Anonimo

ISTORIA DI TRE GIOVANI DISPERATI

E DI TRE FATE

 

 

Edizione di riferimento

Fiore di leggende, cantari antichi, editi e ordinati da Ezio Levi, serie prima, cantari leggendari, Gius. Laterza & figli Tipografi—Editori—Librai, Bari 1914

nota

Dell’Istoria di tre giovani, della quale non si conoscono manoscritti, queste sono le edizioni a me note:

1. Historia di tre giovani disperati e di tre fate, s. n. t. n. a. (circa il 1530), in-4° fig. È posseduta dalla Bibl. di Lucca.

2. Historia di tre Giovani disperati e di tre fate (gotico). Poi un intaglio in legno: a sinistra i tre giovani che dormono all’ombra degli alberi, a destra le tre fate. Quindi le prime 4 stanze; inc.: « Colui ch’ da Giovani hebe ’l batesmo »; fin.: « a lei rimase duo palmi di coda ». Stampato in Firenze nel MDLXVII. In-4°, caratt. rom. con segn. e cust. senza num., 6 if., 114 ott. — È nella Biblioteca di Wolfenbüttel, n. xxviii della miscell. citata.

3. Historia di tre giovani disperati & di tre fate (gotico). La solita xilografia, poi 4 ott.; inc.: « Colui che da Giovanni ebe ’l battesmo » fin.: « a lei rimase duo palmi di coda ». Stampato in Fiorenza nel MDLXX. — In-4°, caratt. rom., con segn. e cust. senza num., 144 ott., 6 ff. — Se ne conoscono due esemplari, uno a Wolfenbüttel (n. lxxxvii) e uno nella Melziana di Milano.

4. Historia di tre giovani | disperati et di tre fate. / S. d., ma della fine del sec. xvi o del principio del xvii; in-4°, di cc. 6 n. n. reg. A - Aiij, a 2 coll. di carattere tondo con lettere maiuscole ai capoversi. Fra il titolo e l’inizio del poemetto una xilografia (a destra le tre fate e a sinistra i tre disperati); inc.: « Colui che da Giovanni ebbe il battesmo » fin.: « A lei rimase tre palmi di coda ». È nella Bibl. Palatina (Naz.) di Firenze [E. 6. 7. 55, cart. 2a, n. xxvi].

5. Historia di tre Giovani | disperati et di tre fate. — Una xilogr. rappr. un bosco: a destra tre giovani addormentati, a sinistra tre donne: la prima regge un tappeto, la seconda suona un corno, la terza ha la borsa incantata. A due coll., 10 ottave per pag., 5 cc. n. n., s. I. n. a. (Firenze, sec. xvi ex..). È nella Nazion. di Firenze, Magliabech. M. 981. n. 12.

6. Historia di tre giovani | disperati e di tre fate. La stessa xilografia rovesciata. A due coll., 10 ott. per pagina, 6 cc. n. n., s. 1. n. a. (Firenze, sec. xvi ex.). Bibl. Naz. di Firenze, Palatina [E. 6. 7. 42].

7. Historia di tre giovani disperati e di tre fate. In Pistoja, appresso il Fortunati, in-8°, s. a., ma dei primi del sec. xvii ; c. 20 n. n., reg. A - Aro, car. tondo. Al principio la solita incisione.

8. Li tre compagni | li quali si diedero la fede di andare per il | mondo cercando la lor ventura, e come | la trovorno. — Cosa | bella | e da | ridere. In Lucca, 1823, presso Francesco Bertini, con approvazione. — Di pp. 32 e 111 ott. Inc.: « O musa se io d’Ascrea adesso al fonte » fin.: « Sol le rimaser due palmi di coda ».

 

Ho tenuto sott’occhio, durante l’edizione dell’Istoria, le tre stampe fiorentine 4-5-6, le quali non presentano notevoli varietà se non nella prima ottava, che in 4 e 5 è cosí.:

Giove, sia quel che sia, in me medemo

e’ mi conceda grazia in ogni lato

ch’ i’ possa raccontar quanto vedemo

e d’udito c’è stato ragguagliato, ecc.

Il testo di queste stampe è assai guasto ed ha richiesto molti e pazienti restauri. Citerò un solo caso. Dopo la guarigione delle damigelle, la principessa, dicono le stampe, fece dare a Biagio « anche cento ducati ».Con questi cento Biagio ne rende quattrocento dei cinquecento promessi al medico, che gli aveva data la zimarra (cant. II, ott. XXXII, r) e poi 50 per i servi (XXXIII, 6)! Dunque è evidente che non «anche cento» si debba leggere, ma « seicento»: basterebbero per il computo nostro anche cinque-cento, nia questa cifra ha una sillaba di più, per la misura del verso.

Il libercoletto n. 6 è molto più scorretto del n. 5 e deriva da esso, come dimostra il fatto che la xilografia, che è al principio, riproduce quella del n. 5 rovesciata.

È inutile ch’io riferisca le numerosissime varianti della mia edizione rispetto a quelle popolari. Quasi in ogni verso ho dovuto restituire le sillabe mancanti o potare senza misericordia zeppe ed esuberanze infinite. Ho creduto opportuno di dividere il poema in due cantàri, perché non è possibile che la recitazione potesse durare così a lungo e l’attenzione del pubblico sostenersi per piú di cento ottave. Nel dividere i cantàri, ho seguito la partizione stessa della materia, sicché la spezzatura non è arbitraria, ma logica e quasi organica nello svolgimento dell’azione. Il primo cantare comprende la perdita della borsa, del corno e del tappeto; il secondo il riacquisto dei tre oggetti miracolosi mediante i fichi buoni e i fichi malvagi recati alla corte della principessa scaltra.

I prego voi che ciaschedun m’intenda,

però che questo è il fior della leggenda.

Reina d’Oriente, c. iii, ott. 1

CANTARE PRIMO

1

Colui che da Giovanni ebbe il battesmo

in nel fiume Giordano, ignudo nato,

il qual principio fu del cristianesmo,

che dei nostri peccati ci ha lavato,

prestimi aiuto lui, ché io medesmo

so ch’io non sono a tal mestier usato;

pertanto presti grazia a mia memoria

ch’i’ possa raccontar la bella istoria.

2

Dapoi che siete venuti a ascoltare,

io vi vo’ dire una bella novella;

istate tutti attenti al mio parlare,

ché so ch’a tutti la vi parrà bella.

In ogni luogo sí vorre’ cercare,

pel mondo tutto, per cittá e castella:

« perché gli è dato ad ogni creatura,

come gli è nato, a ciascun sua ventura »;

3

ma vuolsi se non è nella sua terra

cercarne un’altra, tanto che la trovi,

e non temer fatica, affanno o guerra.

Rado s’ha il ben, se prima il mal non provi,

e vuolsi passar monti ed ogni terra,

ché, se se’ pigro e sempre un luogo covi,

tu non la troverai, questo ti provo,

 se tu stai saldo e mai esci dal covo [1].

4

Perché talvolta si truova in un prato,

e’ si vuol sempre ogni cosa cercare.

E’ furon tre che ciascun disperato

erano, e non sapean come si fare,

tanto ch’ognun di lor si fu accordato,

ciascuno insieme cominciò a parlare:

— Dove vai tu? — E tu che vai cercando? —

— E’ tel dirò, stu mi verrai ’scoltando.

5

I’ ho cercato di molto cammino,

e son disposto tanto camminare,

e tanto andrò portando il capo chino,

ch’i’ porrò fine a tanto sospirare.

— Rispose l’altro: — Ed io son sí meschino,

sí, mi dovessi un di gettar nel mare,

ch’io son disposto con pene o con danni

veder s’ i’ posso uscir di tanti affanni.

6

— Veggio ch’ognun di noi è disperato;

se ci vogliamo insieme accompagnare,

arèn pel mondo poi tanto cercato,

qualche ventura ci potrebbe aitare. —

E fussi insieme ciascuno accordato;

cosí présono insieme a camminare

e stettono una sera all’osteria,

e la mattina poi ritornò via.

7

Eran tutti vestiti alla leggiera;

ma, perché n’era lontano il cammino,

tolsen del pan dall’oste quella sera,

e ciascheduno aveva un fiaschettino,

e perché l’oste disse che lungi era,

ciascun la sera se l’empié di vino.

E camminorno insino al sol passato,

tal che la sera alloggiorno in un prato.

8

Diceva l’uno: — E’ sará me’ cenare,

e poi cenato porrènci a dormire.

— Mentre che stanno cosí a ragionare,

ecco tre belle giovane apparire,

tal che fanno costor maravigliare;

e, giunte quivi, cominciorno a dire:

— Voi siate tutti quanti e’ ben trovati,

da poi che siete nel prato alloggiati. —

9

Disse un di lor: — Le ben venute siate!

Dove n’andate adesso, ch’è giá notte?

Se volete, con noi quivi posate,

e non andate errando per le grotte;

da poi che noi tre siamo e voi tre siate,

ognun ne torrá una questa notte,

e ciascuna di voi piacer crete;

dove vi piace, domattina andrete. —

10

Una rispose: — Non ne fare istima,

ch’a nessun modo non mi toccherai,

se giá per donna non mi pigli prima;

per altro modo me tu non arai;

ma, se mi vuoi sposar, odi mia rima:

farò tal cosa che tu riderai,

e darotti per dota tanto avere

ch’alla tua vita tu potrai godere.

11

—  Sappi — rispose alla donna colui —

ch’ i’ non son ora per donna pigliare,

se già non fosse, come dite voi,

che quella, a chi m’avesse a maritare,

mi desse tanto aver, ch’avesse poi

per la mia vita sempre a trionfare.

A questo modo forse lo farei;

per altro modo mai non ne tôrrei [2]! —

12

Disse la donna: — Sappi domandare

e chiedi quel che vuoi, ché l’averai. —

Colui rispose: — Se tu mi puoi dare

questo che chieggo, tu sempre m’arai:

una borsa che sia di tal affare,

che fusse piena di denari assai,

e s’ io aprissi quella borsa ogn’ora

cento ducati ne balzasser fuora.

13

— Ecco la borsa la qual tu mi chiedi. —

Disse colui: — I’ vo veder la prova.

— Guarda qui ben, se cosa alcuna vedi. —

Colei la borsa dalla bocca snoda

e fe’ balzar cento ducati a’ piedi.

Colui, che di tal cosa ben gli proda,

tolse costei, ch’aveva il viso bello,

come sua donna e dettegli l’anello.

14

Disse quell’altra al secondo di loro:

— E tu che cosa pensi nel tuo cuore? —

Disse colui: — Non chieggio argento od oro,

ma sí un tappeto di fino colore,

che mi portasse senza far dimoro [3],

senza esser visto, in ogni concistore. —

Detto tappeto la donna lo trova,

e poi gli disse: — Faranne la prova. —

15

Colui sel mise addosso ed ha parlato

con quel tappeto ravvolto alle rene,

e fecesi portare in capo al prato,

e prestamente indrieto se ne viene;

ed ha la donna subito sposato,

ché gli pare la cosa andasse bene.

E poi quell’altra disse senza lagno:

— C’hai tu pensato? Dimmelo, compagno!

16

— Se tu sapessi quello c’ ho pensato

e potessimel dare, o viso adorno, i’ t’arei

come gli altri anch’ io sposato

e servireiti sempre senza scorno. —

— Abbi pur quel che tu m’hai domandato! —

E colui disse che voleva un corno,

ched ogni volta che l’abbi sonato

sian dieci squadre quivi, ognun armato.

17

— Perché, quando io volessi assai denari,

io metterei l’assedio ad una terra,

che per paura, senza alcun divari [4],

mi dien l’argento per levar la guerra,

che contrame non arén poi ripari,

tanta metterei gente in quella terra. —

Disse la donna, che con lui ragiona:

— Ecco lo corno. Fa’ la prova e suona.

18

E’ si pigliò quel corno e l’ha sonato:

ecco la gente d’arme comparire;

son dieci squadre, ciaschedun armato,

dimostran d’aver forza e grand’ardire.

Un’altra volta e’ l’ebbe risonato;

eccotene altrettanti lí venire.

Dieci volte il sonò di valimento,

tanto che venner delle squadre cento.

19

Fecer la prova e furon consolati,

e ciaschedun quel ch’avien chiesto l’ebbe,

e tutt’e tre si furon maritati

a quelle tre, che a nissun non l’increbbe.

E tutt’e tre si filano addormentati

infin che l’altro giorno arriverebbe;

ma la mattina, quando si destorno,

ignuna delle donne e’ non trovorno.

20

E disse: — Ove son io stanotte stato? —

e viene il sogno suo imaginando;

e diceva a’ compagni: — I’ ho sognato

un sogno ch’io verrò poi ragionando:

e’ mi pareva moglie aver pigliato,

e stavomi con essa sollazzando.

Arebbela nessun di voi veduta,

ché non so giá quel che se ne sie suta? [5]

21

L’altro rispose: — A me parve iersera,

quando eravamo a cenare nel prato,

venner tre donne con bella maniera

e dolcemente ci ebbon salutato. —

Quell’altro lor compagno si dispera,

e non sa come il fatto sia passato,

dicendo: — Una ne presi per mia sposa:

or non so come vada questa cosa. —

22

Quell’altro disse: — Anch’io ne presi una

e donommi un tappeto molto bello

e, perché fusse ben di notte bruna,

mi portava, dov’io voleva, quello. —

E ’ l primo disse che di seta bruna

la sua una borsa gli donò per ello,

che, come quella borsa ella s’apriva,

cento ducati fuor di quella usciva.

23

Il minor disse: — A me donò la mia

un corno lavorato gentilmente,

ch’a sonarlo, ogni volta quel facia

ben dieci squadre di pulita gente. —

Guardando intorno, ciaschedun

vedia quelle cose ciascuna di presente;

viden la borsa e quel tappeto adorno,

e similmente il lavorato corno.

24

— Questo sará un sogno da dovero?

— Faccian la prova? — E poi qual cosa fia! —

— Fecion la prova e viddon ch’era vero;

e inverso Roma pigliaron la via.

Quel della borsa pagava l’ostiero,

quando avevan mangiato all’osteria.

Stettono a Roma circa quattro mesi,

poi terminoron [6] di mutar paesi.

25

Partissi prima quel ch’avea la borsa,

e prese il suo cammin verso la Spagna,

e molto bene all’oste il becco intorsa [7],

e facea scotti [8], che non ne sparagna [9];

ed avea giá di molta via trascorsa,

e molto spende perc’ ha chi guadagna,

ed are’ fatto di denar duo sacchi, giocar

sapendo a’ tavolier [10] e a scacchi.

26

Giocava a tavole e era buon maestro,

tal che venne agli orecchi alla regina;

e fu mandato per lui molto presto

che venga in corte; e lui tosto cammina

avanti alla regina molto destro;

con riverenza la saluta e inchina

e diceva: — Madama, in cortesia,

che mi comanda Vostra Signoria?

27

— Detto m’è stato di tua gentilezza,

e come a scacchi giuochi cosí bene,

ed a tavole — disse — con destrezza

ne sanno giocar pochi come tene.

I’ ho di giocar teco gran vaghezza

poi che cosí gentil maestro sene. —

Ed ei rispose che gli era contento

di far ciò che gli fosse in piacimento.

28

E cominciorno il giuoco al tavolieri,

e piaceva alla donna il suo giocare,

ed anche lui la vedea volentieri,

tal che se n’ebbe mezzo a innamorare.

Lassôr le tole e preson lo schacchieri,

e lei, ch’era maestra di giocare

all’uno e all’altro giuoco gli ha tirati,

se non son più, cinquecento ducati.

29

Finito il giuoco, quel giorno presente,

diss’ella: — Poi ch’abbiam tanto giocato,

i’ vo’ che mi prometta veramente

che con meco stasera abbi cenato. —

E lui, che giá sentia le fiamme ardente,

ebbe l’invito suo tosto accettato;

e disse: — Poi che vi faccia piacere,

io son contento far vostro volere. —

30

Cenato c’ hanno, senza uscir da mensa,

sul tavolieri incominciorno il giuoco,

perché colei nell’animo suo pensa

come potesse far ardere il fuoco;

e talvolta sospira, e poi ripensa

com’ella possa fare a poco a poco;

e la sua fantasia avea trascorsa

com’ella possa tôrgli quella borsa.

31

E finge, e dice: — O traditor d’amore!

E con queste parole poi sospira.

Costui, ch’aveva giá ferito il cuore,

alle parole sue pose la mira: —

Costei non ha marito né signore, —

tanto che questo alle sue voglie tira;

e diceva a costui nel sospirare

che gli voleva in secreto parlare.

32

Tanto che disse: — Poi ch’amor m’ha giunto

e forzami a seguir tutte tue voglie,

io son regina, com’io t’ ho riconto:

se ti piacessi di tórmi [11] per moglie,

di te come di mesia fatto conto.

Cosí fortuna adempie le sue voglie.

Ma non fare’ cotalcosa altrimente,

se non mi fai della borsa un presente.

33

E vo’ che, come sai, anche a me insegni.

Veggo che fai de’ fiorini a tua posta;

e di tal cosa non vo’ che ti sdegni;

non so come tal cosa sia composta. —

Costui gli disse: — Guarda questi segni,

che, se pigli la borsa senza sosta

e che la scuota per li pellicini [12],

n’uscire sempre fuor cento fiorini.

34

— Questo è per certo una mirabil cosa!

I’ ti farò signor di questo regno,

e sarò, com’io dissi, poi tua sposa,

se di tal grazia fai l’animo degno! —

Costui, che ’l cuor in corpo non gli posa

e vede riuscir il suo disegno,

gli disse: — Io son contento: io te la dono,

se farai prima quel ch’io ti ragiono. —

35

— Ista’ cosí un poco e lá verrai,

ed io n’avvierò, ma vien’ lá solo.

Quivi soletta tu mi troverai. —

E cosí seppe ben tirar l’aiuolo [13],

diègli la borsa, e non credette

mai esser piantato cosí a piuolo [14].

Costei n’andò ed in zambra [15] si misse.

Prima avea detto che Biagio venisse,

36

ed avvisato i servi di tal fatto:

— State qui fermi, che non vi partiate;

se Biagio d’entrar qui fa alcun atto,

fate che dentro entrar non lo lasciate

e fategli, oltre a questo, miglior patto:

dategli a conto dieci bastonate.

Dite che non sappiate chi si sia

e, scossogli il mantel [16], cacciatel via! —

37

Ecco che Biagio s’accostava a l’uscio,

onde un gli disse: — Che vai tu cercando? —

Biagio, ch’aveva il cervello nel guscio [17],

disse a colui: — Io ti farò dar bando! [18]

Benché tu porti il piede nel camoscio [19],

ascolta quel che ti vo ragionando:

io non istimo nulla il tuo parlare,

e voglio alla regina dentro entrare.

38

Eccoti giunti quattro mascalzoni

cominciôrgli a scardassar la lana [20].

Trovossi in mezzo di quattro bastoni,

ch’ogni volta cascava in terra piana;

ed ebbe frutti di molte ragioni,

che rimbombava come buca e tana [21].

E férno uscire il mostro fuor del guscio, [22]

ed a quel suon si trovò fuor dell’uscio.

39

Non sa costui che fare, il meschinello;

ma dipartissi, solitario e cheto,

tornando inverso Roma, il poverello;

e ritrovò i compagni, ciascun lieto;

e disse ad un di lor: — O car fratello,

bisogna che mi presti il tuo tappeto,

perch’una donna m’ha gabbato a forza

e con inganni m’ ha tolta la borza.

40

— Il mio tappeto non ti vo’ prestare,

che ho paura che lo perderesti. —

— Io voglio nella zambra sua entrare,

sí che bisogna che tu me lo presti;

io voglio la mia borsa ripigliare. —

Tanto che pur sono d’accordo questi;

misseselo addosso e tirò via

ed al palazzo di costei giugnia.

41

Giunto che fu di costei al palagio,

subito in zambra entrò per la finestra,

e vide la regina star ad agio;

ma ella se ne accorse molto destra.

però che giá invisibil non va Biagio.

Lei, che di simulare era maestra,

e disse: — Molto m’ hai fatta stupire,

perché tardato hai tanto il tuo venire.

42

Io non so la cagion del tuo tardare.

Hammi tu forse al tutto rifiutata? —

— Adesso, che m’ hai fatto bastonare,

tu vuoi mostrare di non esser stata? —

— Biagio, tu mi fai ben meravigliare

di questa cosa che tu m’ hai parlata. —

 E lui sí li contava la cagione,

e lei fingeva d’averne passione.

43

— Vo’ che mi cavi un dubbio della testa,

ch’i’ son del caso impallidita e smorta:

perché io ti vidi entrar per la finestra?

perché non sei venuto per la porta?

— Sí ho questo tappeto in mia podésta,

mi porta dove voglio senza scorta. —

— Cotesto mai non crederei già io,

se non provassi cotal cosa anch’io,

44

ché questa pare pur cosa incredibile;

io mi stupisco e non lo posso credere! —

Rispose Biagio: — Io so che gli è possibile

e che provasse cominciò a credere.

— Dimmi — diss’ella — se si va invisibile

con quest’addosso, se mel vuoi concedere.

— Invisibile vassi — disse Biagio:

— tu lo puoi qui provar per lo palagio.

45

Tu gli puoi comandar quel che tu vuoi,

che in ogni lato ti fará la scorta.

Non puoi esser veduta, stu non vuoi,

e contra lui non val finestra o porta. —

Costei sel mise addosso, e disse poi:

— Vedimi tu? Son io diritta o torta? —

Biagio rispose: — Io non veggio niente.

E lei trovava l’uscio prestamente.

46

Biagio restossi in camera soletto.

Costei si fece a’ suoi servi vedere,

e contò lor del tappeto l’effetto,

e poi diceva alle sue cameriere

ch’andassen due di loro a fare il letto,

s’alcun vi trovan ritto od a sedere:

— Fate che presto leviate il rumore,

e i servi correran lí con furore. —

47

E come giunti son, ebbon veduto

costui che sta la regina a aspettare,

e, senza dargli le donne saluto,

incominciorno subito a gridare.

E’ servi, come questo hanno sentuto,

addosso a Biagio s’ebbono a cacciare,

e diceva ciascun: — Se ben ti squadro,

tu debbi esser per certo qualche ladro!

48

E cominciorno a scuotergli il mantello [23].

Biagio diceva: — Io non son rubatore!

Costor pur gli imbottiano il giubberello [24],

tal che di zambra si fuggiva fuore,

e fuggí per paura, il meschinello,

che per istizza gli crepava il core;

e disse: — Lasso! che debbo piú fare? —

E prese verso Roma a camminare,

49

tanto che giunse a’ suoi compagni un giorno;

e disse, malcontento e corrucciato,

com’avea ricevuto grande scorno,

come il tappeto gli è stato rubato.

— Prestami — disse a quell’altro — il tuo corno,

e voglio esser in Spagna ritornato,

e voglio a quella mover tanta guerra,

piglierò lei e abbrucierò la terra ! —

50

Disse il compagno: — Non ne ragionare,

perché so certo che lo perderesti,

e mai non si potrebbe racquistare.

Faresti a me come all’altro facesti.

Biagio lo seppe tanto predicare [25]

ch’al tutto bisognò che glielo presti ;

ed halli dato il corno in sua balia.

Biagio lo prese e poi tirava via.

51

E come giunse nel pian, s’accamporno

presso alla terra dove egli ha pensato;

e cominciava a sonar questo corno,

ed ha di molta gente ragunato.

Intanto le novelle via n’andorno

alla regina, come il fatto è andato,

e con questo facea gran minacciare,

tanto che alfin gli dava che pensare.

52

Costei mandava spioni per intendere

chi sia costui; e, quando l’ ha saputo, diceva:

— Il placherò senza contendere,

s’ io ho tant’agio ch’io gli abbi parlato.

— E fe’ pensier fin giú nel prato scendere,

ed aveva ogni cosa pur pensato.

Montò a cavallo con sua compagnia

e ’nverso il campo pigliava la via.

53

E, giunta al campo, ne va al padiglione,

e domandava chi era il signore;

e scese prestamente da l’arcione.

e fece a questo singolare onore.

E disse: — Io vorrei intender la cagione

perché sei mosso in cosí gran furore. —

Biagio gli disse: — Tu l’ intenderai,

ed ogni frode adesso pagherai

54

— Se mai t’ é stato fatto alcun oltraggio,

io non lo so, ché non ci ho colpa niuna

e n’ è stato cagion mio baronaggio,

se ti fu fatta villania nessuna.

Ma so che sei sí savio e tanto saggio,

ed hai da ringraziar ben la fortuna,

che t’ ha donato tanta forza e ingegno,

che t’ ha fatto signor di questo regno.

55

E dotti la mia fé che ’l tuo venire

io l’ho sí caro, che contar nol posso,

e molto mi fu duolo il tuo partire,

ch’ancor pensarlo trema tutto il dosso.

Disposta son di sempre te ubbidire

in ogni caso ched io so e ch’io posso.

S’ io t’ ho per il passato nulla offeso,

me ne sa male, ed honne al cor gran peso!

56

Liberamente ti vo’dar la terra

e ciò, ch’io ho, in balia t’offro e dono,

purché si ponga fine a tanta guerra.

E nella mente stupita mi sono,

ché certo nel mio regno, in ogni terra,

e tutti i gran signori che ci sono,

e’ non han tanta forza veramente

che faccin la metà di questa gente.

57

Tu mi trarresti di gran fantasia,

raccontarmi tal cosa veramente,

se fai per arte di negromanzia,

ched e’ ti venga drieto tanta gente. —

Rispose Biagio: — La possanza mia

non te la voglio raccontar per niente,

acciò che non m’inganni, come fai;

ma d’ogni cosa te ne pentirai.

58

— Adunque sarai tu cotanto strano,

che tu mi voglia far tal villania?

Da poi che inver’ di me sei sí villano,

io son condotta in tutta tua balia,

prendi questo coltel nella tua mano,

dammi nel petto e passa l’alma mia,

e dirassi di te che sei crudele

dapo’ ch’uccidi chi t’ è sí fedele! —

59

Udito ch’ebbe di lei le parole,

sagline male, e volse il suo pensiero,

e nell’animo suo seco si duole:

e diceva fra sé: — Egli è pur vero

ched una donna possa quel che vuole

e faccia altrui parer bianco per nero! —

Ed è sí rimutato nella mente,

e sí diceva alla donna in presente:

60

— Io ti dono la vita e la tua terra;

rendimi la mia borsa e ’l mio tappeto

ed io ti leverò cotanta guerra

e poi ti conterò questo secreto. —

Costei che gli lo dica pur lo serra;

ma Biagio alle parole stava cheto.

Lei disse: — Fammi questo manifesto,

e donarotti assai, oltra di questo. —

61

E disse: — Se tu m’ami, o sire adorno,

trammi del capo, deh, questa oppinione! —

Biagio gli disse: — Vedi questo corno?

Vo’ che tu sappi questa condizione:

ogni volta che ’l suono, notte o giorno,

vien dieci squadre armate a tua intenzione.

Disse la donna: — È cotesto possibile?

— Sí — disse Biagio — lo vedrai visibile. —

62

Disse la donna: — Fammi di ciò sazia:

io mi voglio recar quivi da parte;

e se mi dai, barone, tanta grazia,

io ti darò del mio reame parte. —

Seppe costei sí ben far con sua audacia,

come colei che di ciò sapea l’arte,

Biagio gli ha il corno nelle sue man dato;

costei con gran vaghezza l’ha accettato.

63

Montò sul suo cavallo per ragione

e, come s’ebbe alquanto a discostare,

conobbe come quella è fatagione;

comincia el suo cavallo speronare.

— Mio danno! — disse Biagio — Io n’ho cagione,

ch’ i’ m’ ho lassato di nuovo gabbare! —

Come non ebbe il corno in sua balia,

tutta la gente fu sparita via.

64

Costei se ne tornava inverso casa

e lasciò Biagio, che s’ha a disperare,

e diceva di lui: — Bestia di vasa!

Cosí intervien, chi non si sa guidare ! —

Vide che gente non gli era rimasa,

e diceva tra sé: — Lasciamlo andare! —

Lassollo andare, il povero meschino;

ché cosí n’ha voluto il suo destino.

CANTARE SECONDO

1

Biagio diceva: — Che debbo più fare?

lasso me, che fatt’ ho tristi guadagni!

In che modo poss’io più ritornare

a rivedere i lassati compagni? —

E si voleva al tutto disperare;

nulla gli val, invan par che si lagni;

e dicea come fa chi mal si guida:

— Cosí ne avvien a chi troppo si fida. —

2

Biagio si trova in maggior laberinto

che fusse mai e non ne puote uscire,

perché la fede [26] sua sí l’ha sospinto

a questi casi che gli hanno avvenire [27],

si ritrova come un corpo estinto,

più non sa dove si debba gire.

E, trovandosi in tanto duro assedio,

e’ sempre prega il ciel trovar rimedio.

3

Ma quella fata, che die’ loro il corno,

non lo vòlse però abbandonare,

fece che trovasse in quel contorno

un piè [28] di fico, che possa mangiare,

fece che quei fichi in tal soggiorno

avean tal virtù ch’i’ vo’ contare:

si facean certi fichi a cotal guisa,

che tutti ne farete grasse risa.

4

Ogni volta che Biagio ne mangiava,

e gli venía come a l’asin la coda;

per ogni fico che lui masticava,

un palmo gli crescea la detta coda.

Egli aveva gran fame e pur mangiava,

tanto ch’attorno molto se n’annoda,

e diceva: — Io non so più che mi fare;

i’ ho gran fame e non vo’ piú mangiare.

5

Ed ha lassato quel fico, e cammina

e la coda gli dava ben sei volte [29].

Egli era di gennaio in su la china,

ch’eran riposte tutte le ricolte;

come egli ebbe passato una collina,

gli venne le sue luci [30] intorno vòlte

e vide un altro fico in quella costa

carco di fichi, ed a quel piè s’accosta.

6

Egli eran belli e fuor d’ogni misura.

A Biagio alla memoria gli ritorna

dell’altro fico e della sua sciagura,

fermossi alquanto ed un poco soggiorna.

Poi disse: — Io vo’mangiare alla ventura,

se mi dovesse ben nascer le corna! —

Un di quei fichi in bocca si mettia,

tal che un palmo di coda gli andò via.

7

Biagio si cominciava a rallegrare:

— E’ sará forse la ventura mia! —

E cominciò di quei fichi a mangiare,

tal che tutta la coda gli andò via.

Biagio fra sé cominciava a pensare,

e fra sé stesso pensando dicia;

diceva: — Io son disposto di vedere

s’ io posso le mie cose riavere. —

8

Tanto che trovò questo un canestrello,

ed andava a quel fico che fu il primo;

otto ne colse e si li messe in quello.

Disse: — Si mi riesce com’io stimo! —

E tolsen otto da quel ficarello,

perché di que’ faceva grande stimo.

Andonne alla città, una mattina,

sol per vender quei fichi alla regina,

9

e posesi a seder sotto il palagio.

Erasi de’ suoi panni travestito;

egli era freddo e stava con disagio.

Ed uno alla regina ne fu ito,

la quale stava a iscaldarsi con agio;

disse: — Madonna, nel vostro sito,

sotto la loggia io ho veduta cosa,

che a vederla mi par maravigliosa !

10

Un villano c’ ha un bel panier di fichi,

che di settembre non sarian sí belli:

e’ vuol quattro ducati d’otto fichi. —

— Va’ via! — disse colei — va’ via per elli,

e che lui me gli dia fa’ che gli dichi,

e prestamente porterammi quelli. —

Colui n’andò per essi, e sí gli porta

quattro ducati; e lui trovò la porta.

11

L’ora ne venne poi del desinare;

aveva la regina due donzelle,

che le faceva seco a mensa stare,

e tutte due eran pulite e belle.

Quando si furon poi poste a mangiare,

fu l’acqua alle man data a tutte quelle;

e, postasi a seder, senza ch’il dichi,

fe’ la regina portarsi que’ fichi.

12

Tolse que’ fichi, e sí n’ ha dati dua

ad una di color ch’eran con seco,

e disse: — Mangia questi, che son tua,

e dua ne do a quest’altra ch’è teco. —

Quegli altri quattro volle che sien sua.

— E’ per gran dono — disser — me lo reco [31]. —

Tal che per gran vaghezza gli mangiorno,

e che sien vaga cosa ragionorno.

13

Ell’avíen quasi mezzo desinato,

e ancor tra lor questi fichi si loda;

una delle donzelle avea parlato

e tal parlare alla regina isnoda,

e disse: — Un tristo caso mi è incontrato!

Oh trista a me! Che mi è nato la coda! —

Cosí disse quell’altra: — Anche a me pare. —

Tanto ch’elle restâr [32] di desinare.

14

E la regina in zambra se n’andò,

e chiama poi con seco le donzelle.

Alzonsi i panni, e la coda guardò,

e tutt’e tre l’avean, le meschinelle,

quelle n’avean due palmi, misurò,

e la regina n’ebbe quattro anch’elle;

e, ragguagliando che dua e dua fa quattro,

le non sapean comprender questo fatto,

15

E venne quella cosa immaginando,

siccome aveva lor dato due fichi,

se ne venivan due palmi trovando,

e lei, che n’ebbe quattro, si replichi [33];

e tanto sopra questo vien pensando,

che infine disse: — E’ sono stati i fichi. —

E fe’ per molti medici mandare

che di tal mal la venghin medicare.

16

E fur di molti medici trovati,

ed a ciascun gran cosa gli pareva;

e infine tutti s’erano accordati:

rimedio a questa cosa non s’aveva;

tanto che molti n’ é mal capitati [34],

perché cosí la regina volea;

e comandò che cosí si facesse,

perché tal cosa non si risapesse.

17

Nientedimeno tal cosa si sa.

Biagio, che nella terra è ritornato,

ad un medico a casa se ne va

a questo modo a lui n’ebbe parlato:

— Maestro, Dio ti doni sanitá! —

Disse il maestro: — Denar ci abbi dato!

Biagio gli disse: — Danari anco arai,

sed a mio modo, maestro, tu farai. —

18

Biagio era stato più volte in Turchia

e sapeva il linguaggio [35] molto bene.

Disse al maestro: — La disgrazia mia

m’ha fatto sopportare affanni e pene:

io vengo dalle parti di Rossia [36];

Fortuna mi rivolse le sue rene.

Tutta la robba mia rimase in mare

ed ho avuto fatica di campare.

19

L’arte mia era della medicina,

e son venuto a caso in questa terra;

e’ parmi intender come la regina

cattiva infermitá suo corpo serra.

Se mi presti una vesta purpurina

con un cavallo usato nella guerra

e due famigli, molto car l’arei

e del guadagno mio te ne darei.

20

Ma piglia duo famigli forestieri,

e tu te n’anderai alla signora,

e dirai alla regina come ieri

io capitai qui, circa ventun’ora,

e di trovarmi a Roma avea pensieri,

e come, sendo tu all’uscio di fuora,

ti salutai e che, parlando meco,

volesti che la sera stessi teco.

21

E, perché ero maestro di tua arte,

tu m’alloggiasti e che poi, ragionando

«del medicar n’ho avuto buona parte»,

ogni cosa venisti domandando,

ogni cosa ti dissi, a parte a parte,

com’ogni infermitá vengo sanando.

Se queste cose, ch’io dico, farai,

cinquecento ducati da me avrai. —

22

Come il medico intese del denaio,

trovolli un bel cavallo e dua garzoni,

una vesta con fodera di vaio.

Lasciollo in casa, senza piú sermoni;

andonne alla regina col cuor gaio

e, ragionando di lor salvazioni,

come egli ha in casa un medico saputo,

che per andare a Roma era venuto,

23

che va l’ imperadore a medicare;

ad ogni malattia egli ha rimedio.

— Incominciai di voi a ragionare,

ché, per non tenerti troppo a tedio,

 cotal infermitá sa ben sanare,

leveratti infin da questo assedio.

— Disse colei: — S’egli è quel che tu spandi,

subitamente fa’ per lui si mandi. —

24

Venne maestro Biagio prestamente,

e diede alla regina un bel saluto:

— Colui che fe’ la luna e ’l dí lucente

ti salvi e guardi e sia sempre in aiuto! —

E la regina a lui similemente

disse: — Maestro, siate il benvenuto!

Se per guarirmi venuto sarete,

da me denar, quanti volete, arete. —

25

Disse maestro Biagio: — Alla buon’ora!

io credo in ogni modo voi guarire. —

E cominciò la sua disgrazia allora

a raccontare e donde egli ha a venire,

e come fu del suo paese fuora,

e quel che in mare gli ebbe a intervenire

che perse ciò ch’aveva dentro in mare,

— come il maestro giá v’ebbe a raccontare. —

26

— Orsú, poi che tu sei sí buon maestro,

come m’ha detto dianzi qui costui... —

E lui col suo parlar rispose destro:

— Sempre mai, in ogni lato dov’ i’ fui,

ho voluto veder senza sinestro [37]

e la mattina; cosí dico a vui.

Ma mi bisogna, a volervi sanare,

veder con l’occhio e con la man toccare.

27

Fu data in cura a Biagio ogni donzella,

e ’n camera n’andò, dov’eran quelle.

A Biagio gli parea ciascuna bella,

che rilucevan come fan le stelle.

Biagio a ciascuna di quelle favella:

— Cavatevi ciascuna le gonnelle,

ché mi bisogna, per la fede mia,

vedere a tutte vostra malattia. —

28

Tal che le fece tutta dua spogliare,

e vide tutto e toccò con la mano,

tanto che lo facevan sospirare

e feciongli arricciar tutta la lana [38];

ed aveva ciascuna a confortare:

— La vostra malattia fie tosto sana,

e prestamente senza alcun divaro [39]. —

Fa vista di pigliare un lattovaro.

29

E tolse un di quei fichi prestamente,

lo mise in bocca ad una di coloro;

e poi a l’altra fece similmente,

e destramente nettò com’un oro:

ne dette dua per una lí presente;

e, stando un poco, ciascuna di loro

cominciarono a dir: — Maestro tale,

noi siam guarite d’ogni nostro male! —

30

Andò la nuova tosto alla regina

come è guarita ciascuna donzella,

e prestamente alla zambra cammina,

e trovò come è vera la novella;

e disse a Biagio: — La tua medicina

rider faratti ben la tua scarsella [40]. —

Rispose Biagio: — I’ vo’ mezzi e’ danari,

ché cosí fanno sempre e’ nostri pari. —

31

E félli dare seicento ducati:

— E ’l resto arai, corne m’arai guarita,

e tutti ti saranno annoverati

innanzi che da me facci partita.

— Per questo giorno ci sarem posati;

domani arém la cosa me’ chiarita,

sí che per ora datemi licenza,

e domani farem l’altra esperienza. —

32

Quattrocento ducati dette al medico

che gli prestò la veste col cavallo;

costui gli prese, che non ha il parletico [41].

Biagio gli disse: — Ascolta, senza fallo;

perch’io non paia questa volta eretico

tôi questo pizzicotto [42] e dipoi dallo

a quel che mi prestò cotesta vesta,

e doman poi ti sará resa questa;

33

ch’i’ vo che me la lasci tanto ch’io

guarisca la regina del suo male,

e poi verrò a casa tua anch’io,

e vedrai poi ch’io ti sarò leale. —

Disse colui fra sé: — Fatti con Dio,

ché con questi farem buon carnevale.

— Questi cinquanta ancor vo’ che ti pigli

e che con essi tu paghi i famigli. —

34

Biagio fe’ buono scotto per la sera,

e, venuta che fu poi la mattina,

come del letto Biagio levato era,

e’ se n’andò dinanzi alla regina,

e vidde ancora a lei la sua matèra,

dove fece a quell’altre medicina,

e degli in lattovar duo di que’ fichi,

e che sia dolce cosa par che dichi.

35

Alla regina parve dolce cosa

e disse: — Questo è un buono lattovaro.

Rispose Biagio: — Sopra d’ogni

cosa è questo molto da tenerlo caro.

Mentre che la regina si riposa,

dall’uno all’altro fu poco divaro;

e, detto questa cosa ch’ognun loda,

che gli cascò duo palmi della coda.

36

Fu la regina assai di ciò contenta

e voleva che Biagio seguitasse.

Biagio non ebbe la parola lenta,

e gli diceva che non s’affrettasse,

e risposegli: — Mai non mi rammenta

che fusse alcuno che mi ragionasse

di fare in fretta questa medicina,

ch’ell’è di troppo noia e troppo fina.

39

E basta ben che domane a buon’ora

i’ farò sí che sarete contenta;

ma io voglio una grazia da voi ora

e voglio che di ciò siate contenta.

— Io son contenta di piacerti ognora,

né a ciò io non sarò pigra né lenta;

e pensa s’ io ti possa far servizio

che ti ristori d’un tal benefizio.

38

— Io ho sentito di voi ragionare

ch’avete assai tesoro e cosí bello,

e tante belle cose a tal affare,

sí che, se v’ è in piacer, vorria vedello.

— Disse la donna: — Dopo desinare

tel mostrerò, se t’è in piacere quello;

vorrei sognar volentier di sapere

far cosa ched io possa a te piacere. —

39

Biagio si se n’andò a desinare,

e disse: — Forse anche potrei godere. —

E pensa nel suo cor quel ch’abbi a fare,

che possa le sue cose riavere.

Com’ebbe desinato, a tal affare,

e la regina, per farli piacere,

mandò per lui e ’n zambra sí lo mena,

la quale è tutta di tesoro piena.

40

La prima cosa, distese il tappeto,

che tolse a Biagio, in mezzo del solaio.

Biagio stava a veder e stava cheto.

Prima n’avea sottomesso un vaio [43]

e molte gioie, auditor mio discreto,

che valean quelle cose un gran denaio;

e poi vi misse, senza far soggiorno,

quella borsa di Biagio ed anco il corno.

41

Molt’altre belle gioie e belle cose,

che sarebbe a contare un lungo dire,

che le molte parole son tediose.

E cominciò la donna a Biagio a dire:

— Non son queste mie gioie graziose?

— Sí — disse Biagio — invero, a non mentire. —

Disse la donna: — Stu mi guarirai,

quanto tu vuoi di questo piglierai.

42

Disse Biagio: — S’ i’ torno in mie contrade,

non mi manca né gioie né danari;

non istimo castella né cittade,

che non si trova al mondo uno a me pari.

I’ fo per poter dir la veritade

di questa cosa, e di far tutti chiari

chi mi domanderá del tuo tesoro;

com’ho veduto cosí dirò loro. —

43

— Perché tu possa meglio raccontare,

io ti vo’ dir di tre cose, in segreto:

codesta borsa per cotal affare,

e questo corno con questo tappeto,

il lor valor non si potria contare.

E, perché tu ti parta da me lieto,

i’ ti vo’ la virtù di tutte dire,

acciò che ’n tuo paese il possi dire.

44

La borsa (nota, perché dir lo possa

a chi tal fatti avesse domandati),

per ogni volta che gli do una scossa,

e’ casca quivi ben cento ducati.

Ogni volta che ’l corno sonar possa,

vien dieci squadre qui d’uomini armati.

— Questo è gran caso — Biagio allor rispose.

Disse la donna: — E c’ è piú belle cose.

45

Questo tappeto, chi l’ ha sulle spalle,

se colui che l’ha addosso vuol che porti,

lo porterá persino in Roncisvalle,

e contra lui non val mura né porti,

e passa monti e ciascheduna valle;

e’ venti come lui non van sí forti.

Non è questa gran cosa? Dirami tue

di queste cose ch’abbin tal virtue. —

46

Biagio prese la borsa con la mano

e ’l corno ancora, e disse alla regina:

— Se fusse quel che dici, intendi sano,

al mondo non fu mai cosa sí fina. —

E poi prese il tappeto di tostano,

misse alle spalle e poi disse: — Cammina!

E lassò quivi le gioie cascare,

E la regina incominciò a gridare.

47

Corsero i servi sua a quelle grida,

e disson tutti quelli. — Che vuol dire?

Rispose la regina: — A chi si fida,

come a me, suole sempre intervenire;

ora e’ convien che di me ben si rida,

tal che per questo credo di morire. —

E disse a’ servi sua questa ragione,

e quel maestro n’ è tutta cagione.

48

Biagio fu in poco spazio a’ suoi compagni,

e contò di ogni cosa il fatto appieno,

e com’egli avea fatto buon guadagni,

che un’altra volta sia di senno pieno;

e, perché di color nessun si lagni,

e’ si cavò la sua borsa di seno

e, perché ben da lui sien ristorati,

donò per un cinquecento ducati.

49

Però non si vorrebbe alcun gabbare.

Costei ingannò Biagio, com’è detto;

ma Biagio seppe ivi sí ben fare,

che gabbò lei, come fosse un valletto.

E’ però non si vuol d’alcun fidare,

come si vede di molti l’effetto,

che si son molti di qualcun fidati,

sí che dipoi son rimasti ingannati.

50

Se costei tolse a Biagio quel suo corno,

prima gli tolse la borsa e ’l tappeto,

e fecel disperato andare a torno.

Ma quella fata gli die’ quel segreto,

gli fe’ trovar que’ fichi a tal soggiorno;

intese il fatto ben, come discreto.

A dir la veritá qui, ch’ognun loda,

a lei rimase duo palmi di coda!

 

Note di Giuseppe Bonghi

______________________________

 

[1] covo: luogo nel quale si è nati; in particolare: abitazione misera

[2] tôrrei: prenderei

[3] senza far dimoro, senza fermarsi

[4] divari: mutamenti

[5] suta: stata

[6] terminoron: determinarono, decisero

[7] all’oste il becco intorsa: ricompensa lautamente l’oste

[8] facea scotti: faceva spese, spendeva molto

[9] sparagna: da sparagnare, risparmiare (è rimasto nell’uso di dialetti meridionali)

[10] tavolier: gioco simile al tric-trac: su un tavoliere diviso in due campi si dispongono 15 pedine per campo (diviso in settori); vince chi per primo sposta le sue pedine nel campo avverso.

[11] tórmi: prendermi

[12] pellicini (d’una borsa): le estremità dei lembi per i quali la borsa si può afferrare e scuotere per vuotarla

[13] tirar l’aiuolo, tendere la rete, preparare un imbroglio

[14] piuolo (piantare a piuolo): piantare in asso

[15] zambra: camera

[16] scossogli il mantel: rimproveratolo aspramente

[17] aveva il cervello nel guscio: era molto ingenuo, sciocco

[18] ti farò dar bando: ti farò cacciar via

[19] portare i piedi nel camoscio: essere servitore in una casa di lusso

[20] scardassar la lana: trovarsi in una situazione difficile; in questo caso: cominciarono a dargli addosso coi bastoni

[21] ed ebbe frutti di molte ragioni, / che rimbombava come buca e tana: ed ebbe colpi di tutti i tipe che si ripercuotevano dolorosamente in ogni parte del corpo come un rumore nella tana

[22] e férno uscire il mostro fuor del guscio: e fecero uscirefuori dal castello

[23] e cominciorno a scuotergli il mantello: e cominciarono a strapazzarlo duramente

[24] imbottiano il giubberello: lo picchiavano sulle spalle

[25] predicare: pregare

[26] fede: ingenuità

[27] avvenire: accadere

[28] piè: albero

[29] intorno vòlte: per ben sei volte aveva fatto girare la coda intorno al suo corpo

[30] luci: occhi

[31] E per gran dono me lo reco: ne tengo conto come di un gran dono

[32] restâr di desinare: smisero di mangiare

[33] si replichi: si raddoppi

[34] tanto che molti nè mal capitati: tanto che molti son capitati male, sono stati uccisi perché non si sapesse in giro dela coda

[35] sapeva il linguaggio: sapeva raccontare

[36] Rossia: Russia

[37] senza sinestro: senza angoscia

[38] e feciongli arricciar tutta la lana: la bellezza delle ragazze lo eccitarono completamente

[39] senza alcun divaro: senza alcuna conseguenza

[40] rider faratti ben la tua scarsella: farà riempire bene la tua borsa

[41] Parletico: paralitico

[42] tôi questo pizzicotto: prendi questa piccola somma di denaro

[43] vaio: pelliccia ricavata dagli scoiattoli siberiani

 

 

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Ultimo aggiornamento: 03 giugno 2007