F. Bartolomeo da San Concordio

Ammaestramenti degli antichi

1272-1347

Edizione di riferimento:

Ammaestramenti degli antichi raccolti e volgarizzati per f. Bartolomeo da San Concordio, Giuseppe Marghieri editore, Napoli 1836. Con note di Francesco Prudenzano, Tipografia delle Belle Arti, Vico Porta-piccola Concezione Montecalvario N. 24. - Napoli 1856 - (Riprende sostanzialmente l'edizione Manni.)

Alcune correzioni sono state prese dalla seguente edizione:

Ammaestramenti degli antichi raccolti e volgarizzati per f. Bartolomeo da San Concordio, Pisano frate dell'Ordine dei Predicatori, ridotti a miglior lezione coll'aiuto dei Codici e corredati di note dal Prof. Vinc. Nannucci, presso Ricordi e Compagno, Firenze 1840.

Ai giovani studiosi

Gli Ammaestramenti degli antichi raccolti ed ordinati da Fra Bartolommeo da S. Concordio, sono una delle più pregevoli e colte scritture del secolo XIII. Fortunato secolo in cui le lettere italiane furono, quasi dissi, create ed allevate rigogliosamente da Dante, Boccaccio, Passavanti, ed altri meravigliosi Campioni dell’italico linguaggio. Nè l’aureo libro del frate Domenicano va solo distinto pel forbito e colto dettato, e per la frase pura e largamente italiana; che ciò alcerto è pregio eminente e speciale di cosiffatta scrittura. Ma quello che veramente lo rende singolare e di altissima importanza nella ragion filosofica e letteraria, è l’essere in queste pagine raccolta, come ad eletto fascio di fiori, tutta la morale degli antichi sapienti di Grecia e di Roma, e quella dei più dotti Padri e Scrittori della Cattolica Chiesa. Il qual libro ordinato per Distinzioni e Rubriche, dà facile adito a’ giovani che vogliosi si commettono a’ buoni studii, di apprendere e securi percorrere tutte le vie della umana sapienza.

Ma cosiffatta scrittura, ad onta de’ pregi grandissimi che l’adornano, pure essendo una delle primitive dell’italica favella, non cessa di andar maculata di alcuni nei; sicchè in mezzo al molto oro trovasi anche del molto orpello. Al qual proposito noi vi facemmo alcune postille ed annotazioni, le quali altra mira non s’hanno, se non d’avviare le menti alla intelligenza di cosiffatte peregrine scritture. Che il volerlo minutamente annotare dal lato morale e filosofico, sarebbe opera di parecchi e ben doppi volumi.

Nel condurre la presente edizione, noi avemmo a modello la pregevolissima di Firenze fatta per cura del Manni: la qual nostra confessione ci toglie dall’obbligo di più oltre favellarne, conoscendo ciascuno qual merito avesse nelle lettere italiane il mentovato filologo.

La Giunta agli Ammaestramenti, che trovandosi in tutte le edizioni abbiam pur noi ristampata, non è altrimenti, (quantunque pregiabile per la lingua) di Fra Bartolommeo, siccome fu creduto in addietro. Bene lo dimostrò il Moschini, notando un numero di sentenze, quindi tratte, le quali senton troppo di Paganesimo, e le quali sono affatto diverse da quelle del buon Frate Domenicano. Se pure ne’ MSS. cotesta Giunta vedesi agli Ammaestramenti accodata, fu perchè la conformità della materia indusse in errore i Copisti sì che quivi crederono doverla trascrivere. Anche il Trattatello della Memoria Artificiale v’è chi opina, e con molto fondamento, esser opera, piuttostochè di Bartolommeo, di Bono Giamboni. Il volgarizzamento peraltro della lettera dell’Università di Parigi, con che si chiude il volume, a Bartolommeo indubbiamente appartiene [1]. Tutto ciò valga, quand’altro non fosse, a dimostrare il nostro buon volere in riprodurre man mano i migliori e più utili testi di nostra dolcissima lingua, ed offrirli a’ buoni e valorosi giovani. E ciò sarà grato compenso alle nostre assidue ed amorose fatiche.

Fr. Prudenzano.

Comincia il libro

degli

ammaestramenti degli antichi

compilato e fatto e volgarezzato

dal savio Frate e Maestro

frate Bartolommeo da s. Concordio

Pisano

dell’ordin de’ Frati Predicatori

al nobile e savio cavaliere

messer Geri degli Spini

da Firenze.

SAPIENTIUM ANTIQUORUM

EXQUIRET SAPIENS.

Ecclesiastici xxxix.

1. Siccome dice Cassiodoro, lo senno umano, sed [2] egli non è aiutato e restaurato per le cose trovate d’altrui, tosto puote mancare del suo proprio: imperò al savio s’appartiene ched [3] e’ non sia contento di suo senno, ma studi diligentemente di cercare l’altrui. La qual cosa chiaramente ci ’nsegna la scrittura di sopra proposta, che dice: Sapientiam antiquorum exquiret sapiens. Come se apertamente dicesse, che molto saviamente fa, chi la sapienzia degli antichi sollicitamente cerca. Ma perchè la beata sapienzia degli antichi in uno piccolo libro non si potea tutta comprendere; almeno per parte, cioè alquanti loro ammaestramenti avemo curato di raccogliere e mettere in questa Operetta, secondo ’l modo della nostra possibilità. E procederemo in questo ordine. Che noi porremo in prima gli ammaestramenti d’intorno alle cose che sono da natura, siccome sono le naturali disposizioni. Appresso intorno alle cose che sono da nostra operazione, siccome sono virtudi, e vizi. Al di dietro diremo intorno alle cose che sono da ventura, siccome prosperità, avversità, e simili cose. Onde in questo libro sono quattro trattati.

Lo primo è delle naturali disposizioni.

Lo secondo, di vertudi.

Lo terzo, di vizzi [4].

Lo quarto, delle cose da ventura.

Lo primo trattato ha due distinzioni.

Nella prima si contiene delle naturali disposizioni de’ corpi,

Nella seconda, delle naturali disposizioni degli animi.

Delle disposizioni de’ còrpi diremo tre cose.

La prima, della corporale bellezza.

La seconda, della fortezza.

La terza, della sanità.

Di bellezza corporale

RUBRICA I.

1. Corporal bellezza certamente è cosa vana.

2. Salomone ne’ proverbi [5]. Fallace grazia, e vana è bellezza.

3. Ieronimo ad Eustochio. Gli disonesti occhi non sanno considerare la vera bellezza dell’anima, ma pur quella de’ corpi.

4. Gregorio nel primo del dialogo. Stolte sono quelle menti, che vogliono misurare lo merito della persona per qualità di suo corpo [6].

5. Contasi nelle storie sopra il primo libro de’ Re; sì come Samuel profeta, essendo mandato da Dio, che dovesse fare uno Re de’ figliuoli di Isai; fu a lui, e feceli venire dinanzi da sè [7] ad uno ad uno, per dimandare da Dio cui egli volesse [8], che fosse Re. Venne il primo, ch’avea nome Eliab. Era grande, era bello. Samuel credette, ch’e’ dovesse essere Re. Disse Dio: Non mirare lo volto suo, nè la persona sua; che io non attendo a bellezza di corpo, ma considero virtù d’animo.

6. Seneca a Lucillo. Ben pare a me, che errasse colui che disse, ched era di più graziosa la virtù, quando veniva da bello corpo: perocch’ella è sè bella da sè, che niun altro addornamento le bisogna, nè giova.

7. Boezio nel terzo libro de consolatione. Splendore di bellezza è repente e veloce, ed è più fuggevole, che non sono i fiori che appaiono a primavera.

8. Boezio quivi medesimo. Se gli uomini avessono lo vedere del lupo cerviere, e passassono dentro alle cose; chi vedesse nel corpo umano, qualunque fusse il più bello parrebbe il più sozzo. Dunque lo parere bello non è per propria natura, ma per debilezza del vedere degli occhi.

9. L’autore di questo libro. Bellezza spesse volte nemica è d’onestà.

10. Iuvenale. Rada concordia è tra bellezza, e onestà.

11. Ovidio nelle pistole [9]. Briga grande hanno insieme bellezza, e onestà.

12. Ovidio nel libro sinetitulo [10]. Giuocano le belle: quella è casta, che da neuno è stata pregata.

13. Lo filosofo chiamato Secondo. Bellezza è carnale beatitudine, e umana concupiscenzia.

14. Anche l’Autore. Bellezza spesso è segno di mattia [11], e superbia.

15. Petronio. Di rado fa meschianza bellezza con senno.

16. Ovidio fastorum. Algaria è nelle persone belle; perocchè a bellezza superbia va dirietro.

Di fortezza di corpo.

RUBRICA II.

1. Fortezza di corpo spesso è contraria a vigore d’animo.

2. Ieronimo sopra Amos. Fortezza di corpo, debilezza d’animo; e debilezza di corpo le più volte è fortezza d’animo.

3. Ieronimo contra Ioviniano libro secondo [12]. Che bisogno è a savio uomo, e filosofo di Cristo avere tanta fortezza, quanta bisogna a campioni e battaglieri, la quale avendo sia provocato a vizzi? Al vero cristiana sanità sanza [13] fortezza conviene.

4. Autore. Sentenzia è d’Aristotile nel primo della Politica, che gli uomini, forti del corpo mancano dello ’ntelletto, e sono naturalmente servi.

5. Valerio Massimo libro nono. Per molta fortezza delle membra lo vigore della mente addebilisce molto, quasi come natura non voglia donare l’uno, e l’altro bene. Che troppo sarebbe sopra natura umana, che uno medesimo uomo fosse fortissimo, e savissimo.

6. Cato [14]. Senno e consiglio spesso si truova in colui, al quale la natura non ha dato forza.

Di sanitade; Che non si debbia [15] cercare con medicine.

RUBRICA III.

1. Sanità non bisogna di sì cercare, che nostro intendimento sia occupato di soperchia sollecitudine di medicina.

2. Pietro Ravennese in una pistola. Alquanti come piace loro vivono, e sempre sono sani; alquanti non si partono neente [16] dalle regole d’Ipocrate, e continuo sono infermi.

3. Claudio Vescovo di Vienna. Spesse volte sono da schifare i consigli de’ medici, che insieme sono, e non s’accordano; i quali poco dotti, e molto adoperanti col loro molto studiare uccidono molti infermi.

4. Seneca a Lucillo. Schifa i consigli de’ medici, i quali poco dotti, e molto adoperanti, ec. come di sopra [17].

5. Autore. Delle medicine purgative Avicenna pone molti mali nel primo canone; e dice che sono venenose, e che sanza dubbio fiaccano la natura, e invecchiano; e coll’omore [18] ch’era soperchio, votano molto del buono, e traggono grande parte degli spiriti della vita, e indeboliscono la virtù delle principali membra, e di quelle membra che servono loro. Queste cose dice Avicenna in altre molte parole.

6. Verso. Io voglio bene sapere la fisica; ma non voglio vivere secondo essa.

7. Autore. Come medicinalmente vivere non fa per lo corpo; così, e molto meno fa per l’anima.

8. Ambrosio sopra Beati immaculati. I comandamenti della medicina sono molto contrari all’opere di Dio. Ritraggonti dal digiuno: vegghiare non ti lasciano: da ogni intenzione di buoni pensieri ti rimuovono. Però chi a’medici si dà, a sè medesimo si toglie.

9. Bernardo sopra la Cantica. Questo è buono agli occhi, e al capo: quello nuoce al petto, ovvero allo stomaco. Certamente ciascuno quello, che dal suo maestro ha impreso, quello dice. Leggeste voi mai nel Vangelio queste cose? Certo no.

10. Bernardo quivi medesimo. Priegoti, che tu ti pensi d’essere monaco, e non medico; e che non sarai giudicato della tua compressione, ma della tua professione, e opera.

11. Autore. Somma medicina a sanità di corpo, e d’anima è astinenzia. Siccome si dice quaggiù nella sesta Distinzione, Capitolo secondo.

Distinzione Seconda.

Delle naturali disposizioni degli animi.

1. Avemo [19] detto delle naturali disposizioni del corpo; ora diremo delle naturali disposizioni degli animi; e intorno a ciò diremo sei cose.

2. La prima, che ha naturale attitudine ci dispone a diverse cose.

3. La seconda, che la naturale attitudine diventa perfetta per istudio, e dottrina.

4. La terza, che noi dobbiamo intendere a quelle cose, alle quali natura meglio ci dispone.

5. La quarta, che usanza in natura ritorna [20].

6. La quinta, come diverse persone hanno diversi modi, e costumi.

7. La sesta, dello naturale inchinamento inquanto è alla propria patria.

Che naturale attitudine ei dispone a diverse cose.

RUBRICA I.

1. Attitudine naturale a diverse cose dispone, siccome si mostra per esemplo, che diverse membra del corpo ha ordinate a diverse opere.

2. Onde Paolo a’ Romani. Siccome in uno corpo noi avemo molte membra, e tutte non hanno una opera; così noi molti siamo uno corpo. Queste parole spone Agustino dicendo: Ecco che l’Apostolo ci ’nsegna per esempro [21] del corpo dell’uomo, che ciascheduno perse non puote avere tutto, ma l’uno abbisogna dell’altro.

3. Ambrosio degli ofici libro primo. Ciascheduno dee mirare lo ’ngegno suo. Chi è acconcio a leggere, e chi a cantare, e chi ad altro bene.

4. Aristotile nell’Etica libro secondo. Chi ad uno, e chi ad altro siamo acconci per natura.

5. Autore. Sentenza è ancora d’Aristotile, che alquanti sono naturalmente rettori e governatori; e alquanti sono naturalmente suggetti e servi.

6. Tullio nel secondo della vecchia Rettorica. La natura, come se non dovesse avere che dare altrui, se ad uno desse tutto; dà quello bene ad uno, e quello ad un altro, mancando alcuna cosa a ciascheduno.

7. Quintiliano nel libro delle cause. La celestiale provvidenza ha partito [22] i nostri petti, e ingegni di molto isvariamento: e non è minor numero delle forme degli animi, che di quelle delle corpora [23].

8. Seneca declamationum libro terzo. Quella grandezza del parlare di Vergilio faccendo versi molto l’abbandonò, quando sanza versi parlava; e quello gentile parlare di Tullio, quando voleva fare versi, molto gli dicessava. Questo non solamente negl’ingegni vedemo, ma eziandio ne’ corpi, le forze de’ quali non sono tutte acconce ad uno. Colui non ha pari faccendo alle braccia; quell’altro vince a levare uno grande peso. Vieni agli animali. Altri cani sono da porco salvatico, e altri da cervio. I cavalli, avvegnachè velocissimi sie-no, non sono tutti acconci a tirare le correnti carrette.

9. Salustio nel Catilinario. Nella grande abbondanza delle cose natura uno viaggio dimostra all’uno, e un altro all’altro.

Come la naturale attitudine acquista sua perfezione per istudio, e dottrina.

RUBRICA II.

1. Dirà alcuno: se l’attitudini sono da natura, dunque a che bisogna ammaestramento, e studio? A ciò e [24] si puote rispondere per l’esemplo che pone S. Geronimo nel prologo della Bibbia; dov’egli assomiglia lo naturale ingegno alla molle cera, la quale avvegnachè per vertude sua sia tanto acconcia, quanto essere può, neentemeno abbisogna del maestro, che forma le dea [25] .

2. Tullio de Tusculanis libro secondo. Sì come ’l campo, quantunque da sè sia buono, se non è bene studiato [26], non puote essere fruttuoso; così l’animo sanza dottrina.

3. Tullio nel terzo della nuova Rettorica. Certamente l’arte, e lo studio confermano, ed accrescono li beni di natura. I cominciamenti sono dal naturale ingegno, ma la loro perfezione per ammaestramento s’acquista.

4. Valerio Massimo libro quinto. Che pro fa dottrina? Certo fa, che gl’ingegni siano perfettamente ripieni; non, che siano migliori.

5. Vittorino. La natura fa l’uomo acconcio, e l’arte poderoso.

6. Orazio nella Poetria [27]. Io non veggio che pro faccia studio sanza ’l naturale ingegno, nè ingegno sanza studio; perocchè l’uno ha bisogno dell’altro. E pone Orazio l’esemplo del corriere, e del cantatore, e dice così. Chi studia per corso giugnere al palio, molte cose sostiene e fa, per potere venire a suo intendimento: e ’l cantatore, e ’l sonatore in prima teme lo suo maestro, e appara da lui.

Che noi dobbiamo intendere a quelle cote, alle quali natura meglio ci dispone.

RUBRICA III.

1. A quelle cose dovemo noi più principalmente attendere, alle quali meglio natura ci dispone.

2. Ambrosio degli ofici libro primo. Cognosca ciascuno lo silo ingegno; ed a che egli è meglio disposto, a quello s’accosti. Onde prima consideri dietro a che debbia andare: vegga suo bene, e cognosca suoi vizzi, acciocchè al bene intenda, e da’ vizzi si guardi.

3. Grisostomo de nugis curialium lib pr. Troppo è grande male, che nobili ingegni siano occupati in bassi studi.

4. Nella vita de’ Santi Padri. Uno Santo padre domandato da uno frate, che opere dovesse fare, rispuose così: L’opere nostre non sono egualmente per ciascheduno. Abraam fue albergatore di pellegrini; e Dio era con lui. Elia amava riposo, e solitudine; e Dio era con lui. David era molto umile; e Dio era con lui. Dunque ciò che tu vedi, che l’animo tuo secondo Dio voglia, quello fa.

5. Tullio degli ofici libro primo. Ciascuno cognosca il suo ingegno; e quelle cose, alle quali semo più acconci, a quelle ci diamo: e se per alcuno tempo necessità ci constringe ad altro, deesi ponere tutta cura che, se noi non lo facciamo in tutto acconciamente, almeno sieno meno disacconci, che potiamo.

6. Tullio quivi medesimo. In diliberare lo corso della vita, ricorra ciasuno a sua natura.

7. Seneca de tranquillitate animi. Male rispondono gli sforzati ingegni; perocchè contastando [28] la natura, perduta è la fatica.

8. Quintiliano de oratoria institutione libro secundo [29]. Non cercare di fare quello che fare non si può; e non trasmutare la persona da quello che ottimamente fae [30], a quello a che acconcio non è.

9. Quintiliano libro nono. Cognosca sè ciascuno, e consiglio di formare sua opera non prenda solo da’ comuni comandamenti, ma eziandio dalla sua natura.

10. Orazio nelte pistole parla per esemplo, e dice così. Non è il diritto, quando il bue desidera freno e sella d’oro, e adorne coverte; e ’l cavallo che desidera di stare ad arare. E così dico, che ciascuno si dia a quello che è sua arte.

11. Isopo. A niuno uomo mette bene volere farà quello, che natura gli niega.

Come usanza si converte in natura.

RUBRICA IV.

1. Usanza degnamente ponemo tralle naturali disposizioni; perocch’ella si converte in natura.

2. Angustino nel sesto della musica. Usanza è come una fabbricata [31] natura.

3. Basilio nella regola. Non è piccola fatica, che uomo si pieghi e ritragga dalla prima non buona usanza : perocchè costume confermato per lungo tempo ha fortezza di natura.

4. Aristotile nel libro de memoria. Siccome fossa natura, è usanza.

5. Aristotile nel libro problematibus. Dionisio tiranno un tempo bevendo temperato, incontanente cadde in tisica: e non ne potè guarire se non tornando ebbro, come solea essere di prima: perocchè una grande cosa è usanza, che si fa natura.

6. Aristotile nel primo della Rettorica. Smagliante è usanza a natura, siccome presso e spesso con sempre: che natura è sempre, usanza spesso.

7. Aristotile nel secondo dell’Etica. Però è forte cosa usanza, perchè s’assomiglia a natura.

Come in diverse persone hanno diverse disposizioni, e costumi.

RUBRICA V.

1. In diversi uomini sono quasi da natura molti e diversi costumi.

2. Gregorio moralium lib. xix. Chi ha naturalmente modi lieti, e chi tristi; chi temorosi [32], e chi orgogliosi.

3. Gregorio quivi libro trentesimo. Non si conviene a ciascuno uno medesimo modo d’ammonire; perocchè non sono tutti astretti a pari qualità di costumi.

4. Terrenzio in Phormione. Quanti uomini, tante sentenze: ciascuno ha suoi costumi.

5. Tullio de officiis libro primo. Sì come ne’ corpi sono grandi dissomiglianze; alcuni vedemo veloci a correre, e alcuni ad altre cose; così negli animi medesimi sono varietadi molto maggiori.

6. Autore. E aggiunge quivi Tullio molti esempli; del provedimento di Cesare, dell’allegrezza di Lelio, del motteggiare di Socrate, dell’autorità di Pitagora; e poi dice: Innumerabili sono altre dissimiglianze e nature di costumi; e non però da biasimare.

7. Persio. Mille figure d’uomini, e molti colori d’uso. Ciascuno hae [33] suo volere, e non si vive da molti con uno desiderio.

8. Ovidio de arte. Tanti sono ne’ petti costumi, quante sono nel mondo figure. Chi savio è, a tutti si sa acconciare [34].

Del naturale inchinamento in quanto è alla patria.

RUBRICA VI.

1. È uno comune costume, e naturale inchinamento ad amare la patria.

2. Cassiodoro epistolarum libro primo. A ciascuno sua patria è molto cara. Eziandio gli uccelli volanti per aere amano i loro nidi. L’erranti fiere al loro covile si ritornano.

3. Seneca a Lucillo. Così Ulisse desidera e affretta di tornare alla sua isola detta Itaca, come lo Re Agamennone alla sua nobile città d’Atena; che niuno ama la patria, perchè sia grande, ma perchè è la sua.

4. Autore. La cagione di questo amore pare che tocchi Porfirio, quando dice, che la patria è nostro cominciamento, sì come è lo nostro padre.

5. Tullio nella nuova Rettorica libro quarto. Il savio dice fra sè medesimo: La mia patria m’ha nutricato salvamente e onestamente, ed hammi recato infino a questa età, e hammi guernito di buone leggi, e d’ottimi costumi, e d’onestissimi insegnamenti: e e poss’io meritare a quella, onde tanti beni ho ricevuti.

6. Ovidio nel libro de Ponto. La patria, onde l’uomo è nato, tragge con una dolcezza non so io dire chente; e non si lascia dimenticare per cagione niuna.

7. Autore. Talora si conviene di lasciare la patria, acciocchè uomo possa più liberamente darsi a Dio ovvero a studio.

8. Del primo di questi avemo esemplo in Abraam, lo quale per comando di Dio partissi di sua terra, e da tutta sua gente; sì come si dice nel libro del Genesi. La qual cosa spongono i Dottori, che fu per cagione ch’e’ non si potea liberamente dare a Dio, stando in sua terra, e abbiendo [35] impedimento per amore del suo parentado.

9. Del secondo. Cassiodoro epistolarum libro primo. Talora si conviene la patria lasciare, acciocchè uomo possa acquistare senno. Ulisse ltaco, se così non avesse fatto, senza valore e senno a casa si sarebbe rimaso; la cui sapienzia in ciò Omero nobilmente lodò, ched egli avea cercate molte cittadi e genti: perocchè quelli sono più savi, che ammaestrati sono per conversazione di molti uomini.

10. Autore. Ma se noi siamo costretti contra nostra voglia di lasciare la patria, dacchè tanti sono che la lasciano di propria volontà, non si conviene molestamente sostenere.

11. Seneca ad Elbia de consolatione. Non potere dimorare in sua terra pare a te, che sia importevole cosa. Or ragguarda questa moltitudine, alla quale appena bastano le tettora [36] di Roma. Grandissima parte di questa turba è fuori di sua patria. Venuti sono di cittadi, di castella, di ville, di tutto ’l mondo: alcuni per ofici di comune; alcuni per ambasciadori; alcuni per disiderio di studi.

12. Seneca quivi medesimo. Non troverai isbandimento o confini in luogo, dove alcuno non abiti per sua volontà.

13. Seneca quivi medesimo. Che in tua terra tu non possi stare, non è già cosa misera; che tu se’ sè di sapienza pieno, che ben sai, che ogni luogo è patria del savio uomo.

14. Seneca a Lucillo. Sarò sbandito o mandato a confine: là dovunque sarò mandato, farò ragione che indi sia nato.

15. Ovidio Fastorum libro primo. Ogni terra è patria del virtuoso, come ’l mare de’ pesci, e come tutto l’aere è degli uccelli.

Finito è lo trattato primo delle naturali disposizioni.

Ora incomincia il secondo, lo quale è di vertude [37].

Distinzione Terza.

Dell’opere, che sono vie a virtude.

1. Poichè avemo detto delle cose, che pertengono a disposizione naturale, cioè che sono da natura; ora diremo di quelle, che sono dall’operazione nostra, cioè di virtudi, e vizzi. E quanto alle virtudi, in prima diremo d’alquanti modi e opere, per le quali si perviene a virtude; e poi proprio delle virtudi. Quanto al primo diremo di diece cose.

2. La prima, d’abitare seco.

3. La seconda, che la mattina, e la sera uomo dee di sè curare.

4. La terza, che si conviene attendere gli altrui esempli.

5. La quarta, che uomo non dee intendere a molte cose.

6. La quinta, di cominciare, e perseverare.

7. La sesta, che buona cosa è essere ammonito,

8. La settima, di vergogna.

9. L’ottava, di dispiacere alli rei uomini.

10. La nona, di conversare co’buoni.

11. La decima, di conversare cogli antichi.

D’abitare seco.

RUBRICA I.

1. Lo primo atto d’acquistare virtù si è d’abitare seco medesimo.

2. Ecclesiastico. Ricorri in prima in casa tua, e quivi chiama, e ragiona con teco medesimo.

3. Ieronimo ad Eustochio. Rado sia tuo uscire in piuvico; che cagione non ti mancherà, se tu, semprechè averai la cagione, vorrai uscire fuori.

4. Seneca a Lucillo. Lo primo segno di mente bene ordinata parmi, che sia potere stare fermo con seco medesimo.

5. Seneca quivi medesimo. Niuna cosa fa tanto pro all’anima, come posare, e pochissimo con altrui parlare, e molto con seco.

6. Seneca ne’ proverbi. Dilettevole cosa è essere con seco molto continuo; allora che l’uomo s’ha fatto tale, che di sè medesimo si contenti e diletti.

7. Seneca de naturalibus libro octavo. Coloro desiderano moltitudine di cose e di gente, che non sanno patire sè medesimo. Savio uomo ottimamente si concorda con seco.

8. Autore. Che debbia fare colui che seco abita, contiensi in uno verso che dice così: Secum purgatur, orat, legit, et meditatur. La cui sposizione vedremo a parte a parte. Secum purgatur; cioè a dire, che l’uomo seco abitando dee ripensare gli suoi difetti per ammendargli.

9. Gregorio nel prolago [38] del dialogo. Recami secondo mio costume a segreto luogo per ridolermi di me; nel quale ogni cosa che di me mi dispiacesse, mi si dimostrasse palese; e tutte l’opere non diritte che doglia mi solevano fare, s’adunassero dinanzi dagli occhi della mente mia.

10. Seneca a Lucillo. Quando sarai da gente partito, e venuto a segreto luogo, che parlerai teco? dicolti: quello che gli uomini molto volentieri fanno d’altrui; stima e pensa lo male di te medesimo; e più spezialmente tratta quello, che in te è più infermo [39] e difettuoso. Sa’tu quello ch’io faccio, quando io sono in tal riposo? io studio di guarire mia piaga. E di questa materia si conta qui di sotto nel prossimo Capitolo, e anche nella Distinzione xxii. Capitolo vi.

11. Seguita nel detto verso: Orai; cioè che l’uomo in solitudine dee orare; e di ciò apertamente parla Cristo.

12. Nel Vangelio di Matteo. Entra nella camera tua, chiudi l’uscio, e ora il Padre tuo. Sopra la qual parola dice Grisostomo: Niuno sia quivi, se non colui che ora, e colui che è orato; perocchè testimone non aiuta, ma grava [40] lo diritto oratore.

13. Ambrosio nel terzo degli ofici. Non fu Scipione lo primo che seppe non essere solo, essendo solo: seppelo innanzi a lui, e operollo Moisè, il quale quando taceva, allora gridava a Dio; e quando ozioso stava, colle sue orazioni combatteva per lo suo popolo, e colle riposate mani stese a Dio, faceva grandi vittorie. Dunque tacendo parlava, e posando operava. E chi fece mai maggiori cose operando, che costui tacendo, e orando? Certo neuno.

14. D’intorno alla materia dell’orare si conta qua di sotto nella Distinzione ottava, Capitolo secondo e terzo.

15. Seguita nel verso: Legit; cioè che l’uomo nel riposo dee leggere.

16. Ieronimo in una pistola. All’orazione seguiti lo leggere, e al leggere l’orazione; e brieve e dilettoso ti sarà ogni tempo, quando di così belle varietadi lo studierai d’occupare.

17. Seguita nel verso: Et meditatur; cioè che l’uomo dee ripensare dell’alte cose, ed ordinare di sè, e degli altri.

18. Seneca a Lucillo. Or mi credi, che coloro che pare neente facciano, spesse volte maggiori cose fanno; disponendo e trattando le cose umane, e divine.

19. Tullio terzo de officiis. Cato scrisse che Publio Scipione era usato di dire, che egli non era mai meno ozioso, che quando era solo. Veramente magnifico detto, e degno a grande e savio uomo; per lo quale si dimostra, che egli nell’ozio de’ fatti ripensava, e nella solitudine seco parlava.

20. Agellio noctium Acticarum libro secundo. Dicesi di Socrate, ch’egli era usato di stare fermamente il dì e la notte, dall’una mattina all’altra, costante ed immobile; in uno modo stando i suoi piedi, e la faccia e gli occhi volti in una medesima parte; tutto pensoso, e quasi in tal modo sospeso, come l’anima fosse dal corpo levata.

Come la mattina, e la sera uomo dee spezialmente sè medesimo curare.

RUBRICA II.

1. Se la persona non puote continuamente seco abitare; almeno si conviene a ciascuno sè medesimo ordinare la mattina, e la sera.

2. Ieronimo contra Ruffino. Insegnamento è di Pitagora filosofo, che di due tempi spezialmente si dee avere cura, della mattina, e della sera; cioè di quelle cose che dovemo fare, e di quelle ch’avemo fatte.

3. Bernardo a’ Frati del Monte di Dio. La mattina metti ragione della notte passata, e provvediti e ordina del dì che viene. La sera metti ragione del passato dì, e fa ordinamento della notte vegnente.

4. Tullio de senectute induce Catone, come parlasse così. Io al modo de’ Pitagorici, e per confermare e migliorare mia memoria, ciò che in quello dì io abbia detto o udito o fatto, ripenso la sera.

5. Seneca ne’ proverbi. La mattina ti dei tu dare al pensiero delle cose che da fare sono; la sera al ricordamento delle fatte.

6. Seneca nel terzo dell’ira. L’animo nostro si dee chiamare ogni dì a rendere ragione. Così faceva Sestio filosofo; che finito il dì, quando egli era andato a posare, domandava l’animo suo e diceva: Qual tuo male ha’tu oggi guarito? e a qual vizio hai contastato? e da qual parte se’ fatto migliore?

7. Seneca ivi medesimo. Qual cosa potrebbe essere più bella, d’esaminare tutto ’l dì? Chente seguitava quel sonno dopo ’l riconoscimento di sè! Come posato e come libero, quando l’animo era lodato o ammonito, e siccome segreto cercatore di sè e giudicatore de’ suoi costumi, riconosceva sè medesimo!

8. Seneca ivi medesimo. Io uso e tengo lo detto modo, e ogni dì appo me medesimo rendo ragione. Quando lo lume m’è levato dinanzi, e tace mia moglie perchè sa mio costume; cerco tutto ’l mio dì, e nulla mi nascondo, e nulla trapasso. Imperocchè, perchè temere io niuno errore mio? quando io posso dire: vedi noi fare più; aguale ti sia perdonato.

Che si conviene attendere gli altri esempli.

RUBRICA III.

1. Sì come si conviene considerare i suoi detti e fatti; così ancora è molto utile d’attendere gli altrui assempli [41].

2. Iob. Chi mirerà gli uomini, riconoscerà lo suo peccato. Sopra la qual parola dice Gregorio. Viva lezione è mirare la vita de’ buoni uomini.

3. Gregorio sopra l’Ezechiele. Per la fiamma dell’esemplo de’ Santi l’animo del leggitore si accende; vede i forti lor fatti, e molto seco si conturba; perchè non adopera il simigliante.

4. Ambrosio primo de officiis. Propognamo gli asempri degli antichi, i quali nè oscuri sono ad intendere, nè ingannevoli da trattare. Dunque la vita altrui sia a noi specchio d’apparare.

5. Terenzio in Adelphis. Io ammaestro di mirare come in uno specchio le vite degli uomini, e da altrui prendere assempio a sè.

6. Quintiliano de oratoria institutione libro octavo. Proprio è di savio, che quello che in ciascuno è ottimo, egli se può faccia suo.

7. Tullio nel secondo della vecchia Rettorica. Se gli uomini volessero eleggere da molti gli [42] loro migliori costumi, piuttosto che ristringnersi pure ad uno; sarebbono meno superbi, e non tanto perseverrebbono in vizzi, e alquanto più leggiermente uscirebbono del lor non sapere.

8. Tullio primo de officiis. Del movimento degli occhi, e delle ciglia chinate o levate, da tristizia, da allegrezza, da risa, da tacere, da contendere, da alzare, e di bassare boce, [43] e da altri smaglianti cose; leggiermente giudicheremo quello ch’è ben fatto, o quello che no. Nella quale materia è molto utile giudicare delle dette opere per gli atti altrui: imperocchè diviene, non so come, che meglio veggiamo in altrui, che in noi ciascuno mancamento.

9. Seneca declamationum libro primo. Quanti più assempri mirerai, più farai pro. Non è da seguitare pur uno avvegnacchè sia ottimo; perchè ’l seguitato la non diventa pari al principale. Questa è natura delle cose, che sempre la simiglianza è meno, che la cosa vera.

10. Seneca a Lucillo. Lungo viaggio è per ammaestramenti; ma brieve ed efficace per esempli. Platone, e Aristotile, e l’altra grande moltitudine de’ savi più trasse de’ costumi di Socrate, che delle sue parole.

11. Ne’ proverbi de’ savi. Ottima cosa è schifare i vizzi de’ maggiori, e seguitare loro pedate, quando sono dirittamente andati.

12. Cato. Per esemplo di molti appara che fatti dei seguitare, e che fuggire; che la vita altrui è maestra di noi.

13. Autore. Gli esempli muovono più, che le parole. Siccome si conta qua di sotto Distinzione x. Capitolo ix.

Che uomo non dee intendere a molte cose.

RUBRICA IV.

1. Avvegnadioch’e’ bisogni, siccome detto è, di mirare, ed eleggere da molti; non per tanto l’opere e le intenzioni non debbono essere a molte cose.

2. Ecclesiastico. Chi menoma sua opera, riceverà sapienza.

3. Ecclesiastico. Chi si studia di molte cose fare, cadrà in giudicio.

4. Gregorio nel primo del dialogo. Quando l’animo si divide a cose molte, diventa minore a ciascuna: perocchè tanto gli è tolto in ciascuna cosa, quant’egli è occupato a molte cose.

5. Gregorio ne! pasturale. Ciascheduno a ciascuna cosa si truova dispari, quando con mente confusa si sparte a molte.

6. Gregorio quivi medesimo. Un savio provvedutamente vieta dicendo: Figliuolo, non sieno gli atti tuoi a molte cose. Imperocchè la mente non si ricoglie pienamente in ciascuna opera, quando si parte per molte.

7. Cassiodoro epistolarum libro decimo. Lo ’ngegno nostro non dee essere occupato di due cure.

8. Verso. Chi due lievri caccia [44] ad un’ora, talora perde l’una, e talora l’una e l’altra.

9. Aristotile nel quarto dell’Etica. Conviensi ad uomo di grande virtude d’essere operatore di poche cose.

10. Varro [45] nelle sentenze. A nullo luogo viene, chi ogni via che vede, tiene.

11. Seneca nel terzo de ira. All’uomo, che in molte cose intende, non va mai sì diritto ’l dì, che non gli divenga alcuno contrario; lo quale animo suo faccia crucciare o per cagione di persona, o per cagione delle cose.

12. Seneca quivi medesimo. Molte cagioni di lamenti avvengono. Alcuno avrà ingannata la nostra speranza; alcuno l’avrà indugiata; altri l’avrà intrapresa; non vennero le cose come noi disponevamo. A niuno essi data la ventura che, se cerca molte cose, ella risponda a tutte. Però si seguita, che colui, a cui le cose addivengono altrimenti ch’e’ s’avesse posto in cuore, diventa impaziente degli uomini e delle cose; e per levissime cagioni s’adira ora contra la persona, ora contra ’l fatto, or contra ’l luogo, or contro sè medesimo. Però acciocchè l’animo possa essere posato, non si dee a molte cose gittare, nè in atti di molte cose istigare.

Di cominciare, e perseverare.

RUBRICA V.

1. Veramente a qualunque bene noi intendiamo, non dovemo indugiare a cominciare : perocchè ’l principio è grande parte dalla cosa.

2. Nel digesto libro primo. La principale parte di ciascuna cosa lo cominciamento è.

3. Aristotile primo de Caelo. Lo principio è molto maggiore per virtude, che per grandezza.

4. Aristotile nel quinto della Politica. Lo principio è la metà di tutto.

5. Aristotile. Parmi, che più che la metà di tutto, lo principio sia.

6. Orazio nelle pistole. La metà del fatto ha, chi ha cominciate; però comincia a conoscere lo vero, e a vivere diritto: che colui che ’ndugia, è simigliante al villano, che vogliendo passare, aspetta che ’l fiume scorra tutto; e quelli scorre e scorrerà sempre.

7. Verso. Al debile principio spesso seguita megliorata condizione. Simile a questo verso pone Ovidio metamorphoseos libro settimo.

8. Valerio Massimo libro secondo. Usanza è degli uomini, che piccoli cominciamenti spesso proseguitano in pertinaci opere.

9. Autore. Avvegnachè ’l cominciamento del bene non si debbia indugiare, e grande parte della bontà sia avere cominciato; per tanto molto è da curare di perseverare sino alla fine.

10. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Chi perseverà infino alla fine, quelli sarà salvo. Sopra la quale parola dice Grisostomo così. Imperocchè molti al cominciamento sogliono esser ferventi, e alla fine, negligenti; dice Dio: La fine richieggio. Che utilità è de’ semi, che al cominciamento bene mettono erba e fioriscono, e poi invaniscono?

11. Ieronimo nella pistola. Non si domanda a’cristiani lo ricominciare, ma ’l finire. Paolo mal cominciò, ma bene finio. Di Juda si loda lo cominciamento e biasimasi la fine del suo tradire.

12. Cassiodoro epistolarum libro octavo. La natura del bene allora è apprezzata, quando con perseveranza è accompagnata: che minore cosa è le cose lodevoli incominciare, che nel buono proponimento perdurare.

Che buona cosa è essere ammonito.

RUBRICA VI.

1. Sì come le cose cominciate bene si deono recare a fine; così le rie si deono tostamente lasciare. Alla qual cosa perchè spesso giova l’ammonimento altrui, diremo ora, che buona cosa è essere ammonito.

2. Salamone ne’ proverbi. Riprendi il savio, e amerà te.

3. Salamone ivi medesimo. Chi crede al suo riprenditore, sarà molto glorificato.

4. Ecclesiaste. Meglio è essere corretto dal savio, che per falsa lode di stolti essere ingannato.

5. Ambrosio sopra Luca. Più fa prode l’amichevole gastigamento, che l’accusare perturbato. Lo primo reca onesta vergogna; lo secondo amara indegnazione.

6. Gregorio nel decimo de’ morali. Sì come i diritti uomini di quelle cose, che non dirittamente avemmo fatte, reputano la voce della correzione servigio di grande carità; così i perversi reputano, che sia vergogna e disonore.

7. Cassiodoro epistolarum libro undecimo. Ammonitemi sollicitamente di quello che io ho a fare; imperocchè io desidero almeno di ben fare, in quanto sarò gastigato.

8. Aristotile nel quarto dell’Etica. Non si conviene ad uomo di grande virtude di schifare ammonitore.

9. Tullio de amicitia. Ammonire, ed essere ammonito è proprio oficio di vera amistà; e l’uno lo dee liberamente fare, e l’altro volentieri e non contastando [46] ricevere.

10. Tullio primo de officiis. Sì come i dipintori, e quelli che fanno i suggelli, e’ veri poeti, ciascuno vuole che sua opera sia considerata dalle genti; acciocchè se alcuna cosa vi fosse da riprendere, abbia più correttori; e le dette persone sì con seco, e sì con altrui, cercano se mal fatto è; così noi per altrui giudicio e ammonimento molte cose dovemo fare e molte non fare, e mutare, e correggere.

11. Seneca de beneficiis libro quinto. Volere, e potere essere ammonito è seconda virtù: e l’animo ch’è buon suo reggitore, in poche parole è assai ammonito.

12. Seneca terzo de ira. D’essere ammonito lo buono n’è lieto; ma ciascuno pessimo molestissimamente sostiene correttore.

Di vergogna.

RUBRICA VII.

1. Ad ammonigione suole seguitare vergogna; della quale diremo ora.

2. Ambrosio primo de officiis. Bella virtù è vergogna, e soave grazia; la quale ha luogo non solamente ne’ fatti, ma eziandio nelle parole, di non trapassare il modo del favellare, e che nessuna cosa laida suoni nel tuo dire.

3. Ambrosio quivi medesimo. Si come ne’ vecchi ha luogo e si conviene gravezza di costumi, e ne’ giovani uomini accorgimento e prestezza d’operazione; così ne’ più giovani vergogna, quasi un adornamento di natura, è degnamente lodata: la quale in movimento, in portamento, in andare si dee sollicitamente tenere.

4. Gregorio nel pasturale. Quando la mente si vergogna e teme di parere quello, che non teme d’essere; viene poi tempo, che si vergogna d’esser quello, che temeva di parere.

5. Bernardo sopra la Cantica. Come bella e come splendente gemma di costumi è vergogna nella vita, nello portamento, e nella faccia del giovane. Come è vera, e sanza dubbio messaggiera di buona speranza, e mostratrice di buona natura! Ella è verga di disciplina; sconfiggitrice de’ mali; difenditrice di naturale purità; speziale gloria di coscienza; guardiana di fama; onore di vita; sedia di vertude, e di vertude primizia; lode di natura; e segno di tutta onestà.

6. Simaco nelle pistole. Coloro, la cui mente è onesta, loro fronte o ardire vergognoso è.

7. Valerio Massimo libro quarto. Vergogna è madre d’onestà, e maestra d’innocenzia; a’ prossimi è cara, e agli stranieri accettevole; in ogni luogo e in ogni tempo porta innanzi a sè favorevole volto.

8. Seneca a Lucillo. Da nutricare è vergogna; la quale mentrechè nell’animo durerà, avrà luogo speranza di bene.

9. Aristotile nel quarto dell’Etica. A noi pare, che bisogni a’ giovani ch’e’ sieno vergognosi: perocchè vivendo secondo passione, molto peccherebbono; e dalla vergogna sono spesso vietati.

Di dispiacere a’ rei.

RUBRICA VIII.

1. Ma già non si dee uomo vergognare d’essere biasimato da rei; perocchè dispiacere a loro non è cosa da vergognare, ma da molto desiderare.

2. Paolo ad Galatas. Se io piacessi a’ rei uomini, non sarei servo di Cristo.

3. Gregorio sopra l’Ezechiele. Molto è stolta cosa, se noi cerchiamo di piacere a coloro, i quali noi sappiamo che non piacciono a Dio. E poi dice. Il biasimo de’ rei è grande approvamento di nostra buona vita.

4. Boezio terzo de consolatione. Noi avemo massimamente proponimento di dispiacere a’ rei; i quali avvegnachè sieno molti, da dispregiare sono.

5. Seneca de quatuor virtutibus. Cotanto ti sia doglioso d’essere lodato da laide persone, come se fossi lodato per laide operazioni: e sempre sie tu più allegro quando tu dispiaci a’ rei: e ’l mal credere di te da’ rei uomini, contalo per una tua grande loda [47].

6. Seneca de vita beata. Argomento è di dirittura lo dispiacere a’ rei.

7. Seneca de remediis fortuitorum. Male di te parlano gli uomini; ma sono i rei: e dispiacere a’ rei è grande loda; che non puote avere autorità la parola la quale dice colui, che dee essere giustamente dannato.

8. Nel libro delle sentenze de’ filosofi. La lingua malvagia cui ella dice male, io ciò dimostra ch’ egli è molto buono.

9. Autore. Dunque non dee l’uomo essere amico de’ rei, sì come si conta qua di sotto Distinzione xviii. Cap. quarto. Nè dee l’uomo conversare con loro, sì come si conta Distinzione xxi. Capitolo terzo.

Di conversare co’ buoni.

RUBRICA IX.

1. Detto è come si conviene dispiacere a’ rei. E per contrario dee l’uomo studiare di piacere a’ buoni; che certamente loro conversazione fa buono diventare.

2. Nel Salmo. Coll’uomo santo diventerai tu santo.

3. Salamone ne’ proverbi. Chi co’ savi conversa, savio diventa.

4. Gregorio sopra l’Ezechiele. Chi al santo uomo s’accosta, per lo continuo vedere, per l’uso del parlare, per l’esempro dell’operare prende accendimene to in amore di vertù.

5. Isidoro in sinonimia libro secundo. Cerca la compagnia de’ buoni; che se tu sarai loro compagno nella conversazione, tu diventerai compagno nella virtude.

6. Seneca a Lucillo. Niuna cosa veste più tosto l’animo d’onestà, e più tosto fa tornare a diritto [48] le persone inchinevoli al male, come ’l conversare de’ buoni: perocchè a poco a poco entra nel petto, e ha virtù di grandi ammaestramenti lo spesso essere veduto e udito. E in verità ti dico, che lo scontrare medesimo dei savi uomini giova; e ancora è alcuno frutto che si prende dal buono, eziandio quando giace. I’ non ti potrei leggiermente dire com’e’ faccia pro, così com’io conosco che veramente e’ fa.

7. Seneca ivi medesimo. Certi minuti animali quando mordono non si sentono, sì è piccolo ed ingannevole lo pericolo di loro puntura: l’enfiatura medesima non appare fedita. Or questo medesimo ti diverrà del conversare co’ savi: non t’avvedrai come o quando faccia pro, e sentirai che grande pro t’avrà fatto.

8. Seneca terzo de ira. La buona contrada e la buona aere non giovan tanto al corpo, come agli animi non bene sani conversare con migliori di sè. La qual cosa quanto possa cognoscervi vedendo, che le fiere bestie per lo conversare degli uomini diventano mansuete.

Di conversare cogli antichi

RUBRICA X.

1. Ancora conversare cogli antichi è da lodare.

2. Ecclesiastico. Non trapassi da te lo ragionare degli antichi: perocchè egli appararono da’ loro padri, e tu da loro apparerai senno, e saprai rispondere quando bisognerà.

3. Ambrosio primo de officiis. Aggiugnanci agli approvati antichi; che sì come usare cogl’iguali è più dolce, così cogli antichi è più sicuro; il quale con magistero e menamento di vita adornano i costumi de’ giovani.

4. Ambrosio quivi medesimo. Se coloro che non sanno la contrada, vogliendo [49] prendere la via, s’accostano volentieri con chi bene la sa; quanto maggiormente i giovani cogli antichi debbono prendere la via della vita, che è loro nuova, acciocchè errare non possano, e dalla verace strada della virtude non torcano?

5. Ambrosio ivi libro secondo. Bella compagnia vecchi con giovani! quelli sono a testimonia, e quelli altri a sollazzo: l’uno per ammaestrare, e l’altro per dilettare.

6. Gregorio nel primo del dialogo. A me lo ragionare degli antichi sempre è stato in amore.

7. Nell’autentico collatione prima. L’amore giovinile a vertude molto cresce, quando cogli antichi conversano: la quale conversazione è perfetto ammaestramento di loro.

8. Tullio de officiis Leggiermente i giovani in gran bontà salgono, quando co’ savi e famosi usano; per lo quale usare incontanente fanno credere di loro, che eglino debbiano diventare simiglianti a coloro, i quali seguitano.

9. Claudio Vescovo di Vienna. Molto di lode acquistano i giovani in loro costumi, quando eglino de’ fatti che dubitano, ricorron a’ consigli de’ savi.

10. Autore. Ed avvegnadiochè le dette tue autorità, cioè di Tullio e Claudio, parlino de’ savi e dotti; elle si possono assai bene intendere degli antichi; perocchè gli antichi comunemente sogliono essere savi.

11. Iob. Negli antichi è sapienzia; e in chi ha molto tempo è provvidenza.

12. Aristotile nella settima del Politico. Potenzia è ne’ giovani; sapienzia ne’ vecchi.

13. Tullio de senectute. Matta prontezza è della fiorita età; grande senno dell’antica.

Distinzione Quarta

Delle virtù in comune.

1. Ora diremo noi di vertude primieramente in comune; e intorno a ciò diremo cinque cose.

2. La prima, che la naturale figura dell’uomo ci ammaestra a virtù.

3. La seconda, che di raggione di virtù è niuna cosa troppo prendere.

4. La terza, che a virtù s’appartiene di fare, non di sapere tanto.

5. La quarta, che la virtù non istà in miracoli, ma in opere.

6. La quinta, della malagevolezza, o leggerezza di vertude.

Che la naturale figura dell’uomo ci ammaestra a virtù.

RUBRICA I.

1. La naturale figura dell’uomo ci ammaestra di vertude in ciò, che l’uomo per natura è ritto del corpo; che mostra, che dee essere ritto della mente.

2. Ecclesiaste. Considera che Dio fece l’uomo diritto.

3. Agustino nel libro delle ottantatrè questioni. Lo corpo dell’uomo solamente, tra tutti i corpi degli animali terreni, non è chinato in giù, ma rizzato a guardare lo cielo, e le celestiali cose contemplare.

4. Bernardo sopra la Cantica. Dio diede all’uomo la statura e la forma diritta; acciocchè quella corporale dirittura del vile corpo, la quale si vede di fuori, ammonisse l’uomo d’entro [50], lo quale è fatto alla immagine di Dio, di conservare la dirittura sua.

5. Bernardo quivi medesimo. Qual è al mondo più sconvenevole cosa, che nel diritto corpo portare lo piegato ed inchinato animo [51].

6. Cassiodoro in libro de anima. Levato e diritto animale è l’uomo, e sospeso a forma d’uno bellissimo guardiano a ragguardare le sovrane cose.

7. Basilio in exameron. Tutte le bestie sono della terra, e però sono inchinate a terra; ma altra cosa è la pianta celestiale, cioè l’uomo; il quale quanto è da lunga delle bestie per forma corporale, tanto dee essere per bontà d’animo.

8. Boezio de consolatione libro quinto. Solamente le genti umane levano loro cime in alto, e stanno con diritto corpo, come dispregiassono la terra; e se tu, non essendo sconvenevolmente terreno, conosci ’l vero, certamente dèi vedere, che tu, il quale con levata faccia miri ’l cielo, e con aperta fronte dèi levare in alto lo tuo animo.

9. Ovidio metamorphoseos libro primo. Conciossiacosachè tutti gli altri animali siano inchinati, e mirino la terra; diede Iddio all’uomo faccia levata, e ordinóe che mirasse il cielo, acciocchè così ’l volto dell’anima, come quello del corpo fosse a cielo dirizzato.

Che di ragione di vertude è niuna cosa troppo prendere.

RUBRICA II.

1. Dopo l’ammaestramento che ci mostra natura, seguitasi lo primo e generale ammaestramento di tutta virtù, cioè niuna cosa troppo prendere.

2. Paolo a’ Romani. Sia ragionevole lo servigio vostro. E dice la Chiesa. Ragionevole vuol dire con discrezione, e senza niuno troppo; ma che gastighiate i vostri corpi sì temperatamente, che non vegnano meno quanto alla natura, ma che muoiano quanto a’ vizi.

3. Ieronimo in epistola. Fu sentenza de’ filosofi, che le virtù debbono essere temperate; e se passano modo e misura, sono vizi; onde uno de’ sette antichi savi disse: Nulla cosa farai troppo. Lo quale detto fu fatto sì famoso, che poeti lo recarono ne’ loro versi solennemente [52].

4. Ieronimo anche in epistola. Malagevole è in tutte le cose tenere modo, e servare veramente la sentenza de’ filosofi, che dissero: Nulla cosa farai troppo.

5. Cassiodoro epistolarum libro decimo. Lodata è a ragione quella sentenza, che in tutte cose comanda modo: perocchè ’l troppo non è da piacere, eziandio se pare che sia bene.

6. Seneca de tranquillitate animi. Non ci diamo troppo ne’ nostri intendimenti e rangole [53]; trapassiamo in quelle cose, in che gli accidenti ci menano.

7. Terrenzio in Andria. Questo pare a me più sommamente utile, nella vita, cioè che nulla cosa faccia troppo.

8. Autore. Dunque in tutte cose è da tenere lo mezzo.

9. Bernardo de consideratione libro secundo. In te sia non gittarti a basso, non levarti in alto, non andare in lungo, non istenderti in lato: tieni lo mezzo, se non vuogli perdere lo modo: lo luogo mezzano sicuro è, e ’l mezzo è sedia di modo, e ’l modo è sedia di vertude.

10. Cassiodoro epistolarum libro primo. Ottimo è fare le cose temperate sì, che nullo l’ardisca accusare nè biasimare.

11. Nell’autentico collatione quarta. Quello che tiene lo mezzo, ne pare ottimo. E dice ivi la Chiesa. Onde si suole dire: Quegli che tengono lo mezzo, sono beati.

12. Aristotile nel quarto delia Politica. Quello che è mezzano, è ottimo.

13. Aristotile nel secondo dell’Etica. In tutte le cose lo mezzo è da lodare, e l’est[r]emità sono da biasimare.

14. Aristotile quivi medesimo. La virtù è un abito dell’animo ad eleggere ciò che nel mezzo dimora.

15. Tullio primo de officiis. Nelle più cose lo mezzo tenere ottimo è.

16. Orazio in epistola. Virtù è mezzo de’ vizi da ogni parte ritrarti.

17. Massimiano. Certamente maggior grazia si contiene nelle cose mezzane.

Che a virtù s appartiene fare, e non solamente sapere.

RUBRICA III.

1. Proprio di virtù è non solamente sapere, ma imperare.

2. Ieronimo in epistola. Neente vale apparare le cose che fare si debbono, e non farle.

3. Gregorio nel pasturale. Sono alquanti, che con sollecito studio cercano, e truovano gli spirituali comandamenti; ma quelle cose, alle quali collo ’ntendimento trapassano, colla vita le scalpitano.

4. Beda sopra la parola di Giovanni Evangelista dove dice: Se queste cose sapete, beati sarete faccendole; dice così. Imperocchè sapere lo bene e non farlo, non pertiene a beatitudine, ma a condannagione; come disse S. Iacopo: Chi sa il bene e nol fa gravemente pecca.

5. Crisostomo sopra Matteo. Odanti gli uomini piccole cose comandare, e vegganti grandi cose fare.

6. Gregorio Nazianzeno in Apologetico. Que’ mi pare il savio, lo quale poche cose di virtù ammonisce e parla, e molte ne mostra in suoi atti e opere.

7. Aristotile nel primo magnorum moralium. Non disse bene Socrate, che le virtù fossero scienze; perocchè nelle scienzie insieme viene sapere la scienzia e essere scienziato; come chi sa medicina, incontanente è medico: e simigliantemente è nell’altre scienze. Ma nelle virtù non è così; che chi sa la giustizia, non è però giusto.

8. Aristotile nel secondo dell’Etica. Alle virtudi lo sapere poco o neente vi fa.

9. Autore. Aristotile in quel medesimo libro pone questa sentenza; che quegli, il quale crede essere virtuoso solamente per sapere, è simigliante allo ’nfermo, che ode ’l medico, e di quello ch’e’ dice non fa neente.

10. Seneca a Lucillo. Quelle cose che tu appari, chiavaleti [54] nel petto, che non ne possano uscire, quando verrai alla pruova; perocchè non basta solamente averle in memoria, ma sono da mettere in opera. Non è beato chi le sa, ma chi le fa.

11. Ne’ proverbi de’ Savi. Neente giova avere apparato ben fare, se da ciò ti dicessi [55].

Che la virtù non istà in miracoli, ma in opere.

RUBRICA IV.

1. Conciossiacosachè a virtù s’appartenga operare secondo lei; però sanza l’opere eziandio i miracoli non possono valere.

2. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Chi fa la volontà del padre mio il quale è in Cielo, egli entrerà nel Regno di Cielo; e molti mi diranno in quel dì: Messere, or non profetammo noi nel nome tuo? e nel nome tuo cacciammo le demonia? e nel nome tuo facemmo molti miracoli? Ed allora io risponderò e dirò: Io non vi cognobbi [56] mai. Sopra la qual parola Ieronimo dice così. Profetare, e fare miracoli, e cacciare demonia, talora non è per merito di colui che questo fa; ma lo chiamamento del nome di Cristo fa queste cose o per condannagione di coloro che ’l chiamano, o vero per utilità di coloro, che le dette cose veggono o odono.

3. Augustino, ed è nel Decreto, prima, questione prima. I Magi di Faraone facevano simiglianti miracoli come Moisè; lo popolo d’Isdrael non faceva miracoli. Dico io: quali dovevano essere salvi appo Dio? quelli che facevano miracoli, o quelli che no? Piero Apostolo suscitò il morto: Simone mago in quel tempo fece molte cose. Erano certi cristiani, i quali non potevano fare quello che faceva Piero, nè quello che faceva Simone; ma solamente in questo s’allegravano, che i nomi loro erano scritti in Cielo.

4. Gregorio nel primo del dialogo. Lo vero pesare della vita è nella virtù dell’opere, e non nel mostrare de’ miracoli.

5. Gregorio nel ventesimo de’ morali. Lo provamento della santità non è miracoli fare, ma il prossimo come sè medesimo amare; di Dio sentire lo vero, e del prossimo stimare meglio, che di sè.

6. Grisostomo in omelia. Nè fede nè miracoli vagliono, se non v’è la vita buona.

Della malagevolezza, o leggerezza di vertude.

RUBRICA V.

1. Assai avemo detto d’operazioni secondo virtude; ma ultimamente diremo se operazione secondo virtù è malagevole, o leggiere. E primamente puote parere che sia malagevole.

2. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Intrate per la stretta porta.

3. Gregorio sopra l’Ezechiele. Assai è stretta porta tutte cose lasciare; solo Dio amare; prosperità o altezza non cercare; avversità non temere.

4. Seneca septimo de naturalibus. Malagevolmente si truova virtù; guidatore e reggitore ci bisogna; e sanza maestro s’appara pur vizi.

5. Aristotile nel secondo dell’Etica. Lo peccare addiviene in molti modi; lo diritto operare solamente in uno modo. Però questo è malagevole, e quello è leggiero.

6. Aristotile quivi medesimo. Malagevole è essere buono; perocchè in ogni cosa è malagevole pigliare lo mezzo; sì come nel tondo non può trovare ogni uomo lo mezzo, se non quegli che n’ha la scienzia.

7. Autore. Per contrario puote parere, che sia leggiere.

8. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Lo giogo mio è soave, e ’l peso mio è lieve.

9. Gregorio nel quarto de’ morali. Qual grave cosa a collo ci pone colui, che comanda di schifare ogni desiderio lo quale perturba noi? e colui, ch’ammonisce di lasciare ogni faticosa via di questo mondo?

10. Ilario sopra Matteo. Qual cosa è più soave, che quel giogo? qual è più leggiere, che quel peso? diventare approvato, astenersi da malvagità, bene volere, male non volere, amare tutti, odiare neuno, l’eternali cose acquistare, delle presenti preso [57] non essere, non volere fare altrui quello, che sarebbe molesto a sè?

11. Seneca secondo de ira. Non è, come ad alcuno parve, dura e aspra la via delle virtù per piano vi si va: molto è più malagevole fare queste cose che voi fate. Qual cosa è più quieta, che ’l riposo dell’animo. Che è più faticoso, che l’ira? Quale cosa è più posata, che benignitade? Qual è più occupata, che crudeltate? Posasi l’onestade; lussuria occupatissima è. Alla fine osservamento di ciascuna virtude è leggiere: i vizi molta fatica e spesa richieggiono.

12. Seneca a Lucillo. Che è quello, che addomanda la ragione dall’uomo? Una cosa leggierissima, cioè secondo natura vivere.

13. Autore. Della detta quistione si puote rispondere; che l’operazione della virtude sia malagevole nel principio, poi agevole, e alla per fine è molto dilettevole.

14. Gregorio sopra l’Ezechiele. La via di Dio agl’incominciatori è stretta, e a’ perfetti molto larga; e dure cose sono quelle, che contra l’uso nell’animo propognamo; e sì è lo peso di Dio lieve, poichè l’avemo incominciato a portare.

15. Ieronimo a Celanzia. Aspra e non soave la via di virtude ci ha fatto lo troppo usare de’ vizi: onde se tu la rivolgi alla contraria parte, troverai la via della giustizia molto lieve.

16. Bernardo ad Eugenio libro primo. Prima ti parrae [58] alcuna cosa importabile; dopo alquanto tempo, se vi t’ausi, giudicheràla non tanto grave; indi a poco sentiràla leggiere; indi a poco non la sentirai; indi a poco molto ti diletterà.

17. Aristotile nel secondo dell’Etica. Segno di fermata virtù dovemo prendere, quando l’uomo si diletta nell’operare; sì come chi dalle ree corporali delettazioni si parte, e in questo si rallegra, questi è lo vero temperato.

18. Tullio nel quarto della nuova Rettorica. Ottima ma forma di vivere è da eleggere; e l’usanza la farà essere molto gioconda.

Distinzione Quinta.

Di cose rade e malagevoli.

1. Imperocchè virtù è cosa rada, e in alcuno modo malagevole, secondo che detto è; per questa cagione poichè avemo detto alquanto di virtù, diremo un poco di cose rade, e malagevoli; e porremo tre capitoli.

2. Lo primo, che ogni cosa rada è di più cara.

3. Lo secondo, che ogni cosa che è avuta malagevole, è di più amata.

4. Lo terzo, della malagevolezza e radezza di conoscere se medesimo.

Che ogni cosa rada è di più cara.

RUBRICA I.

1. Dico primo, che ogni cosa rada è di più cara.

2. Nel primo de’ Re dice così. In quel tempo lo parlare di Dio era prezioso. Dice la Chiosa [59]; cioè era rado.

3. Ambrosio in sermone. Sì come per lunga conversazione si suole generare dispregio; così per la radezza s’accende reverenza.

4. Ieronimo, ed è nel Decreto, distinzione 93. Ogni cosa che è rada, è di più desiderata. Lo poleggio [60] appo quelli d’India è più caro, che ’l pepe.

5. Arrighetto. Ogni cosa che è spessa, diventa vile per molto uso. Ogni cosa che è rada, suole essere più cara. Lo prezioso pepe appo quelli d’India è più vile, che ’l noleggio.

6. Zozinio Papa distinzione 93. Rada cosa è, qualunque grande è.

7. Cirillo sopra Luca, dove dice che niuno profeta è accetto nella patria sua, dice così. Sono dispregiate quasi sempre eziandio l’ottime cose, quando non rade vengono, ma halle l’uomo a suo volere; onde lo molto famigliare, perocchè è sempre presto, perde la reverenzia de’ suoi conti.

8. Cassiodoro epistolarum libro octavo. Nel continuare delle cose si genera fastidio. La dolcezza del mele a chi ’l continua [61] viene dispiacevole. Lo tempo sereno, quantunque sia molto desiderato, se molto si continua, dispiace molto alle persone.

9. Tullio de amicitia. Tutte cose molto nobili e preclare, sonomolto rade.

10. Tullio nell’Orazioni. Tutte cose desiderate più dilettano, che quelle che sono continuamente avute.

11. Valerio Massimo libro secondo. Ciò che è in alto posto, acciocchè sia in più reverenzia, dee essere levato dalla vile e molto comune usanza.

12. Nel Digesto libro primo. Per la conversazione iguale, nasce dispregio della dignitade.

13. Seneca nel quarto de naturalibus. Noi semo così per natura composti, che le cotidiane cose, eziandio se siano molto maravigliose, noi le lasciamo andare; e per contrario le piccole cose, se rado intervengono, ci dilettano di vedere.

14. Seneca declamationum libro quarto. Ciò che disusato è, quello nella moltitudine notabile è.

15. Seneca de’ benefizi libro primo. Quello, che tu vuogli che grazioso sia, fa che sia rado; sì come eziandio i vili frutti, e che dopo pochi dì verranno in fastidio, dilettano altrui, quando vengono molto primaticci.

16. Apulegio de Deo Socratis. Conversazione partorisce dispregio; e radezza genera maravigliamento.

Che le cose malagevoli sono più amate.

RUBRICA II.

1. Sì come le cose rade sono care, le malagevoli sono poi più amate.

2. Augustino nel secondo de doctrina Christiana. Neuno dubita, che le cose con malagevolezza cercate, sono poi più graziosamente trovate.

3. Ugo de arca Noe. Cotale è il cuore dell’uomo, che se quello che ama non può acquistare, allora s’accende a vie più desiderarlo.

4. Cassiodoro epistolarum libro nono. L’umana condizione ha questo, che le cose tosto acquistate gli sono in fastidio; e ogni cosa preziosa, s’ell’è offerta, avvilisce; e per contrario più dolce è ricevuto quello, che con alcuno indugio è dato.

5. Cassiodoro libro secondo. Suolsi di leggiere lasciare ire quello, che sanza malagevolezza si poteo avere.

6. Aristotile nel terzo della Topica. Molto di più amiamo, quando noi avemo quello, che non fu leggiere ad acquistare.

7. Aristotile nel secondo della Rettorica. Di quello, che noi non avemo, è la grande concupiscenzia: e quanto la cosa più ci bisogna, tanto più sommamente si desidera.

8. Seneca a Lucillo. Molti trapassano le cose aperse, e cercano le nascose e rinchiuse; il furo [62] delle cose molto serrate si sollicita: vile pare ciò che paleso è.

9. Ovidio sine titulo. Ciò che si conserva e serra, è più desiderato; come la preda chiama e invita il furo.

10. Prospero. D’ogni cosa proferta s’avvilisce il pregio.

Della malagevolezza, e radezza di conoscere se medesimo.

RUBRICA III.

1. Una cosa speziale massimamente rada, e sopra l’altre malagevole puosono [63] gli antichi, che fosse conoscere se medesimo. Onde eziandio Giesù Cristo agli apostoli disse:

2. Nel Vangelio di Marco. Vedete e cognoscete voi medesimi.

3. Augustino nel quarto de Trinitate. Più lodevole è l’animo, dal quale è conosciuta eziandio la ’nfermitade sua, che quegli il quale non mirandola, cerca il corso delle stelle e briga di saperlo; o vero che quegli che già lo sa.

4. Gregorio sopra l’Ezechiele. Scritto è: Saranno gli uomini amanti di se medesimo: e sapemo, che amore privato ismisuratamente chiude l’occhio del cuore.

5. Vincenzio nello speculo. Sentenzia di Teofrasto fu, che ciechi sono i giudici degli amanti: onde imperocchè uomo ama se medesimo più che gli altri; nel suo giudicio più leggiermente s’inganna.

6. Egidio de regimine Principum libro terzo. La maggior parte degli uomini sono ingannati di loro medesimi, e credono più valere e più savi essere; e nelle cose più vedere, e più parlare al fatto, che non è la verità.

7. Bernardo de interiori homine. Molti molte cose sanno; se medesimo non sanno.

8. Bernardo quivi medesimo. Studia di conoscere te; e se ti conoscerai, tu sarai migliore e più da lodare, che se lasciando te, tu conoscessi lo corso delle stelle, le virtù dell’erbe, le complessioni degli uomini, le nature degli animali, e averai scienza di tutte le cose terrestri, e celestiali.

9. Basilio sopra Luca. Parmi veramente, che ’l conoscimento di se medesimo è più gravissimo di tutti altri conoscimenti.

10. Aristotile nel secondo magnorum moralium. Malagevolissima cosa è se medesimo conoscere.

11. Autore. Non solamente in ispezialtate in ciascheduno è grande cosa se medesimo conoscere; ma eziandio in comune sapere che cosa è uomo.

12. Ambrosio sopra Beati immaculati. Che cosa è conoscere se, se non che sappia ciascuno, ch’egli è uomo ad immagine e similitudine di Dio fatto; con animo ragionevole, il quale dee la terra del cuore suo, come buono villano, diligentemente lavorare, e studiare con aratro e falce di vera sapienzia; sì che quello che v’è duro spezzi, e quello che mal cresce ricida; e il quale con imperio d’animo debbia governare tutte le sue corporali parti?

Distinzione Sesta.

D’astinenza.

1. Ora diremo noi di ciascuna virtude in ispezialtate; e prima diremo d’alquante virtudi, che partengono alla propria perfezione; e appresso di quelle, che partengono alla comune conversazione; e di ciò diremo nella quartadecima Distinzione. Quanto al primo diremo in prima d’alquante virtudi, che appaiono di fuori, sono quasi corporali: appresso di quelle d’entro, e quasi spirituali; e di ciò diremo nell’ottava Distinzione. Quanto al primo di questi diremo d’astinenzia: poi della virtuosa apparenzia. Dell’astinenzia diremo due cose.

2. La prima, come astinenzia s’accorda colla natura.

3. La seconda, come astinenzia adopera sanità.

Che astinenza, s’accorda colla natura.

RUBRICA I.

1. Astinenzia in quanto è di poche cose contenta, s’accorda colla natura, alla quale poche cose bastano; sì come chiaramente ci ’nsegna.

2. Ecclesiastico. Cominciamento della vita dell’uomo fue solamente pane ed acqua.

3. Ieronimo contra Ioviniano libro secondo. Le corpora nostre hanno solamente bisogno del cibo, e del bere: e dove è pane, e acqua, o altre cotali cose, sodisfatto è alla natura. Ciò che sopra questa sarà, non è a necessità della vita, ma al disordinamento del vizio.

4. Autore. Di questa materia Ieronimo di Eustachio reca più esempli delia Scrittura. Uno d’Elia, al quale disse l’Angelo: Sta su e mangia. E poi dice, che a capo suo era un pane soccenericcio, e uno vaso d’acqua. L’altro di Eliseo, quando essendo venuta gente per prenderlo, la quale per inganno fu menata da lui nella città del Re loro nemico; comandò Eliseo, che fossero onorati, e fatto loro convito; e disse: Poni lor pane, e acqua. Lo terzo dì Daniele, il quale dilettevole pane non mangiò, e desiderevole vino non bevè: e che Dio gli mandò lo desinare, non delle dilettevoli imbandigioni del Re, ma quello de’ villani, che ricoglievano grano d’Abacucco.

5. Boezio secondo de consolatione. Se tu vuogli [64], adempiere il bisogno in quanto basta alla natura, nulla cagione hai di domandare abbondanza di cose: perocchè natura di poche e minime è contenta; la quale poichè ell’è saziata, se ’ncalcare [65] la vorrai del soperchio, quello che vi metterai o non ti sarà dilettevole, o saratti nocivo.

6. Seneca a Lucillo. Alla natura solo pane, ed acqua bisogna: a questo avere niuno è povero.

7. Seneca ed Elbia. Quanto è al desiderio niuna cosa è assai; quanto è alla natura, assai è poco quello che basta.

Come astinenzia fa sanità.

RUBRICA II

1. Conciosiacosachè alla natura poche cose bastino, indi seguita che astinenzia fa sanità.

2. Ecclesiastico. Da molte vivande infermità viene, e per lo loro desiderio moltiplicano mali omori, e per la loro abbondanza molti sono già morti; ma chi astinente è, s’accresce la vita.

3. Ieronimo in epistola. Madre di sanità è astinenza; madre d’infermità è abbondanza.

4. Ieronimo contra Ioviniano libro secondo. Legghiamo d’alquanti, che erano nelle mani molto gottosi, e di grandi podagre ne’ piedi molto infermi, e furono isbanditi, e’ loro bene piuvicati, sicchè vennero a sottile mensa e poveri cibi, e per questo guerirono: imperocchè mancò loro la sollecitudine del dispensare della casa, e larghezza di vivande, le quali corrompono il corpo, e l’animo.

5. Ieronimo quivi medesimo. D’erbe, pomi, e di legumi leggiere apparecchiamento è, e arte e spese di cuochi non vi bisogna; e senza cura sostiene, e temperatamente si prende, non si divora con desiderio. Ma per diversità di carne e diletto di savori si genera lo enfiamento; e molte infermità sono concitate per la grande sazietà.

6. Ieronimo a Rustico. Lo poco e temperato cibo al corpo, e all’anima è utile.

7. Crisostomo sopra la pistola ad Hebraeos. Niuna cosa così adopera sanità, niuna cosa così mantiene sottili i sentimenti, e così caccia la ’nfermità; come ’l temperato vivere.

8. Seneca a Lucillo. Di molte vivande molte infermitadi.

9. Didimo Re de’ Brammani ad Alessandro. La generazion de’ Brammani con pura e semplice vita vive. Niuna cosa desidera più che ragione di natura domanda: indi è che niuna ragione d’infermità, nè niuno loro nome tra noi si canta: ma stiamo in continua sanità. Remedio e medicina a noi temperanza è; la quale non solamente può curare le infermità già venute, ma eziandio puote fare che non vengano.

10. Agellio nel secondo noctium Acticarum. Truovasi di Socrate, che fu di tanta temperanza, che per questa cagione quasi tutto ’l tempo della vita sua non si sentì mala voglia.

Distinzione Settima.

Dellapparenza, e degli atti.

1. Ora diremo noi dell’apparenzia e de’ portamenti; e intorno a ciò diremo tre cose.

2. La prima, che l’apparenzia e’ portamenti dimostrano la condizione della persona.

3. La seconda, del modo che si dee tenere nel riso.

4. La terza, del modo del tacere.

Che l’apparentia e ’l portamento dimostrano la condizione della persona.

RUBRICA I.

1. Nell’apparenzia e ne’ portamenti si dee tanto più diligentemente servare regola d’onestà, quanto gli atti dimostrano quello che la persona è.

2. Ecclesiastico. Lo cuore dell’uomo muta la faccia sua così in bene, come in male.

3. Ecclesiastico medesimo. Dal viso conosce l’uomo, e dal rincontro della faccia è conosciuto il savio. Lo vestire dal corpo, e ’l ridere dell’uomo, e ’l suo entrare dimostrano apertamente di lui.

4. Augustino nella regola. Nell’andare, nello stare, nell’abito, e in tutti i movimenti nostri non sia fatta cosa, che offenda il vedere altrui, ma che si convenga alla nostra santità.

5. Ambrosio primo de officiis. Nel movimento, e nell’andare, e negli atti si dee tenere onestà; che l’abito della mente si conosce nell’atto del corpo; per lo quale lo cuore dell’uomo nascoso è conosciuto che sia lieve, o vaniante, o pieno di sozzura; o vero per contrario, grave, costante, puro, e maturo.

6, Ieronimo a Furia. Specchio della mente è la faccia; e gli occhi, anche che tacciano, confessano li segreti del cuore.

7. Ugo de disciplina monachorum. Per gli atti di fuori di bene o di male, si dimostra agli occhi de’ venditori la qualitade dell’animo d’entro.

8. Cassiodoro epistolarum libro sesto. A’ solleciti cercatori spesse fiate nella faccia si manifesta quello, che colla lingua si tace.

9. Autore. Li detti che seguitano qua di sotto, parlano nel conoscimento dell’uomo in bene.

10. Ecclesiastes. La sapienza dell’uomo riluce nella faccia sua.

11 Cassiodoro epistolarum libro octavo. Tali si conviene d’essere gli uomini dello ’mperiale palagio, che per dimostramento di fronte aprano i beni della loro natura, e possano essere conosciuti da’ costumi, quand’eglino sono veduti; che spesse fiate, quantunque L’uomo sia bel parlatore, non è apprezzato se tace. Ma colui è sempre in onore, il quale come ha posato l’animo, hae sempre lo composto aspetto.

12. Seneca a Lucillo. Come a savio uomo si conviene composto andare; così si conviene composto e non affacciato [66] parlare.

13. Autore. Questi seguenti detti parlano del conoscimento in male.

14. Agustino in Regula. Lo disonesto occhio è nunziatore del disonesto cuore.

15. Ieronimo sopra l’Ezechiele. Nel volto e negli occhi non si può coprire la coscienza. che la lussuriosa, e vana mente nella faccia riluce.

16. Cassiodoro epistolarum octavo. Il superbo si diletta dello svariato andare; l’iroso si conosce dell’acceso isguardare; il frodolente del mirare pur a terra; i lievi per sempre trasmutare gli occhi,

17. Tullio primo de officiis. Or mira la faccia degl’irati, o di coloro, che per alcuna grande voglia o per paura sono commossi; o di coloro, che di grande diletto s’allegrano: di tutti costoro voce, e movimento, e stato si muta.

18. Seneca a Lucillo. L’uomo disonesto nell’andare si dimostra, e nel muovere delle mani; e talora pure in una risposta. L’uomo ardito talora per una risa si conosce. L’uomo matto e nel volto, e nell’abito si mostra.

19. Ovidio, metamorphoseos libro secondo. O come è malagevole, che nella faccia non si mostri ’l peccato!

Dell’ammodamento del riso.

RUBRICA II.

1. Tra l’altre cose degli atti di fuori, si dee spezialmente temperare il riso.

2. Ecclesiastico Lo matto nelle risa innalza la voce sua; ma il savio malagevole ride pur chetamente.

3. Ecclesiastes. Com’è lo suono delle spine ardenti, così è lo riso dell’uomo stolto.

4. Ieronimo lodando Nepoziano dice così. Nelle sue risa avresti potuto cognoscere gaudio, ma non romore.

5. Ieronimo a Demetriade. Ridere d’altrui, ed esser riso di te, lascia a’ mondani. Alla tua persona gravezza conviene.

6. Ieronimo quivi medesimo. Scrive Lucio, che Marco Crasso solamente una volta rise in tutta la vita sua.

7. Basilio nella regola. Segno è di poco attemperamento portarsi non compostamente nel riso; perocchè si conviene solamente sorridendo mostrare letizia. Sozza cosa è levare risa con risonante romore: la quale cosa, per la poca attegnenza [67] suole talora addivenire contra il volere della persona: il quale fatto ammolisce e discioglie tutta la fermezza dell’animo.

8. Gregorio Nazianzeno in sermone de’ Monaci. Non ridono mai, ma piacevolmente sottoridono, costringendo ogni distemperamento di riso.

9. Seneca de quatuor virtutibus. Da riprendere è il riso, sed egli è troppo, se è garzonevolmente sparto, se è femminilmente dirotto. E odievole uomo fa lo riso o superbo e chiaro, o vero quello che viene dall’altrui male.

10. Seneca quivi medesimo. Sia il tuo riso sanza romore, e la tua voce sanza grido, e ’l tuo andare sanza disordinamento.

Del tacere.

RUBRICA III.

1. Sì come si dee attemperare lo riso; così è ancor più lo parlare, saviamente tacendo.

2. Salamone ne’ proverbi. L’uomo savio molto tace.

3. Ecclesiastico. Se la persona è tacente, dico che quegli è savio.

4. Iacopo Apostolo. Sia ogni uomo pronto ad udire, e tardo a parlare.

5. Ambrosio primo de officiis. Molti hoe [68] io veduti, che parlando hanno fallato; ma appena vidi mai niuno, che fallasse tacendo: però saper tacere è più malagevole e meglio, che parlare, lo so che molti parlano, che tacer non sanno; ma molto è rado il tacere, a cui il favellare non giova.

6. Gregorio sopra l’Ezechiele. Dice Salamone: Tempo di tacere, e tempo di parlare. Non dice: Tempo di parlare, e tempo di tacere: perocchè, noi non dovemmo, parlando imparare a tacere; ma tacendo imparare a parlare.

7. Isidoro nel secondo della sinonima. Ama più udire che parlare. Al cominciamento odi; diretano [69] parla: prima taci; alla fine dii [70]. La fine hae più d’onore; e meglio è la fine del ragionamento, che non è il principio.

8. Seneca de moribus. A questo ti brica, che tu più volentieri odi, che favelli.

9. Ne’ proverbi de’ Savi. D’aver parlato ben mi son io talora pentuto; ma d’avere taciuto non giammai.

10. Ivi medesimo. Chi non sa tacere, non sa parlare.

11. Macrobio primo Saturnalium. Conciosiacosachè ’l dicitore non sia altrimenti provato, che dicendo; lo filosofo non meno mostra la filosofìa tacendo al tempo, come al tempo parlando.

12. Cato. La prima e la somma virtù reputo io, che sia costrignere sua lingua. Prossimano [71] è a Dio, chi per ragione sa tacere.

13. Autore. Dunque la lingua taccia, e le buone opere parlino.

14. Seneca secondo de beneficiis. Le cose parlino tacendo noi.

15. Nelle sentenze de’ filosofi. Agesilao fu domandato da uno, come potesse piacere altrui; rispuose: Se farai cose ottime, e parole poche.

16. Verso. Quando fai il servigio, fallo in pace e tacendo: poich’è compiuto, saviamente ti parti.

17. Ed a questa materia si puote recare ciò, che si dice qua di sotto nella trentesima sesta Distinzione, dove si parla della lingua.

Distinzione Ottava.

Di vigilie, e orazioni.

1. Da poi ch’avemo detto d’alquante virtù che sono di fuori, e quasi si pertengono al corpo; ora diremo di quelle d’entro, e che si pertengono all’animo. E prima diremo di quelle che si pertengono a vegghiare, e orare. Secondo di quelle che si pertengono a studiare : e di questo cominceremo a dire nella seguente Distinzione. Terzo di quelle che si pertengono a provvedere; e questo cominceremo a dire nella duodecima Distinzione. Quanto al primo diremo tre cose.

2. La prima di vegghiare.

3. La seconda, che a chi vegghia si conviene d’orare.

4. La terza, che si dee nell’orazione domandare.

Di vegghiare.

RUBRICA I.

1. Spesso la Scrittura, e spezialmente il Vangelio ci ammonisce di vegghiare.

2. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Vegghiate; che voi non sapete in che ora il vostro Signore debbia venire.

3. Ivi medesimo. Vegghiate, perchè non sapete nè ’l die, nè l’ora.

4. Nel Vangelio di Marco dice Cristo. Quello che io dico ad uno, dico a tutti: Vegghiate.

5. Paolo ad Thessalonicenses. Non dormiamo come l’altre genti, ma vegghiamo.

6. Paolo a Timoteo. Ciocchè per gli altri si faccia, vegghia tu.

7. Nell’Apocalissi. Beato chi vegghia.

8. Autore. E molte si truovano simiglianti parole. Avemo di ciò esemplo in David, il quale disse di se, che in mezza notte si levava, e nel mattino di Dio pensava, e la mattina dinanzi da Dio vegghiava. Simigliantemente è Paolo, il quale dice, che in molte vigilie serviva a Dio.

9. Seneca a Lucillo. Dormo pochissimo: tu sai il mio usato; breve sonno uso, e quasi un poco lascio il vegghiare: assai è a me posare da vigilia. Talora so ch’io hoe [72] dormito; e alcun’ora pur lo mi credo.

10. Seneca a Lucillo. Non mi do a sonno, ma talora mi vince: e gli occhi di vegghiare faticati, e poi ched inchinano, mantegno nell’opera.

11. Aristotile in Iconomica. Conviensi levare di notte: che questo è utile a sanità, e a mantenersi gaio, e anche a studio di sapienzia.

12. Orazio nella pistola. I ladroni si levano di notte per rubare e per iscannare: or non ti leverai tu per guernire te medesimo? [73]

13. Ovidio sine titulo. Sciagurato è quegli, che tutta notte sostiene di dormire, e dice che ’l sonno è un grande bene. O istolto, che cosa è sonno, se non immagine di morte? Ben verrà dunque tempo, ch’assai dormirai.

14. Cat. Tu sempre più vegghia, e non sii dato al sonno.

Che a chi vegghia si conviene d’orare.

RUBRICA II.

1. Tra l’altre cose, che s’appartengono a chi vegghia, la migliore è orare.

2. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Vegghiate, e orate.

3. Nel Vangelio di Luca. Vegghiate, continuamente orando.

4. Pietro Apostolo. Vegghiate in orazione.

5. Ambrosio sopra Beati immaculati. Non dormiamo tutta notte; ma grande parte ne diamo a leggere, e ad orare.

6. Ambrosio quivi medesimo. Lo sposo dell’anima suole a mezza notte venire: guarda che a dormire non ti truovi.

7. Ambrosio sopra Luca. Leggesi di Cristo, ch’egli molto della notte stava in orazione; nella qual cosa a te si mostra la forma che dei seguitare.

8. Ilario sopra Beati immaculati. Non si dee l’animo commettere e lasciare al pericoloso riposo della notte; ma deesi occupare in orazioni o confessioni, sì come dice la Scrittura: Ricordomi la notte del nome tuo, e guardo la legge tua.

9. Cipriano de oratione Dominica. A’ figliuoli della luce eziandio nella notte è dì; dunque noi che siamo in Cristo, il quale è vero lume, non cessiamo eziandio nella notte d’orare. Andiamo dirietro a quello che noi doviamo essere, quando avremo nel Regno del Cielo pur dì sanza notte.

10. Autore. Leggesi del beato Santo Domenico padre nostro, che non aveva letto; ma che di notte in orazione faceva fiume di lagrime, e cercava le contrade del Cielo, e vegghiava con Cristo.

Che in orazione si debbia dimandare.

RUBRICA III.

1. I Santi uomini orando, prima e principalmente dimandano il Regno di Dio.

2. Nel Vangelo dì Matteo dice Cristo. Addimandato prima lo Regno di Dio.

3. Tommaso nella seconda della seconda, quistione ottantatrè. Sono certi beni, i quali l’uomo non può male usare; e questi sono quelli, per li quali noi siamo fatti beati; o vero quelli, per li quali noi meritiamo beatitudine: e questi cotali beni i Santi uomini determinatamente dimandano da Dio; come quando ’l profeta dice: Mostraci Dio, la faccia tua, e salvi saremo; e quando dice: Menami Dio, nella via dei comandamenti tuoi.

4. Autore. Altrimenti non bisogna di domandare da Dio determinata cosa.

5. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Quando voi orate, non parlate molto; perocchè ’l Padre vostro sa ciò che a voi bisogna.

6. Paolo ad Romanos. Noi non sapemo di che ci bisogna orare e pregare; ma lo Spirito di Dio dimanda per noi.

7. Cassiodoro sopra ’l salmo. Niuna cosa puote essere più sicura, che commettere [74] tutto a Colui, che sa che si convenga dare, e che giovi a’ suoi adoratori.

8. Valerio Massimo libro settimo. Socrate savio sopra gli altri d’ogni umana sapienza, diceva che da Dio non si dee altro domandare, se non che ci faccia bene; perchè sa quello, che a noi è utile: ma noi spesse volte desiderosamente domandiamo quello che sarebbe il meglio a non averlo ricevuto. Dunque commettiti all’arbitrio di Dio; il quale leggiermente suole dare lo bene, e avvedutissimamente lo sa scegliere.

9. Nelle sentenzie de’ filosofi. Furono certe donne che erano in uno tempio, per fare certe orazioni, invitarono uno filosofo, e pregaronlo che facesse orazione per loro; e quei la fece, e pregò che non quello che domandassero, ma quello che Dio giudicasse più utile, divenisse loro: perchè spesse volte è contro nostro volere, quando è adempiuto lo nostro primaio [75] desiderio.

Distinzione Nona.

Di studio.

1. Ora diremo noi di studiare; e quanto a ciò diremo di tre parti.

2. La prima, dello studio dalla parte di colui che studia.

3. La seconda, dalla parte de’ dottori.

4. La terza, della dottrina, e modo d’insegnare.

5. Quanto è al primo diremo otto cose.

6. La prima, che l’uomo dee apparare tutto ’l tempo di sua vita.

7. La seconda, che l’uomo non si dee reputare savio.

8. La terza, che udire è cagione di sapienza.

9. La quarta di curare più dello ’ntendimento, che delle parole.

10. La quinta, dell’usare, e operare le cose.

11. La sesta, di disputare e ragionare.

12. La settima, di tenere a memoria.

13. L’ottava, di quelle cose, che giovano e aiutano la memoria.

Che uomo dee apparare in tutta sua vita.

RUBRICA I.

1. Che uomo per tutta sua vita debbia apparare truovasi per molti detti di savi.

2. Ecclesiastico. Piglia la dottrina da tua gioventudine, e infino al tempo canuto troverrai sapienzia.

3. Augustino ad Ieronimo. Ad imparare quello che uopo è, nullo tempo dee parere tardi. A’ vecchi avvegnachè più si convenga insegnare, che apparare; neentemeno più si conviene loro apparare, che non sapere.

4. Gregorio Nanzianzeno in Apologetico. Molto è cosa desiderata da me, e molto m’è caro infino all’ultima vecchiezza apparare.

5. Nel Digesto libro quarantesimo dice Pomponio così. Io per amore d’imparare, il quale mi pare ottimo modo di vivere, e la qual cosa io ho già continuata infino a settantotto anni di mia vita, tengo in memoria quella sentenzia, la quale si conta che disse Giuliano: S’io avessi già l’uno piè nel sepolcro, ancora vorrei imparare.

6. Valerio Massimo libro ottavo. Solone con quanto desiderio fosse dato ad imparare, egli lo confermò nell’ultimo dì di sua vita; che essendo ivi i suoi amici, e ragionando d’una quistione, levò il capo con grande pena, e fue domandato perchè faceva ciò, e rispuose: Acciocchè questo, che voi disputate ciò che si sia, io in prima l’appari, e poi mi muoia.

7. Tullio de officiis nel principio. Tu apparerai fino a che tu vorrai; e tanto tempo dei volere, infino a che tu non ti penterai del tuo apparare.

8. Quintiliano de oratoria institutione. L’anfore della scienza, e l’uso del leggere non si dee finire per lo tempo dello scolaio [76], ma per ispazio di vita [77].

9. Seneca a Lucillo. Quale può essere più stolta cosa, che questa: cioè perchè tu non hai apparato, però non volere apparare? Tanto si dee apparare come debbi vivere, quanto tu vivi.

10. Seneca de brevitate vitae. In tutta la vita si dee apparare a vivere; e dicoti cosa, che più ti maraviglierai; cioè che in tutta la vita si dee apparare a morire.

11. Ne’ proverbi de’ filosofi. Quel medesimo fine dee essere d’apparare, che di vivere.

13. Ivi medesimo. Fa cagione, che tu dispari, se tu non appari.

Che uomo non si dee reputare savio.

RUBRICA II.

1. Imperocchè alcuni non vogliono apparare, perchè si reputano savi; diremo ora, che uomo non si dee reputare savio.

2. Salomone ne’ proverbi. Non ti reputare savio tra te medesimo.

3. Ivi medesimo. Quando tu vedi l’uomo, che gli pare essere savio; sappi che migliore speranza puote avere il matto, che egli.

4. Ivi medesimo. Più savio si tiene lo pigro stolto, che sette savi uomini, che dicono grandi sentenzie.

5. Isaia. Guai a voi, che vi reputate savi appo voi medesimi, e avveduti ne’ vostri cuori.

6. Ieremia. Stolto diventa ciascuno per lo senno, che gli pare avere.

7. Paolo ad Romanos. Dicendo alcuni che sieno savi, per questo sono stolti.

8. Paolo quivi medesimo. Non siate savi nel vostro pensiere.

9. Augustino a Vincenzio eretico: Certamente sarai savio, se non ti reputerai d’essere.

10. Gregorio decimo moralium. Pensa il pazzo le cose che hae [78] udite, e quelle ch’e’ dice: maravigliasi delle sue; beffasi dell’altrui; sè solo reputa savio; come la sapienzia in lui solo viva, e negli altri sia morta.

11. Seneca ne’ proverbi. La prima generazione di pazzia si è questa; che gli stolti sè soli reputano savi, e che niun altro sia savio più di loro.

12. Autore. E sì come uomo non si dee savio reputare; in quello medesimo modo non si dee troppo nel suo intendimento fidare.

13. Salamone ne’ proverbi. Stolto è chi del suo cuore medesimo si confida.

14. Salamone quivi medesimo. Non ti fidare nel tuo proprio senno. Sopra la qual parola dice Ieronimo: Quegli si fida del suo proprio senno, lo quale quelle cose, che gli paiono da fare o da dire, egli attende più tosto, che quelle, le quali i Santi antichi Padri hanno ordinate.

15. Ieronimo in prologo Paralipomenon. Dicovi certamente, che io giammai ne’ libri della Scrittura non credetti alla mia virtù, nè ebbi per maestra l’oppinione mia; ma usai di domandare eziandio quelle cose, che mi parea sapere: quanto maggiormente quelle, delle quali io dubitava?

16. Gregorio in omelia. A me pare lo meglio, tenendo salva la fede, dare luogo all’altrui intendimento, che alle contenzioni servire.

17. Autore. Leggesi di San Bernardo, che venendo alla morte, e ammaestrando i suoi frati, tra l’altre cose disse: Sempre credetti io meno al mio senno, che all’altrui.

Che udire è cagione di sapienza.

RUBRICA III.

1. Dunque conciossiacosachè uomo non debbia credere al suo proprio senno, però si conviene d’udire altrui.

2. Ecclesiastico. Se amerai d’udire, sarai savio.

3. Salamone ne’ proverbi. Lo savio udendo, più savio diventa. E dice ivi la Chiosa: Niuno è tanto savio in questa vita, il quale non possa essere più savio eziandio per li detti de’ suoi minori. La Reina Saba udìe [79] lo Re Salamone, cioè la minore udì lo maggiore, e tornò a sua terra più savia. Udì Moisè lo suocero suo, il quale era molto minore di lui, e sì ne diventò più savio.

4. Cassiodoro epistolarum libro octavo. Grande e sanza fine è la sapienza; della quale niuno ha tanto, che non abbia bisogno di cercarla da altrui. Gli antichi domandando consigli apparano sapienzia, e i savi da molti domandando quello, che si cerca per la comune utilità.

5. Grisostomo sopra la pistola ad Hebraeos. Udire spesse fiate quelle medesime cose, fa prode eziandio a chi le sa: perocchè quello che noi sapemo, quando spesso l’udiamo, più ci muove.

6. Ugo nel terzo didascalicon. Il savio leggitore o vero uditore ode volentieri ciascheduno e tutte cose legge: non ischifa scrittura, non persona, non dottrina: da tutti cerca quello, che conosce ch’a lui manca.

7. Ugo quivi medesimo. Più savio di tutti sarai, se da tutti vorrai apparare; come più ricco di tutti diventa, chi da tutti riceve.

8. Aristotile in libro de sensu. Ad acquistare sapienza molto giova l’udire; perocchè la parola, che è cosa che s’ode, è cagione di senno. Onde più savi sono quelli, che sono nati ciechi, che quelli che sono nati sordi.

9. Autore. Molto val più udire, che leggere.

10. Ieronimo nel prologo della Bibbia. La viva voce ha una virtù in se nascosta, non ti sapre’ dire come fatta; se non tanto che quello, che viene della bocca del maestro, molto virtuosamente suona negli orecchi dell’uditore.

Di curare piò dello ’stendimento, che delle parole.

RUBRICA IV.

1. E udendo e leggendo noi dovemo curare più dello intendimento, che delle parole.

2. Salamone ne’ proverbi. Chi seguita sole le parole, non avrà neente del vero.

3. Augustino nel quarto de doctrina Christiana. Nobile natura de’ buoni ingegni è, nelle parole amare il vero intendimento; non le parole tanto.

4. Augustino sopra Matteo. Cosa necessaria è da sapere, che nelle parole non si dee attendere altro, che la volontà, alla quale le parole deono servire; e che niuno mente, se per altre parole dice quello, che fu volontà di colui, le cui parole non dice.

5. Ieronimo sopra la pistola ad Galatas. Non crediamo, che nelle parole scritte stia il Vangelio; ma nella sentenza, e nella midolla d’entro; non in foglie di parole, ma in radice di ragione.

6. Ieronimo nel prologo di Iudit. Io recando questo libro in latino, abbo [80] posto più intendimento per intendimento, che parola per parola.

7. Gregorio, ed è nel Decretale de verborum significatione. Se interviene, che ti sia recata ad isponere una grande mia lettera; pregoti, che non metti parola per parola, ma senno per senno: perocchè spesso quando s’attende la proprietà delle parole, si perde il verace intendimento.

8. Dionisio de Divinis nominibus. Contra ragione, è perversa cosa mi pare non attendere alla virtù del detto, ma alle parole; e questo non si conviene a chi la Divina Scrittura vuole intendere.

9. Ilario quarto de Trinitate. Il fatto non dee essere sottoposto alle parole; ma le parole al fatto.

10. Nel primo libro de’ Digesti. Sapere le leggi non è avere a mente le parole, ma la virtù e lo ’ntendimento loro.

11. Ne’ Digesti libro XXXIIII. Vie meglio è a tenere lo ’ntendimento, che le parole.

12. Orazio nella poetria. Essendo tu fedele interpetratore, non ti curare di sponere parola per parola.

Dell’usare, e operarsi nelle cose.

RUBRICA V.

1. Agli uomini che si studiano in sapere e valere, molto giova l’uso e lo continuare nelle cose; e questo è vero sì nelle scienze, come in ciascuna arte.

2. Cassiodoro espistolarum libro nono. Certa cosa è, che ciascuna opera, se posa per lungo intervallo, malagevole si ripiglia. Chi è quegli che non sa, che a tutti gli artefici, e a tutte l’arti grande perfezione viene per l’uso, quando gli usati studi non si continuano, indeboliscono le braccia nel corpo, e gl’ingegni nell’arte.

3. Cassiodoro libro undecimo. Certamente inferma lo ’ngegno, se non si restaura per lo continuo studiare.

4. Grisostomo in Policraticon. Se tu mi parti [81] l’arte dall’uso, più utile è uso sanz’arte, che arte sanz’uso.

5. Tullio nel primo della nuova Rettorica. Di questo t’ammonisco, che arte sanz’uso non giova molto.

6. Seneca nel settimo de beneficiis. Suole fare più pro, se tu abbi pochi detti di sapienzia in pronto e in uso, che non fa, se tu hai apparato molte cose, e non l’abbi a mano.

7. Vigezio de re militari. Tutte l’arti e tutte l’opere per lo cotidiano usarle vengono perfette: la qual cosa, se egli è vero nelle cose piccole; tanto maggiormente nelle grandi si dee osservare .

8. Columella de re rustica. Gli ammaestramenti degli scrittori più insegnano, che non fanno artefice. L’uso e la sperienza signoreggiano l’arti; e non è niuna scienzia, nella quale non s’appari, faccendo in prima male, che bene.

9. Ovidio de arte. L’uso è solo quello, che fa buono l’artefice.

10. Autore. In quel medesimo modo diviene nelle virtudi.

11. Tullio de officiis libro primo. Sì come i medici, o altri grandi signori, nè dicitori avvegnachè abbiano apparato le regole dell’arte, non possono fare cosa degna di grande laude sanza uso e sperienza; così delle cose virtuose, quanto è li comandamenti e le regole, insegnansi altrui; ma sono sì alta cosa, che richieggono e uso, e continua operazione.

12. Aristotile nel secondo dell’Etica. Quelle cose, le quali bisogna apparando fare, quelle medesime noi faccendo appariamo.

13. Aristotile quivi medesimo. Faccendo spesso quelle medesime opere si genera nell’animo virtù, e podere d’operare le simili; e secondo l’opere che noi facemo [82], sì fa nell’animo la detta virtù. Però non fa poco al fatto, che uomo da giovane s’ausi a bene o a male; ma qui sta tutto.

Del disputare e ragionare.

RUBRICA VI.

1. Veramente l’uso, e l’adoperare, per la quale l’uomo prende la scienza, non è solamente leggere; ma eziandio, e molto più, lo disputare e ragionare.

2. Agustino nel sestodecimo de civitate Dei. Quando dalla contraria parte ci è mossa quistione, è grandissima cagione d’apparare.

3. Augustino quivi medesimo. Molte cose di quelle ch’alla fede pertengono, quando dagli eretici sono maliziosamente contastate; elle sono più diligentemente considerate, e più chiaramente intese, e più ferventemente predicate.

4. Isidoro terzo de summo bono. Conciossiacosachè ad imparare molto sia utile il leggere, giugnendovi il ragionare presta maggiore intendimento: perocchè assai è meglio il ragionare, che ’l leggere; che il ragionamento fa ammaestramento, e proposti li dimandi si toglie via il dubbio; e spesse volte per lo contrastare la nascosta verità è trovata.

5. Boezio de scholastica disciplina. Lo lume della malagevole verità leggiermente disputando si truova.

6. Aristotile in libro de problematibus. Le parole de’ disputatori inducono molto a più disputare e intendere. Perocchè coloro che vincono, allegrandovisi disputano volentieri; ed eziandio que’ che sono vinti, continuano lo disputare per contastare a’vincitori.

7. Aristotile nel terzo della Metafisica. Egli è mestiero che meglio vegga il vero colui, che ode lo suo contastatore.

8. Tullio de Tusculanis. A me sempre è piaciuto l’uso de’ filosofi Peripatetici, e di quegli d’Accademia, i quali usavano, che d’ogni cosa disputavano in contraria parte; e non m’è piaciuto solamente per cagione, che ’n altro modo non si puote in ciascuna cosa lo vero, ovvero lo verisimile trovare; ma eziandio perocchè quello modo è grande adoperamento, e assottigliamento nella scienza.

9. Tullio quivi medesimo. Nella Grecia la filosofia non sarebbe stata in tanto onore, s’ella noti fusse esalta invigorita per contenzione, e per discordia di savissimi uomini.

10. Tullio quivi medesimo. Sostegnamo che noi siamo ripresi e contastati: la qual cosa sostengono male quelli, che si sono dati e fermati a certe sentenzie, e costretti a tale necessità, che per una pruova si mettono a difendere quello, che a loro non pare. Ma noi i quali cerchiamo che possa essere lo vero, siamo apparecchiati di contastare sanza pertinacia, e d’essere contastati sanza alcuna ira.

11. Autore. Veramente contra ’l contendere del disputare.

12. Isidoro terzo de summo bono. Sì come lo posato ragionamento suole ammaestrare, così la contenzione disfa tutto; la quale lasciato lo conoscere del vero genera pur briga.

13. Isidoro in sinonima libro secondo. Nel disputare togli via la battaglia, e la pertinace difesa del vincere. E di questa materia hai qua di sotto nella trentesimasesta Distinzione, Capitolo de contentione.

14. Autore. Dunque disputazione dee essere con modo molto composto.

15. Seneca a Lucillo. S’io disputassi, io non pervoterei lo piede, nè tragitterei la mano, nè alzerei la coce.

Di tenere a memoria

RUBRICA VII.

1. Poco gioverebbe apparare, se uomo non si brigasse di tenere a memoria.

2. Iacopo Apostolo. Non dee l’uomo essere uditore dimentichevole.

3. Gregorio sopra l’Ezechiele. Sono molti che leggono, e dalla lezione si partono digiuni: odono la voce del predicatore, e voti [83] se ne vanno. Lo ventre de’ quali avvegnachè riceva, non si riempie; perocchè bene che egli intendano le sante parole, dimenticando e non servando quello che hanno udito, non le ripongono dentro dalla loro mente.

4. Cassiodoro epistolarum libro undecimo. Li buoni detti non t’escano di cuore; in quello modo che diviene delle canne ne’ canali, le quali tanto sono piene, quanto l’acque entro vi scorrono. Maggiormente, fa, che tu sii ricevimento, lo quale guardi le cose udite, e le cose ricevute non sparghi; perocchè neente ti gioverebbe, se agli orecchi tuoi piacessero le cose trapassanti, le quali non si fermassero nel tuo cuore.

5. Cassiodoro quivi libro primo. Nel conservare delle cose non si dee porre meno cura, che in trovarle di nuovo.

6. Seneca a Lucillo. Più d’opera è da porre a guardare fermi i suoi onesti proponimenti, che non è in proponerli dal principio.

7. Ovidio de arte. Mantenere le cose acquistate non è minore virtù, che di nuovo acquistare.

8. Guglielmo nella somma de’ vizzi. Le piccole vasella le quali non tengono, avvegnacchè ricevano abbondevolmente, non s’empiono; come si vede del vaglio; e le vasella grandi, s’elle tengono, avvegnacchè non ricevano così abbondevolmente, a poco poco sempiono; così è della memoria.

Di quelle cose, che giovano a buona memoria..

RUBRICA VIII.

1. E sì come dice Tullio nel terzo della nuova Rettoria, la memoria non solamente viene da natura, ma eziandio giovavi molto l’arte.

2. Autore. E sono otto cose quelle, che pare che facciano a bene ricordare.

3. La prima è apparare infino da garzone.

4. Ieronimo ad Laetam. Malagevole si rade dal cuore quello, che li rozzi animi hanno apparato. La lana scarlatta chi potrebbe recare nel primo suo colore? e lo rozzo vaso lungo tempo tiene lo sapore e l’odore di quello, che prima fu pieno.

5. Cassiodoro epistolarum libro primo. Malagevole si dispara [84] quello, che l’uomo apparò nella tenera età. Onde disse Orazio: Lo vasello lungamente serva l’odore di quello, che prima vi fu messo.

6. C. Massimo in sermone. Quello che nella gioventù s’appara, si conserva bene nell’età matura.

7. Plato nel Timeo. Certamente abbo [85] provato, che molto è più tenace la memoria di quelle cose, che s’apparano nella primaticcia età.

8. Vigezio de re militari libro primo. Non solamente più tosto, ma eziandio più perfettamente si prendono quelle cose, che gli uomini apparano da garzoni.

9. La seconda cosa, che fa a bene ricordare, si è fortemente attendere.

10. Tommaso d’Aquino sopra ’l libro de memoria. Diviene talora, che noi alcuna cosa vedendo pur una volta, più ce ne ricordiamo, che d’altre molte volte vedute: perciocchè quelle cose, alle quali noi più fortemente attendiamo, più fortemente dimorano nella memoria; e quelle che noi lievemente veggiamo e pensiamo, tosto della memoria vanno via.

11. Aristotile nel secondo della Rettorica. Per lo non curare dimenticanza viene.

12. La terza è adoperare la memoria.

13. Tullio de senectute in persona di Catone. Io a modo de’ Pittagorici, per operare e confermare la memoria, mi ripenso la sera quello, che io lo dì abbo detto, o udito, o fatto.

14. Tullio quivi medesimo. Distruggesi la memoria, se tu non l’adopri.

15. Solino de mirabilibus mundi. Metrodoro filosofo per continuo adoperamento si recò a tale memoria, che parlando molti insieme, tenea a mente ciò che detto avevano, di parola a parola.

16. Autore. Spezialmente si dee operare la memoria intorno a quelle cose, che noi ci volemo ricordare; cioè ripensandole spesso.

17. Aristotile in libro de memoria. L’usare si converte in natura; onde di quelle cose, che noi spesso pensiamo, tosto ci ricordiamo.

18. Aristotile quivi medesimo. I ripensamenti salvano la memoria. Sopra la qual parola dice Tommaso: Gli spessi ripensamenti di quelle cose che avemo apparato, conservano la memoria; perocchè dello spesso operamento della memoria s’ingenera nel cuore fermezza di memoria; come diviene d’ogni cosa, alla quale l’uomo s’ausa.

19. Seneca terzo de beneficiis. Ciò che con ispesso pensamento si rinnuova, non si leva mai della memoria; la quale nulla perde, se non quello, lo quale non ispesso rimira.

20. La quarta è ordinare.

21. Aristotile in libro de memoria. Sono più ricordevoli cose quelle, che in se hanno ordine. Sopra la qual parola dice Tommaso: Quelle cose sono più ricordevoli, che sono bene ordinate; e quelle, che sono male ordinate, malagevole ci ricordiamo. Però le cose ch’altri vuole ritenere, studisi di recarle in ordine.

22. Tommaso nella seconda della seconda. Conviensi, che quelle cose, che uomo vuole in memoria ritenere, egli colla sua considerazione l’ordini sì, che, ricordandosi dell’una, vegna nell’altra.

23. La quinta è cominciare dal principio.

24. Aristotile in libro de memoria. Certissimamente, e per ottimo modo si fanno i ricordamenti cominciando dal principio. Sopra la qual parola dice Tommaso, che questo è quando uomo incomincia a pensare dal principio di tutto ’l fatto; sì come quando cerchiamo alcuno verso del salmo, noi ci facciamo da capo.

25. La sesta è pigliare simiglianze.

26. Tommaso nella seconda della seconda. Di quelle cose che uomo si vuole ricordare, pigli alcune convenevoli simiglianze, ma non al tutto usate; imperocchè delle cose disusate noi più ci maravigliamo, e così l’animo più forte v’è distenuto.

27. Tommaso quivi medesimo. Lo trovamento delle immagini è utile e necessario alla memoria; imperocchè le intenzioni pure e spirituali leggiermente scorrono fuori della memoria, s’elle non sono quasi come legate colle similitudini corporali.

28. Tullio nel terzo della nuova Rettorica. Di quelle cose, che volemo [86] memoria avere, dovemo [87] in certi luoghi allogarne immagini, e similitudini. E aggiunse Tullio, che’ luoghi sono come lettere, e l’allogare delle immagini come scrivere, e ’l dire come leggere.

29. La settima è di non gravare la memoria di troppe cose.

30. Gregorio sopra l’Ezechiele. Quelli, che molte cose ritenere non possono, tutte quante insieme le perdono.

31. Seneca septimo de beneficiis. Frale è la memoria, e non basta alla moltitudine delle cose.

32. Avicenna sexto de naturalibus. Quelli sono di migliore ricordanza, l’anime de’ quali non hanno molti movimenti, e diversi pensieri.

33. Nella Poetria novella. La memoria richiede morbidezza, e non rincrescimento; se tu le vuogli piacere, non la caricare; ch’ella vuole essere benignamente trattata, non caricata; perocchè ella è cosa sfuggevole, e alla turba delle cose non basta.

34. Orazio nella Poetria. Ogni soperchio va fuori del petto ripieno.

35. L’ultima cosa che vale a memoria, sono i versi e le rime, e cotali cose, le quali con diletto, e brievemente comprendono le cose.

36. Aristotile nel terzo della Rettorica. Li versi ciascuno tiene meglio a memoria.

37. Versi. I versi dilettano gli animi, e comprendono molto in poco, e fanno bene ricordare: le quali sono tre cose molto graziose a ciascuno lettore.

Distinzione Decima.

De’ dottori.

1. Ora è da dire de’ dottori; e quanto a ciò diremo tre cose.

2. La prima che ’l dottore dee sapere trovare da se.

3. La seconda, che ’l dottore non dee fare contro alla sua dottrina.

4. La terza, che ’l dottore dee fare quello che dice.

Che ’l dottore dee sapere trovare da sè.

RUBRICA I.

1. Il vero dottore non solamente dee sapere li detti altrui; ma eziandio egli dee sapere da se dire.

2. Boezio de disciplina scholastica. Atto di miserissimo ingegno è sempre usare le cose trovate, e non mai trovarne.

3. Seneca a Lucillo. Tu dì: cotal cosa disse Zeno: or tu che dì? cotale disse Cleante: e tu che? Fino a quando vai tu pur sotto altrui? Comanda, e dì alcuna cosa che si tenga a memoria; e alcuna differenza sia tra te, e ’l libro.

4. Seneca quivi medesimo. Tutti coloro che non sono mai da se dicitori, ma sempre d’altrui interpetratori, sotto l’altrui ombra nascosti; non mi pare che abbiano niente di gentile ingegno.

5. Varro nelle sentenzie. E leggi quello ammaestratore, del quale tu più ti maravigli ne’ suoi detti, che negli altrui.

6. Varro quivi medesimo. Niuna magnifica cosa insegnerà quegli, che da se niente apparato averà. Falsamente sono detti maestri i dicitori di quello, che hanno udito.

7. Egidio de regimine Principum libro secondo. Quegli, che in niuno modo sa di suo trovare, egli è recitatore, ma non dottore.

8. Autore. Ma però non è da biasimare usare gli altrui detti; spezialmente a chi non sa de’ suoi trovare.

9. Agustino quarto de doctrina Christiana. Sono alquanti che possono ben dire, ma non possono pensare che dicano; i quali se pigliano da altrui le cose bene e saviamente scritte, non fanno contra ragione.

10. Cassiodoro epistolarum libro undecimo Tullio, fontana di parlare, essendo pregato di dire, truovasi, che si scusóe [88], che ’l dì dinanzi non avea letto. Or che potrà divenire in altrui, se così grande altezza di parlare, com’era la sua, parve che cercasse beneficio d’altri autori?

11. Cassiodòro quivi medesimo. Tosto si votano i granai, se non vi si giugne [89]; e tosto si sparge [90] il tesoro, se niuna pecunia [91] di nuovo vi si pone. Così il senno umano, sed e’ non è restaurato per le cose trovate d’altrui, tosto puote mancare del suo proprio.

Che ’l dottore non dee fare contra la sua dottrina.

RUBRICA II.

1. L’opere del dottore non debbono essere cantrarie alla sua dottrina.

2. Paolo ad Romanos. Tu che insegni ad altrui, e non insegni a te medesimo? e che predichi non furare, e tu furi [92]?

3. Ieronimo a Nepoziano. L’opere tue non facciano vergogna al tuo dire; nè quando tu parli nella Chiesa, alcuno tacendo risponda: perchè dunque quelle cose che tu di’, tu non le fai? Dilicato [93] maestro è quegli, il quale con ventre pieno conforta a digiunare. Dire male dell’avarizia eziandio lo ladrone puote.

4. Gregorio sopra quella parola di Job: La mia generazione sia diradicata, dice così. La generazione del dottore è diradicata, quando il figliuolo, che per le sue parole gli nasce, per lo suo esemplo è ucciso.

5. Gregorio in pastorali. Sono alquanti, i quali a quello che con parole predicano, con opere contastano.

6. Gregorio quivi medesimo. L’acqua chiarissima i pastori beono, quando de’ fiumi della verità intendimento traggono: ma quella medesima acqua colli loro piedi intorbidano, quando li studi de’ santi pensieri mal vivendo corrompono.

7. Gregorio in omelia. Colui la cui vita è disprezzata, resta che sua predica sia per vile tenuta.

8. Gregorio sopra l’Ezechiele. Non ha dolcezza la parola, la quale dentro alla coscienza è morsa dalla mala vita. Onde bisogno è, che chi le parole di Dio parla, prima studi di sapere come viva; acciocchè poi della vita colga quello che dica.

9. Grisostomo, ed è nel Decreto distinzione 40. Ben vivendo e bene insegnando, tu ammaestri il popolo come debbia vivere; ma bene insegnando e male vivendo, tu ammaestri Dio come ti debbia condannare.

10. Seneca de moribus. Leggierissimamente sarà buono, se da quello ti guardi, che tu biasimi [94].

11. Seneca a Lucillo. Coloro che vivono altrimenti, che ’nsegnano, e’ portano lor medesimo per esemplo, che disutile è la lor dottrina; perocch’e’ sono sottoposti a ciascuno di que’ vizzi [95] contra i quali parlano.

12. Aristotile nel secondo della Rettorica. Le cose le quali alcuno fa, dicesi veramente, che non le vieta ad altrui.

13. Tullio nei secondo de Tusculanis. Che contra vita combatta lo dire, parmi sozzissima cosa; sì come se alcuno che dica l’essere maestro di grammatica, e faccia ma’ [96] latini; ovvero se mal canti colui, che si vuole fare tenere buono musico; tanto è più laida cosa, quanto egli offende contra quello, di che dice ch’è maestro: così lo dottore della vita [97] faccendo contra ragione della vita, in ciò è più laido, che contro all’uficio, del quale egli vuole essere maestro, offende, e dicendosi artefice di vita, nella vita pecca.

14. Quintiliano nono de oratoria institutione. Certamente meglio insegnerà ad altrui chi in prima avrà insegnato a se. Manifestasi lo ’nfignimento, quantunque e’ sia guardato; nè non è mai tanto valore di dire, che non dubiti e ritema, quando le parole si discordano dall’animo.

15. Cato. Quelle cose che tu suogli [98] biasimare, non le fare. Sozza cosa è al dottore, quando di colpa può essere ripreso.

Che ’l dottare dee fare quello che dice.

RUBRICA III.

1. Adunque il dottore quello che dice, dee fare, ad esemplo di Cristo, del quale è scritto negli Atti degli Apostoli. Cominciò Iesù a fare, e poi ad insegnare.

2. Paolo ad Romanos. Io non ardisco di parlare niuna di quelle cose, che Cristo non mi facesse fare.

3. Paolo ad Titum. Dà di te medesimo esemplo dell’opere buone nella tua dottrina.

4. Iacopo Apostolo. Come voi parlate il bene, così il fate.

5. Agustino quarto de doctrina Christiana. Acciocchè ’l dicitore sia obbedito, maggiore peso, che niuna grandezza di parole, è la vita di colui che dice.

6. Ieronimo ad Nepotianum. Del sacerdote di Cristo concordi la bocca colla vita.

7. Gregorio nel secondo del dialogo. L’uomo santo per niuno modo puote altrimenti insegnare, che vivere.

8. Gregorio in pastorale. Quella voce più volentieri passa i cuori degli uditori, la quale s’appruova per vita del dicitore: perocchè quello, che parlando che manda, dimostrando aiuta che si faccia.

9. Gregorio nel decimottavo de’ morali. Questa legge è a’ predicatori posta, che vivendo adempiano quelle cose, che parlando studiano di confortare: perocchè l’autorità del dire si perde, quando la voce non è aiutata dall’opere.

10. Grisostomo in libro de compunctione. Grande condannagione è di colui, che compone il suo dire, ed è negligente di componere sua vita.

11. Lattanzio de vera religione. Diel volesse [99], che così molti bene facessero, come molti bene parlano; ma da quelli, che comandano e non fanno, lo credere è discostato, e’ comandamenti sono già perisciolti.

12. Seneca a Lucillo. Eleggiamo coloro, che con la vita insegnano, e che quando diranno alcuna cosa che da fare sia, egli pruovano faccendo quello, che insegnano.

13. Seneca quivi medesimo. Colui eleggi tu per aiutatore, del quale tu più ti maravigli, vedendolo operare, che udendolo parlare.

14. Seneca quivi medesimo. Questa sia la somma del nostro proponimento; quello che sentiamo, parliamo; e quello che parliamo, sentiamo: concordi il parlare colla vita. Quegli adempie ciò che promette, lo quale, quando tu lo vedi, e quando tu l’odi, è uno medesimo.

15. Seneca de moribus. Allora ti pensa d’essere buono dicitore, quando tu innanzi che ad altri, a te medesimo avrai insegnato.

16. Valerio Massimo libro octavo. Niun’altra cosa ammaestrare si dee, se non quello, che ciascheduno in prima avrà detto a se medesimo.

17. Autore. Gli esempli muovono più, che le parole.

18. Gregorio nel prolago del dialago. Sono alquanti, i quali all’amore della celestiale patria accendono più gli esempli, che le prediche.

19. Leo Papa in sermone. Più forti sono gli esempli, che le parole; e più pienamente s’insegna con opera, che con voce.

20. Cassiodoro epistolarum libro undecimo. Non puote avere autorità la parola, che con esemplo non è aitata.

21. Seneca a Lucillo. Lungo viaggio è per gl’insegnamenti; brieve ed efficace per gli esempli. E di questa materia si conta di sopra, Distinzione terza, Del Capitolo, Che uomo dee attendere gli altrui esempli.

DISTINZIONE UNDECIMA.

Di dottrina, e modo di dire.

1. Poichè avemo detto de’ dottori, ora diremo di dottrina, e modo di dire; e quanto a ciò diremo undici cose.

2. La prima, lodamento di dottrina, e del buono dire.

3. La seconda, dell’effetto, che del buon dire si seguita.

4. La terza, che ’l parlare di dottrina non dee essere troppo composto.

5. La quarta, se noi doviamo usare parole usate, o disusate.

6. La quinta, che le parole deono essere secondo la materia.

7. La sesta, che ’l dire brieve è migliore.

8. La settima, che a gente rozza non si dee predicare alte cose.

9. L’ottava, che la dottrina si dee variare.

10. La nona, dell’utilità della Santa Scrittura.

11. La decima, del suo modo di parlare.

12 L’undecima, di sapere storie.

Lodamento di dottrina, e di bene parlare.

RUBRICA I.

1. L’atto della dottrina, quando si fa come si dee, men è di piccolo merito.

2. Daniel. Quelli, i quali ammaestrano molti a giustizia, saranno splendienti come stelle perpetue ed eternali.

3. Gregorio decimosettimo moralium. Due genarazioni di giusti sono in questa vita. Una di coloro che bene vivono, ma non insegnano; l’altra di coloro che dirittamente vivono e diritte cose insegnano: si come nel cielo alcune stelle vengono, alle quali non seguita prova nessuna; alcune altre che infondono [100] la terra molto abbondevolmente.

4. Autore. Anco la dottrina è segno di sapienza, spezialmente nel ben parlante dottore.

5. Aristotile nel primo della Metafisica. Segno d’uomo saputo è potere insegnare.

6. Cassiodoro epistolarum libro primo. Parlare comunemente ci è dato, ma solo lo parlare ragionevole e addorno mostra disagguaglianza da’ non saputi.

7. Cassiodoro quivi medesimo libro decimo. Che cosa è parlare sì, che tutti desiderino d’udire? è sì bene dire cose comuni, che eziandio i savi si maraviglino d’averle udite.

8. Tullio de officiis. Grande maravigliamento è dell’uomo, che parla copioso e savio; lo quale quelli che l’odono, reputano di maggiore intendimento, che gli altri.

9. Quintiliano secondo de oratoria institutione. Di molta fatica, di continuo studio, di molto adoperamento, di più provamene, d’altissimo senno, di presentissimo consiglio viene l’arte del dire.

10. Autore. Spesse volte lo dire de’ buoni dicitori è essuto loro grande aiuto.

11. Giovanni Evangelista. Mandarono i prencipi e’ farisei loro ministri per prendere Giesù; e tornati dissero loro: perchè nol menaste? E quei rispuosero; perchè non parlò mai sì uomo.

12. Valerio Massimo libro octavo. I due crudelissimi Signori in Roma mandarono loro masnadieri ad uccidere Marcantonio; li quali, benchè eglino avessero già le spade isguainate e menate, stupiditi del suo parlare, sanza spargere di sangue le rimisero nelle guaine.

13. Aristotile nel primo della Rettorica. Non è ragionevole detto, dire che sia laida cosa di non potersi aiutare con parole.

14. Autore. Dunque grande cosa è il bene parlare.

15. Tullio nel secondo de officiis. Quale è più nobile cosa, che ’l bene parlare? o per lo maravigliamento degli uditori, o per isperanza di coloro che ne bisognano, ovvero per grazia di coloro che aiutati sono? E però a questa scienzia da’ nostri maggiori è dato principato sopra tutte l’altre.

16. Seneca secondo declamationum. Grande cosa è il bene parlare; nè non venne anche sì ad uno, che l’avesse in tutto: assai è bene avventuroso quegli, che ricevuto l’ha in alcuna sua parte.

Dell’effetto, che del buono dire si seguita.

RUBRICA II.

1. Agli uditori il bene parlare fa tre cose, cioè che gl’insegna, dilettagli, e muovegli.

2. Agustino quarto de doctrina Christiana. Disse uno savio, e vero disse; che ’l buono parlatore dee dire in tal modo, ch’insegni, diletti, e muova. Ed aggiunse quello medesimo savio: Insegnare è cosa di necessità; dilettare è cosa di suavità; ma muovere è di vittoria.

3. Agustino quivi medesimo. Dunque bisogna, chel buono parlatore non solamente insegni per fare sapere, e diletti perchè tenga gli uditori attesi; ma eziandio, che muova per vincere.

4. Del primo di questi, cioè della dottrina, dice Cassiodoro epistolarum libro decimo. Noi diciamo di vero, che l’arte del dire è ornamento d’ogni scienza: perocchè ciò che in ciascuna scienza uomo intende, da questa adornamente si proferisce. Lo filosofo avvegnachè grandi cose truovi, che pro fa conoscerle, se nobilmente non le può adornare?

5. Del secondo: cioè del dilettare. Ecclesiastico. Cennamelle, e saltèri fanno soave melodia; ma sopra l’uno e l’altro fa la lingua soave. E dice ivi la Chiosa, che cotali stormenti [101] naturalmente dilettano ed allegrano l’animo; ma la lingua del soave dottore molto più conforta lo ’ntendiraento.

6. Del terzo, cioè del muovere. Cassiodoro epistolarum libro sexto. Sì come disse Tullio maestro del parlare; niuna cosa mi pare maggiore, che potere dicendo, tenere le menti degli uomini, attrarre loro volontadi, spingerle là dove voglia, ovvero, onde voglia ritraggerle.

7. Seneca terzo declamationum. Lo buono dicitore hae in sua balia l’umana volontà.

8. Valerio Massimo libro octavo. Pisistrato tanto vale in suo dire, che gli Ateniesi presi per lo suo parlare gli diedero reale Signoria; e la Città, che in altro era savissima, innanzi puose la servitudine alla libertà. Pericle medesimo per lo suo dire trattò e rivolse la detta Cittade a tutta sua voglia.

9. Valerio ivi medesimo. Egesia in suo dire rappresentava sì i mali in questa vita, che ne’ petti degli uditori generava grandissima voglia di morire.

10. Orazio in Poetria. Ogni punto ha compreso chi col dolce dire mischia l’utile, dilettando lo lettore, e insieme con ciò movendolo.

Che ’l parlare de’ dottori, ovvero de dicitori non dee essere troppo composto.

RUBRICA III.

1. Non dee il dottore tanto studiare a bene parlare, che ’l suo dire paia troppo composto [102].

2. Agustino quarto de doctrina Cristiana. Assai basta, che le parole che si convengono, non si cerchino per maestria di bocca; ma seguitino l’intendimento fervente del cuore.

3. Pietro Damiano in leggenda. La semplicità delle non composte parole suole tollere sospeccione [103] di bugia: perocchè chi appena basta a dire bene acconce parole, come potrà menzogna fabbricare?

4. Tullio nel primo della vecchia Rettorica. Delle molto acconce e splendenti parole nasce una sospeccione d’esservi molto artificiosamente pensato; laquale cosa e al dire toglie la fede, e al dicitore l’autorità.

5. Aristotile nel terzo della Rettorica. Convinsi fare uno bello e nuovo linguaggio: ma in tal modo, che non paia che uomo lo faccia, nè che parli per arte, ma in sul fatto; che questo muove, e quell’altro fa tutto il contrario.

6. Seneca libro septimo. Niuna cosa è così contraria al dicitore, come il manifesto acconciamento; perocchè pare, che vi sia nascoso un non so chente male.

7. Seneca ivi libro primo. Più nocciono gli aguati nascosti: utilissima è la disinfinta sottigliezza, la quale nel suo effetto appare, e nel suo atto è nascosta.

8. Seneca a Lucillo. La troppo composta diceria ha molto del voto [104], e più suona, che non vale.

9. Seneca quivi medesimo. Non ti dilettino le nostre parole, ma giovino. Veramente se ’l bello parlare senza sollecitudine viene, sia; e le cose bellissime vada proseguitando.

10. Seneca quivi medesimo. Non domanda lo ’nfermo medico ben parlante; ma se diviene, che egli allo ’nfermo adornamente dica le cose che sono da fare; non è se non bene.

11. Quintiliano nono de oratoria institutione. Il trovamento delle ottime cose, avvegnacchè sia abbandonato d’adornezza di parole; assai è ornato solo di sua natura.

Se noi dovemo usare parole usate o dissusute.

RUBRICA IV.

1. Che sia da usare parole dissusate, e non troppo usate.

2. Gregorio nel primo del dialogo. Se di tutte le persone, da cui io abbia udito, e scrivo, io volessi tenere le parole, serebbon sì villanescamente proferte, che nel mio libro non starebbono acconciamente.

3. Seneca quarto declamationum, d’uno parlatore dice così. Egli non usava parole scritte e usate, ma certe cose antiche, e da Tullio dette; le quali a parere d’ogni persona erano molto belle, e le quali lo suo correre delle parole non le potea nascondere; perocchè ciò che disusato è, eziandio nella turba notabile è.

4. Aristotile nel terzo della Rettorica. Lo parlare cose disusate fa parere l’uomo più venerabile; che addiviene del parlare come degli uomini stranieri, i quali sono avuti in reverenzia, più che li cittadini.

5. Autore. Sì come non sono da usare parole molto usate, così nè molto dissusate.

6. Aristotile in Poetria. Conviene che si guardi il poeta ch’e’ non usi soperchio porole dissusate; perocchè elle spesso molestamente sono sostenute [105].

7. Aristotile nel primo della Topica. Le cose si deono nominare come la moltitudine usa.

8. Ennio. Usare parole molto comuni e usate, ovvero molto dissusate e aspre, pare iguale peccato. Ma più molesta cosa, e maggiore colpa pare a me che sia, dire parole nuove e non udite, che comuni e laide.

9. Quintiliano primo de oratoria institutione. Usanza è verissima maestra di parlare; e veramente così si dee usare la parola, come ’l danaio, nel quale è la comune forma. Le cose usate più sicuramente usiamo; ma nuove parole non senza pericolo troviamo.

10. Orazio in Poetria. Molti nomi rinasceranno di quelli, che sono già caduti, e molti ne cadranno di quelli, che ora sono in onore, se l’uso vorrà; appo il quale è signoria, e la ragione è la regola del parlare.

Che ’l parlare dee essere secondo la materia.

RUBRICA V.

1. In tutte le cose, che l’uomo hae ad insegnare, o a dire, deono essere le parole secondo la materia, cioè al fatto.

2. Boezio terzo de consolatione. Per l’ammaestramento di Platone noi avemo apparato, che le parole deono essere secondo le cose, delle quali uomo parla.

3. Ugo nel terzo didascalicon. Sono alquanti, che a niuna arte sanno dare quello, che a lei si pertiene; ma in ciascuna le leggono tutte. In gramatica disputano ragione di loica [106]: in dialettica cercano di declinare per gramatica. E ancora, cosa di maggior beffa, nel titolo del libro sogliono quasi leggere tutto ’l libro, e della parola, che dice incipit, appena in tre dì se ne spacciono.

4. Seneca quinto de beneficiis. La materia si dee seguitare là dove ella li mena; ma non là dovunque t’inviti.

5. Aristotile nel prolago dell’Etica. Allora si dica sufficientemente, quando si manifestano le cose secondo la proposta materia: perocchè non si dee cercare in ciascheduna cosa simile pruova.

6. Aristotile ivi medesimo. Al dotto s’appartiene tanto cercare certezza di pruova, quanto la natura della cosa riceve: perocchè prossimano e iguale peccato è, che nelle scienze certe uomo voglia accettare debole pruova, come che in quelle, che non sono così certe, vada cercando pruova ferma e certa.

Che ’l dire breve è migliore, che ’l lungo.

RUBRICA VI.

1. Sette sono le cagioni, per le quali è meglio lo parlare brieve, che ’l lungo.

2. La prima è, perchè ’l parlare brieve suole fare più desiderio; e ’l parlare lungo suole fare rincrescimento.

3. Gregorio, in homilia. Poche cose diremo, e forse che gioveranno più; perocchè le vivande che sono meno bastevoli, più desiderosamente sono prese.

4. Gregorio sopra l’Ezechiele. Se a colui, che non può portare molte cose, le parole del conforto, ovvero dell’ammonimento noi lungamente stendiamo; a fastidio recheremo il nostro uditore.

5. Ugo nel terzo didascalicon. Grande temperamento si dee usare, acciocchè quello, che è ordinato a nutricare l’anima, non si prenda in tal modo, che l’affoghi.

6. La seconda è, perchè spesse volte lo brieve detto più chiaramente s’intende, che ’l lungo.

7. Tullio nel primo della vecchia Rettorica. Spesse volte la cosa non s’intende per la sua lunghezza, più che per altra oscurità.

8. Aristotile in Poetria. Lo lungo dire è cosa di più malagevole intendimento.

9. La terza, perocchè le brievi cose meglio si tengono a mente.

10. Gregorio sopra l’Ezechiele. Se ad un tratto le parole del conforto multiplicatamente si dicono; quelli che molte cose ritenere non possono, tutte quante insieme le perdono.

11. Pietro Blesense. Imperocchè fraile [107] è la memoria, e non basta alla moltitudine delle cose; grandemente mi pare che ’nsegnasse bene a ciascun dottore quegli, che disse: Ciò che tu comandi o insegni, di’ brieve; acciocchè le cose, che sono tosto dette, gli animi ricevano, e fedelmente ritengano. Ogni soperchio del petto si versa. E le dette parole sono versi d’Orazio nella Poetria.

12. Verso. Spesso nuoce chi molto insegna; perocchè malagevolmente si tengono: ma molto ben si cuoce ciò che si prende, quando s’insegna poche cose.

13. La quarta, imperocchè le brievi cose talora più muovono.

14. Gregorio sopra l’Ezechiele. Conviensi spezialmente agl’infermi uditori, che odano da noi quelle poche cose, che possono pigliare, e le quali commuovano le loro menti a dolore di penitenzia.

15. Seneca a Lucillo. Le poche parole più tosto entrano, e accostansi: onde non avemo uopo di molte parole, ma d’efficaci: a modo di sementa si debbono spargere, la quale avvegnachè sia poca, se viene in buono luogo, multiplica sua virtù, e di menima grandissima diventa.

16. La quinta, perocchè comprendere il fatto con brievi parole è segno di savio. Onde in lode d’una Reina dice Cassiodoro epistolarum libro decimo: In poche sue parole si conchiude infinito senno.

17. Seneca a Lucillo. Proprio è di grande maestro comprendere un grande fatto in poche parole.

18. Ne’ proverbi de’ filosofi. Focione diceva, che quegli era ottimo dicitore, che molte cose dicesse in poche parole.

19. La sesta, imperocchè spesso addiviene, che dire molte cose, spezialmente che non pertengono affatto, fanno poi meno valere l’utili.

20. Ugo nel terzo didascalion. Non dovemo dire ogni cosa che dire potemo; acciocchè non disutilmente diciamo quelle, che dire dovemo.

21. Seneca tertio declamationum. Io non meno mi guardo di dire le cose soperchie, che di dire quelle, che a me sono contrarie.

22. Nel Codice libro primo. Molto è più utile poche cose e buone dire, che di molte disutili gravare altrui.

23. La settima è, perchè comunemente lo brieve dire è più accettevole; onde si suole dire: Gli uomini al tempo d’oggi di brevità son vaghi.

Che a gente rozza non si debbono predicare alte cose.

RUBRICA VII.

1. Sì come a popolo rozzo non si denno dire cose lunghe, ma brievi; così non cose profonde, ma lievi.

2. Paolo prima ad Corinthios. Io a voi, sì come parvoli di Cristo, latte v’ho dato, non esca. E dice ivi la Chiosa, che l’Apostolo a coloro, sì come ad uomini grossi, predicò cose minori, e non profonde.

3. Gregorio decimoseptimo moralium. Non dee il predicatore agl’infermi uditori dire tutto ciò che sente, nè predicare a’ rozzi ciò che conosce.

4. Gregorio nel pasturale. L’alte cose a molti uditori si deono coprire, ed a pochi appena dire.

5. Rabano sopra lo libro Numeri. Ad adunare lo popolo comandò Dio, che fosse semplice suono di trombette, e non suono dirotto; imperocchè chi alla moltitudine predica la parola di Dio, semplice ed aperto dee parlare, acciocchè molti lo’ntendano, e sienne [108] ammaestrati; che se oscuramente e disusato dire volesse, gli uditori ne vadono voti.

6. Autore. A’ rozzi popoli alte cose dire, par che sia un volersi mostrare [109].

7. Gregorio nel ventesimo de’ morali. Lo predicatore dee se medesimo ritraggere, e condiscendere alla ’nfermità degli uditori; acciocchè non gli divenga [110], che quando parla a’piccoli alte cose, che non fanno loro pro, curi più di mostrare se, che di giovare a loro.

8. Ieronimo a Nepoziano. Avvolgere parole, e appo ’l popolo non savio maravigliamento di sè fare, questo è proprio de’ non dotti uomini. E niuna cosa è sì leggiere, com’è ingannare per involvimento di lingua lo vile popolo, e la non dotta moltitudine; la quale di ciò che meno intende, più si maraviglia.

9. Aristotile nel primo dell’Etica. Quelli che si veggiono non sapere, si maravigliano di coloro, che dicono alcuna grande cosa, e sopra lo ’ntendimento loro.

Che la dottrina si dee variare.

RUBRICA VIII.

1. Il dottore insegnando, e il predicatore predicando dee variare; perocchè le cose variate più si convengono.

2. Nel secondo de’ Maccabei. Sì come sempre bere vino, o sempre acqua, è cosa contraria, ma usare dell’uno e dell’altro è dilettevole; così a’ leggitori se sempre le parole sieno composte igualmente, non sono graziose.

3. Gregorio in prologo sopra l’Ezechiele. Quando io mi penso, che spessamente fra ’l continuare delle delicate vivande, eziandio i vili cibi hanno soave sapore; mandoti le cose menime a te, che leggi le grandissime.

4. Bernardo in Apologetico. La varietà toglie fastidio.

5.Cassiodoro epistolarum libro terzo. Usanza umana è, che le svariate cose danno dilettevole sapore; e quantunque in uso sieno le nobili vivande, fastidio fa ogni cosa che sazia.

6. Cassiodoro ivi libro septimo. Niuno dubita, che gli uomini per soave varietà si riconfortano; perocchè nel continuare delle cose si genera fastidio. La dolcezza del mele a chi ’l continua viene dispiacevole.

7. Tullio nel primo della vecchia Rettorica. Molto si conviene studiare di variare lo dire; perocchè in ogni cosa simiglianza è madre di saziamento.

8. Tullio nel terzo della nuova Rettorica. La varietà massimamente diletta l’uditore.

9. Ne’ proverbi de’ filosofi. Niuna cosa è dilettevole, se non quella, che per variamento si rifà.

10. Seneca quarto declamationum. Il nostro libretto sempre abbia alcuna cosa novella; acciocchè ce ne faccia venire voglia non solamente per novità di sentenze, ma ancora per novità d’autori. Più forte è il desiderio di conoscere quello che l’uomo non sa, che di ripetere quello che sa. Questo vedemo noi ne’ giullari, questo negli schermidori, ne’ dicitori, o in ogni altra cosa; che alle novità corrono le persone.

14. Quintiliano octavo de oratoria institutione. Ne’ grandi conviti spesso addiviene, che quando dell’ottime cose siamo saziati, la varietà eziandio delle vili piacevole ci sia.

12. Autore. Una speziale cagione di variare uno medesimo detto pone Agustino quarto de doctrina Christiana, cioè, acciocchè sia inteso; onde dice così. La moltitudine desiderosa di sapere suole per suo movimento mostrare quando ha inteso la cosa; onde infine a tanto che ciò mostri, è da rivolvere quello che uomo dice, con molta varietà di dire.

Dell’utilità della Santa Scrittura.

RUBRICA IX.

1. Fra l’altre dottrine, e sopra tutte la Santa Scrittura arreca nell’animo molti beni, anzi tutti.

2. Nel libro Sapientiae. Ogni bene è venuto a me colla sapienza divina.

3. Augustino secondo de doctrina Christiana. Ciò che l’uomo di fuori della Divina Scrittura abbia apparato, se nocevole è, in essa si condanna; se utile è, in essa si truova; e quando l’uomo avrà quivi trovato tutte quelle cose, le quali utilmente apparò altrove, molto più abbondevolmente troverrà ivi quelle cose, che in niuno altro trovare potè.

4. Ieronimo sopra la pistola ad Ephesios. Se alcuna cosa è, la quale in questa vita mantenga l’uomo savio, e che conforti l’animo di dimorare quieto tra l’angosce e tempestadi di questo mondo; quella cosa credo io, che principalmente sia la Santa Scrittura, e ’l suo studio.

5. Ieronimo in una pistola. Usa la Santa Scrittura in vece di specchio; le sozze cose racconciando, le belle conservando e più belle faccendo: perchè la Scrittura specchio è, che le laidezze mostra, e insegnale rammendare.

6. Gregorio nel secondo de’ morali. La santa Scrittura agli occhi della nostra mente è posta come uno specchio, acciocchè la faccia del nostro animo in lei veduta. Quivi cognosciamo le nostre sozzure; quivi sentiamo quanto facciamo pro; e quivi quanto dal fare pro siamo dilungati.

7. Gregorio nel ventesimo de’ morali. La Santa Scrittura ogni altra scienza e dottrina sanza niuna comperazione molto trapassa, in quanto vere cose predica, alla celestiale patria chiama, da’ terreni desiderj muta il cuore a’sovrani, con detti oscuri dà che fare a’savi, con parole umili lusinga i parvoli: non è sì chiusa, che uomo se ne debbia spaventare; nè sì palese, che avvilisca. Per uso toglie fastidio; e tanto è più amata, quanto è più ripensata. L’animo del leggitore con umili parole aiuta, e con alti intendimenti leva. Per alcuno modo cresce co’suoi leggitori: da’ rozzi lettori quasi è riconosciuta; e da’ dotti sempre è nuova trovata.

8. Gregorio sopra l’Ezechiele. La Scrittura Santa mostra sua diritta statura nello ’nsegnare de’ costumi, e sua altezza nel promettere de’ guiderdoni. Mostra orribile aspetto nello spavento de’ tormenti. Diritta è ne’ comandamenti: alta nelle promesse: orribile nelle minacce.

9. Isidoro terzo de summo bono. Doppio dono arreca lo leggere della Santa Scrittura; cioè che la mente ammaestra, e levando l’uomo dalle vanità del mondo, perduce al divino amore.

10. Cassiodoro nono epistolarum. Lo leggere della Divina Scrittura conferma ne’ buoni costumi; perchè sempre si fa bene, quando la celestiale paura s’oppone all’impeto delle umane volontadi. Da essa si prende manifesto cognoscimento di tutte virtudi; da essa, sapienzia condita di varietà: sì che a tutte cose diventa umile quegli, che è ammaestrato dalla dottrina celestiale

11. Cassiodoro ivi libro decimo. Dalle ecclesiastiche Lettere siamo noi sempre ammoniti di quello, che per noi fa; cioè giudicare lo diritto, volere lo bene, venerare le cose divine, e ripensare i giudicj, che sono avvenire.

12. Ugo primo de anima. Niuna cosa in questa vita si truova più dolce; niuna cosa così diparte [111] la mente dall’amore del mondo; niuna cosa così contra le tentazioni inforza l’animo; niuna cosa così isveglia ed aiuta l’uomo; come lo studio della Santa Scrittura.

Del modo del parlare della Santa Scrittura.

RUBRICA X.

1. Nel modo del parlare della Santa Scrittura potemo considerare tre cose maravigliose.

2. La prima è, che parla semplicemente insieme, e adornissimamente.

3. Della semplicità.

4. Ieronimo nel prologo della Bibbia. Io non voglio, che nelle Sante Scritture tu ti sdegni per la semplicità, e quasi viltà di parlare: le quali cose, o per vizio delli traslatori, o vero studiosamente sono così dette, acciocchè ammaestrassero più leggiermente la moltitudine delle persone, e che in una medesima sentenzia altro vi sentisse il dotto, e altro il non dotto.

5. Ieronimo a Pagmachio. L’ecclesiastica Scrittura eziandio se ha grande bellezza di parlare, sì la dee disinfingere e fuggire; acciocchè non parli alle oziose scuole de’ filosofi, e a pochi discepoli; ma a tutta la generazione umana.

6. Dell’adornezza sua.

7. Agustino quarto de doctrina Christana. Dov’io intendo i Santi Scrittori, pare a me, che non solamente niuno altro parli più savio; ma eziandio, che niuno altro parli più adorno. E ardisco di dire, che tutti coloro, che dirittamente intendono quello ch’egli parlano, insieme con ciò intendano, che non doveano altramente parlare.

8. Agustino quivi medesimo. Sì come è alcuno adorno parlare, che si conviene più a giovane, che a vecchio, e non è da dire bello parlare, se non si conviene alla persona del dicitore; così è alcuno bello parlare, il quale si conviene alle persone dignissime di somma autorità, e uomini d’Iddio pieni. Con questo cotale parlare parlano eglino: nè a loro si convenia altro, nè questo si conviene ad altrui.

9. Agustino ivi libro terzo. Sappiano i letterati, che tutti i modi di parlare, i quali i gramatici a greco nome chiamano tropi, i nostri autori hanno usato, e molto più che possano credere o pensare quelli, i quali non sanno i detti autori, e in altre lettere hanno i detti modi apparato: i quali modi, quelli che gli sanno, gli conoscono ne’ Santi Libri, e per quello sapere sono alquanto aiutati a meglio intenderli.

10. Cassiodoro. Ogni splendore d’avvenante parlare, e ogni modo di poetico dire, e ciascuna varietade d’ornamento annunziare, prese cominciamento dalle Divine Scritture.

11. La seconda cosa maravigliosa nel parlare della Scrittura è, che parla malagevole, e insieme con ciò agevole.

12. Agustino a Volusiano. Tanta è la profondità delle Divine Scritture, che io in esse continuamente fare’ pro, se quelle sole da mia garzonezza [112] fino all’ultima vecchiezza, con grandissimo riposo, con sommo studio, e non migliore ingegno mi sforzassi d’apparare.

13. Gregorio nel primo de’ morali. Lo parlare della Scrittura, come per significazione dà che fare a’savi; così spesse volte colle parole di fuori ammaestra i semplici. In piuvico ha onde nutrichi i parvoli; in nascosto serva onde lievi a maravigliare le menti degli alti intenditori. Ell’è come un fiume, che fosse piano, e che fosse atto; nel quale e l’agnello vada a passo, e l’elefante vada notando.

14. Gregorio ivi libro ventesimo. La Scrittura non è sì chiusa, che uomo se ne debbia spaventare, nè si palese, che avvilisca.

15. La terza è, che la Scrittura in uno medesimo detto contiene molte sentenzie.

16. Gregorio nel ventesimo de’ morali. La Scrittura Santa tutte l’altre scienzie e dottrine trapassa eziandio nel suo modo di parlare: perocchè in uno medesimo dire, e contando le cose fatte, dimostra loro significazioni; e in tal modo sa dire le cose trapassate, che in quel medesimo predica quelle che deono venire; e non mutato l’ordine delle parole, le cose fatte scrive, e quelle che si deono fare, insegna.

Del sapere delle storie.

RUBRICA XI.

1. Lo sapere delle storie giova ad intendere le Scritture.

2. Agustino secondo de doctrina Christiana. Quello che le storie dicono dell’ordine de’ tempi passati, molto aiuta ad intendere i Santi Libri; onde per lo contamento antico degli anni, e per li nomi de’ Consoli spesse volte cerchiamo, e troviamo molte veritadi.

3. Isidoro nel primo dell’etimologie. Molti savi ad ammaestramento de’ presenti scrissero storie de’ fatti passati: che per la storia si comprende la somma dei tempi passati, e ’l conto degli anni; e per la successione de’ Consoli e de’ Re, molte necessarie cose si cercano, e truovano.

4. Autore. Anco la storia è utile ad altre cose.

5. Tullio de Oratore. La storia è testimonia dei tempi, luce di verità, vita di memoria, e maestra di vita.

6. Aristotile nel primo della Rettorica. A’cittadineschi fatti sono molto utili le storie scritte.

7. Salustio in Giugurtino. Per la memoria delle cose passate fortissimamente s’accende l’animo a virtude; e quella fiamma nel cuore delle valorose persone non si spegne, fin a che la loro virtude non agguaglia alla fama e gloria delli loro maggiori.

8. Salustio ivi medesimo. Tra’ fatti, che con ingegno s’adoperano, grande utilità fa la memoria delle cose passate; della vertù delle quali molti savi n’hanno già sufficientemente parlato.

Distinzione Duodecima.

Di provedenza delle cose che deono venire.

1. Ora diremo noi di provedenza; e intorno a ciò diremo di due cose.

2. La prima, di provedenza in generale.

3. La seconda, spezialmente di provedenza inverso la morte.

4. Quanto alla prima diremo di tre cose.

5. La prima, di ragguardare il fine.

6. La seconda, che le cose che deono venire si possono provedere per le passate.

7. La terza, che’ mali proveduti meno nocciono.

Di ragguardare il fine.

RUBRICA I.

1. Proprio è di savio considerare il fine.

2. Isidoro undecimo etymologiarum. Prudente, cioè savio, vuole dire quasi per certo vedente; ch’egli è sì avveduto, ch’e’ provede gl’incerti avvenimenti.

3. Boezio secondo de consolatione. Non basta ragguardare quello, che t’è posto innanzi agli occhi; ma ’l savio mira il fine delle cose.

4. Terrenzio in Adelphis. Questo è il savere; non vedere solo quello, che t’è innanzi a’piedi; ma mirare quello, che dee venire.

5. Seneca de quatuor virtutibus. Quando tu comincerai, della fine ti pensa.

6. Isopo. Ciò che fai, fa saviamente, e guarda il fine.

Che le cose, che debbono venire, si possono provedere per le passate.

RUBRICA II.

1. Le cose che deono venire, si possono per le passate provedere; perocchè spesse volte sono simili.

2. Ecclesiastes. Che cosa è quello che fu? è quello medesimo che dee venire.

3. Ieronimo sopra quella parola d’Osea profeta, che dice Iddio: Io scriverrò loro le molte leggi mie. Per quelle, che prima furono date e non curate, presumesi che queste medesime non cureranno.

4. Gregorio a Massimo Vescovo. Per la passata buona vita tua sapemo quello, che noi presumiamo della tua seguente conversazione.

5. Cassiodoro epistolarum libro quinto. Ammaestrato si rende l’animo delle cose che deono venire, quando è ammonito per le passate.

6. Cassiodoro ivi libro nono loda uno, dicendo così. Tu crederesti, ch’egli avesse continuo ragionamento colle cose, che deono essere: perocchè quello ch’e’ concepea nell’animo, venia sempre ad effetto; e per maraviglioso studio di sapienzia non avea niuno dubbio, quello ch’egli provedea veramente, ch’e’ dovesse avvenire.

7. Aristotile nel secondo della Rettorica. Simiglianti sono le più volte le cose, che deono essere.

8. Verso. La ragione del passato fa sapere quello, che dee divenire.

Che mali proveduti meno nocciono.

RUBRICA III.

1. Meno nocciono i mali quando sono proveduti.

2. Ambrosio primo de officiis. Sì come i nemici, quando assaliscono coloro, che non sono proveduti nè appensati, sono malagevolmente sostenuti; e sì come quando li truovano non apparecchiati, leggiermente gli conquidono: così i mali quando assaliscono le persone, che di ciò non s’appensarono, più le vincono e fiaccano.

3. Gregorio in homilia. I dardi che sono proveduti meno feggiono [113]; e noi più agevolmente sostegnamo i mali, se contro a loro collo scudo della provvidenza siamo guerniti.

4. Gregorio primo moralium. Quegli, che per sollecitudine ripensa i mali che possono sopravvenire, è come colui, che vegghiando in aguato aspetta l’assalto dei nemici, e indi è vigorosamente apparecchiato a vittoria, onde i nemici credeano, che non sappiendo fosse compreso.

5. Gregorio nel trentesimo primo moralium. Tanto ciascheduno dall’avversità è meno vinto, quanto contro ad essa per provedimento si truova più apparecchiato.

6. Tullio de Tusculanis. Lo ripensamento de’ mali che debbono venire, allegerisce l’avvenimento di quelli, i quali tu hai molto innanzi veduti che addivengono.

7. Seneca a Marzia. Egli è bisogno che noi più caggiamo, i quali come disappensanti siamo percossi. Quelle cose, che molto dinanzi sono provedute, con meno valore ci sopravvengono. Toglie la forza a’ mali presenti quegli, che gli mirò [114] anzi ch’e’ venissero.

8. Seneca tertio de ira. Ripensa nell’animo tuo di dovere molte cose sostenere. Più forte è l’animo a quelle cose, alle quali viene apparecchiato.

9. Seneca ad Lucillum. Molle è ’l colpo dell’appellato male.

10. Cato. Più lievemente nuoce ciò, che provveduto è dinanzi.

Distinzione Terzadecima.

Di provedenza verso la morte.

1. Ora diremo della provedenza verso la morte; e intorno a ciò diremo tre cose.

2. La prima, della memoria della morte.

3. La seconda, che la morte, perch’ella non è saputa sempre è da temere.

4. La terza, della comunità della morte.

Della memoria della morte.

RUBRICA I.

1. La memoria della morte è sommamente necessaria.

2. Ecclesiastico. In tutte l’opere tue abbi memoria della fine tua, e mai non peccherai.

3. Ecclesiastico. Abbi memoria, che la morte non s’indugia.

4. Agustino a Giuliano. Sempre dinanzi da’ nostri occhi sia l’ultimo dì: e quando la mattina ci saremo levati, non ci fidiamo di venire alla sera; e quando la sera ci saremo coricati, non ci fidiamo di venire alia mattina: ed in questo modo leggiermente potremo raffrenare il corpo nostro da ogni peccato.

5. Agustino sexto confessionum. Non mi ritraeva dalla profondità de’ carnali dilietti, se non la paura della morte, e del giudicio d’Iddio.

6. Ieronimo in epistola. Sentenzia è di Platone, che tutta la vita de’ savi è pensamento [115] di morte; e però eziandio noi dovemo pensare nell’animo quello, che per alcuno tempo dovemo essere, e che, vogliamo o no, non può molto indugiare.

7. Ieronimo nel prologo del Pentateuco. Leggiermente dispreggia ogni cosa, chi sempre pensa che dee morire.

8: Bernardo in sermone. L’orrore della morte, lo pericolo del giudicio, la paura dello ’nferno mai dagli occhi del cuor tuo non lasciare dilungare.

9. Seneca ad Lucillum. Acciocchè tue la morte mai non temi, sempre ne pensa.

Che la morte, perchè non è saputa, sempre è da aspettare.

RUBRICA II.

1. Però sì dee uomo inverso la morte continuamente provvedere, perchè l’ora sua sempre è incerta e non saputa.

2. Ecclesiastes. Non sa l’uomo la fine sua; ma come i pesci sono presi all’amo, e gli uccelli al lacciuolo; così sono presi gli uomini nel tempo rio, quando la morte subita sopravviene.

3. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Vegghiate; che voi non sapete nè ’l dì, nè l’ora.

4. Gregorio sopra quella parola di Luca: Quando voi non pensate verrà; dice così. Dio volle, che l’ora ultima non fosse da noi saputa, acciocchè sempre possa essere sospetta; e per cagione che non la potemo provvedere, sempre ci apparecchiassimo a lei.

5. Gregorio terzo moralium. Poichè la presente Vita sempre è incerta, la morte sempre dee essere temuta, dacchè non può proceduta essere.

6. Gregorio quivi medesimo. Però il Creatore volle, che la fine nostra ci fosse nascosta, perocchè mentre noi sempre siamo non certi quando morire debbiamo, sempre ad essa ci troviamo apparecchiati.

7. Bernardo de interiori homine. Certa cosa è che morrai; ma non certa quando, o come, o dove; perocchè la morte in ogni luogo t’aspetta; e tu se sarai savio, in ogni luogo apetterai lei.

8. Seneca ad Lucillum. Incerta cosa è in che luogo la morte t’aspetti; e però tu lei in ogni luogo aspetta,

9. Seneca de moribus. A molti che si prolungavano la vita, sopravenne la morte non certa: però ogni dì è da aspettare come fosse il diretano [116].

10. Verso. Ordine non aspettato è quello, in che viene la morte.

Della comunità della morte.

RUBRICA III.

1. Certa cosa è, che morire è comunale a ciascuno.

2. Ecclesiastes. Muoresi il dotto così, come il non dotto.

3. Ecclesiastico. Sappi la comunanza della morte.

4. Nel secondo de’ Re. Tutti quanti ci moiamo.

5. Bernardo de contemptu mundi. Comunale cosa è morire. Morte non perdona ad onore; e così il debole, come il forte giungono alla morte.

6. Boezio secondo de consolatione. La morte non cura alta gloria: involge il piccolo, come il grande, e agguaglia i sottani [117] a’ sovrani.

7. Seneca de naturalibus libro quinto. La natura tra l’altre cose della sua giustizia questo ha molto principale; che quando vegnamo alla fine, tutti siamo iguali.

8. Seneca in tragedia. Tutta ta grande turba, che va per le terre, andrà alla morte.

9. Seneca ad Martiam. Dove la natura ha mal partite le cose comunali, e fra gli uomini Egualmente nati, altrimenti ha dato all’uno, che all’altro; la morte agguaglia tutto.

10. Valerio Massimo libro quinto. Certo è, che la natura in uno medesimo punto pone legge di ricevere lo spirito, e di renderlo; e siccome non suole morire chi non vive, così niuno può vivere, che non debbia morire.

11. Ovidio Metamorphoseos libro decimo. Tutti siamo debiti alla morte; e dopo poco stando, chi più tardi, e chi più per tempo corriamo ad uno fine.

12. Claudiano in minori. O morte, sotto i tuoi calci verranno i porporati Re, lasciato ogni vanità; e la turba, e’ poveri mischiati. Ogni cosa agguaglia la morte.

13. Ildelberto Cenomanense. La morte agguaglia il signore al servo, e le verghe reali a’marroni, traendo le persone dissimiglianti con simigliante condizione.

Distinzione Quartadecima.

Di compagnia, e d’insieme usare.

1. Dappoichè noi aviamo detto [118] delle virtudi, che si intertengono a propria perfezione; ora diremo di quelle, che si pertengono a comunale conversazione: e quanto a ciò diremo di sette cose.

2. La prima, di compagnia, e d’usanza.

3. La seconda, di fedeltà di parole.

4. La terza, di dare.

5. La quarta, di ricevere.

6. La quinta, di amistà.

7. La sesta, di pazienzia.

8. La settima, di sollazzare.

9. Quanto al primo diremo tre cose.

10. La prima, che simile con simile s’accompagna.

11. La seconda, che uomo dee usare i costumi di coloro infra’  quali vive.

12. La terza, che oltre accostumi di coloro, fra’  quali uomo vive, nè sconcezze, nè addornezze si convengono.

Che simile con simile s’accompagna.

RUBRICA I.

1. Simile con simile s’accompagna.

2. Ecclesiastico. Ogni animale ama lo somigliante a se, e ciascuno uopo al suo simigliante s’accompagna.

3. Ambrosio primo de officiis. Usare con gl’iguali è più dolce.

4. Ieronimo a Demetriade. Quale ciascuno è, di tale compagnia si diletta.

5. Tullio primo de officiis. Niuna cosa è più amabile, nè che più congiunga, che la simiglianza de’ buoni costumi.

6. Tullio de amicitia. Niuna cosa è, che così tragga ad un’altra, come simiglianza ad amistà.

7. Autore. Per contrario, tra’ dissimiglianti non è compagnia.

8. Gregorio nel secondo del dialogo. La vita de’ buoni sempre è grave agli uomini di perversi costumi.

9. Tullio nel terzo de officiis. Tra diversi costumi non può essere amistà.

10. Tullio de amicitia. A disuguali costumi si seguita drsiguali studi; la dissimiglianza de’ quali disparte [119] l’amistà.

11. Orazio nelle pistole. I tristi hanno in odio l’allegro, e’ giocondi il tristo; e’ veloci hanno in odio il posato, e’ pigri l’accorto, e leggiere [120]; e’ bevitori del vino, eziandio in mezza notte, hanno in odio colui, che non vuole bere quando gli è porto.

Che uomo dee usare i costumi di coloro tra’ quali vive.

RUBRICA II.

1. I costumi di coloro, tra’ quali l’uomo vive, dee uomo usare.

2. Augustino ad Ianuario. A qual Chiesa vieni, suo costume serva, se tu non vogli essere scandalo ad altrui, nè che altri sia a te.

3. Augustino quivi medesimo. Niuna dottrina è migliore al posato e savio Cristiano, se non che in quel modo faccia, che fare vede le persone, tra le quali è venuto.

4. Augustino terzo de doctrina Christiana. Qualunque persona usa le cose di questo mondo più distrettamente, che non portano i costumi di coloro tra’ quali vive; o egli è dismodato, o è di soperchia cura. E qualunque l’usa più largamente, sì ch’e’ passi i termini de’ buoni fra’  quali conversa; o alcuna cosa significa, o pestilenzioso è.

5. Augustino secondo confessionum. Laida è ogni parte, che al suo tutto non si conviene.

6. Cassiano primo de institutis monachorum. Ciò che tra’ servidori d’Iddio si fa da uno o da pochi, e non si tiene tra tutto ’l corpo della fraternità; o egli è soperchio, e è superbo: e però è da giudicare che sia nocevole, e che più dimostri vanità, che vertude.

7. Varro nelle sentenze. Notrica concordia lo formare de’ costumi secondo gli animi degli abitatori.

8. Seneca ad Lucillum. La faccia nostra col popolo si convenga. Facciamo migliore vita di loro, ma non contraria.

9. Tullio primo de officiis. Quelle cose, che per usanza si fanno e per ordinamenti de’ luoghi, comandamenti sono; e niuno dee essere a tale errore menato, che se Socrate, o Aristippo fecero dissero alcune cose contra ’l comune usato, ei creda, che quello medesimo sia licito a lui: perocchè coloro per grandissimi divini beni aveano questa licenzia.

Che oltre a costumi di coloro, fra’ quali uomo vive, nè sconcezze, nè addornezze si convengono.

RUBRICA III.

1. Adunque oltre’ costumi di coloro fra’ quali l’uomo vive, nè sconcezze si convengono, nè addornezze.

2. Ieronimo ad Eustachio: Nè desiderate sconcezze, nè composte addornezze si convengono a uomo Cristiano.

3. Ieronimo quivi medesimo. Lo tuo vestimento nè sia molto addomo, nè sozzo; e nulla stranezza vi si possa trovare.

4. Augustino de sermone Domini. Egli è da pensare, che non solamente nella bellezza e nella pompa delle cose temporali, ma eziandio nella sconcezza puote essere vanità; la quale tanto è più pericolosa, quanto sotto nome di servire Dio inganna: però è da tenere pure lo mezzo.

5. Autore. Di Santo Agatino si legge, che sue vestimenta e calzamenta nè troppo erano forbite, nè molto dispregiate; ma erano a maniera ammodata e convenevole.

6. Anche di San Bernardo si legge, che nelle vestimenta sempre gli piacque povertà, e non giammai laidezze: le quali diceva egli, ch’erano segno d’animo, lo quale appo se vanamente si gloriava, o vero, che fuori da se cercava umana gloria.

7. Tullio primo de officiis. Nettezza è da curare, non odiosa, nè con molta sollecitudine cercata; ma solamente, che si diparta da villana e disumana negligenzia.

8. Seneca a Lucillo. Aspro componimento, e non intonduti capelli, nè curata barba, e odio d’argento, e letto in terra, e qualunque altra cosa seguita vanità per traversa via, tu la schifa. Lo nome della sapienzia, eziandio se temperatamente è trattato, cosa è assai invidiosa di molti.

Distinzione Quintadecima.

Di fedeltà di parole.

1. Imperocchè a compagnia e usanza fedeltà di parole si contiene, pertanto diremo noi ora della fedeltà delle parole; e quanto a ciò diremo tre cose.

2. La prima, dell’osservare delle promesse.

3. La seconda, di reputare uomo il suo detto come saramento [121].

4. La terza, di tenere ferma la verità.

Dell’osservare delle promesse.

RUBRICA 1.

1. Le ’mpromesse si deono osservare.

2. Ecclesiastico. È alcuno, che per vergogna promette all’amico, e fasselo nimico per niente. E dice ivi la Chiosa: Sono alquanti, che più promettono, e meno attendono, e fannosi nimici coloro, a’quali bugiando [122] promettono.

3. Cassiodoro epistolarum libro tertio. Confortate i vostri animi della nostra promessa, e coll’aiuto di Dio prendete fidanza; che non è meno sicuro quello, che si contiene nelle nostre parole, che quello, che si contiene nelle vostre arche [123].

4. Tullio primo de officiis. Fondamento di giustizia è fede; cioè verità e fermezza delle cose dette e premesse.

5. Seneca de quatuor virtutibus. Appensatamente prometti, e più che quello, che tu premetesti, fa [124].

6. Autore. Questo s’intende nelle promesse buone, e per ispontanea volontade fate; ma altrimente è nelle rie, ed isforzate.

7. Ambrosio primo de officiis. Egli è talora contra il diritto ad attendere lo promesso saramento; come Erode, lo quale uccise San Giovanni per non negare la ’mpromessa.

8. Ambrosio ivi libro terzo. Più è da sostenere non fare l’impromessa, che fare cosa, che laida sia.

9. Isidoro in sinonima libro secondo. Nelle male promesse rompi la fede, e nel sozzo proponimento muta il tuo intendimento.

10. Tullio primo de officiis. Non è da stare in quelle promesse, le quali alcuno promise costretto per paura; o ingannato per malizia.

Di riputare uomo il suo detto come saramento.

RUBRICA II.

1. Ciò che tu dirai, pensa che quasi come giurato l’abbi.

2. Ieronimo ad Celantiam. Tanto sia in te amore di verità, che ciò che dirai, reputi giuramento

3. Grisostomo, ed è nel Decreto, vigesima seconda, quistione quinta. Lo nostro Signore Iddio non vuole, che sia alcuna differenza tra ’l nostro giurare, e ’l parlare: perocchè siccome nel giuramento niuna malizia si conviene essere, così nelle parole niuna bugia; perocchè l’uno e l’altro, cioè pergiuro [125] e bugia dal divino giudicio è dannato ad eternale pena, siccome mostra la Scrittura, che dice: La bocca di colui, che mente, uccide l’anima. Dunque qualunque di voi parla, giura; perocchè scritto è: Lo testimone fedele non mentirà.

4. Seneca de quatuor virtutibus. Niuna differenzia sia appo te ’n affermare, o ’n giurare. Sappi, che di fede, e di religione si ragiona là, ovunque si tratta di verità; perocchè avvegnachè Iddio non sia chiamato quando non si giura, eziandio al non giurante egli è testimonio.

5. Nelle sentenze de’ filosofi. Lo cui detto non ha peso di saramento, lo suo saramento è assai vile.

Di tenere ferma la verità.

RUBRICA III.

1. Adunque la verità è fermamente da tenere.

2. Ne’ Proverbi. Lo labbro della verità fermo sia.

3. Ecclesiastico. Innanzi a tutte l’opere tue vada la verità del parlare.

4. Agustino de libero arbitrio. Se della verità si prende scandalo, meglio è lasciarlo nascere, che partirsi dal vero.

5. Agustino de vera religione. Qual cosa è più maravigliosa, o più bella, che la verità? alla quale ogni cercatore confessa, che considera pervenire: onde forte si sollecita di non essere ingannato, ed indi si gloria, se studiando cognosce e giudica alcuna cosa più sottilmente e più accortamente, che gli altri. E ’l travagliatore, perocchè non promette se non d’ingannare, gli uomini diligentemente mirano, e sollicitissimamente osservano.

6. Agustino a Causolano. L’uno e l’altro è colpevole, e chi la verità nasconde, e chi la bugia dice; perchè quegli non vuole giovare, e questi desidera di nuocere.

7. Agustino ivi medesimo. Meglio è tormento per la verità, che beneficio per falsa piacenteria.

8. Ieronimo contro a Ruffino. Comandamento di Pitagora fu, che seguente a Dio è da venerare la verità; la quale sola fa gli uomini a Dio prossimani.

9. Grisostomo sopra Matteo. Non solamente è falsatore di verità chi bugia per verità dice; ma eziandio colui, che liberamente non dice la verità la quale bisogna di dire; o chi non liberamente, quando bisogna, la difende.

10. Seneca secondo de clementia. Più tosto voglio io con verità offendere, che con falsa loda piacere.

11. Seneca de quatuor virtutibus. Rendi testimonio alla verità, e non all’amistà.

12. Aristotile nel secondo dell’Etica. A me pare meglio, per salvare la verità, disfare l’amistà; perocchè due, qualunque sieno amici, santa cosa è più onorare la verità.

13. Autore. Leggesi di Platone, che disse: Bene m’è amico Socrate, ma più m’è amica la verità; e di Socrate è da curare poco, della verità molto.

Distinzione Sestadecima.

Di dare.

1. Imperocchè ’l promettere, e la verità hanno molte volte luogo nel dare, noi dopo le dette due cose diremo di dare; e quanto a ciò diremo di cinque cose.

2. La prima, che ’l dare è cosa lodevole; ma no ’l pigliare.

3. La seconda, di dare allegramente, e tosto.

4. La terza, di dare sanza alcuna villania.

5. La quarta, di dare sanza speranza di merito, eziandio agl’ingrati.

6. La quinta, di non rimproverare.

Che il dare è cosa lodevole, ma non il pigliare.

RUBRICA I.

1. Non il pigliare, ma il dare è lodevole cosa.

2. Ecclesiastico. Non sia la mano tua presta a ricevere, e ricolta a dare. E dice ivi la Chiosa: Egli vieta l’avarizia, e loda la misericordia, dicendo, che noi non togliamo le cose altrui, ma doniamo le nostre; perchè, siccome disse Cristo, molto è più gentil cosa dare, che ricevere.

3. Ieronimo a Nepoziano. Non domandiamo giammai, e rade volte riceviamo, con tutto che noi siamo pregati: che io non so come, che aziandio colui che ti priega per darti, quando hai ricevuto, te ne reputa di più vile; e in maraviglioso modo, se i suoi prieghi rifiuti, poi t’ha in magiore reverenza.

4. Cassiodoro epistolarum libro nono. L’uomo largo non sa andare cercando le cose altrui, ma sa bene proferire, e dare le sue.

5. Aristotile quarto Ethicorum. L’uomo di grande virtù è pronto a bene fare altrui, ma ricevendo si vergogna; perocchè il primo è cosa d’eccellenzia; lo secondo di bassezza.

6. Verso. A’ nostri tempi chi vuole piacere, dia molto, riceva poco, e dimandi nulla.

Di dare allegramente, e tutto.

RUBRICA II.

1. Diamo allegramente.

2. Ecclesiastico. In ogni dare rallegra la faccia tua.

3. Paolo seconda ad Corinthios. L’allegro datore ama Iddio.

4. Ambrosio primo de officiis. Non basta ben fare altrui, se non procede da buona fontana, cioè da buona volontà; perocchè l’allegro datore ama Dio. E se contra tua volontà fai, quale merito ti si conviene?

5. Seneca secondo de beneficiis. Disgraziato è quel beneficio, lo quale alcuno con tristizia dando, pare che così il dea, come gli fosse tolto.

6. Anco: diamo tosto.

7. Ecclesiastico. Non indugiare lo dato all’angustioso [126].

8. Cassiodoro In epistola. Più onesto è negare la cosa, che dare lunghi termini; perocchè meno è ingannato colui, a cui tosto è negato.

9. Pietro Ravennate in epistola. Si dubita se quello è beneficio, lo ’ndugio del quale tormenta l’aspettatore.

10. Seneca primo de beneficiis. Bene erra, se alcuno spera, che colui gli risponda, lo quale egli per indugio affaticóe, e per aspettamento tormentóe [127].

11. Seneca ivi libro secondo. Molto fece l’avacciare, e molto tolse lo ’ndugio. Siccome ne’ dardi è una medesima Virtù del ferro; ma infinita differenzia è, se con isteso braccio percuotano, o con lenta mano frangano. Una medesima cosa è quella, ch’è data; ma la differenzia è in che modo data sia.

12. Autore. Dunque non sono da aspettare i prieghi.

13. Cassiodoro in epistola. La cosa a molta istanzia data, cara pare comperata: più grazioso è il dono lo quale uomo fa anzi che pregato ne sia.

14. Seneca secondo de beneficiis. Conciossiacosachè al valoroso uomo nel pregare caggia la faccia [128] e tutta arrossisca; chi questo tormento perdono, lo suo dono multiplica.

15. Seneca ivi medesimo. Non ricevette in dono colui, che pregò; perocchè, siccome a’maggiori nostri savissimi uomini parve, niuna cosa più cara costa, che quella che con prieghi è comperata.

Di dare sanza alcuna villania.

RUBRICA III.

1. L’altra condizione nel dare si è, che diamo amorevolmente, e sanza alcuna villania.

2. Gregorio nel ventesimo primo de’ morali. Alquanti quando vengono a dare i doni, prima saettano le ’ngiuriose parole; i quali avvegnachè per fatti adoperino pietà, per parole perdono la graziosa umiltà; sicchè spesse volte pare, ch’eglino soddisfacciano per la detta ingiuria, quando dopo le villanie fanno doni. E non è gran fatto, che diano le cose dimandate; perocchè col dono della loro superbia appena cuoprono il fallo delle loro parole.

3. Gregorio ivi medesimo. Ben dice l’Ecclesiastico: In ciascheduno dato non mischiare tristizia di mala parola [129]. E anche dice, che la buona parola dee essere in sul buono dato, e che l’uno e l’altro di questi è coll’uomo giusto; cioè che ’l dare si dee fare per pietà, e la parola buona per umiltà.

4. Seneca primo de beneficiis. Veramente il beneficio non si dee con villania dare. Perocchè, conciossiacosachè la natura umana sia così disposta, che più profondamente entrano le ’ngiurie che’ meriti, e questi tosto si dimentichino, e le ’ngiurie tenacemente stiano nella memoria; dunque che dee aspettare chi offende quando obbliga? Assai inverso lui è cognoscente, chi al suo beneficio perdona.

5. Seneca ivi libro secondo. Mattezza è riprendere colui a cui tu dai, e aggiugnere villania co’meriti; che’ benefici non si deono inasprire, nè niuna cosa dogliosa con loro mischiare; eziandio se alcune cose volessi ammonire, eleggi altro tempo.

6. Seneca ivi medesimo. Fabio Verrucolo diceva, che ’l beneficio dato duramente e con asprezza, si era come pane petroso, lo quale ricevere all’affamato è per necessitate, avvegnadiochè sia molesto.

Di dare sanza speranza di merito, eziandio agl’ingrati.

RUBRICA IV.

1. Propriamente non dà, chi attende solo ad essere meritato.

2. Tullio de amicitia. Larghi donatori noi siamo non per ridomandare grazia; che ’l beneficio non si dee dare ad usura, ma solamente dalla buona natura siamo acconci a dare.

3. Seneca primo de beneficiis. Degno è d’essere ingannato, chi pensò pur di ricevere quando dava. Or dirai tu, e’ m’è colto male? Frate, e de’ figliuoli, e delle mogli è stata ingannata la nostra speranza; e sì meniamo moglie, e nutrichiamo figliuoli. Tanto semo pertinaci e volonterosi contra le cose, che avemo provate, che poichè siamo vinti, vogliamo combattere, e poichè nel mare siamo rotti, vogliamo navigare. Quanti son quelli, che non sono degni della luce, e si nasce loro lo dì? Quanto maggiormente si conviene di durare nel dare de’ beneficj; i quali se alcuno non gli dà, perchè non gli riceve, dunque gli diede egli per ricevere, e fece buono il lato degl’ingrati, a’ quali è laido lo non rendere.

4. Seneca ivi medesimo. Questo è proprio di grande e buono animo, non cercare lo frutto de’ benefici, ma cercare di fargli.

5. Seneca ivi medesimo. Che grande cosa sarebbe fare pro a molti, se niuno t’ingannasse? Questa è la Virtù, dare i benefici che non debbiano ritornare; lo frutto de’ quali al nobile animo è incontanente ricevuto.

6. Seneca ivi medesimo. Se uomo te ne renderà alcuna cosa, è guadagno; se non te ne renderà, non è danno.

7. Seneca ivi medesimo. Niuno scrive i benificj nel suo quaderno, nè come avaro dimandatore a ora e dì gli richiede.

8. Seneca ivi medesimo. Meglio è, che’ benifici appo gl’ingrati giacciano; i quali o vergogna, o agio di servire, o paura per alcun tempo gli potrà fare grati. Non cessare tu d’adoperare, e compiere l’opere di buono uomo.

9. Seneca ivi medesimo. È ingrato verso uno benificio? verso l’altro non sarà. Hanne dimenticati due? lo terzo li recherà a memoria quelli, ch’egli aveva dimenticati. Colui perde i benificj, che tosto se gli crede avere perduti; ma chi pure aggiugne i seguenti ai primi, eziandio del duro e dimentichevole [130] petto trae grazia; perocchè uomo non ardisce contro a’molti benificj alzare gli occhi.

10. Seneca ivi libro quarto. Non è beneficio quello, che per acquistare si manda: questo darò, e questo riceverò. Chi beneficio per ricevere diede, non diede.

11. Seneca ivi libro quinto. Proponimento è d’ottimo uomo, e di grande animo, tanto sostenere lo ’ngrato, fino a che ’l farà grato.

12. Esso Dio dà molte cose agl’ingrati.

13. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Lo sole suo fa Dio nascere sopra’ buoni, e’ rei; e piove sopra i giusti, e gl’ingiusti.

12. Seneca quarto de beneficiis. Se Dio e’ Santi vuogli seguitare, dà eziandio agl’ingrati; che a’malvagissimi si leva il sole ed a’corsari è palese il mare [131].

Di non rimproverare.

RUBRICA V.

1. Non si conviene i servigi e’ doni rimproverare.

2. Ecclesiastico. Quanto tu avrai dato, non rimproverare. Tu seguita Dio, lo quale, come dice S. Iacopo, dà a tutti abbondevolmente, e non rimprovera.

3. Terrenzio in Andria. Lo ricontare i benefici, che altrui uomo ha fatti, è quasi uno riprendere, come colui non se ne ricordasse.

4. Tullio de amicitia. Odiosa generazione d’uomini è, che rimproverano i servigi; de’ quali si dee ricordare colui, a cui sono fatti, ma non gli dee contare colui, che fatti gli ha.

5. Seneca in proverbiis. Chi conta il benificio ch’ha dato, quegli lo raddomanda.

6. Seneca secondo de beneficiis. Chi diè il beneficio, taccialo: ricontilo [132] chi ricevuto l’ha.

7. Seneca ivi libro quarto. Squarcia l’animo e molto prieme lo spesso ricordare i benificj, che uomo ha dati.

8. Seneca ivi libro quinto. Le bestie seguitano colui, che non raddomanda loro i benificj: e siccome la gloria seguita più coloro, che la fuggono; così il finito del beneficio più graziosamente risponde a coloro, i quali sì liberamente servirono, che quelli che ricevettono, ebbono la balìa d’essere ingrati.

9. Seneca ivi libro septimo. Chi ’l beneficio diede, nol dee predicare, nè vantare, nè in alcuno modo esserne grave.

Distinzione Decimasettima.

Del ricevere, e del ricognoscere i benificj.

1. Poichè avemo detto del dare de’ benificj, ora diremo di ricevergli e ricognoscergli [133]; e intorno a ciò diremo quattro cose.

2. La prima, che colui che riceve, dee stimare l’affetto del datore.

3. La seconda, della memoria de’ benificj.

4. La terza, del rimeritare i benefattori.

5. La quarta, del rimeritamento verso padre, e madre.

Che colui che riceve, dee stimare l’affetto del datore.

RUBRICA I.

1. L’affetto del datore dee lo ricevitore attendere nelle cose date.

2. Ambrosio primo de officiis. Nel beneficio più opera l’animo, che ’l censo, e più pesa la benivoglienza, che la possibilità del dono.

3. Ambrosio ivi medesimo. L’affetto fa lo ricco dare, o ’l povero, e a tutte cose pone pregio.

4. Ambrosio sopra la pistola ad Corinthios. Non solamente s’attende quanto, ma eziandio da quanto e quale animo sia dato.

5. Gregorio in homilia. Più dovemo pensare l’affetto, che il censo.

6. Seneca primo de beneficiis. In ogni servigio molto si dee stimare la volontà del datore.

7. Isopo. Io non penso lo fatto dell’opera, ma l’opera della mente.

8. Autore. In quel medesimo modo fa Dio.

9. Origene. Non mira Iddio il dato, ma l’affetto; e però meglio riceve chi dà piccole cose con affetto grande, che chi dà le grandi con affetto piccolo.

10. Beda sopra quella parola di Marco: Questa vedova povera offerse più che tutti gli altri; dice così. Dio non pensa la sustanzia dell’offerta, ma la coscienzia degli offertori: nè pesa quanto, ma da quale animo nel suo sacrificio sia offerto.

Della memoria de’ beneficj.

RUBRICA II.

1. E’ si conviene avere memoria de’ beneficj ricevuti.

2. Crisostomo super Matthaeum. Ottima guardiana de’ beneficj è la memoria, la quale è un continuo rendere di grazie.

3. Cassiodoro sopra ’l salmo. Continuamente si fa’sovvenire colui, al quale lo fatto servigio dinanzi dagli occhi sempre dimora.

4. Cassiodoro anche sopra il salmo. Miglior cose merita di ricevere quegli, il quale i fatti servigi non si lascia di cuore uscire.

5. Cassiodoro epistolarum libro quarto. Invita alle cose grandi quegli, il quale gratamente riceve le piccole; e speranza riceve di quelle che debbono venire quegli, che le trapassate [134] riconosce.

6. Seneca in proverbiis. Assai è grande usura per lo beneficio la memoria.

7. Seneca secundo de beneficiis. Questa è tra due la legge de’ benificj. L’uno incontanente dee dimenticare quello, ch’ha dato; l’altro dee tenere a mente quello, che ha ricevuto.

8. Seneca ivi libro terzo. Ingrato è chi ’l benificio niega d’avere ricevuto; ingrato è chi ’l disinfigne; ingrato è chi nol rende; ma ingratissimo è sopra tutti chi dimenticato l’ha: perocchè quegli primai, avvegnachè nol rendano, almeno sono debiti, ed è appo loro alcuno intendimento de’ meriti rinchiuso dentro dall’animo, e in alcuno tempo si potranno convertire per alcuna cagione leggiere; ma quegli non puote mai diventare grato, a chi ’l benificio è in tutto andato fuori della memoria.

9. Seneca ivi medesimo. Quale di questi di’ tu che sia peggiore, colui che lascia di rendere grazia de’ beneficj, o colui che lascia d’avergli a memoria? Dico che viziosi occhi sono quegli, che la luce ritemono; ma ciechi sono quegli, che non la veggono.

10. Seneca ivi medesimo. Pare che quegli non ha molto pensato del rendere, a cui la dimenticanza è sopravvenuta. Quegli che n’ha la memoria, sansa spesa è grato.

11. Seneca ad Lucillum. Chi è più misero, che colui che i benificj dimentica, e in memoria tiene le ’ngiurie?

Del rimeritare i benefattori.

RUBRICA III.

1. Non è lecita cosa non meritare i benificj, anzi conviene maggiori cose rendere.

2. Ambrosio primo de officiis. Pognamo che alcuno si possa scusare, che non abbia dato; come si potrà scusare di non avere renduto? Lo non dare appena è licito ad alcuno uomo; ma lo non rendere non è licito.

3. Ambrosio ivi medesimo. Non si dee rendere con misura pari, ma con maggiore; e desi pensare lo fruttuoso uso, che uomo hae avuto del beneficio; e ancora, che colui che prima diede, quanto a tempo è innanzi e quanto a benignità è primaio. Esemplo ci dà la terra, la quale rende i frutti non seminati, e multiplica quelli che ha ricevuti.

4. Ambrosio sopra Luca. Non è contenta la virtù di rendere quanta ricevette; ma vuole alle cose ricevute aggiugnere.

5. Cassiodoro epistolarium libro primo. Maggiori cose ci conviene rendere, che quelle, che da’ nostri sudditi abbiamo ricevute.

6. Tullio primo de officiis. Conciossiacosachè sieno due generazioni di larghezza, l’una di dare beneficio, l’altra di rendere; lo dare, o ’l non dare è in nostra balia, ma il non rendere non è licito a buono uomo.

7. Tullio ivi medesimo. Che dovemo noi fare quando noi siamo provocati con benificj? Dovemo fare come i fruttuosi campi, i quali più danno, che non ricevettero: perocchè se noi non dubitiamo di servire a coloro li quali speriamo che giovino a noi; chenti dovemo essere in quelli, che già ci hanno giovato?

8. Seneca primo de beneficio. Insegnare si dee a coloro, che volentieri ricevono, di volentieri dare; e non solamente d’agguagliarsi a coloro, a cui sono obbligati, ma eziandio di vincergli.

9. Aristotile nel quarto dell’Etica. Uomo di grande virtù è renditore di più.

10. Metrodoro. Ingrato è chi beneficio rende sanza usura.

11. Varro nelle sentenzie [135]. Nobilissima cosa è con usura rendere le cose, che ci sono date.

Del rimeritare verso padre, e madre.

RUBRICA IV.

1. Spezialmente, e sopra, gli altri siamo noi obbligati al padre, e alla madre, a’quali siamo tenuti non solamente per inclinazione naturale, e per comandamento d’Iddio; ma eziandio per li ricevuti beneficj.

2. Ecclesiastico. Onora il padre tuo, e’ dolori della madre tua non dimenticare: ricorditi, che se per loro non fossi, tu non saresti, e rendi loro come eglino a te.

3. Ecclesiastico. Chi teme Iddio, onora padre e madre, e quasi a signore serve a coloro, che lo ingenerarono, in opere, e in parole, con ogni pazienzia.

4. Ecclesiastico. Figliuolo, ricevi la vecchiezza del padre tuo, e nol contristare in tutta la vita sua.

5. Ieronimo sopra quella parola: Onora il padre tuo e la madre tua, dice così. L’onore del padre, e della madre non si dee intendere solamente nel salutare, o in cotali cose; ma eziandio in dare quello, che loro bisogna.

6. Cassiodoro epistolarum libro secondo. Che diremo noi di quelli benificj da’ nostri padri dati, li quali potrebbono obbligare eziandio le strane persone? Notricansi i parvoli, per loro si fatica, a loro si cercano le ricchezze: a ciascuno credendo, che quello ch’ei possiede abbondi per lui, quando i padri vanno cercando di più, per altra etade commettono peccato.

7. Cassiodoro ivi medesimo. O dolore! non meriteremo noi l’affetto de’ nostri figliuoli, per li quali non dubitiamo di metterci a morte? La cura del padre non fugge il tempestoso mare, acciocchè poi le straniere merci acquisti quello, che lasci a’suoi figliuoli.

8. Cassiodoro ivi medesimo. Le cicogne, quando i padri, o loro madri per vecchiezza perdono le penne, sicchè non sono acconce a cercare i lor cibi; i figliuoli scaldano le fredde membra, procacciano loro l’esca, e con pietosa vicenda essendo giovani, rendono quello, che da’ padri, essendo parvoli, ricevettono.

9. Valerio Massimo libro quinto. Lo pretore di Roma avendo condannato a morte una gentildonna, diedela al soprastante della prigione, che la vi dovesse uccidere. Il soprastante mosso per pietà, non la strozzò incontanente, e anche concedette, che una sua figliuola andasse a lei; sì veramente, che non le lasciava portare niuna cosa da mangiare, credendo che per fame morisse. Passati più dì, maravigliandosi che tanto fosse vivuta, osservò dilingentemente, e fussi avveduto, che la figliuola traeva la poppa, e con aiuto del latte alleggeriva la fame della sua madre. La quale novità così maravigliosa fu recata a consiglio di giudici, e fece, che alla madre fu perdonata quella pena: perocchè quale cosa è così non udita, come, che la madre sia nutricata del latte della figliuola? Penserebbe alcuno, che questo fusse contro a natura, se amare padre e madre non fosse prima legge di natura.

10. Aristotile octavo Ethicorum. Nel nutricamento massimamente si conviene di sovvenire a padre e madre, siccome a coloro, che sono a noi cagione d’essere; a’ quali siamo debitori più, che a noi medesimi.

11. Aristotile ivi medesimo. L’amistà de’ figlinoli verso padre e madre è siccome a bene lo quale molto avanza lo nostro rendere; perocchè sono cagione d’essere e di nutricare, e degli ammaestramenti buoni.

42. Nel Digesto libro vigesimoquinto. Iniquissima cosa è che ’l padre abbisogni, quando i figliuoli hanno assai.

Distinzione Decimottava.

D’amistà.

1. Imperocchè in dare e in rimeritare si seguita amistà; poichè avemo detto di quelle due cose, ora diremo a amistà; e quanto a ciò diremo di quattro cose.

2. La prima, dell’unità degli amici.

3. La seconda, dell’utilità dell’amistà.

4. La terza, che nell’avversità si pruovano gli amici.

5. La quarta, di non essere amico de’ rei.

Dell’unità degli amici.

RUBRICA I.

1. I veri amici sono una cosa insieme.

2. Agustino quarto confessionum. Bene disse uno dell’amico suo, ch’era la metà dell’anima sua; che veramente i’ senti’, che l’anima mia, e quella di quel mio amico fu una in due corpi; e però a me era in orrore eziandio la vita che morto lui, io non volea mezzo vivere.

3. Ieronimo super Micheam. L’amistà, o pari gli riceve, o pari gli fa: onde e altrove leggiamo che l’amico è una medesima anima: e ’l poeta pregando per l’amico, disse: Io ti raccomando la metà dell’anima mia.

4. Ieronimo a Demetriade. Volere quelle medesime cose, e quelle medesime non volere, quella è la ferma amistà.

5. Aristotile nono Ethicorum. Un altro egli è l’amico.

6. Aristotile ivi medesimo. Una anima, e tutte cose degli amici sono comunali.

7. Aristotile secondo magnorum moralium. L’amico è un altro io.

8. Autore. Le dette cose si deono intendere ne’ fatti buoni e onesti; ma non ne’ rei.

9. Salustio in Giugurtino. Avere in odio quelle medesime cose, e quelle medesime desiderare, e quelle medesime temere, tra’ buoni è amistà, tra li rei è una setta.

10. Tullio de amicizia. Questa legge nell’amistà sia, che dagli amici oneste cose domandiamo, e per cagione degli amici oneste cose facciamo.

11. Valerio Massimo libro sesto. Publio Rutilio contradicendo ad uno dimando d’uno suo amico, l’amico molto crucciato disse: Dunque che mi vale la tua amistà, se tu non vuogli fare quello, ond’io ti prego? E quegli rispuose: E a me che vale la tua, se per cagione di quella io debbo fare alcuna disonesta cosa?

Dell’utilità dell’amistà.

RUBRICA II.

1. In ogni stato, in ogni condizione l’amistà è molto utile, e molto graziosa.

2. Ambrosio tertio de officiis. Niuna cosa umana è più bella dell’amistà; perchè allegrezza della vita è che tu abbi a cui tu apri il tuo petto, e con cui tu participi li tuoi segreti, allogandoti in colui, che fedele t’è: quale colla prosperità s’allegri con teco, e nella tristizia t’abbia compassione, e nelle persecuzioni ti conforti.

3. Isidoro terzo de summo bono. L’amistà le prospere cose fa più dolci, e l’avverse per raccomunare tempera, e alleggerisce: perocchè quando nella tribolazione s’aggiunge lo consolare degli amici, l’animo non si fiacca, ma molto meno ne pate.

4. Cassiodoro in epistola. Sanza amici ogni pensiero sarebbe tedio, e ogni operazione fatica, e ogni terra peregrinaggio; e ogni vita tormento; sanza i quali lo vivere sarebbe morire.

5. Aristotile octavo Ethicorum. Sanza amici veramente niuno vorrebbe vivere, avendo gli altri beni tutti.

6. Aristotile ivi medesimo. A’ ricchi, e a quelli, che sono in istato e ’n signoria, pare a me che molto sieno utili gli amici; perocchè quale utilità sarebbe di quella cotale buona ventura, levandone il benificio, il quale si fa massimamente e lodevolmente agli amici? Ancora come si potrà salvare e conservare senza amici? che quanto ell’è maggiore, tanto è meno stabile.

7. Aristotile ivi medesimo. Nella povertà, e nell’altre misventure solo rifugio sono gli amici.

8. Aristotile ivi medesimo. A’ giovani perchè non pecchino, e a’ vecchi perchè sieno serviti, è utile l’amistà

9. Tullio de amicitia. Quale cosa è più dolce che avere l’amico, col quale così ti fidi di parlar d’ogni cosa, come teco medesimo? come sarebbe tanto frutto nelle prospere cose, se tu non avessi colui, che di quelle si rallegrasse, così come tu? e l’avverse malagevole sarebbe a sostenere sanza colui, che più, che tu medesimo se ne grava.

10. Tullio ivi medesimo. L’amistà le prospere cose fa più splendienti; e l’avverse partendo, e accomunando fa più leggieri.

11. Tullio ivi medesimo. Quale cosa è sì stabile, e quale città e sì ferma, la quale per odio, e per discordie non possa profondare? Per la qual cosa si può giudicare quanto bene è l’amistà.

12. Tullio ivi medesimo. Lo sole del mondo pare che togliano, chi tolgono di questa vita l’amistà; della quale niuna cosa ad uso nostro avemo più gioconda.

13. Seneca de tranquillitate animi. Niuna cosa tanto diletta l’animo, come l’amistà fedele e dolce. Quanto bene è, quando apparecchiati sono i petti, nei quali sicuramente ogni secreto discenda; e de’ quali tu meno temi la lor coscienzia, che la tua, e ’l parlare de’ quali alleggerisca tua sollecitudine, la sentenzia spacci il consiglio, e l’allegrezza cacci la tristizia ed eziandio l’aspetto diletti!

Che nell’avversità si pruovano gli amici.

RUBRICA III.

1. L’avversità pruova gli amici.

2. Salamone ne’ proverbi. Ogni tempo ama chi amico è; e ’l buono fratello nell’angustie si pruova.

3. Ecclesiastico. L’amico secondo tempo [136] non starà fermo nel dì della tribolazione.

4. Ecclesiastico. Non si conosce ne’ beni l’amico; e non si nasconde ne’ mali lo nimico.

5. Agustino nel libro d’ottantatrè quistioni. Niuna cosa così pruova l’amico, come sopportare il carico del suo amico.

6. Gregorio septimo moralium. Quando alcuno posto nella prosperità è amato, in dubbio è, se è amata la prosperità, overo la persona: ma il perdere la prosperità mostra la virtù dell’amore: che certamente la prosperità non mostra l’amico: nè l’aversità cela il nemico.

7. Boezio secondo de consolatione. Questa aspra e orribile ventura t’ha scoverte le menti de’ fedeli amici, ed ha cernite le loro facce certe dale non certe e partendosi ha menato i suoi amici, e i tuoi t’ha lasciato.

7. Boezio ivi libro terzo. Colui, lo quale la beneavventuranza fece amico, la sciagura farà nemico.

8. Cassiodoro in epistola. La necessità pruova gli amici; e lo splendore del sovvenimento fatto manifesta la fiamma dell’intimo amore.

10. Tullio nel quarto della nuova Rettorica. Siccome le rondini nel tempo dell’estate sono presenti, e nel freddo si partono; così i falsi amici nel tempo della chiara [137] vita presenti sono, ma sì tosto che veggano lo verno [138] della ventura, sì volano via.

11. Seneca ad Lucillum. A quelli, che sono in fiore, la turba degli amici dintorno siede: ma intorno ai fiaccati [139] solitudine è: e indi fuggono gli amici, dove si pruovano.

12. Valerio Massimo libro quarto. Gli amici di pura fede, spezialmente nell’avversità sono cognosciuti, nella quale ciò che si fa, tutto viene da costante amore: ma il servigio della prosperità in maggiore parte a lusingherie, che a vero amore, pare che si faccia; e certamente è sospetto, che più dimandi, che non dà.

13. Autore. E siccome gli amici della prosperità cessano, cessante le prosperità; così e gli amici de’ doni [140], quando i doni mancano.

14; Isidoro terzo de summo bono. Amistà che per dono si giugne, sospeso il dono, si discioglie.

15. Tullio de amicitia. Se l’utilità giugnesse [141] l’amistà, quando ella si mutasse, la dispartirebbe [142].

16. Aristotile octavo Ethicorum. Quelli che per utile sono amici, insieme coll’utile partito vanno via.

17. Aristotile ivi libro nono. Chi per utile sono amici, quando eglino non ricevono più, ragionevolmente ei si dipartono; perocchè eglino erano amici di quelle cose, le quali mancando, non amano più.

Di non essere amico de’ rei.

RUBRICA IV.

1. Co’ rei non giugniamo noi amistà.

2. Nel secondo del Paralipomenon. Tu dai aiuto al rio uomo, e con coloro, che odiano Dio, se’ per amistà congiunto.

3. Gregorio in pasturale. Quando noi incautamente per amistà co’ rei siamo congiunti, delle loro colpe siamo noi legati.

4. Plauto in Aulularia. In amistà, e fede non ricevere lo stolto; perocchè de’ rei e de’ matti più leggiermente si sostiene l’odio, che la compagnia.

5. Seneca de tranquillitate animi. Gli amici quanto fare si può eleggiamo noi liberi da’ disordinati desiderj: perocchè entrano i vizzi, e in catuno per la conversazione trapassano, e per l’usanza nocciono. Onde siccome nell’aere corrotto è da curare, che noi non istiamo presso a’ corpi corrotti e infermi, perchè trarremo infermità eziandio del loro fiato; così in eleggere gli amici dovemo studiare, che noi prendiamo quelli, che meno sono maculati.

6. Cassiodoro de amicitia. Le peccata di coloro de’ quali è avuta mala oppinione, si tornano in infamia de’ loro amici. Questi cotali debbono essere curati con ammonimenti buoni: e se non si correggono, non si dee incontanente fiaccare l’amistà; ma a poco a poco, come bene disse il savio, si dee discucire. [143]

7. Tullio de amicitia. Riescono spesso i vizi degli amici sì negli amici medesimi, sì eziandio negli strani [144]; la infamia de’ quali negli amici ritorna: dunque cotali amistà per lasciarnelo d’usanza si deono levare, e discucire piuttosto, che tagliare; ed è da guardare, che solamente paiano amistà lasciate, ma non inimistà cominciate.

8. Tullio primo de officiis. L’amistadi non lodevoli dissero gli savi, che maggiormente si deono a poco a poco disfare, che subitamente ricidere.

9. Aristotile nono Ethicorum. Se l’amico diventa rio, è quistione, se si dee sciogliere l’amistà. Rispondo: non inverso tutti, ma verso quelli, che non si possono sanare; quelli che sanare si possono, massimamente dee uomo aiutare; ma da quelli primai chi diparte l’amistà, non fa contr’a ragione; perocchè egli non era amico a costui, che ora è cotale; onde essendo egli trasmutato, non potendolo sanare, a ragione si parte da lui.

Distinzione Decimanona.

Di Pazienzia.

1. Dacchè avemo detto d’amistà, la quale è verso quelli, che amano; ora diremo di pazienzia, la quale è verso quelli, che odiano; e quanto a ciò diremo tre cose.

2. La prima è lodamento di pazienzia.

3. La seconda, che ’l paziente vince.

4. La terza, che le ’ngiurie sì debbono perdonare, dispregiare, e dimenticare.

Lodamento di pazienzia.

RUBRICA I.

1. Grande virtù è la pazienzia.

2. Iacopo Apostolo. La pazienzia è perfetta opera.

3. Gregorio nel primo del dialago. Io reputo, che la virtù della pazienzia sia maggiore, che’ segni, o miracoli.

4. Gregorio nel ventesimo de’ morali. Niuno è perfetto, se tra’ mali del prossimo non è paziente: perocchè colui, che non sostiene in pace gli altrui mali, egli per la sua impazienzia a se medesimo è testimone, che della perfezione del bene è molto da lunga [145]; che certamente quegli non vuole essere giusto come Abel, il quale non è perseguitato dallo ingiusto, quasi come da Caim.

5. Cato. Veramente la massima delle altre virtù è la pazienzia.

6. Autore. Pazienzia è segno di sapienzia.

7. Salomone ne’ proverbi. Chi paziente è, quegli è governato da molta sapienza; ma lo ’mpaziente innalza e accresce la sua stoltia [146].

8. Salamone ivi medesimo. La dottrina dell’uomo per pazienzia si conosce. Sopra la qual parola dice Gregorio nel pastorale: Tanto ciascuno è mostrato men dotto, quanto egli è trovato meno paziente; perocchè non puote insegnando veracemente dare li beni, se vivendo non sa pacificamente sostenere gli altrui mali.

Che ’l paziente vince.

RUBRICA II.

1. Sofferitore vince,

2. Ambrosio primo de officiis. Queste sono l’armi del giusto, che dando luogo vinca.

3. Cassiodoro sopra quella parola del salmo: Io come sordo non udiva; dice così. Niuna cosa puote essere più forte, e niuna più nobile, che udire le ’ngiurie, e non rispondere in contrario.

4. Seneca in tragedia. Acciocchè tu più cose possi, più ne sostieni.

5. Seneca secondo de ira. Adirerassi alcuno, e tu per contrario provocalo con benefici. Incontanente cade la briga, quando una delle parti la lascia, e quando parimente non si combatte; ma se si combatte da ciascuna parte, ira v’occorre. Quegli è migliore, che prima se ne ritrasse; quegli è vinto, che vinse.

6. Valerio Massimo libro quarto. Alquanto più gentilmente si vincono l’ingiurie con beneficj, che con pertinacia di contrari odj.

7. Ovidio secondo de arte. Dà luogo al contastante, e in questo modo sarai vincitore.

8. Cato. Cui tu soperchiare puoi, vincila sostenendo.

9. Autore. Assai gloriosamente il paziente vince la ’ngiuria fatta; ma anco più gloriosamente vince la contraria ventura.

10. Gregorio quinto moralium. Chi pazienzia nell’avversità tiene, indi contra ogni cosa diventa forte, ond’egli se medesimo signoreggiando vince.

11. Cassiodoro sopra ’l salmo. La pazienzia è quella, che ogni avversità vince; non contra pugnando, ma sofferendo; non mormorando, ma ringraziando Dio.

Che le ’ngiurie si debbono perdonare, dispregiare e dimenticare.

RUBRICA III.

1. Le ingiurie, che ci sono fatte, dico primamente, che si deono perdonare.

2. Ecclesiastico. Perdona al prossimo tuo che nuoce a te, e allora pregando te, sarai disciolto dalle peccata tue.

3. Nel Vangelio di Santo Luca dice Cristo. Perdonate, e saravvi pordonato; date, e saravvi dato. Sopra la quale parola dice Beda così: In brieve sentenza ci comanda di perdonare le ’ngiurie, e dare i benificj, acciocchè a noi sieno perdonate le peccata, e data vita eterna.

4. Ieronimo in homilia. I maggiori peccati ci sono perdonati pregando, se noi perdoniamo le minori ingiurie: ma se noi per una fatta vergogna non possiamo essere raumiliati, e per una amara parola abbiamo perpetuale discordia; or non ci pare bene il diritto, che noi siamo da mettere in carcere, e che per esemplo della nostra opera noi facciamo, che dei maggiori peccati non ci sia conceduto perdono?

5. Agustino in enchiridion. Chiunque a chi ’l priega, e del peccato si pente di cuore, non perdona; in niuno modo creda che da Dio sieno perdonate le sue peccata.

6. Gregorio nel quarto del dialogo. Quegli dirittamenle dimanda perdono del suo peccato, il quale primamente perdona l’offesa, ch’è fatta incontra di lui.

7. Seneca de quatuor virtutibus. Sieti per vendetta l’aver potuto vendicare; che sappi, che grande e onesto modo di vendetta è il perdonare.

8. Secondamente le ’ngiurie si debbono dispregiare.

9. Ambrosio primo de officiis. Miglior è chi dispregia la ’ngiuria, che chi se ne duole: perchè chi la dispregia, quasi non sentendola l’ha per niente; ma a chi se ne duole, duole come a chi sente.

10. Gregorio in homilia. Più gloriosa cosa è fuggire la ’ngiuria tacendo, che soperchiarla rispondendo.

11. Seneca primo de clementia. Proprio è di grande animo essere dolce e posato, e le ’ngiurie, e l’offese sovranamente dispregiare. Femminile cosa è arrabiare nell’ira.

12. Seneca terzo de ira. Siccome le lance, e le saette dalla cosa dura tornano a drieto [147], e siccome le cose salde sono percosse con dolore del percotitore; così niuna ingiuria passa, e sentesi dal grande animo: perocchè ella è più fraile [148], che quello, che percuote. Come è bella cosa, che l’uomo, quasi non potendo essere ferito da nulla saetta, tutte le ’ngiurie, e villanie dispregi!

13. Seneca ivi medesimo. Proprio è di grandezza non sentire percossa; siccome la molto grande fera l’abbaiare de’ cani guata con poca cura; e siccome il grande monte, che quando l’onda del mare lo percuote, ella si rompe, e torna a dietro.

14. Seneca de moribus. Atto è di grande fortezza non curare l’offenditore.

15. Anche le ’ngiurie si deono dimenticare.

16. Ecclesiastico. D’ogni ingiuria del prossimo non avere memoria.

17. Cassiano octavo de institutis monachorum. L’antica legge dice: Non ti ricordare della ’ngiuria: onde non solamente dice di non renderla, ma eziandio comanda, che la memoria di lei sia isvelta del nostro cuore infino le radici.

18. Tullio in oratione. Tu Cesare, niuna cosa suogli dimenticare, se non le ’ngiurie; che questo è proprio all’animo, e allo ’ngegno tuo.

19. Aristotile quarto Ethicorum. Non è atto d’uomo di grande virtù ricordarsi de’ mali, ma dispregiargli.

20. Seneca a Lucillo. Rimedio delle ’ngiurie dimenticanza è.

Distinzione Ventesima.

Di riposo, e giocondità.

1. Nell’ultimo luogo delle virtudi è da dire d’una virtù, la quale è requie di tutte l’altre, ed è detta eutrapelia, cioè giocondità, la quale si pertiene a posare, e sollazzare: e quanto a ciò diremo due cose.

2. La prima, di posare.

3. La seconda, di sollazzare.

Di posare.

RUBRICA I.

l. E’ si conviene alle stagioni riposare.

2. S. Gregorio nel ventesimo ottavo de’ morali. A studio si stende l’arco, acciocchè nel suo tempo utilmente si tenda; perchè s’e’ non riceve allentamento e riposo, perde la virtù del fedire [149]: così talora nell’operare, quando la virtù discretamente si lascia, allora si conserva; acciocchè poi tanto valentemente i vizi percuota, quanto a tempo dal percuotere saviamente si cessa.

3. Agustino nel sesto della musica. Io voglio che finalmente perdoni a te medesimo; perocchè a savio si conviene talora rallentare l’animo all’opere inteso.

4. Ieronimo a Demetriade: Sia eziandio la lezione tua temperata, alla quale ponga fine il consiglio, e non la stanchezza.

5. Valerio Massimo libro octavo. All’opere si dee aggiungnere ozio, non quello per lo qnale isvanisce la virtù, ma quello per lo quale si riconforta: perchè ’l primo eziandio a’ pigri è da schifare; lo secondo a’ solleciti è da desiderare, acciocchè per temporale lasciamento di fatica, ad affaticare diventino più forti.

6. Valerio ivi medesimo. La natura non permette, che l’uomo possa sostenere continua fatica.

7. Tullio de oratore. Siccome noi vedemo, che gli uccelli, per utilità e generamento loro, pongono, e ordinano i lor nidi; e quando alcuna cosa hanno fatto, eglino per riposamento di fatica vannosi liberi, volando qua e là sanz’altra opera; così i nostri animi stancati dall’opere, vogliono allegrarsi, e quasi desiderano di volare sanza fatica, e cura.

8. Seneca ad Lucillum. Io non ti comando, che tu stei sempre sopra il libro, o sopra tue tavolette. Alcuno intervallo si dee dare all’animo, sì veramente, che non in tutto si disciolga ma si rallenti.

9. Seneca ivi medesimo. Queste due cose si deono infra loro mischiare; cioè, che chi posa, dee poi operare, e chi opera, dee posare. Di ciò te ne dilibera [150] colla natura, e diratti, ch’ella ha fatto il dì e la notte.

10. Seneca de tranquillitate animi. Dare si dee agli animi rallentamento; che dopo il riposo si rileveranno migliori, e più ingegnosi.

11. Seneca ivi medesimo. I componitori delle leggi ordinarono i dì di feste, acciocchè gli uomini fossero costretti piuvicamente a letizia; siccome ponendo necessario temperamento di fatica. Ed alcuni uomini di grande virtù in certi dì festavano [151], ed alcuni partivano lo dì tra la cura, ed il riposo.

12. Seneca ivi medesimo. Pollione grande dicitore niuna cosa tenne occupato oltra la decima ora; e nelle due ore rimanenti poneva giù la fatica di tutto ’l dì.

13. Seneca ivi medesimo. E’ si dee dare riposo all’animo; e dee l’uomo trastullare in andamenti aperti; acciocchè per l’aere libero, e molto spirito l’animo si accresca, e innalzi.

14. Ovidio epistolarum. Quello che non ha vicendevole riposo, non è durevole; che lo riposo ritorna la forza, e rinnuova le stanche membra.

Di sollazzo

RUBRICA II.

1. E non solamente dee uomo posare, ma eziandio talora onestamente sollazzare.

2. Nelle collazioni de’ Santi Padri. Furono alcuni, che trovarono messer Santo Giovanni Evangelista giucarsi coi suoi discepoli, e di questo furono scandalezzati. San Giovanni disse ad uno di loro, il quale portava un arco, ch’egli saettasse; e questo facendo più volte, domandollo se continuamente potesse così fare; e quegli rispuose, che se continuamente facesse così, l’arco si romperebbe. E San Giovanni disse, che così, è l’animo dell’uomo, se non si rallenta dalle sue intensioni [152].

3. Simigliante si legge di messer Sant’Antonio; uno cacciatore lo vide sollazzare co’ frati suoi, e dispiacquegli; al quale Sant’Antonio disse: Poni la saetta all’arco, e tira; e quegli lo fece: ed e’ disse: tira più; e quegli tirò; anche disse: tira più; rispuose: se io tirerò oltr’a misura, l’arco si romperà. E Santo Antonio disse: così è nell’opere di Dio, se oltre misura tiriamo, i frati verranno meno.

4. Tullio primo de officiis. Gioco e sollazzo è lecito d’usare, ma come sonno, e altri riposi; cioè allorachè alle gravi e appensate cose avremo soddisfatto.

5. Aristotile nel quarto dell’Etica. Nella coversazione di questa vita ha uomo una requie a sollazzare.

6. Aristotile ivi medesimo. Quegli che temperatamente sollazzano, sono detti eutrapeli, cioè persone che bene si rivolgono.

7. Cato. Intrappeni talora allegrezza alle tue cure.

8. Tommaso in secunda secundae quistione censessantotto. E’ si conviene talora usare sollazzi, o giuochi; ma intorno ad essi tre cose sono spezialmente da guardare. La prima e principale è, che questo cotale diletto non si cerchi in alcune opere, ovvero parole sozze, o nocive: onde Tullio dice primo de officiis: che uno modo di giudicare è sconcio, ardimentoso, pestilenzioso, e sozzo. L’altra cosa che si dee attendere, si è, che la gravezza dell’animo non al tutto si guasti; onde Ambrogio dice primo de officiis: Guardiamo, che quando noi vogliamo allentare l’animo, noi non guastiamo tutto nostro componimento, quasi in dispregio d’ogni buona opera. La terza cosa, si dee attendere, come in tutte l’altre umane operazioni, cioè, che si convenga alla persona, e al tempo, e al luogo, e secondo l’altre cose d’intorno sia debitamente ordinato.

9. Autore. Lo troppo sollazzare a ragione è da riprendere; onde canta Gregorio nel terzo del dialogo, d’un uomo venerabile ch’ebbe nome Isaac, che una cosa si vedeva in lui da riprendere; che in talora era tanta allegrezza, che s’e’ non fosse conosciuto, per neuno modo sarebbe creduto pieno di tante virtudi.

10. Tullio primo de officiis. Del sollazzare deesi tenere modo, che noi non troppo ogni cosa spargiamo.

11. Seneca de tranquillitate animi. Lo molto usare de’ sollazzi toglie ogni componimento, e ogni virtù dell’animo; siccome il sonno, il quale è necessario a rinvigorire, se dì e notte il continui, sarà morte.

42. Orazio in epistola. D’avere sollazzato non mi doglio io, ma del non mai lasciare il sollazzo.

Finito è il trattato secondo, il quale è di virtù.

E incomincia il terzo, il quale è di vizi.

Distinzione Ventesimaprima.

De’ cominciamenti de’ peccati.

1. Da poi ch’avemo trattato delle virtudi, ora diremo de’ vizi; e prima de’ principj de’ peccati, e poi d’essi vizi. Quanto al primo diremo quattro cose.

2. La prima, di contastare a’ principi de’ peccati.

3. La seconda d’astenersi da ogni segno di male.

4. La terza, della compagnia de’ rei.

5. La quarta, che ’l vietamento è talora principio, che commuove a peccare.

Di contastare i principj de’ peccati.

RUBRICA I.

1. In nel principio si dee contastare al peccato.

2. Gregorio primo moralium sopra quella parola della Scrittura; che la donna pesterà il capo del serpente; dice così. Pestare il capo del serpente viene a dire, che i cominciamenti della sua tentazione noi con sollecita considerazione dovemo in tutto levare dall’avvenimento del cuore.

3. Gregorio ivi medesimo. Se ’l cuore una volta nella mala intenzione è corrotto, lo mezzo e la fine della seguente opera leggiermente si possiede dal malizioso nimico; perchè egli vede, che tutto l’arbore gli rende frutto, lo quale egli ha viziato nella radice col suo velenoso dente.

4. Isidoro terzo de summo bono. Il demonio è uno serpente molto isdruccevole; e se al suo capo, cioè alla prima tentazione, non si contasta; tutto quanto dentro al cuore, non essendo sentito trapassa.

5. Seneca ad Lucillum. Più leggier cosa è i principi de’ peccati vietare, che lo loro impeto reggere.

6. Seneca in tragedia. Chiunque nel principio contastò, sicuro e vincitore fu; ma chi lusingando notricò il dolce male, tardi iscusa di sostenere il giogo, sotto il quale egli si mise.

7. Ovidio de remedio. Mentre che tu puoi, e pochi movimenti ti toccano il cuore, se t’incresce, nel primo passo ferma il piede: togli il seme della mala infermità, mentre è nuova; e ’l tuo cavallo cominciando ad andare ritorni indietro.

8. Ovidio ivi medesimo. Contasta a’ principi; che tardi s’apparecchia la medicina, poichè i mali hanno preso vigore per lungo dimoro.

D’astenere da ogni spezie, cioè significamento di male.

RUBRICA II.

1. Siccome al cominciamento si dee contastare al male, così eziandio si dee uomo astenere dal suo dimostramento, il quale si dice spezie di male.

2. Paolo prima ad Thessalonicenses. Astenetevi da ogni spezie di male. E dice ivi la Chiosa, che ci dovemo astenere da ogni cosa, che ha apparenza di male.

3. Ieronimo ad Nepotianum. Guardati di tutte sospeccioni; e tutto ciò, che apparentemente contra te componere e dire si puote, antivediti, che non si componga.

4. Atanasio a’ Monachi. Schifisi ogni cosa, che contra voi si può componere, quasi come si possa credere. I semi della mala fama, anzi che si nutrichino, muoiano; perocchè a noi non solamente è da cacciare via la fede del fatto, ma eziandio la possibilità della bugia; acciocchè non sia bestemmiato il buono nome nostro. Beata è quella vita preclara, della quale eziandio la bugia non può favellare.

5. Atanasio ivi medesimo. Non mi dimentica, che la ’nvidia sempre arde a dire male contra la buona religione; ma usi il mondo la sua natura sì veramente, che nulla truovi contra la nostra disciplina. La falsità della bocca si getti in tal modo, che non possa essere verisimile quello, che si dice.

6. Atanasio ivi medesimo. Niuno dee però dispregiare la fedita [153] della infamia, che spesse volte la fama si compone; anzi tanto più attesamente si dee guardare, quanto sogliono gli uomini eziandio quello, che non è, componere.

7. Cassiodoro undecimo epistolarum. Già è presso ad essere rio, chi è riputato malo uomo: perciocchè allora la cosa entra nell’animo degli uditori, quando dinanzi è entrata la probabile sospeccione.

8. Quintiliano secundo de oratoria institutione. Guardare si dee uomo non solamente dalla sozzura del male, ma eziandio dalla sospeccione.

9. Suetonio [154] de’ dodici Imperadori io giudico, che così convegna d’essere sanza la sospeccione, come d’essere sanza peccato.

Della compagnia de’ rei.

RUBRICA III.

1. La compagnia de’ rei suole essere principio di male.

2. Ecclesiastico. Chi tocca la pece, sarà maculato da lei; e chi usa col superbo, di superbia si vestirà.

3. Paolo seconda ad Thessalonicenses. Sottraetevi da ogni fratello, che va disordinato.

4. Salmo. Col perverso sarai tu pervertito. E dice ivi la Chiosa: Per lo vivere insieme si formano i costumi; e chi tocca la pece, sarà maculato da lei.

5. Gregorio sopra l’Ezechiele. Ciascheduni infermi si deono dipartire dalla compagnia de’ rei; acciocchè ’ mali, i quali spesso veggono, non si dilettino di seguitare.

6. Gregorio ivi medesimo. Siccome il malo aere, tratto per continuo fiatamento, corrompe il corpo; così il perverso parlare, continuamente udito, corrompe l’animo.

7. Isidoro secondo Sinonime. Meglio è avere l’odio de’ rei, che loro compagnia; perciocchè siccome molto di bene ha la comune vita de’ santi uomini, così molti mali reca la compagnia de’ rei.

8. Seneca ad Lucillum. Accosterattisi l’avarizia, mentre tu coll’avaro ti congiugnerai: accosterattisi la superbia, mentre co’ superbi converserai: non lascerai mai la crudeltà, essendo compagno del tormentatore: incendono le lue lussurie le compagnie degli adulteri. Se vuogli da’ vizi essere spogliato, dipartiti lungi dalli viziosi esempli.

9. Seneca terzo de ira. Dalle conversazioni si prendono i costumi; e siccome certe infermità al toccamento del corpo s’appiccano, così l’animo appicca i suo’ mali a chi a lui s’appressa.

10. Seneca de tranquillitate animi. La lunga conversazione così de’ buoni, come de’ rei ci ’nveste dell’amore.

Che ’l vietamento è talora principio, che commuove a peccare.

RUBRICA IV.

1. Lo molto vietamento talora è maggiore incitamento di peccare.

2. Paolo ad Romanos. Io non sapea che fosse il malo desiderio, se la legge non dicesse: Non desiderare il male.

3. Agustino de spiritu et litera. Io non so perchè o come la cosa, che è molto desiderata, quando vietata è, pare che diventi più gioconda.

4. Ieronimo ad matrem, et filiam. La lussuriosa mente con più ardore proseguita [155] le disoneste cose; e quello, che non le è licito, pensa che più dolce sia.

5. Seneca primo de clementia. Naturalmente contumace è l’animo dell’uomo; e nel contradio, e alto si sforza più.

6. Seneca in tragedia. Le cose illicite sono amate più: lassasi [156], e non si cura quello, che licito è.

7. Ovidio sino titulo. Noi ci sforziamo in quello, che è vietato, e sempre avemo sete delle negate cose; a modo dello ’nfermo, che più desidera l’acqua interdetta.

8. Ovidio ivi medesimo. Quello che e’ è licito, non e’ è grazioso; e quello che non e’ è licito, più forte e’ infiamma; quello che me seguita, e io il fuggo; e quello che mi fugge, io seguito.

Distinzione Ventesimaseconda.

De’ peccati in generale.

1. Ora diremo d’essi peccati, e primamente in generale, e poi in ispeziale; e ancora prima de’ peccati, e poi della loro pena. Quanto al primo diremo sei cose.

2. La prima, che ’l peccato fa l’uomo peggio, che bestia.

3. La seconda, di non iscusare i peccati.

4. La terza, che i peccati di pochi non debbono infamare la congregazione.

5. La quarta, che niuno è sanza peccato.

6. La quinta, di non essere negligente de’ peccati piccoli.

7. La sesta, di considerare i peccati propri, e non gli altrui.

Che ’l peccato fa l’uomo peggio, che bestia.

RUBRICA I.

1. Il peccatore è peggio, che bestia.

2. Nel Salmo. L’uomo, essendo egl’in onore, non ebbe conoscimento; assimigliato è alle bestie, che non hanno senno, e fatto è simigliante a loro.

3. Grisostomo in homilia. Peggio è essere assomigliato alle bestie, ch’essere nato bestia: perocchè naturalmente non avere ragione, cosa è da sostenere; ma che chi da ragione è adornato, sia alla irrazionabile creatura assimigliato, è peccato di volontà.

4. Bernardo sopra quella parola della Cantica: O anima bella sopra tutte l’altre donne, se tu non ti cognosci, esci fuori, e vattene dopo le mandre de’ compagni tuoi; dice così. Or non ti pare, che tenga luogo dopo le bestie colui, il quale legate le mani e’ piedi è gittato nelle tenebre di fuori? e quegli, che alle bestie in prima era agguagliato, ora è posposto a loro?

5. Bernardo ivi medesimo. Io reputo, che eziandio nella presente vita, se tu ben t’avvedi, tu giudicherai l’uomo essere più vile, che le bestie. Or non ti pare l’uomo più bestiale; che le bestie, ragione avendo, e ragione non usando? La bestia se per ragione non si regge, hae scusa di natura, dalla quale questa dignità le è negata; non hae questa scusa l’uomo, al quale da essa natura per ispeziale vantaggio è la ragione donata.

6. Boezio secondo de consolatione. Questa è condizione dell’umana natura, che solamente allora trapassi sopra tutte le cose, quando se medesimo cognosce, e se manca di conoscere se, sotto alle bestie sia recata: imperocchè agli animali non conoscere se medemo, da natura è; agli uomini per vizio viene.

7. Autore. E siccome il rio è peggio che bestia, così più male fa, che non fa la bestia.

8. Grisostomo super Matthaeum. Sopra tutte le cose ree l’uomo è la più pessima; ciascuna bestia ha uno proprio male; ma l’uomo gli ha tutti.

9. Aristotile nel settimo dell’Etica. Più mali fa l’uomo rio, che la bestia.

10. Aristotile nel primo della Politica. Siccome l’uomo, quando è perfetto, è ottimo di tutti gli animali; così quando si parte da ragione e giustizia, è pessimo di tutti; perocchè crudelissima giustizia è quella, che ha l’arme; e l’uomo nasce coll’arme: cioè che ha conoscimento, e che ha virtude, le quali può usare a bene, e a male.

Di non iscusare i peccati.

RUBRICA II.

1. I peccati si conviene ammendare, e non iscusare.

2. Nel Salmo. Non lasciare andare il cuor mio a cercare le persecuzioni de’ peccati. Sopra la qual parola dice Cassiodoro: Questo è grandissimo vizio dell’umana generazione, che dopo il peccato più tosto alla accusazione fugga, che per pentimento non si adumili [157]; lo quale male certamente tra’ sovrani è cotanto; perciocchè indi nasce, onde il reo più tardi a penitenzia viene.

3. Agustino nel sermone de charitate. Hai incominciato di non difendere il peccato tuo? già hai incominciata la giustizia tua.

4. Gregorio quarto moralium. La colpa, quando ella si difende, si raddoppia; perocchè peccato sopra peccato giugne quegli, che alle tenebre della sua colpa favore di difensione reca.

5. Gregorio ivi libro ventesimo secondo. Usitato vizio dell’umana generazione è, cadendo peccato commettere; commesso negando appiattare; e provato difendendo multiplicare.

6. Seneca quinto declamationum. Questo è iguale vizio di tutti, che’ vizi loro più tosto vogliono scusare che fuggire.

7. Seneca ad Lucillum. I vizi nostri, perocchè noi li amiamo, gli difendiamo, e più tosto gli vogliamo scusare, che scuotere.

8. Seneca ivi medesimo. Erriamo, e diciamo. Io non sono pomposo; ma niuno puote altrimente a ragione vivere: non sono io spenditore sconcio; ma questa città richiede grandi spese: non è mio vizio, che io sono adiroso; è che io non ho ancora ordinato il modo di vivere; questo fa la gioventù. Perchè inganniamo noi medesimi [158]?

9. Salustio in Giugurtino. La sua propia colpa ciascuno autore ad altri fatti la trasporta.

Che i peccati di pochi non debbono infamare la congregazione.

RUBRICA III.

1. I peccati d’uno, o di pochi non deono tornare in infamia di tutta la congregazione.

2. Nel Vangelio di Giovanni dice Cristo. Or non elessi io voi dodici, e uno di voi diavolo è?

3. Agustino a Vincenzio. Quantunque vegghi la disciplina della casa mia, tuttora io sono uomo, e tra uomini vivo, e non ardisco di vantarmi che la casa mia sia migliore, che l’arca di Noè, nella quale tra otto uomini fue trovato uno malvagio; o che sia migliore, che la casa d’Abraam, della quale detto è: cacciane l’ancella, e ’l figliuol suo; o vero che sia migliore, che la casa d’Isaac, al quale di due figliuoli fue ditto da Dio: Iacob amai, ed Esaù ebbi in odio.

4. Sidonio in epistolari libro quinto. Questa è una potenzia de’ malvagi costumi, che le malvagità de’ pochi disconcino la innocenzia della moltitudine; conciossiacosachè per contrario la pochezza de’ buoni per comunanza di vertude non possa scusare le malvagità di molti. E chi è, che non si conturbi, quando egli vede insozzare le virtudi per accusamento de’ viziosi.

5. Seneca in tragedia. Perchè si fa colpa di tutte la malvagità delle poche?

6. Claudiano in maiori. Non dannare tutti per peccato di pochi.

7. Ovidio terzo de arte. Guardatevi, che ’l peccato delle poche non istendiate a tutte.

Che niuno è sanza peccato.

RUBRICA IV.

1. Niuno è al tutto sanza peccato.

2. Nel secondo Paralipomenon. Non è alcuno, che non pecchi.

3. Salamone ne’ Proverbi. Chi può dire: mondo è il cuor mio? puro sono io da peccato?

4. Salamone ivi medesimo. Sette volte il die caderà il giusto, e rileverassi.

5. Ecclesiastes. Non è uomo giusto in terra, che faccia bene, e non pecchi.

6. Iacopo Apostolo. In molti peccati noi tutti offendiamo.

7. San Giovanni nella pistola. Se noi diciamo, che non avemo peccato, inganniamo noi medesimo, e la verità non è in noi.

8. Gregorio sopra l’Ezechiele. Quantunque sieno santi uomini in questa vita, egli hanno in se cose, le quali bisogna di coprire dinanzi agli occhi di Dio: perocchè certamente è impossibile, ch’eglino o in opera, o in parlare, o in pensieri giammai non falliscano.

9. Gregorio in pastorali. Niuno è che sì viva, che in alcuno modo non fallisca.

10. Nel Codice libro primo. In niuna cosa peccare è proprio di divinità, anzi che d’umanità.

11. Tullio in Filippica. Di ciascuno uomo è errare; ma di niuno, se non di matto, nell’errore perseverare

12. Seneca terzo de ira. Niuno è sì avveduto, la cui diligenzia talora non gli caggia.

13. Cato. Niuno sanza peccato vive.

14. Ovidio secondo de arte. Se quante volte gli uomini peccano, Giove mandasse le sue saette, in poco tempo rimarrebbe disarmato.

Di non essere negligente de’ peccati piccoli.

RUBRICA V.

1. De’ menimi [159] peccati non dee uomo essere negligente.

2. Ecclesiastico. Chi disprezza le peccata menime, a poco a poco cade.

3. Agustino de decem chordis. Non dispregiate li peccati veniali, perchè sieno menimi; ma temeteli perchè sono molti. Spessamente le bestie minute molte uccidono altrui. Or non sono minutissime le granella della rena? e se troppa rena si mette nella nave, sì la sommerge, e perisce: come sono minute le gocciole della piova; e non empion elleno i fiumi, e atterrane le case? Dunque da temere è lo male, quando è in moltitudine, contuttochè per se non abbia grandezza.

4. Gregorio in pastorali. Coloro, che nelle minime cose spesso falliscono, non considerino chente sieno, ma quando gli pesano, deono ritemere quando gli numerano; che veramente gli alti accrescimenti de’ fiumi si riempiono dalle picciole, ma innumerabili gocciole della piova; e nella nave quello medesimo fa la sentina che nascostamente cresce, che fa l’onda che palesemente viene.

5. Gregorio ivi medesimo. Spesso addiviene, che la mente adusata [160] a lievi mali, non tema più gravi; e notricata per le colpe, vegna ad una sicurtà di malizia, sicchè tanto meno curi di temere ne’ maggiori, quanto ne’ minori ha apparato, non temendo peccare.

6. Gregorio decimo moralium. Se le piccole cose negligentemente curiamo, a poco a poco non avvedendoci a male redutti, arditamente eziandio le maggiori commettiamo.

7. Aristotile nel terzo della Politica. E’ si conviene massimamente osservare, ch’ e’ non si conmetta il fallo minimo: perocchè si nasconde il male, che a poco a poco entra; siccome le spese piccole consumano le ricchezze, quando si fanno spessamente.

8. Tullio primo de officiis. Da’ peccati, che paiono piccoli, si dee uomo diligentemente guardare: siccome nel suono delle corde, o del fiato, avvegnachè poco discordino, lo buono maestro se n’accorge: così si dee vedere nella vita, che nulla cosa vi discordi; ovvero tanto più, quanto maggiore e migliore è l’accordo dell’operazioni, che quello de’ suoni.

9. Autore. E anche è da attendere, che di ciascuno menimo peccato ci dee essere dimandata ragione.

10. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. D’ogni parola oziosa, che gli uomini parleranno, renderanno ragione nel die [161] del giudicio.

11. Gregorio nel ventesimo primo moralium. Domeneddio considera sì le vie di ciascheduno, e si numera i passi, ch’eziandio i minutissimi pensieri, e minime parole, le quali appo noi sono per uso avvilite, appo ’l suo giudicio non rimangono d’essere esaminate,

Di considerare i peccati propri; e non gli altrui.

RUBRICA VI.

1. In questo vizio noi molte volte offendiamo, che miriamo gli altrui peccati, e lasciamo i nostri; conciossiacosachè si doveste fare tutte ’l contrario.

2. Nel Vangelio di Santo Luca dice Cristo. Perchè vedi tu la festuca nell’occhio del tuo fratello, e non consideri la trave nell’occhio tuo? Sopra la quale parola dice Basilio così: Non solamento l’occhio, che vede le cose di fuori, non usa il vedere vedendo se; ma eziandio il nostro intendimento, quando molto attende l’altrui peccata, lento è a vedere i suoi propri difetti.

3. Ambrogio in Apologetico. Ciascheduno, che dee giudicare d’altrui, primamente giudichi se medesimo; e non condanni in altri i minori peccati quand’egli ha commesso i maggiori.

4. Gregorio sopra l’Ezechiele. Spesso addiviene, che noi i nostri mali gravi lievemente giudichiamo e quelli de’ prossimi lievi giudichiamo gravemente.

5. Ieronimo ad Occeano. L’altrui vita desiderano i vicini di cercare, non la sua.

6. Isidoro terzo de summo bono. Più agevolmente riprendiamo noi li vizi altrui, che’ nostri; e spesse volte le cose, che in altrui giudichiamo perverse, in noi non sentiamo che sian nocive.

7. Bernardo de interiori homine. Molti mirano gli altri, e lasciano se medesimo.

8. Terrenzio in Heautontimorumenos. Così è fatta la natura degli uomini, che i fatti altrui meglio veggono e giudicano, che’ suoi.

9. Tullio primo de officiis. Addiviene non so come, che io altrui più veggiamo, che in noi medesime, quando in alcuna cosa si falla.

10. Tullio terzo de tusculanis. Proprio è della stoltizia gli altrui vizi mirare, e dimenticare i suoi.

11. Seneca ad Lucillum. Meglio è trattare i suoi mali che gli altrui.

12. Verso. Cessi di riprendere la sozzura nell’occhio altrui, chi nel suo proprio porta la trave.

Distinzione Ventesimaterza

Delle molte pene del peccato.

1. Dacchè avemo detto del peccato, ora diremo delle molte sue pene; e quanto a ciò diremo cinque cose.

2. La prima, della pena della mala coscienzia.

3. La seconda, della pena di paura continua

4. La terza, della pena della ’nfamia.

5. La quarta, della pena dell’inferno.

6. La quinta, della pena d’essere privato di vedere Dio.

Della pena di mala coscienzia.

RUBRICA I.

1. La mala coscienzia a se medesimo è pena, della quale si può intendere quella parola.

2. Ecclesiastico. Lo cuore rio darà tristizia.

3. Agustino primo confessionum. Comandasti, Dio e così è che pena sua sia ogni disordinato animo.

4. Isidoro in Sinonima libro secondo. Niuna pena è più grave, che la mala coscienzia: perocchè la mente della mala coscienzia da’ suoi propri stimoli è continuamente percossa.

5. Quintiliano octavo de oratoria institutione. Niuna cosa è così occupata, e di tanti mutamenti, e da così isvariati desiderj tagliata e squarciata, come la mala mente; perocchè quando ella briga di mal fare, s’affligge di speranza, cura, e fatica; e quando il male l’è venuto, è tormentata di sollicitudine, di pentimento, e d aspettamento di pene.

6. Seneca in proverbiis. Al matto e rio uomo, niuno è maggiore nimico, che ’l suo animo.

7. Aristotile ottavo dell’Etica. I rei non godono mai di se medesimo.

8. Prospero. La mala mente non ha mai allegrezza di pace.

9. Autore, il contrario addiviene della coscienzia buona, che a se medesimo è letizia.

10. Salamone ne’ proverbi. Allegrezza è al giusto, fare la giustizia.

11. Ecclesiastico. Non è diletto sopra ’l gaudio del cuore.

12. Paolo seconda ad Corinthios. La gloria nostra questa è; cioè la testimonianza della coscienzia nostra.

13. Ambrosio secondo de officiis Lo riposo della coscienzia, e la sicurtà della innocenzia fanno vita beata.

14. Isidoro secondo Sinonimae. Vuogli tu non essere mai tristo? ben vivi; che la buona vita sempre hae letizia.

15. Seneca de vita beata. Io nego, che alcuno possa allegramente vivere, se onestamente non vive.

16. Seneca ad Lucillum. Io non voglio, che mai, ti manchi letizia; e vo’ che ’n casa ti nasca: nascevi, se dentro da te medesimo è.

Della pena di paura continua.

RUBRICA II.

1. L’altra pena della mala coscienzia si è la paura continua.

2. Nel libro Sapientiae. Sempre teme cose crudeli la turbata coscienzia.

3. Gregorio duodecimo moralium. L’onnipotente Dio a coloro, che mal fanno, non solamente riserva i tormenti, che deono venire: ma eziandio qui dov’eglino peccarono, involge di pene i lor cuori; sicchè sì tosto che peccano, sempre paurosi, e sempre sospetti temano di sostenere da altrui quelli mali, i quali eglino si ricordano che ad altri hanno fatto.

4. Seneca de quatuor virtutibus. Niuna cosa fa temoroso [162] l’animo, se non la riprensibile coscienza di vita.

5. Seneca ad Lucillum. La prima e somma pena del peccato si è averlo commesso: neentemeno seconde pene seguitano, e priemono la mala mente; cioè sempre temere, e in ispavento essere.

6. Seneca ivi medesimo. Proprio è de’ nocenti il temere.

7. Stazio in secundo Thebaidos. O malvagità sempre temorosa!

8. Ovidio sine titulo. Io misero molte cose temo, perchè molte n’ho mal fatte.

9. Autore. Per contrario la buona coscienzia sempre è sicura.

10. Salamone ne’ proverbi. La sicura mente è come convito continuo.

11. Salamone ivi medesimo. Lo giusto come leone sicuro sanza paura sarà.

12. Gregorio nel trentesimoprimo moralium. Nello scontro dell’altre bestie lo leone però non teme, perocchè egli sa che tutte le vince: onde la sicurtà del giusto uomo dirittamente al leone è agguagliata; perocchè, quando vede alcuni contr’a se levare, torna alla fidanza della sua mente, e sa che tutti i contastatori vince; perocchè Colui solo ama, il quale contra lo suo volere non mai perde.

13. Gregorio ivi libro duodecimo. Niuna cosa è più beata, che ’l puro cuore; perocchè, quando egli verso altrui con innocenzia si porta, niuna cosa è che egli tema da altri sostenere.

14. Seneca a Lucillum. Grande parte di sicurtà è niuna cosa iniquamente fare.

Della pena d’infamia.

RUBRICA III.

1. La terza pena del peccatore è la infamia, che quello, ch’e’ crede che sia occulto, tostamente alle persone è fatto manifesto; e prima per gli atti e portamenti, siccome di sopra è detto nella settima Distinzione.

2. Salamone ne’ proverbi. Come nell’acque risplendono i volti di coloro, che vi mirano; così i cuori degli uomini sono manifesti a’ savi.

3. Secondo. Addiviene quello medesimo per le parole, siccome si dice qua di sotto nella trentesimasesta Distinzione,

4. Nel Vangelio di Luca dice Cristo. Per l’abbondanza del cuore la bocca parla.

5. Terzo. Addiviene per la natura delle cose medesime, per la quale non si possono nascondere le nostre opere.

6. Nel Vangelio di Luca dice Cristo. Niuna cosa è sì coperta, che non si scuopra, nè è nascosta, che non si sappia.

7. Paolo prima ad Timotheum. I fatti buoni manifesti sono; e quelli che altrimenti stanno, nascondere non si possono.

8. Cassiodoro epistolarum libro septimo. Avvegnachè alcuno atto paia, che sotto profonde tenebre fatto sia, niuno è che nascondere si possa.

9. Seneca in tragedia. O fedeltà de’ segreti sempre negata a’ grandi mali!

10. Tolomeo in Almagesti. Chi male operando vuole essere celato, assai è scoverto.

11. Juvenale. Chiudi le finestre, e le cortine cuoprano le fessure, giugni gli usci, togli via il lume; e quello ched e’ fa al canto del secondo gallo, lo prossimo tavernieri anzi dì saprà, e odirà eziandio le giunte, che vi saranno fatte.

Della pena d’inferno.

RUBRICA IV.

1. La final pena del peccatore è lo ’nferno.

2. Nel Vangelio di Matteo dice Cristo. Partitevi da me maledetti nel fuoco.

3. Gregorio decimoquinto moralium. Colui, il quale i presenti mali non correggono, agli eternali il perducono.

4. Gregorio sopra l’Ezechiele. Quale cosa più orribile dire, o pensare si può, che ricevere le ferite della dannazione, e mai non finirsi i dolori?

5. Gregorio sopra quella parola di Matteo Saranno gittati nelle tenebre di fuori; dice così. Nello ’nferno sarà freddo importabile, fuoco che non si spegne, verme immortale, puzza sopra l’altre, tenebre palpabili, flaggelli de’ tormentatori, orrida visione di demoni, confusione di peccati, disperazione d’ogni bene; sarà a’ miseri morte sanza morte, difetto sanza mancanza; perocclè ivi la morte sempre comincia, e il difetto mai non manca.

6. Autore. Ma forse la detta pena però non è temuta, perchè non è incontanente data; siccome è scritto nell’Ecclesiastico: Perocchè non si proferisce tosto la sentenzia contr’a’ rei, gli uomini sanza paura commettono mali. Certo per contrario, imperò più si dovrebbe temere, che quanto più s’indugia, più aspra si dà.

7. Paolo ad Romanos. Or dispeggi tu le ricchezze della pazienzia, e dell’aspettamento d’Iddio? E poi dice: Secondo la durezza tua, e ’l tuo cuore che non si pente, tu multiplichi contr’a te l’ira nel dì dell’ira, e del manifestamento del giusto giudicio di Dio.

8. Gregorio in omilia. Niuno negligentemente trapassi l’aspettamento d’Iddio; perocchè egli nel giudizio tanto fa più distretta [163] giustizia, quanto innanzi al giudicio indugiò per più lunga pazienzia.

9. Gregorio ivi medesimo. L’Altissimo è paziente renditore; e coloro i quali egli lungamente sostiene acciocchè si convertano, non convertendosi, più duramente danna.

10. Gregorio decimoseptimo moralium. Il Creatore nostro per maravigliosa dispensazione di consiglio e mira le colpe, e dà tempo di vivere; acciocchè i più lunghi spazi della vita, o al convertito sieno aiutorio [164] di merito, o al non convertito accrescimento di dannazione.

11. Valerio Massimo libro primo. La divina ira con lento grado va alla sua vendetta; ma la sua tardità compensa per gravezza di tormenti.

Della pena di non godere Iddio.

RUBRICA V.

1. Ancora è un’altra pena de’ rei, la quale avvegnachè non sia pena di sentimento, ella è somma pena di danno; cioè perdere lo vedere d’Iddio.

2. Crisostomo sopra ’l Matteo. Importabile cosa è lo inferno, chi nol sa? e tormento orribile; ma e se alcuno ponga mille inferni, niuna cosa cotale dirà, come essere cacciato dall’onore di quella beata gloria, ed essere odiato da Cristo, e udire da lui: Io non vi cognosco.

3. Grisostomo ivi medesimo. Io so che molti temono lo ’nferno; ma io dico, che ’l perdimento di quella gloria molto è più amaro, che ’l tormento dello ’nferno.

4. Ugo primo de anima. Or chente pianto pensi tu che sarà allora, e chente tristizia, quando saranno spartiti [165] gl’impj dalla compagnia de’ giusti, e da vedere Dio?

5. Autore, il contrario è de’ buoni.

6. Alcuino in sermone. Chente sarà quella gloria de’ giusti, e come grande letizia quando Domeniddio, metterà mano a recare seco i Santi nella visione della paternale gloria, e a farli con seco nel Ciel sedere?

7. Alcuino ivi medesimo. Se ogni die bisognasse di sostenere i tormenti, ed esso inferno per alcun tempo patire, acciocchè potessimo vedere Cristo nella sua gloria, ed essere accompagnati nel numero de’ suoi Santi; or non sarebbe ben degna cosa sostenere ogni dolorosa pena, acciocchè di tanta gloria, e di tanto bene fossimo partecipi?

8. E questo medesimo dice Grisostomo nel libro de reparatione lapsi.

Distinzione Ventesimaquarta.

Del vizio della gola.

1. Poichè avemo detto de’ peccati, e di loro pene, ora è da dire di ciascheduno peccato, e prima de’ vizzi capitali.

2. Seconda. Spezialmente de’ vizi delle femmine; e di questi diremo nella trentesimaquinta Distinzione.

3. Terza, de’ peccati della lingua, e di questi diremo nella trentesimasesta Distinzione. Quanto al primo diremo di sette peccati.

4. Prima, di gola

5. Seconda, di lussuria.

6. Terza, d’avarizia.

7. Quarta, di superbia.

8. Quinta, d’invidia,

9. Sesta d’ira,

10. Settima, d’accidia:

11. Quanto alla gola diremo quattro capitoli.

12. Lo primo è, che gola è cominciamento de’ vizzi, e guastamene di virtude.

13. Lo secondo, della insaziabilità della gola.

14. Lo terzo, che la gola è cagione di lussuria.

15. Lo quarto, del guardarsi dal vino.

Che la gola è cominciamento de’ vizzi, e guastamento delle virtudi.

RUBRICA I.

1. Tra tutti i vizzi primamente si conviene contastare alla gola.

2. Chiosa sopra ’l Matteo. Nella battaglia di Cristo prima si contastò alla gola: la quale se primamente non è raffrenata, per neente s’affatica uomo contr’agli altri peccati.

3. Gregorio nel trentesimo moralium. Non si puote uomo bene levare al combattimento della spirituale battaglia, se ’l nimico posto dentro da noi, cioè l’appetito della gola, non è prima domato, perchè se noi non atterriamo i prossimani peccati, vanamente trapassiamo a combattere contro a’ lontani; che per niente si combatte in campo contro a’ forestieri, se dentro dalla città è il malvagio nimico.

4. Autore. E siccome la gola è cominciamento di tutti i vizzi, così è distruzione di tutte virtudi.

5. Gregorio trentesimo moralium. Signoreggiando il vizio della gola, ciò che gli uomini fortemente faranno, perdono; e quando il ventre non si ristrigne, tutte insieme le virtudi sono atterrate.

6. Gregorio in pastorali. Il Principe de’ cuochi distrugge le mura di Gerusalem; perchè quando il ventre per ghiottornia si stende, le virtudi dell’animo per lussuria sono distrutte.

7. Ambrosio in sermone. Quando il ventre è ripieno, alle virtù dà commiato [166].

Della insaziabilità della gola.

RUBRICA II.

1. La gola insaziabile è.

2. Ecclesiastes. Ogni fatica dell’uomo è inverso la bocca sua; e l’anima sua non s’empierà de’ beni.

3. Ambrosio in sermone. Male si serve a madonna la gola, la quale sempre dimanda, e mai non si riempie: Qual cosa è più insaziabile, che ’l ventre? oggi riceve, e domane richiederà.

4. Innocenzio de vilitate conditionis humanae. A’ golosi non bastano i frutti degli alberi, nè le granella de’ legumi, non le radici dell’erbe, non i pesci del mare, non le bestie della terra, non gli uccelli dell’aria; ma compongonsi vivande, apparecchiansi confetti; trasportansi, e nutricano gli uccelli; pigliatisi quando sono ingrassati, non a satisfare alla necessità, anzi ad empiere la disordinata volontà.

5. Seneca decimo declamationum. Ciò uccelli che volano, ciò pesci che nuotano, ciò fere che discorrono sono seppellite ne’ nostri ventri.

6. Seneca ad Lucillum. Il toro di pastura di pochissime prata è saziato; una sola selva a molti leofanti basta; ma l’uomo di terra [167], e mare vuole pastura.

7. Seneca ad Helbiam. D’ogni parte recano alla gola, che di tutte cose si fastiggia; e dall’ultimo mare si porta quello, che lo stomaco per delizie guasto appena riceve.

8. Seneca ivi medesimo. Che uopo sono tante arti, ch’al ventre servono? che uopo il cacciare delle selve? che uopo cercare il profondo del mare? palesi giacciono i nostri notricamenti, i quali la natura in ogni luogo hae ordinati.

Che la gola è cagione di lussuria.

RUBRICA III.

1. La gola di lussuria è cagione.

2. Ambrosio in sermone. La fame è di verginità amica, e di disordinata vanità nimica; ma il satollamento castità guasta, e vanità nutrica.

3. Ieronimo in sermone. Sempre alla satollanza è congiunta vanezza di laidura: lo ventre, e le membra di generazione sono prossimani, e per ordine delle membra è l’ordine delle peccata.

4. Gregorio in pastorale. Quando il ventre per sazietà si stende, i pungiglioni della lussuria sono isvegliati.

5. Cassiano quinto de institutis Monachorum. Non potrà giammai vietare gli ardenti stimoli di concupiscenzia quegli, che i desiderj della gola non puote raffrenare: la castità dentro dalla persona per questa virtù si discerne; che non ti fidare tu, che contra i più forti nimici possa durare colui, lo quale in più lieve battaglia vedrai da’ minori e da’ piccioli soperchiato.

6. Cassiano ivi medesimo. Chi ’l soperchio della foia non potè vietare, come spegnere potrà l’ardente fiamma della carnale concupiscenzia? e chi non poteo costrignere le palesi e piccole passioni, come l’occulte, e che sanza alcuno testimone prudono, potrà vincere?

7. Glosa sopra Matteo. El demonio vinto di gola non tenta di lussuria,

Del guardarti dal molto vino.

RUBRICA IV.

1. Non solamente l’uso del cibo, ma eziandio de vino dee essere temperato.

2. Ecclesiastico.Come è bene bastevole a savio uomo poco vino!

3. Ivi medesimo. Allegrezza d’animo e di cuore è il vino ammodatamente bevuto: sanità d’animo e di corpo temperato bere.

4. Salamone ne’ proverbi. A cui guai? e al padre di cui guai? a cui le brighe? e a cui le fosse? a cui le ferite sanza cagione? a cui il guastamento dagli occhi? or non è a coloro che dimorano in vino, e studiano di bene ?

5. Autore. Il vino sanza dubbio notricamento di lussuria è.

6. Salamone ne’ proverbi. Lussuriosa cosa è il vino.

7. Paolo ad Ephesios. Non v’inebbriate di vino; nel quale è lussuria.

8. Ambrosio in libro de viduitate. Non ti tenterà la lussuria, se non ti tentano i vini.

9. Ieronimo ad Eustachio. Vino e gioventute è doppio incendio di lussuria: perchè giugniamo noi l’olio alla fiamma? perchè all’ardente corpicciolo diamo nutricamento di fuoco?

10. Ieronimo ivi medesimo. Se alcuna cosa in me puote essere di buono consiglio, se all’esperto si crede; questo prima t’ammonisco, e di questo ti protesto, che la sposa di Cristo il vino fugga per veleno.

11. Ieronimo sopra Paolo a Timoteo. Il ventre che bolle di vino, tosto schiuma in lussuria.

12. Valerio Massimo libro secondo. Da vino in lussuria è prossimo grado di distemperanza [168].

13. Ovidio de arte. Lussuria ne’ vini fuoco in fuoco è.

Distinzione ventesimaquinta.

Di lussuria.

1. Ora diremo del vizio della lussuria; e quanto a ciò diremo diece [169] cose.

2. La prima, che la lussuria fa tempesta di mente.

3. La seconda, che lussuria induce viltà, e servitudine.

4. La terza, che lussuria induce bestialità.

5. La quarta, che lussuria fa pentimento; e insaziabilità.

6. La quinta, che lussuria il corpo guasta.

7. La sesta, che lussuria lo ’ngegno ingrossa.

8. La settima, che lussuria i grandi vince.

9. L’ottava, che lussuria ne’ vecchi e ne’ maggiori è laidissima.

10. La nona, di fuggire materia di lussuria.

11. La decima, d’astenersi da familiarità di femmine.

Che lussuria fa tempesta di mente.

RUBRICA I.

1. Tra gli altri mali, i quali lussuria fa, si è continua tempesta di mente.

2. Ambrosio in libro de Abel. Crudele stimolo tra gli altri peccati lussuria è, la quale mai non lascia l’affetto dimorare in pace; la notte bolle, lo dì angoscia.

3. Ieronimo contra Gioviniano libro primo. Scrissero Aristotile, e Plutarco, e ’l nostro Seneca libri di matrimonio, de’ quali sono prese queste parole. Amare di femmina dimenticamento di ragione, e prossimo a pazia, e per niuno modo si conviene all’animo de’ savi; turba i consigli: gli atti e’ nobili spiriti fiacca; da sommi a minimi pensieri reca; fa gli uomini lamentevoli, adirosi, di matto ardire, di vili lusingherie, di duro imperio, e in tutto inutili; e infiammando di desiderio insaziabile, per sospeccione, per lagrime, e per lamenti molti tempi fa perdere.

4. Terrenzio in Eunucho. Quella cosa, che in se non hae consiglio nè modo niuno, tu con consiglio reggere non la puoi, in amore tutte queste cose sono; cioè villanie, ingiurie, sospeccioni, nimistadi [170], triegue, guerra, pace da capo, Queste incerte se tu cerchi con ragione certa reggere, niente più farai, che se tu dessi opera che con ragione impazzassi.

5. Uno savio per rima disse. Amore è della mente una grande pazia, che traporta l’animo per molta mala via: sete ha di diletto, tristizia bevendo, con ispessi dolori suo gaudio involvendo.

Che lussuria induce viltà, e servitudine.

RUBRICA II.

1. Induce anche lussuria viltade.

2. Boezio tertio de consolatione. Vivi tu con lussuriosa vita: or chi non dispregerà e caccerà il servo della vilissima e fragilissima cosa, cioè del suo corpo?

3. Seneca septimo de beneficiis. In lussuria niuna cosa è magnifica, o che si convegna alla natura a Dio prossimana; viene per obbedienzia di sozze membra, e per suo fine è molto brutta.

4. Seneca ad Lucillum. I carnali diletti studiosamente caccia, ed abbigli per vilissimi.

5. Autore. Anche induce lussuria servitudine.

6. Nel terzo dell’Esdra parla Zorobabel, e dice: Le femmine vi signoreggiano; or non ve ne dolete voi?

7. Ivi medesimo, lo vedeva Appamen figliuola di Beiate amica del Re, che gli sedea da lato dalla parte destra, e toglieva la corona del suo capo, e ponevela a se, e dava le guanciate al Re della sinistra mano e sopra ciò con aperta bocca la mirava; e s’ella gli rideva, rideva egli; e s’ella s’indegnava, lusingavala fino a tanto, che fosse a grazia riconciliata.

8. Tullio in paradoxis. Or è quegli libero, a cui la femmina signoreggia, e legge pone, ordina, comanda, e vieta come le pare? colui, che niuna cosa al suo comando negare non può, niuna cosa comandata, ardisce di rifiutare? ella dimanda, dar si conviene; manda per lui, venir si conviene; caccia, conviensi ad andar via; minaccia, conviensi temere? Io costui non solamente servo, ma sciaguratissimo servo reputo.

Che lussuria induce bestialità.

RUBRICA III.

1. Non solamente viltà, e servitudine, ma eziandio bestialità induce la lussuria.

2. Agellio libro primo. In nel numero di pecore, e di fiere è avuto qualunque è oppresso da’ diletti del corpo.

3. Seneca ad Lucillum. Molte cose, le quali alquanti vogliono dire che sieno buone, più pianamente vengono agli altri animali, che all’uomo: onde sì seguita, ch’eglino sieno più beati, che l’uomo; perocchè usano loro corporali diletti, i quali e più prendono, e leggiermente sanza niuna temenza di vergogna, o di pentimento.

4. Aristotile nel primo dell’Etica. Quegli, che sono dati a’ carnali diletti, parmi che al tutto son bestiali, vita di bestie eleggendo.

5. Tullio primo de officiis. Le bestie a niun’altra cosa attendono, se non se alla corporale dilettazione, e in quella sono traportate con ogni loro impeto; ma la mente dell’uomo è menata [171] dalla ragione; e chi dalla carnalità è preso, nasconde, e disinfigne l’appetito per la vergogna; onde si vede, che ’l corporale diletto non è cosa degna alla nobilità dell’uomo.

6. Tullio in paradoxis. Conciossiacosachè Dio t’abbia dato l’animo, del quale niuna cosa è più nobile; or gitteràti tu in tal modo, che tra te, e la bestia non faccia differenza?

Che lussuria fa pentimento, e insaziabilità.

RUBRICA IV.

1. Anche fa lussuria pentimento.

2. Boezio terzo de consolatane. L’appetito della carnalità pieno è d’angoscia, e ’l saziamente è pieno di penitenzia.

3. Innocenzio de vilitate conditionis hnmanae. Sempre alla lussuria seguita dolore, e penitenzia.

4. Seneca septimo de beneficiis. La carnale dilettazione quanto più volonterosamente è accresciuta, più tosto cade nel contrario; della quale bisogno è che seguiti pentere, [172] e vergognare.

5. Pollicrato libro sesto. Demostene avendo udito del pregio d’una femmina, disse: Io non comperrò [173], tanto il pentere.

6. Autore. Ed è maraviglia che, conciosiacosachè lussuria induca pentimento, neentemeno genera maggior fama di se.

7. Ieronimo a Damaso. Sempre la carnalità ha fame di se, e trapassata non saria.

8. Ieronimo in epistola. Lussuria mai non si sazia, e spenta si riaccende; per suo crescere, non manca; nè a ragione obbidisce, per impeto [174] menata.

9. Aristotile nel terzo dell’Etica. Insaziabile è lo appetito del diletto carnale.

10. Claudiano. L’uso fa l’uomo più inchinevole al peggiorare.

Che lussuria il corpo guasta.

RUBRICA V.

1. Anche la lussuria guasta il corpo.

2. Naum profeta. E’ caderanno e mancheranno nei loro corpi per lo molto peccare colla meretrice, che a loro pare bella e graziosa.

3. Innocenzio de vilitate conditionis humanae. O ultima sozzura di lussuria, la quale non solamente infemminisce l’animo, ma eziandio guasta il corpo!

4. Galieno in libro de sanitatis custodia. In nel seme dell’uomo si trae sustanzia di fuoco, e d’aere, perocchè si genera di chiaro e puro sangue, del quale si pascono, e si sostengono le principali membra; però in nel votamento di lui la virtù dell’uomo indebolisce, il corpo si secca, e ’l mancamento, seguita.

5. Aristotile de longitudine, et brevitate vitae, Gli animali, che molto usano con femmina, tosto invecchiano e mancano; e però i passeri maschi sono di minore vita, che le femmine.

6. Autore. Di molti si legge, che entro nell’atto della loro sozza lussuria renderono lo spirito della vita; de’ quali si può dire quel verso poetico, che dice: A cotale vita ben si convenia cotale morte.

Che lussuria ingrossa lo ’ingegno.

RUBRICA VI.

1. La lussuria sopra tutte le cose ingrossa lo ’ngegno.

2. Seneca primo declamationum. Niuna cosa è così mortale allo ’ngegno, come la lussuria.

3. Aristotile nel terzo dell’Elia. Le forti concupiscenze carnali percutono la ragione.

4. Aristotile ivi in septimo. Grandissimo impedimento ad essere savio sono i diletti della lussuria; e in essa niuno puote alcuna cosa intendere.

5. Salustio in Catilinario. Quando tu intendi lo ’ngegno, allora vale: se lussuria il possiede, ella il signoreggia, e ragione d’animo niente vale.

6. Salustio in Giugurtino. Se l’animo preso dai mali desiderj è sottoposto a’ corporali diletti, per la pestilentiosa lussuria discorso [175] è via lo ’ngegno.

7. Tommaso secunda secundae, questione 153. Quando le virtù sottane sono fortemente occupate, le sovrane se ne spediscono, e si disordinano; e per lo vizio della lussuria l’appetito sottano è forte occupato, e però le sovrane virtudi sono disordinate, cioè la ragione, e la diritta volontà.

8. Tommaso contra Gentiles libro secondo. La virtù della temperanza, la quale ritrae l’animo dalle corporali dilettazioni, fa gli uomini molto spezialmente acconci ad intendere: perocchè, conciossiacosachè l’anima sia nelle confine delle creature corporali e non corporali quasi in nel mezzo, partendosi da quelle di giù, s’approssima alle sovrane.

Che lussuria vince i grandi.

RUBRICA VII.

1. Lussuria eziandio talora i grandi vince.

2. Agustino de cohabitatione clericorum, et mulierum. Credi allo sperto: Io Vescovo ti parlo, e dinanzi da Dio non ti mento [176], ch’io hoe trovato sotto la pestilenzia della lussuria essere caduti gli alti, come cedri del monte Libano, guidatori della greggia; coloro, del cadimento de’ quali io non mi pensava più, che della sozza disonestà d’Ambrosio, o vero di Ieronimo.

3. Agustino ivi medesimo. Quanti leoni ha già domati quest’una infermità, la quale contuttochè sia vile e misera, de’ grandi fè preda,

4. Ieronimo ad Occeanum. Le ferrate menti lussuria doma.

5. Ieronimo ad Sustochium. Sansone più che leone forte, e più che sasso duro, il quale uno, e sanz’arme perseguitò mille armati; rammollò ad abbracciare Dalila. Davit secondo ’l cuor di Dio, il quale sua santa bocca aveva spesso cantato Cristo, che doveva venire; poichè fu preso dall’amore di Bersabea, commise l’adulterio, e giunsevi il micidio. Salamone, per lo quale la divina sapienzia cantò se medesimo, il quale disputò dal cedro del Libano infino all’Isopo; partissi da Dio, perchè fu amatore di femmine.

6. Verso. Adam, Sansone, Lot, Davit, e Salamone la femmina ingannòe. Chi dunque sarà sicuro?

7. Innocenzio de vilitate conditionis humanae. La lussuria Ruben maladisse, Sansone ingannóe, Salamone spervertìo [177]. Vero è dunque quello, che si legge; che per faccia di femmina molti sono già periti.

8. Valerio Massimo libro nono. La lussuria di Campagna fu molto utile alla Città di Roma; perocchè Anniballe loro nimico non vinto per arme, ella ne’ suoi diletti involgendolo, diedelo ad essere vinto da’ Romani cavalieri.

9. Seneca in tragedia. Noi avemo apparato, che per amore sono vinti eziandio i feroci uomini.

Che lussuria ne’ vecchi, e ne’ maggiori è laidissima.

RUBRICA VIII.

1. Lussuria ne’ vecchi è laidissima.

2. Tullio primo de officiis. Lussuria in ogni età sozza, ne’ vecchi è sozzissima; la quale se interviene, è doppio male, cioè che la vecchiezza n’acquista disonore, e a’ giovani fa più isvergognata la loro distemperanza.

3. Seneca secundo declamationum. Il giovane lussurioso pecca; ma il vecchio lussurioso impazza.

4. Ovidio sine titulo. Sozzo è cavaliere vecchio, e così è sozzo amore di vecchio.

5. Verso. Cosa da grande beffe è la lussuria nel tempo canuto.

6. Grisostomo sopra la pistola ad Hebraeos. Quando il vecchio conversa giovenilmente, bene è da schernire.

7. Autore. E siccome ne’ vecchi la lussuria è sozzissima, così in tutti i maggiori.

8. Fulgenzio nel secondo mythologiae. Avvegnachè in tutti amore lussurioso sia laido, non è mai peggiore, che quando si mischia con persona onorata: perocchè carnale concupiscenzia matrigna d’onestade, quando non sa tenere quello, che si conviene, sempre è a dignità contraria.

9. Gregorio secondo moralium. Quando i maggiori alla carnalità servono, a’ minori freni s’allargano.

Di fuggire materia di lussuria

RUBRICA IX.

1. Ogni materia di lussuria dee fuggire chi vincere la vuole.

2. Paolo ad Corinthios primo. Fuggite la fornicazione. Sopra la qual parola dice Augustino: Certamente con gli altri vizzi si può aspettare la battaglia; ma costei fuggite, e non le vi approssimate, che non si può altrimenti, e meglio vincere.

3. Ieronimo ad matrem, et filiam. Più sicura cosa è non potere perire, che allato al pericolo essere scampato.

4. Isidoro in Sinonima libro secondo. Togli via la cagione del peccare, lieva [178] la materia del vizio, se vuogli [179] della fornicazione essere sicuro.

5. Cassiano in Collationibus patrum. A quelli che studiano in purità, molto giova che primamente ei levino le materie delle carnali passioni; per le quali materie si puote generare cagione, o ricordamento di quelle passioni nella inferma anima.

6. Autore. La materia del peccare diventa cagione del peccato.

7. Isidoro in Sinonima libro secondo. Spesse volte la materia del peccato fa la voglia di peccare.

8. Seneca in proverbiis. Eziandio l’onesto uomo si piega per l’agio del peccare.

9. Terrenzio in Heautontimorumenos. Tutti quanti siamo peggiori per la licenzia.

10. Aristotile in secundo Rhetoricae. La maggiore parte degli uomini, quando possono, fanno le cose ingiuste.

11. Aristotile ivi medesimo. La maggior parte degli uomini, quando possono, seguitano il loro appetito.

12. Claudiano. La licenzia ne conforta a lussuria.

D’astenersi da familiarità di femmine.

RUBRICA X.

1. Con femmine conversare è a pericolo di lussuria sponersi.

2. Ecclesiastico. In mezzo delle femmine non dimorare; perocchè siccome dalle vestimenta procede tignuola, così dalla femmina la iniquità dell’uomo.

3. Ieronimo ad Occeano. Spezialmente t’ammonisco che attentamente guardi, che tentamenti sono dei cherici lo spesso andare a femmine [180].

4. Ieronimo ivi medesimo. Che hai tu veramente a fare con femmine, il quale cotidianamente con Dio parli? di te catuno parlerà in pubblico, e’ villani nel campo aratori gravemente contendono [181] del tuo abitare con femmine.

5. Ieronimo ivi medesimo. Conversazione di femmina porta del dimonio, via d’iniquità, percossa di scorpione.

6. Ieronimo ivi medesimo. Con fiammante fuoco percuote la femmina la coscienzia di colui, che con lei abita.

7. Ieronimo ivi medesimo. Or mi credi non puote di tutto cuore andare con Dio chi con femmina conversa. Dirà alcuno: chi va con buona fede, va con fidanza. Bene e sottilmente dice; ma e’ si conviene avere testimonia da quegli, che sono di fuori. Tu medesimo t’hai dato a’ morsi de’ detrattori, se ’l conversamento di queste spirituali femmine non vuogli lasciare. Se’ tu benigno? allegratene. Se’ casto? ben dii [182] grande bugia: se castità cerchi, perchè con femmine? La femmina, che tu vedi bene conversare, amala colla mente, non con corporali usanze.

8. Gregoriorio nel terzo del dialogo. Quegli, che ’l corpo suo a continenzia ordinando, non presumano d’abitare con femmine.

9. Gregorio in registro. Leggesi, che ’l beato Augustino eziandio colla suora non consentio d’abitare, e dicea: Quelle, che colla suora mia sono, suore mie non sono. Dunque la cautela di così dotto uomo dee essere a noi grande ammaestramento.

10. Isidoro in Sinonima libro secondo. Se tu vuogli dalla fornicazione essere sicuro, or sii col corpo, e col vedere da femmina dipartito: perchè posto presso al serpente non camperai da lui lungo tempo; stando dinanzi dal fuoco, avvegnachè presso al pericolo, lungamente non sarai sicuro; benechè [183] tu sii di ferro, per alcuno tempo di caldo colerai.

11. Terrenzio in Eunucho. Appressati al fuoco di questa femmina, e riscalderai assai più.

Distinzione Ventesimasesta.

D’avarizia.

1. Ora diremo noi del vizio d’avarizia; e quanto a ciò diremo tre cose.

2. La prima, che avarizia gravemente tormenta.

3. La seconda, che l’avaro quanto più ha, più desidera.

4. La terza, dell’avarizia di coloro, che sono negligenti delle cose comuni, e curano le proprie.

Che l’avarizia gravemente tormenta.

RUBRICA I.

1. Avarizia gravemente tormenta l’uomo.

2. Gregorio quintodecimo moralium. L’avaro prima s’angoscia di raunare le desiderate cose; e quando quasi come in uno ventre d’avarizia molte cose avrà messo, saziato, egli è ristretto: perocchè angosciando come l’acquistate cose guardi, la sua medesima sazietà l’angustia; e la mente dell’avaro, la quale in prima aveva cercato requie nell’abbondanzia, poi più gravemente s’affatica nella guardia.

3. Gregorio ivi libro vigesimosecondo. Se ’l cuore è dato ad acquistare le terrene cose, sicuro o posato essere in niuno modo puote; che o le cose non avute desidera d’avere, ovvero acquistate teme di perdere.

4. Bernardo in sermone. L’amore insaziabile delle ricchezze molto più tormenta l'anima, che non rifrigera per lo loro uso: l’acquistamento delle quali si truova pieno di fatica, lo possedimento pieno di paura, e ’l perdimento pieno di dolore.

5. Isidoro terzo de summo bono. Chi i beni del mondo ama, o voglia o no, è sottoposto a pena di paura, e di doglia.

6. Autore. Questa cotale sollecitudine dell’avaro veramente è sanza niuno frutto.

7. Ecelesiastes. Chi ama le ricchezze, non prenderà frutto di loro.

8. Valerio Massimo libro nono. L’avarizia nè per frutto d’avere è benavventurosa, e per cupidità d’acquistare è miserissima.

9. Seneca ne’ proverbi. L’avaro egli medesimo è cagione della miseria sua.

10. Quintiliano nono de oratoria institutione. Così manca all’avaro quello ch’egli ha, come quello ch’ei non ha.

11. E questa medesima parola dice Ieronimo nel prologo sopra la Bibbia.

Che l’avaro quanto più ha, più desidera.

RUBRICA II.

1. L’avaro per nullo guadagno si sazia, ma quanto più ha, più desidera.

2. Ecelesiastes. L’avaro non s’empierà di pecunia.

3. Ambrosio in libro de Nabute. L’avarizia per lo guadagno s’infiamma, non si ristrigne; e ha quasi gradi, de’ quali quanti più ne sale, più ne desidera di salire.

4. Gregorio quintodecimo moralium. L’avarizia per desiderate cose non si spegne, ma cresce a modo di fuoco, il quale quando ha ricevuto le legna che consuma, cresce più; e onde parea, che la fiamma fosse alquanto attutata, indi poco stando si vede maggior fatta.

5. Grisostomo super Matthaeum. L’accrescere delle ricchezze accende maggior fiamma, e fa più forte desiderio.

6. Innocenzio de vilitate conditionis humanae. O fuoco, che non si spegne, cupidità insaziabile! chi fu mai contento del primo suo desiderio? quando egli hae avuto quello, ch’aveva desiderato, desidera maggiori cose, e ordina il suo fine sempre alle cose che debbia avere, e non mai in quelle ch’abbia avute.

7. Boezio secondo de consolatione. Avvegnachè Dio accetti il desiderio delle persone, larghissimo di molto oro, nulla paiono le cose acquistate; ma divorandole per crudele rapacità, stendonsi ad altri desiderj. Dunque quali freni riterranno a certa fine la strabocchevole cupidigia, quando abbondando de’ larghi doni, arde più la sete d’avere?

8. Seneca secondo de beneficiis. Maggiori cose desideriamo quanto maggiori ci sono venute.

9. Seneca a Lucillo. Se tu ti vuogli fare ricco, non è da aggiugnere alla pecunia, ma da menimare il desiderio.

10. Seneca ivi medesimo. Pognamochè s’aduni in te ciò che molti ricchi posseggono, e la ventura oltre a privato modo di pecunia t’arricchisca, d’oro ti cuopra, e di porpora ti vesta, e a tale modo di dilicanze, e di ricchezze ti perduca, che tu nasconda la terra sotto preziosi marmi, e non solamente possi avere, ma eziandio scalpitare le ricchezze; aggiungansi le nobili statue e dipinture, e ciò che alcuna arte studiosissimamente adoperò: da queste cose apparerai tu desiderare le maggiori.

11. Salustio in Catellinario. L’avarizia sempre è infinita e insaziabile; e nè per abbondanza, nè per mancanza si menima.

12. Iuvenale. Cresce l’amore della pecunia, quanto la pecunia cresce.

Dell’avarizia di coloro, che sono negligenti delle cose comuni, e curano le proprie.

RUBRICA III.

1. Sono alquanti avari, li quali neente, o poco curano le cose comuni, sì veramente ch’essi curino bene le proprie; conciossiacosachè più tosto si dovrebbono meno curare le proprie, che le comuni.

2. Augustino in regula. La vera carità non richiede le cose, che sono sue proprie; perocchè antipone le cose comuni alle proprie, e non le proprie alle comuni.

3. Ambrosio in libro de paradiso. La giustizia fa pro ad altrui più che a se; e non cura le proprie utilità, antiponendo le comuni.

4. Leo Papa in sermone. Le cose pubbliche sono da antiponere [184] alle proprie; e ivi si dee intendere principale ragione d’utitità, dove uomo si sollecita per la comune.

5. Sidonio in epistolari libro quarto. Lo bene pubblico è spervertito per li [185] studi privati.

6. Valerio Massimo libro quarto parlando degli antichi Romani dice, che ciascheduno si curava d’accrescere lo bene della patria, non il suo; e che più tosto voleva essere povero nel ricco imperio, che non voleva essere ricco in imperio povero.

7. Aristotile nel secondo della Politica. Pochissimo curano gli uomini della cosa, che è comune a molti; ma delle proprie massimamente curano.

8. Nel Codice libro decimo. Naturale vizio è rum curare quello, che comunemente si possiede, quasi non paia avere neente a colui, che non ha tutto; e alla per fine lascia guastare la sua parte per invidia dell’altrui.

Distinzione Ventesimasettima.

Di superbia.

1. Ora diremo noi del vizio della superbia; e quanto a ciò diremo di due cose, cioè di superbia e di vanagloria. Quanto al primo diremo due cose.

2. La prima, che la superbia è vizio grandissimo, e primaio degli altri.

3. La seconda, della superbia, in quanto è amore della propria grandezza.

Che la superbia è vizio grandissimo, e primaio degli altri.

RUBRICA I.

1. Lo vizio della superbia è grandissimo sopra tutti.

2. La Glosa sopra quella parola del Salmo: I superbi iniquità facevano; dice: Grandissimo peccato nell’uomo la superbia è.

3. Agustino sopra quella parola del Salmo: Io sarò mondato dal peccato grandissimo; dice così. Quale è altro il grandissimo, se non la superbia? perocchè niuno è maggiore peccato, che dipartirsi in tutto da Dio: e questo è il cominciamento della superbia dell’uomo.

4. Isidoro primo de summo bono. Certa cosa è, che la superbia è peggiore d’ogni vizio; perocchè è preso dalle grandi persone, ovvero perchè nasce d’opera di giustizia e di virtù, e la sua colpa meno è conosciuta.

5. Autore. Superbia è di tutti gli altri vizzi cominciamento, e cagione.

6. Ecclesiastico. Cominciamento d’ogni peccato è superbia.

7. Nel libro di Tobbia. La superbia non lasciare mai signoreggiare nel tuo pensiero, o nella tua bocca; perocchè da essa; prese cominciamento ogni dannazione.

8. Agustino sopra quella parola del Salmo: Allora sarò io immaculato; dice così. Veramente è immaculato chi superbia in se non ha; perocchè questo è il vizio ultimo a quelli, che tornano a Dio, lo quale fu primo, quando si dipartirono da lui.

9. Gregorio nel trentesimoprimo de’ morali. La superbia reina de’ vizzi, quando ha il cuore pienamente vinto e preso, incontanente il dà a guastare a’ suoi capitani: cioè a’ sette principali vizzi.

10. Gregorio ivi medesimo. Radice di tutto male è la superbia, la quale, siccome dice la Scrittura, è cominciamento d’ogni peccato; e le prime sue figliuole seno sette principali vizzi, i quali procedono da questa velenosa radice.

11. Autore. Anche la superbia è quasi distruzione d’ogni bene.

12. Claudiano. Se a te grazia, sapienza, e bellezza sia data; insozza ogni cosa sola la superbia, se v’è accompagnata.

Della superbia in quanto è amare di propria grandezza.

RUBRICA II.

1. E perocchè, siccome dice Prospero nelle sentenze, superbia è amore di propria grandezza; diremo ora noi di questa grandezza, come non è da desiderare.

2. Agustino sopra ’l Salmo. Quante volte io desidero di soprastare agli uomini, tante volte contendo di passare innanzi a Dio.

3. Ambrosio sopra i Vangelo di Luca. L’appetito di grandezza ha seco l’aggiunto pericolo; inchinasi a servitudine, per venire all’onore; e quando vuole essere più alto, diventa più basso.

4. Boezio terzo de consolatione. Vuogli apparere grande per dignità? sottometeràti al datore; e quando per onore desideri di passare sopr’agli altri, diventerai più vile nel dimandamento. Desideri tu potenzia? sarai sottoposto a’ pericoli, per gli aguati de’ tuoi suggetti: dimandi tu gloria? e tu tratto per ogni asprezza, mancherai d’essere sicuro.

5. Bernardo ad Eugenio. O grandezza croce de’ tuoi desideratori; come tutti gli tormenti, e a tutti piaci! niuna cosa più duramente affligge, e, niuna più molestamente tempesta; e appo i miseri mortali niuna cosa è più solenne, che i rangoli [186] suoi.

6. Innocenzo de vilitate conditionis humanae. Chi grandezza va caendo, sempre è pauroso, e sempre attento, che non dica cosa che dispiaccia; infigne umiltà, mente d’onestà, seguita, e serve; tutti onora, e a ciascuno inchina.

Distinzione Ventesimaottava

Di vanagloria.

1. Ora diremo di vanagloria; e quanto a ciò diremo quattro cose.

2. La prima, che la gloria non acquistano quegli che la cercano, ma quegli che la fuggono.

3. La seconda, di quelli, che per volere gloria, lodano se medesimo.

4. La terza, di quelli, che vogliono essere lodati falsamente.

5. La quarta, della gloria cercata per infignimento.

Che la gloria non acquistano quegli che la cercano, ma quegli che la fuggono.

RUBRICA I.

1. La mondana gloria fugge i suoi seguitatori, e seguita i fuggitori.

2. Ieronimo ad Eustachio. La gloria seguita le virtudi a modo che l’ombra seguita il corpo; e lasciando i suoi desideratorj, desidera i suoi dispreggiatori.

3. Grisostomo sopra la pistola ad Hebraeos. Dispreggia la gloria e sarai glorioso,

4. Boezio secondo de consolatione. Fu uno che avea preso a sua gloria falso nome di filosofo, e un altro gli cominciò a dire villania; e appresso aggiunse, che saprebbe bene se questi era filosofo, se egli sostenesse con pazienzia le ’ngiurie dette. Quest’altro, avvedendosi di ciò, cominciò un poco ad essere paziente, e baldanzosamente disse: cognosci bene, che io sono filosofo; e quegli rispuose: avealo cognosciuto, se tu avessi taciuto.

5. Seneca quinto de beneficiis. La gloria più seguita i suoi fugatori.

6. Sallustio in Catellinario. Catone quanto meno cercava gloria tanto più l’acquistava.

7. Fabbio filosofo. Gloria chi rifiuterà, verace gloria avrà.

8. Nella vita de’ Santi Padri avemo trovato, che ’l Santo Ilarione quanto più fuggiva fama e gloria, tanto più se ne trovava.

Di quegli, che per voler gloria, lodano se medesimo.

RUBRICA II.

1. Sono alquanti, che la gloria cercano per mal modo, lodando se medesimo; a’ quali si può dire quella parola.

2. Del Vangelio di Santo Giovanni, che dissero i Giudei a Cristo: Tu rendi testimonianza di te medesimo; la tua testimonia non è vera.

3. Ivi medesimo dice Cristo: Se io glorifico me medesimo, la mia gloria è neente.

4. Salamone ne’ proverbi. Loditi altri, e non la bocca tua; lo straniero, non le labbra tue.

5. Boezio secondo de consolatione. Tu sai bene, che mai mi lodai; perocchè in alcuno modo, lodando se medesimo, si menima il secreto merito della coscienzia, quando altri, vantandosi del fatto, riceve pregio di fama,

6. Lo Sponitore sopra i proverbi di Salamone. Lo uccello, che si dice cuculo, sempre canta il suo nome; ma non è volentieri udito, anzi è beffa degli altri uccelli; così è quegli, che se medesimo loda.

7. Seneca ne’ proverbi. Chi se medesimo loda, tosto troverrà lo schernitore.

8. Tullio primo de officiis. Sozza cosa è di se predicare, e spezialmente il falso, e con ischernimento degli uditori volersi fare cavaliere glorioso.

9. Quintiliano octavo de oratoria institutione. Viziosa cosa è il vantamento, e reca agli uomini non solamente fastidio, ma eziandio odio; perocchè la nostra mente ha in se un’altura, e uno levamento da non sostenere suo maggiore; e però noi volentieri aiutiamo gli uomini dibassati, e che si sottomettono a noi; perchè pare che noi questo facciamo siccome maggiori: ma chi oltr’a modo s’innalza, pare che priema e dispregi noi, e che non solamente faccia se maggiore, ma che tutti gli altri faccia minori.

10. Valerio Massimo libro septimo. Aristotile usava di dire, che uomo di se medesimo nè bene dee dire, nè male; perocchè lodare se è vanità, e vituperarsi è stoltía.

11. Varro nelle sentenze. Quegli che nelle grandi cose è eccellente, eziandio contra ’l suo volere sarà lodato: ma molti la lode perdono, perch’egli di se la dicono; e solo in questo uno modo il savio si loda, cioè lodando i beni che vede in altrui.

Di quelli che vogliono essere lodati falsamente.

RUBRICA III.

1. Sono alquanti, i quali eziandio del falso vogliono essere lodati.

2. Prospero de vita contemplativa. Molti dell’opere, che sanno che non hanno fatte, sozzamente si vantano, e dagli altri desiderano d’esserne lodati.

3. Boezio terzo de consolatione. Molti spesse volte hanno tolto il grande nome colla falsa oppinione della gente; della qual cosa qual si potrebbe pensare più laida? perciocchè quelli, che falsamente sono lodati, egli è bisogno ch’e’ medesimo si vergognino delle lor lode [187].

4. Autore. Quegli che molto desidera d’essere lodato, in ciò fa egli altrui sospeccione del falso.

5. Simaco Patricio. Ogni molto dimostramento non è sanza sospeccione di falso; perocchè ciò che si prende da altrui, non pare che sia suo proprio.

6. Simaco medesimo. Natural cosa è, che’ balbi più parlino; perocchè desiderano abbondanza di parole per vergogna del difetto.

7. Aristotile nel secondo della Rettorica. Gli uomini amano coloro, che lodano i beni che in loro sono; e massimamente que’ beni, de’ quali gli lodati dubitano che non sieno in loro.

8. Egidio de regimine Principum libro secondo. In tutte le cose quegli che sono imperfetti, più desiderano d’essere lodati, che’ perfetti; che, perocchè veggono ch’e’ non hanno onde rallegrare si possano secondo la verità, voglion l’avere secondo l’oppinione.

Della gloria cercata per infignimento.

RUBRICA IV.

1. Alquanti sono, che essendo rei cercano gloria per infignimento del bene; contra’ quali:

2. Agostino, sopra ’l Salmo. La infinta dirittura non è dirittura, ma doppia iniquità; perocch’è iniquità o infignimento.

3. Gregorio octavo moralium, sponendo quella parola: Non ti vestirai di vestimento, che sia di lana e di lino. Lo vestimento, che è tessuto di lana e di lino, lo lino nasconde dentro, e la lana mostra di fuori; dunque quegli si veste del vestimento di lana e di lino, lo quale nel parlare, o nell’opera che usa, cuopre dentro le sottilità della malizia, e mostra di fuori simplicità d’innocenzia.

4. Tullio primo de officiis. Di tutte le ingiustizie niuna è più caporale, che quella di coloro, li quali, quando massimamente ingannano, fanno in modo, che voglioso parere buoni uomini.

5. Autore. Cotale infignimento non può durare.

6. Gregorio quinto moralium. Quando lo ’nfignitore alcune virtù prende per ipocrisia, e segretamente sottopone se medesimo a’ vizi; alcuni suoi nascosti vizi subitamente escono fuori, e mostrano il soprarrecato infignimento.

7. Tullio secondo de officiis. Se alcuni per infignimento, e vano dimostramento, e composte parole, e faccia, credono acquistare stabile gloria, fortemente sono ingannati: perocchè la vera gloria mette buone radici, e multiplica, e cresce; ma tutte, le cose infinte, siccome vili [188] fiori tostamente caggiono, e niuna cosa infinta puote molto durare.

8. Seneca primo declamationum. Niuno puote lungo tempo portare la sua infinta persona: tosto tornano nella loro natura quelle cose, che non erano fondate in sulla verità.

9. Seneca ad Lucillum. Giammai non puote essere lungo infignimento di vera onestà.

10. Quintiliano nono de oratoria institutione. Manifestasi lo ’nfignimento, quantunque egli sia guardato.

Distinzione Ventesimanona.

D’invidia.

1. Ora diremo d’invidia; e quanto a ciò diremo due cose.

2. La prima, che la ’nvidia duramente affligge.

3. La seconda, che la ’nvidia [189] è d’ogni bene nemica.

Che la ’nvidia duramente affligge.

RUBRICA I.

1. La ’nvidia duramente affligge lo ’nvidioso.

2. Ieronimo ad Asella. O invidia, che prima mordi te medesimo! O malizia di Satana, che sempre perseguiti le sante cose!

3. Ieronimo a Demetriade. Dimmi, priegoti, che delettazione presta la ’nvidia allo ’nvidioso, lo quale con segreti graffi di coscienzia lo squarcia, e l’altrui benavventuranza fa essere tormento suo?

4. Isidoro in secundo Sinonimae. La ’nvidia prima nuoce a se medesimo, e prima morde il suo autore; perch’ella è tignuola dell’anima, la quale mangia il senso, arde il petto, tormenta la mente, e ’l cuore come pestilenza si manduca.

5. Grisostomo super Matthaeum. O invidia, la quale sempre a se medesimo è nimica; perocchè chi ad altrui ha invidia, a se fa vergogna; e a colui a cui ha invidia, acquista gloria.

6. Prospero terzo de vitiis et virtutibus. Tanti ha lo ’nvidioso tormentatore di giusta pena, quanti lo ’nvidiato ha lodatori.

7. Seneca ad Lucillum. Tu non tormenterai mai meglio gl’invidiosi, che servendo a virtù, e a gloria.

8. Orazio in epistola. Tutt’i tiranni di Cicilia [190] non trovarono maggior tormento, che la ’nvidia.

Che la ’nvidia è d’ogni bene nimica.

RUBRICA II.

1. La ’nvidia è d’ogni bene nimica.

2. Ieronimo ad Eustochio. Sempre alla virtù seguita invidia, come gli alti monti dalle folgori sono feriti.

3. Isidoro terzo de summo bono. Niuna virtù è, che non abbia contrario il male della invidia; e solo la ’nvidia è sanza invidia.

4. Cassiodoro epistolarum libro decimo. Alli benavventurosi avanzamenti sanza niuno dubbio sempre è prossimana la ’nvidia.

5. Seneca ne’ proverbi. La virtù sempre parturisce invidia.

6. Seneca de vita beata. Come è grande il popolo de’ maraviglianti così è grande quello degl’invidianti.

7. Seneca in libro de moribus. Benchè ingiuria niuno nimico ti faccia, molti te ne farà la ’nvidia.

8. Nelle sentenze de’ filosofi. Simonide addomandato da uno come e’ potesse fare, ch’e’ non avesse invidiatori, rispuose: se niuna grande cosa avrai in te, e se niuna benavventurosa ne farai.

9. Tullio nel quarto della nuova Rettorica. All’Affricano lo senno acquistò virtù: la virtù acquistò gloria; e la gloria acquistò gl’invidiosi.

10. Tullio ivi medesimo. O invidia accompagnatrice di vertude, la quale i buoni seguiti, e sempre li perseguiti.

11.Valerio Massimo libro quarto. Niuna benavventuranza è sì ammodata, che i maligni denti d’invidia possa schifare.

12. Salustio in Giugurtino. Dopo la gloria seguita la ’nvidia.

Distinzione Trentesima.

D’ira.

1. Ora diremo d’ira; intorno alla quale diremo di due cose. La prima dell’ira per se. La seconda d’affrettanza, e incostanzia, e ingiustizia, le quali da ira procedono. Quanto al primo diremo diece cose.

2. La prima, che l’ira molto laidisce [191], e disforma ’l corpo.

3. La seconda, che l’ira toglie ogni sapienza.

4. La terza, che l’irato dee tacere.

5. Li quarta, che l’ira si dee a potere [192] nascondere.

6. La quinta, de’ remedi contra ira secondo Gregorio.

7. La sesta, di togliere via le cagioni, che ci dispongono all’ira.

8. La settima, de’ modi d’annullare l’ira al cominciamento.

9. L’ottava, d’ammendare per innanzi quelle cose, che per ira avemo commesso.

10. La nona, di pensare contr’all’ira la morte, e la gloria.

11. La decima, del tempo, e del modo d’ammonire l’adirato.

Che l’ira molto laidisce il corpo, e molto il disforma.

RUBRICA I.

1. L’ira molto laidisce il corpo.

2. Ecclesiastico. L’izza [193], e l’ira menimano i dì.

3. Agustino in epistola. Siccome l’aceto corrompe il vaso, se lungamente vi sta; così l’ira corrompe il cuore, se fino all’altro dì dura.

4. Agustino a Nebridio. Per lo continuamente adirare, dicono i medici, che cresce il fele; poi da capo, e leggiermente; e quasi sanza niuna cagione ci adiriamo.

5. Tommaso d’Aquino in prima secundae, quistione quarantesimottava. Il fervore dell’ira si è con amaritudine, e a consumare; onde s’assomiglia al calore del fuoco, e della collera.

6. Versi. Se ti vuogli mantenere gagliardo e sano, togli via le gravi cure; e credimi, che l’adirare è pessima cosa: guardati dal vino, e dalle cene; e non ti sia per vano il sollazzare quando hai mangiato; ma fuggi il dormire meriggiano.

7. Autore. Tanto è nell’ira il turbamente d’entro, che di lei seguita il disformamento di fuori.

8. Tommaso ove detto è di sopra. Per la grande turbazione del cuore, ch’è nell’ira, appaiono negl’irati certi dimostramenti di fuori.

9. Gregorio quinto moralium. Il cuore acceso per gli stimoli della sua ira si scommuove, il corpo triema, la lingua s’impaccia, la faccia s’infiamma, inaspriscono gli occhi, non si ricognoscono i conti [194]; forma il grido la bocca, ma dentro non sa che parla.

10. Ieronimo sopra Ioele. L’ira, che non adopera iustizia d’Iddio, è prossima a pazia, e fa l’uomo non avere in balia sua mente; tanto che le labbra tremano, i denti si ripercuotono, e ’l volto di pallidore [195] si tramuta.

11. Seneca primo de ira. Sozza a vedere, e orribile è la faccia degli adirati e non sapresti se è vizio più abominevole, o vero più sozzo; tutti gli altri si possono nascondere, e in segreto nutricare; l’ira si palesa, e nella faccia esce, e quanto è maggiore, tanto più manifestamente si sfrena.

12. Seneca ivi medesimo. Non vedi tu come tutti gli animali, sì tosto che a nuocere si levano, tracorrono, e in tutto ’l corpo escono di loro usato e posato abito, e inasprano la fierezza loro? Schiumasi la bocca a’porci salvatichi, e aguzzansi i denti; i tori tragettano le corna in voto, e spargono la rena co’ piedi; i leoni fremiscono; a’ serpenti adirati s’enfia il collo; de’ cani arrabbiati è trista partita [196]. Niuno animale è sì orribile, e sì pestilenzioso, che incontanente che fallisce l’ira, non appaia, in lui avvenimento di nuova fierezza.

Che l’ira toglie ogni sapienzia.

RUBRICA II.

1. L’ira ogni sapienzia toglie.

2. Gregorio quinto moralium. Per ira si perde la sapienzia, sicchè al tutto non si sappia che sia da fare, o io che m’odo, siccome scritto è: L’ira nel seno dello stolto si posa; perocchè certamente ella toglie il lume della intelligenzia, quando movendo confonde la mente.

3. Cassiano octavo de institutis monachorum. Essendo l’ira ne’ nostri cuori, non potemo acquistare giudicio di diritta descrezione, nè ragguardamento di onesta contemplazione, nè possedere maturità di consiglio, nè essere partecipi di vita, nè mantenitori di giustizia, nè ricevitori di spirituale e vero lume.

4. Tullio secundo de officiis. L’ira da lunga ti sia; colla quale, niuna cosa si può fare diritta, nè considerata.

5. Verso. In niuna cosa vede l’ira il vero.

6. Seneca primo de ira. Certi savi dissero, che l’ira è brieve pazzia: perocchè a modo di pazzia non tiene in balia se medesimo.

7. Seneca in libro moribus. Niuna differenza è tra l’irato, e ’l pazzo; se non che il primo sempre è pazzo, ma ’l secondo talora s’adira.

8. Autore. Dunque niuno savio s’adira.

9. Seneca terzo de ira. La parte sovrana del mondo più ordinata e prossimana al cielo non si turba di nebbia, non si scommuove di tempesta, non si rivolge in turbinio, sanza ogni romore è: queste di giù tempestano. In questo medesimo modo l’alto animo, sempre cheto e in riposata magione allogato, il quale pone sotto se tutte le cose onde si tragge l’ira, è ammodato, e venerabile, e bene disposto: delle quali cose niuna ne troverai nell’adirato.

Che l’irato dee tacere.

RUBRICA III.

1. L’adirato dee tacere.

2. Nel Salmo. Quand’io fui crucciato, non parlai.

3. Isidoro in Sinonima libro secondo. Se non puoi schifare l’ira, temperala: se non puoi guardarti dal furore, costrignilo: tien pazienzia di silenzio; che tacendo più tosto vincerai.

4. Seneca in tragedia. Ritieni le parole dell’animo furioso.

5. Autore. Il tacere contra la ’ngiuria è una gentil vendetta.

6. Ambrosio primo de officiis. Chi ci fa la ingiuria, e’ desidera che noi siamo fatti simiglianti a lui.

7. Se tu taci e non curi, egli suol dire: perchè taci? parla se ardisci; ma non se’ ardito? mutolo se’; sanza lingua t’ho fatto. Adunque se taci, ed egli più si rompe, vinto si reputa e beffato, e per neente avuto, e schernito; ma se tu rispondi, pargli essere fatto maggiore, perc’ha trovato pari; perocchè se tu tacerai, sì si dirà: quegli disse villania a costui, e costui non ne curò; ma se tu rispondi, sì si dirà: amendue costoro si dissero villania insieme. E così l’uno e l’altro è condannato, e niuno assoluto.

8. Grisostomo super Matthaeum. Se tu vendicare ti vuogli, taci; e hai dato una mortale piaga.

9. Seneca ad Serenum. Modo di vendetta è contra a colui, c’ha fatta la ingiuria, togliere lo diletto della villania, non rispondendogli; egli suole dire: oimè misero, non credo, che m’intendessi.

10. Ne’ proverbi de’ filosofi. Al mal parlante non rispondere è a lui grande ingiuria.

Che l’ira si dee a tutto podere nascondere.

RUBRICA IV.

1. L’adirato non solamente dee tacere, ma eziandio ciascuno segno d’ira dee levare via.

2. Salamone ne’ proverbi. Il matto incontanente dimostra l’ira sua. E dice ivi la Chiosa: Natura dell’ira è, che messa fuori più s’infiammi, nascosta vegna meno.

3. Seneca terzo de ira. Copriamo in tutto i segni dell’ira, e quanto potemo la tegnamo occulta e segreta. Con grande nostra molestia si farà questo; perciocch’ella desidera d’uscire fuori, e d’infiammare gli occhi, e mutare la faccia; ma s’ella puote di noi uscire, di sopra da noi è. Dunque nascondasi nel profondo del petto; sia portata, non porti: maggiormete rivolgiamo alla contraria parte tutti i suoi dimostramenti; il volto sia più composto, la voce più soave, l’andare più posato, e a poco a poco colle cose di fuori si riformino quelle d’entro.

4. Seneca ivi medesimo. In Socrate era segno di ira quando la bocca dibassava, e più temperatamente parlava: cognoscevasi allora, che egli combatteva contra se medesimo; e egli si rallegrava, che l’ira sua molti cognoscessero, e niuno la sentisse.

De remedi contro all’ira secondo Gregorio.

RUBRICA V.

1. Molti remedi scrissero a noi gli antichi contra il vizio dell’ira.

2. Gregorio quinto moralium. In due modi si disusa l’ira di possedere l’animo. Lo primo è, che a mente sollecita, anzichè cominci a fare niuna cosa si ripensi tutte le ’ngiurie che sostenere ne può; sicchè s’apparecchi contra le cose avverse; le quali quando vengono, tanto più forte riceve, quanto più avvedutamente per provedenzia s’armò.

3. Gregorio ivi medesimo. Chi disprovveduto dall’avversità è compreso, è quasi come chi dormendo è trovato dal suo nimico, il quale più tosto l’uccide, perchè egli non si difende.

4. Gregorio ivi medesimo. Quegli, che per sollicitudine ripensa i mali che possono sopravvenire, fa come colui, che vegghiando in aguato aspetta l’assalto de’ nimici, e indi e vigorosamente apparecchiato a vittoria, onde i nimici credevano che, non sappiendo, fosse compreso.

5. Gregorio ivi medesimo. Dunque l’animo innanzi i cominciamenti delle sue opere, sollicitamente dee tutte l’avversità ripensare; acciocchè sempre pensandole, sempre contro ad esse di corazze di pazienzia sia guernito, e ciò che avviene egli avendo preveduto vinca; e ciò che non avviene, egli per guadagno reputi.

6. Gregorio ivi medesimo. Il secondo modo è, che quando noi vediamo gli altrui eccessi, noi pensiamo i nostri, per li quali eccedemmo contro altrui: perciocchè considerata la nostra propria infermità scusa appo noi gli altrui mali.

7. Gregorio ivi medesimo. Pazientemente sostiene la fatta ingiuria quegli, che pietosamente si ricorda che forse anche ha egli in se cosa, onde debbia essere sostenuto; e quasi con acqua il fuoco si spegne, quando sagliendo il furore dell’animo, l’uomo si reca a memoria la sua propia colpa: perocchè si vergogna di non perdonare le peccata, chi si ricorda, che inverso Dio, o inverso ’l prossimo spesso ha peccato cose da dimandare perdono.

Di togliere via le cagioni, che dispongono all’ira.

RUBRICA VI.

1. Ancora molto utile remedio è di guardarci da quelle cose, che ci sogliono fare adirosi; le quali principalmente sono tre.

2. La prima è, che noi non intendiamo a molte cose.

3. Seneca terzo de ira. Acciocchè l’animo possa essere pesato, non si dee a molte cose gittare [197], nè in atti di molte cose faticare, nè di cose grandi, e desiderate oltre la propria virtù.

4. Di questa materia vedi i detti di Seneca, di sopra nella Distinzione terza, Capitolo : Che uomo non dee intendere a molte cose.

5. La seconda è, che noi non ci occupiamo in cose rincrescevoli.

6. Seneca ivi medesimo. Gli studi forti e duri si deono lasciare dagli uomini adirosi, o vero si deono adoperare meno che a stanchezza, e l’animo si dee dare ad arti dilettevoli: lo leggere de’ versi l’alleggerisca, e la storia lo tegna.

7. Seneca ivi medesimo. Corte, avvocarie, e giudici dobbiamo fuggire, e tutte cose che peggiorano il nostro vizio, e guardarci dalla fatica corporale; perocchè consuma ciò, che in noi è mansueto e piacevole, e commuove ad innagrestire [198].

8. Seneca ivi medesimo. Fame e sete per quella medesima cagione si dee schifare; perocchè inasprisce e incende gli animi. Antico proverbio è: dallo stanco si cerca briga; e così dall’affamato, e dallo assetato, e da ogni uomo, il quale per alcuna altra cosa infiammato è.

9. Seneca ivi libro secondo. Molte cagioni accaggiono, che fanno inchinevoli all’ira. Alcuni ha recato a ciò la ’nfermità; alcuni la fatica, o vero lo continuo vegghiare, e le notti sollicite, e i desiderj, e gli amori, e qualunque altra cosa che nocque al corpo, o all’animo.

10. Aristotile nel secondo della Rettorica. Gl’infermi, i bisognosi, gli amanti, gli assetati, e generalmente tutti quelli, che desiderano e non acquistano, sono adirosi, e di leggiere.

11. La terza è, che noi non conversiamo con gli adirati.

12. Seneca terzo de ira. Diamo opera che noi non riceviamo ingiuria, perchè sostenere non la sapemo. Dovemo vivere con uomo piacevolissimo, e che sia leggiere a conversare, e che non sia angoscioso e molesto; perocchè dalle conversazioni, si prendono i costumi: e siccome certe infermità al toccamento del corpo s’appiccano, così l’animo appicca i suoi mali a chi a lui s’appressa.

13. Seneca ivi medesimo. Non solamente per esemplo diventa migliore chi colli posati [199] conversa; ma ancora, non trovando cagione da irare [200], non adopera il vizio suo.

14. Seneca ivi medesimo. Se noi cognosciamo [201] che siamo irosi, eleggiamo la conversazione di coloro, i quali seguitano nostra faccia, e lo nostro parlare: veramente egli ci faranno dilicati, e recherannoci in malo usato di non udire niuna cosa contro a nostra volontà; ma tuttavia sì gioverà dare intervallo, e riposo al proprio vizio.

De’ modi d’annullare l’ira al cominciamento.

RUBRICA VII.

1. Cinque modi sono d’annullare l’ira al cominciamento.

2. Lo primo è molte cose disinfignere, o vero trapassare [202].

3. Seneca terzo de ira. Non bisogna ogni cosa vedere, nè ogni cosa udire: trapassiamo molte ingiurie, delle quali molte non riceve chi non le sa. Non vuo’ tu essere adiroso? non sii studioso cercatore. Chi va cercando quello che è detto contr’a lui, se medesimo molesta, e ancora uno pensieri lo reca a farlile parere ingiurie; onde alcune di quelle si deono indugiare, d’alcune altre si dee far beffe, e alcune altre perdonare.

4. Lo secondo modo è la ’ngiuria in giuoco tramutare.

5. Seneca ivi medesimo. In molti modi si dee ingannare l’ira; spesse volte sia rivolta in sollazzo e giuoco. Dicesi di Socrate, che avendo ricevuto un grande schiaffo, non rispuose altro, se non che disse: molesta cosa è, che uomo non sa quando debbia portare l’elmo o quando no.

6. Lo terzo modo è per diverse cagioni perdonare.

7. Seneca ivi medesimo. Chi sono io, li cui orecchi laidare sia così malvagia cosa? Molti hanno già perdonato a’ nimici, io non perdonerò a’ pigri? non a’ negligenti? non a’ garritori?

8. Seneca ivi medesimo. Lo garzone sia scusato della sua età; la femmina per la sua condizione; lo straniero per la sua libertà; lo dimestico per la sua familiarità.

9. Seneca ivi medesimo. Se ora di prima ci ha altri offeso, pensiamo quanto tempo e’ è piaciuto: se spesse fiate ci ha offeso, sostegnanlo ancora, poichè tanto tempo l’avemo sostenuto.

10. Seneca ivi medesimo. Se amico è, abbia fatto ciò che volle; se nemico è, ha fatto quello che dovea; al savio diamo luogo; al matto perdoniamo.

11. Lo quarto è la ingiuria dispregiare.

12. Seneca. La parte sovrana del mondo, ec. siccome di sopra si dice in questa medesima Distinzione, Capitolo secondo. E di questa materia si conta di sopra nella Distinzione decimanona. Capitolo terzo.

13. Lo quinto è la contenzione non incominciare.

14. Seneca terzo de ira. Quante volte accadrà uno disputare lungo e di briga, al cominciamento torniamo addietro, anzi che la contenzione rinforzi in se medesimo. Più leggier cosa è astenerci dalla battaglia, che uscirne fuori.

D’ammendare per innanzi quelle cose che per ira avemo commesso.

RUBRICA VIII.

1. Noi dovemo ripensare quelle cose, che per ira avemo commesso, acciocchè da quince innanzi ce ne guardiamo.

2. Seneca terzo de ira, L’animo nostro si dee chiamare ogni dì a rendere la ragione: mancherà l’ira, e più temperata sarà, quando saprà che ogni dì dee vanire al giudice. E poi dice Seneca lo modo così. Nella cotale disputazione tu parlasti troppo contenziosamente: oggi mai non contendere co’ meno savi: non vogliono apparare chi mai non appararono.

3. Seneca ivi medesimo. Cotal persona ammonisti tu più sicuramente che non dovevi; e però non l’ammendasti, ma il crucciasti: da ora innanzi vedi non solamente se è vero quello che tu di’, ma eziandio si colui, a cui si dice, ne sia partente. D’essere ammonito lo buono n’è lieto; ma ciascheduno pessimo molestissimamente sostiene correttore.

4. Seneca ivi medesimo. In nel convito lo motteggiare d’altrui, e le parole gittate in tuo dolore ti toccarono: or ti sia a mente di schifare oggimai quei cota’ conviti; che troppo è più disciolta la licenzia dopo ’l vino.

5. Seneca ivi medesimo. In meno che onorevole luogo posto, ti cominciasti ad adirare al convitatore, all’allogatore, ed eziandio a colui, che t’era posto innanzi: o stolto, che differenzia è qual parte di luogo tu premi? puoteti fare più onesto, o meno un solo sedere?

6. Seneca ivi medesimo. Non mirasti uno a diritti occhi, perocchè dello ’ngegno tuo parlò male: se questa legge ricevi, dunque Ennio, i cui libri non ti dilettano, t’avrebbe in odio, e Ortenzio ti farebbe guerra, e Cicerone se facessi [203] beffe de’ suoi versi, ti sarebbe nimico.

7. Seneca ivi medesimo. Alcuno ti fece vergogna: fu ella maggiore, che quella, che fu fatta a Diogene filosofo? al quale, insegnando egli spezialmente l’ira, un giovane matto e ardito gli sputò nel volto. Sostenne ciò bellamente e saviamente, e disse: Io non m’adiro; ma dubito se si conviene adirare.

Di pensare contro all’ira la morte, e la gloria.

RUBRICA IX.

1. Molto ancora si raffrena l’ira per lo pensamento della morte.

2. Ecclesiastico. Siati a memoria lo finire tuo, e lascia di tenere nimistade.

3. Seneca terzo de ira. Niuna cosa più giova contra l’ira, che ’l pensiere della mortalità. Dica ciascheduno a se medesimo, e ad altrui: Che ci giova, che li giorni, i quali potemo spendere in onesto diletto, noi li tramutiamo in dolore, e tormento d’altrui? Non sono queste cose da gittare, e non è il tempo così da perdere. Perchè corriamo al combattere? perchè ci rechiamo battaglie? perchè dimenticando la nostra debilità [204], prendiamo li grandissimi odî ?

4. Autore. In quel medesimo modo, e anche più si raffrena l’ira per lo pensiere della celestiale gloria.

5. Cassiano nono de institutis Monachorum. In questo modo potremo vincere ogni generezione di tristizie; sì quelle, che da ira discendono, sì quelle, che vegnono del perdere guadagno, o vero che s’ingenerano dalla ingiuria che e’ è fatta, o vero che procedono dalla non ragionevole confusione di mente, o vero che ci recano mortale disperazione; se noi per ragguardamento delle cose eterne che deono venire, tuttora lieti, e non mutevoli dureremo.

Del tempo, e del modo d’ammonire l’adirato.

RUBRICA X.

1. Se noi avemo ad ammonire l’adirato, in ciò massimamente si conviene aspettare tempo.

2. Gregorio trentesimo moralium. Che pro è in quel tempo ammonire l’adirato, nel quale egli per la adirata mente appena può sostenere se medesimo?

3. Gregorio in pastorale. Alla mente, che per lo furore è inebriata, ogni cosa diritta che detta gli è, perversa gli pare.

4. Cassiodoro in libro de amicitia. Quando per la turbatione ricente lo ’nfermo animo anche è non cheto, bisogna maestrevole disfingimento, infin a tanto, che inserenato lo nuvolo della mente, l’animo posato riceva le parole del dolce ammonitore.

5. Seneca terzo de ira. La prima ira non ardiremo noi di raddolcare [205] con parole; ch’ella è sorda, e pazza: daremole spazio. I rimedi nel calare [206] della infermità giovano.

6. Seneca ivi medesimo. Chi non ardisce d’alleggerire lo primo impeto d’ira, ingannilo. Tolga via tutte le cose, da vendicare, e infingasi d’essere adirato; acciocchè egli siccome aiutatore del dolore, e compagno, abbia più d’autorità ne’ suoi consigli: recherà indugi: e mentre cercheràe [207] maggiore pena, indugeràe [208] la presente. Tutte cose ad arte. Darà requie al furore; e se l’irato è di grande cuore, metteragli vergogna; e se è temoroso, metteragli paura, e recherà parole che gli piacciano, o nuove cose, e desiderio di saperle.

7. Seneca ivi medesimo. All’uno dirai: vedi che questa tua ira non sia grande diletto a’ tuoi nimici. All’altro: vedi che la grandezza del tuo animo, e ’l valore creduto da molti non ne caggia. Io ne sono crucciato molto, e non truovo modo nel dolore; ma è d’aspettare tempo; serba questo nell’animo tuo, e quando potrai, eziandio per lo ’ndugio li renderai.

8. Seneca ivi medesimo. Ma gastigare l’adirato, e crucciarti contra di lui, non è altro, che adirarlo più.

Distinzione Trentesimaprima.

D’affrettamento

1. Imperocchè, ira suole fare gli uomini frettolosi, incostanti, e ingiusti; da che avemo detto d’ira, diremo di queste tre cose. E prima dell’affrettare, intorno al quale diremo due cose.

2. La prima, che generalmente dalla fretta si dee l’uomo guardare.

3. La seconda, in che spezialmente se ne dee l’uomo guardare.

Che generalmente da fretta si dee l’uomo guardare.

RUBRICA I.

1. Generalmente in tutte le cose si dee l’uomo guardare da fretta.

2. Salamone ne’ proverbi. Chi frettoloso è incappa i piedi.

3. Seneca a Lucillo. Niuna cosa è ordinata, quale si trabocca, e s’affretta.

4. Apulegio nel libro de Deo Socratis. Niuna cosa puote essere insieme affrettata, e esaminata. Niuna cosa è, che possa aver loda di diligenza insieme con grazia di molto isbrigamento.

5. Aristotile nel quarto dell’Etica. Movimento grave s’appartiene ad uomo di grande virtù, che non è frettoloso; perocchè in poche cose studia.

6. Suetenio de’ dodici Cesari. Augusto Imperadore reputava, che niuna cosa meno si convenisse in perfetto Signore, che fretta; e spesse volte diceva: assai si fa tosto quello, che assai si fa bene.

In che cose spezialmente si dee l’uomo guardare da fretta.

RUBRICA II.

1. Sono alcune cose, nelle quali spezialmente dee l’uomo da fretta guardare.

2. La prima è in consiglio.

3. Aristotile nel terzo dell’Etica. E’ si conviene consigliare con tardanza.

4. Ne’ proverbi de’ filosofi. Al veloce consiglio seguita penitenzia.

5. Ivi medesimo. Massimamente al consiglio sono contrari affrettamento, e ira.

6. La seconda cosa, in che si dee uomo guardare da fretta, si è il parlare.

7. Ecclesiastico. Le parole de’ savi a bilance saranno pesate.

8. Cassiodoro epistolarum libro quinto. Certamente molto è caro il saldo parlare.

9. Seneca a Lucillo. Somma delle somme questa è: comando, che nel tuo parlare sii tardo.

10. Aristotile nel quarto dell’Etica. Il parlare d’uomo di grande virtù si è stabile.

11. La terza è in giudicare.

12. Ne’ proverbi de’ savi, in giudicare viziosa è la fretta.

13. Seneca ne’ proverbi. A pentere corre chi tosto giudica.

14. La quarta, in ogni cosa grande.

15. Varro nelle sentenzie. Segno di men che senno è, la cosa che è malagevolissima, richiedere che sia fatta tosto.

16. Simaco in libro epistolarum. Nelle grandi cose molto vale la lunga diligenzia.

17. Seneca a Lucillo. Niuna cosa grande volle natura, che tosto fosse fatta.

Distinzione Trentesimaseconda.

D’incostanzia.

1. Ora seguita dire d’incostanzia; intorno alla quale diremo due cose.

2. La prima, d’incostanza corporale.

3. La seconda, d’incostanzia mentale.

D’incostanza corporale.

RUBRICA I.

1. Sono alquanti, che appena possono in uno luogo dimorare.

2. Ieremia. Amóe [209] di muovere i suoi piedi, e non posóe [210]: e a Dio non piacque.

3. Paolo nella prima pistola ad Timotheum. Apparano d’andare discorrendo per le case.

4. Igronimo ad Eustachio. Guarda, che tu non eschi di casa per voler vedere le figliuole d’altrui contrada. Non voglio, che cerchi lo sposo tuo per le piazze; non voglio, che ti vadi ravvolgendo per li cantoni della città.

5. Bernardo ad fratres de mente Dei. Impossibile cosa è, che uomo regga in uno l’animo suo, chi non in prima in uno luogo perseverantemente assise il corpo suo: perocchè chi di luogo in luogo si briga di fuggire la infermità dell’animo, è simigliante a colui, che fugge l’ombra del suo corpo; se medesimo traporta, muta il luogo non l’animo, quel medesimo si truova in ogni luogo, se non che peggiore lo fa il suo movimento.

6. Seneca a Lucillo. Socrate essendo domandato da uno, rispuose e disse: Perchè ti maravigli tu, che la tua peregrinazione neente ti giova? conciossiacosachè tu tuttora porti te medesimo, quella medesima cagione che ti cacciò, ti preme.

7. Seneca ivi medesimo. Delle cose che tu mi scrivi, e di quelle che di te odo, buona speranza prendo. Non discorri, nè per mutamenti di luoghi ti disturbi: dello infermo animo è quello cotale rigettamento.

8. Seneca ivi medesimo. Lo spesso tramutare è cosa di non stabile animo: onde acciocchè tu l’animo possi contenere, ferma in prima la fuga del corpo.

9. Verso. Lo incostante animo, l’occhio che vanamente si svaria, e ’l piede non stabile sono segni d’uomo, del quale non si dee avere alcuna buona speranza.

L’incostanzia mentale.

RUBRICA II.

1. La incostanzia della mente con grande cura si de’ raffermare.

2. Gregorio in pastorale. Scritto è: Figliuolo, attendi la sapienza mia, e al senno mio inchina l’orecchio tuo, acciocchè tu guardi bene i tuoi pensieri: dice così. Neuna cosa è in noi più fuggevole, che ’l cuore; il quale tante volte da noi si parte, in quanti perversi pensieri discorre.

3. Gregorio ivi medesimo, esponendo quella parola: Lo servo tuo trovòe il cuore. Quando il pensiere per guardia si ristrigne, allora il cuore, che soleva fuggire, si ritruova.

4. Cassiano nelle collazioni. La mente nostra non puote mai stare oziosa: ma di necessità, s’ella non ha dove adoperi per uso i suoi movimenti, conviene che, per sua mobilità discorra fin a tanto, che per lungo adoperamento adusata, appari che materie debbia apparecchiare alla sua memoria.

5. Cassiano ivi medesimo. Tre cose sono quelle, che la mente discorrevole [211] fanno diventare stabile; cioè vegghiare, ripensare, e orare: lo continuare delle quali, è l’assiduo attendervi danno all’animo stabile fermezza.

6. Boezio quarto de consolazione. Il lieve e incostante, che gli studi tramuta, neuna differenzia ha dagli uccelli.

7. Seneca ad Lucillum, Tu di’: ora voglio rivolgere questo libro, ora quell’altro. Modo è di fastidioso stomaco molte cose assaggiare.

Distinzione Trentesimaterza.

D’ingiustizia.

1. Ora diremo d’ingiustizia; e quanto a ciò diremo tre cose.

2. La prima, che la ingiustizia torna sopra colui, che la fa.

3. La seconda, che la giustizia aspra, è ingiustizia.

4. La terza, della ingiustizia di coloro, che giudicano altrui secondo se medesimo.

Che la ingiustizia torna sopra colui che la fa.

RUBRICA I.

1. Chi ad altrui fa ingiustizia, spesse fiate sopra lui ritorna.

2. Nel libro Iudicum. Adonibezec, essendogli tagliate le mani e’ piedi, disse: Settanta Re, essendo loro tagliate le mani e’ piedi, coglievano sotto la mensa mia li rimasugli delle vivande: come io feci altrui così ha renduto Dio a me.

3. Salamone ne’ proverbi. Chi semina la iniquità, ricoglierà i mali; e colla verga dell’ira sua sarà consumato.

4. Ecclesiastico. Chi cava la fossa, vi cadrà entro; e chi pone la pietra, incapperà in essa,

5. Agustino de vita Christiana. Quelli, che aveano sparto il sangue delle innocenti persone, sentirono sì il giudicio d’Iddio, che furono poi costretti di spargere il loro sangue medesimo, come volentieri spargeano l’altrui.

6. Cipriano sopra a Matteo. Niuna scusa hai tu, quando secondo la tua sentenzia se’ giudicato, e quello che tu hai fatto, tu pati.

7. Seneca decimo declamationum. I mali esempli seno ritornati in capo di coloro, che li trovarono, con questa giustissima vicenda di patire; cioè che quello, che ciascuno ha pensato per altrui tormento, spessamente il riceve per suo.

8. Seneca in tragedia. Quel ch’altri fece, pale: la malvagità raddomanda ’l suo autore, e ’l nocente è premuto per lo suo esemplo.

9. Seneca ne’ proverbi. Aspetta da un altro quello, che tu hai fatto ad altrui.

10. Ovidio primo de arte. Non è legge più diritta, che gli artefici dell’altrui morte periscano per l’arte loro.

11. Gualfredo nella Poetria. Spesse fiate la saetta sa ripercuotere lo saettatore; e in nel colpevole della piaga, la piaga sa ritornare.

Che la giustizia molto stretta, è ingiustizia.

RUBRICA II.

1. Non solamente la ingiustizia espressa, ma eziandio la molto stretta giustizia, che non ha misericordia èe [212] ingiustizia.

2. Ecclesiastico. Non vogli essere giusto molto.

3. Salamone ne’ proverbi. Chi fortemente mugne, trae fuori il sangue.

4. Iacopo Apostolo. Iuducio sanza misericordia a colui, che non farà misericordia.

5. Gregorio in pastorale. La giustizia, o vero la misericordia molto si lascia, se l’una sanza l’altra è tenuta; ma inverso i suggetti dee essere ne’ rettori e la misericordia che giustamente aiuti, e la giustizia che pietosamente punisca. Indi è che disse Cristo, che ’l Sammaritano menóe l’uomo, che era per morto, all’albergo, e alle sue ferite infuse olio e vino: acciocchè per lo vino le ferite fossero mordicate [213], e per l’olio raddolcate.

6. Isidoro in secundo Sinonimae. Empia giustizia è alla fragilità umana non perdonare.

7. Terenzio Heautontimorumenos. La somma giustizia è somma ingiuria.

Della ingiustizia di coloro, che giudicano altrui secondo se medesimo,

RUBRICA III.

1. Molti pare, che offendano in questa spezie d’ingiustizia, che non sanno giudicare altrui, se non secondo loro medesimo.

2. Crisostomo sopra Matteo. Malagevolmente pensa che altri sia buono, colui che rio è.

3. Grisostomo ivi medesimo; L’uomo secondo se stima d’altrui: il fornicatore pensa, che niuno sia casto; il casto del fornicatore non si pensa di leggieri; il superbo pensa, che niuno sia umile; l’umile non si pensa, che altri sia superbo.

4. Autore. Conta Suetonio di Nerone come fu disonestissimo; e poi dice, ch’egli avea per fermo che niuno fosse onesto, ma che molti disinfingono il vizio loro, e maliziosamente il nascondo[no].

5. Seneca de moribus. Questo ha ogni affetto, che in quello, ch’egli impazza, pensa, che impazzino tutti gli altri.

6. Autore. È da attendere, che altri giudica secondo se non solamente nel male, ma eziandio nel bene.

7. Ambrosio terzo de officiis. Li santi uomini per l’affetto suo stimano gli altri: e perchè a loro è amica la verità, egli non pensano ch’altri menta. Ingannare non sanno che sia: volentieri credono quello, ch’ei sono, nè possono avere sospetto quello, che ei non sono.

8. Grisostomo sopra Matteo. Malagevolmente pensa che altri sia rio, colui che buono è.

9. Aristotile nel secondo della Rettorica. Quegli, che colla loro innocenzia misurano altrui, reputano che gli altri siano buoni.

Distinzione Trentesimaquarta.

D’accidia.

1. Ora diremo noi del vizio dell’accidia; e diremo due cose.

2. La prima, che l’accidia impoverisce spiritualmente.

3. La seconda dell’ozio, perchè è congiunto ad accidia.

Che l’accidia impoverisce spiritualmente.

RUBRICA 1.

1. Siccome la pigrizia impoverisce nelle cose temporali, così l’accidia nelle spirituali.

2. Salomone ne’ proverbi. Ogni pigro sempre è in povertade.

3. Gregorio in pastorale reca quella parola di Salamone; Per lo freddo il pigro non volle arare, adunque la state mendicherà, e non gli sarà dato. E dice Gregorio. Per lo freddo non ara il pigro, quando costretto per la sua misera pigrezza lascia i beni, che dee fare. Dunque mendicherà la state, e non gli sarà dato; perciocchè quegli, che ora non s’affatica nelle buone opere, quando il sole del giudicio apparirà fervente, non ricevendo, mendica, perchè indarno dimanda l’entrare alla gloria.

4. Gregorio ivi medesimo. A’ pigri è da mostrare, che spesse fiate, quando nel tempo acconcio non volemo fare le cose che potemo, poco poi quando volemo, non potemo.

5. Cassiano decimo de institutis monachorum. Dice il Salmista; Addormentossi l’anima mia per lo tedio, cioè per l’accidia; che veramente l’anima dorme da ugni contemplazione di virtù, e da ogni vedere di spirituale cognoscimento, quand’ella è ferita da lancia di questa perturbazione.

6. Salustio in Catellinario. Vegghiando, e consigliando, e bene faccendo, tutte le cose vengono prosperamente; quando a pigrizia, e a miseria ti dai, per niente chiami Dio, e i Santi: adirati e contrari ti sono.

Dell’ozio, che è giunto ad accidia.

RUBRICA II.

1. Non si dee stare ozioso.

2. Salamone ne’ proverbi. Chi seguita l’ozio, stoltissimo è.

3. Ecclesiastico. S’oziosità ha già insegnata molta malizia.

4. Ieronimo a Rustico. Fa alcuna opera, acciocchè sempre il demonio li truovi occupato. Ogni ozioso è in desideri. I monasteri d’Egitto tegnono questo usato, che neuno ricevono che non sia d’alcuna opera e lavorìo, non tanto per la necessità della vita, quanto per la salute dell’anima.

5. Ieronimo a Demetriade. Nel santo proponimento non è cosa peggiore, che l’ozio; il quale non solamente non acquista le cose nuove, ma eziandio l’acquistate consuma.

6. Bernardo in sermone. L’oziosità è madre delle ciance, e matrigna delle virtudi.

7. Bernardo ad fratres de monte Dei. Di tutte le tentazioni, e mali pensieri e disutili, la sentina che li riceve, si è l’ozio.

8. Seneca secondo declamationum. Latro filosofo disse: Non vedi tu come la fiaccola non mossa perda lume, e commossa lo riprenda, e rinnuòvi?

9. Ovidio de Ponto. Vedi tu come gli ozi corrompono il pigro corpo? come prendono vizio l’acque che non si muovono ?

10. Autore. E avvegnachè, siccome detto è, l’ozia rechi ogni tentazione ria, spezialmente incita a lussuria.

11. Isidoro in Sinonima libro secondo. Grave lussuria arde cui ozioso truova; ma ella dà luogo alle cose, e all’opera; allo ’ngegnamento, e alla fatica.

12. Grisostomo sopra Matteo. Il vizio della lussuria leggiermente nasce d’ozio; che amore veramente è detto passione d’anima non occupata.

13. Ovidio de remedio. Siccome l’arbore platano si gode di rivo, e come il pioppo gode dell’acqua, e come la canna selvatica del limaccio; così la lussuria ama ozio. O tu che chiedi fine d’amare, l’amore darà luogo alle cose; in quelle t’adopera, e sarai sicuro.

Distinzione Trentesimaquinta.

De’ vizi delle femmine.

1. Dopo queste cose diremo ora de’ vizi delle femmine; e quanto a ciò diremo quattro cose.

2. La prima, che femmina è capo de’ mali.

3. La seconda, che le femmine sono mobili.

4. La terza, contro le femmine bevitrici.

5. La quarta, di suocera, e nuora.

Che femmina è capo de’ mali.

RUBRICA I.

1. Femmina capo è de’ mali.

2. Ecclesiastico. Da femmina cominciamento di peccato.

3. Origene in omilia. Femmina capo di peccato; arme del dimonio; cacciamento di paradiso; madre di fallo; corruzione d’antica legge.

4. Grisostomo sopra Matteo. Che altro è femmina? se non manchevole amistà; non fuggevole pena; necessario male; naturale tentazione; domestico pericolo; dilettevole dannaggio [214]; natura di male, dipinta per color di bene?

5. Secondo filosofo. Che cosa è femmina? Confusione d’uomo; non sazievole bestia; continua sollecitudine; battaglia sanza mancare; cotidiano danno; tempesta di casa; annegamento del non contenente uomo; vaso d’avolterio; pericoloso combattimento; animale pessimo; peso gravissimo; serpente che non si sazia; schiava dell’uomo.

6. Terrenzio in Heautontimorumenos. Che farai con femmine, le quali nè ragione nè bene sanno, nè quello, che è meglio o peggio, ovvero se nuoce o giova? nulla veggiono, se non quelle che loro piace.

7. Seneca in tragedia. La femmina duca de’ mali, e di malvagità artefice, assedia gli animi.

8. Seneca ivi medesimo. Qual cosa lascerà, che non ardisca lo strabocchevole furore della femmina?

9. Seneca in un’altra tragedia. Alla femmina diede natura animo a male inchinevole, e a nuocere ammaestrò il suo petto di molte malizie; ma negolle la forza.

10. Versi. Nulla femmina buona; o se interviene che alcuna buona sia, non so com’è che la cosa ria sia fatta buona.

Che le femmine sono mobili.

RUBRICA II.

1. Le femmine mobili sono.

2. Cassiodoro secundo epistolarum. Quella generazione femminile a’ vizi di mutabilitade è soggetta.

3. Vergilio in quarto Æneidos. Variata e sempre mutevole cosa è femmina.

4. Calpurnio in Bucolica. Più molto [215], che’ venti, è lieve la femmina.

5. Versi. Quale cosa è più lieve che la piuma? la polvere: e quale più che la polvere? il vento: e quale più che ’l vento? la femmina: e quale più che la femmina? nulla.

6. Verso, Volgesi sanza dimora la femmina per ciascun’ora.

Contra le femmine bevitrici.

RUBRICA III.

1. Che femmina sia bevitrice, cosa viziosissima è.

2. Ecclesiastico. Femmina ebbriaca è ira grande, e cosa di grande vergogna; e la sua sozzura non sarà coperta.

3. Valerio Massimo libro secondo. Anticamente l’uso del vino era non saputo dalle donne Romane, acciocchè non cadessero in alcuna disonestà; perchè da vino in lussuria è prossimo grado di distemperanza.

4. Valerio Massimo libro sesto. Qualunque femmina vuole distemperatamente usare vino, a tutte le virtù serra la porta, e a’ vizi l’apre.

5. Verso. Quando la femmina è piena di vino, ch’ella si mantegna nel diritto e nel vero, io nol credo, nè lo spero, nè per ricolta stare ne voglio.

Che la suocera odia nuora, e la nuora suocera.

RUBRICA IV.

1. È un altro male tra suocera, e nuora, che una odia l’altra.

2. Michea profeta. La nuora contra la suocera sua. Sopra la quale parola dice Ieronimo: Quasi naturale cosa è, che nuora odi suocera, e suocera nuora.

3. Ieronimo contra Gioviniano. In una contrada è usanza, che la nuora il seguente dì ch’è issuta menata, domanda la pentola in presto [216] dalla suocera, ed ella incontanente gliela niega; acciocchè sappia che vero è lo detto di Terrenzio: che tutte le suocere odiano loro nuore.

4. Terenzio in Hecyra. Ad uno animo tutte le suocere odiano loro nuore.

5. Autore. Secondo che si puote raccogliere delle parole di Ieronimo sopra Michea, e del libro del Genesi, Esaù menò moglie delle figliuole di Et, le quali si levarono contra Rebeccca suocera loro: onde ella lamentandosi disse: increscemi [217] la vita mia per cagione delle figliuole di Et.

6. Iuvenale. Da disperare è di concordia, mentre è salva la suocera.

Distinzione Trentesimasesta.

De’ peccati della lingua.

1. Nell’ultimo luogo tra’ vizi è da dire de’ peccati della lingua; imperocchè chi è venuto a tanto, che da quelli si guardi, egli è perfetto, come dice Santo Jacopo: Chi in parola non offende, perfetto è. E quanto a queste peccata diremo otto cose.

2. La prima, che la lingua dimostra il cuore.

3. La seconda, del molto parlare.

4. La terza, del parlar sozzo.

5. La quarta, di bugia.

6. La quinta, di detrazione.

7. La sesta, di contenzione.

8. La settima, di falsa lode, quanto a non usarla.

9. L’ottava, di falsa lode, quanto a non riceverla.

Che la lingua mostra il cuore.

RUBRICA I.

1. La lingua mostra chente il cuore sia;

2. Nel Vangelio di Luca dice Cristo. Dell’abbondanza del cuore parla la bocca. Sopra la quale parola dice Basilio: La condizione della parola manifesta il cuore, onde procede; e chiaramente dimostra la disposizione de’ nostri pensamenti.

3. Ieronimo sopra quella parola dell’Ezechiele: Apri la parete, ec. Per segno dell’uomo d’entro sono le parole, che escono di fuori; lo lussurioso, il quale le sue parole e’ vizzi cela, talora un sozzo parlare il dimostra.

4. Cassiodoro sopra quella parola del Salmo: Uscia fuori, e parlava quel medesimo. Vuo’ tu sapere del frate tuo che cuore egli ha? attendi di che più volentieri e più spesso parli; perocchè dell’abbondanza del cuore la bocca parla.

5. Cassiodoro epistolarum libro primo. Interviene talora, che si genera figliuolo dissomigliante al padre; ma il parlare diverso da’ costumi malagevole si può trovare.

6. Cassiodoro ivi libro sesto. Lo parlare del dicitore è uno specchio de’ suoi costumi; nè può essere maggiore testimone della mente, che la qualità delle parole.

7. Cassiodoro ivi medesimo. Non possono coprire le lor volontà, chi possono proferire loro parole; perchè certamente le parole sono specchio del cuore,

8. Isidoro secundo Sinonimae. I costumi dell’uomo la lingua manifesta; e quale la parola si dimostra, cotale l’animo s’appruova

9. Aristotile nel quarto dell’Etica. Ciascheduno qual egli è, cota’ parole dice.

10. Tullio incontra Salustio. Ogni parlare co’ costumi s’accorda.

11. Seneca ad Lucillum. Tal è il parlare, quale è la vita.

Del molto parlare.

RUBRICA II

1. Prima dunque dal molto parlare ci guardiamo.

2. Salamone ne’ proverbi. Nel molto parlare non mancherà peccato.

3. Ecclesiaste. Lo stolto moltiplica parole.

4. Ecclesiastico. Chi usa molte parole, lederà l’anima sua.

5. Ecclesiastico. Non volere essere di molte parole.

6. Salmo. L’uomo linguacciuto non sarà addirizzato in terra.

7. Iob. Or sarà giustificato l’uomo paravoloso? Sopra la quale parola dice Gregorio decimo moralium. Non proferse falsa sentenzia, che l’uomo paravoloso possa non esser giustificato; perocchè chiunque di parole discorre, avendo perduta la gravità del silenzio perde la guardia della mente.

8. Gregorio in pastorale. Chi lascia andare l’acque è capo di brighe; perchè chi non raffrena la lingua, guasta la concordia.

9. Gregorio ivi medesimo. Se dell’ozioso parlare si domanda ragione, pensiamo che pena seguita al parlare molto, nel quale eziandio per nocevoli parole si picca.

10. Seneca de quatuor Virtutibus. Sii tu di rade parole; ma paziente de’ parlatori.

Del parlare sozzo.

RUBRICA III.

1. Mala cosa è parlare molto; ma peggio è parlare sozzo.

2. Paolo prima ad Corinthios. Li mali parlamenti corrompono i buoni costumi.

3. Ambrosio sopra Luca. Non è mezzano peccato, conciosiacosachè l’uomo abbia tanti belli parlamenti di Dio e delle sue opere, se lasciando quelle l’uomo parli secolari cose. [218]

4. Ambrosio primo de officiis. Da guardare è, che neuna parola sozza esca della bocca nostra; perocchè questo gravamente imbrutta l’uomo.

5. Grisostomo sopra Luca. Quando tu udirai l’uomo profere [219] le disoneste parole, non pensare tu, che in lui sia tanta malizia; ma pensa, che la fontana è più abbondevole.

6. Tullio pro Lelio. Quanto se’ dilungi dalle sozzure delle cose, tanto t’allunga dalla libertà delle parole.

7. Seneca ne’ proverbi. Le sozze cose non le dire; perchè a poco a poco l’onesta vergogna per le parole si disappara.

8. Seneca a Lucillo. Argomento è di lussuria la vanità del dire.

9. Aristotile nel settimo della politica. Dal dire leggiermente qualunque cosa sozza, il fare diventa presto.

Di bugia.

RUBRICA IV.

1. La bugia da schifare è.

2. Nell’Esodo. Fuggirai la bugia.

3. Salamone ne’ proverbi. Sei sono le cose, le quali odia Iddio, e la settima hae in abominazione l’anima sua; occhi levati; lingua bugiarda, ec.

4. Nel libro della Sapienzia. La bocca di colui che mente, uccide l’anima.

5. Ecclesiastico. Non volere mentire alcuna bugia.

6. Ecclesiastico. Vituperio malvagio nell’uomo è la bugia; e nella bocca del non ammaestrato continuamente sarà.

7. Ivi medesimo. Morte degli uomini bugia è sanza onore.

8. Agustino primo de doctrina Christiana. Niuno che mente, in quanto mente serva [220] fede; che egli vuole, che colui a cui egli mente, dia fede a lui, la quale egli mentendo non serva.

9. Seneca ad Lucillum. Laida cosa è altro parlare, e altro sentire.

10. Aristotile nel primo degli Elenchi. Del Savio è lo non mentire di quello che sa.

11. Aristotile nel quarto dell’Etica. La bugia secondo se medesima è cosa perversa, e da fuggire.

12. Autore. Mentire è atto delle Demonia.

13. Nel Vangelio di Giovanni dice Cristo. Il demonio è bugiardo, e padre della bugia: sopra la qual parola dice Agustino. Il diavolo, il quale non prese la bugia altronde [221], per la quale siccome serpente per veneno uccidisse l’uomo, è padre della bugia, siccome Dio è padre della verità.

14. Agustino ivi medesimo. Siccome Dio Padre generóe il Figliuolo, che è verità; così il demonio caduto generóe, quasi figliuolo, la bugia.

15. Agustino in libro de divinatione daemonum. Ingannano gli demoni per istudio d’ingannare, e per invidiosa volontà, per la quale si rallegrano dell’errore degli uomini.

16. Gregorio nel quarto del dialogo. Lo ’ngannatore spinto suole talora molte verità innanzi dire, acciocchè alla fine possa per alcuna falsità l’anima allacciare.

17. Grisostomo sopra Matteo. Concesso è al demonio talora verità innanzi dire, acciocchè la bugia sua con rada verità confermi.

Di detrazione.

RUBRICA V.

1. Seguita ora a dire de’ detrat[t]ori, che dicono male d’altrui; delli quali dice.

2. Paolo ad Romanos. I detrat[t]ori odievoli a Dio.

3. La Chiosa sopra quella parola del Salmo. Per quello che mi doveano amare, detraevano a me. I detrattori, che uccidono l’anima di coloro, che doveano credere a Cristo, nuocono più a lui nelle Sue membra, che coloro ch’uccisono Cristo, il quale dopo poco risuscitare dovea.

4. La Chiosa sopra quella parola de’ proverbi: Coi detrattori non ti mischiare. Spezialmente, per questa vizio pericola quasi tutta l’umana generazione; onde Agustino nella sua mensa tenea scritto questi versi; Chiunque ama con suoi detti rodere la vita degli assenti, sappia, che questa mensa non è a lui degna,

5. Gregorio sopra l’Ezechiele. Che altro fanno quelli che detraggono, se non che nella polvere soffiano, e negli occhi loro la mandano; sicchè onde più detrazione fiatano, indi meno veggono.

6. Autore. Alquanti però detraggono altrui, ched egli soli lodevoli paiano.

7. Ieronimo ad Celantiam. A niuno mai detraggi, nè per vituperare altrui vuogli tu apparere lodevole: appara più d’ornare la tua vita, che di biasimare l’altrui.

8. Ieronimo in epistola. Garzonevole [222] lodamento è quello, che in qua a dietro i garzoni soleano fare; accusare le famose persone, e a se cercare fama.

9. Salustio in Giugurtino. Lo perverso desiderio di grandezza suole laidire la fama del signore, o di qualunque buono.

10 Tullio primo de officiis. Alcuno vizio dimostra che sia ne’ costumi suoi, chi all’assente detragge.

11. Autore. Non solamente è da guardare di non detraggere; ma eziandio i detrattori non udire.

12. Agustino a Giuliano Conte. Al detrattore, e all’uditore la detrazione è esca di morte; e brevemente conchiudendo, il detrattore e chi volentieri l’ode, portano il diavolo; il detrattore nella lingua, e l’uditore negli orecchi.

13. Glosa sopra quella parola de’ proverbi: Il vento Aquilone toglie le piove, e la faccia trista toglie la lingua detraente. Se con allegro volto udirai il detrattore, tu li dai cagione di detraggere: ma se l’odi con volto tristo, allora, siccome disse un savio, quegli appara di non volentieri dire, che avrà apparato di non essere volentieri udito.

14. Ieronimo a Rustico. Il detrattore, quanta vede la trista faccia di colui che ode, anzi che non ode, matura gli orecchi suoi per non udire la detrazione; certamente allora gl’impalledisce il volto, acconstanseli le labbra, e seccasi la scialiva.

Di contenzione.

RUBRICA VI.

1. Contenzione a savio uomo è molto da schifare.

2. Salomone ne’ proverbi. Onore è all’uomo, che si diparte dalle contenzioni.

3. Ecclesiastico. Astienti dalla lite, e menimerai le peccata.

4. Paolo in prima ad Corinthios. Se alcuno pare che sia contenzioso, noi non avemo cotale usato.

5. Paolo in secunda a Timoteo. Non volere contendere con parole: perocchè questo a nulla è utile, se non a sovvertere gli uditori.

6. Ambrosio in epistola. Contenzione è contestamento della verità per fidanza di grida.

7. Ambrosio primo de officiis. Nel famigliare parlare sia da lungi la pertinace contenzione; che cota’ quistioni più sogliono crucciare l’animo, che alcuna utilità recare.

8. Gregorio in homilia. A me pare il meglio, tenendo salva la fede, dar luogo all’altrui intendimento, che alle contenzioni servire.

9. Ruffino libro XXI. Apollinare Laodicese, uomo veramente in tutte l’altre cose eccellente, essendo troppo traportato dal vizio della contenzione, e dilettandosi di contastare a tutto ciò, che altri sentisse, per dimostramento d’ingegno; egli male forte, di contenzione eresia ingeneróe.

10. Quintiliano secondo de oratoria institutione. Guiderdone del contenditore non è la buona coscienzia, ma è la vittoria.

11. Quintiliano in libro causarum XV. Bisogno è, che tu più contenziosamente parli ciò, che provare non puoi; perchè piglia affermazione dall’uomo quello, che non l’ha dalla verità.

12. Seneca ne’ proverbi. Troppo contendendo la verità si stravolge.

13. Seneca terzo de ira. Quante volte accaderà uno disputare lungo, e di briga; al cominciamento torniamo addietro, anzi che la contenzione rinforzichi [223] de medesimo.

14. Aristotile nel quarto dell’Etica. L’uomo molto virtuoso non è contenzioso, perchè nulla cosa reputa, grande.

Di adulazione, cioè falsa lode, quanto a non usarla.

RUBRICA VII.

1. Adulazione si dice una falsa lode fatta per piagenteria; la quale usare non si dee.

2. Grisostomo in terzo policraticon. L’adulazione è d’ogni virtù nimica, e quasi un aguto [224] ficca nell’occhio a colui, con cui parla.

3. Beda sopra Luca. Nutricatrice di peccato l’adulazione è.

4. Autore. In questo vizio pare, che offenda chiunque la persona presente loda.

5. Aristotile nel secondo della Rettorica. Lodare ri presente, segno è d’adulazione.

6. Seneca ne’ proverbi. Lodare lo presente non si conviene.

7. Terrenzio in Adelphis. Nanzi alcuno lodarlo è cosa vergognosa! quasi paja che si faccia per cagione di piagenteria.

8. Verso. Perchè lodi tu me a me medesimo? or vuo’ tu a me vender me?

9. Autore. Spezialmente è da guardarsi di non adulare a’ rei.

10. Gregorio sopra l’Ezechiele. Chi a coloro, che mal fanno, studia d’adulare, quasi pone guanciale sotto ’l capo del giacente; sicchè quegli, che della colpa dovea essere corretto, in essa si posi colle lode adagiato.

11. Valerio Massimo libro quarto. In Siragosa Diogene filosafo lavando sue erbe, Aristippo li disse: se tu volessi adulare a Dionisio, tu non mangeresti queste cotali vivande. Ed egli rispuose: anzi, se tu volessi queste cotali vivande mangiare, non aduleresti Dionisio.

Che adulazione non dee essere ricevuta

RUBRICA VIII.

1. L’altrui adulazione non dee uomo ricevere.

2. Ambrosio primo de officiis. Da mirare è, che noi non apriamo gli orecchi alli adulatori; perocchè ammollarsi per adulazione non solamente non è cosa di fortezza, anzi è cosa di grande miseria.

3. Gregorio sopra l’ Ezechiele. L’adulazione, se pur alquanto tempo è pazientemente ricevuta, a poco a poco lusinga l’animo; sicchè dalla fermezza della sua dirittura ammolla per lo diletto di quelle parole: onde acciocch’ella non cresca, incontanente dal principio dee essere percossa.

4. Ieronimo ad matrem, et filiam. Alli adulatori nostri noi volentieri consentiamo; e avvegnachè noi rispondiamo che non sèmo degni, e avvegnachè il caldo rossore per vergogna ci tinga la fiaccia; neentemeno dentro si diletta l’anima della loda sua.

5. Ieronimo a Rustico. Non credere a’ lodatori tuoi, anzi alli schernitori tuoi non dare orecchie: i quali, quando per adulazione t’avranno lusingato, e quasi t'averanno posto fuori della mente, se subitamente mirerai, vedrai dopo te torcere il collo come cicogne, o vero con mano muovere gli orecchi come d’asino, o vero stendere la lingua come cane per lo caldo.

6. Tullio primo de officiis. Da guardare è, che noi non apriamo gli orecchi agli adulatori; nella qual cosa di leggieri è altri ingannato: perocchè reputiamo noi tali, che a ragione siamo lodati, e indi noi enfiati di vane oppinioni, cadiamo in innumerabili peccati, ed isvariati errori.

7. Seneca octavo de naturalibus. Alli adulatori non dare il tuo lato; ch’e’ sono artefici a pigliare loro maggiori.

8. Aristotile nel quinto della Politica. Amici de’ rei sono coloro, che si dilettano di ricevere adulazione; e questo non fa uomo che abbia libero conoscimento.

Finito è il trattato terzo, il quale è de’ vizi.

Comincia il quarto, il quale è delle cose da ventura.

Distinzione Trentesimasettima.

Di prosperità, e del suo contrario.

1. Da poi ch’avemo trattato di vertude, e di vizi, ora diremo di certe cose di fuori, cioè di cose di ventura; le quali a diverse persone possono essere patria sì di vizi, sì di vertudi: e quanto a ciò diremo quattro cose,

2. La prima, di prosperità, e del suo contrario, cioè d’avversità.

3. La seconda, di ricchezze e povertà.

4. La terza, d’onore e di dispregio.

5. La quarta, di dignità, o vero segnoria, e di suggezione.

6. Quanto al primo diremo cinque cose.

7. La prima, che nelle prosperità uomo non hae modo.

8. La seconda, che ’l savio nè per prosperità s’innalza, nè per avversità manca.

9. La terza, che la prosperità del mondo è angosciosa.

10. La quarta, che è isfuggevole.

11. La quinta, d’avversità, la quale è contraria a prosperità.

Che nella prosperità l’uomo non hae modo.

RUBRICA I.

1. Prosperità annuvola sì la mente dell’uomo, che in tutto non sa modo avere.

2. Gregorio in pastorale. Nelle cose prospere uomo dimentica se medesimo; ma nell’avverse uomo è redutto a memoria di se, e eziandio non volendo egli, sì n’è costretto.

3. Boezio secondo de consolatione. La prospera ventura vedrai tu ventosa, corrente, e sempre non cognoscente di se medesimo.

4. Cassiodoro epistolarum libro quarto. L’allegrezze tuttora dismuovon gli animi; che rade volte interviene modo nelle liete cose.

5. Bernardo secondo ad Eugenio. Bene è da mettere innanzi, e bene è grande colui, al quale nella prosperità, almeno risa sconvenevole, o parola algarosa [225], o ismodata cura di vestimento, o del corpo non gli avvenne.

6. Seneca a Lucillo. La prosperità rompe; la quale gli uomini non tanto usano in ingiuria altrui, ma eziandio in sua.

7. Aristotile nel quarto dell’Etica. Sanza virtù non è leggier cosa a portare con modo le buone venture.

8. Salustio in Catilinario. Certamente le prospere cose faticano eziandio gli animi de’ savi.

9. Ovidio secondo de arte. Ismodansi gli animi spesse volte in nelle prospere cose; e non è leggier cosa con posata mente patire li beni, e gli agi.

Che il savio nè per prosperità t’innalza, nè per avversità manca.

RUBRICA II.

1. Il savio nè per le prospere cose s’innalza, nè per l’avverse manca.

2. Agustino primo de civitate Dei. Il buono dei temporali beni non s’innalza, nè de’ mali si fiacca.

3. Gregorio decimo moralium. Chiunque in solo desiderio d’eternità è fermato, nè per prosperità s’innalza, nè per avversità si conturba.

4. Seneca ad Martiam. Le prospere cose non istraportano il savio, nè l’avverse il sottomettono.

5. Tullio primo de officiis. Siccome sostenere ismodatamente le cose avverse, così eziandio le prospere è lievità [226]. Chiara, e lodevole è agguaglianza in tutta la vita, e sempre una medesima fronte, e faccia.

6. Aristotile nel quarto dell’Etica. In nelle ricchezze, e potenzia, e ogne ventura buona e ria, il magnanimo temperatamente si porterà; e benavventurato non sarà godioso [227], nè malavventurato sarà tristo.

7. Valerio Massimo libro quarto. Molto maggior cosa, che vincere il nimico, si è vincere se medesimo, non fuggendo le pose avverse con veloce fretta, nè prendendo le prospere con isparsa allegrezza.

8. Andronico Peripatetico. Opere di poco cuore sono quelle, che nè onore, nè disonore, nè buona ventura, nè sciagura possono sostenere; ma essendo onorato insuperbire, e un poco benavventurato salirne.

Che la prosperità del mondo è angosciosa.

RUBRICA III.

1. La prosperità di questo mondo con maggiori angoscie è mischiata.

2. Agustino in epistola. Le cose prospere di questo mondo hanno angoscia vera, e giocondità falsa; certo dolore, e non certa dilettazione; dura fatica, e temorosa posa; cosa piena di miseria; speranza vota di beatitudine.

3. Boezio secondo de consolatione. Angosciosa cosa è la condizione degli umani beni, la quale o mai non viene tutta, o mai non dura continua.

4. Boezio ivi medesimo, Neuno leggiermente s’accorda con la condizione della sua ventura; perocchè in ciascheduno è cosa, la quale chi non l’ha provata, non la sa, e chi la pruova, l’ha in grande orrore.

5. Boezio ivi medesimo. O quanto è ripiena di molte amaritudini la dolcezza dell’umano bene!

6. Seneca a Polibo. Tutti questi beni che dilettano poi con bella, ma con fallace dilettazione, cioè pecunia, dignità, potenzia, e altri molti, a’ quali la cieca cupidità dell’umana generazione stordisce; con fatica sono posseduti, con odio e invidia sono veduti; e coloro medesimi, i quali addornano, sì li premono, e più li minacciano, che non giovano: e pognamo, che per lo tempo che dee venire non vi fosse paura veruna, essa medesima difesa della grande ventura è tormentosa e sollicita.

7. Arrighetto. Non indolcia la ventura sanza ’l fiele suo, nè imbianca sanza nerezza; siccome non è monte sanza valle.

Che la prosperità del mondo è sfuggevole.

RUBRICA IV.

1. Se la prosperità del mondo non fosse angosciosa, ancora sarebbe da dispregiare, perchè è fuggevole.

2. Ieronimo sopra Isaia. Neuna cosa de’ mortali è lunga, e ogni benavventuranza di questo secolo, mentre si tiene, si perde.

3. Petro Ravennato in sermone. Spesse fiate alcuno è levato in alto, acciocchè cadendo più si dirompa. Spesse fiate la ventura nel cominciamento pare che annunzi prosperità; ma il mezzo e la fine d’avversità riempie, e conchiude.

4. Boezio secondo de consolatione. Or reputi tu preziosa la benavventuranza, che se ne dee ire, ed etti cara la presente ventura non fida di stare, e quando si partirà, che ti recherà dolore?

5. Seneca quinto declamationum. Giuoca la ventura de’ suoi doni; è quelli che diede, toglie; e quelli che tolse, rende.

6. Seneca ad Serenum. Di tutte cose, che di fuori abbondano, isfuggevole e non certa è la possessione.

7. Seneca ad Lucillum. La ventura neuno promosse in tal modo, che nol minacciasse d’altrettanto, quanto gli avesse conceduto. Non credere ora questo riposo: in uno momento tempesta il mare; e in quello medesimo dì, ove le navi aveano giocato, sono annegate.

8. Seneca in tragedia. Ciò che ventura in alto levò, cose levò che cadere doveano.

D’avversità, che è contraria a prosperità.

RUBRICA V.

1. Siccome la prosperità del mondo si dee dispregiare; così l’avversità non si dee molestamente sostenere,

2. Boezio quarto de consolatione. Lo savio non dee molestamente portare quand’egli è recato a battaglia contr’a ventura; siccome al forte non si conviene indegnare, quando viene romore di combattere: perocchè all’uno e all’altro la malagevolezza è materia di bene; cioè a questo secondo è materia d’acquistar nominanza, e a quello primo di confermare la sapienza: onde virtù si dice, perocchè in se fermata, non è da avversità vinta.

3. Seneca quarto declamationum. O quanto sono uomini degni di grande lode quelli, che mai non vengono di sotto alla ventura, e l’avversità loro fanno essere sperimento di loro virtude!

4. Seneca de providentia. Neuno mi pare più sciagurato, che colui a cui mai non avvenne avversità: non gli fu licito di provare se, al quale secondo suo desiderio vennero tutte cose, ma eziandio vennero innanzi che ’l desiderio. Male di lui giudicarono e Dio, e’ Santi; non parve degno di vincere ventura, la quale fugge ogni cattivo, quasi come dicesse: perchè mi piglierò io questo avversario? incontanente lascerà l’arme.

5. Seneca ad Helbiam de consolatione. Quegli, che contra i crudelissimi casi se medesimo leva, e que’ mali, da’ quali gli altri sono premuti, vince; hae eziandio le sue avversità in luogo di corone: che noi così siamo disposti, che neuna cosa reca noi a maggiore meraviglia, che fe l’uomo il quale, essendo misero, sta forte.

6. Seneca de clementia. Quale cosa è maggiore o più forte, che rintuzzare la ventura ria?

Distinzione Trentesimaottava.

Di ricchezze, e povertà.

1. Ora diremo di ricchezze, e povertà; e quanto a ciò diremo cinque cose.

2. La prima, che le ricchezze non sono nostre.

3. La seconda, che le ricchezze sono da dispregiare.

4. La terza, de’ mali de’ ricchi temporalmente.

5. La quarta, de’ mali de’ ricchi spiritualmente.

6. La quinta, di povertà, ch’è contraria alle ricchezze.

Che le ricchezze non sono nostre.

RUBRICA I.

1. Le mondane ricchezze nostre non sono.

2. Cassiano nelle Collazioni. Lasciando noi queste visibili ricchezze del mondo, non lasciamo cose nostre, anzi all’altrui; avvegnachè noi ci gloriamo, ch’elle sono per nostra fatica acquistate, o per eredità di nostri padri sono pervenute a noi: che certamente nessuna cosa è nostra, se non quello, che col cuore è posseduto, e coll’anima nostra congiunto; che da neuna persona puote essere tolto.

3. Boezio secondo de consolatione. Giammai la ventura non farà essere tue quelle cose, le quali la natura ha fatte straniere da te.

4. Tullio in paradoxis. Niuna cosa è mia, o d’altro, la quale si può togliere, o perdere.

5. Seneca ad Martiam. Non avemo a mirare noi, quasi come posti tra le nostre cose: in presto l’avemo, l’usufrutto è nostro; lo tempo del quale quegli determina a che è giudice del suo dare: a noi conviene in pronto avere quelle cose, che a non certo termine ci sono date; e quando ne semo richiesti, sanza lamento conviene rendere.

6. Seneca a Lucillo. Stilbone, essendo presa la sua città, e avendo perduti i figliuoli e la moglie, scampato del comune ardere, solo, e neentemeno beato, ad uno che ’l dimandò se neuna cosa avesse perduto, rispuose: Tutti i miei beni abbo [228] io con meco.

7. Valerio Massimo libro septimo. Biante, essendo presa la sua città, e fuggendo i cittadini colle loro preziose cose, fu domandato perchè egli non portava neuna cosa de’ suoi beni, e sispuose: Tutti i miei beni porto meco; perocchè egli li portava nel petto, non nelle spalle.

Che le ricchezze sono da dispregiare.

RUBRICA II.

1. Ancora le ricchezze sono da dispregiare.

2. Ambrosio secundo de officiis. In somma sapemo che dispregiamento delle ricchezze è forma di giustizia.

3. Ambrosio ivi medesimo. Chi è più eccellente, che colui il quale per oro non si muta, e hae in se dispregio di pecunia, e siccome da un’alta rocca mira in giro li desiderj degli altri uomini? La qual cosa chi fa, gli uomini ne giudicano, e però dice la Scrittura: Chi è questo cotale, e loderemo lui, perchè egli ha fatte maraviglie in vita sua? Come non è maraviglioso colui, che schifa le ricchezze, le quali molti già hanno innanzi posto, e più curato, che la loro propria salute?

4. Ieronimo ad Eustochio. Non è loda possedere le ricchezze, ma per Cristo dispregiarle.

5. Ieronimo a Pagmachio. Crate Tebano gittóe via le ricchezze: quello medesimo fece Antistene, e più altri filosofi, i quali noi leggiamo per beatissimi.

6. Grisostomo sopra la pistola ad Hebraeos. Dispregia le ricchezze, e sarai ricco; dispregia la gloria, e sarai glorioso.

7. Seneca ad Lucillum. Neuno altro è degno d’Iddio, se non colui, che le ricchezze ha dispreggiato: la possessione delle quali io non ti vieto; ma voglio fare, che tu sanza paura le possegghi.

8. Seneca ivi medesimo. Ben puote altrui dispregiare ogni cosa; ma ogni cosa avere neuno puote. Brevissima via a ricchezza è per lo dispregio di loro.

9. Seneca terzo de beneficiis. Fabrizio signore Romano rimandò addietro l’oro di Pirro Re, e giudicò, che lo potere dispregiare le regali ricchezze fosse maggior cosa, che regno.

10. Tullio primo de officiis. Neuna cosa è di sì cattivo e di sì piccolo animo, come amare le ricchezze; e neuna più onorevole e più magnifica, che pecunia dispregiare, se non l’hai; e se l’hai, di recarla a farne altrui bene, e largamente dare.

De’ mali de’ ricchi temporalmente.

RUBRICA III.

1. Molti sono i mali de’ ricchi eziandio temporalmente.

2. Lo primo è fatica nell’acquistare.

3. Ecclesiastico. Affaticossi il ricco nel raunare della sustanzia.

4. Boezio terzo de consolatione. Quando eglino avran conquistato i falsi beni con grave fatica, poi cognosceranno i beni veraci.

5. Orazio in epistola. Corre il mercatante non pigro sino all’ultimo di que’ d’India, fuggendo la povertà per mare, per monti, e per fuochi.

6. Lo secondo male si è sollecitudine in curare.

7. Gregorio sopra quella parola del Vangelio che dice: Da sollicitudme, e ricchezze, e mali diletti, ec. Due cose sono, le quali aggiugne alle ricchezze, cioè sollecitudine, e mali diletti; perocch’elle per cura priemono la mente, e per diletto la disciolgono.

8. Seneca a Lucillo. Le cotidiane sollicitudini tormentano ciascheduno, secondo ’l modo del suo avere; e con maggiore tormento si possiede la pecunia, che non s’acquista.

9. Isopo. Abbiti queste ricchezze tu, che ti diletti nella tempesta della tua mente; e l’abbondevole pace faccia ricca la mia povertà.

10. Lo terzo male è paura nel guardare.

11. Boezio secondo de consolatione. Tu che ora temi lance, e spade; se tu fossi intrato a questa vita come voto viandante, perchè tu fossi innanzi al ladrone, sì canteresti. O quanto è nobile la beatitudine delle ricchezze umane, la quale quando avrai acquistata, mancherai d’esser sicuro!

12. Iuvenale. Avvegnacchè pochi vasetti di buono argento tu porti teco, andando di notte per tuo viaggio, temerai spada, e lancia; e se si moverà pure una canna, temerai all’ombra della luna; ma canterà il voto viandante dinanzi dal ladrone.

13 Il quarto male è il dolore del perdere,

14. Seneca de tranquillitate animi. Più leggiere è ad alquanti non acquistare la pecunia, che perderla; onde più lieti vedrai tu coloro, i quali la buona ventura mai non mirò, che coloro i quali abbandonò.

15. Seneca a Lucillo. O quanto piangono i ricchi per li danni i quali veggono, che sono grandi, e paiono maggiori.

16 Iuvenale. Con vere lagrime piange l’uomo la perduta pecunia.

17. E di questa materia vedi sopra, Distinzione vigesima, Capitolo: Che avarizia gravemente tormenta.

De’ mali de’ ricchi spiritualmente.

RUBRICA IV.

1. Spiritualmente parlando, sono anche altri mali de’ ricchi.

2. Lo primo è di ritraggersi dalle cose di Dio.

3. Gregorio primo moralium. L’abbondanzia delle cose mondane suole tanto più disciogliere la mente dal timore d’Iddio, quanto più la richiede di molte altre cose pensare.

4. Crisostomo in libro de compunzione. Siccome impossibile cosa è, che il fuoco sia infiammato dall’acqua, così è impossibile, che compunzione di cuore si accresca nelle mondane dilicanze [229]; perocchè queste due cose sono insieme contrarie, e l’una toglie l’altra.

5. Lo secondo male de’ ricchi si è moltitudine di peccata.

6. Salamone ne’ proverbi. Meglio è il povero che va nella semplicità sua, che non è il ricco che va per le perverse vie.

7. Versi. Queste sono le infermità de’ ricchi, le quali appena sono mai curate per medicina. Algaria, pigrizia, gola, vanagloria, e rapina, ozio, dilicanze, fidenza falsa, e più desiderio, pergiuro, fraude, lussuria.

8. Lo terzo male si è il perdimento del Regno del Cielo.

9. Nel Vangelio di Santo Luca dice Cristo. Quanto malagevole coloro, che hanno le pecunie, interranno nel Regno di Dio! Più leggier cosa è che il cammello passi per foro d’ago, che non è che l’uomo ricco entri nel Regno di Dio.

10. Versi. Noi sapemo, che più tosto per lo foro dell’ago puote passare il cammello, che l’uomo ricco salire a Cielo.

11. Gregorio quarto moralium. Molto è rado, che quelli, che oro posseggono, a requie vadano.

Di povertà, che è contraria a riccchezza.

RUBRICA V.

1. Veramente a loda di povertà molte cose sono già dette, e scritte.

2. Iacopo nella pistola. Or non elesse Iddio i poveri in questo mondo?

3. Agustino sopra ’l Salmo. D’ogni filosofia maestra nostra è povertà. Noi non lodiamo così, Josef quando la biada partiva, come quando nella carcere abitava.

4. Gregorio nel primo del dialogo. Povertà alle buone menti suole essere d’umiltà guardiana.

5. Grisostomo sopra la pistola ad Hebraeos. Povertà è una menatrice nella via, che va a Cielo.

6. Grisostomo ivi medesimo. La povertà è porto riposato; e neuno è più ricco, che colui il quale spontaneamente ama povertà, e con allegrezza la riceve.

7. Petronio. Io non so come la povertà è suora di buona mente.

8. Seneca a Lucillo. Se tu vuoi intendere all’anima, bisogna che tu sii povero, ovvero simigliante a povero.

9. Seneca in tragedia. Ben si nasconde la povertà contente dell’umile tetto; ma l’alte case spesse volte sono dalle tempestadi percosse, o da ventura sfatte.

10. Valerio Massimo libro quarto. Ogni cosa ha chi nulla desidera, e tanto più certamente le possiede tutte, quanto la signoria delle cose suole mancare: ma torre la buona mente non puote avvenimento alcuno di dolorosa ventura. Dunque che vale a dire, che le ricchezze sieno principale parte di bene, e la povertà sia l’ultimo stato di miseria, conciosiacosachè quelle, con tutta la loro allegra paruta, siano dentro mischiate di molte amaritudine, e la povertà con parata orrida abbondi di saldi e certi beni?

11. Autore. Vera beatitudine quella della povertà è.

12. Nel Vangelio di Luca dice Cristo: Beati li poveri.

13. Valerio Massimo libro septimo. Anassagora essendo dimandato da uno, chi fosse beato, rispuose: Neuno di coloro, i quali tu beati reputi; ma tu lo troverai in quel numero, il quale tu credi che sia in miserie. Non sarà quegli abbondevole di ricchezze, e di onori, ma sarà fidato governatore di piccolo terreno, o vero continuo studiatore di non pomposa dottrina; più beato dentro da se, che nell’apparenzia di fuori.

14. Valerio ivi medesimo. Gige Re infiato [230] per l’abbondantissimo regno di Lidia, andò al tempio a domandare Apollo, se neuno uomo fosse più benavventuroso di lui, e rispuoseli: che più beato era Sofodio d’Arcadia. Quegli era poverissimo, contento di frutti e di diletto d’un suo piccolo terreno. Certamente Apollo comprese la vera beatitudine, e non quella, che solamente pare, e non è. E così Gige quando desiderava d’avere l’affermatore della vana oppinione, apparò dove fosse la salda e pura beatitudine.

15. Secondo filosofo. Che cosa è povertà? È odiato bene, e benavventuranza sanza sollicitudine.

Distinzione Trentesimanona.

D’onore, e di dispregio.

1. Ora diremo d’onore, e di dispregio; e quanto a ciò diremo cinque cose.

2. La prima, che addomandare l’onore a se medesimo è sconcia cosa.

3. La seconda, che gli onori, e le lode accendono gli studi.

4. La terza, che gli onori mutano i costumi.

5. La quarta, di non curare lode, o biasimo.

6. La quinta, di dispregio, che è contrario ad onore.

Che domandare l’onore a se medesimo è sconcia cosa.

RUBRICA I.

1. Addomandare l’onore, o vero eziandio per se medesimo prenderlo, è sconcia cosa.

2. Paolo ad Hebraeos. Niuno si dee prendere l’onore egli stesso, ma quegli, ch’è chiamata da Dio, come fu Aaron.

3. Agustino quinto de civitate Dei. Gli onori, i quali molti addimandano, eziandio Cato non li doveva dimandare; ma la città sanza suo dimando gliele doveva dare.

4. Agustino ivi libro decimonono. Lo luogo di sopra, senza ’l quale lo popolo non si può reggere, benchè sia tenuto e amministrato come si conviene, neentemeno sconvenevolmente è domandato.

5. Gregorio in registro. Il luogo del reggere a quelli che ’l fuggono si dee offerere.

6. Gregorio, ed è nel Decreto, prima questione sexta. Siccome quegli, il quale invitato rifiuta, e cercato fugge, è da allogare a’ sagrati altari; così quegli, che per se desidera, e increscevolmente s’intramette, senza dubbio è da cacciare.

7. Nel Digesto libro primo. L’onore non si suole addimandare; ma suolsi dare.

8. Aristotile nel secondo della Politica. Non è il diritto, che quegli che è degno dell’onore, l’addomandi; anzi conviene che, o volendo o no, egli signoreggi.

9. Autore. Per contrario gloriosa cosa è lo rifiutare onore.

10. Nel Vangelio di San Giovanni. Iesù cognoscendo, che la gente dovea venire per toglierlo e farlo Re, fuggìo.

11. Simigliantemente si legge di Santo Gregorio, che fuggìo il Papato e di più altri.

12. Valerio Massimo libro quarto. Lo primo Scipio [231] Affricano buonamente [232] tanto s’adoperò in rifiutare gli onori, quanto s’era adoperato in meritargli.

13. Valerio libro quinto. A Genizio Cippo Pretore, uscendo della porta, subitamente nel capo suo apparvero quasi corna; e fugli avverato, che questo significava, ch’egli sarebbe Re, se ritornasse in Roma: la qual cosa acciocchè non divenisse, egli impuose a se medesimo perpetuale isbandimento: e quanto a vera gloria, in ciò avanzò egli sette Re.

14. Seneca a Lucillo. Questo è regno, non volere regnare, benchè tu possi.

Che gli onori, e le lode accendono gli studi.

RUBRICA II.

1. L’onore accende gli studi.

2. Tullio primo de Tusculanis. L’onore nutrica l’arte; e ciascuno s’accende alli studi per la gloria.

3. Aristotile nel terzo dell’Etica. Appo coloro pare che siano gli uomini fortissimi, appo’ quali li temorosi sono disonorati, e li forti sono onorati.

4. Aristotile nel primo della Rettorica. Di necessitade è che sieno grandissime vertudi quelle, che sono onoratissime.

5. Autore. E siccome li onori accendono li studi, così eziandio le lode.

6. Cassiodoro epistolarum libro primo. Se ’l corso de’ cavalli per le grida è concitato, e se colle mani che fanno suono, gli animali mutoli desiderano velocità; quanto crediamo noi, che gli uomini possano esser commossi, i quali ad appetito di lode troviamo che sono singularmente nati?

7. Ovidio de tristibus quarto. La gloria non dà piccole forze nell’animo; e l’amor della lode fa, che ’l petto sia abbondevole a bene dittare.

8. Ovidio de Ponto. L’uditore sveglia lo studio, e la vertù lodata cresce, e la gloria hae come uno smisurato sprone a muovere.

Che gli onori mutano i costumi.

RUBRICA III.

1. Quanto alle più persone gli onori mutano i costumi.

2. Isidoro terzo de summo bono. Spesse volte per l’onore d’alcuni si mutano i costumi; e poi che sono venuti a grandezza, dispregiano d’aver per amici coloro, i quali in prima aveano come congiunti seco di grandissimo amore.

3. Cassiodoro [233] de amicitia. Le nuove dignità sogliono rimutare l’antiche amistà; perocchè si crea in loro nuovo cuore, e nuovi affetti: onde fatti ricchi fastidiansi de’ poveri amici con la loro povertà, acciocchè non paia, che appo loro sia rimaso alcuna cosa del primaio bisogno. E sempre appo li non degni costumi con la dignità indegnamente cresce.

4. Innocenzio de vilitate conditionis humanae. Lo desideroso dell’onore, sì tosto come è promosso, si leva in superbia, e si sfrena in mostrarsi; non cura giovare, ma singularmente signoreggiare, pargli essere migliore, perchè si vede maggiore, isdegnasi de’ primai amici, non conosce i congiunti; onora i giullari [234], dispregia gli antichi compagni, torce il volto, leva il capo, algaria [235] mostra, grandi cose favella, altezze pensa [236], sotto altrui non sostiene d’essere, di soprastare si briga, a’ suoi sudditi è gravoso, a tutti è molesto.

5. Salustio in Giugurtino. Io so che molti non con quelle medesime arti domandano la signoria, e poichè l’hanno acquistata la portano: che prima sono operosi, umili, e piccioli; poi per pigrizia, e superbia menano loro vita.

6. Aristotile secundo magnorum moralium. Lo grande onore fa gli uomini peggiori. E poi dice. Nè onore, nè signoria fa peggiore l’uomo virtuoso.

7. Verso. Mutansi i costumi, quando si prendono gli onori.

Di non curare lode, o biasimo.

RUBRICA IV.

1. Certamente onore o disonore, lode o biasimo non cura l’uomo veramente virtuoso.

2. Agustino quinto de civitate Dei. Migliore è quella virtù la quale non è contenta di testimonia umana, ma di quella della coscienzia sua; onde disse l’Apostolo: La gloria nostra è questa, la testimonia della coscienzia nostra.

3. Agustino ivi medesimo. Meglio vede quegli, che conosce che amore di lode è vizio.

4. Ieronimo nel prologo di Ester. Noi non desideriamo lode d’uomini, nè di loro biasimo ci spaventiamo; perchè curando noi di piacere a Dio, le minacce degli uomini fermamente non tememo; perchè Dio fiacca l’ossa di coloro, che desiderano di piacere agli uomini; e secondo l’Apostolo, quelli che sono cotali, non possono essere servi d’Iddio.

5. Gregorio sopra Ezechiele. Che pro è se tutti lodino, quando la coscienzia accusa? o che puote nuocere se tutti ci detraggano, e sola la coscienzia ci difenda?

6. Gregorio ivi medesimo. Ogne animo infermo, il quale per biasimo si dibassa [237], o vero per lode s’innalza, è canna menata dal vento; la quale Giovanni Battista non era, perocch’egli tenea la mente non pieghevole tra le lode, e li biasimi delle persone.

7. Macrobio in Saturnalibus. Grande è la gloria di colui, il quale per neune lode cresce, e per neuno biasimo menima.

8. Aristotile quarto Ethicorum. L’eccellentemente virtuoso cura della verità, più che dell’oppinione, e non si cura d’esser lodato, nè che gli altri siano biasimati.

Di dispregio, che è contrario ad onore.

RUBRICA V.

1. Lo dispregio, il quale è contradio ad onore e a lode, è molto da dispregiare.

2. Varro nelle sentenze. Dispregia i dispregiamenti de’ men savi, se vuogli procedere alle somme cose.

3. Seneca de moribus. Non se’ ancor beato, se la turba non fa beffe di te: se beato vuoli essere, questo pensa in prima; di dispregiare l’essere dispregiato.

4. Seneca ad Serenum. Neente di senno, e neente di fidanza mostra che abbia in se, chi di villania si conturba; perocchè sanza dubbio egli si reputa dispregiato; e questo cotal morso non diviene sanza viltà d’animo, il quale discende sotto colui, che ’l villaneggia: ma il savio da neuno è dispregiato; ch’egli sa la grandezza sua.

5. Seneca ad Helbiam. Neuno è dispregiato da altrui, se non è innanzi dispregiato da se; il vile e misero animo è sottoposto a questa cotal villania.

6. Seneca a Lucillo. Il dispregio è sì vilissima cosa, che molti già vi si sono dati per cagione di rimedio d’altro. Colui, cui altri dispregia, scalpitalo sanza dubbio, ma trapassalo: neuno nuoce pertinacemente, e diligentemente all’uomo dispregiato; eziandio nella battaglia chi giace è lasciato, e contra quelli che sia si combatte.

7. Seneca ivi medesimo. A chi va all’oneste cose, da dispregiare è il dispregio.

8. Tullio de amicitia. Che gli uomini si reputino d’essere dispregiati, quasi non diviene giammai, se non a coloro, che dispregevoli si tengono,

Distinzione Quarantesima.

Di dignità, e suggezione.

1. Ora diremo di dignità, e suggezione; e quanto a ciò diremo dodici cose.

2. La prima, che chi è maggiore in dignità, dee essere in virtù.

3. La seconda, che la dignità per l’usatore è grande, o piccola.

4. La terza, che regno è reggere bene se medesimo.

5. La quarta, che chi non è bene suggetto, non bene signoreggia.

6. La quinta, che quale è il rettore, tali sono i sudditi.

7. La sesta, che lo reggimento di due non è buono.

8. La settima, che i Re, e’ Signori di miserie sono pieni.

9. L’ottava, che del Signore è la colpa, quando non la vieta.

10. La nona, che ’l Segnore dee gastigare con dolcezza.

11. La decima, che pietà si conviene al rettore.

12. L’undecima, della signoria de’ tiranni.

13. La duodecima, di soggezione, la quale è contraria a signoria.

Che chi è maggiore in dignità, dee essere in virtù.

RUBRICA I.

1. Chi è maggiore in dignità, dee essere maggiore in virtù.

2. Gregorio in pastorale. Tanto dee l’opera del prelato trapassare l’opera del popolo, quanto la vita del pastore passa la greggia: che veramente bisogna che egli sollicitamente studi di misurare, per quanta necessità è costretto a tenere dirittura quelli, sotto la cui stimazione lo popolo è greggia chiamato.

3. Gregorio ivi medesimo. Chi per la necessità del suo luogo è richiesto di somme cose dire, per questa medesima necessità è costretto di somme opere mostrare.

4. Cassiodoro epistolarum libro primo. Conviensi, che l’onore, il quale uomo tiene per nome, dimostri con costumi.

5. Cassiodoro ivi libro sexto. Li onori glorificano colui, lo quale la sua vita lui loda.

6. Valerio Massimo libro terzo. Sozza cosa è essere di vertù soperchiato da coloro, a’ quali tu per dignità soprastai.

7. Seneca in tragedia. Il popolo tuttora maggiori cose richiede dal sommo.

8. Autore. Lo maggiore, se falla, a molti fa scandalo.

9. Gregorio in pastorale. Niuno più nuoce nella Chiesa d’Iddio, che colui, il quale perversamente operando, ha nome o grado di santità; che quand’egli falla, neuno l’ardisce di riprendere; e la colpa molto si stende in malo esemplo, quando per riverenzia dell’ordine il peccatore è onorato.

10. Cassiodoro epistolarum libro primo. Non è licito a colui di fallare, il quale è posto a contenere gli altri sotto diritta regola; acciocchè non sia perverso esemplo quegli, ch’è eletto a lodevole ordinamento.

11. Cassiodoro ivi libro undecimo. Non si conviene, che ’l signore faccia cosa, che altri biasimi. Che cosa temerà lo rio, da che vede il peccato intra li onori posto?

12. Cassiodoro ivi libro quinto. Se coloro a’ quali molti mirano, sono insozzati d’alcuna riprensione [238]; egli per lo loro stato rendono palese, e chiare le loro macule; e più faceva per loro [239] non essere veduti, che con beffe di molti annomati.

13. Isidoro secondo de summo bono. Tanto è il peccato più vile, quanto colui che pecca è maggiore; perocchè cresce la grandezza del peccato secondo l’ordine de’ meriti.

14. Bernardo ad Eugenio. Disformata cosa è grado sovrano, e animo sottano; sedia prima, e vita misera.

15. Seneca ne’ proverbi. Lo suddito ha in orrore quello, che pecca il maggiore.

16. Salustio in Catellinario. Quelli, che ornati di grande signoria menano loro vita in altezza, i loro fatti ogni uomo li sa; e così nelle persone di grandissima ventura è menima licenzia di fallire.

17. Iuvenale. Ogni vizio d’animo tanto è più considerato e veduto, quanto quegli che pecca, è maggiore.

Che la dignità per l’usatore è grande, o piccola.

RUBRICA II.

1. La dignità per colui che l’hae, è alta, o bassa; nobile, o vile.

2. Cassiodoro epistolarum libro sexto. Tale è ciascuna dignità, qual è la volontà di coloro, che l’amministrano.

3. Cassiodoro ivi libro decimo. Neuna dignità è minore, quando è bene portata.

4. Valerio Massimo libro terzo. Ad uno, che avea nome Epaminonda, i cittadini per sua vergogna diedono officio di racconciare le vie, il quale era vilissimo; ed egli il ricevè sanza alcuna dubitazione, e disse, ch’egli darebbe opera, che in brieve tempo sarebbe fatto bellissimo: e poi con maraviglioso procacciare lo fece esser tale, che era desiderato per grandissimo onore.

5. Boezio secondo de consolatione. Non viene l’onore alle virtù per la dignità; ma viene alle dignità per la virtù.

6. Boezio ivi medesimo. I malvagi insozzano la dignità per lo loro mischiamento.

7. Autore. Di questo si seguita più, cioè che la dignità non onora i rei, anzi li vitupera.

8. Boezio secondo de consolatione. La dignità data a’ malvagi, non solamente non gli fa degni, anzi li manifesta, e dimostra indegni.

9. Boezio ivi libro terzo. Conciossiacosachè la dignità non possa fare onorevoli coloro, i quali dimostra a molti, ella rende i malvagi vie più dispregevoli.

10. Seneca ne’ proverbi. In luogo di vitupero è la dignità appo lo indegno.

Che regno è bene reggere se medesimo.

RUBRICA III.

1. Una grande dignità, e uno nobile regno si è, bene reggere se medesimo.

2. Ambrosio sopra quella parola del Salmo: L’anima mia sempre è nelle mani mie. Chiunque sottomette il suo proprio corpo, e dalle sue passioni non lascia turbare l’anima sua per la sua continua sollecitudine, questo cotale signoreggiando se d’una reale podestà, bene è detto Re: perocchè sa reggere se medesimo, ed è giudice della sua ragione, acciocchè egli non sia tratto prigione di colpa, e che non sia traboccato in vizi.

3. Gregorio vigesimoseptimo moralium, sopra quella parola di Iob: Dio alluoga i Re in sedia.

4. I santi uomini per testimonia di Scrittura molto bene sono chiamati Re; perciocchè egli, signori di tutti i movimenti corporali, ora raffrenano l’appetito della lussuria, or temperano l’ardore dell’avarizia, ora inchinano la gloria della superbia, ora disfanno le commozioni della invidia, ora spengono lo fuoco dell’ira. Dunque sono Re, imperocchè a’ movimenti delle loro tentazioni egli sanno non sottomettersi consentendo, ma signoreggiare reggendo.

5. Prospero nelle sentenzia Non è sanza reale podestà quegli, che al corpo suo sa ragionevolmente signoreggiare. Veramente signoreggiatore è della terra, chi la carne sua regge con leggi di disciplina.

6. Seneca quinto de beneficiis. Di cui hai tu maggior maravigliamento, che di colui, che segnoreggia se? più leggier cosa è reggere le genti barbare, e impazienti dell’altrui segnoria, che contenere l’animo suo.

7. Seneca in tragedia. O desiderosi, voi non sapete in qual luogo il regno si giaccia. Re è quegli, che ha peccato; il quale non muove l’appetito di signoria menipossente, nè il favore del popolo non istabile; e il quale è posto in sicuro luogo, e ogni cosa vede sotto di se.

8. Seneca ad Lucillum.Vuoi tu regno? dottene [240] uno grande; reggi te medesimo.

Che chi non è bene soggetto, non dee signoreggiare.

RUBRICA IV.

1. Chi non sa essere suggetto, non sa signoreggiare.

2. Gregorio nel primo del dialogo. L’uso della diritta conversazione è, che non ardisca signoreggiare, chi non ha impreso ad essere suggetto; nè comandi obbedienza a’ sudditi, la quale egli non sa tenere verso i prelati.

3. Cassiano secondo de institutis Monachorum. Neuno s’elegge a signoreggiare la congregazione dei frati, innanzi che quegli, che dee essere eletto, obbediendo abbia apparato che si debbia comandare a coloro, che l’hanno ad obbedire.

4. Cassiano ivi medesimo. Neuno puote ordinare agli obbeditori gli salutevoli comandamenti, il quale prima non è ammaestrato di discipline di tutte virtudi.

5. Nel Decretale de electione. Non dee essere posto per maestro, chi prima non prese forma di discepolo; nè è da fare signore, chi non sa essere soggetto.

6. Tullio de legibus, et natura boni libro terzo. Chi bene signoreggia, egli è per necessità che per alcuno tempo bene obbedìo; e chi saviamente obbedisce, pare che per alcun tempo sia degno di signoreggiare.

7. Aristotile nel settimo della Politica. Prima conviene, che l’uomo sia bene suddito; ma signore sia poi.

Che quale è il rettore, cotali sono i sudditi.

RUBRICA V.

1. Quale è il rettore, cotali sono i sudditi.

2. Ecclesiastico. Quale è il rettore della città, cotali sono quelli, che abitano in essa.

3. Cassiodoro terzo epistolarum. Più leggiera caca è, se si puote dire, ch’erri la natura; che non è che ’l principe formi la repubblica dissimigliante a se.

4. Cassiodoro ivi libro primo. Leggiermente ammonisce del diritto lo giudice innocente, sotto la cui conversevole predicazione l’uomo si vergogna di non avere vita lodevole.

5. Seneca in tragedia. Voglia il Re le cose oneste neuno sarà che non voglia quelle medesime.

6. Seneca ne’ proverbi. Da’ costumi della famiglia si conosce il rettore.

7. Elinando. L’ordinamento del regno si compone ad esempio del Re; e i comandamenti, e’ bandi non possono così piegare gl’intendimenti umani, come la vita del rettore. Sempre il mobile popolo col principe si muta.

Che il reggimento di due non è buono.

RUBRICA VI.

1. Reggimento di due le più volte non è buono.

2. Ieronimo a Rustico. Nell’api è un signore; le grue seguitano una, quasi per modo di lettere; lo imperatore è uno; indice [241] della provincia è uno. Roma quando fue fatta, non potèo insieme aver Re due fratelli; e da uccidere l’uno, l’altro prese cominciamento.

3. Seneca in tragedia. Nè regni, nè matrimoni possono sostenere compagno.

4. Tullio primo de officiis. Neuna Santa compagnia, nè fede è quella del regno.

5. Lucano libro primo. Nulla fede a’compagni del regno, e ogni signoria è impaziente d’avere consorte. E nol credete ad altra gente, nè cercate esempli di cose da lungi fatte; i primi muri di Roma furono bagnati dal fraterno sangue.

6. Aristotile duodicesimo Metaphisicae. Non è buona la moltitudine de’ signori; però dee essere pur uno principe.

Che i Re, e i Signori di miserie sono pieni.

RUBRICA VII.

1. Molte sono le miserie de’ rettori.

2. La prima è occupazione di mente.

3. Gregorio in pastorale. Che cosa è podestà di signoria, se non tempesta di mente, nella quale la nave del cuore sempre è percossa dall’onde de’ pensieri [242], ed è spinta in qua ed in là sanza cessazione, acciocchè per li subiti trapassamenti di parlare, e di opere, quasi per sassi contrastanti sia rotta?

4. Gregorio ivi medesimo. Spesse volte la ricevuta cura del reggere istrabatte [243] il cuore per diverse cose; e ciascheduno a ciascuna cosa si trova dispari, quando con mente confusa si sparte a molte.

5. La seconda miseria de’ rettori si è continuazione di paura.

6. Grisostomo sopra Matteo. Sempre signoria è suggetta a maggiore paura; perocchè siccome il ramo degli arbori, che sono in alto, se fiata eziandio lieve vento, sì ’l muove; così i signori, che sono nell’altezza della dignità, eziandio una fama d’un leggiere messo li conturba.

7. Boezio terzo de consolatione. Dionisio tiranno avendo provato i pericoli del suo stato, assimigliò le paure del regno al pavento di una spada, che fece pendere sopra al capo ad uno. Dunque che signoria è questa vostra, la quale non può schifare i morsi delle sollecitudini, e i pungiglioni delle paure?

8. Boezio ivi medesimo. Lo signore coloro più teme, i quali egli tiene in paura.

9. Boezio ivi medesimo Desideri tu potenzia? sarai sottoposto a’ pericoli per li aguati de’ tuoi suggetti.

10. Seneca in tragedia. Le cose dubitose in luogo di certe sogliono i Re temere.

11. Seneca nelll’altra tragedia. Da poi che in alto fui, giammai non mancai di temere: e questo cotale temore è coltello messo nel lato mio.

12. La terza miseria si è la mutabilità della condizione.

13. Seneca in tragedia. La ventura rota, e muta li strabocchevoli casi de’ Re.

14. Seneca nell’altra tragedia. Siccome gli alti monti sempre ricevono venti, e siccome la montagna che parte i grandi mari, è percossa dall’onde eziandio del mare cheto; così gli alti imperi sono sotto le percosse della ventura.

15. La quarta è l’asprezza di dannazione.

16. Nel libro della sapienzia. Iudicio durissimo si farà de’ signori: al picciolo è conceduto misericordia, ma li potenti potentemente saranno tormentati.

Che del signore è la colpa, quando non la vieta.

RUBRICA VIII.

1. A’ rettori si pertene di vietare le colpe; dunque del signore è la colpa, il quale egli vieta, quando puote.

2. Gregorio in registro. Colui, che lascia d’ammendare quello, che puote correggere, ha in se la colpa di colui, che la fa.

3. Leo Papa, ed è nel Decreto distinzione LXXXVI. Le colpe de’ minori a niuno altro si deono porre, se non a’ negligenti, e pigri prelati.

4. Iovinio Papa, ed è in Decreto nella detta distinzione. Colui, che lascia d’ammendare quello, che può correggere, ha in se la colpa di colui, che la fa.

5. Ivi medesimo. Quegli, che al manifesto male lascia di contastare, non è sanza sospiccione d’occultamente consentire.

6. Nella decretale de Simonia. Avvegnachè Eli sommo sacerdote in se fosse buono, ma perocchè egli non castigò i mali de’ suoi figliuoli, ricevette la punizione della vendetta divina in se, e in loro; sicchè uccisi i figliuoli, egli cadendo di sedia fiaccò il collo e morìo. Dunque a correggere li eccessi de sudditi tanto più diligentemente si dee il prelato levare, quanto più dannevolmente lascerebbe le offese non corrette.

7. Seneca in tragedia. Chi quando puote non vieta il peccato, quegli il comanda.

8 Nelle sentenzie de’ filosofi. Chi non gastiga colui che pecca, peccare comanda.

Che si dee correggere con dolcezza.

RUBRICA IX.

1. Con dolcezza dee l’uomo gastigare i suggetti.

2. Nel Salmo. Correggerammi il giusto in misericordia.

3. Agustino sopra la pistola ad Galatas. Ciò che tu dirai in isquarciato animo, si è impeto di punitore, non è carità di correttore.

4. Gregorio in pastorale. Quando il riprendimento s’accende, i cuori de’ peccatori in desperazione caggiono.

5. Gregorio ivi medesimo. La mente del corretto viene subitamente ad odio, se lo stemperato riprendimento la molestia più, che non dee.

6. Gregorio ivi medesimo. Disse Cristo, che per lo studio del Sammaritano, quegli ch’era mezzo morto, fu menato all’albergo, e alle sue ferite fu posto vino, e olio; acciocchè per lo vino fossero mordicate, e per l’olio raddolcate. Che certamente bisogna, che chiunque è in istato di sanare le spirituali ferite, egli vi ponga, quasi come vino, il morso del dolore, e quasi come olio, mollezza di pietade; sicchè per lo vino si mondi la puzza, e per l’olio si raddolchi [244], e si sani la ferita.

7. Gregorio ivi medesimo. Mischiare si dee dolcezza con giustizia: e di questi due si dee fare un temperamento, sicchè li sudditi nè per molta assprezza siano conturbati, nè per troppa benignità siano male allargati: la quale cosa, secondo il dire di San Paolo, bene lo significa l’Arca del Tabernacolo, nella quale furon le tavole della legge, e la verga, e la manna; perocchè nel petto del buon rettore dee essere la scienzia della Scrittura, e verga di vera giustizia, e manna di soave dolcezza.

8. Prospero secondo de vita contemplativa. Quegli che è dolcemente gastigato, ha in reverenzia il suo gastigatore; ma quegli, il quale per l’asprezza di troppa riprensione è offeso, nè correzione riceve, nè salute.

9. Tullio primo de officiis. Ogni gastigamento dee esser sanza villania.

10. Tullio ivi medesimo. Accade talora, che le riprensioni sono necessarie, nelle quali forse si conviene usare voce con maggiore contenzione, e gravezza di più pungitive parole; ma questo v’è d’attendere, ch’e’ non paia, che noi quelle cotai cose facciamo adirati.

11. Seneca primo de ira. Niuna cosa meno si conviene al punitore, che l’adirarsi; conciossiacosachè la pena tanto più giovi ad ammendare, quanto più per posato giudicio è data.

12. Seneca de moribus, Alla riprensione sempre mischia tu alcuna lusinga. Più leggiermente passano le parole che vanno per molle via, che quelle che vanno per aspra. Niuno si muta, che di mutare si dispera.

13. Autore. Questo di sopra è detto, si dee fare e più, e meno, secondo diverse condizioni di persone.

14. Gregorio sopra l’Ezechiele. Le vergognose menti, se per ventura avranno commesse alcune colpe si debbono dolcemente riprendere; che se sono più aspramente riprese, anzi si rompono, che non s’ammaestrano.

15. Isidoro terzo de summo bono. Chi per dolci parole gastigato non si corregge, bisogna che aspramente sia ripreso. Con dolore si debbono tagliare i mali, che altrimenti sanare non si possono.

Che benignità si conviene al rettore.

RUBRICA X.

1. Fra l’altre cose benignità massimamente si conviene al rettore.

2. Nel terzo de’ Re. Li Re della casa d’Israel benigni sono.

3. Salamone ne’ proverbi. Misericordia, e verità guardano lo Re, e per benignità si ferma la sedia sua.

4. Nell’Ester dice il Re Assuero. Io non ho voluto male usare la gran potenzia, ma con benignità, e dolcezza governare i miei soggetti.

5. Seneca primo de clementia. Benignità in qualunque cosa verrà, benavventurosa, e riposata la farà; ma nella casa reale, quanto v’è più rada, tanto è cosa da più maravigliosamente lodare.

6. Seneca ivi medesimo. Tra tutti gli altri a neuno più si conviene benignità, che a Re, e signore.

7. Seneca ivi medesimo. Adirosissime sono l’api, e secondo lo loro pigliare, elle sono di molto combattimento; lo loro Re sanza pungiglione è: non volle natura, che fosse crudele, nè che cercasse vendetta, che costasse altrui cara.

8. Verso. Non è stabile regno, il quale benignità non ferma.

Della signoria de’ tiranni.

RUBRICA XI.

1. Signoria di tiranni non è durevole.

2. Seneca in tragedia. Le signorie sforzate neuno tenne lungamente: l’ammodate durano.

3. Seneca secundo declamationum. Più leggier cosa è uccider lo tiranno, che sostenerlo.

4. Tullio secondo de officiis. Nobilmente disse Ennio: Colui, cui gli uomini temono, hanno in odio; e colui, che ciascheduno inodia [245], desidera l’uomo, che perisca, E che agli odj di molti neuna potenzia possa resistere, se questo era prima non saputo, ora è saputo: e non solamente la morte di questo tiranno, il quale la città sostenne oppressa per armi, dimostra quanto l’odio vale a pestilenzia; ma aziandio la simigliante uscita degli altri tiranni.

5. Tullio ivi medesimo. Mal guardiano del molto durare è paura, e per contrario benivolenzia è fedele, eziandio a perpetuare.

6. Aristotile nel quinto della Politica. Per ingiustizia, e per timore, e per dispregio si levano i sudditi contro i monarchi.

7. Autore. Vuole dire il filosofo, che contra i tiranni si leva altri per le ingiustizie ch’e’ fanno, o vero perchè la loro signoria è temuta, o vero perocchè egli si rendono dispregevoli nella vita.

Di suggezione, la quale è contraria a signoria.

RUBRICA XII.

1. Stato di soggezione senza comperazione è più tranquillo, che stato di signoria.

2. Gregorio in pastorale. Spesse fiate nell’occupazione del reggimento si perde l’uso della buona opera, il quale nella tranquillità si tenea; perocchè quando il mare è cheto, eziandio il men dotto ben governa la nave; ma quand’egli è turbato dalle tempestose onde, allora eziandio il savio governatore non sa che faccia. E che cosa è podestà di signoria, se non tempesta di mente?

3. Gregorio nel prolago del dialogo. Io m’avveggio quello, che io sostegno, e m’avveggio che ho perduto; ecco che ora sono commosso dall’onde del grande mare, e nella nave della mente di forte tempesta sono percosso; e quando mi ricordo della mia prima vita, quasi rivolgendo gli occhi addietro, veggo la terra, e sospiro.

4. Gregorio in prologo moralium. Lo riposo del monasterio, lo quale io avendo non tenni forte, perdendolo ho conosciuto, come strettamente era da tenere.

5. Grisostomo sopra Matteo. Li umili, siccome arbori, che sono tra le valli, spesse fiate in tranquillità dimorano.

6. Seneca de brevitate vitae. Lo divino Imperadore Augusto, a cui Dio più diede, che a neuno altro, non restava d’ottarsi [246] requie, e di cercare vacazione da quei fatti pubblichi. A questo sempre ogni suo parlare si rivolgea, come egli sperasse riposo.

Finito è il libro degli Ammaestramenti degli Antichi,

ordinato per Frate Bartolommeo da Pisa sopraddetto, e da lui volgarizzato.

Al nobile e savio Cavaliere Messer Geri degli Spini di Firenze.

FINE.

GIUNTA

AGLI AMMAESTRAMENTI DEGLI ANTICHI

Del testo a penna del Già Pier del Nero; oggi appresso i Signori Guadagni.

1. Di tutte cose coll'amico dilibera; ma di lui tutto innanzi. Appresso l’amistà è da credere l’amico; ma dinanzi è da giudicare. Il contrario fanno alquanti perciocchè amano, innanzi che giudichino; e quando hanno giudicato, allora partono l’amistà.

2. Lungamente dèi pensare, se alcuno ti sia da ricevere in amico; e quando ciò sia, che ti paia di farlo, non ne fare mezzo amico; ma ricevi tutto lui a te in tutto.

3. Col provato amico così parlerai, come teco medesimo; ma tu guarda, che non facci a te medesimo credenzieri di niuna cosa, della quale non potessi sicuramente fare credenzieri lo tuo nemico; ma imperciocchè intervengono alcuna fiata cose, le quali si costumano di celare; neentemeno perciò con l’amico tutte le tue cure, e i tuoi pensieri dèi partire.

4. L’amico se lo crederai infedele, per tanto lo farai: e perciò alquanti si fanno di ciò, via temendo d’essere ingannati, e cotali sospirando trovano l’uso del fallire.

5. Alquanti le cose, che spatriente son da partire cogli amici, a ciascuno contano, e nell’orecchie di ciascuno gittano la loro pesanza.

6. Alquanti dottano la scienza delli lor più cari, celando da essi; e non solamente dalli amici, ma da se medesimo si celerebbero, se potessono: l’una via nè l’altra è da tenere; imperciocch’è malvagità di non credere a niuno, e follia di credere a tutti; avvegnachè l’uno sia più sicuro, che l’altro.

7. Lo savio uomo è contento di se medesimo, non in maniera, ch’esso allegga d’essere sanza amico; ma acciocchè esso possa sostenere sanza l’amico essere, quando li convegna perdere, e ciò portare con queto animo.

8. Lo savio uomo ama d’avere amico, non tanto perchè li sia rifugio nelle sue necessitadi; ma per lui sovvenire, e avere a lui materia di ben fare.

9. Quegli tolle all’amistà il suo onore, lo quale procura a se amici, per seguire propria utilità.

10. Quegli, ch’è amico, ama; non ciascuno, ch’ama, è amico; conciossiacosachè l’amico sia sempre utile, ma l’amore alcuna fiata tiene danno.

11. Avvegnachè l’amico alcuna fiata non sia presente, neentemeno quegli che perfettamente ama, in tanto ave sua conversazione; perciocchè l’amico si dee possedere dentro dall’anima, acciocchè sia tuttavia presente, siccome domanda perfetta compagnia.

12. L’amistà fa gli uomini consorti in tutte le cose; perciocchè l’amico non lascia niuno essere solo in avversità, nè in prosperità.

13. Coll’amico ogni cosa è maggiore, e più dilettevole; e ogni male minore, e meno annoioso.

14. Conviene che vivi ad altrui, chi a se vuole vivere.

15. Non può beatamente vivere chi a se guarda solamente, e tutte cose in sua propria utilità intende di convertire.

16. Molto è oblioso quegli, che solo per lettera si rimembra dell’amico.

17. La memoria degli amici passati è dilettevole a savio uomo; perciocchè esso ha gli amici per cosa, che si perde; e perciò quando li perde, perdeli siccome esso gli avea.

18. Quegli, ch’è savio, non dee da mala parte interpetrare gli beneficj della ventura, perch’essa riprenda quello ch’abbia dato; perciocchè ciascheduno dee sapere, che li suoi doni non sono perpetui; anzi conviene pensare di renderli sì tosto, come l’uomo gli ha ricevuti, e d’essere sì apparecchiato, che a tutte le fiate che a lei piace di richiederli, che non li sia nuovo; anzi lo faccia sanza noia di se.

19. Laido rimedio delle gravezze delle perdute cose è al savio uomo, allo dannaggio aggiugnere dolore; che meglio vale lasciare lo dolore, che dal dolore essere lasciato.

20. Se ti falla cui tu amavi, chieri cui tu ami; perciocchè meglio vale amico rifare, che dolor del perduto.

21. Niuna cosa più tosto rincresce, che ’l dolore; perciocchè, avvegnachè nel cominciamento d’esso sia alcuna maniera di consolazione delle perdute cose, tuttavia quando è passato, si mostra per folle: e questo non è per neente, perciocchè ciascheduna o esso è folle, o dissomigliato.

22. L’amico lungamente si chiede; appena si truova; e malagevolmente si guarda.

23. Chi riguarda l’amico, riguarda l’asempro di se medesimo.

24. Lo certo amico si manifesta alla dubbiosa cosa.

25. In ogne parte dee l’uomo portare l’amistà, e di niuno luogo dee essere cacciata.

26. [247] Degni sono d’essere amati quelli, che in se medesimo hanno la cagione, per la quale sieno amati.

27. Primieramente dee uomo curare d’esser buono; appresso di trovare simigliante a se.

28. Quella è dilettevole amistà, la quale simiglianza di costumi congiugne.

29. Questa legge è da tenere nell’amistà, di non domandare laide cose agli amici, nè farle per loro.

30. Propria cosa è del folle ricordare gli altrui falli, e i suoi obbliare.

31. L’anima dell’uomo apprendendo si notrisce, siccome il corpo per lo cibo.

32. Ciascuno ama se medesimo, e non per guiderdone, che voglia del suo amore, ma perciocchè ciascheduno è caro a se medesimo; e questa maniera d’amore è da tenere nell’amistade perfetta; perciocchè il vero amico si è un altro se medesimo all’amico.

33. Quelli sono da dire arditi, e di grandi imprese, li quali si levano la ingiuria ricevuta; non quelli che la fanno.

34. Due sono maniere di non giustizia: l’una di coloro, che fanno l’ingiuria; l’altra di coloro, che la ricevono potendola fuggire.

35. Nobile maniera di vendetta è il perdonare, quando l’uomo ha podere di prendere vendetta.

36. Leggier cosa è a vincere colui, che non osa contastare.

37. All’onore si seguita invidia: e l’invidia con onore acquistata è accrescimento d’onore.

38. L’allegrezza de’ giovani è da correggere con la gravezza delli più approvati.

39. Nelle minori cose si dee esercitare quegli, che alle maggiori vuole essere sofficiente.

40. Principio d’ammendamento è conoscere lo fallo.

41. Misertà d’animo è dolersi del male, anzi che venga.

42. Sie fiere, che tu non t’acconci ad essere ferito d’altrui.

43. Alla povertà poche cose fallano; ma all’avarizia tutte.

44. Non è dilettevole cosa, che non ha isvarianza.

45. Altezza d’animo non riceve villania.

46. Grande savere leggiermente si cela.

47. Non son giuste le preghiere per colui che falla.

48. Nella miseria la vita è noia.

49. Nell’amore è sempre menzoniera l’ira.

50. Rimedio dell’ingiuria è l’obbrianza.

51. Per mal fare, aspettare bene non è costume di buono.

52. In giudicare, pericolosa cosa è la rattezza.

53. Lo nimico, avegnachè sia vile, senno è di temerlo.

54. Buono è, che il savio teme dove il folle si rende sicuro.

55. Nelle misavventure il riso si riceve per ingiuria.

56. Nelli pericolosi casi molte fiate cresce l’ardire,

57. Lo giorno, che ’l malvagio non falla, contalo per perduto.

58. Si crede al consiglio dell’amico, che ’l nimico non vi s’accordi.

59. Chi si chiama benavventuroso, provat'ha la misavventura.

60. La ’ngiuria sostegnono più leggiermente gli orecchi, che gli occhi.

61. Ogne virtù giace, s’ella non è conta.

62. Lo fuoco ritiene il suo calore nel ferro, e in più cose fredde.

63. Nella lussuria sempre combatte odio, e allegrezza.

64. Per non sapere falla, chi del fallo si pente.

65. L’adirato quando a se torna, a se medesimo s’adira.

66. Gioiosa è la macola del sangue del nimico.

67. La nobiltà laidisce chi prega colui, che non è degno d’essere pregato.

68. Peccato di laida è peccato doppio.

69. Ingiuria fa quegli, che ingiuria vendica.

70. Chi onora il folle, a se medesimo fa ingiuria.

71. Quegli è meno bisognoso che meno ha cupidigia [248].

72. All’animo del nimico molti prieghi si vogliono.

73. Nel passamento del nimico le lagrime non hanno onde uscire.

74. Là onde vivono le leggi, là può vivere lo popolo.

75. La vittoria là ove è, ivi è la concordia.

76. La necessità torna viltà in ardire; e spesse fiate lo disperare è cagione di speranza.

77. L’animo che, lasciando le cose di fuori, ricoglie se in se medesimo, è in fortezza, che non si puote vincere.

78. Nelli poco avveduti lo diletto torna in dolore.

79. Niuno è certo in qual luogo la morte lo prenda.

80. Nel malvagio diletto sì seguita pentimento.

81. Grande rimedio sono all’uomo li onesti sollazzi.

82. Cose onde l’animo s’allegra, il corpo se ne conforta.

83. Niuno sarà giusto giudice, s’egli non crederà d’essere giudicato.

84. Buona cagione ha d’allegrarsi, chi l’amico vede allegro.

85. In vergogna di lui è la dignitade di colui, che non t'è degno.

86. Remedio del dolore a quegli, che è dannaggiato, si è il dolore del nimico.

87. Ciò ch’è, la legge comanda e vuole, che nasca, e muoia.

88. Lo fuoco non puote sanz’ardere chiaramente risplendere.

89. La lingua dimora in molle luogo, e perciò discorre leggiermente, sanz’aspettare lo consiglio della mente.

90. La mollezza dell’acqua passa la durezza della pietra.

91. Nel leone si pascono alcuna fiata picciole bestie; e la ruggine consuma la durezza del ferro.

92. Al lussurioso l’astinenza gli è in luogo di pena.

93. Al pigro la fatica gli è tormento.

94. Sotto vile drappo si puote coprire grande valenza.

95. Leggiere peso d’avere fae il debitore grave nemico.

96. Maggiormente è da volere esser grande intra li piccioli, che picciolo intra li grandi.

97. A quegli, che molto spera, molto gli pare tutto quello, ch’è oltre ciò che sperava.

98. Più leggier cosa è l’acquistare, che guardare l’acquistato.

99. A’ cavalieri conviene sapere dell’arme, non legge.

100. Molti ne minaccia chi a uno fa ingiuria.

101. Chi al folle dona, a lui non dà, e a se toglie.

102. Più fido è l’erede nato che scritto. [249]

103. Di malvagi consigli la femmina n’avanza l’uomo.

104. Malvagio costume è volere vivere dell’altrui.

105. Con grande pericolo si guarda cosa ch’a molti piace.

106. Non saggiare lo misagio [250] in vita sanza dottrina.

107. Male vive quegli, che sempre si crede vivere.

108. La interpetrazione delle rampogne fa la ingiuria più forte.

109. Niuno riceve meno inganni, che quegli, a cui tosto è negato la domanda.

110. Femmina, ch’a molti si marita, a molti non piace.

111. Medicina de’ malvagi è la pazienza.

112. La lagrima della femmina è condimento della sua malizia.

113. Da perdonare è al malvaggio, quando con esso dee perire il buono.

114. Chi pensa piacere a molti, leggiermente è colpato.

115. La folle femmina è istormento di villania.

116. Manifesta causa ha per se la sentenzia.

117. Per la miseria di molti il buon uomo va alla morte.

118. Chi la malvagità elegge, la bontade caccia.

119. Malvagio è ’l consiglio, che non si puote mutare,

120. Misero è lo diletto là ove conviene pensare di pericolo.

121. Mal vince quegli, che si pente della vittoria.

122. Misericordioso cittadino è consolazione della città.

123. Cosa, la quale non puoi mutare, sofferala come cosa nata. [251]

124. Molto si conviene cercare, anzicchè si truovi uno uomo.

125. Misera cosa è vivere ad arbitrio altrui.

126. Umiltà serve, e orgoglio non signoreggia.

127. Molto falla meno quegli, che si conosce non savio.

128. Meglio vale d’apprendere d’altrui con vergogna, che mostrare suo poco senno sanza vergogna.

129. Credi che altrui è mestieri quello, che a te.

130. In grande travaglio è chi a se medesimo non piace.

131. Li malvagi esempli tornano sopra li fattori di essi.

132. Per malvagi ingegni spesso s’acquista favore di popolo.

133. Malvagio è quegli, che a Dio conta quello che già a uomo non oserebbe dire.

134. Più vile è quegli, che laide cose insegna per diletto, che quegli che l’apprende per necessità.

135. Niuna è più grande follia, che fare perire il buono per odio del malvagio.

136. La necessità impetra dall’uomo quello, che le piace.

137. Niuno bene sanza compagnia è dilettevole ad usare.

138. Non porta per neente quegli, che per preghiere riceve.

139. Niuna cosa più cara costa, che quelle, che le preghiere comperano.

140. Non è picciolo lo tesoro di colui, cui l’animo suo è grande.

141. Non è mestieri tanto lo potere assolvere lo impromesso, quanto lo volere.

142. Sanza vergogna si puote addomandare quello, che è degno d’essere addomandato.

143. Non tutti in tutte cose, ma certi in certe cose si truovano gli uomini migliori, o peggiori.

144. Non è grande prode a lassare le sue malvagità, quando coll’altrui si convegna contrariare.

145. Niuna cosa è più convenevole alla natura, che agguaglianza, e fermezza di volere.

146. Niuno dee essere in una medesima cosa avvocato, e giudice.

147. Non è sanza colpa di celata compagnia quegli, cha alle manifeste malvagità dà luogo, avendo podere di contastare; perciocchè soffrendole, sì le consente.

148. Non sono idonei testimoni quelli, alli quali l’uomo puote comandare.

149. Niuna cosa è più conveniente all’umana fede, che guardare quella.

150. Non dee domandare lo [252] aiuto delle leggi quegli, che fae contro a esse,

151. Niuno puote ad altrui più ragioni dare, ch’esso non ha.

152. Neente peccano gli occhi, conciossiacosachè l’animo lo comandi.

153. Niuna cosa dirai vera, la quale si possa mutare.

154. All’avaro non falla cagione di negare servigio.

155. Non è anco beato quegli che dal popolo non è anco schernito.

156. Neuna cosa è si ferma, che in essa non sia pericolo al debile.

157. Non viverai altrimenti solo, che accompagnato.

158. Non dimandare cosa, che tu negassi.

159. Non ti è pro ad avere Santo appresso, se ti cessi di ben fare.

160. Non è forza a che animo tu facci quello, ch’è male ad esser fatto; perciochè l’opere si veggono, e l’animo non si vede.

161. Essa malvagità è pena alli malvagi.

162. La crudelità non si può notricare per meriti.

163; Non è da giudicare la malvagità malvagiamente.

164. Lo nobile cavallo coll’ombra della verga si regge; e 'l malvagio appena si conduce colli sproni.

165. Non è laida la margine, che con virtude è acquistata.

166. Là ove lungamente è stato il fuoco, non è senza fummo.

167. Li falli delli grandi conviene, che sieno piccioli.

168. Non corregge, ma danneggia chi l’altrui volere seguita.

169. Niuno troverà più tosto suo pari, che ’l malvagio,

170. Grande laude è potere mal fare, e non farlo.

171. Niuna cosa è, che non sia acerba, anzi che [253] si maturi.

172. Non è vinto, ma vince chi alli suoi s’acchina.

173. Non è morire, ma vivere, morire combattendo arditamente.

174. La virtù non sarà vinta da miseria.

175. Non so che pensa il malvagio, quando seguisce il buono.

176. Li misavvenimenti [254] non hanno podere di danneggiare la costanzia.

177. Non può non sapere quegli, che si conosce per folle.

178. Quello non fare, che non vuogli ricevere.

179. Troppo tencionando si perde la verità.

180. Non muore tardi chi misero muore.

181. Chi difende il malfattore, se medesimo incolpa.

182. Niuna cosa dee parere laida per rimedio di rendersi salvo.

183. Non dèi spregiare le cose, che gli altri mettono suso.

184. Se da te medesimo non sai, per neente odi lo savio.

185. Non è leggiera cosa ad infamare lo buono uomo.

186. Non è sicura cosa a stare ad alto, se ’l grado falla, onde l’uomo è salito.

187. Due cose sono, le quali niuno uomo puote fuggire; cioè l’amore, e la morte.

188. Non può il fallo essere più celato, quando è nel popolo.

189. Quellino, che in lor colpa hanno perduto, ciascuno lor perdona, e pochi li soccorrono [255].

190. Non guardare come piene mani a Dio offeri, ma come pure.

191. Niuno sia, col quale ami meglio d’essere, che teco.

192. La malvagità non puote con vizi anzi afforzarsi, che ’l nome della filosofia non divori.

193. Non fa molto la disposizione del luogo alla pace dell’animo; ma esso animo è quello, onde viene la pace.

194. Neuno può molto dolere, e lungamente.

195. Non ha in che possa più oltre andare la fermezza dell’animo.

196. Niuna cosa è ordinata, la quale è repentemente fatta.

197. Non piaccia a te leggerezza sanza consiglio sotto spezie di benignità.

198. Niuna cosa è, che non vinca l’assiduità dei servigi.

199. Lo specchio ad ornamento del corpo seguisce laidezza d’anima.

200. Arbore trasportato sovente non prende vita.

201. Ogni cominciamento, è dicesso a perfezione.

202. Ogni laude è vento, quando l’uomo di se la pronunzia.

203. Tutti conviene che periscano i vili, ei non savi battaglieri.

204. Ogni fallo è per volontà, cioè non contro alla volontà.

205. Ciascuno disio ha questo peccato, che di quello onde esso è folle, crede che tutti sieno.

200. Ciascheduno giorno è da ordinare per ultimo.

207. Credano di te male li uomini, ma sieno li malvagi.

208. Lo servigio del benivolente è senza fine.

209. Laudabile cosa è dispiacer a’ malvagi.

210. Ogni virtù d’animo dimora in misericordia.

211. Nel misagio dogliono peggio le rampogne, ch’esso misagio.

212. Dolce è il tormento là ove la sofferenza è nutricata d’allegrezza.

213. Nelli continui esercizi si dee mostrare la dottrina.

214. Molti sono, che temono la infamia, e pochi la coscienza.

215. Da quello, che tu avrai di sotto, guardati; che fare ti puote inganno.

216. Molti temono di mal fare per dotta di male avere, non per amore della bontà; e cotal temenza non è virtù, ma vil paura.

217. Al padre, e alla madre sarai devoto e ubbidiente a’ parenti porterai amore; e agli amici fede, e a tutti gli uomini leanza [256].

218. Con tutti fa che tu abbi pace; e guerra co’ Vizi.

219. La pecunia, se la saprai usare, saratti ancella; se no, sì t’è donna [257].

220. La pecunia non sazia la sete dell’avaro, ma accendela.

221. Molti sono, che male dicendo alli folli, a loro dicono villania.

222. Chi vuole servire, e non puote, così gli è misagio, come colui a cui falla.

223. Chi l’altrui vergogna toglie, la sua scuopre.

224. Vergogna discoverta non torna in grazia di leggiere.

225. La pecunia è il timone del seculo

226. Muto dolore molto peggio pensa.

227. Presso a non fallire, con vergognosa riconoscenza del fallo.

228. Niuno può dar fine al perdere che la povertà.

229. Quegli procaccia a se fame con satolla, lo quale quanto più hae, più vuole di quello, che non ha.

230. Affrettare se in giudicando, peccato è acquistare.

231. Chi ricovera al più basso, se medesimo rende pregione.

232. Lo fallo dell’amico per tuo lo reputerai.

233. Anzi vo’ perdere, che prendere villanamente.

234. Pochi sono, che non vogliono peccare; e niuno è, che non sappia.

235. La malvagità di pochi è miseria di molti.

236. Occhi apparecchiati a lagrimare, maggiormente significano inganno, che corruccio di cuore.

237. Chi non se acchina per vergogna, si rompe per paura.

238. L’uomo, che ha buona fama, sì gli è grande retaggio.

239. A molti tolle il padre, e al figliuolo dà.

240. Maggiore cosa, è osservare quello che prometti, che proponere oneste cose.

241. Chi l’amico domanda per cagione d’utilità, allora l’abbandona, quando l’utilità falla.

242. Quanto lo grado è più alto, tanto è più pericoloso lo cadere.

243. Cosa che con fatica è guadagnata, con amore è guardata, e con dolore è perduta.

244. Là, ove è più grande il savere, là è maggiore lo fallo.

245. Chi riprende lo schermitore, se medesimo gabba.

246. Chi non teme li piccioli falli, dalli piccioli viene ne’ maggiori.

247. Tale pare che neente faccia, le cui opere sono grandi.

248. Quelli che nel fallo s’amareggiano, nella pena si debbono agguagliare.

249. Chi compagno prende, se poco l’ama, sè medesimo cagiona [258].

250. In molti giorni cresce grande arbore, e in uno si taglia [259].

251. In grande pace sarebbe il mondo, se quattro parole si togliessero via di mezzo. Ciò [260] sono: Mio, e Tuo; Sì, e No.

252. La cosa, la quale vuoli che sia segreta, a niuno la dirai.

253. Chi prende a mal fare, rimembrisene quando ha podere.

254. Chi teme lo misagio, di rado vi viene.

255. Non è più grande morte, che domandarla, e non poterla avere.

256. Chi bene dissimula l’ingiuria, meglio si può vendicare [261].

257. Angosciosa cosa è essere costretto a mal fare a colui, lo cui bene egli ama.

258. Chi una fiata perde la buona fama, appena mai la racquista.

259. Cosa che con pena s’accatta, diletto porta.

260. Chi teme l’amico, insegna lui a temere.

261. Chi di vendicarsi teme, molti ne farà malvagi.

262. Cosa, la qual non sai per cui guardarla, follia è di guardarla.

263. Chi alli malvagi toglie, alli buoni dona.

264. Chi ama, non obblia.

265. Chi viene per mal fare, appensatamente [262] viene.

266. Chi alli suoi non perdona, li nemici aiuta.

267. Socrate filosofo disse: Ad altrui perdonerai sovente; ma a te medesimo non neente.

268. A se medesimo la niega, chi domanda grave cosa.

269. Mangerai per vivere; e non vivere per mangiare.

270. Dell’altrui male non farai allegrezza.

271. Raro incontra danno, se non per abbondanza.

272. Anco disse ad uno parlatore folle: Odi innanzi che parli; che la natura ti diè una lingua, e due orecchi.

273. Anco disse essendo infra alquanti, e tacendo, ed essendo domandato perchè tacea, e’ rispuose: che più fiate s’era pentuto d’avere parlato, e poche d’avere taciuto.

274. Anco disse: La verità è breve, e lunga la bugia.

275. Anco disse a uno parlatore, che volea essere suo discepolo: Due guiderdoni ti domando; l’uno, che tu tacci; l’altro, che tu apprendi a parlare.

276. Diogene filosofo disse: che ciascuno a correggere se medesimo dovea avere bene suo amico, e bene nemico.

277. Anco disse a uno, che gli portava malvage parole, che un suo amico dovea aver dette di lui: Dubbio è, che l’amico abbia così detto; ma che tu li dichi non è dubbio.

278. Meglio vale tacere per se, che parlare contra a se.

279. Disse Aristotile: Meglio vale amare gli amici privati, che provare gli amici.

280. Anco disse, che l’uomo non dee parlare di se nè bene, nè male; perciocchè lodar se è vanità, e biasimare è follia.

281. Una delle più grandi avversità del secolo si è, che la necessità costringa l’uomo libero a richiedere lo suo nemico, che a lui sovvegna.

282. Guardati da colui, a cui tu domandi consiglio se non t’è provato, e fedele amico.

283. Non ti gloriare nella lode del malvagio; che le lodi sue sono a te vituperio, e ’l vituperio, lode.

284. Migliore è la nimistà del savio uomo, che l’amistà del folle.

285. Migliore è la compagnia del semplice nudrito tra’ savi, che del savio nudrito tra’ folli.

286. Più dolce è al savio uomo avere aspra vita tra’ savi, che averla dolce tra’ folli.

287. Molti sono in numero gli amici nella prosperità; ma nell’avversità sono pochi.

288. Il timore d’Iddio sia tua mercatanzia, e ogni cosa avrai senza fatica.

289. Non ti paia poco ad avere un nemico; nè molto ad avere mille amici.

290. Niuno puote avere maggiore miseria, che abbisognare d’onore, e d’utilità.

Trattato della memoria artificiale.

Manifeste ragioni assegnano i savi filosofi, i quali scrissono dottrina di parlare, che la virtù, che Dio diede all’uomo di parlare nella lingua, è la cagione, perch’ei tutte le bestie avanza; e quanto per la detta cagione è maggiore, è migliore in ciò, che sa favellare meglio, e più saviamente. E io udendo nella favella cotanta utilità, sì mi venne voglia e talento, e a priego di certe persone, della Rettorica di Tullio, e d’altri detti di savi cogliere certi fiori, per li quali del modo del favellare dessi alcuna dottrina; non perchè fosse mia credenza, che solo la bella favella avesse in se alcuna bontà, se colui che sa ben favellare, in se non avesse senno, e iustizia; anzi senza le dette due cose, secondochè dicono i savi, è quella persona per la favella una pestilenzia grandissima pel suo paese; perchè la sua favella così è in lui pericolosa, come un coltello aguzzo, e tagliente in mano d’uno furioso, e irato. Ma se l’uomo ha in se senno di saper bene in sulle cose vedere, e ancora in se senno, e iustizia, cioè ferma volontà di volere le cose bene disporre, e dirittamente voler fare; sì fa bisogno di saper favellare, acciocchè sappia le cose mostrare, e perire; che sanza favella sarebbe la bontà sua come un tesoro riposto sotto terra, che se non è saputo, più che terra non vale. E quando la favella è accompagnata in alcuna persona con la iustizia, e col senno rendesi perfetto l’uomo, ch’è tanto migliore, che gli altri, quanto t’ho mostrato di sopra; che sanno gli uomini per la favella meglio, che non sanno gli altri animali, perchè vale molto a se medesimo, ed è molto utile, e caro al suo comune, ed a’ suoi parenti, e amici di grandissimo consiglio, e refugio. Dunque qualunque persona ha volontà di sapere piacevolmente, e bene parlare, si disponga prima d’avere senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; e poi pigli ferma volontà d’operare iustizia, e misura, acciocchè dalla sua non possa altro che bene seguitare: e questo cotale legga sicuramente in questo libro, e senta meco certi ammaestramenti dati da’ savi in sul favellare; e dappoichè gli avrà letti, e bene intesi, s’ausi spesse volte di dire; perocchè il bel parlare è tutto dato all’usanza, e sanza l’usanza non può essere alcuno bel parlatore. L’usare certamente insegna ogni cosa; donde si suole dire litteralmente spesse volte da molti: Usus cuncta docebit etc. Explicit proemium.

Incipit textus.

Memoria ec. Qui comincia il sesto trattato del libro, nel quale si dà dottrina, come il dicitore la sua diceria a mente si possa tenere. Già abbiamo veduto della prima cosa, che al dicitore fa bisogno di sapere, cioè come ha a imparare di favellare perfettamente in ciò, che a te ho mostrato qual è buona, qual è composta, qual è ornata, e quale è ordinata favella laonde a osservare la dottrina già detta la favella perfetta si rende. Or ti voglio mostrare della seconda cosa, che fa bisogno al dicitore di sapere, acciocchè perfettamente dica la sua diceria; cioè come la sua diceria si reca a memoria, acciocchè quando la dice, l’abbia bene a mente: perocchè niuno la direbbe bene, se quando la dice, bene a mente non l’avesse.

Ora comincia la prima dichiarazione del testo.

Se la memoria ha in se alcuna dottrina, o vero è tutta da natura data, li savi antichi ne dubitarono. Ma avendola in se, arte che è utile, ti voglio mostrare, e aprire. Debbi sapere, che due sono le memorie; cioè la naturale memoria, e l’artificiale. La naturale è quella, che coll’animo è congiunta, e insieme col pensiere nata; l’artificiale è quella, che sotto certi ammaestramenti imposta e dallo ingegno trovata è. Questa artificiosa contiene in se la utilità della naturale memoria, e dàlle accrescimento; e questa artificiosa fa grandissimo pro a coloro, che la naturale hanno buona, come vedere potrai per innanzi. E poniamochè coloro che la naturale hanno buona, non curino de’ miei ammonimenti, adatteremo almeno coloro, che non hanno sì buona memoria: e però della artificiale memoria alcuna cosa voglio brevemente dire, e superficialmente, e non appieno.

La memoria artificiale si fa di due cose principalmente; de’ luoghi, e delle immagini; e noi con Tullio appelliamo luoghi quelle cose, che brieve, e perfettamente sono manifeste, e quelli facilmente con la naturale memoria comprendere possiamo; siccome casa o canto, o camera, o gronda, o vero altre a queste somiglianti. Le immagini sono forme, e cose somiglianti della cosa, della quale noi vogliamo ricordare; siccome cavalli, o leoni, o aquile: e se delle dette cose memoria vogliamo, le immagini loro in certi luoghi ti possiamo allogare. Ora che per luoghi ci dobbiamo trovare, in che modo dobbiamo fare, e come ne’ luoghi le immagini mettere, ti voglio per ora mostrare, e aprine. Siccome coloro, che sanno leggere, possono quello, che detto è, scrivere e leggere, e recitare poi quello, che scritto hanno: così coloro, che molte cose hanno apparato, possono quelle che udito hanno, per immagine collocare ne’ luoghi, e quelle ricordevolmente pronunciare. I luoghi alla carta, o vero alla cera sono somiglianti; e le immagini alle lettere: il disponimento, e l’allogamento delle immagini è come la scrittura; il pronunciare è come il leggere. Conviene adunque, se di molte eose ci vogliamo ricordare, molti luoghi imprendere, sicchè in molti luoghi molte immagini possiamo allogare. E ancora conviene questi luoghi per ordine avere, acciocchè per l’ordine impedimentati non siamo niuna volta; sicchè le immagini, le quali ne’ luoghi certi aremo collocate, aviamo bene alle mani. Ancora interverrà de’ luoghi posti per ordine, che ammoniti per le immagini possiamo dire, di qualunque luogo ci piacerà, quello che ne’ luoghi aviamo disegnato; come se molti nostri conti si veggono per ordine stare, non fa forza se da capo, o dal fine, o dal mezzo e’ nomi loro cominceremo a dire. E però conviene, che per ordine aviamo e’ luoghi, e a mente tutti per la memoria naturale, e quelli, che aremo presi, grandemente a memoria notare, sicchè sempre li sappiamo a monte: perocchè le immagini, quando non si usano, come le lettere agevolmente si disfanno, ed i luoghi debbono, siccome carta rimanere. E acciocchè nel numero de’ luoghi ingannati non siamo, a cinque a cinque si convengono notare a questo modo, cioè, se nel v. luogo una mano d’oro poniamo, e nel x. uno nostro cognosciuto, che si fa chiamare per vulgar nome Decimo; poi sarà agevole ciascuno quinto luogo così disegnare. E ancora è meglio di fare i detti luoghi in luogo diserto, che troppo palese; e ’l buon luogo è di selva, e non la piazza; imperocchè lo spesso andare degli uomini conturba e disfà le notate immagini; e’ luoghi diserti conservano le similitudini delle immagini. Ancora sono da trovare i luoghi di forma, e di natura disuguali, acciocchè apertamente sieno manifesti. E però se arai trovato quelli, che sieno simili, sarai in errore per la similitudine de’ luoghi e non ti avvedrai nel quale de’ detti luoghi arai le immagiui collocate. Ancora conviene avere i luoghi di mezza mano [263], perocchè troppo ampi rendono le immagini vaghe, cioè niuna cosa faccenti; la qual cosa mai non debbe essere (oltrechè mi sarebbe contro il testo che dice, che mai le immagini debbono stare indarno) e le troppo strette spesse volte non pare, che le collocagioni delle immagini possano comprendere. E ancora conviene, che non sieno luoghi troppo lucidi, o vero troppo scuri; acciocchè le immagini nelli scuri luoghi non si celino, o per lo splendore sieno lucide troppo. Ancora è utile, che i luoghi non sieno presso quasi a trenta piedi; perocchè come il guardare, così verrebbe meno il pensiero, se troppo si dilunga, o appressa quello, che vedere si conviene. E avvegnachè sia facil cosa a colui, che sa molti e acconci luoghi trovare; se nel modo, che di sopra aviamo mostrato, alcuno pensa di non saperlo fare, ed egli medesimo molti acconci luoghi da se trovine; perocchè col pensamento ciascuno luogo come gli piace puote comprendere, e in quella parte a suo arbitrio luoghi fare. Perlaqualcosa, se di questo mostrato modo non saranno contenti, essi medesimi col loro pensiero troveranno acconci luoghi, e a loro arbitrio sì gli ordineranno. De’ luoghi aviamo assai detto di sopra: ora alle ragioni delle immagini passiamo. Conviene adunque, che le immagini, delle cose a similitudine debbiano essere; e di tutte queste immagini ci dobbiamo eleggere similitudini a noi molto manifeste. Due similitudini debbono essere, l’una delle parole, e l’altra delle cose. E la similitudine delle cose sia manifesta, quando sommariamente le immagini di queste facciamo. E la similitudine delle parole si fa, quando ciascuno nome, e vocabolo per immagini si nota nella memoria. Di tutto uno fatto per una similitudine, ed immagine spesse volte la memoria si comprende in questo modo: Se l’accusatore dirà, alcuno essere per veleno morto per cagione di guadagnare eredità, e dirà, che di ciò vi sieno molti testimoni che il sanno; e di questa prima rea cosa ci vorremo ricordare, perchè ci sia agevole a difendere: nel primo luogo di tutta questa cosa una immagine faremo. Porremo uno infermo, che giaccia nel letto, cioè quel medesimo, di cui si favelli, se la sua forma sapremo; ma non conoscendolo, torremo un altro non di picciolo affare, acciocchè ratto a memoria ci possa venire; e ai letto suo l’accusato porremo, che da bere nella mano sua diritta tenga, e nella manca la tavola, cioè il testamento, e nel dito, che è dopo il minore della mano, i testicoli d’un montone. In questo modo e dei testimoni, e della eredità, e di colui, il quale è morto potremo memoria avere. E poi tutti gli altri peccati nei dittonghi porremo per ordine. E quante volte della cosa ci vorremo ricordare, se la disposizione delle forme, e delle immagini con diligente similitudine faremo, agevolmente della cosa che vorremo, aremo memoria. Quando la similitudine delle parole per immagine vorremo mostrare, maggior fatto imprenderemo a fare, a maggiormente lo ingegno nostro proverremo, e questa cosa in questo modo ci converrà fare. [264] Già i Re di Grecia a casa apparecchiano di fare vendetta. Nel luogo primo ci conviene porre Domizio, che al cielo alzi le mani (ma Bartolino, che scrisse su Tullio, si pone meglio queste cose; ma non curo, perchè in questo scritto non sia se non come sta il testo puro) quando dalli Re con forza è abbattuto, e questo sarà: già a casa i Re di Grecia apparecchiano di fare vendetta. In un altro luogo Isopo, e Cimbro, che subornano Ifigenia, Agamennone, e Menelao; e questo sarà i Re di Grecia apparecchiano. In questo modo tutte le parole dette saranno. Ma queste similitudini delle immagini allora varranno, se la naturale memoria aiutiamo con questo assegnamento, che posto il verso, onde ci vogliamo ricordare, da noi medesimi due, o tre volle ci passiamo sopra; e poi colle immagini le parole esprimiamo. E nel detto modo alla natura si somministrerà artificio, perchè l’una, separata l’altra, sarà meno ferma; ma molto sarà più aiuto nell’artificiosa, che nella naturale. La qual cosa insegnare grave non ci sarebbe a noi Tullio, se paura non avessimo, quando anche ci partissimo dall’instituto nostro, che di piccola utilità sarebbe il dare di ciò una breve dottrina. (Tullio non vuole tanto dire della quinta parte della Rettorica, come fa bisogno, e però brievemente la tratta, e nondimeno dice, che è bisogno; avvegnadiochè alquanti il riprendano, e l’uno è colui, che fece la poetata novella: tamen male reprehendit.) Ora, perchè suole avvenire, che delle immagini certe ne sono ferme, e ad ammonirci più acconce, e certe meno acconce, e più deboli, e che appena possono muovere la memoria; per che cagione ciascheduna sia è da pensare, sicchè la cagione di ciò cognosciuta, sappiamo che immagine aviamo ad eleggere, e quale aviamo a schifare. La natura dunque medesima c’insegna che fare ci conviene; perchè se alcuna cosa nella vita vediamo piccola, usitata, cotidiana; siamo usati di non ricordarcene, perchè di niuna cosa, se non è nuova, o grande, si commuove l’animo. Ma se una cosa udiremo, o vedremo. grandemente sozza, o onesta, o non usata, o grande, o da non credere, o cosa di scherni; quella cosa per grande tempo ci sarà a mente. E però le cose, che tuttodì vediamo, o udiamo, si dimenticano; e delle cose, che nella nostra gioventù ci addivengono [265] spesse volte bene ci ricordiamo (Nota: Quod nova testa capit inveterata sapit. Et ratio huius ponitur per Bartholinum.) E le dette cose per altra cagione non possono venire, se non perchè l’usate cose leggermente dimentica la memoria; e le nuove, e le lunghe cose per più gran tempo stanno nell’animo. Del nascimento, e coricamento del Sole niuno si maraviglia, perchè spesso interviene; ma dello scuramento del Sole si maravigliano molti, perchè fa rare volte: e dello scurar del Sale si maravigliano, e non di quello della Luna, perchè avvengono più spesso gli scuramenti della Luna, che gli scuramente del Sole. Insegna dunque la natura delle cose palesi, e usitate non ricordarcene; ma bensì d’uno grande, e maraviglioso fatto. Seguiti dunque l’arte la natura, e quello, che ella desidera, si truovi; e quello, che mostra, seguiti: perchè niuna cosa è, che prima l’arte, che la natura abbia trovata; ma i cominciamenti delle cose dall’ingegno degli uomini sono trovati, e’ fini si apparano per dottrina. Le immagini adunque ci converranno nel detto modo trovare il quale posta più nella memoria stare; e interverrà questa cosa, se di cose di molto conto faremo similitudine, e se non mute, o vero vaghe porremo le immagini, ma che in loro abbia di novitate alcuna cosa; o se nobiltà, o bellezza, o vero alcuna turpitudine le daremo; o vero se alcuno adorneremo o di corone, o di vestimento di porpora, per la qual similitudine a noi sia più manifesto; o vero se disformeremo alcuna cosa faccendola sanguinosa, o vero di sangue brutta, o vero disconcia, e disformata la faremo. E siccome la vera cosa è si fatta, che ce ne ricordiamo più agevolmente; così delle cose non vere, o del luogo, dove riposte sono e diligentemente notate, non ci sarà malagevole a ricordarcene, ma quello ci converrà fare che tostamente trascorriamo tutti i luoghi primi per cagione di rinnovare le immagini. [Io so bene che i retori Greci m]olte [266] immagini scrissono di molte parole, acciocchè coloro che sapere le volessono, le avessero apparecchiate, e cercandone non s’affaticarono: la qual cosa abbiamo per certe ragioni riprovata; imprima, perchè è uno scherno per l’abbondanza delle molte parole trovare mille immagini di parole; che potranno queste cose valere, conciossiacosachè per l’abbondanzia delle parole ora una parola, era un’altra ricordare ne converrà? E ancora perchè vogliamo noi rimuovere alcuno dalla maestrìa del trovare, acciocchè da se niuna ne cerchi, conciossiacosachè noi a lui tutte le cose diamo apparecchiate come si debbon fare? E ancora l’uno per alcune similitudine, l’altro per l’altra più si muove; perchè spesse volte in una forma, che a noi parrà ad alcuna altra simigliante, non aremo uomo seguitatore, perocchè a un altro non parrà; e così delle immagini, quella, che a noi parrà buona di ricordare, quella ad altrui poco buona parrà. E poi si conviene, che ciascuno a suo modo le immagini truovi; e a colui, che insegna, si conviene ammaestrare come le immagini si debbano trovare; e una, e un’altra, e non tutte di quella generazione saranno da dare per esemplo, per lo quale possa essere più chiara la cosa. E secondo che quando disputiamo di trovare proemii, diamo la ragione di trovargli, e non diciamo mille generazioni di proemii; così arbitriamo, che ci convenga delle immagini fare. Ora acciò per avventura la memoria delle parole o troppo malagevole, o poco utile tu non pensi, e contento sie delle memorie delle cose, che sono più utili, e più hanno d’agevolezza; ammonir ti voglio perchè non riproviamo la memoria delle parole, perchè pensiamo, che si convenga, coloro, che delle cose agevoli si vogliono sanza molestia, e fatica agevolmente ricordare, nelle cose più malagevoli prima essere esercitati; e noi questa memoria delle parole non induciamo, perchè del verso ci possiamo ricordare; ma perchè per questa usanza utile quella memoria delle cose confermiamo, e da questa malagevole usanza sanza fatica a quella facile possiamo trapassare. Ma conciossiacosachè in ogni iscienzia debile è l’ammaestramento dell’arte sanza molto, e continuamente usarla; allora però nella memoria come vale la dottrina, se lo ammaestramento per istudio e fatica, e diligenzia non si conferma? Acciocchè molti luoghi tu abbia, i quali secondo lo ammaestramento ho fatti, dèi cura avere; e nell’ordinare le immagini spesso ti conviene adusarti. Niuna volta è, che non abbiamo alcuna cosa di volere tenere a mente, allora maggiormente quando siamo occupati in alcuno fatto maggiore; però conciossiacosachè sia molto utile ricordare agevolmente, non t’inganni, che quanta fatica ti convien durare, tanta dà utilità; lo che conosciuta, l’utilità potrai da te stesso estimare. Per più parole ammonire non ti voglio. (Guarda qui bene, che più malagevole sarebbe ad intendere questo scritto, che non sarebbe il testo solo, ma coniungendo poi questo scritto col testo, potrai assai bene intender questo, e non è proprio questo scritto, ma è il testo per vulgare, ma meglio sta il testo per lettera. Deo gratias. ) Explicit textus Tullii memoriae artificiosae vulgariter.

Lettera che mandò l’Università di Parigi

Al Maestro Generale, e a tutti i Provinciali, e Frati raunati nel Capitolo Generale de’ Frati Predicatori, quando seppono, che il glorioso Dottore S. Tommaso d’Aquino era morto.

A Venerabili in Cristo Padri, Maestro, e Provinciali dell’Ordine de’ Frati Predicatori, e a tutti i Frati ragunati nel Capitolo generale, a Leone sopra Rodone; il Rettore dell’Università di Parigi, e Procuratori e gli altri maestri che reggono a Parigi nell’arti liberali di fatto salute in Colui, il quale dispone tutte le cose salutevolmente, e provvede saviamente a tutto l’universo. Con singhiottoso grido di tutta la Chiesa piagniamo con molte lagrime l’universale danno, e ’l manifesto sconsolamento dello Studio di Parigi, e in comune abbiamo preeletto non sanza cagione di fare lamento a questi dì. Guai chi darà noi di potere ripresentare la lamentanza di Geremia Profeta! il quale se così isconsolatamente piagneo la distruzione della rovina della materiale città Gerusalem, noi accesi di maggiore zelo siamo tenuti a piagnere così dannoso danno della nostra nuova Gerusalem, cioè dell’universale Chiesa. Udita è la novella rapportante doloroso, e lamentabile pianto, lo quale sopra l’usato modo abbattendo le menti di ciascheduno, dandone non udita estasìa [267] e mettendone in un estimabile stupore, finalmente ha trapassato le nostre interiora, e forate quasi a morte l’intime cose de’ nostri cuori. Confessiamo bène, ch’appena siamo arditi d’aprirla, perocchè l’amore ne ritrae; ma il dolore della forte angoscia ci costringe di dire, come noi sapemo per comune rapportamento di molti, e per certezze, di novelle, ch’il venerabile Dottore frate Tommaso d’Aquino è stato chiamato di questo seculo. Chi penserebbe, che la divina Provvedenza avesse permesso, che la stella mattutina soprastante nel mondo, luce, e sprendore del seculo, anzi per dire meglio, il vero luminare maggiore, che soprastava al dì, avesse sottratti i suoi razzi [268]? Certo ragionevolmente giudichiamo, che ’l sole ha sottratto il suo splendore, e ha sostenuto ombrosa, e non pensata oscuritade, da che il razzo di cotanto, splendore è sottratto a tutta l’Ecclesia [269]. E avvegnadiochè noi sappiamo, che ’l Fattore della natura per ispezial privilegio a tempo l’avesse conceduto a tutto il mondo; neentedimeno se non ci volessimo accostare all’alturitadi [270] de’ filosofi, parea, che la natura singularmente l’avesse diputato a dichiarare le secrete cose di lei. E perchè stiamo indarno in cotali parole? Colui, il quale avvegnadiochè perseverantemente, avessimo richesto dal vostro Collegio nel Capitolo generale dell’Ordine vostro fatto a Firenze, guai a noi non ne avessimo potuto impetrare. Impertanto non essendo ingrati a ricordare tanto Cherico, tanto Padre, e tanto Maestro, abbiendo noi divoto affetto con lui, il quale non poterne riavere vivo, per grandissimo dono umilmente addomandiame l’ossa di lui già morto: perciocchè al postutto non si conviene, ch’altro luogo, o altra terra, se non quella di tutti gli Studi la nobilissima città di Parigi tegna sotterrate l’ossa di colui, il quale ella in prima notricò, e allevò; o poi ricevette da lui medesimo notricamento, e pascimento di non potere dire [271]. Imperocchè se ragionevolemente la Chiesa fa onore all’ossa, e alle reliquie de’ Santi, non senza cagione pare a noi onesta cosa e santa, che ’lcorpo di tanto Dottore sia avuto in perpetuale onore; acciocchè colui, le cui scritture fanno appo noi la fama perpetua, la perseverante memoria della sua sepultura sì la confermi sanza fine ne’ cuori de’ nostri successori. Ma sperando, che voi v’inchiniate a noi con affetto in questa addimandagione divota, umilemente preghiamo, che conciossiacosachè partendosi egli di qua, lasciasse sanza compimento. alcune scritture che si pertengono a filosofia, le quali scritture furono cominciate da lui in Parigi; credendo noi ch’e’ le compiesse colà, dev’era stato trasposto per lo Capitolo, la vostra benevolenza procuri di raccomunarle a noi tostamente; e spezialmente il Comento di Simplicio sopra il libro, che fece del Cielo, e del Mondo, e la Sposizione di Timeo Platone, e ’l Libro de’ condotti dell’acque, e quello di levare gl’ingegni in alto; de’ qua’ libri ci avea fatta menzione per ispeziale impromessa di mandargli a noi. Simigliantemente se alcuna cosa compuose, che si appartengano a logica, siccome noi umilemente addomandammo a lui, quando si partì da noi; la vostra larga benignità degni raccomunarle anche al nostro Collegio. E conciossiacosachè in questo malvagio seculo siamo posti a molti pericoli, siccome la vostra discrezione sa meglio; con divoti prieghi addomandiamo che nel vostro Capitolo per ispeziale affetto comportiate noi coll’aiuto delle vostre orazioni.

Data in Parigi il Mercoledì anzi Santa Croce di Maggio anni Domini MCCLXXIIII. Amen.

Indice

Proemio

Distinzione prima                                                       Sapientiam antiquorum

Distinzione seconda                                                    Delle naturali disposizioni degli animi

Distinzione terza                                                         Dell’opere, che sono vie a virtude

Distinzione quarta                                                      Delle virtù in comune

Distinzione quinta                                                      Di cose rade, e malagevoli

Distinzione sesta                                                         D’astinenza

Distinzione settima                                                     Dell’apparenza, e degli atti

Distinzione ottava                                                       Di vigilie e orazioni

Distinzione nona                                                         Di studio

Distinzione decima                                                     De’ dottori

Distinzione undecima                                                Di dottrina e modo di dire

Distinzione duodecima                                              Di provvedenza delle cose, die deono venire

Distinzione terzadecima                                            Di procedenza verso la morte

Distinzione quartadecima                                          Di compagnia, et insieme usare

Distinzione quintadecima                                          Di fedeltà di parole

Distinzione sestadecima                                             Di dare

Distinzione decimasettima                                         Del ricevere, e del ricognoscere i benefici

Distinzione decimottava                                            D’amistà

Distinzione decimanona                                            Di pazienzia

Distinzione ventesima                                                Di riposo, e giocondità

Distinzione ventesimaprima                                      De’ cominciamenti de’peccati

Distinzione ventesimaseconda                                   De’ peccati in generale

Distinzione ventesimaterza                                        Delle molte pene del peccato

Distinzione ventesimaquarta                                     Del vizio della gola

Distinzione ventesimaquinta                                     Di lussuria

Distinzione ventesimasesta                                        D’avarizia

Distinzione ventesimasettima                                    Di superbia

Distinzione ventesimaottava                                      Di vanagloria

Distinzione ventesimanona                                        D’invidia

Distinzione trentesima                                               D’ira

Distinzione trentesimaprima                                     D’affrettamento

Distinzione trentesimaseconda                                  D’inconstanzia

Distinzione trentesimaterza                                       D’ingiustizia

Distinzione trentesimaquarta                                    D’accidia

Distinzione trentesimaquinta                                    De’ vizi delle femmine

Distinzione trentesimasesta                                       De’ peccati della lingua

Distinzione trentesimasettima                                   Di prosperità, e del suo contrario

Distinzione trentesimottava                                       Di ricchezza, e povertà

Distinzione trentesimanona                                       D’onore, e di dispregio

Distinzione quarantesima                                          Di dignità, e suggezione

Giunta

Trattato della memoria artificiale

 

Consiglio Generale di Pubblica Istruzione - Napoli 28 giugno 188$.

Oggetto

Vista la dimanda del Tipografo Giuseppe Siciliani, con la quale ha chiesto di porre a stampa l’opera intitolata Ammaestramenti degli antichi raccolti e volgarizzati per Fra Bartolomeo da S. Concordio, con note di Francesco Prudenzano, la quale fa parte della Letteratura Monumentale;

Visto il parere del Regio Revisore Canonico

D. Raffaele de Gennaro;

 

Si permette che la suindicata opera si stampi; però non si pubblichi senza un secondo permesso che non si darà se prima lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver riconosciuto nel confronto esser l’impressione uniforme all’originale approvato.

Il Consultore di Stato Presidente Provvisorio - Cav.Capomazza

Il Segretario Generale - Giuseppe Pietracola.

Note

________________________

[1] Fraticelli, Avvertimento agli Ammaestramenti degli Antichi.

[2] Sed, invece di se; ma non è più in uso.

[3] Ched per che, da non adoperarsi.

[4] Vizii.

[5] Sottintendi, dice, o dicea. La medesima avvertenza accade spesso di farla, sì in questa che nelle altre Rubriche.

[6] Per le qualità o le forme del suo corpo.

[7] Dinanzi a sè.

[8] Colui ch’egli volesse.

[9] Pistola, sincopato di epistola.

[10] Sine Titulo, latino: senza Titolo.

[11] Mattia, non più in uso: dicesi pazzia.

[12] Costruisci, e sottintendi: Jeronimo nel Libro secondo Contro Joviniano, così dice.

[13] Sanza, antiquato dicesi senza.

[14] Catone. Cato è latinismo.

[15] Debbia, vieto: dicesi debba.

[16] Neente, niente.

[17] Come abbiami letto di sopra.

[18] Meglio: umore.

[19] Abbiamo.

[20] Che l’uso si converte in natura.

[21] Esempro, è vieto e disusato. Esempio.

[22] Ha diviso, ha ripartito.

[23] Corpora, latinismo, e fuori d’uso. Dicesi corpi.

[24] Ciò e, antiquato. Ciò.

[25] Che le dea, le dia forma, e figura.

[26] Studiato, qui vale coltivato; ma non è bene e con gusto adoperato. Lo studio entra ne’  prodotti del genio, e dell’ingegno; non mai in quelli puramente di mano.

[27] Poetria, voce vieta. Poetica.

[28] Fuori d’uso. Dicesi contrastare.

[29] Latinismo da secundus: Secondo.

[30] Fae, vieto Fa.

[31] fabbricata qui vale stabile.

[32] Temorosi, qui è adoperato in senso di umili.

[33] Hae, Aa.

[34] Se s’acconcia con uno, non può, sostenendo la stessa opinione, acconciarsi con l’altro. Quindi di necessità la menzogna, o l’adulazione, cho portano diritto alla corruzione, e non alla saviezza come dice Ovidio.

[35] Abbiendo, disusato: avendo.

[36] Le tettora, i tetti, le case.

[37] Virtù. Virtude o virtute è latinismo da virtù, o pur voce poetica.

[38] Prologo.

[39] Infermo, nel sensomorale, significa vizioso.

[40] Gravare qui è adoperato in senso di turbare, distogliere.

[41] Esempi

[42] Gli, adoperasi innanzi a parola che comincia da vocale o da S impura. Gli antichi soleano indistintamente adoperarlo. Ora non è più in cotal modo usato.

[43] Boce, antiquato. Voce.

[44] Chi dà la caccia a due lepri.

[45] Varrone.

[46] Contrastando.

[47] Loda, antiquato, invece lode.

[48] A diritto, a ben vivere, a diritta via.

[49] Volendo.

[50] L’uomo d’entro, l’uomo interiore o lo spirito umano: ovvero l’uomo nella sua parte morale più bella e più nobile.

[51] Piegato ed inchinato animo, qui sta per inviziato, turpe, e simili. Ammira la proprietà e la squisitezza del dettato.

[52] Solennemente, in modo splendido e con profondo sentimento.

[53] Rangola, sollecitudine, affanno, cordoglio.

[54] Imprimitile. Chiavare è volgare e plebea voce

[55] Di cessare, allontanarsi, rimanersi, astenersi.

[56] Cognobbi, latinismo da cognosco —. Conobbi.

[57] Preso, vale innamorato, invescato.

[58] Parràe, vecchio e fuori d’uso. Parrà.

[59] Chiosa, comento.

[60] Poleggio, erba odorosa che nasce negli acquitrini.

[61] A chi ’l continua a mangiare.

[62] Furo, latinismo da fur, che significa ladro.

[63] Posero.

[64] Vuogli, fuori d’uso. Vuoi.

[65] Gravare.

[66] Affacciato, qui vale orgoglioso, gonfio, sfrontato, ec.

[67] Appartenenza, parentela, ma qui sta in senso di convenienza.

[68] Hoe, disusato e rancido. Ho.

[69] Diretano. qui vale in fine.

[70] La moderna ortografia scrive di’.

[71] Prossimano. vieto e pesante. Prossimo, vicino.

[72] Avvertimmo più sopra che hoe è disusato e sa di muffa. Valga quest’avvenenza pel rimanente del volume.

[73] Guernire sè medesimo, vale ornarsi di virtù.

[74] Rimettere, offerire, riporre, raccomandare.

[75] primaio, disusato; dicesi primo, o primitivo.

[76] Scoiaio, vecchio ed affettato, Scolare.

[77] Per lo spazio di tutta la vita, lungo l’intiera vita. ec.

[78] Hae, disusato. Ha.

[79] Oggi dicesi udì.

[80] Abbo, latinismo, da habeo habes, ed oggidì muffa. Dicesi ho.

[81] Mi parti, mi separi.

[82] Facemo vecchio e fuori d’uso. Facciamo.

[83] Voti, senza alcun profitto e morale miglioramento.

[84] Meglio disimpara.

[85] Abbo, è muffo. Ho.

[86] Vogliamo.

[87] Dobbiamo.

[88] Antiquato. Scusò.

[89] Se non vi si aggiungono altri cereali.

[90] Si sparge, si dissipa.

[91] Pecunia, latinismo da pecus. Dicesi oggi denaro, moneta.

[92] Furare, latinismo, invece di rubare. Trovasi anche oggi adoperato, ma in scritture di altissimo concetto, sia nella prosa che nella poesia.

[93] Dilicato, qui vale malizioso.

[94] La costruzione regolare sarebbe: — Se ti guardi da quello che tu biasimi.

[95] Non più vizzi, come osservammo altra volta, ma vizii.

[96] Ma’per mali. Dante disse ma’vicini, per mali vicini. Oggi sarebbe solo della poesia, e con uso anche parco; e non della buona prosa.

[97] Il medico.

[98] Suoli, sei solito.

[99] Diel volesse, Dio lo volesse.

[100] infondono, bagnano con la pioggia che apportano.

[101] Stromenti.

[102] Composto qui vale studiato a segno che sento dell’affettato.

[103] Tollere e sospeccione, due latinismi da fuggirsi come la peste. Dicesi Togliere, e sospetto.

[104] Voto, vanitoso, vuoto di pensieri, ec.

[105] Sostenute, tollerate.

[106] Antiquato. Dicesi Logica.

[107] Fragile fraile non è più in uso.

[108] E sienne, e ne sieno.

[109] Mostrare, qui vale far pompa di sè; menar vanto del suo ingegno, ec.

[110] Divenire, qui vale accadere.

[111] Diparte, allontana.

[112] Garzonezza, poco e niente in uso. Con maggior proprietà dicesi giovinezza.

[113] Feggiere, ferire, fendere, ec.

[114] Mirare, qui è usato in senso morale, per prevedere, guardare con occhio della mente, ec.

[115] Pensamento, qui è adoperato per meditazione.

[116] Diretano, l’ultimo giorno.

[117] Sottano per sottoposto, di classe infima. Ma oggi sottano non si adopera più con questo significato.

[118] Aviamo, fuori d’uso. Abbiamo.

[119] Scinde, divide.

[120] leggieri qui è adoperato in senso di sollecito.

[121] Sacramento, cosa sacra.

[122] Bugiare, mentire. Ma bugiare oggi è poco in uso.

[123] Arca, tomba.

[124] Costruisci: E fa più di quello che to promettesti.

[125] Meglio spergiuro.

[126] All’angustioso, al bisognoso.

[127] Affaticôe tormentôe sanno di decrepitezza. Dicesi affaticò, tormentò.

[128] Cader la faccia, significa non reggere a tanto avvilimento, e simili.

[129] Mala parola. Mala è in senso d’iniqua e fraudolenta.

[130] Dimentichevole, qui è adoperato in senso di avverso a pietà, e ad umani affetti.

[131] Concetto Evangelico, il quale rende più popolare a questo modo, e rivela eziandio la divina carità: — il sole si leva anche a splendere sui malvagissimi come su’buoni, e il mare è palese e in bonaccia a’corsai come agl’industri ed onesti navigatori.

[132] Ricontare; meglio raccontare.

[133] Ricognoscere, latinismo: Riconoscere.

[134] Trapassate, antiche, vecchie.

[135] Sentenzie, latinismo.—Sentenze.

[136] Secondo tempo, secondo il tempo è favorevole, del tempo propizio. [secondo=propizio: ndr]

[137] Chiara, qui vale fortunata.

[138] Verno significa in questo luogo, oscurità, miseria della vita.

[139] Fiaccati, soverchiati da disgrazie.

[140] Sottintendi, cessano, o mancano.

[141] Congiungesse.

[142] Dividerebbe.

[143] Si dee discucire. È detto a simiglianza delle cose materiali, per farne vie più comprendere il concetto. Si dee sciogliere.

[144] Strani, che non si conoscono, non amici.

[145] È molto lontano.

[146] Stoltia, pazzia, ira cieca, ec.

[147] Drieto, fuori d’uso e decrepito. È compatibile, ma assai raramente, in poesia: nella buona prosa, non mai. Dicesi dietro.

[148] Fragile.

[149] Ferire.

[150] Diliberare, meglio deliberare, e vale Discutere, prender consiglio.

[151] Accorciativo di festeggiavano; però da non adoperarsi più a’ nostri giorni.

[152] Intensioni, o tensioni, nel senso morale, significa grandi lavori, e fatiche intellettuali che tengono tesa la mente e la stancano.

[153] fedita, non più in uso: ferita.

[154] L’ortografia moderna usa il v in vece dell’u; onde sentesi Svetonio e non Suetonio.

[155] Meglio e più usato prosegue.

[156] Lassare, vecchio e disusato. Lasciare.

[157] Si adumili: si umilii.

[158] nel testo: medesimo [ndr]

[159] Minimi.

[160] Usata, avvezza.

[161] Die. latinismo da dies. Dicesi dì, o giorno.

[162] Temoroso non dirai, perché non dicesi temore; ma timore, e timoroso.

[163] Stretta.

[164] Aiutorio, latinismo, da adiutorium, non è più in uso, e dicesi aiuto.

[165] Spartiti, divisi.

[166] Che si spiega così: — Quando il senso e le passioni prevalgono, ogni virtù e gentile affetto è spento.

[167] Di adoperato in luogo di da. Di terra, per da terra, elegante modo italiano.

[168] Distemperanza: meglio e più in uso intemperanza.

[169] Diece, disusato. Dieci.

[170] Nimistadi per inimicizie, è più della poesia che della prosa.

[171] È guidata, è accompagnata.

[172] Pentere, per pentimento.

[173] Compererò, o comprerò.

[174] impeto, per cieca passione, per istinto di carne.

[175] Discorrere, qui vale sparire, andar via, disperdersi, ec.

[176] Non mentisco a te.

[177] Spervertio, vecchio e disusato. Pervertì.

[178] Lieva, disusato: leva, togli.

[179] Vuoi.

[180] Lo spesso andare a femmine, qui vale frequentare spesso la conversazione delle donne, essere sovente in loro compagnia, ec.

[181] Contendere, vale in questo luogo, discutere a lungo, e caldamente.

[182] Dii, non più in uso. Dici.

[183] Benchè.

[184] Antiponere, latinismo, e vieto. Anteporre.

[185] Gli antichi usavano indistintamente li e gli innanzi all’s impura. Ora adoperasi senz’altro l’articolo lo nel singolare, e gli nel plurale.

[186] Rangolo, vale sollecitudine, affanno, cordoglio.

[187] Gli antichi usavano più frequentemente loda nel singolare, e lode nel plurale. Ora loda è affatto bandito, e dicesi lode nel singolare, e lodi nel plurale.

[188] Vili, qui vale di poco conto, spregevoli

[189] nel testo: ’nvididia.(ndr)

[190] Cicilia, antiquato, Sicilia.

[191] Laidire, bruttare, divenir sudicio.

[192] A potere, ad ogni potere.

[193] izza: Voce disusata: irragionevole irritazione.

[194] I conti, i conosciuti, gli uomini a noi noti dianzi.

[195] Pallidore, non più io uso Pallore

[196] paruta: qui significa veduta, comparsa.

[197] Gittar l’animo in alcuna cosa, elegante frase italiana e significa adoperarlo, porlo in alcun negozio.

[198] E dispone ad insalvatichire.

[199] Posato qui vale uomo di sereno e giusto animo.

[200] Irare per sdegnarsi, benissimo adoperato in iscritture di alto e generoso concetto.

[201] Cognosciamo, latinismo da cognoscor. Oggi non più in uso.

[202] Trapassare, vale tralasciare, trascurare, non curare, ec.

[203] Con più naturalezza, « faceste»

[204] Debolezza.

[205] Raddolcire, blandire.

[206] Calare, qui vale cedere, diminuire, ec.

[207] Cercherà.

[208] Indugerà.

[209] Amò.

[210] Posò.

[211] Discorrevole, leggiera.

[212] Èe, disviato e rancido. È.

[213] Mordicate, poco in uso. Morse, inasprite, ec.

[214] Dannaggio poco in uso. Meglio, danno.

[215] Assai più.

[216] Meglio, Prestito.

[217] Increscemi, mi pesa, m’è venuta in fastidio, ec.

[218] Mondane cose, e solo d’interessi vani del secolo, e della materia peritura.

[219] Proferire, dire.

[220] Osserva, mantiene.

[221] Altronde, da altro luogo.

[222] Garzonevole, a modo di garzone; ma garzonevole non è più in uso.

[223] Rinforzicare, non dirai; ma rinforzare.

[224] Aguto, ferro acuminato. Acuto.

[225] algarosa non è nei moderni vocabolari; ma qui vale piena d’alterigia.

[226] è leggerezza, è pochezza di mente.

[227] Non sarà godioso, non godrà. Godioso è voce disusata.

[228] Abbo, vieto, e latinismo corrotto, da habbeo. — Ho.

[229] Diliganza non è più ne’  vocabolari, ma sì delicatezza. Qui dilicanza vale blandizia, diletto, ec.

[230] infiato: gonfio, insuperbito. [ndr]

[231] Scipio, voce latina. — Dicesi oggi Scipione.

[232] Buonamente, è avverbio, e vale alla buona, con bontà, di cuore, ec.

[233] Cassioro, nel testo [ndr]

[234] Il Giullare era un poetastro de’  tempi di mezzo, ti quale, messo il liuto ad armacollo, andava per le Corti de’  Grandi, per Borgate e per Castella, cantando versi d’amore ed assistendo a giostre ed a conviti.

[235] Algaria, voce antica, e significa alterigia.

[236] Pensa cose eminenti, e di salire in alto.

[237] Si dibassa, si avvilisce.

[238] D’alcun atto reprensibile.

[239] Far per loro, qui vale convenire.

[240] Dottene, composto di tre parole monosillabe, ma di aspro suono. Meglio semplicizzarlo e dire te ne do.

[241] Iudice, latinismo da iudex. Giudice.

[242] Figura alla seicento, sul modo del Marini e dell’Achillini. Ognuno certo ricorderà il verso — Sudate o fuochi a liquefar metalli, che fece chiacchierare i letterati per più secoli; intanto niuno dice niente a Fra Bartolommeo, perchè è testo di lingua. Bella ragione a legittimar modi strani e pieni di gonfiezze!

[243] Istrabattere: abbattere soverchiamente, ma oggi è poco in uso.

[244] Raddolchi, è voce vieta — Raddolcisca.

[245] inodia, ha in odio; ma inodiare oggi non è più della buona e gentile lingua.

[246] d’ottarsi: desiderare per sè, augurarsi.

[247] nel testo fa parte del n. 25; in altre edizioni più giustamente la seconda parte del 25 forma autonomamente il 26.

[248] Così nell’ed. Nannucci. Nel testo troviamo: contigia.

[249] nel testo: Più fede è credere nato, che scito. (ed. Nannucci)

[250] misagio: voce antica: disagio, calamità, disavventura.

[251] Cosa, la quale non puoi mutare, sofferala non colparla. (Nannucci) (ndr)

[252] nel testo: quello (da Nannucci)

[253] nel testo: anzichè.

[254] misavvenimenti: mala ventura, eventi contrari, eventi sfortunati.

[255] Quelli, che non in lor colpa hanno perduto, ciascuno lor perdona, e pochi li soccorrono. - Sic evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit.

[256] leanza: lealtà.

[257] Sì t’è donna: signoreggerà te.

[258] Sè medesimo offende.

[259] Immagine evidente della vita umana, che tanto si stenta e dura fatica a tirarla su con decoro, sanità e timor di Dio, e quindi in un sol giorno, anz’in un punto, vien troncata, e con essa cadono tutte le speranze.

[260] Ciò, vale queste.

[261] Empia sentenza, avversa a morale, e a buona e santa filosofia. il Vangelo ha predicato agli uomini l’amore ed il perdono, ed ha sbandeggiato l’odio e la vendetta inculcata dal pagano filosofo.

[262] Con premeditazione.

[263] Di mezza mano, cioè di mezzana condizione; così in Pallad. Febbr. 9. Vite di mezza mano.

[264] Per intendere qui, e di sotto il sentimento di Tullio, conviene riportare le parole latine di lui, che sono iam domuitionem Reges Atridae parant, mal tradotte dal volgarizzatore

[265] Ci addivengono, ci avvengano, ci succedono.

[266] Il testo fra parentesi quadre è stato ripreso dall'ed. Nannucci

[267] Estasi.

[268] Migliore e più usato raggi.

[269] Latinismo. La Chiesa.

[270] Voce disusata. Dirai elevatezza. - Nannucci corregge in autoritadi.(ndr)

[271] Da non potere sapere esprimere.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 24 febbraio 2009