FILIPPO CEFFI

DICERIE

Dicerie da imparare a dire a uomini giovani e rozzi.

Edizione di riferimento:

Le dicerie di Ser Filippo Ceffi notaio fiorentino pubblicate da Luigi Biondi romano tipografia Chirio e Mina, Torino MDCCCXXV

Tavola delle DICERIE.

Come si dee dire quando la cittade per alcuno nuovo caso vuole eleggere nuovo signore.

Come dee essere richiesto alcuno signore d’aiuto da’ suoi amici o vero fedeli.

Come si dee dire quando l’uno comune richiede l’altro d’aiuto.

Come si puote dire quando alcuna comunanza richiede d’aiuto e di soccorso alcuno signore.

Come si puote dire per mettere pace e concordia tra cittadini.

Come si dee dire per l’amico morto.

Come si dee dire nello avvenimento d’uno signore di nuovo eletto.

Come si dee dire al signore quando il vicario suo non si porta bene.

Come si dee adomandare ragione a’ signori per alcuno cittadino offeso.

Come si dee confortare il rettore che sia sollicito a fare vendetta e giustizia de’ malefici.

Come si dee dire per mettere pace tra cittadini.

Come si debbono ringraziare li cittadini per la conceduta adomanda.

Come si dee adomandare consiglio e aiuto agli amici per fare sua vendetta.

Come si vuole dire quando alcuno si vuole fare K.

Come dee dire uno rettore quando alcuna terra si ribella.

Come si dee dire per rivocare il comandamento gravemente fatto.

Come si dee dire per l’altra parte acciò che ’l comandamento non si revochi .

Come si debbono richeggere gli amici e parenti e fedeli per fare guerra.

Come si dee dire per fare cassare li mali officiali barattieri.

Come si dee dire per mutare signorìa e modo di reggere il paese.

Come lo rettore dee adomandare arbitrio per punire li malefici

Come si dee rispondere a rettore per non dargli arbitrio.

Come si dee adomandare di grazia il malfattore altrove.

Come si dee adomandare agli amici nuovo rettore.

Come si dee dire per congioirsi insieme gli amici per acquistata vittoria.

Come si dee rispondere agli ambasciadori in tale caso.

Come si debbono confortare gli amici di nuovo sconfitti.

Come si dee rispondere agli ambasciadori in tale caso.

Come si dee dire quando l’uno comune vuole fare lega con l’altro

Risposta di fare lega ed amistade.

Come si puote dire al papa per farlo tornare a Roma.

Come si dee dire a rettore quando è negligente a punire alcuno maleficio.

Come si dee dire a rettore che non proceda a furore.

Come si debbono compiangere al papa gli amici suoi che sono cacciati fuori di casa loro.

Come dee dire lo scolaio studiante al suo padre per avere moneta.

Come si dee dire e confortare il rettore in distruzione del grosso popolo.

Come si dee dite a’ consorti per l’amico offeso.

Come si debbona confortare gli amici in alcuno subito avvenimento.

Come si puote dire al papa per levare lo’nterdetto.

Come si debbono ringraziare gli amici.

Come si dee dire e confortare gli amici a fate vendetta.

Come si dee loro rispondere.

Come si dee dire per prendere conforto della perdita del capitano della guerra.

Come si dee dire a rettore acciò che non prenda parte nè setta nella terra.

Come si puote dire per mantenere il popolo e gli ordinamenti della giustizia

Ragione perchè ne consigli di Firenze si prende il peggio e non il meglio.

Incipit epistola olim ducis Baverie qui se dicit regem romanorum.

Come si dee rendere onore a’ cittadini da colui il quale è eletto rettore.

 

Come si dee dire quando la cittade

per alcuno nuovo caso vuole eleggere nuovo signore

Io chiamo mercede al nostro signore Idio; e alla sua madre madonna santa Maria, e a messer santo Giovanni, il quale è capo: e principale difensore di questo nostro comune, e a’ gloriosi apostoli Piero e Paulo, e a santo Barnaba, e al beato Zenobio, e a tutta l’altra corte di paradiso, che per la loro grazia concedano, che questo consiglio sia a loro santissimo onore, e a riverenza di messer lo papa e’ de’ suoi frati reverendi cardinali e di tutta la santa romana Ecclesia, e a magnifico stato di messere lo re Ruberto nostro protettore e di tutti gli altri reali, e a onore della nostra podestade e de’ signori priori dell’arte e del confaloniere della giustizia di questa nostra cittade fiorentina, e a crescimento di parte guelfa e di tutti li nostri amici. Tra tutti gli altri casi e avvenimenti, che possono avvenire alle libere cittadi, ora siamo noi al più forte: però che per asprezza di guerra e per maladetta discordia siamo condotti a donare altrui la nostra libertate e giustizia, la quale avemo posseduta per molti anni. E però, conviene maturamente provvedere a cui tanto e tale dominio concediamo. Io per me, signori cittadini, vorrei essere più sofficiente a consigliare sopra a così alta materia. Ma diroe al nome dello avocato Idio da cui procedono, tutte le grazie. E s’io dicessi meno che bene, reputisi all’ignoranza, del mio basso ingegno; e s’io in alcuno modo dicessi utilmente, reputatelo alla buona fede con la quale io ci sono. A noi conviene eleggere signore giusto, il quale sia con noi congiunto per amore e per fede: e che sia savio e costante, il quale ci addirizzi a perfetta giustizia, e traggaci fuor di sette e di divisioni: sì che per lui s’acquisti vittoria di fuori, e concordia dentro, acciò che noi possiamo vivere in lieta sicurtade sanza paura. E però io vi nomino messere Carlo duca di Calaura primogenito del serenissimo principe messere lo re Ruberto: il quale io giudico uomo sofficientissimo, adorno delle sopradette virtudi e bontadi: onde, quando piaccia, a voi, consiglio che sia per voi eletto; perocchè fermamente io spero ch’egli fia il nostro scampo. Ma però che noi siamo qui ragunati per consigliare il più utile della nostra repubblica, s’alcuno ci vedesse altro migliore rifugio, levisi in piede, e dica il suo volere. Piaccia a colui ottimamente si consiglia, che noi prendiamo tale consiglio, ed eleggiamo tale signore, che sia sua laude e salute del nostro comune e di tutti li nostri amici, e confusione de’ nemici.

Come dee essere richiesto alcuno signore d’aiuto da’ suoi amici o vero fedeli.

Sì come il devoto figliuolo sicuramente puote e dee ricorrere al suo padre; così noi, che siamo vostri fedeli, liberamente siamo venuti alli vostri piedi, sì come imposto ne fue per lo nostro comune. E però che la materia della quale io intendo parlare è tale, che degnamente ne dee concedere audienza dinanzi da voi, conforta me ch’io dica diligentemente della nostra ambasciata, pur ch’io sapessi bene componere mie parole. Diroe dunque al nome di Dio etc; confidandomi del savio uomo messere Antonio mio compagno e maggiore per lo quale io spero, che ’l mio detto fie corretto con debita discrezione. Egli è veritade, serenissimo principe, che la vostra grandezza e il nostro sostegno: similmente il nostro buono stato è fermezza della vostra magestade: onde, per fervente amore e per spontanea obedienza, siamo con voi in tanta caritade e diligenza congiunti, che leggiermente non potemo essere oltreggiati sanza turbamento dell’animo vostro e abbassanza della vostra magnificenza. Onde, acciò che ’l vostro divoto comune della cittade di Firenze si possa reggere in buono e pacifico stato, teneramente si raccomanda a piedi della vostra magestade; pregando umilemente la vostra provvida benivoglienza, che la detta cittade tostamente senta il vostro glorioso e infallibile soccorso. Conciosiacosa che tutti gli abitanti della predetta terra solamente riguardino a Dio e a voi, disposti ad ogni fatichevole obedienza. Adunque, o benignissimo signore, soccorri a’ tuoi amatori, e dona degna punizione e perpetua morte al crudele tiranno K., il quale, contra Dio e contra ragione, furiosamente involando il nostro onore, con crudeltade incomportabile ci guerreggia. Piaccia al donatore delle grazie, che voi, in brieve tempo vittorioso, rendiate degno merito a lui, e a tutti gli altri nemici e rubelli. Congnosco veramente che sono insofficiente a specificare tanto affare: ma io oe per lo certo, che, quello ch’io per difetto del mio basso ingegno non oe saputo comprendere, voi, savissimo signore, in brieve raccoglierete la ’ntenzione con la vostra chiara intelligenza e metteretela a perfezione, sì che fia laude di Dio e accrescimento della vostra signoria e buono stato di tutti gli amici. Piaccia a Dio che così sia.

Come si dee dire quando l’uno comune richiede l’altro d’aiuto.

Fra tutte l’altre cose, le quali inducono li signori e le comunanze a porgere aiuto e soccorso ad alcuna gente a loro congiunta d’amore e di fede, si è la più principale, giusta e necessaria guerra. Onde il savio uomo messer B. mio compagno e maggiore, ed io, alla cui degna correzione imprendo a dire, sì come ambasciadori della cittade di Castello, considerando l’amore per lo quale il nostro comune è congiunto con voi insieme, signori cittadini della cittade di Fermo, e la nostra giusta e necessaria guerra, non dubito, che per voi non sia messa lietamente ad effetto nostra ragionevole adomanda, in onore di voi e grande nostro avanzamento. Ma però che a noi fue imposto da parte de’ vostri fratelli castellani, che nel principio della nostra ambasciata dovessimo salutare il comune e ’l popolo di Fermo, e noi così vi salutiamo, signori cittadini, che qui siete, e che tutto il comune rappresentate: pregando il signore della salute che vi faccia salvi e vittoriosi. Il tenore della nostra ambasciata si è, che noi intendiamo di difenderci contra li perugini, nemici crudeli di noi e della ragione, e felloni vicini non solamente a noi, ma a tutte le loro vicinanze: i quali non sono stati contenti di ricevere da noi onore e suggezione di riverenza: ma voglionoci riducere in giogo di servitudine contra Dio e contra ragione: onde noi adomandiamo il vostro aiuto, e che siate apparecchiati di ciò che bisogna a guerra: sì che, quando fie bisogno, il vostro vittorioso soccorso si dimostri gloriosamente in dimensione de’ vostri amici, e in perdizione de’vvostri nemici. Il nostro signore Idio, per la sua santissima grazia, vi dia a fare tale risposta, e a ricevere tale effetto, che noi, con voi insieme, abbiamo lieta vittoria.

Come si puote dire quando alcuna comunanza

richiede d’aiuto e di soccorso alcuno signore.

Siccome egli è naturale cosa, che’l notrimento dell’albore viene dalla radice, e sanza essa vivere e verzicare non puote; così è naturale cosa, che le membra, acciò che possano durare e mantenersi, ricevono notricamento dal capo. Onde gli cittadini di Firenze ricorrono a voi, messer lo re Ruberto, sì come a loro capo; e umilmente priegano la vostra magestade, che porgiate il vostro trionfale soccorso al loro grande bisogno. E però che tra tutti li vostri amici e servidori elli si confessano li più devoti, più sicuramente ricorrono alla vostra potente amistade. Onde messer G. ed io appresso lui siamo mandati ambasciadori alla vostra magestade, sperando che per la nostra ambasciata voi vi ricorderete della loro antica e intera fede: in tale modo che per lo vostro savio consiglio e glorioso aiuto riceveranno lieta vittoria con grande abbassamento dei vicini, li quali sono principalmente al presente li perfidi pisani: li quali, per li loro peccati, sono tanto abagliati, che d’uno tiranno crudele hanno fatto loro signore, ciò è L., il quale tirannegiando, sì come nimico di Dio e della santa Chiesa romana, crudelmente sanza ragione ci affligge, desiderando la signoria di nostra terra, e di torre a noi nostre ricchezze e nostri beni. E però considerate la lunga fede, che a voi e a’ vostri maggiori li fiorentini hanno portata continuamente, e donateci l’adomandato soccorso. Però che, quanto più vostra condizione s’avanza, tanto diventiamo più pronti a seguire li vostri voleri. Li quali, in luogo di comandamento ubbidendo, adempiremo sempre, mantenendo il vostro onore, il quale Idio per sua infinita grazia accresca con perfetta vittoria.

Come si puote dire per mettere pace e concordia tra cittadini.

Per la mala semente del nemico dell’umana generazione l’uomo spesse volte in questo mondo sostiene dolore e grave danno. Onde il comune e ’l popolo di Siena, sentendo la grave discordia nata per la detta mala semente tra nobili cavalieri, ciò è messer C. e messere U. onorevoli cittadini di Fiorenza, come carissimi e veri amici di questa cittade e teneri amatori del presente stato, hanno mandato il nobile cavaliere messer B. e me appresso lui ambasciadori a procurare la pace e la concordia della ’ncominciata nimistade: acciò che non cresca in loro grave danno, e non si stenda più oltre tra cittadini: e acciò che la picciola favilla non s’avanzi in grande luoco. E però, signori consiglieri, i quali siete qui ragunati per l’utile della vostra repubblica, noi vi preghiamo da parte del nostro comune, che vi piaccia di mettere vostro Studio a tanta concordia: e che in nostra presenzia, se essere puote, voi disponiate quelli che fue, cominciatore della ’ngiuria a discreta amenda: e che preghiate con effetto quelli che la sostenne, che non perseveri in durezza; acciò che l’ira non diventi odio, e che elli, a guisa di vero prod’uomo, vinca la propria volontade, e non si lasci vincere: e compensi sua ingiuria a beneficio e grazia della nostra cittade. Parmi conoscere certamente, che fia tanto il vostro sollicito studio, e la loro umile obedienza, che, per onore di loro e per la nostra amichevole, richiesta, la concordia, che noi adomandiamo, riceverae lieto fine, a consolazione degli amici e confusione de’ nemici. A Dio piaccia che così sia. Sappiano dunque che di tale concordia la nostra cittade fia debitamente obligata in graziosa benivoglienza d’amendue.

Come si dee dire per l’amico morto.

Cosa amara dura e crudele sono constretto a cominciare: la quale per alcuna potenza o dignitade schifare non si puote. Ma imperciò che la natura richiede, e alcuna ragione il concede, che l’uomo si dee e puote compiagnere e dolere dell’amico molto; quinci avviene che potemo con lagrime satisfare alla turbata volontade. Ma conciosiacosa che sia regola generale, che morte corporale non si puote fuggire e appellare non si puote alla sentenza del sommo giudice; dovemo porre fine alli nostri dolori, recandoci a memoria quel che disse Iob: Il Dio ci chiede ed elli l’ae rivoluto, sì come è piaciuto a lui: dunque sia il nome di Dio benedetto ». Ancora a nostra consolazione potemo riducere a memoria, come lo re David, digiunando e piangendo e stando in orazioni, non poteo liberare da morte il suo figliuolo, per lo quale devotamente pregava Idio: onde, quand’elli fue finito, David abandonoe il lamento, e vestissi delle vestimenta i reali, e confortando se e li suoi disse: «dapoi ch’io nol posso rivocare a me, da quinc’innanzi io androe a lui; ma elli a me mai non tornerae. «E però, abandonando ogni tristizia e dolore, dovemo ricorrere al sommo consolatore, che alla sua anima faccia pace: che se per lagrime o per sospiri alcuno si potesse dalla morte terribile ricomperare, molti ne sarebbero partefici di questo beneficio. Onde da poi che tutti moriamo, e sì come l’acqua che corre e non torna, così passiamo, non dovemo in vano gittare nonstre lagrime: ma come noi amammo il suo corpo, così dovemo avere amore all’anima sua: porgendogli utili beneficii con divote e pietose orazioni e graziose opere. Veramente ogni uomo, che viene in questo transitorio mondo, in quello die ch’elli nasce incomincia per certo modo a morire. Onde dovemo prendere consolazione: sopra la morte di Tolomeo, da poi ch’elli ae finito il suo corso, ed ae pagato il debito dell’umana natura, il quale non si puote schifare. E sopra tutte l’altre cose ne dee dare tranquilla consolazione la sua buona fine, e la sua buona fama, e la pregiata nominanza, la quale elli per adrieto ae posseduta, e per innanzi l’accompagnerae, e nel presente mondo, e nel glorioso regno di Dio: ov’io spero che l’infallibile giudice gli dona santa, pace e verace vita: però che già non muore chi per gloria vive in questo mondo e per beatitudine nell’altro regna. La quale Idio per sua pietade conceda a noi, finito il nostro corso.

Come si dee dire nello avvenimento d’uno signore di nuovo eletto.

Noi potemo e dovemo liberamente con allegrezza racontare e dire quello letizioso verso il quale cantoe David nel suo salterio dicendo: Haec est dies quam fecit dominus, exultemus et laetemur in ea : il quale suona in volgare: questo è il dì, il quale ae fatto il nostro signore Idio, rallegrianci in esso, e facciamo festa. Però che Dio ci ae mandato il nostro signore l’uomo eletto per la volontaria di Dio, messer Karlo duca di Calaura, figliuolo primogenito del serenissimo principe messer lo re Ruberto. Veramente del suo avvento potemo fare gioia e festa: imperò che avemo signore di bella etade, adorno di chiara prodezza, alluminato di lucente sapienza, fregiato di cortese larghezza, e laudevole di perfetta giustizia. Elli è l’angelo mandato da Dio a reggere nostra terra: guida e sostegno del popolo e di tutta la nostra cittade: alluminatore di tutto il paese, mantenitore della veritade, raffrenatore de’ vizii, e conducitore delle virtudi. Questi è quello Orfeo che farae dormire l’agnello sicuro allato al lupo: e ’l timido cervio non averae paura dinanzi al superbo leone: elli abatterae superbia, e caccierae tirannia: e dinanzi da lui fuggirae inganno e tradimento e fellonia. Elli ci donerae leggi iguali, e renderae a ciascuno la sua propria, franchigia: e alli nostri nemici e rubelli porgerae degno punimento sanza fallo: però che ’l suo grande valore è manifesto nel suo paese, e in molti altri, luoghi; sì come la volante fama e la pura veritade il fa palese. E però, signori cittadini di Firenze, accordatevi col glorioso dottore Paulo apostolo, il quale vi conforta dicendo: gaudete, iterum dico, gaudete: ciò è: ralegratevi, e fate festa, e siate presti alla triumfale obedienza. E voi, illustre signore, ricevete noi a leale fede e a perfetto amore, i quali vi doniamo in guardia l’avere e le persone. E da quinci inanzi in voi sia il comandare, e in noi sarae l’obedire.

Come si dee dire al signore quando il vicario suo non si porta bene.

Però che ’l divoto figliuolo non dubita di ricorrere al suo padre ne’ suoi bisogni; similmente noi, li quali siamo vostri fedeli, e per chiaro amore figliuoli, vegniamo a voi, signore nostro, e nostro ultimo remedio; oltre al quale nulla speranza abbiamo affuor che Dio. Il tenore della nostra ambasciata si è questo. Noi vi facciamo a sapere, che Bernardo di Lunfri non nobile per lignaggio, e villano per costumi, e troppo fiero dell’animo, il quale voi ci avete dato in rettore, ci costringe ad importabili gravezze, e spese sanza misura, le quali sostenere non potemo. Onde conciosiacosa che alcuna legge non possa costringere il suo suggetto allo ’mpossibile, ricorriamo alli piedi della vostra magestade, che vi piaccia di scrivere con effetto di pietade al predetto Bernardo, che con discreto governamento temperi e disponga la nostra possibilitade in tale maniera, che degnamente ne sieno consolati quelli che con grande desiderio aspettano vostra graziosa risposta: sì che per lo vostro giusto beneficio possiamo crescere in volere e in potenzia di fornire tutti li vostri comandamenti e piaceri.

Come si dee adomandare ragione a’ Signori per alcuno cittadino offeso.

Quando dinanzi ad alcuno giusto signore s’adomanda apertamente la pura ragione, veramente è da presummere che ’l domandatore verrae ad effetto della sua adomanda. Onde conciosiacosa che alcuno uomo non puote essere giusto sanza giustizia; la quale è costante e perpetua, volontade, la quale concede e dae a ciascuna persona sua ragione; quinci nasce che ’l divoto comune di Bologna amatore della vostra magnifecenza, ae inviato messer A., strenuo cavaliere, e me appresso di lui per ambasciadori a voi, messer Ruberto illustre re di Cicilia e di Gerusalem, sì come a giustissimo signore, per adomandare ragione e giustizia. Il tenore della nostra ambasciata è questo. G. Alamante, oltraggiosamente soperchiando A. nostro onorevole cittadino, per forza gli ruboe lungo il lago di Regilla due legiadri palafreni e tre destrieri da battaglia, e dieci salme d’arme eletta. La quale cosa è notoria a tutti li paesani. Onde il nostro comune umilmente priega la vostra graziosa amistade, che costringiate lo ingiuriatore a ragionevole amenda e a giusta punizione, acciò che ’l vostro onore cresca, e l’amicizia si fortifichi, e ogni scandalo se ne schifi, e la ragione fiorisca nella vostra corte. Noi avemo ferma speranza, che, per amore della giustizia, e per la benivoglienza del nostro comune multiplicare, voi delibererete per tale modo la nostra richiesta, che fia laude di Dio, onore della vostra persona, e consolazione del comune e del popolo di Bologna. Piaccia a Dio che così sia.

Come si dee confortare il rettore che sia sollicito

a fare vendetta e giustizia de malefici.

La disordinata e sconcia condizione, la quale ci sprona di venire dinanzi da voi, messer podestade, piacesse a Dio che non fosse mai avvenuta: però che sarebbe più riposo della vostra mente e migliore stato di questo comune, e sarebbe mantenimento di coloro a cui tocca la subita novitade. Ma da poi che così è, conviene che ci si ponga debito rimedio. Per la qual cosa è piaciuto a’ signori priori e confalonieri, che messer A. nobile cavaliere e io insieme con lui siamo venuti a voi, sì come loro oratori, ad informarvi e farvi chiaro del loro intendimento. Cognosco bene che sarebbe più onorevole di lasciare racontare e dire tanta e tale schierata operazione e di sì dannoso maleficio al savio cavaliere mio compagno e maggiore. Ma, poi che piace all’armi di dare luogo alle lettere, e lo grave maleficio punge mia coscienza e mi sforza di dire, diroe, confidandomi del suo corregimento al quale m’attengo e contento sono. Messer podestade, ieri si commise, sì come voi avete inteso, in questa nostra cittade di Firenze, sì grave maleficio per Meco fu Feo contra Orazio de’ Cerchi, ch’io non conosco sì grande uomo, che ciò avesse commesso sotto la vostra signoria, che non si tenesse per folle, pensando alla vostra pronta giustizia; e la potente riverenza degli offesi, li quali risplendono di grandi ricchezze, e ornati di molta bontade e onore: li quali, s’elli non guardassero la vostra riverenza e la franchigia della nostra terra, tostamente con maggiore ingiuria e con più sfrenato oltraggio, ch’elli non hanno ricevuto, vendicherebbero la loro offensione. Onde, messere podestade, estendete la vostra destra mano con vendicatrice giustizia, e punite il malfattore, e procedete valentemente con somma brevitade, e usate rigida giustizia, la quale, piace a Dio, e agli uomini buoni. Certo tutti li fiorentini gridano nell’animo loro vendetta, vendetta; giustizia, giustizia di sì scellerato maleficio. Adunque, poi che voi ne piacerete a Dio, e noi da parte de’ priori e de’ confalonieri vi proferiamo il comune aiuto, e ’l popolo minuto principalmente ve ne conforta, mettete ad effetto nostra giusta adomanda. Credo fermamente che dimostrerete in questo arduo fatto la vostra diligente giustizia, sì che fia piacere di Dio e onore di voi e mitigamento degli offesi e buono stato di tutta la cittade e utile esemplo a tutte genti: sì che alcuno altro reo non penserae di fare mai in questa terra il somigliante. Idio ve ne dea la grazia.

Come si dee dire per mettere pace tra cittadini.

Se la cagione, per la quale noi siamo venuti qui dinanzi da voi, signori priori dell’arti e confaloniere de la giustizia della cittade di Fiorenza, è grande e di molta amaritudine, il nostro vile abito e de’ nostri cittadini di Siena il manifesta: li quali vestiti a bruno per la pericolosa novitade, ove voi siete follemente incorsi, molto forte si dogliono: pensando sanza alcuno difetto se essere di ciò partenti con voi insieme: conciosiacosa che ragionevolmente all’amico non dee prosperitade o disavventura avvenire che l’altro amico non la debbia per participazione a se reputare. Onde per la grande e perfetta amistade, che ’l nostro comune tiene con voi, noi, i quali rappresentiamo il predetto comune di Siena, gravemente ci condolemo con voi del vostro sconcio stato, il quale molto amarifica li nostri animi. E però sì tosto come la dolorosa novella della vostra divisione e del cacciamento de’ vostri cittadini pervenne al nostro comune, incontanente fue provveduto per li savi uomini, che messer Saracino nobile K., alla cui compagnia io sono, fossimo a voi ambasciaitori per dirizzare, in quanto vi piaccia, la vostra cittade a buono e pacifico stato. E, però che ’l nostro comune si sente tanto essere amico, ogni grande soccorso ed ogni grande spesa reputa leggiere nella vostra prosperitade racquistare. Quinci avviene che sicuramente ardisce ad adomandare grazia e licenzia in riposo e accrescimento di voi e di tutti gli amici. Onde liberamente vi preghiamo, da parte del nostro comune, che vi piaccia, che la discordia e la divisione la quale è nata tra voi, onde la cittade di Firenze n’è forte gravata, la dobbiate rimettere nel nostro arbitrio ricevente per lo nostro comune, acciò che non cresca in grave scandalo, e palese e grave guerra e acciò che ’l nostro comune sia sempre obligato ne’ vostri piaceri. Idio vi dea grazia di contentare noi in operazione di vostro buono stato, sì che sia laude di Dio, e riposo del vostro comune, e consolazione di noi e di tutti gli amici, confusione e danno di chiunque di vostra divisione o malo stato si ralegra.

Come si debbono ringraziare li cittadini per la conceduta adomanda.

Il grave increscinento, che movea la cittade di Siena per vostra divisione, signori cittadini di Firenze, a molta compassione venuto è quasi meno, ed è tornato in graziosa letizia, pensando che ’l nemico di Dio è vinto per lo comune consentimento, il quale avete a noi conceduto. E veramente avete dimostrato d’essere coronati di caritade e di pazienza: le quali sono quelle due pietre preziose che risplendendo nella corona del celestiale rege, sconfissero il principe dello scandalo. Veramente caritade fece scendere il divino figliuolo in terra, e per la sua pazienza fue sconfitto il generale nemico degli uomini: onde infinita letizia ricevette la generazione umana. Così la nostra cittade è ripiena di letizia della vostra buona volontade, e della vittoria della vostra buona concordia. Onde noi rendiamo grazia a Dio, che v’ae aperta la via della veritade, e ringraziarvi che ci avete conceduto l’arbitrio di rendervi l’usata pace e concordia: la quale piaccia a Dio che per noi vi sia renduta in tale modo, che sia ferma e perpetua, e buono stato di voi e di noi e di tutti li nostri amici.

Come si dee adomandare consiglio e aiuto agli amici per fare sua vendetta.

Ragione e buona usanza vuole che l’amico sia guardato e mantenuto per consiglia e per aiuto, così nel tempo dell’avversitade, come nel tempo della prosperitade. E però non mi sgomento d’adomandare nella mia avversitade consiglio e conforto a voi, amici miei e parenti, sperando che per voi la mia presente adomanda sarae messa ad effetto, secondo che si richiede, e parate a voi che sia onore di voi ed utile di me. E però che in voi si riposa l’animo mio, e tutta la mia speranza e tutto il mio diletto è nel vostro consiglio, io vi manifesto che mi voglio vendicare del grave oltraggio che mi fue fatto per Zenograto Alfragani: e però io v’adomando consiglio e aiuto: e credo fermamente che la bisogna tocca tanto a ciascuna di voi, che sanza fallo la reputate propria vostra. Io spero che per voi, sanza dubbio, riceveroe della impresa onorato fine. A Dio piaccia che così sia.

Come si vuole dire quando alcuno si vuole fare K.

Utile cosa è e savia di prendere consiglio in tutti li suoi fatti, quando il tempo il concede, e principalmente nelli grandi. Conciosiacosa che alcuno uomo non è tanto savio, che nel suo senno in tutto si debbia riposare: e sempre sono più laudati quelli che per savio consiglio adomandato si trovano amaestrati. Ond’io non voglio mettere ad effetto il mio pensiere sanza il vostro consiglio: però che non ne crederei pervenire a lieta perfezione. Elli è vero, amici miei, che ’l mio pensiero è passato in proponimento. Onde, quando piaccia a voi, io voglio prendere onore di Kavalleria, a laude di Dio e a buono stato di voi e di tutti gli amici. Sopra ciò vi priego, che mi diate il vostro consiglio, s’elli è il mio meglio: però che presto sono d’eseguirne il vostro consiglio. Idio inchini la vostra risposta nella migliore parte.

Come dee dire uno rettore quando alcuna terra si ribella.

Da pensare è, signori cittadini che siete al presente consiglio, che saviamente antividdero li vostri maggiori, quando fecero le vostre leggi municipali, e li statuti, li quali io per lo buono stato della vostra cittade oe giurato d’osservare. Onde conciosia cosa che gli abitanti del castello d’Asinalunga vostri sugetti e contadini si sieno novellamente rubellati e tolti dalla vostra fede, a me conviene, acciò ch’io non sia spergiuro, procedere contra loro con armata mano, rifrenando la loro malizia e la loro ribellione con forza di potente hoste. Ma, però che questa cosa per me fornire non si puote sanza il vostro consiglio e aiuti, ricorro alla vostra provedenza, signori cittadini di Siena, che mi doniate consiglio e potenza, ond’ io osservi mio sacramento, e acquisti degno onore, e voi rimetta e adirizzi alla prima e usata signoria. Onde sopra ciò consigliando provederete. Idio per sua grazia vi conceda di sì provedere, che sia sua laude, e innalzamento di questo comune e di chi a lui attende.

Come si dee dire per rivocare il comandamento gravemente fatto.

Conciosiacosa che la manifesta e pronta obedienza acquisti speziale grazia dinanzi dal suo signore, quinci aviene che li fedelissimi cittadini della vostra cittade Aretina sono venuti con devozione a’ piedi della vostra magestade per adempiere liberamente li vostri comandamenti, sì come quello comune, il quale tra gli altri è il più devoto e fedele alla vostra signoria, e che più si diletterebbe di presenzialmente vivere sotto alla vostra ombra. Ma imperciò che a questi dì fue comandato a’ vostri servitori per vostre onorevoli lettere, che alcuna novitade non si facesse per lo nostro comune contra li Cortonesi, li quali sono per certo modo nostri distrittuali; è piaciuto alli nostri maggiori e a tutto il comune popolo che messere F. uomo eletto in sapienza e bontate tra’ nostri cittadini, e io appresso di lui venissemo per ambasciadori alla vostra imperiale magnificenza, non perchè ’l nostro comune si maravigli di vostro comandamento, ma di quelle persone a cui instanzia fue fatto: temendo di quello che spesse volte avviene, ciò è, che ’l signore riceve inganno per menzogne porte, e per parole coperte di similitudine di veritade. Onde noi vi facciamo manifesto, sì come apparirae per l’effetto della nostra ambasciata, che, sotto falsa ombra e con tacita veritade, l’altra parte ae commessa e rapportata maliziosa frode dinanzi alla vostra magestade; onde noi ricevemmo li gravi comandamenti, e voi, come pietoso signore, consentiste alle piangevoli lamentanze, le quali più in celato che in aperto si studiarono di porgere alla vostra audienza. E però noi gridiamo mercede alla vostra benigni tade, che vi piaccia d’intendere la pura veritade del fatto: la quale in brieve vi racconteroe, acciò che ciascuna parte per voi, signore giusto, riceva chiara e perfetta giustizia. A tanto parla lo ’mbasciadore, e dimostrando il tenore del fatto, dice così ec. Avete dunque inteso il mio dire alluminato della pura veritade, per la quale si dimostra, che dobbiate rivocare il grave comandamento delle lettere ingannevolmente impetrate da coloro, che sotto dolcezza di mele nascosero amaritudine di veleno. Veramente non si dubita per alcuno uomo di nostra cittade, che, quando voi averete esaminata la quistione, che la nostra adomanda sia sanza perfezione: considerando la vostra eccellente giustizia e la grande fede e ’l perfetto amore, che quello vostro comune vi porta: però che lunga memoria il fa manifesto amico del santo Imperio. Alla fine preghiamo noi Iddio, che vi conceda allegra e lunga vita, e che la vostra cittade d’Arezzo, come principalmente v’ama, così spezialmente vi sia raccomandata.

Come si dee dire per l’altra parte acciocchè ’l comandamento non si revochi.

Noi avemo assai che ringraziare Idio, che ci’ae conceduta grazia e libertade, che noi siamo a ricevere compimento di giustizia dinanzi alla vostra magestade, nella presenzia di questi grandi e potenti uomini della cittade d’Arezzo: li quali non vorrebbero alcuna vicinanza se non fosse a loro sottomessa: e hanno loro ragione molto adornata di bello colore in apparenza, acciò che paia graziosa nel vostro aspetto. E non pensano, che quantunque lo ’nfinto e apposto colore si dimostri bello alla prima, elli pur non si mantiene e non dura, come fae il naturale. Onde non si dee dare fede alle larghe e non vere proferenze, le quali studiano di tirare a se la semplice veritade alla loro intenzione. E però preghiamo noi, o santa corona, che per parole maestrevoli, o per lo loro avere, o per loro potenza, non sieno occupate le ragioni de' menpossenti cortonesi. Che veramente questi signori ambasciadori dovrebbero essere contenti del nostro servigio fatto per amore. Imperciò che tale servigio è durabile, e già non cade leggiermente, ma persevera senza fatica e continuamente non dimora in aguato. Onde, acciò che ’l nostro priegho ragionevolmente sia esaudito, in tutto neghiamo d’essere loro suggetti e, salva la loro grazia, come di maggiori, diciamo: che elli si partono dalla veritade che noi non abbiamo raportato davanti da voi altro che tutto il vero: e di ciò faremo piena fede, come piacerae a vostro provedimento. E però che bene conosciamo, che noi non potremmo contastare con le loro ricchezze in piatire, ricorriamo alla vostra grande pietade, che sommariamente procediate e sentenziate come pare alla vostra giusta benivoglienza: sì che noi possiamo scampare, e vivere liberamente sotto la vostra signorìa come fedeli e amatori di voi nostro signore.

Come si debbono richeggere gli amici e parenti e fedeli per fare guerra.

Com’elli è naturale cosa che ’l figliuolo sia inchinevole a ubidire lo padre, principalmente quando il padre è stato pronto esauditore ne’ prieghi del figliuolo; così li buoni fedeli e amici debbono essere disposti a meritevole obedienza del loro signore: li quali per concordia di comandare e d’ubidire similitudine di padre e di figliuoli v’appresentano. E però il nostro signore messer Karlo duca di Calaura, splendido signoreggiatore della cittade di Firenze, riputando voi, cittadini di Siena, suoi devotissimi fedeli e principali amici, ae inviato a voi messer Almonte Frigiano e me, appresso lui per suoi ambasciadori, vogliendovi fare partefici de’ suoi prosperi avvenimenti, e della vittoria la quale in breve attende. Ond’elli significa alla vostra benivoglienza che Loygi per adreto Kiaro duca di Baviera, il quale oggi ad alquanti suoi seguaci malvaggi ed erronei si fa chiamare principe e rege de’ romani, ae superbamente impreso di volere brievemente intrare nelle sue terre inimichevolmente contra Dio e contra il sommo apostolico, il quale elli chiama prete Iacobo per grande trascotanza il quale Loygi è grande uomo e possente e di grande seguito, e fa dimostranza di venire potentemente, e non sanza ordine, onde il nostro signore grandemente s’aparecchia a difendere sua terra e gli amici, e a contrastare al nemico uomo figliuolo di perdizione, e a rifrenare la sua avarizia, e a domare la sua superbia, sì come hanno fatto li suoi maggiori agli altri superbi tiranni, li quali per li tempi hanno voluto per forza calcare la sua terra e occupare il suo paese: E però che ’l nostro signore, sì come voi sapete, ae savio e avveduto consiglio tra tutti gli altri signori, e vuolsi provedere in tutte cose; principalmente vi comanda e conforta, che l’apparecchiate alla guerra, la quale giustamente non si puote negare. E ora al presente v’ammonisce di fare buona guardia: però che sopra tutte cose si dee temere de’ nuovi avvenimenti: e ammoniscevi, che vi proveggiate di tutte cose da guerra: però che chi teme tutti i pericoli quasi da tutti scampa. E però, signori Sanesi, siate pronti a ubidire, e fornitevi dinanzi al tempo: però che ’l proveduto e sofficiente apparecchiamento è appressamento della vittoria... però che è sanza difetto, e sanza errore non si puote amendare. Adunque abbiate il cuore armato di fede e il corpo di ferro, e prendete franca sicurtade: conciosiacosa ch’elli è presto d’imprendere la battaglia personalmente per tutti li suoi paesani, e amici: onde vi dovete ralegrare e farvi fieri e arditi, pensando alla sua fermissima benivoglienza e alle grandi vittorie che li suoi maggiori hanno avute contra li nemici loro per l’aiuto di Dio, il quale non dubita di moltitudine di barbara gente: onde si legge nel vecchio testamento, che Giuda Maccabeo accompagnato da pochi armati, essendo Dio e la ragione con lui, ebbe grandi vittorie de’ suoi molti nemici. Siate dunque di valente animo seguitando il nuovo Maccabeo nella giusta battaglia, a onore di Dio e buono stato di tutti li fedeli paesani.

Come si dee dire per fare cassare li mali officiali barattieri.

Imperciò che la presenzia d’uno signore non puote essere in tutte parti, e non puote attualmente operare ovunque bisogna, providero li savi facitori delle leggi a ordinare officiali, li quali rappresentassero la faccia al signore, e mettessero ad effetto le sue apartegnenze. Onde, quand’elli debitamente si portano, molto sono da comendare: però che grande onore e laudevole pregio acquistano al loro signore. E così avviene del contrario: però che, faccendo male, mettono il loro signore a grave rischio e grave biasimo, e talora in pericoloso danno. Onde, quando da alcuno officiale si sentono l’opere non bene fatte, in tutto è da essere privato, acciò che non faccia divenire il suo signore in grave infamia. E certo quando l’officiale si trova colpevole, quasi pure una volta, si puote presumere ch’egli sia reo. E però che ’l barattiere di ser Karolo è trovato più volte colpevole e vizioso e falso ne’ suoi offici, è da essere casso. E però, signori cittadini di Firenze, provedete alla repubblica di privare tanto malvagio officiale, il quale mai non ebbe in odio falsitade, e mai pace nè concordia non amoe, e le colpe non punio, e le leggi non osservoe, e a buoni uomini mai non fece onore. Adunque fate sì che li soggetti non abbiano materia di dolersi. Idio per sua pietade vi doni grazia d’operare in ciò l’onore del comune, sì che sia buono esemplo di tatti gli altri officiali presenti, e che per li tempi saranno.

Come si dee dire per mutare signorìa e modo di reggere il paese.

Per costringere e per raffrenare la mala gente furono da prima creati li signori. E però che li signori, siccome liberi, talora folleggiano, furono trovate le comuni leggi, sotto il cui giogo... E però che l’appellaggione è una franchigia ed una fortezza delle leggi, pare a me che in luogo del nostro rettore noi dobbiamo creare due officiali, li quali sieno chiamati consoli: acciò che si possa appellare all’uno di loro, quando per vizio dell’altro si sofferisse che le leggi fossero oltraggiate: e debbiasi in tutto privare l’officio del nostro rettore: lo quale, signoreggiando tutto solo, puote troppo offendere alle leggi, quando il suo officio è libero dalla presente appellaggione. E così potremo vivere liberamente. E però che la nostra cittade di Benevento è franca e libera d’ogni signorìa imperiale, dono io il presente consiglio, sì come tenero amatore del suo buono stato, acciò ch’ella sia libera nel suo arbitrio. Onde, s’alcuno in fortezza della libertade ci vede alcuno più utile consiglio, sicuramente il dimostri. Idio ci dea a prendere sì buono consiglio, che noi possiamo vivere in pace e in lieta libertade, in onore di Dio e del santo apostolico, e utilitade del nostro comune.

Come lo rettore dee adomandare arbitrio per punire li malefici.

Imperciò che a voi s’appartiene quello ond’io vi parlamenterò, signori cittadini di Volterra, priego che adirizziate le vostre intenzioni al mio dire, acciò che si possano meglio spegnere li malefici della terra vostra. Il mio intendimento fu, signori consiglieri, quando mi mossi dal mio albergo, d’acquistare onore, e non prezzo: il quale onore nel reggimento s’acquista per fare giustizia. Alla quale si richieggiono tre cose: cioè, il buono volere, il sofficiente potere, e l’effettuoso operare, in conservare virtudi, e distruggere li vizi: abbiendo in odio li rei, in amore li buoni. Ed a volere operare le predette cose conviene ch’io riceva da voi consiglio ed aiuto: imperciò ch’io da me oe la buona volontade, ma non c’è è il sufficiente potere; però che li vostri statuti il mi tolgono, limitando le pene agli scellerati uomini: ond’ io non gli posso punire debitamente. La cagione che mi muove ad adomandare questo giusto arbitrio ch’io v’adomanderoe, si è lo scellerato maleficio che C. commise contra R. Ond’io vi priego, acciò che la giustizia fiorisca nelle mie mani, che sopra, a ciò mi doniate arbitrio sciogliendomi da’ gravi nodi de’ vostri statuti: acciò che, aggiungendo al buono volere il sofficiente potere, seguisca il giusto operare in mantenere giustizia in onore del mio officio e buono stato della vostra terra. Voi, come savi, con l’aiuto di Dio consiglierete il migliore di voi: tuttavia se tra voi fosse alcuno uomo desideroso dell’altrui sangue ingiustamente, deponga il suo veleno: però, che bene sarae conosciuto chi alla giustizia fie contrario.

Come si dee rispondere a rettore per non dargli arbitrio.

Però ch’io sono tenuto più alla veritade che a voi, messere podestade, troppo mi parebbe fallare, quand’io per la vostra speziale riverenza lasciassi il comune bene della mia cittade. Ond’io priego la vostra signoria che mi perdoniate; che, in quantunque voi abbiate buona intenzione, voi non ragguardate interamente la veritade, quando voi chiedete arbitrio sopra li nostri statuti per punire li malefici. Perciò ch’ io voglio che voi sappiate, che li nostri maggiori, uomini discreti e savi, conoscendo la natura e la condizione del luogo e degli uomini, fecero le nostre municipali leggi, come meglio seppero conoscere e provvedere, per loro, e per quelli che a venire erano: le quali elli giurarono: e piacquero alla moltitudine: e poi per li tempi sono state osservate. Elli mi ricorda di molti altri rettori, a’ quali sono intervenuti de’ gravi casi e diversi malefici: e con li nostri statuti li hanno purgati. Ond’io consiglio, che contra la riverenza de’ nostri maggiori non si faccia: e che per noi non s’adoperi quella novitade, che’ non s’è operata per gli altri nostri predecessori. E voi, messer podestade, priego che questo arbitrio più non adomandiate: però che meno pericolo incorrerete e più onore acquisterete di seguitare le nostre leggi, le quali giurate avete, che d’usare nuovi processi contra l’onore de’ nostri statutari. Voi siete savio ed avete savia compagnia: usate sì modestamente vostra giustizia, che ’l malfattore sie punito, e la nostra cittade n’abbia buono stato, e voi torniate al vostro albergo con buona nominanza, e con grande pregio e di misericordia e di giustizia.

Come si dee adomandare di grazia il malfattore altrove.

La grande speranza, che ’l comune di Firenze ae in voi, signori cittadini di Vinegia, e nella vostra nominata bontade ed eccellente giustizia e nelle piccole cose e nelle grandi, ae commossi li nostri cittadini a richiedervi di grazia, che vi piaccia di rimandare preso in Firenze L., uomo malfattore, il quale per grave maleficio è rifuggito in questa vostra terra. Ed acciò che noi il ne meniamo preso a ricevere giustizia ov’elli commise il maleficio, è piaciuto al nostro rettore ed a tutto il comune nostro, che ser A. ed io con lui insieme, sì come ambasciadori, vi dobbiamo salutare. E noi, da parte del signore della salute e de’ nostri cittadini, vi salutiamo: e, usando, con voi grande amistade e domestica familiaritade, preghiamo voi, che ci doniate il malfattore, acciò che s’adempia la legge divina che dice; ove tu peccherai qui ti giudicheroe: sapendo che questa grazia vi fia reputata ad amistade sempiterna, ed in simili e più alte cose li cittadini di Firenze sempre vi saranno obligati.

Come si dee adomandare agli amici nuovo rettore.

Signori cittadini di Lacedemonia, il comune ed il popolo della cittade d’Atena vi manda graziosamente salutando, e pregano il signore per cui si vive, che vi mantenga in pace e buono stato. Onde, però che nell’opere si conoscono gli operanti, è piaciuto al nostro comune d’Atena di mandare messer Platone savio dottore di leggi, e me appresso di lui, per ambasciadori alla vostra famigliare benivoglienza, acciò che la lunga amistade e l’antico amore si conservi e cresca tra li nostri comuni. Ene adunque la nostra ambasciata, che mandiate uno rettore a reggere la nostra cittade, tale ch’ente parrae al vostro consiglio d’eleggere: per lo quale si dimostri il grande amor che ci portate: sì che per lo presente beneficio si raddoppi la nostra comune benivoglienza. Il salario, il quale gli dee essere dato in tempo d’uno anno, è cotanto ec. ec.

Come si dèe dire per congioirsi insieme gli amici per acquistata vittoria.

Sì come li marinari, quando sani e salvi pervengono al grazioso porto, abiendo soperchiati gli oltraggiosi venti e gl’ingiuriosi marosi, si possono ralegrare e rendere grazia a Dio; così voi, signori cittadini di Lucca, vi potete ralegrare e rendere grazia a Dio; che v’ae condotti a buono porto, usciti fuori del faticoso mare de’ vostri nemici: la quale cosa lungamente disiata avete. Onde la cittade d’Arezzo, la quale è congiunta con voi, per fede e per amore, insieme col suo conducitore ae mandati noi per suoi ambasciadori a congioirsi insieme con voi, e col vostro signore (a cui Idio dea lunga e santa vita) della vostra lieta vittoria, la quale ancora è, per partecipazione nostra: imperciò che la vostra allegrezza non si puote dilatare leggermente sanza. E però con voi insieme ci rallegriamo sanza superbia, e rendiamo grazia a Dio, il quale riguardando alla vostra umilitade v’ae esaltati, secondo che si legge nel cantico della vergine: deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles. Veramente è stata vostra l’umilitade, l’orgoglio è stato de’ vostri nemici: li quali, facendo contra Idio e contra la ragione del santo imperio, non è da meravigliare se la loro grande potenza è tornata a niente, e se Dio gli ae abbandonati, e tornati a sconfittura. Certo voi, adomandando pace, da loro riceveste guerra. Eglino contra la riverenza di Dio e de’ santi, a guisa di pagani, ardevano le chiese e le sagrate cose di Dio, e, a maniere di bestie, in loro non aveano alcuna umanitade: ma, come s’èlli avessero anime di serpi, non udivano gli umili prieghi de’ vinti; nè le gechite orazioni de’ loro prigioni: anzi gli uccideano a guisa di bruti animali. Onde della vostra vittoria tanto si sono rallegrati li nostri cittadini, che per devozione di santo A., nel cui solenne die Idio vi donoe la degna vittoria, hanno visitata la sua ecclesia con grandi doni e ricche offerende, facendo grande solennitade: e per tre die è durata la gloriosa festa delle leggiadre donne e degli ornati armeggiatori, e tutta la cittade è ripiena di degna gioia. E però noi chiamiamo mercè al sommo provveditore, che la comune allegrezza de’ nostri signori e de’ nostri comuni e degli amici tutti accresca in grande amore e pacifico stato: sì che sia sua gloria e avanzamento di tutti gli amici; morte e confusione de’ nemici.

Come si dee rispondere agli ambasciadori in tale caso.

La vostra venuta, signori ambasciadori, riceviamo sì come di quelle persone le quali per adrieto siete stati congiunti con noi di leale fede e d’amore. Ed ora al presente l’avete affermato per le vostre buone opere. Onde molto ci piace che voi siate sempre partefici d’ogni nostro onore, e con fraterna riverenza accettiamo la vostra amorevole ambasciata, ed invitiamo la vostra benigna caritade col soave canto del libro de’ salmi, dicendo: venite exultemus domino, jubilemus Deo salutari nostro. Onde, quanto piacerae alla vostra benivoglienza, sia il vostro dimoro, gioiendo e festeggiando con noi insieme. E quando con allegrezza vorrete tornare alla vostra cittade, rappresenterete al vostro comune, la nostra salutevole letizia essere comune di loro e di tutti gli amici. E però, salutando il vostro buono conducitore e li vostri degni cittadini da parte del nostro signore e di tutto il comune nostro, renderete loro infinite grazie, significando che facciamo festa e allegrezza, secondo che fece la colomba quando tornoe all’arca col ramo dell’olivo.

Come si debbono confortare gli amici di nuovo sconfitti.

Sì come Idio divise l’anno in diversi tempi dando ora freddo ora caldo; così ci conviene il mondo trapassare ricevendo ora prosperitade ora avversitade. Nelle quali cose l’uomo forte si conosce: però che nella prosperitade si pruova con virtude d’umilitade, e nell’avversitade conta virtude della fermezza. E però a nullo uomo s’appartiene di passare li limitati termini in alcuna sua tribulazione, e letizia: però che nel pianto e nel dolore alcuno merito non si trova: anzi fa sempre danno al suo possessore. Dunque è da temperare il duolo, schifando in ciò l’animo vile e femminile: però che ’l savio uomo non viene meno per alcuna perdita, eziandio de’ figliuoli e degli amici: e quando bisogna, in quello modo sostiene la loro morte, ch’elli aspetta la sua: però che molto è meglio ch’altri abbandoni ’l dolore, ch’essere abbandonato da lui. Onde l’uomo valente per alcuna tristizia non affligge l’animo suo, ma se medesimo con la buona speranza ciba e conforta: e serbando se medesimo a migliore tempo e diritto, persevera sotto ciascuno peso. Adunque, poi che questa disavventura della presente sconfitta mutare non si puote, ricorriamo a Dio, e prendiamo salutevole speranza: e reghiamci a mente la perdita che ricevette lo re David dalla gente di Amalecto, e come elli, essendo forte del corpo, si fece più forte dell’animo, pregando Idio che gli desse vittoria. E per lo piacere d’Idio elli sconfisse poi li suoi nemici, e racquistoe sua perdita con grande loro uccisione. E però, signori, sperate in Dio, il quale alcuna volta gastiga gli amici suoi, ed appresso punisce aspramente li nemici, sì come già fece alla nostra cittade di Padova, ove, dopo molti gastigamenti, ci diede vittoria contra il pessimo Cane tiranno. Piaccia a Dio che così, e maggiormente, vi dea vittoria tostamente del vostro nemico K. tiranno, e contra tutti li vostri nemici li quali veramente sono nemici di Dio, e della santa madre Ecclessia. Certo noi vi raccontiamo, che quello turbamento ricevette la nostra terra della vostra perdita, che voi medesimi: conciosiacosa che nella prosperitade e nell’avversitade l’amore ci faccia gli animi iguali. Onde noi vi proferiamo per lo nostro comune tutto il nostro podere, il quale, quando voi vorrete, vedrete in servigio della vostra cittade. Idio per la sua pietade tragga de’ nostri cuori questa amaritudine, e tornici in dolcezza e buono stato di noi e di tutti gli amici.

Come si dee rispondere agli ambasciadori in tale caso.

Infino a tanto che noi ci raccordiamo della grande avversitate, ove caduti semo leggermente l’animo nostro non potemo a sufficienza riconfortare, che non dimori in turbazione. Tuttavia per vostro amore, signori ambasciadori, prenderemo conforto il meglio che Dio ci concederae. La proferta, che ci fate graziosamente, accettiamo: la quale preghiamo che sia ferma nel tempo del bisogno. Abbiamo per certo che ferma sia; però che, sì come voi dite, tra noi e voi senza differenza è piena concordia d’uno animo e d’uno volere. Idio per sua pietade rimuti la nostra amaritudine, sì che la grave perdita, ch’ae bagnati li nostri occhi di lagrime, ci rallegri di vittoriosa notizia.

Come si dee dire quando l’uno comune vuole fare lega con l’altro.

Considerando il grande amore, il quale per li tempi è stato tra li nostri comuni, e che nel presente tempo similmente si mantiene, siamo venuti per ambasciadori a voi, signori cittadini d’Ancona, e richeggiamo la vostra benivoglienza, da parte del comune e del popolo d’Ascoli, che vi debbia piacere di fortificare la comune amistade con fermo legame di dilezione e di vero amore, e che dobbiate fare con noi compagnia in cotale modo ec. Acciò che, essendo unità la nostra potenzia insieme con la vostra, non possiamo essere oltraggiati per alcuno nemico: però che alcuno tesoro non si puote acquistare più prezioso che quello della chiara amistade: nella quale si raddoppia la forza e ’l valore, e acquistasi riposo e pace nella mente. E però, signori, affermate l’amore con legame di ferma compagnia, acciò che noi acquistiamo vittoria e pace, e gli amici ne ricevano baldanza e conforto; e li nemici tristizia, e sieno confusi in sempiterno. Voi avete chiaramente intese la nostra ambasciata e la nostra richiesta adorna di fede e d’amore. Idio per sua pietade vi dea a prendere tale partito, che sia sua laude e vostro accrescimento, e noi ne siamo consolati.

Risposta di fare lega e d’amistade.

A’ bisogni si cognoscono gli amici. Le vostre buone opere e laudabili benefizi, che per adrieto avete verso noi usati, chiaramente ci manifestano essere veri nostri amici, ed ora al presente vi fanno veri nostri diletti, ragguardando al vostro buono volere per lo quale voi ci richiedete di vera amistade, e di ferma compagnia. La quale tanto ci piace, quanto ne rappresenta, d’amore e di caritade; e rende voi a noi molto cari. A£a però che tutte, le cose, che portano in loro alcuno peso, si vogliono diliberare, con matura compensazione, prenderemo.consiglio sopì» ciò, e risponderemo ai vostro. comune per nostri ambasciadorL ldio per la sua santa grazia ci conceda, che questo buono cominciamento abbia tale fine, che sia suo santissimo onore ed .accrescimento de’nostri comuni.

Come si puote dire al papa per farlo tornare a Roma.

S’io fosse sofficiente di racontare dinanzi alla vostra santitade, padre santo, l’ambasciata, la quale il nostro comune a me ae imposta ed a’ miei compagni, più arditamente parlerei: ma considerando il vostro perfetto intendimento, il quale comprendere meglio ch’io non proferroe, diroe al nome di Dio, prendendo di ciò sicuro ardire, confidandomi della correzione de’ miei compagni. Benigno padre, il vostro comune e l’universitade dell’alma cittade di Roma, vostri leali e fedeli servidori, si raccomandano alla vostra santitade: e priegano umilmente la vostra clemenzia, che degni di consolare la loro disiosa devozione con la vostra, riverentissima presenzia, vegnendo insieme con vostri reverenti frati cardinali, e con tutta la corte a dimorare nello vostro propio vescovado e nella vostra sedia. Veramente voi dovete condiscendere efficacemente alli nostri giusti prieghi, impererò che ragionevolmente quivi dee essere il vostro dimoro: imperciò che ivi fece il suo dimoro il primo apostolico, e poi appresso grande moltitudine di papi quivi sono dimorati per li tempi. La nostra cittade vi chiama giustamente, sì come il principe della sua fede, ove moltitudine di santi martiri, per la detta fede spargendo il loro rosato sangue, meritarono che la santa cittade fosse capo di tutte le chiese. Ancora vi dee muovere ad accettare la nostra giusta domanda il grande fornimento ed agio di tutte cose, che qui abbondano, e meglio abbonderanno quando li vostri amatori sentiranno se essere giocondi della vostra venuta. Onde piacciavi, benignissimo padre, di consolare li vostri fedeli, li quali continuamente s’accendono nella vostra devozione, e aspettanvi, sì come la vita dell’anima loro; in tutto disposti alla vostra obbedienza contra tutte genti quando sentiranno il vostro consentimento. Veramente vi fanno a sapere, che se per voi fosse loro negata la vostra presenzia, elli non sono acconci di lasciare più perseverare la santa cittade vedova. E non potendo avere lo spirituale padre, consentiranno al temporale difensore. Io priego Idio, il sommo governatore delle anime, che metta nel cuore del suo vicario papa Giovanni, nella cui presenzia noi siamo, di consolare li suoi figliuoli: li quali con debita devozione aspettano la sua consolatrice presenzia, e di ciò ne chiamano a testimonio Dio e gli uomini.

Come si dee dire a rettore quando negligente a punire alcuno maleficio.

Per fare vendetta e giustizia molti ne sono già piaciuti a Dio: onde si legge ne’ Maccabei, che Mathathia uccise uno giudeo in su l’altare, il quale contra la divina legge sacrificava agl’idoli. Per la quale vendetta elli insieme con li figliuoli divenne principe del popolo d’Idio, e acquistoe nome eterno. Onde, acciò che non moltiplicassero li mali, piacque a Dio, che fossero signori, per le cui potenzie giustizia domasse li malefattori. E però, messere podestade, il quale siete signore, e a cui s’appartiene di fare giustizia e vendetta, commovete il mostro valore, e siate d’animo forte: prendete la spada di Dio, ciò è operate la giustizia, la quale è sostegno e colonna dell’ umana generazione: acquistate a voi e a’ vostri descendenti nome eterno. Elli è vero, piacesse a Dio che non fosse per lo migliore stato di questa nostra terra, che R. ricevette nella sua propria persona sì grave maleficio come dato v’è ad intendere: la cui ingiuria è grave a tutti gli abitanti di questa cittade: perch’elli, sì come nobile e pacifico cittadino, portando sua vita onestamente, è stato coronato di buona fama. E però con grande sollecitudine dovete intendere a purgare tanto male, e a vendicare tanto oltraggio: sì che voi ne piacciate a Dio, e soddisfacciate agli offesi: e date esemplo a quelli che debbono venire di schifare simili cose. Sappiate, messere podestade, che se voi foste per alcuno accidente tardo o negligente a fare giustizia, che i cittadini non saranno tardi alla vendetta, e non sofferanno che tanto maleficio rimanga impunito. Ma voi, sì come savio signore, credo che farete sì che alla giustizia sarae degnamente satisfatto: e voi ne avrete onore e pregio: e fia riposo di questo comune. Idio ve ne dea la grazia.

Come si dee dire a rettore che non proceda a furore.

Ciascuno si sforza d’abbellire sue parole, acciò che indi seguiti più grazioso l’effetto. E però, messere podestade, io non mi maraviglio, se messere Gerinone ae abbellito dinanzi da voi il suo dire per la parte di R. mostrando che lo rame orato sia puro oro. Ma io spero nella vostra fidata discrezione e degli altri auditori che qui sono presenti: li quali conoscerete bene quanto le sue parole si dilungano dal vero. E però io, sì come amatore della giustizia e del vostro onore, consiglio e prego, che provvedutamente procediate in su questo fatto, e non con furore; ma con ferma costanza: però che tosto corre a pentimento chi subitamente giudica. Adunque non vi lasciate ingannare alle colorate parole d’alcuno uomo, quantunque sembrino verisimili, e non temete di minaccie: però che in questo comune alcuno non v’ è sì grande che non ci abbia suo pari, e li cittadini non sono così moventi come v’ è detto. E però voi siete savio, prendete del mio dire con maturo consiglio il migliore, partito, sì che voi abbiate pregio di fermezza e di costanza.

Come si debbono compiangere al papa

gli amici suoi che sono cacciati fuori di casa loro.

Conciosiacosa che a voi, santissimo padre, s’appartenga d’avere sollicita cura de’ vostri fedeli e devoti, oltre a tutte le altre genti, e principalmente nel tempo della tribulazione; quinci avviene che noi cittadini di Fermo cacciati ed exsbanditi contra ragione della detta terra, sì come al nostro principe ricorriamo a’ piedi della vostra misericordia: però che, se per alcuno tempo ci fue bisogno il vostro grazioso ajuto, ora è il tempo: però che li nostri felloni vicini, vogliendo tiranneggiare la terra, e per cupidigia di possedere il nostro avere, con grande inganno e grave ingiuria, ci hanno gittati fuor de la terra, non abiendo alcuno rispetto alla vostra santissima signoria, sotto la quale sicuri con devozione vivevamo molto contenti alla vostra obedienza; la quale con l’opere abbiamo puramente conservata in voi e ne’ vostri antecessori. Adunque, santissimo sacerdote, padre de’ padri, abbiate misericordia di noi fedelissimi: e col vostro santo consiglio ed aiuto operate che noi possiamo tornare in casa nostra: acciò che perfettamente operiamo quella devozione, la quale per sola fede sanza opere non si puote fornire. Voi sapete bene che la peccatrice di Gerico, perchè nascose li messaggi del popolo di Dio, fue salva. E noi non solamente pur una volta abbiamo difeso e mantenuto il vostro onore e la vostra eccellenzia e de’ vostri predecessori, ma sempre in celato e palese. E però senta il vostro popolo il degno beneficio adomandato. Voi siete il sommo e l’ultimo nostro rifugio: e se la vostra pietade non ci difende e soccorre, a cui ricorreremo? a cui andremo per soccorso? chi ci difenderae se ’l padre, lasciando lo scudo, abbandona il suo figliuolo? Speranza adunque fia il nostro nodrimento in fino a tanto che la vostra clemenzia ci rilevi: li quali sì gravemente siamo caduti per mantenere il vostro sagro nome.

Come dee dire lo scolaio studiante al suo padre per avere moneta.

Sì come l’uomo savio non rifiuta grande affanno, così io, bello padre, seguitando il vostro senno e ’l vostro consiglio, mi sono dilettato nelle fatiche in continuamente, studiare di die e di notte, e da sera e da mattina: e seguitando il vostro volere e non il mio, sono stato obediente a tutti li vostri piaceri; e posso con veritade questo dire, che quello poco tempo che fuor dello studio oe logorato, io l’oe donato a buona usanza: e dalli mali compagni mi sono guardato (laude n’abbia Idio ) acciò che nulla sconcia novella di di me vi potesse essere rapportaita; e per potere acquistare quello che per moneta non si puote acquistare. E tutto ch’ io non abbia a sofficienza acquietato il vostro intendimento, oe fatto quello ch’io oe potuto: e spero nel donatore di tutte le grazie, che in poco di tempo diventerò sofficiente, sì che lo lungo travaglio mi si farae grande riposo: e voi avrete a pieno il vostro intendimento, onde riceverete la disiata utilitade e ’l grazioso onore. Ma imperciò che tanto bene acquistare non si puote sanza alcuno sostegno di moneta, onde le necessitadi del corpo si forniscano, piacciavi adunque, padre, di sovvenire al vostro rampollo, il quale, concedente Idio, tosto diventerae albero fruttuoso.

Come si dee dire e confortare il rettore in distruzione del grosso popolo.

Grande senno e laudabile cosa è asapersi provvedere centrali volanti dardi dell’avversitade; però che proveduti poco nocciono. E però, messere podestade, io vi conforto da parte de’ buoni e de’ pacifichi cittadini di questa cittade, che vi piaccia d’essere fermo in volere riparare al mortale furore: però che avviene che ora al bisogno si provi vostro valore, come nella fornace l’oro. Nelle subite avversitadi si sogliono conoscere gli uomini del grande animo. E però che ’l subito pericolo non ci concede grande tempo, brevieroe mia diceria: però ch’abbisognono fatti e non parole. A voi conviene rafrenare questa furiosa gente, la quale con parole disutili colorate di vana libertade vanno somovendo la moltitudine per tosto venire al sangue di quelli cittadini, ch’al presente reggono la cittade, e per saziare le loro bramose voglie del comune avere: e dicendo viva il popolo non curano di struggere la bella cittade di Pisa, e di torrela dall’ubidienza imperiale per potere innalzare il loro proprio potere. E tanta è la loro sfrenata voglia nella loro propria utilitade, non curando niente del comune bene, ch’io oe paura che non si possa rafrenare la loro empia volontade. E però metti mano alla spada, messere podestade, e, per quello modo che si puote, adopera la giustizia in guisa, che ’l punimento risuoni in ogni lato, sì che sieno tagliati li presontuosi; e li loro seguaci ricevano degna punizione; e sie data materia a’ buoni di vivere in securtade. Or dimostra il tuo pregiato valore, e incontinente corri all’arme. Tutti li nobili uomini della cittade ti seguiteranno, e tutti gli altri buoni uomini che vogliono vivere in pace: e sanza barigello ti daranno aiuto e valore: li quali sono già armati e aspettano la tua presenzia. Rimangano adunque le parole, e muovi, mentre che li nemici del santo Imperio e di questo comune sono in dubbio: sieno tagliati anzi che si raveggiano e che si ragunino insieme. E sie morto il popolo grasso occupatore.

Come si dee dire a’ consorti per l’amico offeso.

Quello che è manifesto non abisogna di pruove: onde a me, sì come vostro proposto nella casa, avvegnachè non soffidente, conviene manifestare quello che noi abbiamo a fare dell’oltraggio che fue fatto a messere Almonte nostro intimo e puro amico: la quale cosa a tutti voi è manifesta. E però ch’elli liberamente è stato nostro, avvocato e difensore e sostegno intuite l’altre guerre e difensioni, mettendo il suo senno e ’l suo potere contrae ogni pericolo per noi; giusta cosa è che da noi riceva simile guiderdone. Adunque si dimostri tutto il nostro potere, e com’elli le nostre ingiurie ae appropiate a sè; così le sue sieno appropiate a tutti noi. Imperciò ch’io per me le tengo fatte nella mia propia persona. E però voi ne direte il vostro volere. Pregovi che vi steano a mente le sue buone opere, e che facciate tale risposta, che gli altri amici ricevano costanza in noi seguire: e gli altri prendano materia d’accostarsi a noi, sì come a buoni guiderdonatori.

Come si debbono confortare gli amici in alcuno subito avvenimento.

La ragione per la quale io e questi altri vostri amici sono qui ragunati, molto turba e grava gli animi nostri per lo disavveduto avvenimento ove noi siamo caduti: e non pur voi, ma noi con voi insieme, sanza li quali prosperitade e aversitade non si participa. Ma da poi che così è, conviene che dimostriate il vostro senno: e quantunque voi siate più forniti di amici e di parenti che gli offesi, già non gli vi conviene tenere a vili; però ch’al savio uomo s’appartiene d’aggrandire il suo nemico absente, e per niente si dee avere quando con lui si viene alle mani. Ond’io consiglio che ne tegniate il detto ammonimento: però che molto male se ne schifa e acquistasene laudabile pregio, però richiedete sicuramente gli amici: i quali meco insieme vi si proferano in avere e in persona, in corte e fuor di corte, a tutti li vostri onori, e grandezze: e pera siate d’animo forte, e non dubitate.

Come si puote dire al papa per levare lo interdetto.

Se ’l merito adomanda grazia, noti dubitano li cittadini di Firenze di ricorrere alli vostri piedi, clementissimo padre, però che sono stati al servigio della santa chiesa di Roma da quello tempo in qua, del cui principio non si raccorda uomo che viva: e per la loro eccellente devozione solevano essere dinanzi a tutti gli altri divoti. Ma per fellonia d’alquanti maggiori, e non per comune consentimento, caddono in interdetto. Certo comunemente tutta la cittade non lascioe mai per tanto la vostra devozione. E però credono fermamente ricorrere grazia e misericordia da voi, santissimo padre, vicario di quello signore che mai non legoe ad alcuno la sua pietade. E però padre de’ padri, li vostri amatori vi domandano misericordia, e umilmente priegano la vostra santitade, che li sgraviate di tanto grave peso, e levate loro lo ’nterdetto rendendo loro la prima libertade. Conciosiacosa che la loro cittade comunemente è rivocata e ridotta alla prima devozione. Piaccia al sommo signore che ’l suo vicario doni loro tale risposta che tostamente quello vostro divoto e grande comune ne riceva li rami del verde olivo.

Come si debbono ringraziane gli amici.

Manifesta cosa è che l’amore non si puote celare: onde il vostro amore non pur ora si manifesta, ma sempre s’è dimostrato dimostrato pronto ne’ nostri avvenimenti: perchè non è dubbio che delle nostre avversitadi: voi vi turbate, e delle prosperitadi vi rallegrate. E però la vostra proferta riceviamo graziosamente, come da quelle persone in cui è tutta nostra speranza e soccorso. E a ciò che non crediate ch’io tengna a vili li nostri nemici, li quali sono grandi e ponderosi, io v’adimando consiglio e aiuto: e oe speranza in Dio e in voi che con la vostra forza questo avvenimento averae buono fine. E però che li molti sentono più che li pochi, priego che siate intenti e solliciti: però che questo fatto è vostro.

Come si dee dire e confortare gli amici a fare vendetta.

[. . . . . ] Questa novitade la quale è avvenuta nella vostra persona fannogli essere partefici della vostra avversitade in tale guisa, che noi riputiamo che sia fatta nelle nostre persone: conciosiacosa che voi siate cagione della maggiore parte di tutti, li nostri beneficii. Ond’io vi dico per me e per questi altri vostri amici e per li nostri seguaci, che presti siamo d’imprendere la bisogna con l’avere, e con la persona infino a onorevole vendetta. E in tutte altre cose siamo vostri pi onore e grandezza di voi.

Come si dee loro rispondere.

Se voi vi dolete della mia grave ingiuria, ragione vi muove: però che sempre l’animo mio è stato pronto ne’ vostri piaceri. Signori, quello che è stato fatto non si puote torre: ma pensando che l’offensa si puote mitigare per degna vendetta, prendo conforto con la speranza del vostro consiglio e del vostro aiuto. E però, signori, io vi priego, che secondo ch’io sono stato con voi una cosa per adrieto, così siate meco per inanzi; avvegna che ciò non credo, che bisogni di dire. Onde della graziosa risposta vi rendo degne grazie. Di questa opera mi credo portare come piacerae a voi, sì che fia onore di tutti gli amici e parenti.

Còme si dee dire per prendere conforto della perdita del capitano della guerra.

Io conosco apertamente che per me non sarae parlato sofficientemente sopra la materia della quale mi conviene dire. Imperciò che in me non è tanto senno quanto bisognerebbe: e s’io fossi savio come Adamo, sì mi fallirebbe la memoria per la grande doglienza che m’abbonda nel cuore per la grave perdita nella quale caduti siamo per la morte di messer Piero di Narsi uomo nobile e di chiara memoria, onorevole capitano della nostra guerra: onde tutta la provincia è smarrita e dogliosa. O pericolosa disavventura; e oscura, che sì duramente ci hai manimessi per la morte di colui, in cui regnava senno, prodezza, e lealtade, e grande gentilezza! Chi è quelli che non si turbi di tanto uomo?, e che non si doglia del nostro campione? Ora però che l’ira e il dolore impediscono l’animo, convienci accordare con Tullio, e dire: o ira, partiti, però che teco non si puote operare dirutamente. Conviensi dunque restringere nostro grave cruccio, e provvedere e argomentare come tanto e tale uomo sia onorevolmente vendicato contra il crudele tiranno che ’l ci tolse: acciò che sia allegeramento dell’animo nostro, e di tutti gli amici. E però ciascuno con sommo studio dimostri il suo valore, sì che la sua morte vittoriosamente sia vendicata.

Come si dee dire a rettore Ciccio che non prenda parte nè setta nella terra.

Acciò che li mali non crescessero in terra fue trovata la giustizia. Però, messere podestade, il quale siete qui per mantenere giustizia, non si conviene a voi d’abbandonarla non punendo li colpevoli, onde s’ingenerano li mali esempli. E però sievi manifesto, che li cittadini di R. vi pongono bene mente alle mani, quando voi non tenete pari la bilancia, pigliando parte e setta nella nostra terra. Certo, quando voi foste eletto nostro rettore, non per parte, ma per tutta la cittade foste eletto. Ond’ io vi priego che da quinci inanzi opriate quello che sia unitario e buono stato di tutta la cittade e onore del vostro officio, sì che possiate tornare con lieta nominanza a casa vostra: conciosiacosa che la fine dell’officio vostro v’aspetta di coronarvi d’onore o di punirvi con la ragione.

Come si puote dire per mantenere il popolo e gli ordinamenti della giustizia.

Nel tempo di Numa Pompilio, il quale fue il secondo re de’ romani, cadde da cielo uno scudo tutto vermiglio, veggente tutto il popolo di Roma. Quello scudo fue chiamato anci-le: del quale dissero li suoi indovini, che mentre che quello scudo fosse guardato sarebbe cresciuto in buono stato lo mperio de’ romani. Onde piacque al popolo,’che ciascuno tribo di Roma avesse nella sua bandiera alcuna parte di colore vermiglio, in memoria di bene guardare il detto aprile, E cosi per molti tempi guardandolo accrebbero lo ’mperio romano. Signori cittadini di Firenze, io rassembro al detto ancile il Gonfalone della giustizia: il quale veramente penso che fue conceduto a questa cittade da Dio del cielo, la cui insegna vittoriosa della croce v’ è dipinta e apposta. Del quale confalone debbono essere guardiani e conservatori e difensori tutti gli altri confalonieri, sì che per loro inviolabilmente sieno mantenuti li suoi giusti ordinamenti, e conservate le sue sante ragioni. E però io vi conforto, signori confalonieri, e voi altri popolari, che ne siate suoi governatori e solliciti difensori, e che di niente il lasciate abbattere: acciò che ’l vostro buono stato si conservi in tale modo, che ’l benigno agnello possa dormire securo allato al superbo leone. Idio per sua santa pietade ve ne dea volontade, potenza, ed effetto.

Ragione perchè ne’ consigli di Firenze si prende il peggio e non il meglio.

Signori cittadini di Firenze, a tutti li nostri consigli celatamente vengono due fratelli, i quali poco s’amano insieme: de’ quali l’uno ae nome meglio, e l’altro peggio, E però che ciascuno consigliere, il quale si leva a dire, dice nella fine della sua diceria: Idio ci dea grazia di pigliare il meglio: e niuno fa menzione del peggio; quinci avviene che meglio, per paura d’essere preso, sempre si fugge, e’l peggio ci rimane.

Et hic finit liber contionum in vulgari sermone conscriptus

Est enim iste liber ser Filippi Ceffi de Florentia

Qui scripsit scribat semper cum domino vivat.

Incipit epistola olim ducis Baverie qui se dicit regem romanorum.

Ludovico per la Dio grazia re de’ romani e sempre accrescitore. A’ cittadini di Parma del sacro imperio e nostri fedeli per salute spirito di migliore consiglio. Sae colui per lo quale noi viviamo, e al quale ogni cosa è manifesta, che sempre di die in die, poichè noi cominciammo il nostro viaggio verso le parti d’Italia, continuamente nel nostro cuore portammo, e oggi fermamente portiamo, d’essere benigno a ciascuna delle parti: alcuno non offendere: a ciascuna persona rendere sua ragione: sì che noi non siamo chiamato signore di parte, ma comune: sanamente pensando a quello ch’è scritto: quandunque il peccatore si pentirae io non mi ricorderoe più de’suoi peccati. Adunque noi così vogliamo fare con voi misericordia. Imperciò che vacando lo ’mperio, sì come s’afferma, sotto mala signorìa siete vivuti: ma oggimai che potete così mala e così iniqua signorìa schifare, tostamente tornate alla nostra obedienza: se non, procederemo contra voi come la giustizia ci consentirae.

Come si dee rendere onore a’ cittadini da colui il quale è eletto rettore.

Signori cittadini di Firenze, non per mia vertude, ma per lo vostro volere sono io eletto podestade d’Orbivieto: perciò che siete coronati di laudabile e pregiata fama. Ond’io rimetto il mio volere nel vostro consiglio e arbitrio, disposto a lieta obedienza del vostro giudicamento, ricevendo e renunziando come parrae a voi, per lo cui valore tanto e tale onore m’è proferto. Idio per sua grazia vi conceda di prendere il meglio e nelle grandi cose e nelle picciole.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2008