Torquato Tasso

I bagni

o vero della pietà

DIALOGO

1578

Edizione di riferimento:

Opere di Torquato Tasso colle controversie sulla Gerusalemme poste in migliore ordine, ricorrette sull'edizione fiorentina, ed illustrate dal professore gio. rosini. volume VIII. presso Niccolò Capurro Pisa MDCGCXXIL, con gli argomenti dal cavaliere Alessandro Mortara.

ARGOMENTO

Finge l'Autore che a' Bagni di Lucca, luogo quanto alcun altro delizioso e piacevole, seguisse un giorno un colloquio fra il Signor A. N. che colà trovavasi col Marchese Filippo d'Este, e due Gentiluomini Lucchesi di molto sapere, l'uno chiamato P. Guidiccione e l'altro F. Micheli; e che un certo F. Lampugnano, stato a quello presente, a lui così lo venga narrando, quale dalla bocca di que' medesimi l'veva udito. Sono perciò qui introdotti a ragionare fra loro i tre Cavalieri sopraccennati : ed è la Pietà, o Compassione che dir si voglia, il Soggetto di cotal dialogo. Cercasi in esso primamente se la compassione sia un affetto simile all'ira, allo sdegno ed alla paura, e si afferma che quanto all'oggetto loro, il quale può esser egualmente in noi, che fuori di noi, sono assai simili. Si vien quindi considerando il modo, onde l'uomo ha compassiòne di sè stesso, e si mostra che essendo egli un composto di molte parti e di molte potenze diverse, siccome avviene che l'una si adiri contro all'altra, si sdegni ec, così avvien pure che l'una abbia dell'altra compassione. Parlasi appresso della compassione convenevole e disconvenevole, che è quanto dire giusta ed ingiusta, e si fa conoscere che la prima può esser giusta o per sè stessa, o per partecipazione. Se è giusta per sè medesima, si stabilisce che debbasi chiamare col nome di pietà: e con quello poi di compassione o misericordia, ove non sia giusta che per partecipazione. Toccasi finalmente alcune cose del trasformarsi che fa l'amante nella persona amata, e si conchiude ch'egli non potrà mai ottenere da essa tutta quella pietà, che per lui si desidera, se in lei perfettamente e coll'inteltetto e colla volontà non si trasforma.

Questo breve, ma elegantissimo Dialogo, che il Manso intitola da' Bagni di Lucca, nella prima impressione che ne fece in Venezia il Vasalini nel 1586, è detto il N. dal casato di quel A. N. che v'interviene a discorrere. Circa il tempo in che fu scritto, nulla possiamo di positivo asserire: Tuttavolta dalle circostanze e dalle persone, delle quali si fa in esso parola, siamo per poco indotti a credere che fosse dal Tasso composto nel 1578 mentre stavasi in Torino presso il Marchese Filippo di Este, in Corte del quale vivevano fors'anche e il Lampugnano e il detto A. N.

I BAGNI

Interlocutori

Forestiero napoletano, F. Lampugnano, A. N., P. Guidiccioni, F. Micheli.

Forestiero: Poichè voi siete stato presente, Sig. Lampugnano, al ragionamento, ch'ebbe il Sig. A. N. col Sig. P. Guidiccioni, e col Sig. F. Micheli nel territorio di Lucca, mentre il Sig. Marchese d'Este v'era a' Bagni; vi prego che distintamente mel raccontiate; perchè io sono altrettanto desideroso d'udire quel, che fu discorso tra quegli eccellenti ingegni, quanto sarei stato di vedere la bellezza di quel felice paese.

Lampugnano: Noi eravamo un giorno in una piacevole montagnetta, la quale vagheggia il Serchio, assai pensierosi per la lontananza di Turino, la quale ormai ci cominciava a rincrescere: ma più di tutti gli altri il Signor A. N. pareva da' pensieri angosciato, il quale sedeva sotto alcuni alberi, che ricoprivano coll' ombra una bella fontana, intorno alla quale alcuni tronchi facevano bastevoli seggi a coloro, che stanchi dal camminare vi capitavano. E si trovavano con esso noi il Sig. P. Guidiccioni, e il Sig. F. Micheli, i quali con tutti avevano presa stretta dimestichezza, e particolarmente col Sig. A. N. ed erano per li meriti loro assai stimati dal Sig. Marchese, che n'è buon conoscitore. Allora il Sig. F. Micheli, rivoltosi al Sig. A. N. disse: dove ora tenete fermi gli occhi e il pensiero così fissamente?

A. N: Io riguardava questi alberi, e riguardandoli m'avveniva quel, che prima avvenne al Petrarca, mentre camminava per luoghi inospiti e selvaggi; perciocchè io avea negli occhi la mia donna, e mi pareva di veder seco donne e donzelle, e sono abeti e faggi; e se peravventura rivolgo gli occhi, o nelle nubi del cielo, o nell'acque del Serchio, il mio pensiero me l'adombra nell'istessa maniera: nè solamente questi miracoli m'avvengono, ma alcuni altri simili a quello, del quale egli ragiona in quei versi:

E i duo mi trasformare in quel, ch' io sono,

Facendomi d'uom vivo un lauro verde,

Che per fredda stagion foglia non perde.

Perocchè m' immaginava di vederla in riva non del Peneo, ma d'un più altero fiume in compagnia d'Amore, il quale non si allontana da lei pure un passo. E mentre intentamente mi pareva di rimirarla, non so come io mi sentia tutto in lei trasformato. Laonde udìa co'suoi orecchi, vedea con gli occhi suoi, e pensava co' suoi pensieri, e co' suoi desiderj desiderava quello, ch'ella mostra di desiderare; i tormenti, dico, e le pene mie, le quali temeva solo che non fossero troppo brevi, e che non fornissero colla mia vita. Però avrei voluto che, siccome l'amore è infinito, così elle non avessero meta, o termine alcuno: ma pur io piangeva colle mie lagrime, e non colle sue, perciocchè io non vedeva in lei alcuna compassione del mio male, nè alcun segno di pianto in quegli occhi, i quali con una stilla sola sparsa da loro avrebbono potuto temperare mille fiamme amorose: ma piuttosto mi pareva di vederla sorridere, mentre in una grande, e lieta festa ballava con alcuni leggiadri Cavalieri, e con loro ragionava. Ed io era intanto così in lei trasformato, che così mi piaceva d'andarmi tra le mie miserie avvolgendo; e così m'erano cari i favori, i quali ella faceva a que'giovani Cavalieri, com'era a lei medesima di farli; laonde quantunque fosse stato in mio potere d'impedirla, che non gli facesse, non le avrei dato impedimento alcuno.

Guidiccioni: Gran trasmutazione è questa vostra; e se voi siete così trasfigurato nella vostra donna, come voi dite, non è maraviglia ch'ella non abbia compassione del vostro male; anzi impossibil sarebbe ch'ella l'avesse.

A. N:  E perchè impossibile?

Guidiccioni: Perch'essendo in lei trasformato, siete divenuto quel ch'ella è; dimanierachè tutto quello, ch'era vostro, è fatto suo.

A. N:  Sì veramente.

Guidiccioni: Dunque il vostro male ancora è diventato suo, perchè la compassione, o la misericordia, che vogliam dirla, è con dolor del male altrui; non può averla di quel che fu vostro, lo quale ora è suo. E se Amasi[1], il quale aveva lagrimato della sciagura dell'amico, non pianse della morte del figliuolo, come di cosa, che troppo l'accorava: per questa istessa cagione io stimo che non pianga del vostro dolore, quantunque vero fosse quello che di vedere v'immaginate; e peravventura il riso, che in lei vi parve di rimirare, fu simile a quel d'Annibale, il quale

Rise fra gente lacrimosa, e mesta,

Per isfogare il suo acerbo despitto;

perchè, essendo ella dolorosa per la vostra partita, dee per onor suo celar questa passione sotto il contrario manto.

A. N:  Io confesso che questo potesse così avvenire, come voi narrate, se non fosse, che non solo io sono stato rapito dalla immaginazione in modo che io l'ho veduta, e udita quasi presente: ma ancora, come ho detto, mi sono in lei trasformato, e co' suoi pensieri, e co' suoi affetti medesimi ho consentito al mio male: però s'ella non ha pietà, non avviene per la ragione, che voi dite, la quale mi par piuttosto ingegnosa, che vera. Laonde io pregherò il Sig. F. Micheli, che molto meglio saprà rispondere alle vostre ragioni, che prenda sovra di sè questa parte di risposta, o di difesa, la quale ad un addolorato, come io, è troppo grave: ed egli, sottentrando al mio peso, mostrerà quella compassione di me, la quale sin'ora non ho potuto nè vedere, nè immaginare nella mia donna.

Micheli: Quantunque io creda che voi siate così forte Cavaliero, che non vi lasciate, facilmente vincere, nè stancare dal dolore; nondimeno poichè a voi così piace, io ne discorrerò in vostra vece col Sig. P. Guidiccioni, e lasciando star da parte questa vostra amorosa trasformazione; perocchè qual'ella sia, mi pare che dopo debba esser considerata; chiedo al Sig. P. Guidiccioni, s'egli stima che la compassione sia un affetto simile all'ira, allo sdegno, ed alla paura, l'oggetto de' quali è fuor di noi in guisa, che l'appetito del senso seguendolo si muove verso lui, o fuggendolo cerca d'allontanarsene.

Guidiccioni: In ciò veramente sono assai simili.

Micheli: Nondimeno pare che l'oggetto sia qualche volta in noi stessi, perchè alcuno si sdegna, non solo con gli altri, ma con se medesimo, laonde lo sdegno allora si ritorce e però si legge :

L'animo mio per disdegnoso gusto,

Credendo col morir fuggir disdegno,

Ingiusto fece me contra me giusto.

Guidiccioni: Questo mi par che non si possa negare.

Micheli: Ed alcuno parimente s'adira con se medesimo, come fece Aiace in molti, e poi in se stesso forte, o furioso piuttosto.

Guidiccioni: Parimente.

Micheli: Ed in questo modo altri ha paura di se medesimo, come si legge in quel luogo:

Tal cordoglio, e paura ho di me stesso.

Guidiccioni: Così credo.

Micheli: Dunque in questo modo, ancora alcun potrà aver compassione di se stesso, e l'ebbe quel Poeta, il qual di sè parlando disse :

E m'incresce di me sì malamente,

Ch'altrettanto di doglia

Mi reca la pietà, quanto il martire.

E quell'altro, il quale scrisse :

Una pietà sì forte di me stesso.

Ma qual sia questo modo, possiamo andar considerando.

Guidiccioni: Come vi piace.

Micheli: Credete voi, che l'uomo sia uno semplicemente, o un composto di molte parti, e di molte potenze?

Guidiccioni: Un composto, senta dubbio.

Micheli: Ciascuna delle quali è diversa dall'altra?

Guidiccioni: Sì veramente.

Micheli: Dunque non è sconvenevole che l'una si sdegni contra l'altra, e che s'adiri, e che tema similmente: perocchè la parte irascibile s'adira, e si sdegna contra la concupiscibile, e la concupiscibile teme l'irascibile; e l'una e l'altra, la ragione; la quale ha il freno, e la verga, colla quale le castiga, e le corregge.

Guidiccioni: Così suole avvenire negli animi ben composti.

Micheli: Dunque in questa stessa guisa è convenevole che l'una parte abbia compassione dell'altra, e quantunque questa compassione sia dolore del male altrui, perocchè ella è del male d'una potenza diversa; tuttavolta, perchè l'uomo ha in se medesimo tutte queste potenze, si può dire che la compassione sia di se stesso, come lo sdegno, e l'ira, e la paura. E se questo è, come abbiamo conchiuso, potendo l'uomo aver compassione di se stesso, maggiormente può averla la donna amata, quantunque in lei sia trasformato; laonde io ho gran pietà di questo Cavaliero, se, come egli dice, non glien'è avuta alcuna dalla sua donna. Ma potrebbe essere ch'egli peravventura s'ingannasse; però ricerchiamo che sia questa compassione, ch'egli desidera che gli sia portata, acciocchè ben conoscendola non la prendiamo in iscambio: e se vi piace, non col Signor P. Guidiccioni, ma con voi, Signor A. N. n'andrò ricercando. Ditemi dunque, desiderate eh' ella v' abbia convenevole, o disconvenevole compassione?

A. N:  Convenevole.

Micheli: E se sarà convenevole, sarà giusta, perchè niuna cosa è convenevole, ch'ingiusta sia.

A. N:  Così è veramente.

Forestiero:  Ma s'ella è giusta, diremo ch'ella partecipi della giustizia, o pur ch'ella sia giusta per se stessa?

A. N:. Nell'uno, e nell'altro modo.

Micheli: Dunque due saranno tra sè differenti; l'una giusta per se stessa, e l'altra giusta per participazione.

A. N:  Così credo.

Micheli: Ma la compassione non è ella talvolta ingiusta, come fu quella, della quale parlò Dante nell'Inferno?

Chi è più scellerato di colui,

Ch'al giudizio divin passion porta?

A. N:  Così stimo .

Micheli: E pare, che sempre sia giusta la compassione, la qual si porta a coloro, i quali son condannati dal giudizio degli uomini; perchè quantunque per altro fossero scellerati, mentre sono di qua, veggiono aperte le braccia della divina Bontà, la quale le ha così grandi,

Che prende ciò che si rivolve a lei.

Ma di coloro, che dal giudizio d'Iddio sono condannati, è ingiusta.

A. N:  E veramente.

Micheli: Se dunque due sono le giuste; una giusta per sè, l'altra, la qual può participar di giustizia; acciocchè meglio le possiamo conoscere, le dobbiamo chiamar con nomi differenti.

A. N:  Così stimo convenevole.

Micheli: Quella dunque, ch' è per sè giusta, o che piuttosto è una parte della giustizia medesima, perciocchè dimora in quella parte dell'animo, la quale non è soggetta alle passioni, non chiameremo compassione, ma pietà; l'altra, la quale alberga nell'appetito del senso, dove sono tutti gli affetti, e può participare, e non participare di giustizia, chiameremo compassione, o misericordia.

A. N:  Assai convenevolmente mi pare che sian dati loro questi nomi.

Micheli: Tuttavolta quando ella non partecipa, suole esser chiamata col nome dell'altra, che per sè è giusta; però dell' una si legge:

Ben torna a consolar tanto dolore

Madonna, ove pietà la riconduce.

E altrove

Deh! qual pietà, qual angel fu sì presto?

                           . . . Ma tranquilla oliva

Pietà mi manda.

E dell'altra

Ma voi, che mai pietà non discolora.

Ed in altri luoghi :

Pietà s'appressa, e del tardar si pente.

Ella si tace, e di pietà dipinta.

Ch'un fuoco di pietà fessi sentire.

Di sua man propria avea descritto

Amore con lettre di pietà.

A. N: Ornai stimo che l'una dall'altra, ed ambedue da quella, ch'essendo ingiusta non riceve il nome di pietà, facilmente potrò riconoscere.

Micheli: Poichè le riconoscete dunque, quali desiderate che vi sian portate dalla vostra donna, le due convenevoli, o pur quella la qual convenevol non è?

A. N:  Le convenevoli.

Micheli: Dunque quella, la quale è nella volontà, e l'altra, ch'è nell'appetito concupiscibile; ma partecipa nondimeno della luce dell'intelletto, che tutta l'illustra?

A. N:  Sì certo.

Micheli:  E queste ingiustamente ti sono negate da lei, se voi la servite, ed amate in quel modo, ch'è convenevole.

A. N:  Io la servo, e l'amo così affettuosamente, che quasi mi sono in lei trasformato.

Forestiero:  Ma forse la vostra trasformazione è simile a quella, la qual si rimira in alcuni di questi arazzi, che vengono di Fiandra, e sono così vaghi da riguardare. Perocchè in quelli si vede Dafne, o altra Ninfa, la quale conserva ancora la forma umana negli occhi, e della fronte, e nel volto tutto; e nel petto, e nelle mammelle, e nelle parti, ch'a queste sono congiunte: ma le cosce, e l'altre inferiori sono coperte da una scorza d'albero, la quale tuttavia verdeggiando ha fisse in terra le sue radici. Così voi avete trasformate le parti inferiori dell'anima Vostra in quelle dell'anima sua sensitiva; perocchè sentite co' suoi sensi, come avete detto, e desiderate co' suoi affetti: ma non avete ancora trasformate le superiori, intendendo a vostro modo, ed avendo libera la volontà; laonde se perfetta dee essere questa amorosa trasformazione, conviene che colla vostra mente nella sua vi trasformiate, è che facendole dono del vostro arbitrio vogliate, e disvogliate, come a lei pare: ed allora sarà pietosa di voi, quanto conviene: e forse dove ora vi dolete, vi rallegrerete doppiamente, perchè l'una gioia sarà l'averle donato l'intelletto, e la volontà, e l'altra, ch'ella a voi ridonandola adopri non solo la vostra, ma la sua medesima, come a voi piacerà.

     Frattanto guardate di non v'ingannare, perchè forse il suo riso non è simile a quello d'Annibale, ma a quello di Laura, di cui fu detto:

Io vidi lampeggiar quel dolce riso,

Ch'un sol fu già di sue virtuti afflitte.

      E peravventura ella ha pietà di voi, ma Voi non la conoscete, perchè l'ire sue, e gli sdegni sono come quelli della madre, la quale non è men pia per la sferza.

A. N:  Io v'aveva chiamato in mia difesa, e voi non vi sete armato per me, ma contra me mostrandovi prontissimo difensore della mia donna: e perch'è ragionevole ch'ella, la quale in tutte le parti è superiore, riporti ancora vittoria d'ogni contesa, che potesse nascer fra noi, non ardisco di chiamare ingiusta questa vostra difesa, ma giustiziosa piuttosto l'elezione, poichè avete voluto esser campione di tanta bellezza. Ed io, il qual sono suo, come dissi, in suo nome ve ne ringrazio, e nel mio non me ne dolgo. Ma ben vorrei che m'insegnaste di persuaderla in tal maniera ch'io destassi in lei non solo quella pietà, la quale è scompagnata da ogni passione, ma quell'altra, la quale compatisce a' nostri dolori; e venendo talvolta, negli occhi, e nella lingua si suol dimostrar nelle lagrime, e ne' sospiri.

Micheli: A cattivo maestro di questa arte vi sete avvenuto; e voi avete tanto ingegno, ch'agevolmente per voi stesso saprete ritrovare ragioni abbastanza. Ma se pur ne voleste intendere il mio parere, non cerchereste di dare a lei alcuna passione, ma di liberarne voi medesimo affatto, e di purgarne l'animo vostro in guisa, che senza impedimento possa godere della bellezza, e nella luce del suo. Ma i ragionamenti ricercherebbono più lungo tempo; e già, come vedete, cade da altissimi monti maggior l'ombra; però sarà ora, che ce ne ritorniamo alla città.

Fine

Note

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[1] Amasi (VI secolo a.C.), faraone (570-525 a.C.) dell’Antico Egitto. Penultimo esponente della XXVI dinastia o dinastia “saitica”, scalzò dal trono Apries, del cui esercito era valoroso generale. Il suo lungo regno segnò una fase di grande apertura nei confronti del mondo greco, tant’è che numerose notizie su Amasi ci provengono da Erodoto. Amasi sottomise infatti l’isola di Cipro, arruolò mercenari greci, concesse ai mercanti greci l’emporio commerciale di Naucrati, strinse alleanza con Policrate, tiranno di Samo, e portò doni all’oracolo di Delfi. Ciò che accomunava greci ed egiziani era la comune ostilità nei confronti della Persia, che iniziava a farsi minacciosa; ciò spiega anche l’alleanza – dichiaratamente antipersiana – di Amasi con Creso di Lidia. Morì poco prima che il re persiano Cambise II invadesse e conquistasse l’Egitto, sconfiggendo il suo successore Psammetico III (525 a.C.).

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Ultimo aggiornamento: 01 agosto 2008