltre una venatura di pragmatico buon senso, specie nella vicenda di Gherardino e della moglie del Soldano, dove l'antico tema dell'«homme entre deux femmes» appare riletto con accenti ormai vicini alla novella decameroniana.

DANIELA DELCORNO BRANCA

 METRO: ottave di schema AB, AB, AB, CC.

CANTARE PRIMO

1.

O Gesò Cristo, figliuol di Maria,

che pegli peccator pendesti in croce,

non seguitare la mia gran follia,

se inver di te fusse feroce:

concedi grazia nella mente mia,                         5

favoreggiando me colla tua voce,

ch'io dica cosa ch'a te non offenda,

e questa gente volentier la 'ntenda.

2.

Con ciò sia cosa che questo parlare

sia de' primai ch'io mai missi in rima,                10

però vo' far perfetto incominciare

e ritornare al buon detto di prima,

sicché costor, che mi stanno ascoltare,

piaccia e diletti dal piede alla cima [1]:

però avrete d'ascoltare memoria                         15

ch'io vi dirò d'una romana storia.

3.

Nella città di Roma anticamente

aveva [2] una colonna in Campidoglio,

che v'era scritto ogni uom prode e valente,

saggio e cortese, come legger soglio;                  20

sicché, tornando brieve a convenente [3],

d'un franco cavalier contar vi voglio,

che fu figliuolo di messer Lione,

signor del Patrimonio per ragione [4].

4.

Quando messer Lion venne a la morte,     25

chiamò suo tre figliuoli a capo chino,

e a lo maggior, che dovea regger la corte [5],

racomandò que' ch'era piú fantino [6],

e que' fu quegli che fu tanto forte,

che fu chiamato «lo Bel Gherardino»:                30

dicendo: - Gherardin ti raccomando -,

passò di questa vita lagrimando.

5.

Dopo la morte di questo signore

rimason tre fratei co molto avere,

e il piú cortese di lor fu il minore,                        35

che sempre corte volle mantenere;

e gli fratelli n'avien gran dolore,

perché facealo contra al lor volere.

E gli assegnaron parte del tesoro [7]:

e' fu contento, e partissi [8] da loro.                40

6.

Se prima tenne corte co' frategli,

poi la tenne maggior sette cotanti [9],

con bracchi e veltri e virtudosi uccelli,

palafreni e cavalli co molti fanti,

sempre vestendo di molti donzelli,                     45

cavalier convitando e mercatanti;

sicché per Roma e per ciascun cammino

si ragionava del Bel Gherardino.

7.

Oltra misura fu tanto cortese,

che poco tempo lo poté durare,                           50

e la sua povertà fu sí palese,

che gli sergenti [10] incominciò a cacciare;

e, non avendo di che fa' le spese,

sanza cavallo non sapea stare.

E gli frategli cogli suo parenti                             55

non ne volean di lui udir neente.

8.

Bel Gherardin, che suo vita procura,

di tristizia e di dolore moria [11];

ma pensossi d'andare alla ventura

per esser fuor di tal malinconia.                          60

E un donzel, ch'amava oltra misura,

chiamò segretamente, e sí dicia:

- Or vuo' tu venir meco, Marco Bello,

e tratterotti come mio fratello? -

9.

E quel donzel neente gli disdisse [12],         65

pella voglia ch'avie di lui servire;

e di presente gli rispuose e disse:

- Io vo' con teco vivere e morire. -

E inanzi che di Roma e' si partisse

a creatura nol fece asentire [13]:                          70

in su 'n un ronzin, ciascheduno armato,

di Roma si partiron di celato [14].

10.

E cavalcando, tutti traspensati [15],

piú e piú giorni sanza dimorare [16],

fur una notte in un luogo arrivati                       75

che non v'avíe casa dove albergare;

e sanza cena, la notte, affannati,

non ristetton per ciò di cavalcare

e, quando venne in su l'albor del giorno,

e Marco Bello si guardò dintorno.                      80

11.

E raguardando per quella pianura,

ebbe veduto un nobil castello,

ch'era cerchiato d'altissime mura,

ch'al mondo non aveva un par di quello;

non poria cantar lingua né scrittura                   85

de quanto era fortissimo e bello.

Ed entro sí vi aveva un bel palagio:

ciascun cavalca là per prender agio [17].

12.

Ma quando furon gionti in quelle parti

davanti a Gherardin venne un serpente;            90

e uno grande orso (ciò dicon le carte)

assalí Marco Bel subitamente:

ma eran fatti star per arte [18],

omini solevan esser primamente;

e cosí gli asaliron su la strada,                             95

onde ciascun cacciò mano alla spada.

13.

E lo serpente, per l'aria volando,

davanti a Gherardin trasse a ferire;

e Gherardin si defendea col brando,

però che sapea ben dello schermire;                   100

dicendo: - Iddio, a te mi racomando:

non mi lasciar cosí impedimentire [19]! -,

però che là ove il serpente toccava

coll'ali,  e' tutte l'arme gli tagliava.

14.

A Gherardin ne parie molto male               105

che lo serpente gli facíe tal guerra;

ficcò la spada in mezzo de l'ale:

davagli un colpo, se 'l cantar non erra [20],

che fu per lui sí pessimo e mortale,

che di presente cadde morto in terra;                 110

e nel cader che fé, misse gran guai [21],

e disparí che non si vidde mai.

15.

Morto il serpente, e Gherardin providde [22]

a Marco Bel, che combattea coll'orso,

cridando a voce: - L'orso mi conquide [23],        115

se da te, Gherardin, non hoe soccorso. -

E Gherardin, che imprima lo provide,

ispronoe i.rronzin, inver di lui fu corso;

e come l'orso lo vidde venire,

Marco lascioe, e lui trasse a ferire      [24].           120

16.

Uno animal cosí feroce e visto [25],

che non si vidde già mai tra l'altre fiere,

che colla branca que·ronzin fe' tristo,

che morto cadde sotto al cavaliere,

e egli chiamando forte: - Iesú Cristo,                  125

ora m'aiuta, che mi fae mestiere! [26]-

E da Marco non potea avere aiuto,

però ch'avea ogni valor perduto.

17.

E Gherardin si levò prestamente,

colla spada tagliente sanza fa·resta:                   130

e inver dell'orso, nequitosamente [27],

uno colpo gli dié sopra la testa

che l'ebbe fesso [28] infino al bianco dente;

e Marco Bello ne facea gran festa.

E nel cadder che fé, disse: - Donzello,               135

tu hai morto il signor d'esto castello! [29] -

18.

E Gherardin, ch'avea la bestia morta [30]

maravigliossi che l'udí parlare,

e nella mente tutto si conforta.

A quel palagio presono ad andare,                  140

e, quando furon giunti a quella porta,

e Marco Bello incominciò a picchiare.

La porta fu aperta immantanente:

chi se l'aprisson non viddon neente [31].

19.

E scavalcaron [32] e montan su pella scala   145

que' che l'un l'altro ma' non abandona,

e quando furon giunti in su la sala,

non vi trovar né bestia né persona.

E in quel tempo lo freddo non cala,

ed infra a lor insieme si ragiona.                         150

Per tal maniera dimorando un poco,

ad un cammin [33] viddon racceso un fuoco,

20.

sicché ciascun si facea maraviglia,

ché chi 'l facesse non potien vedere.

Guardandosi d'intorno a basse ciglia [34],           155

per iscaldarsi andarono a sedere.

Fra loro insieme ciaschedun pispiglia:

- Se da mangiare avessomo e da bere,

aventurati sarem sette cotanti [35]

piú che non furon i cavalieri erranti! -                  160

21.

Benché persona non vi si vedesse,

ciò che dicíen fra lor erano intesi [36]

e tavole imbastite [37] furon messe,

fornite ben di molti belli arnesi [38]:

e le lumiere [39] v'eran molt'e spesse,                    165

e que' baron per le man furon presi.

E po' che a tavola furon gli baroni,

furon recate molte imbandigioni.

22.

Molto fur ben serviti a quella cena,

ma non vedíen sergenti né scudie [40];                170

e po' istando in cosí fatta mena [41],

avevan sopra ciò molti pensieri,

onde ciascun di lor ne stava in pena,

e quasi non mangiavan volentieri.

E quando ebben cenato, e' ritornarono              175

al fuoco, donde prima si levarono.

23.

Quando fu tempo d'andare a dormire,

in bella zambra [42] che furon menati,

e uno bel letto, ch'io nol potre' dire,

Bel Gherardin vi si fu coricato;                           180

ed una damigella, a lo ver dire,

si fu spogliata di presente a lato,

dicendo: - Non aver di me pavento [43],

ch'io son colei che ti farò contento. -

24.

E Gherardin, che le parole intese,               185

rassicurato fu con lei nel letto;

e la donzella fra le braccia prese,

che di bellezze non avea difetto;

e sopra il bianco petto si distese,

baciando l'un l'altro con gran diletto.                 190

E s'egli é ver come il libro dimostra,

piú e piú volte d'amor feciono giostra.

25.

Signor, sacciate che questa donzella

si faceva chiamar la «Fata Bianca»,

e mantenea cittadi e castella                                195

con molta quantità, se il·dir non manca.

Del serpente e dell'orso era sorella:

delle sette arti vertudosa e franca,

contrafatti per arte gli fea stare,

per poter meglio il suo signoreggia [44].              200

26.

Quando ebbono assaggiato il dolce pome [45],

avendo l'uno l'altro al suo dimino [46],

e la donzella il domandò del nome;

e egli rispuose: - Lo Bel Gherardino. -

E po' sí le contò il perché e il come                      205

della città di Roma e' si partio,

e come tutto ciò che egli avia,

egli avea speso in cortesia.

27.

E quando quella damigella intese

sí come cortese e largo era istato,                        210

d'una amorosa fiamma il cor l'accese,

che non trovava posa in nessun lato;

e Gherardino fra le braccia prese,

e con bramosa voglia l'ha baciato.

Ed e', veggendo la sua innamoranza,                215

come da prima incominciò la danza.

28.

Come del giorno apparve alcuno albore,

e la donzella sí si fu levata;

ed una roba d'un ricco colore

a lo Bel Gherardin ebbe recata,                          220

e poi a Marco Bel, suo servidore,

un'altra bella n'ebbe apportata.

E quando tempo fu, sí si levarono:

vestirsi quegli, e gli lor non trovarono.

29.

Se Gherardin parea prima giocondo          225

ch'avesse roba di sí gran valenza,

ben parea poi signor di questo mondo,

tanto era bella la su' appariscenzia [47].

Di zambra uscí, e Marco Bello secondo,

che non v'era persona di presenza,                     230

se non quella donzella che gli guata,

che nolla veggon, perché sta celata.

30.

Disse Bel Gherardino allo scudiere:

- Andiamo un poco di fuori a sollazzo [48]

e uno bel palafreno e uno destriere                     235

trovâr sellati, e non v'avea ragazzo:

montarvi suso, e non v'avíen ostiere! [49]

Gherardin corre il destriere a sollazzo,

e ben lo mena a destra ed a sinistra,

e la donzella stava alla finestra.                          240

31.

Quando a lor parve tanto essere stati,

e e' tornaro al palagio a disinare:

ed ogni giorno s'erano avezzati

d'uscir di fuori un poco a sollazzare;

e ogni volta, quand'erano tornati,                       245

trovavan cotto per poter mangiare.

Ed ogni notte, per diletto, avea

Gherardin quella che il dí non vedea.

32. [50]

Tre mesi e piú cotal maniera tenne

Bel Gherardin con allegra etade;                        250

e una notte sí gli risovenne

della sua gente e della sua contrada.

E que' che quella pena sostenne,

e' non vedea quella che sí l'aggrada;

e con temenza alla donzella disse                       255

che le piacesse che si dipartisse.

33.

E disse: - Dama, non vi sia pesanza [51],

se contro a la tua voglia io ti parlassi;

io t'adimando e cheggio perdonanza,

s'alcuna cosa nel mio dir fallassi [52]:               260

d'andare a Roma i' ho grande disianza:

di subito morrei, s'io non vi andassi.

Però [53] ti priego che tu mi contenti,

ch'io veder possa gli amici e' parenti. -

34.

E la donzella al cor n'ebbe gran doglia,  265

ch'a gran fatica gli fece risposta.

Per Gherardin tremava come foglia,

considerando che da lui si scosta.

Ma pur, veggendo sua bramosa voglia,

sí gli rispuose, quando ell'ebbe sosta:           270

- Ben che il mio cor del tuo partir tormenta,

po' ch'a te piace, ed io ne son contenta. -

35.

A la partita [54] gli donò uno guanto,

e disse: - Ciò che vúogli, comanda

e tu l'avrai; non chiederesti tanto,              275

cavalieri o danari o vivanda. -

Queste parole gli disse con pianto;

ma finalmente cosí gli comanda:

- Non sia persona a cui tu 'l manifesti:

che ciò che tu avrai, sí perderesti.              280

36.

E quella gente, che tu troverai,

con teco mena, ed e' t'ubideranno.

Di me sovente ti ricorderai;

ma fa' che tu ci sia in capo dell'anno [55]:

in tua presenza allor mi vederai                 285

co molte dame che mi serviranno,

e sposera'mi a grandissimo onore:

sarò tua donna e tu siei [56] il mio signore. -

37.

Perché a Roma torna volentieri,

Bel Gherardin da lei prese commiato.                  290

E covertati [57] trovò due destrieri,

sí che ciascuno a cavallo é montato:

e millecinquecento cavalieri

trovò fuor del castello, insu in un prato;

e sessanta vestiti a una taglia [58],                         295

e molta salmeria [59], se Iddio mi vaglia.

38.

Siccome valoroso capitano,

Bel Gherardin disse lor: - Cavalcate. -

Eglin gridâr: - Viva il baron sovrano! -,

con molte trombe innanzi apparecchiate [60];      300

ed ogni gente fuggíe per lo piano [61].

E cosí cavalcaron piú giornate,

tanto che fur nel contado di Roma,

e la novella a la città si noma [62].

39.

Quando fur pressi a Roma, a cinque miglia,   305

tender vi fe' trabacche e padiglioni [63];

e il padre santo se ne maraviglia,

ché non sapea di lor condizioni:

montò a cavallo con sua famiglia,

con compagnia di molti altri baroni,                       310

e l'altra gente molta e' suoi fratelli

contra a costoro andaron per vedegli.

40.

E il padre santo be·l cognoscea,

siccome egli era di grande legnaggio [64],

e, co' frategli insieme, gli dicea:                           315

- Donde avesti tu cotanto baronaggio? [65] -

Ed egli a tutti quanti rispondea:

- Come Iddio volle, io hoe tal signoraggio.

E tanto non poteron domandare,

ch'e' volesse altro manifestare.                            320

41.

Con grande onor nella città entrava

Bel Gherardin e sua gente pregiata,

ed ogni gente si maravigliava

della gran baronia ch'avie menata:

e tutta gente di lor ragionava,                             325

faccendo festa della sua tornata.

E' co' frategli in casa si ridusse

con quella gente ch'a Roma condusse.

42.

Sí bella corte tenne quel barone,

che dir non si potrebbe né contare.                     330

Se v'arivava giullare o buffone,

era vestito sanza addomandare;

e non sapean neun suo condizione,

come potesse sí corteseggiare [66].

E ben tre mesi fe' corte bandita,                          335

che per vertú del guanto era fornita.

43.

E una sera, quand'ebbono cenato,

e la madre il chiamò segretamente,

e disse: - Figliuol mio, dove se' stato,

po' che del tuo partir fui sí dolente? -                  340

E poi appresso l'ebbe dimandato

come potea tener cotanta gente;

e finalmente tanto il dimandoe,

che ciò ch'egli avie fatto le contoe.

44.

Et e' disse siccome egli aveva avuta              345

la Fata Bianca, che l'era suo sposa.

E come la parola fu compiuta [67],

dipartissi [68] la gente ed ogni cosa,

e la vertú del guanto fu perduta;

onde suo madre fu molto crucciosa [69].              350

E Gherardino e Marco lagrimando

partironsi, e lei lasciaron sospirando [70].

45.

In un ronzin ciaschedun sbigottito,

Gherardin mosse lo ronzin predetto,

e cavalcando parie sí smarrito,                            355

e ragionando andava il suo difetto [71].

Siccome della fata fu marito,

nel secondo cantar vi sarà detto,

e come del paese fu signore.

Questo cantare è detto al vostro onore.              360

CANTARE  SECONDO

1.

O Padre, e Figlio, e Spirito Santo,

che venir ci facesti in questo mondo,

al vostro onor comincio questo canto,

benché semplicità ognora abondo.

Concedi grazia ne lo mio cor tanto,                    5

ch'assai piú bello sia, ch'é il secondo, -

e se al primo avessi a voi fallato,

per lo secondo fie ben ristorato [72].

2.

Signori e buona gente, voi sapete

che in prima è l'uom discepol che maestro,       10

e le vertú, ch' agli omini vedete,

procedon dal Signor, Padre cilestro [73];

vero s'i' fallo, non mi riprendete,

che di tale arte non son ben maestro.

Or vi vo' dire, col piacer divino,                          15

ciò che intervenne a Marco e a Gherardino.

3.

Nell'altro cantar sapete ch'io vi dissi

come a la madre manifestò il guanto,

e come la suo gente dipartissi,

ed e' rimason in tormento e in pianto:                20

or vi dirò che, seguitando, addussi.

Pognendo ogni pensiere da l'un canto,

ascoltate, signori, in cortesia,

che io v'intendo trar malinconia.

4.

Bel Gherardino e Marco si partiéno,           25

addolorati nel core amendue,

e come fuori de la città usciéno,

Gherardin disse il fatto come fue,

dicendo: - Marco mio, come faremo,

che danar né derrate non ci ha piue? -               30

E Marco disse: - Non ci sgomentiamo:

a quella dama ancor ci ritorniamo. -

5.

E cavalcando insieme per costume,

arivaro una sera lungo il mare

ad una fonte dove mette un fiume,                     35

che 'l conveniva loro pur passare;

ed era notte e non si vedea lume,

ma pure incominciarono a passare.

E come furon nel mezzo del varco,

dentro vi cadde Gherardino e Marco.                40

6.

Ciascun ronzino per lo fiume fuggiva,

e' cavalier l'un l'altro non vedea;

cosí tornando ciascun inver la riva,

la sua disaventura ognun piangea.

Ed in quel tanto una donna appariva                45

 in una navicella, e sí dicea:

- Deh, come ti sta bene ogni mal ch'hai,

Bel Gherardin, po' che voluto l'hai! -

7.

E nella nave Bel Gherardin chiama,

e medicollo, ch'avea sconcio [74] il braccio,          50

e disse: - Io son serocchia [75] della dama;

per lo suo amor ti fo quel ch'io ti faccio:

però che soe che cotanto t'ama,

sí ti volli cavar di questo laccio [76]. -

Ad una rocca, che era in mar, menogli [77];         55

dentro v'entrâr cosí fangosi e molli.

8.

La dama si partí, e quel valletto

riman con Marco Bel malinconoso;

e riguardandosi l'un l'altro il petto,

e Gherardin veggendosi fangoso,                        60

uscí ed entrò in uno barchetto [78]

sol pe·lavarsi ov'era terroso:

come la nave fu di lui carca,

una fortuna [79] menò via la barca.

9.

E la donzella fu tanto maestra [80],             65

che gli fé pace [81] far colla serocchia;

e poi si partí valorosa e destra,

ed entrò in mare e fu presso alla rocca

e chiamò Marco, ch'era a la finestra,

a maggior boce [82] che l'uscíen di bocca:         70

perché Bel Gherardin non vedea scorto,

fra suo cuor disse: - Questi fia morto! -

10.

Quando ella ne la rocca fu entrata,

trovoe Marco far sí gran lamento.

Ella dicea: - Oh lassa, isventurata!                      75

ov'é lo mio signor, ch' io nollo sento?

Or ben si crederà la Bianca Fata,

ch'io l'abbia fatto questo a tradimento!

Dimmi che n'é, o io m'uccideraggio. -

Ed e' rispuose: - Ed io vel conteraggio.               80

11.

Vedendosi fangoso, come adviso

- disse il donzel, battendosi la gota -,

e' si volea lavar suo mani e viso,

che sí v'era cotanto pien di mota.

Guardandol io da la finestra a fiso,                     85

entrar lo viddi in una barca vota;

e come vi fu entro, in fede mia,

una fortuna venne, e menòl via. -

12.

Disse la dama: - Non ci diam piú ira [83] -

e mise Marco Bello entro la nave;                       90

e navicando, tanto fiso il mira,

ch'Amor nel cor le ne mise una chiave;

sicché, parlando, per amor sospira.

E, ragionando per lo mar soave,

e la barchetta in una isola percosse,                    95

sicché la dama tutta si riscosse [84].

13.

E Marco Bello, che di ciò s'avidde,

che la donzella avie avuta paura,

con lei insieme forte se ne ride,

e disse: - Or, donna mia, te rassicura,                 100

ch'io t'imprometto ch'Amor mi conquide [85],

se io non godo tuo gentil figura. -

E poi discese in terra quel donzello,

ed appiccò [86] la nave a un albuscello.

14.

E la donzella de·legno [87] discese,                105

che forse voglia di lui n'hae maggiore,

e contra a lui niente si contese:

in su l'erbetta sopra al bianco fiore

e Marco Bello di lei diletto prese,

parecchie volte baciandola d'amore.                  110

E poi andaron nella navicella

per ritornare alla Bianca donzella.

15.

La fata, che gli aspetta co letizia,

e lo Bel Gherardin colui non vede,

nello suo cuor sí n'ebbe gran tristizia,                115

e che fie morto veramente crede:

ma, pur udendo che sanza malizia [88]

l'acqua sí 'l n'ha menato, si diè fede [89]

che fosse vivo, cosí fatta stando;

e stette insin che fu compiuto l'anno.                  120

16.

E lo Bel Gherardin, per la fortuna [90],

al porto di Lexandria fu arrivato,

là ove molta gente si raguna.

In quella notte il mare fue crucciato

e nol vedea, tanto era l'aria bruna.                     125

In quella terra cosí era usato

che, se v'ariva niuno [91] cristiano,

síe era imprigionato dal Soldano.

17.

In quella notte fur presi e legati,

e fur menati davanti al signore:                          130

e comandò che sieno imprigionati

tutti i cristian per maggior disinore.

Cosí furon nella prigion serrati

tutti i cristiani, ciaschedun a furore.

Gherardino dall'un canto si stava                       135

e mai nel viso non si ralegrava.

18.

E quando venne terza, la mattina,

una che dava mangiare a' prigioni [92],

ché per usanza mandava la reina

di quel che mangiava ella e ' suoi baroni,          140

e lo Bel Gherardin per cenno inchina:

- Dimmi chi se', e vo' che mi perdoni. -

Ed e' rispuose: - Molto volentieri.

Io son un damicel che fu pres'ieri. -

19.

E la donzella a casa fu redita                      145

e disse a la reina di costui:

- Madonna mia, in tempo di mie vita

non viddi un bel donzel come colui! -

E come ella ebbe la parola udita,

subitamente inamoroe di lui,                              150

e fecelo venire a sé davanti,

ed e' s'inginocchiò con be' sembianti.

20.

Ed ella, raguardandol nel visaggio [93],

sí 'l domandò: - Sapresti tu servire? -

Ed e' rispuose: - Molto di vantaggio [94],                155

di coppa e di coltel [95] me' ch'altro sire. -

E ella, veggendolo cotanto saggio,

sí 'l dimandoe se vuole ubbidire [96];

ed e' rispuose: - Molto volentieri

farò, madonna, ciò che v'é in piacere. -              160

21.

Cosí fu Gherardin suo servidore,

che di tale arte era molto sottile [97]:

e quel signor gli puose molto amore,

che quasi tutti gli altri tenne a vile [98].

E la reina ne 'nfiammò nel core,                         165

perché ella il vedea cotanto gentile [99].

Ella li disse: - Il tuo amor mi bisogna! -

E egli rispuose co molta vergogna:

22.

- Io v'addomando e cheggio perdonanza,

ch'i' non farei cotal fallo al signor mio. -             170

Ed ella il prese co molta baldanza,

dicendo: - Se tu non fai quel ch'io disio,

io griderò, che non é mia usanza,

e farotti morire, in fé di Dio. -

E in quel punto gli gittò il braccio in collo;        175

e cosí il prese per forza e baciollo.

23.

Ed e', veggendo che non può stornare [100]

che egli non faccia il suo comandamento,

fra suo cuor disse: - E' mi convien pur fare,

sed io non vo' fornire il suo talento [101] -,          180

e sí la prese sanza piú indugiare.

E del gran disio, ch'è pien d'alimento,

al suo voler di quelle rose colse,

e poscia per piú volte se ne tolse.

24.

Istando Gherardino in tale stato [102],        185

la Fata Bianca fa di lui cercare.

Quando ella vede che no l'ha trovato,

disse: - Al postutto [103] io mi vo' maritare -

perch'ella vede che l'anno è passato,

che per sua donna la dovie sposare.                   190

Allor per tutto il mondo il bando manda;

gli amici priega e' servi comanda,

25.

da parte de la Fata, che sí mostra [104],

ch'ogni prode uomo e di grande ardimento

de l'arme s'aparecchie e facci giostra,                 195

e per combattar vada al torniamento [105].

E chi avrae l'onor di quella giostra [106],

la sposerae cum grande adornamento;

siccome «re signore» fia chiamato,

cola donzella insieme incoronato.                       200

26.

Quando il soldano udí quel bando andare

per Alexandria, mosse con sua gente,

e lo Bel Gherardin volle menare.

E' non volea, per essere ubidente [107].

Quando e' fu ito, incominciò a parlare               205

a la reina molto umilemente:

- Datemi parola, alta reina,

ch'io vada a quello stormo [108] domattina. -

27.

Disse la dama: - Avrestú tanto ardire

che tu ti dipartissi e me lasciassi?                        210

Ma volentier vi ti lascerei ire,

se io credessi che tu a me tornassi. -

Ed e' rispuose: - Dama, a lo ver dire,

non potrebbe stornar ch'io non v'andassi,

ché io credo sposar quella fanciulla:                   215

di ritornar non v'imprometto nulla. -

28.

Quando ella vidde che elli era acconcio

d'andare a quello stormo sanza fallo,

sí gli rispuose, portandoli broncio:

- Sanza te, mai non avrò buono stallo [109].           220

Ma ben che la tua andata mi sia sconcio [110],

io pur ti donerò arme e cavallo;

ma tu mi giurerai, se Dio ti vaglia,

d'uccidere il soldan nella battaglia,

29.

però che mi pare tanto invecchiato,               225

che non val nulla a la mia giovanezza:

non posso sofferir di stagli a lato,

pensando che ha a goder la mia bellezza!

Po' che tu se' in tal modo allogato [111],

se ti vien fatto per me tal prodezza,                      230

 a lo tuo senno mi mariterai [112];

saroe contenta piú che fossi mai. -

30.

Poi gli donoe tre veste di zendado [113],

una verde, una bianca, una vermiglia,

e tre destrier, che si veggon di rado                      235

piú begli intorno a cinquecento miglia [114].

De l'aver tolse quanto si fu a grado,

donzegli e fanti con molta famiglia,

trabacche e padiglion: poi si partie

da la donzella e accomandossi a Dio.                  240

31.

E tanto cavalcò per piú giornate,

che giunse presso a lo stormo predetto,

ed alungossi ben due balestrate

per istar piú celato in un boschetto.

E disse a la sua gente: - Or m'aspettate,             245

ch'io vo' veder come il campo è corretto [115].

E vidde il soldano ch'era campione,

e e' ritornoe inverso il padiglione.

32.

E la mattina, come apparve il giorno,

e la Fata Bianca vae agli balconi                         250

con molte dame e damigelle intorno,

per veder que' che votasse gli arcioni [116].

Come la gente udí sonare il corno

per la battaglia, pareano leoni:

quale era pro' [117] e quale era codardo,             255

il soldan sopra tutti era gagliardo.

33.

E lo Bel Gherardin, veggendo questo,

che quel soldan facíe sí mala mancia [118]

in sul destrier montò armato e destro,

pigliò lo scudo ed imbracciò la lancia.                260

Veggendo che 'l soldan fa tal molesto [119]

di questa gente, no gli paríe ciancia [120].

Veggendo che ciascun contra a lui perde,

andògli incontro colla vesta verde.

34.

E tal colpo gli dié sopra lo scudo,                265

che 'l fé a terra del destrier cascare.

Agli altri si volge col brando ignudo:

beato chi me' la puòe levare!

Però ch'ogni suo colpo é tanto crudo [121],

chi ne pruova uno, non ne può scampare;         270

sicché il campo fu suo per questa volta:

poi ritornò nella selva folta.

35.

Disse la dama ch'è stata a vedere:

- Dove andò il cavalier di verde tinto? -

E da la gente nol potie sapere                             275

chi fosse que' ch'avie lo stormo vinto.

Altri dicean: - Egli è un cavaliere,

egli e il cavallo di verde dipinto! -

E di lui non è altri che risponda;

sicché vedrello alla volta seconda [122].               280

36.

Al secondo sonar l'altro mattino,

e lo soldan d'Alexandria dié per costa [123],

e quale iscontra al dubbioso cammino,

la suo venuta molto cara costa:

e, combattendo come paladino [124],                  285

rimase il campo a lui in poca sosta [125],

gli altri fuggendo, il soldan seguitando [126],

mettendogli per terra, scavalando [127].

37.

E lo bel Gherardin coll'arme rosse,

veggendo che 'l soldano era vincente,                290

dal padiglion di subito si mosse;

inver di lui cavalca arditamente,

e per sí gran possanza lo percosse,

che morir crede quando il colpo sente,

e sbalordito fugge e non soggiorna [128]:           295

e Gherardino al padiglion ritorna.

38.

Tutta la gente, che dintorno stava,

cridavan: - Viva il cavalier vermiglio! -

E la donzella si maravigliava,

e colle dame faceva consiglio;                             300

ed in quel punto nel suo cuor pensava:

- Sed e' ci torna, io gli darò di piglio! [129]

- E dice a l'altre: - Deh! guatate donde

dello stormo esce e dove si nasconde. -

39.

La Fata Bianca, al cavalier pensando,         305

addormentar non si puote la notte,

e nel suo cuore giva immaginando:

- Chi sare' que' che vien pure a so' dotte? [130]

Quand'ha lo stormo vinto, tal domando,

par che nascoso sia sotto le grotte! [131]              310

Il cuor in corpo tutto mi si strugge

di voglia di saper perché si fugge. -

40.

E uno pensier nel core le va adesso:

- Sarebbe questi il mio antico sposo?

Io lo 'mprometto a Dio, che, se fosse esso,          315

altro marito che lui tôr non poso,

con ciò sia cosa ch'io gliel'ho impromesso:

sanza lui ma' non credo aver riposo. -

E disse: - Signor mio, datemi grazia,

ch'io abbia del suo amor la mente sazia! -         320

41.

E quando il giorno chiaro fu apparito,

fece sonar le trombe e gli stormenti;

e' cavalier furon al cerchiovito [132],

e molti fan pensier d'esser vincenti.

A tanto giunse il cavaliere ardito,                       325

ciò fu il soldan, con altri sofficienti [133],

che per un suo nipote combattea,

che per marito a lei darlo credea. [134]

42.

Quando le schiere furon tutte fatte,

presente quella ch'è cotanta chiara [135],            330

e il soldan, ch'è in su il campo, combatte:

e tristo que' che inanzi gli si para!

Però che del destrier morto l'abatte,

e tal ventura a molti costa cara.

E molta gente gli fuggiva inanzi,                       335

sicché è mestier che tutti gli altri avanzi [136].

43.

Veggendo la donzella che il soldano

gli altri baron di prodezza avanzava,

pensando aver per marito un pagano,

nella sua mente forte dubitava [137];                   340

e spesse volte a l'alto Iddio sovrano

nella suo mente si raccomandava,

e dicea: - Signor mio, se t'è in piacere,

fà ritornare il franco cavaliere! -

44.

E lo Bel Gherardino niente tarda:                345

coll'arme bianca uscíe della trabacca [138].

E la donzella, che da lunge il guarda,

che correndo il cavallo venne in stracca [139],

 fra l'altre dice, di color gagliarda:

- Questo soldano ci è omai per acca [140],           350

ch'io veggio il cavalier, ch'è cosí franco,

a lo stormo torna' vestito a bianco. -

45.

Come a lo stormo il Bel Gherardin giunse,

riconobbe il soldano a l'armadura,

e 'l buon destriero degli sproni punse:                355

abassa l'asta e inver di lui procura [141],

e cola lancia in tal modo l'agiunse [142],

che il fe' cadere in su la terra dura.

E qui ismonta, di franchezza giusto [143],

e tagliogli la testa da lo 'mbusto.                         360

46

E rimontò a cavallo arditamente;

più presto che non fu già mai levriere,

inanzi li fuggia tutta la gente,

gridando: - Viva il franco cavaliere! -

Cosí del campo rimase vincente,                         365

come il lion signor de l'altre fiere.

Incoronato insieme fue co·llei,

con tal onor che contar nol potrei.

47

Po' ch'a la Fata ebbe dato l'anello,

gran festa fae, ché l'hae ricognosciuto.               370

E la serocchia diede a Marco Bello,

ed ha·lo sempre con seco tenuto.

E quella del soldan diede a un donzello

di gran legnaggio, cortese e saputo [144];

e novanta anni vivette signore.                           375

Questo canto è compiuto a vostro onore.

 

Note

_________________________

 

[1] dal piede alla cima: dall'inizio alla fine

[2] aveva: c'era [una colonna sulla quale si scrivevano le gesta di ogni uomo prode e valente)

[3] a convenente: tornando alla storia che sto per narrare

[4] il franco cavaliere era figlio di Messer Leone che per diritto era signore  di Roma (il Patrimonio allude a quello di San Pietro)

[5] che avrebbe dovuto prendere in mano il governo della casa

[6] fantino: fanciullo, il più piccolo dei tre, cioè Gherardino

[7] a Gherardino fu data la sua parte di eredità

[8] egli rimase contento, e ben presto si allontanò da loro

[9] una volta solo Gherardino cominciò a spendere sette volte più di prima con cani da caccia e uccelli ammaestrati, corcondandosi di una servitù numerosa e costosa, tanto e dappertutto a Roma si parlava del Bel Gherardino.

[10] sergenti, servitori

[11] Gherardino, che ripensa alla sua vita, si sente morire di vergogna e di dolore

[12] E il ragazzo non gli rispose niente per contraddirlo

[13] non rivelò a nessuno le loro intenzione

[14] di celato: di nascosto

[15] traspensati, pensierosi (gallicismo)

[16] dimorare: fermarsi

[17] per prender agio: per riposarsi

[18] ma erano due uomini tramutati in bestie per arte magica

[19] impedimentire: ostacolare

[20] gli diede un colpo, se la storia racconta il vero

[21] misse gran guai: emise un gran lamento e sparì, tanto che non si vide mai più

[22] provvidde: aiutò

[23] conquide: sconfigge

[24] E Gherardino spronò il ronzino e corse verso Marco Bello: quando l'orso lo vide arrivare, abbandonò Marco e cominciò a combattere contro di lui.

[25] feroce e visto: feroce da vedere

[26] perché ne ho proprio bisogno

[27] con feroce forza

[28] fesso: tagliato, spaccato

[29] E l'orso cadendo a terra disse: ragazzo, tu hai ucciso il signore di questo castello.

[30] morta: uccisa

[31] La porta subito si aprì, ma non videro nessuno

[32] scesero dai ronzini

[33] cammin: camino, al quale si avvicinano per riscaldarsi

[34] a basse ciglia: «con occhi timorosi».

[35] sette cotanti: saremmo sette volte più fortunati (di quanto lo furono i cavalieri erranti)

[36] "ciò che dicevano fa loro era ascoltato";

[37] imbastite: «imbandite».

[38] arnesi: «vasellame».

[39] lumiere: candelabri

[40] Furono servito molto bene a tavola, pur non vendendo nessun servitore intorno a loro.

[41] mena: «situazione».

[42] zambra: «camera», forma di origine franco-italiana (chambre).

[43] pavento: paura

[44] Per poter dominare senza essere contraddetta, la "Fata Bianca" aveva trasformato in serpente e in orso i suoi due fratelli

[45] pome: mela, il frutto dell'amore sensuale

[46] ognuno era signore dell'altro

[47] appariscenzia: aspetto

[48] a sollazzo: per svago

[49] trovarono già sellati un palafreno e un cavallo e non videro nessuno, motano sui cavalli e non c'era il padrone dell'osteria (in questo caso: del castello)

[50] È l'insorgere del ricordo del mondo degli uomini e il desiderio del ritorno, cui seguirà il dono magico (qui il guanto: 35, 1) e il divieto - poi infranto - di rivelare l'origine della meravigliosa ricchezza. Il tema del ritorno nel mondo degli uomini è tipico del modello « morganiano » dei racconti di fate (cfr. Harf Lancner, pp. 239-50 e 286-309) ed è anche di alcuni lais, come il Guingamor (ivi, pp. 292-93), e del Liombruno: non del Lanval e della Ponzela Gaia dove l'amore per la fata é vissuto - cela-tamente - durante la vita di corte (col conseguente tema dell'amore respinto della regina e del «vanto» estorto). Qui si ha piuttosto l'opposizione - di matrice fiabesco-folclorica - tra mondo delle fate e mondo degli uomini: e saranno le pressioni familiari (qui della madre: 43; cfr. Bendinelli 1990, p. 61) a indurre Gherardino a trasgredire il decreto. L'antitesi aveva tuttavia un riscontro nella letteratura cortese, come antitesi fra la vita beata degli innamorati nell'isolamento e le esigenze sociali: e il colloquio notturno (qui 32-34) può essere messo in parallelo con quello che denuncia la crisi della prima fase dell'amore nell'Erec et Enide rilanciando il racconto. Analogamente la conclusione del cantare ha tutto l'aspetto di una piena integrazione sociale del giovane cavaliere (con tanto di conquista della sposa e del regno in un triplice torneo), ben diversa dal finale del Lanval dove la fata libera da morte l'innamorato e lo porta definitivamente con sé nel regno incantato. Questa «lettura» della vicenda, con relativa umanizzazione della fata é tipica dei cantari italiani. (Daniela Del Corno Branca)

[51] pesanza: «dispiacere».

[52] se commettessi qualche errore parlando

[53] Però: Perciò

[54] Al momento della partenza

[55] in capo dell'anno: entro un anno

[56] siei: sii, congiuntivo ottativo: la donna esprime il desiderio, comunque fondato e realistico.

[57] covertati: «coperti» di gualdrappe.

[58] a una taglia: «con una stessa foggia»

[59] 8. salmeria: «bagagli e rifornimenti».

[60] con ... apparecchiate: «con molti squilli di tromba».

[61] "e tutti correvano rapidi per la pianura"

[62] "e la notizia si diffonde per tutta la città"

[63] trabacche e padiglioni: «tende da accampamento».

[64] grande legnaggio: nobile famiglia, stirpe, discendenza.

[65] da dove avesti cosí grande seguito di baroni?

[66] far vita dispendiosa di corte

[67] "e appena terminò il racconto"

[68] dipartissi: scomparve

[69] crucciosa: triste

[70] sospirando: è la donna che sospira

[71] dufetto: perdita, sventura

[72] fie ben ristorato: «sarà ben rimediato»

[73] cilestro: celeste

[74] sconcio: ferito

[75] serocchia: «sorella»

[76] laccio: «situazione incresciosa».

[77] li guidò a un castello che era in mare

[78] barchetto: imbarcazione leggera

[79] fortuna: «tempesta».

[80] maestra: «abile».

[81] la pace é rapidamente ottenuta e non richiede prove rischiose o favolose (come la condanna a morte nel Lanval, la lotta contro la perfida Morgana nella Ponzela Gaia, o il viaggio aereo nel Liombruno); la separazione degli amanti é dovuta di qui innanzi a elementi casuali e romanzeschi (la tempesta, la prigionia presso il Soldano), secondo la linea di riduzione del magico tipica di questo cantare e sfruttando uno schema narrativo attestato anche da vari poemi francesi (Partonopeu, Ipomedon) e dal tedesco Lanzelet: cfr. Bendinelli 1990, pp. 124-25. (Daniela Delcorno)

[82] con la voce più forte che potè

[83] ira: «dolore»

[84] L'urto contro l'isola risvegliò la donna dal suo stato sognante di innamoramento

[85] mi conquide: «mi prende completamente»

[86] appiccò: legò (la nave a un ramicello)

[87] de·legno: dalla imbarcazione 6.

[88] sanza malizia: senza malignità, con sincerità

[89] si dié fede: credette / che fosse vivo, così stando le cose.

[90] fortuna: tempesta, fortunale

[91] niuno: qualche

[92] prigioni: prigionieri, incarcerati

[93] raguardandol nel visaggio: guardandolo in viso

[94] molto di vantaggio: molto bene

[95] sia come coppiere che come scalco, dispensiere

[96] ubbidire: stare al servizio di...

[97] sottile: «esperto»

[98] che ritenne quasi tutti gli altri privi di valore

[99] gentile: nobile

[100] stornare, evitare

[101] se non voglio realizzare il suo desiderio

[102] Mentre Gherardino viveva in tale condizione

[103] Al postutto: Comunque sia

[104] che così si rende visibile a tutti; ma può significare anche semplicemente: rende noto: prega gli amici e comanda ai servi che lei rende noto che chiunque, prode e di grande ardimento, partecipi al torneo e lo vinca, la sposerà con grande festa

[105] torniamento: torneo

[106] chi avrà l'onore di vincere il torneo

[107] in quanto servitore di "Madonna"

[108] stormo: «combattimento».

[109] buono stallo: «situazione favorevole».

[110] Benché la tua partenza sia per me motivo di dolore e vergogna

[111] allogato: «sistemato»

[112] Se ti riuscirai ad uccidere il sultano, deciderai tu chi darmi come marito

[113] zendado: stoffa preziosa.

[114] difficilmente se ne vedono di più belli nel raggio di 500 miglia

[115] come si svolge lo scontro arcioni:

[116] quelli che nello scontro cadevano dal cavallo (lasciando vuoti gli arcioni)

[117] pro': prode

[118] faceva così grande strage

[119] fa una tale strage

[120] non gli sembrò una fandonia la sua fama

[121] potente

[122] al secondo assalto

[123] venne di lato, si mosse per entrare nel campo

[124] mostrando grande valore e coraggio

[125] in breve tempo

[126] inseguendo chi fugge

[127] facendoli cadere da cavallo

[128] Il sultanto, che crede di morire quando sente il colpo, fugge sbalordito senza

[129] lo afferrerò, non me lo lascerò scappare

[130] Chi sarebbe colui che viene in un momento così opportuno?

[131] Mi chiedo, dopo aver vinto l'assalto sembra che si nasconda in una grotta

[132] cerchiovito: circuito

[133] valorosi

[134] Il sultano non avrebbe potuto combattere per sé in quanto già sposato

[135] quella ch'è cotanta chiara: è definita così la fata (chiara = splendida)

[136] la conseguenza logica è che naturalmente supera tutti per il grande valore nell'uso delle armi

[137] dubitava: temeva

[138] trabacca: tenda

[139] il cavallo correva così velocemente da sfiancarsi

[140] Questo sultano ormai non vale più niente

[141] procura: si dirige

[142] l'agiunse: lo colpì

[143] di franchezza giusto: pieno di valoroso ardimento

[144] e diede a un giovane cortese e saggio la mano della sposa del sultano

Indice Biblioteca Progetto Cantari e serventesi

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 03 giugno 2007