Antonio Pucci

 

Gismirante

 

 

 

Edizione di riferimento

Fiore di leggende, cantari antichi, editi e ordinati da Ezio Levi, serie prima, cantari leggendari, Gius. Laterza & figli Tipografi—Editori—Librai, Bari 1914

 

I prego voi che ciaschedun m’intenda,

però che questo è il fior della leggenda.

Reina d’Oriente, c. iii, ott.

PRIMO CANTARE

1

I’ prego Cristo, Padre onnipotente,

che per gli peccator volle morire,

che mi conceda grazia nella mente,

ch’ i’ possa chiara mia voluntá dire;

e prego voi, signori e buona gente,

che con affetto mi dobiate udire.

I’ vi dirò d’una storia novella,

forse che mai noll’udiste sí bella.

2

Ben voglio che saciate, buona gente,

ch’un, ch’ebe nome il cavalier Cortese,

si dipartí per alcuno accidente

dal re Artúe e di tutto il paese,

e tanto cavalcò continuamente,

che giunse a Roma nel nobil paese,

e quie ebe un figliuol, che nutricare

lo fece e di vantaggio amaestrare.

3

Quando di quindici anni e’ fue in etade,

più ch’altro in trenta era gagliardo e forte.

Venendo il padre in grande infermitade,

disse: — Figliuolo, i’ dubito di morte:

però, s’ io muoio in questa contrada,

none istar quie, e vattene alla corte,

e racomándati a messer Tristano,

a Lancelotto ed a messer Calliano. —

4

E poco istante che morí, avante

al suo figliuol nulla non può più dire.

El damigel, c’ ha nome Gismirante,

a grande onore il fece sopellire,

e po’ si dipartí a poco istante:

andonne in corte sanza ritenire,

e come il padre gli aveva contato,

a que’ baron si fue raccomandato.

5

E per amor del suo padre ordinâro

 tanto che stette in corte per donzello;

e serviva sí ben, che L’avie caro

il re Artúe sopr’ogni damigello,

e tutti i cavalieri inamorâro,

tanto egli era apariscente e bello;

ed insegnargli giostrare e schermire,

sí che fu sopra ogn’altro pien d’ardire.

6

Cosí sett’anni fece dimoranza

e fe’ in tal tempo molte cose belle,

avendo in quella corte per usanza

che non vi si mangiava mai cavelle [1],

né sera né mattina per certanza,

se di fuor non venia fresche novelle;

avvenne un dí che per cotal cagione

non mangiò il re, né niuno suo barone.

7

E, quando fu venuto l’altro giorno,

novelle fresche ancora non venia;

e Gismirante, il damigello adorno,

andonne a re Artúe, e si dicia:

— Fatemi cavalier sanza soggiorno. —

E, po’ che fatto fue ciò che volia,

disse partendo: — Non ci torno mai

che caverò la corte di ta’ guai. —

8

E cavalcando gia pregando Iddio

che gli mandasse ventura alle mani,

per la qual cosa che di tanto rio

possa cavare i cavalier sovrani.

Tutto quel giorno cavalcò con disio,

e po’ la notte non trovò ch’il sani.

Po’ la mattina si ebe trovata,

come Iddio volle, una saputa fata.

9

La qual lui salutava, e poi gli disse:

— Di stran paese qua venuta sono,

però ch’io non voleva che perisse

cotanta buona gente in abandono:

in prima che di lá mi dipartisse,

i’ procacciai di recarti un bel dono,

che, se tu ’l porti in corte al re davanti,

mangiar potrai co’ cavalieri erranti.

10

Sapi che del reame, dond’i’ vegno,

è la più bella pulzella del mondo,

figliuola di uno re, che tiene a sdegno

ogni prod’uomo, e sie qual vuol giocondo,

e non si può veder che per ingegno

se none un dí dell’anno sanza pondo,

cioè la vilia [2] di Santo Martino.

Allor va il bando per questo latino:

11

che a quellavilia, ch’io t’ ho manifesta,

 non si lasci veder persona, quando

la figliuola del re ne va alla festa

 per suo diletto un poco solazzando.

Chi sarà fuor, gli fie mozza la testa

a chi cadesse in cosí fatto bando,

si che in casa per tema ognun si serra,

o se ne fuggon di fuor della terra.

12

Per questo San Martino, ch’è ora andato,

la vidi, e ’l viso mio non fue veduto.

Come il sogliar del Santo ebbe passato,

del capo un suo capello fu caduto,

ed io il ricolsi, ed hotelo recato:

in questo bossoletto [3] l’ ho tenuto:

portal davanti al re dalla mie parte. —

Ed ella il ringraziò, e po’ si parte.

13

E cavalcando sanza prender lena,

que’ che portava novella si buona

si giunse in corte, dove sanza cena

andato s’era a letto ogni persona.

E, come que’ ched allegrezza mena,

gridò: — Suso a mangiar, santa corona!

E que’, che avean tre giorni digiunato,

con allegrezza ognun si fue levato.

14

Po’ ch’ebono mangiato in questo tratto,

e Gismirante il bossol fe’ presente,

il re lo prese, ed il capel n’ ha tratto

per contentarne sé e la suo gente;

e Gismirante contò tutto il fatto,

come avie detto la fata presente;

e, riguardando il capello indovino,

ch’era duo braccia e parea d’oro fino,

15

e’ si dicieva alla gente l’ han vista:

— Questa dé’ esser sopr’ogn’altra bella:

e veramente qual uomo l’acquista,

l’amor di cosí fatta damigella

deb’avere di pregio al mondo lista,

più che altro cavalier che monti in sella;

però che, imaginando suo bellezze,

deb’avanzar tutte le gentilezze. —

16

E Gismirante, po’che fue passato

alquanti giorni di cota’ parole,

in grazia al re Artúe chiese comiato,

de la qual cosa il re forte si duole.

Infine molti arnesi gli ha donato,

quando pur vede che partir si vuole,

e po’ gli disse: — Or va’, e quie ritorna,

ed e’ va per veder la dama adorna.

17

Ben otto mesi e piue ha cavalcato,

sanza trovar ventura questa volta;

ma pure una mattina fue arrivato

in una selva ch’era molto folta;

cosí guardando vide da l’un lato

un drago ed un grifon con forza molta

che s’azzufâro; ed e’ si fe’ campione,

e liberollo, e uccise il dragone.

18

Po’ cavalcava il damigel selvaggio,

fuglisi innanzi un’aguiglia [4] parata,

incominciògli a fare grande oltraggio,

però che fortemente era affamata.

El damigel, come discreto e saggio,

di groppa al suo cavallo ebbe levata

un gran pezzo di carne, e si gliel diede.

Ella si parte, e mai nolla rivede.

19

Po’, cavalcando il damigel pregiato

per quella selva dove dovea andare,

trovò uno isparvier, ch’era allacciato

ad una siepe, e non potie volare.

Ed e’, come gentile, fu smontato,

e sviluppollo, e po’ il lasciò andare.

E l’aguiglia, e ’l grifone, e lo sparviere

eran per arte posti in tal maniere.

20

Nel capo della strada per uscire

fuor della selva, dove cavalcava,

ed eccoti una fata a lui venire,

e domandollo quel perch’egli andava.

Egli le disse: — Dama, a non fallire

i’ vo’ colá dove l’amor mi grava. —

E raccontolle dal piede alla cima

ciò ch’avie detto la fata di prima.

21

Ed ella disse: — Quel per che tu vai

ti fia molto impossibile acquistare,

ma, se mi crederai, tu non andrai,

ed istara’ti meco a sollazzare:

i’ ti prometto, se tue non vi vai,

ch’i ti farò contento sanza pare. —

Ed e’ rispuose: — E’ convien pur ch’i’veggia

quella che fa murir chi la vagheggia.

22

Ma s’ io nolla acquisto al mio volere,

i’ non ti lascerò per alta dama,

e priegoti che col tuo gran sapere

consigliami di quel che ’l mio cor brama. —

Ed ella gli donò un gran destriere,

dicendo: — Questo è di sí fatta fama,

porteratti in tre giorni sanza inganni

lá dove il tuo non andrebbe in dieci anni.

23

I’ vo’ che mi prometti di tornare,

e le parole tue sien piú che carte.

— Subito le rispose d’osservare

i suo’ comandamenti, e po’ si parte:

e tanto forte prese a cavalcare

con quel caval ch’era fatto per arte,

che in capo di tre giorni fue arrivato

alla cittá del viso angelicato.

24

E tanto ad uno albergo prese stare,

ch’alquanti giorni a San Martin fu presso;

e, come i cittadin vide armeggiare,

montò a cavallo, e fue con loro adesso,

e tutta gente fa meravigliare,

sí ben port’asta e tanto rompe ispesso.

La damigella da’ baron procura,

ma veder lei non puote criatura.

25

Quando il dí della vilia fue venuto,

e lo re fe’ da sua parte bandire

che qual dalla donzella fie veduto

subitamente lo farà morire,

e chi si stia in casa come muto,

e chi di fuori si deba fugire.

L’albergatore all’albergo n’andoe,

e Gismirante con lui si posoe.

26

E, come damigello ardito e saggio,

quando per la cittá non è cristiano,

subitamente armato di vantaggio,

uscì di casa con la spada in mano.

Signor, pensate nel vostro coraggio [5]

che si dicea del cavalier sovrano,

con armato in sul destrier corrente!

E’ nella chiesa entrò subitamente.

27

E, non trovando criatura in Santo [6],

di testa s’ebe tratta la barbuta [7],

perché di quella cui amava tanto

la faccia sua potesse aver veduta,

ed e’ poi si nascose da l’un canto

dietro a l’altare, e punto non si muta,

dicendo: — Di mie morte fie memoria,

o io acquisterò quie gran vittoria! —

28

Or eccoti venir quella donzella

in compagnia ad un leone e un drago,

ed adorando al crocifisso; ed ella

vide colui ch’era cotanto vago,

il qual parlò con ardita favella,

che di suo morte non curava un dado.

— Dama, merzé, bench’io serva la Morte,

che per vederti vengo infin da corte! —

29

Ed ella, riguardando Gismirante,

ch’era si bel che contar nol potrei,

e imaginando poi in sé davante

le cose ch’egli avie fatte per lei,

ridendo disse: — I’ ti vo’ per amante,

ma fuor di questa terra uscir vorrei:

però, se mi vorrai al tuo dimíno,

verrai per me istanotte a matutino. —

30

Quand’ella gli ebe ben tutto insegnato

ciò ch’egli avesse a far nel suo venire,

la donna del baron prese comiato

dicendo: — Addio, addio! — nel suo partire.

Quando fue tempo, il cavalier pregiato

all’albergo tornò sanza fallire.

L’albergator domandò onde venia.

— Taci — diss’egli, e non gli rispondia.

31

Po’ cavalcò a piè d’una finestra,

ch’ella avie detto che dovesse andare,

e la donzella, sí come maestra,

tutte le guardie fe’ adormentare.

Com’ella il vide, disse ardita e presta:

— O cavalier, come voglián portare

certe mie gioie? — Ed e’ parlò giocondo:

— Vienne pur tu, ch’i’ non curo altro al mondo. —

32

Ed ella gli gittò di molte cose

di gran valuta, e di piccol vilume,

come far gemme e pietre preziose,

che le teneva per cotal costume;

ed una verga sotto si ripuose

che faceva seccare ogni gran fiume:

toccato da l’un lato, il fa seccare;

po’, ritoccando, lo fa ritornare.

33

E po’ s’armava a guisa d’un scudiere,

e per le scale iscende nella stalla,

e si montava sopra un buon destriere

sí di legier, che pare una farfalla,

e giunse fuor dov’era il cavaliere.

Veggendola, egli d’allegrezza galla [8];

pugnendo degli isproni il destrier forte,

giunsono ad una delle mastre porte.

34

Quando le guardie si fûr risentite,

cominciâro a gridar con gran romore:

— Che gente siete voi, ch’atorno gite

la notte, prima che venga l’albore? —

Rispose il cavalier: — Se non ci aprite,

per Dio superno, fia il vostro pigiore:

novelle noi abiam che i saracini

hanno istanotte passato i confini.

35

— Veracemente che per questa istrada

disser le guardie — vo’ non passerete. —

Mise mano Gismirante alla spada,

dicendo: — O vo’ci aprite, o vo’ morrete’ —

Disson le guardie: — Messer, ciò che v’agrada

fornito sia, s’un poco attenderete. —

Trovâr le chiavi, e apersono la porta,

ed oltre passâr via sanz’altra iscorta.

36

E ’nanzi giorno più che dieci miglia

fu dilungato la dama e ’l donzello;

e, quando il re non ritrovò la figlia,

fece suonar la campana a martello,

e fece armar tutta la suo’ famiglia,

e molta gente sotto il suo penello [9]:

sí che con più di mille cavalieri

gli seguitò, spronando i buon destrieri.

37

E cavalcando sanza prender soste,

di lungi ben tre miglia ebon veduti

duo cavalier che salieno le coste,

benché da lor non furon conosciuti,

e lo re sopra ciò fecie proposte,

sien seguitati quegli a spron battuti.

Allor la giente sua non aspettava

l’un altro, e forte ciascun cavalcava.

38

E volgendosi indietro la piacente,

vide e conobbe que’che gli seguiéno,

e disse a Gismirante: — Omè dolente,

se siano giunti quie, come fareno?

Ma qua nel piano ha un’acqua corente,

con questa bacchetta la pasereno:

se giugneranno, non potran passare:

per altro modo non possián scampare. —

39

E, quando fûro a quel fiume ch’io dico,

toccò colla bacchetta, e disse: — Passa. —

Quand’ella fue passato, al modo antico

fece alzar l’acqua, dov’era più bassa.

Ella, piangendo, si diceva: — Amico,

non gli aspettar, ché son troppo gran massa.

Ed e’ rispose: — Amor, non te ne caglia,

ché io non lascerò questa battaglia. —

40

e la donzella istava inginocchiata,

pregava quel baron, forte piangendo;

e que’ percosse alla prima brigata,

ch’eran dinanzi, che venian correndo,

e, col destrier che gli donò la fata,

quanti ne giugne tutti va abattendo.

ond’ e’ in volta si gli mise tutti

e dopo questi vennon di piú dotti.

41

E Gismirante, vedendo lor mossa,

arditamente tra lor si mettea,

e ’l suo cavallo era di sí gran possa,

che pur col petto tutti gli abattea;

po’ giunse il re colla sua gente grossa,

e Gismirante, isgridandol, dicea:

- Renditi per pregione, o cavaliere! —

ed e’ rispuose: — E’ ti falla il pensiere. —

42

E ’nverso il re col buon destrier si serra,

e diègli un colpo, che cade istordito:

e la sua gente, vedendolo in terra,

misonsi in fuga per miglior partito.

El franco cavalier, vinto la guerra,

e’ disse al re, po’che fu risentito:

— Per me convien che sia la tua finita. —

Ed e’ rispuose: — La morte m’è vita. —

43

E Gismirante disse: — Per amore

della tuo figlia, i’ ti vo’ perdonare,

e per suo amor i’ ti farò onore;

in corte del re Artúe la vo’ menare. —

Cosí rimase il re con gran dolore.

E quel baron, volendo ritornare

a quella giovinetta che l’aspetta,

il fiume fe’ seccar colla bacchetta.

SECONDO CANTARE

1

Divina Maestá, superna Altezza,

da cui le grazie vengon tutte quante,

prestami grazia con tanta fortezza,

cli’ i’ possa seguitar di Gismirante

e della dama adorna di bellezza,

che gli fue tolta per dormire avante

da l’uom selvagio, che la porta via,

com’io vi dissi nel cantar di pria.

2

Vo’ sapete, signori e buona gente,

che molte cose si facien per arte [10],

ed io v’intendo nel cantar presente

di raccontare quie alcuna parte,

che per darvi diletto chiaramente

di novitá, cercando vo le carte,

e quel, che piace a me, vi manifesto;

e torno a Gismirante, che s’ è desto.

3

E, non trovandosi al capo colei

per cui e’ s’era afaticato molto,

con gran sospiri piange e dice omei,

dandosi spesso delle man nel volto;

e dicea: — Iddio, ben saper vorrei,

almen saper chi tanto ben m’ha tolto. —

Afogato si saria veramente

se non che la fata gli tornò a mente.

4

E, cavalcando verso quella fata.

dove promesso avie di ritornare;

ed e’ trovò un’acqua ismisurata,

che niuno uomo nolla può passare;

ed e’, come persona disperata,

si voleva in quel fiume afogare.

Ed eccoti venuto a lui il grifone,

ch’egli avie liberato dal dragone.

5

E come que’ che per arte parlava,

diceva: — Cavalier, montami adosso; —

ed egli, udendo ched e’ favellava,

meravigliossi, e tutto fu riscosso;

per disperato adosso gli montava,

pensando ch’egli il gittasse nel fosso;

e ’l grifone il passò dall’altro lato,

e puosel giù, e fussi dilungato.

6

Ed egli andò tanto cosí a piede,

ch’a quella fata fu giunto presente;

e quella fata volentier lo vede;

po’ lo domanda di quel convenente;

ed e’ rispuose: — Dama, in buona fede,

che fo di ciò ch’io acquistai presente? —

Ed ella, che sapea, disse: — Tu l’ hai

perduta sí che mai non la riavrai.

7

Ma, stu vuoi istar meco, amico mio,

più ch’altro al mondo ti farò contento. —

Ed e’ le disse: — Per l’amor di Dio,

a racquistar la donna i’ ho lo ’ntelletto.

Ella, vedendo il suo fermo disio,

puose da lato ogni suo intendimento,

e disse: — Sapi ch’ell’ è in cotal parte

con un selvagio, ch’è fatto per arte,

8

e ’n un castello di metal dimora,

Ch’è sanza porta, entrata molto ha presta,

con quarantatré dame, che di fuora

ha conquistate per arte sí destra;

or te ne andrai in su la cotal ora,

e’ sará fuori, ed ella alla finestra,

e di’ che facci tanto per ingegni

che l’uom selvagio dov’ ha ’l cor le ’nsegni.

9

E Gismirante con un buon cavallo

entrò in cammino, e prese a cavalcare,

tanto che giunse al castel del metallo.

E l’uom selvagio er’ito a procacciare.

A poco istante vide sanza fallo

la damigella alla finestra istare,

la qual parlava con parole iscorte:

— Fuggiti tosto, se non vuo’ la morte. —

10

E Gismirante con molto valore,

come insegnato gli aveva la fata:

— Fa’ che tue sapi dove tiene il cuore

questo malvagio, che mi t’ha furata. —

Ed ella gli rispuose: — Tanto amore

mi mostra più ch’a l’altre ogni fiata,

saperò bene il vero manifesto. —

Ed imboscato esso si fue presto.

11

Tornando l’uom selvagio, e la donzella

gli cominciò a mostrar grand’allegrezza,

ed e’, che la vedea cotanto bella,

si dilettava della suo bellezza.

E, cosí istando insieme in braccio d’ella,

disse: — Amor mio, venuto m’è vaghezza

di saper dove il tuo cuore si posa,

per adorarlo sopr’ogn’altra cosa. —

12

Rispuose l’uom selvagio: — I’ t’amo tanto,

e lo mio amore a te ho dato intero,

al tuo piacer son dato tutto quanto;

e del mio cuor ti conterò lo vero. —

Sí come un uom che di malizia ha vanto.

le fe’ vedere il bianco per lo nero,

dicendo, e mostrando una colonna:

— Qui dentro è il cuor di chi t’ ha fatto donna.

13

E la donzella savia ed insegnata

alla risposta sua niente crede;

ma tutta notte istette inginocchiata,

mostrando d’adorarlo in buona fede,

e l’uom selvagio ridendo la guata,

e che l’adori veramente crede.

Ma, quando assai durato ebe, dicía:

— Deh! tue adori invano, anima mia. —

14

Ma, poi ch’io vegio il tuo animo puro.

dov’e’ il mio cuor saprai a questo tratto:

Sapi ch’egli è in luogo sí sicuro,

ch’offender non si può in niuno atto,

che ’l guarda un animale fiero e duro,

per arte e per incantamenti è fatto,

e quel si chiama il porco troncascino,

ch’a Roma signoreggia ogni camino.

15

E, benché morto fusse l’animale,

chi l’uccidesse arebbe fatto invano,

perch’una lepre sopranaturale

gli uscirebbe di corpo a mano a mano;

e, benché morta fusse, ancor non vale,

ch’un paserotto ha ’n corpo vivo e sano,

il qual tiene il mio cuore alla sicura:

or vedi ben s’ i’ debo aver paura. —

16

E, cosí ragionando, apparve il giorno,

e l’uom selvaggio uscí fuori a cacciare,

e Gismirante al castel fe’ ritorno,

in su quell’ora ch’egli il vide andare.

La damigella col bel viso adorno

dalla finestra prese a parlare:

— I’ ho saputo ciò che vuo’ sapere,

ma tutto il mondo no! potrebbe avere. —

17

Ed ebegli contato a motto a motto

de l’uom selvaggio come detto avea,

e poi gli disse: — Partiti di botto,

e non ti dar di me malinconia. —

E Gismirante face gran corrotto [11],

non sapiendo pigliare alcuna via,

sí ch’ella tornò dentro isconsolata

e Gismirante ne tornò alla fata.

18

E disse, sí com’egli avie sentito,

del porco troncascin, dalla donzella.

Disse la fata, quando l’ebe udito:

— Non ragionar mai più di tal novella,

ché non potre’ con lui, tant’è ardito,

se’ milia cavalieri armati in sella,

che de’ roman gran tempo s’ è pasciuto,

perché a forza gli danno tal trebuto. ‑

19

Ed egli, udendo quel ch’ella dicea,

più volte sospirando disse: — Omei! —

ma pel gran ben ch’a la donna volea, disse:

— Io intendo di morir per lei. —

E con sospiri molti le dicea:

— Sievi raccomandato i fatti miei,

perch’io credo ben provar co’ l’armi:

s’ e’ mi bisogna, piaciavi d’atarmi. —

20

Quella, vedendo suo perfetto amare,

gli disse allora: — Va’ sicuramente. —

Ed e’ si mosse sanza dimorare,

sí come pellegrin subitamente,

e tanto forte prese a caminare,

che giunse a Roma il cavalier possente,

e giunse in corte dello imperadore,

per le iscale va verso il senatore.

21

Trovò a mezza iscala un cavaliere,

e ’n carità, per Dio, gli fe’ domando;

ed e’ gli disse: — Sozzo poltroniere!

come va’ tu in tal modo gaglioffando?

Ma vuo’ tu meco istar per iscudiere? —

Ed e’ gli disse: — Sie al tuo comando.

Ed e’ gli disse: — I’ ti farò insegnare

a servire innanzi e a cavalcare.

22

E Gismirante disse: — In veritade,

ch’i’ so ben cavalcare e ben servire. —

Ed e’, vedendo ch’egli avie bontade,

fégli trar la schiavina [12] e fél vestire.

Ed e’ pareva pien di nobiltade

e appariscente sopr’ogn’altro sire;

e, po’ che in ben far fu conosciuto,

piú ch’altro in corte era caro tenuto.

23

E cosí istette dimorando alquanto.

Un giorno ch’ e’ si stava per la corte,

ed e’ sentí levare uno gran pianto;

onde dimanda di sí fatte sorte.

Ed un gli disse: — Egli si piagne tanto,

perché lo ’mperador manda alla morte

al porco troncascino un suo figliuolo,

di che tutta la corte n’ ha gran duolo. —

24

Parlava Gismirante immantanente

a quel barone, sí parlava iscorto:

— Or ben vi dico che la piú vil gente

che sia nel mondo pano averlo morto. —

Disse il baron: — Tu erri fortemente,

e dico io che tu ragioni il torto,

ch’egli è per arte fatto in tal maniera,

che come il diavol percuote la sera. —

25

Rispuose Gismirante: — S’ i’ avessi

buon’arme e buon cavallo in mie podésta,

vómi obrigare, s’ io no l’ucidessi

sanz’altro aiuto, di perder la testa. —

Mostra che quel baron sí lo intendessi;

andò all’imperadore, e non fe’ resta,

e disse come si era vantato.

Lo ’mperadore ebe per lui mandato [13],

26

e sí gli disse: — Vedi che m’ è detto

che tue ti vanti della cotal cosa,

se ’l vanto tuo vuo’ mettere in effetto,

i’ ti darò mie figlia per isposa. —

Allor rispuose il nobil giovinetto:

— I’ non vogli’ altro ch’arme poderosa. —

Disse lo ’mperador: — Arme e destriere

ara’ miglior che avesse cavaliere. —

27

E fe’ venir quant’arme in corte avea,

dicendo: — Prendi la qual piú ti piace; —

ed e’, provando, tutte le rompea

dicendo: — I’ vogli’arme piú verace. —

Lo ’mperador vede quel che facea:

disse: — In costui ha forza molto aldace [14]. —

E fe’ venire un’arma molto antica,

che quattro la portavan con fatica.

28

E Gismirante, dell’arme contento,

disse: — Dov’è il caval ch’io debo avere? —

In suo presenza venner più di cento;

ei li provava col suo gran potere,

che montandovi su con valimento,

pur colle cosce gli facie cadere;

e disse: — Imperador, fate che venga,

se ci ha miglior caval che mi sostenga. —

29

Disse lo ’ mperadore: — I’ n’ho ben uno,

che mangia per condotto e sta in catene,

che sopra gli altri è forte e di pel bruno.

Fusse chi lo sellasse, arestil bene;

ma ne la istalla none andrebbe niuno,

perché gli ucidech’ inanzi gli viene. —

E Gismirante vi si fe’ menare,

e giunse a lui, e cominciò a gridare.

30

Il cavallo diede una tale iscossa,

perché non era usato a quelle istrida,

che tutta ruppe la catena grossa;

e Gismirante verso lui si fida,

e diedegli col pugno tal percossa,

che ’nginochione in terra si rannida,

e lasciossi imbrigliare e por la sella,

e menar fuor com’una pecorella.

31

Quando lo ’mperador l’ebe veduto

in su quel fiercavallo, e tutto armato,

disse: — Costui debe esser pro’ e saputo,

e ’l più prod’uomo ch’al mondo sie nato. —

Mandò per lui e disse: — I’ son pentuto:

i’ non vo’ che tue vali a tal mercato;

il mio figliuol vo’mandare a morire,

anzi che perder te, c’ ha’ tanto ardire.

21

E Gismirante gli disse: — Messere,

questa battaglia non si può stornare. —

Ed e’, vedendo pure il suo volere,

subito fe’ tutta suo gente armare.

Ed e’ parlò: — Egli è contra ’l volere; —

disse: — Signor, per Dio, lasciami fare:

ché, se bisogna, fa’ che sien con teco,

socoreranti; manon vo’ sien meco. —

33

Lo ’mperador col populo romano

con Gismirante uscîr fuor della terra,

e tanto caminâr che, di lontano

vidon la fiera che facíe tal guerra,

e Gismirante rimase nel piano

tutto soletto, se ’l libro non erra,

e gli altri tutti andar su le montagne,

e molta gente Gismirante piagne.

34

Mostra che ’l giorno era nivicato

il cavallo e ’l baron coperto a bianco,

ed il porco a guatare era abagliato,

e giace in terra come fusse istanco;

e Gismirante, il damigel pregiato,

e come cavaliere ardito e franco,

accomandossi a Dio, e colla lancia

percosse il porco; e feri ’l nella pancia.

35

E, quando il porco si sentí fedito,

ruppe la lancia, e rizossi destro:

inverso Gismirante ne fu ito,

come demonio feroce ed alpestre;

e Gismirante col brando forbito

si difendea da lui, come maestro,

e in sulla schena un tal colpo gli dava

colla sua spada, ma nollo accarnava [15].

36

Onde pensò fargli fare una corsa,

per sangue che gli uscía della fedita,

dicendo: — In prima che da lui sie morso,

il porco, credo, lascerá la vita. —

Ma, come un cane ch’assalisce l’orso,

correva il porco colla testa ardita;

e quella gente, vedendol venire,

per tema incominciâr tutti a fuggire.

37

Il porco giunse, e subito gli tolse

a pezzi a pezzi tutta l’armadura:

levando, quel cavallo i calci porse,

tale che cade in su la terra dura.

E Gismirante col caval si volse;

il porco al petto del caval si tura [16]

e quantunque e’ ne prese colla branca,

menollo a terra della spalla manca.

38

E Gismirante incominciò a chiamare

l’aiuto della fata a mano a mano,

ed e’ sentí una boce gridare:

— Saltagli adosso col coltello in mano,

conciosiacosaché non può scampare,

dagli nel fianco lâ dov’è più sano. —

Ed e’ si rincorò, e molto isnello

gli saltò adosso, e diègli del coltello.

39

E, come piacque alla fata gentile,

che gli avie tolto la forza e la lena,

il porco cominciò a diventar vile,

perché del sangue avie vòto la vena,

e Gismirante giá non gli era umile,

dandogli per lo fianco e per la schena [17],

tanto che ’l porco cade in terra morto,

onde a sparallo fue presto ed accorto [18].

40

E’ non poté isparar si pianamente [19],

che non uscisse la lepre gioiosa,

e none istette di correre niente

insin ch’andò nella selva nascosa.

Dicea Gismirante: — Omè dolente,

or ho io fatto nulla d’ogni cosa!

O gentil donna, che mi suo’ atare [20],

a questo punto non mi abandonare. —

41

E l’aguiglia [21] ch’egli avie pasciuta,

com’io vi dissi nell’altro cantare,

subitamente a lui fu venuta

onde la lepre non poté campare;

e, come negli artigli i’ ha prenduta,

a Gismirante l’ebe a presentare.

Disse: — Il servigio non si perde mai

tu mi pascesti, e or merito n’arai. —

42

Po’ si partí, e Gismirante spara [22]

la lepre come savio, pro’ [23], e dotto,

dicendo: — Tu mi gosti [24] tanto cara,

ch’i’ non vo’ che mi sughi il passerotto,

e parte che face la ragion chiara,

 per la bocca gli usci l’uccel di botto.

— Oimè lasso! — disse Gismirante

— ché ’I mio sapere non vale un bisante. —

43

La lepre gittò via il cavaliere,

vedendo il passerotto volar via,

e sí dicea: — Omè no’ m’ è mestiere

pensar di riaverlo in vita mia. —

Ed eccoti venir quello sparviere,

che quel baron da’ pruni isciolto avea,

e prese il passerotto vivo e sano,

a Gismirante sí lo mise in mano,

44

dicendo: — Cavalier, ben t’ho renduto

buon guidardon di quel che mi facesti,

quando tra’ prun mi trovasti caduto,

che come gentiluom tu mi sciogliesti:

però il servigio e’ non è perduto,

che a me, cavalier, far mi volesti;

e magiormente sarai meritato

da più possenti; — e fussi dileguato.

45

E Gismirante, i piè legato e l’ale

al passerotto, e’ miseselo allato,

e tornò al suo caval, bench’avie male,

e destramente su vi fu montato:

e lo signor di Roma imperiale

colla suo gente a Roma è ritornato,

e ’l porco troncascin lasciò isparato[25],

onde il barone a Roma fu tornato.

46

Lo imperadore e la suo gente, quando

sentiron la cittâ lor liberata,

e po’ tornando que’ ch’avie col brando

la libertá di Roma racquistata,

incontro gli si fér tutti armeggiando.

facendo festa della suo tornata,

e racettârlo co’ magiore onore,

che si facesse mai a niun signore.

47

E Gismirante avia tanta allegrezza,

perch’egli avea quel cher’ ito caendo,

e solo di partirsi avie vaghezza,

onde allo imperador parlò, dicendo:

— Santa corona, non vi sia gravezza

che al presente di partir m’ intendo. —

Della qual cosa assai si maraviglia,

perché intendeva di dargli la figlia.

48

Ma pur, vedendo la suo volontade,

di molte ricche gioie gli fe’ dono,

dicendo: — Quanti n’ ha in queste contrade

con esso meco al tuo servigio sono. —

E sí gli vuole dar gran quantitade

di cavalieri, ma e’ chiese perdono.

e po’ si dipartí, che mai non resta,

e giunse a quella fata ardita e presta.

49

Come la vide, disse: — Il passerotto

i’ l’agio vivo, ed hollo quie al lato. —

Ella rispuose: — Se’ tu istato dotto,

e’ ti fie pro che l’uomo è infermato:

se tu lo avessi morto, baron dotto,

non potresti a tuo donna essere andato;

perché conviene che alla suo vita

del castel mostri l’entrata e l’uscita.

50

Ma, se a colei, cui hai dato il coraggio,

potrai parlar da sera o da mattina,

dirai che dica ch’un medico saggio

gli vuol portar perfetta medicina,

e fie nicissitâ che l’uom selvaggio

gli mostri dell’entrare la dotrina:

come se’ dentro, istrigni il passerotto,

e l’uom selvagio si morrá di botto. —

51

E Gismirante andò né più né meno,

sí come detto gli avea la fata:

trovò la donna col viso sereno

alla finestra, e fégli l’ambasciata,

ed ella andò, e disse tutto a pieno

ch’egli l’ensegni l’uscita e l’entrata:

— Perch’un medico, ch’è di grande affare.

egli vi vuol venire a medicare. —

52

Ed e’ le disse: — Dolce amor mio bello,

te’ questo anello ch’io porto in dito,

che per virtù di questo ricco anello

vedrai l’entrata del castel gradito. —

La damigella subito prendéllo,

gittollo a Gismirante pro’ e ardito:

e Gismirante l’anello prendea:

allor l’entrata del castel vedea.

53

E, come dentro e’ fue Gismirante,

uccise il passerotto; e quel fellone

mise uno strido, e po’ morí davante.

E quelle dame, ch’egli avie prigione,

ch’eran quarantatré, e tutte quante

eran di gran legnaggio lor persone,

come lo vider, tutte inginocchiâro;

Iddio e lui molto ringraziâro.

54

E Gismirante molto bestiame

caricò d’oro e di ciò c’ ha voluto.

Po’ fér partenza, e gir con quelle dame

a quella fata che gli ha dato aiuto.

Ed ella disse: — Tutte le tuo’ brame

potuto ha’ sodisfar, se t’è piaciuto. —

Ed e’ si volse a lei: — La veritad’è

ciò che dite; ma non per mie bontade,

55

ma per vostra virtù, non colla spada,

ho acquistata la persona e l’avere.

E pognamo ched io a corte vada, dama,

per voi ho ciò ch’i’ ho a tenere.

Deh! datemi comiato, se v’agrada,

conciosiacosach’ i’ ho gran volere

di conducer davanti a re Artue,

questa mie donna con quarantadue. —

56

Ed ella disse: — Po’ che in tuo paese

vo’ ritornare, una cosa t’impongo,

che contro a ogni gente sie cortese,

e spezialmente a que’ c’ hanno bisogno.

Ch’io sono istato a tutte tuo’ difese,

benché di dirlo alquanto mi vergogno,

per quel che tue facesti a’ tre uccelli,

conciosiecosaché son mie’ fratelli. —

57

Ed e’ con allegrezza fe’ partita,

considerando a cui l’avie fatto,

dicendo: — Mentre ch’ io avrò vita,

la ragione aterù ad ogni patto. —

Quando si sente in corte la redita,

il re Artue con tutti i baron ratto

incontro gli si fêr piú di se’ miglia,

facendosi di lui gran maraviglia.

58

Po’ che le donne si furon posate

alquanti giorni dopo un gran mangiare,

e Gismirante l’ebe dimandate

s’elle volieno a casa lor tornare;

ed elle che n’avien gran voluntate,

dicieno: — Messer sí, in quanto a voi pare.

Ed e’ con gente assai in quantitade

tutte mandolle nelle lor contrade.

59

E que’ signor, di cui le dame sono,

sentendo questo fatto com’è suto,

tanto contenti e tanto allegri sono,

ongnun fan festa, quando l’han saputo,

e ciascheduno gli mandò gran dono

per merito di quello gran trebuto.

Il re Artù, c’ ha Gismirante in casa,

domandò della dama ch’è rimasa.

60

E Gismirante disse: — Quest’è quella,

di cui vidi il capello tanto biondo,

signore mio — contando la novella

rispuose il cavalier tanto giocondo.

Ed e’ rispuose: — Mai non montò in sella.

contento cavaliere in questo mondo,

come deb’esser tu di cotal dama. —

E la reina e tutte genti chiama.

61

E fecela isposare in suo presenza,

e puose lui in ricca e magna altura,

facendo festa con magnificenza,

come conviene a sí fatta misura.

E si regnaron con benevoglienza,

quanto piacque a Dio di somma altura,

moglie e marito sanza aver ma’ crucci.

Al vostro onor questo fe’ Antonio Pucci.

 

Note

______________________________

 

 

[1] cavelle, cose

[2] vilia, vigilia

[3] bossoletto: scatoletta

[4] aguiglia, aquila

[5] coraggio: cuore

[6] Santo, chiesa

[7] barbuta: elmo

[8] galla: da gallare: esultare

[9] penello, stendardo

[10] arte: inganno, magia

[11] corrotto: lamento (celebri i corrotti per la morte di qualcuno)

[12] schiavina: veste da gaglioffo

[13] ebe per lui mandato: lo mandò a chiamare, mandò un messo a chiamarlo

[14] aldace: audace

[15] accarnare: affondare la spada nella carne

[16] il porco al petto del caval si tura: il porco si tura la bocca azzannando il petto del cavallo

[17] dandogli per lo fianco e per la schena: dandogli coltellate sul fianco e sulla schiena

[18] onde a sparallo fue presto ed accorto: per cui fu veloce e attento ad aprirgli il ventre

[19] isparar: aprirlo, squarciarlo così lentamente, accortamente

[20] atare: aiutare

[21] aguiglia: aquila

[22] spara: colpisce con la spada

[23] pro’: prode

[24] gosti, da gostare, costare

[25] lasciò isparato: lasciò squartato

 

 

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Ultimo aggiornamento: 08 giugno 2006