Anonimo

Leggenda di Tobia e di Tobiolo

edizione Rivolta 1825

Edizione di riferimento:

Leggenda di Tobia e di Tobiolo ora per la prima volta pubblicata con note e con un indice delle voci più notabili, testo del buon secolo della lingua, per Cristoforo Rivolta, Milano MDCCCXXV.

 

all’ill. Sig. Marchese

Febo Dadda,

Ciambellano di S. M. I. R, A. e Consigliere nel Governo di Lombardia,

Michele Vannucci.

Le picciole offerte di cose che abbiano in sè qualche pregio, se vengan fatte da un animo divoto e affezionato, sogliono eziandio da’ grandi Signori essere volentieri accolte ed avute care. Quindi io mi confido che V. S. Illustrissima non isdegnerà il presente che io le fo di questo libretto: il quale, comecchè sia cosa tenue per se stesso, pure non lascia di essere molto pregevole e per la lingua e per la materia: onde vi si trova per entro somma proprietà di voci, purezza di eleganti locuzioni, e quell’aurea semplicità natia che tanto distingue le scritture del secolo XIV: da per tutto poi ammirabili insegnamenti d’ogni più bella virtù; e questi inspirati dalla infinita Sa-pienza di Dio, essendo la presente Opericciuola in certo modo un compendio del sacro Libro di Tobia. E quegli che s’ardisca d’ offerirgliela, è legato con ispecial devozione e con rispettosa benevolenza a Lei e a tutta la Nobilissima Sua Casa. Ha già più di dieci anni che io attendo, quanto so meglio, a educare gli eccellenti di Lei Figliuoli: e l’amore ch’io porto ad essi fu quello appunto che m’indusse a dare in luce questa Leggenda (possa ciò rendergliene il dono più accetto), sperando io che la lettura di essa contribuisca per qualche parte a instillare in quegli animi, ancora teneri e novelli, bei principi di virtù, e insieme la maggior purità della nostra lingua.

Al qual fine da un mio dottissimo Amico, la cui modestia non vuole ch’io ne palesi il nome conosciuto già da gran tempo fra’ più lodati scrittori d’Italia, è stato corredato il libretto di giudiziosa prefazione, e di note opportune; e io nel fine v’ho aggiunto, a più intelligenza, la dichiarazione delle voci meno ovvie e delle locuzioni più notabili che vi s’incontrano qua e là. E ora sì mi gode l’animo, prestantissimo Signor Marchese, di aver ottenuto dalla sua impareggiabile bontà d’intitolarle qnest’aurea Operetta, e acquistare ad essa un nuovo e maggior pregio col fregiarla del Suo ragguardevolissimo Nome. Nè poteva io certamente indirizzarla a più degno Personaggio, come a quello che nell’I. R. Governo, con assiduo zelo s’adopera in estendere e promuovere sempre più la pubblica Istruzione delle Provincie Lombarde. Raccomando adunque l’Opuscoletto presente al suo patrocinio. Ella si degni aggradirne l’offerta, siccome una picciola testimonianza di quella stima che meritamente ho di Lei, e che da lungo tempo io desiderava di farle pubblicamente conoscere.

PREFAZIONE.

In un secolo in cui le maravigliose scoperte fattesi in ogni scienza nobilissimo pascolo offrono alla mente dell’uomo, si sogliono da molti guardar con un certo disprezzo coloro che, volgendo altrove il pensiero, si dedicano allo studio della favella. Ma se costoro considerassero che base e fondamento dell’umano sapere è la lingua; che non può avervi chiarezza d’idee dove non sia proprietà di favella; e che questa per conseguente è necessaria del tutto al progresso de’ lumi, io sono ben certo ch’essi cangerebbono avviso. E ancorachè non volessimo riguardare questo eccellente strumento delle umane cognizioni se non come il più convenevol mezzo di tenere gli uomini in commercio tra loro, non veggo perchè non avremmo a pigliarci gran cura nel mantenere nel suo maggior lustro una cosa di tanto rilievo, e di consecrare anche ad essa non picciola parte de’ nostri studj.

Il modo più sicuro di applicarci con frutto allo studio della lingua si è senza dubbio. l’assidua ad attenta lettura delle opere de’ più tersi ed eleganti scrittori. Perciocchè siccome in usando del continuo con gli uomini colti e puliti a poco a poco prendiamo, anche senza avvederci, le lor maniere; ond’è che ne’ costumi di quelli che vivono nelle città spicca un certo che d’urbanità e di garbo che non si scorge in coloro che dimorano’ ne’ villaggi; così parimente la continua lettura de’ libri scritti con eleganza e purità di favella rende a noi familiari le maniere più forbite e più scelte del dire, e fa che nelle nostre occorrenze abbiamo in pronto i modi acconci ad esprimere aggiustatamente e pulitamente i nostri concetti. Io reputo per tanto degni di commendazione coloro i quali, traendo le scritture del buon secolo della lingua dalle biblioteche dove giaciono ancora sepolte, le danno alla luce; perciocchè vanno essi con ciò sempre più moltiplicando i mezzi onde s’apprendono i proprj e venusti modi del bellissimo idioma nostro.

Questa considerazione mi determina ora ad offerire ancor io al pubblico una pregevole Opericciuola del quattordicesimo secolo, sperando che gli amatori della tersa favella vorranno sapermene grado: essa è una Leggenda di Tobia e Tobiolo, il cui originale conservasi nella Riccardiana (N.°683) [1], donde a richiesta di un mio amico ne fu tratta fedelissima copia. Fino dal 1799 erano stati già pubblicati due Volgarizzamenti antichi del Libro di Tobia, il primo in Livorno dal Signor Poggiali, il secondo a Verona dal chiariss. Padre Cesari [2]. Ma e l’uno e l’altro di essi è una cosa molto diversa dalla nostra Leggenda: quelli sono prette versioni, nelle quali i due Volgarizzatori strettamente s’attennero al sacro Testo: questa si può dire piuttosto uno scritto originale in cui narrasi dall’autore ciò che nel Libro di Tobia si contiene. Egli si piglia l’arbitrio talora di mescolarvi qualche cosa del suo, e talora di ommettere alcuna particolarità di cui nel sacro Testo è fatta menzione. Così, per cagione d’esempio, là dove Anna e i parenti rimbrottano Tobia perch’egli si sia impoverito in facendo limosine ed altre opere caritatevoli con troppa larghezza, trovasi nella Leggenda: « Or togli, Tobia, la speranza tua: ed hai ispeso e gittato sempre il tuo a’ poveri, e non sai a cui : ora se’ povero, ora ti potrai istare co’ poveri, e i poveri ti pasceranno; or hai ciò che tu vuoi ». Il testo della Vulgata non ha se non queste parole: «Ov’ è la speranza tua, pella quale tu facevi le limosine e le sepulture [3] »? E nella risposta che dà ad essi Tobia ha nella nostra Leggenda: «Ahi istolti e semplici, quanto siete vani, che avete speranza nelle cose terrene! aviate speranza in Dio di cui sono tutte le cose; ed egli le fae, ed egli le può tutte disfare: egli le ci dae, egli le ci può torre; e però voi non curate di queste cose; imperò che noi siamo fatti da Dio, e da lui doviamo avere la vita de’ santi beati»: dovechè nel testo della Storia di Tobia havvi soltanto: «Non parlate così; perocchè noi siamo figliuoli di santi, e quella vita aspettiamo, la quale Iddio de’ dare a coloro i quali non mutano da lui la fede loro [4] ». Al contrario dice il sacro Testo che, tornato Tobia dal suo viaggio, il padre ebbe un colloquio con esso lui; e che avendolo domandato del modo da doverci tenere nel ricompensare il suo fedel condottiero de’ grandi servigi che questi prestati avea, il figliuolo gli narrò tutto quello che Azaria fatto aveva per lui, e conchiuse ch’era da offerirgliene per gratitudine la metà de’ loro averi. Di ciò non è fatta menzione alcuna nella Leggenda: soltanto ivi si dice che il vecchio Tobia invitò il forestiero a volere rimanersi seco; che l’avrebbe considerato come figliuolo, e fatto erede ancor esso de’ beni suoi. Se noi avessimo a considerare questa Leggenda come versione del Libro di Tobia, molto migliori sarebbono sotto questo aspetto da riputarsi i due Volgarizzamenti che abbiam mentovati, siccome quelli che serbano la lezione del sacro Testo assai più fedelmente: ma dove ad altro non si voglia por mente che alla purezza e venustà della favella, è cosa malagevole molto a decidersi quale di questi Opuscoletti sia da tenersi in maggior pregio; essendo stesi tutti e tre con quella proprietà di vocaboli e di forme di dire che è il distintivo delle auree scritture di que’ bei dì. Io ho creduto che la pubblicazione di questa Leggenda dovesse recar vantaggio non picciolo a’ giovanetti: e questo pensiero principalmente mi mosse a proccurarne la stampa. Non si può dir quanto grande sia il frutto ch’essi ricavano da così fatte letture. Si vanno imprimendo ne’ lor teneri cuori profondamente le orme di quelle eccellenti virtù, di cui si trovano ivi entro bellissimi esempj, nel mentre stesso che vi stanno essi cogliendo il più bel fior della lingua.

Ma i giovanetti hanno bisogno di chi gli diriga ne’ loro studj. Purissima è, non v’ ha dubbio, la favella de’ trecentisti,ma non tutte le voci, nè tutte le forme del dire che buone eran per gli uomini del secolo decimo quarto, buone sarebbon per quelli del secolo decimonono; che tutto quaggiù si muta con l’andare dei tempo [5] . Dopo era dunque che loro ne fosse indicato quello che può star molto bene eziandio nelle nostre carte, e quello che non può avervi più luogo: la qual cosa io mi sono ingegnato di fare in alcune brevissime noterelle che ho poste dove m’è sembrato che potessero esser richieste; picciola cosa in vero: ad ogni modo io avrò cagione di rimanerne pago qualora essa torni in profitto di quelli per cui mi sono pigliato questo pensiero.

Teniamo per fermo che convenga alla gioventù di avvezzarsi al candore ed alla semplicità del trecento prima di cercare lo splendore, la magnificenza, la copia, e l’altezza de’ pensieri ne’ cinquecentisti.

Il chiariss. sig. Paolo Costa nel suo libro della Elocuzione, facc. 155.

COMINCIA LA LEGGENDA

di Tobia e di Tobiolo suo figliuolo

i quali furono al tempo del Vecchio Testamento.

Qui si legge d’uno buono e santo uomo il quale fu nel vecchio Testamento, ed ebbe nome Tobia, e fu della schiatta di Jacob il quale ebbe tredici figliuoli. Questo Tobia nacque dell’uno de’ tredici figliuoli, ed era delle parti di Galilea. Ora dice [6] che questo Tobia, infino ch’egli era fanciullo, fu uomo [7] perfetto e buono, ed amò e temè Domeneddio, e di tutte le sue cose dava primamente il decimo a Domeneddio, secondo che comandava quella legge. E quando venne il tempo da ciò [8], e Tobia [9] tolse moglie della sua medesima schiatta, ed avea nome Anna; e di lei ebbe uno figliuolo al quale puose nome ancora Tobia, e crescendo, sì [10] era chiamato Tobiolo. Dice che quando fue in età di potere intendere, ed egli lo cominciò ad amaestrare sì com’egli si guardasse dal peccato, e come dovesse temere Iddio e fare i suoi comandamenti. Ora dice che Tobia era uomo di misericordia, e sempre andava cercando de’ poveri bisognosi, e dava loro del suo di quello che faceva loro bisogno, e simigliantemente soppellia [11] i morti che erano poveri, e rimaritava fanciulle povere, e faceva assai misericordie [12]; e tanto avea ispeso del sito in misericordia ed in cortesia, ch’egli era inpoverito.

Ora dice che tornando Tobia uno die da vicitare [13] gl’infermi, si era molto affannato, e gittossi in sullo letto per riposarsi; e riposandosi teneva gli occhi aperti, ed una rondina che avea il nido sopra il letto, sì mandò del suo sterco negli suoi occhi, laonde Tobia acciecò [14], e non vedea lume: onde noi deviamo credere che Iddio permisse a Tobia queste tribolazioni, perchè quelli che venissero dopo lui, avessero essemplo di lui della sua pacienzia, siccome di quella di Giobbo. Ora dice che, con tutto che Tobia avesse sempre fatto bene, non s’adirò mai con Domeneddio, nè non disse: Domeneddio, perchè mi fai questo? anzi stette sempre fermo lauldando [15] Iddio, e reputando che gli avvenisse per gli suoi peccati, e sempre lauldava Iddio, e sempre rendendo glorie [16] a Domeneddio di ciò ch’egli faceva, sì come fece Job.

Ora dice che la moglie e gli parenti e gli amici di Tobia sì gli facevano assai rimproverii, ed assai lo rimbrottavano e diceano: or togli, Tobia, la speranza tua [17]: ed hai ispeso e gittato sempre il tuo a’ poveri, e non sai a cui: ora se’ povero, ora ti potrai istare co’ poveri, e i poveri ti pasceranno; ora hai ciò che tu vuoi. E Tobia udendo ciò si dava pace, e dicea: ahi istolti e semplici, quanto siete vani, che avete speranza nelle cose terrene! aviate speranza in Dio di cui sono tutte le cose; ed egli le fae, ed egli le può tutte disfare: egli le ci dae, egli le ci può torre; e però voi non curate di queste cose; imperò che noi siamo fatti da Dio, e da lui doviamo avere la vita de’ santi beati. Ora dice che la moglie avea comperato uno capretto: e quando Tobia lo sentì, ed egli disse: donna mia, or che è quello? Ed ella disse come avea comperato uno capretto. Ed egli disse: compagna mia, guarda che non fosse issuto [18] tolto; imperò che non sarebbe licito a mangiarlo. Allora disse la moglie: or come mi pare folle la tua speranza! vieni e tolli le tue offerte e le tue limosine; ora sarebbe mestiere che ne fossedato a te. E di questo rimbrottava lui villanamente, e dissegli assai rimproverii [19]. E quando Tobia intese questo, sì la riprese fortemente, e disse: donna, quello Iddio che ci diede l’avere, quegli ci darà la vita beata; e sì come noi l’aviamo ispeso a suo onore e per lo suo amore, quegli ce ne darà anche. E poi si gittò in orazione a Dio, dicendo: Signore mio Domeneddio, tu se’ giusto, e i tuoi giudicii sono giusti. E piangendo forte, disse: io ti dimando che tu non faccia vendetta di me: io so bene ch’ io t’ho fallito [20], e disubbidito a’ tuoi comandamenti, e non hone spesa la vita mia nelle tue opere: e però ti priego che tu non faccia di me vendetta, ma che tu faccia la tua grande misericordia, e che tu ti ricordi di me; che in me è vie maggiore mestiere di morire, che di vivere: e però io ti priego che tu faccia, l’anima mia sia ricevuta dagli tuoi santi Agnoli beati. Ed in questa orazione disse assai parole.

E quando ebbe fatta questa orazione, ed egli credendo che per la sua orazione gli chiamasse certamente l’anima sua a sè, sì chiamò il figliuolo, e disse: figliuol mio benedetto, tu vedi ch’io sono vissuto in questo mondo grande tempo, e ora sono da Dio così giudicato; credo sia per gli miei peccati. Onde io ti priego che tu faccia la vita tua buona, e tutta la spendi in Dio piacere [21], sicchè sia sempre nel suo nome, e che tu di quello ch’ io ti dirò [22], che tu faccia limosina a’ poveri; e se tu hai assai, assai ne dà; e se tu hai poco, di quello poco dà. E quando Domeneddio chiamerà l’anima mia a sè, tu sì farai sopellire lo corpo onorevolemcnte: poi sì farai che tu sempre alla tua madre faccia onore, e pensa la fatica ch’ella hane durata in te; e quando ella verrà a morte, sì la farai sopellire allato a me. E priegoti, figliuol mio, che tue non ti sgomenti, perchè noi siamo impoveriti; che Domeneddio ti faràe ancora assai grazia, se tu viverai nel suo servigio, e ubbiderai i suoi comandamenti. Anche voglio che tu sappia, che uno che ha nome Cabello, il quale dimora nella Città di Media, ebbe, già è lungo tempo, da me diece piastre d’ariento, e di ciò io hone la carta. E però farai che tu vi vada; ed egli è grande signore, ed è della nostra schiatta, ed adimandera’ gli questo cotale ariento, e rendera’gli la carta. Anco ti priego che tu sia sollicito al servire al prossimo tuo; e chi serve a te, tosto gli rendi guiderdone. E sopra tutto io ti priego che lo tuo pane lo mangi co’ poveri affamati, e sovviegli, e vicita gl’infermi; e sappi, figliuolo; che la limosina è grande fidanza dell’anima dinanzi a Dio [23]. Or tuoi consigli abbia col Savio; e di ciò che t’intervenisse abbine pacientia, e di tutto ti confida con Domeneddio [24]. Allora Tobiuolo sì rispose e disse: padre mio, ciò che m’hai comandato, tutto lo faròe; ma d’andare per l’avere a quello Cabello, io non so come io mi facessi; imperocchè io non so lo paese là dov’egli dimora, ed è tanto a lungi, ch’io non so com’io vi potessi andare. E Tobia disse: andrai alla piazza e alle albergarie [25], se tu vi trovassi per avventura qualche viandante che andasse in quello paese, e fosse persona fidata con cui tu ti potessi accompagnare, e tu lo meriterai bene del servigio [26].

Allora andòe Tobiuolo alla piazza maestra della cittade; ed istando lui [27], ed egli vide uno fancello [28] presto ed alzato [29] a guisa di buono corriere, e parea bene di lungi paesi [30]. E Tobiuolo andò a lui e disse: deh buono uomo, donde se’ tu? e dove se’ acconcio di camminare [31]? tu mi pari di lungi paesi. Allora disse costui: io sono d’una città che si chiama Emedia [32]. Allora Tobiuolo fue lieto e disse: conosceresti tu uno che ha nome Cabello? Certo, disse costui, egli è mio Signore, ed istetti con lui grande tempo. Perchè me ne domandi tue? Allora disse Tobiuolo: io ti priego che tue vegna infino al padre mio, ese ti piacerà di menarmi a Media [33] a quello Gabello, io ti meriterò a tua volontà [34]; però che Cabello è mio parente ed ene della schiatta del mio padre. Allora disse lo corriere: per amore di Cabello ed anco per lo tuo io lo faròe, ed anco ciò che ’l padre tuo vorrà: andiamo a lui. E così andarono a Tobia. E Tobiuolo disse: padre mio, ecco qui uno ch’è delle parti di Cabello, e dice che lo conosce: Allora Tobia disse: tu sia lo bene venuto; dirami di quale schiatta tu se’ e come hai nome? Ed e’ rispuose: io ho nome Azeria, e sono figliuolo del grande Anania. E Tobia disse: figliuolo, tu se’ di grande schiatta e gentile. Or vorresti tu menare questo mio figliuolo infino a Cabello? Egli ene di mia schiatta, e presta’gli, già fa più tempo [35], dieci piastre d’argento, sicch’io sono venuto al poco [36], e farebbemi grande mestiere di riaverle; che tu vedi che Iddio m’hae giudicato [37], e non veggio lume; e però io ti priego che tu sia a lui mio avvocato. E lo fancello disse: io ti saròe tale procuratore, che tu riaverai lo tuo avere, e lo tuo figliuolo sì ti rimenerò sano e salvo. Allora tolsero la carta, e inviaronsi per lo cammino; e la prima giornata fecero l’albergarìa [38] ad uno albergo che era lungo a uno fiume che si chiamava Tigrìs. E posandosi Tobiuolo andòe al detto fiume per rinfrescarsi, ed uno pesce venia inverso lui, e parea che lo volesse divorare. Azaria disse: prendilo arditamente, e recalo a terra. Ed egli così fece. Ed egli disse: isparalo, e togli lo fiele e lo cuore suo, che ti fia utile a certe cose in medicine. E Tobiuolo fece lo comandamento d’Azaria. E quando venne l’altro giorno, e questi camminarono amendue, e Tobiuolo disse: deh compagno mio, dimmi a che sono buone queste cose del pesce? E Azaria disse: sed e’ fosse alcuna cosa là dove avesse demonia, ed egli [39] togliesse del cuore di questo pesce, e ponesselo in sul carbone del fuoco, per questo fummo si partirebbono quante dimonia v’avesse.

Ed andarono più giornate; ed eglino pervennono ad una cittade, ed ivi si puosono a casa d’uno che avea nome Reginello [40]. Ed Azaria disse a Tobiuolo: io voglio che noi alberghiamo qui con questo gentile uomo, e faratti volentieri onore. E così Riginello gli ritenne allegramente. Ed istati che vi furono certi dì, Azaria disse a Ruginello: io ti consiglierei che tu dessi questa tua fanciulla a questo mio compagno; imperciocchè egli ene di gentile schiatta, ed è figliuolo di quello antico Tobia, che sai che è uno santo uomo. E Ruginello fece tutto ciò che gli disse questo Azaria, e diede la figliuola a Tobiuolo, faccendolo in tutto suo erede. Ma Ruginello dice bene col cuore: questi va cercando la morte; imperocchè la figliuola avea auti sette mariti, e tutti s’erano morti la prima notte che s’erano coricati con lei. E così si credeva che intervenisse a quello Tobiuolo. E così quando l’angelo Azaria lo disse a Tobiuolo, ed egli disse: compagno mio, che vuoi te ch’io faccia di torre ora moglie, e nollo sae il padre mio? E Azaria disse: tu lo farai al nome di Dio [41], e fia bene volontà di Dio, e del padre tuo; e tu serai sempre ricco della redità che tu averai di lei. E Tobiolo disse: io intendo ch’ella hane auti sette mariti, e tutti e sette si sono morti allatole [42] la prima notte. Se addivenisse così a me, giammai non sarebbe lieto lo padre mio. Azaria disse; tu farai queste cose alla fidanza di Dio, e sopra il capo mio. E tanto disse, ch’egli fece ciò che Azaria volle. Ma e’ non sarebbono issute tante parole, se Tobiuolo avesse saputo o pensato che Azaria fosse istato Agnolo di Dio. E immantinente fue fatto questo matrimonio. E la prima sera l’Agnolo disse a Tobiuolo: fara’ti recare nella camera della brace accesa, e torrai il cuore del pesce, e porralovi suso, e lo fumo caccerà via quelle sette dimonia che v’abitano, i quali [43] hanno morti quelli sette mariti; e così tu sarai da loro sicuro. E tutto che [44] Azaria disse, sì fece Tobiuolo; e così venne a compimento questo matrimonio. E Ruginello e molte altre genti stettero apparecchiati di vedere e di trovare la mattina morto Tobiuolo. E Tobiuolo e la sua compagna si levarono la mattina sani e salvi e allegri, accesi di grande amore l’uno dell’altro. Grande meraviglia si fa di ciò Ruginello e tutta la gente della cittade.

Ed istati che furono in festa certi dì, ed Azaria disse a Tobiuolo: io voglio che tu mi dia la carta, ed io anderò a Cabello, e domanderogli lo tuo tesoro; ed io sono certo che lo ti manderà, e tu sì ti poserai colla tua compagna. E così come Azaria disse, così fece Tobiuolo. E l’agnolo Azaria, si fue per sua virtute incontenente a Cabello, e disse: io rapporto questa carta dalla parte dell’antico Tobia, per la qual cosa elli t’addomanda e priega che tu gli mandi diece piastre d’ariento, e di quello medesimo peso, il quale egli ti prestò. E sappi ch’egli è venuto a te uno suo figlinolo, ma egli è rimaso nella Città di Ruginello; poichè Ruginello gli ha data la figliuola per moglie con tutte sue possessioni: e però grande cortesia serebbe di te, che, poi ch’egli è venuto tanta via, che [45] tu gli ti facessi incontro per amore del grande parentado che egli hane fatto, e sì perchè egli è della schiatta tua. E tutto sì come disse Azaria, così fece Cabello: con grande cavalleria e con molti presenti e doni andòe allegramente là dov’era Tobiuolo, e fecero grande festa ed allegrezza insieme. Ed istati certi dì, e Gabello rendette tutto suo avere a Tobiuolo, e feceli ricchi presenti a lui e alla moglie, e poi si partìe.

Ora dice che stando certo tempo, e l’agnolo Azaria disse a Tobiuolo: io vorrei che noi ripartissimo e ritornassimo al tuo padre, che so che aspetta, ed ha bisogno della tua tornata: ed anch’io hone a tornare a fare altro mio viaggio. Allora Tobiuolo s’apparecchiò di ritornare al padre, e menonne la moglie riccamente accompagnata con moltitudine d’avere. Ora dice che per lo tanto dimorare quanto fece Tobiuolo, il padre e la madre si meravigliavano intra loro dicendo: qualche disavventura gli serà addivenuta. E spesse volte la madre si faceva alle finestre, e guardava per la strada, sed ella vedesse tornare Tobiuolo. E guardando, ella ebbe veduto tornare il loro catellino che era ito con Tobiuolo. Allora disse Anna a Tobia: ecco il catellino nostro; sicchè oggimai potrebbe essere che lo nostro figliuolo tornerebbe [46]. El catellino faceva grande allegrezza all’antico Tobia ed alla moglie. E stando un poco, e Tobiuolo tornò. E quando il padre e la madre sentirono all’uscio loro tanta gente a piede e a cavallo, donzelli e cameriere e fanti e ragazzi, allora si meravigliarono molto. E quando Tobiuolo e gli altri furono ismontati, sì andarono dinanzi a Tobia; e Tobiuolo s’inginocchiò a’ pie’ di suoi, e disse: padre! mio, Iddio ti salvi; ecco lo tuo figliuolo e la tua figliuola, la quale è mia sposa. Allora disse Tobia: figliuolo mio, hai tu dunque tolta moglie? ora piaccia a Dio ciò che tuhai fatto, e sia la sua volontà. E per cui mano l’hai fatto? Ed egli disse; padre mio, questo mio compagno me l’ha fatto fare. Or chi è quella, e di quale schiatta? Ed Azaria e Tobiuolo rispuosono: ella è figliuola di Ruginello. Bene mi piace, disse Tobia; ma molto sarebbe contento il cuore mio, se io la potessi vedere. Allora disse Azaria a Tobiuolo: togli il fiele di quello pesce che tu imparasti, e fregagliele agli occhi. E Tobiuolo così fece; e Tobia incontenente riebbe il vedere.

E allora l’allegrezza fue grande. E Tobia ringraziò Iddio della grazia che gli avea fatta, e benedisse Tobiuolo e la moglie, e ringraziò assai Iddio ed Azaria del servigio che gli avea fatto, e disse: figliuolo mio, io voglio che tu ti stia qui come mio figliuolo, ed io ti terrò mia reda come mio figliuolo: e di ciò sono io bene debito [47]; imperciocchè tu se’ stato mio figliuolo e aiutatore a sollicitare lo mio bisogno, e se’ conforto della mia allegrezza [48]. Allora disseAzaria: santo Tobia, cotesto che tu hai detto, non è a me bisogno nè mestieri: ma voglio che tu sappi, santo Tobia, che per la tua bontà che hai in te [49], e per l’amore che hai in Domeneddio e nel prossimo, e per l’amore e sollicitudine e fatica che tu hai adoperata ne’ poveri bisognosi, e per la pacienzia che hai auta nelle tue fatiche, e per la grande umiltade che hai in te, Domeneddio t’ha voluto consolare e meritare. E sappi che egli mi mandòe a te, acciò che io fossi messo a solicitare del merito [50] che Iddio t’ha renduto secondo il mondo. E voglio che tu sappia, che io non sono uomo nè creatura formata di carne, anzi sono Agnolo di Dio, il quale sono istato al suo servigio, ed ora ritornerò al luogo mio; e però ti conforta che tu perseveri la vita che hai fatta infino a qui [51].  E sappi che il luogo tuo t’è serbato nel luogo durabile con gli altri Santi. E Tobia udendo questo che egli era Agnolo di Dio, sì gli si volse [52] gittare a’ piedi. E l’Agnolo fue subito disparito. E Tobia rimase così confortato con tutta la sua famiglia, e si fu ristorato di bene in meglio infino alla sua fine. E sempre egli e la donna sua col figliuolo e figliuola si ebbero la carità con loro [53], e alla fine di tutti [54] ebbero paradiso, quando Cristo ricomperò l’anime del Limbo per infinita saecula saeculorum. Amen.

Fine della Leggenda.

Note

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[1] Alla gentilezza del chiariss. sig. Dott. Rigoli, Bibliotecario della Riccardiana, si professa obbligato l’editore dell’aver ottenuta di là esattissima copia di quel codice scritto sul cominciar del secolo quindicesimo.

[2] Lo aggiunse il Padre Cesari alle Vite de’ ss. Padri ristampatesi in Verona per opera di lui. È quel medesimo che si legge altresì nella Bibbia volgare impressa in Calende d’ottobre nel 1471 senza nota di luogo.

[3] Ubi est spes tua, pro qua eleemosinas et sepulturas faciebas ? Cap. II , 16.

[4] Nolite ita loqui: quoniam filii sanctorum sumus, et vitam illam expectamus, quam Deus daturus est his qui fidem suam numquam mutant ab eo. Ibid., 17, 18.

[5] Gli antichi, per rendere più dolce la pronunzia delle voci che hanno l’accento in fine, solevano talora aggiungervi la vocale e; e per la stessa ragione in alcune altre, dove aggiungere, dove ommettere, e dove mutar qualche lettera: le quali voci s’è creduto bene lasciar nella stampa com’esse stanno nel testo originale, seguendo in ciò l’esempio del Borghini, del Bottari, del Biscioni, del Manni e d’altri valentuomini a’ quali dobbiamo la pubblicazione di molti libri del buon secolo della lingua, e perciò troverassi nella presente edizione andòe, cioè, dae, die, ene, fae, faràe, hae, hoe, mandòe, panie, sae , saràe, tue; ed essemplo, faccendo, permisse, puosono, rispuase, sed, e amaestrare, aviamo, aviate, auto, deviamo, inpoverito e serai, serebbe, solicitare, sopellire, ubbiderai e simili, le quali a questo modo , secondo l’uso di quel tempo, si trovano scritte nella Leggenda.

[6] Qui, ed ancora più sotto, dove trovasi questo verbo senza il suo primo caso, vi si dee sottintender la storia sacra. Dice la storia sacra ec.

[7] Le parole in carattere corsivo mancano nel codice, per essere un picciol foro nella carta.

[8] Nota bel modo: venne il tempo da ciò; tale a dire il tempo opportuno a far ciò; il tempo da dovere ammogliarsi.

[9] E Tobia. Usasi qui la particola e invece di allora. — Allora Tobia ecc. Usolla in questo senso anche il Boccaccio nel Decam., giorn. VIII, nov. 8, allorchè disse: « quando questo fatto avrai, ed io ti dirò il rimanente »; cioè allora io ti dirò il rimanente.

[10] La particella nel luogo presente s’adopera a maniera di riempitivo. I trecentisti la usarono spesso a questo modo. Disse anche Gio. Villani, lib. II , cap. 11 : « Carlo ... dopo molte battaglie e vittorie avute contro a Desiderio, sì lo assedio nella città di Pavia». Ne vedremo altri esempj anche in questa Leggenda.

[11] Soppellire per seppellire è verbo ito affatto in disuso.

[12] Notisi questa bella locuzione : far misericordie per esercitare opere di misericordia.

[13] Vicitare, verbo antiquato: oggi Visitare.

[14] È degno d’osservazione acciecare usato come neutro nel senso di rimanere accecato.

[15] Verbo da non usarsi più.

[16] Stette sempre fermo lauldando Iddio ecc. e sempre lauldava Iddio, e sempre rendea glorie ecc. sarebbe più regolare che e sempre rendendo. Ma i periodi de’ trecentisti, e massime de’ più antichi, non sono sempre i più regolari. Il perchè si è lasciato e sempre rendendo, come ha il manoscritto; e tanto più che la sintassi può reggersi, qualora vi s’intenda anche qui il verbo stette, già espresso di sopra.

[17] Togli la speranza tua è detto qui con acerba ironia. — Or togli; bene ti sta; cogliti il frutto della speranza tua.

[18] Issuto o suto è il vero participio passato del verbo essere. Suto fu adoperato anche dal Boccaccio. Oggidì è voce ita affatto in disuso; laonde mancandoci ora il participio di questo verbo, ce lo fornisce il verbo stare; ein luogo di suto diciamo stato.

[19] È qui da notarsi dire rimproverii. Anche nella Storia della guerra trojana di Guido giudice dalle Colonne trovasi: « e però ne disse molti rimproveri e villanie alla sua donna ».

[20] Io so bene ch’ io t’ho fallito; vale a dire ch’ io ho mancato a te; che io con te non ho adempiuto a quanto io doveva.

[21] la spendi in Dio piacere; cioè che tu la spenda in servigio di lui. Nota costruzione assai singolare. Parmi che qui piacere sia da pigliarsi per verbo, e che in Dio piacere sia lo stesso che in piacere a Dio. Ora la parola Dio quando è nel secondo caso si antepone talora al nome da cui dipende, con sopprimere il segnacaso, come la Dio mercè; per la Dio grazia invece di la mercè di Dio; per la grazia di Dio: ma l’anteporla a questo modo quando è nel terzo caso, come qui, e l’anteporla ad un verbo, è cosa insolita affatto; nè mi sovviene di averne veduto altro esempio.

[22] E che tu ecc. che tu faccia ecc. Questo secondo che è di soprappiù. Se ne troverà un altro esempio anche più sotto; dove si mostrerà per qual ragione, e in qual circostanza credettero talora gli antichi che fosse ben fatto usare un così fatto pleonasmo. — ch’io ti dirò. Il senso è: che tu faccia limosina di quel danaro (o di quell’avere) che io ti indicherò. Sospetto che si sia fatto dall’antico copiatore inavvertitamente dirò invece di darò, che sarà forse stato nell’originale.

[23] Ciòè detto con molto garbo. Il Volgarizzamento impresso in Livorno ha conformemente alla Vulgata: « Grande fidanza sarà la limosina dinanzi al sommo Dio a tutti coloro i quali fanno quella ». In tanto numero di parole il senso n’esce più dilavato: nella nostra Leggenda, tolte via quelle parole à tutti coloro che fanno quella , di cui non è bisogno, perchè già vi s’intendono è più di vivezza.

[24] di tutto ti confida con Domeneddio. Pare che queste parole della Leggenda corrispondano a quelle del sacro testo tutti i tuoi consigli sieno in lui (cap. IV, ver. 2 ): certo è che altre in tutto il Libro di Tobia non ne trovo , che meglio vi si conformino. Io perciò credo che in questo luogo con Domeneddio possa equivalere a in Domeneddio; e non sarebbe miga cosa impossibile che l’antico copista della Leggenda avesse per inavvertenza trascritto con in luogo di in: ma non è questo se non un semplice sospetto; e l’asserir ciò con qualche asseveranza sarebbe temerità. Negli scrittori del trecento si trovano alle volte certe maniere particolari di dire, le quali o non sono passate in uso, o si sono alquanto cambiate con l’andare del tempo; e potrebbe essere che allora confidarsi con alcuno valesse talora lo stesso che confidare in lui; mettere in lui ogni sua speranza. Ben è vero che non saprei addurre altro esempio che questo.

[25] Andrai ecc. se tu vi trovassi ecc. Qui po’ la figura ellissi s’intende a cercare o a vedere, il qual verbo non è necessario che sia espresso; perchè, ancora ch’ esso si taccia, il senso n’è chiaro. A questo modo la locuzione divien figurata, ed acquista maggior grazia. Queste figure grammaticali per altro sono da usarsi di raro per non cader nell’affettazione.

[26] Nota meritare altrui d’alcun servigio per ricompensarlo del servigio che s’è da lui ricevuto.

[27] Col gerundio, in luogo del primo caso fu talora (massime da’ trecentisti) usato il sesto; perchè il gerundio fa in qualche modo l’ufficio di ablativo assoluto: così in questo luogo quell’istando lui equivale al stante illo de’ latini.

[28] Fancello. Forse sincopato da fanticello. Oggi non s’userebbe.

[29] Presto ed alzato ec. Portavansi a que’ tempi vestiti assai lunghi, i quali allorachè alcuno si metteva in cammino, soleva alzare e cingere a’ fianchi, per andar più speditamente. Il testo della Vulgata ha in questo luogo: «Invenit juvenem splendidum, stantem praecinctum, et quasi paratum ad ambulandum». Nel volgarizzamento impresso a Livorno si traduce: « Trovò uno giovane bellissimo, cinto a mezzo, e quasi apparecchiato a camminare». e in quello aggiunto alle Vite de’ ss. Padri nella stampa di Verona: «Trovò un giovane chiaro, il quale era alzato, e quasi apparecchiato a camminare ». Da ciò apparisce manifestamente che qui alzato vale con la veste alzata e cinta affianchi. Anche nel Vocabolario della Crusca, e nel Dizionario Enciclopedico dell’Alberti si nota che andare alzato significa andare colle vesti alzate: e nelle Giunte Veronesi del Vocabolario della Crusca dicesi che alzato vale anche colle vesti raccolte a’ fianchi.

[30] di lungi paesi, cioè di paesi lontani» Haccene un esempio simile anche ne’ Fioretti di s. Francesco. Ivi alla pag. 133 si legge: « Come fuori della porta del luogo e’ furono, e’ si scontrarono in due frati forestieri, li quali pareano che venissero di lungi paesi ». (In questo esempio è da osservarsi pareano accordato col primo caso, quantunque gli susseguiti il verbo messo nel modo congiuntivo, e preceduto dalla particola che. Noi accordiamo il verbo parere col nominativo alla foggia latina quando facciam che lo segua un verbo posto nel modo infinito; e diciam, per esempio: costoro pareano venir di lontani paesi: ma quando mettiamo il verbo che lo seguita nel modo congiuntivo, e davanti a questo la particella che, in questo caso rendiamo il verbo parere impersonale; e diciamo: parea che costoro venissero ecc. )

[31] Nota bellissima locuzione. Altri direbbe : dove t’incammini tu? o pure: dove hai divisato d’andare?

[32] Emedia. Spesso gli scrittori del Trecento alteravano i nomi proprj e gli scriveyano or in un modo ed or in un altro. Il nostro scrittore qui nomina questa provincia Emedia e più sotto Media. I trecentisti per lo più non si piccavano d’essere gran geografi: ad ogni modo il pigliare una provincia per una città è uno strafalcione assai grosso anche per un trecentista. Nel Volgarizzamento impresso a Livorno leggesj nel reame de’ Medi.

[33] Ricade il nostro scrittore anche quinel medesimo errore. I soli nomi di città possono unirsi a’ verbi col semplice segnacaso; e io dirò molto bene mi sto a Parigi ; vo a Londra  ec.; ma non potrò dire: mi sto a Francia; vo ad Inghilterra. Se dunque lo scrittore di questa Leggenda dice qui: di menarmi a Media, ben si vede che veramente egli crede che Media fosse una città.

[34] Osserva bel modo: ti meriterò a tua volontà; che è quanto a dire: te ne darò quella ricompensa che tu vorrai.

[35] Già fa più tempo. Locuzione da osservarsi è anche questa: è già molto tempo, diremmo noi.

[36] Osservisi parimente questa maniera venire al poco, per impoverire. Da questa si potrebbe formare qnest’altra, venire al niente, per ridursi ad una estrema miseria.

[37] Mi hae giudicato. Mi ha sentenziato alla cecità.

[38] Fecero l’albergaria. Andarono ad alloggiare. Oggidì fare albergaria varrebbe piuttosto tenere albergo, che andare ad albergo.

[39] Non devesi usare il pronome di terza persona qualora non sia stata nel nostro discorso nominata prima la persona o la cosa a cui si riferisce il detto pronome, altrimenti non si sa chi sia quegli, o qual sia la cosa a cui devesi attribuir ciò di che si ragiona. Qui si contravviene a questa regola, che pur è tanto essenziale. Ma i trecentisti sono, generalmente parlando, da considerarsi più per la proprietà e la grazia, che per la regolarità e l’esattezza del favellare.

[40] Prima Reginello, di poi Riginello, ed appresso Ruginello. Ho già notato di sopra che gli scrittori del secolo decimo quarto alteravano sovente i nomi proprj. Il testo della Vulgata ha Raguel, che nella nostra lingua si tradurrebbe Raguello. Il volgarizzamento stampato a Livorno ritiene il nome latino.

[41] Al nome di Dio ha più d’un senso. Talora è una foggia di scongiuro, e dinota il gran desiderio che uno ha ch’altri faccia qualche cosa che non vorrebbe fare, come, per esempio, fallo al nome di Dio: risolviti al nome di Dio ecc. Talora vale a riverenza di Dio; in ossequio di lui; a gloria sua; e in questo senso credo che sia qui usato. Nel sacro testo, giusta la Vulgata, l’Angelo, al cap. vi, ver. 17, adducendo a Tobiuzzo la ragione per cui erano morti i sette mariti, dice che il Demonio ha in sua balía, quelli che in menando moglie rimuovono Dio da sè (cioè nol fanno in ossequio di lui), e ad altro non pensano che a dare sfogo alla loro libidine in guisa d’animali senza ragione: e nel verso 22 gli soggiunge ch’egli la piglierà col timore di Dio, e con la intenzione di procreare figliuoli, e non per soddisfare alla libidine. Al parer mio ciò mostra evidentemente che anche nella nostra Leggenda quella al nome di Dio si debba intendere a gloria di Dio; a considerazione di lui; per conformarsi al voler suo.

[42] allatole; allato a lei. —Rarissime volte accade di veder cogli avverbj adoperati i pronomi come affissi. Questo esempio non è da imitarsi.

[43] La grammatica richiederebbe dimonia le quali: ma perchè dimonio è di genere maschile, lo scrittore qui, ponendo in obblio la desinenza femminile, mette il suo relativo nel genere maschile ancor esso. A questo modo la costruzione cessa d’esser grammaticale e diventa logica, A così fatte locuzioni la mente s’acconcia assai di leggieri; ma non così facilmente l’orecchio.

[44] Cioè tutto quello che. L’antecedente quello vi s’intende per la figura ellissi. Se il lettore non ne restasse avvertito dal senso, piglierebbe quel tutto che nel significato di quantunque. Questo aversi a ricredere quando s’è pigliata una cosa in altro senso è increscevole sempre; che certo nessuno ama di confessare a sè stesso ch’egli avea malamente intesa.

[45] Ho notato anche di sopra un altro pleonasmo simile a questo della particola congiuntiva che. Essa si solea dagli antichi talvolta ripetere quando interponevano in mezzo al periodo qualche clausola. Qui la costruzione regolare sarebbe: grande cortesia serebbe di te che tu gli ti facessi incontro: ma perchè tra quelle parole che tu e quelle altre gli ti facessi incontro v’ è interposta la clausola poich’egli è venuto tanta via, vi si ripete la particella che per indicare che le parole le quali seguono debbono essere appiccate alle precedenti che la clausola tiene disgiunte.

[46] Io sospetto che qui dal vecchio copista si sia fatto per isbaglio tornerebbe in vece di tornasse. Certo è che il senso richiede tornasse e non già tornerebbe.

[47] È da osservarsi qui la locazione esser debito per essere debitore; essere obbligato. Anche Matteo Villani (libro VII , cap. 101 ) ha: « che il Dalfino per lo fallo commesso, non si fidava: e ’l conte di Fiandra non era debito di cotanto servigio ». Nella stampa di Venezia del 1562 si dubita se qui si debba leggere debito opur debitore; esi nota nel margine forse debitore (il passo si trova nella detta edizione al cap. 96 ). Ma, oltra che la stampa di Firenze, eseguitasi sopra un manuscritto diverso, ha debito anch’essa, disse anche il Boccaccio (Decam. giorn. X. nov. 3): « quanto voi più pronto stato sete a compiacermi, tanto più mi cognosco debito alla penitenza del mio errore ».

[48] e se’ conforto della mia allegrezza. La idea di conforto suppone la idea di titubazione. Sarebbe stata debole e vacillante l’allegrezza di Tobia il vecchio, se non gliel’avesse renduta consistente l’Angelo con l’assistenza da lui prestata al figliuolo, e con quanto fece in favor di lui. Laonde se’ conforto della mia allegrezza val qui, per mio avviso, tu se’quegli che co’grandissimi servigi tuoi hai data consistenza e durevolezza all’allegrezza mia, che è quanto a dire: tu se’ quegli per la cui opera io passerò lieta la mia vecchiézza e scevera affatto da noje ed affanni.

[49] per la tua bontà che hai in te. Quel tua v’è di soprappiù; ed io credo che l’autore dopo ch’ ebbe scritto per la tua bontà, s’avvisasse che fosse meglio dire per la bontà che hai in te, per dinotare che inTobia la bontà era in certo modo insita, e che indi si dimenticasse di cancellare tua.

[50] Qui ha un po’ di bujo. Esso deriva principalmente dall’essersi costruito il verbo solicitare col secondo caso; di che sarà malagevole il rinvenire altro esempio. Pare che qui si debba pigliar solicitare in senso neutro per prendersi cura, divenir sollecito di che che sia; quantunque in questo significato non trovisi nel Vocabolario, nè sia stato forse usato mai da verun altro scrittore. In quanto poi alla voce merito essa, per quanto a me sembra, qui val ricompensa, guiderdone; che questo significato suol avere la detta voce, quando si trova unita col verbo rendere. Dice dunque l’Angelo, secondo ch’io penso, ch’egli, il quale, come leggesi nel sacro testo, quando Tobia orava con calde lagrime, e lasciava la mensa, per irsene a nascondere i morti nella sua propria casa, e dar loro di poi sepoltura in tempo di notte, aveva già presentate dinanzi a Dio le preghiere di lui, poscia, d’ordine dello stesso Dio, s’era mosso eziandio a pigliarsi sollecitudine della ricompensa che Dio secondo il mondo, cioè anche temporalmente gliene avea destinata. Consisteva questa nella riscossione del danaro già prestato a Gabello; nella vista che gli era stata restituita con la medicina del fiele del pesce; e nella sposa che il figliuolo avea conseguita con ricchissima dote: le quali cose eran dovute alla sollecitudine pigliatasi dall’Angelo nel proccurare a Tobia il conseguimento di così fatti beni.

[51] Ti conforta che tu perseveri la vita ecc. Questo modo di dire merita osservazione. Noi diremmo: sforzati di perseverare nella maniera di vita che hai tenuta fin ora; ovvero: studiati di condurre la vita nel modo che hai fatto infino a qui.

[52] Volse per volle usarono talora gli antichi. I moderni non l’userebbono, se non nel verso, costretti dalla rima. Volse appartiene propriamente non al verbo volere, ma al verbo volgere: nè, standosi alla ragione, tu avresti maggior diritto di scrivere volse per volle, che altri di dire : volgeva per voleva, o volto per voluto.

[53] Osserva questa forma di dire: ebbero la carità con loro in vece di furono caritatevoli.

[54] Alla fine di tutti . Io sospetto che qui di tutti sia errore di penna, e che debba stare alla fine di tutto.

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Ultimo aggiornamento: 09 aprile 2011