Torquato Tasso

Il Cavalier amante

e la Gentildonna amata.

Al Signor Giulio Mosto.

1580.

Edizione di riferimento:

I dialoghi di Torquato Tasso a cura di Cesare Guasti. Volume secondo. Felice le Monnier. Firenze 1858.

Presentazione

Vuolsi scritto questo breve dialogo nell'anno 1580. Una copia di esso, tutta di mano di Giulio Mosti, conservavasi nella Libreria Ducale di Modena, con qualche postilla dell'autore, come ne fa sapere il Muratori nella lettera al Zeno, che si legge nell'edizione veneta delle Opere di Torquato. Quivi peraltro è chiamato il dialogo del debito del cavaliere: ma il chiarissimo don Celestino Cavedoni suppone giustamente che non fosse cosa diversa, e forse una variante, come i dialoghi del Piacere e del Piacer onesto.

Fu stampato per la prima volta in Venezia dal Vasalini, l'anno 1583, nella Parte terza delle Rime et Prose del sig. Torquato Tasso; nè manca nelle successive ristampe fatte dal medesimo Vasalini nel 1584, 85, 89. Il Serassi possedeva un esemplare di questa Parte terza ( edizione dell' 83 ) tutto pieno di correzioni e di mutazioni autografe, dove « il dialogo del cavalier amante e della gentildonna amata ci si trova mutato in gran parte, e quasi rifatto interamente, e in una maniera assai più bella di prima. » (Vita, II, xii.) Ignoro dove oggi si conservi questo prezioso esemplare. Io mi sono valso di quelle ristampe, preferendo la prima edizione. L'argomento premesso al dialogo è quale si legge nella stampa del Vasalini.

Qui soggiungerò, servendomi delle parole stesse del Mortara, che « Giulio Mosti, cui è indiritto il presente dialogo, e che in esso intervien anco a discorrere, era un nobile giovane ferrarese così studioso delle belle lettere, che per profittare de' dotti ragionamenti del Tasso, il quale trovavasi prigione in Sant'Anna, non solo andava molto spesso a visitarlo, ma lo veniva eziandio servendo ne' suoi bisogni con tanta lealtà e premura, che diventò il più caro de' suoi amici, ed anzi l'unico che godesse in quel tempo dell'intera sua confidenza. Lo che per avventura piacque al cielo che fosse, acciò l'infelice Torquato nell'affetto di cotal giovane avesse un compenso de' mali trattamenti, che ogni dì riceveva dallo zio di lui, ch'era il priore dello spedale ov'egli stava rinchiuso. Col Mosti è qui introdotta a favellare una leggiadra dama chiamata Giulia G. »

Argomento.

Con l'occasione d'una repulsa, che ad un cavaliero da una gentildonna era stata data nel ballo, si discorre del debito del Cavaliero amante e de la Gentildonna amata: se l'un debba, per amor de l'amata, mancar con l'altre donne del debito e de la creanza; e se l'altra debba più favorir gli amanti, o coloro che non sono amanti. E si dicono molte cose d'amore, e de le qualità de gli amanti. — ( Vasalino. )

INTERLOCUTORI:

GIULIA C., GIULIO M.

Giulia C.:   Sete ancora sdegnato meco, signor Giulio, perchè l'altra sera ricusassi di ballar con esso voi?

Giulio M.:  Io non posso negare che molto il vostro rifiuto non mi dispiacesse: nondimeno, più tosto con me medesimo io debbo esser sdegnato; perchè tale io dovea essere, e tale anco sforzarmi di parere a così giudiziosa signora, come voi sete, che da voi non meritassi d'esser rifiutato. Dunque debbo anzi accusare il difetto del merito mio, ch' il mancamento de la vostra cortesia.

Giulia C.:   Niun difetto di merito è in voi, per lo quale io di ballare con voi ricusassi: ma prima aveva altrui promesso; e per questa cagione non potei compiacervi.

Giulio M.:  Già questa scusa fu allora anco addotta da voi, e creduta da me. Ma doppoi ch'io mi fui ritirato, rimirando intentamente, non vidi che d'alcuno foste invitata: laonde credetti quel ch'era convenevole che da me fosse creduto.

Giulia C.:   Di poca fede! dunque il vostro credere altro non fu, che negar credenza a le mie parole?

Giulio M.:  Sì certo; perchè non so chi possa esser quello tanto trascurato, o sì poco giudizioso, ch'avendovi invitata a ballare, o se ne dimentichi, o non ne faccia stima.

Giulia C.:   E' fu pur alcuno il quale, se non se ne dimenticò, almen dimostrò di farne poca istima: nè a me è si nuova la smemoraggine di molti uomini, o 'l disprezzo che fan di noi altre, che allora molto me ne fossi maravigliata, se avessi conosciuto men cortese il cavaliere; ma ora più tosto mi maraviglio che voi, mosso da leggiera congettura, giudichiate le mie parole indegne di fede.

Giulio M.:  Uomo peraventura può esser colui, che in tal modo del suo debito si dimentichi, e che sì poca stima faccia di quelle cose che debbono esser tenute in molto pregio; ma non gentiluomo, o giudizioso gentiluomo.

Giulia C.:   Se da voi fosse conosciuto colui di chi parliamo, e giudizioso e gentiluomo serebbe giudicato.

Giulio M.:  S'egli è tale, peraventura, non per dimenticanza o per poca stima, ma per alcun'altra secreta ragione si rimase di venirvi a prendere: e s'amante è, convenevol rispetto il potè ritenere; e forse desiderio di far prova de l'animo vostro. Perciochè non men gli uomini che le donne si fanno talora lecito di esercitar le persone, da le quali sono amate, con gelosie, e con sospetti, e con altre simili passioni; i quali, come che per altro possono esser giudiciosi, non si dimostrano almeno giudiciosi ne l'amore.

Giulia C.:   S'io credessi d'esser tale, che fossi meritevole d'amante giudizioso, vi potrei confessare ch' egli amante fosse; ma non posso dir ch'egli sia giudicioso, ch'insieme non dica ch'egli amante non sia, mio almeno; perchè amante d'alcun'altra, che più sia degna de l'amor suo, potrebb'esser peraventura.

Giulio M.:  Non così facilmente vi crederò, signora Giulia, che voi vi riputiate indegna di giudicioso amante, la qual di valoroso amante degnissima sete, a mio giudicio: come facilmente perdonerei a quel gentiluomo ogni colpa, quando non per difetto o di memoria o di giudicio o di creanza fosse rimaso di ballar con esso voi; ma per abondanza d'amore che ad altra donna portasse, la qual a sè l'avesse allettato, e da voi per gelosia disviato.

Giulia C.:   E se per questa cagione egli si fosse rimaso di ballare, giudicioso potrebbe esser insieme ed amante, ma non mio: ed io prima avrei avuta alcuna ragione di ricusarvi, avendo prima promesso di ballare con uomo sì fatto, al quale, se non in altro, avrei almeno potuto porgere alcun consiglio in amore, o alcun conforto; ed egli poi non senza molta ragione si sarebbe rimaso di venir a ballar con esso me.

Giulio M.:  Non senz' alcuna ragione certo.

Giulia C.:   Dunque con alcuna ragione io di poca fede vi chiamai; poi che così facilmente credeste ch'io, non avendo promesso altrui, voi rifiutassi nel ballo; e negaste credenza a quelle parole che v'eran dette da me così veracemente.

Giulio M.:  Se la mia è stata poca fede, peraventura da molta ragione è stata accompagnata; perciochè, se ben degno di scusa era quel giudizioso amante che, per non dispiacere a la sua donna, lasciava ingannata di sè così valorosa signora come voi sete, e se sempre la scusa è d'alcuna ragione accompagnata; nondimeno con assai miglior ragione giudizioso amante si sarebbe dimostro, se non si fosse mostrato desideroso di compiacer la donna sua oltre il debito de la creanza.

Giulia C.:   Io avrei creduto, che 'l giudizio de l'amante si dovesse dimostrar nel far elezion di donna meritevole; ma che da poi che tale se l'avesse eletta, dovesse ubidirla a cenni, e volere e disvolere tutto ciò ch' a lei piacesse o dispiacesse.

Giulio M.:  E quando a lei le cose convenevoli dispiacessero, e piacessero le sconvenevoli, assai dimostrerebbe di non aver fatto buona elezione; e se fu cosa poco convenevole lo schivar di ballar con voi, anzi scusar si può quel vostro giudizioso cavaliero non conosciuto da me, che lodare: il qual sia, s'a voi così pare, giudizioso per altro; giudizioso ne l'elezioni non sarà mai, poichè donna s'elesse di servire, che del suo debito lo inducesse a mancare.

Giulia C.:   Ma che dee far, o signor Giulio, colui che da alcuna apparenza è ingannato; la qual molte fiate gli uomini giudiciosi suol ingannare? Ritirarsi da l'amore?

Giulio M.:  Dovrebbe, se può.

Giulia C.:   Ma credete voi che l'amore che comincia per elezione, possa anco per elezione aver fine?

Giulio M.:  A me pare che colui che elegge d'amare, faccia cosa ragionevole; perciochè l'eleggere è operazione de la ragione, e chi con ragione comincia ad operare, non veggo perchè in mezzo de le operazioni debba la ragione abbandonare; e se non l'abbandona, dee, sempre che ragionevole le paia, poter ritirarsi da l'amore.

Giulia C.:   Quelli amori, dunque, da' quali l'uomo a sua voglia non può ritirarsi, sono anzi per destino che per elezione?

Giulio M.:  Così dicono coloro, che vogliono che l'amore sia o per destino o per elezione. Io nondimeno non approvo la loro opinione, parendomi che niuno amore sia dal destino cagionato, e che molti non siano per elezione.

Giulia C.:   E come chiamarete voi quell'amore, il quale non sarà nè per destino nè per elezione?

Giulio M.:  Volontario; il qual, come volontario, è diverso da quelli che sono per destino, che sogliono esser necessari. Nè segue che sia sempre per elezione; perciochè quelle cose che si fanno per elezione, si fanno con conseglio: ma molte son le cose volontarie che si fanno senza esso. Ed io son stato assai intrinseco amico d'uomo che non elesse d'amare, nè fu d'alcuna violenza necessitato ad amare; ma amò perchè si compiacque ne la bellezza e ne' costumi di bella e valorosa donna: il qual compiacimento a poco a poco diventò amore, non perchè giamai eleggesse d'amare, ma perchè tornando la seconda volta a rivedere quel che gli era piaciuto la prima, e la terza doppo la seconda, e la quarta doppo la terza, finalmente s'accorse ch'amante era divenuto, ma certo assai moderato.

Giulia C.:   Ma quando egli tornava a rivedere la donna amata, non eleggeva di ritornarvi?

Giulio M.:  Poco importa se eleggesse di ritornarvi, ma certo con consiglio d'innamorarsi non vi ritornava. Ma perchè il suo amore in questa guisa cominciasse, il cui principio so che è ben noto a tale che s'infinge di non conoscerlo; non è però ch'altri non possa la prima volta, senz'alcun'elezione, oltramodo d'alcuna bellezza compiacendosi, di lei innamorarsi. Che se ciò non fosse possibile, indarno sarebbe stato detto:

Ut vidi, ut perii, ut me malus abstulit error.

Giulia C.:   Se dunque molti sono gli amori volontari che non sono per elezione, assai facilmente può a venire, che quel del cavaliero, del qual ragioniamo, sia più tosto volontario che per elezione.

Giulio M.:  Assai facilmente, a creder mio.

Giulia C.:   Ma gli amori sì fatti possono aver così il fine, com'il principio, volontario?

Giulio M.:  A la volontà ed a l'appetito peraventura non può non piacere quel che è piacevole, o che le pare; onde molte fiate queste potenze sono sforzate da l'obietto: e questo è forsi quello che d'alcuno è chiamato destino; il qual io non so vedere perchè sia più ne l'amore che 'n alcuna de l'altre cose: forse non è in niuna. Ma colui c'ha l'animo così ben a vezzo, che sol le belle e le buone cose soglion piacergli, non amerà mai in guisa che sia da l'amor condotto a far cose non convenevoli; e potrà, non dirò a sua voglia stimare non piacevole quel che pare a gli occhi, ma a sua voglia disamare, il piacevole disprezzando.

Giulia C.:   Dunque, tuttochè la donna prima amata come prima gli piacesse, potrebbe nondimeno rimaner d'amarla?

Giulio M.:  Potrebbe, a parer mio; perchè l'amore e 'l compiacimento son peraventura diversi.

Giulia C.:   E se 'l cavaliero del qual ragioniamo, non conosciuto da voi, ha così moderati gli affetti, come dee, quando pur d'amar la sua donna non avesse voluto rimanersi, doveva nondimeno infingersi di conoscere i suoi non convenevoli desiderii, nè far cosa per compiacimento di lei, che a la creanza di cavaliero non convenisse.

Giulio M.:  dosi credo.

Giulia C.:   E s'egli ciò avesse fatto, o signor Giulio, voi sareste forsi privo di molto sospetto; perciochè a ballar meco sarebbe venuto, e voi l'avreste veduto, e vi sareste assicurato de la verità de le mie parole, de la quale ancora parete dubio; e ne' sembianti, se non m'inganno, per creanza o per vergogna, mostrate di darmi credenza, ma veramente non mi credete.

Giulio M.:  Io non so, signora Giulia, quel che possiate da' miei sembianti raccogliere; ma so bene che, s'essi possono esser testimoni del core, e se sono più degni di fede che le parole, io assai mi contento che voi non meno a' sembianti crediate quali sieno gl'intrinsechi affetti miei, che quali sieno le opinioni mie: e per ora nè de gli uni nè de l'altre più oltre vi voglio rivelare, ma lascerò che voi ne spiate e ne crediate quel che vi pare.

Giulia C.:   S'io quel che mi pare debbo credere, crederò che voi assai volontieri quella sera meco avreste ballato.

Giulio M.:  Sì certo.

Giulia C.:   E questo solo mi par di conoscere de gli affetti vostri; ma de le opinioni, che ne potrò io mai altro sapere, che quel che da voi mi serà detto? se forse non volessi credere, che le opinioni in voi da affetto nascessero, o fossero confermate, com'in molti suol a venire, i quali a quell'opinioni più volontieri s'appigliano, che più lor giovano.

Giulio M.:  Già non vi nego che voi di me a vostro modo crediate: ma s' io ho da parlare, per ver dire, io mi sono uno che porto assai fiate opinioni di cose che, rivelandole, anzi dannose ed amare che giovevoli e piacevoli mi sarrebbono.

Giulia C.:   Se tal voi sete ne le vostre opinioni, non so quel che da' vostri sembianti io possa raccorne.

Giulio M.:  Io non tanto giudicava che cotesto vi fosse possibile, quanto desiderava che vi fosse; acciochè, vedendo quali gli affetti e l'opinioni mie sono nel cuore, portaste di me miglior opinione che non portate, ed anco con maggior affetto, se non dJ amore, di benevolenza, almeno corrispondente a quello co 'l quale io onoro voi.

Giulia C.:   Queste parole, s'io non m' inganno, sono tutte piene di risentimento e di finto sdegno; il qual conceputo da voi per la repulsa del ballo, non è anco, a quel che me ne paia, fatto minore: ma così modestamente si dimostrò che non mi diffido di poterlo placare; nè io saprei come meglio placarlo, che con chiedervi che cosa io doveva fare per vostra sodisfazione, avendo prima altrui promesso.

Giulio M.:  Non s'appartiene a me, signora, d'insegnarvi il vostro debito: nè voi alcun debito avevate; ma se m'aveste fatto degno di ballar con esso voi, sarebbe stata vostra cortesia.

Giulia C.:   Non potrò io dunque intendere da voi qual opinione abbiate del debito d'una gentildonna che, avendo altrui promesso, sia da altrui ricercata?

Giulio M.:  Al primo dee osservar la fede.

Giulia C.:   E se 'l primo non viene a prenderla, che sodisfazione può dar debitamente al secondo? o sia alcun altro, se voi non volete essere.

Giulio M.:  Io non credo che fosse men disdicevole ch' ella gli parlasse, s'egli è così vicino che convenevolmente possa farlo: ed io non voglio dire, che a voi tanto vicino fossi, ch'aveste potuto parlarmi senza disconvenevolezza; ma dirò bene, che non era tanto lontano che, ad un vostro cenno, non potessi esser stato pronto a udire quel che vi fosse piaciuto di dirmi.

Giulia C.:   Io certo parlar vi voleva (che non voglio negarvi ch' io non vi vedessi, mezzo fra pensoso e sdegnato, riguardar coloro che ballavano); ma fui lungamente trattenuta da l'aspettazione del cavaliero a cui aveva promesso; la cui venuta credeva che dovesse a bastanza con voi discolparmi. Ma del debito di lui non potrei io ancora intendere la vostra opinione? Nè già vi chiedo s'egli dovesse meco ballare o non ballare; perchè già a questo (se non m'inganno) avete risposto; ma se, non essendo venuto al ballo, doveva scusarsi.

Giulio M.:  Doveva, al parer mio.

Giulia C.:   Ma qual scusa doveva egli prendere? Forse, che a la sua donna così fosse piacciuto? Se questa egli avesse preso, con la sua donna voleva discolpar se medesimo; e peraventura molto a quel debito avrebbe mancato, c' ha ciascuno di difender la cosa amata: ed io vorrei che 'l cavaliero a l' un debito in guisa sodisfacesse, ch'a l'altro non mancasse.

Giulio M.:  Non tanto a la donna amata egli doveva, scusandosi, recar la colpa, quant'a l'amore; il qual assai fiate, oltre la volontà de la donna amata, ci suol constringere a far molte cose che non debbiam fare, ed a tralasciarne alcune, che non dovrebbeno esser tralasciate.

Giulia C.:   Ma s'a l'amore egli doveva recarne la colpa, dovea dir che l'amore fosse stato cagione d'oblivione, o pur di poca stima? Perciochè gli amanti in guisa amano la donna amata (s'io n'odo il vero da alcuni), che ciò che non è lei [1] sono usati d'odiare e di sprezzare; e questo, come che vero possa essere, non so s' a me devesse dirlo.

Giulio M.:  Non certo; perchè se bene vi avrebbe trovata (s'io non m'inganno) assai cortese in perdonare a gli affetti de gli amanti; nondimeno chi chiede perdono d'un errore, o lo scusa, non dee dir cosa per la quale debba chiederlo di nuovo errore, o pure de la scusa.

Giulia C.:   Dunque, sola la dimenticanza gli rimaneva, con la quale egli dovesse scusarsi, o pur alcuna ragione ancora; perchè non solo amor di donna, ma carità di signore, ed obligo d'amicizia, possono dare assai convenevol soggetto a le scuse.

Giulio M.:  Da tutti questi luoghi ella si può prendere: nondimeno, se da gli altri è presa, non così volontieri è accettata, come s'ella fosse presa d'amore: onde da amor, più tosto che da altra cagione, io l' avrei presa. '

Giulia C.:   E che avreste detto? Forse, che l'amore fosse stato cagione di smemorataggine?

Giulio M.:  Assai convenevolmente, senza offesa vostra, mi pareva che potesse dirsi.

Giulia C.:   E può alcun dimenticarsi di quelle cose che non disprezza, o pur ogni smemorataggine da alcun disprezzo è accompagnata ?

Giulio M.:  Pare a me che di quelle ci sogliamo dimenticare, che ci paiono di minor pregio; onde, per lo paragone di quelle a le quali più pensiamo, che son quelle che ci paiono degne di maggior stima, possiam dire ch'elle sieno meno stimate, ma per se stesse non sarebbono mai poco stimate. E da Teseo possiam prender l'esempio, il quale non stimava poco Egeo suo padre; nondimeno si dimenticò, occupato da maggior pensiero, d'alzar le vele nere: onde se l'uomo d'alcuna donna si dimentica, perchè minor stima ne faccia di lei che de la sua donna, non dee ella in alcun modo recarsela ad onta; ma ben ad ingiuria dovrebbe reputarla, se per altro gli paresse meritevole di poca stima.

Giulia C.:   Dunque avrebbe potuto dir quel cavaliere, scusandosi, che 'l pensiero, ch'era tutto volto a la sua donna, l'aveva in guisa rapito, ch'egli del debito c' aveva seco s'era dimenticato?

Giulio M.:  Poteva, quando d'esser amante avesse voluto confessare: ma quando meno apertamente avesse voluto manifestarlo, poteva dire, che un profondo pensiero, dal quale era assai spesso in guisa rapito, che di se stesso si dimenticava, era stato cagione ch'egli del debito suo si fosse scordato.

Giulia C.:   Ma così parlando, chiaramente, senza dirlo, amante si sarebbe dimostrato?

Giulio M.:  Si sarebbe; ma molte cose più ne l'un che ne l'altro modo son convenevolmente manifestate: oltre che, più doveva schivare il sospetto di poco cortese cavaliero, che di troppo affettuoso amante.

Giulia C.:   Ma forse, nel palesare il suo amore, avrebbe offesa la donna amata?

Giulio M.:  Se le cose belle in quanto tali sono amate, non veggo perchè alcuna donna debba recarsi ad offesa l'esser amata, la qual non istimi oltraggio l'esser giudicata bella: ma forse alcuna se ne trova piena d'alterezza, la qual non tanto schivi d'esser amata, quanto si sdegni de l'amante. Onde si legge [2] :

Vostro gentile sdegno

Forse talor mia indignitade offende.

Ma se tal è il cavaliero del qual parliamo, quale da voi m'è descritto, niuna donna si dovrebbe sdegnare d'esser amata da lui.

Giulia C.:   Onde, dunque, aviene che molte donne, se sono amate, si riputano offese?

Giulio M.:  Questo dovrei anzi chiedere a voi, che voi a me: nondimeno dirò per ubbidirvi, che s'alcuna è, la quale senz'alcuna distinzione di persona rifiuti d'esser amata, o molto casta o troppo altiera convien che sia: e tale fu peraventura madonna Laura cantata dal Petrarca. Onde de l'alterezza [3] si legge :

Ed ha sì eguale a le bellezz'orgoglio,

Che di piacer altrui par che le spiaccia.

E de la castità :

L'alta beltà, ch'al mondo non ha pare,

Noia t'è, se non quanto il bel tesoro

Di castità par ch'ella adorni e fregi.

Nondimeno se le parea pure, che in alcun modo la castità de la bellezza fosse ornamento, e se l'alterezza non era in lei tale che da l'umiltà non fosse accompagnata, com'appare in quei versi ove la chiama € alteramente umile; » non veggo altra cagion per la quale di esser amata le dovesse dispiacere. E certo non le dispiacque, come in quelli altri si conosce.

S'al mondo tu piacesti a gli occhi miei,

Non ti vo' dir ; ma pur il dolce nodo

Mi piacque assai, ch'intorno al cor avei;

E piacemi il bel nome, se 'l ver odo,

Che lunge è presso co 'l tuo dir m'acquisti ;

Nè ma' in tuo amor richiesi altro che modo.

Quel mancò solo; e mentre in atti tristi

Volei mostrarmi quel ch'io vedea sempre,

Il tuo cor chiuso a tutt'il mondo apristi. [4]

Giulia C.:   Da questi versi par a me che si raccolga, ch'a lei non tanto dispiacesse d'esser amata, quanto ch' egli il suo amor manifestasse.

Giulio M.:  Si raccoglie senza alcun dubbio: e molte donne possono esser sì fatte, a le quali tutto che piaccia l'esser amate, non vorrebbono però esser conosciute come donne amanti, parendo loro che la fama de l'amore le possa portar alcuna noia, ed alcuna gelosia al marito ed a' parenti; quantunque altre ce ne sieno, che si compiacciono d'esser amate publicamente. Comunque sia, s'alcuna è a cui d'esser publicamente amata dispiaccia, a questa non dee ragionevolmente dispiacere che l'amante, occultando la cagione del suo amore, manifesti l'amore; perciochè se, palesando la donna amata, poco cauto amante si dimostrarebbe, occultando l'amore, molto accresce le sue noie. Ma quella donna, a la quale aggrada d'esser amata secretamente, dee (a mio aviso) esser più liberale de' suoi favori a coloro che amanti non sono, che a gli amanti : il che io prenderò assai volontieri fatica di provarvi, perchè non istimo sì poco i favori di coloro de le quali non sono amante, che non mi debba parer questa assai piacevol fatica. Ma prima, signora Giulia, che 'l nostro ragionamento più oltre proceda, vorrei che tra noi rimanessimo d'accordo, quel che fosse amore: perciochè alcuni d'amor parlano, come s'essi fossero non uomini, ma intelligenzie, i quali altro che l'animo non mostrano d'amare; e se pur de gli occhi o de la bocca de la sua donna ragionano alcuna volta, in modo che paia che di questi obietti ancora si compiacciano, non passano nondimeno più oltre; nè gli altri sentimenti del corpo chiamano a parte de' diletti d'amore. Ma io per me credo che l'uomo, che è animal composto di sentimento e di ragione, voglia ne l'amore appagar così i sentimenti tutti come la ragione; onde direi che l'amor fosse desiderio d'abbracciamento. Piacevi, o signora Giulia, questa diffinizione, o pur ancora alcun' altra cosa ci desiderate?

Giulia C.:   A me tanto più piace di quella c' ho spesso udito addur da gli altri, che l'amor sia desiderio di bellezza, quanto più mi pare che ci possa far accorte, che noi da voi altri debbiam guardarci: ma se l'altra stimeremo buona, molto di voi ci potrem fidare; perciochè la bellezza (se 'l vero n'ho udito) non può esser in alcun modo obietto del tatto; e fidandocene, poco caute forse ci dimostreremmo, e troppo semplici, o facili da esser ingannate.

Giulio M.:  Mi piace che la verità detta da me, sia creduta da voi, quantunque a me stesso potesse esser dannosa: ma non vorrei che, bench'io stimi amore cupidità d'abbracciamento, ogni cupidità d'abbracciamento sia amore: perciochè s'alcun desidera gli abbracciamenti per un cotal bisogno di natura, o pur se non più d'un che d'un altro abbracciamento è cupido, non è detto amante in alcun modo; ma amante solo si dice colui che de gli abbracciamenti è cupido, per compiacimento ch'abbia d'alcuna particolar bellezza. Dunque, se vi pare, diremo ch'amor sia cupidità d'abbracciamento, per compiacimento di coloro che di particolar bellezza son cupidi.

Giulia C.:   Assai mi pare d'aver inteso quel che sia amante.

Giulio M.:  Ma acciochè meglio gli amanti da' non amanti sian conosciuti, saper debbiamo che ne gli animi nostri signoreggiano (per così dire) l'opinioni del bene, e la cupidità del piacevole, che lo guidano, e che son cagione de l'operazioni nostre. Quando l'opinion è scorta da la ragione sopra la cupidità, e ci conduce al bene, è detta temperanza; quando la cupidità, vincendo l'opinione, ci guida al piacevole, si chiama intemperanza: la qual perchè può esser di varie sorti, ed in varie cose dimostrarsi, con vari nomi è chiamata; ma quella che a' piaceri de la bellezza del corpo (per così dire) ci rapisce, è detta amore. Or poi che noi quel che sia amore, e quel che sian gli amanti abbiam ritrovato, vogliam noi ricercare s'a gli amanti, o a coloro ch' amanti non sono, debba giudiziosa donna far maggior favore ?

Giulia C.:   Ricerchiamo, di grazia.

Giulio M.:  Or ditemi; credete voi che in colui, che in questo modo de gli abbracciamenti de la sua donna è cupido, lungamente la cupidità durasse, s'egli non isperasse, quando che sia, di goderne?

Giulia C.:   Credo ch' assai tosto s'estinguerebbe.

Giulio M.:  La speranza, dunque, suol esser compagna de l'amore.

Giulia C.:   Suole.

Giulio M.:  E la speranza non si volge come a suo obietto a le cose difficili?

Giulia C.:   Così mi pare.

Giulio M.:  E forse le cose che sono agevoli, rade volte si desiderano; e non essendo desiderate, non possono esser amate.

Giulia C.:   Così credo che avenga.

Giulio M.:  Ma quando alcun ci propone le cose difficili, quantunque egli speri di conseguire, la speranza nondimeno da alcun timore è accompagnata ?

Giulia C.:   È, a parer mio.

Giulio M.:  Il qual timore, comechè possa nascere per diverse cagioni, se nasce perchè l'amante abbia competitori ne l'amore, è gelosia.

Giulia C.:   Gelosia è certo.

Giulio M.:  E 'l geloso, comechè propriamente sia timido, nondimeno è invidioso ancora del ben di coloro a' quali porta gelosia.

Giulia C.:   Così mi pare.

Giulio M.:  E se stima che i favori de la sua donna siano fatti a rivali immeritamente, molto fra se stesso se ne sdegna, et odia assai sovente coloro a' quali son fatti.

Giulia C.:   Così avien, cred' io.

Giulio M.:  Ma l'animo che ama et odia, spera e teme, invidia e si sdegna, è da cotai movimenti molto agitato; onde, non altramente che 'l corpo per la distemperanza de gli umori suol infermare, egli divien infermo. Credete queste cose, o non le credete, signora Giulia?

Giulia C.:   A me paiono assai ragionevoli.

Giulio M.:  Ma se l'amore è infirmità, e se gli amanti sono infermi, non debbono com' infermi esser trattati?

Giulia C.:   Debbono, a parer mio.

Giulio M.:  E quando l'istesse cose da gl' infermi e da' sani sono desiderate, a chi sono più volontieri concesse?

Giulia C.:   A' sani, senza dubbio.

Giulio M.:  E se gli amanti saranno simili a gl'infermi, coloro che non amano seranno simili a' sani ?

Giulia C.:   Saranno.

Giulio M.:  Dunque i favori che dai non amanti e da gli amanti sono desiderati, a' non amanti più tosto che a gli amanti da le donne debbono esser conceduti: e se pur a gli amanti talora sono concessi, saranno parcamente ; in quel modo ch'a gl'infermi alcuni cibi si concedono. E come gl'infermi assetati vorrebbono parimente, che gli altri avessero sete, e par che godano quando altri bee in lor presenza, e volontieri veggono gli amici mostrarsi a le lor passioni compassionevoli; così gli amanti vorrebbono che le lor donne amate di sete amorosa ardessero, e da quelli istessi affetti che essi sentono fossero perturbate, e che insomma languissero per la medesima infirmità. Ma la infirmità è male: dunque, gli amanti vogliono male a le lor donne amate. Oltre di ciò, tutto quel che ripugna a gl'infermi, è molesto; ma se l'onestà de l'amata donna ripugna a l'amante infermo, gli è molesta: l'amante, dunque, non ama l'onestà de la donna amata; e perciochè le cose inferiori a le superiori non sogliono ripugnare, sempre l'amante desidera vedersi la donna amata inferiore. Ma l'imprudente è inferiore al prudente, il timido al forte, colui che pesca parlare [5] a l'eloquente, il materiale d'ingegno a l'acuto: dunque l'amante desidera l'amata ed imprudente, e timida, e poco atta a parlare, e d'ingegno materiale. Oltre di ciò, come gl' infermi portano invidia a' sani; così gli amanti de la donna amata sono invidiosi: e sì come gl' infermi di doglianze, così gli amanti sono sempre pieni di lamenti e di lacrime e di sospiri,  come gl'infermi [6] ; ed assai spesso molti detti e molti fatti de le donne si recano ad onta [7] , che non dovrebbono. Ed oltre di ciò, desiderano ch'elle siano povere d'amici e di parenti; parendo loro ch'ove tali siano, più facilmente lor debbano esser soggette: e mal volontieri le veggono lodare, perchè temono ch'altri se n'inamori; onde tanto più si renda loro difficile il conseguirle: e vorrebbono che fosse in lor poter di farle altrui care et odiose, onorate e disonorate, stimate e dispregiate.

Giulia C.:   Sin qui de gli amanti in modo avete ragionato, ch' io non so quel che più di male i nemici a' nemici possan desiderare.

Giulio M.:  Non vi maravigliate, signora Giulia, ch'i nemici a gli amanti siano assai simili; che se simili non fossero, con nome di nemici gli amanti non sarebbono stati chiamati.

Già cominciava a prender sicurtade

La mia dolce nemica a poco a poco;

disse l'un de' nostri poeti [8] . E l'altro :

Colà la mia nemica bella e cruda.

Ma in questo, se non m'inganno, l'amata dal nimico sarà assai dissimile; che sempre ella sarà dolce, ne le amaritudini eziandio, e sempre bella a gli occhi de l'amante, e a li altri sensi; ove la vista del nemico, amara ed abominevole suol parere. Onde si legge:

Hostis amare, quid increpitas? [9]

Se tale dunque è l'amata a l'amante, egli ne l'amare non ha altro fine che 'l proprio piacere. Ma colui che non ama, molte fiate l'utile e l'onor de la donna, con la quale ha famigliarità, si prepone per obietto; e chi desidera l'utile e l'onor altrui, ben gli vuole: molto più è ragionevol, dunque, che la donna al non amante benevogliente, che a l'amante malvogliente desideri di sodisfare con onesti favori. E quantunque io amato non fossi, non per tutto ciò era indegno d'esser da voi nel ballo favoreggiato; e quando niun' altra mia qualità me n'avesse fatto meritevole, il desiderio ch' io ho del bene e de l'onor vostro, se non m'inganno, non immeritevole me ne faceva.

Giulia C.:   Assai bene avete provato, per quel che a me ne paia, che la donna anzi al non amante che a l'amante debba esser cortese de' favori: con qual artificio io non so; ma qualunque egli sia, da voi a vostro danno non mi pare stato usato. Ma se ben mi soviene de le cose da voi dette, si ritrovano pur alcuni amanti giudiziosi e temperanti; [10] e questi vorre' io sapere, se tanto di male a le loro amate donne desiderano, quanto gli altri che da voi sono stati descritti.

Giulio M.:  Tutti gli amanti, se non m'inganno, sono infermi; e niun animo infermo può esser temperante: ma sì come ne l'infirmità del corpo alcuni da gli appetiti si lascian vincere, onde spesso s'adirano e co' serventi e co' medici, ed oltre il comandamento loro mangiano quei cibi che più lor piacciono, e beono quante volte voglia lor viene; altri assai meno da gli appetiti sogliono lasciarsi trasportare, onde i medici ascoltano volontieri, e co' famigliari ragionano mansuetamente; ma peraventura alcuno non è che, o nel bere o nel prendere il cibo ed il sonno, alquanto la regola de' medici non trapassi: così de gli amanti, alcuni da l'appetito concupiscibile e da gli altri affetti senz'alcuna resistenza si lascian vincere; altri resistono, ma pur son vinti; ma chi gli affetti superi non si ritrova, o se pur si ritrova, non è amante; che se gli amanti tutti da gli affetti non fossero vinti, indarno i poeti avrebbon finto ch'Amor di lor trionfasse. Ed il trionfo d'Amore segue, non ch' altri, colui del qual si legge:

Tacendo, amando, quasi a morte corse;

E l'amor forza, e 'l tacer fu virtute. [11]

Il quale, benchè facesse ad Amor longa resistenza, nondimeno con gli altri vinti d'Amore segue il suo trionfo. Quelli, dunque, amanti giudiciosi son detti e temperanti, i quali o meglio l'amor san coprire, o più modestamente manifestarlo: e questi temperanti non sono, tutto che tali sian detti, ma men de gli altri sono incontinenti.

Giulia C.:   E questi amanti meno incontinenti, desiderano essi male a le donne ?

Giulio M.:  Certo, se ben de la donna è la pudicizia e l'onestà, e male l'impudicizia e la disonestà, lor desiderano anzi male che bene: nondimeno, nè vergogna lor desiderano nè disonore; e perchè il disonore e la vergogna consistono ne le opinioni de gli uomini, molto secreti sogliono esser ne' lor amori, e pensosi e taciti e solitari si veggono il più de le volte.

Solo e pensoso i più deserti campi

Vo misurando a passi tardi e lenti:

così cantò quel Poeta [12] in quel sonetto, che più d'alcun altro mai de l'onor de la sua donna fu desideroso: il quale non potendo nasconder l'amor suo con onor de la sua donna, si sforzò di manifestarlo; onde altro non mostrava d'amare che la bellezza de l'animo, e quella del corpo sol tanto, quanto de gli occhi può esser obietto; come si legge :

L'aria percossa da' suoi santi rai

S'infiamma d'onestade, e tal diventa,

Che 'l dir nostro e 'l pensier vince d'assai.

Basso pensier non è ch' ivi si senta,

Ma d'onor, di virtude. Or quando mai

Fu per somma beltà vil voglia spenta?

Ed in quell'altro:

Un vive, ecco, d'odor là su 'l gran fiume ;

Io qui di foco e lume

Queto i vaghi e famelici miei spirti.

Nondimeno alcuna fiata a se stesso contradicendo, e non ben sapendo ogni suo amoroso desiderio ricoprire, dice:

Con lei foss' io da che si part' il sole

Sol una notte, e mai non fosse l'alba,

E non ci vedess'altri che le stelle.

E altrove:

Pigmalion, quanto lodar ti dei

De l'imagine tua, che mille volte

N' avesti quel, che sol una vorrei! [13]

Comunque sia, perchè il più de le yolte assai modesto amante si dimostrò, l'amor suo senza vergogna de la sua donna manifestò. E gli amanti sì fatti, se sono conosciuti, sono assai volontieri sopportati: questi stessi nondimeno tanto e non più de l'amor de le donne loro sogliono esser desiderosi, quanto essi par che in alcun modo ne siano cagione. Onde i poeti del grido d'onestà, per lo quale le donne loro sono gloriose, si compiacciono assai volte, come di effetto de l'arte loro. Nè solo i poeti, ma i cavalieri eziandio, e gli altri amanti, tutto che bramino di veder le loro onorate, nondimeno desiderano che ciò a venga per opera loro; onde a questi amanti ancora men liberali de' lor favori debbono esser le donne, che a' non amanti che bene lor vogliono. E tanto in questo proposito voglio che mi giovi d'aver detto, non per far alcun risentimento de la repulsa datami, ma perchè altra fiata, per difetto di benevolenza o di stima, non mi riputiate indegno di favorire.

Giulia C.:  S'io son tale ch'altrui possa far favore, non lo disidererebbe da me indarno il signor Giulio: ma se benevolenza in amore alcuna fiata suol convertirsi, guardisi il signor Giulio di non dare ne lo amante; che non so se fusse de' più continenti. Ma se meco converserà, a niun pericolo d'amore, per quel ch'io ne creda, s'esporrà; ma ove se con altra più di me bella avesse dimestichezza, assai agevolmente potrebbe avenire, che i molti favori convertessero la benevolenza in amore.

Note

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[1] Il Petrarca:

Lasciai quel ch' i' più bramo ; ed ho sì avvezza

La mente a contemplar sola costei,

Ch' altro non bramo ; o ciò che non è lei

Già per antica usanza odia e disprezza.

[2] Petrarca, nella canzone: Perchè la vita è breve.

[3] Le antiche stampe leggono concordemente d'alterezza, le moderne aggiunsero della sua: ma senza manoscritto che conforti una tal variante, io ho preferito la lieve correzione de l'alterezza.

[4] Nel capitolo secondo del Trionfo delia Morte.

[5] Le moderne stampe corressero: colui che stenta a parlare. Ma perchè? Se a Dante piacque di dire:

Chi pesca per lo vero,

credo che altri potrebbe pescar nelle parole. E pescare, in senso metaforico, diciamo di chi opera a caso, alla cieca.

[6] I moderni editori, seguendo alcune fra le antiche stampe, leggono e dispettosi come gl'infermi. A me piace attenermi alla lezione e di sospiri.

[7] Le antiche stampe: ad onte.

[8] Il Petrarca.

[9] Virgilio nel decimo libro dell' Eneide.

[10] Un'altra lezione, temperati. E così poco sotto, più volte.

[11] Il Petrarca, nel capitolo secondo del Trionfo d'Amore.

[12] Il Petrarca.

[13] Versi del Petrarca.

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Ultimo aggiornamento: 01 agosto 2008