Torquato Tasso

Il Gonzaga secondo

o vero del Giuoco.

1581. (Con alcune giunte e varianti.)

Edizione di riferimento:

I dialoghi di Torquato Tasso a cura di Cesare Guasti. Volume secondo. Firenze. Felice le Monnier. 1858.

Presentazione

Questa correzione (che tale può chiamarsi) del Romeo, fu fatta dal Tasso nello spedale di Sant’Anna in Ferrara l’anno 1581, cioè a dire un anno e mezzo circa dopo ch’egli aveva scritto quel dialogo. Fu da lui poi indiritta sotto il titolo di Gonzaga Secondo ad Alessandro Pocaterra, padre di Annibale. »(Mortara.)—Fu stampato la prima volta con questo titolo: Gonzaga secondo, o vero del Giuoco, dialogo del signor Torquato Tasso; In Venetia, appresso Bernardo Giunti [1] e fratelli, MDLXXXII, in 8°. Di questa sufficiente edizione mi sono servito, tenendo dinanzi anche le ristampe del Vasalini, che fece luogo a questo dialogo nella Parte terza delle Rime et Prose.

In un Supplemento al tomo IX dell’edizione Capurriana delle Opere di Torquato [2] , diede il Rosini delle Varianti di questo dialogo, quali si trovavano in un codice della biblioteca Barberini di Roma.

Interloquiscono nel Gonzaga Secondo i due che parlano nel Romeo; ed a loro s’aggiunge Giulio Cesare Gonzaga, da cui il dialogo prende il nome. Non è questi da confondersi con Cesare Gonzaga, dal quale s’intitola il dialogo del Piacere onesto: perchè Cesare era figliuolo di Ferrante principe di Molfetta, e Giulio Cesare nasceva di Carlo conte di San Martino di Bozzolo, che fu pure genitore del cardinale Scipione tanto amico del Tasso. Dirò d’Annibale Pocaterra, che fu figliuolo di quell’Alessandro a cui il dialogo è dedicato, e che della sua letteratura diede saggio stampando in Ferrara nel 1592 due dialoghi intorno alla Vergogna. Finalmente, la interlocutrice Bentivogli fu dal nostro autore onorata di varie rime, che ce la mostrerebbero non meno per i natali che per le virtù ragguardevole. Fu donna del fratello maggiore di quel conte Annibale Turco che sposò la bella Laura Peperara.

ARGOMENTO.

Non contento l’Autore del modo con cui aveva trattato nel Romeo la materia del Giuoco, prende nel presente dialogo a riformarla, aggiungendo un terzo interlocutore ai due in quello introdotti, e facendo che in luogo di narrar cose udite, ciascuno di essi entri a discorrere intorno al proposto come co’ suoi propri sentimenti. Finge egli pertanto, che Margherita Bentivogli, la quale aveva inteso dover un giorno il conte Annibale Romei ragionar del giuoco colle Principesse di Ferrara, non potendo a quel discorso esser presente, ecciti Giulio Cesare Gonzaga ed Annibale Pocaterra, che presso lei si trovavano, ad esporre su tal soggetto i loro pensamenti.

Cercasi in questo dialogo primamente, come possa definirsi il giuoco in genere, e si stabilisce esser egli una contesa di fortuna e d’ingegno fra due o fra più, nella quale per trattenimento s’imita una vera contesa. Fatto indi motto dell’ origine di quello degli scacchi e di altri giuochi illustri, si viene a dire che sebbene riducansi tutti ad una sola cagione, cioè al trattenimento per cui furono ritrovati, siccome però questo trattenimento può essere o pubblico o privato, così anch’ essi in due specie possono distinguersi, cioè in giuochi di pubblico ed in giuochi di privato trattenimento. Accennasi poscia in che consista sì fatto trattenimento: come il diletto che in esso provasi, proceda non meno dalla vittoria che dall’operazione del giuocatore: come eziandio a chi rimira, questa operazione sia piacevole; e in quali giuochi finalmente sia maggiore il diletto. Ragionasi appresso delle vincite che vanno accompagnate dal danaro o da altro prezzo, e mostrasi che queste sono le più piacevoli. Dicesi poi che nel giuoco, quantunque l’uno sia come nemico dell’altro, tutta volta il desiderio del guadagno dee essere moderato, e particolarmente in que’ giuochi che colle donne si fanno. Toccate per ultimo alcune cose circa il modo di discernere i giuocatori avari da quelli che giuocano per mero trattenimento, circa il perdere colle donne, ed anche circa il costoro ingegno, si passa a discorrere della fortuna. Si dimostra in primo luogo ch’ella è una delle cagioni accidentali, la quale si dice propriamente esser cagione di quegli effetti che fatti con alcun umano proponimento, avvengono altramente da quello che l’uomo si aveva presupposto: definizione che la distingue dal caso; il quale si dichiara esser quello sotto cui si riducono tutti gli effetti che possono venir cagionati dalla natura per se stessa. Parlasi susseguentemente delle varie significazioni in che si prende il nome di fortuna; si esamina quindi qual parte abbiano nel giuoco il caso, la fortuna e l’arte: ed ha fine il colloquio con alcune considerazioni intorno agli accordi, allo scopo di essi, ed alla ragione con cui debbon essere stabiliti. — (Mortara. )

Il Gonzaga secondo

o vero del Giuoco.

Al molto magnifico

Signor Alessandro Pocaterra.

Questo picciolo dialogo, nel quale si discorre del Giuoco, operazione che tanto più artificiosamente si fa, quanto meno a l’arbitrio de la fortuna soggiace, io dono assai volontieri a voi signor Alessandro, acciò che con la vostra prudenza mi consigliate in modo ch’ io ninna azione di questa vita, ch’ è quasi un giuoco, a la fortuna sottoponga. Voi gradite il dono, e siatemi cortese de’ vostri amorevoli consegli.

Di Vostra Signoria illustrissima

amorevolissimo come figlio

Torquato Tasso.

Interlocutori

Margherita Bentivoglia,

Giulio Cesare Gonzaga,

Annibale Pocaterra.

Quel carnevale, [3] che la serenissima Principessa di Mantova fu condotta a marito dal Principe suo fratello, giovinetto da cui, per molto ch’egli prometta del suo valore, s’aspetta che più debbia osservare; il conte Annibal Romeo doveva ragionare un giorno del Giuoco con esso lei, e con le serenissime Principesse di Ferrara; quando la novella ne fu portata a la signora Margherita Bentivoglia, che rimirava il signor Conte suo marito con altri cavalieri giocare a primiera, ed intanto cortesemente co ’l signor Giulio Cesare Gonzaga suo parente ragionava; ed era con lui il signor Annibale Pocaterra, figliuolo del signor Alessandro antico servitore de la casa di Este. Al quale allora volgendosi la signora Margherita, disse.

O come volontieri vorrei che fossimo presenti a quel ragionamento, per udir quello che cavaliere così dotto, e particolarmente così intendente del giuoco, com’è il conte Annibale, ne ragionasse, e quello che da così giudiciose signore, come le serenissime Principesse sono, ne fosse giudicato, e vi pregherei che sin là n’andaste, e le cose udite ne raccontaste, se non fosse che da’ servigi di questo signore non voglio allontanarvi.

Giulio C. Gonzaga: Assai mi terrò io, signora, sempre servito, ed accompagnato dal signore Annibale, quando egli s’adopri in vostro servigio : onde non solo non desidero che la mia presenza ritenga lui dal servirvi, ma più tosto vorrei che la sua ne’ vostri servigi mi framettesse. Se dunque a voi piace, colà potrà andarsene, et udir quel che del giuoco si ragionerà: che, per quel ch’io conosca de la libertà ferrarese, a lui, ch’è figliuolo di cortegiano, assai agevole sarà il farsi innanzi, e l’ascoltare.

Margherita Bentivoglia: Non istimo io sì poco il signor Annibale, che voglia privare or voi de la sua servitù, e me de la sua conversazione. Udirò dunque (quando che sia) quel che del giuoco avrà detto il conte Annibale da alcun altro che si ci sarà ritrovato presente; benchè io non credo che voi siate meno atto a ragionarne, perciochè e giocare vi ho veduto alcuna fiata, e ragionarne in modo, che ben si pare che voi siate fratello del signor Scipione, da cui molto più ne’famigliari ragionamenti potete avere appreso, che i filosofi non sogliono da i lor libri apparare.

Giulio C. Gonzaga: Io per me non negherò giamai di non aver molte cose dal signor Scipione imparate : pur di questa io non l’udì giamai favellare (ch’ io mi ricordi); ma da lui, se non altro, dovrei aver appreso il modo almeno d’addomandare al signor Annibale alcune cose, con le quali al vostro ed insieme al mio desiderio sodisfacessi : perchè s’è vero ch’ egli molto ne gli studi di filosofia si sia avanzato, come da molti m’è stato detto, e come a me ancora è paruto di conoscere, ninna cosa è di cui non possa un filosofo convenevolmente ragionare.

Annibale Pocaterra: Nè io negherò di studiar filosofia, se ben tanto non mi sono in quello studio avanzato, quanto (vostra mercè) mostrate di riconoscere: nondimeno, se di cosa ragionassi de la quale non ho mai fatta professione, ed in presenza de la signora Margherita ne ragionassi, a quel filosofo, o sofista che si fosse, sarei simile, che de l’arte de la guerra così arditamente in presenza d’Annibal ragionò.

Margherita Bentivoglia: Barattiera par che mi faccia il signor Annibale.

Annibale Pocaterra: E com’io barattiera fo la signora Margherita? Tolga Iddio!

Margherita Bentivoglia: Se voi tale riputate ch’ io sia ne l’arte del giuoco, quale egli era in quella de la guerra, barattiera a un certo modo pare che mi facciate: perciochè, s’egli fu maestro de le frodi militari, de gli inganni del giuoco io dovrei essere maestra parimente.

Annibale Pocaterra: Io non tanto a la professione o a l’esercizio, quanto al giudicio vostro aveva risguardo avuto, per lo quale sete atta di tutte le cose a giudicare.

Margherita Bentivoglia: Ma se tanto giudicio può essere in persona che d’un’arte non faccia professione, ed in essa non sia esercitata, non veggio io come il giudicio d’Annibale non sia da voi riprovato; al quale non parve ch’ al filosofo de l’altrui professione fosse lecito di ragionare: volontieri nondimeno vorrei che da voi riprovato fosse, acciochè niuna scusa aveste di tacere; purchè rifiutandolo, solo a’ filosofi concedeste di poter de l’arti altrui ragionare, i quali indarno tanto l’arte loro loderebbono, s’ella non tosse un’arte de l’arti, la qual di tutte potesse ragionare; e ’l giudizio loro in niun modo credo io che voi ardirete di riprovare.

Annibale Pocaterra: Io non tanto il giudicio d’alcun filosofo riprovo, quanto accuso la mia inesperienzia, la quale non suole esser tale in quei filosofi che de l’arte altrui sono usi di ragionare, quale è in me. Nè già credo io, che s’Annibale avesse udito o Senofonte o Polibio o Panezio, egli così l’avesse disprezzato, come colui, ch’egli udì, mostrò di disprezzare.

Giulio C. Gonzaga: Forse colui ch’egli udì, non fu da alcun di coloro molto dissomigliante. Ma qual tanta esperienza si ricerca nel giuoco, che non se ne possa per noi discorrere? Ed io per me, se ben non sono più avvezzo a volger queste carte che le socratiche, le quali voi di continuo avete per le mani; nondimeno volontieri nel ragionarne, per piacere a la signora Margherita, vi terrei compagnia.

Annibale Pocaterra: Voi convenevolmente mi sete in ogni cosa signore; ma se compagno, e men avversario mi volete esser nel ragionare, io non ricuso di ragionarne.

Margherita Bentivoglia: Se vi sarà avversario nel ragionar del giuoco, vi sarà pera ventura avversario da giuoco; nè voi più per compagno da giuoco che per avversario da giuoco dovete desiderarlo.

Annibale Pocaterra: Nè io, signora Margherita, son degno de la compagnia di questo cavaliero, nè ’l vorrei per avversario; perchè nel ragionare del giuoco ancora potrebbe essere vero avversario. Io ho ben voi per nemica, che mi chiamaste in questo campo, ove con sì poco onor mio de la mia ignoranza v’ accorgerete.

Margherita Bentivoglia: Voi o artificiosamente rispondete, o modestamente : se vi mostrate inesperto de le cose, de le quali s’ha a ragionare, per trovarci sproveduti, e perchè la vivacità del vostro ingegno appaia maggiore, la vostra è arte: se per non farne mostra superba, e per non aspettar quelle lodi che sarebbon convenevoli, modestia; la quale è tanto più bella de la presunzione di molti filosofi, quanto è più lodevole l’esser dubbio del suo sapere, che mostrarsi sicuro di cosa, de la quale, se ’l vero n’ ho udito, non può esser certezza.

Annibale Pocaterra: Volesse Iddio, che sì come io dubbio sono del mio sapere, così voi sempre dubbia ne lasciassi; perciochè molto me ne terrei ne la vostra opinione onorato, parendomi che coloro siano in opinione di dotti, a’ quali niuna ignoranza può essere rimproverata. Ma temo che nel mio ragionare non vi renda accorta del vostro per me dolce inganno: pur ragionisi di quel ch’a voi piace; chè s’egli o voi sarete vaga di contendere per prendervi giuoco di me, a me sarà sempre lecito di ritirarmi da la contesa.

Margherita Bentivoglia: Meco non avete voi da contendere, nè per avversario me avrete, se ben nemica dianzi mi chiamaste; ma lui avrete per quel ch’egli vorrà: che queste condizioni, s’io posso alcuna cosa, così volontieri v’impongo, come volontieri vedrò che da voi non siano rifiutate.

Giulio C. Gonzaga: Nè me voglio ch’abbia per nemico, nè che sospetti di alcuna difficil contesa: ma che si contenti di dirci del giuoco quel che saprà, o di rispondere almeno a quel ch’io ne gli chiederò.

 Annibale Pocaterra: Mi piace che voi mi richiediate, perchè se non udireste quello appunto ch’aspettate d’udire; almen di quello, intorno a che desiderate che si ragioni, m’udrete ragionare. ( [4] )

Giulio C. Gonzaga: Per questa ragione la signora Margherita dovrebbe richiedere, al cui desiderio debbiam tutti sodisfare.

Margherita Bentivoglia: Maggior difficoltà avrei io ne l’addomandare, che il signor Annibale nel rispondere: onde vi prego che prendiate questa fatica sovra di voi.

Annibale Pocaterra: Io la prenderò assai volentieri, tutto che non creda che debba a me esser più leggiera ch’al signor Annibale quella del rispondere. Ma che desiderate d’udir, signora Margherita? [5] forse se ’l giuoco è degno di biasimo o se sia lecito l’ingannare, o pur se ben creato cavaliero si debba recare a favore l’essere da la sua donna ingannato, e forse anco quale origine o qual cagione sia comune a tutti i giuochi, e qual sia più piacevole e qual meno?

Margherita Bentivoglia: Non vi voglio lasciar più lungamente in dubbio; ma vi dico, che di tutte queste cose vorrei che si ragionasse: che voi alcuna non avete proposta, ch’ io non avessi in mente. Una sola ne avete lasciata a dietro: come debbia giocare chi desidera di vincere.

Giulio C. Gonzaga: Ma siate contenta ancor voi di dirci di qual prima, di tutte queste cose, volete che si ragioni.

Margherita Bentivoglia: Vorrei prima sapere se ’l giuoco fosse lodevole, o no: perchè indarno ricercherei se mi fosse lecito talvolta l’ingannare, se prima non sapessi, se con lode, o senza biasimo almeno, potessi giocare.

Giulio C. Gonzaga: Ed in qual maniera di giuochi dubitate, signora, se vi è lecito d’ingannare? ne la primiera o ne’ tarocchi ? o pur in quella che si fa talora fra voi donne, quando una, ponendo nel grembo de la compagna la testa, si volge la mano dopo le spalle, e aspetta la percossa ?

Margherita Bentivoglia: In questa non già; perchè quando io percuoto, vorrei sempre ingannare, ed essere tenuta un’altra: nè credo ch’in questo giuoco sia biasimevole l’ingannare, s’egli è pur giuoco.

Giulio C. Gonzaga: Udite, signor Annibale, che dubita la signora Margherita s’egli sia giuoco o non sia. Dunque, prima debbiam cercare quel che sia il giuoco?

Annibale Pocaterra: Mi par che senza alcun dubbio prima cercare ne dobbiamo.

Margherita Bentivoglia: Ed anco a me; se ben questo non era di quei pensieri ch’ io prima aveva in mente.

Giulio C. Gonzaga: Ditemi dunque, o signor Annibale, che cosa è giuoco?

Annibale Pocaterra: Una contesa di fortuna e d’ingegno fra due e fra più.

Giulio C. Gonzaga: Mirabil diffinizione, che in poche parole ha data il signor Annibale! Ma che mi dice la signora Margherita?

Annibale Pocaterra: A me piacerà allor che vedrò che da voi sarà approvata: ma ora non mi dispiace.

Giulio C. Gonzaga: Ma crediam noi, o signor Annibale, che ne la corte, di fortuna e d’ingegno si contenda fra’ cortegiani?

Annibale Pocaterra: Credo yeramente.

Giulio C. Gonzaga: E ne le scuole fra i filosofanti?

Annibale Pocaterra: E ne le scuole fra’ filosofanti.

Giulio C. Gonzaga: E ne la guerra fra’ soldati?

Annibale Pocaterra: E ne la guerra ancora.

Giulio C. Gonzaga: E così in tutte l’arti ed in tutte l’azioni, di fortuna e d’ingegno si contende?

Annibale Pocaterra: In tutte.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, la vita è un giuoco, o signor Annibale: onde ben io dissi, che mirabile era la diffinizione, ne la quale la vita avevate diffinita. E se ciò è vero, più non mi pare che si possa dubitare, se lodevole sia il giuoco, di quel che si dubiti se lodevole sia il vivere.

Margherita Bentivoglia: Di troppo alto giuoco avete cominciato a ragionare; che voglio ora rispondere per il signor Annibale: il quale mi pare che non tanto dubiti che questo ancona sia un giuoco, quanto che non sia quello, del quale abbiamo cominciato a ragionare.

Annibale Pocaterra: A me è avenuto, o signora, com’ a coloro ch’ assaliti a l’improviso, più tosto de la novità del pericolo che de la grandezza sono spaventati. Perchè non tanto la ragion sua mi spaventa, quanto il nuovo modo co’l quale l’ha addotta; e ringrazio voi, che m’abbiate dato tempo di raccogliermi. Ma io risponderei, che ne la vita non si contende; perciochè noi ci nasciamo non per contendere, ma per vivere in pace.

Giulio C. Gonzaga: Paga dee rimanere a questa risposta la signora Margherita; ed io ancora ne rimarrei, se non fossi d’ingegno assai tardo. Ma ditemi di grazia, o signor Annibale, quando sotto le mura di Troia, Alessandro con Menelao per Elena combattè, o pur sotto quelle di Lavinio Turno ed Enea per Lavinia, quel combattimento era contesa?

( [6] ) Annibale Pocaterra: Era senza dubbio.

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno aveva per fine la pace.

Annibale Pocaterra: Aveva.

Giulio C. Gonzaga: Alcuna contesa, dunque, ha per fine la pace: e perchè la vita abbia per fine la pace, non rimarrà d’ esser contesa, per che abbia per fine la pace.

Annibale Pocaterra: Io direi che ’l fine de la guerra non è la pace, ma la vittoria: e che la pace è fine non de la guerra, ma de la vita civile; ed intendo or per fine, non quello ch’ultimo è detto altramente, ma quello al quale l’altre cose son dirizzate.

Giulio C. Gonzaga: Piacemi ch’abbiate addotta opinione, ch’io possa più tosto approvarla che riprovare: perciochè se il fine del capitano, in quanto egli è tale, non è la pace ma la vittoria; assai ragionevole è che la guerra, ch’ è cooperazion sua, non abbia altro fine de la vittoria; e che la pace, se pur è fine de la guerra, sia fine che non si propone il capitano, ma il politico. Così mi ricordo ch’una mattina il signor Scipione mio fratello, discorrendo co ’l signor Sigismondo nostro zio, cavaliero assai esperto ne la guerra, affermava; ed ora il dico assai volontieri, per dimostrare al signor Annibale, ch’io non niego di venir seco a l’accordo, pur ch’egli conceda a me ancora, o che ’l giuoco non sia contesa, o che la guerra sia giuoco.

Margherita Bentivoglia: Io mi voglio qui fraporre, acciochè peggio non ne segua; e prego voi, o signore Annibale, che crediate questo, che il giuoco non sia contesa: perchè se questo sostener voleste, e conceder l’altro, che la guerra fosse giuoco, io non sol d’altro udirei ragionare che di quello di che desiderava che si favellasse; ma temerei anco, che ’l signor Conte mio marito, lasciandosi persuadere che la guerra fosse un giuoco e un trattenimento, molto più spesso di quel ch’ egli suole m’abbandonasse.

Annibale Pocaterra: Signora, s’io non potessi sostenere che ’l giuoco fosse contesa e distinto da la guerra, a ragion potresti desiderare ch’io alcuna de le parti cedessi: ma s’io aggiungendo a la diffinizione quest’altre differenze, ch’egli sia contesa fatta per trattenimento de la pace, da la guerra il distinguerò, non so perchè debbiate constringermi a cedere le mie ragioni.

Giulio C. Gonzaga: Il signor Annibale ritorna più gagliardo, e direi che risorge a guisa d’Anteo, il qual nacque ne la patria di colui di ch’egli tiene il nome, s’a me paresse d’averlo giamai abbattuto. Ma vegga, che s’egli vuole che giuoco sia fatto per trattenimento di pace, a’ soldati, i quali ne la guerra soglion giuocare, no ’l tolga con tanto sdegno loro, che non gli bastino pera ventura quelle arme che da’ suoi loici gli potrebbono esser fabricate.

Annibale Pocaterra: I soldati giuocano ne l’ozio, che molte fiate si concede ne le guerre: onde se non vi piace che si dica, per trattenimento de la pace, potrem dire, per trattenimento de l’ozio.

Giulio C. Gonzaga: Io non sono sì vago di contesa, che tra l’uno e l’altro modo faccia molta differenza. Ma le bariere ed i corsi de la chintana ed i torneamenti non son contese fatte per trattenimento de la pace?

Annibale Pocaterra: Sono.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, questi ancora potrebbono giuochi essere addimandati.

Annibale Pocaterra: Io non conosco cagione per la quale non possano; perchè quelli de’ quali Omero e Virgilio ne l’esequie d’Anchise e di Patroclo fanno menzione, sono assai simili a questi de’ quali avete fatta menzione; [7] e se quelli fur giuochi, questi possono esser detti giuochi convenevolmente.

Giulio C. Gonzaga: Ma questi pare a voi che sian veri contrasti, o finti?

Annibale Pocaterra: Non si può negare ch’in essi non sia vera contesa, perchè d’arte o di leggiadrìa o di pompa o d’altra sì fatta cosa si contende: nondimeno, perchè l’apparenza è molto maggiore de l’effetto, ci rappresentano un non so che di più; e molte volte vera guerra, o vero duello ci rappresentano; onde si può dire, ch’essi sian finti contrasti.

Giulio C. Gonzaga: Finti dunque sono questi contrasti; perciochè essi sono imitazione de’ veri.

Annibale Pocaterra: Così pare.

Giulio C. Gonzaga: Dunque sin’ora, o signore Annibale, abbiam ritrovato, ch’una sorte di giuochi si ritrova, la quale è imitazione de le contese, non vera contesa.

Annibale Pocaterra: Abbiam questo senza dubbio ritrovato.

Giulio C. Gonzaga: Ma nel giuoco del corso e de la lotta vedete voi alcuna sorte d’imitazione?

Annibale Pocaterra: Mi pare che ne l’uno e ne l’altro si veda assai convenevole, se ne l’uno il corso d’Enea o di Turno o d’Ettore saranno imitati; ne l’altro, la lotta d’Ercole e d’Anteo, o quella di Ruggiero e di Rodomonte.

Giulio C. Gonzaga: E nel giuoco de le carte si vede alcuna contesa, o signor Annibale?

Annibale Pocaterra: La veggio veramente dipinta di cavalieri e di re, in diversi modi imitata.

Giulio C. Gonzaga: Ma che diremo del giuoco de gli scacchi?

Annibale Pocaterra: Mi pare ch’anch’esso sia imitazione; perciochè l’ordine de l’esercito in alcun modo ci rappresenta: e si dice che Palamede, ritrovatore de l’ordinanze, il ritrovò ne la guerra di Troia.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, sin’ora pare che’l giuoco sia imitazione, poichè tutti i già detti giuochi in questo convengono, che sono imitazione: e se ne gli altri giuochi parimente la ritroveremo, non vi rimarrà quasi dubbio, ch’egli non sia imitazione. Or diremo noi, che la poesia sia un giuoco?

Annibale Pocaterra: La poesia, giuoco non mi pare che si possa chiamare; ma studio più tosto, che ricerca la vita d’un uomo occupato.

Giulio C. Gonzaga: Pur, alcun lodando il suo signore, che gli aveva concesso ozio di poetare, disse, ch’e’ gli aveva permesso di scherzare di quel che voleva. Nè egli solo così parlò, ma molti altri: e giuochi furono detti particolarmente molti poemi.

Annibale Pocaterra: Furono, ma piacevoli

Giulio C. Gonzaga: Ma fra’gravi qual’è gravissimo?

Annibale Pocaterra: La tragedia.’

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno le contese de’ tragici, non men di quelle de’ comici eran celebrate, a le quali un becco per premio si proponeva.

Annibale Pocaterra: Cotesto è vero; ma insieme è vero quel ch’ io ho detto.

Giulio C. Gonzaga: Se l’una e l’altra cosa è vera, non sono dunque contrarie.

Annibale Pocaterra: Non sono.

Giulio C. Gonzaga: Può dunque esser la poesia insieme studio e giuoco per diversi rispetti. Ma consideriam se d’alcun’altra arte possa il simile a venire. Or ditemi: l’arte del schermo, credete che fosse studio o giuoco de’ gladiatori?

Annibale Pocaterra: Studio.

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno le lor contèse eran giuochi de’popò-. li, tuttochè assai gravi giuochi.

Annibale Pocaterra: Erano.

Giulio C. Gonzaga: E ristesso diremo de’corsi de’ carri e de’ cavalli, e de gli altri de’ quali abbiam già fatta menzione.

Annibale Pocaterra: Diremo.

Giulio C. Gonzaga: Niuna meraviglia è, dunque, che la poesia sia studio de’ poeti, e giuochi de gli spettatori.

Annibale Pocaterra: Niuna.

Giulio C. Gonzaga: Ma la poesia è ella imitazione?

Annibale Pocaterra: Di questo non mi pare ch’ in alcun modo si possa dubitare.

Giulio C. Gonzaga: In tante maniere, dunque, de’ giuochi abbiam sin qui l’imitazion ritrovata, o signor Annibale, che possiam dire che il giuoco sia imitazione, o che ’l giuoco ad una diffinizion sola non si possa ridurre. Ma vogliam contentarci di quel che sin ora s’è detto, o pure più sottilmente ancora la verità di queste cose andar ricercando?

Annibale Pocaterra: A me pare che assai contentar ce ne dobbiamo; perchè quando il giuoco pur non fosse imitazion, com’ a voi pare, sarebbe almen contesa, come io giudicava: e forse quei giuochi tutti, ch’a la imitazion non si riducono, si riducono a la contesa, come a suo genere.

Margherita Bentivoglia: Già mi pare che senza ch’io molto affaticata mi sia, voi medesimi vi siate accordati: del che non so se mi rallegri o mi doglia; e direi di dolermi che non aveste avuto bisogno de l’opera mia, s’io credessi d’essere stata atta a porvi d’accordo. Mi rallegro, dunque; perchè la vostra concordia è argomento de la verità, la qual più tosto da due che da uno suol esser ritrovata.

Annibale Pocaterra: Io maggiormente mi rallegrerei, se così ne l’opinione come nel dubbio fossimo concordi.

Margherita Bentivoglia: Ma ditemi, vi prego, signor Annibale: vipiace più l’opinion vostra, che quella del signor Giulio Cesare?

Annibale Pocaterra: Io di niuna mia opinione mi compiaccio, se ver dico; e meno che d’alcun’altra, di questa, la qual per vostro piacere ho manifestata.

Margherita Bentivoglia: Ma quand’a voi pure più la vostra opinione piacesse, siate contento ch’io vi giudichi uomo vago di contesa; poichè il giuoco non ne la contesa, ma ne la imitazione volete riporre.

Giulio C. Gonzaga: Assai favorisce la signora Margherita la mia opinione con queste sue argute parole.

Annibale Pocaterra: A me sin da principio parve, che la signora Margherita mi fosse anzi contraria che favorevole: non rimarrò nondimeno di dire, ch’io veggio molti giuochi, ne’ quali alcuna imitazione non si ritrova; ma non ne veggio già alcuno in cui non si ritrovi alcun contrasto: e chiederei a voi, signor Giulio Gesare, che imita colui che giuoca a la mazza, o colui che giuoca al pall’a maglio; e, se non imita, come sia vero che ’l giuoco sia imitazione? E potrei così armarmi centra la vostra diffinizione, come vai contra la mia vi siete armato.

Giulio C. Gonzaga: Già non vi si toglie che la mia diffinizione non possiate impugnare: ma io non tanto vi negherei ch’alcuni giuochi fosser privi d’imitazione, quanto che quelli che ne son privi, non abbian tutte quelle condizioni che nel giuoco si richieggono: ma o vi piaccia, signor Annibale, d’addimandare, o di rispondere a quel ch’io in questo proposito vi chiederò.

Annibale Pocaterra: Chiedete quel che vi piace.

Giulio C. Gonzaga: Non avete voi detto, che i giuochi son fatti per trattenimento de la pace?

Annibale Pocaterra: Ho.

Giulio C. Gonzaga: E que’giuochi ne’ quali non è alcuna imitazione, se pur son giuochi, sono di maggior o di minor trattenimento, che gli altri ne’ quali alcuna cosa è imitata?

Annibale Pocaterra: Di minor, senza dubbio.

Giulio C. Gonzaga: Quelli, dunque, che maggiormente imitano, più trattengono.

Annibale Pocaterra: Così pare.

Giulio C. Gonzaga: Ed il trattenimento loro, onde nasce?

Annibale Pocaterra: Da la imitazione.

Giulio C. Gonzaga: Da la natura, dunque, del giuoco retto nasce il diletto.

Annibale Pocaterra: Così credo.

Giulio C. Gonzaga: E forse tanto è egli maggiore, quanto l’imitazione è più espressa, o meglio fatta.

Annibale Pocaterra: Così è senza dubbio; perchè quelle carte ancora, ne le quali i cavalieri e i fanti e i re meglio sono e con più vaghi colori imitati, più volontieri sogliono da’ giuocatori essere usate.

Giulio C. Gonzaga: Ma in quegli altri giuochi, ne’quali non è alcuna imitazione, onde precede il trattenimento: da la natura loro, o pur d’alccma esterna cagione; come sarebbe la vincita del danaro?

Annibale Pocaterra: Da questa più tosto.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, per se stessi dilettevoli molti non sono: e se tali non sono, non sono stati ritrovati per quel fine per lo quale i giuochi furono ritrovati; si ch’a pena del nome di giuoco mi paiono meritevoli.

Margherita Bentivoglia: Già d’una di quelle cose si vien a ragionare, de la quale io desiderava che si ragionasse; de l’origine de’ giuochi, dico: e già quando il signor Annibale disse, che ’l giuoco de gli scacchi era stato ritrovato da Palamede inventor de le ordinanze, volli interrompere il ragionamento; ma mi rimasi di farlo, perciochè in troppo sottile investigazione vividi occupati. Ora che quel che cercavate, se non m’inganno, avete ritrovato, mi voglio anch’ io far lecito di chiedere al signor Annibale, se ’l giuoco de gli scacchi fu ritrovato da Palamede sotto Troia, ond*avvenga che ’n esso sian figurate le Amazzoni: perciochè ne l’Iliade, ch’io ho letta alcuna volta tradotta, non ritrovo menzione nè di Palamede nè de l’Amazzoni; ma Palamede era morto innanzi il nono anno de la guerra, e l’Amazzoni vennero dopo.

Annibale Pocaterra: Nel giuoco di Palamede non eran pera ventura l’Amazzoni: ma questo fu forse accrescimento di quei soldati ch’in Grecia il riportarono, i quali di questa novità il volsero adornare, perchè fosse più grato a gli occhi de’ riguardanti.

Margherita Bentivoglia: Ma la distinzion de le schiere bianche e de le nere, onde fu tolta?

Annibale Pocaterra: Forse da’ Traci che seguirono Reso, e da gli altri popoli settentrionali, e da quelli de l’Oriente, che passarono sotto Mennone.

Margherita Bentivoglia: Ma se queste furono schiere d’un esercito medesimo, non par conveniente che dovessero due eserciti nemici rappresentare.

Annibale Pocaterra: Non credo che in questa imitazione, chi la trovò o l’accrebbe, tanto a la verità o a la favola abbia avuto risguardo, quanto a la vaghezza de la vista, come in molte altre invenzioni si vede osservato: ma chi volesse ch’egli a la verità ed a la favola ancora avesse avuto risguardo, potrebbe dire che le schiere bianche fosser de’ Troiani e de’ popoli de l’Asia, ch’erano molli e delicati, e nodriti, per così dire, a l’ombra; e le nere de’ Greci, che per la polvere e per il sole tali eran divenuti.

Margherita Bentivoglia: Ma l’uso de gli elefanti fu ritrovamento de’ Greci, o pur anco dopo fu ritrovato?

Annibale Pocaterra: Dopo cred’io che fosse tutta questa invenzione non solo accresciuta, ma adornata di quello ch’in ciascuna età ne l’uso del guerreggiare era stato più mirabile.

Margherita Bentivoglia: Assai resto io contenta de la risposta del signor Annibale.

Giulio C. Gonzaga: Ed a me pare che, rispondendo de l’origine de’giuochi, ci abbia maggiormente confirmati in questa opinione, che ’l giuoco sia imitazione; e per confermarlo anco più, gli richiedo, onde avvenga che i re ne gli scacchi si muovan lentamente.

Annibale Pocaterra: Forse per imitar la tardità e la gravità de’ re.

Giulio C. Gonzaga: Ma per questa ragione tardamente si dovrebbono muover i rocchi, ch’ imitano gli elefanti.

Annibale Pocaterra: La necessità e l’ordine del giuoco ha ricercato, ch’ essi corrano tutto lo scacchiero; oltrechè, non essendo ordinariamente adoprati se non nel fin del giuoco, assai convenevolmente rappresentano la strage che fanno gli elefanti ne le schiere rotte e disordinate.

Giulio C. Gonzaga: Ma forse, o signor Annibale, non dee rimaner paga la signora Margherita, che l’origine d’un giuoco, sia ritrovata, se l’origine de gli altri non si ritrova.

Annibale Pocaterra: Così credo: ma se noi parcamente vorrem ricercare quando ciascuno avesse principio, e come, cosa faremo forse altrettanto malagevole, quanto oscura; perciochè di molti giuochi ci converrebbe ragionare, il cui principio è forse così nascoso ne le tenebre, come sono molte stirpi ( [8] ) de gli uomini.

Giulio C. Gonzaga: D’alcuni, dunque, illustri solamente ricercaremo il principio.

Annibale Pocaterra: Di questi non sarà nè diffidi molto, nè noioso il ricercarlo.

Giulio C. Gonzaga: Ma quali son da voi riputati più illustri?

Annibale Pocaterra: Quegli onde gli antichi onoravano l’esequie de’ maggiori, o i sacrificii de gli re, e quelli che si celebravano ne le ragunanze de’ popoli de la Grecia, ad imitazione de’ quali n’instituirono molti i Romani.

Giulio C. Gonzaga: E questi, si come in diversi tempi, così per diverse occasioni ebbero origine?

Annibale Pocaterra: Così credo; e la più antica menzione ch’io abbia di loro ritrovata, è ne’ poeti: ne’ quali non solo si legge, che la sepoltura di Patroclo fu con vari giuochi onorata; ma si legge ancora, ch’Ercole ed Apolline furono co’ giuochi onorati ne’ sacrifici; perciochè quelle ragunanze de la Grecia con le quali fu distinto il tempo, furono instituite molto dopo il tempo de gli eroi, ch’è quello ch’è descritto da’ poeti. Nondimeno di que’ giuochi, ch’in quelle ragunanze si celebravano, si ritrova in Pindaro e ne’ poeti Greci assai spesso menzione; sì ch’ad alcuni è parato, ch’essi potessero esser suggetto di lirica poesia.

Giulio C. Gonzaga: Ma se la tragedia e la comedia, o signor Annibale, son giuochi, come detto abbiamo; debbiam di questi ancora la cagione ricercare, o pur de la tragedia solamente, ch’è più illustre ?

Annibale Pocaterra: De l’una e de l’altra ho io letto, ch’ebbe origine fra i Dorici e gli Ateniesi; ma fra i Dorici, ne la libertà popolare: comechè de la comedia non solo fra i Dorici e gli Ateniesi, ma fra i Dorici de la Sicilia e quelli de la Morea vi sia stato contesa.

Giulio C. Gonzaga: Ma i torneamenti e i corsi de la chintana, non sono anch’essi giuochi illustri?

Annibale Pocaterra: Sono.

Giulio C. Gonzaga: E questi, sapreste voi dire quando avessero origine?

Annibale Pocaterra: Non saprei veramente, se da l’istorie o più tosto da le favole de la Inghilterra non la traessi.

Giulio C. Gonzaga: E da Spagna l’origine d’alcuni altri giuochi potresti trarre, qual’ è quel de le canne e de le caroselle, o da Africa più tosto?

Annibale Pocaterra: Potrei.

Giulio C. Gonzaga: Ma per aventura la signora Margherita non sol di questi tutti vorrebbe sapere l’origine, ma di quelli ancora, che fra loro donne ne le private camere sogliono esser fatti; e di quelli anco di carte e di dadi, e di molti altri.

Margherita Bentivoglia: Di questi anco, che da noi donne; non solo da voi altri signori son chiamati giuochi, vorrei saper l’origine: ma se pur il signor Annibale stima, che o sia molto difficile il renderla, o ch’ a lungo andare dovesse essere noioso il ragionarne, io non lo gravo di maggior fatica di quella ch’a lui piaccia di prendere, o di quella che creda di poter agevolmente sopportare.

Annibale Pocaterra: Io non so quel che mi possa o non possa, come colui che per compiacere a la signora Margherita, ed a voi, dispiaccio a me medesimo.

Giulio C. Gonzaga: Ma peraventura nè a me nè a lei nè a voi dispiacerete, se, come di tutti i giuochi una commune diffinizione s’è data, così tutti ad una commune cagione ridurrete, per la quale essi siano stati ritrovati.

Annibale Pocaterra: Io non so qual possa esser questa commune cagione, se forse non è il trattenimento, per lo quale furono tutti i giuochi (se non m’inganno) ritrovati. Perciochè la severità de la vita attiva, e de la contemplativa eziandio, aveva bisogno d’alcun temperamento che la rendesse piacevole; e le fatiche de l’una e de l’altra con alcun trattenimento dovevan esser mescolate: e questo non si poteva da alcuna cosa più convenevolmente prendersi, che da’ giuochi; i quali, comechè possano esser faticosi a chi gli fa, alcuni d’essi particolarmente, sono sempre nondimeno alleggiamento de le fatiche di chi gli riguarda.

Giulio C. Gonzaga: E questo trattenimento può essere publico e privato?

Annibale Pocaterra: Puote.

Giulio C. Gonzaga: Onde due sorti dei giuochi diremo che si trovino; l’una fatta per publico, l’altra per privato trattenimento.

Annibale Pocaterra: Così mi pare che si debba dire.

Giulio C. Gonzaga: Ma forse la signora Margherita desidera di saper che sia quel che ’l signor Annibale chiama trattenimento.

Annibale Pocaterra: Trattenimento dico io il diletto de l’animo, dal quale i giuocatori, e talora i riguardanti, ingannati, non s’accorgono del fuggir de l’ore; e trattenimento si dice, perch’ egli ci trattiene da l’operazioni, e fra lor si frapone, acciochè più volontieri ad esse, che faticose ci paiono, ritorniamo.

Giulio C. Gonzaga: Ma onde procede questo diletto?

Annibale Pocaterra: Da la vittoria, credo io; perchè la vittoria è dolcissima a ciascuno, o per ingegno o per fortuna che si vinca.

Giulio C. Gonzaga: Ma quando credete che sia più grata la vittoria; quand’ella per fortuna, o per ingegno s’ acquista?

Annibale Pocaterra: Quando per ingegno.

Giulio C. Gonzaga: Più grata adunque è la vittoria del giuoco de gli scacchi, che di quel de le carte, o d’altro, in cui la fortuna con l’ingegno s’accompagni ?

Annibale Pocaterra: Più grata, certo.

Giulio C. Gonzaga: Ma credete voi ch’a ciascuno, o sempre più piacevole sia il giuoco de gli scacchi che quel de le carte, o pur gli altri giuochi d’ingegno piacciano più che quei di fortuna?

Annibale Pocaterra: Alcuna fiata quelli ne’quali la fortuna con l’ingegno s’accompagna, sogliono esser più piacevoli.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, altra cagione di diletto si può ritrovare ne’ giuochi, oltre la vittoria?

Annibale Pocaterra: Così pare, per questa ragione.

Giulio C. Gonzaga: Ditemi appresso: il diletto si sente solamente nel fine del giuoco, o pur mentre si giuoca?

Annibale Pocaterra: Mentre ancora si giuoca, ancora si sente.

Giulio C. Gonzaga: Ma mentre si giuoca, alcuno non ha conseguito la vittoria: non procede, dunque, il piacer da la vittoria sola ?

Annibale Pocaterra: Molte picciole vittorie son riportate nel giuoco, in ciascuna de le quali si sente diletto; se ben l’uomo è incerto de l’ultima e, per così dire, certa e sicura vittoria.

Giulio C. Gonzaga: Picciole vittorie chiama forsi il signore Annibale, nel giuoco de la primiera, i molti resti che si tirano.

Annibale Pocaterra: Queste chiamo picciole vittorie.

Giulio C. Gonzaga: E nel giuoco de gli scacchi chiamerei picciole vittorie i molti pezzi guadagnati.

Annibale Pocaterra: Sì certo.

Giulio C. Gonzaga: Ed in quel de la palla e del pallone, le caccio guadagnate.

Annibale Pocaterra: Queste parimente sono da me picciole vittorie nominate.

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno il giuocatore è incerto de la vittoria sin’al fine; parlo de l’ultima conseguita vittoria.

Annibale Pocaterra: È veramente.

Giulio C. Gonzaga: Ma questa incertitudine mescola co ’l diletto del giuocatore alcuna molestia ed alcun timore ?

Annibale Pocaterra: Sì; mescola, senza fallo.

Giulio C. Gonzaga: Onde nè sincero nè puro diletto può esser quel del giuocatore.

Annibale Pocaterra: Non pare ch’esser possa.

Giulio C. Gonzaga: Ma ne l’incertitudine de la vittoria fa l’ingegno del giuocatore alcuna operazione?

Annibale Pocaterra: Fa; percioch’egli modera così i prosperi come gl’infelici avenimenti di fortuna, dirizzandogli a la vittoria.

Giulio C. Gonzaga: E questa moderazione de gli accidenti de la fortuna, può ella esser senza diletto?

Annibale Pocaterra: Non, a creder mio.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, non tanto da la vittoria, quanto da l’operazione del giuocatore, ch’ è in lui, può nascere il diletto; e s’aviene che il giuocatore sia tale, che moderi non sol gli accidenti di fortuna, ma gli affetti de l’animo, eziandio sentirà egli puro e sincero e moderato piacere.

Annibale Pocaterra: Sentirà, quando sia tale. Pochi nondimeno sono si fatti; ma la maggior parte de’ giuocatori, tra la speranza del guadagno e ’l dubbio del perdere, e tra il diletto e tra il dolore d’alcuni guadagni e d’alcune perdite, che si fanno nel giuoco, passano in guisa quel tempo ch’è destinato a l’ozio, che quasi non se ne accorgono: ma allora se n’accorgono, ch’è già trapassato. E questo è quel ch’è propriamente detto diletto de’ giuocatori, il quale non è semplice diletto, comechè il diletto sia con gli altri affetti mescolato.

Giulio C. Gonzaga: Ma se del liberale giuocatore parleremo, diremo ch’egli senta semplice diletto?

Annibale Pocaterra: Diremo.

Giulio C. Gonzaga: Ma non abbiam noi detto, o signor Annibale, che, tra’ giuochi, quelli meglio sono stati instituiti, che fanno alcuna imitazione?

Annibale Pocaterra: Abbiamo.

Giulio C. Gonzaga: E l’imitazion non è ella semplice?

Annibale Pocaterra: Senza dubbio.

Giulio C. Gonzaga: Ne solo operazione, ma dilettevole operazione.

Annibale Pocaterra: Dilettevole è senza alcun dubbio.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, perchè il giuocatore fa alcuna operazione, ed alcuna imitazione giuocando, sentirà diletto?

Annibale Pocaterra: Così pare per questa ragione.

Giulio C. Gonzaga: Ma l’imitazione a coloro che la fanno solamente è piacevole, o pur a chi la rimira ?

Annibale Pocaterra: A chi la rimira ancora.

Giulio C. Gonzaga: I giuochi, dunque, a’ giuocatori ed a’ riguardanti per questa ragione saranno piacevoli.

Annibale Pocaterra: Saranno: ma comech’io non neghi che l’operazione e l’imitazione soglia apportare diletto, l’incertitudine nondimeno de la vittoria, e gli affetti che in questa incertitudine si sentono, non solo a’ giuocatori, ma a’ riguardami ancora, che con alcuna animosità di parte sogliono i giuochi rimirare, è di grandissimo trattenimento.

Giulio C. Gonzaga: Nè io questo niego, nè muto opinione che ’l diletto del giuocatore altrettanto ne l’operazione, ch’ è in lui, quanto ne la vittoria, ch’ è fuor di lui, sia riposto: ma chiedo ben, se quelle vittorie sempre son più piacevoli, che con l’operazione, de la quale il giuocatore sia signore, sono acquistate.

Annibale Pocaterra: Così par ragionevole che dovesse essere.

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno, quelle che con operazione di maggiore ingegno sono acquistate, sono più faticose; come è quella del giuoco de gli scacchi, e de gli altri sì fatti.

Annibale Pocaterra: Sono.

Giulio C. Gonzaga: E di minor fatica sono quelle, ove la fortuna ha parte, come ha ne’ giuochi de le carte, ed in molti altri.

Annibale Pocaterra: Di minore, a parer mio.

Giulio C. Gonzaga: E per questo rispetto, forse, paiono elle più piacevoli.

Annibale Pocaterra: Così credo; perchè la fatica sempre scema del diletto.

Giulio C. Gonzaga: Ma l’ultima e sicura vittoria è congiunta con l’operazione, o pur seguita l’operazione cóme suo fine?

Annibale Pocaterra: Segue l’operazione come suo fine, perchè in quelle, che con l’operazioni sono congiunte, sono le pioemie ed incerte vittorie.

Giulio C. Gonzaga: Ma del fine de l’operazioni più faticose è più faticosa, o pur tanto più piacevole, quanto l’operazione è stata più faticosa, la vittoria ?

Annibale Pocaterra: I fini de l’operazioni più faticose, più piacevoli sogliono essere, che quelli de l’altre.

Giulio C. Gonzaga: Più piacevole, dunque, sarà la vittoria del giuoco de gli scacchi e de gli altri che con alcuna fatica si fanno?

Annibale Pocaterra: Così pare.

Giulio C. Gonzaga: Ma de le vittorie non sono alcune accompagnate dal danaro, o da cosa che dal danaro sia misurata; alcune da niun prezzo sono accompagnate ?

Annibale Pocaterra: Così avviene.

Giulio C. Gonzaga: Ma se l’un’a l’altre paragonante, quali più dilettevoli saranno da voi stimate?

Annibale Pocaterra: Quelle, senza alcun dubbio, le quali da danaro o d’ altro prezzo sono accompagnate.

Margherita Bentivoglia: Molto avari fa il signore Annibale i giuocatori, senza alcuna contesa del signor Giulio Cesare, se quella vittoria lor più piace, la qual dal prezzo è accompagnata.

Annibale Pocaterra: Avarizia sarebbe, signora, se ’l danaro fosse per sè dal giuocatore desiderato; ma desiderandolo il giuooatore come pregio de la vittoria, più tosto cupido di lode dee esser detto, ehe avaro. E se i doni piacciono a l’ambizioso quanto a l’ avaro; a questo perchè apportano utilità, a quello perchè sono argomento d’onore; il danaro che si vince dee esser grato al vincitore, come utile ed onorevole.

Margherita Bentivoglia: Non tanto a me dispiace la ragion che voi dite, quanto mi pare che in quei giuochi ancora, ne’ quali non si giuocan danari, la vittoria debbia esser grata per se stessa,  nè men grata che ne gli altri.

Giulio C. Gonzaga: Dovrebbe esser certo, e suole esser grata in ogni giuoco. Ma ditemi, o signora, quando alcuna donna supera tutti quegli affetti, per gli quali l’altre donne sogliono compiacere, almeno d’uno sguardo, chi lor rimira, non sentono piacere d’aver in ciò costantemente adoperato?

Margherita Bentivoglia: Le donne, ch’amate superan gli affetti loro, altrettanto diletto debbon sentire nel superarli, quanta vergogna sentirebbero se si lasciasser vincere.

Giulio C. Gonzaga: Ma se ’l marito, divenendogli per ciò più affezionato, o monile o altra cosa gli donasse, quasi pregio di quella vittoria che de le cupidità avesse riportato, non le verrebbe sì fatto pregio grato oltremodo?

Margherita Bentivoglia: Le sarebbe.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, se le donne ne l’operazioni loro volentieri il premio ricevono, e se ’l dottore e ’l poeta e ciascun altro brama il premio de l’opere sue, potete ben credere che ’l giuocatore desideri il pregio de la sua vittoria; la qual molte fiate è effetto de la sua fortuna, molte de la sua industria. Ma se ciò è vero, o signor Annibale (ch’a voi ora da la signora Margherita rivolgo il ragionamento), come può a l’amico esser lecito di giuocar con l’amico, e di procurar guadagno?

Annibale Pocaterra: Ciascuno nel giuoco è nemico a colui con chi giuoca; onde da lui procurando guadagno, procura guadagno dal nemico.

Giulio C. Gonzaga: Ma il nemico, o signor Annibale, non è quegli che combatte co ’l nemico?

Annibale Pocaterra: Sì certo.

Giulio C. Gonzaga: Ed il giuocatore, che non combatte, ma imita il combattere, procura il guadagno dal nemico da giuoco?

Annibale Pocaterra: Procura.

Giulio C. Gonzaga: Da colui, dunque, che fuor di quel giuoco suole essergli amico?

Annibale Pocaterra: Assai è vero, che con gli amici, anzi che co’ nemici, soglion giuocare i giuocatori; nondimeno, se dal nemico da giuoco procura il guadagno, con quell’animo medesimo no ’l procura, co ’l quale dal vero nemica il cercherebbe.

Giulio C. Gonzaga: Ma l’avaro con qual animo il procura?

Annibale Pocaterra: Con quello che ’l nemico dal nemico il procurarebbe.

Giulio C. Gonzaga: Vero è dunque, o signor Annibale, che alcuna volta siano degni di maggior biasimo i giuocatori che i ladri ?

Annibale Pocaterra: Vero potrebbe essere in alcun modo; perchè se voi me, che amico e servitore vi sono, nel giuoco procuraste di ruinare; ed io ad una donna, che crudele mi fosse anzi che no, involassi un paio di guanti, o una corona, o altra sì fatta cosa, minor biasimo meriterei io nel furto, che voi nel giuoco.

Margherita Bentivoglia: Molto buona si fa il signor Annibale la sua ragione, e molto si fa lecito il poter involare a le donne; a le quali essendo molto facil cosa l’involare, poca industria dimostrerebbe chi loro alcuna cosa involasse, et indegno di quella lode mi parrebbe, la quale gli Spartani meritarono.

Giulio C. Gonzaga: Gli Spartani sapevano così ben ricoprire, come involare; [9] anzi, altra scusa o altra lode non meritavano, di quella d’averle saputo fare senza ch’altri se ne accorgesse; onde se fossero stati colti nel furto, come gli altri sarebbono stati biasimati. Ma ancor ch’ io giudichi, che non sia lecito d’involare a le donne, nondimeno avrei per minor errore l’involar talvolta un paio di guanti, o un velo, o altra sì fatta cosa, ch’in lor memoria potesse esser conservata, che l’avidità del vincere in giuoco tutti i denari; la quale ho talvolta conosciuta in alcuni cortegiani, che mi sono paniti più tosto buoni giuocatori, che gentili trattenitori di donne.

Margherita Bentivoglia: Già s’è cominciato a ragionar d’un’ altra di quelle cose, de le quali io desiderava che si ragionasse; se lodevol fosse il giuocare, e se lecito fosse l’ingannare.

Giulio C. Gonzaga: Ma di queste cose peraventura in un modo ne potrebbe il signor Pocaterra co’ suoi compagni ne le scuole ragionare, ed in un altro con la signora Margherita: non perch’ ella non sia atta ad intendere tutto ciò che dal signor Annibale, o da me, potesse esser detto; ma perchè a noi si conviene di parlare in modo, ch’ella volontieri ne ascolti.

Annibale Pocaterra: Io per me direi, che la cupidità di guadagno dee esser moderata in tutti i giuochi, e particolarmente in quelli che con le donne si fanno.

Giulio C. Gonzaga: E questa moderata cupidità di guadagno pare a voi lodevole, o signor Annibale?

Annibale Pocaterra: Sì certo; perchè la moderazione di ciascuno affetto è lodevole; ed essendo la cupidità di guadagno un affetto siccome gli altri, non veggio perchè il moderarlo non debba lode riportare.

Giulio C. Gonzaga: Ma l’invidia è affetto?

Annibale Pocaterra: È.

Giulio C. Gonzaga: Ed affetto è parimente la malignità?

Annibale Pocaterra: Parimente.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, chi modererà questi affetti, ancora meriterà lode o pure alcuni affetti sono in guisa rei, che dovrebbono anzi essere estirpati? E tale è peraventura la malignità e l’invidia : ma non so già se la cupidità del guadagno tra questi debba esser riposta.

[10] Annibale Pocaterra: Se questo nome di cupidità v’ offende, lascianlo da parte con quegli altri, i quali a voi paiono in guisa rei, che non posson ricever moderazione; comech’a me paia, che se niun’affetto è stato indarno da la natura prodotto, tutti posson ricever moderazione.

Giulio C. Gonzaga: Ma se da parte lascieremo questo nome di cupidità, qual’altro prenderemo in quella vece?

Annibale Pocaterra: Quello di desiderio; perchè senza desiderio di vincere non mi par che si possa giuocare.

Giulio C. Gonzaga: E quando il prezzo del giuoco è il danaro, o cosa dal danaro misurata, pare a voi che senza biasimo si possa desiderar di vincere il danaro?

Annibale Pocaterra: A me pare che si possa, pur che mediocremente si desideri la vincita e questa mediocrità consisterà non solo in non desiderare di vincere con maggiore affetto di quel che si convenga ; ma anche in non desiderar di vincere più di quel che porti la natura del giuoco: e quelli che con altro affetto giuocano, sono gli avari giuocatori; i quali, come detto abbiamo, de’ ladri non sono migliori.

Giulio C. Gonzaga: E come questi avari giuocatori da gli altri conosceremo ?

Annibale Pocaterra: A molti segni; e particolarmente al risparmio co ’l quale cavano i denari, a la cautela de l’accettar gl’inviti, a la difficoltà del fare partito.

Giulio C. Gonzaga: Il liberal giuocatore dunque molto caverà, e facilmente inviterà ed accettare gli inviti ?

Annibale Pocaterra: Così credo.

Giulio C. Gonzaga: Ma così facendo, sarà cagione che ’l giuoco s’ingrossi.

Annibale Pocaterra: Sarà.

Giulio C. Gonzaga: E nel giuoco grosso non è più ragionevole il guadagnar molto, che nel picciolo?

Annibale Pocaterra: È senza dubbio.

Giulio C. Gonzaga: Se nel giuocatore, dunque, sarà alcun desiderio di soverchio guadagno, la sua sarà anzi avarizia che liberalità ; si che de i tre segni proposti da voi quel di fare i partiti mi pare il più certo: [11] e comechè la larghezza del giuocare possa parer liberalità, perch’ella da un cotal disprezzo del danaro è accompagnata; nondimeno allora la reputo io più lodevole, che per compiacere a le donne, con le quali si giuochi, sia usata: e comechè il liberal giuocatore sempre debbia moderare la cupidità del guadagno; nondimeno, quando aviene ch’egli giuochi con le donne, poca volontà d’altro che di servirle e di trattenerle dee dimostrare. [12] E se questo più ne le vostre scuole non s’impara, o signor Annibale, ne le quali di fare i sillogismi e di dimandare e di rispondere artificiosamente s’impara; assai s’apprende ella ne le corti: ed io per me tanto n’ ho appreso, che potrei a le volte giuocar con tale, che porrei la mia vittoria nel perdere, e mi lascierei vincere a bell’arte. E quando io pur non mi volessi lasciar vincere, almeno assai più lentamente procederei ne la vittoria, e con maggior facilità verrei a tutti i partiti ed a tutti gli accordi. E questa facilità, che con le donne è creanza, mi parrebbe alcuna volta sciocchezza con gli uomini.

Margherita Bentivoglia: Quella de gli uomini, che da voi è stimata creanza e cortesia, da me è riputata inganna ed artificio; perciochè gli uomini molte fiate si lascian vincere, per vincer le donne in altri contrasti di maggior importanza.

Annibale Pocaterra: Gran severità mostra la signora Margherita in non gradire quella, che dal cavaliero suol esser riputata creanza nel trattener le dame.

Giulio C. Gonzaga: Forse non ha in tutto il torto la signora Margherita, perciochè anzi accortezza che severità è ’l ricusare di vincer coloro che fanno troppo manifesta la lor volontà di perdere; la qual da ben creato cavaliero dee esser ricoperta.

Margherita Bentivoglia: È creanza il perder con le donne, forse perchè la vittoria è lodevole solo quando ella ha contrasto: ma le donne non possono con gli uomini nè d’ingegno nè di fortuna contendere.

Giulio C. Gonzaga: Benchè ad alcuni vera potesse parer la ragion de la signora Margherita, nondimeno non ardirei di confermar che le donne, d’ingegno con gli uomini non potessero contendere; parendomi che niuno ingegno d’uomo sia tale, che si debba sdegnare di venire in parangone co’l vostro.

[13] Onde crederei che Ferrara non dovesse per voi invidiare nè a Modona la signora Claudia Rangona, nè a Parma la signora Barbera Sanseverina, nè a Firenze la signora Ermelina Canigiana, nè a Correggio la signora Fulvia, che n’è nata signora, nè ad Urbino la signora Felice de la Rovere; le quali cinque signore ho io conosciute d’ingegno così pronto e vivace, che maggior timore avrei avuto di contendere parlando con alcuna di loro, che di trovarmi incontra un cavaliero con la lancia in resta. Ma ch’è paruto a voi, signori Ferraresi, de la nostra serenissima Principessa?

Margherita Bentivoglia: Non è stato alcuno di noi che non sia rimaso tanto sodisfatto de l’ingegno e de’ costumi laudevoli, quanto maravigliato de la bellezza e de la grazia del corpo: ma non men credo ch’a voi altri signori debbano esser piaciute le nostre.

Giulio C. Gonzaga: Io per me non posso se non ammirare le Principesse di Ferrara, e particolarmente la Duchessa di Urbino; la qual ne l’età più matura conserva ancor la maggior parte di quella bellezza, che ne la giovanile dicono ch’ è stata senza pari. [14] Nè meno che per la bellezza del corpo, è degna di maraviglia per l’accortezza, per la gravità, per la modestia, la quale la ritiene assai volte, che di molte cose, che molto intende, non parli più di quel ch’a donna ed a principessa s’appartenga. Si ch’a me pare, che più tosto di fortuna che d’ingegno voi debbiate cedere a gli uomini; poichè da la vostra fortuna [15] non v’è concesso molte fiate il vostro ingegno dimostrare.

Margherita Bentivoglia: Sfortunata cosa, dunque, è il nascer donna; perchè se ben la Fortuna donna e dea si dipinge, a quelle del suo sesso nondimeno suole men favorevole che a gli uomini dimostrarsi.

Giulio C. Gonzaga: Non può essere in alcun modo sfortunato quel sesso, nel quale la signora Margherita è nata, e tante altre valorose donne.

Margherita Bentivoglia: Questa è la consolazione che da voi altri sogliamo ricevere, anzi di parole e d’apparenze cortesi, che d’effetti: ma assai son io contenta d’ubbidire a chi debbo; nè tanto mi doglio de la mia fortuna, quanto di quella di molte donne, che s’attengono a chi non sa commandare, come lor Dea. Questa Fortuna nondimeno, ch’in alcun quadro io ho veduta dipinta con la fronte crinita e co’ piedi alati, Dea non è certo, [16] come gli idolatri credevano. Che cosa dunque è ella (se pur non è un nome vano senza soggetto)? E questo ora addimando, perciochè da don Lelio, padre del Giesù, di belle e scelte lettere, udì io dire un giorno, che la signora mia suocera addolorata per la morte del marito consolava, ch’alcuni teologi avevano creduto ch’ella non fosse cosa alcuna.

Giulio C. Gonzaga: Io, lasciando stare quel che i teologi ne credono (l’opinioni de’quali, quantunque stimi vere, non vorrei che fosser tra’ nostri ragionamenti mescolate) non son dubbio s’ella si ritrovi; ma se nel giuoco si ritrovi, e come, pregherei il signor Annibale ch’al mio desiderio sodisfacesse, se non fosse che molto prima al vostro dee sodisfare. Diteci dunque, signor Annibale, quel che i vostri filosofi dicono de la fortuna.

Annibale Pocaterra: De le cagioni alcune sono per sè, alcune per accidente; e la fortuna è una di quelle che sono per accidente.

Margherita Bentivoglia: Questi vostri per sè e per accidente, sono termini assai buoni, credo io, ma da me non tanto intesi quanto io vorrei.

Annibale Pocaterra: La signora Margherita s’infinge, perchè buoni non gli stimerebbe se non gli intendesse; onde non tanto credo che voglia intendergli, quanto far prova come io gli sapessi dichiarare a chi poco gli intendesse. Dirò, dunque, che s’alcun giuocasse in alcuna bella e nobil brigata di donne a primiera, e giuocando fosse preso del piacer d’alcuna donna; due cagioni si porrebbon: l’una per sè, che sarebbe la bellezza de la donna piacciutagli; per accidente l’altra, che sarebbe il giuoco: ed è detta cagione per accidente, perchè non è necessaria cagione de l’amore; ma può avvenire ch’altri giuocando s’innamori, e potrebbe avvenire che non s’innamorasse.

Margherita Bentivoglia: Assai convenevolmente trova occasione il signor Annibale di mescolare ragionamenti d’amore in questo proposito; forse come colui che d’alcun amor dee esser preso: ed a me pare d’avere inteso assai bene quel che sia cagione per sè, e quel che per accidente. Or lascierò che ’l signor Giulio Cesare in modo l’addomandi de la fortuna, che non ci lasci alcun dubbio.

Giulio C. Gonzaga: Diteci dunque, signor Annibale, se tutte le cagioni accidentali si dicon per fortuna.

Annibale Pocaterra: La fortuna è una de le cagioni accidentali; la qual si dice propriamente esser cagione di quegli effetti, i quali fatti con alcuno umano proponimento, avengono altramente di quello che l’uomo s’aveva presupposto.

Giulio C. Gonzaga: Quegli effetti dunque, i quali non avengono oltre l’umano proponimento, non si recano a la fortuna?

Annibale Pocaterra: Non pare.

Giulio C. Gonzaga: Non sarà, dunque, per fortuna la caduta d’un spiedo o d’altra arma, che dal luogo ov’ è riposta cada, e ferisca un cavaliero?

Annibale Pocaterra: Non pare a me; ma per caso più tosto: sotto il quale si riducono tutti quegli effetti, de’quali può esser per sè cagione la natura.

Giulio C. Gonzaga: Assai intendo io come il caso da la fortuna sia distinto; la qual distinzione a me, che pur alcuna volta soglio udire il signor Scipione mio fratello co’ filosofi discorrere, non è nuova: ma credo anche, che nuova non sia a gli orecchi de la signora Margherita; o quando pur nuova fosse, agevolmente credo che da lei sia stata intesa. Ma credo anco, che potrebbe dubitare se colui, che vince a’ tarocchi o a primiera, vince per fortuna;

Annibale Pocaterra: Per fortuna vince il più de le volte, tuttochè alcuna volta per ingegno possa vincere.

Giulio C. Gonzaga: Ed anco per fortuna vince alcuna volta il cavaliero il pregio de la giostra o del torneamento.

Annibale Pocaterra: Vince.

Giulio C. Gonzaga: E per fortuna i tragici e i comici vinsero alcuna fiata le lor contese.

Annibale Pocaterra: Vinsero.

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno, nè i poeti, nè i cavalieri, nè i giostratori vinsero oltre il proponimento che avevan di vincere, perchè s’avevano proposta per fine la vittoria. Come dunque la vittoria loro è per fortuna?

Annibale Pocaterra: De’ nomi de’ filosofi aviene quel che de gli instrumenti de gli altri artefici; i quali alcuna volta in alcuni usi propri, alcuna in altri men propri sono usati. Perciochè questo nome di fortuna, il quale propriamente vuole usarsi quando de l’azioni de gli uomini si ragiona, suole alcuna volta assai distendersi, ed a tutte quelle cagion attribuirsi, le quali certe non sono, nè conosciute: e tale molte fiate è quella che dà la vittoria al giuocatore ed a gli altri che contendono; e quella eziandio, che con un stesso vento conduce una nave in porto, co ’l quale un’altra era perita: ( [17] ) sì che se propriamente vorrem parlare, non è forse la fortuna cagione che altri o perisca o si salvi, se ben propriamente de l’uno e de l’altro effetto può esser cagione.

Giulio C. Gonzaga: A me pare che ’l nome di fortuna non solo s’usi propriamente in quegli effetti che avengono oltre l’intenzione de l’operante, ma in quelli ancora che l’uom si propone di fare; quando, non potendo esser fatti con alcuna certa ragione, dipendono da ragione esterna: e peraventura chi ristrinse gli effetti di fortuna in quegli solamente, ch’oltre il proponimento de l’operante accadono, proprio gli ristrinse: onde, perchè nel giuoco non c’ è alcuna certa ragione di vincere, può la vittoria del giuoco avenire per fortuna; massimamente se colui che vince, non vince nel modo co ’l quale di guadagnare s’aveva proposto, ma in altro modo diverso; come vincerebbe alcuno se, mentre va a primiera, aspettando carte de’ fiori, gli sopragiungesse di picche, che gli facesse far trentasette o trentanove: perciochè quand’egli si pone a flusso con quarantanove o con cinquanta di quadri o di cori o di picche affrontate, se con flusso vince, o senza flusso, non si conosce così apertamente ch’egli vinca per fortuna; anzi, può alcuna fiata parere ch’ei vinca per alcuna arte che abbia del giuoco, per la quale abbia saputo a tempo invitare, o tener del resto.

Margherita Bentivoglia: Ora, se non m’inganno, è forse tempo che m’insegniate l’una di quelle cose che nel principio del ragionamento vi richiesi.

Giulio C. Gonzaga: Forse, se si dia arte alcuna del giuoco?

Margherita Bentivoglia: Così forse dimandareste, come s’avete a vincere: che queste dispute de l’arte sono altrettanto difficili, quanto sia quella de la fortuna, de la quale s’alcuna cosa vi rimane a dire, non vorrei perciò che fosse tacciuta.

Giulio C. Gonzaga: A me non rimane che dire, ma che chieder più tosto: e chiederò il signor Annibale, se così il caso come la fortuna possa nel giuoco aver parte.

Annibale Pocaterra: Può, s’io non m’inganno, aver parte in quei giuochi, ne’ quali o la gravità o la leggerezza o altra qualità de’ corpi naturali è cagione de’vari effetti; come nel giuoco del pallone e la palla io recherei al caso molti balzi, ch’oltre ogni aspettazione avengono; e nel giuoco del pall’a maglio parimente: ne’ quali da la gravità e da la leggerezza de le palle, e da l’egualità o disegualità de la terra, e da’ concorsi, per così dire, de le palle con altri corpi, mirabili effetti veggiamo avenire. E simili a questi, molti ne possono avenire nel giuoco de’ dadi, ne’ quali gli angoli e la superficie sono di non piccola importanza: e quando non siano eguali, sogliono fare alcuni effetti ch’al caso posson ridursi; de’ quali la malizia de gli uomini ha fatto quasi un’arte. Nondimeno, perchè questi corpi naturali sono istrumenti, per così dire, de’ giuochi, e da le mani de gli uomini sono maneggiati con alcuna determinata intenzione, molto più ragionevolmente la fortuna che il caso n’ è stimata la cagione.

Giulio C. Gonzaga: Ma se questi incerti avvenimenti si possano con alcuna ragione moderare, e se del giuoco si possa dare alcun’arte, o si possa (come ella vuole) insegnare a la signora Margherita di vincere; che ne credete, o signor Annibale?

Annibale Pocaterra: L’arte si può dare in quelle cose ch’ o sempre o per il più si fanno ne l’istesso modo: ma se per lo più succedono questi effetti del giuoco, i quali o tutti a la fortuna, o parte al caso e parte a la fortuna posson ridursi; aspetterei d’udire da chi fosse più pratico del giuoco, che non sono io.

Giulio C. Gonzaga: Io peraventura posso esserne più pratico di voi: ma non abbiam già noi detto, ch’ in alcuni giuochi ha parte la fortuna, in altri non l’ha?

Annibale Pocaterra: Abbiamo.

Giulio C. Gonzaga: Ed in quelli ove la fortuna non ha parte, dubitate voi se gli effetti per il più, o se pur rade volte a vengano?

Annibale Pocaterra: In quelli senza alcun dubbio gli effetti avengono per lo più.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, d’essi si può dare arte e si può non difficilmente insegnare a la signora Margherita di vincere, come il signor conte Annibale Romeo le insegnarebbe di vincere a scacchi?

Annibale Pocaterra: Si può, a parer mio.

Giulio C. Gonzaga: Ma in quegli altri, ne’ quali la fortuna ha parte, posson gli effetti avenir sempre, o per lo più?

Annibale Pocaterra: Non possono.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, d’essi arte non si può dare?

Annibale Pocaterra: Non, propriamente ragionando: ma se voi mi concederete, che de le cose, che da me in un proposito sono state addotte, possa in un altro valermi; dirò, che se ben l’arte propriamente si trova in quelle cose che con alcuna certa ragione son fatte, nondimeno in quelle ancora, ne le quali non si dà alcuna certa ragione, si dà alcuna osservazione; la qual suole spesso esser fallace, ma forse il più de le volte non è tale. E questa è l’arte di quei giuocatori tutti, i quali alcuna cosa credono a la fortuna.

Giulio C. Gonzaga: Mi pare che voi abbiate descritte quelle che da alcuni son chiamate arti congietturali; qual’è forse quella del capitano e del navigante: perchè sì come in quelle ci sono alcune regole ed alcune osservazioni, ne le quali l’uomo esperto suol fondarsi; così il pratico giuocatore ha le sue, per le quali molte fiate giudica de gli avenimenti. Dal mormorar de l’onde e de’ venti, da le nubi e dal cader de’ lampi, da le macchie del sole e de la luna, dal volar de gli augelli, da l’apparir de’ delfini, e da altri sì fatti segni argomenta il nocchiero la tempesta e la serenità, e se sia tempo di navigare o di ritrarsi in porto: parimente il giuocatore da molti segni conosce la detta e la disdetta, fallaci alcuna fiata, alcuna assai veri; sovra’ quali è fondata l’arte sua. Ma che cosa direm noi, che sia questa detta o disdetta, signor Annibale?

Annibale Pocaterra: Un concorso di cagioni accidentali, per le quali crediamo, che così un favor di fortuna dietro l’altro debba seguire, come un’onda dietro l’altra suol seguitare.

Giulio C. Gonzaga: E questo, se non è in guisa securo, che se ne possa il giuocator promettere vittoria, il dee assai cautamente accompagnar con quella che da voi arte congietturale o osservazione è stata addimandata, per la quale suole molte fiate esser vittorioso.

Annibale Pocaterra: Dee, a mio giudicio.

Giulio C. Gonzaga: Ma da quale arte si può muovere il giuocatore a fidarsi più tosto de le carte di danari e di spade, che di quelle di bastoni ?

Annibale Pocaterra: Da niuna, pare a me.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, solo da l’avere osservato, che così molte fiate facendo gli è succeduto di vincere.

Annibale Pocaterra: Da questa osservazion, forse.

Giulio C. Gonzaga: Ma tutta volta, quel che ad alcuni succede, non succede ad alcuni altri: ed un giuocatore istesso alcuna fiata aviene che vinca più facilmente con le carte d’un giuoco, ohe con quelle d’un altro; alcun’ altra altramente aviene.

Annibale Pocaterra: Così suole avenire.

Giulio C. Gonzaga: Ma di questi effetti, nè a voi pare che se ne possa rendere alcuna ragione, nè io so chi n’ abbia fatta osservazione alcuna. Ma l’osservazioni si fanno più tosto de’ tempi de l’invitare, e de l’accettar l’invito, e di quel che soglia avenire ad un ch’inviti; o pur de l’animo e de la risoluzione de gli avversari, con la quale si muovono a fuggire o a far difesa; de le maniere de’ giuochi, altre più ardite, altre più caute, altre più scarse, altre più liberali; e di quel che con ciascuna d’esse si faccia più facilmente o più difficilmente. Misura, oltre di ciò, il giuocatore il suo resto e quel de gli avversari ; tien memoria de le carte che ha scartate, e di quelle che sono nel mazzo; e da l’une e da l’altre argomenta quel che gli avversari possono aver ne le mani; e da’ sembianti e dal volto eziandio, ne’ quali il timore e la speranza e la cupidità e l’allegrezza difficilmente posson ricoprirsi: e da queste osservazioni tutte farà quella, che da voi arte de’ giuocatori è stata detta. Ma sì come alcune proprie osservazioni avrà il giuocator de le carte, così altre n’avrà quel de’ dadi (e parlo ora di quei giuochi, de’ quali da principio intese la signora Margherita; perchè se de l’armeggiare, o d’ alcune maniere di poesie, che giuochi da noi sono state dette, si dia arte o non si dia, da altri è stato ricercato; nè l’occasione del nostro presente ragionamento porta che se ne ragioni), ben vorrei che, se in alcun modo possibil fosse, insegnassimo a la signora Margherita di vincere, com’ella desidera. Ma forse non tanto con alcuna osservazione di congietture ciò si può fare, quanto con alcuna arte secreta de’ numeri; la quale, o quella sia per cui lo Scottino è tenuto in pregio da molti principi, o alcun’altra che da le scuole de’ Platonici e de’ Pitagorici sia derivata, è certo degna di maraviglia: ma a me, che rade volte posi il piè nel Liceo e ne l’Academia, e tanto solo quanto dal signor Scipione fratello mio ci fui accompagnato, e ne le scuole de’ Pitagorici non fui giamai, alcun suo secreto non è manifesto. Ben crederei che, se qui fosse il signor Scipione, potrebbe al dasiderio de la signora Margherita meglio sodisfare : che, per quel ch’ io n’ udì una volta ch’ egli in casa del signor Sigismondo nostro zio ne ragionò co ’l padre Francesco Panigarola, famoso per l’eloquenza; oltre ad ogni altro assai mi parve che n’ intendesse, tuttoch’io non a pieno intendessi quel che da loro fosse detto. Ma se noi non possiamo insegnare a la signora Margherita di vincere sicuramente, tentiamo almeno di insegnarle com’ella, co ’l fare alcuni accordi, possa aspirare a la vittoria.

Annibale Pocaterra: Assai insidiose sono le donne per se stesse, e s’alcuno ammaestramento da noi ricevessero, peraventura con troppo nostro danno sarebbe da lor usato.

Giulio C. Gonzaga: Non è tale, per quel ch’a me ne paia, la signora Margherita, nè mi guardarci io giamai d’insegnarle tutto ciò ch’ io sapessi.

Margherita Bentivoglia: Quelli accordi che sono più tosto dirizzati a la vittoria ch’ a la pace, sono forsi insidiosi: ed io ho udito dire, che tali furono quegli de gli Africani, da’ quali voi avete tolto il nome, signor Annibale; ed alcuna fiata quei de’ Romani ancora, signor Giulio Cesare: e se ben io sono desiderosa di vincere anzi che no, non tanto giuocando vorrei procurar di vincere con gli accordi, quanto, facendogli con onore e riputazion mia, schivar soverchia perdita.

Giulio C. Gonzaga: Non può esser dannosa pace quella che sia orrevole, nel giuoco particolarmente; e mi pare di poter affermare, che i partiti de’ giuocatori sian così simili a gli accordi che si fan ne la guerra, che nulla più: ma a chi direm noi che si convenga dar le leggi de gli accordi, o signor Annibale?

Annibale Pocaterra: Dee darle, a mio giudicio, chi ha il favor di fortuna, e riceverle chi non l’ha.

Giulio C. Gonzaga: Chi direm noi che sia favorito da la fortuna?

Annibale Pocaterra: Colui ch’è in vincita, il quale ha veduti di nuovo alcuni segni de la sua detta.

Giulio C. Gonzaga: Ma se colui e’ ha maggior resto innanzi, avesse perduti alcuni piccioli inviti, co’ quali l’avversario avesse ingrossato il suo, devrebbe egli dare o ricever le leggi de l’accordo?

Annibale Pocaterra: Ricever, credo io, anzi che dare, quando i segni de la fortuna inclinata non fosser dubbii.

Giulio C. Gonzaga: Ma s’avenisse ch’ egli si ritrovasse in mano il vantaggio del punto?

Annibale Pocaterra: Allora non mi pare che senza indegnità si potesse ricever le leggi de l’accordo, e che gli si convenisse di darle più tosto.

Giulio C. Gonzaga: Ma l’altro, forse, e’ ha il favor de la fortuna, non vuole riceverle.

Annibale Pocaterra: Così spesse fiate suole a venire: perchè colui che conosce il favor de la fortuna, tutto ch’abbia il disavantaggio de le carte, vuol crederle; ed a l’incontro colui, ch’è in disdetta, quantunque sia superiore nel punto, suol richieder partito. E se le cose grandi a le picciolo si possono assomigliare, simili a’ giuocatori furono Cesare e Pompeo; e prezzo de la lor vittoria era la republica fatta: nè fu chi gli potesse accordare; perciochè Pompeo giudicava, per la riputazion de la sua antica fortuna, ch’a lui si convenisse di dar le leggi de la pace, e Cesare non pensava ch’a la riputazione de le sue nuove vittorie fosse convenevole il riceverle. Comunque sia, colui ch’è disfavorito da la fortuna dee richieder l’accordo, come richiese Annibale a Scipione, tuttochè fosse in Africa sua patria, e fosse di genti a Scipione superiore. Altrettanto sarebbe da maravigliarsi ch’Annibal chiedesse la pace, quanto che Scipion la ricusasse; se non fosse che la prudenza de l’uno e de l’altro, ch’a l’uno il pericolo di certa perdita, a l’altro la speranza di certa vittoria dimostrava, ogni maraviglia può discacciare.

Giulio C. Gonzaga: Rado, dunque, o non mai si farà l’accordo, se così colui e’ ha il vantaggio de le carte, come colui ch’ è favorito da la fortuna, vuol darne le leggi.

Annibale Pocaterra: Rade [18] certo.

Giulio C. Gonzaga: Ma quando avenga, che da l’un lato sia il vantaggio de le carte, da l’ altro il favor di fortuna ; ond’ è ragionevole ch’elle si prendano ?

Annibale Pocaterra: Da quello, pare a me, e’ ha il vantaggio: perciochè colui ch’è superiore, dee dar leggi; non colui che può sperare d’esser superiore: e temerità sarebbe quella di colui, ch’è in detta, se più de la fortuna che de la ragione, qualunque ella sia, volesse fidarsi.

Giulio C. Gonzaga: Ma de gli accordi, che partiti son detti da’ giocatori, può alcuna ragione ritrovarsi?

Annibale Pocaterra: Può, credo io.

Giulio C. Gonzaga: E dove la troverem noi?

Annibale Pocaterra: Ne la proporzion, credo io; perciochè tale è il venti in rispetto del diece, quali sarebbono le due carte che posson dar la vittoria al signor Giulio Cesare in rispetto de l’una che può a me darla. E poniam caso, che la signora Margherita avesse trentanove di bastoni, senza speranza di nuovo punto; e ’l signor Giulio Cesare trentacinque affrontate di danari o di coppe, e potesse vincere con due carte; ed io, andando a primiera, con una sola potessi vincere; allora, s’ottanta scudi fossero nel piatto, venti ne dovrebbe prender la signora Margherita, e venti darne al signor Giulio Cesare, e diece a me. E questo mi pare in vero partito giusto, e convenevole molto.

Giulio C. Gonzaga: Ma io richiederei al signor Annibale, s’egli fosse fatto con l’aritmetica o con la geometrica

Annibale Pocaterra: Anzi con l’aritmetica, che con la geometrica.

Giulio C. Gonzaga: Dunque, con l’aritmetica giustizia, più tosto che con la geometrica?

Annibale Pocaterra: Così credo.

Giulio C. Gonzaga: Ma la giustizia aritmetica considera la qualità de le persone, o non la considera ?

Annibale Pocaterra: Non la considera.

Giulio C. Gonzaga: Non dee dunque il giuocatore in alcun modo considerare ne’ partiti la qualità de le persone ?

Annibale Pocaterra: Non dee.

Giulio C. Gonzaga: E l’istesso partito dee fare ad una donna con cui giuochi, che farebbe ad un mercante, s’egli con un mercante giuocasse?

Annibale Pocaterra: L’ istesso.

Giulio C. Gonzaga: Poco cortese dunque sarà, o signor Annibale, questo vostro giuocatore, e poco meritevole di giuocare con le donne gentili: ond’ io direi, ch’egli più tosto con la geometrica giustizia che con l’aritmetica dovesse fare i partiti. E s’io ho bene osservata la ragione de’ partiti di primiera, non è in alcun modo esatta, come sarebbe se con l’aritmetica giustizia fosse fatta: ma molto pende a l’equità ed a la clemenza; perciochè se l’esatta ragione si dovesse osservare, chi con tre carte può perdere, e vincere con una solamente, si dovrebbe contentare di ricever diece, quando un altro, c’ ha il vantaggio de le carte, trenta ricevesse. Nondimeno l’uso e l’equità del giuoco richiede, che gli si dia quindici; conciosiacosache, s’io avrò in mano il punto affrontato, e voi andiate a primiera, trenta scudi prenderò per me, e quindici ne darò a voi: ove se l’esatta ragione volessi osservare, ve ne darei diece solamente. Ma nè l’esatta ragione nè l’uso con alcuna donna gentile osserverei: ma s’ella giuocasse in terzo, ed aspettasse flusso, altrettanti a lei quanti a voi ne darei. Ma già vediamo che ’l giuoco di questi signori è fornito, e che ’l conte Annibale così liberalmente dona, come cautamente et arditamente ha giuocato: certo presagio de la liberalità e de’ costumi generosi di questo giovinetto. Onde potrà anche aver fine il nostro ragionamento, se la signora Margherita de le cose da noi dette è a bastanza sodisfatta; e se più oltre de l’esquisita ragione di questi partiti desiderasse d’intendere, voi, signore Annibale, che tutto dì ne gli studi de la matematica v’affaticate, potrete al suo desiderio sodisfare.

Margherita Bentivoglia: Assai da le parole del signor Giulio Cesare e del signor Annibale ho oggi apparato, e se ’l signor Annibale vorrà più sottilmente andar ricercando la ragione di questi partiti, a me sarà sempre piacere ch’egli ci faccia parte de le cose da lui ritrovate.

Note

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[1] Vedi la lettera 256 nella edizione di questa Biblioteca.

[2] Vedi vol. I, pag. X.

[3] Questo è l’incipit del Codice Barberini: Quel carnevale, che la serenissima signora Duchessa di Ferrara venne a marito, il conte Annibale Romeo doveva ragionare un giorno del Giuoco in presenza sua e de le Principesse di Ferrara; e s’aspettava che vi fosse il serenissimo signor Principe di Mantova, il quale, benchè abbia molto promesso di sè, supera nondimeno l’espettazione; quando la novella ne fu portata, ec.

[4] Così prosegue il Codice Barberini.

Annibale Pocaterra: Io lessi che grande era appresso gli antichi Greci il numero de’ giuochi, ed antichissima l’origine, Ma quattro nondimeno erano i più celebri, i quali tutti si facevano ne l’esequie.

Margherita Bentivoglia: Melanconici giuochi dovevano esser questi; e più lieti sono i nostri senza fallo.

Annibale Pocaterra: In questa guisa volle forse quella antica gente temperare il dolor co ’l piacere.

Margherita Bentivoglia: Ma quali eran questi?

Annibale Pocaterra: Gli Olimpici, i Nemei, gli Istmii e i Pitii. Gli Olimpici erano fatti in onor di Giove per la morte di Pelope; i Nemei fur sacri a Nettuno per Archemoro; al medesimo fur consecrati gli Istmii per cagion di Melicerta, e i Pitii ad Apolline per la gloria de l’ucciso dragone. E benchè gli Olimpici fossero anteposti, perchè erano attribuiti al supremo de gli Iddii, i Pitii nondimeno andavano innanzi per antichità, perchè gl’Olimpici furono instituiti da Ercole e da Pelope; ed essendo poi tralasciati, furono da Ercole rinnovati. Ma perchè Apolline è più antico d’Ercole e di Pelope, è ragionevole che i Pitii siano i più antichi, avvegnachè gli Istmii e i Nemei furon ritrovati dopo lungo corso d’anni. Cominciam dunque da l’origine de’ primi. Raccontano che tornando Latona da Calcide d’Eubea, riportava Apolline e Diana a Delfi; e fermandosi a la spelonca di Pitone sarebbero stati quasi oppressi, se la madre non avesse dato ordine al fanciullo, il qual con le saette, ch’egli aveva, tolse dal mondo quella pestilenza. Strabone, con l’autorità di Eforo scrittor d’istorie, afferma che questo Pitone fu un crudelissimo ladrone, il quale infestava tutta quella provincia. I Delfi liberati da quella peste instituirono i giuochi, i quali furono poi accresciuti da gli Amfizioni; e vi fu aggiunto il certame equestre e ginnico, e posto al vincitor la corona per premio, ed introdotti i banchetti, e i sonatori di cetera senza canto. Ma io non m’accorgeva d’andarvi narrando non parte di quel che me ne sovviene, ma tutti, se non me n’ avessero fatto ricordevole i nomi, i quali mi conviene usare; nè che, s’io fossi più lungo in questa narrazione, non lascierei peraventura che dire a messer Pirro. *

Margherita Bentivoglia: L’udrà alcun altro da messer Pirro: voi narrate a me quell’altre cose che vi sovvengono.

Annibale Pocaterra: L’origine de gli Olimpici, come ho detto, s’attribuisce a Pelope, il quale acceso de l’amor d’Ippodamia, figliuola d’Enomao, la chiese al padre, che ammonito da l’oracolo che da quelle nozze gli era minacciata la morte, propose la vergine per premio al vincitore nel corso de’ carri tirati da due cavalli, e a’ vinti la morte: e questa fu la legge de la contesa.

Margherita Bentivoglia: Fiera legge veramente.

Annibale Pocaterra: Ma Pelope, comperati i cavalli da Nettuno, precipitò nel mare il vinto Enomao, e prese per moglie Ippodamia. E perchè restasse fama eterna di questa vittoria, ordinò che in Pisa d’Elide si facesse questo giuoco, o questa contesa, ne la quale il vincitore era coronato d’oliva silvestre. Ercole, avendo vinto Augea, principe d’Elide, rinnovò il giuoco con la preda, ch’egli aveva fatta, in onor di Giove suo padre. Nemea è una regione de gli Argivi, ne la quale ricercando essi l’acque, mentre andavano a Tebe, le ritrovarono con la scorta di Isifile, a la quale fu ucciso da un serpente un bambino, ch’ aveva lasciato ne’ prati. Ma ritornando gli Argivi, uccisone il dragone, e instituirono questa contesa funebre; ne la quale si dava pur la corona d’oliva, e si diede sino al tempo de la guerra de’ Medi, in cui fu cangiata con l’appio, stimandosi che quell’infelice corona più convenisse a le morti. L’origine de gli Istmici si racconta in questo modo. Ino e Atamante ebbero due figli, Learco e Melicerta; ma Atamante essendo per opera di Giunone divenuto furioso, uccise Learco; e Melicerta fuggendo per lo spavento di tanta crudeltà, si precipitò da un’alta rupe nel mare, e fu seguito da la madre, ch’ebbe simil destino. Le Nereidi, avendogli raccolti, fecero la madre dea, che i Greci chiamano Leucotea, e i Latini Matuta, e ’l figliuolo quel dio ch’essi nomarono Palemone, noi Portunno. Ma il corpo di Melicerta fu portato da l’onde del mare a l’istmo di Corinto: laonde la città fu assalita da la peste, e per avvertimento avuto da l’oracolo instituì que’ giuochi in onor di Melicerta; e i vittoriosi erano coronati di pino. Altri giuochi illustri, oltre questi, si celebrarono in Grecia, ne’quali erano premi de la vittoria i lavezzi; in altri, pelli d’agnello. E oltre a ciò, v’erano le feste d’alcuni popoli, come furono Panistmia e Panatenaica, in cui il fiore de l’uno e de l’altro sesso**, prendendosi per le mani, faceva quasi un ballo; ed altri, ch’erano sacri. Amano i Romani, oltre questi, i suoi giuochi : come i Megalensi, che si facevano a la madre de gli Iddìi; gli Apollinari e i Liberali, i quali furon detti Scenici da le favole che si rappresentavano ne le frascate ; e i Circensi, che nel Circo erano dedicati a Nettuno; e i Cereali, a Cerere; e i Taurii, consecrati a gli Iddìi de l’inferno; e i Capitolini, a Giove Capitolino; e i Funebri, de’ quali fu l’origine antichissima, perochè Enea a la sepoltura di Pallante, Achile a quella di Patroclo uccise quasi vittime i prigioni; e i Votivi, i quali furono o Innomi, a la guerra introdotti, o dopo le vittorie riportate da’ nemici co’ versi sibillini, e con gli ammaestranienti de gli auguri, e con le promesse de gl’ imperadori; e i Secolari, che si facevano ogni cento anni (il quale spazio di tempo fu detto secolo), e da’ fanciulli e da le fanciulle co’ versi e con gli inni erano celebrati in laude d’Apolline e di Diana: Iuvenali, che furono così chiamati da l’età ; perciochè i giovani ricreavano l’animo co ’l giuoco. Ma antichissimi, oltre tutti gli altri de’ Romani, erano i Consuali, consecrati a Nettuno, che fu detto Conso, quasi iddio de’ consigli. E varie erano le differenze de’ giuochi dal fine al quale furono ordinati; perchè altri erano per l’onor de gli Iddìi, altri per esercizio, ne’ quali si rappresentava quasi l’imagine de la guerra, altri per gloria de’ morti, altri per la sanità e per la vittoria. Ma le somme differenze si riducevano a due, statorum e non statorum. Deh! chiedete, vi prego, e chiedendo riducetemi a memoria s’altro io debba dire; perchè se non udiste quello appunto che aspettate, ec.

* Forse Pirro Ligorio, noto illustratore delle antichità.

** Questa parola, sesso, manca.

[5] Codice Barberini:

Forse qual origine o qual cagione sia, comune a tutti i giuochi, e se il giuoco è degno. ec.

[6] Codice Barberini:

Annibale Pocaterra: E quello.

Giulio C. Gonzaga: Contrasto similmente fu quello tra’ Romani e’ Sabini, per le donne rapite?

Annibale Pocaterra: Similmente.

Giulio C. Gonzaga: O con l’istesso nome chiamaremo quello che fu fra tre fratelli tegeati e tre feneati, * oppur tra gli Orazi e i Curiazi?

Annibale Pocaterra: Non con altro nome ardirei di chiamarlo.

Giulio C. Gonzaga: Nondimeno avevano per fine la pace.

Annibale Pocaterra: Avevano.

Giulio C. Gonzaga: Alcuna contesa, ec.

* Nell’autografo manoscritto manca. — (Rosini.)

[7] Codice Barberini :

... e se quelli fur detti giuochi, e gli altri i quali io nominai pur dianzi, questi ancora possono così chiamarsi convenevolmente giuochi.

[8] Codice Barberini

... degli uomini : e de gl’illustri n’abbiamo pochi tralasciali addietro.

Giulio C. Gonzaga: Ma se la tragedia e la comedia, ec.

[9] Narra Plutarco, in Licurgo cap. XIII, d’un ragazzo, che avendo rubato ut volpacchiotto, ed essendoselo rimpiattato in seno, piuttosto che scoprirsi, si lasciò rodere il ventre, e morì.

[10] Codice Barberini :

Annibale Pocaterra: E s’alcuni non la ricevono, non è tra questi la cupidità del guadagno.

Giulio C. Gonzaga: Io avrei creduto che la cupidità del guadagno non fosse lodevol cosa, e che i cupidi del guadagno fosser quelli i quali cercano di guadagnare da tutte le cose, e da quelle ancora che sono degne di niuna stima.

Annibale Pocaterra: Se ’l danno è male, il guadagno, che al danno è contrario, dee esser bene; onde i cupidi del guadagno sono cupidi del bene: e perchè la cupidità del bene è affetto lodevole, deono esser lodati.

Giulio C. Gonzaga: Questa è una di quelle ragioni che peraventura potrebbe sforzare alcuno: me nondimeno mai non persuase, avegnachè non sia lodevole il desiderio di tutti i genii, o di tutti i guadagni, ma de gli orrevoli solamente: e a l’incontro, il disprezzo de’ beni utili suole apportar molto onore; onde quando il prezzo del giuoco è il danaro, o cosa misurata dal danaro, non estimo che si possa desiderar di vincer con molta lode.

Annibale Pocaterra: A me pare che si possa ec.

[11] Codice Barberini :

.... mi pare il più certo; e il liberal giuocatore ec.

[12] Codice Barberini:

Annibale Pocaterra: Allora egli sa’à cupidissimo di guadagno, perchè desidererà di guadagnare la grazia di quella donna con la qual giuoca; la quale suole alcune volte esser degnissima e preziosissima, e di grandissima stima : laonde conterrà il maggior guadagno che si possa fare.

Giulio C. Gonzaga: Se la degnità e la stima contiene i guadagni, è vero senza alcun dubbio quel che voi dite; ma non se quel che di ciò si conchiuderebbe. Io per me tanto vi ho appreso, che potrei a le volte ec.

[13] Codice Barberini:

Margherita Bentivoglia: Questa lode non conviene a me, signor Giulio Cesare, ma converrebbe ella senza fallo a la signora Claudia Rangona, a la signora Barbara Sanseverina, a la signora Fulvia da Coreggio, a la signora Felice de la Rovere, e s’è lecito, come si dice, di por la bocca in cielo, a la serenissima signora Duchessa di Ferrara, che fa maravigliar ciascuno tanto, de l’ingegno e de’ costumi laudevoli, quanto de la bellezza ec.

[14] Queste parole, dette dall’Autore sulla matura beltà della Duchessa d’Urbino, ci rammentano quel suo stupendo sonetto che comincia:

Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa;

e ci confermano nel crederlo, contro l’opinione del Ginguené e d’altri, scritto per lei e non per la sorella Eleonora.

[15] Supplisco questa parola a tutte le stampe; e supplisco fortuna, perchè mi pare che si convenga meglio a ciò che risponde la Bentivoglia. Anche sesso vi sarebbe stato bene (e parevanmi richiederlo le parole che ripiglia a dire il Gonzaga); ma non ho voluto alterar troppo il testo, variando da la vostra in dal vostro.

[16] L’Autore negò alla Fortuna il titolo di Dea nel sonetto che comincia:

Quella che nome aver di di Dea non morta.

[17] Il Codice Barberini non ha quel che segue, sino a può esser cagione.

[18] Intendi, rade volte.

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Ultimo aggiornamento: 06 agosto 2008