Torquato Tasso

Il padre di famiglia.

1580

Edizione di riferimento:

I dialoghi di Torquato Tasso a cura di Cesare Guasti, vol. I, Felice Le Monnier, Firenze 1858.

ARGOMENTO.

Dopo la seconda sua fuga dalla corte di Ferrara, non contento il Tasso nè del soggiorno di Mantova, nè di quello di Venezia, ov’erasi recato, rifugiossi finalmente presso il duca d’Urbino. Ma non andò guari che, entrato in sospetto di non esser quivi abbastanza sicuro dalle supposte insidie de’ suoi nemici, risolvette di andarsene, e di ricorrere al patrocinio del Serenissimo di Savoia. Scrisse egli pertanto a quel sovrano, esponendogli la necessità e il desiderio che aveva di essere protetto dall’Altezza Sua, e nel tempo medesimo si partì celatamente da Urbino, ed avviossi verso il Piemonte. Ciò fu nell’ anno 1578, e precisamente dopo la metà del mese di ottobre, come appare assai chiaro da quelle prime parole, ove dice: « Era » ne la stagion che ’l vendemmiatore suol premere da l’uve mature » il vino, e che gli arbori si veggono in alcun luogo spogliati di frutti, ec.» Or mentre il povero Torquato, in abito di sconosciuto peregrino, se ne andava da Novara a Vercelli, avvenne che sopraggiunto dalla sera presso il fiume Sesia, che per essere oltremodo cresciuto, molto malagevole sarebbe stato il passarlo, si abbattè in un giovane, il quale pieno di cortesia gli proferì albergo nella sua casa, ch’ era di quivi poco lontana. Tenne il Tasso lo invito; e da’ ragionamenti avuti poi col padre di lui, che era un savio e prode gentiluomo della vicina città, e che il più del tempo soleva dimorare colla moglie e co’ figliuoli in quella sua villa, pigliò egli occasione di scrivere il presente dialogo.

Molte e gravissime cose sono in esso discorse fra l’Autore e il detto cavaliere. Parla questi dello stato suo, del modo con cui ha divise le sue terre, delle varie specie di coltivazione assegnate a quelle, del dar moglie a’ figliuoli, delle stagioni e della migliore fra esse. Intorno alle quali entrando pur anco a favellare il Tasso, mette innanzi l’opinion sua circa il tempo in cui ebbe principio il mondo ; il che egli crede essere accaduto in primavera, sendo il sole in ariete. Pone quindi l’autore in bocca del gentiluomo vercellese un lungo ragionamento, ch’ei dice a lui fatto dal padre suo, allorchè pieno d’anni, e già presso al morire, rinunziò in sue mani il governo della casa. Ivi tratta delle cure che aver dee un buon padre di famiglia; e queste in due divide: le prime, cioè,verso le persone; le seconde intorno alle facoltà. Insegna egli appresso come colle persone deve il padre di famiglia esercitare tre uffici. Quello di marito; e qui è discorso della scelta della moglie, della cura verso di lei, e degli uffici vicendevoli fra’ coniugali: quello di padre; e qui si accennano le cure da prestarsi a’ figliuoli, le quali deggiono essere divise fra il padre e la madre: e finalmente quello di padrone; e qui ragionasi del modo di trattare le persone di servizio e degli uffici loro, cominciando dal maestro di casa o fattore sino al mozzo di stalla. A così fatti ammaestramenti seguitano alcune riflessioni sopra la differenza che passa fra il governo familiare delle case private e quello delle case de’ principi; e con esse ha termine il dialogo. — (Mortara.)

A l’Illustrissimo

Signore Scipion Gonzaga.

Illustrissimo mio Signore.

Dedico a Vostra Signoria illustrissima questo mio dialogo per arra d’alcun’altre cose che m’apparecchio di scriverle. E le bacio le mani.

Di Vostra Signoria illustrissima

affezionatissimo servitore

Torquato Tasso.

Era ne la stagion che ’l vendemmiatore suol premere da l’uve mature il vino, e che gli arbori si veggono in alcun luogo spogliati di frutti; quand’io, che in abito di sconosciuto peregrino tra Novara e Vercelli cavalcava, veggendo che già l’aria cominciava ad annerare, e che tutto intorno era cinto di nuvoli e quasi pregno di pioggia, cominciai a pungere più forte il cavallo. Ed ecco in tanto mi percosse ne gli orecchi un latrato di cani confuso da gridi; e, volgendomi indietro, vidi un capriolo, che seguito da due velocissimi veltri, già stanco, fu da loro sovragiunto; sì che quasi mi venne a morire innanzi a’ piedi. E poco stante arrivò un giovinetto d’età di diciotto o vent’anni, alto di statura, vago d’aspetto, proporzionato di membra, asciutto e nerboruto; il quale percotendo i cani e sgridandoli, la fera, che scannata aveano, lor tolse di bocca, e diedela ad un villano; il quale recatalasi in ispalla, ad un cenno del giovinetto, innanzi con veloce passo s’incaminò: e ’l giovinetto, verso me rivolto, disse. Ditemi per cortesia, ov’è il vostro viaggio? Ed io: A Vercelli vorrei giungere questa sera, se l’ora il concedesse. Voi potreste forse arrivarvi, diss’egli, se non fosse che ’l fiume che passa dinanzi a la città, e che divide i confini del Piemonte da quelli di Milano, è in modo cresciuto, che non vi sarà agevole il passarlo: sì che vi consiglierei che meco questa sera vi piacesse d’albergare; chè di qua dal fiume ho una picciola casa, ove potrete star con minor disagio che in altro luogo vicino.

Mentr’egli queste cose diceva, io gli teneva gli occhi fissi nel volto, e parevami di conoscere in lui un non so che di gentile e di grazioso. Onde di non basso affare giudicandolo, tutto che a piè il vedessi, renduto il cavallo al vetturino che meco veniva, a piedi dismontai, e gli dissi, che su la ripa del fiume prenderei consiglio, secondo il suo parere, di passar oltre o di fermarmi; e dietro a lui mi inviai. Il qual disse. Io innanzi anderò, non per attribuirmi superiorità d’onore, ma per servirvi come guida. Ed io risposi. Di troppo nobil guida mi favorisce la mia fortuna: piaccia a Dio che ella in ogn’altra cosa prospera e favorevol mi si dimostri.

Qui tacque: ed io lui, che taceva, seguitava; il quale spesso si rivolgeva a dietro, e tutto con gli occhi dal capo a le piante mi ricercava, quasi desideroso di saper ch’io mi fossi. Onde a me parve di voler, prevenendo il suo desiderio, in alcun modo sodisfarlo; e dissi. Io non fui mai in questo paese; perciochè altra fiata che, andando in Francia, passai per lo Piemonte, non feci questo camino: ma, per quel ch’a me ne paia, non ho ora da pentirmi di esserci passato; perchè assai bello è il paese, e da assai cortese genti abitato. Qui egli, parendogli ch’io alcuna occasione di ragionar gli porgessi, non potè più lungamente il suo desiderio tener celato, ma mi disse. Ditemi, di grazia, chi siete, e di qual patria, e qual fortuna in queste parti vi conduce. Son, risposi, nato nel regno di Napoli, città famosa d’Italia, e di madre napolitana; ma traggo l’origine paterna da Bergamo, città di Lombardia: il nome e ’l cognome mio vi taccio, ch’è sì oscuro, che, perchè io pure lo vi dicessi, nè più nè meno sapreste de le mie condizioni: fuggo sdegno di prencipe e di fortuna; e mi riparo ne gli Stati di Savoia. Ed egli: Sotto magnanimo e giusto e grazioso prencipe vi riparate. Ma, come modesto, accorgendosi ch’io alcuna parte de le mie condizioni gli voleva tener celata, d’altro non mi addimandò. E poco eravamo oltre cinquecento passi caminati, che arrivammo in ripa al fiume, il qual correva così rapido, che niuna saetta con maggior velocità da arco di Partia uscì già mai; ed era tanto cresciuto, che più dentro a le sue sponde non si teneva. E per quel ch’ ivi da alcuni contadini mi fu detto, il passatore non voleva spiccarsi da l’altra riva, ed avea negato di tragittare alcuni cavalieri francesi, che con insolito pagamento avean voluto pagarlo. Ond’ io, rivolto al giovinetto che mi aveva guidato, dissi. La necessità m’astringe ad accettar quell’invito che per elezione ancora non avrei ricusato. Ed egli: Se ben io vorrei più tosto questo favore riconoscere da la vostra volontà che da la fortuna, piacemi nondimeno ch’ ella abbia fatto in modo, che non ci sia dubbio del vostro rimanere. Io m’andava più sempre per le sue parole confermando, ch’egli non fosse d’ignobile nazione, nè di picciolo ingegno: onde, contento d’essermi a così fatto oste avenuto; S’a voi piace, risposi, quanto prima da voi riceverò il favore d’essere albergato, tanto più mi sarà grato. A queste parole egli la sua casa m’additò, che da la ripa del fiume non era molto lontana.

Ella era di nuovo fabricata, ed era di tanta altezza, che a la vista di fuori si poteva comprendere che più ordini di stanze, l’uno sovra l’altro, contenesse. Aveva dinanzi quasi una picciola piazza d’alberi circondata: vi si saliva per una scala doppia, la qual era fuor de la porta, e dava due salite assai commode per venticinque gradi, larghi e piacevoli, da ciascuna parte. Saliti la scala, ci ritrovammo in una sala di forma quasi quadrata e di convenevol grandezza; perciochè aveva due appartamenti di stanze a destra, e due altri a sinistra, ed altrettanti appartamenti si conoscea ch’erano ne la parte de la casa superiore. Aveva incontra a la porta, per la quale noi eravamo entrati, un’altra porta; e da lei si discendeva per altrettanti gradi in un cortile, intorno al quale erano molte picciole stanze di servitori, e granai; e di là si passava in un giardino assai grande e ripieno d’alberi fruttiferi, con bello e maestrevole ordine disposti. La sala era fornita di corami, e d’ogn’altro ornamento, che ad abitazion di gentiluomo fosse convenevole; e si vedeva nel mezzo la tavola apparecchiata, e la credenza carica di candidissimi piatti di creta, piena d’ogni sorte di frutti. Bello e commodo è l’alloggiamento, diss’io, e non può essere se non da nobile signore posseduto, il qual tra’ boschi e ne la villa la delicatura e la politezza de la città non lascia desiderare. Ma sietene forsi voi il signore? Io non, rispose egli; ma mio padre n’è signore; al qual piaccia a Dio di donar lunga vita: il qual non negherò che gentiluomo non sia de la nostra città, non del tutto inesperto de le corti e del mondo, se ben gran parte de la sua vita ha speso in contado; come quello c’ha un fratello che lungamente è stato cortigiano ne la corte di Roma, e ch’ivi ancor si dimora, carissimo al buon Cardinal Vercelli, del cui valore e de la cui autorità in questi nostri paesi è fatta molta stima. E in qual parte d’Europa e d’Italia è conosciuto, diss’io, il buon Cardinale, ove non sia stimato? Mentre così ragionava, sopragiunse un altro giovinetto di minor età, ma non di men gentile aspetto, il qual de la venuta del padre portava aviso, che da veder sue possessioni ritornava. Ed ecco sopragiungere il padre a cavallo, seguito da uno staffiero, e da un altro servitore a cavallo; il quale smontato, incontinente salì le scale. Egli era uomo d’età assai matura, e vicina più tosto a’sessanta che a’ cinquant’anni, d’aspetto piacevole insieme e venerando, nel quale la bianchezza de’ capelli e de la barba tutta canuta, che più vecchio assai l’avrian fatto parere, molto accresceva di dignità. Io, fattomi incontra al buon padre di famiglia, il salutai con quella riverenza ch’ a gli anni ed a’ sembianti suoi mi pareva dovuta: ed egli rivoltosi al maggior figliuolo, con piacevol volto gli disse. Onde viene a noi quest’ oste, che mai più mi ricordo d’avere in questa o in altra parte veduto? A cui rispose il maggior figliuolo. Da Novara viene, ed a Turino se ne va. Poi fattosi più presso al padre, gli parlò con bassa voce in modo, ch’egli si ristette di voler spiar più oltre di mia condizione; ma disse. Qualunque egli sia, sia il ben arrivato; che in luogo è venuto, ove a’ forestieri si fa volentieri onore e servizio. Ed io, de la sua cortesia ringraziandolo, dissi. Piaccia a Dio, che come ora volentieri ricevo questo favore da voi de l’albergo, così in altra occasione ricordevole e grato me ne possa dimostrare.

Mentre queste cose dicevamo, i famigliari avevan recata l’acqua a le mani: e poichè lavati ci fummo, a tavola ne sedemmo, come piacque al buon vecchio, che volle me come forestiero onorare. E incontinente de’ melloni fu quasi caricata la mensa; e gli altri frutti vidi, che a l’ultimo de la cena ad un suo cenno furono riserbati. Ed egli così cominciò a parlare. Quel buon vecchio Goricio, coltivator d’un picciol orto, (del quale mi sovviene d’aver letto in Virgilio)

Nocte domum dapibus mensas oneràbat inemptis.

E a questa imitazione disse il Petrarca, del suo bifolco ragionando:

E poi la mensa ingombra

Di povere vivande,

Simili e quelle ghiande,

Le quai fuggendo tutt’il mondo onora.

Sì che non dovete maravigliarvi s’anch’io, ad imitazion loro, potrò caricarvi la mensa di vivande non comprate; le quali se tali non saranno quali voi altrove sete solito di gustare, ricordatevi che sete in villa, ed a casa di povero oste vi sete abbattuto. Estimo, diss’io, parte di felicità il non esser constretto di mandare a le città per cose necessarie al ben vivere, non che al vivere, de le quali mi pare che qui sia abbondanza. Non occorre, diss’egli, ch’io per alcuna cosa necessaria o convenevole a vita di povero gentiluomo mandi a la città, perciochè da le mie terre ogni cosa m’è, la Dio mercè, copiosamente somministrata; le quali in quattro parti o specie, che vogliam dirle, ho divise. L’ una parte, e la maggiore, è da me arata e seminata di fromento e di ogn’altra sorte di legumi: l’altra è lasciata a gli alberi ed a le piante, i quali sono necessari o per lo fuoco o per l’uso de le fabriche e de gl’ instromenti de le case; come che in quella parte ancora che si semina, sian molti ordini d’alberi, su’ quali le viti, secondo l’usanza de’ nostri piccioli paesi, sono appoggiate: la terza è prateria, ne la quale gli armenti e le greggi, ch’io ho, usano di pascolare: la quarta ho riserbata a l’erbe ed a’ fiori, ove sono ancora molti alveari d’api; perciochè, oltre questo giardino, nel quale tanti alberi fruttiferi vedete da me piantati, ed il quale da le possessioni è alquanto separato, ha un broilo [1] molto grande, che d’ogni maniera d’erbaggio è copiosissimo molto. Bene avete le vostre terre compartite, diss’io; e ben si pare che di Varrone, non sol di Virgilio, siate studioso. Ha questi melloni, che sono così saporosi, nascono anch’essi su le vostre terre? Nascono, diss’egli; e, se vi piacciono, mangiatene a vostra voglia, nè riguardate me, che se poco n’ho gustati, non l’ho fatto perchè ce ne sia carestia, ma perchè io gli giudico assai malsani, come quelli che, se ben sono oltre tutti gli altri di dolcissimo sapore e gratissimo al gusto, nondimeno, non sollevandosi mai di terra, nè ogni lor parte scoprendo al sole, conviene che molto quasi beano del soverchio umor de la terra; il quale, il più de le volte, non potendo esser nè bene nè egualmente maturato da la virtù del sole, che non percuote tutte le parti loro, aviene che pochi melloni buoni si ritrovino, e molti di sapore a le zucche ed a’ cogomeri, ch’anch’essi non s’inalzan da la terra, sian somiglianti.

Qui egli si tacque: ed io, mostrando d’approvare ciò ch’egli diceva, mi taceva; sapendo che i vecchi, o quelli che già cominciano ad invecchiare, sogliono essere più vaghi del ragionare che di alcuna altra cosa, e che non si può far loro maggior piacere che ascoltargli con attenzione. Ma egli, quasi pur allora aveduto che la moglie vi mancasse, disse. La mia donna, da la vostra presenza ritenuta, aspetta forse d’essere invitata; onde, s’a voi pare, la farò chiamare: perchè se ben so che i modesti forestieri con alquanto di vergogna e di rispetto maggiore dimorano in presenza de le donne che de gli uomini, nondimeno non solo la villa, ma l’uso de’ nostri paesi porta seco una certa libertà, a la quale sarà bene che cominciate ad avvezzarvi.

Venne la moglie chiamata, e s’assise in capo di tavola, in quel luoco che voto era rimaso per lei; ed il buon padre di famiglia rincominciò. Ormai avete vedute tutte le mie più care cose, perchè figliuola femina non m’è stata concessa dal cielo; del che io certo molto avrei da ringraziarlo, se non fosse che la mia donna, che da’ maschi, com’ è costume de’ gioveni, spesso è abbandonata, de la solitudine si lamenta; ond’io penserei di dar moglie al maggior, di questi miei figliuoli, s’egli l’animo molto alieno non ne dimostrasse. Allora io dissi. Io non posso in alcun modo lodar questa usanza di dar così tosto moglie a’ gioveni; perciochè, ragionevolmente, non si dovrebbe prima attendere a l’uso de la generazione, che l’età de l’accrescimento fosse fornita, ne la quale vostro figliuolo ancora mi par che sia. Oltre di ciò, i padri dovrebbon sempre eccedere i lor figliuoli almeno di ventiotto o di trent’anni; conciosia cosa che, di meno eccedendoli, sono anco nel vigor de l’età quando la giovinezza de’ figliuoli comincia a fiorire; onde nè essi hanno sopite ancora tutte quelle voglie le quali, se non per altro, almeno per esempio de’ figliuoli debbon moderare, nè lor da’ figliuoli è portato a pieno quel rispetto che si dee al padre, ma quasi compagni e fratelli son molte fiate nel conversare, e talora, il che è più disdicevole, rivali e competitori ne l’amore. Ma se di molto maggiore numero d’anni eccedessero, non potrebbono i padri ammaestrare i figliuoli, e sarebbon vicini a la decrepità quando i figliuoli fossero ancora ne l’infanzia o ne la prima fanciullezza, nè da lor potrebbono quell’aiuto attendere e quella gratitudine, che tanto da la natura è desiderata. Ed in questo proposito mi ricordo che, leggendo Lucrezio, ho considerata quella leggiadra forma di parlare, che egli usa, Natis munire senectam: perciochè i figliuoli sono, per natura, difesa e fortezza del padre; nè tali potrebbon essere, s’in età ferma e vigorosa non fossero, quando i padri a la vecchiaia sono arrivati; a la quale voi essendo già vicino, mi par, che non meno de l’età, che de le altre condizioni de’ vostri figliuoli debbiate esser sodisfatto, e rimaner parimente contento, che ’l vostro maggior figliuolo, che ragionevol certo è molto, non cerchi di piacervi nel prender moglie, la qual fra dieci o dodici anni a tempo prenderà.

Io m’accorgeva, mentre queste cose diceva, che più al figliuolo che al padre il mio ragionamento era grato; ed egli, del mio accorgere accorgendosi, con volto ridente disse. Non in tutto indarno sarò uscito oggi fuori a la caccia, poi che non solo ho fatto preda, ma (quel ch’ anco non isperai) così buono avocato ne la mia causa ho ritrovato. Così dicendo, mi mise su ’l piatto alcune parti più delicate del capriolo, che parte era stato arrostito, e parte condito in una maniera di manicaretti assai piacevole al gusto. Venne co' ’l capriolo, compartito in due piatti, alquanto di cinghiaro, concio, secondo il costume de la mia patria, in brodo lardiero; e in due altri, due paia di piccioni, l’uno arrosto e l’altro lesso. Ed il padre di famiglia disse allora. Il cinghiaro è preda d’un gentiluomo nostro amico e vicino, il quale con mio figliuolo suol il più de le volte accomunar le prede; ed i piccioni sono stati presi da una colombaia: ed in queste poche vivande sarà ristretta la nostra cena, perchè il bue si porta più tosto per un cotal riempimento de le mense, che perchè da alcuno in questa stagione calda sia gustato. A me basterà, diss’ io, se pur non è soverchio, il mangiar de le due sorti di carne salvatiche; e mi parrà d’esser a cena con gli eroi, al tempo de’ quali non si legge che si mangiasse altra carne che di bue, di porco e di cervo, o d’altri simiglianti; perciochè i conviti d’Agamennone, come si legge in Omero, tutto che per opinion di Luciano meritassero d’aver Nestore quasi per parasito, non eran d’altre vivande composti; ed i compagni d’Ulisse, non per cupidità di fagiani o di pernici, ma per mangiar i buoi del Sole, sopportarono tante sciagure. Virgilio parimente, per non dilungarsi da questo costume, introduce Enea che ne l’Africa uccide sette cervi; ove per altro non di cervi, ma d’alcuna sorte d’augelli doveva far preda; perciochè ne l’Africa non nascono cervi : ma, mentre egli volse aver riguardo a la convenevolezza ed al costume de gli eroi, si dimenticò, o dimenticar si volle, di quel ch’era proprio di quella provincia. E perchè, disse il buon vecchio, è stato finto da’ poeti che gli eroi solo di sì fatte carni mangiassero? Perchè, risposi, son di gran nutrimento: ed essi, come coloro che molto ne le fatiche s’esercitavano, di gran nutrimento avean bisogno; il quale non posson dar gli uccelli, che molto agevolmente son digeriti: ma le carni de gli animali selvaggi, benchè sian di gran nutrimento, sono nondimeno sane molto, perchè son molto esercitate; e la lor grassezza è molto più naturale, che non è quella de’ porci, o d’altro animale che studiosamente s’ingrassi, che non sì tosto stuffa, come quella farebbe de gli animali domestici. E convenevolmente fu detto da Virgilio:

Implentur veteris Bacchi pinguisque ferinae;

perchè ne mangiavano a corpo pieno, senza alcuna noiosa sazietà.

Qui mi taceva io; quando il buon padre di famiglia così cominciò. La menzione che voi avete fatta del vino e de’ tempi eroici mi fa sovvenire di quello che da alcuni osservatori d’Omero ho udito; cioè, ch’egli sempre, lodando il vino, il chiamava nero e dolce; le quali due condizioni non son molto lodevoli nel vino: e tanto più mi par maraviglioso ch’egli dia sì fatta lode al vino, quanto più mi par d’aver osservato che i vini, che di Levante a noi sono recati, sian di color bianco, come sono le malvagie e le romanie, ed altri sì fatti, ch’io in Venezia ho bevuti; oltre che i vini, che nel regno di Napoli greci son chiamati, i quali peraventura sortirono questo nome piuchè le viti di Grecia furono portate, sono bianchi, o dorati più tosto, di colore; si come dorato è quel di tutti gli altri de’ quali abbiamo ragionato; e bianchi sono più propriamente i vini del Reno, di Germania, e gli altri che nascono in paese freddo, ove il sole non ha tanto vigore che possa affatto maturar le uve innanzi la stagione de la vendemmia; se ben forse il modo ancora, co ’l quale son fatti, di quella bianchezza è cagione. Quivi egli taceva, quand’io risposi. I vini son da Omero detti dolci con quella maniera di metafora, con la quale tutte le cose, o grate a’ sensi o care a l’animo, dolci sono addimandate; se ben io non negherò ch’egli il vino alquanto dolcetto non potesse amare, il quale a me ancora suol molto piacere: e questa dolcezza, sino a certo termine, non è spiacevol nel vino; e le malvagie e i grechi e le romanie, de le quali abbiam fatta menzione, tutte hanno alquanto del dolce; la qual dolcezza si perde con la vecchiaia: onde si legge, Inger mi calices amariores; non perchè il poeta desiderasse il vino amaro, che alcuno non è a cui amaritudine nel vino non fosse spiacevole, ma perchè il vin vecchio, perdendo la dolcezza, acquista quella forza piena d’austerità, ch’egli chiama amaritudine. Onde vorrei che così intendeste, che da Omero sia chiamato il vin dolce, come da Catullo è chiamato amaro. Negro poi il chiamava Omero, avendo forsi riguardo ad alcun vin particolare che in quel tempo fosse in pregio, come è ora la lacrima; la quale, tuttochè sia premuta da quelle uve stesse da le quali è espresso il greco, è nondimeno di color vermiglio.

Così diceva io; ed avendo la prima volta con melloni assaggiato d’un vin bianco assai generoso, invitato da lui, bevei un’altra volta d’un claretto molto delicato, e traponendo tra ’l mangiare alcuna parola, la lieta cena quasi al suo fine conducemmo: perchè, levate le carni e i manicaretti di tavola, vi furono posti frutti d’ogni sorte in molta copia; de’ quali poichè alquanti ebbe il buon vecchio solamente gustati, così a ragionar cominciò. Io ho molte fiate udito questionar de la nobiltà de le stagioni, e ho due lettere vedute, che stampate si leggono, del Muzio l’una e del Tasso l’altra, ne le quali tra ’l verno e la state di nobiltà si contende: ma a me pare che niuna stagione a l’autunno possa paragonarsi; perciochè la state e ’l verno, co ’l soverchio e del freddo e del caldo, sono altrui tanto noiose, che nè l’una co’ frutti, nè l’altra co’ giuochi e con gli spettacoli, può la sua noia temperare; e sono impedimento non solo al nocchiero, che nel verno non ardisce uscir del porto, ed al peregrino, ed al soldato, ed al cacciatore, ch’or sotto un’ombra, or sotto un tetto d’una chiesa tra’ boschi dirupata, sono necessitati di ripararsi da gli ardori intolerabili, e da’ nembi, e da le pioggie, e da le procelle che sopragiungono a l’improviso; ma al padre di famiglia eziandio, che non può senza suo molto discommodo i suoi campi andar visitando. L’una stagione poi è piena di fatica e di sudore, nè gode de’ frutti che ella raccoglie, se non in picciola parte: l’altra, pigra e neghittosa, tra l’ozio e la crapula, ingiustamente consuma e disperde quello che da le fatiche altrui l’è stato acquistato. La qual’ingiustizia si conosce egualmente ne la disegualità de le notti e de’ giorni; perciochè nel verno il giorno, che per natura è di dignità superiore, cede a la notte, da la quale è irragionevole ch’egli sia superato, e breve e freddo e nubiloso non concede a gli uomini convenevole spazio d’operare o di contemplare, sì che l’operazioni e le contemplazioni sono ne la notte riserbate; tempo a l’une ed a l’altre poco opportuno, come quello in cui i sensi, che son ministri de l’intelletto, non posson intieramente il lor ufficio esercitare. Ma ne la state il giorno divien vincitore, non come giusto signore ma come tiranno, il quale s’usurpa molto più de la parte conveniente, non lasciando a la notte pur tanto spazio, ch’ella possa a bastanza ristorare i corpi risoluti dal soverchio caldo, ed afflitti da le fatiche del giorno; de la cui brevità non solo gli amanti, che lunghissime le vorrebbono, sogliono lamentarsi, ma la buona madre di famiglia ancora, ch’in quell’ora che ne le braccia del marito vorrebbe di nuovo addormentarsi, è da lui desta ed abbandonata.

Così diceva il buon padre, con un cotal sorriso lieto riguardando la sua donna, ch’a quelle parole, tinta alquanto di vergogna, chinò gli occhi: e poi seguitò. Queste sono le noie e gl’incommodi, se non m’inganno, del verno e de la state, de le quali la primavera e l’autunno son privi, e pieni di mille diletti; ed in loro il sole, giustissimo signore, rende così eguali le notti al giorno, che l’uno de l’altro con ragion non può lamentarsi. Ma se vorremo anco de la primavera e de l’autunno far paragone, troveremo che tanto la primavera de l’autunno deve essere giudicata inferiore, quanto è ragionevole che cedano le speranze a gli effetti e i fiori a’ frutti, de’ quali ricchissimo, oltre tutte l’altre stagioni, è l’autunno: conciosia cosa che tutti quelli che ha prodotti la state, durano ancora in lui, e molti ancora egli n’ha, che sono propriissimi de la sua stagione; de la quale è propria ancora la vendemmia, che è la maggior cura, e la più nobil, che possa aver il padre di famiglia. Perciochè, s’egli da’ villani è ingannato ne le raccolte de’ frumenti, ne sente alcun incommodo ed alcun danno solamente; ma s’egli nel far i vini usa trascuraggine alcuna, non solo danno ne sente, ma vergogna eziandio, quando aviene che ne l’occasione d’alcun oste, ch’onori la sua casa, egli non possa onorar la sua cena con buoni vini, senza i quali non sol Venere è fredda, ma insipide son tutte le vivande che potesse condire il più eccellente cuoco ch’abbia il Duca. Concludo, dunque, che l’autunno sia la nobilissima e l’ottima de le stagioni, e quella ch’al buon padre di famiglia più di tutte l’altre suol essere grata: e mi soviene d’aver udito dir da mio padre, dal quale ancora alcune de le cose dette udii dire (il quale fu uomo, se ’l vero di lui fu creduto, de la natura e moral filosofia, e de gli studi de l’eloquenza, più che mediocremente intendente), che in questa stagione ebbe principio il mondo, s’in alcuna ebbe principio, come per fede certissimamente tener debbiamo ch’avesse.

Cotesta, diss’io allora, è stata opinione d’alcuni dottori ebrei e cristiani di gran grido; de la quale, poi ch’ella non è articol di fede, ciascun può credere a suo modo. Ed io, per me, son un di coloro, che son di contraria opinione; e mi par più verisimile che, se ’l mondo ebbe principio, come si dee supporre, l’avesse la primavera; il che così mi sforzerò di provare. Dovete sapere che il cielo è ritondo, ed ha tutte le sue parti sì uniformi, che non si può assegnare in lui nè principio nè fine, nè destro nè sinistro, nè sovra nè sotto, nè innanzi nè indietro; che sono le sei posizioni del luogo; se non forse solo in rispetto del moto, perciochè destra è quella parte da la quale ha principio il movimento: ma perchè il movimento del sole va contra il movimento del primo mobile, dubitar si potrebbe, se queste sei differenze del luogo si debbano principalmente prendere secondo il moto del primo mobile, o secondo il moto del sole: nondimeno, perchè tutte le cose di questo nostro mondo alterabile e corrottibile dipendono dal movimento del sole principalmente, il quale è cagione de la generazione e de la corrozione, e padre de gli animali; è ragionevole, che il moto del sole determini le differenze del luogo. Secondo il moto del sole, dunque, il nostro polo è il superiore, il quale secondo il movimento del primo mobile sarebbe l’inferiore. Stante questo fondamento, se noi vorremo investigare da quale stagione è ragionevole che ’l mondo abbia avuto principio, vedremo ch’è molto ragionevole ch’ egli l’abbia avuto in quella, ne la quale il sole movendosi, non s’allontana da noi, ma a noi s’avicina, e comincia la generazione, e non la corrozione; perchè, secondo l’ordin de la natura, le cose prima si generano e poi si corrompono. Ma il sole, movendosi da l’Ariete, a noi s’avicina, ed a la generazion de le cose dà principio: è ragionevol, dunque, che quando il mondo ebbe principio, il sole fosse in Ariete; il che senza alcun dubbio così vedrà essere chi diligentemente considererà le cose che nel Timeo di Platone da Iddio padre son dette a gli Dei minori. Ben è vero, che chi volesse prender le posizioni del luogo dal movimento del primo mobile, ne seguirebbe che il polo antartico fosse il soprano per natura, e che ’l mondo dovesse aver avuto principio in quella stagione ne la quale il sole movendosi s’avicina a’ nostri antipodi, e comincia la generazione in quelle parti de l’altro mondo che sono opposte a queste: il che chi concedesse, più ragionevol sarebbe, ch’il moto avesse avuto principio ne l’equinozio autunnale, quando il sole era in Libra. Tuttavolta ne seguirebbe anco, ch’egli avuto l’avesse ne la primavera; perchè questo, ch’ è autunno a noi, è primavera a coloro, in rispetto de’ quali il principio del moto si prenderebbe. Ma la prima opinione, sì come per ragion naturale è più ragionevole, così anco più commodamente da le persuasioni può esser accompagnata; perciochè il nostro mondo fu degnato de la presenza del vero Figliuol d’Iddio, il quale elesse di morire in Gierusalemme che, secondo alcuni, è nel mezzo del nostro emispero: oltre di ciò, egli volse morire la primavera, per riscuoter l’umana generazione in quel tempo ch’ egli prima l’aveva creata.

Qui mi taceva io; quando il buon padre di famiglia, mosso da queste mie parole, con maggior attenzione cominciò a risguardarmi, e disse. A maggior ospite, ch’ io non credeva, conosco d’aver dato ricetto, e voi sete uno peraventura, del quale alcun grido è arrivato in queste nostre parti; il quale per alcuno umano errore caduto in infelicità, è altretanto degno di perdono per la cagione del suo fallire, quanto per altro di lode e di maraviglia. Ed io: Quella fama che peraventura non poteva derivar dal mio valore, del quale voi sete troppo cortese lodatore, è derivata da le mie sciagure: ma qualunque io mi sia, io sono uno che parlo anzi per ver dire, che per odio o per disprezzo d’altrui [2] , o per soverchia animosità d’opinioni. Se voi tal sete, rispose il buon padre di famiglia (poichè non voglio altro per ora investigar de’ vostri particolari), non potrete essere se non convenevol giudice d’un ragionamento che ’l mio buon padre, carico d’anni e di senno, mi fece alcuni anni innanzi che morisse, rinonziandomi il governo de la casa e la cura famigliare.

Mentr’egli così diceva, i servitori levavano i piatti, che in parte eran voti, da la tavola, e la moglie accompagnata da’ figliuoli si levò, e ritirossi a le sue stanze: i quali poco stante ritornando, diss’io. A me sarà oltremodo grato d’udir ciò che in questo proposito da vostro padre vi fu ragionato: ma perchè mi sarebbe grave l’ascoltare con disagio de gli altri ascoltatori, vi prego che voi commandiate a’ vostri figliuoli che seggano. I quali avendo ubidito al cortese commandamento del padre, egli così cominciò.

In quel tempo che Carlo V depose la monarchia, e da le azioni del mondo a la vita contemplativa, quasi da tempesta in porto, si ritirò, il mio buon padre, ch’era d’età di settant’anni, avend’io passati quelli di trenta, a sè mi chiamò, ed in questa guisa cominciò a ragionarmi. Le azioni de’ grandissimi re, che convertono gli occhi a sè di tutte le genti, se ben per la grandezza loro non pare che possano avere alcuna proporzione con quelle di noi altri uomini privati, nondimeno ci muovono talora con l’autorità de l’esempio ad imitarle; in quel modo che noi vediamo, che la previdenza d’Iddio onnipotente da la natura è imitata, non solo da l’uomo animale ragionevole, ch’a gli angeli molto di dignità s’avvicina, ma da l’industria d’alcuni piccioli animaletti eziandio. Onde non ti dovrà parer strano, se ora che Carlo V gloriosissimo imperatore ha deposto il peso de la monarchia, io penso co ’l suo esempio di sgravarmi di questo de la casa, il quale a la mia privata persona non è men grave, di quel che sia l’imperio a la sua eroica. Ma prima ch’io a te dia il governo; il quale più a te che a tuo fratello non solo per la maggioranza de l’età si conviene, ma per la maggior inclinazione ancora che dimostri a l’agricoltura, cura a la famigliare congiuntissima molto; io voglio così de le cose appartenenti al buon governo ammaestrarti, com’io da mio padre fui ammaestrato; il quale di povero padre nato, e di picciolo patrimonio erede, con l’industria e con la parsimonia e con tutte l’arti di lodato padre di famiglia, molto l’accrebbe: il qual poi ne le mie mani non è scemato, ma fatto maggiore, che da mio padre no ’l ricevei. Perchè, se bene con tanta fatica non ho atteso a l’agricoltura con quanta egli diede opera, nè con tanta parsimonia son vissuto, nondimeno (siami lecito con te mio figliuolo di gloriarmi) la cognizion ch’io aveva maggiore de la natura de le cose e de’ commerci del mondo, è stata cagione, che con maggior spesa agevolmente ho fatto quello ch’ egli, uomo senza lettere e non esperto del mondo, co ’l risparmio e con la fatica eziandio de la persona difficilmente faceva.

Or cominciando dico, che la cura del padre di famiglia a due cose si stende, a le persone ed a le facoltà: e che con le persone tre uffici dee esercitare, di marito, di padre e di signore; e ne le facoltà due fini si propone, la conservazione e l’accrescimento: ed intorno a ciascun di questi capi partitamente ragionerò. E prima de le persone che de le facoltà, perchè la cura de le cose ragionevoli è più nobile che quella de le irragionevoli. Dee dunque il buon padre di famiglia principalmente aver cura de la moglie, con la qual sostiene persona di marito, che con altro nome, forse più efficace, è detto consorte: conciosia cosa che il marito e la moglie debbon essere consorti d’una medesma fortuna, e tutti i beni e tutti i mali de la vita debbono fra loro essere communi, in quel modo che l’anima accommuna i suoi beni e le sue operazioni co ’l corpo, e che ’l corpo con l’anima suole accommunarle. E siccome quando alcuna parte del corpo ci duole, l’animo non può esser lieto, ed a la mestizia de l’animo suol seguitar l’infermità del corpo; così il marito dee dolersi co’ dolori de la moglie, e la moglie con quei del marito: e la medesma comunanza dee essere in tutti gli offici ed in tutte le operazioni; e tanto è simile la congiunzione che ’l marito ha con la moglie a quella che ’l corpo ha con l’anima, che non senza ragione così il nome di consorte al marito ed a la moglie si attribuisce, come a l’anima è stato attribuito. Conciosia cosa che, de l’anima ragionando, disse il Petrarca:

L’errante mia consorte,

ad imitazion forse di Dante, che ne la canzone de la Nobiltà aveva detto, che l’anima si sposava al corpo; benchè, per alcun altro rispetto, ella più tosto al marito che a la moglie debba essere assomigliata. E sì come, poichè s’è disciolto una volta quel nodo che lega l’anima co ’l corpo, non pare che l’anima a niun altro corpo possa congiungersi, perchè pazza affatto fu l’opinione di coloro che volevan che l’anima d’uno in altro corpo trapassasse, in quella guisa che ’l pellegrino d’uno in un altro albergo suol trapassare; così parrebbe convenevole, che la donna o l’uomo, che per morte sono stati disciolti dal primo nodo di matrimonio, non si legassero al secondo. Nè senza molta loda, e molta maraviglia de la sua pudicizia, sarebbe Didone continovata nel suo proponimento di non volere il secondo marito; la qual così disse:

Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat,

Vel Pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras,

Ante, pudor, quam te violem, aut tua jura resolvam.

Ille meos, primus qui me sibi iunxit, amore

Abstulit; Ille habeat secum, servetque sepulcro.

Nondimeno, perchè l’usanza e le leggi in ciò dispensano, può così la donna come l’uomo senza biasmo passare a le seconde nozze, massimamente se vi trapassano per desiderio di successione; desiderio naturalissimo in tutte le ragionevoli creature: ma più felici nondimeno sono coloro, i quali da un sol nodo di matrimonio ne la vita loro sono stati legati. Quanto maggiore e più stretta, dunque, è la congiunzione del marito con la moglie, tanto più dee ciascun procurar di fare convenevol matrimonio. E la convenevolezza del matrimonio in due cose principalmente si considera, ne la condizione e ne l’età; perciochè, sì come due destrieri o duoi buoi di grandezza molto diseguali non possono esser ben congiunti sotto un giogo stesso, così donna d’alto affare con uomo di picciola condizione, o, per lo contrario, uomo gentile con donna ignobile non ben si possono sotto il giogo del matrimonio accompagnare. Ma quando pur avenga che per qualche accidente di fortuna l’uomo tolga donna superiore per nobiltà in moglie, dee, non dimenticandosi però d’esser marito, più onorarla che non farebbe una donna d’eguale o di minor condizione, ed averla per compagna ne l’amore e ne la vita, ma per superiore in alcuni atti di publica apparenza, i quali da niuna esistenza sono accompagnati; quali sono quegli onori che per buona creanza si sogliono fare altrui. Ed ella dee pensare, che niuna differenza di nobiltà può esser sì grande, che maggiore non sia quella che la natura ha posta fra gli uomini e le donne, per li quali naturalmente nascono lor soggette. Ma se l’uomo torrà in moglie donna di condizione inferiore, considerar dee ch’il matrimonio è agguagliator di molte disagguaglianze, e ch’egli tolta l’ha non per serva ma per compagna de la vita. E tanto sia detto intorno a le condizioni del marito e de la moglie.

Or passando a l’età, dico, che il marito dee procurar d’averla anzi giovinetta che attempata, non solo perchè in quell’età giovenile la donna è più atta a generare, ma anco perchè, secondo il testimonio d’Esiodo, può meglio ricevere e ritener tutte le forme de’ costumi ch’al marito piacerà d’imprimerle. E perciochè la vita de la donna è circonscritta ordinariamente entro più breve spazio che non è la vita de l’uomo, e più tosto invecchia la donna che l’uomo, come quella in cui il calor naturale non è proporzionato a la soverchia umidità; dovrebbe sempre l’uomo ecceder la donna di tant’anni, che ’l principio de la vecchiaia de l’uno con quel de l’altro non venisse insieme ad accozzarsi, e che non prima l’uno che l’altro divenisse inabile a la generazione. Or s’avverrà che ’l marito con le condizioni già dette tolga la moglie, molto più agevolmente potrà in lei esercitar quella superiorità che da la natura a l’uomo è stata concessa; senza la quale a le volte aviene che egli così ritrosa e inobediente la ritrovi, che ove credeva d’aver tolta compagna che l’aiutasse a far più leggiero quel che di grave porta seco la nostra umanità, sì trova d’essersi avvenuto ad una perpetua nimica, la qual non altramente sempre a lui ripugna, di quel che faccia ne gli animi nostri la cupidità smoderata a la ragione; perciochè tale è la donna in rispetto de l’uomo, qual’è la cupidità in rispetto de l’intelletto. E sì come la cupidità, che è per sè irragionevole, prestando ubidienza a l’intelletto, s’informa di molte belle e leggiadre virtù; così la donna, che a l’uomo ubbidisca, di quelle virtù s’adorna de le quali, s’ella ribella si dimostrasse, non sarebbe adornata.

Virtù, dunque, de la donna è il saper ubbidir a l’uomo, non in quel modo che ’l servo al signore, e ’l corpo a l’animo ubbidisce; ma civilmente in quel modo, che ne le città ben ordinate i cittadini ubbidiscono a le leggi ed a’ magistrati, o ne l’anima nostra, ne la quale, così ordinate le potenze come ne le città gli ordini de’ cittadini, la parte affettuosa suole a la ragionevole ubbidire. Ed in ciò convenevolmente da la natura è stato adoperato, perciochè dovendo ne la compagnia che è fra l’uomo e la donna esser diversi gli uffici e le operazioni de l’uno da quelli de l’altro, diverse conveniva che fosser le virtù. Virtù propria de l’uomo è la prudenza, e la fortezza, e la liberalità; de la donna la modestia e la pudicizia, con le quali l’uno e l’altro molto ben può far quelle operazioni che sono convenienti. Ma benchè la pudicizia non sia virtù propria de l’uomo, dee il buon marito offender men che può le leggi maritali, nè essere sì incontinente, che lontano da la moglie non possa astenersi da’ piaceri de la carne; perciochè, se non violerà egli le leggi maritali, molto confermare la castità de la donna, la qual per natura libidinosa ed inclinata a’ piaceri di Venere non men de l’uomo, solo da vergogna e da amore e da timore suol essere ritenuta a non romper fede al marito; fra’ quali tre affetti, anzi di lode che di biasmo è degno il timore, ove gli altri due son lodevolissimi molto. E perciò con molta ragione da Aristotele fu detto, che la vergogna, che ne l’uomo non merita lode, è lodevol ne la donna: e con molta ragione disse la figliuola sua, che niun più bel colore orna le guancie de la donna, di quel che da vergogna vi suol esser dipinto. Il qual tanto a le donne accresce di vaghezza, quanto lor peraventura ne tolgono quei colori artificiali, de’ quali, quasi maschere o scene, si soglion colorare. E certo, che sì come giudiciosa donna a niun modo dovrebbe le bellezze naturali con gli artificiali imbellettamenti guastare e ricoprire, così il marito non dovrebbe consentirlo; ma perchè l’imperio del marito convien che sia moderato, in quelle cose massime che a le donne come cura feminile appartengono; le quali, perchè da l’usanza son ricevute, in alcun modo d’impudicizia non possono essere argomento; con niun’ altra maniera potrà meglio il marito far che non s’imbelletti, che co ’l mostrarsi schivo de’ belletti e de’ lisci. Perciochè essendo tutte le donne vaghe di parer belle e di piacere altrui, e l’oneste donne particolarmente di piacer al marito desiderose, qualora l’onesta moglie s’accorgerà di non piacer così lisciata a gli occhi del marito, dal lisciarsi si rimarrà. Molto più facile nondimeno dee essere il marito in concederle, ch’ella de gli ornamenti e de le vaghezze convenienti a sue pari sia a bastanza fornita: perchè, se ben la soverchia pompa par cosa più conveniente a’ teatri ed a la scena, ch’a la persona d’onesta matrona; nondimeno molto più si dee in questa parte attribuir a l’usanza; nè si dee così acerbamente offendere l’animo feminile, che per natura è vago d’ornar il corpo. E se ben vediamo che la natura ne gli animali ha voluto, che più adorni siano i corpi de’ maschi che de le femine, come quella c’ha adornati i cervi di belle e ramose corna, ed i leoni di superbe come [3] , le quali a le lor femine ha negate; ed ha adornata la coda del pavone di molto più vaga varietà di colori, che quella de le sue femine; nondimeno vediamo che ne la specie de l’uomo ella ha avuto maggior riguardo a la bellezza de la femina che a quella del maschio; perciochè le carni de la donna, sì come son più molli, così per l’ordinario sono ancora più vaghe da riguardare; nè hanno il volto ingombrato da la barba, la quale se ben non disdice ne l’uomo, essendo propria di lui, tuttavolta non si può negare che i volti de’ giovinetti, su’ quali non è ancora venuta la barba, non sian più belli di quelli de gli uomini barbuti: ed Amore non barbuto, ma senza barba da la giudiciosa antichità è stato figurato; e Bacco ed Apolline, che tra tutti gli altri Dei furono bellissimi, senza barba furono dipinti, ma con lunghissime chiome: onde i poeti chiamano Febo, con aggiunto quasi perpetuo, non tosato o cornato. Ma le chiome, le quali sono grandissimo ornamento de la natura, non crescono mai ne gli uomini tanto, nè sono così molli e sottili come ne le donne; le quali così de le lor chiome si rallegrano, come gli alberi de le lor frondi: e ragionevolmente ne le morti de’ mariti, quando di tutti gli altri ornamenti sogliono spogliarsi, usano anco in alcune parti di Italia di troncarsi le chiome; la qual usanza fu usanza de gli antichi eziandio, come d’Elena si legge presso Euripide.

Quanto più dunque la natura ha avuto riguardo a la bellezza de le donne, tanto è più convenevole ch’esse l’abbiano in pregio, e che con giudiciosi ornamenti procurino d’accrescerla: onde se tu prenderai moglie, quale io desidero che tu la prenda, bella e giovinetta, e di condizione eguale a la tua, e d’ingegno modesto e mansueto, da buona e pudica madre sotto buona disciplina allevata; quanto ella a te piacerà, tanto dèi tu procurare non sol di piacer a lei, ma di compiacerla. Di che nè de i vestimenti nè de gli altri ornamenti men ornata dèi consentir che vada, di quel che vadano l’altre sue pari, e di quel che porti l’uso de la nostra città. Sì ristretta tener non la dèi, ch’ella non possa talor andar a le feste ed a gli spettacoli publici, ove nobile ed onesta brigata di donne suol ragunarsi: nè d’altra parte tanto allentarle il freno de la licenza, ch’ella in tutte le danze, in tutte le comedie ed in tutte le solennità sia fra le prime veduta e vagheggiata: ma dovrai ad alcune sue oneste voglie, le quali la gioventù così suol seco apportare, come la primavera reca i fiori e l’altre vaghezze, non far così severo disdetto, ch’ella t’odii, o ti tema con quel timore co ’l quale i padroni da’ servi son temuti. Nè anco esser così facile a secondarle, ch’ella baldanzosa ne divenga, e deponga quella vergogna che ne l’oneste donne tanto è conveniente, la quale è una specie di timore distinta dal timor servile, che con l’amor così facilmente s’accompagna, come il timor servile con l’odio. E di questo timore, che propriamente è vergogna, e de la riverenza intese Omero, quando disse :

O da me ogn’or temuto e paventato,

Suocero caro.

E non solo dovrà egli procurare di conservare in lei la vergogna in tutti gli atti ed in tutte le operazioni de la vita, ma ne gli abbracciamenti eziandio; perciochè non viene a gli abbracciamenti il marito in quel modo stesso che viene l’amante. Onde non è maraviglia se a Catelda parvero più saporiti i baci de l’amante, che quei del marito fossero paruti: bench’io crederei più tosto, che niuna dolcezza maggior fosse in amore di quella, che da l’onestà del matrimonio è moderata; ed assomigliarei gli abbracciamenti del marito e de la moglie a le cene de gli uomini temperanti, i quali non men gustano de le vivande di quel che gl’ incontinenti soglian gustare, anzi peraventura tanto più, quanto il senso moderato da la ragione è più dritto giudice de gli oggetti. Nè voglio in questo proposito tacere, che quando Omero finge che Giunone, togliendo il cinto di Venere, va a ritrovare il marito su ’l monte Ida, ed allettatolo nel suo amore con lui si corca ne l’erba, ricoperta da una nuvola maravigliosa, altro non significa se non ch’ ella, vestitasi la persona d’amante e spogliatasi quella di moglie, va a ritrovar Giove; perchè le lusinghe e i vezzi e i molli susurri, ch’ella da Venere aveva presi insieme co ’l cinto, sono cosa anzi d’amante che da moglie: onde convenevol fu, che vergognandosi ella di se medesima, le fosse concessa una nuvola che la ricoprisse. Ben è vero, che dicendoli Giove che non aveva avuto egual desiderio di lei da quei dì che prima la prese per moglie, par che ci dia a divedere, ch’a gli sposi di sostener per alcun breve tempo la persona d’amante non si disdica, la qual nondimeno molto tosto si dee deporre; perciochè è inconvenientissimo a coloro, che come padre o madre di famiglia voglion con onestà e con amor maritale regger la casa. Nè altro mi soviene che dire del vicendevole amore che dee essere tra ’l marito e la moglie, e de le leggi del matrimonio: perciochè, se il considerare se ’l marito dee uccidere la moglie impudica, o in altro modo secondo le leggi punirla, è considerazione che peraventura può più opportunamente in altro proposito esser avuta. E se tale la prenderai, qual figurata l’abbiamo, non dèi temer che mai ti venga occasione, per la quale d’esser da me stato intorno a ciò consigliato debba desiderare.

Or passando a’ figliuoli, dee la cura loro così tra il padre e la madre esser compartita, ch’a la madre tocchi il nutrirli, ed al padre l’ammaestrarli. Che non dee la madre, se da infermità non è impedita, negare il latte a’ propri figliuoli; conciosia cosa che quella prima età tenera e molle ed atta ad informarsi di tutte le forme, agevolmente suol ber co ’l latte alcuna volta i costumi de le nutrici; e s’il nutrimento non potesse molto alterare i corpi, ed in conseguenza i costumi de’ bambini, non sarebbe a le nutrici interdetto l’uso soverchio del vino: ma essendo le nutrici per l’ordinario vili feminelle, è convenevole che quel primo nutrimento, che da lor prendono i bambini, non sia così gentile e delicato, come quel de le madri sarebbe. Oltrechè, chi niega il nutrimento, par che in un certo modo nieghi d’esser madre; perciochè la madre si conosce principalmente per lo nutrimento. Ma passata quella prima età che di latte è nutrita, e che di cibi più sodi può esser pasciuta, rimangono anco i bambini sotto la custodia de le madri; le quali sogliono esser così tenere de’ figliuoli, che agevolmente potrebbono in soverchia delicatura allevargli: onde conviene che il padre proveda, ch’essi non siano troppo mollemente nudriti. E perciochè quella prima età abonda di calor naturale, non è inconveniente l’assuefarli a sopportare il freddo; conciosia cosa che tanto più restringendosi dentro il calor naturale, e facendo quella ch’antiperistasi è detta da’ filosofi, la complession de’ fanciulli ne diventa gagliarda e robusta. Ed era costume d’alcune antiche nazioni, e de’ Celti particolarmente, come leggiamo presso Aristotele, di lavare i bambini nel fiume per indurargli contra il freddo; la qual usanza è da Virgilio attribuita a’ Latini, come si legge in quei versi:

Durum a stirpe genus, natos ad flumina primum

Deferimus, saevoque gelu duramus et undis:

Venatu invigilant pueri, silvamque fatigant,

Flectere ludus equos, et spicula tendere cornu.

E benchè io quel costume non vitupero, mi par nondimeno d’ammonirti, che se piacerà al cielo di darti figliuoli, tu non debba educargli sotto sì molle disciplina, che riescan simili a quei Frigi de’ quali dal medesimo poeta si fa menzione:

Vobis picta croco, et fulgenti murice, vestis;

Et tunicae manicas, et habent redimicula mitrae.

O vere Phrygiae (neque enim Phryges!) ite per alta

Dindyma, ubi assuetis biforem dat tibia cantum.

Tympana vos, buxusque vocant Berecynthia matris

Idaeae: sinite arma viris, et cedite ferro.

Simili a’ quali mi pare ch’oggi siano quelli d’alcuna città di Lombardia; perciochè s’alcuno n’esce valoroso, molti ancora tra’ Frigi erano valorosi. Ma non vorrei anco che sì severamente gli allevassi, come i Lacedemoni erano allevati, o pure come Achille da Chirone fu nutrito: non vorrei, dico, che sì fattamente gli allevassi, perchè quella educazione rende gli uomini fieri, come de’ Lacedemoni fu giudicato; e quando ella pur fusse conveniente a gli eroi (benchè tale non fu Achille ne’ costumi, ch’alcuno eroe se ’l debba proporre per esempio), la tua privata condizione ricerca, che tu pensi d’allevare in modo i tuoi figliuoli, ch’essi possan riuscir buoni cittadini de la tua città, e buoni servitori del tuo principe, il quale de’soggetti ne’ negozii, ne le lettere, ne la guerra è usato di servirsi. A le quali professioni tutte i tuoi figliuoli non riusciranno non inabili, se tu cercherai che divengano di complessione non atletica, non feminile, ma virile e robusta, e che s’esercitino ne gli esercizi del corpo e de lo intelletto parimente. Ma perciochè tutta questa parte de l’educazion de’ figliuoli è cura in guisa del padre di famiglia, ch’ella insieme è del politico, il quale dovrebbe prescrivere a’ padri il modo co ’l quale dovessero i figliuoli allevare, acciochè la disciplina de la città riuscisse uniforme; voglio questo ragionamento lasciar da parte, o almeno da quello de la cura famigliare separarlo: e mi basterà solo di consigliarti, che tu gli allevi nel timor d’Iddio, e ne la ubbidienza paterna, egualmente ne l’arti lodevoli de l’animo e del corpo esercitati.

Abbiamo già parlato quanto è stato convenevole di quel che tu dovrai far come marito e come padre: or rimane che vegniamo a la considerazione de la terza persona; a quella di padrone, dico, o di signore, che vogliamo chiamarla, il quale al servo è relativo. E se noi vogliamo prestar fede a gli antichi che del governo famigliare hanno scritto, con l’opra, co ’l cibo e co ’l castigo il signore dee tener sodisfatti ed esercitati i servitori in ubbidienza: ma perciochè anticamente i servi erano schiavi presi ne la guerra, i quali furono detti servi a servando, perchè da morte erano conservati, ed oggi sono per lo più uomini liberi; mi pare che tutta questa parte del castigo si debba lasciare adietro, come poco convenevole a’ nostri tempi ed a le nostre usanze, se non forse in quelle sole parti ove de gli schiavi si servono; ed in vece del castigo debba dal padrone esser usata l’ammonizione, la quale tal non dee esser, qual dal padre co ’l figliuolo è usata, ma piena di maggior austerità e di più severo imperio: e se questa anco non gioverà, dee il padrone dar licenza al servitore inobediente ed inutile, e provedersi d’altro che maggiormente gli sodisfaccia. Una cosa anco da gli antichi è stata lasciata adietro, la qual con gli schiavi non era convenevole, ma con liberi uomini è non sol convenevole, ma necessaria; e questa è la mercede. Con la mercede dunque, co ’l cibo, con l’opera e con l’ammonizione il padre di famiglia governerà in modo, ch’essi resteranno contenti di lui, ed egli de l’opera loro rimarrà sodisfatto. Ma perciochè, se ben le leggi e le usanze de gli uomini sono variabili, come vediamo in questo particolar de’ servi, i quali oggi son per lo più uomini di libertà, le leggi nondimeno e la differenza de la natura non si mutano per varietà di tempi e d’usanze; tu hai da sapere, che questa differenza di servo e di signore è fondata sovra la natura: perciochè alcuni ci nascono naturalmente a commandare, altri ad ubbidire; e colui che per ubbidire è nato, se ben fosse di schiatta di re, veramente è servo: nondimeno tal non è giudicato, perciochè il popolo, che guarda solamente a le cose esteriori, giudica de le condizioni de gli uomini non altramente ch’egli faccia ne le tragedie, ne le quali re è chiamato chi, vestito di porpora e risplendente d’oro e di gemme, sostiene la persona d’Agamennone o d’Atreo o d’Eteocle: e s’avviene ch’egli ben non rappresenti la persona de la quale s’è vestito, non perciò altro che re è chiamato, ma si dirà che il re non ha fatto la sua parte. Similmente chi non ben sostiene la persona di principe o di gentiluomo, che in questa vita, che è quasi teatro del mondo, da la fortuna l’è stata imposta, non sarà però da gli uomini chiamato se non prencipe o gentiluomo, tuttochè a Davo o a Siro o a Geta sia somigliante. Ma quando aviene che si trovi alcuno non sol di condizione e di fortuna, ma d’ingegno e d’animo servile, costui è propriissimamente servo; e di lui e de’ simili a lui il buon padre di famiglia, che vuol per servitori persone a le quali egli ragionevolmente possa commandare, compone la sua famiglia; nè desidera in loro se non tanto di virtù solamente, quanto gli renda capaci ad intendere i suoi commandamenti, e ad essequirli: i quali da’ cavalli e da l’altre bestie, che la natura ha formate docili ed atte ad essere ammaestrate da l’uomo, in tanto son differenti, che lontani ancora da la presenza del padrone ritengono a memoria le cose a loro commandate, e possono essequirle; il che de le bestie non aviene. È dunque il servo animal ragionevole per participazione, in quel modo che la luna e le stelle per participazion del sole son luminose, o che l’appetito per participazion del lume de l’intelletto, ragionevole ne diventa; perciochè sì come l’appetito ritiene in sè le forme de le virtù, che da la ragione in lui sono state impresse, così il servo ritiene le forme de le virtù impressegli ne l’animo da gli ammaestramenti del padrone: e si può di loro e de’ padroni dire alcuna fiata quel che, di sè e di madonna Laura ragionando, disse il Petrarca:

.... Sì che son fatto uom ligio

Di lei, ch’alto vestigio

M’impresse al core, e fece ’l suo simile.

E perchè non t’inganni l’autorità d’ Esiodo, antichissimo poeta; il quale, annoverando le parti de la casa, pose il bue in vece del servo; voglio che tu intenda più propriamente, che ’l modo co ’l quale sono ammaestrati i servi da quel co ’l quale sono ammaestrate le bestie è molto differente. Conciosia cosa che la docilità de le bestie non è disciplina, e non è altro che una assuefazione scompagnata da ragione; simile a quella con la quale la man destra adopera meglio la spada che la sinistra, benchè non più di ragione abbia in sè che la sinistra. Ma la docilità de’ servi è con ragione; e può divenir disciplina, come quella de’ fanciulli eziandio: onde irragionevolmente parlano coloro che spogliano i servi de l’uso de la ragione, conciosia cosa che lor si conviene non meno che a’ fanciulli, anzi più peraventura; ed in loro è ricevuto tanto di temperanza e di fortezza, quanto lor basti per non abbandonare l’opere commandate da’ padroni, o per ubbriachezza o per altro piacere, o pure i padroni medesimi ne’ pericoli de le brighe civili, e ne gli altri che possono avenire. E però convenevolmente fu detto dal Poeta toscano:

Ch’innanzi a buon signor fa servo forte.

E convenevolmente i servi di Milone da Cicerone ne la sua difesa furon lodati, e tutti quegli altri de’ quali si leggono in Valerio Massimo alcuni memorabili esempi ; benchè s’ io volessi addurre tutti gli esempi memorabili de* servi, mi dimenticherei di quel che pur ora dissi, che servi propriamente sono coloro che son nati per ubbidire, i quali a gli uffici de la cittadinanza sono inabili per difetto di virtù, de la quale tanto hanno, e non più, quanto li  rende atti ad ubbidire. E se tu hai letto ne l’istorie, che i Romani ebbero una guerra pericolosa assai, la quale addimandaro guerra servile, perchè da servi fu concitata; e se parimente hai letto, che a’ nostri tempi gli eserciti de’ Soldani eran formati di schiavi, ed oggi per lo più quelli osti formidabili che il Gran Turco suol ragunar, di schiavi son formati; riduci a la memoria la nostra distinzione, la qual da te ogni dubbio discaccerà: e questa è, che molti son servi per fortuna, che tali non son per natura, e da questi alcuna maraviglia non è che alcuna pericolosa guerra sia concitata. Tuttavolta grand’argomento de la viltà, che la fortuna servile suol ne gli animi generare, è l’esempio de gli Sciti, i quali avendo assemblata un’oste contra i servi loro, che s’eran ribellati, non potendo altramente debellargli, presero per consiglio di portare in guerra le sferze; le quali rinovellando ne’ servi la memoria de le battiture, che sotto il giogo de la servitù avevan ricevute, gli posero in fuga.

Ma ritornando a’ servi, de’ quali dee esser composta la famiglia, questi non loderei che fossero nè d’animo nè di corpo atti a la guerra, ma sì bene di complession robusta, atta a le fatiche ed a gli esercizi ne la casa e ne la villa necessari. Questi in due spezie distinguerei, l’una a l’altra sottordinata; l’una di soprastanti, o di sopraintendenti, o di mastri, che vogliamo chiamarla; l’altra di operarii. Ne la prima sarà il mastro di casa, a cui dal padrone la cura di tutta la casa gli è raccomandata; e quel che de la stalla ha particolar cura, come ne le case grandi suol avvenire; ed il fattore, e’ ha la sopraintendenza sovra le cose di villa tutte. Ne l’altra saranno coloro che a’ primi ubbidiscono. Ma perciochè la nostra fortuna non ha a noi data tanta facoltà, che tu possa così distinti e così moltiplicati aver gli uffici de la famiglia, basterà che d’uomo ti provegga, il quale di mastro di casa e di stalla e di fattore faccia l’ufficio, e comanderai a gli altri tutti che a lui ubbidiscano; dando il salario a ciascuno maggiore e minore, secondo il merito e la fatica loro, ed ordinando che ’l cibo sia lor dato sì, che più tosto soverchi che manchi. Ma dèi nondimeno nutrir la famiglia di cibi differenti da quelli che verranno su la tua mensa, su la quale non ti sdegnare che vengano ancora le carni più grosse, che secondo le stagioni saran comprate per li servitori; acciò ch’essi, vedendo che tu ti degni di gustarne talora, le mangino più volontieri. Fra’ quali quelle reliquie de le carni e de le vivande più nobili, che da la tua mensa saran levate, debbono esser compartite in modo, che s’abbia riguardo a la condizione ed al merito di ciascuno. Ma perchè la famiglia, ben nutrita e ben pagata, ne l’ozio diverrebbe pestilente, e produrrebbe malvagi pensieri e tristi operazioni; in quel modo che li stagni e l’acque che non si muovono sogliono marcire, e generar pesci poco sani; sarà tua cura principale, ed anco del tuo mastro di casa, di tener ciascuno esercitato nel suo officio, e tutti in quelli che sono indivisi; perciochè non ogni cosa ne la casa necessaria può esser fatta d’una persona, ch’abbia una cura particolare. Onde, quando lo spenditore avrà compro da mangiare, il cameriero avrà fatto il letto e nettate le vesti, e ’l famiglio di stalla stregghiati i cavalli, e ciascun altro avrà fatto quello che di fare è tenuto; dee il sollecito mastro di casa imporre or a l’uno or a l’altro alcuna di quelle opere che sono indivise: e sovra tutto aver dee cura che niuna bruttura si veda ne la casa o nel cortile o ne le tavole o ne le casse, ma che le mura, il pavimento, il solaro e tutti gli arnesi ed instrumenti de la casa sian puliti, e per così dire risplendano a guisa di specchi: perchè la pulitezza non solo è piacevole a risguardare, ma giunge anco nobiltà e dignità a le cose vili e sordide per natura; sì come a l’incontra la lordura la toglie a le nobili ed a le degne: oltre che, altretanto giova a la sanità la politezza, quanto nuoce la sordidezza. E ciascun servitore dee così particolarmente aver cura che gl’instrumenti, i quali egli adopera nel suo ufficio, sian puliti, come il soldato l’ha de la pulitezza de l’arme; che tali sono a ciascuno gl’instrumenti ch’egli adopera, quali sono l’armi al soldato: onde de gl’instrumenti del zappatore parlando il Petrarca, disse:

L’avaro zappator l’ armi riprende :

ad imitazion di Virgilio, il quale prima aveva chiamate armi quegl’instrumenti che adoperano i contadini :

Dicendum, et quae sint duris agrestibus arma;

ed arme eziandio gl’instrumenti da far il pane:

Tum Cererem corruptam undis, cerealiaque arma

Expediunt fessi rerum.

Ma perciochè a le volte aviene che alcun sia di soverchio occupato nel suo officio, e ad alcun altro avanzi sempre molto più del giorno che de l’opera; dee così l’uno l’altro conservo aiutare, come veggiamo che nel corpo, quando l’una gamba è stata, su l’altra si suol riposare, e come l’una mano affaticata chiama l’altra per aiutatrice de le sue operazioni. E quando amore e cortesia vicendevole a ciò fare non gl’inviti, dee il mastro di casa, o ’l padrone stesso, commandare al neghittoso ed a lo scioperato, che al faticoso ed affaccendato porga aiuto. Ma sovra tutto la carità del padrone e de’ conservi ne le infirmità dee dimostrarsi, ne le quali gl’infermi in letti più morbidi ed agiati debbono esser posti a giacere, di più delicate vivande esser nutricati: nè il padrone dee de la sua visita esser loro superbo o discortese; perchè se gli animali bruti si rallegrano de le carezze de’ padroni, come veggiamo ne’ cani, quanto più creder debbiamo che se ne rallegrin gli uomini, animali ragionevoli? Onde i buoni servitori, diventando affezionati a’ padroni, non altramente intendono i padroni a cenno, ed ubbidiscono ad un picciolo movimento del ciglio o de la fronte loro, di quel che quei cani soglion fare che barboni sono addimandati. Anzi, più tosto non come il cane al padrone, ma come la destra si muove ad ubbidire a’ commandamenti de l’animo, il servo ad ubbidire un commandamento del padrone si mostra pronto. Conciosia cosa che, sì come la mano è detta instrumento de gl’instrumenti, essendo quella che s’adopera in nutrire, in vestire ed in polire tutte le membra, che instrumenti pur sono detti; così il servo è addomandato instrumento de gl’instrumenti, perciochè egli adopera tutti gl’ instrumenti che ne la casa sono stati ritrovati, affine non sol di vivere, ma di ben vivere; differente da gli altri instrumenti, perchè, ove gli altri sono inanimati, il servo è animato. È differente da la mano, perchè la mano è congiunta al corpo, ed egli è separato dal signore: è differente ancora da gli artefici, perchè gli artefici sono instrumenti di quelle che propriamente si dicon fattura, e ’l servo è instrumento de l’azione, la qual da la fattura è distinta.

È dunque, il servo, se tu vuoi aver di lui perfetta cognizione, instrumento de le azioni, animato e separato. Ma perchè de le azioni alcune si fermano ne la cura famigliare e ne’ bisogni de la casa, alcune escono fuori; e si distendono a’ negozi civili, tengon talvolta gli agiati gentiluomini, fra’ quali desidero che tu sii, alcun giovane che ne le opportunità cittadinesche possa servirli, a’ quali dando l’ufficio di scrivere, e di trattare alcune lor bisogne, sogliono anco dare il nome di cancelliero: ma questi da gli altri sono molto diversi, conciosia cosa che per lo più sono, e debbono essere, d’ingegno non punto servile o materiale, ed atto a le azioni ed a le contemplazioni; e tra loro e i padroni non è propriamente servitù o signoria, ma più tosto quella sorte d’amicizia, che da Aristotele è detta in eccellenza; se ben ne’ buoni secoli de la romana Republica questi ancora erano tolti dal numero de gli altri servi. E tale fu Terenzio, scrittore de le comedie, il qual di Lelio e di Scipione fu così famigliare, che fu creduto ch’essi ne l’opere sue avessero alcuna parte. Tale anco fu Tirone, al quale sono scritte molte lettere di Marco Tullio; il quale, eruditissimo grammatico, era diligente osservatore d’alcune cosette, de le quali Cicerone fu più tosto sprezzatore che ignorante. Ma perciochè tutta quella usanza di servitù, come detto abbiamo, è affatto mancata, oggi tra’ padroni e questi sì fatti le leggi de l’amicizia in superiorità debbono essere osservate; e sovra questi particolarmente fu scritto dal signor Giovanni de la Gasa quel trattato de gli Uffici minori, il quale da te, che molto sei vago di leggere l’opere sue, so che molte fiate dee esser letto e riletto; sicchè altro di loro non dirò, di quello che ivi n’è scritto. Ma perchè de la cura de la persona a bastanza s’è ragionato, se non forse quanto tu potessi desiderare che così de le fantesche si parlasse, come de’ servitori s’è favellato; e perchè niuna cosa è stata da me lasciata a dietro, che a buon marito o a buon padre o a buon signore appartenga; mi pare che debbiamo venire a quella che fu da noi posta per seconda parte del nostro ragionamento, a la cura, dico, de la facoltà; ne la quale de l’ufficio de la madre di famiglia e de le donne con buon proposito faremo menzione.

La cura de le facoltà, come dicemmo, s’impiega ne la conservazione e ne l’accrescimento, ed è divisa tra ’l padre e la madre di famiglia; perciochè par così proprio del padre di famiglia l’accrescere, come de la madre il conservare: nondimeno, a chi minutamente considera, la cura de l’accrescimento è propria del padre di famiglia, e l’altra è comune, che che gli antichi in questo proposito s’abbiano detto. Ma perchè niuna cosa può essere accresciuta, se prima o insieme non è conservata, dee il padre di famiglia, che la sua facoltà desidera di conservare, saper minutamente la quantità e la qualità de l’entrate sue, ed anco de le spese ch’egli per sostener onorevolmente la sua famiglia è costretto di fare; ed agguagliando le ragioni de le rendite con quella de le spese, fare in modo che sempre la spesa sia minore, ed abbia quella proporzion con l’entrata, c’ha il quattro con l’otto, o almeno co ’l sei; perciochè s’egli volesse tanto spendere quanto raccoglie de le sue possessioni, non potrebbe poi ristorare i danni che sogliono avenire per caso o per fortuna, se pur avenissero, quali sono gl’incendi e le tempeste e l’inondazioni, nè supplire a’ bisogni d’alcune spese che non possono esser provedute. E per chiarirsi de le sue facoltà, e de la valuta loro, conviene ch’egli stesso abbia vedute e misurate le sue possessioni con quelle misure le quali diedero principio a la geometria in Egitto; le quali se ben varie sono, secondo la varietà de’ paesi, la varietà nondimeno non è cagione di differenza sustanziale. E conviene che sappia, com’il raccolto risponde a la semenza; e con quale proporzione la terra gratissima suol restituir le cose ricevute. E la medesima notizia conviene ch’egli abbia de l’altre cose convenienti a la agricoltura o a gli armenti; nè minore averla dee de’ prezzi che a le cose sono imposti o da’ publici magistrati, o dal consenso de gli uomini; nè meno essere informato come le cose si vendano o si comprino in Turino, in Milano, in Lione o in Venezia, che come ne la sua patria sian vendute o comprate: de la qual cognizione s’egli sarà ben instrutto, non potrà da’ fattori o da altri ne la raccolta o ne la vendita de le sue entrate esser ingannato. Ma perciochè io ho detto, ch’egli dee esser instrutto de la quantità e de la qualità de le sue facoltà; chiamo quantità non sol quella, che da le misure di geometria è misurata, come sono i campi e le vigne e i prati e i boschi, o quella che è misurata da numeri aritmetici, come il numero de le greggi e de gli armenti; ma quella ancor che dal danaro è misurata : perciochè ne l’agguagliare de l’entrata e de la spesa niuna quantità vien in maggior considerazione, che quella del danaro che da le rendite si può raccorre: la quale è molto incerta e molto variabile; conciosia cosa che le terre non sono sempre nel medesimo pregio, e molto meno i frutti loro; e ’l danaro, non che altro, suol or crescere or calare. Ne la quale incertitudine e varietà di cose, il giudicio e la isperienza e la diligenza del buon padre di famiglia tanto suol giovare, quanto basta non sol per conservare, ma per accrescer le facoltà, le quali in mano de’ trascurati padri di famiglia soglion molto diminuire.

Qualità chiamo poi de le facoltà, ch’elle siano o artificiali o naturali, o animate o inanimate. Artificiali sono i mobili de la casa, e forse la casa stessa, ed i danari; i quali per instituzion de gli uomini sono stati ritrovati, potendosi viver senza, come si viveva ne gli antichissimi secoli, ne’ quali la permutazion de le cose si faceva senza il danaro. Fu poi trovato il danaro per legge de gli uomini. Onde nummus fu detto quasi nomos, che in lingua greca significa legge: il qual commodamente agguagliando tutte le disagguaglianze de le cose cambiate, ha renduto il commercio facile, ed anco più giusto che non era ne’ tempi che s’usava solo la permutazione. Artificiali ricchezze potranno essere chiamate ancora tutte quelle cose, ne le quali più tosto l’artificio del maestro che la materia è venduta o estimata. Naturali son poi le cose da la natura prodotte, de le quali alcune sono inanimate, come, son le possessioni, le vigne e i prati e’ metalli; altre animate, come li greggi e gli armenti; da le qual cose tutte il buon padre di famiglia suol raccorre entrata. Ne la considerazione ancora de la qualità viene se le possessioni siano o vicine o lontane da la città; se abbiano stagno o palude, che esali maligni vapori, onde l’aria ne divenga cattiva, o rivo o fiume che per lungo corso acquisti virtù di purgar l’aria; se siano ristrette da’ colli, o in parte percossa e signoreggiata da’ venti; se in ripa ad alcuna acqua navigabile, o in paese piano, per lo quale l’entrate su i carri agevolmente a la città possano esser trasportate, o pur in erto e malagevole e faticoso, ne’ quali l’opera de’ somari sia necessaria; se vicine a strade correnti, per le’ quali i peregrini e i mercanti d’Italia in Germania o in Francia soglion trapassare, o lontane da la frequenza de’ viandanti e de’ commerci; se in colle che signoreggi, e che goda di bella veduta, o in valle umile, che ne sia priva. Le quali condizioni tutte, sì come molto accrescono e diminuiscono di valore e di prezzo a le cose possedute, così possono esser cagione di risparmiar le spese, e di conservar ed accrescer l’entrate, se ben seranno dal padre di famiglia considerate.

Ma per venire alquanto più a’ particolari de la cura che da lui si ricerca, egli dee fare, che da la villa a la città sia portato tutto ciò che per l’uso de la casa è necessario o convenevole, e lasciare anco la casa di villa fornita di quel che basti a nutrir lui e la famiglia sua in quei tempi che suol venirvi, e ’l rimanente vender a’tempi che più caro si vende; e co’ danari che ne trae, comprar quelle cose che da le sue possessioni non raccoglie, e che ne l’uso di gentiluomo son necessarie, a’ tempi ne’ quali con minor prezzo son comprate: il che agevolmente potrà fare, quando co ’l risparmio de la spesa, che prima avrà fatto, si troverà aver avanzato alcuna somma de’ danari. Potrà anco trattener alcuna volta l’entrate, secondo i pronostichi e i giudicii che si fanno de la carestia e de l’abondanza de gli anni e de le stagioni; e ricordarsi de l’esempio di Talete, che per la cognizion de le cose naturali, ch’egli aveva, facilmente arricchì con la compra de l’oglio, ch’egli fece. Questa sarà cura del padre di famiglia. Ma le cose che ne la casa saranno da la villa o da’ mercati portate, tutte a la cura de la madre di famiglia debbono esser raccomandate: la qual dee riserbarle in luoghi separati, secondo la natura loro; perchè alcune amano l’umidità ed il freddo, altre i luoghi asciutti, altre vogliono talora al sole ed al vento esser dimostrate, ed alcune si possono lungamente conservare, altre breve tempo. Le quali considerazioni, avendole la buona madre di famiglia, dee procurar che più tosto sian mangiate quelle che si corrompono più facilmente, e far conserva de l’altre che più lungamente si difendono da la corruzione; se ben quelle ancora, che son corruttibili, posson ricever molti aiuti, co’ quali si conservano lungamente: perciochè il sale e l’aceto difendono da la corruzione non solo le carni che son di più lunga durata, ma i pesci, e i piccioni eziandio, che son corruttibilissimi molto; e i frutti, che facilmente son soggetti a la putrefazione, s’acerbetti son colti anzi che no, lunga stagione ne l’aceto soglion mantenersi; ed il fumo ed il forno traendo da le carni e da’ pesci e da l’uve e da’ fichi e da altri frutti la soverchia umidità, la qual è cagione de la corruzione, fan ch’essi si mantengono lunga stagione. Sono alcune cose a l’incontra, le quali aride diverrebbono e dure, e non buone da mangiare, se non fossero con alcuna sorte di liquore conservate. De le quali cose tutte avendo fatta copiosa conserva la buona madre di famiglia, qualora avverrà che per alcuno impedimento non sian portate vivande di piazza a bastanza per la tavola o per la famiglia, o qualora da qualche forestiero saran sopragiunti, potrà in un punto arricchire la mensa in modo, che non lasci desiderare la copia de le vivande comprate. Deve ella ancora aver cura che tutti i frumenti, che in casa sono, si macinino, e se ne faccia il pane; il qual con debita misura a’ servitori ed a le fanti sia distribuito. Fra le quali così ella avrà una principale, come ha il padrone fra’ servitori; e fra questi due saran communi le chiavi, acciochè in difetto del mastro di casa, il qual molte fiate fuor de la casa e de la città si ritrova, sia chi comparta le cose necessarie, e chi ancora, s’arriva un forestiero, possa dargli bere. Che strana usanza è certo quella d’alcune case, ne le quali il canovaro o ’l dispensiero se ne porta con le chiavi ogni facoltà, ancora di sovenire a’ bisogni de la famiglia o a gli appetiti de’ padroni e de gli amici loro. Dee nondimeno la buona madre di famiglia procurar che tutte le cose (s’occasione di forestieri altrimente non ricercasse) sian compartite parcamente; perchè la parsimonia è virtù così propria di lei, come de l’uomo la liberalità: e dee ella stessa molto spesso andar rivedendo le cose conservate, e misurando le misurabili, e le numerabili numerando. Nè solo la cura sua si dee estendere ne le dispense e ne l’altre cose già dette, ma sovra i vini ancora; i quali possendolunga stagione conservarsi, sogliono anco tanto esser migliori, quanto più invecchiano: parlo de’ vini generosi, i quali acquistan forza con l’età; perchè i piccioli, e di poco spirito, che facilmente la perdono, debbono i primi esser bevuti, o venduti, se soverchiano.

Ma principalissima cura sua dee esser quella de’ lini e de le tele e de le sete, con le quali ella potrà non solamente provedere a’ bisogni ed a la orrevolezza de la casa, ma fare anco alcuno onesto guadagno, il qual così è a lei convenevole, come a l’uomo par che sia quel che da l’altre cose vendute o comprate o cambiate si raccoglie. Nè dee la buona madre di famiglia sdegnarsi di por anco talvolta le sue mani in opera, non ne la cucina o in altre cose sordide, che posson bruttar il corpo (perchè le sì fatte da nobil matrona non debbon esser maneggiate), ma in quelle solamente, che senza lordura e senz’altra viltà posson esser trattate: e tali sono particolarmente le tele, e l’altre opere de l’arte del tessere, con le quali la buona madre di famiglia può far a la figliuola ricco ed orrevol mobile. Nè senza ragione quest’arte a Minerva, dea de la sapienza, fu attribuita, sì che da lei prese il nome, come si comprende in quei versi di Virgilio:

Inde, ubi prima quies medio iam noctis abactae

Curriculo expulerat somnum, cum foemina primum,

Cui tolerare colo vitam tenuique Minerva,

Impositum cinerem et sopitos suscitat ignes,

Noctem addens operi; famulasque ad lumina longo

Exercet penso, castum ut servare cubile

Coniugis, et possit parvos educere natos.

Ne’quai versi si comprende, ch’egli parla non de le vili feminelle, ma de la madre di famiglia, la qual da molte serve suol esser servita. E tanto di nobiltà par che quest’arte abbia recata seco, che non solo a le private madri di famiglia, ma anco a le donne di real condizione è stata attribuita; come di Penelope si legge :

Come la Greca, ch'a le tele sue

Scemò la notte quanto il giorno accrebbe.

E Virgilio di Circe; che non solo era donna, ma dea; cantò:

Arguto coniux percurrit pectine telas.

Nel qual esempio seguì Omero, che non solo Penelope e Circe introduce a tessere, ma la figliuola del re Alcinoo pone fra le lavatrici. E se ben i Greci non osservano tanto il decoro, quanto par convenevole, i Romani nondimeno, che ne furono maggiori osservatori, tuttochè il cucinare ed altre simili operazioni a la madre di famiglia proibissero, li concedevano il tessere, non senza molta laude de la tessitrice: ed in questa operazione fu ritrovata Lucrezia da Collatino, da Bruto, e da Tarquinio, quando se n’innamorò. Ma ritornando a la madre di famiglia, la qual, quando che sia madre fortunata de’ suoi figliuoli, quanto ella sarà più lontana da la condizion reale, tanto meno dovrà sdegnarsi d’adoprarsi in opere ancora che portan seco men di dignità e d’artificio, che non porta la testura: ed in questa parte par ch’ella in un certo modo s’avanzi, e che co ’l marito possa venir in parangone; perciochè non solo con l’opere di tali arti conserva, ma acquista eziandio: tuttavolta, perchè gli acquisti sono assai piccioli, assolutamente parlando, diremo che de la moglie è proprio il conservare, e del marito l’ acquistare.

Ma perchè le cose conservate molto meglio si possono porre in opera se sono ordinate, di ordine diligente dee sovra ogn’altra cosa esser vaga la buona madre di famiglia. Perciochè, se non riserverà le cose confuse, ma separate secondo la natura e l’opportunità de gli usi loro, l’avrà sempre preste ad ogni sua voglia, e sempre saprà quel ch’ella abbia e quel che non abbia. E se niun parangone si può addurre in questo proposito degno di considerazione, dignissimo è quel de l’umana memoria; la qual facendo conserva in se medesima di tutte le imagini e di tutte le forme de le cose visibili ed intelligibili, non potrebbe in tempo opportuno trarle fuori, ed a la lingua ed a la penna dispensarle, s’ella non le ordinasse; e molte fiate cose in sè conterrebbe, ch’ella medesima quasi non saprebbe di contenere. Di tanta virtù è l’ordine, quanta detta abbiamo; ma è di non minor bellezza. Il che di leggiero potrà comprendere chi leggerà i poeti, i quali con niun altro artificio aggiungono più di vaghezza a’ versi loro, che con ordinare le parole in guisa, che l’una con l’altra, o come simile o come pari s’accordi, o come contraria risponda: artificio che parimente da gli oratori è stato usato; il quale, comechè sia di molto ornamento, agevola ancora molto la fatica di coloro che imparano le prose e i versi a mente. E se vero è quel che dicono alcuni filosofi, che la forma de l’universo altro non sia che l’ordine, le cose picciole a le grandi paragonando, diremo che la forma d’una casa sia l’ordine, e che ’l riformar la casa e la famiglia, altro non sia che riordinarla. Nè voglio tacere in questo proposito cosa la quale, se ben per se stessa non pare che possa portare alcuna dignità, tattavolta tanto acquista per l’ordine e per la pulitezza, che sì come non solo senza schifo ma con maraviglia fu da me veduta, così, se non con maraviglia, senza indignità almeno potrà esser raccontata. Io ritornava da Parigi, e passando per Beona, entrai ne lo spedale; nel quale, come che ogni stanza ch’ io vidi mi paresse degna di lode, la cucina nondimeno mi parve maravigliosa: la quale (ben è vero, che non era quella che di continuo era adoperata) così pulita ritrovai, come che sogliono essere le camere de le novelle spose; e vidi in lei tanta moltitudine d’instrumenti necessari non sol per uso proprio, ma de la mensa eziandio, e con sì discreto ordine compartiti, e con tanta proporzione l’uno dopo l’altro acconcio, o contra l’altro collocato, e così il ferro netto da la ruggine risplendeva al sole, che per alcune fenestre di bellissimo vetro purissimo vi entrava, che mi parve di poter rassomigliarla a l’armeria de’ Veneziani o de gli altri prencipi, che a’ forestieri sogliono esser dimostrate. E se Gnatone, che ordinò la famiglia del suo glorioso capitano in guisa d’uno esercito, questa avesse veduto, son sicuro, che con più alto paragone, che con quello de l’armeria, l’avrebbe innalzata.

Ma passando omai da la conservazione a l’acquisto, si può dubitare se quest’ arte de l’acquistare sia la stessa che la famigliare, o pur parte d’essa, o vero ministra; e se ministra, perchè ministri gl’instrumenti, come il fabro de l’armi dà la corazza e l’elmetto a’ soldati; o perchè ministri il soggetto, o la materia, che vogliamo chiamarla, come colui che fa le navi, riceve il legno da colui che taglia le selve. E cominciando a risolvere i dubbi, chiara cosa è, che non sia un’arte istessa la famigliare e quella de l’acquisto; perciochè a l’una conviene apparecchiar le cose, a l’altra porre in opra le apparecchiate. Or resta che si consideri, se l’arte de l’acquisto sia una specie o una parte de la famigliare, o pure se sia affatto estranea e diversa da lei. La facoltà de l’acquisto può esser naturale, e non naturale: naturale chiamo quella che acquista il vitto da quelle cose che da la natura sono state prodotte per servigio de l’uomo; e perciochè niuna cosa è più naturale che ’l nutrimento che la madre porge al figliuolo, pare oltre tutti gli altri acquisti naturale quello che si trae da’ frutti de la terra, conciosia cosa che la terra è madre naturale di ciascuno. Naturali sono ancora gli alimenti che si traggono da le bestie, e da gli acquisti che si fanno d’essi, i quali si distinguono secondo la distinzion de le bestie; perchè de le bestie, altre sono montuose e congregabili, altre solitarie ed erranti: di quelle si formano le greggi e gli armenti ed altre congregazioni, de le quali tutte non picciola utilità si suol raccorre: di questi si fanno prede, con le quali molti sogliono sostentar la vita.

Pare ancora che la natura abbia generato non solo i bruti a servigio de gli uomini, ma gli uomini che sono atti ad ubbidire a servigio di coloro che sono atti a comandare; sì che par naturale l’acquisto eziandio che si fa ne le prede de la guerra, quando la guerra sia giusta. Nè voglio tacere quel che da Tucidide nel proemio de la sua Istoria è osservato; cioè, che ne gli antichissimi secoli l’arte del predare non era vergognosa: onde si legge ne’ poeti, che l’uno addimanda a l’altro, s’egli è corsaro, quasi niuna ingiuria gli faccia con sì fatta dimanda. A la qual usanza, o più tosto ragione, avendo riguardo Virgilio, introduce Numano così a vantarsi:

Canitiem galea premimus, semperque recentes

Convectare iuvat praedas, et vivere rapto.

Ed oggi acquisto naturale si può chiamar quello che i cavalieri di Malta e gli altri fanno de le prede de’ Barbari. Tutte queste arti, dunque, de l’acquisto naturale par che convengano al padre di famiglia, e l’agricoltura principalmente; e chi tutte le mescolasse, e le cose che da questi acquisti raccoglie cambiasse, non farebbe arte peraventura al padre di famiglia disdicevole. La qual arte, quella è che mercanzia oggi si chiama communemente; la qual è di molte sorti: ma giustissima è quella, la quale prendendo le cose soverchie di là ove soverchiano, le porta ove n’è difetto, ed in quella vece ivi altre ne porta, de le quali v’è carestia. E di questa ragionando disse ne gli Uffici Marco Tullio, che la mercanzia s’era picciola, era sordida; ma se grande, non era molto da vituperare. Ma le sue parole debbono esser prese in quel luogo come dette da filosofo stoico, il qual troppo severamente parla di queste materie; perciochè in altri luoghi, ov’ egli come cittadino ne ragiona, loda e difende i mercanti e le lor ragioni, e chiama onestissimo l’ordine de’ publicani, il quale aveva in mano l’entrate de la republica, e da’ quali la mercanzia era esercitata. Ma sì come giusta è quella mercanzia la qual porta le cose ove mancano, e ne trae utilità; così assai ingiusta è quella la quale, comprando le cose native d’un paese, le rivende nel medesimo luogo, aspettando l’opportunità del tempo con molto vantaggio; se ben, ch’altri aspetti l’opportunità nel vender le sue proprie entrate e le cose che raccoglie da le sue possessioni e da gli armenti suoi, non pare che sia in alcun modo disconveniente al buon padre di famiglia. E tanto sia detto de l’acquisto naturale, ch’al padre di famiglia è conveniente: nel quale egli molto s’avanzerà, se sarà a pieno instrutto non sol de la natura e de la bontà e del valor di tutte le cose che si cambiano e che da luogo a luogo si trasportano; ma anco in qual provincia nascono le migliori, in qual le peggiori, ed in quale in maggior abbondanza, in quale in minore; ove con maggior prezzo, ove con minor sian vendute: e dee parimente essere informato de’ modi, e de le facilità, e de le difficoltà del trasportarle, e de’ tempi e de le stagioni ne le quali ciò più commodamente si può fare, e de le corrispondenze e’ hanno le città con le città, e le Provincie con le Provincie, e de’ tempi ne’ quali si raccolgono quei mercati che communemente fiere sono addimandate. Dee nondimeno trattare il padre di famiglia queste arti come padre di famiglia, e non come mercante; perciochè, ove il mercante si propone per principal fine l’accrescimento de la facoltà, che si fa con la trasmutazione (e per questo molte volte si dimentica de la casa e de figliuoli e de la moglie, e va in paesi lontanissimi, lasciandone la cura a’ fattori ed a’ servitori), il padre di famiglia ha l’acquisto de la trasmutazione per obietto secondo, e dirizzato al governo de la casa, e tanto solo egli vi spende e de l’opera e del tempo, quanto la prima e principal sua cura non ne può esser impedita. Oltre di ciò, sì come ciascun’arte vuole i suoi fini in infinito; perciochè il medico vuol sanar quanto può, e l’architetto vuol l’eccellenza de la fabrica in soprana perfezione; così il mercante par che desideri il guadagno in infinito: ma il padre di famiglia ha i desideri de le ricchezze terminati. Perciochè le ricchezze altro non sono, che moltitudine d’instromenti appartenenti a la cura famigliare e publica; ma gl’instrumenti in alcun’arte non sono infiniti nè di numero nè di grandezza: che s’ infiniti fossero di numero, non potrebbe l’artefice aver di loro cognizione, conciosia cosa che l’infinito, in quanto infinito, non è compreso dal nostro intelletto; se di grandezza, non potrebbono esser maneggiati; oltrechè non si concede corpo d’infinita grandezza. E sì come in ciascun’arte gl’instrumenti debbono esser proporzionati non meno a colui che gli adopra, che a la cosa intorno a la quale sono adoperati; che ne la nave il timone non dee esser minore di quel che basti a drizzare il suo corso, nè si grande che non possa esser trattato dal nocchiero; e ne la scoltura lo scarpello non dee esser sì grave, che non possa esser sostenuto da lo scultore, nè si leggiero che con fatica rompa le scheggie del marmo: così parimente le ricchezze debbono esser proporzionate al padre di famiglia, ed a la famiglia ch’egli sostiene, e che di quelle dee esser erede; e tante e non più, quanto bastino non solo per vivere, ma per ben vivere secondo la condizione sua, e ’l costume de’ tempi e de la città ne la quale egli vive. E se Crasso diceva, che non era ricco colui che non poteva mantenere un esercito, aveva peraventura risguardo a la ricchezza ch’ era convenevole ad un prencipe cittadino di Roma, la quale ad un di Preneste o di Nola sarebbe stata smoderata, e fors’anco in uomo romano era soverchia: perciochè il poter assoldar gli eserciti si conviene a’ re ed a’ tiranni ed a gli altri prencipi assoluti, non al cittadino de la città libera, il quale non dee ecceder gli altri tanto in alcuna condizione, che guasti quella proporzione ch’è ricercata in una adunanza d’uomini liberi. Conciosia cosa che, com’in un corpo il naso, crescendo oltre il convenevole, tanto potrebbe crescere che non sarebbe più naso; così ne la città un cittadino che tanto s’avanzi, non è più cittadino, comunque sia. Perchè le ricchezze si consideran sempre in rispetto di colui che le possiede, non si può prescrivere quante debbiano essere; ma solo si può dire ch’elle debbono esser proporzionate al possessore; il qual tanto e non più dee procurar d’accrescerle, quanto poi possano, compartite tra’ figliuoli, bastar al ben vivere cittadinesco.

Nè più mi riman che dire intorno a l’acquisto naturale, conveniente al padre di famiglia, il qual propriamente si trae da le terre e da gli armenti, comechè possa esser fatto anco con la mercanzia, e con la caccia, e con la milizia: perciochè ricordar ci debbiamo, che molti Romani da l’aratro eran chiamati a’ magistrati, e deposta la porpora, ritornavano a l’aratro. Ma perciochè il padre di famiglia dee aver cura de la sanità, non come medico ma come padre di famiglia, dee più volontieri ancora attendere a quella maniera d’acquisto che maggiormente conserva la sanità; onde volontieri eserciterà se medesimo, e vedrà esercitare i suoi in quelle operazioni del corpo, le quali non bruttandolo, nè rendendolo sordido, giovano a la sanità, a la quale l’ozio e la soverchia quiete suol esser contraria. Amerà dunque la caccia, e più stimerà quelle prede le quali con la fatica e co ’l sudore s’acquistano, che quelle che con l’inganno scompagnato da ogni fatica sono acquistate. Ma poichè abbiamo ragionato di quella maniera d’acquisti che è naturale, non è disconveniente che facciamo menzione de l’altra che naturale non è, tuttodì ella al padre di famiglia non appartenga. Questa in due specie si divide; l’una detta cambio, l’altra usura: e non è naturale, perchè è pervertimento de l’uso proprio; conciosia cosa che il danaro fu ritrovato per agguagliare le disagguaglianze de le cose cambiate, e per misurare i prezzi, non perchè egli dovesse cambiarsi; perciochè del danaro, in quanto metallo, non ci è alcun bisogno, nè si riceve alcun commodo ne la vita privata o civile; ma in quanto agguagliatore de la disugualità de le cose e misurator del valor di ciascuna, è necessario e commodo. Quando dunque il danaro si cambia in quanto danaro, non drizzato ad altro uso, è usato oltre l’uso suo proprio. Non s’imita poi la natura nel cambio, perchè così il cambio come l’usura, potendo moltiplicare i guadagni suoi in infinito, si può dire ch’egli non abbia alcun fine determinato; ma la natura opera sempre a fine determinato, ed a fine determinato operano tutte quell’arti che de la natura sono imitatrici. Ho detto ch’il cambio può moltiplicar i guadagni in infinito, perchè il numero, in quanto numero, non applicato a le cose materiali, cresce in infinito, e nel cambio il danaro non si considera applicato ad alcun’altra cosa. Ma acciochè tu meglio intenda quel che si ragiona, tu hai a sapere, che il numero o si considera secondo l’esser suo formale, o secondo il materiale: numero formale è una ragunanza d’unità non applicata a le cose numerate; numero materiale è la ragunanza de le cose numerate. Il numero formale può crescere in infinito; ma ’l materiale non può moltiplicare in infinito: perchè se ben per rispetto de la sezione, o de la division, che vogliam dirla, par che in effetto possa moltiplicare, nondimeno, poichè nel nostro proposito non ha luogo divisione, diremo ch’egli non possa crescere in infinito; perchè gl’individui in ciascuna specie sono di numero finito. Stante questa divisione, molto più può multiplicare la ricchezza, che consiste nel danaro in quanto danaro, che quella che consiste ne le cose misurate e numerate dal danaro; perchè se ben il numero del danaro non è formale, come quello che è applicato a l’oro ed a l’argento, più facilmente si può raccogliere gran moltitudine de’ danari che d’altre cose: e par che co ’l desiderio s’aspiri a l’infinito. Fra il cambio nondimeno e l’usura è qualche differenza, e ’l cambio può esser ricevuto non solo per l’usanza, che l’ha accettato in molte nobilissime città, ma per la ragione eziandio; perciochè il cambio è in vece del trasportamento del danaro di luogo in luogo; il qual non potendosi fare senza discommodo, e senza pericolo di fortuna, è ragione che al trasmutatore sia proposto alcun convenevol guadagno. Oltrechè essendo il valor de’ danari vario ed alterabile, così per legge ed instituzione de gli uomini, come per la diversa finezza de le leghe de l’oro e de lo argento, si possono i cambi reali del danaro ridurre in alcun modo ad industria naturale, a la quale l’usura non si può ridurre, come quella che è scompagnata da ogni pericolo, e che niuna di queste cose considera; la qual non sol fu dannata da Aristotile, ma proibita ancora ne la nuova legge e ne la vecchia; e di lei ragionando Dante,

E se tu ben la tua Fisica note,

Tu troverai non dopo molte carte,

Che l’arte vostra quella, quanto pote,

Segue, come ’l maestro fa il discente;

Sì che vostr’ arte a Dio quasi è nipote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente

Lo Genesi dal principio, convene

Prender sua vita, ed avanzar la gente.

E perchè l’usuriere altra via tene,

Per sè natura, e per la sua seguace

Dispregia, poi ch’ in altro pon la spene.

Co’ quai versi mi par che non solo possa aver fine il nostro ragionamento de l’acquisto naturale e non naturale, ma quel tutto che intorno a la cura famigliare proponemmo di fare; la qual già hai veduto come si volga a la moglie, e com’a’ figliuoli, e come a’ servi, e come a la conservazion ed a l’acquisto de le facoltà, che furon le cinque parti de le quali partitamente dicemmo di voler trattare. Ma perch’ io desidero che le cose de le quali ora ho ragionato ti si fermin ne la mente in modo, che in alcun tempo non te ne debbi dimenticare, io le ti darò in iscritto; perchè spesso rileggendole, possa non solo appararle, ma porle in opera eziandio; perciochè il fine de gli ammaestramenti, che appartengono a la vita de l’uomo, è l’operazione.

Questo fu il ragionamento di mio padre; il qual fu da lui raccolto in picciol libretto, letto da me e riletto tante volte, che non vi dee parer maraviglia se così bene ciò che da lui mi fu detto, ho saputo narrarvi. Or rimarrebbe solo, acciochè questo mio lungo ragionare non fosse stato indarno, che s’alcuna cosa da lui detta vi paresse che potesse ricevere miglioramento, non vi fosse grave di darglielo. Per quel ch’a me ne paia, diss’io, ogni cosa non solo da lui bene e dottamente vi fu insegnata; ma da voi bene e diligentemente è stata posta in opera. Solo si potrebbe forse desiderare, che alcuna cosa a le cose da lui dette s’aggiungesse, e questa particolarmente: s’una sia la cura e ’l governo famigliare, o se più; e se, più essendo, son cognizione ed operazione d’un solo, o di più. Vero dite, egli rispose, che in ciò il ragionamento di mio padre fu manchevole; perciochè altro è il governo famigliare de le case private, ed altro quello de le case de’ prencipi: ma io direi ch’egli non ne ragionasse, perchè la cura de le case de’ prencipi ad uomo privato non s’appartiene. Molto più veloce intenditore sete stato voi, diss’io, che non avrei creduto. Ma poichè trovato abbiamo che più siano i governi famigliari, resta che consideriamo se l’uno da l’altro per grandezza solamente, o ancora per ispezie, sia differente: conciosia cosa che se per grandezza solo sarà diverso, sì come al medesimo architetto appartiene il considerar la forma del gran palagio e de la picciola casa; così del medesimo curatore sarà propria la cura de la gran casa e de la picciola. Così diss’io. Ed egli: Se veloce intenditore sono stato, non sarò pronto ritrovatore, o giudicioso giudice de le cose trovate: ma pur direi, che se a me darebbe il core di governare qual si voglia gran casa privata, ma non peraventura la famiglia d’un picciol prencipe, posso creder che la casa del privato da quella del prencipe per altro che per grandezza sola sia differente. Ben avete estimato, diss’ io: perchè sì come il prencipe dal privato per ispezie è distinto, e sì come distinti sono i modi del lor commandare, così anco distinti sono i governi de le case de’ prencipi e de’ privati; perchè, in parità di numero eziandio, quando pur avenisse che la famiglia d’un povero prencipe fosse sì picciola come quella d’un ricchissimo privato, diversamente debbono esser governate. Tutta volta, se vero è quel che nel Convito di Platone da Socrate ad Aristotile è provato, che ad un medesimo artefice appartenga il comporre la comedia e la tragedia, se ben la comedia e la tragedia sono non sol diverse di spezie, ma quasi contrarie; vero dee esser in consequenza, che il buono economico non meno sappia governar la famiglia d’un prencipe che la privata, e ch’a la medesima facoltà appartenga trattar parimente di tutti i governi. Ed io ho veduto in un libretto, che ad Aristotile è attribuito, che quattro sono i governi, o le dispensazioni de la casa, che vogliamo chiamarle: la regia, la satrapica, la civile e la privata. La qual distinzione io non riprovo; perchè, se bene i tempi nostri sono da gli antichi in molte cose differenti, veggo che i governi de le case del vicerè di Napoli e di Sicilia, e del governator di Milano, così per proporzione corrispondono a quello de le case reali, come anticamente quello de’ satrapi: la qual proporzione ancora si può ritrovare fra le case de i duchi di Savoia, di Ferrara e di Mantova, e quelle de’ governatori d’Asti, di Vercelli, di Modena e di Reggio e del Monferrato. Ma non veggo già come sia diverso il governo civile de la casa, dal privato; se forsi civile egli non chiama quello de l’uomo ch’attende a gli onori de la republica, e privato quel di colui che, separato da la republica, tutto s’impiega ne la cura famigliare. E che ciò così stia, si può raccorre da quelle parole ch’egli dice, che ’l governo privato è minimo, e trae utilità eziandio da le cose che da gli altri son disprezzate; ove per altri dee intendere gli uomini civili, che, occupati in cose d’alto affare, molte cose disprezzano che da’ privati non son disprezzate. Ma perciochè esser potrebbe ch’alcun de’ vostri figliuoli, seguendo gli esempi del zio, ne’ servigi de le corti volesse adoperarsi, vorrei ch’alcuna cosa ancora de la cura de la famiglia reale si ragionasse: ma già l’ora è si tarda, che no ’l concede, tuttochè poche cose, oltre le dette, si possono addurre, le quali egli parte da’ libri d’Aristotile, e parte da la esperienza de le corti potrà facilmente apparare. Così diss’ io. Ed egli, mostrando di rimanere a le mie parole sodisfatto, levandosi, in quella camera mi condusse che per me era stata apparecchiata, ov’io in un agiatissimo letto diedi le membra, affaticate dal viaggio, al riposo ed a la quiete.

Note

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[1] « Brolo (dice il Bull nel XXIX del Purgatorio), al modo lombardo, è orto, ov’è verdura. » Brolo in provenzale è giardino.

[2] Il Petrarca, Canz. 29:

Io parlo per ver dire

Non per odio d’altrui nè per disprezzo.

[3] come: chiome.

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Ultimo aggiornamento: 31 luglio 2008