Torquato Tasso

Discorso sopra varj accidenti della sua vita

Scritto a Scipione Gonzaga,

Principe dell'Impero, poi Cardinale

Edizione di riferimento:

Opere di Torquato Tasso, colle controversie sulla Gerusalemme, poste in miglior ordine, ricorrette sull'edizione fiorentina, ed illustrate dal professore Gio. Rosini, vol. XI, presso Niccolò Capurro, Pisa MDCCCXXIII.

Io non so, Illustrissimo Signore, se per indurre Vostra Signoria Illustrissima a prendere in alcun modo la mia protezione debba volgere verso Lei o la forza de le ragioni o l’affetto de’ preghi: perciochè da l’un lato la mia calamità grida così altamente, che il suono de le sue voci mirabili arriva per l’universo; onde sordo è chi non l’ode, e chi non l’esaudisce, severo: da l’altro, gli occhi del vostro intelletto sono così acuti che possono per se stessi vedere non sol tutti quegli argomenti che in quei luoghi risiedono, da’ quali comunemente le difese de’ rei sono tratte; ma penetrando anche a dentro ne la natura de gli errori e de’ peccati, e ne la convenevolezza de’ premi e de le pene, e nel decoro de la giustizia e de la clemenza, sono atti a conoscere ciò che, dopo tante mie afflizioni, verso me dovrebbono usar coloro i quali, essendo in questo mondo ministri di Dio, de la sua divina giustizia e de la clemenza debbono essere imitatori. Se dunque la mia miseria per se stessa si fa udire, e voi per voi stesso potete conoscere ciò che a mio favore o per giustizia o per pietà dovete operare, soverchio è peraventura che io, insieme pregando e argomentando, voglia affaticarvi; ma ancora che io con un sol di questi due modi cerchi di persuadervi a quello a che o per vostra bontà e cortesia siete già persuaso, o se non siete, non siete anche disposto ad essere o da mie lagrime commosso o da mie ragioni piegato; perchè nè quelle possono recarvi cosa alcuna di nuovo del mio dolore, nè queste verità da voi non conosciute farvi conoscere: e forse meglio sarebbe che un mio lacrimoso e modesto silenzio, senza vostra fatica e senza rinnovamento di mio dolore, cagionasse in voi quell’effetto, il quale son molto dubbio se da le parole possa essere cagionato. Ma perchè io ho conosciuto per prova che il tacer non m’è stato più giovevole che il ragionare, non vo’ che mi paia nè fatica nè pericolo, dopo la perdita de’ comodi, de la quiete, de la sodisfazione, de la riputazione, de l’onore de la libertà e quasi de la vita stessa, che si può dir mal viva, arrischiar le parole, tentando alcuna parte de le cose perdute ricuperare. Parlerò dunque con esso voi, e tanto più volentieri con ragioni che con preghi, quanto so che più siete ragionevole che affettuoso; perchè tanto solo e non più nel ben coltivato animo vostro è rimaso d’affetto, quanto, senza eccedere e senza uscire de l’ordine prescritto da la ragione, può adornarlo di cortese umanità: e parlerò non come si suole al popolo ignorante, o a’ giudici, o a’ senatori, più avvezzi a le azioni che a le Contemplazioni de le cose; ma come con uomo interamente filosofo deve ragionare chi de la filosofia è, se non intendente, almeno vago ed amatore.

Tutte le cose, Illustrissimo Signore, de le quali sono incolpato, e per le quali in questa infelicità sono così sventuratamente caduto, a due capi possono richiamarsi. Sempre che l’uomo pecca, pecca contra Iddio; perciochè Dio è per tutto ed è in tutti, nè si può cosa alcuna offendere, che ad una fattura di Dio non si faccia oltraggio. Ma in due modi contra Iddio si commette errore: o immediatamente, per così dire; e queste sono quelle ingiurie che sono dirizzate contra la sua divina Maestà: o mediatamente; e queste sono l’offese che a le sue creature si fanno: le quali ancora o trapassano ne la persona del prossimo; come sono gli omicidi, gli adultèri, i tradimenti e l’altre tali: o si fanno ne la persona di colui che le commette; e tali sono gli atti semplici d’incontinenza o d’intemperanza assoluta o no ch’ella sia, e i pensieri vani e accidiosi, e per dirlo con le parole del poeta,

La gola e ’l sonno e l’oziose piume.

Ma fra gli errori che contra il prossimo si commettono, gravissimi son quelli da’ quali la maestà de’ Principi viene offesa; e s’assomigliano in alcun modo a quelli che contra la grandezza d’Iddio da la superbia e da l’empietà de gli uomini sono dirittamente rivolti; perchè i Principi in terra sono ministri d’Iddio, e imagini e simulacri de la sua potenza: onde se uno, percotendo con mano o con parole oltraggiando una figura di Cristo o d’alcun santo, è degno di molto gastigo; degno ancora di gastigo deve esser riputato se oserà d’armar la lingua di veleno o le mani di ferro contra li Principi che sono l’imagini d’Iddio, le quali egli ha costituite in terra perchè siano con somma riverenza ubbidite e venerate. Ora essendo tante le maniere de’ peccati, io per mia colpa, e parte per mia sciagura, d’alcuna d’esse sono o calunniato o accusato; perciochè come ribello contra il Principe mio Signore per elezione, come ingiurioso contra gli amici e conoscenti, e come ingiusto contra me stesso (se contra se medesimo si può commettere ingiustizia) sono trattato; e sono scacciato da la cittadinanza, non di Napoli o di Ferrara, ma del mondo tutto; sì che a me solo non è lecito dire ciò che a tutti è lecito, cioè d’esser cittadin de la terra: escluso non solo da le leggi civili, ma da quelle de le genti e de la natura e d’Iddio: privo di tutte l’amicizie, di tutte le conversazioni, di tutti i commerci, de la cognizion di tutte le cose, di tutti i trattenimenti, di tutti i conforti: rigettato da tutte le grazie, e in ogni tempo e in ogni luogo egualmente schernito e abbominato. La qual pena è così grande, che s’ella d’alcuna speranza non fosse accompagnata, la morte senza alcun dubbio non parrebbe molto maggiore; e forse ad uomo forte e magnanimo, qual io d’esser non mi conosco, molto minore sarebbe giudicata. Ma se questa speranza non è promission di bene c’abbia a venire, ma inganno più tosto o conforto, simile a quel che si dà a gli infermi disperati de la salute; non so ben risolvermi s’ella sia alleggiamento o aggravamento di pena, vedendomi d’ora in ora riuscir fallace quel che d’avere a conseguir in breve aveva conceputo. E certo i parricidi che, cuciti in un cuoio con una volpe e con un gallo, sono gettati nel mare, in guisa che mentre spirano non possono a sè trar l’aria, e mentre sono da’ flutti agitati non si purgano ne l’onde, e mentre sono esposti sul lido non si riposano ne la terra; i parricidi, dico, poco hanno che invidiare a le mie pene: ed io, se la speranza non fosse, lascerei in modo la mia ragione trasportar dal dolore, il quale forse i gastighi mi dipinge molto più gravi di quel che in effetto sono, che ardirei d’affermare che la mia pena fosse eguale a la loro: falsamente certo; perchè ogni gastigo che mi si dia, è in alcun modo addolcito non solo con la speranza, ma co ’l modo del darlo. Ma pure se non la grandezza del tormento, almeno la novità e la stravaganza farebbe questa falsità tollerabile ne la lingua d’uno addolorato; perchè se di coloro che il padre hanno ucciso si dice: che cosa è così comune a gli ondeggianti, come l’onde? e a’ gettati sul lido, come l’arena? e a gli spiranti, come l’aria? e pur mentre ondeggiano, non si lavano ne l’onde; e mentre spirano, non godono de l’aria; e mentre son gettati sul lido, non son degni di toccar l’arena; ed io direi: che cosa è così comune a gli uomini come il significare i concetti suoi con parole? a’ poveri, come il guadagnarsi il vitto con le fatiche e co ’l sudore? a gli studiosi, come sperare onore e utile da gli studi loro? ed io parlo e ascolto in maniera, che son sicuro che le parole non son significatrici de’ concetti; m’affatico per arricchire altri co’ miei stenti; e studio, senza fine di commodo o di riputazione o di gloria. Ma non bene i paragoni s’agguagliano ne le bilance, direte voi; ed io il confesso: nè da la bontà di quel Principe, in cui poter sono, si potrebbe aspettar pena che avesse del crudele; nè del suo ingegno clemente e mansueto può essere invenzione gastigo tirannico: e questo che ora patisco, qualunque egli si sia, può esser più tosto degno d’esser dato a me, che degno d’esser dato da lui; ed è fattura, per così dire, de la mia fortuna; e trovato da molte cagioni accidentali che sono concorse maravigliosamente a le mie sciagure; e cominciato quando egli pensava più tosto di favorirmi che di punirmi. Ma pur nè io son micidial del padre, nè alcun fu mai tale, il quale assoluto manifestamente una volta dal giudicio d’Iddio, fosse dopo dal giudicio de gli uomini di nuovo per la stessa cagione ingiustamente condannato. E quel che uccise la madre, dopo che per giudicio d’Apolline fu assoluto, non fu più da gli uomini perseguitato: ed io che dal giudicio non d’Apolline, ma di Dio vero e onnipotente (oserò pur dirlo), contra il volere e contra l’opinione de gli uomini tutti, sono stato miracolosamente tolto da le mani e da la gola de la morte, che una e due e tre volte venne per divorarmi; perchè di nuovo son da gli uomini gastigato? Non basta loro, se i miei falli sono così grandi come giudicano, che io, quasi nuovo Oreste, da’ rimorsi de la coscienza e da la vergogna de la perduta riputazione sia tormentato? E se non li giudicano così grandi che per se stessi possano esser pena, perchè rinnovellano il gastigo, certo non piccolo, nè ordinario nè usato nè udito nè imaginato giammai? Ma il fallo d’Oreste fu uno, ed i tuoi son molti; diranno; ed egli uccise la madre per vendetta del padre: ma tu, da quale cagione sei stato indotto a così malvagiamente operare? Or qui ricerca l’occasione, che io de’ miei falli e di me stesso non senza rossore, ma arditamente nondimeno e largamente ragioni. E s’a me il manifestare le mie vergogne non è grave, a voi d’ascoltarle non sia noioso: e se non volete, come amico e Signore, i falli di servitore e d’amico con alcuna clemenza ascoltare; almeno come uomo quelli d’uomo, come peccatore quelli di peccatore, come soggetto a la fortuna quelli d’uno sfortunatissimo, con alcuno spirito d’umanità degnatevi d’udire.

Non fu mai alcuno così acerbo accusatore, che non si Contentasse che ne le tenebre de la fanciullezza e de la prima gioventù rimanesse ascosa alcuna parte de gli errori di coloro ch’esso accusava: quelli massimamente che non contra Dio erano dirizzati, nè il prossimo se non leggierissimamente avevano offeso: e che ne la persona del commettitore, senza partirsi o divolgersi molto, s’erano fermati. Ma questi miei nemici che, a guisa di porci, sono stati vaghi di rivolgersi per le mie brutture, e tutte con la bocca diligentemente ricercarle, se de le lor proprie sordidezze son netti, come voglio credere, incontinenti sono stati ne l’odio e smoderati ne le acerbità: ma s’essi ancora d’alcun fallo pari o somigliante sono colpevoli, (il che però non affermo), non aspettino che io vada curiosamente investigando, quando anche far lo potessi, i segreti de la lor gioventù; ma si Contentino che io dica solo, che poco consideratamente hanno usata tanta acerbità, se loro poteva alcuna lor colpa esser rimproverata. Ma molto fortunatamente l’hanno usata contra persona la quale o non vuole o non può o non deve vendicarsi con la vendetta che solo giustizia fu giudicata da’ pittagorici; quella, dico, di rendere il pari: ma io sì come non desidero altra vendetta (e così Dio me ne sia testimonio) se non quella che bene scrivendo o bene operando potrò prender di loro, s’essi pur di ciò vorranno tenersi offesi, così confesso che non senza molte mie colpe son caduto in questa infelicità. Ma se fu errore de la gioventù o de l’umanità il fallare, fu certo malignità de la mia fortuna, che quando la mia vita cominciava a riformarsi, e quando si spargeva di me fama onorata, la quale io col bene operare aveva speranza d’andare ogni giorno accrescendo, ogni mia buona fama in infamia fosse convertita, e l’età virile de’ non suoi difetti fosse macchiata e vituperata. Pure, qualunque si siano le cose oppostemi; chè non so appunto quel ch’esse siano; non son certo tali, se la mia conscienza non è di soverchio lusinghiera, che non meritassero omai più tosto perdono e dimenticanza, che pena o rinnovamento di memoria. Gli altri errori sono anzi molti in numero che gravi in peso, secondo l’opinion de gli uomini: e s’alcuno volesse in mio favor imitar Cristo; il quale, essendogli condotta innanzi la peccatrice, disse che colui che mondo era de’ peccati, prima prendesse il sasso e la lapidasse; si porrebbe silenzio a’ mormoratori, o pure a’ divolgatori e a’ banditori de le mie infamie: ma s’altro di nuovo non sopraggiungeva, tosto si sarebbe acchetato quel romore de’ falli giovenili, che da’ miei nemici con infinito studio e con diligenza curiosa era stato risvegliato. Ma l’accuse datemi d’infedele al mio Principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortuni così grande, che argine o riparo d’umana ragione o favore de le serenissime Principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse? o qual testimonio potrò addurre in mio favore? Il vostro, Signor mio, credo che potrà in una parte, se non del tutto scaricarmi del peso de l’infamia, almeno molto alleggerirmene. Nè dirò già io, che l’uomo non è Signore de l’apparenze, e che il credere non è operazione de la volontà, ma atto de l’intelletto, il quale crede ciò che da la ragione gli è mostrato per vero; onde in lui, non ne la volontà consiste la libertà de l’uomo: nè dirò che la volontà, seguace de l’intelletto, vuole solamente quello che l’intelletto prima sillogizzando ha concluso che si debba volere: nè dirò che quegli atti che non dipendono da la volontà, meritano o lode o biasimo: nè con questa dottrina de’ filosofi andrò mescolando qualche detto de’ cristiani, in mal senso convertito; come sarebbe a dire, che se la volontà potesse comandare a l’intelletto assolutamente, ch’egli credesse o non credesse a suo modo, questo imperio de la volontà sarebbe tirannico; ma che fra le potenze de l’animo non si concede tirannide, ma solamente civile o regio comandamento: onde, quando ancora si concedesse che la volontà fosse superiore a l’intelletto (al che pare che ripugni l’umana ragione) non si dee però concedere ch’ella tirannicamente eserciti il suo imperio. Non dirò queste cose, no: non piaccia a Dio, a cui piace sempre il bene de le sue creature, che io sia malvagio, non solo cristiano ma filosofo; ma più tosto accuserò il mio errore, non solo con le ragioni sue e de’ suoi (che sue sono, poichè egli le inspira), ma con quelle ancora che i filosofici ingegni, non senza sua grazia, hanno ritrovato.

Dirò dunque con Aristotele, che l’uomo in gran parte è Signore de le apparenze; e che se ciascuno è cagione a se stesso de gli abiti suoi, è anche in conseguenza cagione che una cosa gli paia d’una o d’altra maniera: perchè il giudicio seguita l’abito; e se l’abito è ne la parte morale o ne la volontà, ne segue che l’operazioni de l’intelletto dipendano da quelle de la volontà e da le morali. Dirò anche co ’l medesimo Aristotele, che la malvagità rende torto l’intelletto, ed è cagione che intorno a’ Principii de l’operazione noi siamo ingannati, sì che il bene non può essere conosciuto se non da l’uomo dabbene: con le quali autorità, male considerate da’ moderni filosofi, rimprovero io loro la loro ignoranza, la quale tant’oltre si stende, che usano d’affermare certissimamente, che la libertà de l’arbitrio sia ne l’intelletto, non ne la volontà. Che più? con le medesime arme d’Aristotele andrò a ferirli, non ne le parti esteriori, ma nel cuore: che se Aristotele crede che de’ Principii morali non ci sia ragione, sì come anche quelli de la matematica non si provano ma si suppongono, qual follìa è il voler cercare esquisita ragione de’ secreti d’Iddio e de la fede di Cristo? E se l’uomo, bene operando secondo i costumi, si rende atto a ben intender la scienza morale; perchè non dee credere di non poter, cristianamente operando, farsi degno di ricevere il dono de la fede? dono veramente, ma dono ch’è concesso a chi il dimanda, e a chi si prepara per riceverlo. E se chi vuole ricevere i Principi mondani ne la casa sua, l’adorna e la pulisce e la netta di tutte le brutture e di tutte le sordidezze; chi vuole il Signor Iddio nel suo cuore raccogliere, e farlo albergo e tempio de la sua fede, non userà diligenza alcuna in placare i moti de l’ira, in intepidire i fervori de la concupiscenza, in umiliar l’altezza de la superbia, in riempir la vanità de la vanagloria, in risvegliar la sonnolenza de l’accidia, in raddolcire il veleno e l’amaritudine de l’invidia? non laverà l’anima che per la contagione de le membra è contaminata, e immonda da mille carnalità e da mille brutture?

Dunque non mi scuso io, Signore, ma mi accuso, che tutto dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizi de la carne e de la caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare a l’idee di Platone e a gli atomi di Democrito, a la mente d’Anassagora, a la lite e a l’amicizia d’Empedocle, a la materia prima d’Aristotele, a la forma de la corporalità, o a l’unità de l’intelletto sognata da Averroe, o ad altre sì fatte cose de’ filosofi; le quali, il più de le volte, sono più tosto fattura de la loro imaginazione, che opera de le tue mani, o di quelle de la natura tua ministra.

Non è maraviglia, dunque, s’io ti conosceva solo come una certa cagione de l’universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un Principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come Signore che in universale provvede a la salute del mondo e di tutte le specie che da lui sono Contenute. Ma dubitava poi oltra modo, se tu avessi creato il mondo, o se pur ab eterno egli da te dipendesse: dubitava, se tu avessi dotato l’uomo d’anima immortale, e se tu fossi disceso a vestirti d’umanità; e dubitava di molte cose che da questi fonti, quasi fiumi, derivano. Perciochè come poteva io fermamente credere ne i sacramenti, o ne l’autorità del tuo pontefice, o ne l’inferno, o nel purgatorio, se de l’incarnazion del tuo Figliuolo e de la immortalità de l’anima era dubbio? I secondi dubbi, nondimeno, non da proprie radici nascevano, ma da i primi, quasi rami, germogliavano: pur m’incresceva il dubitarne; e volentieri da sì fatti pensieri avrei richiamato il mio intelletto, per se stesso curioso e vago de l’alte e sovrane investigazioni; e volentieri l’avrei acchetato a credere senza ripugnanza quanto di te crede e predica la santa Chiesa cattolica romana. Ma ciò non desiderava io, Signore, per amore che a te portassi e a la tua infinita bontà, quanto per una certa servil temenza che aveva de le pene de l’inferno; e spesso mi suonavano orribilmente ne l’imaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premi e de le pene; e ti vedeva sedere sopra le nubi, e udiva dirti (parole piene di spavento): Andate, maladetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che alcuna volta era costretto participarlo con alcuno mio amico o conoscente: e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava ne’ tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana; e s’alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, ch’io aveva, d’avere in alcune cose di pochissima importanza vilmente operato, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale di tutti gli errori miei.

Nel manifestare nondimeno i miei dubbi al confessore, non gli manifestava con tanta forza ne le parole, con quanta mi si facevan sentire ne l’animo, perciochè alcuna volta era vicino al non credere; non tanto per vergogna o per malizia, quanto per timore ch’egli non mi volesse assolvere: e fra gli altri dubbi che io aveva, questo era il Principale, che non mi sapeva risolvere se la mia fosse miscredenza o no, e s’io potessi o non potessi essere assoluto. Ma pure mi consolava credendo, e ciò più fermamente che ogni altra cosa, che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto; purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata: i quali vizi tu sai, Signore, (ed in questo la mia coscienza mi francheggia) che da me erano e sono lontanissimi. Perciochè tu sai che sempre desiderai l’esaltazione de la tua fede (sebbene non creduta, o non interamente creduta da me) con affetto incredibile; e desiderai con fervor più tosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede de la tua fede e del pontificato in Roma sin a la fin de’ secoli si conservasse: e sai che il nome di luterano e d’eretico era da me, come cosa pestifera, abborrito e abominato; sebben di coloro che per ragion, com’essi dicevano, di stato, vacillavano ne la tua fede e a l’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione: e sai che de’ miei dubbi non ragionai con alcuno per contaminarlo, ma solo per isgravar l’animo da quel peso che alcuna volta soverchiamente l’affliggeva: e sai che dopo che la tua sferza mi cominciò a percuotere in quella parte dove la mia umanità aveva più di senso, ne l’onore, dico, e ne la riputazione, io non fuggii da te, ma a te procurai d’unirmi; e la freddezza del mio cuore cominciai, se non a riscaldare, almeno ad intiepidire del tuo amore. E sebbene si dice che i tiepidi sono peggiori de’ gelati; questo nondimeno è peraventura sol vero quando l’uomo di quello stato di tiepidezza si Contenta; ma quando procura di maggiormente riscaldarsi, può forse credere di essersi ne la tua grazia avanzato. Perciochè tu non sempre maravigliosamente accendi e infiammi l’uomo del tuo amore, come facesti Paolo; ma talvolta operi con mezzi ordinari: e tali furono quelli che usasti con Cipriano, il quale, per goder de l’amata vergine, cristiano si rendette, e per lo mezzo de l’amore lascivo al divino trapassò: e allora, se non m’inganno, da la freddezza al fervore non si può passare, se non per mezza de la tiepidezza.

Nè già io de la mia tiepidezza mi Contentava, ma conosceva che con questo tiepido desiderio de la tua grazia era mescolata ardentissima cupidità di gloria e d’onor mondano. Mi rallegrava nondimeno, che il caldo de la concupiscenza e de la carnalità fosse in me quasi affatto estinto: nè m’incresceva, per confessare il vero interamente, d’essere ambizioso, avendo io letto in Cornelio Tacito, che l’abito de l’ambizione è l’ultima vesta de la quale si spogli il saggio. Tal era io ne l’amor verso te: e col frequentare più spesso i sacri uffici, e col dire ogni giorno alcune orazioni, in questo stato, con qualche miglioramento, m’andava conservando; e la mia fede s’andava di giorno in giorno più confermando: e col pensar di te, se non nel modo con che si dee, almeno con miglior maniera che io non soleva, cominciava il mio intelletto a presumere di se stesso meno che non era usato; e cominciava a conoscere chiaramente per prova, ch’egli ubbidisce la volontà, almeno in esercitar se stesso a voglia di lei; e che in buone speculazioni e in santi pensieri esercitandosi, si fa degno di ricevere la fede in dono da Iddio: de la quale veramente si può dire, che sia atto de l’intelletto comandato da la volontà. E già in gran parte rideva de’ miei dubbi passati, non perchè io sapessi scioglierli, o perchè io sapessi dire appunto quel che tu fossi, o perchè io interamente conoscessi la natura ed essenza tua; ma perchè io conosceva che tu eri inconoscibile, e ch’era follìa il pensar di raccoglier te, che sei infinito, dentro a’ piccioli confini del nostro umano intelletto; e di misurar con le misure de l’umana ragione la tua bontà, la tua giustizia, la tua onnipotenza smisurata. Onde fra’ gentili saggio io giudicava Simonide, il quale, essendo addimandato da Jerone siracusano quel che tu fossi, chiese un giorno di termine a rispondere: il quale fornito, ne addimandò due; e passati i due, quattro pregò che gliene fusser dati; e passati i quattro, otto procurò d’impetrare: e così in infinito andava moltiplicando, per dare a divedere al curioso Signore, che tu sei un non so che d’infinito, di cui meglio si può dire quel che tu non sia, che quel che tu sia. E tra’ fedeli stimava Paolo, che al terzo cielo fu rapito; e Mosè, che al monte fu fatto degno di salire, ove teco era solito di ragionare; tuttochè nè l’uno nè l’altro interamente ti conoscesse, o sapesse dire a pieno quel che tu fossi. Perchè gli angeli stessi son più lontani da te, e da la perfetta cognizione di te, di quel che la lor dignità da la umiltà de la nostra umana natura sia lontana.

Ma io fortunato mi avrei stimato se avessi potuto, non come Paolo salir al cielo, o come Mosè ascendere al monte; ma, come uno de’ più purgati, a la nube, dentro la quale tu ti ricopri, avvicinarmi, e da la moltitudine alquanto separarmi. E assai mi pareva appiè del monte de la Contemplazione, con orecchi e con occhi non immondi, udire la voce solamente e la tromba che suona parole di pietà, e vedere il monte fumante, e tutto di fulmini e di lampi luminoso. Così mi viveva Contento di conoscerti non più solo come primo motore, ma anche come creatore de l’universo: non solo come cagion finale e conservatrice del mondo, ma come facitore ancora di tutte le cose: non solo come Principe che ha una certa general cognizione di tutte le specie, e in universal provvede che tutte si perpetuino, e che nulla manchi a questa sua macchina di perfezione; ma come amorevol Signore eziandio, che non si sdegna d’aver minuta cognizione di tutti i particolari, nè perciò stima di avvilirsi; e come padre di più, che a la salute e a la conservazione di tutte le cose, come a bene de’ suoi figliuoli, è intento. E sebbene io conosceva che questo non era conoscere Iddio ne la sua essenza divina, o almeno vederlo a faccia a faccia, come vide Mosè; ma era un vedere i vestigi de le sue piante ch’egli ha impresse ne le cose create da lui, o al più una parte de le sue mani onnipotenti, con la quale ha fabbricata questa gran macchina de l’universo; nondimeno, per umiltà, di questa cognizion m’appagava in guisa d’uomo che, non potendo affissar gli occhi nel sole, rimira ne l’acqua l’imagine de la sua luce. E mi sovveniva che Aristotele, che fu Conte, disse che a l’uomo cupido di sapere era più caro l’intendere una particella de le cose divine, che l’aver di tutte l’umane perfetta cognizione: sì come giovane amante (sia lecito di mescolare il suo esempio) più s’appaga in rimirar la mano de la sua donna, che in riguardare il corpo tutto di qualsivoglia attempata femmina.

Divenuto io, dunque, omai giusto misuratore de le deboli forze del mio intelletto, così fra me stesso ragionava: Chi mi dimandasse, che fosse la materia prima; che altro saprei rispondere, se non ch’ella non è, nè il che, nè il quanto, nè il quale, nè altra cosa è, che si possa o co ’l dito mostrare o con le parole diffinire? E se pur questa risposta non mi piacesse, ricorrerei forse a qualche somiglianza; e direi, che tale ella è in rispetto de le forme naturali, quale è l’oro e l’argento in rispetto de le artificiali: perciochè sì come di questi metalli si posson fare e monile e medaglia e coppa da bere e vasi da oprar ne la tavola o da por ne la credenza per ornamento; così ella è atta a ricevere la forma de la vite, de la palma, del leone, del destriero e de l’uomo o di che altro si sia. Dunque, se de la materia prima, vilissima e ignobilissima cosa, io non ho altra cognizione, nè posso darla altrui, se non quella che o negando o paragonando s’appresenta a l’intelletto; ardirò io d’aspirare a l’altissima cognizione d’Iddio nobilissimo e perfettissimo? o presumerò di significare altrui quello che io non intendo? o mi parrà strano o maraviglioso, se io non sono atto a conoscerlo o a parlarne in modo o con paragone, che a la sua maestà sia convenevole? perciochè la luce del sole è oscura, e la grandezza de l’oceano è una brevissima stilla d’acqua, s’a Dio s’assomiglia. Negherò dunque di sapere quel che sia Dio, ma non già di saper ch’egli sia; essendo questo sì chiaro, che può esser certissimo Principio a provar l’altre cose de le quali si dubita: e non solo gli angeli nel cielo, e gli uomini ne la terra, ma il confessano i demoni ne l’inferno: e gli augelli ne l’aria rendono grazie, cantando, a lui che gli ha creati; e gli armenti ne’ pascoli, e le fiere ne’ boschi, come possono, co’ lor mugiti e con le lor voci ferine mostrano d’avere alcuna conoscenza di questa divinità; e i pesci ancora, ne le caverne e ne le profondità de’ fiumi e de gli stagni e del mare, pare che in un certo modo de la gloria di Dio facciano armonia; e le piante e l’erbe e i fiori rinnovellandosi, mostrano di conoscere e di ringraziare la divina provvidenza di lui ch’è creatore e conservatore e perpetuatore di tutte le cose. Crederò dunque che sia Dio; e crederò di lui quel di più che per rivelazione se ne sa: ch’egli sia trino e uno; e che il suo Verbo nel ventre verginale di Maria si vestisse d’umanità; e che egli ascendesse in cielo, e che lasciasse Piero vicario in terra: e crederò che la vera e certa determinazione così di questi, come di tutti gli altri articoli de la fede, si debba prender da’ pontefici romani, che sono di Piero legittimi successori. E se il mio intelletto non capisce come sia l’eterna generazion del figliuolo non creato, nè fatto dal padre, ma generato; o com’egli, incarnandosi, accoppiasse la divinità con l’umanità in guisa, che una sola persona in due nature ne risultasse: e se il mio intelletto, dico, s’abbaglia a questo sole di certissima verità, qual maraviglia è, poichè ancora molte fiate resta abbarbagliato ad alcuni piccioli raggi de le cose naturali? E se del nascimento di Cristo e de la sua eterna generazione non so render cagione, non la so anche rendere de la generazione de’ tuoni e de’ lampi e de le grandini e de le tempeste e de’ venti, se non molto fallace e incerta: nè so, se non molto dubbiosamente, come l’aria si dipinga di tanta varietà di colori in quel suo arco, che arco del patto è nominato: nè come ne la regione del fuoco o ne la vicina ci appaiano le comete, e la strada di latte, e tante altre apparenze ora spaventose ora vaghe, ma sempre maravigliose: nè so come ne le viscere de la terra si generi l’oro e l’argento e gli altri metalli, e nel letto del mare le perle e i coralli si producano: nè saprei de la generazion de gli animali abbastanza ragionare; o come o perchè alcuni di materia putrida, altri di seme sien generati; e come quelli che altra madre non hanno che la putrefatta materia, e altro padre che il sole, siano poi atti a generar figliuoli a se somiglianti: e come dal tergo del bue spuntino l’api; e con quale artificio il verme, che cavaliero in queste parti è nominato, pascendosi di foglia di gelso, tessa a se medesimo ricca e vaga prigione di seta e muoia e rinasca maravigliosamente; e come la fenice deponga la vecchiaia nel fuoco e a lunghissima vita si rinnovelli; o come di due bruti di diverse specie ne nasca un misto che nè a la madre nè al padre sia somigliante, o come i mostri sian generati oltre l’intenzione de la natura, ch’è sì saggia e sì possente maestra. E se pure di sì fatte cose un non so che simile al vero dicono i filosofi, quante altre ce ne sono ne le quali confessano di non conoscere l’ambizioso artificio de la natura; e a quelle loro proprietà occulte si riducono, come sotto lo scudo d’Aiace era solito Teucro di ripararsi?

Questi erano i miei pensieri, e i ragionamenti che fra me stesso faceva, per li quali sempre più mi andava accorgendo de l’incertitudine de le scienze mondane, e sempre meno di credenza prestando a tutto ciò che da’ filosofi contra la nostra religione può essere addotto; sì che ormai nulla, o molto poco, da quelle mie prime molestie era agitato. E se in ciò mento, tu Dio, che sei spiator de’ cuori, e sei giustissimo giudice, in quel tanto da me temuto giorno non aspettar di rammentarlomi; ma qui con maravigliosa dimostrazione, simile a quella con la quale in vita m’hai conservato, la mia menzogna fa manifesta.

Ma tempo è ormai, Illustrissimo Signore, che io a voi mi rivolga, e che dopo sì lunga digressione, (la quale non mosso da artificio oratorio, ma rapito da un certo spirito di verità ho fatta, non contra mia voglia, ma certo oltre ogni mia intenzione) il cominciato ragionamento torni a seguitare.....

 

Ma perchè a me giova di prender tutte le cose in buona parte, purghi egli la sua coscienza al cospetto d’Iddio, e giustifichi l’azione nel giudicio de gli uomini: ch’io, quanto a me, di lui rimango sodisfatto. Dico ciò, perchè può ben essere che un’azione sia giusta, e che insieme ingiustamente sia fatta, e malvagio sia chi la fa: sì come, a l’incontro, un’operazion malvagia può essere operata da un che malvagio non sia; perchè così il vizio come la virtù consiste ne l’abito, il quale Principalmente nel modo o ne le circostanze si manifesta. E se alcuno per danari, o per interesse di roba e d’ambizione, o per invidia dirà il vero, o farà una cosa per sè buona; e un altro, o per vergogna, o per giusto timore, o per altra necessità negherà il vero, o farà cosa per sè rea..... E questa dottrina si raccoglie così espressa, e così chiara da Aristotele e da quanti filosofarono mai, che non rimane intorno a ciò che dubitare..... Onde, se nel tribunale de la giustizia talora sedessero non i rigidi e indotti assicuratori de la legge scritta, ma i correttori de la sua severità, e gl’interpretatori de la mente dei legislatori, e gl’imitatori de la divina giustizia, molte fiate i dannati sarebbon gli assoluti e gli assoluti condannati. Ma perciochè il giudicar in tal modo secondo la detta interpretazione, se ben non si disdice a’ giudici ordinari, nondimeno è proprio de’ Principi, che son legge viva e animata; concedasi a’ giudici di seguir la comune usanza, purchè a’ Principi non si neghi; o per dir meglio, purchè essi, che tutto possono, a se medesimi non lo neghino, nè a la lor grandezza lo stimino sconvenevole. Ma peravventura così è soverchia questa vera ragione, come è falso che il mio amico da mala intenzione fosse mosso ad operar contra me; pur se non mi gioverà per aggravar lui (che nè io in ciò desidero che mi giovi), almeno per disgravar alcune mie azioni d’infamia non sarà inutile, e per porre in considerazione che non basta che le cose sien giuste, se non si fanno giustamente. Ma quando m’accorsi che da lui era stato accusato, mi parve d’accorgermi (e forse m’inganno) che contra me, per fortificar le sue accuse, si procedeva con modi non punto nè giusti nè legittimi nè ordinari; ond’io pensai, che se i modi de l’incolparmi erano straordinari, non fosse di sconvenevole ch’io con istraordinarie maniere procurassi di liberarmene, così negando il vero come m’imaginava che del falso volessero incolparmi: e ne parlai al Serenissimo Duca di Ferrara, mio amorevolissimo e amatissimo Signore; e con sua licenza m’appresentai. Ma ne l’esamine, invero, grandemente mi lasciai non solo da l’affetto ma da la immaginazione trasportare; perchè alcune cose affermai ch’io credeva veramente, ma non sapeva però s’elle fossero o non fossero: e in particolare volli rendere sospetta d’iniquità persona eccellentissima, de la quale niun atto aveva visto mai se non giusto.

Ma se i modi tenuti da me non furono usitati, nè usitato fu il procedere del giudice: il quale, quando di sì fatto procedere, per la rarità del caso, potesse scusarsi; quale scusa può egli meritare o appresso Iddio o appresso giudicioso Principe, di non aver voluto fare niun ufficio per mia quiete? e se pure pretendeva di gastigarmi, doveva procurare ch’io potessi partirmene, senza avere a temer de la vita; o almeno non impedir la mia partita, quando io voleva prender cavalli per andare a Bologna; bench’essendo egli, per quanto n’odo, uomo di vita buona ed esemplare, si può credere che da giusti e possenti rispetti fosse mosso a disfavorirmi. Ma mi conceda, se non vuol che io di lui mi lamenti, che almeno de la mia fortuna mi quereli; la quale, se non potè torre la giustizia a i giusti, tolse la provvidenza a’ prudenti, la sincerità a’ sinceri, la pietà a’ pietosi, e rendè la bugia ne le bocche de’ veraci piena di fede e d’autorità, togliendo al vero ch’io diceva ogni fede, e ogni autorità a qualche condizione ch’era in me, degna pure d’alcuna stima. Da questo fonte derivarono mille rivi, anzi mille torrenti rapidissimi di mie sciagure e di pene e di vergogne così grandi, che alcun mai tali peraventura non le sopportò. Onde devrebbe ciascuno..... guardare il mio caso con gli occhi de la pietà e de la equità: e se vuole il mio fallo aggravar con gli altri de’ quali sono incolpato, potrebbe altrettanto e più alleggerirlo con la considerazione de le circostanze; perciochè gli accusatori e i giudici e l’occasioni de l’accusare e i modi del giudicare sono di tanto peso, che posti in bilancia contra gli errori miei, tutti possono farli parere leggieri anzi che no: e chi in compagnia di sì fatte circostanze ponesse i mali che a me ne sono avvenuti, e i danni miserabili ch’io n’ho sofferti, non potrebbono peraventura essere contrappesati da quelle sceleraggini che ne le scene de’ tragici sogliono per ispavento dal vulgo esser magnificate. Nè considero ora tanto la natura del peccato, il quale essendo un rivolgimento dal bene infinito ad oggetto creato, può parer degno d’ogni pena, quanto gli effetti e l’operazioni sue; perciochè i legislatori, ne l’impor le pene a i delitti, Principalmente gli considerano come più o men nocivi a la cittadinanza: e sì come non le virtù maggiori son le più premiate, ma le più giovevoli al Principe o a la città.... o l’operazioni che da l’ira procedono o da altro moto violento de l’animo; ma sì bene quelle che da perversa ragione sono prodotte: la qual suol lentamente maturar ne l’animo i malvagi consigli, e l’opere fraudolenti pensatamente e con molto studio partorire. Del qual vizio e de’ quali errori so d’esser così netto, che quando di tutti gli altri io fossi macchiato, non essendo colpevole del sovrano e del più odioso a gli uomini, debbo sperare di potermi agevolmente lavare. E se fra’ Gentili s’usava l’espiazione, ne’ casi massimamente miseri e fortunosi; qual fu quello che racconta Erodoto di colui, che dopo il primo misfatto, raccolto cortesemente da Creso Re di Lidia, il figliuolo, oltre ogni sua intenzione, in caccia gli uccise; fra’ cristiani, de’ quali è propria virtù la pietà, non so perchè questa medesima o simil purgazione non si debba usare, benchè forse assai purgato riman colui.... Ma io non ricuso di ricever quella pena; ben m’incresce che contra me s’usi non usata severità e nuova maniera di gastighi contra me si vada immaginando.... E mi rincresce che coloro che dovrebbero essere, se non sollevatori, almeno confortatori ne le miserie, siano ministri del rigore ed esecutori de l’acerbità: e duro mi pare.... e se alcuna cosa, quasi loglio fra il grano, era in lor di lascivo, si sa ch’era mia intenzione di rimuoverla.... Nè questi miei novelli errori, dopo l’ultima mia partenza di Ferrara, mi dovrebbero essere imputati; perciochè chi vuole che altri divenga forsennato, non si dee dolere s’egli fra la disperazione di non poter fare le cose non possibili, e fra la confusione di tutte le cose e fra l’agitazione di mille speranze o di mille sospetti, non può por freno o modo a la pazzia. E niun reo fu mai così tormentato e niuna città mai così combattuta da le machine, come io sono stato e tormentato e combattuto. Nè si può dire che io mi sia partito dal mio onesto proponimento; ma più tosto, che io ne sia stato a forza sospinto e discacciato....

Or rimane che io passi a l’imputazione datami, d’essere stato malvagio e infedel servidore del Principe mio Signore: Signore che per grandezza di Stato, per nobiltà di sangue, per isplendor di corte, ma più per valor d’animo e di corpo, e per bontà e cortesia di natura, merita d’essere servito con ogni fede e con ogni amore; e che da me particolarmente così doveva esser servito. Perchè egli da le tenebre de la mia bassa fortuna a la luce e a la riputazion de la corte m’innalzò: egli, sollevandomi da’ disagi, in vita assai commoda mi collocò: egli pose in pregio le cose mie con l’udirle spesso e volentieri, e con l’onorar me che le leggeva, con ogni sorte di favore: egli mi fe’ degno de l’onor de la mensa e de l’intrinsichezza del conversare; nè da lui mi fu mai negata grazia alcuna, che io gli richiedessi; ed egli ultimamente, nel Principio de le mie persecuzioni, mi mostrava affetto non di padrone, ma di padre e di fratello: affetto che rade volte ne gli animi de’ grandi suol aver luogo. Or come posso io scusarmi d’aver disservito così alto, così valoroso, così cortese, così benigno Signore, se non rigettando tutta la colpa ne l’altrui difetto e ne la malignità de la mia fortuna e ne la necessità, ch’è tiranna de gli uomini; lasciandone la mia volontà non solo alleggerita, ma libera e scarica d’ogni colpa e d’ogni sospezion di colpa? E dirò anche di più, che s’io avessi mai pensato di operare alcuna cosa contra la vita, contra lo stato o contra l’onor suo, sarei degno non solo de le pene ordinarie o di queste che mi si danno, ma di quante ancora più crudeli ne immaginò mai Falari o Mezenzio. Ma, in somma, io non l’offesi mai, se non con alcune parole leggieri, le quali sogliono spesso udirsi ne le bocche di cortigiani mal sodisfatti, o in trattar mutazion di servitù, per la necessità di quelle occasioni ch’egli può da me sapere, se vuole, e con quel modo che a voi, Illustrissimo Signore, è noto; del quale non credo che gli si possa tener offeso: e anche con parole che, quando non fossero state dette condizionatamente, non sarebbono di molta importanza. Ma oltrechè fur dette per impeto di grandissimo e giustissimo sdegno, non contra lui, ma contra chi me ne dava ingiustissima cagione, fur dette con intenzione di non aver ad effettuarle, come tante esperienze poi dimostrarono; e fur dette in modo così riservato, che ben si poteva comprendere che, stando a’ suoi servigi, io non pensava di disservirlo; anzi procurava più tosto d’andare in parte, ove io non fossi costretto a far o a dir cosa che in alcun tempo gli potesse esser mai noiosa.

Qui vorrei poter fare lunga narrazione di tutti li miei accidenti come sono passati, per la qual apertissimamente si conoscerebbe la mia buona intenzione e la mia cattiva fortuna; ma perchè non è mio proponimento d’irritar gli animi più di quel che siano, tacerò le mie ragioni per non mescolarvi le colpe altrui: nè mi curerò di fraudar me stesso d’una giusta difesa, sperando che l’accortezza di Vostra Signoria Illustrissima e la bontà anche de’ miei Serenissimi Signori debbano adempire i difetti del mio silenzio, e consentire che, senza aiuto de la mia penna, la verità per se stessa così altamente ragioni, che la sua voce non solo sia ascoltata da gli uomini presenti, ma anche a la notizia di tutti i futuri secoli possa trapassare. Non negherò nondimeno che il mio Signore, che de’ segreti del mio cuore non era conoscitore, per alcune mie leggerezze e per l’autorità di gravissimi testimoni, non si movesse giustissimamente a gastigarmi. Ma quel gastigo che la sua pietà, governata da la pietà d’Iddio, non sostenne di darmi, fu poi dato da altri in modo che tutto quello che di più s’adopra ora contra me, mi pare che trapassi alquanto i termini del gastigo, e che prenda forma e natura di vendetta. Ma se questa sia vendetta, e se la vendetta contra sì basso soggetto sia operazion di sì alti Principi, con ogni riverenza porrò ne la vostra considerazione; non per offender loro che io sommamente desidero d’onorare, nè per insegnare a voi dal quale so di poter molto imparare; ma perchè queste mie ragioni siano da voi fortificate, e passando per lo mezzo del vostro favore, quasi venti che tra’ fiori divengono odorati, o quasi acque che per canali si purghino e s’addolciscano, a l’Altezze loro umilissimamente s’appresentino.

Un atto medesimo, Illustrissimo Signore, secondochè variamente procede da l’intenzione de l’operante, può essere e gastigo e vendetta e purgazion nominato; perchè se colui che gastiga gli errori si muove a gastigarli per eseguir i comandamenti de la legge o per tener gli altri in freno con l’esempio e giovare a la cittadinanza, questo s’addimanda pena o gastigo; ma s’egli si muove a la punizion per affetto d’ira o di malavoglienza, e non ha per oggetto il giusto e ’l pubblico bene, ma o il male del punito o la sodisfazion del suo appetito, allora l’operazion sua non propriamente pena, ma vendetta deve esser nominata. Ma se ’l suo Principal intendimento è d’introdurre con la punizione nel punito emenda d’errori o correggimento di costumi, l’operazion sua, con degno titolo, purgazion può chiamarsi. Quinci è che Socrate, non so se contra Gorgia ma nel Gorgia disputando, dice che il buon oratore non dee procurare che i colpevoli da’ giudici siano assoluti, ma più tosto deve essere il suo proponimento di farli dal giudice punire; e tanto più, quanto i nocenti sono più suoi amici: perchè la punizion è la purgazion de l’anima, e la libera e la netta dal vizio; onde chi accusa gli amici viziosi al giudice perchè siano puniti, è simile a colui che gli amici ammalati conduce al medico perchè sian risanati. E ben la dottrina di Platone nel Gorgia s’accorda con quella che da le parole del medesimo Socrate nel Fedro si può raccogliere; ove ponendo due arti, a le quali appartiene la cura de gli animi, e due che si raggirano intorno al corpo, vuol che l’arte de’ giudici sia collocata quasi dirimpetto a la medicina, e per proporzione le corrisponda. Ora io richiedo, Illustrissimo Signore, se questi Principi vogliono purgarmi, gastigarmi, o se contra me voglion vendicarsi. Se purgarmi vogliono, sono pietosi; se gastigarmi, giusti; se contra me vendicarsi, sdegnosi. Io desidero la purga, non rifiuto il gastigo; ma da la vendetta, quanto posso pregando e supplicando e chiamando il cielo e la terra in mio favore, mi ritiro, e sotto la protezione de gli amici e parenti loro umilissimamente mi ricovero.

Or consideriamo ciascun di questi tre capi distintamente, da la purgazion cominciando. L’animo e ’l corpo, nobilissimo Signore, con nodi di tanta armonia sono congiunti, che l’uno de’ beni e de’ mali e de le noie e de le allegrezze de l’altro partecipa: onde al languir del corpo l’animo, benchè forte, è necessitato in alcun modo di compatire; e dal languir de l’animo segue l’infermità del corpo, quasi necessariamente; e, trattone l’intendere, niun’altra operazione ha l’animo che sia sua propria, ma tutte l’ha comuni co ’l corpo. Dovendo dunque questa purga de’ giudici esser a beneficio de l’animo, sebbene non è necessario che si riguardi così minutamente a la sanità del corpo, si dee nondimeno aver a lui tanto riguardo, quanto basti a conservar l’animo nel suo vigore e ne l’attitudine di poter operare; perciochè quell’operazione ancora, ch’è sua propria, del discorso, difficilmente può egli fare che bene stia, quando gli stromenti e i sensi, che sono ministri de l’intendere, sono ammalati. Nè basta che l’animo migliori ne la parte de’ costumi, e peggiori in quella de l’intelletto; perciochè, come può esser sano l’animo, se la virtù de la mente e la virtù de gli affetti non fanno armonia? o con qual ragione si dee far offesa a la parte più nobile, per giovare a la men degna? o come la parte affettuosa, che per se stessa è cieca, potrà governarsi, se da la mente non è illuminata? Le purghe dunque de’ buoni Giudici, che a buon medico possono assomigliarsi, oprano nel corpo non infermità lente e micidiali, ma dolori grandi e di poca durata; i quali non lasciano dopo sè alcuna rea impressione, e ne l’animo cagionano rimordimento di conscienza e vergogna, per la quale l’uomo s’invoglia a ricuperare l’onor perduto ed a bene operare. E tali erano quelle dimostrazioni, che gli antichi Capitani usavano contra i soldati che avessero o lasciata l’ordinanza o rivolte le spalle al nemico. Ma non è peravventura officio de l’infermo il voler prescrivere al medico il modo e le leggi del curare: ed io, che sono egro altrettanto del corpo quanto de l’animo, altro non debbo far che scoprirgli le mie infermità.

Nè già mi lamento, che ’l cuore sia affannato da pena quasi continua, e la testa sempre grave e molte volte dolente, e l’udito e la vista molto indebolita, e le membra tutte magre ed estenuate; ma passando tutto ciò sol con un breve sospiro, mi stenderò in raccontar l’infermità de l’animo, e particolarmente dirò ch’egli, ch’è vago d’onore, non potrà mai risanarsi se l’onor non riacquista; nè crederà mai d’averlo ricuperato, se alcun segno non ne vede: perciochè l’onore è segno de l’opinion di beneficenza, se ad Aristotele crediamo; o è premio de la virtù, come dal medesimo Aristotele altrove è definito. E questo premio consiste anch’egli in alcun segno esteriore: nè una muta opinione, non manifestata per segni, si può in alcun modo chiamar onore. Ma pur quando altro segno non ne vedessi, dovrei almeno veder questo, d’esser restituito a la servitù de’ Principi e a la conversazione de’ nobili, con quel modo co ’l quale io già solea servire e conversare. Perchè se verso me si continuano que’ termini che si sono cominciati, e s’io sono astretto a procedere come ora procedo; come potrò creder giammai d’esser restituito a l’onore? e se l’onore è fra le cose dilettevolissime, qual diletto potrò io avere di quelle dichiarazioni che a mia notizia non pervengono e che nulla mi rallegrano? quella forse che prendono gli ammalati quando si sognano di bere?.... Ma passiamo da la purgazione al gastigo. Il gastigo dee esser, senza alcun dubbio, proporzionato al fallo; ma s’io sia stato sin ora gastigato abbastanza o no, il rimetto a la pietosa considerazione di que’ Principi a’ quali appartiene il giudicar di me; e se stato non sono appena punito, i confini, i bandi, l’esclusioni da le camere de’ Principi sono forse pene bastevoli, date massimamente dopo le prime che m’han percosso così aspramente ne la vita, ne l’onore e ne’ comodi: e se queste lor dispiacciono, perchè sono pene ordinarie, e pur de la novità son vaghi; l’esser costretto ad intender a cenno, a guisa di muto o di bestia; l’esser privo de la cognizion de le cose del mondo, e privo d’ogni azione, e privo de’ secreti trattenimenti, e de’ secreti ragionamenti, e de la fede vicendevole de l’amicizia, e privo di tutti quegli oggetti che possono dilettare il gusto e la vista o l’udito, dovrebbon parer pene convenevoli; senza che a tante sciagure s’aggiungesse l’infermità, la mendicità, l’indegnità, e la privazion de lo scrivere.

Dirò anche, che la Principale azione de la quale sono incolpato, e la quale peraventura è sola cagione che io sia gastigato, non dee essere peraventura punita, come assolutamente rea, ma come mista; perchè non per elezione la feci, ma per necessità: necessità non assoluta, ma condizionata; e per timore, ora di morte, ora di vergogna grandissima, ora d’infelice e perpetua inquietudine. E perciochè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono: sebbene io non ardisco di collocar la mia ne la prima specie, di riporla ne la seconda non temerò. Nè giudico men degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo: e vuole Aristotele, che chi offende altrui per ira o per altro umano affetto faccia cosa ingiusta sì, ma non perciò si possa dire uomo reo e ingiusto; perciochè l’ira è senza maturo consiglio, e non ha nulla in sè nè d’insidioso nè di maligno; e molte fiate ove l’ira più abbonda, ivi è maggior abbondanza d’amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimoni, che in amare il mio Signore e in desiderar la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione a gli amici, e nel desiderar e procurar lor bene, quanto per me s’è potuto, ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori; possono bene anche i Principi alcuna parola contra lor detta perdonare. Nè solo le parole ingiuriose perdonò Cesare, ma anche si dimenticò de le note di perpetua infamia con le quali Catullo l’aveva segnato; e, se ben mi rammento, Svetonio afferma che quella sera, o la seguente, a cena l’invitò. Nè tacerò che, tuttochè Aristotele voglia che ciò che si fa per ira sia spontaneo; Platone nondimeno pare che ne dubiti, e che tenga che molto s’avvicini a la natura de l’involontario: e nel libro de le Leggi, ove più de la sua opinione manifestò, chiama le cose fatte per ira, imagini de l’involontarie.

Tanto sia detto de l’ira: e s’ella è cagione che io molto ami e affettuosamente, e che le temerarie parole con l’accurate lodi ricompensi, non molto m’incresce d’esserne così pienamente fornito. Ma perciochè i falli commessi per ira son falli nondimeno, e l’azioni miste non son buone, sebbene clemente e magnanimo può esser detto chi non se ne risente, non segue però che giusto sia chi le gastiga: e ’l conservar l’autorità de’ Principi e de le leggi, e ’l raffrenar popoli con l’esempio è di tanta importanza, che molte volte il rigore con altrettanta ragione è lodato, con quanto la clemenza sia commendata; onde fu molto dubbia l’antichità, qual fosse degna di maggior pregio, la severità di Torquato o la piacevolezza di Valerio: ma pur chi al severo e al rigido vuol accostarsi, deve aver l’occhio che il gastigo al fallo corrisponda, e che a l’oggetto che abbiam detto sia dirizzato. Ma ’l dar per gastigo ad un artefice che non si eserciti ne l’arte sua, è certo esempio inaudito; perciochè nè per esso la maestà de le leggi si mantiene, nè onore al Principe, nè beneficio a la cittadinanza ne risulta; anzi pare più tosto, che questo gastigo sia altrettanto dannoso al mondo, quanto a colui che lo patisce. E tanto sono lontane le leggi da l’impor questa pena, che più tosto consigliano che gli artefici eccellenti, quantunque nocenti e colpevoli di gravissimi misfatti, debbano in vita esser conservati: e volentieri sostengono che ogni loro rigore sia temperato, acciochè d’uomo o d’opera eccellente non si faccia perdita. Onde grida Augusto in quei suoi versi co’ quali l’Eneide di Virgilio difende da le fiamme:

Frangatur potius legum veneranda potestas,

Quam tot congestos nocteque dieque labores;

e quel che segue. Or, vorranno i Principi moderni esser d’Augusto imitatori? così in questa come ne l’altre sue virtù procurino d’assomigliargli: o pur d’alcuni non dirò Imperadori, ma mostri, vorranno seguir l’esempio? e di quali, per dio? di quelli di cui tutto l’ordine lunghissimo de gli Imperadori non ebbe i più malvagi, nè ha i più vituperati: di Caligola, dico, di Nerone e di Giuliano; due de’ quali furono Gentili, e l’altro Cristiano, ma Cristiano peggior d’ogni Gentile; perchè la Fede rinnegò, e quanto potè cercò d’opprimerla, e da tutti i suoi fedeli da la radice stirparla. Bandì Caligola da le librerie l’imagini e i libri di Virgilio e di Livio: e di quali scrittori, o dio buono? di quelli per li quali l’Imperio Romano è altrettanto venerabile, quanto per le vittorie de’ suoi capitani. Fu Nerone invidioso de la gloria di Lucano, e per invidia il fe’ morire: non so se in ciò degno d’alcuna scusa; poichè ciò fece non come Imperadore, ma come emulo ne l’arte del poetare. Proibì Giuliano a Gregorio Nazianzeno e a Basilio Magno che in Greco non iscrivessero, acciochè non confermassero e non accrescessero la Religione ancor nuova: ma quanto bene di ciò gli succedesse, il suo fine il dichiarò; e la gloria di quei dottissimi ed eloquentissimi teologi sempre più s’è andata avanzando, e in tutti i secoli e in tutte le lingue sarà ammirata e venerata. Ma forse è fuor di proposito tutto ciò che lungamente ho ragionato; perchè nè io merito d’esser fra gli eccellenti annoverato, nè ’l pensiero del mio Signore fu simile a quello de gli scellerati Imperadori; essendo egli, se alcun Principe fu mai, giudicioso conoscitore e liberal riconoscitore de gl’ingegni, e amator de gli artefici e de l’arti nobili, e desideroso così di far cose degne d’onesta memoria, come di veder fiorir quelli studi, i quali la memoria de le cose possono ornare e conservare. Ma volle peravventura esercitar la mia pazienza, o far prova de la mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose da le quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere; con intenzion poi di rimuovere questo duro divieto, quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse: ad imitazion forse de la providenza d’Iddio, la quale, poichè ebbe formato l’uomo, il collocò nel terrestre Paradiso, e l’onorò del libero arbitrio, e gli diede la legge; e la legge fu, qual arbore dovesse toccare e da quale astenersi: e quella che gli era vietata, era la pianta de la cognizione; non male da Principio piantata, nè invidiosamente proibita, se opportunamente i suoi frutti fossero stati colti. Ma la pianta de la Contemplazione, a la quale solo coloro c’hanno la perfezion de l’abito potevan ascendere sicuramente, non era anche buona per li semplici e per coloro ch’erano ingordi d’appetito, sì come a’ teneri e bisognosi di nudrimento di latte il cibo sodo e duro non si conviene. Ma io non sol poco ubbidiente in trapassar i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii non solo scacciato ma volontario di Ferrara; luogo ove io era se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche da grandissimo desiderio ch’io aveva di baciare le mani a Sua Altezza, e di riacquistar ne l’occasion de le nozze alcuna parte de la sua grazia.

E benchè io non veda segno ancora, per lo quale io possa sperare che ’l Signor Duca mi debba far degno de la sua servitù, o almeno essere cortese del suo favore a conseguir la servitù del Serenissimo Signor Principe di Mantova; ch’è quel Signore che per l’opinion che ho de la sua singolar virtù, e per espettazion di riuscita maravigliosa, e per favori ricevuti da lui, ne l’affezione e nel desiderio di servirlo a tutti gli altri prepongo; mi pare nondimeno, che assai di cortesia m’usasse a non riputarmi indegno che, dopo tante mie licenziose parole, gli baciassi le mani: e spero che se di questa grazia non mi fu scarso, de l’altre ancora non debba essermi avaro; fra le quali quella che più desidero è, che rimuova l’impedimento de lo scrivere. Chi ti vieta, direte Voi, che tu a tua voglia non iscriva? Nè ora alcuno mi vieta lo scrivere, nè quando io partii alcun me ’l vietava; ma quando io mi partii molte cose me l’impedivano, ed ora niuno impedimento veggio rimosso.

Dottissimo Signore, voi sapete che niun agente opera senza fine, e che se ’l fine s’impedisce, s’impedisce l’operare; ma fra l’azioni, alcune non hanno altro fine che l’operazione stessa; perchè l’uomo o fortemente o temperatamente o liberalmente operando, de la sola operazion si Contenta. Alcuni, oltre l’operazion che passa ed è di brevissima durata, vogliono lasciar dopo sè alcuna opera stabile, come l’architetto vuol lasciar il palagio, lo scultore la statua, e ’l pittore il ritratto: nè alcuna di queste o de l’arti somiglianti opererebbe, se non a fine di produrre qualche opera, che rimanesse dopo l’operazione; e quanto gli artefici sono più nobili, tanto maggiormente solo intenti a procurare che l’opere loro restino dopo sè lungamente. Or credo che senza alcun dubbio riporrete me fra quelli artefici che voglion che de la loro operazione rimanga alcuna opera; perciochè i poeti lascian dopo sè i poemi, e gli eloquenti l’orazioni e i dialoghi o altra cosa simile. E sebben l’arte oratoria non ha per fine, necessario il lasciar l’orazioni, potendo ella esercitarsi o innanzi ai giudici o co ’l popolo o in Senato con la viva voce, come l’esercitarono Pericle e Alcibiade e Cleone; nondimeno allora ella solo non ha questo fine quando è accompagnata con l’azion civile, come i soprannominati l’accompagnarono; ma quando n’è scompagnata, rimira sempre a lasciar le scritture dopo sè: nè quando anche è negli uomini attivi e civili, sdegna però la perpetuità de le scritture, ma più tosto sommamente la desidera. Onde in tre ordini trovo che i Greci oratori furono distinti: i primi parlarono, e non scrissero; e tali furono non solo Pericle, Alcibiade e Cleone, ma Temistocle, Cimone e molti altri che con loro fiorirono ne la amministrazione de la Republica: i secondi scrissero e parlarono; come Demostene, Eschine, Iperide e gli altri di quel secolo: i terzi scrissero ma non parlarono; de’ quali a mia notizia sono arrivati Aristide e Dione, due grandissimi lumi d’arte e d’eloquenza: e potrei fra loro annoverar Isocrate, se non fosse che la molta distanza de l’età con lungo intervallo gli divide. Ma essendo a me impedita ogni operazion d’uomo civile, e mancandomi tutte l’occasioni di esercitar l’eloquenza (se pur n’è alcuna in me, chè io non la riconosco) affine di persuadere; riman solo che io mi proponga il fine di lasciar l’opere: e se questo m’è negato, è necessario che da fatica così vana e inutile io mi ritiri. Dico necessario, perchè sì come la natura di necessità si propon alcun fine, così l’arte, che de la natura è imitatrice, deve necessariamente in alcun fine riguardare. Ma perciochè l’artefice suol aver il più de le volte due fini; uno, che è il suo fin proprio, in quanto egli è artefice, e questo è l’opera; l’altro, ch’è fine accidentale, e questo è l’utile o l’onore; avviene molte fiate che i fini accidentali muovono con maggior efficacia che non fanno i propri de l’arte: onde si dice, che l’onore nudrisce l’arti; e si vede per esperienza, che gli oratori e i poeti fiorirono in Atene non in Isparta; perciochè fra gli ateniesi erano tenuti in pregio, e fra’ lacedemoni poco stimati: se da questo numero non volessi trarre Tirteo zoppo e ateniese, il quale meritò esser fatto capitano de gli spartani, tuttochè fosse anzi poeta che guerriero. E in Roma tardi cominciarono a fiorir l’eloquenza o la poesia, perchè tardi cominciarono ad esser tenute in pregio; e sovra Claudio Cieco e Livio Andronico non c’è memoria di chi nobilmente orasse o poetasse; ma co’ premi de gli onori proposti, l’una e l’altra arte pervenne tosto a somma perfezione.

Or debbo io da questi fini accidentali lasciarmi muovere? Certo, scompagnati dal primo potrebbono in me quel che ne gli altri uomini; perchè, per usar le parole di Cremete, niuna cosa umana stimo aliena da me: ma peraventura potrebbono in me alquanto meno di quel che sogliono ne gli altri potere; ed a maggior ventura mi recherei s’io potessi dire, Exegi monumentum aere perennius. Ma in istato son io, che non so se quelli o se questi fini mi siano maggiormente impediti: onde la mente si mostra infingarda al pensare, la fantasia pigra a l’immaginare, i sensi negligenti in somministrare loro l’imagini de le cose, la mano neghittosa a lo scrivere, e la penna quasi da questo ufficio rifugge, e tutto sento ne l’operazioni agghiacciarmi, e quasi da inusitato stupore e stordimento esser soprappreso; nè senza qualche dimostrazione di cortese favore potrei risvegliare in me quelle vivacità e quelli spiriti che sono, forse, non molto meno ne le prose che ne’ versi, generosi. Il qual favor già sperai da un valorosissimo e generosissimo Principe, e de le lettere come d’ogni altra nobil professione intendentissimo: ma, qual si fosse la mia disgrazia, egli meco si dimostrò men grazioso di quel che con gli altri sia usato di mostrarsi. Ora certo e da lui e da ogni altro molto volentieri il riceverei; ma particolarmente mi sarebbe caro d’esser, per vostra intercessione, in ciò favorito dal Serenissimo Signor Duca e dal Signor Principe vostro; il quale in questa mia avversa fortuna con tanta cortesia meco è proceduto, che con maggior niun par suo trattò meco ne la prospera e nel colmo de la mia riputazione. Onde è ragione che io desideri di consacrar così il Padre come il Figliuolo con ogni sorte di scritti a l’immortalità; o, per parlar con minor arroganza, di far nota a’ secoli futuri la gratitudine de l’animo mio, quanto più per me si potrà. Dico ciò presupponendo che co’ Serenissimi Principi, miei Signori, voi vogliate addoperar altra che la vostra medesima autorità, la qual per se stessa nondimeno ad impetrar maggior grazia sarebbe bastevole. Ma per tornar a le ragioni: qualunque io mi sia, l’opere mie non da le mie condizioni, ma da le lor proprie debbono esser giudicate, e secondo il lor pregio stimate. Perchè Aristotele chiaramente c’insegna, che ne’ cambi de l’opere de l’arti non si considera la disuguaglianza de la bontà e de la dignità de le persone; ma tra Achille e Tersite, e tra Nicia e Iperbolo non si fa differenza alcuna: nè pur Aristotele l’insegna, ma tutte le leggi il comandano, e l’uso di tutte le città l’approva.

Nè rivocherò in dubbio se la proporzion che in sì fatti cambi si considera, sia aritmetica o geometrica; ma tornerò di nuovo ad affermar assolutamente, che qualunque ella sia, riguarda l’opere per sè: e se pur a gli artefici s’avesse alcun riguardo, sarebbon essi considerati come dotti e famosi artefici, o come indotti e di poco grido, non già come uomini buoni o malvagi. E perchè il ragionamento mi ha portato a parlar de la aritmetica e de la geometrica proporzione, non vo’ tacere una cosa, parendomi che l’opportunità il ricerchi, che per altri rispetti aveva pensato di tralasciare. Vi dee esser noto, cortesissimo Signore, che se da me alcun fu mai in alcun tempo offeso, infiniti sono coloro da’ quali sono stato iniquissimamente ingiuriato, con danno mio quasi irreparabile; e s’io de’ miei falli sono stato gastigato, niuno di que’ falli che contra me ha commesso è stato punito. E quando la giustizia non avesse alcuna considerazione a la proporzione aritmetica, ma solo la geometrica considerasse, certo non però tutti i miei offensori dovrebbono esser privilegiati; perciochè molti sono di loro i quali nè preposti nè agguagliati mi debbono essere, considerando insieme le buone e le ree qualità, e le doti così de l’animo come de l’ingegno. Ma ora non si tratta di compartimento di premi e d’onori; il qual ufficio è proprio de la giustizia distributiva: chè se di ciò si trattasse, a niun’altra proporzione si dovrebbe aver l’occhio, che a la geometrica; a quella, dico, che osserva egualità diseguale, secondo la disuguaglianza de le persone: ma si ragiona d’offese fatte e ricevute, di gastighi dati e da dare; la qual parte tocca solo a la giustizia o a la ragion emendativa, che non considera altra proporzion che l’aritmetica; nè persona, per grande o per valorosa che sia, privilegia; nè uomo alcuno, quanto si voglia vile o malvagio, discaccia dal suo tribunale. Ed è questa ragione così severa pesatrice de’ fatti, e così poco conoscitrice de le persone, che a coloro in cui balìa sono le leggi, e a gli Imperadori stessi non teme di contraddire. Onde si legge che, da questa giustizia accompagnata, ardì una vedovella di por freno a Traiano, e d’arrestarlo quando egli già per andar a la guerra spingeva il cavallo e moveva l’esercito; e il giusto Signore, vincendo l’affetto de l’animo che al contrario l’inchinava, ragione non gli negò: e tanto il beato Gregorio di questo atto si compiacque che, secondo piamente si crede, l’anima d’un Gentile con le sue orazioni al Cielo fe’ degna di salire. Da questa giustizia accompagnato potrei chieder ragione arditamente contra molti, non solo di questo, ma de gli Stati stranieri eziandio, i quali allora m’hanno offeso, quando ancora a niun Principe era odioso e da niuna sentenza dannato. E perciochè questa emendativa ragione è mediocrità non d’affetto, come l’altre virtù, ma tra ’l più e ’l meno; . . . . e lo offenditore ha sempre il più, e ’l meno l’offeso; io potrei ragionevolmente non solo per equità, ma per rigor di giustizia aspettare ch’ella, togliendo il soverchio a gli offenditori, me di quel che mi manca riempisse, senza che io da loro avessi a riconoscerlo.

Nè ciò ora io dico tanto perchè o del male altrui sia desideroso o di vendetta troppo ingordo; chè nè di vendetta son cupido, nè ’l male altrui mi piacerebbe; e se ’l mio bene desidero, il desidero come mio bene, non come altrui male: ma ciò dico solamente per porre in considerazione a’ giudici quel che ragionevolmente mi pare che nel mio caso si debba considerare; e s’essi vorranno, spogliando la severa persona di giudice, vestirsi quella di pacificatore, faranno cosa per se stessa lodevole ed a me gratissima. Ma non meno il paciaficatore che il giudice è mezzo fra ’l meno e ’l più: e’ son simili al mezzo il quale è fra’ dodici e gli otto, il quale toglie a’ dodici i due che lor soverchiano, e aggiunge a gli otto i medesimi due che lor mancano; e così agguaglia la lor disparità. E perchè molte fiate il danno ricevuto non si può ristorare con cosa de la medesima sorte, così l’uno come l’altro è obligato a procurare che sia ristorato con cosa d’egual valore, e che faccia, quanto è possibile, giusto contrappeso. Solo in tanto sono forse differenti il giudice e ’l pacificatore, che ove il giudice considera i danni e l’offese ricevute separate da le persone, il pacificatore l’accompagna con la considerazion de le persone, ed ha maggior riguardo a quel che convenga al decoro e a la dignità de l’ingiuriato e de l’ingiuriatore; perciochè il fine del pacificatore altro non è che d’introdurre amicizia ov’è stata nimicizia: ma l’amicizia è di due sorti; una fra gli eguali, che propriamente si chiama amicizia, e propriamente quando ella è fondata non sovra l’utile nè sovra il dilettevole, ma sovra l’onesto; l’altra fra’ diseguali, e questa è detta amicizia in eccellenza, non essendo dovuti i medesimi uffici nè le medesime dimostrazioni d’onore da l’amico maggiore al minore, che sono debiti dal minore al maggiore: e si governa questa seconda amicizia con la proporzion geometrica, come la prima con l’aritmetica.

Ma nè questa si può conservare quando a l’amico minore non sia dato quel che gli si conviene; perchè altramente sarebbe servitù non sol di nome, ma di effetto: dico d’effetto, perchè, secondo l’essenza de la cosa, non solo non è servitù la conversazione che comunemente s’ha con privati maggiori, ma nè anche quella che s’ha co’ Principi e propriamente servitù; ma più tosto amicizia in eccellenza, la quale per riverenza s’ha preso il nome di servitù, che da l’adulazion del mondo e de le corti è stato poi molto addolcito, come ben mostra monSignor De la Casa nel suo Trattato de gli Uffici de gli amici minori verso i maggiori; e solo gli schiavi son quelli che propriamente servi si possono dimandare. Ma ritornando onde alquanto ci siamo allontanati, così l’uno come l’altro ufficio è ufficio degno di Principe; ed a’ prìncipi s’appartiene non solo il giudicare e ’l pacificare, ma far l’uno e l’altro con giustizia e con clemenza, ad imitazione di quell’eterno e sovrano Principe de’ Principi e Signor de’ Signori, il quale in niuna sua azione la giustizia da la pietà discompagna.

Or raccogliendo quanto del gastigo ho detto, a me pare che i miei errori fossero degni di perdono, e d’averne nondimeno sin ora ricevuto il gastigo: e mi pare anche, che se nuovi gastighi mi voglion dare, potrebbono Contentarsi che non fossero nè tanti in numero nè sì gravi in peso; e che si potrebbe anche, per lo perdono c’a miei nemici s’è conceduto, i miei errori con maggior clemenza riguardare.

Ma forse non gastigarmi, ma vendicarsi di me vogliono i Serenissimi Principi.

...Tantae ne animis caelestibus irae?

Tolga Iddio che mai questo affetto ne l’animo loro, o questo pensiero ne la mia mente possa cadere; perchè sì come l’affetto è indegno de la lor grandezza, così non debbo io pensare ch’essi sian per fare ciò che a la lor grandezza non si richiede. Ma la vendetta, diranno, è approvata da’ filosofi, cattivi senza fallo; e l’ira, per la speranza de la vendetta, innonda il cuore più dolce d’un rivo di mele. Ed io tutto ciò confesso: ma qual vendetta può desiderar un Principe contra un privato? un possente contra un debole? un temuto contra un supplichevole? un venerato contra uno che ’l riverisce? Il desiderio de la vendetta è desiderio che può nascer tra gli eguali, o tra coloro tra’ quali è poca differenza; ma ove non è egualità, ove non è similitudine, ove non è vicinanza, ove non è proporzione, ove è tanta distanza quanta è da l’Oriente a Occidente, quanta è dal Cielo a l’Inferno, come può nascer sì fatto desiderio? S’adira Achille, ma s’adira contra Ettore e contra Agamennone, e sovra loro desidera di vendicarsi, e si vendica; ma contra gli araldi, che vengono a torgli la donna amata, non s’adira, nè desidera vendetta. S’adira Turno, ma contra Enea: a Drance, tuttochè gravissimamente adirato, non si degna di minacciar di tor la vita, ma dice:

.....habitet tecum, et sit pectore in isto.

Ma s’addira Alessandro, e uccide Calistene suo filosofo: l’uccide per violenza d’un subito affetto; ma noi ora parliamo di quella vendetta che procede da affetto confermato e indurato; e questo ragionevolmente non può nascere se non tra pari o tra poco disuguali. Ma si legge che Dio è chiamato Dio de le vendette: si legge ne la Legge vecchia; ma ora non è più Dio de le vendette, ma Dio de le grazie: e i Principi, che son Principi Cristiani, non Gentili o Maomettani, debbono esser Principi de le grazie non Principi de le vendette: benchè nè allora Iddio si chiamava Iddio de le vendette perchè veramente si vendicasse. E come può vendicarsi chi non s’adira, nè odia? e in Dio non cade nè ira nè odio nè alcun’altra di queste nostre umane passioni: ma noi mortali, secondo il nostro modo del ragionare, così diamo a la natura impassibile le passioni, come a l’incorporea il corpo; e perciochè i gastighi ch’egli dava eran simili a quei che danno gli uomini vendicativi, furon chiamati vendette; ma propriamente erano gastighi. Ma ora ch’egli è di tanti doni grazioso, consiglia anche noi a dimenticarsi ogni affetto di vendetta.

Lascio di annoverare i doni di Dio, chè sarebbe lungo o più tosto infinito ragionamento; e dirò solo, che ora per sua grazia siede ne la sede di Pietro un Pontefice giusto, clemente, prudente e saggio al pari di quanti fossero giammai; il quale è così privo d’ogni affetto mondano che, potendo aggrandire i suoi con ricchezze e con parentadi convenevoli a le grandezze de la fortuna ne la quale ora si ritrovano, ha voluto, con esemplare e cristiana modestia, dentro a’ termini d’una onorata mediocrità ritenerli; tuttochè non sol per fortuna ma per valore, il fratello e i due nipoti Cardinali, il Signor Giacopo e gli altri fossero d’ogni onor capaci e d’ogni grandezza meritevoli. Iddio dunque è Iddio de le grazie, e la stagione è la stagione de le grazie: e i Principi Cristiani saranno i Principi de le vendette? Or se la cortesia, se la clemenza, se la generosità, se l’esempio de’ lor gloriosi antecessori, più pronti al perdonare che al vendicarsi, non giovano a me; se le cose da l’uno e da l’altro di loro magnanimamente ed eroicamente adoperate non si rivolgon loro per la mente e non gli esortano a non partirsi in questa azion verso di me dal lor solito modo d’operare; gli esortino almeno la pietà e la carità cristiana, de la qual non son meno adorni, che de l’altre virtù reali ed eroiche. Nè io parlo con esso loro come farei co’ giudici; non mi scuso, ma m’accuso; non diminuisco più i miei falli, ma gli accresco; non dimando giustizia più no, ma perdono e grazia; non mi vaglio de’ torti che da’ loro soggetti a me sono stati fatti, ma tutto il fondamento de’ preghi e de le speranze mie è sovra l’offese che io ho fatte a l’Altezze loro: nuovo e strano fondamento, ma pur sodo e stabile, nè punto sofistico. Se l’offesa fu inconsiderata, l’emenda sarà considerata; se l’offesa fu leggiera, l’emenda sarà tanto grande, quanto più da me si può aspettare. Passo più oltre: al forte è caro che gli sia data occasione di mostrar la fortezza; al prudente è grato che gli sia porta materia da operar prudentemente: ed essi, che sono clementi e magnanimi, debbono aver caro che i miei errori sian quasi occasion o materia de la lor magnanimità, e ch’io sia mostrato a dito per esempio de la lor clemenza; e si potranno compiacer in me, come in soggetto in cui riluca la grandezza de la loro virtù.

Or rivolgo, cortesissimo mio Signore, a Vostra Signoria Illustrissima il mio ragionamento. Ma come dico rivolgo, se sempre a voi l’ho dirizzato? chè le precedenti parole a voi venivano, nè ardirebbono per se stesse al cospetto di due Serenissimi Principi appresentarsi, se dal vostro favore non andassero accompagnate. Seguo dunque di ragionar con esso voi; e vi prego, per l’amor che dal vostro e per la riverenza che dal mio lato cominciò co ’l cominciar de la nostra giovinezza; per li testimoni che sempre avete fatti di qualche mio picciol merito, e per quelli che sempre ho fatto io del vostro valor singolare e maraviglioso; per li favori che ho ricevuti da voi, e per li servizi che ho desiderati di farvi; per tutti i segni e per tutte le dimostrazioni di scambievole affetto, che tante fiate abbiamo veduti; per l’altezza de l’animo vostro, e per la grandezza del mio infortunio; per tutte queste cose io vi prego, generosissimo Signore, che vogliate in voi conservar la vostra antica benevolenza verso me, e in me tener vivi i vostri beneficii e la memoria de gli obblighi miei, e ’l desiderio di continuar con esso voi la mia affezionatissima servitù in quel modo che io aveva cominciata. E vi prego che in questo mio acerbissimo caso non mi vogliate essere scarso del vostro favore, ma liberalmente per me impiegarlo non solo co’ Principi miei Signori, ma co’ Principi tutti d’Italia e co’ sovrani Principi del mondo; se così giudicherete necessario: perchè non è regione alcuna così lontana, ove la vostra intercessione non sia d’autorità, e ove il vostro nome non sia grazioso.

Doposcritta .  .  .  .  La fretta che ho di mandar oggi, ch’è il mercordì santo e ch’è giorno di spazio, questa scrittura, ha fatto che io non le abbia dato se non una rivista correndo: ho corrette molte cose, ma molte forse mi sono fuggite da l’occhio: ne ho la prima bozza, la quale limerò con più studio; chè questa da quella è copiata senza mutazione. Non mi ricordo se Caligola o se Claudio bandisse i libri di Virgilio e di Livio, e dubito che non fosse Claudio: Vostra Signoria Illustrissima il troverà in Svetonio. S’alcuna cosa ci fosse non Cattolica o non pia, è stata detta per ignoranza, e voglio che non sia detta, e ad ogni correzione mi sottometto.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2008